Arthur Rimbaud, il vino

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“Un tempo, se ricordo bene,

la mia vita era un banchetto in cui tutti i cuori s’aprivano,

in cui tutti i vini scorrevano”.

Arthur Rimbaud, Una stagione allinferno (Une saison en enfer)

Al cinema: Jeune et jolie, Giovane e bella in italiano. La narrazione lineare del film, a un cero punto, viene sospesa e irrompe, con il volto di alcuni personaggi che si rivolgono direttamente al pubblico come in una pièce teatrale, la poesia di Rimbaud: Roman (Romanzo). Un tempo sospeso di forte emotività che si accentua durante la recitazione e che si conclude, con le lacrime agli occhi della protagonista, Marine Vacth, nell’ultima strofa.

La poesia, per intero:

                                             I

 

   Non si può essere seri a diciassette anni.

   – Una sera al diavolo birra e limonate

   E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!

   – Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

 

   Come profumano i tigli nelle serate di giugno!

   L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;

   Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, –

   E profuma di vigna e di birra…

 

                                             II

 

   – Ed ecco che si scorge un piccolo brandello

   D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,

   Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde

   Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…

 

   Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare.

   La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

   Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio

   Che palpita come una bestiolina…

 

                                         III

 

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,

– Quando, nel chiarore di un pallido fanale,

Passa una signorina dall’aria incantevole,

All’ombra del terrificante colletto paterno…

 

E siccome ti trova immensamente ingenuo

Trotterellando nei suoi stivaletti,

Si volta, lesta, con movimento vivace…

– E sulle tue labbra muoiono le cavatine

 

                                         IV

 

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.

Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.

Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.

– Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…!

 

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,

Ordini birra o limonata…

– Non si può essere seri a diciassette anni

Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

I

On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans.
– Un beau soir, foin des bocks et de la limonade,
Des cafés tapageurs aux lustres éclatants !
– On va sous les tilleuls verts de la promenade.

Les tilleuls sentent bon dans les bons soirs de juin !
L’air est parfois si doux, qu’on ferme la paupière ;
Le vent chargé de bruits – la ville n’est pas loin –
A des parfums de vigne et des parfums de bière….

II

– Voilà qu’on aperçoit un tout petit chiffon
D’azur sombre, encadré d’une petite branche,
Piqué d’une mauvaise étoile, qui se fond
Avec de doux frissons, petite et toute blanche…

Nuit de juin ! Dix-sept ans ! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague ; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête….

III

Le coeur fou Robinsonne à travers les romans,
Lorsque, dans la clarté d’un pâle réverbère,
Passe une demoiselle aux petits airs charmants,
Sous l’ombre du faux col effrayant de son père…

Et, comme elle vous trouve immensément naïf,
Tout en faisant trotter ses petites bottines,
Elle se tourne, alerte et d’un mouvement vif….
– Sur vos lèvres alors meurent les cavatines…

IV

Vous êtes amoureux. Loué jusqu’au mois d’août.
Vous êtes amoureux. – Vos sonnets La font rire.
Tous vos amis s’en vont, vous êtes mauvais goût.
– Puis l’adorée, un soir, a daigné vous écrire…!

– Ce soir-là,… – vous rentrez aux cafés éclatants,
Vous demandez des bocks ou de la limonade..
– On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans
Et qu’on a des tilleuls verts sur la promenade.

29 sept. 70    Arthur Rimbaud

Il vino, la vigna tornano in alcune poesie di Rimbaud sotto forma di metafora sinestetica, che consiste nell’associare in un’unica immagine due parole o due segmenti discorsivi riferiti a sfere sensoriali diverse: la città non lontana che profuma di vigna e di birra; o ancora la linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

Un mese più avanti, nell’ottobre del 1870, Le buffet (La credenza):

È un’ampia credenza scolpita; la quercia scura,

Molto antica, ha preso l’aspetto bonario dei vecchi;

La credenza è aperta, e versa nella sua ombra

Come un fiotto di vecchio vino, profumi allettanti; …

E poi, ancora, in Vagabonds (Vagabondi – 1872), poema in cui viene rievocata la relazione con Paul Verlaine, sugli antichi ed erranti viaggiatori, ebbri soltanto della propria ascesi (il vino delle caverne):

Avevo infatti, con assoluta sincerità di spirito, assunto l’impegno di restituirlo alla sua condizione primitiva di figlio del Sole – ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, io ansioso di trovare il luogo e la formula.

Sono i vini azzurri lavati dall’acqua verde che penetra nello scafo, il bateau ebbro che «acquista libertà dagli uomini e che tenta l’esperienza di un regno in cui libertà è purificazione, veggenza, morte[1]


[1] Furio Jesi, Lettura del “Bateau ivre” di Rimbaud, Quodlibet, Macerata 1996, pag. 18

La produzione viticola del Lazio alla fine dell’Ottocento

A handbook of Rome and the Campagna (1899) https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43462036

La ‘regione’ Lazio [1] dell’epoca comprende solamente la provincia di Roma e «la coltivazione della vite predomina nelle colline e ha grande importanza in tutta la regione, non esclusa la zona del monte, dove spesso si trova la preziosa ampelidea a notevoli altitudini sulle pendici, nelle condizioni meno sfavorevoli per esposizione e ripari dai venti del nord. In parecchie località della pianura, prima coltivate estesamente, si trovano ora vasti e ubertosi vigneti; alla loro maggiore diffusione è stato di ostacolo, in questi ultimi anni la lotta contro le malattie crittogamiche, più difficile a praticarsi che non nei vigneti in collina. In questa regione si constata una certa confusione nella classificazione e denominazione dei vitigni, che a prima vista sembrano molto più numerosi di quello che siano in realtà, perché in molti comuni si coltivano gli stessi vitigni sotto nomi diversi [2].» I principali vitigni del Lazio a bacca bianca sono il Trebbiano giallo ed il Trebbiano verde, mentre per quelli a bacca rossa domina su tutti il Cesanese, «uva assai stimata nella regione, per lo speciale e gradevole profumo che impartisce al vino [3].»

Comune di Piglio Di Ziegler175 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39104809

Di estremo rilievo poi l’affermazione successiva: «La viticoltura del Lazio è una delle migliori che vanti l’Italia, ma è troppo costosa. La materia prima che offre alla vinificazione, è eccellente, ma difettano molto i processi di fabbricazione del vino, quantunque in questi ultimi anni non manchi l’esempio di produttori intelligenti e volenterosi, i quali sono riusciti a mettere in commercio prodotti veramente superiori.» Sembra quasi di sentire l’affermazione, oggi generalmente condivisa, che fa dire a Franco Santini, dal blog di Acquabuona, «e già, perché il punto dolente è proprio questo: Roma rappresenta il più importante mercato del vino in Italia e fino a pochi anni fa la presenza in carta di etichette regionali era scarsissima. Oggi, dopo anni di sforzi ed investimenti, si è arrivati ad una quota di circa il 10% (sulla base degli ultimi rilevamenti dell’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), che non è pochissimo, ma che senz’altro è molto al di sotto delle aspettative e potenzialità del territorio. Diciamo subito che se a Roma e dintorni si bevono pochi vini laziali la colpa non è tutta e solo dovuta ad una sorta di ‘esterofilia’ di ristoratori ed enotecari, che li ha portati nel tempo a scegliere e proporre soprattutto prodotti di altre regioni. Grande responsabilità va imputata anche agli stessi vini del Lazio, che fino a non molto tempo fa erano, salvo rare eccezioni, semplicemente ‘impresentabili’, e che solo oggi, grazie all’impegno e al lavoro di alcuni produttori seri, iniziano a colmare quel ritardo in termini di complessità e radicamento territoriale che li ha sempre penalizzati. E anche se è forse prematuro etichettare il Lazio come una regione di grandi vini – nonostante storia e potenzialità la porrebbero di diritto tra i territori più vocati del paese – qualcosa si sta muovendo, anche grazie ad associazioni intraprendenti (…) [4].»

Le zone di produzione viticola laziale elencate da Mondini sono divise in tre gruppi principali: «Nel Velletrano e nei Castelli romani si coltivano le vigne intensamente, in terreni d’origine vulcanica. I vini che se ne ottengono sono robusti, sapidi e conservabili; e se ne aiuta la conservazione facendoli passare a primavera dalle cantine sopra terra, o tinelli, in ottime grotte sotterranee. Queste grotte sono costruite in modo speciale, ed in generale sono costituite da un lungo corridoio scavato nel tufo, avente lateralmente parecchie nicchie, in ciascuna delle quali sono disposte le botti, della capacità di 8 a 12 ettolitri, ma più spesso di 10 ettolitri circa (botte romana di 960 litri, costituita da 16 barili da 60 litri ciascuno). Opportuni spiragli o caminetti, che sporgono fuori dal terreno, servono all’areazione delle grotte, il cui difetto è spesso quello di un’eccessiva umidità, che favorisce molto lo sviluppo delle muffe. A questo primo gruppo di vigneti appartengono anche quelli del Suburbio di Roma, ora più estesi che nel passato; i quali danno prodotto meno pregiato di quello dei Castelli romani, principalmente a causa delle colture orticole che vi si intercalano in abbondanza. La natura vulcanica dei terreni impartisce ai vini dei Castelli romani caratteri speciali, che acquistano pregio con l’invecchiamento e li rendono ottimi anche pei buongustai più esigenti. Il secondo centro di produzione vinicola è costituito principalmente dal Viterbese, dove la coltura della vite non è così fitta ed intensiva come nei Castelli romani, ma è quasi sempre a palo secco; e le strisce di terreno, che si lasciano tra un filare e l’altro, sono assai strette. Prevalgono le uve bianche; le cantine sotterranee sono meno numerose, ma tuttavia i vini ben fatti si conservano facilmente. Il terzo gruppo è costituito dal circondario di Frosinone, confinante colla provincia di Caserta, dove le viti sono principalmente coltivate maritate agli alberi. I vini, che se ne ottengono, sono ordinariamente buoni e conservabili nell’inverno. (…) un notevole aumento nelle piantagioni di viti nella provincia di Roma, si è verificato in questi ultimi anni lungo il litorale marittimo e specialmente presso Civitavecchia, Nettuno e Terracina. I vini del Lazio in generale si possono classificare in vini secchi e in vini pastosi o alquanto dolci. Il più importante mercato pei vini di questa regione è la città di Roma, dove sono ancora preferiti, ed un tempo erano anche molto ben pagati, i vini dolci, volgarmente detti pastosi o sulla vena. Il forte ribasso dei prezzi, che i vini del Lazio hanno subito sul mercato di Roma, a causa della concorrenza dei vini delle altre regioni, e della conseguente trasformazione del gusto dei consumatori, rende le condizioni economiche della viticoltura assai meno prospere, che nel passato [5].»

I viticoltori, a causa di questo ribasso costante dei vini locali, hanno costi di produzione notevolmente aumentati sia per la vinificazione che per la lotta contro le malattie crittogame sino a quel tempo quasi sconosciute, condizioni per quali si cercano sbocchi commerciali sui mercati esteri. Allora come oggi il mercato romano, tra i maggiori in Italia, determina i gusti prevalenti e, parzialmente in conseguenza a ciò, anche i prezzi relativi alla vendita dei vini.

La viticoltura laziale si estende su 224 comuni su 226 totali, con forme di allevamento basse, sostenute da canne o fili di ferro, a cui fanno eccezione la provincia di Frosinone dove la vite è maritata agli alberi, in primis all’acero, poi al frassino e all’olmo e la provincia di Viterbo dove prevale un sistema misto. Il sesto d’impianto è solitamente così costruito: la distanza all’interno dei filari varia tra 60 cm fino ad un massimo 110 cm, mentre tra filari da 80 cm sino ad un massimo di 130 cm. Gran lavoro poi viene svolto per estirpare vitigni meno buoni, in particolar modo quelli soggetti alla ‘colatura [6]’. I vitigni principali a bacca bianca sono: «Il Trebbiano giallo dei Colli Albani, chiamato Greco nel Velletrano e Tostarello o Biancuzzo nel Frosinonese. È un vitigno, assai diffuso in tutta la provincia, eccellente tanto per la bontà che per la sua costante ed abbondante produzione. Il Trebbiano verde, noto nel Frosinonese sotto il nome di Maturano, ha produzione abbondante e buona. Le sue uve, vinificate da sole, danno un vino color verdognolo, asciutto, di buon gusto, serbevolissimo e molto alcolico. Il Bello, che corrisponde al Pampanaro del Frosinonese ed al Romanesco del Viterbese. Il Buonvino, detto anche Trebbiano verde (…). Il Greco è a vegetazione robusta, resiste alle avversità atmosferiche, matura tardivamente e produce in abbondanza uva di buona qualità. (…) Si coltivano poi il Frosinonese, il Bottacchio, il Cacchione, la Passerina, l’Uva pane, ecc. nel circondario di Frosinone; l’Uva francese, la Coda di volpe, il Pantastico, il Procanico ecc. nel Suburbio e nei Castelli romani; Il Ropssetto o Rossolo, il Verdello, il Biancone ecc. nel Viterbese. In tutta la provincia si coltivano anche la Malvasia ed il Moscato; fra i vitigni d’importazione straniera il Semillon, il Sauvignon, il Riesling, il Furmint (Tokay) ecc.

Vitigni a frutto colorato. Il vitigno predominante è il Cesanese, di cui si coltivano due varietà: quella ad acino grosso detta Velletrano. E quella ad acino piccolo, la più pregiata, che prende il nome di Cesanese d’Affile. Il Cesanese è assai diffuso in tutta la provincia, produce molto e costantemente, si adatta ad ogni sistema di allevamento, va poco soggetto alla colatura e dà prodotto ottimo. La Lacrima rossa, pure assai diffusa nei diversi circondari della provincia, al pari del Buonvino rosso, dà in certe speciali condizioni un discreto prodotto sia per qualità che per quantità. Si coltivano inoltre: nel Frosinonese il Tagliaferro o Ferrigno, il Cerasolo, il Cimagiglio, il Montonico, il Greco rosso, ecc.; nei Castelli romani e nel Suburbio il Pantastico nero, la Nera di Cori, l’Uva di Spagna, il Moscato nero, il Nero primatico, il Greco ecc.; nel Viterbese l’Aleatico, il Sangiovese, il Montepulciano, il Canaiolo, il Greco ecc. ecc.

Sono molti i vitigni a frutto rosso stranieri, specialmente francesi, che sono stati introdotti in varie località del Lazio, come a Sutri, a Bracciano, a Ceccano, nel Suburbio ecc. Di essi hanno dato migliori risultati il Cabernet, il Malbek, il Pinot, il Teinturier [7], e qualche altro. (…) se i vini del Lazio fossero fabbricati bene ed accuratamente conservati, non vi è dubbio che la loro composizione ed i loro caratteri organolettici li farebbero classificare fra i migliori prodotti in Italia. Disgraziatamente però, tanto la fabbricazione che la conservazione del vino lasciano molto a desiderare, e tranne alcune eccezioni, la massa dei produttori è ancora assai lungi dall’avere adottato quelle pratiche, che altrove hanno fatto ottima prova [8].»

L’autore prosegue infine con l’elenco dei vini, a partire dai migliori, delle varie zone: in quella romana prevalgono i vini dei Castelli, che godono di terreni migliori e sistemi di coltura più razionali. I rossi dei Castelli, a base Cesanese, sono pesanti ed hanno un notevole residuo zuccherino indecomposto. Nel Suburbio invece i vini bianchi sono eccessivamente aspri, mentre i rossi un po’ meno pesanti di quelli dei Castelli. Non molto altro viene aggiunto dall’autore sulle restanti provincie, se non un breve accenno ai migliori centri di produzione per ogni circondario ed un breve accenno ai vini passiti, tra cui l’Aleatico di Terracina e di Gradoli, il Moscatello di Montefiascone, i vini dolci di Velletri, di Marino e Frascati, sui quali il giudizio complessivo viene sospeso dalla variabilità della produzione annua, che non permette di esprimere una costanza di risultati.

Per finire un accenno all’uva bianca prodotta, di grande qualità, che si mostrerebbe adatta a produrre vini tipo Champagne francese, ma che, fino a quel momento, rappresenta un’ipotesi esclusa se non per le piccole produzioni di vino spumantizzato ad uso famigliare.

NOTE

[1]      Salvatore Mondini, Produzione e commercio del vino in Italia, Ulrico Hoepli, Milano 1899

[2]     Ivi.  pp. 160, 161

[3]     Ibidem

[4]     Franco Santini, Le Vigne del Lazio: una selezione per conquistare Roma, in Rubrica: Il vino in dettaglio http://www.acquabuona.it/, 8 aprile 2009

[5]     Salvatore Mondini, cit. pp 160 – 163

[6]     Caduta dei fiori prima che siano fecondati o prima che alleghino, per incompleta fecondazione. Nota Le conseguenze di questa virosi quali: colatura, acinellatura, deperimento e conseguente eliminazione dei ceppi infetti, sono identificabili in un abbassamento quantitativo e qualitativo della produzione che costringe all’estirpazione dei vigneti colpiti.

Contesto: Dopo l’allegagione, una percentuale variabile di giovani acini apparentemente fecondati non ingrandisce più e cade. Questa abscissione è causata dall’idrolisi delle pectine della lamella mediana delle pareti cellulari che formano uno strato di separazione alla base del pedicello. Questo fenomeno, detto ‘colatura’, è spesso difficile da distinguere da un’allegagione verificatasi con tempo freddo e coperto, che provoca una durata della fioritura eccessivamente lunga. Da dizionario enologico http://www.farum.it/glos_enol/show.php?id=965.

Nei vitigni a fiore femminile, non coltivati a stretto contatto con vitigni ermafroditi (picolit, lambrusco di Sorbara, moscato rosa ecc.), la colatura è la conseguenza della ridotta impollinazione dei fiori per scarsità di polline fertile nell’aria durante la fioritura.

Da http://www.lavinium.com/enciclopedia/encicloc.shtml#colatura

[7]     Il termine francese indica genericamente un’uva dalla polpa colorata; in alcuni casi le viene attribuito un nome relativo ai vitigni (Svizzera):

Gamay de Bouze N                             Färbertraube/Gamay teinturier

Gamay Chaudenay N                          Färbertraube/Gamay teinturier

Gamey Fréaux N                                 Färbertraube/Gamay teinturier

Da Ordinanza dell’UFAG (L’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG) provvede affinché i contadini producano derrate alimentari di prima qualità in modo sostenibile e conforme alle esigenze di mercato.Esso si impegna per un’agricoltura multifunzionale che contribuisca efficacemente a:garantire l’approvvigionamento della popolazione; salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale; garantire un’occupazione decentrata del territorio.

L’UFAG, in collaborazione con i Cantoni e le organizzazioni contadine, mette in atto le decisioni del Popolo, del Parlamento e del Governo, impostando attivamente la politica agricola.

La nuova legge sull’agricoltura entrata in vigore il 1° gennaio 1999 rappresenta la base per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura. La “sostenibilità” consta di tre dimensioni: economia, ecologia e aspetti sociali. Lo Stato crea e garantisce condizioni quadro vantaggiose per la produzione e lo smercio dei prodotti agricoli in Svizzera e all’estero. Inoltre, indennizza mediante pagamenti diretti le prestazioni ecologiche fornite dall’agricoltura nell’interesse della collettività.) concernente il catalogo delle varietà di viti per la certificazione e la produzione di materiale standard nonché l’elenco dei vitigni (Ordinanza sulle varietà di viti) del 17 gennaio 2007 (Stato 1° gennaio 2009)

L’Ufficio federale dell’agricoltura,

visto l’articolo 9 capoverso 3 dell’ordinanza del 7 dicembre 19981 sulle sementi;

visto l’articolo 7 capoverso 3 dell’ordinanza del 14 novembre 20072 sul vino;

[8]     Salvatore Mondini, cit. pp. 164 – 169.

Prima pubblicazione http://www.seminarioveronelli.com/la-produzione-viticola-del-lazio-alla-fine-dellottocento-negli-scritti-di-salvatore-mondini/

I nuovi Guardiani della voce

Allegoria del Silenzio nel chiostro del monastero di Santa Chiara a Napoli
Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2865662

La formulazione di prove, a cui seguono doverosi ammonimenti pubblici e privati, sull’incessante produzione di notizie false che trovano adeguato spazio e idoneo ricovero nelle più svariate teorie del complotto, coglie in questo momento il suo apice discorsivo. Non mancano di certo i numi tutelari delle verità prime e ultime e di ogni fugatore di dubbi ancorché minimi. Il loro modo di procedere segue la retta via dell’entimema aristotelico (il sillogismo non irrefutabile) e si accompagna con un corpulento bastone dell’irrisione volto a provare che tutte le altre ipotesi, e non solo qualsiasi annotazione provatamente falsa su cui non vi sarebbe alcunché di male, rientrerebbero nelle teorie del complotto. La notizia, ogni notizia, viene letta all’interno di un codice assiomatico prestabilito entro cui deve forzatamente rimanere. Nel caso in cui vi fossero degli scostamenti semantici, questi verrebbero sapientemente evitati e, qualora si presentassero ritrattazioni o nuove prove a confutare le prime deduzioni, l’atteggiamento potrebbe biforcarsi o nel diniego della notizia stessa o in una replica minimale e stanca. 

La smentita, come sappiamo bene, non ha (non può avere) lo stesso spazio espositivo della notizia infondata o parzialmente vera o inopinatamente non verificata a cui muove in replica. Ne andrebbe comunque dello stato di solennità, di protervia acquisita e incessantemente dimostrata di cui sono pervasi. Perché la verità assoluta funzioni deve contenere un ordine interno definito, prestabilito, non modificabile, assolutamente autosufficiente e corredato di una adeguata proprietà transitiva: se A = B e B = C, allora A = C. In ogni ragionamento di questo tipo, meccanico nella sua essenza, ogni interferenza che vada a porre in discussione, il che significa non necessariamente negare, l’uguaglianza di partenza (il postulato), può non solo non trovare alcuno spazio argomentativo, ma addirittura la semplice assunzione discorsiva (è soggetta ad rifiuto a priori). 

Altre volte la tecnica persuasiva, che produce il suo assoluto, utilizza l’omissione della premessa: viene dato per scontato ciò che in essa si asserisce (si strizza l’occhiolino ai riferimenti condivisi senza citarli), negando così ogni possibilità al dubbio e col risultato di influire in maniera diretta sulle opinioni dei destinatari. In molti casi i detentori delle verità assolutizzate procedono per formulazioni interrogative implicitamente retoriche in cui dati di differente spessore e valore vengono sostanzialmente appianati ed equiparati. Per costoro lo scambio tra fatti, realtà e verità è, in tal modo, presto che detto: essi sono un’unica e inequivocabile entità. Non procedendo nella separazione tra ciò che accade, ciò che potrebbe accadere e ciò che non si sa che sia accaduto (le ragioni della censura e delle omissioni possono essere molto ampie e variegate) e l’interpretazione dei fatti stessi, essi concorrono nella formulazione di un unico principio totale autogenerantesi: la verità, sovrapponibile alla realtà in tutto e per tutto è, per i nuovi apostoli delle verità incondizionate, una, univoca e mai opaca tanto nelle sue premesse quanto nelle sue realizzazioni o nei suoi sviluppi. 

I nuovi guardiani della voce, alla pari dei silentiares romani e bizantini, del quaestor di Giustiniano, «rendono evidente la pressione del potere sulla vocalità; e se con i silentiares si realizza il contenimento delle voci declassate e infime – quelle dei subalterni, dei funzionari, dei servi e del popolo – con il logoteta il processo assume la forma dell’autocostrizione: qui è la voce dell’auctoritas che sceglie un interprete che parli in sua vece, mantenendo così, al tempo stesso la possibilità del comando e la caratteristica dell’”assenza”, prerogativa del numen» (Roberto Mancini, I guardiani della voce. Lo statuto della parola e del silenzio nell’Occidente medievale e moderno, Carocci, Roma 2002, pag. 40)

Non si tratta di prendere ogni proposizione per buona, né di sostenere la parità di valore, sia nel suo significato tecnico, etico e politico, di ogni argomentazione. Le fonti hanno un proprio statuto di autorevolezza differente sia per contenuto che per consistenza che per provenienza: occorre verificare con accuratezza i criteri di prova o la mancanza degli stessi in misura sufficiente da costituire criterio esplicativo esaustivo; occorre mettere in risalto  eventuali contraddizioni tra elementi discordanti; occorre specificare il sistema di relazioni politiche, economiche, sociali… entro cui la notizia prende forma; occorre determinare le relazioni di potere in cui le pratiche discorsive trovano spazio allo stesso modo in cui altre vengono tacitate o espulse; occorre attendere o non procedere quando non si può fare diversamente. Lontani da ogni informazione sentenziante. Questa è concessa solo alle opinioni.

Romanée-Conti 1935. Nell’intimità del vino riemerge il volto di una donna


Una tazza in ceramica stile Raku (楽焼, Rakuyaki), risalente al XVIII secolo; da notare sul davanti lo Shōmen (正麵), il punto grafico o segno della parte esterna della chawan che fa da riferimento per orientarla.
Di Anonimo – Freer Gallery of Art, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4128809

A Tokyo, una domenica pomeriggio, due uomini assorti nella degustazione cerimoniosa di un rarissimo Romanée-Conti del 1935 rincorrono sino al fondo della bottiglia il lungo testo disordinato dei loro ricordi. Uno di essi è scrittore. Di questo cerimoniale a due spuntano, inattesi, i ricordi di ciascuno: per lo scrittore la reminiscenza di un viaggio a Parigi, gli occhi ed il profilo di una donna scomparsa che rinasce nella feccia del vecchio vino. Si immerge con delizia nell’intimità di un grande vino, ricco del sapore di un amore addormentato, di una donna dai contorni sbiaditi e dal profumo svanito: “Perciò violentato, spossessato, devastato, indebolito che fosse questo vino, riusciva ancora a suscitare l’immagine di una donna. Da tutti questi anni e fino all’incontro con questa bottiglia, gli era capitato di ricordarsi di Gunvor, ma era solamente un ammasso di frammenti, il chiarore dello scheletro danzante nelle tenebre, lo schizzo di un succo l’arancia, i capelli che mascherano gli occhi ed il naso in un viso che ride. Mai avrebbe immaginato che sarebbe potuta spuntare tutta intera dal fondo della bottiglia”.

E’ il piccolo capolavoro di Kaikō Takeshi, ‘Romanée-Conti 1935’[1], un libro del 1972, editato in Francia per Philippe Picquier e mai tradotto in italiano. E’ il vino che guarda ad oriente: lento, ritualizzato, sincopato quasi spostasse l’accento ritmico sul tempo forte, per poi mozzarci il fiato nella battuta successiva. Il tempo segna i passaggi e le immagini scandiscono, come piccole miniature fotografiche, la cerimonia del vino, che poco alla volta si dota di forme antropiche e di ricordi perduti:

“Un’estrema tensione apparve sul viso del cameriere. La mano afferrò la bottiglia con fermezza ma mantenendo uno spazio dello spessore di un foglio di carta dal cestello. Il collo si infilò vicino al bicchiere con la prudenza di un gatto. La bottiglia non doveva essere agitata, il vino intorbidato, la feccia sollevata e, durante tutto il tempo in cui il vino veniva versato, lo scrittore trattenne il respiro. Il cameriere riempì i due bicchieri con dolcezza, lentezza, in più volte, e nell’istante che ebbe terminato, lo si sentì emettere un piccolo sospiro. Aveva finito. La prima parte della cerimonia si era svolta senza ingombri, l’ultima goccia era rientrata nella bottiglia senza cadere, la fecce  non si erano neppure rimescolate. Oltre i due bicchieri pieni di storia, i due uomini scambiarono un sguardo perduto prima di sorridersi. […] Ancora una volta un frutto aveva compiuto la sua metamorfosi”.

Il vino dell’estremo levante si manifesta lontano dalla socialità mondana tipica delle comunità occidentali e assume, al contrario, una fisionomia individuale, solitaria e fortemente spiritualizzata sulla scia dell’impronta di altri cerimoniali, come quello del tè, che si svolgono nell’assoluto silenzio dell’officiante e degli ospiti.

Come nella cerimonia del tè, il vino di Takeshi richiede “un’affinità particolare con l’acqua e il calore, una tradizione di ricordi da evocare, un modo tutto personale di offrire una storia”. (Okakura)


[1] Kaikō Takeshi, Romanée-Conti 1935, Picquier, Arles 1993