Il vino e il problema della “troppità”

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≪Scrivo perché non so fare altro;

o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare≫

Giorgio Manganelli

 

Non vi è alcun dubbio che svariati vini, modernamente o anticamente intesi, abbiano un problema di “troppità”. Troppità fu un neologismo coniato da Giorgio Manganelli che, né il fu Battaglia né l’Accademia della Crusca, vollero registrare come tale e che, come tale appunto, rimase orfano e incompiuto: “Roma” – scrisse Manganelli – “è un esempio di troppità. Troppe macchine, troppi corazzieri, troppi ambasciatori, troppi ‘Boh’, troppe cacche di cane, troppi ruderi, troppe case, troppe strade, e infine troppi maschi e troppe femmine, troppi bambini, troppi di mezza età, troppi anziani, troppi vecchietti, troppi morti, troppi nati”(Improvvisi per macchina da scrivere). Ma non voglio essere iniquo: anche la mia città, Torino, ne è zeppa. Troppi gianduiotti, troppe strade parallele, troppe strade perpendicolari, troppe periferie, troppi ‘neh!’, troppi piciu, troppi cicles.

E dunque ci sono dei vini che vivono lo stesso problema: hanno troppo di tutto e, manco a dirlo, quelle troppità non stanno neppure bene insieme. Noi sappiamo che il troppo stroppia: per metàtesi, fenomeno fonetico per cui uno o più suoni possono gigionare, girovagando, all’interno di una parola, storpia. Storpia, cioè deturpa, da quella parola turpis che, senza andare troppo in fondo, arriva al dunque: se una cosa è affetta da troppità è pure brutta. Perché, poi, al contrario, ci sono dei vini che hanno fin tanto di tutto, ma che altrimenti non potrebbe essere. Ma quel tanto non è mai troppo, cioè non va mai a discapito dell’altro che pure non è poco. Invece, ci sono quelli che hanno più tannini che occhi per piangere; alcoli monovalenti e polivalenti a piacere; lattoni, chetoni, acetali come se non ci fosse un domani; vasche di monosaccaridi; acidi acetici e propionici a sufficienza per raggiungere l’orbita di Saturno e solfuri e mercaptani che vagabondano impudenti tra neuro-recettori increduli. “Che la forza, oppure che lo sforzo, sia con lui” è una questione di stile produttivo e di comprensione della natura.

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Niente meglio del vetro, già a partire dal 1667.

Dopo aver studiato a Roma e a Pisa, Lorenzo Magalotti viene ammesso alla corte medicea nel 1660, anno in cui il cardinale Leopoldo de’ Medici lo nomina segretario dell’Accademia del Cimento, carica che manterrà sino  al suo scioglimento avvenuto nel 1667. Nel medesimo anno Magalotti, senza riportare il nome di alcuno degli accademici, pubblica i “Saggi di naturali esperienze[1]”, bilancio ufficiale dell’attività dell’Accademia. Gli esperimenti hanno per oggetto la pressione dell’aria, gli effetti del vuoto, il congelamento dei liquidi, le proprietà del calore, la propagazione del suono e della luce, i fenomeni magnetici e le attrazioni elettriche. Seguono poi le ricerche di matematica, acustica, termodinamica, idrostatica, meccanica celeste, fisiologia umana e vegetale, ottica. Autore di vivaci e brillanti relazioni le sue opere filosofiche costituiscono una difesa del metodo galileiano e rivelano un’adesione all’atomismo gassendista[2].

Quello che qui  riporto sono “Le esperienze per venir in cognizione se il vetro e ’l cristallo siano penetrabili dagli odori e dall’umido”.

Prima esperienza intorno agli odori.

Olio di cera, quintessenza di zolfo ed estratto d’orina di cavallo, che si tengono per gli odori più acuti e potenti che sieno non traspirano sensibilmente da un ampolletta sigillata a vetro per molto che quelli vi si diguazzino[3] e che questa si riscaldi. Quell’alito ancora di finissimo spirito che sfuma nel tagliar la buccia d’un cedràto acerbo o che dalla stessa buccia premuta sprìzzar minutamente si vede non penetra a dar odore all’acqua che in un vasetto di sfoglia sottilissima di cristallo ermeticamente sia chiusa. Similmente sigillata una Starna in un sottil vaso di vetro e rimpiattata in un angolo d’una stanza da un Bracco fatto rigirare un pezzo in quella vicinanza non vien dato segno di sentirne il sito.  

Seconda esperienza intorno all’umido.

 Una palla di vetro sigillata alla fiamma piena di sale macinato e perfettamente rasciutto dopo essere stata per dieci giorni nel fondo d’una cisterna e per altrettanti in una conserva di ghiaccio, non cresce di peso, e rotta se ne cava il sale asciuttissimo a segno che nel votarsi spolvera. E’ ben accaduto alcuna volta di trovar nell’ampolletta del sale qualche minima parte di esso leggiermente inumidita, ma da ciò non s’arguisce penetrazione; perché quand’ella veramente vi fosse non pare che dovess’esser più in una parte che in un’altra; ma il trovarsi sempre questo poco di bagnamento in un luogo solo è assai apparente cagione di credere, ciò non esser altro che quel poco d’umido che forza del freddo poté spremere dall’aria rimasta nel vaso per via del solito appannamento.


[1] Il testo consultato è Lorenzo Magalotti, Saggi di naturali esperienze, Sellerio Editore, Palermo 2001

[2] L’atomismo, o, più in generale la filosofia corpuscolare, rappresenta il fondamento di gran parte dei trattati di fisica e chimica della seconda metà del XVII secolo. Gli studi intorno alla natura della luce, del magnetismo, quelli relativi all’aria e alle sue proprietà, nonché le reazioni acidi-basi (per non citare che alcune dei temi principali della nuova scienza) saranno tutti basati sulla concezione corpuscolare della materia. Vorrei qui sottolineare che tra atomisti, e più in generale tra i corpuscolaristi, non vi fu uniformità di vedute su questioni fondamentali. Si può descrivere la situazione dicendo che, se tutti gli atomisti furono corpuscolaristi, non però tutti i corpuscolaristi furono atomisti.

L’infinita divisibilità della materia e il vuoto – due temi centrali nella teoria della materia – determineranno la principale demarcazione tra i corpuscolaristi come Descartes e i suoi seguaci da una parte e gli atomisti come Gassendi e Newton dall’altra. Nei capitoli del Syntagma Philosophicum dedicati a questioni di carattere cosmologico Gassendi elimina quegli aspetti della filosofia di Epicuro non conciliabili con la religione cristiana, operando così il pieno inserimento della teoria atomistica della materia in un contesto filosofico di tipo creazionista. In questo modo Gassendi contribuisce a rimuovere uno dei maggiori ostacoli che si frapponevano alla diffusione della teoria atomistica. (…)Le proprietà ultime degli atomi sono dunque di carattere geometrico-meccanico. La fisica e la chimica possono, almeno in teoria, poggiare su fondamenti di tipo quantitativo. Antonio Clericuzio , Gassendi e l’atomismo del XVII secolo, Universitá di Cassino

[3] Agitare, sbattere

La foto è tratta da leoriginidivenezia.it

Degustazione del Dogliani 2016 per emoticon

Legenda

Partecipai in un tempo ancora imprecisato e probabilmente onirico, naturalmente in incognito, alla degustazione alla cieca di alcuni Dogliani 2016 presso l’omonima bottega. Mentre stavo osservando con puntuale attenzione il materiale messo a disposizione dall’allegra brigata di sommelier, un giovane e sbraitante oratore introdusse la finalità della degustazione comparativa: raffrontare alcuni dolcetto, sessantasei per la precisione, della stessa annata e provenienti da zone viticole diverse. Sotto quell’improbabile paltò sudavo sette e più camicie e l’impetuosa relazione si stava protraendo più del dovuto. Finalmente ci vennero versati i vini: pane per i miei denti, o meglio, tannini per le mie papille. I profumi di ciliegia, di mora, di mirtillo, di violetta, di ribes nero e ciclamino  si allargavano in tutta la sala attaccandosi alle pietrose volte a botte. Vista, e di nuovo olfatto e poi vista ancora, roteazione, balletti, labbra, lingua, papille e di nuovo daccapo in ordine confuso, ripetuto, sparso, di sghimbescio, appena scostato, ricordi di un tempo andato: perché non ho più vent’anni? O, perché ho avuto vent’anni? Meglio: perché, ho avuto vent’anni? Valutazione. Ripensamenti. Certo che erano tutti buoni. Mica ci diedero delle sozzerie: in fondo giungevamo da fuori: anonimi, ma da fuori. Al massimo tipicità differita o differenziata che si voglia. Presi appunti. E dagli appunti nomi e cognomi. Nulla più di ciò che mi piacque di più: “Autin Lungh” di Eraldo Revelli; Valdibà di San Fereolo; “Dogliani” Poderi Luigi Einaudi; “Sorì dij But” di Anna Maria Abbona; “la Cavalla” di LeViti; “Dogliani” di Cascina Corte.

Per questo narrazione così moderna e giovanile ho usato: www.iwebdesigner.it/icone/emoticons-free-download-3234.html; wikipedia common e le foto dai siti aziendali delle rispettive cantine

Parole per descrivere il vino nel Medioevo

 

Bruno Andreolli1 compie un viaggio all’interno della lessicografia medievale analizzando i tre lessici medievali più importanti: Papias Vocabulista2, compilato nel secolo XI, le Magnae Derivationes di Uguccione da Pisa3 e il Chatolicon di Giovanni Balbi4. «(…) Emergeva come centrale il ruolo riservato alla massima ‘nomina sunt consequentia rerum’, la quale postulava l’esistenza di un sistema di corrispondenze obbligate tra i nomina iuris e la realtà empirica, che il giurista s’industriava di serrare entro le maglie interpretative del proprio discorso analitico: il processo di formazione dei nomi non era semplicemente formale e linguistico, ma era in primo luogo materiale e concreto. Come nella gerarchia dell’essere cosa derivava da cosa, così, conseguentemente, e quasi specularmene, nella struttura della lingua, nome derivava da nome5.» Nelle opzioni classificatorie del lessicografo tutti e tre gli autori fanno una netta distinzione tra la vite, l’uva e il vino: «la vite assume il nome prevalentemente dalla regione di primo e più diffuso impianto né si mostrano particolari attenzioni alle sue tecniche di coltivazione (…) sorprende il fatto che tra gli alberi particolarmente adatti a svolgere la funzione di sostegno vivo della vite non venga registrato l’acero campestre, diffusissimo invece nelle piantate medievali italiane di bassa pianura6». L’uva invece viene classificata in base ad elementi esteriori ed il collegamento con il vitigno di provenienza viene menzionato solo in riferimento alla regione di provenienza: «Et nota quod vitium vel uvarum multa sunt genera7». Per quanto riguarda il vino, invece, i riferimenti descrittivi sono più portati, come per Papias, alle sue funzioni piuttosto che alle sue caratteristiche organolettiche e, in particolare, a quelle mediche e terapeutiche. Altri riferimenti sono di carattere morale, come quelli del domenicano Balbi: «Lieus scilicet Bachus et dicitur a lien quod est speln quia a splene risus procedit et ebrii quasi sempre rident. Vel de a ligo quod ligat linguam et impedit. Vel a lienon quod est lene quod multo vino membra solvantur et leniantur8.» Per ciò che riguarda la lessicografia descrittiva medievale bisogna innanzitutto riconoscere che la formazione principale del gusto proviene da due mondi tra loro collegati: la gastronomia e la dietetica.9 Sapori che vengono comunemente associati ai principi attivi delle sostanze per cui, ad esempio, l’amaro viene considerato da Ibn Butlān10 come poco nutritivo e lassativo. Altri aggettivi, come quello di ‘pontico’, che viene tradotto come pungente, sono totalmente scomparsi dal nostro vocabolario. «Il gusto, dunque, inteso come strumento sensoriale, e i ‘gusti’ come l’insieme dei piaceri gustativi di ciascuno cumulano le funzioni di strumento di conoscenza e di guida in tema di scelte alimentari11.» Vari testi concordano sulla pregevolezza dei vini invecchiati, che vanno mediamente dai quattro ai sette anni: essi assumono con il passare del tempo un carattere amaro e, condizione questa molto gradita già dalle élite romane, assai secco e caldo. Non vengono apprezzati invece i vini molto invecchiati alla stessa stregua di quelli eccessivamente giovani, mentre quelli collocati in un giusto mezzo, sempre assecondando le specificità fisiche, mentali e dell’età del bevitore, secondo la tradizione ippocratico – galenica12, sono quelli tenuti in maggior conto: «De vinis Vina probantur odore, sapore, nitore, colore. Si bona vina cupis, haec quinque probantur in illis, fortia, formosa, fragrantia, frigida, frisca. XIII De vino candido et rubeo/ Sunt nutritiva plus dulcia candida vina /Si vinum rubeum nimium quandoque bibatur, venter stipatur, vox limpida turbificatur13

Anche  il colore  viene valutato come criterio di definizione della qualità intrinseca di un vino: se l’Enciclopedia di Bartolomeo Anglico14 definisce in sei i colori distintivi del vino, ovvero il nero, il bianco, il glauco (verde pallido), il giallo limone, il rosato e il rossiccio, Aldobrandino da Siena15 li riduce a quattro: il bianco, un bianco che tende al rosso, il rosso e il nero. Bartolomeo Anglico preferisce il vino rosso a cui dedica un intero capitolo: deve essere annacquato così che il consumo ne risulti profittevole per la salute, in particolare per gli anziani a cui correggerebbe gli umori freddi. Il vino rosso può essere dolce o di sapore ‘poignant’, ovvero ‘nervoso’, che ha del ‘mordente’. Nel «Segreto dei segreti», così come nel testo di Pier de’ Crescenzi, il colore del vino muta a seconda del grappolo d’uva di partenza: per il primo dal grappolo bianco il colore sarà acquoso, poi si passerà all’anno ad un colore più colorato e più bianco, al secondo anno più colorato, color ramo di palma ed infine dopo tre o quattro anni e più al color giallo limone. Per il secondo si passa da un bianco acquoso all’inizio della maturazione, al color biancastro, al color pallido per arrivare al color limone. Dai grappoli rossi per il «Segret…» si passa da un colore che tende al bianco, ad un vino rosso pallido, color di rosa al rosso e si finisce con il rossiccio. Per de’ Crescenzi si va da un colore quasi bianco se il vino non è cuvée (miscela di uve), al rosato sino al color rossiccio. Infine, dai grappoli neri, per il «Segret…», si passa da un colore iniziale nero e scuro ad uno più chiaro meno nero, ma non ancora rosso, e si termina con il rosso intenso. Nell’ ‘Opus ruralium…’ si varia dal molto nero al colore intermedio tra il rosso e il nero e si chiude con il colore rosso. I sapori dei vini variano dal debole, forte, dolce, verde o agro di Aldobrandino al dolce, mordente, acuto di Bartolomeo Anglico. Altri aggiungono qualità deteriori del vino, come il ‘Segret…’ che parla di sostanza torbida, spessa e nera. Viene anche stabilita un’opposizione tra vino dolce, caldo e secco e vini agri, ma di acidità non eccessiva, che hanno un carattere più terroso di quelli caldi. Pier de’ Crescenzi identifica le qualità migliori nel vino dolce, che è caldo e più nutriente, individuando nel dolce, nel mordente e nell’acuto, nel forte e nell’insapore le qualità, positive e negative, di un vino. Molte delle valutazioni gustative lo sono a partire dall’uva. L’odore va di pari passo con il sapore e ne segue sostanzialmente le caratteristiche, anche se in maniera molto generica: solitamente i vini vengono distinti in una diarchia che comprende buoni e cattivi odori. La forza o vinosità di un vino viene sostanzialmente collegata al tenore alcolico dello stesso, e quindi al ‘calore’ e la sostanza, che rimanda sia al concetto di limpidezza che di materia, alla concentrazione e alla corposità di un vino. Per gli autori medievali solitamente la limpidezza si contrappone allo spessore e la sostanza di un vino si riferisce al primo dei termini (limpidezza), conferendone una valutazione di pregio. Non si può certo dimenticare che la produzione delle varie tipologie di vino, strettamente legate alla loro qualità, è direttamente collegata  a quelle pratiche enologiche di produzione che illuminano sulla divisione sociale in classi: «(…)il vino fiore, sia che fosse vinificato in bianco, sia che fosse in rosso, era consumato in gran parte dai ceti più agiati, mentre i vini di torchio, e i vinelli e mezzi vini erano destinati ai ceti contadini e venivano acquistati o prodotti dai padroni per il consumo dei loro dipendenti (salariati o prestatori di corvées)16.» Per il vino di qualità, che è già menzionato da Varrone, il mosto viene separato dalla vinaccia e dai graspi e viene ricavato o con il semplice sgrondo dell’uva ammostata, o con ripetute sgrondature, o con ripetute torchiature o con l’imposizione di pesi sulla vinaccia. In de’ Crescsenzi si fa riferimento ad una tinozza quadra, detta cratis o pistarola, dove vengono pigiate le uve, il cui mosto puro viene fatto passare in un tino sottostante, per una fermentazione senza vinaccioli e graspi. Di minor pregio, poi, il vinum tortivum, ottenuto dalla seconda o terza torchiatura delle vinacce sgretolate, e dove non vi sia un torchio l’indicazione, come per lo statuto di Ravenna, è quello di utilizzare dei grossi pesi. Lo stesso dicasi per i vinelli detti anche acquaticci e dei mezzi vini, i primi prodotti dalle fermentazioni delle rifermentazioni di vinacce sgrondate con imprecisate quantità d’acqua, mentre per i secondi viene usata una quantità d’acqua pari alle uve ammostate.

1 [1] Bruno Andreolli, La terminologia vitivinicola nei lessici medievali italiani, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Greco (a cura di), Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura italiana medievale, Editrice Clueb, Bologna 1994, pp. 15 – 37

2 [1] Già alla fine del Quattrocento in varie città italiane s’iniziò ad avvertire l’esigenza di definire e codificare il volgare in raccolte che avessero pari autorità rispetto ai repertori latini e a quelli latino-volgari. I primi esperimenti di compilazioni monolingui furono fatti in Toscana, la regione nella quale il volgare aveva raggiunto risultati d’altissimo livello nella poesia e nella prosa. Il primo esempio è il Vocabulista del poeta e umanista Luigi Pulci, consistente in una lista alfabetica d’oltre settecento vocaboli, seguiti da una breve definizione. Si tratta, probabilmente, di un dizionarietto concepito per uso personale, con una funzione solo autodidattica, confermata dalla presenza di molte delle voci raccolte poi nel Morgante.

3 [1] Uguccióne (lat. Huguccio o Hugo) da Pisa. – Canonista e lessicografo (n. Pisa forse intorno al 1130 – m. Ferrara 1210). Scolaro a Bologna già prima del 1156, vi fu professore di diritto canonico dal 1178 al più tardi fino al 1190, quando fu nominato vescovo di Ferrara. Da vescovo esercitò importanti incarichi religiosi e anche politici. Rielaborò e accrebbe il lessico di Papia in un’analoga compilazione: le famose Derivationes, di grande autorità e diffusione per più secoli, che furono il lessico di Dante. Come canonista, U. lasciò una Summa al Decretum di Graziano (compiuta verso il 1188-90), con la lacuna delle causae XXIII-XXVI riempita poi da Giovanni di Dio (1250): per vastità e profondità di pensiero, il maggiore commentario di Graziano. Da treccani.it

4[1] Giovanni Balbi da Genova. Lessicografo (m. 1298 circa), domenicano; scrisse le Postillae super evangelia e un trattato teologico in forma di dialogo, il Dialogus super quaestionibus animae ad spiritum. Sua opera maggiore è il Catholicum (1286), vasto lessico latino con ampie digressioni grammaticali, etimologiche e sintattiche, molto usato nei secc. 14º-15º; un’edizione di esso (1460) si crede stampata da Gutenberg.

5 Mario Montorzi, Tra retorica ed enciclopedia: l’ontologismo linguistico del giurista medievale. (2b), Sapienza, 9 in cos22.humnet.unipi.it/cartella/Montorzi%20Mario.doc

6[1] Bruno Andreolli, cit. pag. 30

7[1] Uguccione, citato in Bruno Andreolli, Ivi. pag. 29, prende a prestito del suo impianto etimologico quello descritto da Isidoro mentre tralascia la classificazione di Virgilio-Servio I venti libri delle Etymologiae costituiscono l’opera isidoriana di maggiore rilievo, in cui è condensato tutto il sapere del passato a partire dalle arti liberali, a cui si vanno ad aggiungere la medicina, le leggi e la storia, i libri e gli uffici ecclesiastici, la teologia, argomenti concernenti la Chiesa e le sette, le lingue, i popoli, i regni e le parentele, le parole rare, l’uomo e i mostri, gli animali, il mondo e le sue parti, la terra e le sue parti, gli edifici, i campi e le strade, le pietre ed i metalli, l’agricoltura, la guerra ed i giochi, le navi, le costruzioni ed i costumi, gli utensili ecc. La struttura di quest’opera, così flessibile da consentire ad Isidoro di raccogliere dati in qualsiasi contesto e direzione, è quella di un lessico: si parte da una vox, la cui spiegazione (che può essere ‘secundum naturam’ o ‘secundum propositum’) facilita la comprensione della res a cui fa riferimento: sebbene molte delle etimologie in esso individuate possano risultare arbitrarie e l’opera non abbia carattere di originalità, la sua importanza all’intero di un contesto culturale fortemente deteriorato fu molto grande. Isidoro non celò mai il carattere riassuntivo delle sue opere, inserendo in genere una piccola premessa che indicava al lettore che ciò che stava leggendo era materiale proposto (senza alcun arbitrio), al vaglio critico del lettore, al quale era anche affidata la possibilità di correggerlo qualora ne avesse avvertito la necessità. Gran parte delle Etymologiae è riservata a ricerche di carattere grammaticale, ma in esse non è trascurato neppure ciò che può risultare utile ad acquisire una educazione filosofico-teologica: vi si trovano infatti estratti desunti dalle opere di scrittori classici e dai padri della Chiesa (in particolare Gregorio Magno). Isidoro non si prefigge il compito di dare al lettore una conoscenza approfondita delle materie trattate, preoccupandosi piuttosto di fornire un prezioso strumento di orientamento.Da http://www.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/autori/htm/isidoro_siviglia.htm

8 [1] Papias citato in Bruno Andreolli, pp.32,33

9 [1] Su questo punto rimando per intero al libro di Yann Grappe, Sulle tracce del gusto. Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006

10 [1] Abū al-Ḥasan al-Mukhtār ibn ‘Abdūn (in arabo: ابو الحسن المختار ابن عبدون ابن بطلان‎), meglio conosciuto come Ibn Buṭlān (Bagdad, 1001 – Antiochia, 1038, 1052, o 1066) fu un medico iracheno di fede cristiana.

11[1] Yann Grappe, cit. pag. 82.

12 [1] La Dottrina Umorale

Come illustrato da Galeno e dai medici della tradizione galenica medievale, lo stato di salute dell’uomo e degli animali sanguiferi è legato al perfetto equilibrio e commistione dei quattro umori, sanguis, pituita, biles duae, flava atraque (Galeno, 1597, «Finitiones medicae» in Libri Isagogici: 44 r) e delle loro proprietà o qualità primarie, siccitas, humiditas, caliditas, frigiditas (ID: «De temperamentis», I 8, in Prima Classis: 14 r).

Cfr. Vittorio Bartoli, L’idropisia di maestro Adamo in Inferno XXX. Importanza della dottrina umorale di Galeno nel medioevo , Università di Firenze http://www.ucm.es/info/italiano/acd/tenzone/t8/BARTOLI.pdf

13 [1] Regimen Sanitatis Salernitanum

È uno dei più famosi poemi della storia della medicina e della letteratura. La sua stesura sembrerebbe collocarsi tra il XII e il XIII sec. e ce ne sono pervenute circa cento versioni manoscritte e circa 300 stampe. René Moreau, uno studioso seicentesco del Regimen, sostiene che l’allora futuro re d’Inghilterra Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore, si fermò a Salerno sulla via del ritorno dalle crociate per curarsi le ferite provocate dai combattimenti. I medici salernitani non solo lo curarono, ma gli dedicarono anche un manoscritto contenente precetti per una vita ed un’alimentazione sane e corrette. In tutta Europa circolarono diverse edizioni e versioni del Regimen, complete di commenti che aggiungevano o toglievano elementi dalla versione originale. L’opera fu tradotta in diverse lingue e continuamente resa attuale rispetto ai contesti storici in cui veniva riedita. Il poema divenne famoso e tenuto in grande considerazione in ambito medico sino al XIX sec. Ancora oggi sono in voga nel nostro linguaggio termini ed espressioni coniati proprio nel Regimen come ‘cattivo umore’, ‘sangue marcio’, etc.. L’opera Si basa su consigli di uso comune e ciò ne fa anche uno strumento di conoscenza degli usi e dei costumi, delle credenze, e delle pratiche medievali.

http://www.associazioneermes.it/Regimen.htm

14 [1] Bartholomaeus Anglicus. Bartholomaeus or Bartholomeus Anglicus, or Bartholomew the Englishman, was a Franciscan monk of the thirteenth century. He is sometimes confused with another Franciscan and Englishman, Bartholomaeus of Glanville, Glanvilla, or Glaunvilla, who died about 1360. Bartholomaeus Anglicus was born in Suffolk, England in the late twelfth century; the exact date is unknown. He studied natural sciences and theology at Oxford under Robert Grosseteste, then went to Paris to study and teach at the university there. He joined the newly-established Franciscan Order around 1224 or 1225, but continued to teach in Paris. In 1231 he went to Magdenburg in Germany to be a lecturer at the studium. It was there that he wrote his encyclopedia, De proprietatibus rerum (On the nature of things, or On the properties of things), some time before 1260 (probably between 1242 and 1247). http://www.summagallicana.it/Emblemata/Arte/Pittura/Manoscritti_medievali/manoscritti_medievali.htm

15 [1] Tracciare un profilo biografico dell’autore del Régime du corps è un’impresa semplice solo in apparenza. Il prologo dell’opera è piuttosto corposo e ricco di particolari sulle circostanze di composizione, e possiede quindi l’apparenza di uno strumento in grado di rispondere ad ogni domanda. A minare il comprensibile ottimismo dello studioso vengono tuttavia due osservazioni. Innanzitutto il prologo in questione non è originale e fu aggiunto all’opera in un momento successivo alla sua composizione. Dunque è dovuto al curatore della copia o allo stesso copista, e lo si deduce non solo dal riferirsi ad Aldobrandino in terza persona, ma anche da alcune specifiche espressioni utilizzate, difficilmente attribuibili all’autore. Questo guardando al contenuto del prologo, ma una seconda smentita alla sua affidabilità ci viene dal confronto con il resto della tradizione. Solo sei manoscritti, su un totale di circa settanta, lo riportano. Gli altri testimoni in alcuni casi ne risultano privi, in altri hanno aggiunte o brevi intestazioni nelle quali si trovano notizie difficilmente conciliabili fra loro, se non del tutto contrastanti. Aiuto altrettanto esiguo viene dalle fonti documentarie, in complesso scarse e poco attendibili. Le uniche significative si riferiscono agli ultimi anni di vita, trascorsi da Aldobrandino in Francia. Per i periodi precedenti, e in particolare per gli anni in cui dimorò in Italia, mancano del tutto le certezze. A complicare le idee contribuirono le cosiddette ‘carte di Arborea’, venute alla luce nel XIX secolo, che riportavano notizie false e fuorvianti. Tale carenza di informazioni stupisce riflettendo sulla fama di cui godette il medico Aldobrandino. Di questa fama non possiamo dubitare se sommiamo alcune considerazioni. Tra gli ipotetici committenti del Régime figurano, accanto a Beatrice di Savoia, contessa di Provenza, personaggi quali il re di Francia Luigi IX e l’imperatore Federico II. Cfr. Sebastiano Bisson, Una versione latina del ‘Régime du corps’ di Aldobrandino da Siena (Oxford, Bodleian Library, Canon. misc. 388), tesi presso la ‘Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale’ dell’Università di Cassino, 2001.

16 [1] Gianfranco Pasquali, Il mosto, la vinaccia, il torchio, dall’alto al basso Medioevo: ricerca della qualità o del massimo rendimento?, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Grieco, Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura medievale, Clueb, Bologna 1994, cit. pag. 43

 

 

 

 

 

Storytelling in the last Tavernello commercial

This text can be seen as a brief comment to Pietro Stara´s blog post (Tavernello. The latest TV commercial) on the last commercial spot of the bestselling Italian wine brand Tavernello.

By Sara Emilia Nässén, Yasuko Kamimura, Milena Cristina Martinez Jara, Alice Mortarotti, Federica Bassi master’s degree students in Wine Culture, Communication & Management at the University of Gastronomic Sciences of Pollenzo.

While Stara in his analysis put the spot in a wider perspective, drawing from theories from semiology, history and philosophy, in this post we simply aim at highlighting some details we found interesting and that could reveal some underlying ideas transmitted through the video. As brand strategist Giles Lury claims: “Stories are illustrative, easily remembered and allow any firm to create stronger emotional bonds with customers.” We want to point out what we consider a few methods used to create this type of bond: First of all, what came to our attention was the black and white setting of the video which transmits an aura of something old, classic and elegant. The deepness of the voice over, in combination with the background music, creates a cinematographic, nearly dramatic effect, playing on emotions. Throughout the video the rhythm is slow, transmitting an idea of something done with a great care for details, a symbol for quality and excellence.
The images are focused on hard working people; dirty hands, wrinkled faces, sending a message of genuinity, authenticity, skills, artisanal work, but at the same time simplicity and a connection with the earth. The people figuring in the spot differ in age and gender, communicating the idea of diversity. This diversity also functions as a way to create identification and recognition for the viewer.
The language used in the movie is highly evocative, with the use of words such as generosity, pride, true, strong, home – reinforcing the connection with family, heritage, history, rootedness and national identity.
An interesting phrase for describing the Tavernello wine is: “il sangue della terra, colore rubino, morbido come il velluto” (the blood of the earth, colored ruby red, soft as velvet). In the phrase, the word blood can be seen as a symbol for the family and rootedness; ruby red, other than being a concrete description of the color, creates a luxurious allure through its reference to the ruby gemstone, and velvet leading to associations of preciousness and high quality. Other interesting expressions of this wine are “quello che ti fa battere il cuore” (what makes yourheart beat) and “forte come l’amore” (strong as love) again as attempts to create a strong emotional association.
The last image of the video, where the Tavernello package finally is presented, appears to summarize the idea communicated throughout the whole spot: the creation of a traditional, personal and artisanal image for a product which in reality is mass produced and highly industrialized. This last image is even misleading in its contrasting nature: the Tavernello TetraPak, an innovation when it arrived on the market, is here placed in a very traditional setting; the glasses are placed on the oak barrels in the wine cellar, signalling a type of wine making that clearly is very distant from the actual one. Good as storytelling and perhaps also efficient – lessgood as a description of the reality of the wine making of the no 1 selling wine brand in Italy.

Lucio Giunio Moderato Columella: della vite e del terreno nel “De Re Rustica”

Uno dei migliori resoconti della viticoltura romana proviene da Lucio Giunio Moderato Columella[1] intorno al 65 d.C. , il De re rustica): in questo libro i riferimenti al terreno, alle forme di coltivazione, alla morfologia dell’uva, al clima, sono di notevole interesse e racchiudono dei saperi che vengono standardizzati e codificati per essere tramandati. Per la prima volta intervengono fattori che legislazioni moderne ritengono fondamentali nella gestione dell’abbinamento tra le componenti pedo-climatiche, i vitigni e il lavoro umano. Non è importante qui stabilire la veridicità agronomica di quanto affermato da Columella quanto la sua forza esplicativa e prescrittiva in un mondo agricolo in continuo cambiamento: «Nel mondo agricolo, la proprietà fondiaria era costituita da grandi imprese di proprietà patrizia, condotte con manodopera schiavile, fortemente specializzate in produzioni destinate al mercato urbano. I piccoli agricoltori erano progressivamente scomparsi in quanto, a causa dell’impegno nelle campagne militari, erano stati costretti ad alienare il proprio campo. Al loro ritorno erano stati costretti ad inurbarsi, amplificando la domanda di prodotti proveniente dai grandi centri. Si erano così formati veri e propri latifondi che non venivano curati dai proprietari, ma bensì lasciati nelle mani di uno schiavo fidato che assurgeva a quella che potrebbe essere definita la figura del fattore: egli aveva pieni poteri amministrativi ed esecutivi e doveva rispondere solamente a saltuarie verifiche. Aveva autorità sui sottoposti e spesso si rivelava violento. Questa figura, invece di gestire i terreni in modo oculato ed onesto, perseguiva un interesse strettamente personale ed era solita mercanteggiare i prodotti aziendali in maniera illecita, lucrando sui proventi[2].» Columella, nel Libro III, esamina il problema dei terreni adatti ai vitigni, i vivai e le talee per la riproduzione, la preparazione del terreno, il piantamento della vite ed il disegno dell’impianto di un vigneto. Nel IV Libro affronta la profondità dei fossi di drenaggio della vite, i metodi di allevamento e di potatura della vite, i supporti, i metodi di propagazione, la sistemazione dei vecchi vigneti, i doveri del vignaiolo e termina con le norme per il proprietario del vigneto. Altre informazioni sull’impianto del vigneto si trovano nel Libro V e nel nel Libro XII, l’ultimo, si trovano notizie sui vari tipi di vino e sui metodi di vinificazione[3]: «Però l’agricoltore, il quale non dev’essere, come credesi, di mediocre ingegno, ma esperto e accorto, tenga per fermo che quelle varietà di viti, le quali resistono senza soffrire danno alla nebbia, sono adatte alla pianura, laddove sono proprie del colle quelle le quali tollerano la siccità ed i venti. Così pure nel terreno pingue ed ubertoso si pianterà la vigna magra e di sua natura poco feconda, nel magro la vigna fertile, nel denso la forte che germoglia assai, nel polveroso e fertile va piantata quella che scarseggia di sarmenti. Fa d’uopo altresì conoscere che i luoghi umidi non sono acconci alle viti, che producono un frutto di grano[4] tenero e grosso, ma duro e piccolo e fornito di molti vinaccioli, come anche si deve sapere che nel terreno secco crescono le vigne di natura ancora varia. Ma bisogna por mente non solo al terreno, ma anche alla qualità dell’aria; poiché dove c’è per lo più freddo e nebbia, si mettono due specie di viti, cioè le primaticce, i cui frutti maturano innanzi tempo, e quelle che hanno il grano grosso e duro, le cui uve maturano bene tra i ghiacci come quelle esposte al caldo. Similmente con piena sicurezza in  una regione, dove predomina il vento e la tempesta, si metteranno viti robuste e di grano duro, come in quella dove c’è  molto caldo le più tenere, ovvero le viti che fanno grano strettamente uniti. Nelle contrade poi dove c’è placidezza e serenità di clima, si può mettere con fiducia ogni sorta di viti, ma vi allignano meglio quelle i cui grappoli o grani cadono prestamente. Il terreno migliore intanto è sempre quello che, quando non sia né troppo denso né troppo sciolto, si avvicini di più a quest’ultimo: che né magro né molto fertile, si accosti di più al fecondo, ed infine che senza essere in pianura né scosceso, sarà nonostante simile ad un piano inclinato[5]


[1]       «Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.C. – 70 d.C.) vive nel I secolo d.C., sotto la dinastia Giulio-Claudia. Nato a Gades nella Penisola Iberica in una famiglia patrizia appartenente alla tribù Galeria, inizia la carriera militare e nel 34 d.C. giunge al grado di tribuno in Siria. E’ proprietario di terreni in Italia (Ardea, Carseoli e Alba Longa) e in Spagna e si impegna nella elaborazione di un sistema di scienza della coltivazione. La sua opera, il “De re rustica”, può essere considerata il primo trattato di agronomia e il più importante fino al rinascimento. L’opera, scritta intorno al 65 d. C., è in 12 libri (quella che noi possediamo è la seconda edizione), preceduta da una lunga prefazione, dedicata a Publio Silvino; seguono i precetti per coloro qui rusticari velint, sul come scegliere il fondo, sulla disposizione della casa colonica, sui doveri del pater familias: vengono poi indicati (II) i tipi del terreno, l’aratura, i generi delle sementi, del letame; i tipi di vite (III) e i modi della loro coltivazione (IV); la coltura dell’olivo (V); l’impiego dei buoi, dei tori, dei cavalli e il modo di curare il bestiame (VI); l’uso di altri animali, come asini, pecore, capre, maiali, cani (VII); l’utilità degli animali da cortile (VIII); il IX libro, preceduto da una prefazione, tratta delle api e dell’apicoltura; il X libro, che ha per argomento il De cultu hortorum, è tutto in esametri e di fattura virgiliana; infatti l’autore vi raccoglie l’invito fatto da Virgilio nelle Georgiche, che lasciava ad altri il compito di descrivere i giardini; l’XI libro ripete lo stesso argomento del precedente; il XII infine tratta dei doveri della fattoressa, della cura del vino, delle olive, del formaggio; l’autore lo inizia con una prefazione dedicata a Silvino e lo termina dicendo di aver ritenuto di ricordare solo ciò che gli è sembrato particolarmente importante. Le fonti letterarie sono greche e latine: Senofonte, Catone, Varrone, Igino, Cnelso e Virgilio; ma una viva passione per la campagna anima l’intero trattato, sono lamentati i danni dell’urbanesimo, lodati i vantaggi della vita dei campi, una fonte di moralità di benessere, di felicità: «Solo l’agricoltura, che senza alcun dubbio è la più vicina e quasi consanguinea alla filosofia, non abbia né discenti, né maestri.»

Nicolò Passeri, Silvio Franco, L’analisi degli investimenti nel primo secolo dopo Cristo, in «Agriregionieuropa», anno 4, numero 13, giugno 2008

[2]       Ibidem.

[3]       Cfr. Tim Unwin, cit. pag 104

[4]       Acino

[5]       Columella, Libro III, 1.5-8, citato in Luigi Manzi, La viticoltura e l’enologia presso i romani, Edizioni Quasar, Roma 1998, ristampa anastatica del libro stampato a Roma per la Tipografia Eredi Botta nel 1883. Il testo viene preparato dall’autore per il concorso internazionale di attrezzi ed apparecchi di viticoltura, enologia e distillazione, tenutosi a Conegliano nel 1881.

Un vino benevolmente critico

Paul Cézanne, Les joueurs de carte (1892-95)

Di solito il vino lo sceglieva lui. Bramante era quello che ci metteva i soldi, che pagava il pranzo, il caffè e l’ammazzacaffè e neppure Cosimo, che avrebbe voluto almeno pagare la sua, di parte, era riuscito a liberarsi di tanta liberalità e umana comprensione. Ma quella sera Cosimo non era proprio dell’umore adatto: si era appena separato dalla moglie e i figli, per nulla prodighi, lo avevano abbandonato portandosi dietro quel po’ che, della cantina un tempo gloriosa, gli era ancora rimasto.

Di solito, appunto, perché quella sera Mirko e Mattia il vino lo avrebbero voluto scegliere proprio loro. Il mese precedente non era stato possibile: i piatti ordinati si erano rivelati del tutto improvvisati: spaziavano dal pesce crudo alla moda d’Oriente con intingoli di salsa al rabarbaro e coriandolo; procedevano, dunque, con alcune variazioni di risotto ai carciofi secondo l’antica sapienza creola; si immergevano nelle cozze gratinate al terriccio del Caucaso meridionale; infine si cullavano con  le irreprensibili code di gambero sotterrate in montagne di riso pilaf al ginseng della Manciuria. Mirko e Mattia avevano capito che, se avessero voluto scegliere il vino, sarebbero dovuti partire proprio di lì e non dal cibo. Mirko e Mattia avevano inteso, perché un po’ di formazione l’avevano avuta pure loro e i risultati sperati non si erano fatti attendere, che non si trattava neppure di soldi, ma puramente e semplicemente di condizioni: comprendevano, in altro modo, che non avrebbero potuto ordinate un vino totalmente inviso a Bramante e che potevano bellamente fregarsene sia di Cosimo che di Marta. Del primo se ne è già detto, mentre della seconda sarebbe superfluo aggiungere la benché minima informazione. Bramante stava invecchiando: qualche colpo lo aveva perso negli ultimi tempi e non aveva nessun sommelier a cui affidare l’immensa canina di cui aveva costruito le fortune e su cui, in seguito, avrebbe edificato la sua insperata notorietà e un potere mai difforme ad essa. Bramante, per dirla proprio tutta, voleva un gran bene a Cosimo: qualche finta scazzottata in gioventù, più per mostrarsi alle ragazze che per altro, non aveva impedito loro di continuare, ognuno nelle rispettive imprese familiari, di continuare l’operato dell’altro. Quando sembrava che uno smettesse di investire in un determinato settore vinicolo, ecco che l’altro, di comune intento, provvedeva a recuperare il tempo perso e a proseguire ciò che il primo aveva instradato con vigore e inusitata forza.  Pure nel momento in cui Bramante controllò la pressoché totale distribuzione del Chiaretto del Garda, del Bardolino, dell’Amarone, del Brunello, del Barolo, del Barbaresco, dell’Aglianico di qualsiasi provenienza, dell’Etna rosso e del Primitivo di Manduria, ebbene, pure lì, Cosimo, sebbene gli avesse dichiarato guerra, se ne restò in disparte con il suo grignolino, la barbera, il dolcetto di Dogliani e di Ovada e qualche Chianti sparso tra il Gallo Nero e la Torre di Pisa. Poi vene l’ora di Cosimo e così quella di Mirko e Mattia. Bramante non avrebbe voluto, in alcun modo, che Cosimo non partecipasse più a quelle cene e, con altrettanta cognizione, gli era chiaro che lo scettro della distribuzione sarebbe dovuto passare di mano. Bramante preferì accordare, per quella sera, e per quelle che sarebbero capitate di lì a venire, la scelta del vino a Mirko e Mattia. Avrebbe controllato più facilmente il vaglio della mercanzia, avrebbe fatto stralciare quelli a lui totalmente invisi ma, soprattutto, avrebbe accordato alle selezioni future una generosa e compiaciuta benevolenza critica.