Che cosa distingue un degustatore di vino da un degustatore di birra? Forse i preliminari, ma sicuramente le conclusioni

Pierre Le Roy de Boiseaumarié durante una degustazione Di Véronique PAGNIER – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10756601

Siamo abituati a pensare che scegliamo di bere prevalentemente questo o quello sulla base delle nostre propensioni individuali in materia di gusto o sul fondamento delle culture di provenienza, degli influssi astrali, delle condizioni climatiche, delle compagnie cantanti, del momento in cui accade (ad esempio durante una partita di pallone o alla festa da ballo delle debuttanti), delle condizioni sociali o semplicemente per non deludere ed eludere il potenziale partner. Tutte cose che contano indubbiamente, ma che non bastano a spiegare la reciprocità che un determinato liquido ha nei nostri confronti. Non perché esso sia portatore di un’intelligenza superiore (anche se in molti è evidente) o inferiore, non perché antropomorfizzato o perché parli e sussurri nelle orecchie dopo un’incredibile sbronza (cosa possibile naturalmente), ma per le sue capacità adattive e di riconoscimento. In qualche modo il liquido ci sceglie. Se poi si è scalato adeguatamente il tracciato della conoscenza e ci si può fregiare del titolo di benemerenza, senza alcuna decenza, da degustatore, allora la cosa è ancor più che evidente.

Jean-Luc Henning (Érotique du vin, éditeur ZULMA, 1999) già alla fine dello scorso secolo annota che il degustatore di vino sia uno strano animale, ovvero uno che prova piacere con i preliminari: “si limita ad avvicinarsi alle cose, a sfiorarle semplicemente, senza mai lasciare che il vino penetri in lui, rifiutando di continuare, accontentandosi delle premesse del piacere, di piccoli cenni di apprezzamento, di furtarelli amorosi. Come se sperasse in qualcosa di più, ma preferisse alla fine limitarsi alla sola speranza”. Dopo averlo guardato dall’alto e dal basso, in controluce e attraverso di essa, fatto roteare come dei dervisci rotanti che girano sulle spine dorsali, dopo averlo gargarizzato muovendo sapientemente l’apparato zigomatico, il degustatore “chiude gli occhi per imbeversi meglio nel liquido e per apprezzarne più a fondo la rotondità delle forme, la qualità e l’elasticità delle carni, e poi, pffffft!, risputa fuori immediatamente il prodotto delle sue meditazioni”. Quasi se il vino non gli interessasse più o gli interessasse in modo diverso.

Amore e Psiche è un gruppo scultoreo di Antonio Canova, realizzato tra il 1787 e il 1793, Opera propria, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23966171

Anche Søren Kierkegaard, circa due secoli fa, senza mai accennare né l vino né alla birra o ad altra bevanda del godimento, la racconta allo stesso modo allorché sostiene che “l’attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio, mentre la realizzazione dell’attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio”.

L’attesa, per il degustatore di vino, è già il raggiungimento del fine proposto. Ed è proprio in quell’attesa che il degustatore di vino indugia.

Il degustatore di birra, dal suo canto, osserva la limpidezza e il colore, la trama, l’abbondanza e la consistenza della schiuma, gli sconfinati territori olfattivi, si adopera nella complessa evoluzione gustativa, dalle percezioni tattili, persino trigeminali!, ma soltanto per arrivare a quelle post-gustative. Insomma il tutto si chiude, come la retorica amorosa ha raccontato in innumerevoli pubblicazioni e film d’autore, nella fumosa sigaretta del dopo.

Vi è dunque tra soggetto deglutente con cognizione e di causa e il liquido bevuto una stretta complicità d’intenti e di proposizioni vitali. Nulla esclude, d’altra parte, che si possa passare da un liquido ad un altro, con tempi e modalità diverse, a rappresentare condizioni e stati d’animo differenti, anche se, in ogni caso, prevale un indirizzo preferenziale d’intenti.

Mi parve di sentire, infatti, ad un festival dedicato alla birra acida, una Kriek carica di lamponi e ciliegie rivolgersi ad un tipo tutto in tiro, con completo in giacca e cravatta, e dirgli: “ma come ti vesti, brutto buzzurro!?!!!”

Sistemarsi nell’eternità

Mi sono imbattuto, per caso (caso che, detto fra noi, non esiste: forse il fato sì, ma il caso non penso proprio), in una pagina di un libro che non è conosciutissimo, ma neppure così ignoto: “Venerdì o il limbo del Pacifico”(Einaudi, Torino 1976; Vendredi ou les Limbes du Pacifique, éditions Gallimard) di Michel Tournier. Una rivisitazione, profonda, del “Robinson Crusoe” (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719. Tournier, al contrario, era un nostro contemporaneo e il suo romanzo del 15 marzo 1967. Ma non è questo il punto e neppure la premessa di quanto voglio qui riportare: “…le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore”. Era di questo, e in questo momento, ciò di cui volevo farvi partecipi.

«Quel che più è mutato nella mia vita è lo scorrere del tempo, la sua velocità ed anche il suo orientamento. Una volta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erano inclinati in qualche modo verso il giorno, l’ora, il minuto seguenti, e tutti insieme erano aspirati entro il disegno del momento al posto del quale la provvisoria inesistenza creava come un vacuum. Così, il tempo passava presto e utilmente, tanto più presto anzi in quanto era utilmente impiegato, e lasciava dietro di sé un mucchio di tracce e di detriti che costituivano la mia storia. Forse la cronaca in cui mi ero imbarcato avrebbe finito dopo millenni di peripezie col chiudersi e col tornare alla sua origine. Ma quella circolarità del tempo restava il segreto degli dei, e la mia breve vita era per me un segmento rettilineo i cui due capi puntavano assurdamente verso l’infinito, così come nulla, in un giardino di pochi metri quadrati, rivela la sfericità della terra […]. Per me, ormai, il ciclo si è ridotto al punto che si confonde con l’istante. Il moto circolare è divenuto così rapido che non si distingue più dall’immobilità. Si direbbe, così, che le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore. E non differenziandosi più come tappe successive di un piano in via di esecuzione, si somigliano al punto che nella memoria mi si sovrappongono esattamente e mi sembra di rivivere sempre la stessa giornata. Da quando l’esplosione ha distrutto l’albero-calendario, non ho più provato il bisogno di tenere il conto del mio tempo […], il tempo si è fermato nel momento in cui la clessidra volava in frantumi. Da allora non ci siamo forse, Venerdì ed io, sistemati nell’eternità?»

«Ce qui a le plus changé dans ma vie, c’est l’écoulement du temps, sa vitesse et même son orientation. Jadis chaque journée, chaque heure, chaque minute était inclinéeen quelque sorte vers la journée, l’heure ou la minute suivante, et toutes ensemble étaient aspirées par le dessein du moment dont l’inexistance provisoire créait comme un vactium. Ainsi le temps passait vite et utilement, d’autant plus vite qu’il était plus utilement employé, et il laissait derrière lui un amas de monuments et de détritus qui s’appelait mon histoire. Peut-être cette chronique dans laquelle j’étais embarqué aurait-elle fini après des millénaires de péripéties par `boucler’ et par revenir à son origine. Mais cette circularité du temps demeurait le secret des dieux et ma courte vie était pour moi un fragment rectiligne dont les deux bouts pointaient absurdement vers l’infíni, de méme que rien dans un jardin de quelques arpents ne révèle la sphéricité de la terre […]. Pour moi désormais, le cycle s’est rétréci au point qu’il se confond avec l’instant. Le mouvement circulaire est devenu si rapide qu’il ne se distingue plus de l’immobilité. On dirait, par suite, que mes journées se sont redressées. Elles ne basculent plus les unes sur les autres. Elles se tiennent debout, verticales, et s’affirment fièrement dans leur valeur intrensèque. Et comme elles ne sont plus différenciées par les étapes successives d’un plan en voie d’exécution, elles se ressemblent au point qu’elles se superposent exactement dans ma mémoire et qu’il me semble revívre sans cesse la méme journée. Depuis que l’explosion a détruit le mât-calendrier, je n’ai pas éprouvé le besoin de tenir le compte de mon temps […], le temps s’est figé au moment où la clepsydre volait cn éclats. Dès lors n’est-ce pas dans l’éternité que nous sommes installés, Vendredi et moi?»

Schizzo socio-psicologico sulle posizioni per bere del vino o dei distillati

Di Westindischer Maler um 1530 – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160199

Bere in piedi è il miglior modo per degustare un distillato: la verticalità della posizione sostiene la perpendicolarità acuminata del liquido, consentendo un movimento di allontanamento/avvicinamento dell’avambraccio consono alla penetrabilità dell’alcol nelle narici.

Bere seduto sulla sedia (isolata): non è l’ubicazione migliore per bere grandi vini e dei vini in generale. Non potendo far ciondolare le braccia come uno scimpanzé qualsiasi, la seduta richiede una sorta di rannicchiamento raggrinzato e il posizionamento del bicchiere sul grembo. In queste occasioni converrebbe sorseggiare un rosolio contenuto in un bicchierino adornato da meravigliosi ghirigori o, al massimo, un filu ‘e ferru autoprodotto dallo zio sardo (nel caso in cui non ci sia, si po’ fare riferimento ad un amico di un amico) debitamente versato in un bicchierino similare, meglio se trasparente. 

Bere seduto sulla sedia intorno ad un tavolo: la posizione per eccellenza della bevuta con il desinare permette agevolmente di poter posare il bicchiere e di alternarlo con la forchetta e il coltello, qualità che non sono credibili in un party in piedi se non con notevoli complicanze.

Bere seduto sul divano: è la bevuta dalle grandi vedute, quella rilassata, contegnosa, signorile, agevolata e riposante. Non è detto che debba essere necessariamente impegnativa. Il tutto dipende, in ogni caso, dalla comodità del divano, che non deve essere troppo insaccato, dai vicini di seduta e dalla distanza di salvaguardia tra i corpi sorseggianti.

Bere seduto sulla poltrona: è la bevuta alternativa al divano. Una valvola di salvaguardia nel caso in cui il divano sia ingombro e affastellato di corpi beventi e vocianti.

Bere sdraiato: supino è sostanzialmente impossibile, a meno che non si tenti un suicidio di gran classe; a pancia di sotto è fattibile solo con la cannuccia, per cui non conviene impegnarsi troppo per vini di alta qualità; di fianco ricorda un po’ il triclinio romano, ma con il rischio di perdere una bavetta poco dignitosa da un lato della bocca.

Bere in ginocchio: (mentre si raccoglie una tartina caduta per terra): è il modo migliore per non far vedere che si mangiano cose potenzialmente calpestabili. Rimane il fatto che la genuflessione deve avere un tempo consono ad una dignitosa sollevazione. A meno che non si stia celebrando messa.

Bere camminando ad una fiera vinicola: mantiene un nonsoché di sublime avvicinandosi alla pratica peripatetica in filosofia. Da questa si discosta per gli ambienti sovraffollati, perché richiede notevoli abilità di zigzagamento e una capacità non usuale di “stop and go”. 

Bere sul cesso: se “Il cesso rimane comunque un luogo previlegiato di lettura[1]”, non è detto che valga la stessa cosa per bere del vino o un distillato. Tra i due è comunque meglio un distillato: è più pungente e ottenebrante.


[1] Tra la pancia che si libera e il testo si instaura una relazione profonda, qualcosa come un’intensa disponibilità, una ricettività amplificata, una felicità di lettura: un incontro del viscerale e del sensibile che nessuno, mi pare, ha reso meglio di Joyce: «Ben sistemato sulla seggetta, aprì il giornale e lo sfogliò tenendolo sulle ginocchia nude. Novità e cose risapute. Nulla preme. Tratteniamo un po’. Ecco la novella premiata. Il colpo da maestro di Mr. Matchman. Di Philip Beaufroy, Club degli spettatori, Londra. L’autore ha ricevuto il premio di una ghinea per colonna. Tre e mezza. Tre sterline e tre scellini. Tre sterline tredici scellini e sei pence. Tranquillamente si mise a leggere, trattenendosi, la prima colonna; poi, cedendo e resistendo, iniziò la seconda. A metà colonna, cessando ogni ritenzione, lasciò che gli intestini si liberassero a loro agio, mentre leggeva, leggeva senza sosta. Quella leggera stitichezza di ieri è ormai passata. Ma non troppo grosso spero, sennò le emorroidi si infiammano di nuovo. Ecco, così va bene. Sei stitico, una pastiglia di cascara sagrada. Anche la vita potrebbe essere così». “Ulisse” di James Joyce, capitolo II, tratto da Georges Perec, Pensare / Classificare, Rizzoli, Milano 1989


Elogio del mio invecchiamento

Di Mikhail Martyukov – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76942396

Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2029 e il 2035.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E contro i consigli.

Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Raymond Queneau

 

Ho preso questo racconto breve di Raymond Queneau e l’ho rimodellato a mio piacimento  Questo testo venne presentato all’83a riunione di lavoro dell’Opificio di letteratura potenziale (Oulipo) e si ispira alle istruzioni destinate agli ordinatori oppure all’insegnamento programmato. Il racconto originale si trova in «Les Lettres Nouvelles», luglio-settembre 1967, oppure in Raymond Queneau, Segni, cifre, lettere e altri saggi, Einaudi, Torino 1981

  1. Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Se sì, passate al n. 4.

Se no, passate al n. 2.

  1. Preferite quella dei tre grignolino smilzi?

Se sì, passate al n. 16.

Se no, passate al n. 3.

  1. Preferite quella dei tre piccoli pignoletto?

Se sì, passate al n. 17.

Se no, passate al n. 21.

  1. C’erano una volta tre dolcetto vestiti di rosso rubino che dormivano educatamente nella loro bottiglia. Il loro viso rotondo e tannico  respirava dai buchi del sughero e si sentiva il loro russare dolce e armonioso.

Se preferite un’altra descrizione, passate al n. 9.

Se vi va bene questa, passate al n. 3.

  1. Non sognavano. In realtà queste creature non sognano mai.

Se preferite che sognino, passate al n. 6.

Se no, passate al n. 7.

  1. Sognavano. In realtà queste creature sognano sempre e le loro notti sprigionano sogni affascinanti.

Se desiderate conoscere questi sogni, passate al n. 11.

Se non ci tenete, passate al n. 7.

  1. I loro piedini affondavano in caldi monosaccaridi esosi e portavano a letto guanti di fenoli rossi.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 8.

Se vi va bene questo colore, passate al n. 10.

  1. Portavano a letto guanti di antociani ossidati di colore rosso aranciato.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 7.

Se questo colore vi va bene, passate al n. 10.

  1. C’erano una volta tre dolcetto che giravano il mondo rotolando sulle strade maestre. Venuta la sera, stanchi morti, si addormentarono molto rapidamente.

Se volete conoscere la continuazione, passate al n. 3.

Se no, passate al n. 21.

  1. Facevano e tutti e tre lo stesso sogno; infatti si amavano teneramente e, da buoni e baldi trimelli, sognavano sempre allo stesso modo.

Se volete conoscere il loro sogno, passate al n. 11.

Se no, passate al n. 12.

  1. Sognavano di andare a prendere i solfiti alla cantina sociale e di scoprire, aprendo i sacchetti, che si trattava di solforosa caducata. Inorriditi si svegliano.

Se volete sapere perché si svegliano inorriditi, consultate la Treccani alla parola «caduco» e non parliamone più.

Se giudicate inutile approfondire la questione, passate al n. 12.

  1. Poffarbacco! esclamano aprendo gli occhi. Poffarbacco! che sogno abbiamo partorito ! Brutto presagio, dice il primo. Certo, dice il secondo, è proprio vero, eccomi triste. Non turbatevi cosi, dice il terzo che era il più furbo, non bisogna preoccuparsi, ma capire, insomma, ve lo ana-lizzerò.

Se volete conoscere subito l’interpretazione di questo sogno, passate al n. 15.

Se invece desiderate conoscere le reazioni degli altri due, passate al n. 13.

  1. Ce le spari grosse, dice il primo. Da quando in qua analizzi i sogni? Già, da quando? incalza il secondo.

Se volete sapere anche da quando, passate al n. 14.

Se no, passate ugualmente al n. 14, perché non lo saprete comunque.

  1. Da quando? esclamò il terzo. E che ne so! Sta di fatto che ho esperienza in materia. State a vedere.

Se volete vedere anche voi, passate al n. 15.

Se no, passate ugualmente al n. 15, tanto non vedrete niente lo stesso.

  1. Ebbene, vediamo! dissero i suoi fratelli. La vostra ironia non mi piace, replicò l’altro, e non saprete niente. D’altronde, durante questa conversazione piuttosto animata, il vostro senso d’orrore non si è attenuato? o non è addirittura svanito? A che pro allora smuovere il pantano del vostro inconscio di liquidi odorosi? Andiamo piuttosto a rinfrescarci alla fontana e a salutare questo gaio mattino nell’igiene e nella santa euforia! Detto fatto: eccoli che scivolano fuori dalla bottiglia, si lasciano dolcemente scivolare per terra sino al teatro delle loro abluzioni.

Se volete sapere che cosa succede nel teatro delle loro abluzioni, passate al n. 16.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Tre grignolino smilzi li stavano a guardare.

Se i tre grignolino non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Tre piccoli pignoletto li stavano a guardare.

Se i tre piccoli pignoletto non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Vedendosi cosi adocchiati, i tre arzilli dolcetto che erano molto pudichi se la svignarono.

Se volete sapere che cosa fecero dopo, passate al n.19.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Scivolarono molto veloci per raggiungere le loro bottiglie e, tappandosele alle spalle, vi si addormentarono di nuovo.

Se volete sapere il seguito, passate al n. 20.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Non c’è seguito, il racconto è finito.
  1. Anche in questo caso, il racconto è finito.

La foto è tratta da frenchpeterpan.com (1962)

Arthur Rimbaud, il vino

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“Un tempo, se ricordo bene,

la mia vita era un banchetto in cui tutti i cuori s’aprivano,

in cui tutti i vini scorrevano”.

Arthur Rimbaud, Una stagione allinferno (Une saison en enfer)

Al cinema: Jeune et jolie, Giovane e bella in italiano. La narrazione lineare del film, a un cero punto, viene sospesa e irrompe, con il volto di alcuni personaggi che si rivolgono direttamente al pubblico come in una pièce teatrale, la poesia di Rimbaud: Roman (Romanzo). Un tempo sospeso di forte emotività che si accentua durante la recitazione e che si conclude, con le lacrime agli occhi della protagonista, Marine Vacth, nell’ultima strofa.

La poesia, per intero:

                                             I

 

   Non si può essere seri a diciassette anni.

   – Una sera al diavolo birra e limonate

   E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!

   – Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

 

   Come profumano i tigli nelle serate di giugno!

   L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;

   Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, –

   E profuma di vigna e di birra…

 

                                             II

 

   – Ed ecco che si scorge un piccolo brandello

   D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,

   Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde

   Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…

 

   Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare.

   La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

   Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio

   Che palpita come una bestiolina…

 

                                         III

 

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,

– Quando, nel chiarore di un pallido fanale,

Passa una signorina dall’aria incantevole,

All’ombra del terrificante colletto paterno…

 

E siccome ti trova immensamente ingenuo

Trotterellando nei suoi stivaletti,

Si volta, lesta, con movimento vivace…

– E sulle tue labbra muoiono le cavatine

 

                                         IV

 

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.

Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.

Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.

– Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…!

 

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,

Ordini birra o limonata…

– Non si può essere seri a diciassette anni

Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

I

On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans.
– Un beau soir, foin des bocks et de la limonade,
Des cafés tapageurs aux lustres éclatants !
– On va sous les tilleuls verts de la promenade.

Les tilleuls sentent bon dans les bons soirs de juin !
L’air est parfois si doux, qu’on ferme la paupière ;
Le vent chargé de bruits – la ville n’est pas loin –
A des parfums de vigne et des parfums de bière….

II

– Voilà qu’on aperçoit un tout petit chiffon
D’azur sombre, encadré d’une petite branche,
Piqué d’une mauvaise étoile, qui se fond
Avec de doux frissons, petite et toute blanche…

Nuit de juin ! Dix-sept ans ! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague ; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête….

III

Le coeur fou Robinsonne à travers les romans,
Lorsque, dans la clarté d’un pâle réverbère,
Passe une demoiselle aux petits airs charmants,
Sous l’ombre du faux col effrayant de son père…

Et, comme elle vous trouve immensément naïf,
Tout en faisant trotter ses petites bottines,
Elle se tourne, alerte et d’un mouvement vif….
– Sur vos lèvres alors meurent les cavatines…

IV

Vous êtes amoureux. Loué jusqu’au mois d’août.
Vous êtes amoureux. – Vos sonnets La font rire.
Tous vos amis s’en vont, vous êtes mauvais goût.
– Puis l’adorée, un soir, a daigné vous écrire…!

– Ce soir-là,… – vous rentrez aux cafés éclatants,
Vous demandez des bocks ou de la limonade..
– On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans
Et qu’on a des tilleuls verts sur la promenade.

29 sept. 70    Arthur Rimbaud

Il vino, la vigna tornano in alcune poesie di Rimbaud sotto forma di metafora sinestetica, che consiste nell’associare in un’unica immagine due parole o due segmenti discorsivi riferiti a sfere sensoriali diverse: la città non lontana che profuma di vigna e di birra; o ancora la linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

Un mese più avanti, nell’ottobre del 1870, Le buffet (La credenza):

È un’ampia credenza scolpita; la quercia scura,

Molto antica, ha preso l’aspetto bonario dei vecchi;

La credenza è aperta, e versa nella sua ombra

Come un fiotto di vecchio vino, profumi allettanti; …

E poi, ancora, in Vagabonds (Vagabondi – 1872), poema in cui viene rievocata la relazione con Paul Verlaine, sugli antichi ed erranti viaggiatori, ebbri soltanto della propria ascesi (il vino delle caverne):

Avevo infatti, con assoluta sincerità di spirito, assunto l’impegno di restituirlo alla sua condizione primitiva di figlio del Sole – ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, io ansioso di trovare il luogo e la formula.

Sono i vini azzurri lavati dall’acqua verde che penetra nello scafo, il bateau ebbro che «acquista libertà dagli uomini e che tenta l’esperienza di un regno in cui libertà è purificazione, veggenza, morte[1]


[1] Furio Jesi, Lettura del “Bateau ivre” di Rimbaud, Quodlibet, Macerata 1996, pag. 18

Romanée-Conti 1935. Nell’intimità del vino riemerge il volto di una donna


Una tazza in ceramica stile Raku (楽焼, Rakuyaki), risalente al XVIII secolo; da notare sul davanti lo Shōmen (正麵), il punto grafico o segno della parte esterna della chawan che fa da riferimento per orientarla.
Di Anonimo – Freer Gallery of Art, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4128809

A Tokyo, una domenica pomeriggio, due uomini assorti nella degustazione cerimoniosa di un rarissimo Romanée-Conti del 1935 rincorrono sino al fondo della bottiglia il lungo testo disordinato dei loro ricordi. Uno di essi è scrittore. Di questo cerimoniale a due spuntano, inattesi, i ricordi di ciascuno: per lo scrittore la reminiscenza di un viaggio a Parigi, gli occhi ed il profilo di una donna scomparsa che rinasce nella feccia del vecchio vino. Si immerge con delizia nell’intimità di un grande vino, ricco del sapore di un amore addormentato, di una donna dai contorni sbiaditi e dal profumo svanito: “Perciò violentato, spossessato, devastato, indebolito che fosse questo vino, riusciva ancora a suscitare l’immagine di una donna. Da tutti questi anni e fino all’incontro con questa bottiglia, gli era capitato di ricordarsi di Gunvor, ma era solamente un ammasso di frammenti, il chiarore dello scheletro danzante nelle tenebre, lo schizzo di un succo l’arancia, i capelli che mascherano gli occhi ed il naso in un viso che ride. Mai avrebbe immaginato che sarebbe potuta spuntare tutta intera dal fondo della bottiglia”.

E’ il piccolo capolavoro di Kaikō Takeshi, ‘Romanée-Conti 1935’[1], un libro del 1972, editato in Francia per Philippe Picquier e mai tradotto in italiano. E’ il vino che guarda ad oriente: lento, ritualizzato, sincopato quasi spostasse l’accento ritmico sul tempo forte, per poi mozzarci il fiato nella battuta successiva. Il tempo segna i passaggi e le immagini scandiscono, come piccole miniature fotografiche, la cerimonia del vino, che poco alla volta si dota di forme antropiche e di ricordi perduti:

“Un’estrema tensione apparve sul viso del cameriere. La mano afferrò la bottiglia con fermezza ma mantenendo uno spazio dello spessore di un foglio di carta dal cestello. Il collo si infilò vicino al bicchiere con la prudenza di un gatto. La bottiglia non doveva essere agitata, il vino intorbidato, la feccia sollevata e, durante tutto il tempo in cui il vino veniva versato, lo scrittore trattenne il respiro. Il cameriere riempì i due bicchieri con dolcezza, lentezza, in più volte, e nell’istante che ebbe terminato, lo si sentì emettere un piccolo sospiro. Aveva finito. La prima parte della cerimonia si era svolta senza ingombri, l’ultima goccia era rientrata nella bottiglia senza cadere, la fecce  non si erano neppure rimescolate. Oltre i due bicchieri pieni di storia, i due uomini scambiarono un sguardo perduto prima di sorridersi. […] Ancora una volta un frutto aveva compiuto la sua metamorfosi”.

Il vino dell’estremo levante si manifesta lontano dalla socialità mondana tipica delle comunità occidentali e assume, al contrario, una fisionomia individuale, solitaria e fortemente spiritualizzata sulla scia dell’impronta di altri cerimoniali, come quello del tè, che si svolgono nell’assoluto silenzio dell’officiante e degli ospiti.

Come nella cerimonia del tè, il vino di Takeshi richiede “un’affinità particolare con l’acqua e il calore, una tradizione di ricordi da evocare, un modo tutto personale di offrire una storia”. (Okakura)


[1] Kaikō Takeshi, Romanée-Conti 1935, Picquier, Arles 1993

Fiesta!

giostra-radio-birikina-7Se il tempo è inafferrabile fluttuazione cosciente, è soltanto nell’istante, nel punctum temporis, come scrive Seneca, nella sua insondabile e inavvertibile presenza che si determinano i momenti del vivere e le vite di ognuno di noi. Soltanto in apparenza esso è staticità sospesa: l’istante è un tempo in fuga.

“Orsù, dimmi, conosci tu qualcuno che non disprezzi del tutto il tempo, che riconosca il valore di una giornata, che si renda ben conto che non passa giorno senza che egli muoia un poco? Infatti ci sbagliamo scorgendo la morte dinanzi a noi: essa, in gran parte, ci è già dietro alle spalle. Tutti gli anni passati sono nel dominio della morte. Dunque, o mio Lucilio, così come tu dici, non lasciarti sfuggire un’ora sola. Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. Si rimanda al domani quello che si dovrebbe fare oggi, ed intanto la vita se ne va. Niente, o Lucilio, all’infuori del tempo ci appartiene: la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene, fuggevole e malsicuro, di cui chiunque può, se vuole, privarci. Ed ora considera quanto siano stolti gli uomini: essi lasciano che siano loro messe in conto cose di nessuna importanza e di nessun valore, facilmente recuperabili, che hanno ottenuto; ma non c’è nessuno che si ritenga in qualche modo debitore, pur avendo ricevuto il dono del tempo, l’unica cosa che neppure chi è esposto alla riconoscenza può restituire”.(1)

“E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.”

(Rainer Maria Rilke, Quinta elegia, in Elegie duinesi, 1922)

Solo in apparenza vi è una similitudine tra il punctum di Seneca e il diem di Orazio, in cui l’istante (occasionem de die) prende le sembianze di un intenso e prolungato piacere espunto dalla linearità del fluire.

Quel tempo che assume la radicalità dell’istante, immedesimandosi totalmente con esso, quando Bachelard, alla metà degli anni trenta del secolo scorso, lo descrive come lo ‘zampillare’ della nostra coscienza, in profonda e animata rottura con il proprio passato e di fronte ad un futuro che non è: “Il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla.”(2) Debitore di Jung, Bachelard rompe con l’idea bergsoniana del tempo interiore, sostituendo ad essa l’istante come forma di verticalizzazione dello psichismo dove i sogni, fantasie, pensieri si modellano come un’opera in cui durata, continuità e progresso non sono altro che raggruppamenti di momenti già dati. Questa attività immaginale fluttua, sprofonda e risale costruendo degli ‘istanti stabilizzati’ percepiti soltanto dal poeta “in equilibrio sulla mezzanotte senza nulla attendere dal soffio delle ore, il poeta prova l’ambivalenza astratta dell’essere e del non essere. Nelle tenebre vede meglio la propria luce”.(3)
In Bachelard si ritrova anche Nietzsche, poeta verticale, poeta delle vette, poeta ascensionale: le immagini dilanianti sono quelle che ci pongono in alto e in basso. Per Friedrich Nietzsche il passaggio sulla soglia dell’attimo presuppone l’oblio, dove il fluire del passato si interrompe drasticamente verso l’avvenire. Ed è in questo punto sospeso di fronte ad un precipizio che si dispone la felicità: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire: un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire: infine, come vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare un dito. Ad ogni azione occorre l’oblio: come alla vita di tutto ciò che è organico occorre non solo la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare”.(4)

Jacques Prévert – Fiesta

E i bicchieri erano vuoti

e la bottiglia in pezzi

E il letto spalancato

e la porta sprangata

E tutte le stelle di vetro

della bellezza e della gioia

risplendevano nella polvere

della camera spazzata male

Ed io ubriaco morto

ero un fuoco di gioia

e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia

Et le verres étaient vides

et la bouteille brisée

Et le lit était grand ouvert

et la porte fermée

Et toutes les étoiles de verre

du bonheur et de la beauté

resplendissaient dand la poussière

de la chambre mal balayée

Et j’étais ivre mort

et j’étais feu de joie

et toi ivre vivante

toute nue dans mes bras

[1]  Seneca, Lettere a Lucillo, I, UTET, Torino 1998, pag. 35

[2] Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, Dedalo edizioni, Bari  1998, pag. 39.  (Edizione originale 1932)

[3] Ivi, pag 118

[4] Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II, Adelphi, Milano 1974

la foto è tratta da birikina.it

Il vino atmosferico

Una mia foto dei racconti di terra mare

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, a seguire, nella limpidezza sfolgorante del giorno; diversamente il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; e altrimenti la nebbia, che “colma d’abisso che la circonda”. Dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione”. (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, all’animo pesante oppure a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alle risa, alla brezza, alla salsedine, in un attimo che si adagia sulla soglia del tempo.

Il vino con il cibo. Abbozzi rinascimentali.

Di Jan Davidsz. de Heem – https://wallacelive.wallacecollection.org:443/eMP/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=65109&viewType=detailView}, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=152673

Alla fine del 1300, in Francia, videro la luce i primi due trattati moderni di gastronomia: il Viandier di Guillaume Tirel chiamato anche ‘’Taillevent’ e, in forma anonima, Le Mènagier de Paris. Il primo fu cuoco di corte dal 1373 al 1387 e scrisse un vero e proprio manuale per arrostire carni e pesci, e per proporre nuove minestre, intingoli e salse di ogni sorta. Il secondo, rimasto inedito sino al 1800, fu un trattatello morale redatto da un pater familias, in cui comparvero per la prima volta termini dell’arte culinaria nonché ricette per cuocere minestre di grasso e di magro, pesci, uova, fritture e salse. Con la comparsa del Vivandier incominciò ad affermarsi il tempo dei tecnici. La cucina diventerà, di lì in avanti, esercizio e cultura specializzata ad opera di maestri che lasceranno tracce nei ricettari, nell’organizzazione dei banchetti, nella preparazione delle portate, nei ruoli e nelle funzioni di maestranze che si adoperarono dentro e fuori la cucina. Cuochi, scalchi, trincianti, bottiglieri e coppieri divennero gli attendenti della preparazione di pranzi la cui cerimoniosità andava di pari passo con l’elaborazione delle vivande preparate. In Italia il percorso di tecnicizzazione dei saperi culinari prenderà il via con il trattato sui latticini, la Summa lacticinorum di Pantaleone da Confienza, pubblicato a Torino nel 1477[1].

In questo susseguirsi prima abbozzato e poi sempre più vorticoso di edizioni di ricettari e compendi di cucina che godevano di numerose ristampe per i secoli a venire, s’intravvedono i primi, schivi, accostamenti tra cibo e vino. La trattatistica sui vini, estremamente ampia per l’epoca, tendeva a separare il vino e le sue qualità terapeutiche o farmacologiche dal resto degli altri alimenti. Ricordo qui brevemente che, secondo la medicina Ippocratico – Galenica il vino, al pari di altri alimenti, veniva studiato come principio di riequilibrio delle complessioni corporee in una visione cosmologica in cui gli elementi costitutivi dell’ordine terraqueo, ovvero acqua, aria, terra e fuoco, erano creativi anche degli esseri umani, a loro volta figuranti di una cosmologia interiore (dottrina ripresa dall’antroposofia steineriana). Se la trattatistica medica tendeva a separare il vino in funzione delle sue capacità curative e ad ancorare il suo potere alla somministrazione di una bevanda cara agli dei, la cucina lo riduceva a veicolo essenziale delle cotture di vivande di varia sorta o come mezzo di arricchimento per la frutta fresca e per la preparazione dei dolci. Una prima timida attenzione veniva invece posta a quella che oggi è considerata una vera e propria arte, con un proprio statuto, delle proprie regole, a volte mitigate da altre regole, quando non  ancora da pratiche, dei tecnici (prevalentemente sommelier, ma non solo): l’arte dell’abbinamento cibo-vino. Voglio qui riportare una piccola parte, dedicata al ruolo del bottigliere, di quella meravigliosa opera di cucina che va sotto il nome de “La singolar dottrina” di Domenico Romoli detto il Panunto: «Non vorrei io ricever biasmo in voler dimostrarvi quanto il bottigliere vi habbia a servire, dipendendo il suo officio dal coppiere, per dir cose così sapute da ogniuno, pur vo’ dirvi che, quando per ordine vostro sarà servito alcun convito ad istanza del vostro Signore, all’hora gli comandarete & ordinerete le quantità de i vini, & le sorti di essi, rossi, bianchi, dolci & bruschi[2], facendoli sapere qual prima, & poi egli habbia a servire. Il primo essendovi meloni o insalata sarà un Greco o Salerno bianco; l’invernata, Malvagia, Toscanello, o Vernaccia; in su gli antipasti & allessi[3], vini bianchi & piccolini; in su gli arrosti, vino rossi & mordenti; ne’ frutti Ippocrasso[4], Magnaguerra[5] o Salerno rosso, & dolce. Di tutto questo vi havrà a servire il bottigliere… Così come a un coppiero, e bottigliere, è necessario di haver gusto, sapore & odore, & che essi sien bevitori & non bomboni[6], voi saprete in ciò usar sopra tutto buona diligenza, acciò che possiate conoscer tutti i difetti che potesse haver quel vino che più piacerà al vostro padrone…[7]»

Accenni, appunto, che sono indizi di una profonda conoscenza di entrambe le materie: quella del cibo e quella del vino. Ma non solo! Entrò, di prepotenza, un terzo soggetto: il clima (temperatura) stagionale, secondo cui uno stesso cibo servito in estate o in inverno andrà associato a vini di differente struttura. E, infine, un semplice precetto di buon senso: il vino non può sovrastare il cibo che scorta (vini bianchi e piccolini, ovvero di non grande struttura sugli antipasti e sui lessi; vini rossi e mordenti sugli arrosti). A fine pasto, vini dolci o speziati con dolci e frutta.

Ma assieme al Romoli, il capolavoro indiscusso dell’enologia in epoca Rinascimentale fu “Della qualità dei vini[8]” giudicati dal bottigliere Sante Lancerio e sicuramente anche dal Papa Paolo III in persona: non si tratta solo di descrizioni vivissime dei vini, attraverso il loro aspetto, la gradazione alcolica, la durata, l’attitudine al trasporto, ma anche dell’abbinamento possibile con cibi, con le stagioni, con le ore della giornata e con le propensioni fisiche e morali (di ceto e di classe) dei bevitori: «Vino di Monterano. Si porta a Roma per terra da un castello così chiamato, distante una grande e grossa giornata. Questo vino è tanto buono che a volere narrare la sua bontà et scrivere assai, sarei troppo lungo et non potrei tanto scriverne et laudarlo, quanto più merita essere laudato. In questo vino sono tutte le proprietà che possa e debba avere un vino, in esso è colore, odore et sapore, l’odore di viola mammola, quando comincia la sua stagione, il colore è di finissimo rubino, ed è saporito che lascia la bocca, come se uno avesse bevuto o mangiato la più moscata cosa che si possa. Esso ha una venetta di dolce, con un mordente tanto soave che fa lagrimare d’allegrezza, bevendolo. Esso è digestivo, esso aperitivo, esso nutritivo et cordiale, sicché, secondo me, un Signore non può bere migliore bevanda di questo vino. Di tale vino se ne può bere assai a tutto pasto, che mai non fa male, anzi, ancorché sia rosso, purga il ventre, sicché bevutolo è digestivo. Di tale vino S.S. beveva volentieri et assai, et cominciava alli primi vini novi. Et il principio era a S. Martino che prima non havria provato vino novo, non che bevutone, et continuava a bere a tutto il Maggio delli dolci, et anco, se si salvavano, ne beveva a tutto Luglio. Et gli asciutti beveva nella stagione rimanente. Di tali vini molti Prelati voriiano bere, ma per essere il luogo picciolo, vi si fa poco vino, onde bisogna che habbino pazienza.»

E per finire, proprio come oggi, il giudizio soggettivo radicale, quello che ci fa dire che il giudizio di gusto «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema[9].» Portatore di questa radicalità del soggetto fu Messisburgo, che così scrisse: «E manco mi sono applicato in narrare in sorti di vini, perché ad ognun se ne dava di quello che addimandava, lo volesse bianco o nero, o dolce o brusco o razzente, o grande o piccolo, o con acqua o senza, secondo gli appetiti di ciascuno[10]

[1] Cfr. Luigi Firpo (a cura di), Gastronomia del Rinascimento, UTET, Torino 1974, in particolare pagine 15 e 16.

[2] Brusco. Agg. Di sapore che tira all’aspro non dispiacevole al gusto Latino: austerus Ma il vin brusco il quale acerbo è detto è più duro ec., e più tardi si digerisce Palladio

  1. Accademia della Crusca, Dizionario della Lingua Italiana, Volume I Padova Nella Tipografia Della Minerva, Firenze MDCCCXXVII

[3] A lesso, cioè mediante lessatura

[4] «Per fare della polvere di ippocrasso, prendete un quarteron di cannella assai fine, saggiata con i denti, e un mezzo quarto di fiore di cannella fine, un’oncia di zenzero della Mecca pulito e bianchissimo, e un’oncia di pepe di Guinea, un sesto d’oncia di un composto di noce moscata e garingal, e sbattere il tutto. Quando siete pronti a cominciare la preparazione dell’ippocrasso, prendete una mezza oncia abbondante di questa polvere e mescolatela con due quarti di zucchero e una quarte di vino, secondo la misura in vigore a Parigi. Si noti che questa polvere mescolata allo zucchero fa la poudre de duc

Tratto da Le Ménagier De Paris: Traité De Morale Et D’économie Domestique Composé Vers 1393, Volume 2

http://www.archive.org/stream/lemnagierdepari00renagoog#page/n7/mode/1up La citazione si trova in Jean Verdon, Bere nel Medioevo. Bisogno, piacere o cura, Edizioni Dedalo, Bari 2005, pag. 162

[5] «Viene dal regno di Napoli ed è rosso; ne vengono da Castellamare e da Anglia (Angri). È dolce assai e molto carico di colore, rispetto alla vendemmia tarda che si usa in cotali luoghi, dove non si può vendemmiare per insino a S. Francesco. Tale vino è possente et è matroso et opilativo assai. Sono vini da hosti et da imbriaconi. Alcuni vini non sono di quella grandezza et colore, et Cortigiani et Prelati ne potriano bere, ma sono in generale per incitare la lussuria. S.S. non beveva mai et diceva essere opilativo et generante flemma et motivo di catarro, sicché è mala bevanda.»  dalla descrizione di Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese (1534-1559)

[6] Beoni. Il termine deriva da ‘bumba’, parola popolare infantile che indica il latte che i poppanti succhiano avidamente.

[7] Del bottigliere, cap. V, pag. 7,8 de La singolare dottrina di M. Domenico Romoli, sopranominato, Panunto dell’ufficio dello scalco, de i condimenti di tutte le vivande, le stagioni che si convengono a tutti gli animali … con la dichiaratione della qualità delle carni di tutti gli animali, & pesci, & di tutte le vivande circa la sanità ; nel fine un breve trattato del reggimento della sanità. Venezia 1560

[8] LANCERIO Sante (Sec. XVI), I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio.

[9] Cfr. Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 124-25, 162, 262

[10] Testo tratto da Emilio Faccioli, La cucina, in Storia d’Italia, volume 16. I documenti. Gente d’Italia: costumi e vita quotidiana, Il Sole 24 Ore, Einaudi, 2005 (prima edizione 1973 Torino), Milano 2005, pag. 1010

Cristoforo Messisbugo (fine 1400–1548), ferrarese, amministratore e scalco (quegli che ordina il convito e mette in tavola le vivande; e anche quegli che le trincia) presso la corte Estense. Il suo libro, stampato per la prima volta a Ferrara nel 1549, s’intitola Libro novo nel qual s’insegna a far d’ogni sorte di vivande secondo la diversità dei tempi così di carne come di pesce. Et il modo d’ordinar banchetti, apparecchiar tavole, fornir palazzi, & ornar camere per ogni gran Prencipe. Opera assai bella, e molto bisognevole à Maestri di Casa, à Scalchi, à Credenzieri, & à Cuochi. qual s’insegna a far d’ogni sorte di vivande.