Molti premi, nessun premio? Molti premi? Nessun premio?

Di Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
– Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6773653

Molti premi,

nessun premio?

Molti premi?

Nessun premio?

Molti nominati,

nessun nominato?

Molti sono tanti o sono troppi?

Se il molto è un tantino di più del tanto

Allora il tanto è un tantino meno del troppo

Ma se il molto è come il troppo

Allora anche il tanto è come il troppo

Ma i troppi stroppiano o storpiano?

E dove li mettiamo i soverchi che rompono il coperchio?

Quando è troppo, è troppo?

Oppure, quando è troppo è troppo!

Bisogna intendersi sul molto, sul tanto e sul troppo.

E sugli –ismi:

sui moltismi, sui tantismi e sui troppismi.

E sui premi.

Sottosopra. Un quagliano tirato a lucido

Dalla campagna, dove mi trovavo

Scrivo a proposito del loro vino solamente perché non glielo avevo promesso, così come non lo  prometto ad alcuno a meno che non mi paghi, anche lautamente, e allora finisce proprio nel dimenticatoio. 

Dei Fratelli Rosso conosco sicuramente il peggiore, Gabriele. Scopro da facebook che si sono messi a produrre vino: non bastava che Gabriele ci scrivesse sopra, lo distribuisse, doveva mettersi pure a farlo. Crisi di mezz’età, militanza in Possibile,… chissà. I Fratelli Rosso hanno pure le vigne a San Martino di Busca e ho detto tutto. Ma con quali uve fanno il vino? Il quagliano al 90% e un 10% di dolcetto. Ma stiamo scherzando per davvero? Luigi Veronelli, ne “I vini d’Italia”, definì il quagliano un vino  ‘simpatico’ (1961).

Non so dalle vostre parti, ma dalle mie quando si descrive qualcuno come “simpatico” significa che sarebbe meglio valutare, di costui o di costei, le caratteristiche caratteriali più profonde, quasi intrinseche, talvolta introvabili e sicuramente non quelle estetiche: simpatico quel ragazzo! simpatica quella ragazza!

Poco più che adolescente spasimavo per una compagna di classe e le sue amiche (non certo le mie), per convincerla a mettersi con me, le dicevano che ero simpatico. E lei non mi degnava neppure di uno sguardo! Poi sono diventato bello e la natura ci ha messo sopra una pezza. 

Simpatico il tuo vino! Se dicessero così di un mio vino, sprofonderei in un baratro di barrique usate di quarto passaggio. Veronelli si riferiva al quagliano dolce, la versione maggiormente in uso da quelle parti. E i Fratelli Rosso invece lo tirano a lucido e si permettono di farlo secco: “come si faceva una volta” – mi dice Gabriele. “Beh, se lo facevano una volta e non lo fanno più”- penso io – “una buona ragione ci sarà!”. 

Hanno vinificato il quagliano e il dolcetto separatamente: il quagliano, colto a fine del settembre 2021, ha fermentato in vetroresina sulle bucce per cinque giorni (con un 15% della massa a grappolo intero). Una volta svinato è andato a secco due giorni dopo. Il dolcetto, staccato (così si dice da quelle e da altre parti in Piemonte e non solo) agli inizi dello stesso mese, ha fatto la fermentazione con le bucce per otto giorni in un mastello di plastica. Un mese prima dell’imbottigliamento li hanno assemblati. Le fermentazioni sono spontanee. 12% di alcol

Mi tocca comprarlo: se voglio parlarne male debbo essere perfettamente in regola. E devo pure pagarlo, che non si dica che ne parlo male a ragione non veduta. 

Il colore è accattivante, un bel rosso rubino scarico. E già questo non mi piace per niente. Il naso accenna già alla bocca: fragole e fragoline di bosco, piacevolmente speziato, geranio, violetta e vivace aromaticità del vitigno in ritorno. Acidità molto sostenuta controbilanciata dal tannino del dolcetto. Da bersi preferibilmente fresco; da bersi preferibilmente con degli antipasti del vecchio Piemonte o in una conturbante merenda sinoira. Da bersi.   

Il vino postumo

Allegoria dell’immortalità, dipinto di Giulio Romano, 1540 ca
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3659348

Il vino postumo mostra molte più variabili sensoriali di quando era in vita e affronta con inusitata spregiudicatezza i bevitori che non aveva mai osato avvicinare.

Anche nel corpo appare mutato. Se prima era calibrato tanto nelle componenti tanniche quanto negli zuccheri, così come nell’alcol e negli acidi, ora svela una impressionante avventatezza nell’esibizione della voltatile e una censurabile rassegna di residui secchi che mal si addicono ai lenti ritmi dell’aldilà.

Pare, dunque, che l’immortalità di un vino aggravi, secondo una particolare legge dell’involuzione perenne, quei lievi difetti mostrati un gioventù.

Il vino giovane si affaccia lieve, riservato e introverso al flebile palato dei suoi sciupati avventori; in piena maturità straborda arroganti piacevolezze; da morto non si trattiene più: scatena irriverenti memorie, fino a quando non compaiono appunti di assaggiatori previdenti che svelano le menzogne di una vita.

Pochi sono i vini che sanno invecchiare e ancora meno quelli che sanno essere morti.

Considerazioni approssimative sui rifermentati in bottiglia dopo aver assaggiato quelli di Cascina Melognis quando agosto travalica in settembre e si lascia alle spalle la luce estiva

Dalla mia tavola

Negli ultimi anni, trainati dal fenomeno (disambigua) prosecco, sono esplosi qua e là i rifermentati in bottiglia. Questioni di mercato, di appeal, di gusti, di marketing, di palati che si modificano nel tempo, di freschezze agognate, di birre acide, di traslazioni e apparentamenti e chi più ne ha più ne metta, poco importa. Quello che si nota è che in zone lontane da quelli che furono e che sono i territori di elezione, vocazione e storia, i rifermentati si producono un po’ dovunque. E un po’ dovunque con successo. Di sgabuzzino, di nicchia, di nicchiona, ma tant’è.

Cosa mi pare di aver capito da tutto ciò? Ben poco, se non questo: i rifermentati in bottiglia (metodo ancestrale alla Francese, Pét-Nat, ovvero Pétillant Naturel, metodo ancestrale all’Italiana) sono assai esigui rispetto ai volumi totali espressi dai rifermentati (tutti compresi) realizzati nei territori in cui hanno avuto origine e sviluppo. Sono tornati in auge o perché qualche piccolo produttore ha voluto dare nuovamente lustro ad un’antica tradizione, o perché non si è mai smesso di produrli in quel modo o come pura e semplice testimonianza di un passato che amplia la gamma dell’offerta presente che va in tutt’altra direzione (grandi aziende e corposi consorzi).

Di fronte a tutto questo, visto il richiamo della foresta dei gusti che in questo momento ulula alla volta dei rifermentati a bassa gradazione, freschi e accattivanti, anche altri piccoli viticoltori sparsi qua e là nella penisola italica si son prodigati nella produzione di rifermentati in bottiglia. E con successo. E questo successo, fatto di apertura e disponibilità della clientela, a mio parere, premia solo parzialmente i vitigni e il terroir di provenienza, ma, e soprattutto, il metodo di produzione. In traduzione libera: non mi importa dove lo fai e con quale uve, mi interessa che il processo produttivo porti al risultato finale desiderato. Voi mi direte che fare un rifermentato con la glera, il cortese o la malvasia moscata cambia. Che farlo in un determinato territorio cambia e che fatto da certe o talaltre mani cambia ancora. E vi do ragione. Come se non vi do ragione! A palate! Ma rimango convinto della mia: vini leggeri di grado, giocosi al palato e quasi incomprensibili alla vista si gingillano spensierati con gusti dei più noncuranti del dove e del perché. Ma non del come e solo dopo, magari, del dove e del perché. Da tutto questo la possibilità di successo di un vino prodotto a mille miglia fisiche e mentali dai territori a vocazione storica. Per altre tipologie di vino sarebbe assai più complicato. E non ditemi di no. Parrebbe che la disponibilità all’apprezzamento di tali vini superi la loro collocazione geo-politica. Sì tratterebbe, dunque, di una disponibilità a prescindere e a discendere.

Chiacchierando, infine, con Michele Fino, mi accennava che i suoi rifermentati vanno alla grande e, in Piemonte, soprattutto il rosato.

Anche questa volta ho elucubrato su quanto riferitomi. Ho assaggiato (diciamo bevuto) entrambi i vini di Michele. Si tratta di produzioni old style: niente pied de cuve, niente saccarosio e lieviti.

La base del rosso tenue è fatta dal vino rosato Sinespina: neretta cuneese, barbera, freisa, chatus, pelaverga.

Il bianco con la malvasia moscata

Il bianco Ca’ Melò è più complicato, favorevolmente più complicato: acidità, agrumi, torbide nuance di giovialità aromatica sono spinte verso il ciglio del lardo d’Muncalè (a mangiarlo ovviamente). E non mi stupisce affatto che possa piacere maggiormente a coloro che bazzicano da un po’ di tempo i terreni ispidi e pungenti dei rifermentati in bianco.

Così come non mi sbalordisce, in egual modo, che il rosato (rosso tenue? Chissà!) abbia maggiore successo commerciale: profumi, limpidezza post deposito, effervescenza croccante, un colore meravigliosamente festoso, recupera al palato fragole di bosco e ciliege color rosso tenue. Quale miglior alibi per copiosi antipasti, subito prima di gettarsi su di un barbera intorno ai 14,5°?

I vini bianchi? Meglio in bottiglie di vetro scuro

Olive-coloured wine bottle from about 1740s Di Frank Papenbroock Trasferito da de.wikipedia su Commons.(Testo originale: eigenes Bild ), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2044738

Il 16 maggio del corrente anno è stato validato e pubblicato uno studio1 di ampia rilevanza scientifica il cui intento era quello di indagare, utilizzando 1.052 bottiglie di 24 vini bianchi, le variazioni del volatiloma del vino bianco in condizioni di conservazione tipiche dei supermercati.

Il testo è interamente reperibile qui: https://openpub.fmach.it/retrieve/07273b2d-5aac-482c-a596-fb358114db00/2022%20PNAS%20Mattivi.pdf

Lo scopo del lavoro è stato quello di studiare l’influenza dell’esposizione alla luce sulla volatilità del vino bianco nelle tipiche condizioni di stoccaggio supermercato e di monitorare i composti. Per ottenere risultati importanti e capienti, lo studio sperimentale si è strtturato sulla rirpoduzione di una stanza che imita le condizioni tipiche di un supermercato: temperatura controllata, luci artificiali accese 12 ore al giorno e una piccola quantità di luce naturale che entrava attraverso le tende; l’utilizzo di un gran numero di bottiglie di vini diversi, in modo da fornire un’elevata diversità biologica, e un metodo di metodo di fingerprinting in grado di massimizzare il numero di volatili rilevate attraverso una gascromatografia completa, sono stati considerati essenziali ai fini dei risultati ottenuti.

Dopo soli 7 giorni di conservazione in bottiglie di vetro flint2, è stata registrata una drastica perdita di terpeni (dal 10 al 30%) e di norisoprenoidi3 (dal 30 al 70%), mentre le bottiglie di vetro colorato non hanno evidenziato un simile comportamento nemmeno dopo 50 giorni e l’oscurità ha preservato l’integrità aromatico fruttato e floreale del vino.

Già Dozon e Noble4 avevano descritto i cambiamenti sensoriali causati dall’irraggiamento luminoso nei vini bianchi fermi e spumanti, menzionando la perdita dell’aroma di agrumi e un aumento del difetto di luce già dopo poche ore. Mattivi et al. avevano ottenuto risultati simili nel loro studio basato su 85 vini bianchi (ad esempio, Chardonnay, Pinot grigio), che avevano dimostrato il ruolo importante della riboflavina: “Il Gusto di Luce (Goût de Lumière) è una alterazione aromatica che si evidenzia in alcuni vini bianchi e rosati a seguito della non correttaa conservazione delle bo glie di vino, esposte a sorgenti luminose. E’ stato descritto per la prima volta nel 1981 da Emmanuelle Charpentier e Alain Maujean dell’Università di Reims, che avevano che avevano riscontrato deviazioni aromatiche in vini Champagne. Il difettoo appare soparttuttoin vini imbottigliati in vetro chiaro e si manifesta con una variazione del colore e con un’alterazione aromatica più o meno marcata. Il vino inizialmente risulta fortemente impoverito delle note fruttate e floreali e, successivamente, si arriva alla comparsa di odori sgradevoli di gomma, cipolla, aglio, cavolo cotto e uovo fradicio5”.

In conclusione, una diminuzione così sostanziale di terpeni e di norisoprenoidi ha enormi conseguenze per la qualità, la tipicità e l’identità dei vini bianchi neutri o poco aromatici in un periodo estremamente breve. La diminuzione, in primo luogo, dà origine a un prodotto meno aromatico e, in secondo luogo, lascia il vino spoglio di metaboliti. Pertanto, le bottiglie di vetro flint danneggiano la qualità del vino in due modi: direttamente, diminuendo le caratteristiche organolettiche positive e, indirettamente, esaltando quelle negative.

1 Silvia Carlina, Fulvio Mattivia, Victoria Durantinia , Stefano Dalledonnea, and Panagiotis Arapitsasa, Department of Food Quality and Nutrition, Research and Innovation Centre, Fondazione Edmund Mach, 38098 San Michele all’Adige (TN), Italy; Department of Cellular, Computational and Integrative Biology, University of Trento, 38123 Povo Trento (TN), Italy; and Department of Wine, Vine and Beverage Sciences, School of Food Science, University of West Attica, Egaleo, 12243 Athens, GreeceL

2 Flint glass, also called Crystal, or Lead Crystal, heavy and durable glass characterized by its brilliance, clarity, and highly refractive quality. Cfr. https://www.britannica.com/technology/flint-glass

3 I Norisoprenoidi scaturiscono dall’azione della luce e degli enzimi ossidasici (polifenolassidasi e lipossigenasi) sui carotenoidi (molecole di pigmenti organici a 35/40 atomi di carbonio), contenuti nella buccia dell’uva, trasformando questi ultimi in frammenti molecolari più piccoli, quindi maggiormente solubili, volatili, e soprattutto odorosi. Si ha formazione di composti ossigenati (chetoni) in posizione 7, dando origine al gruppo del damascone (aromi floreali, frutta tropicale, mela cotta), in posizione 9 dando origine al gruppo dello ionone (aroma di violettaPer ottenere risultati robusti e ampi, lo studio sperimentale è stato basato sull’uso di una stanza che imita le condizioni tipiche di un condizioni tipiche di un supermercato; l’utilizzo di un gran numero di bottiglie di di vini diversi, in modo da fornire un’elevata diversità biologica, e un metodo di metodo di fingerprinting in grado di massimizzare il numero di volatili rilevate, attraverso una gascromatografia completa, è stato ritenuto essenziale.). Frammenti a Per ottenere risultati robusti e ampi, lo studio sperimentale è stato basato sull’uso di una stanza che imita le condizioni tipiche di un condizioni tipiche di un supermercato; l’utilizzo di un gran numero di bottiglie di di vini diversi, in modo da fornire un’elevata diversità biologica, e un metodo di metodo di fingerprinting in grado di massimizzare il numero di volatili rilevate, attraverso una gascromatografia completa, è stato ritenuto essenziale.13 atomi di carbonio ossigenati in posizioni diverse danno al vino note di thè o tabacco. La trasformazione di questi ultimi in ambiente ridotto porta alla formazione di 1,1,6-trimetil-1,2-diidro naftalene(abbreviato TDN), spesso non ricercato per il suo odore di kerosene, ma che tuttavia, risulta Per ottenere risultati robusti e ampi, lo studio sperimentale è stato basato sull’uso di una stanza che imita le condizioni tipiche di un condizioni tipiche di un supermercato; l’utilizzo di un gran numero di bottiglie di di vini diversi, in modo da fornire un’elevata diversità biologica, e un metodo di metodo di fingerprinting in grado di massimizzare il numero di volatili rilevate, attraverso una gascromatografia completa, è stato ritenuto essenziale.essere importantissimo fattore nello sviluppo dell’aroma terziario del Riesling Renano, al quale conferisce la caratteristica e distintiva nota di petrolio bianco. https://ilnasodelvino.com/?cultura=le-sostanze-odorose-dei-vini

4 Cfr. N. M. Dozon, A. C. Noble, Sensory study of the effect of fluorescent light on a sparkling wine and its base wine. Am. J. Enol. Vitic. 40, 265–271 (1989)

5 https://laffort.com/wp-content/uploads/Laffort-Info/Laffort_info_123_Gusto_Luce-1.pdf

Aforismario vinoso in una tranquilla giornata di caldo

Di Damiano Luchetti – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1151049

Nessun vignaiolo è completamente infelice del fallimento del vino del suo miglior amico (vignaiolo) (quasi cit.)

La chiave del successo di un vino naturale è quella di avere una acidità volatile così al limite da consentire una bocciatura dignitosa da parte della commissione d.o.c o d.o.c.g. Del tipo: “è bravo, ma non si impegna”; oppure: “è bravo, ma il classico non fa per lui. Valuterei eventualmente un tecnico”.

La chiave del successo di un vino bio è che nessuno se ne accorga.

Un vino da tavola, in Italia, può essere un vino da tavolata o un vino da banchetto regale, ma anche un vino mediocre o solo discreto, oppure abbastanza buono.

Un vino d.o.c., in Italia, può essere un vino da tavolata o un vino da banchetto regale, ma anche un vino mediocre o solo discreto, oppure abbastanza buono.

Un vino d.o.c.g., in Italia, può essere un vino da tavolata o un vino da banchetto regale, ma anche un vino mediocre o solo discreto, oppure abbastanza buono.

In tutte le situazioni sopradescritte il prezzo è a prescindere.

Il rapporto qualità / prezzo di un vino è inversamente proporzionale al rapporto prezzo / qualità

Se il prezzo di un vino sta alla sua qualità così come la sua qualità sta al suo prezzo, ne consegue che fa sempre 1 e questo non è bello

Allo stesso modo, il prezzo del vino / 0 di qualità non è possibile così come la qualità / 0 di prezzo di un vino non è possibile. Ne consegue che un vino di solo prezzo annichilisce la sua qualità, ma anche che un vino di qualità senza prezzo potrebbe non essere percepito come tale (ad eccezione della Liguria e della Scozia)

Gian Luca Colombo alle prese con una rovente milonga

Gian Luca, oltre a produrre vino https://www.segnidilanga.it/ (e piuttosto bene), ogni tanto interviene nei pubblici dibattiti (prendendosi ortaggi figurati). Poco tempo fa si era espresso sul clima, sulla vitivinicoltura, sulle sfide che aspettano i viticoltori e così via. Ci sono tornato su con una bella intervista.

Vigna di Roddi dove Gian Luca produce Nebbiolo e Pelaverga
  • Buongiorno Gian Luca, partiamo subito dalla domanda che è all’origine di questa intervista: in un tuo intervento in rete sul cambiamento climatico e il surriscaldamento del pianeta alcuni utenti ti hanno attaccato dicendo che la viticoltura è finita, che dovresti cambiare colture e via dicendo.
  • Buongiorno a te. Sul fatto che il riscaldamento globale ci sia e sia pienamente individuabile non vi è alcun dubbio.  Collaboro con i ragazzi di “Dati Meteo Asti” https://datimeteoasti.it/, Luca Leucci e Paolo Matteo Faggella che, pro bono, stanno facendo analisi metereologiche continue e coi quali abbiamo installato stazioni di monitoraggio nelle mie vigne per valutare le condizioni atmosferiche e poter prendere decisioni corrette in campagna: “Sulle Langhe l’inverno 2021-22 è stato quasi ovunque il 2° più mite mai registrato, dietro solo al recente 2019-20. Prendendo come riferimento la località di Somano (CN, 626 m), la stagione ha fatto registrare un’anomalia di +3,0°C sulla media 1991-2020: la temperatura media di 5,9°C è stata inferiore di appena 0,3°C rispetto al record del 2019-20 (6,2°C). Sulle Langhe febbraio è stato caratterizzato da una temperatura media di oltre 7°C, valore quasi 4°C oltre la media 1991-2020 e tipico del mese di marzo, tanto che sulle Langhe la primavera è arrivata con un mese di anticipo e non si sono fatte attendere le prime fioriture precoci, specie di mandorli ed albicocchi” (dal sito datimeteoasti). Le piante, soprattutto quelle nuove, fanno fatica a crescere nell’apparato radicale. Questo significa lavorare su portinnesti che vadano in profondità o che siano poco esigenti in acqua. Pensa che quest’anno, da gennaio, abbiamo avuto una media di piovosità di 130 mm di acqua a fronte di 800 mm che è la media storica. Per tornare alla tua domanda iniziale: il cambiamento climatico è evidente e radicale, ma di qui a dire che non abbiamo strumenti o che dobbiamo piantare banane in Langa ce ne passa e di molto! Mi sembrano posizioni puerili e populistiche!
Gian Luca Colombo
Azienda Agricola Segni di Langa
Località Ravinali 25
12060 Roddi (Cn)
tel. +393803945151
http://www.segnidilanga.it
  • Ho notato che le anomalie climatiche riguardano anche altri fenomeni, come le gelate primaverili che giungono improvvise dopo la germogliatura.
  • E’ così: a marzo 2022 abbassamenti termici importanti. Le viti hanno germogliato ma non si sono sviluppate e per ben due settimane le noctue[1] hanno mangiato che era un gran piacere. Il 6,7 aprile nuova gelata sui germogli lunghi (- 7 sottozero). Alle cinque di mattino sono andato a dare la valeriana che però permette un rialzo di soli tre gradi. Quello che dico è che tutto questo deve essere gestito: in questo momento è essenziale innanzitutto ripensare la gestione dei vigneti, adattandosi alle condizioni climatiche del momento e gestendo di conseguenza le lavorazioni. Ad esempio: sfemminellatura sì o no, e se sì come farla. Cimatura sì o no e se sì come e quanto. Potatura invernale (rischio gelate in molte zone) sì o no e quando. E così via
  •  Questo cambia in maniera significativa anche il concetto di cru
  • Anche questo sta diventando evidente: i sud pieni o sud-ovest magari non rispondono più ai criteri di qualità che potevano avere un tempo, mentre, ad esempio, un est pieno a 380 metri sì. Anche su questo bisognerebbe avere un approccio più laico e sperimentale.
Sostanza organica e biodiversità colturale
  • Che tipo di lavorazioni esegui sul terreno?
  • Sostanzialmente lavorazioni del terreno per limitare la risalita capillare dell’acqua e per far entrare in profondità quella piovana (infatti gli eventi piovosi sono sempre più rari e violenti, grandine compresa). Quest’ anno, ad esempio, ho lavorato i terreni in uno stile che potremmo chiamare “isolano” (Sicilia e Sardegna), al fine di non perdere troppa acqua dal terreno. Ad esempio non ho usato l’inerbimento intra filare che va in competizione con le viti. E mi sono pentito di non aver fatto i nuovi impianti adottando l’alberello. La difesa del vigneto, anche in biologico, consente l’utilizzo di elementi come le alghe che limitano l’evapotraspirazione delle piante riducendo lo stress, etc.etc. Per dirla tutta, gli agronomi bravi servono e fanno la differenza (io lavoro con Roberto Abate, poi c’è Maurizio Gily etc. etc.) e forse sono ancora più importanti degli enologi (poi non sono mica tuttologo – e ride)
  • Quindi ritieni che l’approccio aziendale debba essere in qualche modo funzionale al recupero di un rapporto di interscambio con la natura circostante?
  • Un’azienda vitivinicola non ha nulla della circolarità essenziale per ridurre inquinamenti e sprechi, non aiuta la riduzione di CO2. Prende molto e poco dà alla natura. Ed è per questo che ritengo che noi tutti viticoltori dovremmo rivedere il concetto aziendale, non dico che sia essenziale il passaggio in biodinamica, credo però che la biodinamica dia una montagna di indicazioni per migliorare tutti gli aspetti dell’azienda agricola.
  • Come sei arrivato alla biodinamica?
  • Inizialmente non la consideravo proprio, anzi la disprezzavo quasi. Non capivo tutta la parte che si riferiva agli elementi spirituali. Poi ho fatto degli assaggi: i migliori e i peggiori vini che io abbia mai assaggiato sono fatti in biodinamica e ho pensato che se si poteva arrivare a certi risultati di grandezza ci doveva essere qualcosa di buono, di molto buono. Il lavoro essenziale è basato sull’incremento della sostanza organica nel terreno che svolge il ruolo di spugna nei confronti dell’acqua, ne fa assorbire molta di più al terreno, la rende più disponibile alle piante e per più tempo, limita le erosioni e i ruscellamenti che generano frane. Il terreno, come dice il mio agronomo, costituisce le fondamenta della casa viticola: se non funziona quello crolla l’intero edificio. Importante sarebbe anche il reinserimento degli animali, per le ragioni di cui sopra ma anche per il ritorno al movimento in azienda, che manca se lavori solo con le piante (i loro prodotti di scarto sono oro per l’azienda). E poi l’introduzione di boschi (in Langa non esistono quasi più): nei boschi molte specie utili trovano il loro habitat e ci aiutano a limitare le infestazioni di insetti; i boschi mitigano le temperature nelle vallate dove sono presenti. Lavorano sul microclima, assorbono tonnellate di CO2 etc. E ancora inserire alberi da frutto (storicamente erano presenti in tutti i vigneti), piante officinali etc. Per aumentare la presenza dei pronubi, insetti, uccelli etc. Per ricreare la complessità che è presente in natura e che noi abbiamo semplificato, con le conseguenze che vediamo.
  • Un’ultima domanda prima di salutarci. Credi che ci sia interesse per la biodinamica e per una gestione diversa del vigneto e della vitivinicoltura?
  • Guarda, la biodinamica dà risposte, non tutte naturalmente, molto razionali. Nelle nuove generazioni c’è sicuramente moto interesse (abbiamo tenuto un corso a Barolo dove c’è stato un overbooking e la stragrande maggioranza dei partecipanti erano viticoltori). Poi tornano a casa e i vecchi gli chiedono se sono diventati matti (e ride). Credo che al momento siamo solo in cinque, a Barolo, a condurre la vigna e la cantina con metodo biodinamico. In futuro si vedrà.

[1] Nottua della Vite (Noctua fimbriata) è diffusa in tutta Europa e in Nord Africa e attacca numerose piante: erbacee, da foglia e vite. In primavera le noctue riprendono l’attività alimentare a spese della vegetazione e delle gemme della vite.

Le foto sono di Gian Luca Colombo

Quando la Luna governava indisturbata i lavori agricoli


Schizzi di Galileo sull’aspetto della Luna dall’opera Sidereus Nuncius (1610) Di Galileo – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3261772

Prima che i fisici scoprissero nel Sole il nuovo ordinatore dei principi naturali, il sistema delle lunazioni costituiva il fondamento e il metodo indiscusso e severo a governo dei lavori agricoli. Con il suo sguardo freddo e ferrigno la Luna imponeva di «non stercorare se non con l’estremo… Se spargi il seme fuori stagione, non lo semini ma lo getti via. Seminerai che la luna ti vegga. Altri dicono che ‘l seme seminato sotto la luna intermestrua (tempo tra la luna vecchia e la luna nuova) non produce vermi…Dicono l’uva colta in interludio dura non morsa da e’ minuti animali. Calca co’ piedi sotto a te la luna e insieme il mosto. Ventila e riponi il grano sotto la luna estrema». (Leon Battista Alberti, Villa, 1438)

Padrona indiscussa della generazione, dell’accrescimento e del diminuimento la Luna fu il ricetto di tutte le influenze celesti e perfino di quelle virtù solari che, mediante la congiunzione con i suoi raggi, le sono comunicate. Ed essa, una volta apprese, le confida alla Terra «disponendo queste nostre cose inferiori più d’ogni altro pianeta. A questa sono sottoposti tutti gli elementi, per lo costei aspetto germinano le piante e semi, e questi e quelli con maraviglia crescono. Perciocché ella è prima madre e primo principio di quelle cose che qua giù nascono e a quelle dà nodrimento. Ha ella fecondità in sé e forza di generare, di crescere e di diminuire… Tiene questo pianeta la signoria sopra la terra, è padrone di tutte le acque marittime e fluviali. È signore di tutti gli umori de gli arbori e d’ogni altra cosa…» (Africo Clemente Padovano, Trattato dell’agricoltura. Nel quale si contiene il vero e utilissimo modo di coltivare le cose di villa, 1572)

La Luna congiungeva inesorabilmente la vite, la vendemmia e il vino, tanto che sbagliare il computo dei tempi significava pregiudicare la sostanza dello stesso vino, come rammentava Bernardo Davanzati nella sua “Toscana coltivazione delle viti e degli arbori” (1579): «Vendemmia senz’acqua addosso subito che è venuta la luna nuova, volendo grande vino e polputo; e volendolo piccolo, a luna scema e logora: ché quanto minor luna avrai, tanto minore il vino e più scolorito sarà; sì che nel fondo d’essa, parrà annacquato. Non vendemmiar tra le due lune, cioè né in sul fare, né sul voltare, ché simil giuoco ti farà il vino… In quei dua termini del fare e del voltare della luna, guardati di non imbottare né tramutare mai vino».

Poi, lentamente, la luce del Sole soppiantò quella lunare. Forse sarebbe meglio dire che a morire fu la ‘quintessenza di sillogismi sottilissimamente distillati’, ovvero il venerabile maestro di Stagira, Aristotele. «‘Curioso’ della natura, distogliendo gli occhi dalle meraviglie dei cieli, Galileo avrà pensato ai congegni idraulici delle radici, alla meccanica dei fluidi vegetali, al metabolismo delle linfe, alla potenza dei piccoli semi e all’inesausto vigore dei bulbi dalla cui umbratile vita sotterranea nasceva affamato di sole e innamorato della luce, il fiore; alla foglia della vite la cui superficie esterna è un sensibile ricettacolo abilissimo nel captare la luce solare; al tralcio o all’arbusto che, ben diversamente dalla madre paurosa dell’aria, del vento e della luce e fedele amica dell’umore nascosto, trovano proprio nella luce e nel sole l’alimento primario e l’energia cosmica per puntare allo zenit, verso il ‘punto verticale della nostra sfera, non mai ‘perpendicolari al piano della campagna’, ma sempre verso le ‘parti calorifiche del mezzogiorno’, anche se da esso ‘ricevon forse minore influenza di consolazione, che da qualunque punto della zona infiammata». Evangelista Torricelli, Lezioni accademiche, 1715)

Il corpo solare e lo spirito fecondante della sua luce diffusa e penetrante estinse la Luna-Madre, relegandola, ma solo temporaneamente, nei meandri dei primordiali mondi agrari.

I vini liguri a Ponente: il Rossese tra Medioevo e Modernità

Di A. Marcenaro – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117801490
riproduzione di una stampa avente per oggetto Dolceacqua (Liguria) nel secolo XVII

Nell’Archivio di stato di Genova si conservano due cartolari notarili che contengono quasi un migliaio di atti per la massima parte rogati a Ventimiglia dal notaio Giovanni di Amandolesio (1) fra il 1256 e il 1264. Notevole è sin da quell’epoca la produzione di vino attestata anche se, al contrario di quanto si verifica nella documentazione più tarda, soprattutto a partire dal secolo XV, di questi vini non si dà mai non soltanto la specificazione tipologica particolare, ma neppure quella generica: bianco, rosso, rosato. Al massimo si indica, anche se di rado, l’area vinicola di provenienza: «I vigneti si estendevano nella valle Roia, in Vallecrosia, nella valle Nervia, spingendosi da un lato fino a Mentone, dall’altro verso Taggia e l’odierna Imperia. Alla metà del Duecento si è in pieno fervore di espansione delle colture, soprattutto di quella viticola, attraverso il disboscamento ed il sistema di concessione delle terre ad plantandum e ad medium plantum. Normalmente la coltivazione della vite era associata a quella del fico ed anche di altri alberi da frutta. Il vino a Ventimiglia era tenuto in particolare considerazione, tanto da assumere, talvolta, la funzione sostitutiva della moneta. Botti di diverse dimensioni e diverso valore venale facevano parte della normale suppellettile delle case di Ventimiglia e del suo territorio, se appena le persone erano di condizione non infima. Erano botti di doghe di legno (castagno o rovere), ad indicare le quali si trova negli atti ora la voce veges ora la voce hatis, che talora appaiono ben distinte nel significato e talora sono invece usate come sinonimi».

L’unico riferimento al vino ventimigliese non rivela le uve di cui è composto, ma soltanto la terra che le dimora, detta Mototium, gestita da Dionigi Fiore, “pro metretis (38,84 litri) quatuordicim vini et una moscatelli”. Ventimiglia è l’epicentro della contrattazione per la compravendita del vino nuovo, che solitamente avviene nei mesi di settembre e di ottobre, destinato sia al consumo locale che all’esportazione via mare nella direzione di Savona, di Arenzano, di Voltri, di Genova, di Sestri Levante e di Chiavari: «Il traffico del vino costituiva comunque uno dei principali commerci di esportazione, se non addirittura il principale. Era un traffico che si effettuava quasi esclusivamente via mare, su imbarcazioni appositamente attrezzate e che in molti documenti genovesi del secolo XIII erano specificamente definite come “barche da vino”. Il commercio più intenso si svolgeva in direzione di Genova: il 14 settembre 1259, ad esempio, Fulcone Ganzerra, Nicola di Taggia e Jacopo Saonese presero a nolo un legno per il trasporto di 100 mezzarole di vino (circa 9.000 litri) da Ventimiglia a Genova in un unico viaggio, con l’impegno da parte dei proprietari dell’imbarcazione di fornirei contenitori. Non manca qualche caso di acquisto di vino ventimigliese da parte di uomini della Rivera di Levante —ad esempio Sestri — per probabile esportazione in quel territorio: il che appare abbastanza singolare, dal momento che una ricca produzione vinaria non difettava sia a Chiavari sia nelle Cinque Terre. Qui si può davvero pensare ad una ricerca qualitativa oppure anche ad annate difficili per il luogo d’importazione».

Sui vini del Ponente, se non per ragioni commerciali sopracitate, non si hanno riferimenti storici precisi sino al non lusinghiero giudizio a proposito di un Rossese di località imprecisata, ma molto probabilmente dell’albenganese (Rossese di Campo Chiesa), servito dal vescovo di Savona ad ufficiale esattoriale genovese: «Andrea de Franchi Bulgaro, medico e umanista inviato nel 1425 dall’arcivescovo di Genova a riscuotere certe decime dal vescovo di Savona, fu blandito dall’inadempiente prelato con un ottimo pranzo e abbondanti libagioni. Quando Andrea ebbe portato a termine la missione ne diede relazione in versi genovesi all’arcivescovo, sottolineando la correttezza e la buona accoglienza del pastore rivierasco, ma anche la qualità non eccelsa di quanto gli era stato offerto delle sue cantine: “De’ ghe dea in firmamento / megio vin che no è roceise” (Dio gli offra in cielo un vino migliore del suo rossese)».

Un altro riferimento al consumo dei vini del Ponente ligure è la caratata (2) del 1531, in cui si rammenta che la podesteria di Triora produceva vini solo per uso interno (3). Occorrerà aspettare, alcuni secoli dopo, l’autorevole opinione di Gallesio che, tra il 1829 e il 1830, compie alcuni viaggi nella Liguria di Ponente diretti a visitare, partendo da Finale Ligure, tutta la costa occidentale fino a Nizza e oltre. Il 30 di agosto Gallesio, nel volgere verso la cittadina di Mentone, passa per la zona di Ventimiglia, annotando l’intero parco delle uve che annovera alcune varietà tuttora esistenti e altre di cui si è perduta traccia. Del Rossese così narra: «colore rosso-carico, primaticcio; grappoli mediocri, informi, con acini preferibilmente uniti e mediocri, produce vino rossiccio-carico, dolce o brusco secondo che si vuole e preferibilmente spiritoso (4)».

Infine, nel 1964, Dalmasso e Mariano, in uno studio commissionato dal Ministero dell’Agricoltura sui principali vitigni presenti in Italia, indicano la presenza di un diverso Rossese a frutto colorato (che però non descrivono) in provincia di Savona, che troverebbe conferma nella distinzione del Rossese di Ventimiglia da quello di Campochiesa congiuntamente coltivati negli anni ‘60 su circa il 20% della superficie vitata del versante tirrenico della provincia di Savona (5). Il Rossese viene descritto attraverso interessanti valutazioni di tipo qualitativo che distinguono le diverse varietà dei vitigni: «Il “Rossese” è uno dei vitigni che ha una sinonimia fra le più ingarbugliate, anche se non molto ricca di termini. È, del resto, il caso comune a molti vitigni che prendono il nome dal colore dell’uva. Come per le “Bianchette”, per le “Verdee” per le “Negrare” (con tutti i nomi affini di “Negretti, Negrettini, Neirani”, ecc.), così per i vitigni il cui nome allude al colore dell’uva più o meno rossastra, se ne potrebbero citare numerosi, che nulla han di comune fra loro. Nel prezioso Saggio del Di Rovasenda oltre tre colonne sono dedicate ad un elenco di tali vitigni: e non si può dire che esso sia completo. Ma nel caso del “Rossese” di cui qui soltanto ci occupiamo, v’è qualcosa di più singolare: e cioè che sotto questo nome, sia da parte di alcuni dei più accreditati autori di opere ampelografiche, come anche nell’uso comune dei tecnici viti-vinicoli del secolo scorso, il nome veniva generalmente adottato per un vitigno (o per vitigni) a frutto bianco! […] Ripetiamo che qui noi ci occuperemo solo del “Rossese nero”. Ma resta ancora da chiarire un punto. Di Rossese a frutto colorato debbono esisterne almeno due: quello che si potrebbe dire di Albenga (Savona) e quello di Dolceacqua o di Ventimiglia (Imperia). Quale dei due deve considerarsi il vero Rossese? Noi riteniamo il secondo. E ciò per un motivo importante. Il vino Rossese ha ormai una sua fama consolidata, anche se l’entità della sua produzione è per ora molto limitata. Quello però che è ricercato come vino d’indiscutibile pregio è quello di Dolceacqua: pittoresco paese nei pressi di Ventimiglia, già ben noto anche per le sue colture d’uva da tavola tardive e da serbo (“Servant”). Anche il vino del “Rossese di Albenga” (Campochiesa), prodotto tra Finale ed Alassio, ha i suoi amatori: è vino robusto, alcoolico, ma non ha la finezza di quello di Dolceacqua. Comunque, trattasi di un vitigno differente, sia nelle foglie che nei grappoli – i quali presentano colori molto variabili: da quasi neri, a rosso violacei a rossi, tipo Barbarossa, ma in terreni freschi essi rimangono quasi verdastri e solo con sfumature rosa (6)».

Necessita qui evidenziare almeno due punti: il primo riguarda la piena cognizione dell’eleganza del Rossese di Dolceaqua, da cui la meritata fama. E la seconda, in riferimento all’uso del nome Rosssese, a indicare vitigni, al plurale, a bacca rossa e bianca, che dimostrano il non risolto e complicato uso del sinonimo in relazione ad uve e vini differenti.

1. Atti rogati a Ventimiglia da Giovanni di Amandolesio – due volumi, a cura di Laura Balletto, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera 1985

2. A Genova erano così anticamente indicati sia la stima dei beni stabili ai fini fiscali sia il libro dove la si annotava sia l’imposta accertata

3. Cfr. Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989; Laura Balletto, Il vino a Ventimiglia alla metà del Duecento, in Studi in memoria di Federigo Melis, Giannini Editore, Napoli 1978; Laura Balletto, Quando Ventimiglia era nota soprattutto per il suo vino, in “Liguria”, Rivista mensile di attualità e cultura, Anno 62°, N. 9 -10 Settembre/Ottobre 1995

4. I vitigni liguri dall’inizio dell’800 a oggi, in http://sima.liguriainrete.it/LaRaf/docs/docAgriteka/5–629977253-19-set-2006-16.54.01.pdf

5. G. Dalmasso e M. Mariano, Rossese in Principali vitigni da vino coltivati in Italia, Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Longo & Zoppelli, Treviso 1964

6. G. Dalmasso e M. Mariano, Rossese in Principali vitigni da vino coltivati in Italia – Volume III, Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Longo & Zoppelli, Treviso 1964

Bibliografia necessaria

Alessandro Carassale, Il Rossese di Dolceacqua. Il vino, il territorio di produzione, la storia, Atene Edizioni, Taggia (Im) 2004;

Alessandro Carassale e Alessandro Giacobbe, Atlante di vitigni del Ponente Ligure. Provincia di Imperia e Valli Ingaune, Atene Edizioni, Taggia (Im) 2008.

A.A.V.V. In terra vineata, La vite e il vino in Liguria e nelle Alpi Marittime dal Medioevo ai nostri giorni. Studi in memoria di Giovanni Rebora, Philobiblon, Ventimiglia (IM) 2014

Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989;

Laura Balletto, Il vino a Ventimiglia alla metà del Duecento, in Studi in memoria di Federigo Melis, Giannini Editore, Napoli 1978;

Laura Balletto, Quando Ventimiglia era nota soprattutto per il suo vino, in “Liguria”, Rivista mensile di attualità e cultura, Anno 62°, N. 9 -10 Settembre/Ottobre 1995

I vini delle Cinque Terre tra Medioevo e Rinascimento

Le Cinque Terre in una mappa della seconda metà del XVIII secolo,
redatta dal cartografo Matteo Vinzoni Di Matteo Vinzoni – Scansione personale from National archives of Genoa, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=108193673

Emilio Marengo rammenta, nel suo Le Cinque Terre e la genesi di questo nome, che di quel nome, appunto, non vi è alcuna traccia negli antichi geografi e storici greci e romani. Soltanto Plinio, accennando ai vini d’Italia, fa notare che per il vino dell’Etruria teneva la palma Luni e le viti che si chiamavano apiane e che egli vorrebbe riconoscere nel così detto Amabile delle Cinque Terre, menzionato da Giuniore Filosofo tra i quattro vini più celebri d’Italia, col nome di vinus tuscus (Giovanni Sforza, Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, voi. LI, p. 16 e seguenti.): «E dopo Plinio, veggonsi pure menzionati, a distanza di molti secoli, i vini di quella regione dal poeta e notaio Ursone, che inneggiò a Vernazza ed ai suoi vini nel carme, col quale celebra la sconfitta, che inflissero i Genovesi all’armata di Federico il nel 1242 (3). Venendo più a noi, altri accenni se ne trovano in diversi scrittori e, oltre che nelle novelle del Boccaccio e del Sacchetti, anche nella Commedia di Dante, velle del Sercambi ed in altri scrittori più recenti, che parmi superfluo ricordare».

Le maggiori informazioni[1] sulle caratteristiche e sulle qualità del vigneto e del vino delle Cinque Terre sono le fonti letterarie. La più antica fra tutte è il carme «De Victoria quam Januenses habuerunt contra gentes ab Imperatore missas ut subderent sibi januam et loca ipsius» scritto nel 1242 da Ursone, notaio genovese. In esso viene descritta la spedizione che gli alleati dell’imperatore Federico II mossero contro Genova e la riviera di Levante e dalla quale Genova riuscì vincitrice.

Narrando di scontri armati nei pressi di Vernazza coglie l’occasione per mettere in evidenza la bontà dei suoi vini:

v. 490 Ille locus vernans sacri cultura Lyaei,

Sedes grata Deo Nisae, celeberrima rupes

Numine pampineis vestito colla recemis,

Hostibus ambitur. …

v. 502 Est moles praerupta, maris quam verberat unda,

Quamque procellarum concussio multa fatigat,

Ultima pars Celsi montis vergentis ad aequor.

v. 505 Hanc colit ambigeno plebs devotissima Baccho,

Prae cunctis populis genialis consitor uvae,

Vitibus exornans rupes, collesque supinos

Palmite pampineo. Juvat illum cura racemi;

Arboris insitio, vel cultus seminis illos

v. 510 Non citat; at magno colitur pro numine vitis .

G.B. GRAZIANI, Vittoria dei Genovesi sopra l’armata di Federico II. Carme di Ursone, notaio del secolo XIII, Genova, 1857. Il Graziani così traduce:

Ahi! la vernante piaggia, il bel paese

Sacro a Lieo, là dove il dio di Nisa

Volle porre sua stanza, e pampinoso

Si piace errar pei celebrati colli,

Ora si calca da nemiche schiere.

Colà dove inchinando il celso monte

Si volge all’austro, e con repente falda

Giù si tuffa nel mar che lo flagella,

Sopra l’alpestre lembo ha dolce nido

Una gente devota a Bacco, e sacra

Dell’uve alla coltura, onde le valli

E le belle colline intorno veste

Di tortuose viti e non v’accoglie

Diversa fronda, e non fa solchi ai semi.

La «Cronica» di frate Salimbene de Adam[2] (1221-1288) , scritta fra il 1285 e il 1288, è una ricca fonte di notizie sulla vita italiana del XIII secolo. In essa si parla dei vini di varie località italiane e francesi; in particolare si parla a varie riprese di «Vernatia», «vinum de Vernatia» e «vinum de Vernaca». Nella cronaca del 1285 scrive «De commendatone boni vini secundum quemdam trutannum; et quod bonum vinum nascitur in quandam contrata que Vernatia appellatur». In essa narra di un certo «domnus Arduinus de Clavara» e scrive che «ibi prope vinum de Vemacia  abundanter habetur; et vinum terre illius optimum est, usque adeo quod versus cuiusdam trutannipro vino ilio locum habere possunt; dixit enim: Vinum de vite det nobis gaudia vite. Si duo sunt vina, michi del meliori propina. Non prosunt vina, nisi fiat repetitio trina. Dum quarter poto, succedunt gaudia voto. Ad potum quintum mens vadit in laberintum. Sexta potatio me cogit abire suppinum».

I due autori più rilevanti che hanno scritto sui vini della Liguria di Levante sono Giacomo Bracelli, il primo a menzionare il nome delle Cinque Terre, cancelliere della Repubblica di Genova e suo storiografo, morto intorno al 1466, e Flavio Biondo da Fori, contemporaneo del Bracelli, con il quale egli è in corrispondenza. Nel 1418 il Bracelli accenna alle Cinque Terre nella sua prima descrizione della Liguria, chiarendo che ivi si producono i vina vernacia noncupata, rocesi et amabilia: «Riomazorium quidem post Portumveneris situm est iuxta mare, cingitur muro; solum adeo creatum quod vina, vernacia noncupata, rocesi et amabilia, gignit[3]».

Un secolo dopo, Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, pontefice romano (1534 – 1559), che ci ha lasciato gli appunti in cui descrive i 53 vini “giudicati da Papa Paolo III e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, tratteggia in maniera chiara ed inequivocabile il vino levantino delle Cinque Terre: «Vino Razzese: Viene dalla Riviera di Genova et il meglio è di una terra detta Monterosso, et è vino assai buono. Et è stimato assai in Roma fra li Genovesi, come fra li Venetiani la Malvagìa. Ne vengono in Roma piccioli caratelli. A volere conoscere la sua perfetta bontà, bisogna che sia fumoso e di grande odore, di colore dorato, amabile e non dolce. Tali vini non sono da bere a tutto pasto, perché sono troppo fumosi e sottili. Di tale vino S. S. (il cardinale Ascanio Sforza cui la lettera è dedicata) non bevevo, ma alcuna volta alle gran tramontane faceva la zuppa, ovvero alla stagione del fico buono, mangiatolo mondo et inzuccherato, gli bevevo sopra di tale vino, massime del dolce et amabile e diceva essere gran nodrimento alli vecchi. In questo luogo dove fa tale vino, usano farlo dolce sopra la vite, quando l’uva è matura, col pigiare il racemolo e poi lo lasciano attaccano alla vite per otto giorni, e còltolo fanno vino buono e perfetto».

Così pure Andrea Bacci, nominato nel 1587 archiatra (medico personale) di papa Sisto V, ricorda il vino ligure di Levante, le squisite vernacce e il razzese delle Cinque Terre, un bianco liquoroso che, sotto il calore del sole matura sin dai primi giorni di luglio. Allo stesso tempo e modo, il Bacci cerca di fornire un etimo al nome “Razzese” operando una conversione fonetica nascosta, da doppia “zz” a doppia “ss”, e lo associa al Monte Roseo da cui avrebbe tratto un colore “rosato” in tarda maturazione[4].

Un altro noto agronomo fiorentino del Cinquecento, Giovan Vittorio Soderini, nel suo “Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se ne può cavare”, racconta i metodi in uso al suo tempo per produrre l’amabile e il razzese: «Quegli, che nella riviera della Spezia fanno il razzese e l’amabile, fanno l’uno e l’altro vitigno medesimo, percioché, volendo fare l’amabile, quando l’uva è matura storcono il picciuolo là dove egli sta attaccato alle viti a tutti i grappoli, havendoli spampanati bene che il sole vi batta sopra, lasciandoli così per quindici giorni; dippoi li coggono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per fare il vin dolce, senz’altra manifattura».

In un testo di Giovanni Sforza, introduzione al volume Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria» del 1923, l’autore fa riferimento allo Statuto della Gabella di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si menzionano i preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano Vernaccie e altrimenti Rocesi. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di Massa appartiene al territorio di Lucca, si parla invece del “vini vernaccie” e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre nello stesso statuto, a margine e d’altra mano, viene scritto «excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso». Da ciò si può desumere che il vino razzese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi sia stata creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

Quella stessa vernaccia che spunta dalla penna del Boccaccio nella seconda novella della decima giornata del Decameron (1350-53), in cui Corniglia emerge come la migliore produttrice del famoso vino rispetto a zone contermini: «Allora in una tovagliola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Coniglia». Come il Boccaccio, anche Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle (1390), parla ancora della vernaccia di Coniglia. Tanto nota che Sacchetti fa addirittura riferimento all’importazione dei magliouli del prezioso vino in terra di Toscana: «Tanto è grande lo studio di vino che da un gran tempo in qua gran parte dell’Italiani hanno sì usato ogni odo d’avere perfettissimi vini che non si sono curati di mandare, non che per lo vino, ma per li magliuoli d’ogni parte; acciocché ognora se li abbino veduti e usufruttati nella loro possessione, e perché siano stati chierici, non hanno auto il becco torto. Fu, non è molti anni, un cavaliere ricco e savio nella città di Firenze, che ebbe nome messer Vieri de’ Bardi, il quale era vicino al piovano all’Antella, là dove un suo luogo dimorava spesso. E veggendosi in grande stato, per onore di sé e per vaghezza nel suo alcuno nobile vino straniero, pensò di trovare modo di far venire magliuoli da Portovene­re della vernaccia di Coniglia. Così finisce il Sacchetti: «”Questa novella mi fu narrata a Portovenere, là dove io scrittore nel 1383 arrivari, andando a Genova”».

Quella nobile vernaccia di cui narra, poco più in là, Giacomo Bracelli nella sua De bello hispaniensi orae ligusticae descripti (1442): «sul litorale (ci sono) cinque castelli quasi alla stessa distanza tra di loro: Monterosso, Vulnetia, che ora il volgo sul litorale chiama Vernazza; Corniglia; Manarola; Riomaggiore; non solamente in Italia, ma presso i Galli ed i Britannici celebri per la nobiltà del vino. Cosa degna a vedersi come spettacolo, i monti, non solamente in pendenza dolce, ma tanto ripidi che nel sorvolarli affaticano anche gli uccelli, sassosi, non trattengono l’acqua, cosparsi di vigna così scarna e gracile che sembra più simile all’edera che alla vite: da qui viene un vino per la tavola del re[5]».

Avevo pubblicato questo articolo su Intravino nell’agosto del 2017 con il titolo di “Levante, Ponente e area del Genovesato nella storia del vino ligure. Parte 1, a Levante“. L’ho ripreso, ho apportato alcune correzioni e, soprattutto, l’ho ampliato.


[1] GIAN PIETRO GASPARINI, Le Cinque Terre e la Vernaccia: un esempio di sviluppo agricolo medioevale, in https://rsa.storiaagricoltura.it/pdfsito/95_6.pdf

[2] Salimbene de Adam, Cronica, a cura di Giuseppe Scalia, Bari, Laterza, 1966

[3] G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, in «Atti della Società ligure di storia patria», LII, 1924, p. 245.

[4] Andrea Bacci, De naturali vinorum historia de vinis Italiae et de conuiuijs antiquorum libri septem, Niccolò Muzi, Roma 1596, pp. 308 – 310

[5] Giacomo Bracelli compone per Enrico de Merlo, ambasciatore di Carlo VII di Francia a Genova, una seconda descrizione della Liguria: «Inde in ora castella quinque paribus prope intervallis inter se distantia: Mons Ruber, Vulnetia, quam nunc Vernatiam vulgus nominat, Cornelia, Manarola, Rivus Maior, non in Italia tantum, sed apud Gallos Britannosque, ob vini nobilitatem celebria. Res spectaculo digna videre montes non declives modo, sed adeo praecipites, ut aves quoque transvolando fatigent: saxosos, nihil humoris retinentes, stratos palmite adeo ieiuno et gracili ut hederae quam viti similior videatur: hinc exprimi vindemiam qua mensas regias instruamus» in G. Andriani, Giacomo Bracelli nella storia della geografia, cit. pp.  237, 243