Due vini identici possono essere simili e non uguali

Gli inseparabili Gemelli Castore e Polluce, commemorati nella costellazione dei Gemelli, qui raffigurati da Johannes Hevelius (1690). Castore ha nelle mani una lira e una freccia, Polluce tiene un bastone. Le stelle Castore e Polluce segnano i punti delle teste dei gemelli.

Una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla svolazzante e

 soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang Zhou.

Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zhou.

Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla,

o una farfalla che sognava di essere Zhou.

Tra lui e la farfalla vi era una differenza.

 Questo è ciò che chiamano la metamorfosi degli esseri.

(Zhuang-zi [Chuang Tzu], II)

Il problema della definizione dei contrari “identico-diverso” “ simile-dissimile” “eguale-diseguale” si pone sin dall’antichità greca come una delle questioni nodali del dibattito filosofico. Quello che sta alla base della discussione è stabilire la natura di “ciò che è” e di ciò che da questo, pur opponendosi, ne deriva: “ciò che non è”.  Il rapporto tra le coppie di opposti identico-diverso e simile-dissimile è tale che non solo dall’identico deriva il simile, e dal diverso il dissimile, ma anche che dall’identico nasce il dissimile e dal diverso il simile. Se due cose sono identiche, proprio per questo hanno qualcosa di dissimile: se l’identità fosse assoluta non si tratterebbe di due cose, ma di una; se sono invece diverse, proprio per questo sono anche simili: altrimenti non sarebbero neppure comparabili. Il primo a porre la questione in maniera sistematica è Platone di cui riporto questo breve tratto del suo Parmenide:

«La natura dell’uno non è affatto anche identica a quella dell’identico» «E perché?» «Perché quando qualcosa diviene identico a qualcos’altro, non diventa uno». «Beh, ma perché?» «Divenendo identico ai molti, di necessità diventa molti ma non uno». «Vero». «Ma se l’uno e l’identico non differiscono in nessuna maniera, allorquando qualcosa divenisse identico diverrebbe sempre uno ed allorquando divenisse uno diverrebbe identico». [139e] «Assolutamente sì». «Se l’uno sarà identico a sé stesso, allora non sarà uno con sé stesso, e così, pur essendo uno, non sarà uno. Ma questo, ecco, è impossibile; è impossibile allora per l’uno sia essere diverso da un diverso sia anche essere identico a sé stesso». «Impossibile». «E così ecco che l’uno giammai sarebbe diverso oppure identico né rispetto a sé stesso né rispetto ad un diverso». «No, ecco». «E non sarà né simile né dissimile a qualcosa, né a sé stesso né ad un diverso». «E perché?» «Perché l’identico è in qualche modo passibile di esser simile». «Sì». «Eppure parve che l’identico fosse di natura separato dall’uno». [140a]

Ciò che ci giunge da allora è insomma l’idea che ciò che è identico sia passibile di essere simile e non uguale (con il medesimo corredo genetico direbbe qualcuno), poiché separato e generato dall’entità prima. Le scienze matematiche e fisiche vengono investite da subito della disputa filosofica, grazie anche all’influenza secolare del neoplatonismo (Plotino e le sue Enneadi in primis): identità, uguaglianza, proporzione, temporalità, contenuto, forza e resistenza devono trovare uno spazio di definizione e di verifica entro le strette maglie delle esegesi di Platone sino all’epoca medievale. Per primo il Dottore Profondo (Tommaso Bradwardine, Trattato sulle proporzioni del 1328), esponente di punta dei calculatores del Merton College di Oxford, nota che nel concetto di proporzione di uguaglianza (proportio o ratio aequalitatis) “nessun rapporto è maggiore o minore di un rapporto di uguaglianza.” Da ciò deriva la nozione di verità come precisione, concetto che viene sviluppato da Biagio Pelacani da Parma, in particolare nel suo commento al Trattato sulle proporzioni, «per dimostrare, in termini matematici, la natura indivisibile dell’intelletto. La proportio aequalitatis, espressa dalla proporzione 1 : 1, è per Biagio un’unità che è in proporzione di uguaglianza solo con se stessa, il rapporto dell’uno con se stesso; tale concetto indica un’unità intellettuale identica solo a se stessa, un punto matematico indivisibile: l’indivisibile, infatti, non è né uguale né disuguale rispetto a nessuna cosa, essendo identico a sé stesso[1]

L’identità, insomma, non presuppone necessariamente l’uguaglianza. E più il vino mantiene la propria identità e più l’uguaglianza si caratterizza nella differenza.


[1] Tatiana Ragno, Verità e conoscenza nel pensiero di Niccolò Cusano, dottorato di ricerca in filosofia, ciclo XXIII, Verona, pp. 65,66

Il bevitore resiliente

Di Deutsche Fotothek‎, CC BY-SA 3.0 de,
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Resilienza, una parola che si perde nel tempo.

Una delle parole che è entrata in voga un decennio fa è ‘resilienza’: ma mai come oggi quella parola è usata. Abusata. Abusatissima. Non se ne può più o, come dicono qui a Genova, non se ne può di più.

‘Resilienza’, racconta in un testo molto documentato Simona Cresti[1], nuova non è dal momento che la utilizzano già nell’antica Roma: viene dal verbo “resilire”, da “re-salire” nell’accezione di “saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi”, ma anche di, in senso traslato, “ritirarsi, restringersi e contrarsi”. Mentre il verbo latino ‘resilire’ non lascia tracce in italiano, le lascia invece sia nella lingua francese, resilier, che in quella inglese, to relise, con i significati summenzionati (in particolare quelli figurati). La parola ‘resilienza’ ricompare bella arzilla e in tutta la sua possanza all’inizio del XVIII secolo, nel Lexicon Philosophicum di Étienne Stephanus Chauvin (18 aprile 1640 – 6 aprile 1725) a voler indicare sia il rimbalzare di un oggetto che le caratteristiche interne legate all’elasticità dei corpi: assorbire l’energia di un urto contraendosi o riassumere la forma originaria una volta sottoposto a deformazione.

In Italia accenni alla parola “resilienza” che è “termine de’ filosofi che vuol dire regresso, o ritorno del corpo, che percuote l’altro” si ritrovano a metà 700 in G. P. Bergantini, Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario d’essa non registrate, Venezia 1745. E, poco tempo dopo a Napoli, intorno al 1769 dalle parole di Antonio Genovesi (Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile): “Quella forza deve essere non solo direttiva, ma coattiva altresì; perché la sola forza direttiva, per la nostra uguale ignoranza, per la ritrosia della nostra natura, e per la forza elastica e resiliente delle passioni, non basta per unirci e mantenerci concordi, almeno per lungo tempo”. Per dirla tutta ci vuole un napoletano perché le leggi della fisica vengano adattate alle passioni e alla psiche umana. Gli statunitensi, ugualmente, la usano nel senso di ‘spirito di adattamento’; “resilience compare nell’Independent di New York già nel 1893: “The resilience and the elasticity of spirit which I had even ten years ago” (Oxford English Dictionary, www.oed.com in Simona CLiberation Serifresti)

‘Resilienza’ e ‘resistenza’ per finire, checché ne abusino gli scambisti nominali, non si somigliano affatto: la prima ammortizza e assorbe l’urto per poi tornare allo stato precedente. La seconda si oppone all’urto e, o lo respinge, o ne viene distrutta.

Resilienza, una parola che si perde tra ingegneri e neurologi.

‘Resilienza’ è dunque un termine scientifico che si è trasferito, bello sornione, alla psiche umana: manco a farlo apposta stuoli di ingegneri, di architetti, di fisici, di neurologi, di psichiatri e di psicoanalisti se lo giocano ai dadi della comprensione (i politologi e i sociologi arrancano di brutto, mentre gli storici non ci provano nemmeno).

In cima alle ricerche c’è Ruth Feldman, ricercatrice presso l’Interdisciplinary Center di Herzliya, in Israele, e presso lo Yale Child Study Center, dell’Università di Yale. Per farla assi breve (non saprei farla lunga) “la resilienza è concettualizzata come “assenza di sintomi” o “mantenimento della salute mentale” a seguito di avversità o traumi. Sulla base di recenti confronti interdisciplinari, vista l’enfasi posta all’enorme peso economico e sociale delle patologie stress-correlate, mettendo nettamente da parte la prospettiva psicopatologica, si è convenuto che la resilienza possa essere definita solo ex post facto, cioè dopo che un trauma si sia verificato ed alcuni individui, rispetto ad altri, non abbiano sviluppato sintomi (…) Gli individui resilienti, in sintesi, non sono solo nati tali, ma lo sono diventati in funzione di come sono stati cresciuti dall’ambiente[2]”. E nientepopodimeno bisognerebbe parlare di “sistema dell’’ossitocina”, di “cervello affiliativo”, di “sincronia bio-comportamentale”, per cui la resilienza implica plasticità (adattamento a condizioni variabili), è integrativa e regolatoria (integrazione flessibile dei componenti del sistema), è “time-based” (filogenesi e ontogenesi), è sociale (sopravvivenza e adattamento) e implica il significato (capacità di attribuire un senso all’esperienza traumatica).

Il bevitore resiliente.

Viste le cose precedenti ne potrebbe conseguire che:

Il bevitore resiliente è un gran bevitore. I liquidi lo deformano temporaneamente, ma non lo spezzano. Il bevitore resiliente è plastico, anche nel vestiario.

Il bevitore resiliente si adatta a condizioni variabili sia sociali (feste di compleanno, apericena, uscite con colleghi, prime comunioni, matrimoni etc.) di cui integra sia le componenti sincroniche, sia quelle bio-comportmentali del cervello affiliativo di quelli come lui: li riconosce in brevissimo tempo e si accozza loro per tutto il durare della solennità gioiosa.

Nel caso in cui il bevitore resiliente si trovi a disagio nell’ambiente in cui è stato invitato o si è intrufolato grazie agli amici degli amici, cerca di auto-produrre una maggiore quantità di ossitocina accompagnando la bevuta con le sarde in saòr.

Il bevitore resiliente sopravvive e si adatta ad ogni situazione e cerca di attribuire un senso all’esperienza traumatica, vissuta da immemorabili mal di testa, anche se della stessa non ricorda più quasi nulla.

Il bevitore resiliente mantiene la salute mentale di sempre e quindi di mai.


[1] Simona Cresti, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, L’elasticità di resilienza inhttps://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/lelasticit%C3%A0-di-resilienza/928

[2] Anatolia Salone, Che cos’è la resilienza, in https://www.spiweb.it/ricerca/che-cose-la-resilienza-di-salone/

Influencer (del vino) si nasce

Io, da qualche parte a metà anni ’70

Togliamoci dalla testa che sia una questione di tecnica e di conoscenza. E togliamoci dalla testa che sia una questione di abilità superiore, di capacità superiore o, semplicemente, di qualità superiore. Nulla di tutto questo. È certo che conoscere un po’ la materia, gli anfratti del vino, le classi descrittive, i giochi sensoriali, aiuta. Nulla da eccepire.

Ma l’influencer non diventa tale per queste ragioni. Non lo diventa neppure perché qualche posizionatore accurato di informazioni in cima alla lista dei motori di ricerca fa il suo dovere a puntino. E neppure perché le regine del layout commerciale e i fotografi di sguardi rassodati impongono presenze sceniche non trascurabili, bellezza permettendo. Anche queste aiutano, ma non bastano.

L’influencer era tale anche da piccolo e, forse, da piccolissimo. Il mondo è grandemente ingiusto sia per la distribuzione delle risorse materiali e sia per la distribuzione delle qualità materiali/immateriali (sulle qualità, per inciso, ci sarebbe da discutere a lungo): quando entrambe si congiungono grazie agli astri, allora nascono gli o le influencer. Quando entrambi si congiungono negativamente c’è la disperazione. Quando prevale la materia, ovvero la risorsa monetaria, nascono i consulenti del lavoro, i tabaccai, gli impiegati del catasto, gli infermieri, gli insegnati e così via. Quando prevale la qualità e non la risorsa, di solito la qualità si smarrisce nella povertà. In rarissimi casi in borse di studio per giocare a basket.

Chi non rammenta con viva invidia quei compagni di classe belli, sufficientemente intelligenti, sportivamente adeguati che, quando organizzavano le bande per picchiarsi durante la ricreazione, raccoglievano almeno il 98% dei sodali abili e poi arruolati? Mi viene in mente, con mesta tristezza, che la mia banda era composta dal sottoscritto e da Dimitri, il mio compagno di banco della prima elementare. Avevamo entrambi gli occhiali quadrati e le orecchie a sventola. In seguito si aggregò anche Fabrizio, un bambino molto vivace che aveva dei seri problemi comportamentali: una volta, per esprimere il suo disappunto, mi infilzò una matita nella mano. Alla fine dell’anno scolastico Dimitri venne bocciato e di lui non ho mai più avuto notizie.

A quei tempi, appena potevo, giocavo a pallone. Adoravo giocare a pallone e non ero per niente malaccio. Non un influencer del calcio giocato e parlato, ma un dignitoso gregario. Il compito di raggruppare e di stilare le formazioni delle squadre toccava al vero leader delle classi quinte riunite in cortile: Roberto. Lo stimavo e lo rispettavo anche perché era l’unico ad avere i peli nelle orecchie a soli dieci anni. Quando mi disse che mi voleva con lui nella squadra ebbi quasi un mancamento. Roberto catalizzava come una calamita sul frigorifero: la sua Parola era Verbo e il Verbo si tramutava sempre in Azione (anche in schiaffoni).

Io e dietro un bambino che mi ruberà la torta appena finito di soffiare le candeline

Crescendo le cose non cambiarono poi di molto: gli influencer erano altri. Mi ritagliavo piccoli spazi che reputavo si attagliassero meglio al mio stile post-punk, lievemente darkeggiante e con pulsioni bakuniniste inusuali. Più che crearmi alibi, vivevo negli alibi che, per dirla tutta, erano molto comodi.

Insomma se, quando racconti una barzelletta, gli ascoltatori non solo non fanno finta di prestare attenzione, ma se ne vanno da un’altra parte, oppure se ci metti dall’ora all’ora e mezza a chiedere ad una ragazza “scusa hai da accendere?”, allora vuol dire che non sei tagliato per fare l’influencer.

Come dicevo, la psicoanalisi, le tecniche di degustazione, l’approfondimento sui parametri sensoriali delle erbe situate sull’arco alpino fanno e fanno tanto. Ma non bastano soprattutto se non lo sei nato. E io, influencer, non lo nacqui.

Ghiottonerie e policentrismi

Una libagione simposiaca in una pittura vascolare attica a figure rosse da Vulci (480 a.C.). Museo del Louvre Di Macrone, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=401363

Nella Francia del XVI secolo prorompe un’inusuale metonimia che va sotto l’espressione simbolica del “gusto di terroir” (goût de terroir): si passa così dalla descrizione delle attitudini e delle potenzialità di un territorio agricolo in senso lato a quelle più specifiche consacrate alla vigna. Si giunge infine al vino e, per metafora e per estensione, sul finire del XVII secolo, al terroir come rappresentazione dei pregi e dei difetti degli abitanti di un determinato territorio. Se ne accorge persino un’antica popolazione precolombiana sudamericana dedita al cannibalismo, i Caribi che, stando alle descrizioni di un monaco francese del Seicento, possiede un’idea assai precisa delle qualità e delle carenze dei suoi nemici: «Come è facile da aspettarsi i francesi erano deliziosi, di gran lunga i migliori. Ciò non sorprende, anche tenendo conto di un pregiudizio nazionalistico. Al secondo posto, sono lieto di poterlo affermare, venivano gli inglesi. Gli olandesi erano duri e indigesti e gli spagnoli talmente filacciosi da essere quasi immangiabili, persino bolliti. Tutto questo, tristemente, sembra esprimere pura e semplice ghiottoneria». (Patrick Leigh Fermor, Gluttony)

È invalso l’uso, soprattutto in ambito pubblicitario contemporaneo, della relazione semantica che accompagna le parole ‘sapere’ e ‘sapore’: apparentemente comprensibile, se non altro per la radice comune.  Ma vi è un tempo in cui la correlazione tra i due termini arriva ad essere pienamente assimilata e definitivamente compiuta. Per Agostino la sensazione gustativa non è altro che il risultato del movimento dell’anima che, muovendo l’umido nel sensorio del gusto, permette di accogliere, riconoscere e distinguere i sapori: «il gusto sarà allora – per riprendere una metafora cara a molti pensatori medievali e impiegata dalla stesso Agostino – la porta attraverso cui la mente conoscerà, nel senso pieno del termine, ciò che in natura è buono, cioè confacente alla natura corporea dell’uomo, e ciò che, invece, è contrario a tale natura e perciò nocivo». (Ilaria Prosperi, Gnoseologia e fisiologia del gusto nella tradizione neoplatonica – agostiniana e in quella aristotelica – tomista) Solamente il gusto, confermerà la Summa de saporibus (XIII secolo) è destinato, in maniera propria e precipua, ad indagare la natura delle cose: perché il gusto ne assorbe le proprietà e vi si mescola totalmente (ei totaliter admiscetur). Il sapore rivela il senso, ovvero l’essenza, e quindi il sapere, insito nelle cose. Il senso del gusto, unione del corpo e dell’anima (aisthesis), diventerà, per Giovanni Scoto Eriugena, aistheria: custode del senso.

Ai piedi delle grandi trasformazioni sociali dell’Ottocento, compaiono, nelle ultime righe del “Dizionario dei sinonimi” (1830, in Piero Camporesi, La terra e la luna), alla voce “zuppa”, le seguenti parole: «Tutte le nazioni incivilite posseggono trattati de re culinaria. Se in Italia si dovesse scrivere un libro non barbaro intorno a questo delicato argomento, mancherebbero le parole ad esprimere con sapore italiano i segreti della grand’arte, a cui deve il modo tante buone cattive digestioni, vale a dire tante ore di piaceri e di noie, tanti atti d’impazienza e di durezza, tanti di generosità e di speranza. La digestione è una tra le più importanti e meno considerate cose della umana vita, e un trattato della buona digestione, sarebbe opera enciclopedica, perché tutta piena di questioni di fisica, di chimica, di meccanica, d’agricoltura, di storia, di filologia, di patologia, d’estetica, di morale, di economia pubblica, di religione eziandio.  Considerata l’arte culinaria in questo aspetto, diventa una scienza nuova: e chi sa che il suo Vico sia vicino?» Noi sappiamo, così come la sapevano i nostri avi, che le usanze, le pratiche e le identità sono mutevoli e, forse, più che attenersi ad esse perché storicamente incarnate e  simbolicamente “cosificate”, sarebbe più opportuno scegliere, tra esse, le migliori: «Segue poi nel testo della legge, che dei culti patrii si osservino i migliori; in merito a questo gli Ateniesi consultarono Apollo Pizio, per sapere quali culti cioè si dovessero assolutamente mantenere, e l’oracolo rispose: “Quelli che già fossero nell’usanza degli antenati “. E dopo essersi recati una seconda volta, dicendo che le usanze dei padri erano spesso mutate, essi chiesero quale usanza fra le tante così varie dovessero seguire in particolare, l’oracolo rispose: “La migliore”. E senza dubbio è così, che debba esser considerato più antico e più vicino al dio ciò che è il meglio». (Marco Tullio Cicerone, De legibus, Libro II, 40). Un’identità che si fissa immobile nel tempo non ha passato né futuro perché è un essere che nulla ha mai cessato di essere. Ed è forse soltanto questo il paradosso apparente dei saperi culinari ed enoici che hanno attraversato in lungo e in largo le storie del Mediterraneo e dell’Italia in particolare: costruite su policentrismi e identità in continua trasformazione hanno saputo essere, in ogni caso, un punto di riferimento storicamente costante della cultura gastronomica mondiale.

Il bevitore negazionista

Di Donarreiskoffer – Opera propria, CC BY 3.0,
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La psicoanalisi ci ha regalato diverse chicche interpretative e, tra queste, ve ne sono alcune che riguardano direttamente il fenomeno della negazione. Ne parlo perché il “negazionismo” è tornato tremendamente di moda e va ad aggiungersi alla costruzione di una serie di neologismi (“sovranismo” ad esempio) che fino a poco tempo fa erano esclusi dalla verbalizzazione dei più. Venivano scartati perché, semplicemente, non rimandavano ad alcunché di socialmente condiviso. Il negazionismo, per dirla tutta, era appannaggio di un novero limitato di storici che si occupavano, assai amaramente, degli infausti sostenitori della negazione dell’Olocausto.

Già a fine ‘800, a proposito dell’isteria, Freud scrisse che un primo livello di negazione ha a che fare con il suo esatto opposto: “più si procede nel profondo, più difficilmente i ricordi che emergono vengono riconosciuti, sinché in prossimità del nucleo si incontrano quei ricordi che il paziente, anche riproducendoli, rinnega”.

Più avanti, nel suo libello “La negazione” (1925), Freud ampliò la definizione di negazione e sostenne che essa «è un mezzo per diventar consapevoli del rimosso […]. Ne deriva una specie di ammissione intellettuale del rimosso mentre permane l’essenziale della rimozione. […]. Per mezzo del simbolo della negazione, il pensiero si libera delle limitazioni della rimozione».

Si può così così affermare che la negazione non è semplicemente un segno opposto all’affermazione, ma si sviluppa su due direttrici: da una parte è negazione in quanto mancanza originaria o soppressione interna al significante: un posto vuoto da cui si rivela il soggetto; dall’altra è l’effetto di questa primitiva assenza come tentativo di nascondimento: “Il contenuto di un’immagine o di un pensiero repressi possono, or dunque, farsi largo nella coscienza, a condizione di essere negati. La negazione è un modo per realizzare quanto represso” (Freud).

Per capirci: “Non sono arrabbiato con te. Amici come prima!” viene analiticamente tradotto in: “Sono arrabbiatissimo con te. Ti spaccherei la faccia!”

Il grandissimo psichiatra e psicoanalista argentino, Salomon Resnik, una volta disse: “Quando un bambino dice una menzogna formale alla mamma o al papà è perché ha paura di dire le cose direttamente e ha bisogno di un’alternativa indiretta che sarebbe la maschera dell’apparente non verità che è anche la sua verità”.

Alla base di tutto sta l’angoscia sia come “segnale di pericolo” che  come “reazione al pericolo”: “L’angoscia nevrotica è una reazione ad un pericolo pulsionale interno, l’angoscia “reale” ad un pericolo esterno[1]”.  Angoscia di castrazione o angoscia di morte, che per Freud quasi si equivalgono.

Bisogna infine sostenere, per dirla tutta, che la negazione può prendere pieghe assolutamente deliranti o maniacali: sarebbe bene stare abbondantemente distanti da queste psicosi (a meno che non siate analisti o assicuratori del ramo vita).

Il bevitore negazionista di tipo uno

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera a cena. Ti è piaciuto?”

Gio’: “No, per niente. Un vino velato, quasi fluido, poco intenso, comune, poco caldo, acidulo, spigoloso. Assolutamente immaturo”.

Traduzione psicoanalitica: “Fantastico! fresco, beverino, profumatissimo, per fortuna solo 11,5 di alcol, pungente quel che basta. E così giovane che ne avrei bevute altre sette bottiglie! (non ho i descrittori sulla scheda)”

Il bevitore negazionista di tipo due

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera. Ti è piaciuto?”

Gio’: “Intanto mi dia del lei che non ci conosciamo. A quale cena avrei partecipato? Ieri sono stato tutta la sera con mia moglie e i miei figli. E poi io sono astemio!”


[1] Ansia/Angoscia, a cura di Gabriella Giustino in https://www.spiweb.it/spipedia/ansiaangoscia/

IL VINO E IL SUO PREZZO. Franco Fortini a Mosca

Parte prima.

La merce per essere tale deve rimanere merce: non può dotarsi di suppellettili ideologiche, di forme di valore che la rendano esente dal suo statuto d’uso e commerciale. Non si scappa da Marx: «Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi» (Karl Marx, Il capitale, Libro I). Il vino ha sempre cercato di sottrarsi a questa immancabile predestinazione, come altri beni (i libri ad esempio), ammantandosi, di volta in volta, di storia, di relazione, di fede, di ancestralità, di profondità, di  silenzio. Ma poi vi è qualcuno, da qualche parte, che ci ricorda che il vino è immancabilmente merce, valore e sicuramente denaro, ovvero prezzo. La censura, e il potere politico da cui si sorregge e trae linfa vitale per posizionare corpi e menti nei nuovi apparati della riproduzione del parassitismo sociale, non fa altro che spingere la merce-vino nei suoi anfratti più desolanti, quelli della causa-effetto: il vino è bottiglia, etichetta, liquido rosso, bianco o rosato, scontrino, esiti collaterali. Poiché il potere-censore è anche pusillanime, non è interessato, nella sua infinita bassezza, a che l’oggetto –merce – vino riacquisisca il suo feticismo simbolico. Per far questo dovrebbe proibirlo del tutto. Ma non vuole, più che non può: perché la merce è comunque denaro, tassazione (Iva inclusa) e posizionamento politico. Perciò il potere censore redarguisce: bere fa male; fumare fa male; giocare fa male. Ma non li vieta: avverte soltanto, nella sua infinita bontà e nel suo infinito bisogno di denaro.

Parte seconda.

Mi è venuto in mente, a tal proposito, un bellissimo scritto del 1973 di Franco Fortini, ora raccolto nei Meridiani Mondadori, che s’intitola, appunto, “Il prezzo”. Fortini racconta di quando si recò alla biblioteca ‘Lenin’ di Mosca e chiese con garbo alla giovane bibliotecaria quale modulo si dovesse riempire per avere in lettura un volume di Trockij. Lei arrossì fino alle tempie: «Quegli scritti tuttora interdetti testimoniano però che in URSS il rapporto tra parola e azione continua ad essere più rischioso e autentico che da noi. Come per due secoli quella russa, nessuna nazione moderna ha avuto un conflitto così mortale fra pensiero e potere; nessuna, tanti scrittori ammazzati, condannati, esiliati…(…) Tanto fra chi ha il potere quanto fra chi lo combatte, sembra che in URSS ci sia ancora la persuasione che la verità muova i corpi, possa agire. Quando gli scritti di Trockij saranno in edizione economica nelle edicole sovietiche, vorrà dire che avranno subìto la stessa riduzione a “cultura” che, nelle nostre, hanno subìto Nietzsche, Lenin, i documenti di Auschwitz e il diario di Guevara. Per agire, la verità si cercherà allora altre vie[1]

I rapporti tra le cose e i rapporti con le cose sono rapporti sociali tra le persone: il prezzo, non di meno di altre varianti, racconta parte di questa relazione e per agire, la verità si cercherà allora altre vie.


[1] Franco Fortini, Il prezzo (1973) in Saggi ed Epigrammi, Meridiani Mondadori,  Milano 2003, pag. 2008

Dialoghetto tra due virologi

Virologo delle libertà: “Certo è che voi virologi del controllo popolare e democratico l’avete messa giù dura. Non vi siete stancati di sparare slogan insulsi e di lanciare molotov che eccovi qui a proclamare un piano quinquennale di chiusura dei locali a voi invisi. Solo perché io in discoteca ci andavo mentre tu ti sollazzavi leggendo “La rivoluzione permanente” di Trotzki!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ohe, cicciuzzo!, semmai il contrario. Io mi divertivo come un matto: sesso libero, sballo a go-go, virus che circolavano liberi e freschi come ad una festa danzante, mentre tu, bello compìto, te ne stavi quatto quatto a sorbirti quelle lezioni improponibili su le “rickettsie e le clamidie” e poi cercavi rifarti in un una di quelle discoteche per tamarri di periferia pensando che le pulzelle ti si filassero solo perché eri altolocato, con una bella macchina e vestito a puntino” – “E guarda, poi, che io ero stalinista fino al midollo e non dico dove ti puoi ficcare Trotzki!”

Virologo delle libertà: “Stalin, bravo che me lo hai ricordato! Ci mancano solo i gulag per la quarantena e poi sì che ti sentirai bello che soddisfatto. Ti eleggeranno capo del Politburo dei virologi addetti alla repressione e così tornerai alla tua gioventù di autoerotismo e katanga!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ma senti un po’, invece tu ti occupi solo delle tua libertà, di fare il cazzo che ti pare, con chi ti pare e dove ti pare: se poi gli altri crepano questo è un affare loro. Bel liberista dei miei coglioni! La libertà per sé e i costi per lo Stato! Perché lavori in un ospedale pubblico?”

Virologo delle libertà: “Ascolta ciccio, io lavoro dove mi pare e vedo che non hai capito una bella mazza! Dico solo che bisogna lasciare il più aperto possibile per non comprimere l’economia, la socialità, la vita, l’amore, le vacche – scappo dalla città”

Virologo del controllo popolare e democratico: “ Bravo scappa e non tornare!”

Virologo delle libertà: “Minchione!, non hai capito neppure il riferimento cinematografico!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Cinematografico!?! ma guardatele tu ‘ste sozzerie. Non hai neppure una vaga idea di che cosa sia il cinema!”

Virologo delle libertà: “Ce l’hai tu, invece! Pizze soporifere della durata di 64 ore in polacco sottotitolate in aramaico che parlano di una partita a scacchi giocata con la morte! Ma va’ a prendertelo….”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Bravo, pure sessista e così chiudiamo il cerchio! E ti danno pure la parola in televisione! A proposito quando ci vai?”

Virologo delle libertà: “Domani sono su rete 4 e dopodomani sulla 7. Sabato una capatina su RAI 2”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Io RAI 3 stasera e dopodomani su canale 5”

Virologo delle libertà: “Si è fatto tardi, ci si vede da queste parti per bicchierino (spero di incontrarti neppure per sbaglio)!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ok, saluti collega (si fa per dire)!”

Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Raymond Queneau

 

Ho preso questo racconto breve di Raymond Queneau e l’ho rimodellato a mio piacimento  Questo testo venne presentato all’83a riunione di lavoro dell’Opificio di letteratura potenziale (Oulipo) e si ispira alle istruzioni destinate agli ordinatori oppure all’insegnamento programmato. Il racconto originale si trova in «Les Lettres Nouvelles», luglio-settembre 1967, oppure in Raymond Queneau, Segni, cifre, lettere e altri saggi, Einaudi, Torino 1981

  1. Volete conoscere la storia dei tre arzilli dolcetto?

Se sì, passate al n. 4.

Se no, passate al n. 2.

  1. Preferite quella dei tre grignolino smilzi?

Se sì, passate al n. 16.

Se no, passate al n. 3.

  1. Preferite quella dei tre piccoli pignoletto?

Se sì, passate al n. 17.

Se no, passate al n. 21.

  1. C’erano una volta tre dolcetto vestiti di rosso rubino che dormivano educatamente nella loro bottiglia. Il loro viso rotondo e tannico  respirava dai buchi del sughero e si sentiva il loro russare dolce e armonioso.

Se preferite un’altra descrizione, passate al n. 9.

Se vi va bene questa, passate al n. 3.

  1. Non sognavano. In realtà queste creature non sognano mai.

Se preferite che sognino, passate al n. 6.

Se no, passate al n. 7.

  1. Sognavano. In realtà queste creature sognano sempre e le loro notti sprigionano sogni affascinanti.

Se desiderate conoscere questi sogni, passate al n. 11.

Se non ci tenete, passate al n. 7.

  1. I loro piedini affondavano in caldi monosaccaridi esosi e portavano a letto guanti di fenoli rossi.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 8.

Se vi va bene questo colore, passate al n. 10.

  1. Portavano a letto guanti di antociani ossidati di colore rosso aranciato.

Se preferite guanti di colore diverso, passate al n. 7.

Se questo colore vi va bene, passate al n. 10.

  1. C’erano una volta tre dolcetto che giravano il mondo rotolando sulle strade maestre. Venuta la sera, stanchi morti, si addormentarono molto rapidamente.

Se volete conoscere la continuazione, passate al n. 3.

Se no, passate al n. 21.

  1. Facevano e tutti e tre lo stesso sogno; infatti si amavano teneramente e, da buoni e baldi trimelli, sognavano sempre allo stesso modo.

Se volete conoscere il loro sogno, passate al n. 11.

Se no, passate al n. 12.

  1. Sognavano di andare a prendere i solfiti alla cantina sociale e di scoprire, aprendo i sacchetti, che si trattava di solforosa caducata. Inorriditi si svegliano.

Se volete sapere perché si svegliano inorriditi, consultate la Treccani alla parola «caduco» e non parliamone più.

Se giudicate inutile approfondire la questione, passate al n. 12.

  1. Poffarbacco! esclamano aprendo gli occhi. Poffarbacco! che sogno abbiamo partorito ! Brutto presagio, dice il primo. Certo, dice il secondo, è proprio vero, eccomi triste. Non turbatevi cosi, dice il terzo che era il più furbo, non bisogna preoccuparsi, ma capire, insomma, ve lo ana-lizzerò.

Se volete conoscere subito l’interpretazione di questo sogno, passate al n. 15.

Se invece desiderate conoscere le reazioni degli altri due, passate al n. 13.

  1. Ce le spari grosse, dice il primo. Da quando in qua analizzi i sogni? Già, da quando? incalza il secondo.

Se volete sapere anche da quando, passate al n. 14.

Se no, passate ugualmente al n. 14, perché non lo saprete comunque.

  1. Da quando? esclamò il terzo. E che ne so! Sta di fatto che ho esperienza in materia. State a vedere.

Se volete vedere anche voi, passate al n. 15.

Se no, passate ugualmente al n. 15, tanto non vedrete niente lo stesso.

  1. Ebbene, vediamo! dissero i suoi fratelli. La vostra ironia non mi piace, replicò l’altro, e non saprete niente. D’altronde, durante questa conversazione piuttosto animata, il vostro senso d’orrore non si è attenuato? o non è addirittura svanito? A che pro allora smuovere il pantano del vostro inconscio di liquidi odorosi? Andiamo piuttosto a rinfrescarci alla fontana e a salutare questo gaio mattino nell’igiene e nella santa euforia! Detto fatto: eccoli che scivolano fuori dalla bottiglia, si lasciano dolcemente scivolare per terra sino al teatro delle loro abluzioni.

Se volete sapere che cosa succede nel teatro delle loro abluzioni, passate al n. 16.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Tre grignolino smilzi li stavano a guardare.

Se i tre grignolino non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Tre piccoli pignoletto li stavano a guardare.

Se i tre piccoli pignoletto non vi piacciono, passate al n. 21.

Se vi vanno bene, passate al n. 18.

  1. Vedendosi cosi adocchiati, i tre arzilli dolcetto che erano molto pudichi se la svignarono.

Se volete sapere che cosa fecero dopo, passate al n.19.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Scivolarono molto veloci per raggiungere le loro bottiglie e, tappandosele alle spalle, vi si addormentarono di nuovo.

Se volete sapere il seguito, passate al n. 20.

Se non lo volete sapere, passate al n. 21.

  1. Non c’è seguito, il racconto è finito.
  1. Anche in questo caso, il racconto è finito.

La foto è tratta da frenchpeterpan.com (1962)