Perché scomponiamo il gusto in un racconto: Roland Barthes legge Brillat-Savarin

barthes

“Pretendere che non si debbano cambiare i vini è un’eresia; la lingua si sazia e, dopo il terzo bicchiere, anche il vino migliore dà una sensazione appena ottusa.”

Uno dei testi riconosciuto unanimemente come lo spartiacque della critica eno-gastronomica, o forse sarebbe meglio dire il libro che sancisce la  nascita delle critica gastronomica come disciplina autonoma, è lo scritto d iJean-Anthelme Brillat-Savarin composto tra il 1820 e il 1823: “La fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente” editato, in forma anonima, a Parigi nel 1825. Questo può accadere anche perché nella seconda metà del Settecento, nel 1764 per la precisione, si verifica un piccolo fatto estremamente significativo: per la prima volta, nel secondo volume del ‘Traité des livres rares[1]’, i libri di cucina vengono classificati come ‘arte’ e non vengono più catalogati nella sezione di ‘Scienze e arti’, anche se rimangono nella sottoclasse di ‘Medicina’. Successivamente, nel ‘Catalogo Perrot’, grazie al lavoro Née de La Rochelle e Belin junior, la ‘cucina’ esce dalla sottoclasse ‘Medicina’ e viene separata da ‘Igiene’ e ‘Dietetica’. Anche se in seguito i cataloghi torneranno a mettere la ‘cucina’ nell’antica classificazione medica, la rottura epistemologica del periodo settecentesco è netta ed evidente. La cucina nel Settecento non è più al servizio della gola ma, come tutte le arti, del buon gusto e non deve più rispondere ai caratteri soggettivi legati allo stato umorale di colui che mangia o al “temperamento” di una popolazione, ma deve rispondere, in qualche modo, a dei canoni generali di piacevolezza.

Il testo di Brillat-Savarin si compone di due parti: la prima si compone di XXX meditazioni che partono dall’ esplicazione “Dei sensi” e terminano con il “Florilegio”; la seconda parte, di commiato, è il suo viaggio gastronomico attraverso alcune ricette storiche sia in terra natia che di emigrazione, che lo videro partecipe in prima persona.

Un secolo e mezzo più tardi, il grande semiologo Roland Barthes propone di leggere, quindi di interpretare, le meditazioni trascendenti di Brillat-Savarin, iniziando da un capitoletto che intitola così: “Gradi”.  Barthes ritiene che Brillat-Savarin renda esplicita una delle più importanticategorie formali della modernità: “lo scomporsi dei fenomeni in varî gradi[2]”.

“Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione[3]”. In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust[4]”.

Vi sono, infatti, per Brillat-Savarin tre sensazioni del gusto: quella diretta, che corrisponde alla prima impressione in bocca, quando ciò che beviamo (mangiamo) è ancora sulla parte anteriore della lingua; quella completa, che si compone dalla prima impressione più quella del cibo (liquido) che è passato nel retrobocca e “colpisce tutto l’organo con il sapore e con il profumo[5]”.

Ed infine la sensazione riflessa, che è il  giudizio dell’anima sulle impressioni che l’organo le ha trasmesso.

Senza quella storia, oggi non descriveremmo il vino così come lo facciamo, né parleremmo delle sue evoluzioni nel tempo e delle sue inspiegabili trasformazioni.

[1] Bibliographie instructive, ou Traité de la connoissance des livres rares et singuliers … / par Guillaume-François De Bure, le jeune, … Tome 1. ó-7.]. – A Paris : chez Guillaume-Francois De Bure le jeune, Libraire, quai des Augustins, 1763-1768. – 7 v.

[2] Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975), pag. IX

[3] Ibidem, pag X

[4] Ivi

[5] Jean-Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente, Slow Food Editore, Bra (Cn) 2008, pag. 50

 

Brillat – Savarin.

Romanée-Conti 1935. A Tokyo.

A Tokyo, una domenica pomeriggio, due uomini assorti nella degustazione cerimoniosa di una vecchia bottiglia della Borgogna – un rarissimo Romanée-Conti del 1935 – rincorro sino al fondo della bottiglia il lungo testo disordinato dei loro ricordi. Uno di essi è scrittore. Di questo cerimoniale a due spuntano, inattesi, i ricordi di ciascuno: per lo scrittore la reminiscenza di un viaggio a Parigi, gli occhi ed il profilo di una donna scomparsa che rinasce nella feccia del vecchio vino. Ci si immerge con delizia nell’intimità di un grande vino, ricco del sapore di un amore addormentato, di una donna dai contorni sbiaditi e dal profumo svanito: “Perciò violentato, spossessato, devastato, indebolito che fosse questo vino, riusciva ancora a suscitare l’immagine di una donna. Da tutti questi anni e fino all’incontro con questa bottiglia, gli era capitato di ricordarsi di Gunvor, ma era solamente un ammasso di frammenti, il chiarore dello scheletro danzante nelle tenebre, lo schizzo di un succo l’arancia, i capelli che mascherano gli occhi ed il naso in un viso che ride. Mai avrebbe immaginato che sarebbe potuta spuntare tutta intera dal fondo della bottiglia. (…)”

E’ il piccolo capolavoro di Kaikō Takeshi, ‘Romanée-Conti 1935’[1], un libro del 1972, editato in Francia per Philippe Picquier, e mai tradotto in italiano. E’ il vino che guarda ad oriente: lento, ritualizzato, sincopato quasi spostasse l’accento ritmico sul tempo forte, per poi mozzarci il fiato nella battuta successiva. Il tempo segna i passaggi e le immagini scandiscono, come piccole miniature fotografiche, la cerimonia del vino, che poco alla volta si dota di forme antropiche e di ricordi perduti:

“Un’estrema tensione apparve sul viso del cameriere. La mano afferrò la bottiglia con fermezza ma mantenendo uno spazio dello spessore di un foglio di carta dal cestello. Il collo si infilò vicino al bicchiere con la prudenza di un gatto. La bottiglia non doveva essere agitata, il vino intorbidato, la feccia sollevata e, durante tutto il tempo in cui il vino veniva versato, lo scrittore trattenne il respiro. Il cameriere riempì i due bicchieri con dolcezza, lentezza, in più volte, e nell’istante che ebbe terminato, lo si sentì emettere un piccolo sospiro. Aveva finito. La prima parte della cerimonia si era svolta senza ingombri, l’ultima goccia era rientrata nella bottiglia senza cadere, la fecce  non si erano neppure rimescolate. Oltre i due bicchieri pieni di storia, i due uomini scambiarono un sguardo perduto prima di sorridersi. […]  Ancora una volta un frutto aveva compiuto la sua metamorfosi.”

Il vino dell’estremo levante si manifesta lontano dalla  socialità mondana tipica delle comunità occidentali e assume, al contrario,  una fisionomia individuale, solitaria e fortemente spiritualizzata sulla scia dell’impronta di altri cerimoniali, come quello del tè, che si svolgono nell’assoluto silenzio dell’officiante e degli ospiti.

Come nella cerimonia del tè, il vino di Takeshi richiede “un’affinità particolare con l’acqua e il calore, una tradizione di ricordi da evocare, un modo tutto personale di offrire una storia.” (Okakura)

 


[1]Kaikō Takeshi, Romanée-Conti 1935, Picquier, Arles 1993

La foto è tratta da youtube

La nascita dell’Appellation d’Origine Contrôlée in Francia

La fillossera, ancor prima che in Italia, genera un disastro su vasta scala in Francia (1863), paese da cui parte l’ondata devastatrice europea. La situazione viticola francese agli inizi del Novecento è fortemente provata e, per tal motivo, vengono usate pratiche di vinificazione poco ortodosse: si va dall’uso di aggiungere l’acqua in quasi tutti i vini, all’accrescimento miracoloso del vino di spremitura residuo con acqua e zucchero e vi è chi sostiene, come Lachiver[1], che vi sono coloro che utilizzano l’ossido di piombo per fermare l’acetificazione. In questa situazione drammatica si costituiscono le prime associazioni di produttori a  tutela del proprio vino: nel 1900 ben 79 viticoltori dello Chablis si costituiscono in union. Lo stesso si realizza nella zona di Bordeaux: l’anno successivo (1901) vede la luce l’Union Syndacale des Propriétaires de Crus Classés du Medoc, che si accompagna ad una legislazione (1905)  volta a tutelare quei consumatori che si fossero trovati a consumare dei vini sofisticati ed alterati. Di seguito, nel 1907, viene approvata una legge che impone al produttore di dichiarare il volume della propria vendemmia e delle riserve di magazzino e si fa divieto di aggiunta dello zucchero al mosto. Tra il 1908 ed il 1912 vengono approvati i decreti per delimitare le aree di produzione di Champagne, Cognac, Armagnac, Banyuls e Bordeaux. A fine della prima guerra mondiale, nel 1919, viene redatta una legge che permette a chiunque di fare ricorso contro coloro che utilizzano a sproposito o non correttamente e non continuativamente l’Appellation d’Origine[2].

Nella prima legislazione sullo Champagne, quella del 1908, non viene contemplato alcun dèpartement dell’Aube: la situazione degenera presto in proteste molto dure che portano oltre 20.000 persone  a scendere in piazza , tra il 1909 ed 1910, e a formare una Ligue de Défense des Vignerons de l’Aube non soltanto contro il governo, ma anche verso quei négociants che si riforniscono di uve nel Midi per poi far vinificare dello Champagne. Contemporaneamente i produttori di Champagne della Marna, preoccupati sia della concorrenza sleale dei négociants, che del possibile ingresso dei produttori di Aube, prima devastano le cantine di Damery, di Dizy e Ay (11 aprile 1910) e poi, il giorno seguente, marciano su Ay ed Epernay sin tanto che il governo non manda loro oltre 15.000 soldati a disperderli. I soldati si trattengono a presidiare la regione per tutto l’anno successivo. Le vendemmie abbondanti del 1911 e 1912 servono per stemperare le acque: il contenzioso si risolve comunque soltanto soltanto nel 1927, quando 71 comuni dell’Aube possono utilizzare l’Appelation Champagne, che specifica anche l’uva da usare nella produzione del vino. I principi fondamentali su cui si basa il sistema di qualità Francese derivano in larga parte dal lavoro svolto nel 1923 dal Barone Le Roy, un influente e importante produttore di Châteauneuf-du-Pape, che adotta rigide regole per la produzione dei propri vini. Queste comprendono la definizione della zona geografica, le varietà di uve permesse, le metodologie di coltivazione e di potatura e il grado alcolico minimo del vino: « Il sistema di qualità Francese prese consistenza all’inizio degli anni 1930 e prese il nome di Appellation d’Origine Contrôlée (Denominazione di Origine Controllata), abbreviato con AOC o, in breve, Appellation Contrôlée la cui sigla è AC. Si creò di fatto il sistema di controllo di qualità enologica più imitato del mondo sui cui principi si basano, per esempio, l’AVA (American Viticultural Areas) adottato negli Stati Uniti d’America, la DOC (Denominazione di Origine Controllata) in Italia, la DO (Denominación de Origen) in Spagna e la DOC (Denominação de Origem Controlada) in Portogallo, sicuramente senza avere lo stesso successo e la stessa efficacia. Nel 1935 viene  fondato l’INAO (Institut National des Appelations d’Origine, Istituto Nazionale delle Denominazioni di Origine), con l’espresso scopo di definire, stabilire e rafforzare i disciplinari di produzione delle singole AOC, e che riprendevano in larga parte il modello stabilito dal Barone Le Roy. La maggior parte dei disciplinari di produzione dei vini più famosi di Francia sono stati definiti nel periodo subito dopo la fondazione dell’INAO, tuttavia sono stati rivisti e perfezionati continuamente nel corso del tempo. Fu solo nel 1949 che l’INAO introdusse la categoria VDQS (Vin Délimité de Qualité Supérieure, Vino Delimitato di Qualità Superiore) di livello inferiore all’AOC. Il sistema di qualità Francese non è certamente perfetto, anche se non può garantire la qualità del vino di uno specifico produttore, sicuramente introduce e definisce rigidi criteri che influiscono e determinano profondamente la produzione. I principali criteri che consentono ad un vino di fregiarsi della categoria AOC sono sette e precisamente:

Territorio – l’area dei vigneti viene definita in modo esatto attraverso testimonianze storiche sia sull’ubicazione che sull’uso nei secoli. Si valuta inoltre il tipo di terreno, posizione e altitudine.

Uve – le uve consentite per la produzione di vino in ogni zona vengono stabilite in accordo alla tradizione storica del luogo, basandosi anche alla resa e la qualità di produzione in funzione al luogo e al clima.

Pratiche colturali – definiscono il numero minimo/massimo di viti per ettaro, le modalità di potatura e metodi di fertilizzazione.

Resa – ogni AOC definisce la quantità massima di vino che può essere raccolta e prodotta da un determinato vigneto, il valore è espresso in ettolitri per ettaro

Grado alcolico – ogni AOC stabilisce il titolo alcolico minimo che il vino deve avere

Tecniche enologiche – ogni AOC stabilisce tecniche e procedure enologiche, solitamente basate sulla tradizione della zona, che nel corso degli anni hanno consentito di ottenere i migliori risultati.

Controlli organolettici – dal 1979 tutti i vini candidati alle AOC vengono valutati da un’apposita commissione.»

[1]    Cfr. Marcel Lachiver, Vins, vignes et vignerons, Histoire du vignoble français, Librairie Arthème Fayard, Paris 1988.

[2]    Ibidem.

La foto è tratta da http://www.gerard-verhoest.com/vignoble-1907.htm

Resoconto gustoso ed insolito dell’incontro anarchico di Saint Imier del 1872 .

Arrivammo alla spicciolata: Malatesta, Cafiero e Bakunin giunsero a destinazione grazie al passaggio di alcuni compagni del Ticino che avevano affittato una carrozza, mentre io, Fanelli, Labruzzi e Costa ce la facemmo a piedi. Niente di male, sennonché per arrivare in tempo siamo partiti da Dogliani il 15 di agosto. Un caldo infame prima e grandi escursioni termiche poi. Fortuna che portavo meco del buon vino dolcetto, mentre Costa e Labruzzi avevano comprato delle tume di pecora e capra di Langa e dei ghërsin robatà (grissini). Fanelli, come al solito, non aveva niente con sé (d’altronde è amico di Bakunin, che mangia sempre a sbafo) e poi è anziano (infatti è del 1827). Ma lasciamo perdere, ci rifaremo la prossima estate quando andremo a trovarlo a Napoli. Il viaggio, benché faticoso, è stato appagante: abbiamo fatto tappa in diversi posti, abbiamo assaporato innumerevoli cucine locali e, talora, ci siamo prodotti in eccessi, come quella volta che dopo una breve sosta a Milano (credo che fosse il 28 di agosto o giù di lì), siamo andati a mangiare da una zia di James Guillaume che abita in provincia di Como. E lei, vecchietta arzilla e simpatica, non ha pensato bene di cucinarci una versione comasca della cassoeula!!! Come sapete la cassoeula, pur nelle molte versioni in cui si presenta, è composta dalle verze e dalle parti meno nobili del maiale come cotenne, costine con l’aggiunta nelle versioni più elaborate di piedini, verzini (salamini) e testina. Nella versione comasca non si usano i piedini, ma bensì la testa di maiale. Carlo Cafiero si rifocillò come un disperato: sembrava che non mangiasse dal periodo in cui faceva parte della Carboneria. Poi gli è venuta una dissenteria che lasciamo perdere! Ma in fondo non ci è andata così male: dopo aver approfittato ancora delle generosità della zia di Guillaume, ci siamo dati ai tuffi e alle lunghe nuotate rinfrescanti nel Lago di Como. Il Nabruzzi ci ha davvero impressionato: si produsse, addirittura, in un tuffo rovesciato con avvitamento! Davvero emozionante: ci disse che sono cose che lui, rivierasco ravennate, aveva imparato da giovincello e che aveva usato per impressionare prima Mazzini e poi Garibaldi, che risultò talmente entusiasta da inviarlo come rappresentante alla Conferenza di Rimini[1] del mese appena trascorso. A pochi chilometri da saint Imier ci siamo incontrati con la delegazione spagnola: tra di loro c’era anche il corso Charles Alerini. La sera, dopo aver gozzovigliato a dovere, è partita una discussione improbabile su quali fossero i migliori pecorini se quelli italiani, ispanici o corsi. C’è mancato poco che Costa non si azzuffasse con Nicolas Alonso Marselau, mentre il vecchio Fanelli aveva preso per il fiocco (alla lavallière) Tomàs Gonzáles Morag con tale forza che aveva arrischiato di strozzarlo. Ho cercato in tutti i modi di far da paciere, ma ce n’ho messo parecchio (tra anarchici è dura). Per fortuna che è intervenuto l’oste portandoci un ottimo Dôle du Valais (pinot e gamay) della Svizzera Vallese che ha riappacificato i cuori esacerbati al canto de l’Internazionale. Siamo arrivati la sera del 14 settembre, in ora tarda: ho fatto appena in tempo a vedere Bakunin con il suo pigiamone di lana che sorseggiava una pessima vodka (me l’ha fatta assaggiare la sera dopo) fatta arrivare direttamente da Mosca. Non vi sto a raccontare il Congresso perché ci sono tutti i documenti scritti, che potrete consultare quando vi pare e piace. Vorrei invece soffermarmi sul dopocena della sera del 15 settembre: dopo una suntuosa cena a base di capunus, un piatto tradizionale grigionese, a base di un impasto (farina e uova cui vengono generalmente aggiunti pezzetti di affettato tagliato a dadini come carne secca, landjäger, prosciutto cotto, andutgel o salsiz) avvolto in una foglia di costa (o di bietola da taglio), bolliti nel latte e nel brodo e poi serviti con un pizzico di speck, formaggio e cipolle, di spätzle, gnocchetti di forma irregolare a base di farina di grano tenero, uova e acqua con cacciagione e delle trecce al burro come dessert (il vino, un riesling renano della casa, non era sicuramente all’altezza del cibo), tutte le delegazioni si sono riunite intorno ad un tavolo circolare (con due rappresentanti per delegazione). I delegati erano stati chiamati a competere, in una degustazione “alla cieca” (coperta), per scoprire il vino nella sua tipologia, denominazione, composizione ed annata. Per la delegazione italiana c’eravamo io e Malatesta; per quella spagnola Nicolas Alonso Marselau eTomàs Gonzáles Morago; per quella francese Camille Camet e Jean-Louis Pindy; per la federazione jurassienne James Guillaume e Adhémar Schwitzguébel, mentre il delegato delle sezioni americane, Gustave Lefrançais, aveva declinato l’invito perché asserì che, da quando stava in America, aveva bevuto solo del pessimo cabernet e non era in grado di partecipare ad una disputa di alto livello. Bakunin si era talmente innervosito perché non era stato scelto per la delegazione dei degustatori di lingua italiana da sostenere il fatto che, in realtà, eravamo dei nazionalisti sotto mentite spoglie. Proseguì, poi, proferendo insulti della peggior tradizione slava conditi da imprecazioni napoletane ed abruzzesi. Malatesta gli rispose per le rime, dichiarando pubblicamente che non era stato scelto unicamente perché non capiva assolutamente alcunché in fatto di vino. A quel punto Bakunin, risentito come non mai, se ne andò in camera da letto dove sembra che abbia composto, spinto alcune golate di vodka, il famoso aforisma: “la rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Intanto la giuria aveva deciso testarci con un vino francese: Errico Malatesta era assai edotto sui vini francesi (sarà stato l’innamoramento per la Comune), mentre io su quelli italiani (e per fortuna che non ci sono capitati quelli svizzeri o spagnoli perché avremmo fatto una figura davvero barbina). E così fu: vincemmo a man bassa. Non fu un problema scoprire che quel vino era un Château Latour di Paulliac della regione di Bordeaux, mentre indovinammo tre delle quattro annate (quella del 1868 era stata altresì piovosa da rendere irriconoscibile il vino). Il cabernet sauvignon era molto evidente e talmente predominante, con quel suo colore profondo e intenso, da esibire tannini tanto esuberanti quanto ben amalgamati: forte nei profumi vegetali caldi e maturi concedeva una buona compattezza selvatica e terrosa. Quindi il merlot, caldo ed avvolgente, comparve a mitigarne gli aspetti più duri. Ma è sul finire che si compì il capolavoro malatestiano: egli individuò sia la presenza del cabernet franc , ma ancor di più dell’impercepibile petit verdot (sarà stato l’1% del totale). Una vittoria sublime! Senza dubbio il contributo del giovane Malatesta alla stesura della Prima risoluzione dell’Internazionale di Saint Imier la dobbiamo anche a questo. Chissà se qualcuno troverà questo scritto, per dare conto del vero a futura memoria.

Il delegato della sezione di Torino, Langa, Genova.

Saint Imier, 15  e 16 settembre 1872

 

[1] Dal 4 al 6 agosto del 1972 si riunisce a Rimini la conferenza dei delegati di 21 sezioni internazionaliste, in maggioranza romagnole e marchigiane. La conferenza presieduta da Cafiero costituisce la “Federazione delle sezioni italiane dell’Internazionale”. In settembre, al congresso dell’A.I.L. (Associazione internazionale dei lavoratori) viene deciso di spostare la sede del “Consiglio generale” da Londra a New York.

Fiesta!

giostra-radio-birikina-7Se il tempo è inafferrabile fluttuazione cosciente, è soltanto nell’istante, nel punctum temporis, come scrive Seneca, nella sua insondabile e inavvertibile presenza, che si determinano i momenti del vivere e le vite di ognuno di noi. Soltanto in apparenza esso è staticità sospesa: l’istante è, nella sua piena essenza, un tempo in fuga. Ma si tratta di una libertà condizionata dal momento che tutto è soggetto al determinismo del fato, voce delle sempiterna et indeclinabilis series causarum.

“Orsù, dimmi, conosci tu qualcuno che non disprezzi del tutto il tempo, che riconosca il valore di una giornata, che si renda ben conto che non passa giorno senza che egli muoia un poco? Infatti ci sbagliamo scorgendo la morte dinanzi a noi: essa, in gran parte, ci è già dietro alle spalle. Tutti gli anni passati sono nel dominio della morte. Dunque, o mio Lucilio, così come tu dici, non lasciarti sfuggire un’ora sola. Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. Si rimanda al domani quello che si dovrebbe fare oggi, ed intanto la vita se ne va. Niente, o Lucilio, all’infuori del tempo ci appartiene: la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene, fuggevole e malsicuro, di cui chiunque può, se vuole, privarci. Ed ora considera quanto siano stolti gli uomini: essi lasciano che siano loro messe in conto cose di nessuna importanza e di nessun valore, facilmente recuperabili, che hanno ottenuto; ma non c’è nessuno che si ritenga in qualche modo debitore, pur avendo ricevuto il dono del tempo, l’unica cosa che neppure chi è esposto alla riconoscenza può restituire”.(1)

“E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.”

(Rainer Maria Rilke, Quinta elegia, in Elegie duinesi, 1922)

Solo in apparenza vi è una similitudine tra il punctum di Seneca e il diem di Orazio, in cui l’istante (occasionem de die) prende le sembianze di un intenso e prolungato piacere espunto dalla linearità del fluire.

Quel tempo che assume la radicalità dell’istante, immedesimandosi totalmente con esso, quando Bachelard, alla metà degli anni trenta del secolo scorso, lo descrive come lo ‘zampillare’ della nostra coscienza, in profonda e animata rottura con il proprio passato e di fronte ad un futuro che non è: “Il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla.”(2) Debitore di Jung, Bachelard rompe con l’idea bergsoniana del tempo interiore, sostituendo ad essa l’istante come forma di verticalizzazione dello psichismo dove i sogni, fantasie, pensieri si modellano come un’opera in cui durata, continuità e progresso non sono altro che raggruppamenti di momenti già dati. Questa attività immaginale fluttua, sprofonda e risale costruendo degli ‘istanti stabilizzati’ percepiti soltanto dal poeta “in equilibrio sulla mezzanotte senza nulla attendere dal soffio delle ore, il poeta prova l’ambivalenza astratta dell’essere e del non essere. Nelle tenebre vede meglio la propria luce”.(3)
In Bachelard si ritrova anche Nietzsche, poeta verticale, poeta delle vette, poeta ascensionale: le immagini dilanianti sono quelle che ci pongono in alto e in basso. Per Friedrich Nietzsche il passaggio sulla soglia dell’attimo presuppone l’oblio, dove il fluire del passato si interrompe drasticamente verso l’avvenire. Ed è in questo punto sospeso di fronte ad un precipizio che si dispone la felicità: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire: un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire: infine, come vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare un dito. Ad ogni azione occorre l’oblio: come alla vita di tutto ciò che è organico occorre non solo la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare”.(4)

Jacques Prévert – Fiesta

E i bicchieri erano vuoti

e la bottiglia in pezzi

E il letto spalancato

e la porta sprangata

E tutte le stelle di vetro

della bellezza e della gioia

risplendevano nella polvere

della camera spazzata male

Ed io ubriaco morto

ero un fuoco di gioia

e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia

Et le verres étaient vides

et la bouteille brisée

Et le lit était grand ouvert

et la porte fermée

Et toutes les étoiles de verre

du bonheur et de la beauté

resplendissaient dand la poussière

de la chambre mal balayée

Et j’étais ivre mort

et j’étais feu de joie

et toi ivre vivante

toute nue dans mes bras

 

[1]  Seneca, Lettere a Lucillo, I, UTET, Torino 1998, pag. 35

[2] Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, Dedalo edizioni, Bari  1998, pag. 39.  (Edizione originale 1932)

[3] Ivi, pag 118

[4] Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II, Adelphi, Milano 1974

la foto è tratta da birikina.it

L’enotecaro e il ladro gentiluomo.

Alexandre Marius Jacob ladro anarchico a cui si ispira la narrazione successiva di Arsenio Lupin (foto 1905)
Foto di Alexandre Marius Jacob ladro anarchico a cui si ispira la narrazione successiva di Arsenio Lupin (1905)


“Buongiorno” – disse il ladro gentiluomo entrando, per poi chiudere la porta con estremo garbo.

“Buon giorno a lei” – rispose l’enotecaro – “In che cosa posso esserle utile?”

“Guardi, dovrebbe cortesemente aprire la cassa e darmi tutti i soldi che ci sono dentro.”

“Mi scusi, ma non ho capito: c’è troppo chiasso!” – “Aspetti un attimo che vado ad abbassare il volume dello stereo.” “ Capisco che i Die Antwoord non siano un gruppo per tutte le orecchie”- borbottò tra sé e sé l’enotecaro. “Ecco, mi ripeta tutto che sono a sua completa disposizione.”

“Dunque, le avevo chiesto se sarebbe così gentile da aprire la cassa e darmi tutto il contenuto in denaro che ha realizzato oggi.” – ribatté con voce soave il ladro gentiluomo.

“Lo farei moto volentieri”- lo assecondò l’enotecaro – “ma non posso aprire la cassa sin tanto che lei non fa almeno un ordine, compreso nel furto s’intende, in modo tale che io possa batterlo e dunque aprire il cassetto.” “Aspetti un attimo”, fece piegandosi l’enotecaro “che le passo la lista dei vini: non è aggiornata, ma mi chieda pure che le darò tutte le informazioni necessarie”

Al ladro gentiluomo prese un brivido lunga la schiena, col timore che l’enotecaro estraesse una pistola. Ma, appena vide la carta e soltanto quella, tirò un sospiro di sollievo, si sedette comodamente, la prese in mano ed iniziò alacremente a consultarla. “Ha proprio delle belle referenze” – la buttò lì il ladro gentiluomo mente scorreva la lista con il dito indice. Dunque si soffermò su alcuni vini e poi domandò: “Guardi, non ne capisco molto, ma così, per venirmi incontro, anche sul prezzo, le ordinerei un Krug Champagne Grand Cuvée Brut!”

“Ehm, quello niente, purtroppo non ne ho più!”

“Allora, faccia, uhm…, un Bolgheri Sassicaia Tenuta San Guido del 2007”

Tossicchiando, l’enotecaro ribadì ancora una volta: “Niente, di quello niente. Sono dispiaciuto. Ma sono a secco”. “

Allora che ne so, mi dia quello di Maccario, che mi ricorda il nome di quel comico torinese che piaceva tanto a mio nonno.”

Con la voce ormai quasi rotta dal pianto l’enotecaro ammise che gliene era rimasta neppure una della Maccario perché da una parte c’erano i rappresentanti che non gli facevano visita da un bel pezzo e, dall’altra, alcuni produttori avevano tali liste d’attesa che manco pareva di dover prenotare l’ultimo iPhone.

Il ladro gentiluomo, in stato di visibile e compartecipata commozione, provò a gettarla lì ancora con Gaia: nada de nada. Allora si alzò sulle gambe tremanti e sempre più disorientato disse: “Non fa nulla, guardi! Lasci perdere, me ne vado. C’è un un’enoteca sul corso che vende vini dozzinali. Vado a fare una rapina da quella” E aggiunse: “La saluto comunque e la ringrazio per la sua splendida cortesia”.

“Non c’è di che”, rispose l’enotecaro mentre nella sua mente si addensavano pensieri torvi sulla rappresentanza e sulle liste di attesa.

Il vino atmosferico.

Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)
Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, quindi, nella limpidezza sfolgorante del giorno; altrimenti il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; poi la nebbia, “colma d’abisso che la circonda”; dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

Quando l’aria, a metà dell’Ottocento francese, incontra il suo ambiente (milieu), essa preannuncia la sua indole metaforica:

Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno,

respiro il profumo del tuo seno ardente,

vedo scorrere rive felici che abbagliano

i fuochi di un sole monotono;

una pigra isola in cui la natura

esprime alberi bizzarri e frutti saporosi,

uomini dal corpo snello e vigoroso

e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,

vedo un porto pieno d’alberi e di vele

ancora affaticati dall’onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi

che circola nell’aria e mi gonfia le narici,

si mescola nella mia anima al canto dei marinai.”

Charles Baudelaire, Profumo esotico, in I fiori del male 1857

Annusiamo l’atmosfera di qualcosa che ci circonda allo stesso modo in cui potremmo assimilarla: penetrante, in forma aerea, nel nostro intimo sensibile, ed “è ovvio che con un’accresciuta eccitabilità alle impressioni olfattive ciò deve condurre a una selezione e a una presa di distanza che costituisce in certa misura uno dei fondamenti sensibili della riserva sociologica dell’individuo moderno”. G. Simmel, Excursus sulla sociologia dei sensi, in Sociologia, Comunità. Milano, 1989 (1908)

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione” (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza, seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

L’esperienza dell’aura riposa quindi sul trasferimento di una forma di reazione normale nella società umana al rapporto dell’inanimato o della natura con l’uomo. Chi è guardato o si crede guardato alza gli occhi. Avvertire l’aura di una cosa significa dotarla della capacità di guardare. Ciò è confermato dai reperti della mémoire involontaire”. (Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, 1938, in Angelus Novus)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, al senso pesante, a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alla brezza, alla salsedine, in un tempo che siede sulla soglia dell’attimo.