L’enofighetto

Rhinoceros_-_Aldrovandi
Illustrazione di un rinoceronte nel Quadrupedum omnium bisulcorum historia di Ulisse Aldrovandi. L’illustrazione è stata ispirata da una xilografia del Dürer.

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Terza Repubblica.

Solitamente l’enofighetto urla ai suoi pari di stargli il più possibile alla larga, perché di enofighetti il mondo ne è già pieno.

L’enofighetto interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di vivido spessore che richiamano l’attenzione dei commentatori più scaltri: “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!” 

La vera tragedia per un enofighetto è quella di essere compreso quando desidera, al contrario, soltanto essere amato.

La spiaggia e la prostituta

Au Salon de la rue des Moulins, dipinto di Henri de Toulouse-Lautrec che raffigura una nota casa chiusa parigina verso la fine del XIX secolo
Di Henri de Toulouse-Lautrec – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=159602

I fatti.

Il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:

1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1], secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.

2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.

Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”

Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo modo di pensare ai fatti, con conseguenze censorie e falsificazioni di ogni genere rovinose.

Fatti e oggettività.

Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce all’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere- avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.

La verità.

Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.

Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.

Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:

1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”

2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.

3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Censura ed auto-censura.

Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto.

A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere liberali non negano le libertà formali di parola, se non limitandole negli aspetti “offensivi”, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta: il gioco tra sanzione pecuniaria/penale e intimidazione di fatto, diretta e indiretta, sposta inevitabilmente la questione della libertà di parola alla possibilità della parola stessa. Soltanto chi, allora, sarà in grado di permettersi economicamente di affrontare cause legali ad alto tasso di impegno di denaro, avrà la piena facoltà del diritto di parola. E, in questo senso, di stabilire un’idea di verità, che diventerà la verità per tutti.

Gerarchia delle fonti e relazione con i fatti.

La ricostruzione di quanto è avvenuto o avviene, e questo vale in qualsiasi campo, necessita di costruire una stretta relazione tra fonti, che non sono tutte uguali, né per qualità, né per quantità, né per competenza e gli accadimenti. Questo vale anche per l’estensore e per il luogo in cui la narrazione trova asilo (rivista cartacea, sito internet, blog, radio, tv…). Ci sono momenti in cui questa relazione necessaria si interrompe drasticamente, o perché non esistono fonti sufficienti a ricostruire un evento (impossibilità di accesso alle fonti stesse per censura politica o altro; per mancanza di fonti perché precedentemente distrutte o non reperibili eccetera). L’intreccio in cui queste fonti trovano il loro accasamento è il discorso probatorio la cui forza è data sia dalle fonti stesse, la loro rilevanza implicita ed esplicita e il ricorso alla loro evidenza in cui il parlante (scrittore o altro) decide il piano gerarchico espositivo. E’ dunque chiaro, anche nelle migliori delle ipotesi, che la relazione tra il soggetto che ricrea l’avvenimento, il fatto, e il processo veritativo è moto complesso. Nella correlazione tra più fatti e la loro messa in atto, o raffigurazione degli stessi, si interpongono questioni che hanno a che fare oltre che con i necessari elementi di prova, con fattori che da essi esulano e che rimandano al potere politico ed economico, alle influenze morali, al sentire comune, allo scontro dei valori in campo e così via.

Questo, però, non significa in alcun modo, come ho già detto, che le fonti (e gli autori) siano di pari grado. Significa, in altro modo, scorgere nei meandri della narrazione quanto ciò che viene detto o scritto attenga alla plausibilità e quanto invece rimandi, per la gran parte, esclusiva ad imporlo come possibile, nuovamente ad avvalorare necessità politiche e, dunque, di potere. In ogni caso e comunque, questa nesso, tra poteri o micro-poteri e narrazione, deve essere comunque esplicitato e ricondotto alla sua più evidente natura: quello dello scontro politico. Se da una parte, per fare un esempio, si può convergere nella ricostruzione di un avvenimento, dall’altra se ne può divergere completamente nella modalità valutativa. Le parole, le loro connessioni e le diverse valenze interpretative e ambiguità rinviano a modelli euristici non lineari. La competenza è ragione fondamentale, ma non sufficiente a smontare e rimontare ogni discorso che, per sua natura, è sempre politico.

La possibilità che un discorso diventi prevalente accade, dunque, quando i fatti assumono una rilevanza sociale determinante: può essere che questi, i fatti appunto, ci fossero anche prima, ma può anche essere che non fosse il loro momento. E per loro momento non intendo soltanto una generica sensibilità sociale ad accoglierli e a farli propri, ma delle forze in grado di dare rilevanza politica, anche attraverso il discorso, ai fatti stessi. Ed è in questo modo che una verità, forte e valoriale, diviene prescrittiva. Le fonti, in questo caso, sostengono il processo veritativo, ne sono invariabilmente fondanti, ma non sempre necessariamente efficaci. Perché ciò diventi possibile necessita che il piano politico irrompa nella materialità e immaterialità degli eventi.

La vendita dell’indulgenza.

“Uno dei compiti principali che questo conflitto tra godimento e senso di colpa pone al tecnico pubblicitario, non è tanto di vendere il prodotto quanto di dare il permesso morale di goderne senza colpa”. Ernest Dichter, presidente dell’Institute of Motivational Research, Inc. citato in Vance Pckard, nel suo libro, best-seller, I persuasori occulti, scritto soltanto nel 1957. Il problema si pone in termini transitivi e riguarda sia il chi paga chi, sia il chi non paga chi sia, infine, il chi vorrebbe essere pagato. La questione diviene estremamente complessa quando l’argomento tocca il problema delle aspettative differite, quindi il condizionale “potrebbe”. Il denaro acquista soltanto una parte di tale meccanismo: il resto, che piaccia o meno, è relazione. Di potere. Talaltra di indulgenza, anche verso il proprio ego.

La spiaggia e la prostituta.

La spiaggia” di Alberto Lattuada (1953). Il film di Lattuada ha per protagonista una prostituta, Annamaria, che insieme alla figlioletta si reca a trascorrere due settimane di vacanza in una cittadina balneare, nominalmente inventata, della Riviera Ligure, Pontorno che appartiene quasi interamente al miliardario Chiastrino. Creduta una vedova perbene, è dapprima accettata dalla buona società, dagli altri clienti dell’Hotel Palace e dai frequentatori del relativo stabilimento balneare, ma quando si scopre il suo mestiere, le si fa il vuoto intorno. La notizia fa con rapidità il giro del paese e Annamaria, nonostante l’aiuto del sindaco e nonostante la sua intenzione di stabilirsi lì e di mantenersi con un lavoro ‘onesto’, sarebbe costretta ad andarsene se non intervenisse in suo favore il miliardario, il quale le offre il braccio durante la passeggiata serale ed in tal modo costringe tutti i villeggianti a salutarla rispettosamente.

Il miliardario Chiastrino prende il braccio ad Annamaria lungo la passeggiata:«Il mondo è fatto in una certa maniera, e non saremo noi a cambiarlo. Nessuno le rimprovera di essere quella che è, ma di non avere avuto successo». E, per finire: «Non creda che salutino noi. Non salutano né me, né lei… salutano il miliardo.…». Il saluto non esprime già l’atto, ma la potenza.

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[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15

Il vino cattivo, brutto e ingiusto

Ace High Wallach
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1128674

Il vino cattivo, brutto e ingiusto non è necessariamente un vino industriale e non è neppure, coerentemente, un vino difettato, convenzionale, bio o qualcosa d’altro.

Allora, chiederete voi, come si riconosce un vino cattivo, brutto e ingiusto? Vi dirò la mia, perché nel tempo mi sono fatto un’idea che è poco più di un’idea.

Bisogna stare attenti perché il vino cattivo, brutto e ingiusto è infido, assai infido. Prima di tutto lo si riconosce dal suo abito esteriore: dimora spesso in bottiglie di nessun pregio imbellettate da etichette che richiamano un passato gentilizio, di grado, la cui memoria ristagna in antiche battaglie mai combattute o perse a tavolino e commemorate da superbe ubriacature.

Uno stemma araldico, collazione di più scarabocchi su cui si erge un destriero, oppure uno scudo, oppure due o tre spade incrociate e un motto latino appena pescato in qualche orinatoio, strizzano l’occhio al bevitore distratto. Altre volte l’immagine ammicca alla modernità cubista e sbarazzina. Il tappo non potrebbe sapere di se stesso neppure lo volesse: nessun liquido lo tange o lo penetra, tanto meno quello che con così poca premura custodisce.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto è tremendamente monotono, piatto, insipido, fortemente concentrato ed estremamente diluito allo stesso tempo; in ogni forma in cui appare, esso inganna: se scuro, impenetrabile ed ermetico all’occhio, lascerà al naso un blocco unico di odori ammassati e incartapecoriti, variegati rimandi a frutti stramaturi che furono, a spezie già largamente tramontate sulla via del ritorno, a gambi stecchiti di fiori sui cigli di autostrade assolate. E l’alcol che viene copre, ricopre, trasborda, ammorbidisce, surriscalda, ingloba e confonde. Invade il cavo orale come un bullo di quartiere i cui muscoli sono pompati da ettogrammi di anabolizzanti: ma così come entra se ne va in brevissimo tempo. Crolla come un sacco floscio, lasciando qua e là eccedenze aromatiche della sua protervia. Se vivido e vivace lo è come la patina di una pellicola d’alluminio. Lancia fendenti di lamine appena insaporite da un qualsiasi frutto acerbo, pompato dall’azoto, che sia maturato in celle frigorifere.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto non ha difetti palesi, perché l’unico modo in cui si palesa è nel pregio della nullità. Non restituisce un territorio, un vitigno, una fatica, né da essi è invitato ad esprimere alcunché: è indistinto tanto nella forma quanto nei richiami; contiene tutto, il contrario di tutto e mischia al ribasso: fatiche, prezzo, vini altrui.

La vigna erotica nelle commedie di Aristofane (V – IV a.C)


Rappresentazione (circa 470–450 a.C.) di Eros Di Painter of London D 12 – User:Jastrow, own work, 2008-03-15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=504398

Prologo

Della vita di Aristofane (circa 445 a.C. – circa 386 a.C.), il più importante esponente della Commedia Antica (Archaia), non si sa pressoché nulla ed io, al tempo del liceo, ne avrei voluto sapere ancora di meno dal momento che, á cada dos por tres, ce lo appioppavano in qualche compito in classe. Ora sono talmente assennato che guardo indietro, con molta tenerezza, a quel ragazzo che tentava inutilmente di districarsi nelle forme verbali difficili o irregolari della lingua greca utilizzando il meraviglioso e complicatissimo dizionario “Pechenino”, il quale dava per scontato che almeno un po’ se ne sapesse.

Una cosa certa, però, di quei tempi, come dei tempi precedenti e come quelli d’oggi e come quelli che seguiranno è che tutte le professoresse e gli sparuti professori occultavano sapientemente le parti piccanti, i doppi sensi e le allusioni erotiche dei testi tradotti. Non sto parlando dei brani dichiaratamente erotici o direttamente pornografici: su quelli la censura era pressoché totale. Mi riferisco, invece, a quei tratti controversi della letteratura in cui, a ben vedere, era il primo senso, quello intuitivo e convenzionale, ad essere quello meno utilizzato: e quel senso era, senza dubbio alcuno, proprio quello sessuale.

Così, girovagando impenitente e sfaccendato tra vecchie cianfrusaglie libresche, mi imbatto in alcune allusioni erotiche di Aristofane che utilizzano proprio ciò che a noi bevitori sta più a cuore: la vigna, la vite, il vino.

Acarnesi (425 a.C.)

Il contadino Diceopoli, snervato dalla guerra che Atene sta consumando nei confronti di Sparta, decide di proporre all’Assemblea ateniese di discutere una proposta di legge per la cessazione della guerra e la dichiarazione di una tregua. La sua richiesta viene tuttavia ignorata, per via degli interessi in gioco.

Diceopoli decide quindi di agire di persona e invia un messaggero a Sparta con il compito di stabilire una tregua ‘personale’. Gli Spartani accettano, concedendogli un armistizio di ben 30 anni, per mare e per terra.

Da questo momento la vita di Diceopoli cambia radicalmente, non più vita da soldato nelle trincee o sulle navi, ma da uomo libero. In virtù della tregua egli ha la facoltà di aprire un’attività commerciale con tutti i popoli confinanti e, così facendo, le ricchezze accumulate sono destinate a crescere. La prosperità derivante dalla pace alla fine piegherà anche i duri Acarnesi1, acerrimi nemici degli Spartani.


In un breve intermezzo dell’opera Diceopoli si rifiuta di fare affari con Lamaco2:

(Il Tebano con il suo servo si allontana; entra in scena un SERVO dalla casa di Lamaco.)

SERVO DI LAMACO Diceopoli!

DICEOPOLI Che c’è? perché mi chiami a forza di urla?

SERVO DI LAMACO Che c’è? Lamaco ti prega di dargli in cambio di questa dracma qualche tordo per la festa dei Boccali, e un’anguilla di Copaide per tre dracme.

DICEOPOLI E chi è questo Lamaco che mi chiede l’anguilla?

SERVO DI LAMACO Il terribile, l’impetuoso eroe che agita la Gogone scuotendo tre ombrosi cimieri.

DICEOPOLI No di certo, per Zeus, anche se volesse darmi il suo scudo. Agiti pure i cimieri sulla salamoia. E se fa troppo chiasso, chiamerò gli ispettori. Quanto a me, presa questa roba, me ne rientro in casa… sulle ali dei tordi e dei merli. (Rientra in casa; il servo esce.)

L’invettiva contro Lamaco serve per attaccare nuovamente Polemos che, come un simposiasta ubriaco, distrugge l’οἶκος/πόλις, provoca risse, versa vino nelle vigne e non vuol bere dalla coppa dell’amicizia. Non pago di ciò, Polemos appicca fuoco ai pali delle viti(τὰς χάρακας ἧπτε πολὺ μᾶλλον ἐν τῷ πυρί, / ἐξέχει θ᾽ ἡμῶν βίᾳ τὸν οἶνον ἐκ τῶν ἀμπέλων).

Nella seconda parte i vecchi Acarnesi immaginano di avere un rapporto sessuale con Διαλλαγή, personificazione della Tregua. L’amplesso è descritto con immagini legate all’agricoltura e alla lavorazione della terra: “piantare un lungo filare di viti (v. 995: ἀμπελίδος ὄρχον […] μακρόν), poi teneri germogli di fico (v. 996: νέα μοσχίδια συκίδων), infine un altro filare di vite (v. 997: ἡμερίδος ὄρχον) e ulivi che circondino il podere, cosicché i due ‘novelli sposi’ (il coro di Acarnesi e Tregua) si possano ungere dell’olio da loro stessi prodotto e, dopo il bagno rituale, durante il novilunio (v. 999: ὥστ᾽ ἀλείφεσθαί σ᾽ ἀπ᾽ αὐτῶν κἀμὲ ταῖς νουμηνίαις: vd. Olson 2002, p. 318 ad loc.), possano consumare l’amplesso. Qui il termine ὄρχος ha un evidente valore sessuale: ma più che ricordare i testicoli, cui pure è foneticamente simile (ὄρχεις: cfr. Henderson 1991, p. 125), qui ὄρχος rappresenta forse meglio il risultato della penetrazione, giacché il senso sessuale dell’azione agricola è nell’aprire la terra viene ‘penetrarla’ con una pianta (sul valore sessuale di termini come γεωργεῖν e ὀρύσσειν vd. già Taillardat 1962, pp. 100sg., §§ 172 e 175). Non si può escludere a priori che, nel perduto passo dei Γεωργοί, μετόρχιον potesse assumere un valore parimenti sessuale: ma si tratta, ovviamente, di una pura ipotesi3”.

CORO Città intera, hai visto quest’uomo intelligente è sapiente, quante merci può trafficare dopo aver concluso la tregua: alcune utili per la casa, altre buone da mangiare tiepide! Ogni bene giunge a costui, spontaneamente” Mai più accoglierò in casa Polemos, né accanto a me, sdraiato, canterà la canzone di Armo: dio.” Quello, ubriaco, facendo baldoria in mezzo a quanti avevano ogni bene, ha fatto ogni sorta di danno, ha sconvolto tutto, ha portato rovina e ha acceso battaglie; e pur molte volte invitato: «Bevi, mettiti a sedere, prendi questa coppa di amicizia», lui sempre di più ancora ad appiccare fuoco ai pali delle viti e a versare, con la forza, il vino delle nostre vigne. Ed egli ha preso il volo verso il banchetto, e si dà grandi arie. Sulla porta ha gettato queste piume come segno del suo tenore di vita. O Tregua, compagna della bella Cipride e delle dilette Cariti, quale bel volto ci hai tenuto nascosto! Potrà mai accadere che un Eros coronato di fiori, come quello dipinto; ci prenda e ci tenga uniti, te e me? O forse tu mi credi troppo vecchio? Ma se ti prendo, tre cose credo ancora di poter fare: per prima cosa, piantare un lungo filare di viti; poi, accanto, teneri germogli di fico; infine io, vecchio colpe sono, pianterei un tralcio di vite domestica, e degli ulivi, tutto intorno al podere, sicché possiamo ungerci da quelli, tu e io, alla nuova luna.

(Entra un ARALDO.)

ARALDO Ascoltate, gente: bevete per la festa dei Boccali, al suo-no delle trombe, secondo il costume dei padri. Colui che finirà per primo di tracannare, prenderà in premio l’otre di Ctesifonte. (Esce.)75

(Rientra DICEOPOL1, comparendo sulla porta di casa.)

DICEOPOLI Ragazzi; donne; non avete sentito? Che fate? Non prestate ascolto all’araldo? Lessate, arrostite, rivoltate, togliete immediatamente le lepri dal fuoco, intrecciate le corone. Date-mi gli spiedi, perché vi infili i tordi.

Le Nuvole vengono rappresentate, per la regia di Filonide, alle Dionisie del 423 a. C. in competizione con Cratino e con Amipsia, coetaneo di Aristofane. Perdono fragorosamente: la vittoria va Cratino, il secondo posto ad Amipsia.

Un povero contadino, Strepsiade, oberato dai debiti contratti dal figlio Fidippide, che vuol vivere da aristocratico al di sopra dei mezzi della famiglia, decide di mandarlo alla scuola di Socrate, ad apprendere argomenti capziosi per eludere i creditori. Fidippide impara così bene la lezione da picchiare il padre riuscendo a giustificarsi in maniera convincente. Strepsiade, resosi conto del suo errore, brucia Socrate e la sua casa, detta phrontisterion o pensatoio.

Nel prologo il vecchio contadino Strepsiade rimpiange la vita semplice e sana della campagna, che conduceva prima di sposare una raffinata donna di città: “Ahimè! Fosse capitato un incidente alla mezzana che mi spinse a sposare tua madre! Che bella vita conducevo in campagna! Me ne stavo in mezzo alla muffa, sporco, comodamente sdraiato: c’era abbondanza di api, di pecore, di sansa. Poi sposai la nipote di Megacle, il figlio di Megacle: io, un contadino, lei una cittadina, una donna di classe, abituata al lusso, una discendente di Cesira. Il giorno del matrimonio, quando andammo a letto, io davo di mosto, di fichi secchi, di lana, di abbondanza; lei invece era tutta profumi, zafferano, giochi di lingua, spese, ghiottoneria, Coliade e Genetillide4 Certo, non dirò che se ne stava in ozio, ma… faceva il filo; ed io, mostrandole questo mantello, coglievo il pretesto per dirle: ‘moglie, ti dai troppo.. da fare’”.

I riferimenti sessuali sono molto ben evidenti e il rimando finale al filare, ovvero ad usare il telaio, assume un significato ancora più esplicito. Così come il riferimento ai corpi, ai loro profumi ed ai loro odori, richiama prepotentemente due differenti modalità di approccio al sesso: uno contadino, fatto di abbondanza, esso dà di mosto, di fichi secchi, di lana; l’altro, cittadino è carico di profumi, di zafferano, di giochi di lingua, di spese e di ghiottoneria.

La Pace risale al 421 a. C. e viene presentata durante le Dionisie, organizzate dallo stato nei mesi di marzo-aprile: Aristofane ottiene il secondo premio dell’agone comico. Nella Pace di Aristofane, il protagonista è Trigeo, un anziano contadino ateniese che, stanco degli sfaceli generati della guerra, decide di recarsi personalmente da Zeus per supplicarlo di metter fine al flagello. Preso uno scarafaggio stercorario alato, Trigeo giunge, attraverso grandi peripezie5, all’Olimpo che però è vuoto, perché gli dei, disgustati dalla guerra, sono risaliti nelle sfere più alte del cielo, lasciando solo Ermes. A sorvegliare l’Olimpo ci pensa Pòlemos6, che aveva recluso la dea della Pace, Irene, in un caverna inaccessibile, il cui ingresso è ostruito da enormi macigni nelle profondità della Terra. Trigeo viene a sapere che Brasida (spartano) e Cleone (ateniese), i massimi sostenitori della guerra, i pestelli di Polemos, sono morti, e per questo chiama a raccolta i Greci, annunciando il momento favorevole per liberare la Pace. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di alcuni contadini, riesce a liberarla e con lei anche Opora (la stagione dei frutti). Alla fine, Ermes consegna Opora a Trigeo e svela il senso ‘agricolo’ della loro unione (vv. 706sgg.): ἴθι νυν ἐπὶ τούτοις τὴν Ὀπώραν λάμβανε / γυναῖκα σαυτῷ τήνδε· κᾆτ᾽ ἐν τοῖς ἀγροῖς /ταύτῃ ξυνοικῶν ἐκποιοῦ σαυτῷ βότρυς: “Ermete Va bene: se è così, sposati Opora. Eccola: vattene ad abitare in campagna con lei, ti ci spremi… l’uva”. Per questa Opora Trigeo è il marito perfetto, dato che trygáō non significa solo ‘vendemmiare’, ma genericamente ‘raccogliere frutta’: l’idea del matrimonio di Trigeo e Opora sposta su un piano di piaceri sessuali i piaceri mangerecci del raccoglitore di uva e fichi.

Ed ecco il finale:

Corifeo Obbligo di tacere: devozione! Qualcuno accompagni fuori la sposa,

portate le fiaccole, tutto il popolo gioisca, danzi assieme a noi!

Dobbiamo riportare ai nostri campi gli arnesi, dopo avere ballato e

brindato, licenziato a calci Ipèrbolo,

avere pregato gli dei

di dare ricchezze agli Elleni

di fare raccogliere a tutti noi

molto orzo e molto vino assieme

di farci masticare fichi

figliare le nostre donne

ritrovare di nuovo

tutti i beni che perdemmo:

liberarci dal corrusco ferro!

Trigeo (entrando con la sposa) Ai campi moglie mia:

dolce come sei dolcemente

giacerai con me!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Tre volte beato: giusta

fortuna hai avuto!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Che le facciamo a questa?

II semicoro Che le facciamo a questa?

I semicoro La spremiamo!

II semicoro La spremiamo!

Corifeo Noi della prima fila

portiamo in trionfo

lo sposo amici!I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Vivrete coppia

felice: senza

pensiero piluccando

continuamente il fico.

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Grande e grosso

ce l’ha lui: dolce

fica lei ha!

II semicoro Parlerai dopo avere

mangiato e bevuto

un bel poco di vino!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Trigeo (agli spettatori) Arrivederci amici arrivederci:

se poi mi volete seguire

forse mangerete delle torte.

Escono tutti, in corteo.

Di una metafora viticola si serve il protagonista, Filocleone, in un momento della commedia Le Vespe7 (422 a.C.): ‘vendemmiare una vigna abbandonata’ (v. 634: οὔκ, ἀλλ᾽ ἐρήμας ᾤεθ᾽ οὕτω ῥᾳδίως τρυγήσειν), che indica la presunzione di qualcuno di non trovare in un altro un degno avversario, come chi debba approfittare di una vigna incustodita. Il verbo τρυγήσειν si ritroverà anche nelle Ecclesiazuse (392 o 391 a.C.)8 dove il verbo “vendemmiare” associato ad una vigna abbandonata ha un esplicito riferimento sessuale:

PRIMA VECCHIA Ma perché gli uomini non arrivano?

Sarebbe ora … Io sto qui senza far niente, imbellettata…. con la mia tunica gialla, canticchiando tra me e me, e stando alla posta per vedere di catturare qualcuno che passa…Voi, Muse, venite sulla mia bocca e inventatemi una canzonetta ionica.

Si affaccia una ragazza alla finestra dell’altra casa: “Ti sei affacciata fuori prima di me, maledetta vecchiaccia… Credevi che non ci fossi e pensavi di vendemmiare una vigna abbandonata, eh? e di attirare qualche uomo cantando. Ma posso sempre mettermi a cantare anche’ io…una cosa allegra e piacevole” .

“La Vecchia è tutta imbellettata, indossa una provocante veste color zafferano e canticchia un’arietta, con cui, come le rinfaccerà poco dopo la Giovane, si propone di fare opera di adescamento; in particolare, il suo proposito di “catturare” ( v. 881) il primo uomo che dovesse passare dinanzi alla sua abitazione, la mette sullo stesso piano di un cacciatore appostato in attesa della ‘preda’, secondo il noto topos della ‘caccia erotica’; (…). Il contenuto sessuale dei vv. 877-883 mi sembra peraltro emergere dalla successiva reazione della Giovane che, affacciatasi alla finestra, alla vista dell’anziana rivale, non solo le rinfaccia, come si è detto, di canticchiare un’arietta per fare opera di adescamento, ma le si rivolge con un’espressione proverbiale (“cosa credevi, di vendemmiare una vigna incustodita, mentre io non c’ero?”, vv. 885-886a), che, nel presente contesto, assume un double entendre sessuale, messo in evidenza dal verbo τρυγήσειν , che, come molti termini appartenenti al lessico agricolo, è spesso adoperato con doppio senso osceno. In definitiva, alla luce dell’analisi dei vv. 877-883 e 885-887a delle Ecclesiazuse, è lecito ritenere che, sulla bocca della Vecchia, ἀργός , al v. 879, non assumerà il significato generico di “inoperosa”, ma si caricherà di una maliziosa valenza sessuale9” .


Scena di arte erotica tra un giovane uomo e una porne tratta da un vaso datato al 430 A.C Di Shuvalov Painter and S Potter – User:Bibi Saint-Pol, own work, 2008, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3589770

Gli Uccelli vengono rappresentati nelle Dionisie10 del 414 a.C. dove arrivano secondi. Nonostante fosse stata raggiunta la pace, tanto sospirata, Peitètero, ed Euèlpide, due vecchietti ateniesi, disgustati da Atene e dal suo malcostume, politico e morale, decidono di fondare un’utopica città celeste tra gli uccelli. I due vecchietti si recano, dunque, da Upupa (Tereo, in passato re di Tracia poi trasformato per punizione in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare la nuova città. Ma, una volta arrivati fra le nuvole, Peitetero, cerca di convincere gli uccelli a mettersi in guerra con gli dei per la rivendicazione della sovranità sull’universo. Forte di forte di un’oratoria sofistica e rigorosamente ateniese (la stessa che li aveva spinti a fuggire), Peitètero li persuade sostenendo che la razza degli Uccelli venne creata per prima di quelle degli dei e degli uomini e che, pertanto, essi dovevano rivendicare il diritto del dominio. Gli Uccelli sono inizialmente contrari all’idea, perché non si fidano degli umani, ma le loro diffidenze vengono superate dalle argomentazioni dei due ateniesi. Così cominciano i lavori di costruzione e la città degli Uccelli prende il nome di Nubicuculia, la città delle nuvole.

Giove furibondo manda prima Iride per intimidire i nuovi signori, ma Peitètero risponde con minacce e la scaccia in malo. Infine Giove, ridotto a mal partito, manda dei plenipotenziari di pace: Posidone, Triballo ed Ercole. Gli ambasciatori, affamatissimi, giungono proprio mentre Peitètero sta presiedendo alla cottura di certi gustosissimi uccelletti mandati allo spiedo perché poco ossequenti al nuovo regime. Discutono. Posidone vorrebbe respingere le proposte, ma il ghiottissimo Ercole non sa resistere alla gola, e fa sì che la pace si concluda a condizioni rovinose. Gli uccelli, e dunque il faccendiere Peitetero, avranno la sovranità universale.

Ad un certo punto, nello stasimo degli Uccelli, Aristofane utilizza la metafora del “vendemmiare con la lingua” per attaccare i retori, dei barbari11 che vivono esclusivamente di processi, si procurano da mangiare con la lingua/parola’. La loro arte retorica è accusata di sicofantia12, perché come i sicofanti (delatori e calunniatori, coloro che di propria iniziativa denunciano alle autorità le violazioni della legge): «C’è uno spiazzo (nel paese della delazione13) vicino alla clessidra/ lì una stirpe perversa di furfanti, / che mietono, seminano / e vendemmiano con la lingua, / e ci raccolgono pure… i fichi14: / sono popoli barbari, / Gorgii e Filippi15. / E da questi Filippi che si nutrono di parole / nasce l’uso di tagliare la lingua delle vittime. (entra un messo)» (vv. 1694-1705): ἔστι δ ̓ ἐν Φαναῖσι πρὸς τῇ/ κλεψύδρᾳ πανοῦργον Ἐγ-/γλωττογαστόρων γένος, / οἳ θερίζουσίν τε καὶ σπεί-/ρουσι καὶ τρυγῶσι ταῖς γλώτ-/ταισι συκάζουσί τε· / βάρβαροι δ ̓ εἰσὶν γένος, /Γοργίαι τε καὶ Φίλιπποι. / Κἀπὸ τῶν Ἐγγλωττογαστό-/ρων ἐκείνων τῶν Φιλίππων/ πανταχοῦ τῆς Ἀττικῆς ἡ / γλῶττα χωρὶς τέμνεται.

Il vendemmiare con la lingua assume, dunque, un doppio significato la cui valenza oscena serve a rafforzare e a integrare quella politica.

1 Acarne è una suddivisione amministrativa del territorio dell’antica Atene vicino al monte Parnete, a sud-ovest dell’attuale Acharnes

2 Generale ateniese (n. 470 ca.-m. 413 a.C.). Più volte stratego, fu fautore della guerra contro Sparta; negli Acarnesi (425) di Aristofane fu rappresentato come un guerrafondaio brutale. Nel 421 fu tra i firmatari della Pace di Nicia; nel 416-415, come stratego autocratore, comandò, assieme a Nicia e Alcibiade, la spedizione di Sicilia. Cadde (413) durante uno scontro presso Siracusa. Il semicoro, favorevole alla guerra, chiama in proprio aiuto Lamaco: alla fine, i due (Diceopoli e Lamaco) rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, si lamenta in stile tragico, mentre Diceopoli è felice e decisamente brillo, accompagnato da due ragazze.

3 Stefano Ceccarelli, Dottorato di Ricerca in Filologia e Storia del Mondo Antico XXXI ciclo, Tesi di Dottorato in Filologia greca, Commedia antica e campagna attica. I Contadini e le Navi mercantili di Aristofane, Facoltà di Lettere e Filosofia , Università La Sapienza, Roma 2017-2018 in https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1240114#.YH2IPmczaUk

4 Genetillide, dea della riproduzione, era associata al culto di Afrodite Coliade, che prendeva il nome dall’omonimo promontorio, distante circa venti stadi dal porto ateniese del Falero, nel demo di Anaflisto (cfr. Plut. Sol. 8.4; Paus. 1.1.5), sul quale era stato eretto un grande santuario in onore della dea. In questo contesto Strepsiade menziona le due dee, che godevano di un culto esclusivamente femminile (cfr. Lys. 2), non tanto per alludere alla passione della moglie per le feste religiose, quanto per sottolineare la sua dipendenza dal sesso: Coliade si presta infatti a un doppio senso osceno, in quanto il termine richiama il membro virile. La natura erotica dell’allusione a Genetillide è peraltro confermata dall’attestazione del termine, al plurale, in associazione con i baci lascivi nella descrizione del femmineo, sensuale Agatone. Cfr.P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, in https://core.ac.uk/download/pdf/228582565.pdf

5 Ad esempio durante la trasvolata una tremenda puzza esala dal basso (per colpa di un ateniese che defeca a cielo aperto al Pireo) e spinge in picchiata lo scarabeo, ghiotto di escrementi e porcherie in genere, rischiando di di uccidere il suo cavaliere.

6 Polemos si nutre, come lo scarabeo stercorario, di polpette, in questo caso fatte dalle città greche.

7 Affinché il padre Filocleòne («fan di Cleone») non soccomba ancora alla mania giudiziaria che impera in Atene, il figlio Bdelicleòne («colui che ha in odio Cleone») lo segrega in casa; nonostante l’aiuto portatogli dai giurati popolari ateniesi (le vespe del coro, con allusione all’acuminato ‘pungiglione’ delle sentenze), Bdelicleone riesce infine a convertire il padre, mostrandogli le ipocrisie e le malefatte della classe dirigente democratica.

8 Nel prologo (vv. 1-284), tutte le tematiche svolte durante lo spettacolo sono anticipate: un gruppo di donne comandate da Prassagora, hanno deciso alle feste Scire di prendere il potere della città, stanche del malgoverno ateniese: si travestono da uomini (vv. 73-5), vanno all’assemblea a e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata. Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque loro vogliano. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa. Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto a cui partecipa tutta la cittadinanza. Giulio Guidorizzi, Letteratura greca, da Omero al secolo VI d. C., Mondadori, 2002, pag. 219

9 P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, cit.

10 Feste antiche in onore del dio Dioniso (v.), celebrate dovunque si diffuse il culto delle DIONISIE (Διονύσια). Le più importanti e meglio note fra esse erano quelle attiche. Nel calendario sacro degli Ateniesi, quattro erano le feste dell’Attica, tra le più solenni, dedicate a Dioniso; le quali, appartenendo alle feste nazionali della stirpe ionica, si celebravano anche nelle città ioniche dell’Arcipelago e dell’Asia Minore; di esse due ricorrevano nell’inverno (ma si consideravano però sempre come feste della vendemmia, o meglio della svinatura) e due in primavera. Le prime erano le piccole Dionisie o Dionisie rustiche, festeggiate nel mese di Poseidone (dicembre-gennaio) con lazzi sguaiati e contadineschi, come quelli messi in scena da Aristofane negli Acarnesi; a queste seguivano, nel mese successivo di Gamelione, le piccole Dionisie urbane o Lenee, con rappresentazioni drammatiche, canto di ditirambi e una grande processione nel quartiere del Leneo, ove sorgeva il più antico santuario ateniese di Dioniso. Venivano poi al principio della primavera (dall’11 al 13 del mese di Antesterione febbraio-marzo), le Antesterie, o feste della svinatura; chiudevano la serie, nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), le grandi Dionisie, la più solenne delle feste ateniesi dopo le Panatenee, con processione solenne, e gare ditirambiche e drammatiche (v. Commedia; Coregia; Ditirambo; Tragedia) che pongono queste feste in stretta relazione con tutta la storia del teatro greco nel periodo classico.

Altre Dionisie ci sono testimoniate nell’Eubea, a Nasso, a Delo, a Chio, Lesbo, Taso, Cnido, Corcira, Lemno, Pergamo, ecc.

Bibl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen, Lipsia 1898, pp. 372-404, 428-48; M.P. Nilsson, Griech. Feste von religiöser Bedeutung, Lipsia 1906; J. Girard, in Daremberg e Saglio, Dict. des ant. grec. et rom., II, p. 230 segg. (da Teccani.it)

11 βάρβαροι

12 ἀπροσδόκητον nella raccolta dei fichi allude alla sicofantia

13 Il toponimo Φᾶσις è quasi identico nella pronuncia al termine φάσις (delazione)

14 In un’altra versione il riferimento ii fichi è ben più esplicito: “e vendemmiano con la lingua e ci succhiano… fiche”.

15 Gorgia è il clamoroso sofista di Leontini, Filippo suo discepolo. «Ci colgono fichi» allude ai sicofanti, con la solita paretimologia e distorsione oscena. Si usava mettere da parte per Ermete (ovvero il suo prete) la lingua delle vittime. Aristofane ironizza sull’importanza che la lingua ha assunto ad Aten, grazie ai Sofisti.

In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?

Schizzo socio-psicologico sulle posizioni per bere del vino o dei distillati

Di Westindischer Maler um 1530 – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160199

Bere in piedi è il miglior modo per degustare un distillato: la verticalità della posizione sostiene la perpendicolarità acuminata del liquido, consentendo un movimento di allontanamento/avvicinamento dell’avambraccio consono alla penetrabilità dell’alcol nelle narici.

Bere seduto sulla sedia (isolata): non è l’ubicazione migliore per bere grandi vini e dei vini in generale. Non potendo far ciondolare le braccia come uno scimpanzé qualsiasi, la seduta richiede una sorta di rannicchiamento raggrinzato e il posizionamento del bicchiere sul grembo. In queste occasioni converrebbe sorseggiare un rosolio contenuto in un bicchierino adornato da meravigliosi ghirigori o, al massimo, un filu ‘e ferru autoprodotto dallo zio sardo (nel caso in cui non ci sia, si po’ fare riferimento ad un amico di un amico) debitamente versato in un bicchierino similare, meglio se trasparente. 

Bere seduto sulla sedia intorno ad un tavolo: la posizione per eccellenza della bevuta con il desinare permette agevolmente di poter posare il bicchiere e di alternarlo con la forchetta e il coltello, qualità che non sono credibili in un party in piedi se non con notevoli complicanze.

Bere seduto sul divano: è la bevuta dalle grandi vedute, quella rilassata, contegnosa, signorile, agevolata e riposante. Non è detto che debba essere necessariamente impegnativa. Il tutto dipende, in ogni caso, dalla comodità del divano, che non deve essere troppo insaccato, dai vicini di seduta e dalla distanza di salvaguardia tra i corpi sorseggianti.

Bere seduto sulla poltrona: è la bevuta alternativa al divano. Una valvola di salvaguardia nel caso in cui il divano sia ingombro e affastellato di corpi beventi e vocianti.

Bere sdraiato: supino è sostanzialmente impossibile, a meno che non si tenti un suicidio di gran classe; a pancia di sotto è fattibile solo con la cannuccia, per cui non conviene impegnarsi troppo per vini di alta qualità; di fianco ricorda un po’ il triclinio romano, ma con il rischio di perdere una bavetta poco dignitosa da un lato della bocca.

Bere in ginocchio: (mentre si raccoglie una tartina caduta per terra): è il modo migliore per non far vedere che si mangiano cose potenzialmente calpestabili. Rimane il fatto che la genuflessione deve avere un tempo consono ad una dignitosa sollevazione. A meno che non si stia celebrando messa.

Bere camminando ad una fiera vinicola: mantiene un nonsoché di sublime avvicinandosi alla pratica peripatetica in filosofia. Da questa si discosta per gli ambienti sovraffollati, perché richiede notevoli abilità di zigzagamento e una capacità non usuale di “stop and go”. 

Bere sul cesso: se “Il cesso rimane comunque un luogo previlegiato di lettura[1]”, non è detto che valga la stessa cosa per bere del vino o un distillato. Tra i due è comunque meglio un distillato: è più pungente e ottenebrante.


[1] Tra la pancia che si libera e il testo si instaura una relazione profonda, qualcosa come un’intensa disponibilità, una ricettività amplificata, una felicità di lettura: un incontro del viscerale e del sensibile che nessuno, mi pare, ha reso meglio di Joyce: «Ben sistemato sulla seggetta, aprì il giornale e lo sfogliò tenendolo sulle ginocchia nude. Novità e cose risapute. Nulla preme. Tratteniamo un po’. Ecco la novella premiata. Il colpo da maestro di Mr. Matchman. Di Philip Beaufroy, Club degli spettatori, Londra. L’autore ha ricevuto il premio di una ghinea per colonna. Tre e mezza. Tre sterline e tre scellini. Tre sterline tredici scellini e sei pence. Tranquillamente si mise a leggere, trattenendosi, la prima colonna; poi, cedendo e resistendo, iniziò la seconda. A metà colonna, cessando ogni ritenzione, lasciò che gli intestini si liberassero a loro agio, mentre leggeva, leggeva senza sosta. Quella leggera stitichezza di ieri è ormai passata. Ma non troppo grosso spero, sennò le emorroidi si infiammano di nuovo. Ecco, così va bene. Sei stitico, una pastiglia di cascara sagrada. Anche la vita potrebbe essere così». “Ulisse” di James Joyce, capitolo II, tratto da Georges Perec, Pensare / Classificare, Rizzoli, Milano 1989


Frammenti di un discorso vinoso

Un papiro contenente un brano degli Aitia di Callimaco. Di The Egypt Exploration Society – B.P. Grenfell & A.S. Hunt, The Oxyrhycnhus Papyri: Part XI. (London: The Egypt Exploration Society, 1915), plate IV, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15855112

Al cospetto di una relazione vinosa costruita fuori dagli stereotipi, la vera originalità si costruisce nella relazione. Per l’assenza del discorso come fondamento dello stupore di fronte all’inenarrabile. Con la finalità, in ultimo, di non poter costruire una classifica plausibile e verosimile dei vini dei quali non si può parlare, ma di cui siamo intimamente innamorati. Una classifica naturalmente impubblicabile.

«Di fronte alla brillante originalità dell’altro, io non mi sento mai atopos, ma semmai classificato (come un dossier fin troppo noto). Talvolta, riesco però a sospendere il gioco delle immagini ineguali (“Perché mai non posso essere anch’io originale, forte quanto l’altro?”); indovino che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione. La maggior parte delle ferite d’amore me le procura lo stereotipo: io sono costretto, come tutti, a far la parte dell’innamorato: ad essere geloso, trascurato, frustrato come gli altri. Ma quando la relazione è originale, lo stereotipo viene sconvolto, superato, evacuato, e la gelosia, ad esempio, non ha più luogo d’essere in questo rapporto senza luogo, senza topos, senza ‘topo’- senza discorso[1]


[1] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso (Roland Havas: Conversazione), Einaudi, Torino 1979

Quando Genova era immersa nei vigneti

Dintorni di Genova nella Tabula Peutingeriana, un’antica carta romana che mostrava le vie militari dell’Impero (qui in una copia della fine del XIX secolo). Genova è segnata come stazione di rifornimento.Di Conradi Millieri – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9923655

Nell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in una Genova sì sfigurata, ma di tanta grandezza e civiltà che non può partire senza dire nulla dei suoi vini. E dunque Soldati va di proposito alla trattoria di Checu, padrone e cuoco, soprannominato dai foresti “Toro”, in via Demarinis a Genova Sampierdarena, per bere il vino di Begato (proprio quello dell’omonimo Forte): «bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili1’»

Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamenta che «la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorché in ragione del travaglio, e della spesa2».

Genova è, per chiunque vi approdasse dall’anno Mille in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera è vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, è la collina di Carignano: «All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno Mille, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato l’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum3 concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi, ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le “ville” dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno4».

Nell’attuale centro storico, dopo l’interramento del porto di Suxilie (Soziglia), l’intera area viene progressivamente adibita a diverse coltivazioni: i canneti (canneto il Lungo e canneto il Curto), lungo i rivi d’acqua, servono sia per l’edilizia che per scopi militari e poi granaglie e viti, che strappano terreni alla parte boschiva: via Luccoli, ad esempio, è un sentiero che attraversa un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus” è la parola latina che indica il Bosco Sacro, dove”sacro” assume il significato etimologico di “separato5“.

Piazza Banchi segna, ad ovest, quella parte inurbata prima dei campi che, a nord, arriva sino a piazza Matteotti e da lì continua, attraversando piazza delle Erbe, sino al Castello.

«Ecco quindi i toponimi di Vigne da vineis e quello forse meno evidente di Campetto, deformazione tardo-medioevale di Ampelius da “àmpelos” greco vite e vigna. La città ruota allora nell’orbita bizantina, tantochè le Vigne di Soziglia vengono denominate Vigne dei Re perché oggetto di proprietà e di regalia imperiale: nel 965 tutta la zona è donata alla Basilica di San Siro (allora Cattedrale di Genova) e, dopo alcuni anni di alterne vicende circa l’effettivo possesso della stessa, nel 978 passa da Idone, visconte della città di Genova che la gestiva in quel momento, al figlio Oberto il quale per disposizione imperiale sul finire del X secolo lasciò definitivamente la proprietà alla Chiesa Genovese. Convenzionalmente nel 980 Oberto visconte coadiuvato da Ido di Carmandino promuove la costruzione di un nuovo, vero e proprio grandioso Tempio a Maria Vergine, in mezzo a quei terreni ancora coltivati a vigneto6, sotto l’egida di Teodolfo Vescovo7».

Ma è nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino, nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Polcevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: «Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’». Le uve del Vino Coronata, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del Coronata che così Francesco Mazzoli descrive: «Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro, con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata8».

Che poi il vitigno di maggior pregio risieda in zone periferiche rispetto al grande centro urbano di Genova viene spiegato, da Quaini, con il fatto che i trasporti via mare sono più rapidi, più economici e più efficaci rispetto a quelli di terra a dorso di mulo, soprattutto in una regione come quella ligure, da cui l’interesse della capitale ad approvvigionarsi lontano dai suoi stretti confini urbani. Non solo come alimento e bevanda di importazione, il vino per la città di Genova è un mezzo importante di commercializzazione, soprattutto quello pregiato: «Alla Francia ed all’Inghilterra, dove, a detta di Giacomo Bracelli e Flavio Biondo, risultano estremamente apprezzati i vini delle Cinque Terre, noi potremmo aggiungere la corte papale, che già nel periodo avignonese importava vini da quei luoghi via mare. Sappiamo d’altronde che il commercio vinicolo era uno dei rami più fiorenti del traffico navale genovese. Certamente già nel Duecento c’è nel porto di Genova un pontile del vino, al quale attraccano le navi espressamente adibite al trasporto del prezioso liquido; ci sono una o più associazioni di tiratores lignorum che operano per l’attracco e forse anche per lo scarico dei navigli. Al pontile del vino approdano tanto le navi provenienti dalla Riviera di Levante quanto quelle provenienti dalla Riviera di Ponente, dalla Corsica e dall’Oltremare. I vini pregiati come quelli delle Cinque Terre e di Taggia, alimentano l’esportazione; i meno pregiati servono per il consumo interno, soprattutto per il vettovagliamento delle navi, ai cui marinai il vino (spesso ridotto in aceto) è indispensabile come la galletta. Né manca una produzione propria genovese come, ad esempio, quella dei vigneti della Val Polcevera, della Val Bisagno o di Quarto9»

1 Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977), pp. 606, 607, 609

2 Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX (pp. XX, XXI)

3 Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987

4 Atti della Società Ligure di storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt

5 Giorgio Stara-Tedde (mio prozio), I boschi sacri dell’antica Roma, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 33 (1905), pp. 189-232

6Extra muros Janue apud rivum Suxilie ubi erant vinee”: a partire dal 1155 anche questa zona venne inglobata nelle “mura del Barbarossa”.

7 Francesco Pittaluga (a cua di), Breve storia della Basilica delle Vigne dalle origini ai giorni nostri, in http://www.acompagna.org/rf/1206_v/basilica_vigne.pdf

8 Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291

9 Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989

Sia per un vino che per un idiota (ma vale un po’ per tutto) occorre declinare le proprietà

Рисунки и рукописный текст Ф.М. Достоевского. “Идиот”
Di Fëdor Dostoevskij – http://az.lib.ru/d/dostoewskij_f_m/text_0810.shtml, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65476356

Potrebbe sembrare una questione squisitamente filosofica, con insensate deviazioni semantiche e biforcazioni matematiche, ma l’attribuzione di una qualità (positiva o negativa) a qualcosa riguarda sia il godimento della qualità in oggetto, che del come essa sia posseduta. Non basta dire, in altre parole, che uno è un idiota allorché palesi la sua evidente idiozia, ma occorre aggiungere in che modo il tizio in questione riveli la sua idiozia. E, poi, per essere fino in fondo corretti, occorrerebbe specificare anche se gode di quella proprietà, ovvero dell’idiozia, in modo necessario. “Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo.” Nel capitolo IX de “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) possa essere vero o falso. Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per ‘possibile’ si intende ‘potenziale’. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[1]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.
Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, ad esempio “il vino è un alimento”, oppure “il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà, dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è un vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è un vino necessariamente naturale”; oppure ancora: “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa gode o non gode di una certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.
Lo stesso vale per il vino. Se pensiamo che nella definizione dell’ O.I.V. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. (…)” non sappiamo proprio nulla delle qualità relative ad un vino. Quello che succede nel dibattito attuale, in maniera nemmeno celata, è che il vino risulterebbe tale, ovvero vino, soltanto se frutto di alcuni processi che ne rivelino determinate qualità specifiche e non altre. Ma, essendo l’uva l’unico ingrediente disponibile e incontrovertibile, la cosa si complica un tantino e sposta la contesa su piani differenti: la vigna, il terreno, i prodotti in uso alla coltivazione, alla fermentazione, in cantina. I recipienti… E, poi, il lavoro, il trasporto, la commercializzazione, l’etichettatura….
Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.
Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[2]”.
Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[3] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[4]”.
Dunque, come diceva la mia professoressa di latino, occorre sempre declinare, ma mai rinunciare.


[1] Cfr. Massimo Mugnai, POSSIBILE / NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013
[2] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20
[3] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it
[4] Roland Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.

Quei vini di meraviglioso insuccesso

Screenshot del film “I vitelloni” (1953)
Di Errix – DVD del film, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4490030

Arnold Schwarzenegger, noto filosofo nonché culturista, attore e sindaco è uso riconoscere nel successo, così raccontano gli aforismari più in voga, alcune peculiarità tra loro concomitanti e coincidenti: “Lavorare duro, rimanere concentrati e sposare una Kennedy”.

Potremmo sostenere che valga lo stesso, in termini traslati, per la costruzione di un vino di successo: non parlo, però, di quei vini che hanno strutturato le loro fortune nel corso di decenni o, addirittura, di secoli. Ma solo di quelli che oggi, o da brevissimo tempo, vengono impostati, coltivati e sapientemente arredati per avere successo. Da subito: terreno giusto, vigna ancora di più, uve meravigliosamente internazionali o di fama mondiale, ma saldamente ancorate ad una rinomata tradizione peninsulare. Mezzi all’avanguardia, maestranze e tecnici di rara impronta fisica e culturale, enologi ancora di più. Un confezionamento che parli ai tempi che corrono o che correvano, ma senza smancerie verso un passato non comprensibile. A breve giro una stimata e multi sensoriale comunicazione pluri-livello, ad uso simpatica, strafottente e irriguardosa; oppure improntata ad una storia mitica, aristocratica, sapientemente condita da rilevamenti geo-territoriali e da citazioni di riguardo. Aplomb e modestia a parte: “ho gettato due semi in questo terreno poco più che infestato da erbacce aiutato da mio zio di 115 anni e guarda lì che vino è venuto fuori!” Il vino di successo deve essere, per forza di cose, attraente, ben disposto e pigro di testa: deve smussare gli angoli senza arrotondarli troppo, inciccionire la struttura, ma con soave lievità, allargarsi senza alcuno sciabordio, verticalizzarsi senza pungere. E deve irradiare sensibilità diverse in tumultuoso avvicendamento visivo, nasale e palatale: condurrà a quell’ovvio tanto atteso, ma soltanto dopo aver ammiccato ad alcuni scrigni nascosti che soltanto i più temerari sapranno scorgere negli anfratti evolutivi del tempo.

Il successo, dunque, appaga meravigliosamente gli appetiti della vita vissuta ed evita di accollare ai malcapitati una valutazione post-morte tanto vana quanto irragionevolmente fuori tempo. Con la rabbia, nemmeno malcelata, di far godere i frutti del proprio lavoro ad un qualsiasi pronipote invaso dai brufoli e dalla sciatteria adolescenziale.

Ma perseguire stabilmente l’insuccesso è cosa assai più ardua e non meno gratificante: in linea di massima, sarà bene non parlare d’armonia e, ancora meno, di tannini avvolgenti. La morbidezza dovrà essere stipata negli angoli più bui della sensorialità a buon mercato. Le durezze rimanderanno alla vita agra dei prestiti, delle ipoteche, del duro lavoro nelle vigne, del tempo inclemente e dei governi che, ahimè, si succedono senza soluzione di continuità. Ma così come il successo può contenere germi di un prossimo e precipitoso fallimento, allo stesso modo un proficuo e intenso insuccesso può covare imprevedibili spiragli di gloria. Dopotutto, come ricordava Giorgio Manganelli, neppure Shakespeare sapeva di essere Shakespeare.