Il vino nell’antico Egitto

vino egizio

Offerta di vino al dio Amon – Museo Egizio di Torino

Le più antiche etichette da vino che la storia tramandi sono egiziane: i logogrammi ed altri segni similari, incisi su sigilli premuti su grandi tappi di argilla, risalgono ad un periodo databile tra il 3100 a. C. ed il 2700 a. C., risalenti alle dinastie I e II del primo periodo dinastico. In questo caso il sigillo rimanda direttamente ad un faraone, a voler significare che la denominazione di origine è legata ad una personalità ben precisa ed al suo regno e non ad un luogo particolare. E’ solamente con la V dinastia (2470 a. C.), secondo Hugh Johnson[1] e con la VI (2200 a. C.), secondo Patrick E. McGovern[2], che si parla di vere e proprie denominazioni territoriali. E’ molto probabile che l’origine si riferisca, e su questo concordano entrambi gli autori, a dei luoghi di produzione, a delle fattorie vinicole, presenti sul delta del Nilo: ‘vino del Nord’, ‘vino abesh’, ‘vino sunu’ (sunu viene inteso come Sile, sul lato nordorientale del delta), ‘vino hamu’, ‘vino Ime’». Alla classificazione territoriale, Tim Unwin aggiunge che «fin dal III millennio sono documentati un certo numero di vini diversi, classificati a seconda del colore e della qualità oltre che per il luogo di provenienza[3].» I riferimenti di Unwin sono gli studi di Lutz nel 1922[4] e di Younger[5] del 1966. Ma è soltanto con il Nuovo Regno[6] che gli Egiziani «anticiparono di migliaia di anni il concetto francese di regione viticola, incluso nel sistema di classificazione dei Bourdeaux del 1855 e nella legge del 1936 sulla appellation controlée. Gli ostraka[7] indicano come principale zona di produzione viticola e vinificazione una regione in particolare, il ‘fiume occidentale’, che comprendeva la regione del delta nordoccidentale lungo il ramo canopico del Nilo. Altre aree erano Per-hebyt (l’odierna Behbet el-Hajar) sul delta centrale, Tjaru (Sile) sul delta nordorientale, Menfi e le oasi desertiche occidentali, probabilmente Kharga e Dakhala. Venivano indicati anche i nomi delle tenute, tra cui quelle di ‘Nebmaatre’ (nome proprio di Amenofi III), ‘Amenofi’, o semplicemente ‘il Faraone’ e ‘la Moglie Regale’. Le etichette con ‘è lo splendore di Aton’ si riferiscono a un’innovazione religiosa del faraone: il nuovo dio Aton (il disco solare), che Ekhnaton, figlio di Amenofi III e suo coreggente negli ultimi anni di regno, aveva introdotto al posto di Ammon. Il vignaiolo capo di solito è menzionato: tra gli altri, produssero vino per il faraone Amenofi, Amennemone, Pa e Ptahmai. L’informazione fornita dagli ostraka era superiore a quella fornita dalle etichette moderne, perché spesso indicava lo scopo e l’occasione per cui era stata offerta l’anfora: ‘vino per offerte’, ‘vino per tasse’ e ‘vino per divertimento’ si spiegano da soli; il ‘vino per un lieto ritorno’ forse veniva servito a una festa di arrivederci o di ultimo addio per un morto che si preparava a partire per la vita eterna. Le due occasioni festive più importanti ricordate dagli ostraka erano il ‘sollevamento dell’anno’, cioè la celebrazione del Capodanno, e soprattutto lo heb-sed[8] o festività sed[9]

Anche nella tomba di Tutankhamon (morto nel 1324 a. C. a soli 19 anni), ritrovata nel 1922 dall’egittologo Howard Carter, si trovano trentasei anfore contenenti vino, di cui ventisei marcate: sette con sigillo delle tenute del re e sedici con il nome della residenza reale di Aten. Ventitré di questi vini appartengono a tre annate, designate con ‘anno 4’, ‘anno 5’ e ‘anno 9’: non si comprende se queste date si riferiscono agli anni di regno oppure se indichino semplicemente gli anni di invecchiamento del vino. Una di queste anfore è marcata con ‘anno 31’ che non si può riferire alla breve durata del regno di Tutankhamon. Come si è già potuto vedere per il regno di Amenofi III, su tutte le anfore, ad eccezione di quelle più vecchie, vi è inciso il nome del capo cantiniere, a dimostrare così l’importanza di colui che produce materialmente il vino. Il fatto che il nome di uno di questi, Kha’y, si trovi nei sigilli sia dei vini della tenuta personale di Tutankhamon, che in quella di Aten fa pensare sia al fatto che questi funzionari dirigessero entrambe le tenute sia che la loro consulenza, al pari di un enologo di fama contemporaneo, fosse importante per la realizzazione di un buon vino.[10]

Così come fu per Tutankhamon, circa tre secoli più tardi, al ritrovamento ed allo studio, condotto da Wilhem Spiegelber, del tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, si ritrovano 679 ostraka in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr). Alcuni archeologi suppongo no che nfr faccia riferimento anche alla quantità di alcol presente nel vino. La funzione di sommelierie viene gestita da uno scriba che amministra il «dipartimento del vino della Residenza»[11]. Le considerazioni a cui giunge Mcgovern sulla base degli studi di Spiegelberg differiscono, rispetto alle analisi di Hugh Johnson, sull’attribuzione dei numeri delle anfore nei riguardi degli anni di effettivo regno dei Faraoni. A meno che le forme di numerazione non cambino tra il regno di Tutankhamon e quello di Ramses II. Ciò che invece si può affermare con certezza è la rinomanza che acquisisce sotto il dominio di Ramses II il ramo pelusiaco del Nilo, dopo la dominazione degli Hyksos e l’acquisizione del dio Seth a capo del pantheon dei sovrani ramessidi, che diviene la ‘vigna dell’Egitto’ (Kaenkeme).


[1] Hugh Johnson, Il vino. Storia, tradizioni, cultura, Franco Muzzio Editore, Padova 1991, pag. 37
[2] Patrick E. McGovern, cit. pag. 98
[3] Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti., Donzelli Editore, Roma 1993, pag. 69
[4] H.F. Lutz, Viticulture and Brewing in the Ancient Orient, J.C. Hinirichs’sche Buchhandlung, Leizpig 1922
[5] W. Younger, Gods, Men and Wine, The Wine and Food Society, London 1966
[6] Con l’unificazione del paese e la fondazione della XVIII dinastia, ebbe inizio il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) o secondo impero tebano, forse il periodo più fiorente della storia egiziana. Si ristabilirono i confini e le strutture di governo del Medio Regno, riprendendone anche il programma di bonifiche, e venne mantenuta l’ autorità sui governatori locali grazie al controllo dell’esercito. La capitale fu spostata ancora una volta a Tebe, città di cui era originaria la XVII dinastia e dove aveva sede il culto del dio Ammone, destinato a diventare, durante il Nuovo Regno, il più importante di tutto l’Egitto. Tratto da http://www.storiafilosofia.it/egiziani/
[7] Ostraka è il supporto scrittoio per le iscrizioni in ieratico (la scrittura ieratica è la forma di scrittura dell’Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro.) Il riferimento sono gli ostraka della tomba di Amenofi III (1413 – 1377 a. C.) ritrovati negli scavi di Malkata, nella Tebe sud occidentale.
[8] Con il termine di festa Heb-Sed, o festa ‘giubilare’, o ‘festa del cane’ (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), si suole intendere una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno.
[9] Patrick E. McGovern, cit., pagg 130, 131
[10] Cfr. Hugh Johnson, cit pag 36
[11] Cfr. Patrick E. McGovern, cit., pp.149

Ricetta letteraria (n°4). Sulle orme di Charles Dickens

«Questo fu il viaggio del signor Pickwick e dei suoi amici col Telegrafo di Muggleton alla volta di Dingley Dell; ed alle tre di quello stesso giorno, si trovavano tutti, ritti e asciutti, sani e salvi, forti ed allegri, sulla soglia del Leone turchino, avendo già ingollato lungo la via tanta birra e acquavite da mettersi in grado di sfidare la gelata che copriva il terreno dei suoi strati durissimi e andava sospendendo i suoi bei ricami bianchi agli alberi e alle siepi. Il signor Pickwick era tutto assorto in contare le sporte delle ostriche e in sopraintendere al disseppellimento del merluzzo, quando si sentì dolcemente tirato per le falde del soprabito; si voltò e scoprì che la persona la quale ricorreva a questo mezzo di richiamare la sua attenzione era né più né meno che il paggio favorito del signor Wardle, meglio noto ai lettori di questa disadorna istoria sotto l’appellativo del ragazzo grasso.

— Ah, ah! — esclamò il signor Pickwick.

— Ah, ah! — fece il ragazzo grasso.

E accompagnando questa esclamazione con un’occhiata che andava dal merluzzo alle sporte di ostriche, gorgogliò un riso di soddisfazione. Era più grasso che mai.

— Bravo, avete una cera molto rubiconda, — disse il signor Pickwick.

— Sono stato a dormire proprio davanti al fuoco, — rispose il ragazzo grasso, che un’ora di sonno aveva scaldato fino alla tinta d’un mattone cotto. — M’ha mandato il padrone con la carretta per portare a casa il vostro bagaglio. Avrebbe anche mandato dei cavalli da sella, ma ha pensato che col freddo che fa avreste preferito farvi il cammino a piedi.

— Sì, sì, — disse subito il signor Pickwick, ricordandosi di un altro famoso viaggio fatto sulla medesima via. — Sì, preferiamo venircene a piedi. Sam!

— Signore?

— Date una mano al domestico del signor Wardle per mettere i bagagli sulla carretta, e montate con lui. Noi c’incamminiamo avanti.

Dato quest’ordine e pagato il cocchiere, il signor Pickwick e i suoi tre amici presero il sentiero attraverso i campi, e si avviarono di buon passo, lasciando a fronte per la prima volta il signor Weller e il ragazzo grasso. Sam guardò con grande stupore al ragazzo, ma senza dire una parola; e incominciò a caricare il bagaglio sulla carretta, mentre il ragazzo grasso se ne stava tranquillamente da parte, pensando forse esser una cosa molto interessante vedere il signor Weller che lavorava da sè.

— Ecco fatto, — disse Sam gettando sulla carretta l’ultima sacca da viaggio.

— Sì, — disse il ragazzo grasso soddisfatto, — ecco fatto.

— Ebbene, piccolo pezzo da cento, — disse Sam, — così come siete, avreste il premio alla fiera.

— Grazie, — rispose il ragazzo grasso.

— Non avete nulla pel capo che vi tormenti? — domandò Sam.

— Non mi pare, — rispose il ragazzo.

— Avrei pensato, a vedervi, che foste consumato di dentro da una passione sorda per qualche bella giovane, — disse Sam.

Il ragazzo grasso crollò il capo.

— Ebbene, — disse Sam, — mi fa piacere di saperlo. Bevete mai qualche cosa?

— Mi piace meglio mangiare, — rispose il ragazzo.

— Ah, me lo figuravo; ma in somma, lo pigliereste un sorso di qualche cosa, tanto per scaldarvi? Del resto, in quanto a freddo, con codesta ciccia addosso, non credo che ne abbiate idea.

— Qualche volta sì, ed allora mi piace un gocciolo di qualche cosa, quando è buono.

— Ah sì? Bravo! Venite di qua allora.

Arrivarono subito nella sala del Leone turchino, e il ragazzo grasso ingollò un bicchiere di liquore senza batter ciglio, il che gli fece guadagnar molto nella stima del signor Weller, il quale, sbrigata che ebbe per conto proprio la medesima faccenda, tornò alla carretta seguito dal ragazzo e insieme vi montarono.

— Sapete guidare? — domandò il ragazzo grasso.

— Crederei di sì, — rispose Sam.

— A voi dunque, — disse l’altro dandogli le guide e accennando ad un sentiero. — Sempre diritto, non potete sbagliare.

Con queste parole il ragazzo grasso si distese amorosamente a fianco del merluzzo, e fattosi guanciale di una sporta di ostriche, si addormentò istantaneamente».

Charles Dickens, Il circolo Pickwick, 1836 (Traduzione dall’inglese di Federigo Verdinois 1904)

Lo Stoccafisso accomodato alla genovese

1 kg. stoccafisso già bagnato, 300 g. di patate, 20 g. di funghi secchi, 1 manciata di foglie di prezzemolo, 1 cipolla, 1 costa di sedano, 1 spicchio d’aglio, 2 acciughe sotto sale, 1 manciata di pinoli, 1 manciata di olive verdi snocciolate, 1 manciata di olive nere taggiasche, 1 cucchiaio di conserva di pomodoro casereccia, 6 cucchiai di olio d’oliva extra vergine sale q.b.

Preparazione:

Scottate lo stoccafisso in acqua bollente leggermente salata per circa 10 minuti, per poterlo pulire.

Scolatelo e pulitelo, eliminando pelle e lische, con il coltello fatelo a pezzetti.

Preparate il soffritto, pulite sedano, carota e cipolla e tritateli.

Versate olio extravergine della riviera e il trito di verdure in un tegame, e fate rosolare le verdure.

Poi unite i pinoli e le acciughe salate (mi raccomando lavate prima per dissalarle e deliscate), e cuocete.

Ammollate i funghi secchi in acqua tiepida, scolateli e asciugateli leggermente con un canovaccio o carta da cucina, tritateli grossolanamente ed uniteli al soffritto (non gettate l’acqua di ammollo, ma usatela per bagnare lo stoccafisso durante la cottura). Sciogliete la conserva casereccia di pomodoro in poca acqua tiepida e versate anch’essa nel tegame Unite nel tegame lo stoccafisso pulito al soffritto, bagnate con l’acqua di ammollo dei funghi, salate, e fate cuocere a fuoco basso per circa mezzora, mescolando di tanto in tanto ed aggiungendo altra acqua tiepida se necessario. Passata la mezzora, aggiungete il prezzemolo tritato assieme all’aglio, e le olive sgocciolate.

Fate cuocere per circa un’oretta, sempre mescolando di tanto in tanto ed unendo acqua calda per non fare asciugare troppo.

Unite poi le patate pelate e tagliate a cubetti.

Cuocete sino a che le patate sono ben cotte.

Impiattate e servite caldo.

La ricetta è tratta da https://www.ristorantedarina.it/le-nostre-ricette/ Ristorante Da Rina – Genova

Il vino con lo stokke.

2019, Pigato Riviera Ligure di Ponente, Terre Bianche

Vermentino, pigato, favorita, rolle e verlantin (francesi) possono essere utilizzati per un dibattito filosofico-scientifico, ad ampio respiro, sull’identico e sull’uguale. Perché abbiamo voglia a dire che vermentino e pigato godono al 100% dell lo stesso profilo del DNA e che provengono dallo stesso vitigno iniziale cresciuto da un solo seme d’uva. Ma, con i secoli a venire e ad andare, per carattere e individualità, il pigato si abbellisce di foglie più lobate e più piccole dell’altro, di diversi i germogli (verde chiaro con sfumature rosa ed orlo carnicino), di acini meno tondeggianti e con piccole macchie sulla buccia (da cui pigau, ovvero “macchiettato” in dialetto). Abbiamo voglia, insomma. E se si va in un posto che ne ricorda altri non lontani e più o meno vicini, ma ne è alquanto differente per esposizione, altitudine (400 s.l.m.m.) argille e arenarie, vicinanze al mare e alle coltri di nubi che circondano le montagne, le cose cambiano ancora. Quindi il 2019 e un viticoltore, Filippo Rondelli che vai a sapere se in quell’anno, il 2019 per l’appunto, pur essendo identico per DNA al Filippo Rondelli del 2018, fosse totalmente uguale al Filippo Rondelli del 2018. Ma ne dubito. Questo pigato 2019 gioca, e piuttosto bene, su tutti i versanti da cui raccoglie ispirazione e lungimiranza, una bellissima lungimiranza: pesche gialle, limoni, miele aprono ad primo ingresso morbido e succulento per lasciare il passo lento ma inesorabile ad un centro bocca in cui si affastellano e si ricompongono fiori, erbe e macchia mediterranea, salvia soprattutto, resine, sali e pietre delle montagne d’intorno. E un finale lungo, leggermente balsamico, sicuramente amarognolo come è il fatto suo.

Ricetta letteraria (n°2). Sulle orme del Barone di Münchhausen

Il Barone esplora i fondali marini a cavallo di un destriero marino, illustrazione di Franz Gottfried (1846-1905) Di Gottfried Franz (1846-1905) – The Miraculous Andventures of Baron Münchhausen. Translated by O. I. Rogova – 3rd ed. SPb. Publisher: A. F. Devrien, 1896. 50 pages, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7686240

Rudolf Erich Raspe (1737-1794) narra, nella tappa di uno dei sorprendenti viaggi per mare del suo eroe, il barone di Münchhausen (1781), il mare di latte e l’isola del Formaggio. La descrizione viene ripresa dalla Storia vera di Luciano di Samostata[1] (Samosata, 120 circa – Atene, tra il 180 e il 192): «Fatto un cammino di un trecento stadii, approdammo ad un’isoletta deserta, dove provvedemmo d’acqua, che già mancava, saettammo due tori selvaggi, e partimmo. Questi tori avevano le corna non sopra la testa, ma sotto gli occhi, come voleva Momo. Indi a poco entriamo in un mare non di acqua, ma di latte: e in mezzo ad esso vedevasi biancheggiare un’isola, piena di viti: l’isola era un grandissimo formaggio, ben rassodato, come dipoi ce ne chiarimmo mangiandone, e girava intorno venticinque stadii: le viti erano cariche di grappoli, dai quali non vino, ma sprememmo latte, e bevemmo. Nel mezzo dell’isola era fabbricato un tempio a Galatea (la Lattaia) figliuola di Nereo, come diceva l’iscrizione. Durante il tempo che quivi rimanemmo avemmo per pane e companatico la terra dell’isola, e per bevanda il latte dei grappoli. Regina di quel paese dicevasi che era Tiro (la Caciosa), la figliuola di Salmoneo, la quale poi che fu lasciata da Nettuno ebbe quest’onore».

Ed ora la versione di Raspe: «Finalmente la burrasca si placò per dar luogo a un vento costante e gagliardo che continuò a trasportarci per sei mesi a una velocità di almeno quaranta nodi all’ora! Intanto avevamo constatato uno straordinario mutamento in tutto quanto ci circondava: d’un tratto ci sentimmo lieti e leggeri, il nostro olfatto fu deliziato dai più aromatici effluvi che si potessero immaginare: il mare stesso aveva cambiato aspetto e, da verde, s’era fatto bianco. Poco dopo tali prodigiose trasformazioni avvistammo terra e, non molto lungi da noi, un’insenatura che raggiungemmo dopo una sessantina di leghe di navigazione. La trovammo larga e profonda con latte squisitissimo che scaturiva d’ogni dove. Approdammo e presto ci accorgemmo trattarsi di un’isola consistente in un enorme pezzo di formaggio. Lo scoprimmo perché un uomo dell’equipaggio, che aveva sempre avuto una grande avversione per il cacio, perdette i sensi non appena attraccammo: quando rinvenne, espresse il desiderio che gli si togliesse il formaggio di sotto i piedi. Furono fatte le dovute indagini e gli si dovette dare pienamente ragione; poiché tutta l’isola, come ho detto poc’anzi, altro non era che una forma di cacio di spropositata grandezza! Di ciò soprattutto si alimentano gli abitanti, che sono straordinariamente numerosi, e ogni notte il formaggio ricresce in proporzione al consumo che se ne è fatto di giorno. V’erano – si sarebbe detto – viti in quantità, fitte di bei grappoli che, spremuti, non davano che latte. Gli abitanti erano bella gente, slanciata, alta circa tre metri, munita di tre gambe e un solo braccio, ma nel complesso di forme aggraziate: quando litigano fra loro manovrano con grande abilità un corno diritto che agli adulti cresce nel centro della fronte. Li vedemmo fare gare di corsa sulla superficie del latte: non che vi affondassero, anzi, correvano e passeggiavano sopra la massa lattiginosa come faremmo noi sopra un campo di bocce. Su quest’isola di formaggio cresce in quantità un grano le cui spighe producono forme di pane già bell’e pronte, tonde come funghi. Nelle nostre scorribande sopra codesto formaggio scoprimmo altri diciassette fiumi di latte e dieci di vino» (Rudolf Erich Raspe, Le Avventure del Barone di Münchhausen, trad. di Maria Luisa Agosti, Rizzoli, Milano 1989)

Budini di Parmigiano Reggiano allo zafferano

Ingredienti

Per 4 persone

5 uova

125 g latte

125 g panna

125 g Parmigiano Reggiano, grattugiato

sale e pepe q.b.

Per la besciamella allo zafferano

50 g farina “00”

50 g burro

1/2 l latte

0,1 g zafferano in pistilli

sale q.b.

burro per gli stampini

Preparazione

  1. Sbattere le uova e aggiungere il Parmigiano Reggiano, il latte, la panna, il sale e, se si desidera, del pepe. Amalgamare bene con una frusta, così da evitare la formazione dei grumi, e versare il composto in piccoli stampi di alluminio precedentemente imburrati. Sistemare su una teglia coprendo con pellicola trasparente e cuocere in forno a vapore per circa 32 minuti a 80°.
  • Nel frattempo preparare la besciamella allo zafferano. Tritare grossolanamente i pistilli di zafferano e lasciarli a bagno in un po’ di latte caldo. Sciogliere il burro e aggiungere la farina setacciata mescolando con l’ausilio di una frusta. Poi aggiungere poco alla volta il latte caldo e lo zafferano mescolando. Togliere la besciamella dal fuoco quando non è ancora troppo densa e aggiungere un pizzico di sale. Far raffreddare i budini e, una volta tiepidi, capovolgerli e guarnirli con un mestolo di besciamella allo zafferano.

Ricetta tratta da https://www.parmigianoreggiano.com/it/ricette/budini-di-parmigiano-reggiano-allo-zafferano/


[1] Nella traduzione di Christoph Martin Wieland; Riguardo all’influsso esercitato da Luciano di Samosata su Wieland si rimanda a Julius Steinberger, Lucians Einfluss auf Wieland, Dissertation, Göttingen 1902 e a Christopher Robinson, Lucian and his Influence in Europe, Chapel Hill, London 1979.

Declinare le proprietà di un vino o di un idiota

Рисунки и рукописный текст Ф.М. Достоевского. “Идиот”
Di Fëdor Dostoevskij – http://az.lib.ru/d/dostoewskij_f_m/text_0810.shtml, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65476356

Potrebbe sembrare una questione squisitamente filosofica, con insensate deviazioni semantiche e biforcazioni matematiche, ma l’attribuzione di una qualità (positiva o negativa) a qualcosa riguarda sia il godimento della qualità in oggetto, che del come essa venga goduta. Non basta dire, in altre parole, che uno è un idiota allorché palesi la sua evidente idiozia, ma occorre aggiungere in che modo il tizio in questione riveli la sua idiozia. E, poi, per essere fino in fondo corretti, occorrerebbe specificare anche se gode di quella proprietà, ovvero dell’idiozia, in modo necessario. “Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo.” Nel capitolo IX de “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) possa essere vero o falso. Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per ‘possibile’ si intende ‘potenziale’. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[1]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.
Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, ad esempio “il vino è un alimento”, oppure “il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà, dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è un vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è un vino necessariamente naturale”; oppure ancora: “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa gode o non gode di una certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.
Lo stesso vale per il vino. Se pensiamo che nella definizione dell’ O.I.V. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. (…)” non sappiamo proprio nulla delle qualità relative ad un vino. Quello che succede nel dibattito attuale, in maniera nemmeno celata, è che il vino risulterebbe tale, ovvero vino, soltanto se frutto di alcuni processi che ne rivelino determinate qualità specifiche e non altre. Ma, essendo l’uva l’unico ingrediente disponibile e incontrovertibile, la cosa si complica un tantino e sposta la contesa su piani differenti: la vigna, il terreno, i prodotti in uso alla coltivazione, alla fermentazione, in cantina. I recipienti… E, poi, il lavoro, il trasporto, la commercializzazione, l’etichettatura….
Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.
Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[2]”.
Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[3] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[4]”.
Dunque, come diceva la mia professoressa di latino: nel bene e nel male occorre sempre declinare.


[1] Cfr. Massimo Mugnai, POSSIBILE / NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013
[2] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20
[3] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it
[4] Roland Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.

Domande senza tempo per vini senza senso

Di Sconosciuto – Beauty Parade Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15473331
Un articolo di una rivista di Beauty Parade del marzo 1952 che stereotipa le donne alla guida. Presenta Bettie Page come modella.

Si può bere un vino da meditazione in due?

Come posso far capire che si sta meditando?

Se dalla meditazione si passasse al sonno, il vino cambierebbe di specificazione? O soltanto il bevitore?

Un vino da donna sta nella borsetta?

E, soprattutto, come faccio a capire se un vino è un vino da donna se non sta nella borsetta?

Un vino da uomo sta nelle tasche posteriori dei pantaloni?

E, soprattutto, come faccio a capire se un vino è un vino da uomo se non sta nelle tasche posteriori dei pantaloni?

Cosa succede ad una donna se beve un vino da uomo e viceversa?

Un vino da collezione può, ad un certo punto, essere bevuto?

Un vino da passeggio deve essere bevuto solo camminando?

I vini eroici sparano i raggi laser?

Anche chi beve i vini eroici poi spara i raggi laser?

Un vino quotidiano può essere bevuto ogni tanto?

Un vino quotidiano è anche un vino routinario? Lo si può bere in maniera distratta?

Un vino da merenda che orari ha?

I vini delle feste possono essere bevuti in giorni feriali?

Un vino delle feste bevuto in un giorno feriale diventa un vino quotidiano? E viceversa?

Un vino degli abissi quando vede la luce si acceca?

Per i vini in orbita, cambiando la dimensione spazio-temporale, cambiano anche i disciplinari sull’affinamento e sull’invecchiamento?

Se il vino lo si fa in vigna, in cantina cosa si fa?

Vinnatur a Genova. E mi sento già un po’ meglio

Marco di Forti del Vento in posa plastica

“Come ti sembra?” – mi fa Marco di Forti del Vento. “Bene. Molto bene. Rispetto a qualche anno fa mi pare che ci sia stata una crescita collettiva importante e non so se questo sia dovuto all’ingresso di nuovi produttori o cosa” – gli dico. E lui: “Anche, ma non solo. Secondo me siamo migliorati un po’ tutti noi produttori. Facciamo meglio il vino, con più attenzione e conoscenze. Con maggiori scambi informativi e circolazione di idee”. Ecco che la nebbia mentale si dipana dopo quel paio di battute: un conto è l’interpretazione che il produttore dà ai suoi vini, la marca di riconoscibilità che si attende e che il suo pubblico si aspetta, un conto è l’anno, l’annata, con tutte le possibili variabili che si possono immaginare e anche quelle che non si possono immaginare neppure (nascite, morti, matrimoni, divorzi, premi, viaggi, amanti, indigestioni, folgorazioni…), un conto è l’evoluzione e un conto sono gli apporti migliorativi, le traiettorie tecniche, le rivisitazioni, i ripensamenti, le cesellature, gli abbandoni. La vitivinicoltura appartiene indubbiamente alla scienza dinamica e gli equilibri sono generalmente instabili e talvolta indifferenti.
Non so nemmeno, ma non lo sapevo neppure prima, se le fiere siano il miglior luogo dove assaggiare i vini. Credevo di no prima e credo di no anche adesso. Ma sono belle perché danno un tocco di festa strapaesana ed è da un paio d’anni che manca la festa. Quindi evviva. Poi ne approfitto per fare due ciance con persone che non vedevo da un pezzo. Quindi evviva le ciance. Se poi il posto è pure bello, ancora meglio.
Per quanto riguarda i vini, e per ogni fiera che si rispetti, sono molti più quelli che non ho assaggiato di quelli che ho gustato. Questo a voler dire che invito a diffidare delle miglior bevute. Ma soltanto di alcune delle miglior bevute. Per certi produttori ho fatto dei filotto, per altri delle scelte che, come tali, sono opinabili.
Ho cominciato con un breve saluto a Paolo di Rocco di Carpeneto, che mi ha proposto Andeira, un rifermentato (ancestrale) di barbera giocoso e vibrante come un teppistello di campagna. Non mi stupisce che abbiano usato il barbera: nelle corde di vini dritti e affilati, giocati ai limiti, come solo a loro piace saper fare. Ma stavolta con le bolle.
Salto a Terre di Pietra, di cui avevo orecchiato qualcosa, ma mai provato nulla: avevo orecchiato bene e mi sono sovvenute le parole di Veronelli: “piccolo il podere, minuta la vigna, perfetto il vino”. Di una perfezione, che non è di alcun mondo, essenziale e al contempo semplice, non semplicistica: a partire dalla garganega in purezza per poi scollinare sulle due Pesti, una più piccola e l’altra superiore e dunque per concludere con il Valpolicella Classico Superiore, Mesal e il sorprendente marselan di Rabiosa, che svetta tenace e succulento intorno ai 600 metri.
Mi volto e scorgo Luigi di Carussin ricurvo sul cellulare e probabilmente intento a leggere l’ultima parte di “Guerra e pace” sullo smartphone. Ci salutiamo: Luigi mi fa l’effetto di uno passato lì per caso ancora di più di quanto io sia passato di lì per caso. Un cercatore di banchetti da degustazione, al pari di un cane da tartufi, in questi casi abbassa immediatamente le forzature ossessivo-compulsive da primato sensoriale e si acquieta per più miti assaggi. Conosco e apprezzo gran parte dei suoi vini, per cui mi concentro soltanto su due. Tra l’Altro è un bel moscato tirato a lucido che mantiene profumi e sensibilità aromatiche varietali, pieno, mai scomposto (nella perenne lotta tra fragranze, acidità, alcol…), cosa che per un moscato secco non è sempre prevedibile. Poi Luigi mi chiede se ho assaggiato il barbera La Tranquilla del 2016 perché è un po’ che non la fanno. Lei, la barbera, se ne sta lì sorniona, un po’ tenebrosa, tanto avara nella produzione quanto generosa negli esiti: di grande corpo e sostanza. Avvolgente, calda, morbida, un bel frutto maturo in evidenza, piena e scorrevole dal principio alla fine.
Rimbalzo ancora dagli Ovadesi: prima da Forti del Vento e poi a Rocca Grimalda da Rocca Rondinaria.
Che dire. Forti del Vento, come avrebbe detto Cecchetto negli anni d’oro delle top ten, sono in cima alle classifiche dei dolcetto (non solo di Ovada): pare che debbano aprire il prossimo concerto a Parigi dei merlot di Bordeaux. Ne ho già parlato altre volte e non posso che ribadirlo senza andare oltre. Ma qui voglio ricordare due vini che mi hanno considerevolmente impressionato: An Piota, uno chardonnay da vecchie vigne vinificatori in anfora. Credo di aver solo bofonchiato: “urca, maddai che buono!” E poi quello estremo, perché l’albarossa (incrocio tra barbera e chatus, detto anche nebbiolo di Dronero, ma che con l’altro nebbiolo, quello con la N maiuscola non ha nulla da spartire) crea un sacco di casini e non è per nulla facile da vinificare tant’è che Marco mi dice che non riesce a farlo quasi mai perché non gli viene e come vorrebbe. Ma questa volta sì. Eccome. L’Altaguardia primeggia dal suo rosso rubino carico con venature violacee, caldo, di frutta, di tabacco a profusione, vinoso, quasi tautologico.
Poi salgo al primo piano da Rocca Rondinaria: se penso alla crescita, all’evoluzione, al miglioramento lento e continuo penso a loro. Anche dei loro dolcetto e del, per me, eccelso nibiö scrissi in precedenza, per cui sorvolo mal volentieri. “Adesso facciamo anche il timorasso”. “Parbleu!”- ribatto. Un vino piacevolmente ingannevole: prorompe con alcol, tonalità mielose e frutta matura, per poi virare sulle erbe officinali, sulle noci, sulle scorze di limone, sulla pietra focaia e sale. Complesso come il tempo a venire.
A fianco Valli Unite che a Genova sono molto di casa. Alessandro è vibrante ed esplosivo come i suoi vini. Anche di loro già dissi e scrissi per cui bevo, da nuovo e non di nuovo, il timorasso Montesoro, che è sempre una prelibatezza perché, nonostante parta da uve di tutto riguardo, il vino non ha alcun timore a passare un po’ di tempo con loro (macerazione). E dunque il Rosso di Marna, un barbera che ripassa sulle bucce di quello dell’anno successivo per poi dimorare 6 mesi in tonneaux di rovere di terzo passaggio. Un guazzabuglio di piacere.
Non pago del Piemonte scendo giù fino ai Fratelli Barale. Dopo aver assaggiato il mirabolante e prugnoso barbera d’Alba Castlé, l’impeccabile Langhe Nebbiolo, mi sono dilungato ad ascoltare i racconti sulla vinificazione dei barolo, di quello che fu, per loro, il cappello sommerso e le nuove tecniche di fermentazione statica seguite da macerazioni lunghe completate dall’irrorazione periodica e costante delle bucce. Il lungo racconto veniva accompagnato dalle note sapide, splendidamente tanniche e fruttate del barolo Castellero 2017. Perché se non vi è dubbio alcuno che questi vini debbano rendersi grazia solo in un futuro più che prossimo, è altrettanto vero che il frutto così ricco e abbondante lo si percepisce soltanto in una malcelata gioventù. E per chiudere il barolo Bussia 2015: da bere o ancora meglio da conservare per qualche anno ancora. Come vi pare. Tanto è buonissimo lo stesso.
Come ultima sosta mi acquieto da Perego&Perego, un tipo che fa etichette da birra e le mette su bottiglie da vino (apro una parentesi e segnalo che ci sono parecchie etichette disegnate da bambini per cui vi rimando a questo mio articolo: https://vinoestoria.wordpress.com/2021/08/24/le-etichette-del-vino-sono-sostanzialmente-due/ – Le etichette sono sostanzialmente due), forse perché alcuni dei suoi vini sono sicuramente birrofili come Amber – demon – R, riesling italico e riesling renano alla pari, bello succulento di albicocca, pesca e agrumi, residuo zuccherino a zero anche se riappare, al termine, una punta di dolce che non guasta. Ideale, nella calura estiva, con salame e, nella calura invernale di casa, con formaggi stagionati. Magari dopo un concerto punk ad un festival di birre acide. Ma il vino che ha maggiormente beneficiato della mia attenzione è stato Giubilo 2016, una bella bonarda dove la croatina fa da padrona assoluta e il barbera aggiunge in freschezza.

Vinnatur https://www.vinnatur.org/ è senza alcun dubbio un’associazione di produttori assolutamente meritevole: per quello che fa per la promozione del vino naturale, per quello che fa in termini di controllo, di ricerca e di sviluppo, per gli eventi che organizza. Oggi sarebbe importante un salto aggregativo tra realtà associative diverse a patto, però, che l’intento sia comune: nella definizione del che cosa, di come verificarlo e di come svilupparlo. E soprattutto sapendo che biodinamico, biologico e naturale sono solo dei punti di partenza.

Pezzi unici in milioni di esemplari

Di Émile Bayard – http://www.ars-classical.com/pageID_6905635.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1856996

I dibattiti nostrani (non che da altre parti sia meglio), che trattino di tattica e di strategie, del passaggio dagli aromi forti della cioccolata barocca a quelli più semplici e lineari della cioccolata illuministica o del ruolo dell’informatizzazione di massa, prendono pieghe paesane a cui fanno da contraltare almeno tre elementi intimamente connessi tra loro: il provincialismo, il grottesco, il corporativo.

Il primo termine afferisce ad una mentalità che procede a scarti ridotti e che ha la presunzione di scambiare l’orticello di casa propria per le praterie della Savana. Il provincialismo, come affezione mentale, non ha nulla a che fare con la difesa di peculiarità locali. Ne è l’antitesi cognitiva: il provincialismo ha la precipua funzione di globalizzare il senso comune del banale, dell’ovvio, dell’atteso e del ripetuto.

Il grottesco, invece, è l’estensione metafisica del provincialismo: rende goffo, innaturale, comico, ma senza rallegrare, ciò che di per sé è misero. Il grottesco è sguaiato, eccessivo, talmente improbabile da sembrare vero.

Il corporativo: la difesa del ruolo di sé, della categoria, dell’appartenenza, che ha pretesa dell’assoluto. Il corporativo serve per rimarcare, e per ricordarci, che c’è un solo titolare della Parola secondo il rituale richiesto e il potere stabilito.

Il paesaggio civile si popola così, in una società tecnicamente evoluta in grado di “fornire pezzi unici in milioni di esemplari” (Giorgio Manganelli), di miriadi di neo intenditori. Walter Benjamin aveva intuito la portata di questa enorme trasformazione antropologica quando scrisse in merito all’ “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936): l’esaurimento delle apparizioni uniche di una lontananza come “seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa” significa la fine dell’aura, ovvero di quell’intreccio tra lontananza, irripetibilità e durata. L’estetizzazione della politica si risolve, dunque, nel cortocircuito fra due crisi: l’immediatezza dell’aisthesis e la formazione politica.

Un giorno Umberto Eco disse che “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Credo che si sbagliasse: né gli accessi, né gli imbecilli sono causa di qualcosa. Semmai la fine della mediazione, ovvero dell’interposizione sapiente, esperita e dunque politica, tra colui che accede tramite il mezzo preposto e la proposizione finale a cui è atteso, ingenera la proliferazione e la reiterazione della parola stupida.

Alla fine di ogni dibattito che non si rispetti compare in scena, prestante e necessario più che mai, il capretto che porta via il male: il biblico aza ‘zèl, il capro che scompare. Il nostro latino caper emissarius, cioè il capro espiatorio.

Forse non è così necessario che raccontiate quanta solforosa c’è nel vino. Per la critica della ragione tecnica

Claude Monet – Impression, soleil levant, 1872

Non possiamo immaginare il racconto di un piatto, di un dipinto, di un pezzo musicale, di un film, di una foto, di un romanzo attraverso la frammentazione dei passaggi tecnici che lo hanno visto realizzarsi. Possiamo, al contrario, immaginarci che la parte tecnica abbia un ruolo, non secondario sicuramente, dentro il processo di comprensione e in accordo con un più ampio spirito che accompagna l’opera e che aiuti ad abbracciare un’epoca, le conformità e le difformità estetiche, le pretese e i costi di realizzazione, i passaggi e le incursioni simboliche e sociali. La tecnica, assoggettata alla volontà dell’uomo, spezza storicamente, in maniera graduale o con notevole dirompenza a seconda dei casi, tutti i limiti spaziali e temporali inizialmente limitati al solo movimento corporeo: l’estendersi dell’azione (tecnica), mentre modifica il suo significato, costruisce la possibilità di una nuova foggia del mondo. Il fine, che poi è il postulato della tecnica, non solo permane come finalità in sé, ma è la condizione per cui tutto si tramuta in oggetto. La suddetta finalità richiede che la volontà si inscriva in un ordine estraneo ad essa: la “scoperta” della natura  significa, dunque, riconoscimento e rivelazione. Nel passaggio umano al primo strumento tecnico è insito il germe del dominio, del dominio sul mondo: “lo strumento compie nella sfera oggettuale la stessa funzione che è rappresentata nella sfera del logico (terminus medius)” (Ernst Cassirer, Critica della ragion tecnica). Ciò che cambia è lo sguardo: l’intenzione fonda la previsione (visione in anticipo) e con essa la possibilità di realizzare un fine lontano spazialmente e temporalmente.

Alcuni filosofi dello scorso secolo si domandano se e in che modo la creatività tecnica per la costituzione, l’assicurazione e il consolidamento della visione “oggettiva” e “oggettuale” del mondo, si tramuti nel suo opposto, ovvero nello straniamento dell’uomo da se stesso. Non sto qui facendo riferimento in modo esclusivo al processo di alienazione, nel suo duplice significato di reificazione e di feticismo, ma in modo particolare a quella autocoscienza umana, apparentemente inscritta nella luce della superiorità sul mondo che Ludvig Klages include, al contrario, nella “luce di una schiavitù della vita sotto il giogo del concetto”. Se vogliamo è come provare a condurre l’alienazione marxiana, ovvero “l’arcano della forma di merce consiste (…) che, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro..” (Karl Marx, Il Capitale), nella sua più radicale proposizione di libertà, il gioco: “un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico” (Herbert Marcuse, Cultura e società).

D’altronde, per dirla alla Gramsci, “è anche vero che «l’uomo è quello che mangia», in quanto l’alimentazione è una delle espressioni dei rapporti sociali nel loro complesso, e ogni raggruppamento sociale ha una sua fondamentale alimentazione, ma allo stesso modo si può dire che «l’uomo è il suo appartamento», «l’uomo è il suo particolare modo di riprodursi cioè la sua famiglia», poiché l’alimentazione, l’abbigliamento, la casa, la riproduzione sono elementi della vita sociale in cui appunto in modo più evidente e più diffuso (cioè con estensione di massa) si manifesta il complesso dei rapporti sociali”. Ed è per questo che Gramsci ritiene che la natura umana non possa ritrovarsi in nessun uomo particolare ma in tutta la storia del genere umano (e il fatto che si adoperi la parola «genere», di carattere naturalistico, ha il suo significato) mentre in ogni singolo si trovano caratteri messi in rilievo dalla contraddizione con quelli di altri: “Tutto è politica, anche la filosofia o le filosofie (confronta note sul carattere delle ideologie) e la sola «filosofia» è la storia in atto, cioè è la vita stessa” (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 7).

Se qualcosa è cambiato, in modo radicale, negli ultimi anni è proprio la concezione stessa di politica, che non solo ha perso gradualmente la sua visione integrativa dell’individuo nella società, ma che ha assunto, sotto la pressione tecnica e tecnologica, il piano dell’astrazione analitica e dell’oggettività avalutativa, come se queste avessero una loro capacità esplicativa al di fuori delle storie in atto e delle relazioni sociali che le hanno costruite. La razionalità tecnica separa l’azione dal suo contenuto etico e in questo modo si realizza come iper-ideologia (il governo dei tecnici).

Per concludere, occorre ritrovare un nuovo umanesimo che sappia ricongiungere spirito, azione e visione del mondo. Ed è per questo che, forse, e solo forse, potremmo percepire alcune piccole verità dei vignaioli sull’uso della solforosa prima dell’imbottigliamento del vino o sull’uso dei lieviti indigeni o selezionati, e pure sul lungo affinamento in botti di rovere…, solo a partire dall’ultimo romanzo letto, dalla visione di un film, da un vinile usurato, dai cambiamenti di idee, da un quadro alla parete, dalle esposizioni bancarie, dai mutui e fidejussioni, dai caratteri associativi o dissociativi presenti in determinato territorio, dai guadagni desiderati e attesi, dalle parlate e dai dialetti, da un sogno notturno, dalle paure, dalle gioie… Dalla vita insomma. 

Diseducare al vino

Studenti-insegnanti praticano l’insegnamento in un asilo della Normal School di Toronto in Canada nel 1898
Di Ontario Ministry of Education – This image is available from the Archives of Ontario under the item reference code RG 2-257, Acc. 13522, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3486877

Al giorno d’oggi sarebbe necessaria una grande, poderosa e soprattutto collettiva campagna diseducativa che tocchi un po’ tutti temi, le apprensioni, le convulsioni e quindi anche il vino. Intendo perciò concentrarmi sul prefisso “dis-“ e non tanto per quello che riguarda i suoi aspetti negativi, ma in ragione dei suoi esiti privativi: annullare gli effetti di una educazione ricevuta. Viviamo in un mondo tremendamente maleducato sia nelle restituzioni formali e convenzionali sia nei tratti di contenuto o etici. Ed è soprattutto in ragione di questo che sarebbe opportuno diseducare i più a tutto quanto hanno appresso sino ad ora. Me compreso. Ma non si può affatto pensare che il percorso sia semplice: così come la mala educazione è stata assimilata sin dall’infanzia più polverosa, allo stesso modo la diseducazione necessita di un processo lungo e tortuoso. La disassuefazione richiede molta pazienza, accentuate virtù, moltissima concentrazione e applicazione costante.

Due sono i fondamenti da cui partire per volgere a nostro favore lo sviluppo diseducativo:

  1. Gli oggetti inanimati, le cose, i manufatti non parlano, anche se si può comunicare con loro (principio di schizofrenia, panteismo o, per alcuni, segno di grande intelligenza).
  2. Alcune cose non si possono insegnare, nemmeno comunicare, tutt’al più trasmettere. Da questo ne consegue che anche il vino, benché sostanza viva, si risolva per la sua fondamentale qualità auto-definitoria: esso non spiega nulla di se stesso più di quanto abbia qualcosa da dire.

Si piò arrischiare di insegnare le modalità di produzione, di coltivazione della vigna, ma non si può insegnare il vino: c’è una parte dell’incontro, legato alla sincronicità dell’atto, che non è descrivibile. Questo aspetto di simultaneità è ciò che rivela tanto l’atteso quanto l’inaspettato. Una introduzione al vino che tenti di decifrarlo rischia di avere una funzione pre-digestiva.

Quindi non se ne può parlare, non esistono criteri per parlarne eccetera?

Al contrario: è nel dialogo imprevedibile e traballante tra più soggetti pronti allo smarrimento e alla privazione, anche solo parziale, delle proprie certezze che può aver luogo quel momento irripetibile nel quale qualcosa si traferisce dall’uno all’altro. Questa cessione non è priva di ancoraggi poiché ognuno di noi è intrecciato ad un testo sociale di rilievo: non tutti allo stesso modo e non tutti con le medesime pratiche, conoscenze eccetera eccetera. Ma non è a quel rilievo che si può concedere lo spazio che già detiene, ma allo scambio che interviene nello stupore, nell’indecifrabile. E per concedere che questo barlume di indeterminatezza trovi un varco occorre lasciare spazio ad un ampio programma di diseducazione personale e collettivo.

Il vino del futuro agisce già su quello del presente

Di Quinn Publishing / Kenneth Fagg – http://thegoldenagesite.blogspot.com/search/label/Ken%20Fagg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44146775

Debbo ricondurmi ancora una volta a Karl Marx studioso e non tanto alle sue doti di chiaroveggenza, mai avute per la verità, né alle sue ipotesi di società futuribili che lasciano ampi spazi di interpretazione e di possibile confutazione previsionale. Sia nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – Grundrisse” che nei “Manoscritti economico filosofici”, Marx fece riferimento alla società futura richiamando esplicitamente il fatto che elementi propri di ciò che sarà non solo debbono già essere presenti, ma che essi agiscono affinché lo stato delle cose cambi in modo radicale. I suoi punti di riferimento furono l’analisi dei i modi e dei rapporti di produzione, il partito e le classi sociali. Qualche decennio più tardi Lenin parlò della possibilità di un cambiamento radicale qualora l’involucro non dovesse più corrispondere al contenuto dello stesso (L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo). Il futuro, attraverso diversi segnali, siano essi elementi produttivi, culture organizzative, tecnologie o altro agisce, dunque, a ritroso nel presente e lo conferma nei suoi aspetti determinanti destinati ad imporsi. I meccanismi non sono certo facili da scorgere e non accadono in maniera casuale: proprio perché sono intellegibili, profondamente umani e strettamente correlati tra loro, la miglior critica è quella che ci permette di intuire questi elementi e di trarne un relativo vantaggio d’azione. Ma questo dice anche altre cose: un’azione che anticipi i tempi fecondi rischia non solo di non essere compresa, ma anche di fallire, come un’eterna Cassandra, nei suoi esiti più realizzabili. Un’azione attesa al contrario, eternamente posticipata, a sua volta, si configura come inazione. L’azione migliore è quella che scorgendo alcune variabili e facendole proprie, anticipa gli accadimenti e cerca di condurli verso una propria visione politica (etica).

Dunque il vino.

Due sono e questioni che mi sono venute in mente: la prima è di carattere generale e investe sostanzialmente le modalità, in termini macro, con cui alcuni fattori incidono sulla produzione. In questo caso il futuro, attraverso i cambiamenti climatici, le concentrazioni produttive, le sensibilità ecocompatibili, biologiche e naturali, i mercati, i prezzi, il benessere, la salute, il controllo sociale, le evoluzioni tecnologiche e di questo passo, agisce già in maniera significativa su quelli che sono delle condizioni che solo un decennio fa erano appena accennate. I caratteri mutanti dell’oggi prevedono rapide accelerazioni, anch’esse impensabili sino a pochi anni passati, di status.

La seconda cosa è singola: di quel vino, di quell’annata, di quel produttore, da quei vitigni di quel o quei luoghi. Spesso si fa riferimento alla giovanile esuberanza di un certo vino, di cui si dice che “è un bambino”, facendo così intendere che i suoi caratteri evolutivi lo porteranno ad una piacevole pubertà e, coerentemente, ad una compiacente, rotonda e armonica maturità. Talvolta succede, ma altre volte no. Lo si può comprendere? Sì, anche se non sempre pienamente, a patto che si consideri quel futuro che già agisce ora in quel vino e si valutino le circostanze presenti che lo traghetteranno verso una nobile evoluzione. Tutto il resto permettendo.