Smith, Ricardo, Marx e la teoria del mancato plusvalore relativo e assoluto dei blog vinosi.

karl-marx1Tutta la teoria economica classica affronta il tema del nesso tra il valore del lavoro necessario a produrre le merci e il valore che si genera dal loro scambio: “per Marx, in particolare, resta vero che quando la merce funziona come capitale, quando essa viene impiegata nell’acquisto di lavoro vivo, allora il valore acquistato è maggiore del lavoro che è stato necessario per produrre il capitale merce. Il modo in cui Marx concilia i due principî smithiani è il seguente: nel capitalismo anche il lavoro è una merce e dunque ha un valore di mercato; tuttavia il luogo in cui si determinano il nesso e la differenza fra lavoro contenuto e lavoro comandato non è il mercato, ma la sfera della produzione.”[1] Già per Ricardo il lavoro viene pagato come merce sul mercato. Ma nel processo produttivo un medesimo tipo di lavoro può creare valori diversi, in funzione della maggiore o minore efficienza (legata all’impiego di macchinari differenti), e in funzione della variazione della domanda relativa dei vari tipi di beni prodotti.

La caratteristica principale del modo capitalistico di produzione è che il processo è del tipo Denaro-Merce-Denaro, e non Merce-Denaro-Merce. Nel ciclo D-M-D si cede denaro per ottenere altro denaro: scopo di questo processo non è l’ottenimento di valori d’uso, bensì la realizzazione di un plusvalore. Perché l’operazione abbia un senso la forma effettiva del ciclo dovrà dunque essere D-M-D’, dove D’ sarà maggiore di D.  E’ già stato evidenziato come in Marx lo scambio, subordinato al primato del valore d’uso, non possa determinare il valore della merce. Il problema di fondo, irrisolto, è che il passaggio dal valore d’uso a quello di scambio richiede un trasformazione di senso, quindi culturale, del prodotto merce.

Sono diversi i soggetti sociali che si adoperano a creare un bisogno e a trasformarlo in valore (moneta) di scambio: classi, professioni, nuovi poteri in fieri; poteri economici coadiuvati da importanti campagne pubblicitarie; soggetti mediatici di vario tipo (che assolvono contemporaneamente sia ad un valore d’uso che di scambio in conformità con i poteri a cui si riferiscono); e dall’altra parte le classi subordinate ….(pensiamo in generale al welfare).

In tutto questo dove si inseriscono i blog sul vino?

Gran parte di essi è costruito su piattaforme gratuite o a costi di produzione assolutamente contenuti. Il loro valore d’uso, che si esplicita nella lettura, è gratuito (sono pochissime le eccezioni). Non solo è gratuito, ma è anche molto frammentato. La frammentazione dipende non tanto dall’argomento trattato, ovvero il vino, ma dal soggetto blog, anche’esso suddiviso in numerosissime categorie, lingue… Potremmo dire che il valore di scambio di un blog vinoso è dato dalla quantità di plusvalore assoluto altissimo (perché tendenzialmente non retribuito o poco retribuito), relativo ad una quantità infinitesimale di denaro ripartito tra milioni di blog appartenenti alla stessa piattaforma produttiva: WordPress, Blogspot….. Il lavoratore blogger vinoso è quindi parte di un meccanismo produttivo che lo trascende e lo ingloba e a cui contribuisce, con un apporto infinitesimale, con la realizzazione di valore aggiunto relativo alla quantità di scambio che è in grado di produrre (lettori stabili).

La domanda successiva riguarda invece la capacità intrinseca del blog vinoso di riprodurre la propria forza lavoro, primum, e quella di scambio, deinde, data dalla stabilità dei lettori, e quindi del valore di scambio gratuito, in grado di generare, a sua volta, un altro valore di scambio: la raccolta pubblicitaria a pagamento (lo stesso meccanismo che riguarda i social e i media in genere). Una volta definita la struttura del blog, le persone che vi scrivono, la quantità che ogni lavoratore blogger vinoso produce all’interno della compagine che lo ospita e, per concludere, la qualità estrinseca del prodotto (ovvero la capacità di produrre accessi di ogni singolo articolo e di ogni singolo scrittore, che può non corrispondere ad una qualità intrinseca del prodotto), occorre calcolare la quantità di accessi necessaria per realizzare la raccolta pubblicitaria e adeguata a pagare la riproduzione della forza lavoro (salari, collaborazioni, Partite Iva …) In seguito, questa capacità di raccolta finanziaria esterna dovrebbe servire a generare plusvalore, ovvero profitto.  Perché ciò avvenga il blog vinoso deve essere già sufficientemente strutturato: più collaboratori, capacità di intervenire rapidamente sui contenuti (merito), sulle tempistiche (metodo e aggiornamento) e politiche di posizionamento web. Il vino, seppur alimento, non è ricetta e neppure manipolazione casalinga. E’ un grande pregio e un limite intrinseco insuperabile.

Tenuto conto dei limiti del campo italico, della lingua italica, possiamo sostenere, a buona ragione, che il blog vinoso non solo è distante dalla realizzazione della caduta tendenziale del saggio di profitto, visto che di profitto non se ne è mai vista l’ombra, ma è anche lontano quanto basta dalla riproduzione della propria forza lavoro. In conclusione il blog vinoso, pur appartenendo alla più innovativa tecnologia informatica, mantiene dei rapporti produttivi di tipo primitivo, che si risolvono, molto spesso, in una bicchierata insieme e a qualche selfie durante le fiere vinicole. Il vantaggio relativo è che il blog vinoso non può creare disoccupazione dal momento che non ha mai creato occupazione, neppure precaria. Con rarisssime eccezioni.

Detto questo, ha senso scrivere di vino come se si trattasse di un sapone per piatti?

[1] Cfr. Giorgio Lunghini, Fabio Ranchetti, Teorie del valore in Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani 1998

 

Sugli odori. Secondo Teofrasto da Ereso.

Pittura della casa della Farnesina a Roma, fanciulla che versa il profumo in un'ampolla (I secolo a.C.)
Pittura della casa della Farnesina a Roma, fanciulla che versa il profumo in un’ampolla (I secolo a.C.)

Il primo studioso degli odori, dal quale prenderanno ispirazione numerosi autori successivi (citatissimo ne la Naturalis Historia, ‘Storia naturale’, con cui Plinio il Vecchio, scrivendo tra il 72 e il 77 AD, riassume tutto lo scibile naturalistico accumulato in Grecia e a Roma durante i sei secoli precedenti), è Teofrasto da Ereso[1] (ca. 372 – ca. 287 a.C.), considerato il pensatore scientifico più influente dell’antichità classica: “Se non proprio il primo, infatti, egli fu per certo uno tra i primi e più importanti dossografi: quei pensatori che, pur capaci di sviluppare un loro pensiero originale, vollero dedicare tempo e sforzi anche a raccogliere informazioni sulle nozioni scientifiche degli autori precedenti, ad organizzarle, condensarle, rielaborarle in forma propria e, infine, a trasmetterle in una forma più accettabile ai loro contemporanei, così da renderle un patrimonio duraturo della cultura greca[2].” Le notizie su Teofrasto ci giungono quasi interamente da Diogene Laerzio il quale, nelle ‘Vite dei filosofi’, narra che il filosofo di Ereso frequenta ciò che di più elevato si potesse avere per l’epoca: dapprima è allievo di Platone all’Accademia di Atene, dove, nello stesso tempo, diviene amico di Aristotele. Quando poi, nel 347, alla morte di Platone, l’Accademia passa a Speusippo, Teofrasto segue Aristotele e Senocrate prima ad Appo, poi a Mitilene ed infine a Lesbo, dove rimane circa 10 anni – con puntate qua e là i Asia Minore – e scrive due testi botanici di fondamentale importanza: ‘La ricerca sulle piante’ in nove libri, in cui sono studiate circa cinquecento specie di piante e ‘Le cause delle piante’ che tratta della vita del mondo vegetale. Infine, differenziandosi testi sopracitati redige un libro particolare, ‘Caratteri’, dove analizza trenta tipi umani ciascuno di essi contraddistinto da una speciale indole, che ne provoca un comportamento costante e distintivo. Il testo relativo agli odori sembra che facesse parte, secondo quanto rilevato dagli studi di Wöhrle[3], dell’VIII libro de “Le cause delle piante’. Teofrasto, mentre si trova a Lesbo, svolge un’intensa attività politica che lo condurrà ad essere, per i dieci anni successivi, maestro di Alessandro Magno in Macedonia. Il resto della sua vita lo passa ad Atene, richiamato appositamente da Aristotele per la fondazione di una nuova accademia, il Liceo, che conduce dalla morte del maestro, avvenuta nel 322, sino al 288 a.C.

Il libro sugli odori si compone di 68 capitoli a cui se ne aggiunge uno, il 69, che riprende sostanzialmente quanto già espresso nel cinquantasettesimo. La grande novità di Teofrasto è che non parla, come già avviene in precedenza, dei profumi (aromata) soltanto per ciò che attiene il loro impiego, ma si addentra, per la prima volta, nelle tecniche di produzione appropriate a generare le diverse fragranze. Prima di lui sia Platone, nel Timeo, che Aristotele, ne ‘Sull’anima’ e ne ‘Sui sensi’ parlano di odori. Mentre il primo si limita a discutere degli odori  in termini dicotomici, gradevoli e sgradevoli, il secondo argomenta in maniera più ampia e diversificata: parte dalla differenziazione delle capacità sensibili (inferiori) degli esseri umani nei confronti del mondo animale; prosegue fondando un’analogia tra odorato e gusto (dolce e amaro), anche se attribuisce a quest’ultimo una capacità distintiva maggiore in quanto forma di tatto; attribuisce, così come fa Platone, all’aria e all’acqua la capacità di veicolare gli odori; fa appartenere l’odore alla categoria del ‘secco’, così come il sapore lo è di quella dell’‘umido’ (Aristotele, Sull’anima, IX 421a – 422a). Ne ‘Sui sensi’, Aristotele arricchisce l’argomentazione, a partire dalla constatazione che gli odori, così come i sapori, pur appartenendo l’uno alla categoria del secco e l’altro a quello dell’umido possono produrre il loro opposto: “Inoltre se il secco produce nei liquidi e nell’aria l’effetto come di qualcosa lavato in essi, è chiaro che gli odori devono essere analoghi ai sapori. Ora questo si verifica in taluni casi: infatti gli odori sono pungenti, dolci, aspri, forti e grassi e si dirà che odori fetidi sono analoghi a sapori amari – per cui, com’è difficile bere sapori amari, difficile è pure respirare sapori fetidi. E’ chiaro, dunque, che ciò che nell’acqua è il sapore, tale è nell’aria e nell’acqua l’odore: per questo il freddo e il congelamento attutiscono i sapori e annullano gli odori: infatti il freddo e il congelamento distruggono il caldo che muove e elabora gli uni e gli altri.” L’argomentazione aristotelica prosegue poi evidenziando le differenziazione tra mondo animale e quello umano in merito alle capacità sensoriali e distintive, per concludersi con l’affermazione che l’olfatto fa parte dell’organo centrale dei sensi che si esercitano per contatto (tatto e gusto) e quelli che “sentono attraverso un mezzo estraneo al soggetto, come la vista e l’udito.” Come tale l’olfatto è una proprietà delle sostanze nutrienti che concorre, anche se non ciba, alla salute del corpo. (Aristotele, Sul senso V 442b- 445b)

Come per il suo maestro Aristotele, anche per Teofrasto gli odori provengono da un mescolanza, per cui perfino la terra, che è sostanza semplice, emana un odore poiché è la più composita delle altre tre: aria, acqua e fuoco. Gli odori non hanno nomi particolari se non quelli mutuati da altri sensi come il piccante, il forte, il dolce, il pesante. Il lezzo caratterizza invece quegli odori che si rifanno alla marcescenza dei prodotti. Unica eccezione è la fermentazione del vino che “nessuno ritiene un processo di putrefazione pari alla decomposizione” (Cap. 2) Gusto e olfatto viaggiano poi o in assonanza o in netta contrapposizione: esistono odori ‘di per se stessi’ e sono quelli che si annusano, mentre quelli ‘accidentali’ sono legati al gusto e all’alimentazione. Grande spazio, come si è detto all’inizio, viene dedicato da Teofrasto alla techne profumiera, ovvero all’arte di produrre odori e sapori attraverso una tecnica e secondo un disegno ben preciso. E’ soltanto grazie alla mescolanza e all’accostamento armonico tra essenze diverse che si dà vita ad una nuova fragranza: “Dunque alcuni creano profumi e polveri fragranti mescolando sostanze secche a sostanze secche, altri invece o unendo le essenze al vino o combinando ingredienti liquidi con ingredienti liquidi. Il terzo metodo, il più diffuso, è quello seguito dai profumieri e consiste nell’unire componenti secche a sostanze umide. E’ questo il procedimento di preparazione di tutte le fragranze e di tutti gli oli profumati.” (Cap. 8) Teofrasto sa molto bene che le sostanze fresche hanno un profumo forte e penetrante, ma, una volta lasciate maturare, “lo addolciscono diffondendolo nuovamente”. Molte radici hanno bisogno di una lunga maturazione, come avviene per l’iris o per la mirra, mentre i fiori mostrano le loro qualità profumanti appena raccolti, oppure appena essiccati (Cap. 34). Varianti rispetto al risultato finale, pur utilizzando gli stessi prodotti nelle stesse quantità, sono determinate per primo “nella stabilità della stagione, che può rendere più o meno intense le proprietà odorose dei prodotti. La seconda sta nel periodo di raccolta: occorre considerare cioè se le sostanze odorose siano state raccolte prima o dopo rispetto al momento della loro piena maturazione. La terza è legata alla fase di conservazione dopo la raccolta e riguarda quegli ingredienti che, come detto, richiedono un tempo di riposo per raggiungere la loro piena maturazione aromatica”. (Cap. 37)

E infine il vino! Teofrasto, anticipando il liquido odoroso di Sandro Sangiorgi di 2300 anni circa, dice che “pare che il profumo addolcisca i vini”. Per questo alcuni lo uniscono nella fase di preparazione del vino odoroso, altri invece lo addizionano poco prima di bere. E’ ovvio che i sensi del gusto e dell’olfatto , essendo così vicini negli oggetti del loro sentire, abbiano qualche elemento in comune. Genericamente si può dire che nessun sapore sia sguarnito di odore e nessun odore sia senza sapore. Il motivo è il seguente: nessun odore può nascere da ciò che manca di sapore.” (Cap. 67)

 


[1] Il libro fondamentale su Teofrasto è quello di Giuseppe Squillace, Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto. Prefazione di Lorenzo Villoresi, Casa Editrice Leo Olschki, Firenze 2010

[2] Annibale Mottana, Il pensiero di Teofrasto sui metalli secondo i frammenti delle sue opere e le testimonianze greche, latine, siriache ed arabe, Memoria presentata nella seduta del 9 febbraio 2001 all’Accademia dei Lincei.

[3] George Wöhrle, The Structure and Function of Theophrastus’ Treatise De Odoribus, in Theophrastean Studies: Fifteen Papers on Natural Science, Physics and Metaphysis citato in Giuseppe Squillace, cit. pag: XIX

I FUMI DEL VINO – IRèNE NéMIROVSKY. Di Alice Aliceinwonderland

faruffini-lettriceE’ noto, il vino ha sempre avuto un ruolo nella letteratura, nella musica, nell’arte di tutti i tempi. Il viaggio nelle citazioni è potenzialmente infinito, mi limito in questa sede a riportare, in traduzione, il testo di una canzone dei nipponici Pizzicato Five:

“Drinking Wine”.

One bottle of wine on the table
On the terrasse where the wind blows

You can hear the sea from far away
And you playing the guitar

If God called me today
To tell me
This is the last day
Of my life
It would be just fine
The sky looks lovely today
If it’s today I don’t mind

If God comes whispering in my year
‘how do you like the wine? ‘
‘the wine you
‘just opened? ‘
I would be just too happy
To offer him
Some
‘please have some’

Giapponesi! Per dire: anche in terra non propriamente di vino, il vino è protagonista di canzoni.

Irène Némirovsky nasce a Kiev nel 1903 da genitori ebrei, benestanti e borghesi. E’ negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, tra Ucraina, Russia, Finlandia e Svezia, che si forma il suo legame indissolubile con la Francia, grazie a Zezelle, la governante francese che la allevò e la crebbe. In quella Francia tanto amata, Irène visse, scrisse, pubblicò. Fino a che la stessa Francia non si tramutò nella sua più cocente delusione, modificando di radicalmente l’atteggiamento nei suoi confronti e in quelli di altre migliaia di persone, nel pieno dell’antisemitismo, finendo per lasciare che la portassero a morire ad Auschwitz nel 1942.

Il vino compare nella maggior parte dei suoi racconti, a volte come sfondo, a volte come metafora di eleganza e civiltà da contrapporre alle sbornie da vodka della Rivoluzione Bolscevica e delle Guerre Civili che si era lasciata alle spalle. E’ dal mondo greco che il vino è linea di confine tra civiltà e barbarie. I barbari non conoscevano il vino, nell’isola di Ciclope si consumava altro. E Ulisse, la Civiltà, sconfigge il Ciclope, il barbaro incivile, stordendolo con il vino, sconosciuto sulla sua isola.

E’ in uno dei racconti meno conosciuti, almeno in Italia, di IrèneNémirovsky che questa lettura del mondo attraverso la lente della metafora alcolica è protagonista assoluta. Nel titolo c’è già molto: I fumi del vino, contenuto nella raccolta di racconti La commedia borghese. Qui l’idea di “sobria ebrietas”, sia nella sua accezione religiosa che in quella più bartehsiana, carnale, verrà completamente calpestata dall’ubriachezza violenta che inibisce qualsiasi consapevole ricerca dell’appagamento dei sensi del gusto, dell’olfatto, e tantomeno quella dell’esperienza mistica. Qui si brama e si pretende unicamente di raggiungere l’oblio. Qui ci sono i barbari, e proprio come Ciclope, cadranno storditi per l’abuso di un liquido sconosciuto, proveniente dal di là del confine, dove vivono gli uomini civili. L’Ulisse vincitore però non comparirà. Ci saranno solo sconfitti.

I protagonisti del racconto sono gli ufficiali fuggiaschi dell’Armata Bianca, i miliziani bolscevichi, i contadini orfani del filo campagna – corona e una lunga notte dell’inverno finlandese in cui tutti i personaggi sono accomunati dalla ricerca dell’oblio nel vino. Contadini, miliziani, ufficiali hanno un solo obiettivo: raggiungere le cantine dei palazzi nobiliari ormai deserti, su cui sventolano le bandiere rosse. Il vino francese contenuto nei preziosi barili era stato dichiarato illegale già molto tempo prima,ma nelle case dei nobili e degli alti graduati militari l’emanazione del bando non aveva minimamente apportato modifiche alleabitudini enoiche. Poco importava che sotto quelle bandiere rosse campeggiassero manifesti incitanti al saccheggio di tutte le opere d’arte e dei libri contenuti nelle dimore nobiliari “perché importanti per le necessità culturali del presente e della discendenza” e inneggianti alla distruzione delle cantine: “ma non toccate una goccia di vino. La Rivoluzione ha fiducia in voi. Distruggete quell’alcool maledetto che ha asservito i vostri padri. Non annegate nel vino l’alba della rivoluzione”.

Invece in quella notte la Rivoluzione viene completamente dimenticata, e da tutti, dissolta nei fumi del vino. La città si trasforma nella pianta di una caccia al tesoro in cui non è più possibile distinguere chi faccia parte di quale squadra.

“Le casse di champagne vengono sventrate a calci. (…) bevono, con la testa rovesciata, a occhi chiusi, e ritrovano con un piacere muto e selvaggio in quel gusto indimenticabile. Il vino scorre, sprofonda nella neve.”

Fiumi di vino scorrono di bocca in bocca, una collettiva, ingorda, caotica e rumorosa ubriacatura accende il buio della notte finlandese. Risse, svenimenti, accoppiamenti tra donne della buona borghesia e miliziani con la stella rossa cucita sul berretto, ufficiali fuggiaschi che dividono ciò che resta delle bottiglie con zingare sensuali ed ebbre, è questo lo scenario che si appropria della città, come se la città avesse il diavolo in corpo.

“La città intera è in festa. Una festa ripugnante e selvaggia. Che importa? Ciascuno ha la sua parte di sogno e di oblio.”

La notte sembra non finire più. Arriva però il momento in cui è il vino a finire ed il lento risuscitare dalla sbornia collettiva riportaognuno nella propria divisa o nei propri stracci. I miliziani che non li hanno persi imbracciano fucile, i corpi degli ufficiali trovano nella neve l’eterno riposo, le fedifraghe tornano a casa e riprendono i lavori all’uncinetto.

“Ecco degli uomini che lanciano alla ronda le bottiglie di un vecchio borgogna pieno del sole della Francia. (…) Vino buono, buon liquore prezioso, che cancella tutti i ricordi” scrive IrèneNémirovsky e si sente che il cuore le fa male. Quello è più che un ratto, è più che l’orrore dell’inciviltà, è blasfemia, perché è un oltraggio alla Francia, “il Paese più bello del mondo. Quello dove fermarsi”.

A lei, ebrea e apolide, la Francia volterà le spalle, senza pietà. E da quel momento Irène vivrà il vino francese, quel simbolo quasi sacro del “Paese dove fermarsi”, con sentimento molto diverso, con delusione e sbeffeggio. Quel vino resterà il simbolo di una Nazione ma non significherà più eleganza, accoglienza, civiltà, liberté, egalité, fraternité, non sarà più il volto di Ulisse. Sarà orrore, chiusura, dolore. Il confine tra civiltà e barbarie assumerà contorni molto confusi, tratteggiati con l’inchiostro simpatico. Questa fase di penosa presa di coscienza verrà esposta ampiamente in altri suoi scritti, in particolare in Suite Francese. Che diventa davvero un’altra storia, e probabilmente merita un capitolo a sé.

Immagine: Clara o la Lettrice di Federico Faruffini (1861) da artistagoloso

Il federale.

federale«… io ho preso di te quella vendetta che ho potuto, non quella che tu meritavi, ché il tuo fallo deveva negli occhi di tutto il popolo esser con l’ardenti fiamme purgato».
Matteo Bandello, Novelle

Dietro quel pugno, quello che è stato, ci sono mille e mille anni addietro: vendetta premeditata, apertamente annunciata, pubblicamente eseguita. E poi rivendicata. Mille anni e ancora mille di tenebre, di oscurantismo, di oscena platealità che lava nel sangue l’onta al proprio narcisismo. “E’ un cretino illuminato da lampi di imbecillità”, scrisse un giorno Flaiano. “Un cretino illuminato dà lampi di imbecillità”, aggiungo io. La buttiamo sul ridere?

La foto è tratta dal film di Luciano Salce “Il federale”

Sei labbra e occhi bui. Sei la vigna.

 

fugazza

(la foto è di Arianna Fugazza)

Anche tu sei collina 

Anche tu sei collina

e sentiero di sassi

e gioco nei canneti,

e conosci la vigna

che di notte tace.

Tu non dici parole.

 

C’è una terra che tace

e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura

sulle piante e sui colli.

Ci son acque e campagne.

Sei un chiuso silenzio

che non cede, sei labbra

e occhi bui. Sei la vigna.

 

E’ una terra che attende

e non dice parola.

Sono passati giorni

sotto cieli ardenti.

Tu hai giocato alle nubi.

E’ una terra cattiva –

la tua fronte lo sa.

Anche questo è la vigna.

 

Ritroverai le nubi

e il canneto, e le voci

come un’ombra di luna.

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l’infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

Cesare Pavese  30, 31 ottobre 1945[1]

 

Per Pavese il luogo mitico è il nome comune[2], universale, il prato, la terra, la vigna, la collina…: è l’archetipo primordiale di cui ognuno possiede il riflesso. I ricordi, con cui si battezzano le cose, sono la memoria del simbolo e del mito. Il mito, per sua natura, è sempre simbolico: «non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture[3].» Il mito, come atto estatico  che corrisponde al simbolo diviene puro atto di libertà: esso può apparire alle soglie dell’esperienza infantile ed è specifico di quei paesaggi dell’infanzia. «In Pavese quella necessità di ricondurre ogni nuova esperienza ai prototipi mitici infantili sembra(…) un atto sempre rinnovato  di devozione verso la morte, che sta appunto sul liminare delle esperienze infantili (…) e che attraverso i simboli primordiali le permea tutte[4].» Assieme alla dottrina del simbolo e all’estasi come sacramento giunge a Pavese l’idea che l’infanzia sia uno stadio di conoscenza prima, tempo di esperienze fondamentali e uniche, fonte del sapere primario che si rivela disponibile solo parzialmente come ritorno della memoria. Il fanciullo partecipa a quei modelli primordiali perché è più vicino all’Aldilà.

Nell’impossibilità di quel ritorno, di  riafferrare il tempo sacro della festa, la sazietà delle parole non può che essere vana, quando la rabbia scopre la possibilità di “non essere più io”, di non poter più partecipare all’archetipo primordiale, al farsi campo, cielo, bosco: «Talvolta se mi accosto a questa terra, ne ho un urto impetuoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuol sommergermi. Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chi sa dove. Son fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole, ma queste non sono più nulla e mi dibatto come un albero o una belva già stata uomo e ora incapace di esprimermi. Cedo, riluttando perché so che la mia natura è un’altra, e ogni volta trovo in fondo a questo impeto una vana sazietà. […] Io parlo qui di tentazione attuale. Fermo davanti a una campagna, smemorato, a un cielo chiaro, a un corso d’acqua, a un bosco, mi sorprende la rabbia improvvisa di non esser più io, di farmi quel campo, quel cielo, quel bosco, di cercar la parola che lo traduca tutto quanto, fino ai fili dell’erba, fino al sentore, fino al vuoto. Io non esisto; esiste il campo, esiste il cielo. Esistono i miei sensi, spalancati come bocche a divorare l’oggetto[5].»

 

[1] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951

[2] Cfr. i tre saggi dedicati a Cesare Pavese in Furio Jesi, Letteratura e mito, Einaudi , Torino 2002

[3] Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, pag. 301

[4]  Furio Jesi, Pavese, il mito e la scienza del mito, in Furio Jesi, Letteratura e mito, cit.  pag. 144

[5] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino, 1946, p. 235