Il Friuli viticolo nel 1700

Friuli 1662

«L’accrescimento delle produzioni e della rendita fu perseguita, a partire dal XVI secolo, non attraverso il mutamento dei sistemi colturali e delle tecniche agronomiche, ma con l’ampliamento dell’arativo, realizzato con l’intensificazione delle prestazioni di lavoro richieste alle famiglie coloniche. Vaste aree furono così strappate al pascolo e trasformate in aratori piantati e videgati.

Il vino locale alimentava tre distinti mercati, ciascuno dei quali condizionava, con le particolarità della propria richiesta, la tipologia produttiva. Il primo – quantitativamente più importante – era rappresentato dal mercato popolare locale, che manifestava una decisa preferenza per vini ‘negri’: la coloritura molto intensa costituiva, infatti, indice di valore energetico elevato. Per questo la macerazione delle vinacce nel mosto si protraeva a lungo; allo stesso modo si riteneva che il vino acquistasse meriti dal prolungato contatto con le fecce, la cui separazione avveniva comunemente ‘verso gli ultimi della luna di febbraio’. Tutto ciò – assieme all’abitudine invalsa di mantenere scoperti i vasi e alla vendemmia generalmente affrettata, per prevenire i furti campestri – conferiva a questi vini una forte acidità. La loro produzione era diffusa in tutta la regione, e derivava da una mescolanza di uve, senza distinzione di colore e tantomeno di varietà; essa puntava alla quantità e non alla qualità.

Il secondo mercato alimentava una attiva corrente di esportazione verso i paesi di lingua tedesca. Le preferenze erano rivolte al vino bianco dolce, prodotto nelle zone collinari orientali. Nel 1588 è il Rettore di Cividale, Vincenzo Bollani, a riferire che per la città la maggior entrata consisteva nei vini, perché ‘stanno sempre in pretio alto rispetto alli tedeschi, che ne sogliono portar via grandissime quantità et pagarlo bene’. In collina, il sistema di coltivazione più diffuso era rappresentato dal ronco vitato, sistemato ‘a guisa di scaglioni, sulli quali alzandosi ordinatamente la vite, presenta una grata prospettiva di festoni pieni di grappoli, risplendenti di un aurato colore’. Siamo in presenza di una agricoltura specializzata, tanto che, sempre nelle parole di Francesco Rota, il padrone ‘deve mantenere il colono del necessario sorgoturco quasi tutto l’anno’ e redditizia: ‘il governo delle viti richiedendo un lungo travaglio, non permette l’emigrazione agli abitanti del Coglio’ [1].» La Ribola è la varietà più diffusa, tanto che diviene sinonimo di vino bianco. Il maggior valore del vino di collina trova puntuale riflesso nei contratti agrari: negli affitti misti dei terreni vitati sui colli era frequente la divisione del vino a due terzi per il proprietario e un terzo per il colono. Il terzo mercato, quello della nobiltà, si differenzia per la diversità dei prodotti richiesti e soprattutto per la loro qualità. Alcuni viticoltori rimettono così in discussione tutta una serie di pratiche consolidate, a partire dalle forme di allevamento (la piantata), che vengono poco alla volta sostituite da impianti specializzati. «Antesignano di questo movimento fu il conte Ludovico Bertoli [2], il primo a compiere – nella tenuta avita di Biauzzo, sulla riva sinistra del Tagliamento – una lunga serie di prove e di sperimentazioni, che egli compendiò nell’opera Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, data alle stampe nel 1747 a Venezia. La sua vigna era costituita da filari orientati nord – sud, distanti tra loro poco meno di un metro e mezzo, sostenuti da canne oblique e contrapposte; le viti erano poste a intervalli di circa 70 centimetri; i capi erano due: in basso lo sperone a due gemme, in alto il capo maestro, potato a quattro occhi nelle piante più vigorose e proporzionalmente ridotto in quelle più deboli. Col Refosco coltivato in questo sistema Bertoli riusciva a produrre un vino che poteva stare alla pari col Borgogna francese – oggetto di un vero fanatismo, a detta di Antonio Zanon, agente commerciale in Venezia [3]: ‘questo signore (Bertoli), dopo lunghi studi e larghi dispendi, per eccitare anco gli altri a secondare le sue idee, pubblicò, a comune istruzione ed utilità, il frutto delle sue costose esperienze ( in un libretto intitolato Le Vigne ed il Vino di Borgogna in Friuli, stampato in Venezia nel 1747). Ma un difetto nazionale, ed il soverchio impegno che regna in favore dei vini di Francia, suscitò bentosto contro di lui mille censure; il che è avvenuto, non già perché il suo vino dal colore, dal sapore, dall’odore o dagli effetti men salubri si facesse manifestamente conoscere di una specie affatto diversa da quello di Borgogna, ma piuttosto per esser fatto nel Friuli; quasi come se cotesta provincia, per le sue acque, per le sue terre e pel suo clima, fosse tanto diversa dalla Borgogna, che per quante diligenze usassero i friulani nella scelta delle viti, nella piantagione e nella coltura delle vigne e nella maniera di fare il vino ad imitazione di que’ di Borgogna, non potessero giungere in verun modo a formare un liquore simile a quello [4]’».

Nella seconda metà del secolo il dibattito coinvolge altri accademici come «Giovanni Bottari, giunto alla fine degli anni ’80 a Latisana come agente, poi affittuario ed infine proprietario di una piccola azienda a San Michele al Tagliamento, che, per le innovazioni colturali e produttive ivi apportate, gli valse la stima degli scrittori di agraria del tempo, da Vincenzo Dandolo a Filippo Re. Bottari si rese conto che la coltura promiscua non poteva venir abbandonata ma che, semmai, andava migliorata la convivenza tra il gelso e la vite. Egli propose di sfoltire il numero di viti per tutore, di ridurne e controllare il vigore vegetativo, evitando che i tralci si attorcigliassero sui gelsi, migliorando nel contempo anche la produzione della foglia di questi ultimi. Particolare rilievo assunse – nell’ambiente illuministico friulano del Settecento – la figura del conte Fabio Asquini, fondatore con Antonio Zanon della Società di agricoltura pratica di Udine e suo segretario. Egli cercò di realizzare nella propria tenuta di Fagagna – situata nella cerchia delle colline moreniche a nord del capoluogo friulano – un programma di trasformazione e di valorizzazione dell’azienda, incentrato sulla coltivazione di vitigni pregiati (Candia, Fagagni, Frontignon, Marzemino, Refosco, Scans, Tokai) (Morassi, op. cit.). Ma la fama di Asquini è legata soprattutto al ‘Picolìt’, con cui egli riuscì ad inserirsi nel circuito internazionale dei vini passiti, dolci e liquorosi, riservati ad una clientela benestante. Ad Asquini va quindi il merito di aver avviato la commercializzazione del Picolit diffusamente già nel 1762, con 264 bottiglie vendute (a 4 lire venete cadauna) per giungere alle 4,757 del 1785. E ancora sua è l’intuizione di introdursi nel mercato dei vini, allora dominato dai francesi, con un prodotto ‘diverso’ perché dolce ma che, per la sua raffinatezza, faceva concorrenza al già famosissimo ‘Tokaj’ ungherese, considerato eccellente vino da meditazione [5]».

Asquini opta, al fine di soddisfare le diverse richieste del mercato, per realizzare due Picolit, di cui uno ‘più dolce’ per il mercato tedesco ed uno per la Francia e l’Inghilterra che preferivano vini più secchi. Il Picolit di Asquini viene prodotto a Fagagna e offre, oltre ad un’indubbia qualità, anche una raffinata estetica: le bottiglie sono fatte di vetro soffiato a Murano ed esibiscono l’etichetta con la dicitura ‘Picolit di Fagagna’ e ‘Picolit del Friuli’, mentre il tappo che veniva acquistato nientemeno che a Londra [6].

Egli abbandona poi la consuetudine dei filari ad albero vivo e adotta un sistema a pergola bassa – dell’altezza inferiore a quattro piedi (m. 1,39), sostenuta da una griglia di pali secchi – che al settimo anno diventa doppia: «Il nobile vinificava anche uve acquistate da diversi coltivatori di Fagagna; egli comperava inoltre ‘Picolìt’ per rivenderlo e curava l’imbottigliamento e lo smercio di quello prodotto da altri. Sodale di Asquini e suo agente a Venezia assieme al figlio Tommaso, Antonio Zanon divenne il promotore di una vasta campagna a favore della produzione vinicola e sericola. Anch’egli, condividendo le idee del Bertoli, sosteneva che ‘il Friuli per ragioni fisiche è atto a produrre del vino poco o molto diverso da quel di Borgogna’. Sostanzialmente d’accordo Gottardo Canciani (1773), il quale riteneva che per fare ‘vini – liquori’, ossia di pregio, tra tutti i vitigni coltivati in Friuli, solo Picolìt, Refosco, Candia, Cividino, Pignolo offrissero le prerogative necessarie. Per queste varietà raccomandava l’appassimento delle uve, la loro diraspatura e poi la spremitura con il torchio, ossia una vinificazione in bianco: per ottenere mosti più ricchi in zucchero e quindi vini dolci, come i mercati tedeschi volevano. Le opere di questi illuminati non sopravvissero ai loro ideatori: la gestione delle tenute fu ben presto ricomposta all’interno dei vecchi modelli, legati alle antiche consuetudini ed ai tradizionali sistemi produttivi [7].»

NOTE

[1] Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati: lettere di Antonio Zanon dedicate al serenissimo Alvise Mocenigo doge di Venezia. 7 volumi. Venezia 1763 citato in Giuseppe Mario Antonio Baretti, La frusta letteraria di Aistarco Scannube, Volume terzo, Tipografia Governativa, Bologna 1830, pag. 24

[2] Ludovico Bertoli, Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, Arnaldo Forni Editore. Bologna 1978. Ristampa anastatica dell’edizione di Venezia 1747, pag. 87

[3] Francesco Del Zan e altri autori, La vite e l’uomo dal rompicapo delle origini al salvataggio delle reliquie, Edizioni Ersa, Friuli Venezia Giulia 2004 in http://www.ducatovinifriulani.it/news/notizia_vino_cibo_cultura.asp?ID=162

[4] Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati, cit.

[5] Francesco Del Zan, cit.

[6] Cfr. Il Fogolâr Furlan dal Tessin 1973, in http://www.fogolarfurlandaltessin.ch

[7] Ibidem

 

 

 

 

 

 

 

 

El Comisario Inùtil. Racconto breve di Luca Dresda

L’autore medita sull’utilità del commissario inùtil

Arrivato sulla scena del delitto, la vittima emanava ancora vapore acqueo. Doveva aver corso molto prima di venire raggiunta e afferrata con la forza di un gorilla. Era su un fianco, rannicchiata, le braccia che stringevano le gambe. Il corpo era di una ragazzina famosa per le imprese atletiche, soprattutto extra-sportive.

Elco guardava di continuo l’orologio. Ogni volta che col vice, Gualdo Tombolini, delineava la successione degli eventi di un crimine, lo assaliva una forma d’ansia. Eppure in paese era adorato. Il suo Commissariato era famoso per risolvere tutti i casi a tempo di record. Nessuno, tranne i suoi colleghi, aveva capito il suo segreto, e che in realtà non esisteva alcun segreto.

Tombolini descrisse la situazione. La vittima aveva segni di mani possenti sul collo. Doveva essere stata afferrata, sollevata e sbattuta a terra, nel punto in cui si vedeva una sagoma umana. La ragazza aveva perso i sensi, poi aveva gattonato semi-stordita, per essere nuovamente afferrata. Ma la morte era arrivata dopo, per spavento. Il cuore doveva aver ceduto, forse dopo avere capito come sarebbe morta. Prolungando la traiettoria visiva, Tombolini notò una bava che colava lungo il tronco di una quercia secolare. Legato a un ramo, un cappio, e a terra la classica maschera nera sadomaso con la zip sulla bocca. Tutt’attorno, una peluria castana. Questo è un artista dell’horror. Non è da tutti fare morire di crepacuore un’atleta.

Elco scartabellò nella memoria da archivista.

Lo Yedi di Brunico! disse all’improvviso. Te lo ricordi quel caso del ’94?

Tombolini, al contrario, aveva la memoria di un pesce rosso. Aggrottò le sopracciglia.

Nei primi di agosto, nei boschi attorno a Brunico, furono ritrovate tre ragazze scomparse a pochi giorni di distanza. Stessi segni sul collo. Stessa morte per spavento. Disse Elco.

Ora ricordo. L’assassino era un boscaiolo…

Ti confondi con l’Orso della Val Gardena. Quello di Brunico era un giocatore di Football Americano trevigiano, sposato con una pasticcera di Brunico. Un uomo colossale, col volto sfigurato da un incidente e una forza disumana. Gli stessi indizi. Se non fossi sicuro che si trova nel carcere di Bolzano… Stava per chiedere a Tombolini di verificare se non fosse evaso per iniziare le indagini, quando il cellulare squillò. Elco trasalì. Aspettò fino al settimo squillo, ma quel maledetto non ne voleva sapere di azzittirsi. Squadrò il display, che mostrava il numero della centrale.

Non risponde, ‘Shpettò? Chiese Tombolini.

Sì, sì, certo! Cos’hai, fretta?” Sbraitò Elco. Una vocina dall’altra parte squittiva eccitata. E più parlava più Elco roteava gli occhi per lo scorno, il fastidio per la notizia.

Siete sicuri? Domandò senza convinzione. La risposta fu la stessa di sempre. Elco riattaccò e squadrò Tombolini, che gli domandò:

Si è consegnato? Lo Yedi?

Il commissario annuì senza fiatare. Era rassegnato più che incredulo.

Elco entrò in centrale a testa bassa. Si sarebbe detto imbarazzo. Ma era rabbia. Gli succedeva ogni volta che un criminale si consegnava. La cosa era diventata incontrollabile da quando una legge retroattiva aveva deciso che anche gli anni di tirocinio non riscattati venissero conteggiati nei contributi previdenziali; e così, si era ritrovato a un passo dalla pensione, col rischio di non essersi mai misurato con uno dei tanti assassini che infestano il mondo. Nel suo ufficio trovò Federici ad attenderlo. Elco lo stimava perché non si permetteva ironie. Non aveva mai parlato del culo che aveva a non trovarsi un solo caso di omicidio irrisolto; non metteva il dito nella sua piaga di detective della omicidi super-addestrato che non aveva neanche solo iniziato un’indagine in tutta la sua carriera. I killer che avevano ucciso nella sua giurisdizione, colpiti da una forma sconosciuta di demenza, si erano consegnati tutti.

Federici non perse tempo in spiegazioni.

Tenga, commissa’. Il suo racconto coincide in tutto e per tutto con i riscontri.

Elco prese il dossier, entrò nella sala interrogatori e si avvicinò allo Yedi livido in volto, dopo aver spento registratori e telecamere.

Che cazzo ci fai qui?

Lo Yedi fu preso in contropiede.

Come puoi consegnarti così, a un’ora del tuo primo omicidio dopo tanti anni? Non hai un po’ di amor proprio? Un po’ di orgoglio professionale?

Professionale gli era sfuggito, ma era la sua fissazione. La professione. Il lavoro che sognava fin da bambino, che ormai le confessioni dei criminali avevano trasformato in un tormento.

Perché non ti fai cercare, invece di consegnarti così, come un bamboccio? Cosa sei, un chierichetto? Hai i sensi di colpa? In carcere hai conosciuto un prete che ti ha convertito? Ti ha consigliato anche di uccidere quella ragazzina? L’hai uccisa di paura. Ti rendi conto? Sei un genio del male e non mi dai la possibilità di trovarti? Ansimava.

Lo Yedi, un omone dalle sembianze disumane per l’esito nefasto degli interventi di chirurgia ricostruttiva, i polsi incatenati a due ganci che avrebbero retto anche agli strattoni di King Kong, lo guardava incredulo. Quando parlò, gli uscì una voce delicata e tremolante, con un linguaggio che non gli si addiceva.

Commissario, in cella ho capito che quelli come me non devono tornare in libertà. Ho provato a dire al giudice che facevano un grave errore, ma il mio avvocato mi ha chiuso la bocca e ha ottenuto gli arresti domiciliari. E così ne ho approfittato. Dovevo uccidere di nuovo e condannarmi al carcere a vita. Avevo saputo del suo commissariato. Della incredibile percentuale del 100% di casi risolti… e così, sono venuto qui, sicuro che lei mi avrebbe preso e non avrebbe commesso errori. E infatti…

Ma infatti cosa, brutto imbecille? Eh? Infatti cosa? Elco si alzò e girò per la saletta con le mani tra i capelli, quasi volesse strapparseli. Ti sei consegnato da solo! Io non ho fatto niente! Non mi hai dato il tempo neanche di prendere appunti, brutto imbecille!

Lo Yedi non capiva la sua reazione, ma era sollevato. Perché era sicuro di finire in galera. Il suo piano era riuscito.

Ascoltami bene. Ora ti slegherò e farò finta di non averti mai visto. E tu mi sfuggirai e farai come tutti gli altri serial killer che si rispettino, come Ted Bunty, o Earle Nelson, o Gary Ridgway, o come Enriqueta Martì e Leonarda Cianciulli! Oppure fa’ come hai fatto quando uccidevi a Brunico, cazzo, ma datti un contegno! Mi hai sentito?

Lo Yedi non rispose. Guardava Elco cercando di capire cosa avesse in mente. L’idea di uscire lo terrorizzava.

Figlio d’un cane, hai capito quello che ti ho detto? Tu devi andartene e darmi la possibilità di prenderti! Ne ho le tasche piene di voi che vi consegnate come mammolette! Voglio il mio caso! E ho deciso che sarai tu!

Elco fece per liberarlo, ma lo Yedi esplose. Con una forza che non sapeva neanche di avere, fece saltare i ganci. Si alzò e andò urlando al falso specchio sbattendo con la testa e i pugni per richiamare l’attenzione di chi se ne stava là dietro a osservarli senza sentire una parola.

Aiuto! Aiuto! Basta! Va bene, confesso! Confesso tutto! Basta che me lo levate di torno! Aiuto! Aiuto!

Elco, col fiatone e la bava alla bocca, lo fissava strabuzzando gli occhi. Il Capitano ordinò ai suoi di bloccare lo Yedi, che si fece riammanettare mansueto e si liberò la coscienza. La sua confessione fece scalpore. Ne parlarono tutte le televisioni, con approfondimenti, inchieste a tempo scaduto, analisi criminologiche e, su tutto, celebrazioni del talento di Elco, il genio degli interrogatori obliqui. Qualcuno chiese che il suo pensionamento fosse annullato d’ufficio. Lo Yedi fece chiudere tre casi analoghi di anni prima, quando era ventenne. Tre prostitute nigeriane, omicidi un tempo archiviati in fretta come regolamenti di conti nell’ambito della tratta delle donne africane. Elco ricevette l’ennesimo encomio. Fu convocato dal Ministro degli Interni, che gli appuntò una medaglia al valore e per premio gli regalò il suo meritato pensionamento con due anni di anticipo. Venne ricordato da tutti come un eroe. Ma per i colleghi di pari rango restò per sempre El Comisario Inùtil.

Finale di coppa Italia: vuoto per vuoto

Una delle prime rappresentazioni artistiche al mondo dedicate al gioco del calcio, il dipinto Sunderland v. Aston Villa di Thomas M. M. Hemy (anche noto come A Corner Kick), 1895

Nulla da eccepire: ha vinto ai rigori la squadra che ha avuto più occasioni sul campo da gioco, ovvero il Napoli. Tutto da eccepire: non si vince per solo merito né sul campo né fuori. A volte capita.

Rimbombi: covid e circenses. Mondo piccolo.

Nella teoria del “mondo piccolo” e dei “sei gradi di separazioni” sono sufficienti non più di 5 intermediazioni per collegarsi con tutti gli altri. Lo stadio esemplifica in maniera evidente questo dilemma socio-linguistico-matematico sia nel suo svolgimento interno che esterno: mentre il primo piano è facilmente comprensibile, il secondo lo è diventato guardando la finale di coppa Italia a porte chiuse. La mancanza di collegamento neuronale tra tifoso comodamente adagiato sul divano e tifoso da stadio tronca ogni legame empatico: le bandiere finte, costruire per riempire il vuoto fisico, non hanno fatto che soffocare il pieno acustico del tifo ed ampliare il fragore del vuoto.

Vuoto per pieno o meglio vuoto per vuoto.

Il vuoto per pieno è un modo per calcolare il volume lordo di un immobile: Il volume vuoto per pieno è il volume totale di un appartamento, di un fabbricato o di qualsiasi altro immobile, calcolato in base allo spazio compreso tra le pareti esterne del fabbricato, il pavimento del piano più basso e il tetto. Molto spesso però quando si parla di vuoto per pieno si intende non la volumetria di un appartamento, ma la superficie lorda di parenti e pavimenti. La superficie lorda di una parete è calcolata tenendo conto anche dello spazio occupato da porte e finestre.

Gli spalti di ieri hanno ricordato la canzone, “La casa”, di Sergio Endrigo:

Era uno stadio molto carino

Senza spalti senza tifo

Non si poteva entrarci dentro

Perché non c’era il cemento

…….

Ma era bello, bello davvero In via dei matti numero zero

Ma era bello, bello davvero

In via dei matti numero zero

Piazze piene: covid e circenses

Lo stadio si è trasferito fuori, nelle piazze, nelle strade, lungomare, per i consueti festeggiamenti. Inaspettato? Ma quando mai! Moralismi? Non è il caso. (A Torino sarebbe stato identico, però senza lungomare).

L’antica Roma sapeva bene che i giochi hanno bisogno di pubblico, molto pubblico, organizzato, inglobato, interessato, affaccendato, straordinariamente motivato.

Anche il covid ha bisogno di pubblico.

Mondi molto piccoli.

Le icone del vino, con breve compendio operativo nel caso in cui si vogliano distruggere.

Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky), raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, nel suo presunto incontro con Joseph Stalin.
Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky),raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, si vede anche la scena del suo incontro con Joseph Stalin.

Si fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità, che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati, scioccamente, all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  2. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche” permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  3. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  4. Soltanto con il risveglio dello sguardo il degustatore potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  5. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.
  6. Nel caso in cui una serie di degustatori seriali, stufi della riproposizione di icone sotto altra forma, seppur esse compiano come eretiche e, volendosi rifare all’esperienza iconoclasta del nestorianesimo, del monofisismo o, perché no, del paulicianesimo, sarà sufficiente che si dotino di un paio di forbici.

Divagazioni su “Del Giudicar Veloce e Vacuo. Metacritica della Critica Gastronomica” di Nicola Perullo

Premessa.

Sappiamo per certo che in ogni libro c’è, in varia forma, il suo autore: nella prosa, nelle armi retoriche, nella sintassi, nei contenuti e così via. Ma difficilmente potremmo ammettere che un libro equivalga in tutto e per tutto al proprio artefice come se questi fosse escluso da ogni connessione, complicità, presenza e condivisione. Non solo: con altrettanta fatica potremmo considerare che un libro sia la mera somma di una personalità e non solo perché ogni dissertazione esula da se stessa, ma perché ogni argomentazione è necessariamente parziale sia nei confronti dell’autore stesso che riguardo al tutto. Penso, al contrario, che il testo in oggetto sia capace di una scrittura propria di un diario filosofico. Nonostante e contrariamente al fatto che Perullo proceda nell’eliminazione dell’Autore sia come soggetto realizzatore dell’opera quanto come esegeta della propria creazione. Per un’altra parte il discorso di Perullo riafferma, in maniera possente, il ruolo della critica e dell’Autore in un processo di validazione in cui egli soggiace ed emerge in qualità di criteri universali e unanimi. L’Autore disancorato dal proprio lavoro trova nuove vestigia nell’Autore altro, ovvero il Critico, che si fa interprete, non censore, dell’opera stessa. “Del giudicar veloce e vacuo”, a differenza degli ultimi due “Epistenologia” che ho avuto modo di leggere, assume toni dichiaratamente più confliggenti e indisponibili ad ogni forma di apparentamento e armonizzazione. Chi ha cercato di darne una qualsivoglia parvenza conciliante, con tutti gli ammennicoli che le accompagnano, si è, a mio parere, profondamente sbagliato: è una delle prolusioni più radicali alla facoltà di giudizio (di valore, estetico…).

Metacritica.

«(…) Si tratta solo di non confondere l’agire con l’attore, decostruendo tutta questa mitologia dell’autore, sottraendola al suo frastuono mediatico amplificante e, infine, rimanendo lucidi e sobri» (pag.13) Qui si sottolinea un elemento centrale: un cuoco, ma potrebbe essere un vignaiolo o un artista in senso ampio e lato potrebbe non avere alcunché da dire rispetto alla propria opera. Essa parla per sé nella misura in cui parla per e del proprio autore, ma dal quale inesorabilmente fugge e si autonomizza. Il manufatto si rende, per Perullo, inevitabilmente indipendente da colui che lo ha realizzato e solo in questa veste è in grado di dire qualcosa di sé e per sé. Ribaltando Gadamer si potrebbe affermare che l’autore come soggetto in sé non esiste affatto. Solo e soltanto in questo senso il diritto di parola che viene gli concesso dal circo mediatico si configura come autoreferenziale, puro intrattenimento e, sicuramente, non cultura né tanto meno esercizio di critica. La critica gastronomica può essere tale soltanto se non si ripiega in se stessa: la conoscenza gastronomica non è condizione sufficiente per poter parlare di gastronomia, così come non lo è per l’autore e per la propria opera. Le riflessioni di Nicola Perullo mi hanno immediatamente portato a quelle che furono alcune delle più radicali e intese critiche al concetto di autore, o meglio di Autore. Voglio qui riportarvi parte dei brani a cui faccio riferimento e che, sicuramente, fanno parte anche del bagaglio culturale di Perullo. Ne riporto ampi stralci.

Il primo viene scritto da Roland Barthes e pubblicato nel 1968, La mort de l’auteur in Id. Le bruissement de la langue, Seuil, Paris, 1984, tr.it. La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi Critici, vol.IV, Einaudi, Torino, 1988.

«Nella sua novella Sarrasine Balzac, parlando di un castrato travestito da donna, scrive questa frase: “Era la donna, con le sue paure improvvise, i suoi capricci irragionevoli, i suoi turbamenti istintivi, le sue audacie immotivate, le sue bravate e la sua deliziosa finezza di sentimenti”. Chi parla in questo modo? È forse l’eroe della novella, interessato a ignorare il castrato che si nasconde sotto la donna? È l’individuo Balzac, che l’esperienza personale ha munito di una sua filosofia della donna? È l’autore Balzac, che professa idee «letterarie» sulla femminilità? È la saggezza universale? La psicologia romantica? Non lo sapremo mai, per la semplice ragione che la scrittura è distruzione di ogni voce, di ogni origine. La scrittura è quel dato neutro, composito, obliquo in cui si rifugia il nostro soggetto, il nero-su-bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive. È stato senza dubbio sempre così: non appena un fatto è raccontato, per fini intransitivi, e non più per agire direttamente sul reale – cioè, in ultima istanza, al di fuori di ogni funzione che non sia l’esercizio stesso del simbolo -, avviene questo distacco, la voce perde la sua origine, l’autore entra nella propria morte, la scrittura comincia. Il modo di sentire tale fenomeno è stato tuttavia variabile; nelle società etnografiche del racconto non si fa mai carico una persona, ma un mediatore, sciamano recitante, di cui si può al massimo ammirare la “performance” (cioè la padronanza del codice narrativo) ma mai il “genio”. L’autore è un personaggio moderno, prodotto dalla nostra società quando, alla fine del Medioevo, scopre grazie all’empirismo inglese, al razionalismo francese e alla fede individuale della Riforma il prestigio del singolo o, per dirla più nobilmente, della “persona umana”. È dunque logico che in Letteratura fosse il positivismo, summa e punto d’arrivo dell’ideologia capitalistica, ad attribuire la massima importanza alla “persona” dell’autore. L’autore regna ancora nei manuali di storia letteraria, nelle biografie di scrittori, nelle interviste dei settimanali e nella coscienza stessa degli uomini di lettere, tesi ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera; l’immagine della letteratura diffusa nella cultura corrente è tirannicamente incentrata sull’autore, sulla sua persona, storia, gusti, passioni; nella maggior parte dei casi la critica consiste ancora nel dire che l’opera di Baudelaire è il fallimento dell’uomo Baudelaire, quella di Van Gogh la sua follia, quella di Cajkovskij il suo vizio: si cerca sempre la spiegazione dell’opera sul versante di chi l’ha prodotta, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della finzione, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, l’autore, a consegnarci le sue «confidenze». (…) Attribuire un Autore a un testo significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere la scrittura. E una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire l’Autore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato l’Autore, il testo è «spiegato», il critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno dell’Autore sia stato anche quello del Critico, e che la critica (per quanto nouvelle) sia oggi, insieme all’Autore, minata alla base. Nella scrittura molteplice, in effetti, tutto è da districare, ma nulla è da decifrare; la struttura può essere seguita, «sfilata» (come si sfila la maglia di una calza) in tutti i suoi «prestiti» e piani, ma non esiste un fondo; lo spazio della scrittura dev’essere percorso, non trapassato; la scrittura esprime costantemente un certo senso, ma sempre in vista della sua evaporazione: essa procede sistematicamente a una sorta di «esonero» del senso. Proprio per questo, la letteratura (ormai sarebbe meglio dire la scrittura), rifiutandosi di assegnare al testo (e al mondo come testo) un «segreto», cioè un senso ultimo, libera un’attività che potremmo chiamare contro-teologica, o meglio rivoluzionaria, poiché rifiutarsi di bloccare il senso equivale sostanzialmente a rifiutare Dio e le sue ipostasi, la ragione, la scienza, la legge.(..)»

Il secondo brano è di Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

«(…) Ora un problema si pone immediatamente: “Che cos’è un’opera?”, che cos’è questa strana unità alla quale diamo il nome di opera? Quali elementi la compongono? Non è forse un’opera ciò che è stato scritto da colui che ne è l’autore? Vediamo subito sorgere le difficoltà. Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dei suoi commenti potrebbe essere chiamata un’”opera”? Finché Sade non è stato un autore che cosa erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi. Supponiamo invece che si abbia a che fare con un autore: tutto ciò che egli ha scritto o detto, tutto ciò che egli ha lasciato, fa parte della sua opera? Il problema è insieme teorico e tecnico. Quando si intraprende la pubblicazione, diciamo, delle opere di Nietzsche, dove bisogna fermarsi? Ovviamente bisogna pubblicare tutto, ma cosa significa questo “tutto”? Tutto ciò che è stato pubblicato da Nietzsche stesso, certamente. Gli abbozzi delle sue opere? Senz’altro. I progetti di aforismi? Sì. Anche i ripensamenti, gli appunti in fondo ai taccuini? Sì. Ma quando, dentro un taccuino pieno di aforismi, troviamo un riferimento, l’indicazione di un appuntamento o di un indirizzo, oppure il conto della lavandaia: è un’opera o non è un’opera? E perché no? E avanti così all’infinito. Fra i milioni di tracce lasciate da una persona dopo la sua morte, come definire un’opera? La teoria dell’opera non esiste, e coloro che ingenuamente intraprendono la pubblicazione delle opere non posseggono una simile teoria, il che paralizza ben presto il loro lavoro empirico.(…) La parola “opera” e l’unità che essa designa sono probabilmente tanto problematiche quanto l’individualità dell’autore. (…) Per cominciare, vorrei accennare in poche parole ai problemi posti dall’uso del nome d’autore. Che cosa è un nome d’autore? Come funziona? Lungi dal darvi una soluzione, indicherò soltanto alcune delle difficoltà che si presentano. Il nome d’autore è un nome proprio, che pone gli stessi problemi di quest’ultimo. (Qui mi riferisco fra tante analisi diverse, a quelle di Searle.) Non è possibile, ovviamente, fare di un nome proprio un riferimento puro e semplice. Le funzioni del nome proprio (e così anche del nome d’autore) non sono soltanto indicatrici. Esso, più che un’indicazione, è un gesto, un dito puntato verso qualcuno; fino a un certo punto esso equivale a una descrizione. Quando si dice “Aristotele,” si adopera una parola che è l’equivalente di una descrizione o di una serie di descrizioni specifiche di questo tipo: “l’autore degli Analitici” o “il fondatore dell’ontologia” ecc. Ma non possiamo fermarci lì; un nome non ha un significato puro e semplice; quando si scopre che Rimbaud non ha scritto la Chasse spirituelle, non si può pretendere che questo nome proprio o questo nome d’autore abbia cambiato significato. Il nome proprio e il nome d’autore si situano fra i due poli della descrizione e della designazione; hanno senz’altro un certo rapporto con ciò che essi nominano, ma non hanno completamente, nel modo di designare né nel modo di descrivere, un legame specifico. Tuttavia — ed è qui che appaiono le difficoltà specifiche del nome d’autore — il legame del nome proprio con l’individuo nominato e il legame del nome d’autore con ciò che esso nomina non sono isomorfi e non funzionano allo stesso modo. Terzo carattere di questa funzione-autore. Essa non si forma spontaneamente come l’attribuzione di un discorso ad un individuo. È il risultato di un’operazione complessa che costruisce un certo essere ragionevole che chiamiamo autore. Senza dubbio a questo essere ragionevole si cerca di dare uno statuto realista: ci sarebbe nell’individuo, una istanza “profonda,” un potere “creatore,” un “progetto,” che costituirebbe il luogo originario della scrittura. Ma in realtà, ciò che nell’individuo è designato come autore (o ciò che fa di un individuo un autore) non è che la proiezione, in termini sempre più o meno psicologizzanti, del trattamento che si fa subire ai testi, dei paragoni che si operano, dei tratti che si stabiliscono come pertinenti, delle continuità che si ammettono o delle esclusioni che si praticano. Tutte queste operazioni variano secondo le epoche, e i tipi di discorso. Non si costruisce un “autore filosofico” come un “poeta”; e non si costruiva l’autore di un’opera romanzesca nel XVIII secolo allo stesso modo di come si fa oggi. Tuttavia, si può ritrovare attraverso il tempo una certa invariante nelle regole di costruzione dell’autore.(…) L’autore — o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore — è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?”»

Alcune considerazioni.

Rilevo, nel modello epistemologico proposto da Perullo, un duplice tentativo esplicativo: da una parte esso cerca di depotenziare, sino a far scomparire, la figura dell’Autore (poco importa, come detto in precedenza, se scrittore, musicista, cuoco…) a favore di un ampliamento del discorso che tenga in dovuta considerazione il contesto in cui il prodotto si realizza: tipicamente nella critica strutturalista è la società, nelle sue innumerevoli reti politiche, economiche, relazionali e culturali che genera le pratiche da cui si strutturano i contesti. Perullo, ad esempio, fa riferimento alla Guida Michelin e alla sua autorevolezza come «baluardo di un modello ristorativo moderno, occidentale, eurocentrico, francese, borghese…» (pag. 29) Ed è proprio in un contesto sociale pre-determinato che i criteri di autorità sono stabiliti prima e altrove. Dall’altra parte questo depotenziamento, fino alla sparizione, dell’Autore sarebbe in grado di costruire quell’autorevolezza, anarchica per statuto, propria della critica non eterodiretta e, quindi, secondo un paradosso interno, anche ad edificare la figura del Critico. In questo senso Perullo sorpassa la falsa dicotomia tra oggettivo e soggettivo, rilevando come il giudizio di gusto sia nella sua essenza “relazione”: «Quindi, il giudizio di gusto non è universale e vero per tutti (= oggettivo) né individuale e privato, vero solo singolarmente (= soggettivo)» (pag. 47) Ritengo questo proposito, a cui il sentire anarchico partecipa costantemente, estremamente salutare nella misura in cui l’azione, il fare in senso più lato, non diviene solo prassi o elaborazione esperienziale di idee, ma condizione e luogo in cui un nuovo pensiero trae linfa e sviluppo: così come la porla è prassi e pragmatica, l’azione come tale si rende costantemente riflessione e parola. Questo non significa, come precedentemente sostenuto, che l’azione, resasi parola nell’opera, nella tecnica, nelle prassi o in altro, si esprima necessariamente attraverso la voce di chi l’ha realizzata. Ma ciò palesa che potrebbe non parlare neppure per coloro che, esterni ad essa, volessero farne critica. In ciò risiede, a mio parere uno dei punti controversi dell’assunto di Perulllo: la scomparsa dell’Autore porta con sé anche la sparizione del Critico.

Recensire e criticare.

Uno dei perni intorno a cui ruota la metacritica alla critica gastronomica di Perullo trova il suo fulcro nella rottura di contiguità tra la forma del recensire e quella della critica: «Criticare non è recensire né valutare. La critica è riflessione e ricerca. Dunque il critico non è il recensore». (Pag. 15) E ancora più avanti: «In che cosa si manifesta principalmente questa differenza? Nella circostanza che il recensore applica norme che ha appreso direttamente o, più spesso, ha trovato nell’ufficio del comun(al)e pensiero dominante. Il recensore fa l’impiegato per qualcosa o qualcuno, talvolta senza sapere per chi; ci sono recensori professionisti, ma anche una quantità immane di dilettanti, recensire è diventata un’attività ricreativa, un passatempo edificante. Il recensore officia e ratifica, in inglese to rate: classificare è ratificare uno stato di fatto esistente, prendendolo così come appare». La critica, al suo contrario, significa comprendere le ragioni, le condizioni di possibilità o i principi in base ai quali un fenomeno, sia esso cognitivo, morale o estetico appare in un certo modo. La critica, pertanto, non è interessata a pesare, ovvero a valutare in termini numerici il proprio oggetto, proprio perché è impegnata a comprendere ed eventualmente a proporre nuovi modelli di cucina e di gusto: «Se identificare il critico con il recensore è un errore, dunque, identificare la critica con il giornalismo e la guida (turistico-gastronomica) è un errore al quadrato. Dove il critico esprime una riflessione e proprie visioni, elaborando la sua soggettività in modo compiuto, il recensore ha invece l’incarico, il lavoro di redigere liste e classifiche, giustificando la truffa dell’obiettività dei valori con il ricorso ai fatti» (pag.18). Se comprendo l’intento di separare una professione, quella del Recensore, assoggettata prevalentemente al vil denaro (quale mestiere non lo è?) e alle condizioni di promozione obbligata che esso detta attraverso un percorso forzoso di pretesa oggettivazione, dall’altro canto non credo che possa esistere una critica che non sia essa stessa nella condizione per cui, in maniera diretta e indiretta, è soggetta a dei fenomeni strutturali (siano essi economici, sociali, politici e via dicendo) pervasivi e condizionanti. Avrei semmai capito maggiormente la suddivisione tra metodi e quindi tra finalità implicite ed esplicite proprie di professioni che mantengono molti più punti in contatto di quanti se ne vogliano far apparire: chiarendo, innanzitutto, che la cosiddetta sponsorizzazione, anche se non sempre pienamente visibile nei suoi intenti promozionali, è ben altra cosa sia da un meritevole critica che da un’onesta recensione e concordando, pienamente, che le finalità possono corrodere o meno il metodo, la prassi, lo sguardo e le migliori volontà di un qualsiasi Autore. Voglio qui rifarmi, in chiosa a quanto detto, riportando alcune annotazioni che Giorgio Manganelli fece a proposito dell’attività del recensire che, a suo dire, convergono con quelle del criticare (letteratura sulla letteratura): «(…) E’ mia personale convinzione che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura. A critica non spiega, non giudica, soprattutto non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole.(…) Ritornando alla critica, un genere letterario affine al sonetto o piuttosto alla cicalata in terza rima, è del tutto ovvio che, come accade all’interno di tutti i generi letterari, essa si ispiri contemporaneamente all’arbitrario e al rigoroso. Il rigore sta nel percorso che collega una serie di passaggi scelti con perfetta arbitrarietà. Dunque, un testo di critica è fatto in misura uguale di presenze e assenze, di citazioni e di omissioni, di frammenti di giorno e di frammenti notturni. L’idea che possa esistere una critica esauriente è tanto saggia come pretendere che esista u sonetto esauriente. Credo che il critico abiti l’Arcadia – o è il Parnaso – e che gli spetti quel grado di irresponsabilità apollinea – o è dionisiaca? – senza cui non si dà letteratura. Vorrei insistere sulla precisazione che la critica non ha un compito vicario rispetto alla letteratura (e a nessuna arte aggiungo io) così detta creativa, ma che, malgrado i suoi vincoli – analoghi alle rime della sestina – è essa stessa creativa, e dunque impura, giacche usa parole, e le parole sono impure; le parole racchiudono una presenza notturna, ed è questa nerità verbale che è il contrassegno, il sibilo rettilineo della letteratura. Da ciò deriva che la critica non spiega, non chiarifica. Oserei dire che, usando le parole altrui dentro un bozzolo delle proprie, la critica introduce oscurità dove è illusoria chiarezza, porta notte dove è la menzogna del giorno, cattura e tesaurizza l’errore dove apparentemente si dà pertinenza» (Giorgio Manganelli, Ma Kafka non esiste, in Il Rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano 1994, pp. 118 – 121).

Solamente in questo senso, nella parola sulla parola, nella sua intima incapacità di spiegare e nella sua straordinaria forza di aggiungere arbitrariamente oscurità dove regna la menzogna del giorno che cade la dicotomia tra le due forme del discorso, il recensire e il criticare. Così come cade nella scomparsa dell’Autore (e del Critico o del Recensore), anch’essi tanto fittizi quanto presenti nell’opera che si pensa di spogliare da improvvide contaminazioni. E così l’intenzionalità non diviene più condizione del giudizio, ma premessa ed esito dell’opera, della recensione, della critica. E lo stesso per i numeri, per i simboli, per il nulla o per il molto da dire.

Il vino distopico

Philip K. Dick, The Man Who Japed, Ace Books, 1956
Di Ed Emshwiller – flickr, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83667555

Ero rannicchiato sul lato destro del mio divano sdrucito di velluto rosa; sul soffitto i fari al neon, balbettando, emanavano un tanfo orrendo di mosconi appena grigliati, mentre fuori ruggivano raffiche di vento dense di un pulviscolo giallastro esalate dagli starnuti di vapore radioattivo proveniente dall’ultima centrale nucleare in funzione. Il cataclisma geotermico si era portato via oltre l’80% dell’abitato terrestre e lontane esplosioni gassose frammiste a temporali di radiazioni ionizzanti non facevano ben sperare sui tempi futuri. La mia dispensa era piena di scatolette di tonno, di sarde e di sgombri affumicati che avevo raccattato, prima che alcune pantegane le aprissero con i loro denti aguzzi, nei bassifondi di un magazzino interrato e dimenticato dagli uomini e dagli dei.
Avevo con me anche alcune bottiglie di vino, sempre che così si potesse chiamare, fatto con uve di “noah” del 2071. Brillante, di un colore viola fosforescente, emanava un classico profumo di insaccati, aglio, solvente per smalto e candeggina. In bocca una piena corrispondenza di ortaggi putrefatti, pollo andato a male e prosciutto rancido.
Mi svegliai di soprassalto appena in tempo per vedere i titoli di coda dell’ultimo episodio della serie distopica che stavo guardando da circa sette stagioni; madido di sudore freddo, controllai che tutto fosse a posto: il vento aveva perso la sua carica corrosiva e il “noah” mostrava i suo archetti baldanzosi sul vetro del bicchiere. Avevano tratteggiato un teschio, o così mi pareva, ma imputai l’accaduto alla serie televisiva. Bevvi l’ultimo sorso di vino e andai a coricarmi felice quando lessi nell’etichetta che l’anno di produzione era stato il 2041. Mancavano ancora 30 anni alla fine del mondo.

Arthur Rimbaud, il vino

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“Un tempo, se ricordo bene,

la mia vita era un banchetto in cui tutti i cuori s’aprivano,

in cui tutti i vini scorrevano”.

Arthur Rimbaud, Una stagione allinferno (Une saison en enfer)

Al cinema: Jeune et jolie, Giovane e bella in italiano. La narrazione lineare del film, a un cero punto, viene sospesa e irrompe, con il volto di alcuni personaggi che si rivolgono direttamente al pubblico come in una pièce teatrale, la poesia di Rimbaud: Roman (Romanzo). Un tempo sospeso di forte emotività che si accentua durante la recitazione e che si conclude, con le lacrime agli occhi della protagonista, Marine Vacth, nell’ultima strofa.

La poesia, per intero:

                                             I

 

   Non si può essere seri a diciassette anni.

   – Una sera al diavolo birra e limonate

   E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!

   – Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

 

   Come profumano i tigli nelle serate di giugno!

   L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;

   Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, –

   E profuma di vigna e di birra…

 

                                             II

 

   – Ed ecco che si scorge un piccolo brandello

   D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,

   Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde

   Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…

 

   Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare.

   La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

   Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio

   Che palpita come una bestiolina…

 

                                         III

 

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,

– Quando, nel chiarore di un pallido fanale,

Passa una signorina dall’aria incantevole,

All’ombra del terrificante colletto paterno…

 

E siccome ti trova immensamente ingenuo

Trotterellando nei suoi stivaletti,

Si volta, lesta, con movimento vivace…

– E sulle tue labbra muoiono le cavatine

 

                                         IV

 

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.

Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.

Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.

– Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…!

 

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,

Ordini birra o limonata…

– Non si può essere seri a diciassette anni

Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

I

On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans.
– Un beau soir, foin des bocks et de la limonade,
Des cafés tapageurs aux lustres éclatants !
– On va sous les tilleuls verts de la promenade.

Les tilleuls sentent bon dans les bons soirs de juin !
L’air est parfois si doux, qu’on ferme la paupière ;
Le vent chargé de bruits – la ville n’est pas loin –
A des parfums de vigne et des parfums de bière….

II

– Voilà qu’on aperçoit un tout petit chiffon
D’azur sombre, encadré d’une petite branche,
Piqué d’une mauvaise étoile, qui se fond
Avec de doux frissons, petite et toute blanche…

Nuit de juin ! Dix-sept ans ! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague ; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête….

III

Le coeur fou Robinsonne à travers les romans,
Lorsque, dans la clarté d’un pâle réverbère,
Passe une demoiselle aux petits airs charmants,
Sous l’ombre du faux col effrayant de son père…

Et, comme elle vous trouve immensément naïf,
Tout en faisant trotter ses petites bottines,
Elle se tourne, alerte et d’un mouvement vif….
– Sur vos lèvres alors meurent les cavatines…

IV

Vous êtes amoureux. Loué jusqu’au mois d’août.
Vous êtes amoureux. – Vos sonnets La font rire.
Tous vos amis s’en vont, vous êtes mauvais goût.
– Puis l’adorée, un soir, a daigné vous écrire…!

– Ce soir-là,… – vous rentrez aux cafés éclatants,
Vous demandez des bocks ou de la limonade..
– On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans
Et qu’on a des tilleuls verts sur la promenade.

29 sept. 70    Arthur Rimbaud

Il vino, la vigna tornano in alcune poesie di Rimbaud sotto forma di metafora sinestetica, che consiste nell’associare in un’unica immagine due parole o due segmenti discorsivi riferiti a sfere sensoriali diverse: la città non lontana che profuma di vigna e di birra; o ancora la linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

Un mese più avanti, nell’ottobre del 1870, Le buffet (La credenza):

È un’ampia credenza scolpita; la quercia scura,

Molto antica, ha preso l’aspetto bonario dei vecchi;

La credenza è aperta, e versa nella sua ombra

Come un fiotto di vecchio vino, profumi allettanti; …

E poi, ancora, in Vagabonds (Vagabondi – 1872), poema in cui viene rievocata la relazione con Paul Verlaine, sugli antichi ed erranti viaggiatori, ebbri soltanto della propria ascesi (il vino delle caverne):

Avevo infatti, con assoluta sincerità di spirito, assunto l’impegno di restituirlo alla sua condizione primitiva di figlio del Sole – ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, io ansioso di trovare il luogo e la formula.

Sono i vini azzurri lavati dall’acqua verde che penetra nello scafo, il bateau ebbro che «acquista libertà dagli uomini e che tenta l’esperienza di un regno in cui libertà è purificazione, veggenza, morte[1]


[1] Furio Jesi, Lettura del “Bateau ivre” di Rimbaud, Quodlibet, Macerata 1996, pag. 18

La produzione viticola del Lazio alla fine dell’Ottocento

A handbook of Rome and the Campagna (1899) https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43462036

La ‘regione’ Lazio [1] dell’epoca comprende solamente la provincia di Roma e «la coltivazione della vite predomina nelle colline e ha grande importanza in tutta la regione, non esclusa la zona del monte, dove spesso si trova la preziosa ampelidea a notevoli altitudini sulle pendici, nelle condizioni meno sfavorevoli per esposizione e ripari dai venti del nord. In parecchie località della pianura, prima coltivate estesamente, si trovano ora vasti e ubertosi vigneti; alla loro maggiore diffusione è stato di ostacolo, in questi ultimi anni la lotta contro le malattie crittogamiche, più difficile a praticarsi che non nei vigneti in collina. In questa regione si constata una certa confusione nella classificazione e denominazione dei vitigni, che a prima vista sembrano molto più numerosi di quello che siano in realtà, perché in molti comuni si coltivano gli stessi vitigni sotto nomi diversi [2].» I principali vitigni del Lazio a bacca bianca sono il Trebbiano giallo ed il Trebbiano verde, mentre per quelli a bacca rossa domina su tutti il Cesanese, «uva assai stimata nella regione, per lo speciale e gradevole profumo che impartisce al vino [3].»

Comune di Piglio Di Ziegler175 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39104809

Di estremo rilievo poi l’affermazione successiva: «La viticoltura del Lazio è una delle migliori che vanti l’Italia, ma è troppo costosa. La materia prima che offre alla vinificazione, è eccellente, ma difettano molto i processi di fabbricazione del vino, quantunque in questi ultimi anni non manchi l’esempio di produttori intelligenti e volenterosi, i quali sono riusciti a mettere in commercio prodotti veramente superiori.» Sembra quasi di sentire l’affermazione, oggi generalmente condivisa, che fa dire a Franco Santini, dal blog di Acquabuona, «e già, perché il punto dolente è proprio questo: Roma rappresenta il più importante mercato del vino in Italia e fino a pochi anni fa la presenza in carta di etichette regionali era scarsissima. Oggi, dopo anni di sforzi ed investimenti, si è arrivati ad una quota di circa il 10% (sulla base degli ultimi rilevamenti dell’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), che non è pochissimo, ma che senz’altro è molto al di sotto delle aspettative e potenzialità del territorio. Diciamo subito che se a Roma e dintorni si bevono pochi vini laziali la colpa non è tutta e solo dovuta ad una sorta di ‘esterofilia’ di ristoratori ed enotecari, che li ha portati nel tempo a scegliere e proporre soprattutto prodotti di altre regioni. Grande responsabilità va imputata anche agli stessi vini del Lazio, che fino a non molto tempo fa erano, salvo rare eccezioni, semplicemente ‘impresentabili’, e che solo oggi, grazie all’impegno e al lavoro di alcuni produttori seri, iniziano a colmare quel ritardo in termini di complessità e radicamento territoriale che li ha sempre penalizzati. E anche se è forse prematuro etichettare il Lazio come una regione di grandi vini – nonostante storia e potenzialità la porrebbero di diritto tra i territori più vocati del paese – qualcosa si sta muovendo, anche grazie ad associazioni intraprendenti (…) [4].»

Le zone di produzione viticola laziale elencate da Mondini sono divise in tre gruppi principali: «Nel Velletrano e nei Castelli romani si coltivano le vigne intensamente, in terreni d’origine vulcanica. I vini che se ne ottengono sono robusti, sapidi e conservabili; e se ne aiuta la conservazione facendoli passare a primavera dalle cantine sopra terra, o tinelli, in ottime grotte sotterranee. Queste grotte sono costruite in modo speciale, ed in generale sono costituite da un lungo corridoio scavato nel tufo, avente lateralmente parecchie nicchie, in ciascuna delle quali sono disposte le botti, della capacità di 8 a 12 ettolitri, ma più spesso di 10 ettolitri circa (botte romana di 960 litri, costituita da 16 barili da 60 litri ciascuno). Opportuni spiragli o caminetti, che sporgono fuori dal terreno, servono all’areazione delle grotte, il cui difetto è spesso quello di un’eccessiva umidità, che favorisce molto lo sviluppo delle muffe. A questo primo gruppo di vigneti appartengono anche quelli del Suburbio di Roma, ora più estesi che nel passato; i quali danno prodotto meno pregiato di quello dei Castelli romani, principalmente a causa delle colture orticole che vi si intercalano in abbondanza. La natura vulcanica dei terreni impartisce ai vini dei Castelli romani caratteri speciali, che acquistano pregio con l’invecchiamento e li rendono ottimi anche pei buongustai più esigenti. Il secondo centro di produzione vinicola è costituito principalmente dal Viterbese, dove la coltura della vite non è così fitta ed intensiva come nei Castelli romani, ma è quasi sempre a palo secco; e le strisce di terreno, che si lasciano tra un filare e l’altro, sono assai strette. Prevalgono le uve bianche; le cantine sotterranee sono meno numerose, ma tuttavia i vini ben fatti si conservano facilmente. Il terzo gruppo è costituito dal circondario di Frosinone, confinante colla provincia di Caserta, dove le viti sono principalmente coltivate maritate agli alberi. I vini, che se ne ottengono, sono ordinariamente buoni e conservabili nell’inverno. (…) un notevole aumento nelle piantagioni di viti nella provincia di Roma, si è verificato in questi ultimi anni lungo il litorale marittimo e specialmente presso Civitavecchia, Nettuno e Terracina. I vini del Lazio in generale si possono classificare in vini secchi e in vini pastosi o alquanto dolci. Il più importante mercato pei vini di questa regione è la città di Roma, dove sono ancora preferiti, ed un tempo erano anche molto ben pagati, i vini dolci, volgarmente detti pastosi o sulla vena. Il forte ribasso dei prezzi, che i vini del Lazio hanno subito sul mercato di Roma, a causa della concorrenza dei vini delle altre regioni, e della conseguente trasformazione del gusto dei consumatori, rende le condizioni economiche della viticoltura assai meno prospere, che nel passato [5].»

I viticoltori, a causa di questo ribasso costante dei vini locali, hanno costi di produzione notevolmente aumentati sia per la vinificazione che per la lotta contro le malattie crittogame sino a quel tempo quasi sconosciute, condizioni per quali si cercano sbocchi commerciali sui mercati esteri. Allora come oggi il mercato romano, tra i maggiori in Italia, determina i gusti prevalenti e, parzialmente in conseguenza a ciò, anche i prezzi relativi alla vendita dei vini.

La viticoltura laziale si estende su 224 comuni su 226 totali, con forme di allevamento basse, sostenute da canne o fili di ferro, a cui fanno eccezione la provincia di Frosinone dove la vite è maritata agli alberi, in primis all’acero, poi al frassino e all’olmo e la provincia di Viterbo dove prevale un sistema misto. Il sesto d’impianto è solitamente così costruito: la distanza all’interno dei filari varia tra 60 cm fino ad un massimo 110 cm, mentre tra filari da 80 cm sino ad un massimo di 130 cm. Gran lavoro poi viene svolto per estirpare vitigni meno buoni, in particolar modo quelli soggetti alla ‘colatura [6]’. I vitigni principali a bacca bianca sono: «Il Trebbiano giallo dei Colli Albani, chiamato Greco nel Velletrano e Tostarello o Biancuzzo nel Frosinonese. È un vitigno, assai diffuso in tutta la provincia, eccellente tanto per la bontà che per la sua costante ed abbondante produzione. Il Trebbiano verde, noto nel Frosinonese sotto il nome di Maturano, ha produzione abbondante e buona. Le sue uve, vinificate da sole, danno un vino color verdognolo, asciutto, di buon gusto, serbevolissimo e molto alcolico. Il Bello, che corrisponde al Pampanaro del Frosinonese ed al Romanesco del Viterbese. Il Buonvino, detto anche Trebbiano verde (…). Il Greco è a vegetazione robusta, resiste alle avversità atmosferiche, matura tardivamente e produce in abbondanza uva di buona qualità. (…) Si coltivano poi il Frosinonese, il Bottacchio, il Cacchione, la Passerina, l’Uva pane, ecc. nel circondario di Frosinone; l’Uva francese, la Coda di volpe, il Pantastico, il Procanico ecc. nel Suburbio e nei Castelli romani; Il Ropssetto o Rossolo, il Verdello, il Biancone ecc. nel Viterbese. In tutta la provincia si coltivano anche la Malvasia ed il Moscato; fra i vitigni d’importazione straniera il Semillon, il Sauvignon, il Riesling, il Furmint (Tokay) ecc.

Vitigni a frutto colorato. Il vitigno predominante è il Cesanese, di cui si coltivano due varietà: quella ad acino grosso detta Velletrano. E quella ad acino piccolo, la più pregiata, che prende il nome di Cesanese d’Affile. Il Cesanese è assai diffuso in tutta la provincia, produce molto e costantemente, si adatta ad ogni sistema di allevamento, va poco soggetto alla colatura e dà prodotto ottimo. La Lacrima rossa, pure assai diffusa nei diversi circondari della provincia, al pari del Buonvino rosso, dà in certe speciali condizioni un discreto prodotto sia per qualità che per quantità. Si coltivano inoltre: nel Frosinonese il Tagliaferro o Ferrigno, il Cerasolo, il Cimagiglio, il Montonico, il Greco rosso, ecc.; nei Castelli romani e nel Suburbio il Pantastico nero, la Nera di Cori, l’Uva di Spagna, il Moscato nero, il Nero primatico, il Greco ecc.; nel Viterbese l’Aleatico, il Sangiovese, il Montepulciano, il Canaiolo, il Greco ecc. ecc.

Sono molti i vitigni a frutto rosso stranieri, specialmente francesi, che sono stati introdotti in varie località del Lazio, come a Sutri, a Bracciano, a Ceccano, nel Suburbio ecc. Di essi hanno dato migliori risultati il Cabernet, il Malbek, il Pinot, il Teinturier [7], e qualche altro. (…) se i vini del Lazio fossero fabbricati bene ed accuratamente conservati, non vi è dubbio che la loro composizione ed i loro caratteri organolettici li farebbero classificare fra i migliori prodotti in Italia. Disgraziatamente però, tanto la fabbricazione che la conservazione del vino lasciano molto a desiderare, e tranne alcune eccezioni, la massa dei produttori è ancora assai lungi dall’avere adottato quelle pratiche, che altrove hanno fatto ottima prova [8].»

L’autore prosegue infine con l’elenco dei vini, a partire dai migliori, delle varie zone: in quella romana prevalgono i vini dei Castelli, che godono di terreni migliori e sistemi di coltura più razionali. I rossi dei Castelli, a base Cesanese, sono pesanti ed hanno un notevole residuo zuccherino indecomposto. Nel Suburbio invece i vini bianchi sono eccessivamente aspri, mentre i rossi un po’ meno pesanti di quelli dei Castelli. Non molto altro viene aggiunto dall’autore sulle restanti provincie, se non un breve accenno ai migliori centri di produzione per ogni circondario ed un breve accenno ai vini passiti, tra cui l’Aleatico di Terracina e di Gradoli, il Moscatello di Montefiascone, i vini dolci di Velletri, di Marino e Frascati, sui quali il giudizio complessivo viene sospeso dalla variabilità della produzione annua, che non permette di esprimere una costanza di risultati.

Per finire un accenno all’uva bianca prodotta, di grande qualità, che si mostrerebbe adatta a produrre vini tipo Champagne francese, ma che, fino a quel momento, rappresenta un’ipotesi esclusa se non per le piccole produzioni di vino spumantizzato ad uso famigliare.

NOTE

[1]      Salvatore Mondini, Produzione e commercio del vino in Italia, Ulrico Hoepli, Milano 1899

[2]     Ivi.  pp. 160, 161

[3]     Ibidem

[4]     Franco Santini, Le Vigne del Lazio: una selezione per conquistare Roma, in Rubrica: Il vino in dettaglio http://www.acquabuona.it/, 8 aprile 2009

[5]     Salvatore Mondini, cit. pp 160 – 163

[6]     Caduta dei fiori prima che siano fecondati o prima che alleghino, per incompleta fecondazione. Nota Le conseguenze di questa virosi quali: colatura, acinellatura, deperimento e conseguente eliminazione dei ceppi infetti, sono identificabili in un abbassamento quantitativo e qualitativo della produzione che costringe all’estirpazione dei vigneti colpiti.

Contesto: Dopo l’allegagione, una percentuale variabile di giovani acini apparentemente fecondati non ingrandisce più e cade. Questa abscissione è causata dall’idrolisi delle pectine della lamella mediana delle pareti cellulari che formano uno strato di separazione alla base del pedicello. Questo fenomeno, detto ‘colatura’, è spesso difficile da distinguere da un’allegagione verificatasi con tempo freddo e coperto, che provoca una durata della fioritura eccessivamente lunga. Da dizionario enologico http://www.farum.it/glos_enol/show.php?id=965.

Nei vitigni a fiore femminile, non coltivati a stretto contatto con vitigni ermafroditi (picolit, lambrusco di Sorbara, moscato rosa ecc.), la colatura è la conseguenza della ridotta impollinazione dei fiori per scarsità di polline fertile nell’aria durante la fioritura.

Da http://www.lavinium.com/enciclopedia/encicloc.shtml#colatura

[7]     Il termine francese indica genericamente un’uva dalla polpa colorata; in alcuni casi le viene attribuito un nome relativo ai vitigni (Svizzera):

Gamay de Bouze N                             Färbertraube/Gamay teinturier

Gamay Chaudenay N                          Färbertraube/Gamay teinturier

Gamey Fréaux N                                 Färbertraube/Gamay teinturier

Da Ordinanza dell’UFAG (L’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG) provvede affinché i contadini producano derrate alimentari di prima qualità in modo sostenibile e conforme alle esigenze di mercato.Esso si impegna per un’agricoltura multifunzionale che contribuisca efficacemente a:garantire l’approvvigionamento della popolazione; salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale; garantire un’occupazione decentrata del territorio.

L’UFAG, in collaborazione con i Cantoni e le organizzazioni contadine, mette in atto le decisioni del Popolo, del Parlamento e del Governo, impostando attivamente la politica agricola.

La nuova legge sull’agricoltura entrata in vigore il 1° gennaio 1999 rappresenta la base per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura. La “sostenibilità” consta di tre dimensioni: economia, ecologia e aspetti sociali. Lo Stato crea e garantisce condizioni quadro vantaggiose per la produzione e lo smercio dei prodotti agricoli in Svizzera e all’estero. Inoltre, indennizza mediante pagamenti diretti le prestazioni ecologiche fornite dall’agricoltura nell’interesse della collettività.) concernente il catalogo delle varietà di viti per la certificazione e la produzione di materiale standard nonché l’elenco dei vitigni (Ordinanza sulle varietà di viti) del 17 gennaio 2007 (Stato 1° gennaio 2009)

L’Ufficio federale dell’agricoltura,

visto l’articolo 9 capoverso 3 dell’ordinanza del 7 dicembre 19981 sulle sementi;

visto l’articolo 7 capoverso 3 dell’ordinanza del 14 novembre 20072 sul vino;

[8]     Salvatore Mondini, cit. pp. 164 – 169.

Prima pubblicazione http://www.seminarioveronelli.com/la-produzione-viticola-del-lazio-alla-fine-dellottocento-negli-scritti-di-salvatore-mondini/

I nuovi Guardiani della voce

Allegoria del Silenzio nel chiostro del monastero di Santa Chiara a Napoli
Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2865662

La formulazione di prove, a cui seguono doverosi ammonimenti pubblici e privati, sull’incessante produzione di notizie false che trovano adeguato spazio e idoneo ricovero nelle più svariate teorie del complotto, coglie in questo momento il suo apice discorsivo. Non mancano di certo i numi tutelari delle verità prime e ultime e di ogni fugatore di dubbi ancorché minimi. Il loro modo di procedere segue la retta via dell’entimema aristotelico (il sillogismo non irrefutabile) e si accompagna con un corpulento bastone dell’irrisione volto a provare che tutte le altre ipotesi, e non solo qualsiasi annotazione provatamente falsa su cui non vi sarebbe alcunché di male, rientrerebbero nelle teorie del complotto. La notizia, ogni notizia, viene letta all’interno di un codice assiomatico prestabilito entro cui deve forzatamente rimanere. Nel caso in cui vi fossero degli scostamenti semantici, questi verrebbero sapientemente evitati e, qualora si presentassero ritrattazioni o nuove prove a confutare le prime deduzioni, l’atteggiamento potrebbe biforcarsi o nel diniego della notizia stessa o in una replica minimale e stanca. 

La smentita, come sappiamo bene, non ha (non può avere) lo stesso spazio espositivo della notizia infondata o parzialmente vera o inopinatamente non verificata a cui muove in replica. Ne andrebbe comunque dello stato di solennità, di protervia acquisita e incessantemente dimostrata di cui sono pervasi. Perché la verità assoluta funzioni deve contenere un ordine interno definito, prestabilito, non modificabile, assolutamente autosufficiente e corredato di una adeguata proprietà transitiva: se A = B e B = C, allora A = C. In ogni ragionamento di questo tipo, meccanico nella sua essenza, ogni interferenza che vada a porre in discussione, il che significa non necessariamente negare, l’uguaglianza di partenza (il postulato), può non solo non trovare alcuno spazio argomentativo, ma addirittura la semplice assunzione discorsiva (è soggetta ad rifiuto a priori). 

Altre volte la tecnica persuasiva, che produce il suo assoluto, utilizza l’omissione della premessa: viene dato per scontato ciò che in essa si asserisce (si strizza l’occhiolino ai riferimenti condivisi senza citarli), negando così ogni possibilità al dubbio e col risultato di influire in maniera diretta sulle opinioni dei destinatari. In molti casi i detentori delle verità assolutizzate procedono per formulazioni interrogative implicitamente retoriche in cui dati di differente spessore e valore vengono sostanzialmente appianati ed equiparati. Per costoro lo scambio tra fatti, realtà e verità è, in tal modo, presto che detto: essi sono un’unica e inequivocabile entità. Non procedendo nella separazione tra ciò che accade, ciò che potrebbe accadere e ciò che non si sa che sia accaduto (le ragioni della censura e delle omissioni possono essere molto ampie e variegate) e l’interpretazione dei fatti stessi, essi concorrono nella formulazione di un unico principio totale autogenerantesi: la verità, sovrapponibile alla realtà in tutto e per tutto è, per i nuovi apostoli delle verità incondizionate, una, univoca e mai opaca tanto nelle sue premesse quanto nelle sue realizzazioni o nei suoi sviluppi. 

I nuovi guardiani della voce, alla pari dei silentiares romani e bizantini, del quaestor di Giustiniano, «rendono evidente la pressione del potere sulla vocalità; e se con i silentiares si realizza il contenimento delle voci declassate e infime – quelle dei subalterni, dei funzionari, dei servi e del popolo – con il logoteta il processo assume la forma dell’autocostrizione: qui è la voce dell’auctoritas che sceglie un interprete che parli in sua vece, mantenendo così, al tempo stesso la possibilità del comando e la caratteristica dell’”assenza”, prerogativa del numen» (Roberto Mancini, I guardiani della voce. Lo statuto della parola e del silenzio nell’Occidente medievale e moderno, Carocci, Roma 2002, pag. 40)

Non si tratta di prendere ogni proposizione per buona, né di sostenere la parità di valore, sia nel suo significato tecnico, etico e politico, di ogni argomentazione. Le fonti hanno un proprio statuto di autorevolezza differente sia per contenuto che per consistenza che per provenienza: occorre verificare con accuratezza i criteri di prova o la mancanza degli stessi in misura sufficiente da costituire criterio esplicativo esaustivo; occorre mettere in risalto  eventuali contraddizioni tra elementi discordanti; occorre specificare il sistema di relazioni politiche, economiche, sociali… entro cui la notizia prende forma; occorre determinare le relazioni di potere in cui le pratiche discorsive trovano spazio allo stesso modo in cui altre vengono tacitate o espulse; occorre attendere o non procedere quando non si può fare diversamente. Lontani da ogni informazione sentenziante. Questa è concessa solo alle opinioni.

Romanée-Conti 1935. Nell’intimità del vino riemerge il volto di una donna


Una tazza in ceramica stile Raku (楽焼, Rakuyaki), risalente al XVIII secolo; da notare sul davanti lo Shōmen (正麵), il punto grafico o segno della parte esterna della chawan che fa da riferimento per orientarla.
Di Anonimo – Freer Gallery of Art, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4128809

A Tokyo, una domenica pomeriggio, due uomini assorti nella degustazione cerimoniosa di un rarissimo Romanée-Conti del 1935 rincorrono sino al fondo della bottiglia il lungo testo disordinato dei loro ricordi. Uno di essi è scrittore. Di questo cerimoniale a due spuntano, inattesi, i ricordi di ciascuno: per lo scrittore la reminiscenza di un viaggio a Parigi, gli occhi ed il profilo di una donna scomparsa che rinasce nella feccia del vecchio vino. Si immerge con delizia nell’intimità di un grande vino, ricco del sapore di un amore addormentato, di una donna dai contorni sbiaditi e dal profumo svanito: “Perciò violentato, spossessato, devastato, indebolito che fosse questo vino, riusciva ancora a suscitare l’immagine di una donna. Da tutti questi anni e fino all’incontro con questa bottiglia, gli era capitato di ricordarsi di Gunvor, ma era solamente un ammasso di frammenti, il chiarore dello scheletro danzante nelle tenebre, lo schizzo di un succo l’arancia, i capelli che mascherano gli occhi ed il naso in un viso che ride. Mai avrebbe immaginato che sarebbe potuta spuntare tutta intera dal fondo della bottiglia”.

E’ il piccolo capolavoro di Kaikō Takeshi, ‘Romanée-Conti 1935’[1], un libro del 1972, editato in Francia per Philippe Picquier e mai tradotto in italiano. E’ il vino che guarda ad oriente: lento, ritualizzato, sincopato quasi spostasse l’accento ritmico sul tempo forte, per poi mozzarci il fiato nella battuta successiva. Il tempo segna i passaggi e le immagini scandiscono, come piccole miniature fotografiche, la cerimonia del vino, che poco alla volta si dota di forme antropiche e di ricordi perduti:

“Un’estrema tensione apparve sul viso del cameriere. La mano afferrò la bottiglia con fermezza ma mantenendo uno spazio dello spessore di un foglio di carta dal cestello. Il collo si infilò vicino al bicchiere con la prudenza di un gatto. La bottiglia non doveva essere agitata, il vino intorbidato, la feccia sollevata e, durante tutto il tempo in cui il vino veniva versato, lo scrittore trattenne il respiro. Il cameriere riempì i due bicchieri con dolcezza, lentezza, in più volte, e nell’istante che ebbe terminato, lo si sentì emettere un piccolo sospiro. Aveva finito. La prima parte della cerimonia si era svolta senza ingombri, l’ultima goccia era rientrata nella bottiglia senza cadere, la fecce  non si erano neppure rimescolate. Oltre i due bicchieri pieni di storia, i due uomini scambiarono un sguardo perduto prima di sorridersi. […] Ancora una volta un frutto aveva compiuto la sua metamorfosi”.

Il vino dell’estremo levante si manifesta lontano dalla socialità mondana tipica delle comunità occidentali e assume, al contrario, una fisionomia individuale, solitaria e fortemente spiritualizzata sulla scia dell’impronta di altri cerimoniali, come quello del tè, che si svolgono nell’assoluto silenzio dell’officiante e degli ospiti.

Come nella cerimonia del tè, il vino di Takeshi richiede “un’affinità particolare con l’acqua e il calore, una tradizione di ricordi da evocare, un modo tutto personale di offrire una storia”. (Okakura)


[1] Kaikō Takeshi, Romanée-Conti 1935, Picquier, Arles 1993