Breve corso di allontanamento dal vino

Primo giorno di scuola 1967
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Breve vademecum corsistico per allontanare, in poche mosse, chiunque dal vino. E alcune di queste mi capitarono.

  1. Imporre un alto costo al corso con relativa implementazione del budget attraverso l’acquisto obbligatorio di gadget e ammennicoli non desiderati; 
  2. Accogliere i corsisti in sale sovraffollate, calde, a visibilità ridotta nelle ultime file/banchi, ancora meglio se intercalate da colonne che ostruiscano la visuale;
  3. Usare aule dotate di luci al neon modello sale di attesa delle stazioni ferroviarie anni ‘80;
  4. Usare aule dotate di rimbombo tipico della grotta segreta di Ulisse sapientemente ampliato da apparecchi fonici appositi;
  5. Proporre sedili scomodi dotati di manubri improbabili e banchi auto-rovescianti;
  6. Proporre classi numerosissime con rapporto docente/discente di almeno 1/92;
  7. Affrontare lezioni mnemoniche, frontali, ripetitive, nozionistiche e centrate sulla lettura dettagliata di dati statistici sulla produzione e sugli affluenti di destra del nebbiolo e su quelli di sinistra del sangiovese;
  8. Parlare con voce piatta, monotona, leggermente cantilenante (beghine style);
  9. Proiettare cartine geografiche a mappatura orizzontale possibilmente colorate in maniera vivida (pastello);
  10. Servire vini mediocri e possibilmente difettosi a scopo didattico;
  11. Sminuire alcune zone produttive: ad esempio dire che i vini che finiscono in “-ino” sono vini del “belino”;
  12. Far compilare schede di valutazione dei vini spiegate con i canoni con cui si affrontano le scommesse Sisal/Totip;
  13. Rispondere in modo arrogante e con ampia sufficienza a domande esposte con estrema semplicità/ingenuità;
  14. Far intendere, nemmeno sotto le righe, che il relatore sa e che il discente non sa e che non saprà mai come sa lui/lei;
  15. Arrivare a lezione mezzi ubriachi e con cattiva digestione (che verrà ampliata dalle dotazioni acustiche rimbombanti);
  16. Chiamare alla lavagna un ignaro corsista privo di attitudini oratorie pubbliche e schernirlo di fronte alla platea; congedarlo con una pacca sulla schiena a mano aperta;
  17. Allontanarsi in bagno con la moglie/marito/amante/fidanzato/a di un corsista durante la pausa;
  18. Affrettare la chiusura;
  19. Allontanare la chiusura raccontando aneddoti personali e familiari non richiesti, oppure dilungandosi in un contenzioso con un corsista vivamente toccato dai vini del “belino”;
  20. Andarsene senza salutare;
  21. Salutare svogliatamente;
  22. Salutare solo quelli belli/belle

TRUMPING. I dazi sul vino e sulle altre cose visti da Sun Tzu, Karl Marx, Friedrich Engels e, più modestamente, dal sottoscritto

Di 663highland – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4876792

Iniziamo con il grande filosofo, generale e stratega della guerra, Sun Tzu, nato Sūn Wǔ (孫武), zì: Chángqīng (長卿); (544 a.C. – 496 a.C.) e il suo manuale militare “L’arte della guerra”. I riferimenti alla contemporaneità sono miei, ma le intuizioni tutte sue. Ricordo inoltre che, nella mia visione complessiva delle cose, per guerra s’intende non solo la parte combattuta con armi, eserciti, droni, missili terra-aria e balestre ma, di buon grado, tutte le forme di scontro economico, commerciale, sociale, culturale e politico che si verifichino in presenza di strumenti esplicitamente atti ad offendere, opprimere e sfruttare. Le guerre guerreggiate, le guerre di sterminio, le guerre di deprivazione, in questa graduatoria della crudeltà, la fanno da padrone. Le altre possono fare male ed essere condizione perché le prime trovino un terreno fertile di accrescimento e di attuazione.

Rimaniamo nell’ambito europeo.

Situazione generale: “Quando uno Stato (Europa) è racchiuso fra tre altri Stati (USA, Cina e Russia) che se lo contendono, il suo territorio è focale. Chi ne assume per primo il controllo riuscirà anche a conquistare Tutto sotto il Cielo”

USA, Russia e Cina: “In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore”.

USA, Russia e Cina: “Il loro scopo primario deve essere quello di riuscire a prendere Tutto-Sotto-Il-Cielo: così, non dovranno mantenere le truppe di occupazione e i loro profitti saranno assoluti. Questa è la regola per la strategia dell’assedio.”

USA, Russia e Cina: “Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vogliono conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fondano sulla situazione che vogliono determinare”.

Europa: “Tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta”.

La guerra commerciale e il protezionismo.

Ricordo qui, brevemente, che il protezionismo non è un’invenzione di Trump. È stato usato in passato in numerose occasioni da tutti gli Stati senza alcuna eccezione, vuoi per cercare di proteggere e sviluppare la propria economia mercantilistica, vuoi per tentare di affossare le risorse altrui. Neanche il libero scambio è un’invenzione di Macron o della Merkel: solitamente è l’altra faccia della medaglia ed è stato adoperato per intenti similari, ma al contrario: sono lo lo yin e lo yang dell’economia capitalistica.

Secondo Karl Marx, ne “Il Capitale”, “il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno”.

Per Friedrich Engels, nella “Prefazione all’edizione inglese del discorso di Marx sulla questione del libero scambio” del 1888, “il protezionismo è, nella migliore delle ipotesi, un circolo vizioso senza fine e non si sa mai quando finisce. Proteggendo un settore, si danneggiano direttamente o indirettamente tutti gli altri, e quindi si devono proteggere anche loro. Ma in questo modo si danneggia di nuovo il settore che era stato protetto all’inizio che richiederà degli indennizzi, e questi indennizzi avranno effetti, come nel primo caso, su tutti gli altri settori, giustificando le loro richieste di indennizzo e così via all’infinito.”

Così concluse la sua arringa Karl Marx sul libero scambio: “In generale attualmente il protezionismo è misura conservatrice, mentre il libero scambio agisce come forza distruttiva. Esso distrugge le vecchie nazionalità e spinge agli estremi l’antagonismo fra proletariato e borghesia. Il libero scambio affretta la rivoluzione sociale. È solo in questo senso rivoluzionario, o signori, ch’io voto pel libero scambio”.

Per finire, posso dire che sono assai meno fiducioso di Carletto sulle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione sociale. Anzi, sarà che sono passate le feste, ma il mio vuoto/pieno – pieno/vuoto è totalmente in disequilibrio. Vedo solo accelerazioni, ma dove queste ci portino non lo so affatto. Mi sembra di intuire soltanto una cosa: la guerra dei dazi fa parte di una guerra molto più grande. 

Contro il pranzo di lavoro

La cucina, al pari di ogni altra forma di pratica umana, è un linguaggio che si struttura in segni convenzionali. Essi, a loro volta, riflettono i nuovi assetti sociali, le loro molteplici domande culturali e le rinnovate socialità alimentari. Perso il controllo rituale del cibo, il sistema mercantile ha velocemente trasformato i bisogni in valore e le necessità in scusanti. Diversi calendari si sono poco a poco succeduti sino ad annullare la distinzione tra il tempo di lavoro e il tempo della festa: “quando i fuochi dentro (nelle case) si spengono, fuori si scatenano le delizie funerarie delle tavole fredde, delle anatomie di bocca”. (Piero Camporesi)

Una volta che i campi sono stai invasi, coperti e risucchiati in un sistema largamente produttivo, il pranzo è divenuto dapprima luogo della sperimentazione dell’ingegneria alimentare attento tanto alle leggi di mercato quanto agli apporti vitaminici, per poi farsi luogo di produzione: la colazione di lavoro. Più rare, ma non meno invasive, le cene di lavoro occupano gli interstizi della notte, lo spazio liminale delle infinite possibilità. Di derivazione anglosassone, il pranzo di lavoro, fingendo di legare uno spazio ludico, conviviale e di riposo ad una logica mercantile, travolge con il suo aggettivo di specificazione sia la sensualità del cibo condiviso che la sistema della conversazione. Siti di alta specializzazione finanziaria consigliano di essere se stessi, ma forse fino ad un certo punto, di non mangiare con la bocca aperta e soprattutto di mangiare poco. Di non ingozzarsi, di bere vino solo se gli altri lo fanno e di berne poco. Di parlare di tutto, ma forse senza discutere, quindi di non conversare di niente che non sia strettamente necessario a parlare di ciò che rimane sulle sfondo. Il cibo, come il vino, copre lo scenario della reificazione del privato piegata al dominio di soddisfazioni calcolate. Contorno di un discorso senza orni né specificità il cibo, come la conversazione, imbrigliato nelle pastoie della funzionalità operativa e commerciale, serve da cortina fumogena all’unico interesse dei convitati: gli affari. La rappresentazione scenica che gira intorno alla convivialità strumentale priva il banchettare del suo momento festivo: “Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi”. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi)

 

Il dipinto: Boris Kustodiev, Ristorante a Mosca, 1916

La bottiglia ornamentale e le bolle di felicità

Di Marco Carboni – http://www.marcocarboni.it, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11193813

Le bolle di sapone che questo bambino

si diverte a soffiare da una cannuccia

sono traslucidamente tutta una filosofia.

Chiare, inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose,

sono quello che sono

con una precisione rotonda e aerea,

e nessuno, nemmeno il bambino che le libera

pretende che siano di più̀ di quanto sembrano essere.

Alcune si vedono a stento nell’aria tersa.

Sono come la brezza che passa quasi senza toccare i fiori

e soltanto sappiamo che passa

perché qualcosa si alleggerisce in noi

e accetta tutto più nitidamente.

(Fernando Pessoa)

Il sogno dell’eleganza passa attraverso il rivestimento: colori sgargianti e rilucenti, dal giallo taxi al rosa sciroppo, che transitano per il verde gelosia e si concludono nell’austero grigio cenere, addobbano felici le bottiglie.

L’ornamentazione spiega la classe, che non è mai acqua. Nobilita il proletario e distingue il ricco: per una notte soltanto veste a festa, da piccolo principe o da piccola principessa come nei ricordi di una festa sbiadita e sfuggente, il bambino che dorme in noi.

La bottiglia ornamentale agghinda un vino mitico, tanto improbabile quanto lo sono le sue bolle: la felicità dimora nella loro provvisoria e precipitosa grandezza.

Fintanto che una nuova eruttazione gassosa non ci separi.

Il vino geometrico

In basso a sinistra nella tavola un disegno illustrativo dell’articolo di Lodovico Riva intitolato Dissertatio meteorologica. Cui accedit Solutio & constructio duorum problematum geometricorum pubblicato del volume degli Acta Eruditorum del 1736

Un vino rettangolo (o vino retto) ha i monosaccaridi interni di 90°, cioè ad angolo retto. Il lato opposto all’angolo retto è detto d-glucosio, chiamato anche destrosio; è il lato più lungo del triangolo rettangolo. Gli altri due lati del triangolo sono detti composti terpenici. Per questo triangolo vale il teorema del vino industriale pastorizzato.

Un vino ottusangolo (o vino ottuso) ha un alcol interno maggiore di 90°, cioè ottuso. Un vino ottuso ammette sempre due bevitori adiacenti.

Un vino acutangolo (o vino acuto) ha l’acidità fissa e quella volatile minori di 90°, cioè ha tre angoli acuti. Se la direzione dell’avambraccio forma con la direzione del moto del corpo su cui è esercitata un vino acuto, il lavoro risultante è positivo.

Un vino equiangolo, cioè se ha tutti i tannini interni uguali, cioè di 60°, cioè se e solo se è un vino equilatero. Il gruppo delle simmetrie del vino equilatero è costituito dall’identità, dalle rotazioni intorno al suo calice di 120° e di 240° e dalle riflessioni rispetto alle bisettrici degli altri vini equiangoli.

Per un bambino i nonni nascono vecchi …

Schopenhauer fotografato nel 1859 a 71 anni, un anno prima della morte

Di Schäfer, Johann – Frankfurt am Main University Library, Pubblico dominio,

Per un bambino o per una bambina i nonni nascono vecchi e rimangono tali fintantoché Babbo Natale non scompare dal loro fertile immaginario. Solo a quel punto diventano decrepiti.

Per una bambina o per un bambino i genitori nascono grandi e rimangono tali sia finché Babbo Natale non scompare dal loro fertile immaginario e sia fino a quando non si emarginano nella loro camera, immersi nella musica grazie ad apposite cuffiette isolanti, mentre maneggiano la Play con la mano destra e chattano al telefono con la sinistra (a volte viceversa). Solo a quel punto diventano incartapecoriti come i nonni.

Per un barista nei dintorni di casa mia il vino è vecchio fintantoché Babbo Natale non scomparirà dal fertile immaginario sensoriale dei suoi clienti. Solo a quel punto diventerà “vino da meditazione”.

Il vignaiolo compositore

Massimo Mila tratto da Unione culturale Franco Antonicelli – Torino

Sarà capitato anche a voi di provare un certo disagio dopo l’ascolto di un meticoloso racconto dei processi produttivi di un vino e il suo successivo assaggio. Quasi che la narrazione procedurale servisse a spiegarci, da sola, in una serie di nessi e passaggi causali, l’esito finale, cioè il vino, quando non ancora la sua evoluzione pre-determinata: si parte dalla vigna, si capita in cantina e si finisce nella bottiglia subito prima di tuffare il naso e la bocca nel bicchiere. Lungi da me negare la tecnica applicata. Bisogna solo intendersi: vorrei aggiungere soltanto un piccolo segmento, che sfugge ad una logica puramente oggettivante dell’atto creativo, ovvero quello relativo a ciò che uno dei più grandi critici e saggista musicale della nostra epoca, Massimo Mila [1], definì, in merito all’atto musicale, “l’espressione involontaria”.

Credo, infatti, assieme a molti di voi, che, al di fuori del meccanismo industriale-fordista, la realizzazione di un vino sia un atto di creazione e di interpretazione. Dove la tecnologia e l’esperienza sono strumenti operativi ineguagliabili, ma che non spiegano in maniera totalizzante l’esito raggiunto. Esattamente come la grammatica italiana non risolve lo svolgimento di questo mio scritto. Allora, se siamo d’accordo nel reputare il vino come esito finale dell’antica τέχνη (tékhnē) greca o ars latina, intese come esperienze conoscitive (arti in senso lato), e non solo di un pedante e ripetitivo tecnicismo, dovremmo essere in sintonia nell’affermare che esso vive dell’espressione e nell’espressione del suo compositore/vignaiolo. Ma di quale espressione stiamo parlando? Ancora con Mila: «L’espressione, in cui diciamo consistere la natura dell’arte, non è qualcosa di cercato, non è una “espressione fatta apposta”. L’espressione in cui consiste la natura dell’arte non è espressione voluta di qualche cosa, ma è la presenza inevitabile della persona umana, diversamente individuata nei singoli artisti, come compendio vivente, e quindi sempre in via di trasformazione, d’un concorso di circostanze storiche.» [2] Non si tratta, badate bene, dell’espressione generica di sentimenti (gioia, dolore, speranza…) che attengono a forme di tipizzazioni generali: «La realtà è quella di singole creatura in preda a stati d’animo che, per necessità pratica e con molta imprecisione di linguaggio ci riduciamo a designare con quei termini, ben sapendo però che il dolore di uno e tutt’altra cosa che il dolore di un altro, che la gioia di Rossini nel Barbiere è tutt’altra cosa che gioia di Beethoven nella Nona Sinfonia.» [3]

Nessun vignaiolo, dunque, compone i suoi vini in uno stato d’esaltazione mistica, preda di ispirazioni contemplative di natura trascendentale. Egli/ella possiede la conoscenza e la capacità d’uso degli strumenti e dei metodi impiegati, ma ciò che non controlla, ma che pur tuttavia è riconoscibile nel suo prodotto, è il «traboccare d’una personalità irresistibilmente incisiva, che imprime le proprie passioni robustissime sopra quella trama» di sensazioni che appartengono al vino: «Ma il genio, e anche il grande talento, emerge, più che da elementi intellettuali e d’affinamento sociale superiori a quelli degli altri, dalla facoltà di trasformarli, di trasporli… Analogamente, gli uomini che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell’ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che, cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente mediocre, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso. Il giorno in cui il giovane Bergotte poté illustrare al mondo dei suoi lettori il salotto di cattivo gusto dove aveva trascorso l’infanzia e i discorsi non proprio eccitanti che vi faceva con i fratelli, quel giorno egli salì più in alto dei suoi amici di famiglia più spiritosi e più distinti: questi, nelle loro belle Rolls-Royce, potevano tornarsene a casa testimoniando un po’ di disprezzo per la volgarità dei Bergotte; ma lui, col suo modesto apparecchio che era infine “decollato”, lui volava sopra le loro teste.» [4]

Proprio perché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso.

NOTE

[1]     http://www.archivioflaviobeninati.com/2012/02/massimo-mila/

[2]      Massimo Mila, L’esperienza musicale e l’estetica, Einaudi, Torino 1956, pp. 109, 110

[3]      Ivi, pag. 113

[4]     Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore, in Alla ricerca del tempo perduto II, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori, Milano 1998.

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta qui: http://www.seminarioveronelli.com/il-vignaiolo-compositore/