Grappa. Etimologie plausibili di un nome controverso

Il laboratorio dell’Alchimista di Giovanni Stradano (1570), Studiolo di Francesco I nel Palazzo Vecchio a Firenze – http://www.paleopatologia.it/articoli/aticolo.php?recordID=21, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1137288

Perdersi nell’etimologia di una parola: l’ho fatto più volte e, credo, che più volte lo rifarò. Ossessioni e compulsioni e non solo delle parole: ogni seguito personale ricade inevitabilmente in uno strascico linguistico. Leggo, a tal proposito, non di compulsione ma di etimologia, una cosa curiosa: “Diciamo senz’altro e preliminarmente che il nome di grappa si apparenta con quelli che per secoli contrassegnarono, nei registri delle ‘ruote’, i nati illegittimi; e ogni sforzo, sia pur disinteressato, di mutarlo, nobilitando il prodotto, è caduto nel vuoto”. In quella meravigliosa serie di volumi che l’editore Canesi dedicò a vini di diversa fattura e provenienza nazionale, uno di essi veniva consacrato alla grappa, alla sua storia e al costume italiano. L’autore era Ugo Martegani e l’anno il 1968. Grappa, quindi, sinonimo di prodotto popolare e tale sarebbe dovuta rimanere nei secoli dei secoli. Amen. Ho cercato in lungo e in largo, ma apparentamenti così arditi non ne ho più trovati. Ma si sa che “là dove le cose iniziano la loro storia, quel che si trova non è l’identità ancora preservata della loro origine, ma la discordia delle altre cose, il disparato” (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977)

La ruota degli esposti, dei bambini abbandonati, e dei registri con cui si tenevano in conto notizie e dettagli sugli stessi, è antichissima: la prima documentata risale al 1188 nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia. Ma la grappa? Probabilmente l’autore si riferisce al fatto che la ruota stessa fosse sostenuta da una grappa in ferro, ovvero da una spranghetta di metallo ripiegata agli estremi, che veniva già ampiamente utilizzata nell’antica Roma per collegare conci di pietra, legnami, oppure a fissare ai muri rivestimenti di pietra o di marmo o telai di porte e finestre. Altra ragione non me la sono data: in quella spiegazione ravvedo, comunque, il tentativo di non permettere in alcun modo di sganciare il prezioso distillato di vinacce dalla sua origine sociale.

Poi, naturalmente ci sono altre varianti, che più che condurre a certezze etimologiche, disperdono le possibilità di arrivare al dunque in mille rivoli diversi. Figlia di una radice germanica, nelle forme di krap, krapf o kraf, vari dizionari sono concordi nel ricondurre l’etimo al longobardo *krapfo, ovvero ‘uncino’, che corrisponde al gotico krappa. “Cercando grappa, le varie fonti consultate oltre al DELI, tra le quali l’Etimologico di Ottorino Pianigiani e il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini riconducono la parola al longobardo medievale *krapfa e graffa al germanico krappa. Dunque, anche se nel tedesco odierno il termine krapfen non è più in uso nel significato di ‘uncino’ o ‘graffa’, la parentela tra il nome della leccornia e la parola graffa è verificata etimologicamente nell’Althochdeutsch (antico alto tedesco) e nel Mittelhochdeutsch (medio alto tedesco), e giustificata dalla forma originaria del dolcetto” (Cfr. https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/di-krapfen-e-graffe/740). Dolcetto. Ma di quale dolcetto si parla? Del Krapfen naturalmente! Johann Christoph Adelung scrisse nel 1796 che il Krapfen è un tipo di focaccia rotonda di diverse specie, sia ripiena sia non ripiena, che viene cotta o nello strutto o in forno. Particolare per la sua forma il nome era tale o per la gonfiezza esterna o per il bordo a punte con le estremità le estremità alternativamente in su o in giù tale da dargli una certa somiglianza con gli uncini .

L’uncino, per sua natura, afferra così come fanno quelle parole la cui radice, in quasi tutte le lingue romanze, suona in grap, grapf, graf. E l’italiano, ad esempio, risponde in graspo, rappa e raspo. Ma, se volessimo andare avanti, in un dialetto a me familiare, il piemontese (Levi, Attilio. Dizionario etimologico del dialetto piemontese. Torino : G. B. Paravia & C., 1927), il gràfi è quell’uncino fatto specialmente per pescare velocemente il secchio nel pozzo. E così ci stiamo avvicinando, quasi miracolosamente, a quella graffa che sosteneva la ruota degli esposti. O a quelle ciliegie duracine, grafiòn, sempre in piemontese antico, che pare fossero appese ai rami, pure loro, da degli uncini. Similmente agli acini d’uva, avvinghiati al raspo o graspo, dir si voglia, tanto da dar vita ad una vera e propria rappa, il grappolo che dall’altra parte delle Alpi, prende il nome di râpe. Ma molto più a sud, nella lontana Sicilia, che pur qualche accomodamento con i Francesi dovettero averlo, una “rappa d’api” stava a significare uno sciame talmente compatto da sembrare un grappolo d’uva (Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, dell’abate Michele Pasqualino da Palermo, nobile barese, accademico della Crusca, tomo quarto, Palermo 1790). Ora, finalmente, fa la sua comparsa l’uva, senza la cui presenza, in un modo o nell’altro, nessuna grappa degna di questo nome potrebbe prendere vita.

Resoconti improbabili dal mondo di poi sulla Grande Peste del 2020

Description: Copper engraving of Doctor Schnabel [i.e Dr. Beak], a plague doctor in seventeenth-century Rome, with a satirical macaronic poem
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Resoconto storico per le scuole dell’infanzia e della prima gioventù imberbe sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Questo tentativo assai maldestro, ma tenete in debito conto che la sperimentazione genetica era, a quei tempi, cosa assai rozza e non priva di altissimi rischi, aveva lo scopo di creare una carne adatta ad usi diversi e nondimeno alla possibilità non remota di una sua possibile friggitura. Ebbene in quel mercato ittico, come era d’abitudine, compratori e venditori si radunavano per assaporare i pesci nella loro superba crudità così da stabilire un prezzo di equilibrio nella compravendita. Il notevole incrocio genetico veniva poi accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. Non è dato sapere se quel terrificante virus si annidiasse nelle chele del granchio oppure nella noce di cocco del polpo, ma tant’è che si diffuse dapprima negli inconsapevoli assaggiatori e dopo di ciò in larga parte del genere umano. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto sul complotto della Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Secondo fonti affidabili coeve agli avvenimenti in questione, sappiamo per certo che una brigata dell’intelligence americana, coadiuvata da alcuni scienziati dissidenti provenienti da Hong Kong, aprì un piccolo chiosco all’interno del mercato del pesce votato ad offrire, ad un pubblico assai esigente, le ultime novità in campo della genetica combinatoria sui pesci e sui molluschi introvabili. L’incrocio tra il polpo della noce e il granchio freccia venne offerto in assaggio, naturalmente crudo, ad un abituale frequentatore del mercato stesso, un noto medico virologo dipendente dell’Ospedale “della Grande Guarigione” di Wuhan. La notevole intersezione genetica veniva poi accompagnata da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. I calcoli degli statunitensi, però, furono completamente erronei: essi presupponevano, infatti, non solo che non si sarebbe mai diffuso nella loro terra, ma che il famoso centro di ricerche sperimentali dell’Oklahoma sarebbe riuscito a trovare l’antidoto necessario alla proliferazione del virus, permettendo così sia di ripianare i debiti statunitensi, sia di ristabilire il loro dominio su larga parte del mondo. Come vi è ora noto gli USA sono una piccola colonia del più potente Impero Lunare stabilmente organizzato e diretto da un gruppo di esuli ecuadoriani che lì si stabilirono nel 2028 (credo nella tarda primavera). La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto scientifico sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. La tecnica usata per ricostruire la storia evolutiva del virus SARS-CoV-2 da quel famoso mercato ittico è quella degli alberi filogenetici: come in qualsiasi specie animale o vegetale le generazioni di assaggiatori di pesce crudo hanno accumulato sul genoma una serie di mutazioni, molte delle quali su regioni non codificanti del DNA. Il corona-virus, mutando assai velocemente, aveva acquisito diversi ceppi virali con molti nucleotidi di differenza, da cui la sua forza, la sua resistenza e l’implacabile diffusione. Anche se il pesce crudo fu accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio, il terpene più importante, il parament-1- ene-7,8 diolo e la presenza del metil salicilato non furono in grado di annientare il corona-virus. Bisognò aspettare il famoso vaccino centrato sulla proteina virale in grado di attivare una forte risposta immune contro il Covid-19, per arrivare a sconfiggere il temuto virus. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Vini pieni e vini sospesi

Ci sono dei vini che irrompono come fossero tempesta: riempiono la bocca, invadono ogni cavità e si insinuano in tutti gli anfratti disponibili. Si compongono e si ricompongono ininterrottamente: affastellano, combinano e connettono sensazioni in impeti percettivi che aggiungono e aggiungono e ancora. Vini barocchi in cui all’uso concatenato di volumi si sommano delle geometrie articolate: sono curvilinei e sinuosi, compiacciono per la loro ripetute e incisive decorazioni, per taluni orpelli, per i principi di verticalità che si adagiano nella seriosità intensa e impenetrabile del frutto. Penso, ad esempio, ad alcune barbera di Asti, come il Baldore 2018 di Marco Rabino, o di Nizza Monferrato, come il Nizza 2015 della Tenuta Olim Bauda.

Fanno a loro contrappunto quei vini che sono vividi di pause, di leggerezze, di sospensioni e di spazi non ricolmi: “L’illusione sì favorevole al Panteon deriva, per quanto si assicura, dall’esservi un maggiore spazio tra le colonne, e d’intorno una libera ventilazione di aria; e soprattutto dal non vedervisi quasi un ornamento minuto, mentre che S. Pietro, all’opposto, n’è sopraccaricato. In tal guisa appunto la poesia antica non disegnava che le moli in grande e lasciava al pensiero dell’uditore il riempir gl’intervalli e il supplire allo sviluppo: noi altri moderni in ogni genere diciamo troppo”. (Corinna ossia L’Italia della signora. Stael Holstein. Tomo 1. [-6.], Volume 1, dai Torchi di Angelo Trani, Napoli 1810)

La loro apparente esilità è composizione voluta dalle nature che ne hanno permesso l’artificio umano. Così come, per altre nature e per altri artifici, i vini di sopra.

Non a caso e non per caso si dice che i vini abbiano una trama e un intreccio come per un racconto, o per una filatura, o per un gioco d’azione: essa può essere molto fitta, dire molto se non già tutto o sospendersi come per un testo pro-messo, un qualcosa che verrà e “il suo venire, sempre futuro, sta nell’accadere attimo per attimo, come in un destino”. (Nicola Gardini, Lacuna. Saggio sul non detto, Einaudi, Torino 2014). L’autore (auctor), cioè il vignaiolo, è il garante di questo destino: “Dell’ordine questo il pregio e questa la bellezza, se non erro: che ora dica quel che ora si deve dire e rimandi il resto e per il momento lo ometta, una cosa mando e l’altra respingendo l’autore dell’opera promessa”. (Orazio, Ars poetica).

Ecco allora che questi spazi, queste aperture e storie in divenire sono narrate da alcuni vini che lasciano “a te a disegnar la strada che le cose avrebbero dovuta prendere per arrivare dove sono arrivate”. (Alessandro Manzoni, Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, Opere Varie, Fratelli Rechiedei, Milano 1870)

E tra questi vini sospesi, mi vengono in mente il Rossese di Dolceacqua Superiore Luvaira 2016 di Maccario Dringenberg, il Frappato 2018 di Cos, il Pelaverga (quello nuovo per forza di cose) di Cascina Melognis degli amici Michele e Vanina e l’incredibile Rosato 2018 di Bonavita, che si è insinuato nel racconto di una bellissima serata.  

Breve corso di allontanamento dal vino

Primo giorno di scuola 1967
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Breve vademecum corsistico per allontanare, in poche mosse, chiunque dal vino. E alcune di queste mi capitarono.

  1. Imporre un alto costo al corso con relativa implementazione del budget attraverso l’acquisto obbligatorio di gadget e ammennicoli non desiderati; 
  2. Accogliere i corsisti in sale sovraffollate, calde, a visibilità ridotta nelle ultime file/banchi, ancora meglio se intercalate da colonne che ostruiscano la visuale;
  3. Usare aule dotate di luci al neon modello sale di attesa delle stazioni ferroviarie anni ‘80;
  4. Usare aule dotate di rimbombo tipico della grotta segreta di Ulisse sapientemente ampliato da apparecchi fonici appositi;
  5. Proporre sedili scomodi dotati di manubri improbabili e banchi auto-rovescianti;
  6. Proporre classi numerosissime con rapporto docente/discente di almeno 1/92;
  7. Affrontare lezioni mnemoniche, frontali, ripetitive, nozionistiche e centrate sulla lettura dettagliata di dati statistici sulla produzione e sugli affluenti di destra del nebbiolo e su quelli di sinistra del sangiovese;
  8. Parlare con voce piatta, monotona, leggermente cantilenante (beghine style);
  9. Proiettare cartine geografiche a mappatura orizzontale possibilmente colorate in maniera vivida (pastello);
  10. Servire vini mediocri e possibilmente difettosi a scopo didattico;
  11. Sminuire alcune zone produttive: ad esempio dire che i vini che finiscono in “-ino” sono vini del “belino”;
  12. Far compilare schede di valutazione dei vini spiegate con i canoni con cui si affrontano le scommesse Sisal/Totip;
  13. Rispondere in modo arrogante e con ampia sufficienza a domande esposte con estrema semplicità/ingenuità;
  14. Far intendere, nemmeno sotto le righe, che il relatore sa e che il discente non sa e che non saprà mai come sa lui/lei;
  15. Arrivare a lezione mezzi ubriachi e con cattiva digestione (che verrà ampliata dalle dotazioni acustiche rimbombanti);
  16. Chiamare alla lavagna un ignaro corsista privo di attitudini oratorie pubbliche e schernirlo di fronte alla platea; congedarlo con una pacca sulla schiena a mano aperta;
  17. Allontanarsi in bagno con la moglie/marito/amante/fidanzato/a di un corsista durante la pausa;
  18. Affrettare la chiusura;
  19. Allontanare la chiusura raccontando aneddoti personali e familiari non richiesti, oppure dilungandosi in un contenzioso con un corsista vivamente toccato dai vini del “belino”;
  20. Andarsene senza salutare;
  21. Salutare svogliatamente;
  22. Salutare solo quelli belli/belle

TRUMPING. I dazi sul vino e sulle altre cose visti da Sun Tzu, Karl Marx, Friedrich Engels e, più modestamente, dal sottoscritto

Di 663highland – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4876792

Iniziamo con il grande filosofo, generale e stratega della guerra, Sun Tzu, nato Sūn Wǔ (孫武), zì: Chángqīng (長卿); (544 a.C. – 496 a.C.) e il suo manuale militare “L’arte della guerra”. I riferimenti alla contemporaneità sono miei, ma le intuizioni tutte sue. Ricordo inoltre che, nella mia visione complessiva delle cose, per guerra s’intende non solo la parte combattuta con armi, eserciti, droni, missili terra-aria e balestre ma, di buon grado, tutte le forme di scontro economico, commerciale, sociale, culturale e politico che si verifichino in presenza di strumenti esplicitamente atti ad offendere, opprimere e sfruttare. Le guerre guerreggiate, le guerre di sterminio, le guerre di deprivazione, in questa graduatoria della crudeltà, la fanno da padrone. Le altre possono fare male ed essere condizione perché le prime trovino un terreno fertile di accrescimento e di attuazione.

Rimaniamo nell’ambito europeo.

Situazione generale: “Quando uno Stato (Europa) è racchiuso fra tre altri Stati (USA, Cina e Russia) che se lo contendono, il suo territorio è focale. Chi ne assume per primo il controllo riuscirà anche a conquistare Tutto sotto il Cielo”

USA, Russia e Cina: “In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore”.

USA, Russia e Cina: “Il loro scopo primario deve essere quello di riuscire a prendere Tutto-Sotto-Il-Cielo: così, non dovranno mantenere le truppe di occupazione e i loro profitti saranno assoluti. Questa è la regola per la strategia dell’assedio.”

USA, Russia e Cina: “Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vogliono conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fondano sulla situazione che vogliono determinare”.

Europa: “Tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta”.

La guerra commerciale e il protezionismo.

Ricordo qui, brevemente, che il protezionismo non è un’invenzione di Trump. È stato usato in passato in numerose occasioni da tutti gli Stati senza alcuna eccezione, vuoi per cercare di proteggere e sviluppare la propria economia mercantilistica, vuoi per tentare di affossare le risorse altrui. Neanche il libero scambio è un’invenzione di Macron o della Merkel: solitamente è l’altra faccia della medaglia ed è stato adoperato per intenti similari, ma al contrario: sono lo lo yin e lo yang dell’economia capitalistica.

Secondo Karl Marx, ne “Il Capitale”, “il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno”.

Per Friedrich Engels, nella “Prefazione all’edizione inglese del discorso di Marx sulla questione del libero scambio” del 1888, “il protezionismo è, nella migliore delle ipotesi, un circolo vizioso senza fine e non si sa mai quando finisce. Proteggendo un settore, si danneggiano direttamente o indirettamente tutti gli altri, e quindi si devono proteggere anche loro. Ma in questo modo si danneggia di nuovo il settore che era stato protetto all’inizio che richiederà degli indennizzi, e questi indennizzi avranno effetti, come nel primo caso, su tutti gli altri settori, giustificando le loro richieste di indennizzo e così via all’infinito.”

Così concluse la sua arringa Karl Marx sul libero scambio: “In generale attualmente il protezionismo è misura conservatrice, mentre il libero scambio agisce come forza distruttiva. Esso distrugge le vecchie nazionalità e spinge agli estremi l’antagonismo fra proletariato e borghesia. Il libero scambio affretta la rivoluzione sociale. È solo in questo senso rivoluzionario, o signori, ch’io voto pel libero scambio”.

Per finire, posso dire che sono assai meno fiducioso di Carletto sulle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione sociale. Anzi, sarà che sono passate le feste, ma il mio vuoto/pieno – pieno/vuoto è totalmente in disequilibrio. Vedo solo accelerazioni, ma dove queste ci portino non lo so affatto. Mi sembra di intuire soltanto una cosa: la guerra dei dazi fa parte di una guerra molto più grande. 

Contro il pranzo di lavoro

La cucina, al pari di ogni altra forma di pratica umana, è un linguaggio che si struttura in segni convenzionali. Essi, a loro volta, riflettono i nuovi assetti sociali, le loro molteplici domande culturali e le rinnovate socialità alimentari. Perso il controllo rituale del cibo, il sistema mercantile ha velocemente trasformato i bisogni in valore e le necessità in scusanti. Diversi calendari si sono poco a poco succeduti sino ad annullare la distinzione tra il tempo di lavoro e il tempo della festa: “quando i fuochi dentro (nelle case) si spengono, fuori si scatenano le delizie funerarie delle tavole fredde, delle anatomie di bocca”. (Piero Camporesi)

Una volta che i campi sono stai invasi, coperti e risucchiati in un sistema largamente produttivo, il pranzo è divenuto dapprima luogo della sperimentazione dell’ingegneria alimentare attento tanto alle leggi di mercato quanto agli apporti vitaminici, per poi farsi luogo di produzione: la colazione di lavoro. Più rare, ma non meno invasive, le cene di lavoro occupano gli interstizi della notte, lo spazio liminale delle infinite possibilità. Di derivazione anglosassone, il pranzo di lavoro, fingendo di legare uno spazio ludico, conviviale e di riposo ad una logica mercantile, travolge con il suo aggettivo di specificazione sia la sensualità del cibo condiviso che la sistema della conversazione. Siti di alta specializzazione finanziaria consigliano di essere se stessi, ma forse fino ad un certo punto, di non mangiare con la bocca aperta e soprattutto di mangiare poco. Di non ingozzarsi, di bere vino solo se gli altri lo fanno e di berne poco. Di parlare di tutto, ma forse senza discutere, quindi di non conversare di niente che non sia strettamente necessario a parlare di ciò che rimane sulle sfondo. Il cibo, come il vino, copre lo scenario della reificazione del privato piegata al dominio di soddisfazioni calcolate. Contorno di un discorso senza orni né specificità il cibo, come la conversazione, imbrigliato nelle pastoie della funzionalità operativa e commerciale, serve da cortina fumogena all’unico interesse dei convitati: gli affari. La rappresentazione scenica che gira intorno alla convivialità strumentale priva il banchettare del suo momento festivo: “Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi”. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi)

 

Il dipinto: Boris Kustodiev, Ristorante a Mosca, 1916

La bottiglia ornamentale e le bolle di felicità

Di Marco Carboni – http://www.marcocarboni.it, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11193813

Le bolle di sapone che questo bambino

si diverte a soffiare da una cannuccia

sono traslucidamente tutta una filosofia.

Chiare, inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose,

sono quello che sono

con una precisione rotonda e aerea,

e nessuno, nemmeno il bambino che le libera

pretende che siano di più̀ di quanto sembrano essere.

Alcune si vedono a stento nell’aria tersa.

Sono come la brezza che passa quasi senza toccare i fiori

e soltanto sappiamo che passa

perché qualcosa si alleggerisce in noi

e accetta tutto più nitidamente.

(Fernando Pessoa)

Il sogno dell’eleganza passa attraverso il rivestimento: colori sgargianti e rilucenti, dal giallo taxi al rosa sciroppo, che transitano per il verde gelosia e si concludono nell’austero grigio cenere, addobbano felici le bottiglie.

L’ornamentazione spiega la classe, che non è mai acqua. Nobilita il proletario e distingue il ricco: per una notte soltanto veste a festa, da piccolo principe o da piccola principessa come nei ricordi di una festa sbiadita e sfuggente, il bambino che dorme in noi.

La bottiglia ornamentale agghinda un vino mitico, tanto improbabile quanto lo sono le sue bolle: la felicità dimora nella loro provvisoria e precipitosa grandezza.

Fintanto che una nuova eruttazione gassosa non ci separi.