“Negli esseri del mondo tutte le cose sono in relazione tra di loro”

dinamizzazione – la raia azienda agricola biodinamica – Gavi

Tra il 24 dicembre 1922 ed il 6 gennaio 1923 Rudolf Steiner tiene a Dornach una serie di conferenze sul tema della nascita e dello sviluppo storico della scienza[1]. Nell’ottava conferenza, tenuta il 3 gennaio 1923, Steiner fa riferimento alla ‘forza vitale’ di Stahl[2], medico e chimico vissuto tra Sei e Settecento, la cui opera fondamentale è ‘Theoria medica vera’. In tutte le conferenze Steiner insiste su un dato: la descrizione degli eventi esterni nell’antichità era profondamente ed intimamente legata alle esperienze interiori, per cui Talete parlò della nascita di tutte le cose dall’acqua proprio perché il suo temperamento era flemmatico, poiché si caratterizzava in prevalenza dall’umore composto da ‘acqua’, o ‘muco’ detti anche ‘flegma’; allo stesso modo Eraclito, di temperamento collerico, fa discendere tutto dal fuoco. La teoria degli umori è alla base della medicina galenica, che riprende e poi amplia le teorie di Alcmeone di Crotone, allievo di Pitagora, che nel VII-VI secolo a.C.  fu il primo ad avere l’idea che l’uomo fosse un microcosmo costituito dai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco)  fondamentali. Secondo lui dall’equilibrio degli elementi, che chiamò isonomia o democrazia, derivava lo stato di salute, mentre lo stato di malattia derivava dalla monarchia, ovvero dal prevalere di un elemento sugli altri. Questa teoria venne poi ripresa da Ippocrate, padre della medicina, nel V Secolo e perfezionata da Galeno (Pergamo, 129 – Roma, 216), che aggiunse ai quattro elementi e alle loro qualità elementari (freddo, umido, secco e caldo), le complessioni che si compongono e si ricompongono, attraverso i quattro elementi, nel corpo umano determinando caratteristiche organiche e di temperamento di ogni persona, variabili a seconda delle età di ognuno: Aria – Sangue – Temperamento sanguigno – Adolescenza – Est – Umido e Caldo;  Fuoco – Bile gialla – Temperamento bilioso – Juventus ( 25 -40 anni) – Estate – Sud- Caldo e Secco; Terra – Bile Nera – Temperamento melanconico – Senectus  (40 – 65 anni) – Autunno – Ovest – Freddo e Secco; Acqua – Flegma – Temperamento flegmatico – Senium (oltre i 60 anni) – Inverno – Nord – Freddo e Umido[3]. Ciò che importa a Steiner e all’approccio antroposofico della filosofia medica di Galeno è di segnalare la stretta corrispondenza tra essere umano e mondo circostante, sia nella composizione materiale di entrambi sia nella percezione che nel vissuto di ciò che, per l’uomo, è esterno ed esteriore. Stahl che cosa fa secondo Steiner?: “Partì dal convincimento che i processi fisici e chimici che si svolgono nell’uomo non possono fondarsi sul quel tipo di fisica e di chimica che si veniva proprio allora applicando al mondo esterno. Siccome però non disponeva di null’altro, egli inventò quelle che chiamò la ‘forza vitale’. In tal modo lo Stahl fondò la cosiddetta scuola dinamica. Si tratta dunque di un’invenzione sostitutiva di qualcosa che era andato perduto[4]!” Stahl, riprendendo la teoria galenica sugli elementi primordiali costitutivi della terra, elabora una teoria circolare sulla migrazione degli elementi materiali nei regni della natura, dapprima attraverso il cielo, fluido, che si distingueva in etere, principio iniziale del moto di tutti i corpi naturali, ed acqua, mediatore chimico tra l’etere e  la ‘terra elementare’, ovvero il secondo elemento primordiale costitutivo della terra. La terra poteva poi essere distinta in ‘vitrescibile’, ‘calcarea’, ‘solforosa’ e flogistica’. Il flogisto era il principio di infiammabilità dei corpi ed era il costituente fondamentale di tutte le sostanze presenti nei tre regni della natura (minerale, vegetale e animale). “Tutti gli elementi materiali migravano continuamente attraverso questi regni formandovi tutti i corpi composti, e in questa loro circolazione ininterrotta gli elementi restavano sempre identici a se stessi, inalterati in tutti i differenti processi ai quali partecipavano. Il flogisto, in particolare, era abbondantemente presente nell’aria grazie alla putrefazione delle piante o alle combustioni delle sostanze infiammabili. Dall’aria, per mezzo di una parte ‘salina’, penetrava poi nelle piante reagendovi diffusamente attraverso un ulteriore processo di ‘circolazione’. In fine, grazie alla nutrizione, passava dai vegetali agli animali: e in questo modo il circolo si chiudeva e si ripeteva continuamente[5].” Stahl riprende l’idea del moto circolare e ciclico della natura, da uno dei più importanti iatrochimici di scuola paracelsiana[6] di metà del Seicento, Johann Joachim Becher: per lui la Creazione ex nihilo aveva prodotto il ‘cielo’ e la ‘terra’. Il primo era il principio universale della vita sia come luogo della creazione dei corpi sia per quanto riguarda il loro moto. La terra, invece, rappresentava il principio fisico del mondo, che al contrario del cielo, il principio formale di tutte le cose, si distingue fin dall’origine come tripartita in tre enti particolari, ovvero terra, acqua e aria. Essa era inoltre specificata nel sua tripartizione trinitaria in terra vitrescibile, in terra infiammabile e in terra mercuriale. La natura, come somma del tutto, partecipa, attraverso la ripetizione dei cicli cosmici, in una successione infinita di eventi, all’eternità[7]. Alcuni secoli più tardi, Rudolf Steiner, nel suo corso sull’agricoltura, ci riporta a questa integrazione circolare della natura quando afferma che “oggi si usa molto spesso guardare gli esseri, siano essi minerali, piante o animali ( e facendo per ora astrazione dall’uomo), che ci si presentano in natura come se fossero isolati uno dall’altro. Si è abituati a guardare oggi una pianta isolatamente, per sé, e passare poi alla specie, essa pure vista isolatamente, poi da questa a un’altra e così via. Tutte vengono elencate, classificate e incasellate secondo genere e specie, ed è tutto quel che se ne deve sapere. Ma la natura procede ben altrimenti; in natura e in genere , agiscono reciprocamente le une sulle altre. Oggi, in periodo materialistico, si usa solo seguire l’azione grossolana di una cosa sull’altra; così si osserva se una cosa viene mangiata e digerita da un animale o se il letame dell’animale arriva al campo. Si seguono soltanto queste grossolane azioni reciproche. Oltre a queste azioni grossolane, ci sono però anche scambievoli azioni, provenienti forse da sostanze più sottili: dall’elemento calore, da quello chimico-eterico continuamente operante nell’atmosfera, dall’etere di vita[8].”


[1] Cfr. Rudolf Steiner, Nascita e sviluppo storico della scienza, Editrice Antroposofica,  Milano 1982

[3] Cfr. Yann Grappe, Sulle tracce del gusto. Storia e cultura del vino nel Medioevo, Editori Laterza, Bari – Roma 2006, in particolare il capitolo primo ‘Il vino e la dietetica’.

[4] Rudolf Steiner, cit., pp. 128, 129

[5] Antonio Di Meo, Circulus Aeterni Motus. Tempo ciclico e tempo lineare nella filosofia chimica della natura, Einaudi, Torino 1996, pp. 23, 24

[6] “Col termine Iatrochimia Paracelso intese l’opera di manipolazione, da parte del medico, dei componenti messi a disposizione dalla Natura, al fine di ottenere un medicamento, mentre con il termine Spagiria volle ripescare l’assioma alchemico ‘solve et coagula’  fondendo i due vocaboli della lingua greca: spao ‘separo’ ed agheiro ‘riunisco’. Il credo spagirico di Paracelso si basava sul principio che, poiché l’uomo conteneva nel proprio microcosmo, tutte le leggi del macrocosmo ed il contrario, ecco che conoscendo le informazioni simboliche, alchemiche d’ogni elemento, separandolo e riunendolo in modi diversi, sarebbe stato possibile interagire sulle componenti spirituali e somatiche di ogni individuo. Le proprietà di ogni sostanza, secondo Paracelso, dovevano essere apprese con la “ratio et experimenta”, per cui la dottrina della scuola di iatrochimica di Paracelso pose le basi, della moderna farmacologia cioè lo studio metodologico di sostanze ad uso terapeutico. La sua dottrina divenne in breve tempo il segnale della scissione tra l’alchimia dei filosofi e le esperienze dei chimici che si dedicarono a preparare sostanze inorganiche come il cloruro d’oro, il nitrato d’argento, i sali di ferro, di rame e piombo, il nitrato di stagno, bismuto, nichel e cobalto, i composti di zolfo e arsenico, gli acidi minerali e l’acqua regia, e sostanze organiche come l’alcool etilico, gli eteri, le aldeidi e i gli estratti alcoolici di piante e di sostanze animali. Secondo Paracelso, i medicamenti dovevano essere prodotti separando le sostanze inutili ed inerti dal principio essenziale la cui purezza sarebbe stata sostanziale per le cure degli infermi. Nel 1526, il medico spagirico fu nominato professore all’Università di Basilea ove tenne il primo corso di chimica pura in lingua tedesca scandalizzando i propri colleghi universitari. Nella prima lezione egli si scagliò contro i vecchi autori come Avicenna e Mesue accusandoli, con sarcasmo, d’essere dei ciarlatani e di avere scritto opere inutili per la salute degli uomini. Uomo di laboratorio fu il primo a segnalare: l’esistenza dello zinco, a trattare la tossicità dell’arsenico e l’efficacia del precipitato rosso di mercurio nel trattamento della gonorrea. Così Paracelso introdusse la chimica nell’arte medica scombussolando con violenza le abitudini degli spezieri.” In Marcello Fumagalli, Iatrochimica e Spagiria. L’arte dei preparati chimici, www.marcellofumagalli.it/scritti/saggi/txtmngr/read.php?id=6 del 08/02/2006

[7] Cfr: Antonio di Meo, cit. in particolare capitoli primo e secondo.

[8] Rudolf Steiner, Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura. Corso sull’agricoltura. Otto conferenze e un’allocuzione tenute a Koberwitz presso Breslavia da 17 al 16 giugno 1924, Editrice antroposofica, Milano 1979, Settima conferenza, 15 giugno 1924,  pp. 179, 180

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Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo. E allora io bevo

 

Eduardo_De_Filippo

Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo (Eraclito).

Il feroce dio delle messi, Kronos, partecipe delle divinità sotterranee e signore dei Titani, divoratore cruento dei propri figli, perdonato da Zeus e liberato dalle proprie catene nel Tartaro, rinasce per via della mistica orfica. Diviene, così, basileus immortale delle isole Beate al di là dell’Oceano, terre in cui si rifugia la felicità di un’antichissima stirpe aurea. L’uomo partecipa, per la prima volta, al divino. Ma l’orfico Kronos è solo assonante, occlusivo e aspirato, di Chronos.

saturnoSaturno che divora i suoi figli (F.Goya, pitt., Mus. del Prado, Madrid, 1819 -1823)

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le Olimpie dimore.
Erano ai tempi di Kronos, quand’egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né triste
vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco ed abbondante, e loro, contenti,
in pace, si spartivano i frutti del loro lavoro in mezzo a beni infiniti,
ricchi d’armenti, cari agli dèi beati[1]

Il Tempo non è stato ancora raggiunto: è ancora sospeso nel lungo abbraccio festoso tra Kronos e Saturno, quando la semina si congiunge, ciclicamente, alla fertilità, all’abbondanza e all’eguaglianza. Ma perché Kronos diventi lo scorrere ineluttabile di giorni, perché muti in Chronos-Tempo, bisognerà aspettare che la fama postuma cinga, dei suoi futili allori, i Trionfi del Petrarca:

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Fama, et è morir secondo;
né più che contra ’l primo è alcun riparo.
Così ’l Tempo triunfa i nomi e ’l mondo.

E, di seguito, che li rappresenti in modo figurato: al falcetto di Kronos-Saturno, il Tempo rimpiazza la lunga falce da fieno, allegoria della Morte livellatrice; al posto del veloce carro del Sole-Apollo, un carro di trionfo condotto dalle quattro stagioni e uno sfondo di rovine, sostituisce l’antica età dell’oro.

Ma ben si sa, in tutto il mondo antico, della fugacità del tempo[2].

Infinito fu il tempo, uomo, prima

che tu venissi alla luce, e infinito

sarà quello dell’Ade. E quale parte

di vita qui ti spetta, se non quanto

un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola

di un punto? Così breve la tua vita

e chiusa, e poi non solo non è lieta,

ma è assai più triste dell’odiosa morte.

Con una simile struttura d’ossa

tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!

Tu vedi, uomo, come tutto è vano:

all’estremo del filo c’è un verme

sulla trama non tessuta dalla spola.

Il tuo scheletro è più tetro

di quello di un ragno. Ma tu

che, giorno dopo giorno, cerchi

in te stesso, vivi con lievi pensieri,

e ricorda solo di che paglia sei fatto.

A.P. Liber VII, 472. (Leonida di Taranto, Taranto, 320 o 330 a.C. – Alessandria d’Egitto, 260 a.C.)

“Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né due volte toccare una sostanza mortale nello stesso stato; ma per l’impeto e la velocità della mutazione (si) disperde e di nuovo si ricompone, e viene e se ne va (fr. 91). A chi discenda negli stessi fiumi, sopraggiungono sempre altre e altre acque (fr. 12). Noi scendiamo e non scendiamo in uno stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (fr. 49)”, dice Eraclito. Un tempo (αἰών) unico e non-rinnovabile: è il tempo divino, indivisibile, in cui convivono passato, presente e futuro. Lo scorrere del tempo è un susseguirsi in cui ogni cosa lascia il posto al suo contrario; questo processo di alternanza non è né libero né casuale, ma viene regolato da una legge necessaria e da una trama nascosta, il logos: “Nel logos come legge nascosta che governa permanentemente tutti gli eventi manifesti torna il concetto di tempo come chronos: sotto quello che sembrava l’imponderabile, quasi capriccioso, avvicendarsi di istanti compiuti in se stessi, ‘perfetti’ ed ‘eterni’ (aíon), si scopre un ordine (chronos), ancorché profondo e non accessibile a tutte le menti, che in realtà vincola e unisce quegli istanti. Ma la ragione, il logos, è essa stessa eterna e permanente: ecco che a sua volta il chronos si rivela come aíon. In altre parole: l’essenza permanente della realtà è il mutamento e la transitorietà. Il mutamento e la transitorietà però ricevono dal logos un senso: gli eventi, anche se in continuo divenire, non sono casuali, ma obbediscono a una legge”. [3]  Prima ancora che aion assuma le fattezze e la stabilità dell’eternità in opposizione al tempo misurabile, vi è una narrazione epica (Omero) in cui esso indica la forza vitale, e, in senso traslato, la vita e la durata stessa della vita. Lo Zodiaco, “invocato come ‘dominatore della volta celeste eterna’ (αἰωνοπολοκράτωρ: Pap. Gr. Mag., I, 202), viene anche definito ‘signore dei diademi ardenti’ (δεσπότης των πυρίνων διαδημάτων: Pap. Gr. Mag., IV, 520 s.), cioè della traiettoria celeste: evidente assunzione di una mansione specifica di Helios. Secondo una notizia di Epifanio (adv. Haer., LI, 22), ogni anno nel Korèion di Alessandria, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, veniva inscenato il rito della nascita di Αion, non senza connessione con la divinità egizia della vegetazione, Osiride: palese è il riferimento all’inizio del nuovo anno quando, secondo il vecchio calendario tebano, il sole, raggiunto il punto del solstizio d’inverno, riprendeva la sua corsa ascendente verso l’orizzonte”.[4]

cubicoloVilla di Silin (Leptis Magna – Libia), cubicolo diurno, stagioni

Da sinistra avanzano in direzione della personificazione del Tempo che sorregge lo Zodiaco con entrambe le mani. Le Quattro stagioni vengono accompagnate dai propri frutti già in atto di varcare la ruota Autunno, seguita dall’Estate, quindi la Primavera con il putto su una spalla; la teoria stagionale, avvolta nel mantello, è la personificazione dell’Inverno.

“Nel medesimo calice non è possibile bere due volte lo stesso vino”, con timore, sostengo io.

Tempo umano e tempo divino; tempo assoluto e tempo rifratto. Il tempo misurabile, concesso all’umanità, somiglia al mito della luce riflessa nella caverna platonica, un’immagine mobile dell’eternità, che procede secondo il numero. La creazione del tempo coincide con quella delle orbite planetarie intorno alla terra: «il tempo dunque fu fatto insieme col cielo» (Timeo 38b). “Ora, – dice il protagonista del dialogo – la natura dell’anima era eterna, e questa proprietà non era possibile conferirla pienamente a chi fosse stato generato: e però [il Demiurgo] pensa di creare una immagine mobile dell’eternità, e ordinando il cielo crea dell’eternità che rimane nell’unità un’immagine eterna che procede secondo il numero, quella che abbiamo chiamato tempo”.[5]

O, diversamente dal maestro Platone, il tempo numerato di Aristotele, quello dell’anima: se è possibile un quantum di numerabile questo avviene perché vi è un numerante, una coscienza (l’anima o la mente a dir si voglia) in grado di misurarlo. O perlomeno di ordinarlo. Il tempo, che di per sé non esiste (Una parte di esso è stata e non è più, una parte sta per essere e non è ancora. E di tali parti si compone sia il tempo nella sua infinità, sia quello che di volta in volta viene da noi assunto. E sembrerebbe impossibile che esso, componendosi di non enti, possegga una essenza, Aristotele Fisica, IV, A 7, 213 b 21), non è concepibile se non come accidente del cambiamento, che presuppone un prima e un dopo (il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi, Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b) e una mente che sia in grado di percepirlo: “quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” Il tempo si avverte come aspetto del movimento e, come tale, possiede la proprietà della continuità. Quest’ultima appartiene al tempo come una grandezza che presenta dei limiti in rapporto a ciò che è anteriore e ciò che è posteriore. Movimento, che ha un numero ed è determinabile quantitativamente, e tempo hanno luogo inseparabilmente: l’istante viene definito tra i due estremi che limitano il tempo, la cui grandezza è in simultanea corrispondenza con quella del movimento.

Lontano dagli echi di Agostino, si ascoltano le parole di un tempo soggettivo in cui la memoria produce il senso del flusso e la sua innata coscienza: “E, tuttavia, non v’è stato d’animo, per quanto semplice, che non muti ad ogni istante: perché non v’è coscienza senza memoria, non continuazione di uno stato senza che si aggiunga al sentimento presente il ricordo dei momenti passati. In questo consiste la durata. La durata interiore è la vita continua d’una memoria che prolunga il passato nel presente: o che il presente racchiuda esplicitamente l’immagine, senza posa crescente, del passato, o che attesti, piuttosto, con il suo continuo mutare di qualità il carico sempre più pesante che trascina con sé, via via che invecchia. Senza questo sopravvivere del passato nel presente non vi sarebbe durata, ma solo istantaneità”.[6] L’empireo corrisponde al primo motore immobile di Aristotele.

 

empireo

 

Petrus Apianus, Cosmographicus liber, Landshut 1524

Quando Lucrezio, nel primo secolo a.C., chiede e si domanda della caducità del mondo, “non vedi tu come le pietre stesse siano sottoposte a corrosione dal tempo? Non vedi come le eccelse torri si sgretolino e si riducano in polvere? Non vedi come i sacri templi e le statue degli dei cedano anch’essi sopraffatti dagli anni?…” (De rerum natura), il cristianesimo è ancora a venire. Quando, al termine del 1500, Shakespeare fa parlare l’arpista egiziano, il cristianesimo ha già detronizzato il tempo eterno, consegnando ai mortali la ritualità ciclica della natura, che coincide con quella dei campi. Ogni cosa ha il suo tempo, perché ogni cosa è sottoposta al suo tempo, sotto un sole che non lascia nulla di nuovo (nihil novi sub sole). Ma ciò che non muta è la sua passaggio divoratore, che fa sottostare splendori e amori alla rabbia della morte:

Quando dalla mano spietata del Tempo ho visto sfigurato

il ricco superbo sfarzo di età consumate e sepolte,

quando talvolta torri sublimi vedo rase al suolo,

e il bronzo eterno schiavo del mortale furore;

quando ho visto l’oceano affamato conquistare

vantaggio sul regno delle spiagge,

e la ferma terra vincere sulla distesa delle acque,

accrescendo possesso con perdita e perdita con possesso;

quando ho visto un simile avvicendamento di stato,

o lo stesso stato sconvolto a decadere,

la rovina mi ha insegnato così a rimuginare,

che il Tempo verrà e porterà via il mio amore.

Questo pensiero è come una morte, che altro non può

che piangere di avere ciò che teme di perdere”.[7]

 

E allora bevo di Eduardo De Filippo

           Dint’ a butteglia                  

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embe’

che fa

m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo mente

e dico:

“Me l’astipo”

e dimane m’ ‘o bevo?”

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno primma,

siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste sulamente

stu mumento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che ffaccio,

m’ ‘o perdo?

Che ne parlammo a ffà!

Si m’ ‘o perdesse

manc’ ‘a butteglia me perdunarria.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

vence ‘a partita cu l’eternita’!

Nella bottiglia

è rimasto un altro goccio di vino…
allora

che faccio, me lo rimiro?

Lo tengo a mente

e dico:

lo conservo

e me lo bevo domani?

Il domani non esiste.

E il giorno prima,

siccome è già passato,

neanche esiste.

Esiste solamente

questo momento

e questo goccio di vino nella bottiglia.

E che faccio,

me lo perdo?

Neanche a parlarne!

Se me lo perdessi,

neanche la bottiglia mi perdonerebbe.

E allora… bevo…

e questo sorso di vino

vince la partita con l’eternità!

[1]  Esiodo, Le opere e i giorni, 109-120 (VIII secolo a. C.) Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo, Opere, Einaudi-Gallimard, Torino 1998

[2]  Cfr. Erwin Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del Rinascimento. In particolare cap. III Il Padre Tempo, pp. 89 – 134 Einaudi, Torino 1975

[3] Silvio Vitellaro, Testo 1- Dai Frammenti di Eraclito, in vitellaro.it

[4] L. Musso, Aion, in Enciclopedia dell’ Arte Antica, Treccani, Roma 1994

[5] Platone, Timeo 37c,d in Opere complete, Laterza, Bari 1971

[6] Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, Laterza, Bari – Roma 1983, pag. 17

[7] Sonetto numero 64. in W. Shakespeare, Sonetti, trad. di Alessandro Serpieri, Bur, Rizzoli, Milano 1995

Ho dato una scorsa alla classifica dei cento migliori vini di Wine Spectator e mi è apparso Kant

Ogni forma di classificazione attribuita al vino si fa forza della sommatoria di punteggi attribuiti a macro-aree sensoriali, a loro volta scomposte in singoli fattori analitici: limpidezza, luminosità, intensità, armonia, franchezza, persistenza…. L’ammontare totale delle singole voci, al massimo della sua stima numerica, viene espresso nel rapporto numerico di 100/100.

Bene, adesso è venuto il momento di chiedere un aiutino a Kant e alla sua pletora di giudizi di sintesi, a priori, a posteriori e via cantando.

Procedendo per esclusione, si può affermare con buona certezza che il punteggio attribuito ad un vino non appartiene ai giudizi analitici: essi sono a priori, non dettati dall’esperienza, nel nostro caso l’assaggio; sono universali e necessari. Il predicato può essere ricavabile dal soggetto stesso: ad esempio “il vino è liquido”. Liquido è una proprietà del soggetto e non si disgiunge da esso. Questi giudizi a priori sono purtroppo assai infecondi perché non aggiungono alcuna conoscenza al soggetto analizzato.

Il punteggio attribuito ad un vino potrebbe invece appartenere ai giudizi sintetici che, come affermò il sommo maestro, “aggiungono al concetto del soggetto un predicato, che in quello non era affatto pensato, e che non avrebbe potuto esser ricavato da nessuna anatomia di esso”. Sono giudizi esperienziali, a posteriori, che non godono né di necessità né di universalità. Ma anche questa categoria a se stante non mi convince del tutto perché si fonda su di un razionalismo positivista del tutto estraneo alla formazione della valutazione di un vino. Pur sapendo che i giudizi sperimentali, come tali, sono tutti sintetici, è come se si volesse assolutizzare un’esperienza sensoriale e renderla, per ciò stessa, oggettiva, quindi inoppugnabile, nella sua costruzione conoscitiva ed esperienziale.

Quello che mi tocca fare è uscire dal concetto A (vino) per conoscerne un altro B (punteggio  o scala di valore) legato al primo e congiunto con esso. Perché quello che succede è proprio questo fattaccio: il punteggio si smarca dal suo dato esperienziale per divenire un assoluto categorico e quindi un attributo del vino stesso. Il vino non viene e più disgiunto dalla classificazione di autorità che gli è stata attribuita. Un vino è il suo punteggio. Questi, dunque, come una qualsiasi altra attribuzione non analitica, ma che aggiunge conoscenza del soggetto si fonda su due direttrici apparentemente, e solo superficialmente, in contraddizione: un giudizio a priori, che impone universalità e necessità e un giudizio di sintesi fondato sull’esperienza. Ci troviamo di fronte ad una categoria che ha scatenato lunghissimi parapiglia matematico-filosofici: il giudizio sintetico a priori.

Siamo, dunque, alla quadratura del cerchio e non distanti dal motto che prevede la simultaneità della botte piena e della moglie ubriaca: è la sintesi tra empirismo e forma (razionale ed innata). Il primo viene mitigato e condotto a ragione dall’insieme delle modalità stabili attraverso cui la mente umana organizza e regola tali impressioni. In questo modo è la nostra mente a modellare la realtà attraverso le forme con le quali la percepisce. Possiamo pensare, per dirla alla Kant, che nel concetto del soggetto (10+30+60) non è contenuto in modo immediatamente evidente il concetto del predicato (100). Ma sentiamo direttamente l’intervistato, il ragazzo prodigio di Königsberg: “La proposizione aritmetica, quindi, è sempre sintetica; il che diventa tanto più chiaro quanto più grandi sono i numeri considerati, perché allora salta agli occhi che, per quanto girassimo e rigirassimo i nostri concetti in qualunque modo ci venga in mente, non potremmo mai, servendoci della semplice scomposizione dei nostri concetti, trovare la somma senza chiedere aiuto all’intuizione”.

Possiamo solo aggiungere, a nostro favore, che l’intuito non ci manca.

Lettere al direttore, cioè al sottoscritto.

Langa, 7 novembre 2018

Gentile direttore,

mi onoro di seguirla e di leggerla con dovuta costanza, dedizione, passione e complicità. Vorrei, se la cosa non la importuna oltre misura, presentarmi brevemente e chiederle, con il rispetto che un misero questuante deve portare ad una figura di siffatto rilievo, qualche succinto consiglio. Ebbene vengo al punto: il mio nome è J.J. Barnabas Bartholomew Cy, sono cittadino del Sudafrica e mi sono trasferito in Langa da poco più di un anno. Ho comprato un piccolo appezzamento vitato di 840 ettari proprio qui nella zona del Barolo, ma non posso aggiungere specificità e doviziosi particolari per non creare ulteriori malumori nelle petulanti contrade circostanti. Le dirò soltanto che il prezzo mi sembrava equo e che quei tre milioni di euro ad ettaro ripagano adeguatamente il posizionamento sociale che ho acquisito in anni di traffici illegali di armi nucleari e di zanne d’elefante. Credo che il prossimo anno procederò all’estirpazione delle viti centenarie per piantare papaveri da oppio: vorrei introdurre un po’ di biodiversità e poi, lo dico senza alcuna voglia di primeggiare, la Langa ha bisogno del colore rosso, o tuttalpiù del rosa tendente al rosso. Come si dice da voi “… l’occhio vuole la sua parte”, sebbene io preferisca un nostro motto, anche se non ha alcuna attinenza con il caso in questione: “A whistling woman and a crowing hen are neither fit for God nor for men” (Una donna che fischia ed una gallina che canta non vanno bene né per Dio né per gli uomini). Ed è proprio partendo da quest’ultimo spunto che vorrei giungere a conclusione di questa breve lettera per chiederle raccomandazioni generali su quale comportamento sia più appropriato da tenere in queste terre così austere quanto feconde. Mi trovavo, qualche tempo fa, a passeggiare il ciottolato del paesello mentre la luna aveva abbozzato il suo ingresso pieno e luminescente, mano nella zampa della mia nuova compagna, una giraffa della valle del Luangwa, che si trova nello Zambia orientale, quando incontrai, in lento avvicinamento, il sindaco, il prete, il maestro della scuola elementare e il farmacista. Li salutai cordialmente, levandomi il cappello e accennando un piccolo inchino come si conviene agli uomini dabbene ma, dall’altra parte, solo sguardi torvi e gravi di astio e sdegno: articolarono tra loro quattro parole incomprensibili strette tra i denti e se ne fuggirono a gambe levate.

Salutandola con rinnovata stima, le rammento che qualsiasi suggerimento che la sua persona vorrà darmi non potrà che essere apprezzato con grande attenzione e ripagato convenientemente a suon di dobloni.

Il suo J.J.B.B. Cy

Caro Cy (mi permetta di darle questa confidenza quasi fraterna),

trovarsi a poco più di un anno in terra di Langa e pensare di essere “pronti”, come un vinello allevato in cartone, rischia di essere affrettato e un po’ presuntuoso. Mi perdoni l’eccessiva franchezza ma, non potendole dare dei cattivi esempi, preferisco accordarle dei buoni consigli (se ben pagati). Partiamo dunque dalla vigna: non la estirpi subito e tutta, ma tolga qua e là qualche vite adducendo le scuse più particolari. Una pletora di avversità della vite possono adeguatamente fare al comodo suo: utilizzi quelle meno conosciute in modo da farsi apprezzare per competenza, cognizione e lungimiranza. Non si dimentichi di chiedere consiglio ai più anziani, magari dopo aver frequentato la funzione domenicale. I papaveri li pianti interfilare: faccia qualche riferimento vago, ma sicuro e abile nell’espressione, alle letture sulla biodinamica e all’antroposofia, due termini che non sono stati ancora tradotti in dialetto e dubito che lo saranno in qualche futuro. Vedrà che in un po’ di tempo (circa 23 anni) conquisterà la fiducia dei compaesani.

La saluto calorosamente e fervidamente (le invierò alla posta personale il mio iban)

Il direttore

P.S. Dimenticavo: eviti di girare mano nella zampa della giraffa, almeno sin quando non si saranno abituati a vedervi camminare insieme.

 

Foto di di © Hans Hillewaert /, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22040058

Il gioco delle tre carte

Kant

 

Il gioco delle tre carte, ovvero quando attraverso l’indisponibilità a comprendere, il proprio semplicistico piacere si erge a piacere universale e il proprio giudizio trasmuta in giudizio a priori, in assioma indimostrabile, nella Tavola della Legge, nel Sangue che si transustanzia in Vino. La Parola, per farsi Verbo, si fa dunque Parolaccia, scurrilità, irriverenza: soltanto quando tocca la carnalità triviale del Popolo, il Profanatore della Critica sarà partecipe e compreso del destino comune e solo allora potrà ergersi alla testa di coloro verso cui aveva inabissato anima e corpo. Ma sapendo, perché il Profanatore sa, che a quel popolo non appartiene più da tempo e che il momento della discesa non serve altro che a rendere più forte, improvvisa e sicura la salita. Come in ogni Populismo degno di se stesso. L’uso della parola ‘gusto’ «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo (donna) di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema» Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992

Il vino ama nascondersi

Caratteri greci, antichi, provenienti da Efeso, la più grande città ionica dell’Anatolia: φύσις κρύπτεσθαι φιλει. Sotto, una possibile traduzione: “La natura ama nascondersi.” Eraclito l’Oscuro (Efeso, 535 a.C. – Efeso, 475 a.C.)

L’antico frammento. Fr.116

Non vi è, ancora oggi, concordanza sulla traduzione del testo e soprattutto sulla sostanza del primo termine, φύσις, che a noi è stato reso, a partire dal Rinascimento, con il termine “natura”. Κρύπτεσθαι, poi, indicherebbe più una propensione, un “tendere a”, piuttosto che una volontà ben precisa. Le differenti letture dell’aforisma eracliteo rimandano a esegesi discordanti della filosofia di Eraclito: vi è una tradizione, che giunge a noi da Giorgio Colli e che trova compimento nell’ultima traduzione di Angelo Tonelli, secondo cui il termine φύσις viene reso come ‘nascimento’ per il primo autore, e come ‘origine’ per il secondo. Da cui “il nascimento (o l’origine) ama nascondersi[1]”. In questa versione ciò che origina “si cela, come mistero, dietro l’apparenza delle cose che origina, pur manifestandosi anche attraverso di esse. Ogni manifestazione del Principio è anche un suo nascondimento: tale l’ambiguità del cosmo in cui viviamo, e di tale ambiguità il sapiente reca consapevolezza.” La physis avrebbe il compito di far risplendere l’apparenza, che, per sua natura, è ambigua: da una parte come unica realtà possibile e visibile, dall’altra come un sussulto di una realtà abissale[2]. Soltanto ai sapienti è dato conoscere questo sapere iniziatico. La natura è, in questa versione, natura trascendente.

Un’altra variante del termine φύσις è quella che ci giunge da G. S. Kirk[3], che lo traduce come “la reale costituzione di ogni cosa”, la natura in quanto essenza, che “ha l’abitudine di nascondersi”. Estensione ultima di questa interpretazione è quella[4]  che parla di natura come forza produttrice, un natura artista che, mentre  genera gli enti attraverso il gioco delle opposizioni, nasconde la dinamica della creazione.

In Hannah Arendt[5]  vi è, poi, una concezione che, se da una parte accomuna la logica della natura ad atto creativo al pari dalla forza generativa supposta da Colli e Tonelli, supporta, dall’altra, l’idea che la sua funzione generatrice parta ed arrivi a sé medesima: “ la totalità delle cose non fatte dall’uomo né create da un fattore divino, ma venute all’essere da sé medesimo: ed Eraclito affermava di questa physis che ‘essa ama nascondersi’, celarsi cioè dietro le apparenze[6].” Il logos arendtiano, lungi dall’essere un sistema di connessione tra realtà nascoste, diviene quindi lo stupore che si fa parola, il dono dell’argomentazione razionale che permette a i Greci di distinguersi dai barbari.

Pierre Hadot[7], infine, prova a sintetizzare cinque possibili traduzioni del frammento eracliteo:

  1. La costituzione di ogni cosa tende a nascondersi (è difficile da conoscere).
  2. La costituzione di ogni cosa vuole essere nascosta (non vuole essere rivelata).
  3. L’origine tende a nascondersi (l’origine delle cose è difficile da conoscere).
  4. Ciò che fa apparire tende a fare scomparire (ciò che fa nascere tende a fare morire).
  5. La forma (apparenza)tende a scomparire (ciò che è nato vuole morire).

Ciò che fa Pierre Hadot, nelle due ultime proposizioni, è quello di rimandarci ad una ulteriore quanto assai probabile traduzione del frammento di Eraclito: ogni processo di creazione è indissolubilmente legato ad un processo di distruzione, così come ogni movimento vitale è nello stesso tempo un movimento di morte, per cui ogni apparizione ha già inscritta la sua scomparsa. Così nella logica contemporanea del vivente: “Nulla obbligava un batterio all’esercizio della sessualità per moltiplicarsi. Non appena la sessualità diventa obbligatoria, ogni programma genetico è formato non più per copia esatta di un solo programma, ma per nuovo assortimento di programmi differenti. L’altra condizione necessaria alla possibilità stessa di un’evoluzione è la morte. Non la morte che viene dal di fuori come conseguenza di qualche accidente, bensì la morte che viene dal di dentro come una necessità prescritta, già nell’uovo, dal programma genetico[8].”

Il vino, dunque, ama nascondersi: vuole giocare con noi. A volte si rivela, piano piano, ma mai tutto e mai nello stesso tempo. Il vino fa apparire ciò che tende a far scomparire e ciò che svela è pure ciò che vela: “Sì, il Tempo vasto, impossibile da misurare fa apparire (phyei) le cose che non erano apparenti e fa sparire (kryptetai) le cose che sono apparse[9]”.

Nello stesso fiume. Fr. 30

“Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte[10]”, dice Eraclito.

Nel medesimo calice non è possibile bere lo stesso vino due volte.

 

[1] Eraclito, Dell’Origine. Traduzione a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, Milano 2009, pag. 78

[2] Giorgio Colli, La sapienza greca, III, Eraclito, Adelphi, Milano 1993

[3] G. S. KIRK , Heraclitus. The Cosmic fragments, Cambridge 1962

[4] Valeria Andò, «La physis ama nascondersi»: la lettura arendtiana di Eraclito in http://www.liceomanara.it/sites/default/files/allegati2/Lezione%201.5.pdf Riferimento a M. Conche, Héraclite. Fragments, Paris 1986

[5] Ne parla ampiamente in Vita della mente, Mulino, Bologna 1987

[6] Ibidem.

[7] Pierre Hadot, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura. Einaudi, Torino 2006

[8] Ivi pp. 10,11

[9] Sofocle, Aiace, vv 646 sgg.

[10] Eraclito, Dell’Origine cit. pag. 78

La foto è tratta da http://love90.org/love90/dvorovye-igry-nostalgiya-po-detstvu/

Ancora sui vini naturali, scomodando Max Weber.

Max Weber

Uno dei primi tentativi di definizione del concetto di “vino naturale” lo dobbiamo a Giovanni Bietti che, dopo aver specificato la difficoltà di esprimere un concetto onnicomprensivo attraverso l’aggettivazione di ‘naturale’, spiega che esistono, dal confronto serrato con alcuni produttori, almeno tre categorie di intendere il vino naturale: vi è una posizione estrema, in un certo senso fondamentalista secondo l’autore, la quale sostiene che si possa considerare un vino come naturale solamente se si escludono i trattamenti chimici e di sintesi in vigna: «L’uomo insomma è un custode, un interprete, mai un artefice: ciò che conta davvero è la natura. Un concetto quindi affascinante, ma davvero rigorosissimo, al punto che se si applicano questi criteri giungiamo a poter definire ‘naturali’ non più di una trentina di vini (prodotti da nove o dieci aziende) in tutta Italia[1]

Vi è poi una posizione filosofica in cui il vino è un precipitato naturale degli atteggiamenti della vita di chi lo produce: è una posizione che cede ad alcuni compromessi tecnologici, come la solforosa, la filtrazione e la chiarificazione…, in una sintesi interpretativa tra natura e cultura, dove i produttori seguono un’idea ben definita di vino frutto  di tradizioni consolidate.

La terza ed ultima posizione è quella di tipo economico autarchico, come afferma un piccolo produttore toscano: «Per me fare vino naturale significa poter vivere onestamente del mio lavoro e rendere me e la mia famiglia autosufficienti grazie alla natura.» Quest’ultima tipologia rappresenta la categoria del produttore di vino che ha nel suo podere diverse coltivazioni adatte a sostenere l’autosufficienza alimentare. I criteri di Bietti per la redazione della guida tengono in conto, in maniera non esclusiva, alcuni dei principi appartenenti alla tre categorie, a cui, per estensione, se ne include un altro: l’artigianalità. Sono le piccole dimensioni aziendali in cui il lavoro viticolo e di cantina si riassumono nella stessa persona.

L’aggettivazione “naturale” si connota dunque come un concetto-limite e ci rimanda direttamente a ciò che Max Weber definì come “idealtipo” o “tipo ideale”: si tratta di un’astrazione che non ha la facoltà di rappresentare la realtà, ma ha quella di offrire un criterio di comparazione al quale devono essere riferiti i singoli fenomeni storici concreti. Mentre il sapere nomologico (scienza delle leggi) costituisce il fine delle scienze naturali, per Weber assume un valore strumentale nelle scienze della cultura (storico-sociali): «Esso costituisce un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà ‘autentica’, e tanto meno può servire come uno schema al quale la realtà debba essere subordinata come esemplare; esso ha il significato di un concetto-limite puramente ideale, a cui la realtà deve essere commisurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico[2].» Pensiamo a concetti abitualmente usati in forma di tipo-ideale come “capitalismo”, “classe”, “chiesa”, “casta”… e come funzionino sia nella loro veste di classificazione, sia nella loro potenzialità concettuale come strumenti di partenza su cui indagare le loro concrete declinazioni storiche. E’ sicuramente vero, tanto per fare un esempio, che il concetto di “classe” esiste oggi come esisteva nell’Ottocento, ma è altrettanto plausibile che occorra ripensarlo sulla base di nuovi strumenti definitori ed operativi: per cosa lo si usa?, chi ne fa parte?; come se ne fa parte?…. Quindi il primo problema che si pone è quello di delimitare le proprietà strategiche di un concetto, sapendo che la rappresentazioni che ci guidano nella lettura della realtà pongono un problema non tanto tecnico quanto politico e questo avviene in maniera maggiore “quando il termine precede la cosa, ovvero quando l’usurpazione dell’identità nominale fa precipitare la costituzione dell’identità reale[3].”

Si può sostenere, senza alcuna remora, che il concetto di “vino naturale” appartenga ad una comunità spazio-temporale (produttori, critici…),  che esso faccia parte di una negoziazione inter-soggettiva, la quale rappresenta un processo di riproduzione sociale continua in cui vengono ridefiniti gli attori sociali e il significato stesso della nozione di “naturale” e, infine, che venga mutuato dalle culture di cui sono partecipi gli estensori dell’idea di “naturalità”: questa idea proviene e trasmigra anche da quei contesti che non sono prettamente agricoli. Pensiamo soltanto un momento alla forza che in questi ultimi anni hanno avuto modelli improntati ad una certa idea di salutismo, di benessere fisico, di dieta controllata, oppure ai modelli sociali legati ad un ritorno di scambi di vicinato, di rispetto del contesto ambientale, di decrescita e via dicendo. Credo che la nascita di un concetto, o meglio la sua trasposizione in forme politiche, letterarie… abbia a che fare con due livelli tra loro internamente connessi: quello politico e quello economico. Politico, grazie al posizionamento scientifico, culturale, divulgativo, scientifico che tiene insieme pratiche diverse attraverso organizzazioni di sintesi: pochi punti in comune, generali e condivisi dagli aderenti. Economico: ambito promozionale, commerciale, di scambio, di conoscenza, di economie di scala…

Un’altra cosa mi pare altrettanto indubbia: pur nella genericità del concetto di “naturale” , ma lo stesso potrebbe dirsi anche per altri utilizzati per marcare specificità e differenze (convenzionale, biologico…), questi ha avuto il merito di introdurre temi e problematiche di grande urgenza (agricoltura sostenibile…). Può darsi che nel giro di breve tempo scompaia o venga soppiantato da altri termini altrettanto o più efficaci, oppure permanga e si faccia forza di un’affermazione politica che diviene formalizzazione legislativa: al di là delle sue fortune immediate e della sua spendibilità politica, il termine ‘naturale’ ha aperto un varco che sarà difficile chiudere con qualche colpo di spugna semantico.

 


[1] Giovanni Bietti, Vini naturali d’Italia. Manuale del bere sano, Italia Centrale, volume 1, Edizioni Estemporanee, Roma 2010, pag. 18

[2] Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 2003, pag. 64 (edizione originale Mohr, Tubinga 1922)

[3] Pierre Bordieu citato da Mauro Palumbo, Elisabetta Garbarino, Ricerca sociale: metodo e tecniche, Franco Angeli, Milano 2006, pag. 78