Il vino vero, il vino finto e il vino falso.

leggendeDunque,  partiamo dal principio o meglio dalla fine: dalla definizione del vino a livello internazionale. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. Tuttavia, considerando le condizioni del clima, del terroir o del vitigno, di fattori qualitativi speciali o tradizioni particolari di alcuni vigneti, il titolo alcolometrico minimo totale può essere ridotto a 7% vol. secondo la normativa specifica della regione interessata[1].” La definizione è quella data dall’O.I.V.[2] , organizzazione intergovernativa internazionale che gode ampio consenso per l’adozione di proposte di risoluzione di portata generale in ambito scientifico, tecnico, economico, giuridico…. sui prodotti di filiera della vigna: dall’uva sino alle bevande a base di uva. Stando a questo, la discussione dovrebbe essere conclusa: tutto ciò che risponde a quanto detto sopra è vino, tutto ciò che non lo comprende non lo è: l’O.I.V., poi, dettaglia ulteriormente le pratiche concesse per la produzione di vino, lasciando ampio spazio sia alle stesse sia alle loro deroghe (peculiarità?) nazionali. La posta in palio dei dibattiti che imperversano in rete, nelle riviste, nelle associazioni di produzione, nelle diverse se non diversissime filosofie di produzione è, invece, ben altra: lo statuto ontologico del vino, la sua intrinseca essenza, nonché la sua potenzialità commerciale. Non si tratta più soltanto di dividere ciò che è buono da ciò che no lo è, ma ciò che è vino da ciò che non può essere ritenuto tale. Ecco allora che nel dibattito non si fa più riferimento al vino di pessima produzione, spesso industriale, come se si trattasse di un vino di ultima scelta, ma di non-vino tout court. Quali siano poi i limiti di questa determinazione e quali siano le modalità di realizzazione e gli esiti organolettici del vino, beh!, qui siamo all’interno delle variabili discorsive sia dei soggetti attivi nella produzione che dei soggetti attivi nella rappresentazione delle dispute su di esso. Potremmo essere ad un passo da quello che Agostino scrisse a proposito del falso: “Se fingit esse quod non est, aut omnino esse tendit et non est[3].” Come spiega egregiamente Maria Bettettini “nel primo caso il falso si propone come vero, ha la pretesa di essere ciò cui solo somiglia, ma non è; nel secondo appare come qualcosa verso cui ‘tende’, perché gli somiglia. Il primo è il caso del mendacium, dell’intentio fallendi, dell’intenzione di trarre in inganno, che può risiedere solo nell’anima dell’uomo e nell’istinto dell’animale, della volpe per esempio, astuta e ingannatrice per tradizione più favolistica che scientifica. Ma è anche il caso della finzione dei mimi, degli attori, dei prestigiatori, che mentono senza l’intenzione di ingannare, e restano comunque dei mentientes, dei propugnatori di bugie, se non addirittura mendaces, bugiardi. Il secondo è invece il caso che riguarda le immagini: una res che ‘tende’ al vero e che al vero somiglia, ma che è vera solo del suo essere immagine, e non dell’essere ciò che rappresenta[4].” Il vino falso non rappresenterebbe in questa diatriba qualcosa d’altro, il non-vino, ma proprio quel vino che, per mendacia di chi lo produce, vorrebbe fingere di essere ciò che non è, cioè il vino in quanto vero (rispondente a certi modelli). Siamo in questo caso lontani dalla seconda ipotesi in cui un vino, seppur partendo da uve, terreni, esposizioni… meno gratificanti tende ad imitare, senza riuscirci, il vino vero (reale, ma anche verace). Senza aver risolto, in termine di specificazione, ma soltanto in quello di esclusione, la differenza tra vino vero e vino falso rimane da affrontare il terzo incomodo, ovvero il vino finto: in questo caso è utile valutare che nell’immagine latina fingere non significa soltanto simulare, ma anche costruire qualcosa di nuovo. Se il modello è solo quello del mondo reale, che di per sé non è riproducibile esattamente, allora assistiamo diversi livelli di finzione dove tra modello e artefatto c’è un rapporto di verosimiglianza e di tensione. L’inganno, il falso deliberato, è quando la costruzione rompe quel patto di fiducia con il modello e gli uomini, artefici del costrutto, tra di loro. Possiamo poi discutere se il modello o i modelli del vero sono quelli che si rifanno ai vini naturali, biodinamici o biologici, ma senza dimenticare che diverse gradazioni di finzioni possono arrivare a produrre possibili menzogneri.

[1] Al fine di contribuire all’armonizzazione internazionale e di migliorare le condizioni della produzione e della commercializzazione dei prodotti vitivinicoli, in qualità di organismo di riferimento nel settore della vigna e del vino, l’OIV sviluppa le definizioni e le descrizioni dei prodotti della vite. Le definizioni di questi vari prodotti vitivinicoli sono riprese nella prima parte del Codice Internazionale delle Pratiche Enologiche. Il Codice rappresenta un documento di riferimento tecnico e giuridico, volto a una standardizzazione dei prodotti del settore vitivinicolo, che deve servire come base per la stesura di normative nazionali o sovranazionali e deve imporsi negli scambi internazionali.

[2] L’ “Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino” (OIV) che si sostituisce all’Ufficio Internazionale della Vigna e del Vino é stata creata mediante l’Accordo del 3 aprile 2001.

[3] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[4] Maria Bettettini, Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale, Einaudi, Torino 2004, pag. 42

La foto è tratta dal sito gingerandtomato

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Etichette, qualità e maturazione del vino nell’antico Egitto.

Sheikh-Abd-el-QurnaLe più antiche etichette da vino che la storia tramandi sono egiziane: i logogrammi ed altri segni similari, incisi su sigilli premuti su grandi tappi di argilla, risalgono ad un periodo databile tra il 3100 a. C. ed il 2700 a. C., risalenti alle dinastie I e II del primo periodo dinastico. In questo caso il sigillo rimanda direttamente ad un faraone, a voler significare che la denominazione di origine è legata ad una personalità ben precisa ed al suo regno e non ad un luogo particolare. E’ solamente con la V dinastia (2470 a. C.), secondo Hugh Johnson[1] e con la VI (2200 a. C.), secondo Patrick E. McGovern[2], che si parla di vere e proprie denominazioni territoriali. E’ molto probabile che l’origine si riferisca, e su questo concordano entrambi gli autori, a dei luoghi di produzione, a delle fattorie vinicole, presenti sul delta del Nilo: ‘vino del Nord’, ‘vino abesh’, ‘vino sunu’ (sunu viene inteso come Sile, sul lato nordorientale del delta), ‘vino hamu’, ‘vino Ime’». Alla classificazione territoriale, Tim Unwin aggiunge che «fin dal III millennio sono documentati un certo numero di vini diversi, classificati a seconda del colore e della qualità oltre che per il luogo di provenienza[3].» I riferimenti di Unwin sono gli studi di Lutz nel 1922[4] e di Younger[5] del 1966. Ma è soltanto con il Nuovo Regno[6] che gli Egiziani «anticiparono di migliaia di anni il concetto francese di regione viticola, incluso nel sistema di classificazione dei Bourdeaux del 1855 e nella legge del 1936 sulla appellation controlée. Gli ostraka[7] indicano come principale zona di produzione viticola e vinificazione una regione in particolare, il ‘fiume occidentale’, che comprendeva la regione del delta nordoccidentale lungo il ramo canopico del Nilo. Altre aree erano Per-hebyt (l’odierna Behbet el-Hajar) sul delta centrale, Tjaru (Sile) sul delta nordorientale, Menfi e le oasi desertiche occidentali, probabilmente Kharga e Dakhala. Venivano indicati anche i nomi delle tenute, tra cui quelle di ‘Nebmaatre’ (nome proprio di Amenofi III), ‘Amenofi’, o semplicemente ‘il Faraone’ e ‘la Moglie Regale’. Le etichette con ‘è lo splendore di Aton’ si riferiscono a un’innovazione religiosa del faraone: il nuovo dio Aton (il disco solare), che Ekhnaton, figlio di Amenofi III e suo coreggente negli ultimi anni di regno, aveva introdotto al posto di Ammon. Il vignaiolo capo di solito è menzionato: tra gli altri, produssero vino per il faraone Amenofi, Amennemone, Pa e Ptahmai. L’informazione fornita dagli ostraka era superiore a quella fornita dalle etichette moderne, perché spesso indicava lo scopo e l’occasione per cui era stata offerta l’anfora: ‘vino per offerte’, ‘vino per tasse’ e ‘vino per divertimento’ si spiegano da soli; il ‘vino per un lieto ritorno’ forse veniva servito a una festa di arrivederci o di ultimo addio per un morto che si preparava a partire per la vita eterna. Le due occasioni festive più importanti ricordate dagli ostraka erano il ‘sollevamento dell’anno’, cioè la celebrazione del Capodanno, e soprattutto lo heb-sed[8] o festività sed[9]

Anche nella tomba di Tutankhamon (morto nel 1324 a. C. a soli 19 anni), ritrovata nel 1922 dall’egittologo Howard Carter, si trovano trentasei anfore contenenti vino, di cui ventisei marcate: sette con sigillo delle tenute del re e sedici con il nome della residenza reale di Aten. Ventitré di questi vini appartengono a tre annate, designate con ‘anno 4’, ‘anno 5’ e ‘anno 9’: non si comprende se queste date si riferiscono agli anni di regno oppure se indichino semplicemente gli anni di invecchiamento del vino. Una di queste anfore è marcata con ‘anno 31’ che non si può riferire alla breve durata del regno di Tutankhamon. Come si è già potuto vedere per il regno di Amenofi III, su tutte le anfore, ad eccezione di quelle più vecchie, vi è inciso il nome del capo cantiniere, a dimostrare così l’importanza di colui che produce materialmente il vino. Il fatto che il nome di uno di questi, Kha’y, si trovi nei sigilli sia dei vini della tenuta personale di Tutankhamon, che in quella di Aten fa pensare sia al fatto che questi funzionari dirigessero entrambe le tenute sia che la loro consulenza, al pari di un enologo di fama contemporaneo, fosse importante per la realizzazione di un buon vino.[10]

Così come fu per Tutankhamon, circa tre secoli più tardi, al ritrovamento ed allo studio, condotto da Wilhem Spiegelber, del tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, si ritrovano 679 ostraka in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr). La funzione di sommelierie viene gestita da uno scriba che amministra il «dipartimento del vino della Residenza»[11]. Le considerazioni a cui giunge Mcgovern sulla base degli studi di Spiegelberg differiscono, rispetto alle analisi di Hugh Johnson, sull’attribuzione dei numeri delle anfore nei riguardi degli anni di effettivo regno dei Faraoni. A meno che le forme di numerazione non cambino tra il regno di Tutankhamon e quello di Ramses II. Ciò che invece si può affermare con certezza è la rinomanza che acquisisce sotto il dominio di Ramses II il ramo pelusiaco del Nilo, dopo la dominazione degli Hyksos e l’acquisizione del dio Seth a capo del pantheon dei sovrani ramessidi, che diviene la ‘vigna dell’Egitto’ (Kaenkeme).


[1]    Hugh Johnson, Il vino. Storia, tradizioni, cultura, Franco Muzzio Editore, Padova 1991, pag. 37

[2]    Patrick E. McGovern, cit. pag. 98

[3]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti., Donzelli Editore, Roma 1993, pag. 69

[4]    H.F. Lutz, Viticulture and Brewing in the Ancient Orient, J.C. Hinirichs’sche Buchhandlung, Leizpig 1922

[5]    W. Younger, Gods, Men and Wine, The Wine and Food Society, London 1966

[6]    Con l’unificazione del paese e la fondazione della XVIII dinastia, ebbe inizio il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) o secondo impero tebano, forse il periodo più fiorente della storia egiziana. Si ristabilirono i confini e le strutture di governo del Medio Regno, riprendendone anche il programma di bonifiche, e venne mantenuta l’ autorità sui governatori locali grazie al controllo dell’esercito. La capitale fu spostata ancora una volta a Tebe, città di cui era originaria la XVII dinastia e dove aveva sede il culto del dio Ammone, destinato a diventare, durante il Nuovo Regno, il più importante di tutto l’Egitto. Tratto da http://www.storiafilosofia.it/egiziani/

[7]    Ostraka è il supporto scrittoio per le iscrizioni in ieratico (la scrittura ieratica è la forma di scrittura dell’Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro.) Il riferimento sono gli ostraka della tomba di Amenofi III (1413 – 1377 a. C.) ritrovati negli scavi di Malkata, nella Tebe sud occidentale.

[8]    Con il termine di festa Heb-Sed, o festa ‘giubilare’, o ‘festa del cane’ (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), si suole intendere una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno.

[9]    Patrick E. McGovern, cit., pagg 130, 131

[10]  Cfr. Hugh Johnson, cit pag 36

[11]  Cfr. Patrick E. McGovern, cit., pp.149

Immagine all’interno della tomba di Sheikh Abd el-Qurna

Dello zolfo, dell’alchimia e del vino biodinamico.

zolfoNicolas Joly, produttore di uno dei vini bianchi più famosi al mondo, il Coulée de Serrant, e ‘portavoce mondiale’ della viticoltura e dell’enologia biodinamica, nella sua oramai famosa edizione del “Il vino tra cielo e terra[1]” parla di zolfo, ovvero di quella sostanza che, a quanto pare, bisognerebbe liberarcene, o che dovremmo ridurre drasticamente, per realizzare, insieme ad altre azioni virtuose, un vino finalmente ‘libero[2]’!!?!! Fautori, sempre secondo un immaginario pubblico consolidato, della negazione di qualsivoglia aggiunta della sostanza incriminata, sarebbero i vignaioli biodinamici di osservanza ortodossa. Forse, ancora una volta, le cose sono un po’ più complicate e lo zolfo è qualcosa che, per l’agricoltura biodinamica, ha una valenza superiore a quella che, comunemente, ci è data da pensare. Ma proseguiamo con Joly: “Dopo il pericolo di una moda ‘biologica’, preoccupata più dell’apparenza che della sostanza e delle leggi vitali, la nuova tendenza è il vino senza zolfo. Che cos’è lo zolfo se non un processo di luce e di calore, che presiede all’apparizione della vita? (…) Nelle vigne lo ‘zolfo fiore’ in polvere è molto benefico al momento della fioritura. Che cosa ne è in cantina? In passato, lo zolfo era introdotto attraverso combustione, accendendo una miccia, gli effetti di tale combustione sono lontani dall’essere insignificanti e differiscono da uno zolfo apportato, ad esempio, sotto forma acquosa. Rudolf Steiner ha parlato, riferendosi all’agricoltura, degli effetti dell’achillea millefoglie per via della struttura molto particolare del suo zolfo. Lo zolfo permette una genesi di vita. (…) Il ‘senza zolfo’ non può essere innalzato a regola assoluta. Tutto è questione di proporzioni nella vita: solo l’eccesso è nocivo, che si tratti di ossigeno, di azoto o di idrogeno. Il dibattito sul vino senza zolfo è un modo di nascondersi dietro a un dito. I veri problemi sono altrove. E’ preferibile battersi per un’agricoltura veramente organica. Detto questo è possibile fare un vino eccellente senza zolfo lasciando il vino sulle proprie fecce un po’ di tempo, quindi in un ambiente ridotto.[3]” Nella sua Terza conferenza sull’agricoltura, tenuta a Koberwitz l’11 giugno 1924, Rudolf Steiner affronta la questione dell’azoto e dei suoi quattro fratelli, ai quali esso è unito per costruire le proteine animali e vegetali: carbonio, ossigeno, idrogeno e zolfo. Quest’ultimo è per Steiner il vero portato dello spirito nella natura, è il mezzo di unione tra il tra le forze plasmatrici dello spirituale e il mondo fisico: “Il suo nome antico è sulphur, imparentato con phosphor (portatore di luce in greco), e deriva che in tempi antichi si vedeva nella luce, nella luce solare che si diffonde, l’elemento spirituale in espansione; di conseguenza le sostanze che avevano da fare con l’azione della luce in seno alla materia, come per esempio lo zolfo e il fosforo, venivano chiamate portatrici di luce[4].” L’idea che lo zolfo sia una forza plasmatrice oltre che composto base, assieme al mercurio e al sale, di tutti i metalli proviene dalle antiche pratiche alchemiche, in cui i tre ‘principi’ hanno soltanto una parziale parentela con gli elementi chimici omonimi: “Lo Zolfo è il principio originario maschile che agisce fecondando il passivo e femminile Mercurio. Gli alchimisti abbinarono allo Zolfo il Fuoco, il calore vitale, lo Spirito, la Luce celeste dalla quale e per la quale ogni forma vivente nasce e si sviluppa. Nell’illustrazione, sopra la collina, l’immagine del Fuoco nascente da una spaccatura della Terra, è l’affermazione di quanto gli alchimisti affidavano allo Zolfo che stava nel Microcosmo come il Sole dimorava nel Macrocosmo. Al Fuoco veniva contrapposta l’Acqua, simbolo della femminilità e infatti in posizione diametralmente opposta, è riprodotta una sorgente d’acqua pura. Lo Zolfo ‘Fixum’ è per gli alchimisti il Fuoco interiore di ogni fissità individuale quindi parte di quella ‘pioggia di zolfo di Sodoma’ similitudine dell’attività dello Spirito creatore e particella di quella Luce creatrice Una e Trina. Nelle descrizioni alchemiche lo Zolfo fu collocato al secondo posto fra i tre principî per la preparazione della Pietra Filosofale. Esso partecipava, in miscela con Sale e Mercurio, alla costituzione di tutti i corpi e la sua separazione impose un difficile lavoro agli alchimisti. Distillazioni, calcinazioni, sublimazioni, liquefazioni, fusioni e cristallizzazioni furono le operazioni mediante le quali gli addetti alla Grande Opera, per anni e anni, cercarono di separare lo zolfo dagli altri due principi. La ricerca sperimentale fruttò loro diverse scoperte precorritrici della chimica moderna[5].” Un ulteriore impulso alla dottrina alchemica dei principi costitutivi del mondo viene dato da Paracelso, che divide gli elementi (terra, acqua, fuoco, aria) dai tre principi di cui sono composti tutti i corpi (zolfo, sale e mercurio).  Paracelso non fa soltanto una riformulazione dell’antica dottrina degli elementi, ma sostiene che sia gli elementi che i principi, così come vengono trovati in natura, sono essi stessi dei composti. Gli elementi sono anche degli uteri o matrices in cui gli oggetti sono generati e da cui ricevono la lo segnatura o ultima destinazione:  in ciascun corpo uno degli elementi acquista un potere superiore a quello degli altri fungendo così da elemento caratterizzante o prevalente (elemento predestinato o quinta essentia). Le sostanze che noi tocchiamo e maneggiamo sono, per Paracelso, dei grezzi rivestimenti che coprono un complesso di forze spirituali: “per essere un corpo, un oggetto deve presentare in ogni caso certe proprietà quali l’umidità, l’aridità, il calore, il freddo, nonché struttura, solidità e funzione. Nell’acqua ordinaria, per esempio, è dominante in misura massima l’umidità, nello zolfo (quale si trova ordinariamente in natura) la struttura regolare, nel cloruro di sodio (sale) la solidità, nell’argento vivo (mercurio) l’elemento funzionale come espresso dalla fluidità e dall’elasticità[6].” Questo principio ‘ilozoista’ (ὕλη ‘materia’ e ζωή ‘vita’), secondo cui il principio vitale è originariamente intrinseco alla materia, viene ripreso da Paracelso dall’alchimia ellenistica e medievale in cui l’origine dei metalli viene spiegata in termini di ‘semi’: “Così la nostra conoscenza e comprensione acquistano una solida base, in quanto tutte le cose hanno un seme e ognuna è racchiusa nel suo seme; e la natura è il costruttore della figura e della forma, la quale è essa stessa l’essenza, ed è la forma che indica l’essenza[7].” I semina, invisibili, sono per Paracelso le cellule germinali di ogni sostanza esistente in natura: di qui inizia la spiegazione moderna dei fenomeni biologici in termini chimici.

[1] Nicola Joly, Il vino tra cielo e terra, Porthos Edizioni, Roma 2004; edizione originale: le Vin du ciel à la terre, Sang de la terre, Paris 2003

[2] Il riferimento è, ça va sans dire, ad Oscar Farinetti, ma anche ad un dibattito un po’ ingessato.

[3] Nicolas Joly, cit., pp. 127 – 129

[4] Rudolf Steiner, Impulsi scientifico – spirituali per il progresso dell’agricoltura. Corso sull’agricoltura – Otto conferenze e un’allocuzione tenute a Koberwitz presso Breslavia dal 7 al 16 giugno 1924 con diverse risposte a domande e una conferenza tenuta a Dornach  il 20 giugno 1924, Editrice Antroposofica, Milano 1979, pag. 64

[5] Marcello Fumagalli- quinta parte, Macrocosmo e microcosmo in http://www.duepassinelmistero.com/

[6] Walter Pagel, Paracelso. Un’introduzione alla medicina filosofica nell’età del Rinascimento, Il Saggiatore, Milano 1989, pag.73

[7] Ibidem, pag. 74

Foto tratta da Wikipedia

Marco Porcio Catone e la prima prosa latina: il Liber de agri cultura.

buoiC’è un solo testo che proviene da una tradizione manoscritta diretta, anche se rimaneggiata, che è anche il più antico scritto in prosa latina sino a noi pervenuto: il ‘Liber de agri cultura’ di Marco Porcio Catone, composto tra il 170 ed 150 a. C. e dedicato al figlio (ad M. filium). Questo libro, diviso in 162 capitoli, la cui titolazione è presumibilmente successiva, ha una strutturazione di tipo ‘precettistico’, ovvero è una summa di temi  sulla conduzione della villa rustica, con la finalità ultima di consegnare un corpus di indicazioni che torni utile al padrone nella gestione economica delle faccende agricole. Le argomentazioni si susseguono in maniera non omogenea e a volte ripetute, condizione questa dettata da rimaneggiamenti postumi: si passa così dai consigli relativi all’acquisto del fondo e all’attrezzatura della villa, ai tinai, ai frantoi, alla seminagione, alla concimazione, alla coltivazione della vite e dell’olivo, alla preparazione del vino e dell’olio e via  dicendo. E’ alquanto probabile che si tratti di un’opera, secondo la definizione di Paolo Cugusi e Maria Teresa Sblendorio Cugusi, che hanno curato l’edizione per la Utet[1], ‘aperta’, ovverosia di appunti raccolti nel corso del tempo, interpolati da modifiche successive, non bloccati in un piano preciso. Contributo alla genesi dell’opera sono sia la conoscenza di testi greci, nella loro dimensione introduttiva (isagocica) ed in quella geoponica (geøponikós = per il lavoro della terra), come gli scritti sulla botanica di Teofrasto[2], sia la pratica diretta come agricoltore dello stesso Catone. Per ciò che riguarda la vigna si parte dall’11° capitolo quando catone si cimenta in un elenco di manodopera umana ed animale e di strumenti necessari ad attrezzare un vigneto di 100 iugeri[3], per poi saltare al 31° in cui tratta la cura della vigna: «Governa la vigna in questo modo: Rimondata bene la vite, tirala ritta e perché non resti storta, guidala per ogni parte costantemente per quanto potrai; e accortamente lascia i tralci che danno il vino e que’ che possono a questi supplire. Fa la vigna più alta che puoi; legala bene, purché per altro non la stringa di soverchio (non stringerla troppo). Va governata così. Nel tempo delle semine rincalza tutti i tronchi delle viti. Zappa intorno alla vigna potata. Comincia ad arare e fa su e giù solchi continui. Propaga al più presto che puoi viti tenerelle. Poscia castra le vecchie men che puoi; o piuttosto, se farà bisogno,  coricale e due anni dopo recidile (potale). Il tempo di recidere la novella è quando avrà acquistata fermezza. Se la vigna sarà deserta fa in essa de solchi piantavi delle marze. Togli da solchi l’acqua e vangavi spesso. In vigna vecchia semina ocino (trifoglio) se sia magra: non seminarvi biade (piante con semi). Ai piedi poi delle viti aggiungi sterco, paglia e vinacce e roba insomma che vieppiù la fortifichi. Tosto che la vigna abbia cominciato a frondeggiare, la spampina (sfrondala). Allaccia strette le vigne novelle onde i loro getti non si rompano: e di quella che andrà alla pertica lega i pampini leggermente e correggili onde si mettano in buona positura. Quando 1’uva comincerà a variegare, lega di nuovo le viti, mondale de’ pampini, metti fuori i grappoli, zappa intorno ai tronchi[4].» Sappiamo, a partire da questa testimonianza, che nell’antica Roma i vigneti vengono collocati in trincee scavate nel terreno (sulci): «È evidente che dove l’altezza del suo-lo era inferiore, lo scavo incideva più o meno profondamente la sottostante superficie tufacea. Ed è proprio la traccia di questo scasso quella che spesso ritroviamo sul tufo delle colline suburbane, dove negli scavi si rinvengono tipi diversi di tagli, con caratteristiche differenti: trincee più strette e dal profilo concavo sono solitamente identificate come canalizzazioni per l’acqua, utilizzate sia per l’irrigazione che per lo smaltimento, spesso in stretta connessione topografica con sistemi di trincee parallele, riportabili invece a coltivazioni in filari. In molti di questi sistemi, quasi sempre in connessione con le suddette canalizzazioni, sono distinguibili caratteristiche comuni, come la larghezza costante (che si aggira tra gli 80 e 90 cm), il profilo squadrato, la lunghezza delle trincee, e la relativa regolarità della di-stanza fra una trincea e l’altra all’interno di ogni impianto, che hanno portato ad identificarli come impianti di coltivazione della vite, che Catone stesso considera comunque la più redditizia per un’impresa agricola della sua epoca[5].» E dopo la cura della vigna, gli innesti (cap. 41), i solchi e le propaggini (cap. 45), la vite vecchia (cap. 49), perché non vi siamo bruchi nella vigna (cap. 95 ripreso poi da Plinio con citazione di Catone, Naturalis… XV, 33) e poi il vino, come produrre innanzitutto i famoso vino greco, di cui quello di Cos è esemplare più sopraffino (cap. 112): «Se vorrai fare del vino di Cos attingi al largo acqua di mare, in una giornata di mare calmo, quando non tirerà vento, settanta giorni prima della vendemmia. Quando l’avrai attinta dal mare versala in una giara, ma senza riempirlo: manchino cinque quadrantali (circa 133 litri) a farla piena; mettici il coperchio ma lascia una fessura per cui traspiri. Quando saranno trascorsi trenta giorni travasa pulitamente in un’altra giara, piano piano e lascia sul fondo il deposito. Dopo altri venti giorni travasa allo stesso modo in un’altra giara: e lascia stare così sino alla vendemmia.catone
I grappoli con cui vorrai fare il vino di Cos lasciali sulla pianta, lasciali maturare bene e quando sia piovuto e tornato asciutto, allora finalmente raccoglili e ponili due giorni al sole, all’aperto se sarà bel tempo; se pioverà mettili dentro casa su delle stuoie; se ci saranno acini guasti toglili.
Poi prendi l’acqua marina di cui si è discorso sopra, versa dieci quadrantali (circa 266 litri) di questa acqua marina in una giara da cinquanta urne; quindi dai grappoli misti stacca i grani dal graspo facendoli cadere nel tino fino a che l’avrai riempito. Schiaccia gli acini con la mano perché si imbevano di acqua marina. Quando avrai riempito la giara coprila con il suo coperchio, lasciando una fessura perché traspiri. Quando saranno passati tre giorni togli l’uva dalla giara e pigiala nel torchio e riponi il mosto in giare lavate, pulite e asciutte.» Poi le correzioni per rendere un vino aspro più dolce, o per togliervi il cattivo odore, oppure ancora per sapere se il vino è annacquato o meno e, infine, il vino secondo la rinomata tradizione medica ‘ippocratica’, come rimedio contro diversi disturbi: sciatica, dispepsia e difficoltà ad urinare, dissenteria, tenie e vermi.

[1] Marco Porcio Catone, Opere, Volumi I e II, Utet, Torino 2001

[2] Teofrasto (in greco Θεόφραστος; Ereso, 371 a.C. – Atene, 287 a.C.), Storia delle piante (Περὶ Φυτῶν Ιστορίας), in nove libri (originariamente erano però dieci), classifica oltre cinquecento piante, dividendole in alberi, frutici, suffrutici, erbe; nel libro IX classifica, per la prima volta nell’antichità, droghe e medicinali con il loro annesso valore terapeutico. Nel secondo, Cause delle piante (Περὶ Φυτῶν Αἰτιῶν), in sei (originariamente in otto) libri, descrive la generazione spontanea e la vegetazione delle piante per cause esterne. Tratto da Wikipedia.

[3] Uno iugero è equivalente a 0,252 ettari.

[4] Opere di Marco Porcio Catone, con traduzione e note, accresciuti, tradotti ed illustrati con note dal Prof. Ab. Giovanni Berengo, dalla tipografia di Giuseppe Antonelli Editore, Venezia 1846, pp. 38, 39.

[5] Rita Volpe, Vino, vigneti ed anfore in Roma repubblicana, in  http://sovraintendenzaroma.academia.edu/RitaVolpe/Papers/1364504/Vini_vigneti_ed_anfore_in_Roma_repubblicana

la foto dei buoi è tratta dal sito numerabilia.it

quella di Catone da wikipedia

Cos’è uno scandalo?

Ora, le Sirene hanno un’arma

ancora più terribile del canto,

cioè il silenzio.

Franz Kafka (Quaderni in ottavo, 1916/18)

Diciamo che i pretesti per questo breve testo ci sono, e molti. Non tocca a me fare gli esempi, né tantomeno riportare alla luce quanto avvenne in tempi recenti. Per cui passo la penna ad un grande scrittore e semiologo francese, Roland Barthes, dove,  pur parlando di altro (il caso Lacaze) e in tempi che furono, racconta anche di noi e di questi giorni. Ho lasciato quello che per me è l’essenziale. barthes3

«Al di sotto di un certo reddito, un caso giudiziario è sempre un semplice fatto di cronaca. Perché ci sia scandalo, è necessario un Minimo Dividendo Garantito. (…) Come in ogni letteratura popolare, la ricchezza permette al romanzesco di proliferare smisuratamente. (…) La funzione dello scandalo è di essere uno spettacolo del mistero, l’intrigo è allo stesso tempo l’essenza e la forma che ne giustificano la notorietà. Dal punto di vista del mito, qui tutto è indifferente al raggiungimento della verità o di una conclusione, conta solo lo spessore della matassa. Per esempio, senza alcuna ragione gli accusati diventano accusatori, e i testimoni imputati; nessuno sfugge a questo moto circolare che il tempo non ferma mai. Questa confusione è la definizione stessa di un mistero dell’essere; sospende il manicheismo solito dei fatti di cronaca nera, in cui è ammesso che sospettati e poliziotti non si scambino mai i ruoli. Non ci sono più tabù, e dunque non vi è più ordine: è un moltiplicarsi senza fine di parti civili, come in una sorta di mosca cieca. (…) Perché la complessità è voluminosa. Il caso si definisce come una sostanza sisifea, che logora con la forza dell’elasticità; sperare di risolverlo o di portarlo a termine è un atto di eroismo, un’impresa sportiva… il Giudice è nel contempo Cavaliere della Verità e Maratoneta. Ma contro chi lottano tutti, questi giudici, questi testimoni, questi accusatori? Che cos’è che li sfinisce? E’ la Parola. Il testimone nuovo e misterioso che spunta fuori è prima di tutto presunto portatore della Parola: se acconsente a parlare non ci sarà più alcun mistero; questa Parola è in lui come un carica che non esplode mai, ma la cui presenta irradia, provoca la crisi di nervi. (…) E’ proprio questa la sua funzione collettiva: rappresentare continuamente l’indecifrabile. E’ la sua stessa “complessità” ad essere mitica; tutto qui alimenta intenzionalmente una forma, tutto si sottomette all’immagine di un ordine barocco, da cui il lettore è escluso. Con un paradosso che è la sua verità, il fatto di cronaca allontana da sé i suoi consumatori, l’informazione disinforma, il reale diviene irreale. Ora sappiamo che cos’è uno scandalo: è essenzialmente una cosa alla quale non si partecipa. Non solo ciò che occupa la scena è spettacolo, ma anche ciò che respinge lo spettatore nell’ombra della galleria o della platea, che lo convince dell’esistenza di una distinzione naturale tra quello che vede e quello che è, tra quello che capita e quello che gli capita. Lo scandalo è costituito da questa alterità mitica, che fonda l’Avvenimento come un ordine intoccabile e lo separa fatalmente dalla coscienza.»

Roland Barthes, Che cos’è uno scandalo?, “Lettres nouvelles”, 4 marzo 1959, in Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 241 – 244; Edizione originale: Roland Barthes, Mythologies, Editions de Seuil, Paris 1959.