La mappa e il territorio. Racconto fantascientifico con intenti morali

Primo numero di Amazing Stories (1926)

Ci fu un tempo assai remoto, nessuno ricorda più se ciò avvenne un decennio prima del Grande Cataclisma o soltanto qualche mese avanti il terribile evento in prossimità di quel 2150 o giù di lì, in cui un nutrito gruppo di vignaioli, proveniente da ogni parte della Terra e non da meno da qualche pianeta appena colonizzato, chiese al Consorzio Universale della Territorialità e delle Denominazioni Protette, Acconsentite e Sufficientemente Tollerate, una mappatura esattamente estesa quanto definita di ogni singolo territorio vitivinicolo. Passi enormi da quelle inermi cartografie statiche di inizio millennio ne erano stati fatti: zonazioni in movimento capaci di rilevare ogni micro cambiamento territoriale, pedologico, climatico, perfino fogliare, erano state messe a disposizione di esperti di ogni rango e sorta che potevano intervenire su ciascuna variabile non prevista e tantomeno gradita che si fosse inauguratamene rivelata all’insaputa di qualsiasi progetto vitivinicolo. Era finita, già da un po’ di tempo, l’idea che potessero coesistere diverse espressioni di un medesimo vitigno e di una stessa denominazione ed era prevalsa la visione che dovesse esserci una ed una soltanto manifestazione, con cognizione di cause, per ogni singola tipologia di vino. La scienza algoritmica arrivò ad un tale livello di precisione che, nello stesso batter d’occhio, potevano essere immessi diversi miliardi di dati provenienti non solo da reazioni esplicite e dichiarate di un singolo vino istantaneamente propagandate nell’unico Social rimasto, chiamato appunto S.S. o anche Social dei Social, referente conglobante di ogni altra tipologia spuria di attività irriverenti e frammentarie (una volta chiamate con nomi assai divertenti come Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin…), ma anche dall’elaborazione di percezioni simultanee e non condivise della stessa degustazione: pensieri, rotazione delle orbite oculari, inarcamenti di sopracciglia, sbadigli e via dicendo. La media ponderata di tutti questi dati serviva a determinare la morfologia sintattica del vino che si sarebbe dovuto produrre. I disciplinari, variati di anno in anno, erano tenuti a fornire indicazioni assai rigide e vincolanti per la produzione di ogni gamma di vino, che coincideva sostanzialmente con la denominazione di origine. Anche la vecchia diatriba, che finì in maniera rocambolesca (un giorno avrò modo di parlarvene), tra produttori convenzionali, biologici e biodinamici, era solo più un lontanissimo ricordo: alla fine di quella lunga guerra alcuni frattali di vignaioli creativi ed  imprudenti avevano dovuto annunciare la propria resa incondizionata ammettendo che le proantocianidine oligomeriche cicliche hanno la forma ad anello e non rettangolare. E fu in quel clima di apparente riappacificazione agreste che un nutrito gruppo di produttori alzò il tiro chiedendo al Consorzio Universale la realizzazione di cartine viticole coincidenti perfettamente con il territorio descritto. Insomma, nel rapporto di uno ad uno. Il progetto venne portato a termine in mezzo ad enormi difficoltà scientifiche, tecniche e tecnologiche ed ebbe un costo altissimo, e non solo in termini monetari: una volta che ogni territorio viticolo veniva mappato in esatta e precisa proporzione simmetrica esso scompariva irrimediabilmente. Preso dal panico e da una buona dose di frustrazione, il Consorzio Universale si rivolse ad un mio antenato di cui ho conservato le memorie ma perduto irrimediabilmente il nome, insignificante custode di un’infinitesima parte della letteratura disponibile non ancora convertita in videogame e pronipote di quel Pietro Stara che visse alcuni secoli addietro e la cui scomparsa è ancora avvolta nel mistero (pare che sia svanito nei flutti dopo un bagno a Punta Chiappa, protuberanza rocciosa di Camogli, e che qualcuno lo abbia sentito dire: “quel tonno lo prendo con le mie mani!”), per chiedere lumi: forti della Scienza, del Progresso e dell’Allopatia in dosi massicce, non si erano resi conto che ciò che mancava era appunto l’Interpretazione della Sovrapposizione Totale e Perfetta. Questo mio prozio dovette scartabellare a lungo prima di portare loro tavole di analisi simboliche risalenti a periodi molto antichi che avvalorassero almeno questi tre principi dirimenti:

  1. Ogni mappa uno a uno riproduce il territorio sempre infedelmente.
  2. Nel momento in cui realizza la mappa, il territorio diventa irrappresentabile.
  3. Un mappa uno ad uno deve contenere un’altra mappa che la rappresenti, che a sua volta ne contenga un’altra e via di questo passo.

L’antenato raccontò loro di Suàrez Miranda che, nel 1658 a Lérida, così scrisse (libro IV, cap. XIV, del Viajes de Varones Prudentes): “…in quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della Cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra Reliquia delle Discipline Geografiche.” (Jorge Luis Borges, Del rigore della scienza, in Storia universale dell’infamia, Il Saggiatore, Milano 1961). Si erano accorti, in altro modo, che la coincidenza del territorio con la mappa avrebbe tolto il potere al primo e che la seconda sarebbe diventata autocoscienza fittizia di un impero che non era più tale. (Cfr. Umberto Eco, Il secondo diario minimo, Bompiani, 1992)

Rammentò loro che un tempo vivevano, al di là del fuoco e del ghiaccio, come riferì Eratostene di Cirene, degli uomini non raggiungibili: gli Antipodi. Cinque zone la circondavano tutt’attorno/Due erano più cupe di smalto blu/Un’altra arida e rossa, come di fuoco./Quella che sta in mezzo era tutta bruciata/ Colpita dalla vampa del sole, ché sotto la Canicola giace /E la bruciano raggi dal calore incessante./Ma le due da entrambi i lati, intorno ai poli,/sono sempre ghiacciate, sempre son umide d’acqua:/ma non è acqua, è ghiaccio puro che viene dal cielo/che giace lì e copre la terra, e un freddo intenso vi regna./Ma quelle asciutte… [caduta una porzione di testo]/… inabitabili dagli uomini. /Due ve ne erano ancora, opposte l’una all’altra/Fra il calore del fuoco e il ghiaccio piovuto dal cielo /Entrambe regioni temperate, fertili di messi/Il frutto di Demetra Eleusina: lì vivono/Gli uomini, antipodi gli uni rispetto agli altri. Ma che poi tutto venne imbrigliato, decodificato, livellato, appiattito e catturato dalla Terra di Mezzo e dalla Palude Infingarda.

Il mio antenato volle concludere la disanima delle cartine coincidenti in finezza e grazia, portando all’attenzione del Consorzio Universale un brano tratto dall’ultimo romanzo di Lewis Carroll, Sylvie e Bruno (1893):

“Mein Herr sembrava così meravigliato che pensai bene di cambiare discorso. ‘Che cosa utile, una mappa tascabile!’ Osservai. 

‘È un’altra delle cose che abbiamo imparato dal vostro paese,” disse Mein Herr; “stendere le mappe; ma noi siamo andati oltre. “Secondo lei quale sarebbe la massima scala utile per le mappe?’

‘Cento su mille, un centimetro per chilometro’. 

‘Solo un centimetro’ Esclamò Mein Herr. ‘L’abbiamo fatto subito, poi siamo arrivati a dieci metri per chilometro. Poi abbiamo provato cento metri per chilometro. E finalmente abbiamo avuto l’idea grandiosa! Abbiamo realizzato una mappa del paese alla scala di un chilometro per un chilometro!’ 

‘L’avete utilizzata?’ 

‘Non è stata ancora dispiegata’, disse Mein Herr. ‘I contadini hanno fatto obiezione. Hanno detto che avrebbe coperto tutta la campagna e offuscato la luce del sole. Così adesso usiamo la campagna vera e propria come mappa di se stessa e vi assicuro che funziona ottimamente’”.

Questa è la storia così come mi è giunta: sicuramente incompleta e frammentaria. Ma mi inorgoglisce sapere che oggi, nel 3457, un po’ di vitigni, nonostante tutto, siano rimasti e mi fa altrettanto piacere notare come la Sovrapposizione Incompiuta e l’Interpretazione siano diventate materie di studio sin dalla più tenera età.

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