ULTIMA FERMATA Racconto breve, ma non brevissimo a proposito della Stazione ferroviaria interstellare Salyut 19-1971 e del banchetto nuziale tra Bona Sforza di Bari e Sigismondo I di Polonia (6 dicembre 1517)

Di Johannes Hevelius (1611–1687) – http://dziedzictwo.polska.pl/katalogskarb,Selenographia_Jana_Heweliusza_(Selenographia_sive_lunae_descriptio)_,gid,262839,cid,1688.htm?body=desc (monochrome version of the image in 1647 year edition of Selenographia), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6839285

Salyut 19-1971

Era finito lì qualche decennio prima, quando doveva scontare una pena per attività sovversiva: gli avevano affibbiato 30 anni di carcere duro. Cella tre metri per tre, senza finestre, solo un bocchettone per l’aria condizionata. Una tv a circuito chiuso trasmetteva, tutti i giorni feriali, dalle 20.00 alle 21.00, un notiziario del Ministero dell’Informazione, dell’Educazione e del Rispetto dell’Ordine Costituito. Nessuna immagine. Soltanto un mezzo busto allampanato che leggeva gli ultimi Decreti attuativi in materia di Sicurezza, Ordine Pubblico, Disciplina Sociale, Vagabondaggio, Antisocialità, Attività Sovversive. Vincent non poteva spegnere la TV, né togliere il volume, per cui, ogni tanto, provava ad ascoltare quella sequenza infinita di norme prescrittive che avevano raggiunto il culmine con la obbligatorietà della catalogazione dei peli del pube. Le relazioni tra i detenuti erano gestite da Cooperative di socialità condivisa, i cui membri provenivano dallo stesso carcere, all’interno del quale avevano scalato la gerarchia grazie ad un sistema premiale a punti che si basava interamente sull’interiorizzazione non coercitiva dei canoni ideologici del Buon Comportamento del Cittadino Degno, che rappresentava l’evoluzione premiale del Buon Comportamento del Cittadino Lavoratore e l’alter ego del Buon Comportamento del Cittadino Studente. Il sistema premiale non era né esplicito né visibile. Non vi era alcuna giuria, alcuna tabella, non si era convocati: ad un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, poteva comparire un messaggio televisivo personalizzato, in cui veniva comunicato che, sulla base di un’Osservazione Oggettiva Comportamentale documentata dall’analisi sensoriale del bulbo oculare, della gestualità, della postura, nonché delle variazioni di feedback negativo sui  barocettori carotidei attraverso stimoli esterni indotti, il soggetto posto a Restrizione di Attività Sociale Condivisa aveva interiorizzato I Modelli Mentali di Riferimento. A Vincent andò diversamente: venne avvertito, come gli altri 2.000.000 di detenuti, che un prigioniero avrebbe potuto riacquistare la libertà controllata se avesse accettato di partecipare al programma JAXA 231. La cosa era molto semplice: quello che, tra i volontari, fosse stato selezionato, avrebbe potuto trascorre il resto della sua vita carceraria, in piena libertà, sulla Stazione Ferroviaria Interstellare, posizionata nell’orbita di Marte, la prestigiosa Salyut 19-1971. Vincent ce la fece. Non seppe come, ma ce la fece. Anzi forse lo sapeva; sapeva cioè che un sovversivo come lui era meglio tenerlo molto lontano: anche in carcere avrebbe potuto fare danni. Bastava un suo sguardo a far crollare in ogni detenuto un sano ravvedimento: e i suoi coinquilini erano tutti schedati come lui. I “comuni”, tenuti in un’altra ala del carcere esteso quasi quanto la vecchia Europa, venivano messi in contatto con in sovversivi soltanto per dare sfogo ai precursori sintomatici repressi della rabbia incontrollata. La battaglia a mani nude durava circa un mese e coinvolgeva cinquemila combattenti per parte: ai sopravvissuti veniva concessa una semi-grazia con l’obbligo della prestazione lavorativa in qualità di addetti alla Sicurezza Bagnanti e del Decoro delle Spiagge nella Riviera Romagnola.

Era una giornata fredda del Brumaio 2515 quando Vincet, unico passeggero, prese il Treno a Propulsione Nucleare “Soyut AS-20” per la Stazione Ferroviaria Interstellare Salyut 19-1971. La Stazione “Salyut” orbitava intorno alla luna di Marte, Phobos, a circa 9000 km dal pianeta principale e suo compito specifico era quello di gestire il traffico dei Treni Merci che, dalla Luna, facevano rifornimento d’acqua su Marte. Circa cinquecento anni prima, la sonda Odyssey, attraverso uno spettrometro a raggi gamma (GRS) che scandaglia il sottosuolo per definire la distribuzione dei diversi elementi chimici, calcolando nel contempo il contenuto di idrogeno, confermò, ben oltre ogni immaginazione, quello che da sempre si sospettava: Marte era pieno d’acqua. La sonda Odyssey, nel 2008, terminò il suo lavoro scoprendo anche la calotta artica nell’emisfero nord di Marte. La corsa all’accaparramento delle risorse di Marte partì ufficialmente nel 2120 e durò per oltre un secolo. Naturalmente partì nella maniera più classica, ovvero con una guerra. Furono dapprima le Delegazioni Orientale e Occidentale del Pianeta Terra ad aprire lo scontro, per poi trasferirlo alle loro Colonie Lunari, che erano state, ai loro primordi, luogo di villeggiatura per i nuovi ricchi e successivamente veri e propri insediamenti abitativi (colonie) che servivano per smaltire la popolazione eccedente. Per eccedente si intendeva sia la popolazione composta da “criminali generici” che quella non in grado di garantirsi la sopravvivenza Alimentare e la Qualità della Vita secondo i Parametri Intergovernativi.

Poco serve a raccontare che i primi trasferimenti furono vere e proprie deportazioni che costarono la vita ad alcune decine di milioni di persone, ma che poi, grazie al lavoro dei Probi Pionieri Terrestri, le Colonie divennero veri e propri Feudi a gestione politico mafiosa direttamente controllati dalla Madre Terra. Il punto dolente della Colonie Lunari era costituito oltre che dalle escursioni termiche lunari, da – 233 oC a +123 oC, sopratutto dalla mancanza d’acqua. Le guerre finirono, come tutte d’altronde, con una spartizione iniqua delle risorse e Vincent si sarebbe dovuto occupare degli approvvigionamenti d’acqua che i Treni Merci Interstellari provvedevano per le Colonie Occidentali della Luna, le quali erano sottoposte direttamente al governatorato dell’Emisfero Nord del Pianeta Terra. 

Vincent, grazie ad un propagatore orbitale, doveva calcolare la posizione di un corpo nello spazio, nel suo caso di un Treno Merci Interstellare intorno a Marte, considerando tutte le perturbazioni agenti su di esso come, ad esempio, gli effetti gravitazionali corrispondenti alla dimensione quasi sferica del Pianeta Rosso. Una volta conosciute le forze agenti, Vincent integrava le equazioni fino a venire a sapere, in un certo istante di tempo, la posizione di un Treno Merci esprimibile in Altitudine, ovvero il computo della quota del treno dal livello dell’acqua; in Longitudine, ossia il calcolo dell’angolo riferito al centro di Marte, misurato a partire dal Meridiano X e positivo verso EST e, infine, in Latitudine, cioè la dimensione dell’angolo riferito al centro di Marte calcolato a partire dal Paralleo Y e positivo verso NORD. Una volta date le direttive necessarie al macchinista ed agli operatori addetti al carico, Vincent si sarebbe dovuto occupare di segnalare la rotta di ritorno, facendo dovuta attenzione agli sciami di meteoroidi. Nel percorrere le loro orbite vicino al Sole le comete perdono per sublimazione lo strato superficiale di ghiacci di cui è composto il nucleo lungo la loro traiettoria. Mescolate ai ghiacci si trovano anche piccoli granelli di polvere che una volta espulsi si troveranno a seguire un’orbita attorno al Sole simile a quella della cometa che li ha generati. Questi granelli di polvere, le meteore, in caso di urti ripetuti contro i convogli merci potevano far naufragare interamente una missione di rifornimento creando costi di approvvigionamento talmente elevati da renderli pressoché inutili. Il compito a cui era stato adibito Vincent era di tale gravità ed importanza da farne un caso in tutto lo spazio conosciuto. La pena per un minimo errore era la soppressione immediata. Chi accompagnava Vincent nelle lunghe giornate, che su Marte durano 24 ore e 37 minuti, era il famigerato robot Banryu, un quadrupede che pesava circa 40 chilogrammi, lungo un metro, largo 80 centimetri e alto 70. Un mostriciattolo dalle fattezze di drago che aveva inserito nei suoi codici di funzione quattro compiti: spionaggio, sorveglianza, intervento rapido ed intrattenimento. Lo spionaggio e la sorveglianza erano la parte costante del lavoro di Banryu: riferiva ininterrottamente su dei monitor collegati alla sede centrale della Polizia Ferroviaria Interstellare le analisi dei dati e dei movimenti di Vincent ed era in grado di intervenire sulle potenziali Azioni non congrue del sorvegliato speciale. Banryu aveva, da ultimo, compiti di aiuto casalingo e ludici: memorabile fu, ad esempio, la riproduzione fedele del banchetto nuziale, tenutosi nel Castel Capuano di Napoli, la sera del la sera del 6 dicembre 1517 tra Bona Sforza di Bari e Sigismondo I di Polonia.

Il banchetto*

La prima portata: in primis pignolate in quattro con natte, et attonnata. Siamo dinanzi ad un antipasto dolce, composto di pinoli, farina e zucchero. Al banchetto di Castel Capuano essa venne servita «in quattro», cioè in quattro forme, ognuna delle quali era divisa in quattro solchi. Curiosa la seconda portata, che può sembrare fare a pugni con l’antipasto dolce: insalata d’herbe. Sono due voci sole che abbracciano, spesso sotto il nome di «salaceterbolco», erbe e indivie, miste ad acciughe (e a butarga o bottarga, come precisa un ricettario barese coevo, di pretta marca pugliese; era una composta di uova di cefalo fresco, salate, pigiate tra due assi e seccate al sole o al fumo o al vento; veniva poi compressa in budello. Nella terza portata compare l’immancabile jelatina. Di questo brodo grasso rappreso, condensato e raffreddato, tagliato a pezzi artistici, o imbandito in particolari «addobbi», parlano tutti i trattati di gastronomia dei secc. XV e XVI. A Bari, per approntarla si adoperava il seguente ben di Dio: «otto libbre di teste di porco, sei piedi del medesimo animale, due pullastre magre, otto turdi; prendi queste cose e mittile al foco in parte d’acqua e parte de aceto. Quando trae tutto fora, prendi zafferano e spezie e passali per setazo». Con la quarta portata, lo bollito et bianco magnare con l’ordine suo, si entra nel vivo dell’arte del cucinare. Il bollito comprendeva più specie di animali, ma escludeva l’ignobile lesso di manzo. Le preferenze erano per la vitella, e specialmente per gli «ùveri» (= poppe) di vitella, preparate a fette con ripieno d’uova affogate. Non credo, però, che al banchetto di Bona fosse stato imbandito il bollito di dindiotti; il primo cronista, il quale parla dell’uso del «dindio» in cucina, fu Gonzales Fernando di Oviedo: siamo al 1525. Il termine, sul quale si sono accaniti molti storici della gastronomia, per darne, ricettari alla mano, una spiegazione vaga e contorta, è il «bianco mangiare». Prelibata la quinta portata: li coppi di picciuni. Francesco Berni chiama «coppo» la testa, ma qui si intendono insieme tutte le parti carnose del piccione, nella cui «imbroccata» il trinciante mostrava la sua destrezza di taglio. Fin qui il banchetto è proceduto modestamente; con la sesta portata un esercito di arrosti, che, nelle varie manipolazioni di carnumi, non avrà pietà dei convitati. La settima portata segnò una lieve sosta con le pizze sfogliate, altra specialità meridionale, non quelle odierne napoletane. Si tratta di «lagane in umido di zafferano». La sosta fu rotta dalla copiosa ottava portata: lo bollito salvaggio con putaggio ungaresco et preparata. Alla quarta portata già trovammo un bollito, ma non «salvaggio». Quest’ultimo costituiva una delle portate più varie e più sode, con aggiunta di potaggi (manicaretti brodosi), che da, quello «ungaresco», con prevalenza cioè di paprica e pimento, andavano alle cucinature più diverse; i «preparata» comprendevano, come si legge nei libri del Cinquecento, le salse, aggiunte ai potaggi. Ma la corsa alle carni e ai sughi riservava la spaventosa nona portata: pasticci de carne. Sotto questa dicitura il Cinquecento non ammetteva riserve perché la nomenclatura di pasticci di carne, detti anche «pastèri» o «pastelli», indicava un enorme cumulo di preparati di carne in sugo. Nel gergo culinario «pasticci» equivaleva a «piatto di pasticci». La quantità era imposta dal desiderio dei cuochi di ben figurare nella presentazione artistica dei pasticci, composti ingegnosamente a guisa di stacci, di gerle, di. panieri, di bugnole, di frulloni, oppure a fogge di animali vari, a seconda dell’inventiva zoomorfica del capocuoco. Ci voleva pertanto per ogni invenzione quel dato genere di carne che si potesse prestare. Un contorno fine erano le olive di Puglia e di Spagna. Ed ora una portata «regale», la decima, che il cronista indica con una modesta dicitura: li pagoni con sua salza. I pavoni, chiamati nel Trecento «pagoni» o «pauni», erano un piatto speciale e immancabile sulle tavole del Cinquecento, un piatto che si ammanniva molto abilmente: ricoperto del suo smagliante piumaggio, tanto che i cronisti coevi non mancavano mai di notare che «pareva vivo». Ma non era mai uno solo il pavone imbandito; erano sempre tre o cinque, recati da quattro scalchi su un palchetto, nel cui centro troneggiava il’ pavone maggiore. Ecco perché nella sua lista il Passaro usa il plurale. L’entrata dei pavoni era annunziata dal suono delle trombe. L’undicesima portata fu costituita dalle pizze fiorentine. Era una specie di pan di Spagna, alto due dita, fatto di latte, farina e uova, con spruzzo di zucchero a velo, come quello che ancor oggi si prepara a Firenze per la vigilia della Madonna di settembre, festa delle Rificolone.: «cazzata (= stiacciata) de butiro misto a La sobrietà di questa portata venne compensata dalla dodicesima: 10 arrusto salvaggio et strangolapreiti. Si ricordi che all’ottava portata era stato presentato il «bollito salvaggio»: questa è la volta dell’«arrosto salvaggio». che comprendeva lepri, tortore, pernici, quaglie, tordi e beccafichi. Le quaglie erano arrostite allo spiedo «con sua crostata», come dicevano i cuochi: la lepre era rivestito della sua pelle e adagiato su un lungo vassoio, in posa di fuggire tra cespugli destramente composti di erbe aromatiche e. di foglie d’arancio tocche d’oro. L’arrosto era accompagnato dalla pasta alimentare, detta «strangolapreiti». Il termine potrebbe sembrare a prima vista napoletano, invece è diffuso in tutta la nostra penisola con varianti, quali «strozzapreti», «strozzamonaci» con le forme abbreviate dei precedenti, «strangugli», «strangùgghi»; inoltre, composizione e forma differiscono da regione a regione (a Milano è voce gergale, per gnocchi ; a Mantova è un impasto d’erbe battute con uova, cacio e altri ingredienti ; a Trento sono gnocchi d’erbe ; in Abruzzo bocconcini di pane, uova, latte mandorle, uva passa, lessati e conditi con burro e formaggio ; a Napoli, pasta all’uovo incavata con tre dita e rotalata sul tagliere, o in forma di piccole spirali). Con le pastidelle de carne il concerto gastronomico è giunto alla tredicesima portata: altra edizione di sughi leggeri. Le «pastidelle» corrispondono alle nostre polpette in umido. Il contorno consisteva in cardi leggeri «con pévere et sai» (v. rb.). Una strana portata fu la quattordicesima: la zuppa nanna. Trattasi del nome di una zuppa nordica, preparata evidentemente per rendere omaggio agli ambasciatori polacchi, nella quale «entra dice il Di Giacomo pepe a carrettate». Finissima la portata quindicesima: lo arrusto de fasani. Lo si cuoceva con vino bianco e lo si imbandiva come il pavone, entro un contorno di salse di finocchi in aceto. Alla sedicesima portata ci imbattiamo in un’altra parola curiosa: almongiàvare. A prima vista il pensiero correrebbe agli «almogàvari», celebri soldati catalani di ventura, di cui la storia narra tante imprese compiute in Puglia, come nel resto del Mezzogiorno e in Toscana. Per tale accostamento storico e per ragioni analogiche si potrebbe pensare ad una vivanda che avesse tratto il nome da costoro. È invece il nome di una torta di farina è formaggio, chiamata in [spagna «almohiàvana» (nel rb. è detta «almongiare»). Si rendeva così omaggio anche ai convitati spagnuoli. Seguono tre delicatissime portate. La diciassettesima è formata da li capuni copierti destramente frollati e «coperti», cioè completati in una specie di pasticcio leggero, cosparso di fini tortelli di fagiuoli o di castagne arrostite, sminuzzate con arte. Talora la «copertura» era fatta di salsicciotti cotti nel vino e affettati. Le pizze bianche: una sosta per quello che sarebbe sopravvenuto. Per la diciannovesima il cuoco riservò altra gelatina: èt appresso jelatina in gotti. Nella terza portata vedemmo la gelatina in pezzi, qui è liquida e gelata, dentro bicchieri di cristallo, «gotti», e filata in modo da sembrare ambra colata. Si può dire che a questo punto finisca una prima parte del banchetto. Ma. ahimè, dovevano ricominciare le carni per altre tre molto generose portate. La ventesima, infatti, fu di conigli con suo sapore. Nel Cinquecento il coniglio, preparato con abilità tutta particolare, era un cibo molto pregiato. Lo si preparava in vari modi: con viscide, corniole, marene, noci, acciughe, uva acerba e olio. Li guanti è la denominazione della ventunesima. Tommaso Garzoni mette i «guanti» fra i cosiddetti «cibi di pasta»; tale forma serviva ad «inguantare» carni trite di varie qualità, debitamente adattate a ripieno. Alla ventiduesima portata si servirono le starne con lemoncelìe sane: le magnifiche starne, che la poesia popolare ricorda sempre con onore. Si imbandivano con saporetti di limoncelli naturali, dalla buccia liscia e ricchi di succo agro. L’aggettivo «sane» significa al naturale, senza aggiunta di zucchero, oltre che «intere». Si passa ora ai dolci veri e propri. La ventitreesima fa gustare pasticci de cologne, che erano o in forma di gelatina grossa di cotogne o in forma di cotognata con zibibbo damaschino senz’anima, lavato prima in acqua rosata. La ventiquattresima fu riservata a le pizze pagonazze con ingredienti e colorazioni di rosoli, che dessero appunto la differenza di tinta in confronto alle pizze bianche già esaminate. La venticinquesima fu quella de le paslidelle de zuccaro per tutte le tavole, fatte «con latte di pinoli et d’amenole et ziicharo». Le tartelle per tutte le tavole composero la ventisesima portata. Il citato Garzoni le mette fra «l’infinite specie di torte». Erano paste dolci secche, alle quali non di rado si abbinavano convolvoli di prosciutto e rifilature fantastiche di salame. Indi si apparecchiava nuovamente, sulla tovaglia inferiore, disponendovi quanto occorreva, non escluse altre salviette, alle cui pieghettature i capocuochi davano somma importanza, perché volevano che avessero la forma di torrette, di mitre, di turbanti, di colonne, di arche, di piramidi, di teste d’uccello. Chiarito ciò, passiamo alla ventisettesima portata: castagne di zuccaro con lo scacchiero. Le castagne giulebbate e caramellate, simili agli odierni «marrons glacés», furono recate in tavola con lo «scacchiero», per chi avesse avuto il desiderio di giocare a scacchi. La ventottesima portata era composta da le nevole et procassa. Le «nevole», voce dell’area barese e siciliana (nel lat. medioevale nebula), sono una composizione di fior di farina, la cui pasta quasi liquida, si schiaccia tra due forme di ferro arroventate. Al banchetto di Bona le nevole furono portate in tavola con il «procassa», voce idiotizzata dal cronista napoletano per «ippocrasso», vino in cui si ponevano a macerare e anche a bollire cannella in canna, zucchero, garofani e musco. Siamo all’ultima portata: li confietii. Si badi bene che sotto questo nome non s’intendono soltanto i tradizionali confetti nuziali, ma in genere ogni sorta di canditi e di confetture, che comprendevano «coriandoli, anexi, amandoli, avellane, cinamomi, ranciti, pignoli, moscardini, codognate de zucharo senza spetie» (rb.) e la «copeta», della quale Bona era ghiotta.  Per nostra sfortuna il cronista non nomina i vini. Avremmo conosciuto i nomi di quei polputi, robusti licori nostrani che soccorsero per poter ingurgitare lutto questo ben di Dio. È vero, però, che fu servita alla fine acqua odorosa. Come spiega lo stesso Passaro a quei tempi così si usava: «Ogni cavaliere serve la sua adorata dama; si mangiucchia, si gusta di quello e di questo, si ciarla di pettegolezzi, si parla d’amore»; e il «vino di Cipro, molte ornate dichiarazioni, molti assai teneri colloqui va riscaldando e al suono suggestivo degli stromenti, al sospiro delle viole, le illanguidite giovanette s’inebriano del delizioso profumo che una fontanella d’acqua di odore spande attorno nell’aria».

* tratto da LUIGI SADA, L’arte culinaria barese al celebre banchetto nuziale di Bona Sforza nel 1517 in La Regina Bona Sforza tra Puglia E Polonia, Atti Del Convegno Promosso Dall’associazione Culturale «Regina Bona Sforza “. Bari, Castello Svevo, 21 aprile 1980).

Epilogo.

Trenta anni prima, nel suo ufficio postale abbarbicato a Latte sul confine della contea di Francia, Vincent aveva ricevuto un robot simile che lo aiutava nel disbrigo dei compiti più ripetitivi e noiosi, ma di cui non aveva inteso la funzione di spionaggio: il robot aveva registrato tutte le sue operazioni di sabotaggio telematico alle produzioni di armi, aveva memorizzato tutti i suoi movimenti, aveva stampato le sue lettere, codificato le telefonate e, insomma, aveva fatto di tutto e l’impensabile per arrivare alla goccia che lo avrebbe inchiodato a vita: Vincent era stato beccato in flagrante a scrivere, durante l’orario di Riposo Obbligatorio e non Procrastinabile, un racconto breve, sulle Stazioni, i Treni, la gente che lì si incontra: altri cinque anni e il carcere duro. E poi tutto il resto. Ma Vincent sapeva che Banryu aveva dei punti deboli e sapeva anche che il Sistema aveva dei punti deboli. Era una questione di tempo o forse no, ma il solo fatto di poterlo ancora pensare lo rendeva un po’ più libero. 

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I heard it through the grapevine (Mi è giunta la voce). Di Federica Benazizi

la foto è di Simone Raeli

2300 d.C.

Il genere umano si è estinto.

Un’astronave aliena approda sul nostro pianeta in cerca di forme di vita.
Immaginate la terra ricoperta di vegetazione, il pianeta verde, e non un’anima viva da secoli.

Se foste il visitatore sconosciuto, oltre al verde lussureggiante, notando le tracce di una civiltà estinta, probabilmente vi spingereste oltre nella ricerca di informazioni.
Dove andreste a cercare testimonianze della specie scomparsa?
A chi chiedere?

Io chiederei alla vite.
In Slovenia alcuni viti sono risultate avere più di 400 anni
Certo, ci sono alberi molto più vecchi e, tra le piante più longeve al mondo, ci sono un pino, un tasso e un cipresso. Ma considerate il grado di interrelazione con l’uomo: i cipressi sono esseri solitari.

La vitis vinifera, invece, può vantare circa 8000 anni di addomesticamento.

Se foste quel visitatore ne prendereste qualche barbatella portandola sulla vostra astronave per finire di interrogarla a casa. Non prima, però, di averle fatto questa domanda:

– Che cos’è l’uomo?

– L’Uomo è un fantasma.

– Che cos’è un fantasma?

– Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito, forse solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo come una fotografia sfocata. Come un insetto intrappolato nell’ambra. (The Devil’s Backbone, 2001)

HTTGP
Heard it through the Grapevine.

Etichettatura, qualità e maturazione del vino nell’antico Egitto

Le più antiche etichette da vino che la storia tramandi sono egiziane: i logogrammi ed altri segni similari, incisi su sigilli premuti su grandi tappi di argilla, risalgono ad un periodo databile tra il 3100 a. C. ed il 2700 a. C., risalenti alle dinastie I e II del primo periodo dinastico. In questo caso il sigillo rimanda direttamente ad un faraone, a voler significare che la denominazione di origine è legata ad una personalità ben precisa ed al suo regno e non ad un luogo particolare. E’ solamente con la V dinastia (2470 a. C.), secondo Hugh Johnson[1] e con la VI (2200 a. C.), secondo Patrick E. McGovern[2], che si parla di vere e proprie denominazioni territoriali. E’ molto probabile che l’origine si riferisca, e su questo concordano entrambi gli autori, a dei luoghi di produzione, a delle fattorie vinicole, presenti sul delta del Nilo: ‘vino del Nord’, ‘vino abesh’, ‘vino sunu’ (sunu viene inteso come Sile, sul lato nordorientale del delta), ‘vino hamu’, ‘vino Ime’». Alla classificazione territoriale, Tim Unwin aggiunge che «fin dal III millennio sono documentati un certo numero di vini diversi, classificati a seconda del colore e della qualità oltre che per il luogo di provenienza[3].» I riferimenti di Unwin sono gli studi di Lutz nel 1922[4] e di Younger[5] del 1966. Ma è soltanto con il Nuovo Regno[6] che gli Egiziani «anticiparono di migliaia di anni il concetto francese di regione viticola, incluso nel sistema di classificazione dei Bourdeaux del 1855 e nella legge del 1936 sulla appellation controlée. Gli ostraka[7] indicano come principale zona di produzione viticola e vinificazione una regione in particolare, il ‘fiume occidentale’, che comprendeva la regione del delta nordoccidentale lungo il ramo canopico del Nilo. Altre aree erano Per-hebyt (l’odierna Behbet el-Hajar) sul delta centrale, Tjaru (Sile) sul delta nordorientale, Menfi e le oasi desertiche occidentali, probabilmente Kharga e Dakhala. Venivano indicati anche i nomi delle tenute, tra cui quelle di ‘Nebmaatre’ (nome proprio di Amenofi III), ‘Amenofi’, o semplicemente ‘il Faraone’ e ‘la Moglie Regale’. Le etichette con ‘è lo splendore di Aton’ si riferiscono a un’innovazione religiosa del faraone: il nuovo dio Aton (il disco solare), che Ekhnaton, figlio di Amenofi III e suo coreggente negli ultimi anni di regno, aveva introdotto al posto di Ammon. Il vignaiolo capo di solito è menzionato: tra gli altri, produssero vino per il faraone Amenofi, Amennemone, Pa e Ptahmai. L’informazione fornita dagli ostraka era superiore a quella fornita dalle etichette moderne, perché spesso indicava lo scopo e l’occasione per cui era stata offerta l’anfora: ‘vino per offerte’, ‘vino per tasse’ e ‘vino per divertimento’ si spiegano da soli; il ‘vino per un lieto ritorno’ forse veniva servito a una festa di arrivederci o di ultimo addio per un morto che si preparava a partire per la vita eterna. Le due occasioni festive più importanti ricordate dagli ostraka erano il ‘sollevamento dell’anno’, cioè la celebrazione del Capodanno, e soprattutto lo heb-sed[8] o festività sed[9]

Anche nella tomba di Tutankhamon (morto nel 1324 a. C. a soli 19 anni), ritrovata nel 1922 dall’egittologo Howard Carter, si trovano trentasei anfore contenenti vino, di cui ventisei marcate: sette con sigillo delle tenute del re e sedici con il nome della residenza reale di Aten. Ventitré di questi vini appartengono a tre annate, designate con ‘anno 4’, ‘anno 5’ e ‘anno 9’: non si comprende se queste date si riferiscono agli anni di regno oppure se indichino semplicemente gli anni di invecchiamento del vino. Una di queste anfore è marcata con ‘anno 31’ che non si può riferire alla breve durata del regno di Tutankhamon. Come si è già potuto vedere per il regno di Amenofi III, su tutte le anfore, ad eccezione di quelle più vecchie, vi è inciso il nome del capo cantiniere, a dimostrare così l’importanza di colui che produce materialmente il vino. Il fatto che il nome di uno di questi, Kha’y, si trovi nei sigilli sia dei vini della tenuta personale di Tutankhamon, che in quella di Aten fa pensare sia al fatto che questi funzionari dirigessero entrambe le tenute sia che la loro consulenza, al pari di un enologo di fama contemporaneo, fosse importante per la realizzazione di un buon vino.[10]

Così come fu per Tutankhamon, circa tre secoli più tardi, al ritrovamento ed allo studio, condotto da Wilhem Spiegelber, del tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, si ritrovano 679 ostraka in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr). La funzione di sommelierie viene gestita da uno scriba che amministra il «dipartimento del vino della Residenza»[11]. Le considerazioni a cui giunge Mcgovern sulla base degli studi di Spiegelberg differiscono, rispetto alle analisi di Hugh Johnson, sull’attribuzione dei numeri delle anfore nei riguardi degli anni di effettivo regno dei Faraoni. A meno che le forme di numerazione non cambino tra il regno di Tutankhamon e quello di Ramses II. Ciò che invece si può affermare con certezza è la rinomanza che acquisisce sotto il dominio di Ramses II il ramo pelusiaco del Nilo, dopo la dominazione degli Hyksos e l’acquisizione del dio Seth a capo del pantheon dei sovrani ramessidi, che diviene la ‘vigna dell’Egitto’ (Kaenkeme).


[1] Hugh Johnson, Il vino. Storia, tradizioni, cultura, Franco Muzzio Editore, Padova 1991, pag. 37
[2] Patrick E. McGovern, cit. pag. 98
[3] Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti., Donzelli Editore, Roma 1993, pag. 69
[4] H.F. Lutz, Viticulture and Brewing in the Ancient Orient, J.C. Hinirichs’sche Buchhandlung, Leizpig 1922
[5] W. Younger, Gods, Men and Wine, The Wine and Food Society, London 1966
[6] Con l’unificazione del paese e la fondazione della XVIII dinastia, ebbe inizio il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) o secondo impero tebano, forse il periodo più fiorente della storia egiziana. Si ristabilirono i confini e le strutture di governo del Medio Regno, riprendendone anche il programma di bonifiche, e venne mantenuta l’ autorità sui governatori locali grazie al controllo dell’esercito. La capitale fu spostata ancora una volta a Tebe, città di cui era originaria la XVII dinastia e dove aveva sede il culto del dio Ammone, destinato a diventare, durante il Nuovo Regno, il più importante di tutto l’Egitto. Tratto da http://www.storiafilosofia.it/egiziani/
[7] Ostraka è il supporto scrittoio per le iscrizioni in ieratico (la scrittura ieratica è la forma di scrittura dell’Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro.) Il riferimento sono gli ostraka della tomba di Amenofi III (1413 – 1377 a. C.) ritrovati negli scavi di Malkata, nella Tebe sud occidentale.
[8] Con il termine di festa Heb-Sed, o festa ‘giubilare’, o ‘festa del cane’ (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), si suole intendere una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno.
[9] Patrick E. McGovern, cit., pagg 130, 131
[10] Cfr. Hugh Johnson, cit pag 36
[11] Cfr. Patrick E. McGovern, cit., pp.149

Classificare e classifiche non sono la stessa cosa

Uva Canaiola (Vitis vinifera etrusca ; Black Canaiolo) da «Pomona Italiana»: Trattato degli alberi fruttiferi contenente la Descrizione delle megliori varietá dei Frutte coltivati in Italia, accompagnato da Figure disegnate, e colorite sul vero – Giorgio Gallesio.
Data (1817-1839)

Classificare e classifiche non sono la stessa cosa, anche se hanno una radice comune, almeno da noi. Ovvero dell’impossibilità di dare un ordine omogeneo e specifico alle classifiche dei vini, dei ristoranti, dei musei, delle frittate e di ogni qualsivoglia genere che non abbia a che fare con una sana ed onesta competizione in uno spazio – tempo limitato dalla quale risulti una modificazione dei rapporti numerici e, in alcuni casi, degli spazî vitali.

Il conatus enumerandi è vecchio almeno quanto l’essere umano: ogni forma di pensiero è già una forma di classificazione: “C’è una vertigine tassonomica. Io la provo ogni volta che i miei occhi si posano su un indice della Classificazione Decimale Universale” (Georges Perec, Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano 1989). Gli ontologi un po’ sarcastici la butterebbero sulle “categorie fondamentali”:  “i tipi”, “le parti”, “le proprietà”, i “processi”, “lo spazio” e “il tempo”; gli epistemologi vecchio stampo direbbero, al contrario, che l’organizzazione della conoscenza dipende direttamente dalle strutture cognitive degli estensori, dai loro limiti e, non da meno, dal contesto sociale e culturale al quale appartengono e da cui sono inevitabilmente influenzati: “I fisici, innanzitutto, giustamente leggono l’intero Universo e ciascuna sua parte come materia e energia, regolati nei loro rapporti dalle leggi della Fisica. I chimici fanno lo stesso con gli elementi e le leggi della propria disciplina, così come, in modo diverso ma analogo, i biologi, i matematici, i giuristi, gli economisti, gli storici, ecc. Il medesimo oggetto [noumeno in sè inconoscibile] può essere colto dalla limitata conoscenza umana solo attraverso il filtro di una disciplina o comunque di una qualche forma di sapere organizzato [o delle loro varie commistioni, ibridazioni e volgarizzazioni, fra cui quella che viene comunemente chiamata “senso comune”], che ne organizza, incasella, classifica una specifica faccetta, rendendola un fenomeno afferrabile e quindi pensabile.” (Riccardo Ridi 2001)

Non usciamo, insomma, da Platone e da Kant quando ci invitarono, ognuno a modo suo, a proposito del filosofare e dunque del pensare e, a caduta, del classificare, a soddisfare almeno due leggi: quella della omogeneità e quella della specificazione, a patto però che nessuna delle due sia a discapito dell’altra: “La legge della omogeneità ci dice di raccogliere le specie, facendo attenzione alle somiglianze e concordanze delle cose, di unirle, allo stesso modo, in generi, e questi in partizioni più ampie, finché non arriviamo infine all’unità suprema, che tutto abbraccia. […] La legge della specificazione, invece, […] esige […] che noi distinguiamo bene i generi riuniti sotto un più ampio concetto di partizione multicomprensivo e poi, di nuovo, le specie superiori e inferiori comprese sotto di essi, ma che evitiamo di fare qualche salto e soprattutto di sussumere le specie inferiori o addirittura gli individui sotto il concetto di partizione più ampio”. (Arthur Schopenhauer, La quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, 1813)

Classifica deriva, e ne mantiene la radice, da classificare anche se nell’uso comune rimanda alla strutturazione di una graduatoria legata ad una competizione: facendo riferimento ad un ordine numerico in cui i dati sostituiscono qualsivoglia organizzazione, semplificazione e specificazione del pensiero non ha alcun motivo di essere spiegata in sé. Non significa, in altro modo, che ogni classifica numerica non possa essere spiegata per sé, ovvero attraverso altri indici di valutazione: quella squadra vince sempre perché ha più denaro di tutte, compra i giocatori più forti, ha il miglior allenatore del mondo e via cantando. Quel libro è in cima alle classifiche di vendita perché è un buon libro, ma ha anche sponsorizzazioni molto danarose, pubblicità a piacimento, una casa editrice potente e via di questo passo. La classifica non muta a meno che non mutino condizioni esterne alla sua definizione. 

Ma quando parliamo di classifiche di vini, di ristoranti, di prosciutti a quale tipo di ibridazione mentale dell’assurdo ci stiamo riferendo? Perché, a questo punto, dovrebbe essere chiaro a tutti che si stanno usando forme di organizzazione del pensiero, come tali discutibili e controvertibili, tipiche dell’intelletto classificatorio all’interno di un modello che, in modo specularmente opposto, presuppone l’oggettivazione numerica irrefutabile: la classifica.

Il giudizio, infine, coronato o meno da valutazioni numeriche o simboliche (facce, stelle, tartarughe…) differisce dalla classifica anche se da essa trae il beneficio quantitativo: lo spostamento da uno all’altra è piuttosto facile ed immediato, ma non è semplice né scontato. Insomma, una radice comune non presuppone necessariamente un destino identico.

La scomparsa progressiva del congiuntivo e l’apparizione del vino perentorio

Di Lucarelli – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6692549

«Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili (…) Infine, le parole non conoscono errore. Se una parola “sbaglia” l’universo si adegua immediatamente. Ho scritto per la seconda volta “universo”, è ora che smetta». Giorgio Manganelli, Pinocchio, un libro parallelo.
Sono uno dei primi a rammaricarmi della scomparsa del congiuntivo e delle frasi che stridono alla risonanza di mancati accordi, ma poi ci penso e ci ripenso su: non sono certo uno che vorrebbe conservare tanto per conservare e neppure colui che vorrebbe rivoluzionare tanto per rivoluzionare. Aspetto sulla sponda del fiume, tristemente, il passaggio del cadavere del congiuntivo e so, per certo, che non è un mio nemico. L’aveva già detto Roland Barthes che «il verbo essere trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste». E’ chiaro, dunque, che quando si sa una cosa per certo è doveroso, d’obbligo e conveniente che segua il verbo essere al suo indicativo presente. Ma quando si pensa, si dubita, si spera, si concede, si esprime un timore, un augurio o una speranza, si prega o si chiede permesso sarebbe opportuno che il verbo a seguire sia altrettanto incerto, ipotizzabile, auspicato, dubbio e persino soggettivo. Non si può proprio pensare che quel vino “è” ricco di sfumature sensoriali, di corbezzoli, di fiori di campo e di palandrane sdrucite. Si può solo pensare che lo “sia”. Il mondo si adegua alla morte prematura del congiuntivo e si conforma alla sostanza categorica del verbo essere al suo tempo indicativo in un eterno presente. Quando tutto è, non è possibile che sia altrimenti. E il vino diventa perentorio.

Il vino del futuro agisce già su quello del presente

Di Quinn Publishing / Kenneth Fagg – http://thegoldenagesite.blogspot.com/search/label/Ken%20Fagg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44146775

Debbo ricondurmi ancora una volta a Karl Marx studioso e non tanto alle sue doti di chiaroveggenza, mai avute per la verità, né alle sue ipotesi di società futuribili che lasciano ampi spazi di interpretazione e di possibile confutazione previsionale. Sia nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – Grundrisse” che nei “Manoscritti economico filosofici”, Marx fece riferimento alla società futura richiamando esplicitamente il fatto che elementi propri di ciò che sarà non solo debbono già essere presenti, ma che essi agiscono affinchélo stato delle cose cambi in modo radicale. I suoi punti di riferimento furono l’analisi dei i modi e dei rapporti di produzione, il partito e le classi sociali. Qualche decennio più tardi Lenin parlò di cambiamento radicale allorché l’involucro non corrisponde più al contenuto (L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo). Il futuro, attraverso diversi segnali, siano essi elementi produttivi, culture organizzative, tecnologie o altro agisce, dunque, a ritroso nel presente e lo conferma nei suoi aspetti determinanti destinati ad imporsi. I meccanismi non sono certo facili da scorgere e non accadono in maniera casuale: proprio perché sono intellegibili, profondamente umani e strettamente correlati tra loro, la miglior critica è quella che ci permette di intuire questi elementi e di trarne un relativo vantaggio d’azione. Ma questo dice anche altre cose: un’azione che anticipi i tempi fecondi rischia non solo di non essere compresa, ma anche di fallire, come un’eterna Cassandra, nei suoi esiti più realizzabili. Un’azione attesa al contrario, eternamente posticipata, a sua volta, si configura come inazione. L’azione migliore è quella che scorgendo alcune variabili e facendole proprie, anticipa gli accadimenti e cerca di condurli verso una propria visione politica (etica).

Dunque al vino.

Due sono e questioni che mi sono venute in mente: la prima è di carattere generale e investe sostanzialmente le modalità, in termini macro, con cui alcuni fattori incidono sulla produzione. In questo caso il futuro, attraverso i cambiamenti climatici, le concentrazioni produttive, le sensibilità ecocompatibili, biologiche e naturali, i mercati, i prezzi, il benessere, la salute, il controllo sociale, le evoluzioni tecnologiche e di questo passo, agisce già in maniera significativa su quelli che sono delle condizioni che solo un decennio fa erano appena accennate. I caratteri mutanti dell’oggi prevedono rapide accelerazioni, anch’esse impensabili sino a pochi anni passati, di status.

La seconda cosa è singola: di quel vino, di quell’annata, di quel produttore, da quei vitigni di quel o quei luoghi. Spesso si fa riferimento alla giovanile esuberanza di un certo vino, di cui si dice che “è un bambino”, facendo così intendere che i suoi caratteri evolutivi lo porteranno ad una piacevole pubertà e, coerentemente, ad una compiacente, rotonda e armonica maturità. Talvolta succede, ma altre volte no. Lo si può comprendere? Sì, anche se non sempre pienamente, a patto che si consideri quel futuro che già agisce ora in quel vino e si valutino le circostanze presenti che lo traghetteranno verso una nobile evoluzione. Tutto il resto permettendo.

“Mare & Mosto” in un maggio che non riconosco

Foto che ho preso dalla terrazza dell’ex convento dell’Annunziata – Baia del silenzio – Sestri Levante

Tutte le cose hanno un significato; tutte le cose hanno un senso soggettivamente inteso, ovvero intenzionato dall’agente o dagli agenti; alcune di esse trovano il senso nel concretizzarsi della reciprocità delle azioni e rinviano all’interazione umana. Le cose a noi più comprensibili, anche se non necessariamente condivisibili, abbracciano ognuno di questi approcci.

Tutte le fiere del vino hanno un senso, ma alcune di queste lo hanno più delle altre. Non perché siano più giuste, più etiche, più naturali, più ricche, più toste o più tostate. Semplicemente perché sono più intelligibili (nel senso soggettivamente e oggettivamente inteso). Ma, se ci pensate bene, succede così un po’ dappertutto: in politica, in uno schema di difesa a zona, in un pranzo, nelle relazioni amorose e così via. In Liguria, da un po’ di anni a questa parte, c’è una rassegna organizzata dall’A.I.S. Liguria, “Mare & Mosto: le vigne sospese”, che si è tenuta domenica 19 e lunedì 20 maggio, la quale si caratterizza per esporre esclusivamente dei vini liguri: lontana da uno sciovinismo localistico di piccolo rango è diventata un punto di riferimento sia per quanti vivono in terra ligure e sia per quanti da questa terra transitano. La sua importanza è cresciuta di anno in anno proprio perché offre notevoli spunti e importanti suggestioni a tutti coloro che di vini liguri ne sanno poco: e tra questi, manco a dirlo, sono tanti pure gli indigeni. Dire che la fanno in un posto molto bello non rende sufficiente splendore a coloro che dalle parti di Sestri Levante e alla Baia del Silenzio, in particolare, non sono mai andati.

Fianco a fianco raccontano di strettissime fasce di terra, di terrazze che si affacciano sul mare e di colli compresi tra boschi, a nord, e spiagge riflettenti, a sud, produttori e vini tanto simili nella parlata quanto diversi nello stile e nella visione d’insieme: essi abitano luoghi tanto irsuti che l’individualità, oltre che una pratica, figura come un dogma.

A zonzo tra i tavoli.

Qualcuno di cui non ho mai parlato prima perché di altri ne ho già scritto e mi piacciono anche molto, ma non vorrei ripetermi (Terre Bianche, Maccario Dringenberg, De Battè…)

Celsus 2018 – la Colombiera

A Fosdinovo in località Celso questo vermentino fa una breve sosta sulle bucce, di quattro cinque ore, e nulla più. Si accoglie con gran facilità, senza spigolature. La frutta è appena colta, fresca; macchia mediterranea e un bel finale sapido e amarognolo.

Giardino dei Vescovi 2017 – Giacomelli

Un vermentino che fa legno grande per un anno in botti di rovere francese da 10 ettolitri. Bello come un’estate tanto attesa: tropici e cedro, salvia; avvolgente, pieno, di grande e carezzevole soavità, batte nel cavo orale al pari di un’onda lunga sulla battigia. E si porta dietro il sale.

Il Maggiore 2018 – Ottaviano Lambruschi

Un altro vermentino dei Colli di Luni di rispettabile compiuta eleganza: dritto, ma non per questo stretto e corto, estremamente fresco ed energico, riprende fiori gialli di ginestra, gelsomino, agrumi e quel tono salmastro che non può in alcun modo mancare per vocazione e per territorio.

Perciò Cinqueterre  2018 – Cheo

Scusate, ma non ho resistito: se c’è un perché è questo “perciò”. Potrei finirla qui, ma vi dico solo che in questo vino c’è anche un piccolo pezzo di storia: oltre alle uve bosco e vermentino contribuisce a farlo grande una parte dell’antichissimo piccabon che non fu, come erroneamente scrisse il Gallesio, un sinonimo di vermentino, ma dei vini vernaciae.

Granaccia 2018 – Bio Vio

Dall’altra parte, a Ponente, in Regione Vallette di Bastia d’Albenga. In questo caso si sta parlando di Liguria nel Mediterraneo. I confini si allargano, abbracciano altre terre, altri mari, altre genti: profuma di spezie, di rosa e di viola; poi si fa intenso di frutti scuri, con leggeri riflessi di porpora giovanile, resine e ancora sole e sale.