Il vino atmosferico

Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)
Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, in seguito, nella limpidezza sfolgorante del giorno; altrimenti il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; la nebbia, che “colma d’abisso che la circonda” e dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione” (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza, seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, al senso pesante, a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alla brezza, alla salsedine, in un tempo che siede sulla soglia dell’attimo.

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Vini bruschi, aspri ed anche un po’ stitici, che fanno danzare le capre.

Sarebbe ora di reintrodurre un termine medievale, di dubbia derivazione etimologica latina, l’aggettivo “pontico” (ponticus), che veniva adoperato per descrivere gli alimenti dal sapore brusco e aspro. Pier de’ Crescenzi utilizzò l’aggettivo pontico, nella sua opera “Opus ruralium commodorum libri XII”, a proposito delle diversità del sapore del vini: “La diversità del vino è per lo sapore, imperocchè altro è dolce, altro pontico, cioè brusco.” (Cr. 4. 48. 11.) In un altro passaggio De’ Crescenzi associa al termine pontico quello di terrestre: “Il pontico, e terrestre, ha aspro sapore.” Poi ancora: “L’afre (cotogne) ovvero pontiche, e stitiche, sono più fredde, e più dure a smaltire.” (E Cr. 5. 7. 7.)

In altre varianti terminologiche, ad esempio di uso medico, la parola pontico si associava alla stipsi, ovvero alla stitichezza. Così la Scuola medica Salernitana sostenne che il vino pontico “bene conforta lo stomaco, ma lo ventre costipa”. Lo stesso asserì un Herbolario volgare del 1522 quando affermò che “li pomi cotogni sono pontici, ovvero stitici”. E, dunque, il medico bolognese Baldassarre Pisanelli, nel suo “Trattato de’ cibi, et del bere” del 1611, citò il pontico a proposito delle prugne “verdi, dure, acerbe e pontiche”. Per concludere la carrellata anche il Gemelli, nel 1693, accomunò l’aggettivo pontico ad un vino spiacente. Insomma un gusto tra l’aspro, l’amaro e il pungente. Tutt’altro che gradevole.

In Francia, quasi nello stesso periodo, si parlava di vini estremamente acerbi, di vini piccoli (di poco valore) e la parola usata per descriverli è quella di ginguets : “Il y a des mots qui naissent entre nous par hazard et auxquels le peuple donne cours sans savoir pourquoi. En l’an 1554 nous eusmes des vins infiniment verds, que l’on appela ginguets”. (Ci sono parole che nascono tra di noi per caso e a cui le persone danno corso senza sapere perché. Nel 1554 abbiamo avuto vini infinitamente verdi, chiamati ginguets.  Pasquier Recherches, VIII, 43)

Sono i vini che, qualche secolo più tardi, lo scrittore Jean Giono evocò nel suo racconto « Le petit vin de Prébois” (il racconto è contenuto in “Faust au village” – 1977). Prébois è un minuscolo paesino di 160 anime nella regione di Triéves, dipartimento dell’Isére, nell’Alto Delfinato. La regione, dominata dal monte Aiuguille, è circondata da quello che lo scrittore descrive come “un chiostro di montagne”. “Troppo alti per avere delle vigne”- dicevanogli abitanti – “eppure ce le abbiamo. Dobbiamo averne circa seimila piedi. Tutti ne possiedono un pezzetto. Il nostro vino della festa è un miscuglio del verde più chiaro e dell’oro più dolce. (…) Ma come fate a berlo?- gli hanno chiesto mille volte – “Come facciamo? Ma noi non ci sforziamo; semmai dobbiamo fare uno sforzo per smettere di berlo. Ci piace che sia così aspro e acerbo, che raspi in gola, e che a qualcuno faccia anche lacrimare gli occhi[1]”. Un vino acerbo, come ci spiega Furetière, che fa danzare le capre: “Petit vin qui n’a ni force ni agréement au goust, mais qui est extremement verd. Tout le vignoble d’Ivry, de Vitry, &c. ne produit que du ginguet, du vin à faire danser les chevres.” (Un vino piccolo che non è né forte né piacevole alla vista, ma che è estremamente verde. Tutto il vigneto di Ivry, di Vitry, &c. produce solo ginguet, un vino per far ballare le capreFuretière Antoine 1619-1688. Dictionnaire universel)


[1] Jean – Luc Hennig, Eros & Vino, Sonzogno editore, Milano 2005, pp. 33, 34

Foto tratta da wikipedia Autore Nino Barbieri

Un vino e un racconto a modo vostro

 

Raymond Queneau

 

Ho preso questo racconto breve di Raymond Queneau e l’ho rimodellato a mio piacimento  Questo testo venne presentato all’83a riunione di lavoro dell’Opificio di letteratura potenziale (Oulipo) e si ispira alle istruzioni destinate agli ordinatori oppure all’insegnamento programmato. Il racconto originale si trova in «Les Lettres Nouvelles», luglio-settembre 1967, oppure in Raymond Queneau, Segni, cifre, lettere e altri saggi, Einaudi, Torino 1981

 

  1. Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetti?

Se sì, passate al n. 4.

Se no, passate al n. 2.

  1. Preferite quella dei tre grignolini smilzi?

Se sì, passate al n. 16.

Se no, passate al n. 3.

  1. Preferite quella dei tre mediocri pignoletti?

Se sì, passate al n. 17.

Se no, passate al n. 21.

  1. C’erano una volta tre dolcetti vestiti di rosso rubino che dormivano educatamente nella loro bottiglia. Il loro viso rotondo e tannico  respirava dai buchi del sughero e si sentiva il loro russare dolce e armonioso.

Se preferite un’altra descrizione, passate al n. 9.

Se vi va bene questa, passate al n. 3.

  1. Non sognavano. In realtà queste creature non sognano mai.

Se preferite che sognino, passate al n. 6.

Se no, passate al n. 7.

  1. Sognavano. In realtà queste creature sognano sempre e le loro notti sprigionano sogni affascinanti.

Se desiderate conoscere questi sogni, passate al n. 11.

Se non ci tenete, passate al n. 7.

  1. I loro piedini affondavano in caldi monosaccaridi esosi e portavano a letto guanti di fenoli rossi.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 8.

Se vi va bene questo colore, passate al n. 10.

  1. Portavano a letto guanti di antociani ossidati di colore rosso aranciato.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 7.

Se questo colore vi va bene, passate al n. 10.

  1. C’erano una volta tre dolcetti che giravano il mondo rotolando sulle strade maestre. Venuta la sera, stanchi morti, si addormentarono molto rapidamente.

Se volete conoscere la continuazione, passate al n. 3.

Se no, passate al n. 21.

  1. Facevano e tutti e tre lo stesso sogno; infatti si amavano teneramente e, da buoni e baldi trimelli, sognavano sempre allo stesso modo.

Se volete conoscere il loro sogno, passate al n. 11.

Se no, passate al n. 12.

  1. Sognavano di andare a prendere i solfiti alla cantina sociale e di scoprire, aprendo i sacchetti, che si trattava di solforosa caducata. Inorriditi si svegliano.

Se volete sapere perché si svegliano inorriditi, consultate la Treccani alla parola «caduco» e non parliamone più.

Se giudicate inutile approfondire la questione, passate al n. 12.

  1. Poffarbacco! esclamano aprendo gli occhi. Poffarbacco! che sogno abbiamo partorito ! Brutto presagio, dice il primo. Certo, dice il secondo, è proprio vero, eccomi tri¬ste. Non turbatevi cosi, dice il terzo che era il più furbo, non bisogna preoccuparsi, ma capire, insomma, ve lo ana-lizzerò.

Se volete conoscere subito l’interpretazione di questo sogno, passate al n. 15.

Se invece desiderate conoscere le reazioni degli altri due, passate al n. 13.

  1. Ce le spari grosse, dice il primo. Da quando in qua analizzi i sogni? Già, da quando? incalza il secondo.

Se volete sapere anche da quando, passate al n. 14.

Se no, passate ugualmente al n. 14, perché non lo saprete comunque.

  1. Da quando? esclamò il terzo. E che ne so! Sta di fatto che ho esperienza in materia. State a vedere.

Se volete vedere anche voi, passate al n. 15.

Se no, passate ugualmente al n. 15, tanto non vedrete niente lo stesso.

  1. Ebbene, vediamo! dissero i suoi fratelli. La vostra ironia non mi piace, replicò l’altro, e non saprete niente. D’altronde, durante questa conversazione piuttosto animata, il vostro senso d’orrore non si è attenuato? o non è addirittura svanito? A che pro allora smuovere il pantano del vostro inconscio di liquidi odorosi? Andiamo piuttosto a rinfrescarci alla fontana e a salutare questo gaio mattino nell’igiene e nella santa euforia! Detto fatto: eccoli che scivolano fuori dalla bottiglia, si lasciano dolcemente scivolare per terra sino al teatro delle loro abluzioni.

Se volete sapere che cosa succede nel teatro delle loro abluzioni, passate al n. 16.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Tre grignolini smilzi li stavano a guardare.

Se i tre grignolini non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Tre mediocri pignoletti li stavano a guardare.

Se i tre mediocri pignoletti non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Vedendosi cosi adocchiati, i tre arzilli dolcetti che erano molto pudichi se la svignarono.

Se volete sapere che cosa fecero dopo, passate al n.19.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Scivolarono molto veloci per raggiungere le loro bottiglie e, tappandosele alle spalle, vi si addormentarono di nuovo.

Se volete sapere il seguito, passate al n. 20.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Non c’è seguito, il racconto è finito.
  1. Anche in questo caso, il racconto è finito.

 

La foto è tratta da frenchpeterpan.com (1962)

I migliori vini della Terra. Intorno all’anno 1200.

lanziepoca

Intorno al 1223, Henri d’Andeli, troviere[1] normanno, compone la Bataille des vins dove racconta che il re di Francia Filippo Augusto (1180 – 1223 d. C.), desiderando raccogliere intorno a sé i migliori vini della Terra, invia diversi messaggeri con il compito di portargli più di ottanta vini pregiati francesi e di altre parti d’Europa. Il re è supportato, nella degustazione, da un sacerdote inglese, con il quale giudicherà e ricompenserà i migliori fra di essi: i vini, nella gara tra loro, vanteranno le migliori qualità e denigreranno i difetti altrui. Viene spontaneo domandarsi il perché di un prete inglese e non normanno, romano, longobardo o di altre parti. Lo spiega fondamentalmente una ragione commerciale, che, a sua volta, ne spiega altre legate alle capacità d’intendimento dei vini: «L’Inghilterra, le Fiandre e i paesi del Baltico rappresentavano il grosso della domanda del vino che confluiva nel commercio internazionale durante il Medioevo e gran parte della domanda inglese era soddisfatta dai vini della Francia occidentale. L’inizio di un rapporto ufficiale fra Inghilterra e Guascogna risale al divorzio di Eleonora d’Aquitania da Luigi VII di Francia e al suo matrimonio, nel 1152, con Enrico, duca di Normandia e conte di Anjou, Maine e Touraine, che portò a Enrico il ducato di Aquitania, che comprendeva il Poitou, la Guyenne e la Guascogna e, invece di comprare vini alla fiera annuale di Rouen, come avevano fatto fino a quel momento, gli inglesi da quel momento in poi andarono a comprarlo nei porti di Nantes, la Rochelle e Bordeaux. (…) Dal 1224 in poi il commercio di vino fra Inghilterra e Guascogna andò sempre aumentando, tanto che all’inizio del XIV secolo l’Inghilterra riceveva circa la metà dell’esportazione totale dei vini di Bordeaux, che si aggirava sulle 80000 botti all’anno. Quasi tutto il resto del vino Bourdeaux andava nelle altri parti della Francia, nelle Fiandre e nella Germania del nord, anche se Reounard fa notare che quei vini venivano esportati anche in Spagna ed erano consumati dagli eserciti di Castiglia durante le loro campagne di riconquista contro i Mori[2]batalilleCosì come per l’antichità, la qualità, la forza l’identità, l’origine di un vino, in epoca medievale si affermano sulla base di parametri raffrontabili alle degustazioni contemporanee soltanto nel merito delle classificazioni generali: «Il Segré des segrez[3] dedica otto capitoli al vino: il primo tratta della sua ‘natura’ e della sua ‘virtù’, gli altri discettano sui diversi criteri per differenziare i vini: ‘LVIII Differenziazione del vino a seconda delle età; LIX. Differenziazione del vino a seconda del colore; LX Differenziazione del vino a seconda del sapore; LXI. Differenziazione del vino a seconda del profumo; LXII. Differenziazione del vino a seconda della ‘sostanza’ (l’aspetto visivo); LXIII. Differenziazione del vino a seconda della forza o della debolezza; LXIV. Differenziazione del vino e seconda del terreno di produzione e dell’origine’[4].» Su questo ultimo punto, che è poi la traccia dell’intera ricerca, diversi sono i riferimenti all’origine territoriale di un vino ed alla loro espressione in relazione alla provenienza: «Nel genere letterario rappresentato da opere quali La bataille du vins o La desputoison du vin ed de l’iaue[5], i vini per autodefinirsi, glorificarsi o attaccarsi a vicenda, ricorrevano in primo luogo al criterio dell’origine, tracciando così i profili dei vigneti che si facevano concorrenza per ragioni tanto commerciali quanto gustative.(…) Una versione del Régime di Arnaldo da Villanova[6] fa esplicitamente uso del termine terrouer (terreno o terroir) spiegando che ‘la comparazione tra vari vini deve farsi tra quelli di una stessa regione o di uno stesso terreno o terroir. Viene evocata anche la ‘terrestré’ (il carattere legato alla terra) dei ‘vins de Brabant’ (regione del Belgio odierno, in cui si coltivava il vino all’epoca: ad esempio a Lovanio) e le ‘lies mordantes’ (la feccia aspra) dei vini del ‘Rain’ (Reno). (…) Il Segré des segrez, ad esempio, pur senza designare come tipico nessun terreno in particolare, si mostra comunque attento a un insieme di dati naturali intesi come elementi determinanti nella formazione delle caratteristiche e delle qualità del vino: si tratta essenzialmente di criteri di tipo geomorfologico e climatico. Il testo distingue in primo luogo i vigneti situati su terre in posizione elevata (‘haus terres’) e quelli situati in piano (‘basse terre’). I primi daranno un vino più forte e più limpido (‘plus fort et plus clers’); i secondi, un vino di qualità opposte. Si fa differenza infine tra i vigneti situati in cima a ‘montagne’ (colline) – ‘sommet des montaignes’ – e quelli coltivati nelle valli (‘qui croisent ens es valees’). Ma i vini che ‘plis vallent’ (valgono di più) sono quelli prodotti lungo i versanti e sulla ‘groppa’ delle colline.(…) Poi si considera l’esposizione, cioè la posizione rispetto ai punti cardinali e ai venti dominanti, a loro volta legati alla piovosità. Daranno vini forti quei vigneti più vicini all’‘Orient’ e direzionati verso ‘plogol’, termine che designa un orientamento a sud e che, in un’accezione più ampia, si riferisce anche ai venti spiranti da sud o da sud-ovest (o, più raramente ai venti spiranti da ovest), che sono portatori di pioggia(…) La fama di certi vigneti è presente nell’immaginario collettivo, come testimonia la letteratura, attraverso l’elogio di vini riservati alla cerchia di privilegiati. In effetti, chi poteva permettersi di avere alla sua tavola i vini di Saint Pourçain o di Cipro che bisognava procurarsi con grande spesa, se non il re, il papa e l’élite in generale? Così come il prezzo e il prestigio[7] del vino aumentavano mano mano che ci si allontanava dalle zone di produzione e dagli snodi commerciali, assaporare il nettare di vini non provenienti esclusivamente dalla produzione locale e regionale era senz’altro un lusso: quello di poter scegliere a più vasto raggio, di bere vini ‘esotici’[8]

[1]    Il Troviere è un poeta e un cantore, nel periodo del medioevo, nel nord della Francia dove viene usata la lingua d’oil. In contrapposizione al più famoso trovatore che opera al sud del paese, in Provenza, dove si parla la lingua d’oc.

[2]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri,  Donzelli Editore, 2002. pag. 180

[3]    The Secret of secrets, or in Latin Secretum or Secreta secretorum is a translation of the Arabic Kitab sirr al-asrar, fully the Book of the science of government, on the good ordering of statecraft. It takes the form of a letter supposedly from Aristotle (and considered as such by medieval readers) to Alexander during his campaign in Persia. This text is taken from Robert Copland’s printed edition of 1528, a copy of which resides in Cambridge University Library. La traduzione dall’arabo viene attribuita a Jofroi of Waterford, monaco domenicano residente, presumibilmente (le date sono molto discordanti), a Parigi intorno al 1300.

[4]    Yann Grappe, Sulle tracce del gusto, Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006, pp. 101, 102.

[5]    Anonimo fine XIII, inizi XIV secolo d. C.

[6]    Arnaldo da Villanova, Francia 1240 – 1312 Cenni biografici: Nasce in Provenza e dedicatosi inizialmente agli studi letterari, si appassiona in un secondo momento alla medicina che approfondisce nella scuola araba di Spagna e a Parigi. Viaggia lungamente nella penisola iberica, in Francia e in Italia e coltiva la conoscenza dell’alchimia e della filosofia, cadendo in disgrazia per contrasti religiosi con la Chiesa; viene alla fine riabilitato e termina i suoi giorni presso la sede papale di Avignone. Interessi botanici: È uno degli alchimisti più importanti e leggendari ma soprattutto uno scienziato universale: la sua pratica medica comprende l’astrologia e la magia e i suoi lavori comprendono anche la teologia, l’oniromanzia e la filosofia. In medicina tratta nel Breviarium practicae (pubblicato nel 1483) tutte le malattie conosciute al suo tempo: queste sono raggruppate in sintomi fisici, funzionali e soggettivi e le loro cause differenziate in determinanti (eziologiche), antecedenti (ereditarie) e congiunte. Introduce in Europa l’uso dell’alcool, appreso dagli arabi, utile alla preparazione e alla conservazione dei prodotti medicamentosi. In botanica si dedica allo studio dei semplici e all’uso terapeutico delle piante e all’utilizzo della teriaca. Le sue ricette tramandate indicano il vino aromatizzato come un valido ricostituente; in uno studio, suggerisce con convinzione l’uso benefico dell’idroterapia. Le sue opere principali: De Vinis, De Venenis, Causilium ad regem Aragonem de salubri hortensium…, Tractatus varij …, De regime sanitatis Da http://www.abocamuseum.it/bibliothecaantiqua/Autore_Biografia.asp?Id_Aut=317

[7]    Interessanti a tal proposito le considerazioni di Ivan Pini, cit. pag. 589, 590: «Il vino ‘orientale’, che sarà poi genericamente definito ‘vino di Romanìa’ perché proveniente dai territori dell’Impero romano d’Oriente, cioè dall’Impero bizantino, poteva viaggiare a costi non proibitivi solo per via d’acqua, ma anche qui con navi dallo stivaggio ancora molto limitato. Giunto ai porti dei grandi empori commerciali del tempo (Genova, Pisa, Venezia), risaliva, se possibile, i fiumi su chiatte a fondo basso per poi essere trasferito su carri trainati da buoi o in piccole botticelle caricate a soma sui muli. Tra spese di trasporto e vari tipi di dazi il prezzo di questi vini ‘di Romanìa’ (tra cui più tardi si distinguerà il vino di Creta e il vino libanese di Tiro, il cui commercio verrà in gran parte monopolizzato dai Veneziani) saliva alle stelle. Si è potuto calcolare che una partita di vino partita da un porto del Levante raddoppiava il suo prezzo per giungere per via mare a Venezia, poi ancora lo raddoppiava se trasportato per via fluviale a Bologna (ca. 150 Km), poi nuovamente raddoppiava se condotto su carri per via di terra a Reggio Emilia o a Faenza (ca. 60 Km). Non deve allora stupire il fatto che gli statuti di molte città vietassero l’importazione di vini prodotti al di fuori dei loro distretti, facendo però quasi sempre eccezione per pochi vini di lusso destinati in teoria ai malati (pro egritudine), ma in realtà destinati alla tavola dei componenti di quelle classi aristocratiche, o comunque dirigenti, che detenevano il potere politico nelle città e cercavano adeguate forme per gratificarsi e per esternare il loro prestigio così nell’abbigliamento come nell’alimentazione, e dettavano ovviamente anche le regole statutarie dei rispettivi comuni. Se il vino che dà prestigio, il vino di lusso, il vino del ricco deve essere per forza di cose un vino costoso, anzi il più costoso di tutti, i vini “navigati” provenienti dal Levante rispondevano sicuramente a questa peculiarità. Ma a sua volta il consumo alimentare dettato inizialmente e in gran parte dalla volontà, ma anche dalla necessità, di esternare il proprio prestigio, il proprio potere, la propria ricchezza, finì col creare, come spesso accade, un nuovo gusto, una nuova moda. I vini che venivano dal Levante erano vini forti, dall’alta gradazione alcolica, gli unici peraltro adatti al trasporto e all’invecchiamento. Il gusto orientale, che si era andato consolidando nel corso dei secoli, li preferiva bianchi, dolciastri e liquorosi, non di rado arricchiti con spezie ed essenze profumate, e fu appunto questo il gusto che conquistò anche l’Italia e l’Occidente per oltre tre secoli, dal Duecento al Quattrocento.»

[8]    Yann Grappe, cit. pp. 131 -136

 

 

 

 

Elogio del mio invecchiamento

vecchio-orgosoloSe c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2022 e il 2025.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E i consigli.

Il degustatore innamorato di una Fiera vinicola

Un degustatore si era innamorato di una Fiera vinicola. Non di una delle tante, ma proprio di quella che, così spartana, verace, sobria, distinta, a suo modo elegante, indifferente ai richiami delle mode e ai civettìi compiaciuti e attillati delle consorelle più blasonate, rieccheggiava popolarità lontane e antiche vestigia contadine.

«Entrerai gratis – disse lei – solo quando avrai passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia davanti al portone di ingresso, quello di fianco alle biglietterie».

Il degustatore passò novantotto notti seduto davanti al portone di ingresso della Fiera ma, alla novantanovesima, si alzò, prese la sedia sotto braccio e se ne andò.


Un certo “non so che” del vino

Nell’antichità si rinsalda l’idea che la bellezza non possa essere interamente intelligibile sulla base di norme e precetti codificati, ma che debba essere letta nella sua dimensione di χάρις, di grazia e di dono. La grazia è ciò che permette ad un’opera di conformarsi al bello, di essere intrisa di luce o di essere dominata da una luce propria. Sono la gratia e la venustas dei latini, che Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, liber 35) riconosce nel famoso pittore Apelle e che riecheggeranno in tempi a venire in molti trattati d’arte del Rinascimento[1].

Il passo di Plinio appare spesso in contesti, come avviene per Dolce, Méré e come per Fejoo (Teatro Critico Universal– 1743)  in cui si parla di je ne sais quoi: «Il fatto è che grazia e non so che sono spesso evocati insieme, l’uno a spiegare l’altra, tanto che vengono a costituire, fin da quando si comincia a usare l’espressione je ne sais quoi, una sorta di endiadi[2]

Ma è Dominique Bouhours, nel 1671, il primo ad intitolare uno scritto al non so che, attuando così la trasformazione di una locuzione generica in una sostantivata:

«Gl Italiani, i quali fanno mistero di ogni cosa, in tutte le congiunture adoprano il lor non so che:  nulla scorgesi più comune nè loro Poeti:

“Un certo non so che

Sente si al petto

A poco a poco nacque nel mìo petto

Non so da qual radice

Com’erba suol che per se stessa germini,

Un incognito affetto (…)”

Io non la finirei, se volessi dirvi tutti gli non so che, che mi ricorrono alla mente. I Spagnuoli hanno anch’essi il loro no sé qué, cui mescolano in ogni cosa, e se ne vagliono a ogn ora; oltre il lor donayre, il lor brio e il lor despejo che Graziano (Gracián) appella alma de toda prenda, realce de los mismos realces, perfeccion de la misma perfeccion, e che è conforme all’istesso Autore,  al di sopra de’ nostri pensieri e delle nostre parole, lifongea la inteligencìa, y estrana la explicacion.(…)

Or tornando a noi, il non so che ha la proprietà delle bellezze velate, le quali sono altrettanto più pregiate, che sono meno esposte alla vita, e a cui l’imaginazione v’aggiùnge alcuna cosa di vantaggio.  Per modo che, se per ventura si venisse a discernere queslo non so che, il quale sorprende, ed espugna il cuore ad una prima vista, questo forse non ne saria sì rapito, nè sì affascinato come l’è:  ma finora non è stato punto scoperto e in apparenza mai non lo sarà; giacchè se potesse scoprirli cesserebbe di essere ciò, che è, come già ve l’ho detto[3]

Bouhours  avanza l’ipotesi che il giudizio sul gusto, frutto dell’arbitrarietà individuale, si trovi svincolato sia dalla ragione che dalla volontà: non ne possono impedire la nascita, ma soltanto il corso successivo. Bello e brutto così si formano all’interno di quello iato che prelude all’inesplicabilità del giudizio sulle proprietà delle bellezze velate.

[1] Cfr. Paolo D’Angelo e Stefano Velotti (a cura di), Il ‘non so che’. Storia di un’idea estetica, Aesthetica, Palermo 1997

[2] Ibidem, pag. 23

[3] Edizione consultata: Trattenimenti di Aristo et Eugenio dall’original Francese nell’idioma Italiano e dedicati Eccellentissimo Signore D. Vincenzo Starabba, Principe di Giardinelli, Seconda edizione in Milano, 1715 nella Stampa di Giuseppe Malatesta, pag. 148

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