La scomparsa progressiva del congiuntivo e l’apparizione del vino perentorio

Di Lucarelli – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6692549

«Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili (…) Infine, le parole non conoscono errore. Se una parola “sbaglia” l’universo si adegua immediatamente. Ho scritto per la seconda volta “universo”, è ora che smetta». Giorgio Manganelli, Pinocchio, un libro parallelo.
Sono uno dei primi a rammaricarmi della scomparsa del congiuntivo e delle frasi che stridono alla risonanza di mancati accordi, ma poi ci penso e ci ripenso su: non sono certo uno che vorrebbe conservare tanto per conservare e neppure colui che vorrebbe rivoluzionare tanto per rivoluzionare. Aspetto sulla sponda del fiume, tristemente, il passaggio del cadavere del congiuntivo e so, per certo, che non è un mio nemico. L’aveva già detto Roland Barthes che «il verbo essere trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste». E’ chiaro, dunque, che quando si sa una cosa per certo è doveroso, d’obbligo e conveniente che segua il verbo essere al suo indicativo presente. Ma quando si pensa, si dubita, si spera, si concede, si esprime un timore, un augurio o una speranza, si prega o si chiede permesso sarebbe opportuno che il verbo a seguire sia altrettanto incerto, ipotizzabile, auspicato, dubbio e persino soggettivo. Non si può proprio pensare che quel vino “è” ricco di sfumature sensoriali, di corbezzoli, di fiori di campo e di palandrane sdrucite. Si può solo pensare che lo “sia”. Il mondo si adegua alla morte prematura del congiuntivo e si conforma alla sostanza categorica del verbo essere al suo tempo indicativo in un eterno presente. Quando tutto è, non è possibile che sia altrimenti. E il vino diventa perentorio.

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Il vino del futuro agisce già su quello del presente

Di Quinn Publishing / Kenneth Fagg – http://thegoldenagesite.blogspot.com/search/label/Ken%20Fagg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44146775

Debbo ricondurmi ancora una volta a Karl Marx studioso e non tanto alle sue doti di chiaroveggenza, mai avute per la verità, né alle sue ipotesi di società futuribili che lasciano ampi spazi di interpretazione e di possibile confutazione previsionale. Sia nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – Grundrisse” che nei “Manoscritti economico filosofici”, Marx fece riferimento alla società futura richiamando esplicitamente il fatto che elementi propri di ciò che sarà non solo debbono già essere presenti, ma che essi agiscono affinchélo stato delle cose cambi in modo radicale. I suoi punti di riferimento furono l’analisi dei i modi e dei rapporti di produzione, il partito e le classi sociali. Qualche decennio più tardi Lenin parlò di cambiamento radicale allorché l’involucro non corrisponde più al contenuto (L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo). Il futuro, attraverso diversi segnali, siano essi elementi produttivi, culture organizzative, tecnologie o altro agisce, dunque, a ritroso nel presente e lo conferma nei suoi aspetti determinanti destinati ad imporsi. I meccanismi non sono certo facili da scorgere e non accadono in maniera casuale: proprio perché sono intellegibili, profondamente umani e strettamente correlati tra loro, la miglior critica è quella che ci permette di intuire questi elementi e di trarne un relativo vantaggio d’azione. Ma questo dice anche altre cose: un’azione che anticipi i tempi fecondi rischia non solo di non essere compresa, ma anche di fallire, come un’eterna Cassandra, nei suoi esiti più realizzabili. Un’azione attesa al contrario, eternamente posticipata, a sua volta, si configura come inazione. L’azione migliore è quella che scorgendo alcune variabili e facendole proprie, anticipa gli accadimenti e cerca di condurli verso una propria visione politica (etica).

Dunque al vino.

Due sono e questioni che mi sono venute in mente: la prima è di carattere generale e investe sostanzialmente le modalità, in termini macro, con cui alcuni fattori incidono sulla produzione. In questo caso il futuro, attraverso i cambiamenti climatici, le concentrazioni produttive, le sensibilità ecocompatibili, biologiche e naturali, i mercati, i prezzi, il benessere, la salute, il controllo sociale, le evoluzioni tecnologiche e di questo passo, agisce già in maniera significativa su quelli che sono delle condizioni che solo un decennio fa erano appena accennate. I caratteri mutanti dell’oggi prevedono rapide accelerazioni, anch’esse impensabili sino a pochi anni passati, di status.

La seconda cosa è singola: di quel vino, di quell’annata, di quel produttore, da quei vitigni di quel o quei luoghi. Spesso si fa riferimento alla giovanile esuberanza di un certo vino, di cui si dice che “è un bambino”, facendo così intendere che i suoi caratteri evolutivi lo porteranno ad una piacevole pubertà e, coerentemente, ad una compiacente, rotonda e armonica maturità. Talvolta succede, ma altre volte no. Lo si può comprendere? Sì, anche se non sempre pienamente, a patto che si consideri quel futuro che già agisce ora in quel vino e si valutino le circostanze presenti che lo traghetteranno verso una nobile evoluzione. Tutto il resto permettendo.

“Mare & Mosto” in un maggio che non riconosco

Foto che ho preso dalla terrazza dell’ex convento dell’Annunziata – Baia del silenzio – Sestri Levante

Tutte le cose hanno un significato; tutte le cose hanno un senso soggettivamente inteso, ovvero intenzionato dall’agente o dagli agenti; alcune di esse trovano il senso nel concretizzarsi della reciprocità delle azioni e rinviano all’interazione umana. Le cose a noi più comprensibili, anche se non necessariamente condivisibili, abbracciano ognuno di questi approcci.

Tutte le fiere del vino hanno un senso, ma alcune di queste lo hanno più delle altre. Non perché siano più giuste, più etiche, più naturali, più ricche, più toste o più tostate. Semplicemente perché sono più intelligibili (nel senso soggettivamente e oggettivamente inteso). Ma, se ci pensate bene, succede così un po’ dappertutto: in politica, in uno schema di difesa a zona, in un pranzo, nelle relazioni amorose e così via. In Liguria, da un po’ di anni a questa parte, c’è una rassegna organizzata dall’A.I.S. Liguria, “Mare & Mosto: le vigne sospese”, che si è tenuta domenica 19 e lunedì 20 maggio, la quale si caratterizza per esporre esclusivamente dei vini liguri: lontana da uno sciovinismo localistico di piccolo rango è diventata un punto di riferimento sia per quanti vivono in terra ligure e sia per quanti da questa terra transitano. La sua importanza è cresciuta di anno in anno proprio perché offre notevoli spunti e importanti suggestioni a tutti coloro che di vini liguri ne sanno poco: e tra questi, manco a dirlo, sono tanti pure gli indigeni. Dire che la fanno in un posto molto bello non rende sufficiente splendore a coloro che dalle parti di Sestri Levante e alla Baia del Silenzio, in particolare, non sono mai andati.

Fianco a fianco raccontano di strettissime fasce di terra, di terrazze che si affacciano sul mare e di colli compresi tra boschi, a nord, e spiagge riflettenti, a sud, produttori e vini tanto simili nella parlata quanto diversi nello stile e nella visione d’insieme: essi abitano luoghi tanto irsuti che l’individualità, oltre che una pratica, figura come un dogma.

A zonzo tra i tavoli.

Qualcuno di cui non ho mai parlato prima perché di altri ne ho già scritto e mi piacciono anche molto, ma non vorrei ripetermi (Terre Bianche, Maccario Dringenberg, De Battè…)

Celsus 2018 – la Colombiera

A Fosdinovo in località Celso questo vermentino fa una breve sosta sulle bucce, di quattro cinque ore, e nulla più. Si accoglie con gran facilità, senza spigolature. La frutta è appena colta, fresca; macchia mediterranea e un bel finale sapido e amarognolo.

Giardino dei Vescovi 2017 – Giacomelli

Un vermentino che fa legno grande per un anno in botti di rovere francese da 10 ettolitri. Bello come un’estate tanto attesa: tropici e cedro, salvia; avvolgente, pieno, di grande e carezzevole soavità, batte nel cavo orale al pari di un’onda lunga sulla battigia. E si porta dietro il sale.

Il Maggiore 2018 – Ottaviano Lambruschi

Un altro vermentino dei Colli di Luni di rispettabile compiuta eleganza: dritto, ma non per questo stretto e corto, estremamente fresco ed energico, riprende fiori gialli di ginestra, gelsomino, agrumi e quel tono salmastro che non può in alcun modo mancare per vocazione e per territorio.

Perciò Cinqueterre  2018 – Cheo

Scusate, ma non ho resistito: se c’è un perché è questo “perciò”. Potrei finirla qui, ma vi dico solo che in questo vino c’è anche un piccolo pezzo di storia: oltre alle uve bosco e vermentino contribuisce a farlo grande una parte dell’antichissimo piccabon che non fu, come erroneamente scrisse il Gallesio, un sinonimo di vermentino, ma dei vini vernaciae.

Granaccia 2018 – Bio Vio

Dall’altra parte, a Ponente, in Regione Vallette di Bastia d’Albenga. In questo caso si sta parlando di Liguria nel Mediterraneo. I confini si allargano, abbracciano altre terre, altri mari, altre genti: profuma di spezie, di rosa e di viola; poi si fa intenso di frutti scuri, con leggeri riflessi di porpora giovanile, resine e ancora sole e sale.

 

Il vino inesistente (per quanto buono fosse). Dialoghetto senza né capo né coda, ma con un bel finale moraleggiante

Di Flickr.com user “tanakawho” – https://www.flickr.com/photos/28481088@N00/160781390/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1020048

Lui: “Vi vorrei far assaggiare questo nebllbll……………….”
Lei lo interrompe: “oh, è pazzesco questo clima: mi vesto come una cipolla. Cappotto, sciarpa, maglione al mattino, sotto la maglia a mezze maniche, poi canotta, jeans invernali, calze di lana e calze di riserva in borsa, scarpe da trekking e siamo a maggio” “A MAGGIOOOO! Machecazzo!”
L’altro: “Verissimo! Un marzo pazzesco che sembrava giugno, tutto in fiore, gente che si buttava in mare e ora arriva sta botta siberiana che manco a novembre”
Lui: “Ed è per questo che vi ho proposto questo meraviglioso neblll…”- parte la radio
L’altra: “ Cos’è sto pezzo?!? Dai, dai, aiutatemi! Ce l’ho lì sulla punta della lingua: lo ballavo in cucina proprio ieri sera”
Lei: “Ma sì è coso…coso, Cast…no aspe’ Calvin, Calvin”
L’altro: “Calvin Harris!”
L’altra: “Mitico!”
Lui consulta il cellulare: “Giant è il pezzo con Rag’n’Bone man” – “Volete un po’ di parmigiano con questo fantastico neblll….?” – Gli altri alzano il volume e si mettono ballare.

L‘altro si dimena in maniera scomposta con il bicchiere in mano. Lei, cercando di prendergli la mano per un giro di valzer in pochi metri quadri, gli urta il braccio. La mano di lui si gira e tutto il vino si spande sul meraviglioso cashmere rosa dell’altra.
Allora l’altra indietreggia, apre le braccia in segno di disdegnato stupore e furente sorpresa e, con il culo, urta la bottiglia che cade a terra rompendosi in mille pezzi: “ma porca puttana, biiiip biiiiiip, bip bip, me l’ha regalata mia nonna per miei 35 anni!!!! E ora come faccioooo?!? Merda!”
Voci concitate si accavallano. Sullo sfondo la parola strozzata di lui: “il mio nebblblll… (imprecazioni e insulti incrociati) no! Lo tenevo lì per questa occasione. Non ne ho altre di bottiglie di quell’annata! Era del 19zbrrscsh …sommerso dalle grida”
L’altra: “ma chissenefotte, guarda il mio maglione!” – piangendo lacrime disperate
L’altro: “Non te la prendere, te la ricompriamo uguale così tua nonna non si arrabbia”
L’altra: “Mia nonna è morta… sai è il ricordo” – dice singhiozzando
Lei: “Si ti capisco. Ma te la ricompriamo!”
Lei, l’altra e l’altro escono di casa per dirigersi al negozio dei maglioni di cashmere più figo della città.
Lui rimane a casa, raccoglie i cocci e si versa un succo al pompelmo rosa mentre pensa: “Il maggior guaio del gittar perle ai porci non è tanto che si sprechino le perle quanto si guastano i porci”. (Ugo Bernasconi)

Il Salone del Libro allo specchio dei tempi

Sono torinese di nascita e non di adozione, ho frequentato numerosissimi “Salone del Libro” di Torino perché mi piacciono i libri e perché mi è sempre venuto comodo andarci, mantengo ancor una buona memoria e detesto i fascismi e in genere tutte le forme dittatoriali o autoritarie e tante altre cose che sarebbe troppo lungo dilungarmi qui. Ricordo bene, dunque, da lontano frequentatore di quel salone con la S maiuscola, di aver sempre impattato, ahimè!, in case editrici di estrema destra, fasciste o, persino, amichevolmente naziste: piccole case editrici, di piccole città, animate e sostenute da piccoli (e miserrimi) accoliti. Questa case editrici facevano parte di quel variegato mondo inclassificabile che andava sotto il nome di editoria indipendente e che, al pari della musica non omologata, si annoverava in quel novero di produzioni sottratte alla grande produzione e distribuzione del capitale librario. C’erano, dunque, già da prima e nessuno se ne curava. Molti semplicemente non le riconoscevano, taluni ci giravano al largo e i più non le scorgevano neppure. Non credo che gli organizzatori le invitassero o le accogliessero in nome di chissà quale religione liberale o di un fantasmagorico pluralismo dottrinale o di gradimento della parola fastidiosa: a mio parere, e tale rimane, era semplicemente una prassi consolidata che tendeva più ad includere che ad escludere e non per ragioni estetiche o di condivisione: per una pura e semplice noncuranza del merito e per il fatto che ogni stand fosse (come è oggi) a pagamento. Può sembrare cinico, ma mi hanno spiegato, sin da piccolo, che anche nel magico mondo dell’etereo, del futile e del dilettevole (ma noi sappiamo tutti che così non è), che sguazza in una società di mercato quello che conta è il denaro. Conta anche altro, ma il denaro vale e pure parecchio. Pochi giorni fa è scoppiato il caso dell’editrice “Altaforte” la cui espressione libraria, nonché politica è, almeno per me, inequivocabile. Ma, attenzione bene, il fatto che abbia una connotazione e dei riferimenti politici ben precisi non significa in alcun modo che abbia costruito il suo catalogo in maniera univoca: le pubblicazioni raccolgono, tanto per capirci, una galassia di sensibilità politiche che, partendo dalla storia fascista, passano attraverso sovranismi monetari e nazionali e approdano a quelle “resistenze” antimperialiste tanto care sia ad una certa sinistra di impronta prettamente staliniana che ad una certa destra identitaria e nazionalista (quelli dello stato proletario e del socialismo in una sola nazione). Come scrivevo più sopra sono lontanissimo da tutto questo e penso che il vero punto a contendere non sia il fascismo, ma la Lega, il governo di questo paese, il governo di molti paesi, la materialità delle cose e, infine, molti dei nostri e degli altrui connazionali. La correlazione, perché di questo si tratta, è tra la casa editrice Altaforte e il libro intervista a Salvini: molti si sono accorti di Altaforte editrice non per Altaforte editrice. E non se ne sarebbero accorti in alcun modo senza Salvini. Il cortocircuito vero di quell’intervista è che parla, ancora prima che nei contenuti, del rapporto stabile, di complicità ancora meglio, tra fascismi e forze politiche, governative e non, di questo paese. E dei silenzi compromissori di molte altre. La forma supera e sostiene il contenuto: essa stessa divenne la fonte di quella legittimità che permise a Casa Pound di partecipare ai cortei della Lega; oppure che diede la foto di un pranzo (cena?) tra selfie, sorrisi e mazzieri; che consentì lo sfoggio dei giubbotti di qualche marca ben precisa e compiaciutamente esibita; che protese il corpo dai balconi e dai balconcini; che proferì le parole di un gergo tipicamente fascista (“le zecche”, ad esempio); che consentì le liste e le cariche elettive condivise tra camice nere e camice verdi. Quel libro parla dell’Italia (dell’Europa e del Mondo) molto di più di quanto non facciano altre parole o immagini. Non si può stare in silenzio senza prendere le dovute distanze o le chiarificatrici assenze. A patto, però, di sapere che le contraddizioni sono ben più vaste, articolate e profonde di qualche intromissione o estromissione o delle denunce per per apologia.

Ancora una volta il fascismo è parte dell’autobiografia di questa nazione.

Considerazioni a margine della degustazione e del racconto di un vino qualsiasi

Basil Rathbone – Sherlock Holmes Di sconosciuto – http://digitalgallery.nypl.org/nypldigital/id?TH-45658, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9956878

Uno dei più importanti storici italiani, Carlo Ginzburg, una volta scrisse così a proposito del suo mestiere: “Qualcuno ha detto che l’innamoramento è la sopravvalutazione delle differenze marginali che esistono tra una donna e l’altra (o tra un uomo e l’altro). Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco (si dice di solito) elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione”. Non ci si limita, ma le si usa. Così ci adoperiamo nell’atto della degustazione e del suo disvelamento successivo: disseppelliamo l’ascia dei voluminosi paradigmi che ci hanno informato e formato, le storie personali e sociali che ci tiriamo appresso, una volatile presenza di modelli percettivi bastai sulla memoria esperienziale e un’ipotetica illuminazione successiva. Quest’ultima non si configura, però, come puro espediente animalesco, selvaggio, congenito, composto da palati, nasi e sensibilità individuali volte ad avvertire quanto per altri palati, nasi e sensibilità individuali rimane in un ambito liminare, ai margini, nel solco dell’indecifrabilità. La luce dell’istinto s’irradia nella ricerca del già vissuto, l’accidentalità nel non casuale, l’improvvisazione nella reminiscenza. Benché un vino ci appaia nella sua totalità, siamo in grado di percepirne solo alcuni indizi che consentono di leggerlo: “Ma può un paradigma indiziario essere rigoroso? L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva”. Siamo così obbligati a configurare una narrazione del vino che somiglia a quello che Paul Ricoeur, sempre a proposito del discorso storico, definì come una mise en intrigue, una “costruzione dell’intreccio”, la cui caratteristica fondamentale sarà quella di essere una “sintesi dell’eterogeneo” o “concordanza discordante”:  “La configurazione è sintesi, in tre modi. Dapprima è sintesi tra molteplici eventi, o episodi, è una storia unica, completa, avente un inizio, un mezzo e una conclusione. […] Ogni evento, in quanto inserito nella totalità unitaria della storia, abbandona lo statuto del ‘qualche cosa succede’, della neutrale singolarità, per diventare parte attiva di un’organizzazione razionale. Ma la mise en intrigue è sintesi anche in senso concettuale dove il racconto fa funzionare quel che Ricoeur chiama la rete concettuale dell’azione. A quello compositivo e concettuale s’aggiunge infine un terzo modo della sintesi dell’eterogeneo, un modo temporale”.  Se agli ‘eventi’ ed ‘episodi’ sostituissimo le fasi di una degustazione, non ci troveremmo forse nello stesso campo della costruzione narrativa? E non è forse questa la maggiore e più scomoda eredità ottocentesca? “Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione”. In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust”.

Dunque alla fine, nonostante le irriducibilità individuali alla realtà e di questa ad ogni individuo, non ci rimane che ricorrere ad un altro accorgimento metodologico proprio dello storico: la nozione di prova, al limite tra retorica e logica, ovvero tra la funzione persuasiva e la funzione di verità. La replicabilità dell’assaggio, nelle sue varianti insostituibili di tempo, luogo, socialità, stati d’animo e predisposizioni individuali, rimanda alla necessità di una conoscenza unitaria e condivisa. Ma, come per le conoscenze storico-sociali, le valutazioni di un vino non si possono porre sul piano della validità dei valori di giudizio. Possono dirci molto, invece, sulla loro genesi.

Nota bibliografica

Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia. Einaudi, Torino 2000;

Paulo Francisco Butti De Lima, L’inchiesta e la prova. Immagine storiografica, pratica giuridica e retorica nella Grecia classica, Einaudi, Torino 1996, p. 68;

Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975).

Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003

 

 

Le epoche del vino, l’età dei Tappi a vite e la fine dell’innocenza

Di Catalogo collezioni (in it). Museoscienza.org. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48923972

E se provassimo ad identificare le epoche del vino, soprattutto quelle recenti e per periodizzazioni di gran lunga più brevi, alla pari delle epoche storiche? Che ne so, gli anni ‘60 come l’età delle Denominazioni di origine; gli anni 90 come l’età delle Concentrazioni detta anche età della Rinascenza, che segue quella del decennio più buio nella storia viticola recente chiamata anche l’età del Metanolo (anni ‘80)… Con qualche sforzo interpretativo e fissando alcuni parametri, diversi indicatori, svariati punti a quo, ad quem e post hoc, ergo propter hoc, saremmo chiamati a compiere un’immane fatica metodologica impari soltanto a quella su cui si sono prodigati gli storici in secoli di dibattimenti parzialmente formalizzati e in realtà mai conclusi. Già, perché noi la facciamo facile: abituati come siamo sin dalla più tenera età ad imparare sui libri di storia che vi fu dapprima una Preistoria, quella non scritta; poi una storia Antica, che in alcuni posti fu più antica delle altre; a seguire una storia Medievale, che tale era perché in mezzo ad altre due, che per alcuni era buia e per altri molto meno; in avanti un Rinascimento, che fu tale proprio perché a ridosso di alcuni secoli oscuri (o presunti tali); quindi una storia Moderna, che in quanto tale si avvicina a noi molto più di quanto non immaginiamo e, infine, una storia Contemporanea, che è talmente recente da creare qualche dubbio quando si riferisce a duecento anni e passa da oggi(1). Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, scrisse che il tempo della storia, che poi è quello degli storici, è “per natura un continuum. Ma anche continuo cambiamento. Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della ricerca storica”. 

Nel 417/418 lo spagnolo Paolo Orosio venne incaricato da Agostino d’Ippona, non ancora santo, di scrivere una storia universale, Le storie contro i pagani, nota anche come Ormista (o Hormesta): come punto di riferimento temporale di questa storia umana dalla creazione del mondo al 417 d.C. non venne preso l’anno di nascita di Cristo, ma la fondazione di Roma (ab Urbe condĭta ), dove troviamo un po’ di tutto: la distruzione di Sodoma e di Gomorra, la fuga degli ebrei dall’Egitto e la nascita di Gesù fissata nel 752 dopo la fondazione stessa. Questo ci potrebbe far pensare che i romani usassero lo stesso criterio di datazione: invece così non era. Dapprima essi usarono i documenti ufficiali e i nomi dei consoli in carico e successivamente i nomi degli imperatori facendo rilevare che un accadimento A era avvenuto lo stesso anno di quello di B e alcuni anni dopo quello C: la datazione era insomma relativa e tale rimanne anche quando divenne un po’ più assoluta. Fu Marco Terenzio Varrone che propose due date tra loro speculari: la prima Olimpiade, che per noi viene datata il 776 a.C. e la fondazione di Roma, che avvenne il terzo anno dopo la sesta Olimpiade, ovvero nel 753 a.C.

Avanti Cristo e dopo Cristo, ripeto, è solo per noi e per di più non da molto tempo: questo sistema di datazione che diamo per scontato (a.C/.d.C.) venne utilizzato per la prima volta, nel 1627, da Denis Petau (Petavius) nei due volumi dell’Opus de doctrina temporum. Prima di Petavius i documenti pontifici, a datare dal 970 contenevano la dicitura A.D., ma non il suo avanti o il suo dopo. Le date si istituivano d’imperio proprio perché d’impero di trattava: il Vecchio Testamento incasinava non poco nella distribuzione dei tempi e i Bizantini, facendosi forza sulla Bibbia dei Settanta (traduzione greca del testo ebraico),stabilirono che l’era mundi, la nascita della terra in altre parole, compiva il suo 5508 anno esattamente il primo di settembre dell’A.D. Non sto qui a ricordarvi, insomma, che la gestione del tempo, la sua calendarizzazione e suddivisione, è parte integrante della gestione del potere. Il contendere sulle date è una lotta sul significato politico delle stesse: se, per esempio, c’è una certa unanimità nel considerare l’inizio del Medioevo con il sacco di Roma, la sua conclusione è molto più indistinta. Per una parte si affermò con la conquista turca di Costantinopoli del 1453; per altri, invece, con il 1517 e la rivolta di Martin Lutero contro le indulgenze. Per altri ancora, ma non vi ritroviamo di certo i nativi delle Americhe, il 1492. Ma il lascito negativo attraverso il quale il Medioevo si portò dietro la connotazione di oscurantismo politico – religioso la dobbiamo senza dubbio all’eredità illuministica e le opere di alcuni dei suoi autori più rappresentativi: Voltaire, Robertson e Condorcet. Per Voltaire, dopo le invasioni barbariche, “l’intelletto umano si abbruttì nelle superstizioni più insensate… L’Europa intera ristagna in questo avvilimento fino al XVI secolo e non ne esce che attraverso convulsioni terribili” (Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni..1769). Lo storico scozzese William Robertson (I progressi della società europea dalla caduta dell’impero romano agli inizi del secolo XVI, 1769), dopo aver salvato la dignità e il coraggio dei germani, si concentrò sul sistema feudale come scomparsa della cultura e della civiltà, nonché della riduzione del popolo in schiavitù. Condorcet, nella sua opera pubblicata postuma (1795), Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, non ebbe dubbi a descrivere il Medioevo in questo modo: “Lo spirito umano discende rapidamente dall’altezza cui si era elevato, e l’ignoranza trascina dietro di sé qui la ferocia, altrove una crudeltà raffinata, dappertutto la corruzione e la perfidia. Appena qualche bagliore di talenti, qualche tratto di grandezza d’animo o di bontà, possono squarciare questa notte profonda”. Potete immaginarvi, senza alcuno sforzo, poiché gli opinionisti dell’Illuminismo furono tanto impietosi nei confronti del Medioevo, l’impegno che gli storici (di molto successivi) dovettero impiegare per riscattare quei secoli non fu cosa facile né banale. 

Così, appunto, tornando alla domanda iniziale, potremmo accordarci, in linea di massima, sulle tendenze in atto nella produzione del vino o sulle modernizzazioni più o meno spinte di certi periodi o sul ritorno a pratiche ancestrali e naturali in altre. Sullo sfondo però, ed è quello su cui occorrerebbe intenderci, è che si sono sempre altre condizioni e strutture esterne al mondo vitivinicolo che influenzano il mondi di percepire il vino, sia dalla parte dei produttori che da quello dei consumatori, dei critici, dei divulgatori, dei mescitori etc. etc. Se dovessi dare una definizione, seppur breve e incompleta dell’epoca a cui ci stiamo affacciando direi che è quella dei “Tappi a vite”: più che ogni altro carattere descrittivo, a mio avviso, rappresenta piuttosto bene due elementi che presiedono l’epoca in cui viviamo e che sono tra loro complementari: l’economicità e la natura come limite. Nel primo caso il primo termine rimanda, a sua volta, a diverse concezioni: il risparmio monetario, la riduzione minima del rischio, la prevedibilità parziale del risultato, l’efficienza, l’efficacia (sulla base del risultato atteso, trattabile e revisionabile) il riuso e la praticità. Il secondo termine pone invece un problema di grande importanza e impellenza quotidiana: la natura non solo più come risorsa, ma come limite implicito ed esplicito delle attività di origine umana. Il sughero rinvia ad un’età dell’innocenza in cui la sovrabbondanza delle risorse naturali non veniva mai messa a confronto con la possibilità di un loro esaurimento o di un loro deperimento. Ogni passaggio storico è come una lunga serie di onde che vengono a frangersi sulla spiaggia: “ciascuna si frange a una distanza diversa e in un momento diverso. Le linee di demarcazione fra vecchio e nuovo passano per punti sempre diversi; ogni forma di civiltà, ogni pensiero ricorre al suo momento, e la trasformazione non interessa mai tutto quanto il complesso della civiltà”. (Johan Huizinga, Il problema del Rinascimento, 1920). Tutto questo mi serve ancora per dire un paio di cose. La prima è questa: al di là del dato nominale con cui siamo abituati a definire un periodo storico, i suoi stili e sulle sue reticenze, i passaggi temporali non sono mai netti: fratture e ricomposizioni vivono all’interno delle stesse epoche e le periodizzazioni prese da angolature diverse producono interpretazioni diversificate e spesso non coerenti. Per capirci ancora meglio: negli anni ‘80 sono stati prodotti dei grandi vini, al di là delle tendenze di massima che vedevano l’accentuazione dei processi di massificazione chimica già ampiamente collaudati nei decenni precedenti. Allo stesso modo le annate vanno valutate in quanto tali: non dappertutto piovve a dirotto, in quel fatidico 2014, durante la maturazione delle uve e, anche dove piovve molto e in maniera poco opportuna, sono stati realizzati dei vini qualitativamente eccellenti, forse diversamente eccellenti rispetto a quelli prodotti nelle grandi annate. La seconda è questa, ma rimanga tra di noi: non è mai esistita un’età dell’innocenza né per il vino, né per altro.

(1) Consiglio di lettura: Scipione Guarracino, Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano 2001