Che cosa distingue un degustatore di vino da un degustatore di birra? Forse i preliminari, ma sicuramente le conclusioni

Pierre Le Roy de Boiseaumarié durante una degustazione Di Véronique PAGNIER – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10756601

Siamo abituati a pensare che scegliamo di bere prevalentemente questo o quello sulla base delle nostre propensioni individuali in materia di gusto o sul fondamento delle culture di provenienza, degli influssi astrali, delle condizioni climatiche, delle compagnie cantanti, del momento in cui accade (ad esempio durante una partita di pallone o alla festa da ballo delle debuttanti), delle condizioni sociali o semplicemente per non deludere ed eludere il potenziale partner. Tutte cose che contano indubbiamente, ma che non bastano a spiegare la reciprocità che un determinato liquido ha nei nostri confronti. Non perché esso sia portatore di un’intelligenza superiore (anche se in molti è evidente) o inferiore, non perché antropomorfizzato o perché parli e sussurri nelle orecchie dopo un’incredibile sbronza (cosa possibile naturalmente), ma per le sue capacità adattive e di riconoscimento. In qualche modo il liquido ci sceglie. Se poi si è scalato adeguatamente il tracciato della conoscenza e ci si può fregiare del titolo di benemerenza, senza alcuna decenza, da degustatore, allora la cosa è ancor più che evidente.

Jean-Luc Henning (Érotique du vin, éditeur ZULMA, 1999) già alla fine dello scorso secolo annota che il degustatore di vino sia uno strano animale, ovvero uno che prova piacere con i preliminari: “si limita ad avvicinarsi alle cose, a sfiorarle semplicemente, senza mai lasciare che il vino penetri in lui, rifiutando di continuare, accontentandosi delle premesse del piacere, di piccoli cenni di apprezzamento, di furtarelli amorosi. Come se sperasse in qualcosa di più, ma preferisse alla fine limitarsi alla sola speranza”. Dopo averlo guardato dall’alto e dal basso, in controluce e attraverso di essa, fatto roteare come dei dervisci rotanti che girano sulle spine dorsali, dopo averlo gargarizzato muovendo sapientemente l’apparato zigomatico, il degustatore “chiude gli occhi per imbeversi meglio nel liquido e per apprezzarne più a fondo la rotondità delle forme, la qualità e l’elasticità delle carni, e poi, pffffft!, risputa fuori immediatamente il prodotto delle sue meditazioni”. Quasi se il vino non gli interessasse più o gli interessasse in modo diverso.

Amore e Psiche è un gruppo scultoreo di Antonio Canova, realizzato tra il 1787 e il 1793, Opera propria, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23966171

Anche Søren Kierkegaard, circa due secoli fa, senza mai accennare né l vino né alla birra o ad altra bevanda del godimento, la racconta allo stesso modo allorché sostiene che “l’attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio, mentre la realizzazione dell’attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio”.

L’attesa, per il degustatore di vino, è già il raggiungimento del fine proposto. Ed è proprio in quell’attesa che il degustatore di vino indugia.

Il degustatore di birra, dal suo canto, osserva la limpidezza e il colore, la trama, l’abbondanza e la consistenza della schiuma, gli sconfinati territori olfattivi, si adopera nella complessa evoluzione gustativa, dalle percezioni tattili, persino trigeminali!, ma soltanto per arrivare a quelle post-gustative. Insomma il tutto si chiude, come la retorica amorosa ha raccontato in innumerevoli pubblicazioni e film d’autore, nella fumosa sigaretta del dopo.

Vi è dunque tra soggetto deglutente con cognizione e di causa e il liquido bevuto una stretta complicità d’intenti e di proposizioni vitali. Nulla esclude, d’altra parte, che si possa passare da un liquido ad un altro, con tempi e modalità diverse, a rappresentare condizioni e stati d’animo differenti, anche se, in ogni caso, prevale un indirizzo preferenziale d’intenti.

Mi parve di sentire, infatti, ad un festival dedicato alla birra acida, una Kriek carica di lamponi e ciliegie rivolgersi ad un tipo tutto in tiro, con completo in giacca e cravatta, e dirgli: “ma come ti vesti, brutto buzzurro!?!!!”

Il vino del futuro agisce già su quello del presente

Di Quinn Publishing / Kenneth Fagg – http://thegoldenagesite.blogspot.com/search/label/Ken%20Fagg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44146775

Debbo ricondurmi ancora una volta a Karl Marx studioso e non tanto alle sue doti di chiaroveggenza, mai avute per la verità, né alle sue ipotesi di società futuribili che lasciano ampi spazi di interpretazione e di possibile confutazione previsionale. Sia nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – Grundrisse” che nei “Manoscritti economico filosofici”, Marx fece riferimento alla società futura richiamando esplicitamente il fatto che elementi propri di ciò che sarà non solo debbono già essere presenti, ma che essi agiscono affinché lo stato delle cose cambi in modo radicale. I suoi punti di riferimento furono l’analisi dei i modi e dei rapporti di produzione, il partito e le classi sociali. Qualche decennio più tardi Lenin parlò della possibilità di un cambiamento radicale qualora l’involucro non dovesse più corrispondere al contenuto dello stesso (L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo). Il futuro, attraverso diversi segnali, siano essi elementi produttivi, culture organizzative, tecnologie o altro agisce, dunque, a ritroso nel presente e lo conferma nei suoi aspetti determinanti destinati ad imporsi. I meccanismi non sono certo facili da scorgere e non accadono in maniera casuale: proprio perché sono intellegibili, profondamente umani e strettamente correlati tra loro, la miglior critica è quella che ci permette di intuire questi elementi e di trarne un relativo vantaggio d’azione. Ma questo dice anche altre cose: un’azione che anticipi i tempi fecondi rischia non solo di non essere compresa, ma anche di fallire, come un’eterna Cassandra, nei suoi esiti più realizzabili. Un’azione attesa al contrario, eternamente posticipata, a sua volta, si configura come inazione. L’azione migliore è quella che scorgendo alcune variabili e facendole proprie, anticipa gli accadimenti e cerca di condurli verso una propria visione politica (etica).

Dunque il vino.

Due sono e questioni che mi sono venute in mente: la prima è di carattere generale e investe sostanzialmente le modalità, in termini macro, con cui alcuni fattori incidono sulla produzione. In questo caso il futuro, attraverso i cambiamenti climatici, le concentrazioni produttive, le sensibilità ecocompatibili, biologiche e naturali, i mercati, i prezzi, il benessere, la salute, il controllo sociale, le evoluzioni tecnologiche e di questo passo, agisce già in maniera significativa su quelli che sono delle condizioni che solo un decennio fa erano appena accennate. I caratteri mutanti dell’oggi prevedono rapide accelerazioni, anch’esse impensabili sino a pochi anni passati, di status.

La seconda cosa è singola: di quel vino, di quell’annata, di quel produttore, da quei vitigni di quel o quei luoghi. Spesso si fa riferimento alla giovanile esuberanza di un certo vino, di cui si dice che “è un bambino”, facendo così intendere che i suoi caratteri evolutivi lo porteranno ad una piacevole pubertà e, coerentemente, ad una compiacente, rotonda e armonica maturità. Talvolta succede, ma altre volte no. Lo si può comprendere? Sì, anche se non sempre pienamente, a patto che si consideri quel futuro che già agisce ora in quel vino e si valutino le circostanze presenti che lo traghetteranno verso una nobile evoluzione. Tutto il resto permettendo.

Un vino rotondo è un vino che si approssima per eccesso o per difetto?

Pentagramma mirificum di Mciura – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75309400

I matematici, i fisici, i chimici, gli astronauti, i panettieri, i verdurieri, i macellai e tante altre categorie professionali similari abitualmente arrotondano. Secondo le regole scientifiche gli uni e in base alla mancanza o meno del resto in centesimi i secondi. I clienti, in generale, apprezzano solo gli arrotondamenti per difetto, a meno che non debbano riciclare del denaro sporco. Gli arrotondamenti per difetto vengono apprezzati dagli avventori come buona attitudine del commerciante nei loro confronti, mentre vengono assolutamente spregiati dagli studenti, che amano soltanto gli arrotondamenti per eccesso e, in taluni casi, per eccessivo eccesso (soprattutto a fine anno scolastico).

Un arrotondamento monetario, per difetto, di un prodotto o di un servizio vengono graditi maggiormente in caso di emissione regolare di fattura o di scontrino, mentre trovano un alto gradimento, nel caso in cui il pagamento sia in nero, soltanto quando il difetto sia almeno del -30% o superiore.

Andare vicino a qualcosa, spingere verso e, nello stesso tempo, allontanarsi da qualcos’altro è la caratteristica dell’approssimarsi e dunque dell’arrotondare.

Le medesime considerazioni me le sono poste a riguardo dei vini e, in particolare, dei vini cosiddetti “rotondi” o dal gusto “rotondo”. Rotondo: di un vino allo stesso tempo pieno e morbido recitava “Il dizionario dei termini del vino” di Veronelli editore e curato da Alessandro Masnaghetti nel 2001. Allo stesso modo il dizionario dei termini di Winenews: quasi sinonimo di morbido; si usa per descrivere un vino in cui i sapori dolci equilibrano o dominano i sapori acidi e tannici. (https://winenews.it/it/il-linguaggio-del-vino_284690/)

I vini rotondi o dal gusto rotondo smussano gli angoli condizionati dalle durezze, dagli acidi, dai tannini, dai sali minerali, magari evidenziando una buona dose di alcol, di alcoli e zuccheri poco e o molto svolti e un estratto secco da campioni: certo è che le parti cosiddette dure non possono mancare, ma come sottofondo, in modo tale che l’edificio non crolli o si afflosci per terra come un liquido qualsiasi. L’arrotondamento si configura come una approssimazione per eccesso alla morbidezza, alla pienezza o ad altro e nel fare questo evolve in una approssimazione per difetto nei riguardi della durezza, dell’esilità o di altro. Non è detto, aperta parentesi, che tutte le caratteristiche di morbidezza o di durezza debbano coesistere: sarebbe preferibile separarle con una “o” piuttosto che con una “e”.

Ma il punto è un altro: quando ci si approssima a qualcosa inevitabilmente ci si distanzia da qualcos’altro. In questo senso non ho mai pensato che i vini più morbidi e, tendenzialmente, più alcolici, siano necessariamente più pieni. Di qualcosa sicuramente sì, ma di qualcos’altro indubbiamente no. In definitiva si eccede e si difetta allo stesso tempo e non è detto che l’equilibrio, seppur temporaneo, sia la soluzione migliore.

Gastronazionalismo. Una lettura

“Antipasti” – Pietro Stara

I libri e le portate dei pasti.

L’abituale catalogazione dei libri, valga lo stesso per i dischi, per i vini e per tanti altri generi non voluttuari, si declina in varietà tematico/cronologiche: attualità, letteratura/e, poesia, storia (generale, antica, medievale, moderna…), antropologia, sociologia, critica letteraria, filosofia, scienze (suddivise), psicologia, fumettistica, libri per ragazzi dagli zero ai tre anni…, gastronomia con sottocategoria dei vini e delle birre, religioni con annessa o disconnessa spiritualità e via di questo passo. Come ogni classificazione umana, anche per i generi letterari ci sono state e permangono polemiche a non finire, le quali reclamerebbero una costruzione ancora più minuziosa di sottocategorie interpretative ulteriormente foriere di scontri. Non di rado in passato, ad esempio, si sono visti scontri fisici, in alcune librerie di nicchia, tra filosofi fenomenologici e materialisti storici sulla catalogazione dei libri del giovane Marx.

Tornando al presente credo che una forma classificatoria non ancora in voga, ma che avrà un indubbio successo nei prossimi 150 anni, sarà quella legata alla correlazione dei libri con le portate dei piatti durante i pasti. Anche se non priva di obiezioni, non è impossibile ravvedere lo stretto legame fra un libro e una portata di cibo. Così vi potranno essere libri colazione, libri spuntino, libri merenda (sinoira per chi lo volesse), libri antipasto, libri primo, libri secondo, libri contorno, libri dessert, libri frutta e libri ammazzacaffè. Vi saranno infine dei libri a tutto pasto, buoni a rattoppare fameliche e rapide voluttà predatorie e libri pasto, talmente densi da poter coprire un intero banchetto. Metterei tra questi ultimi, tanto per fare, le enciclopedie, la Bibbia, il Capitale, la Divina Commedia e Alla ricerca del tempo perduto.

Ai libri di prima portata potrebbero essere ascritti tutti quei volumi che hanno messo le basi per proficue e durature metodologie di ricerca o trattazioni: su due piedi mi viene in mente il meraviglioso studio di March Bloch che prende il titolo de “I re taumaturghi” (1924). Ma lascio ad ognuno il suo prediletto. I libri di seconda portata sono senza dubbio ragguardevoli in dimensioni e fatiche: aggiornano, completano, definiscono, ribaltano in alcuni casi, studi poderosi e qualificati avvenuti in precedenza. E si tratta perlomeno della maggioranza, anche in campo novellistico o letterario.

Quando ho maneggiato senza cura il libro di Michele Antonio Fino e di Anna Claudia Cecconi (con contributo di Andrea Bezzecchi), Gastronazionalismo, pubblicato per i tipi di People, e dopo averlo persino letto, mi sono subito chiesto a quale portata corrispondesse: non ho avuto grandi dubbi nel collocare questo volume tra gli antipasti. Non tanto quegli antipasti così ricchi da chiudere lo stomaco per il resto della scorpacciata, ma quegli antipasti che stuzzicano l’appetito senza stravolgerlo, che affastellano informazioni, sapori, conoscenze, reminiscenze e invitano a cercare in altrettante direzioni.

Gastronazionalismo.

La lingua italiana annovera l’unione di più parole: di sostantivi (pescecane), di verbi (giravolta), di verbi e sostantivi (lavastoviglie), di verbi e avverbi (buttafuori), di aggettivi (pianoforte) e di molte altre parole a due piazze. Quindi niente timore: anche il gastronazionalismo ci può stare o ci potrà stare. In questo caso abbiamo due possibili chiavi di lettura: l’unione tra due sostantivi, in cui il primo, gastro (ventre, stomaco), abitualmente necessita un accordo con un secondo termine distinto, e qui il nazionalismo. La seconda in cui il secondo sostantivo, nazionalismo, è preceduto non tanto da un sostantivo quanto da un aggettivo che ne specifica l’essenza, cioè che fa capire come il nazionalismo sia una questione più di flussi gastrici, di pancia insomma, che di ragione. 

Queste due chiavi di lettura ci conducono per mano lungo durante la lettura di tutto il testo: nella prima, più teorica, la gastronomia viene letta all’interno di quel variegato mondo teorico che va sotto il nome di nazionalismo. La gastronomia, in chiave interna/esterna, è dunque parte portante di un mondo ben più vasto e articolato. Nel secondo caso, anche grazie ad esempi storici recenti e all’analisi del diritto corrente in materia di D.o.p. e I.g.p. in chiave europea ed europeista (qui pienamente politica), vengono evidenziati i tratti in cui l’uso improprio, sia legislativo che storico/sociale/antropologico e quindi economico, renda evidente come il nazionalismo si supporti o costruisca, costantemente e necessariamente, notizie false, dubbie o parziali atte a rafforzare il proprio perimetro costitutivo e relazionale. Anne-Marie Thiesse ricorda, nel suo esemplare studio su “La creazione delle identità nazionali in Europa” (Il Mulino, Bologna 2001) che “la nazione nasce da un postulato o da un’invenzione”, ma che “essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione. I tentativi abortiti son numerosissimi, mentre i successi sono il frutto di un costante proselitismo che insegna agli individui ciò che sono, li obbliga a conformarsi al modello proposto e li incita a loro volta a diffondere quel sapere collettivo. Il sentimento nazionale è spontaneo solo quando è perfettamente interiorizzato; ma per ottenere ciò occorre anzitutto averlo insegnato”. È forse di Renan (11 marzo 1882- conferenza tenuta alla Sorbona) la miglior, e senz’altro problematica, definizione dell’essenza di una nazione: “un plebiscito di ogni giorno”.

Rimane difficile comprendere, a questo punto, che cosa sia pretesto per chi: se la gastronomia per parlare di nazionalismo o il nazionalismo per parlare di gastronomia. In ogni caso e comunque il binomio è ampiamente centrato.

Come dicevo in precedenza si tratta di un antipasto e, come in ogni esperienza culinaria che meriti, gli ingredienti base dialogano, confliggono, si confrontano con altri a loro pari oppure che ne sono stati premessa e condizione di esercizio anche se provvisorio.

Il quadro che gli autori designano per la fuoriuscita dall’impasse nazionalista è dunque, per Fino e Cecconi, il terreno europeo, anch’esso non privo di intime e specifiche contraddizioni, o ancora meglio di incomprensioni: se la cornice politica liberal-democratica può dirimere nella sua prima parte, quella liberal, la questione dei diritti, è nella parte democratica che ravvedo le maggiori problematicità. Non tanto perché la democrazia perda di valore rivelativo, ma nella misura in essa rende conto delle proprie involuzioni storiche a partire dal suo rapporto tortuoso con il sistema del mercato capitalistico. Ma mi rendo conto di essere saltato dall’antipasto al secondo senza essere passato dalla prima portata.

Di qui la necessità, per gli autori, della costruzione di identità dialoganti, tanto personali quanto collettive (sociali, istituzionali…), che si declinino attraverso delle maschere alleggerite, per usare l’espressione dell’antropologo Francesco Remotti (Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari 2001) “così da renderle più disponibili alla comunicazione e agli scambi, alle intese e ai suggerimenti, alle ibridazioni e ai mescolamenti. Non è detto che tale maggiore disponibilità sia la via che ci salva; ma è abbastanza certo che l’atteggiamento opposto (l’ossessione della purezza e dell’identità) è quello che ha prodotto, qui come altrove, le maggiori rovine”.

Origine e tradizione.

Alcuni antipasti necessitano di salse in accompagnamento e questo più di altre: fanno la loro comparsa, tra diverse di minore consistenza, quella sull’origine e quella sulla tradizione. Se è vero che l’acronimo D.o.p. mantiene la sua centralità nel discorso dell’origine intesa come provenienza, non risolve compiutamente, dal punto di vista storico/culturale, il problema dell’origine come inizio. Molti ingredienti di piatti tipici, infatti, provengono da latitudini e longitudini della lontananza (patate, pomodori…), per non parlare della disquisizione scientifica sui concetti, a grande valenza politica, di autoctonia e alloctonia[1]; senza poi dimenticare che le ricette si adattano e cambiano storicamente, per gusti, interessi, contaminazioni, sovrapposizioni….: “Perché Nietzsche genealogista rifiuta, almeno in certe occasioni, la ricerca dell’origine (Ursprung)? Innanzitutto perché in essa ci si sforza di raccogliere l’essenza esatta della cosa, la sua possibilità più pura, la sua identità accuratamente ripiegata su se stessa, la sua forma immobile ed anteriore a tutto ciò che è esterno, accidentale e successivo. Ricercare una tale origine, è tentare di ritrovare ‘quel che era già’, lo ‘stesso’ d’un immagine esattamente adeguata a sé; è considerare avventizie tutte le peripezie che hanno potuto aver luogo, tutte le astuzie e tutte le simulazioni; è cominciare a togliere tutte le maschere, per svelare infine un’identità originaria. Ora, se il genealogista prende cura d’ascoltare la storia piuttosto che prestare fede alla metafisica, cosa apprende? Che dietro le cose c’è ‘tutt’altra cosa’: non il loro segreto essenziale e senza data, ma il segreto che sono senza essenza, o che la loro essenza fu costruita pezzo per pezzo a partire da figure che le erano estranee”. (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977; ed. orig. Hommage à J. Hyppolite, Paris 1971)

E, infine, le tradizioni obbligatoriamente al plurale: storicamente determinate sono soggette al duplice giudizio del tempo, sia in senso etico che materiale, e del riadattamento: come amo ricordare ai miei quattro studenti, la parola latina tradĕre (tra(ns)-dare), trasmettere o tramandare da cui tradizione, mantiene la stessa radice trad- del verbo trad-ire. Dalla Francia medievale il derivato traison, che in Inghilterra comparirà successivamente con treason, farà assumere al termine traditor una nuova accezione semantica: il traditore diviene colui che consegna qualcosa o qualcuno al nemico (un’evoluzione del proditor, colui che rivela, degli antichi romani). Tradizione e tradimento condividono, in sostanza, molto più di quanto si pensi e non soltanto perché, in entrambi i casi, consegnano qualcosa a qualcun altro, nel tempo o nello spazio: quando riceviamo qualcosa che ci viene tramandato, lo reinterpretiamo, lo accogliamo, lo cambiamo o lo distruggiamo in base ai tempi correnti: per riceverlo veramente non possiamo che tradirlo.

Devo fermarmi.

Ho scritto anche troppo. Ma questo è un bene: l’antipasto “Grastronazionalismo” mi ha aperto lo stomaco senza dimenticare la testa. E spero che faccia con voi altrettanto.


[1] Rimando a due miei scritti pubblicati sul blog: Naturalità, autoctonia. Già che se ne parla in https://vinoestoria.wordpress.com/2015/12/03/naturalita-autoctonicita-gia-che-se-ne-parla/ e Vitigno autoctono o vitigno storico? Storico, e vi spiego il perché in https://vinoestoria.wordpress.com/2019/10/17/vitigno-autoctono-vitigno-storico-una-questione-non-solo-semantica/

Il vino allucinatorio. Petizione per l’abolizione di svariate presentazioni guidate all’assaggio dei vini

“My eyes at the moment of the apparitions” di August Natterer, un artista tedesco che ha dipinto diversi quadri seguendo le sue allucinazioni. http://strawberige.blogspot.com/2010/11/art-outside-boundaries.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12756650

Petizione (che invito a non firmare).

Molto presto produrrò un testo completo in ogni sua parte, senza lasciare nulla di intentato, che proponga l’abolizione, seduta stante, di svariate conduzioni guidate all’assaggio dei vini. Lo pubblicherò in alcuni dei siti di petizioni di maggior richiamo presenti in internet, anche se non lo firmerò. E vi inviterò a fare lo stesso, cioè a non firmarlo. Perché sono fondamentalmente contrario a firmare gli appelli di qualunque tipo, anche e soprattutto quelli con cui sono maggiormente d’accordo. Cioè tantissimi. E non ne faccio solo una questioni di utilità, dal momento che se servissero realmente a qualcosa ve ne sarebbero molti di meno, ma fondamentalmente per l’implicito intento ricattatorio sottostante: se non vengono sottoscritti allora vuol dire che si sta necessariamente dall’altra parte, oppure che non interessano abbastanza gli argomenti trattati e tutto ciò non può che essere socialmente deplorevole. Ho sempre ritenuto l’appello una forma semplificata di delega auto-assolutoria, di conta finale e di rendiconto risolutivo. Le battaglie sono lunghe, complicate e devono dotarsi di mezzi adeguati al tema affrontato. Magari anche con la petizione, purché non raccolga, ma domandi e basta.

Il vino allucinatorio.

La psichiatria da una parte e la psicoanalisi dall’altra hanno cercato di chiarire il processo allucinatorio: la prima, più classicheggiante, lo definisce come una percezione senza oggetto. La seconda, intimamente più ingarbugliata, ritiene che l’allucinatorio sia un pensiero, un’immagine, una traccia mnestica, un particole percettivo tale da “occupare lo spazio mentale, rallentare o addirittura impedire il flusso associativo e determinare sul soggetto che lo prova una sorta di ipnosi, di incantamento, di catturamento quasi totale dell’attenzione”. Ciò che caratterizza l’allucinatorio, oltre alla iperchiarezza e alla vivacità sensoriale, è “la perdita della terza dimensione, un allentamento del rapporto figura-sfondo, una perdita del punto di vista particolare. L’immagine viene insomma in larga misura decontestualizzata e rimane come sospesa nella mente, potente e isolata in una sorta di fissità”.

Per ricordare il beneamato Freud, si può sostenere che il principio del piacere influenzi profondamente il principio di realtà al punto che solo “un’insistenza dell’oggetto sul soggetto permette che al principio del piacere – è buono, è cattivo – si aggiunga il principio di realtà – è vero, non è vero”. (Per maggiori dettagli vi invito a consultare https://www.spiweb.it/spipedia/allucinatorio-allucinazioni/)

Ed è questa la ragione fondamentale della mia richiesta finalizzata all’abolizione di una fetta consistente delle degustazioni guidate di vini. Il conduttore, in queste occasioni, sarà intimamente e fortemente preparato nello studio del vino proposto: la composizione organica dei terreni che ospitano le piante destinate alla produzione d’uva, le piante stesse, la climatologia della zona e delle annate trattate, i sistemi colturali, le pendenze, i tempi e i modi della raccolta, la pigia-diraspatura, le tradizioni domestiche e il loro innesto con le tecnologie più avanzate, la solfitazione e gli eventuali rimontaggi, la malolattica sì o no, e se sì quando e perché, l’acciaio, il cemento, le anfore, le botti, la loro provenienza e fabbricazione, le bottiglie, le permanenze, il rapporto tra la tipologia del vino e la storia del territorio, quanti lo assaggiarono nel Rinascimento e quale donazione di imperitura fama abbiano lasciato, la sociologia dei consumi locali ed internazionali, le vendite, l’antropologia delle feste rurali locali per arrivare alle parti percettive vere e proprie declinate nell’ampia gamma di sensorialità espresse alla vista, al naso, alla bocca che riassumano e sintetizzino inesorabilmente tutti gli argomenti trattati in precedenza. Un vino immaginato, fortemente desiderato, profondamente illusorio.

Poi il silenzio cade sulla bottiglia designata, sul vino versato, sull’assaggio agognato e assai rapidamente ci si rende conto che quel vino semplicemente non esiste.

Immedesimarsi

Di Vasilij Ivanovič Surikov – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=159256

Ci sono vini, articoli, libri, quadri, abiti, disegni, fumetti, sostanze, pietanze, fragranze, istanze, ma soprattutto apparenze che si esauriscono nei pochi istanti, minuti, ore in cui si consumano: hanno bisogno di un intervallo limitato, di sorsi veloci, di tempi ristretti, di condivisioni svagate. Le relazioni spartiscono immagini surrogate che richiedono processi continui di sostituzione: il soggetto invariato si adatta, dunque, all’oggetto designato, al vino, all’articolo, al disegno, al quadro, all’abito, al cibo incurante di ciò che propone perché il fulcro non sarà mai il che cosa, ma il chi.

Questa sorta di presenzialismo soffocante e prolungato richiede una simultaneità che renda assenti sia il passato che il futuro e che permetta di dilatare il presente in un eterno presente frantumato in singole istanze non ripetibili, immediatamente scartabili, difficilmente memorabili.

La sovrapponibilità tra soggetto e oggetto, tra relazioni riduce uno all’altro e sposta il piano del significato interamente ad un Super Io stracolmo di bottiglie, bicchieri, etichette, occhiali, vestiti, giornali, profumi…  Si seguono occhi, labbra, cosce, gambe, seni, pettorali, tartarughe, tatuaggi, balletti, pose perché i vini, le bottiglie, le etichette, i profumi, gli occhiali, le pietanze sono occhi, labbra, cosce, gambe, seni, pettorali, tartarughe, tatuaggi, balletti, pose fino all’infinito senza ritorno.   

Dall’altra ciò che permane è ciò che indugia. Negli anfratti degli anni, nelle reminiscenze, nelle durate non misurabili. Ma la differenza trai primi e i secondi non è nei mezzi e non è nelle fallaci dicotomie tra facile e difficile, tra semplice e complesso, tra rilevanza e irrilevanza. La vera differenza tra i primi e i secondi è il tempo che abbraccia e poi fagocita i suoi figli oppure il tempo che rivela che per ogni cosa c’è l’ottimo. 

Parole senza punteggiatura a ritroso dal Green Pass

Questa foto la scattai nell’assolato aprile del 2020, in pieno lockdown, sul tetto del palazzo in cui abitavo dove scambiavo alcuni timidi passaggi con mio figlio Marco. Il titolo che diedi a questa foto fu: “Palla Prigioniera”

Già non mi piacciono le carte di identità i passaporti che obbligano a dire sempre chi sei a qualcun altro per poter passare confini interni o esterni poco importa figuriamoci poi il green pass per entrare in un ristorante in un cinema in un teatro in un museo in una mostra in una fiera in una scuola o chissà dove

Quando girano le prime notizie sul virus in quel gennaio del 2020 io penso che beh se i cinesi che controllano tutti o quasi i bulbi oculari dei loro concittadini bloccano un’area territoriale di una ventina di milioni di abitanti questo Covid deve essere una cosa proprio grossa altrimenti non avrebbero mai fatto una cosa del genere

Lo penso e lo dico ai colleghi agli amici ai parenti guardate che se arriva da queste parti farà un bel macello e loro mi guardano un po’ come si fa con i vecchi coglioni alcolizzati del paese proprio mentre in Italia il dibattito in salsa locale procede sonnolento e rassicurante perché noi abbiamo tutte le difese del caso non preoccupatevi anche perché è solo poco più di un’influenza e poco meno di qualcos’altro

Ma io che diffido e mi fido quando c’è da fidarsi e quando no no e penso sempre ai cinesi che chiudono e non lasciavano uscire ma non lo dico più al lavoro agli amici ai parenti perché essere preso per troppo tempo da coglione non fa piacere proprio a nessuno figuriamoci a me

Me lo tengo come pensiero stretto e un po’ paranoide ma comunque non mi faccio mancare nulla e infatti vado in montagna e poi la settimana successiva porto mio figlio piccolo all’ospedale pediatrico Gaslini per fare un controllo cardiaco ché li deve fare regolarmente e quando scendo giù dal reparto per prenotare il ticket e fare tutte le cose burocratiche che ci sono da fare noto che i dipendenti agli sportelli sono già muniti di mascherina e stanno dietro un plexiglass

Ma come dico io se non è nulla come è possibile che questi che lavorano in un ospedale grande importante riconosciuto in tutto il mondo portino delle mascherine ma allora vuol dire che sanno già qualcosa che non ci è stato detto o ne sanno di più d questo merdosissimo virus è bello che arrivato e farà un bel troiaio

Vado a Torino saluto i miei mio fratello e mia sorella dai che ci vediamo presto ma quando mai lockdown totale come in Cina

Detto fatto chiudono le scuole e poco dopo mi mandano in smartworking che non so cosa vuol dire e allora mi attrezzo per capire quello che non so e fare quello che devo e sento tutte le persone al telefono che poi sono quelle che perdono il lavoro in naspi in cassa integrazione o disoccupati senza appello che prima vedevo di persona e ci guardavamo negli occhi e talvolta quegli occhi piangevano o erano cupi e arrabbiati

Adesso tutto al telefono dove sento ma non vedo e non vedere significa non guardare ma mi adatto e cerco di far adattare pure loro anche se alcuni non riescono a capire e non riescono neppure a fare lo spelling del nome e o del codice fiscale e non solo perché non sanno che cosa è lo spelling ma perché alcuni non sanno leggere o sanno leggere ma una lingua diversa un alfabeto diverso delle pronunce diverse ma io ci provo

Anche mia moglie si adatta e da psicoanalista meno peggio e meno meglio di noi altri ma non sto qui a spiegarvi il perché o il percome altrimenti vi svelerei alcuni segreti del mestiere che non conosco neppure io

Pure i figli si  arrangiano e il più piccolo fa quarta elementare e dopo un breve periodo di entusiasmo anti-scolastico ben presto si rende conto che non ha più contatti con i compagni con gli amici di giardino di basket e le ore passano lente le maestre non sono attrezzate per lo smartworking le ore di lezione si contano settimanalmente sulla punta delle dita  e allora decido con lui che quando ho finto di lavorare andiamo sul tetto piatto del caseggiato a fare due tiri al pallone sperando che la palla non cada giù perché non la recupera più nessuno

Il grande si adatta meglio alla Dad che non gli piace molto ma scopre anche gli anfratti reconditi del poter stare al video e contemporaneamente parlare con altri che stanno davanti ad altri video anche se non della stessa classe ma anche lui perde il campionato di basket e tutto quello che ne segue ma poi per fortuna un caro amico si prodiga per fare lezioni online di ginnastica da casa e almeno non perde un po’ di tonicità anche se io gli dico vatti a fare un giro nell’isolato e lui mi risponde che non è un cane e che per pisciare basta il cesso di casa e poi lui non sono vecchio come me che devo fare il giro del circondario

Capisco ma mi si stringe il cuore quando li vedo rannicchiati sul letto in posizione fetale per diverse ore che poi è una posizione che conservano tutt’ora come fosse naturale starsene lì sdraiati e accovacciati con un telefono in mano, un libro o niente insomma niente

Si può correre anzi no camminare molto vicino a casa ballare sotto la doccia sì purché da soli ci scherzo sopra ma mica tanto

Ospedali zeppi contabilità di morte meno giovane e giovane dannatamente giovane valanghe di intubati prove tecniche di guarigione e non si può fare diversamente o forse sì ma ce lo spiegheranno nel 2200

Poi vado a fare la spesa e cerco le mascherine e l’alcol che porca qui e porco là non si trovano guardo un la televisione ma non i dibattiti che mi fano vomitare piuttosto serie tv e film e non riesco quasi più a leggere telefono o video telefono ad amici e parenti e facciamo cene virtuali dove chiacchieriamo sbirciandoci dal video e domenica sera pizza che bello pizza e birra ma niente balconi per prima cosa perché casa mia non li ha e seconda cosa perché non l’avrei fatto comunque e terza cosa perché anche solo mi fosse mai passata la malaugurata idea sono stonato così come niente bandiere nostra patria è il mondo interno nostra fede la libertà cantavo un tempo e pure ora anche se un po’ di meno

Intanto impreco e spero in una cura ma soprattutto impreco e ho paura e vedo i miei su WhatsApp che mi dico che per fortuna anche se hanno ottanta anni sì e no almeno sono in grado di usare quell’apparecchietto che controlla come tutti gli apparecchietti e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte perché indubbiamente la questione del controllo è molto più ampia della questione del Covid e già in passato ho avuto lunghe discussioni imbevute di alcol e sigarette in cui cercavo di discutere e di capire quanto e come il  genere umano sia disposto a cedere in termini di libertà sulla sicurezza ma l’argomento è spinoso perché bisognerebbe prima di tutto definire che cosa sono le libertà e cosa sono le sicurezze e la questione non è semplice come appare e quelli che mi pare che molti di quelli che sbraitano nelle piazze antivacciniste e antigreenpassiste sono poi anche quelli che per una e per l’altra intendono quello che interessa solo a loro che non è proprio la stessa idea di libertà che ho io

Poi si avvicina l’estate ed ecco che si può uscire dal comune forse per raggiungere un altro comune all’interno della stessa regione purché sia seconda casa oppure appartenete a un familiare vivente ivi residente o sembiante residente e ed ecco allora che andiamo in Val Trebbia per starci tutta l’estate con nuovo collegamento Wi-Fi tutto da remoto ma c’è il bosco, il verde, l’orto che mi viene quasi tutto mangiato dai daini, ma viva i daini e i cinghiali e chissenefotte almeno esco respiro, cammino mi immergo nel fiume e vedo degli esseri umani degli amici e gli do delle belle gomitate dopo essermi igienizzato le mani pensando che per fortuna non sono solo ologrammi e poi spero che l’estate vada così e infatti va abbastanza così e riusciamo persino ad andare sul Monviso per tre giorni e poi si torna al lavoro

Facciamo finta che sia tutto uguale a quando si stava prima e si stava un po’ meglio ma sappiamo che così non è perché così non sarà e comunque andiamo avanti speranzosi

E poi noi azzardiamo perché abbiamo venduto casa chiuso un mutuo aperti altri due comprato una nuova casa da ristrutturare e speriamo che vada tutto bene che non ci siano intoppi perché entro marzo dobbiamo andarcene dalla vecchia e così tutti gli appuntamenti sono con il fiato sospeso nella speranza che nessuno di ammali neppure il notaio e poi tornano a suon battente morti ricoverati Rt che schizzano discussioni che impazzano litigi paure che ci fanno dire ma che cazzo abbiamo fatto in questo momento non potevamo aspettare l’anno prossimo ma poi pensiamo anche che è il miglior momento per occuparci di altro perché tanto non ci occupiamo che di solo questo e i muratori vengono da Ovada senza intoppi l’unica cosa è comprare il  materiale a costo accessibile in pronta consegna e mi  raccomando non ordinate niente che non si sa quanto arriva ci dicono quelli di Leroy Merlin e noi facciamo come ci dicono anche perché dobbiamo andarcene entro marzo e non si può scherzare con i tempi

E poi chiude di nuovo tutto e la dad rannicchiata e il basket che non c’è le spese sofferte al mercato con il fiato trattenuto e poi a lavarsi le mani che non si sa se il Covid si attacca pure alle cose e poi ci rimane per un sacco di tempo quel tempo che permette a mia suocera di prendersi una bella multa per aver telefonato da sola con la mascherina abbassata perché diceva che non riusciva a farsi sentire bene dall’amica ma i poliziotti municipali che passano di là non la pensano allo stesso modo e noi a dirle ma tienilo dento il naso e tutto mentre le strade si chiudevano di rosso o quando andava benissimo di arancione e allora camminiamo per la città a piedi in alto e in basso ma quanto è bella Genova senza niente e nessuno anche si ci piacerebbe e non poco fare un salto fuori ma non si può se non per lavoro o per parenti malatissimi e per fortuna i miei non sono malatissimi anzi stanno pure bene e allora magari ci si vede per le vacanze di Natale magari venite giù da Torino un po’ prima della chiusura fra regioni vi affittiamo un piccolo alloggio così ci si vede che è da settembre che non ci incontriamo ma niente da fare salta tutto ognuno a casa sua ci salutiamo a distanza con le nostre facce stropicciate dietro quei microscopici schermi

A Rovegno (Val Trebbia) durante una puntata natalizia foto che feci durante le vacanze di Natale del 2020

Dovremo aspettare fino ad aprile subito dopo il trasloco per poterci incontrare perché alla fine dei conti sono passati solo sette mesi giorno più o giorno meno e allora durante le vacanze natalizie andiamo a trovare la mamma di mia moglie che è nonostante tutto è anche mia suocera che è residente in val Trebbia dove i daini dormono i cinghiali pure è pieno di neve che riduciamo in palle che ci tiriamo addosso senza averle disinfettate anche perché un po’ di ghiaccio basta e avanza e respiriamo aria fresca freddo passeggiate nei boschi finalmente un po’ di libertà dal giogo cittadino che ci riprende appena torniamo anche se per fortuna l’allenamento di basket riprende al chiuso per il grande e all’aperto per il piccolo e io lo accompagno su in cima a Genova verso l’ostello e mi seggo su di una panca aperta e fresca come le vedute della città e attendo che finisca per poi tornare a casa  e non è mai stato così bello aspettare fuori senza fare niente pensando che forse tutto il buono e il giusto sia soltanto quello e null’altro

E intanto si aprono fessure e si parla di vaccini e di altre medicine pronte a breve e mi dico che fortunatamente c’è uno spiraglio e che questo ineguale ingiusto iniquo sistema capitalistico  in tempi super rapidi sta cercando di tirare fuori se stesso e quindi una parte della sua popolazione fuori dalla difficoltà di produrre secondo i canoni consentiti e raccomandati perché l’altra quella ai margini non viene proprio calcolata se non per le stesse ragioni ma al ribasso o al ribassissimo e allora mi dico e mi ridico quanto debba essere  importante togliere il profitto da ciò che è necessario  e penso che poi quasi tutto sia necessario pure la focaccia e il pesto che è quello che ho sempre chiamato socialismo libertario e non è come ci ricordava Errico Malatesta fare finta che esiste una medicina anarchica o antisistema ma tutt’al più solo medici che possono essere al massimo anarchici e sarebbe come dire che quelli che hanno operato a una settimana di vita mio figlio a cuore aperto sono gli stessi che con i vaccini vorrebbero farlo fuori o inoculargli chissà che cosa

E mi fanno ridere i nuovi dottori in nulla che si prodigano a spiegare come dietro i vaccini ci sia del profitto come se dietro l’aspirina no o che fanno intendere un’opera auto-stragistica delle élite mondiali che tutto di un tratto di vaccinerebbero per farsi fuori e allora le grandi resistenze al vuoto a perdere senza mai avere una sola e dico sola alternativa plausibile se non altri lockdown generalizzati per poi evocare delle cure casalinghe e caserecce o spettri del passato che se tornassero veramente li impiccherebbero al primo lampione disponibile

Ma allora tu ti fidi mi chiedono ma che domanda mi fate rispondo io è chiaro che se mi affido significa che un po’ o molto mi fido ma non è la stessa cosa chiedo nuovamente io che faccio o facciamo su tutto ciò che circonda e mi lascio andare un breve pausa che tira su il fiato

Quando ho un problema elettrico idraulico informatico meccanico a meno che non me ne intenda di elettricità idraulica o meccanica mi affido a più persone che ne sanno e conseguentemente mi fido di loro fino a prova contraria ed ecco che ho detto praticamente tutto quello che mi serve dire e cioè che la conoscenza che prevede una buona fetta di scienza di esperienza di competenza si costruisce nel tempo con lo studio l’apprendimento la fatica il rischio l’errore e scusatemi tanto anzi scusatemi proprio per nulla è cosa assai e ben differente dall’opinione nulla di colui colei coloro che ignorano la materia e non l’hanno sperimentata e non si sono formati su di essa ma si sentono comunque in dovere di esprimere un parere non richiesto su ciò che ignorano perché di ignoranti belli e buoni si tratta facendo finta che la competenza e la non competenza pari siano che la conoscenza e la non conoscenza pari siano  che lo studio e il non studio pari siano che l’esperienza con prove errori e ripensamenti e rifacimenti e la non esperienza suffragata dal fancazzismo parolaio pari siano mitigando il dibattito in una sorta di apparentamento democratico tra il eccetera e il non eccetera come a svelare un improbabile fraintendimento di parità tra cose che invece mantengono una gerarchia ben diversa perché come dicevo ad un amico per me per noi che abbiamo una formazione storica e umanistica dovrebbe essere ben chiaro che le fonti non sono eguali né per tipologia né per provenienza né per peso né per formazione né per prova e che questo dovrebbe valere in tutto il resto

Allora non sei critico e le multinazionali e le ricerche vincolate al profitto e via di questo passo ma certo che sono critico o criticissimo ma cerco di distinguere tra i piani e non penso e non ho mai pensato che coloro che dicono pensano fanno baciano lettera e testamento diversi dai miei desiderata siano eticamente riprovevoli o facciano solo il male dell’altrui individuo o ingannino e basta e se devo dirvela tutta questo modo di pensare non è nemmeno così tanto infantile ma è solo leggermente minorato e decisamente riduttivo e anche un po’ idiota che ne dite voi che immagino facciate le stesse identiche cose anche se un po’ diverse e che quindi anche voi vi affidiate in caso di necessità a quelli che ne sanno di più

E tutto questo ribadisco non perché non ci sia necessità di discutere delle forme di dominio e di come queste si realizzano a partire dallo sfruttamento per arrivare alla devastazione ambientale di cui questo maledettismo virus non è in un caso o nell’altro che non sapremo mai un mero epifenomeno ma causa e condizione ma perché non se può discutere con mezzi e opinioni da ripentente in terza elementare anche perché quelli che governano sono tozzi e duri senza grandi pietà sociali e quando si rendono conto di avere di fronte il niente che arretra si divertono semplicemente a schiacciarlo

E allora si vaccina prima mia moglie e poi io che mi incazzo che arrivo dopo e me lo spostano in avanti mentre volevo farlo prima e infine mio figlio di diciassette anni e intanto facciamo il trasloco e si respira un po’ di più e poi l’estate che avanza e che ora volge al termine

Certamente avrei preferito non farlo il vaccino e preferirei avere ancora i miei capelli un fisico asciutto su cui ci lavorerò in futuro non portare gli occhiali ed essere più alto di almeno 10 centimetri per riuscire a guardare negli occhi mio figlio più grande e il più piccolo quando crescerà ma detto questo non ricordo di essere stato a Whuan in questa vita né in quelle precedenti di non aver causato la pandemia ma di averla subita e pesantemente come moltissimi di voi anche se so che molti di più e qualcuno di meno e che come dicevano gli antichi ho fatto di necessità virtù o se non proprio virtù mi sono affidato alla competenza di quanti questa virtù l’hanno coltivata con sapienza ben prima di me e certo con tutte le critiche possibili al sistema eccetera ma di questo ve ne ho già parlato ma vorrei aggiungere un’ultima cosa e cioè che parlare tanto di questo greenpass in realtà celi ben altro e non potendo e non volendo prendere il toro per le corna lo si  accarezzi dolcemente sulle chiappe per non irretirlo troppo e quelle corna si chiamano Covid- 19

Dunque forse quasi sicuramente non è il Green Pass la questione e forse lo è solo in modo mal posto e nulla ha a che fare con legittimità costituzionali ma molto di più con scelte e appelli improbabili

Le etichette del vino sono sostanzialmente due

Etichetta di disco a 78 giri 1911
Di Sconosciuto – archivio personale,
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57358842

Le tipologie delle etichette del vino sono sostanzialmente due. Con le dovute eccezioni che confermano la regola la quale, per ovvie ragioni, è incerta anche se non del tutto improbabile.

Insigni legislatori si sono dovuti occupare, ben prima del sottoscritto, di cosa dovesse essere scritto su di un’etichetta del vino, del perché, del quanto grande, del dove e del come. Ma il loro sforzo più grande, che ha creato parapiglia a non finire, dibattiti estenuanti e qualche contuso in modo non grave, è stato quello di specificare il che cosa non andasse annotato. Noi sappiamo, perché così ci hanno riferito, che si può peccare in pensieri, in parole, in opere e in omissioni. E le omissioni pesano come macigni, soprattutto se sottendono o pare che sottendano. E molti sopportano di essere tesi, ma pochissimi di essere sottesi, soprattutto se a loro pare. Figuriamoci, poi, se si parla di vino. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Insigni disegnatori, grafici, amanuensi, scriba, copisti e da ultimo bambini e bambine si sono occupati di dare una raffigurazione all’etichetta. Talvolta anche un titolo di pura e giocosa invenzione. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Quello che mi pare evidente, come vi dissi all’inizio, è che ci sono due tipologie di etichette: un’etichetta che si apre al vino, che lo anticipa, per poi fornire alcune chiavi di lettura in modo gerarchico e mai casuale.

Dall’altra parte c’è un vino che prelude alla sua etichetta e ne fa quasi da supporto.

Nel primo caso l’etichetta è un po’ prima e quarta di copertina: quando si tratta di vini illustri la compostezza esibita rimanda ad una certa notorietà, ai legami solidi e imperituri di lignaggio, di casata, di continuità storica con o senza avvicendamenti di proprietà, di ancoraggio fisico ad un luogo nella dimensione spazio/temporale che precorre la sua nomea. Che l’etichetta sia illustrata o meno; che contenga stemmi araldici o meno. Il vino che verrà assaggiato avrà, dunque, già le chiavi austere, corpose, sufficientemente legnose e meravigliosamente lunghe, al pari dei secoli che lo confortano, di una lettura che sia consona ad un classico. In alcuni casi ad un grande classico. Per i vini di altro rango un’etichetta del primo tipo, sfrondata dagli eccessi gentilizi, rimarcherà radicati paesaggi contadini, colline che adombrano cascine della memoria, uccelli e fiori, istantanee di felicità perdute. Il vino bevuto sarà, dunque, meravigliosamente sincero, superbamente essenziale e vibrante come un colpo bene assestato al gioco della pallapugno (per chi volesse saperne qualcosa di più rimando qui: https://www.losferisterio.it/) in una festa paesana.

Le etichette del secondo tipo hanno bisogno di essere bevute. Il vino assaggiato può permettere di intuire qualcosa sulla natura del frontespizio: l’etichetta è indiziaria e rivela propositi, timidezze, allegorie e talvolta fragilità del produttore. Soltanto dopo averlo bevuto, chiacchierato e domandato sarà consentita una interpellanza, non irrituale, sull’etichetta, sul nome impresso, sui disegni e sui colori. E sarà soltanto in quel momento che si potrà pensare, a torto o a ragione: “Già, è proprio lui!”

A questo punto mi si dirà che ci sono etichette che non stanno né nella prima né nella seconda categoria: non credo. Pesateci bene: propendono o per l’una o per l’altra allo stesso modo con cui noi propendiamo.

In ogni caso e comunque, senza etichetta i vini li leggeremmo diversamente. E anche tutto il resto.

Giorgio Agamben e il mancato senso delle proporzioni

Balconies at Alfama neighborhood. Lisbon, Portugal
Di LBM1948 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76589546

Il noto filosofo Giorgio Agamben è uscito alla ribalta delle cronache mondane per l’appello firmato insieme a Cacciari a proposito del Green Pass. In realtà, per coloro che seguono gli anfratti del dibattito filosofico, Giorgio Agamben si era già espresso innumerevoli volte a partire dallo scoppio della pandemia. Le sue posizioni sono reperibili essenzialmente qui: https://www.quodlibet.it/una-voce-giorgio-agamben

Numerosi sono, poi, gli articoli, gli opuscoli e persino alcuni libri che si sono prodigati nel confutare le posizioni espresse da Agamben: dal punto di vista filosofico, scientifico, politico e quant’altro.

Ciò che mi preme fare, in questo breve articolo, è analizzare il carattere discorsivo e i riferimenti storici utilizzati dal filosofo in un editoriale comparso sul quotidiano “La Stampa” del 4 agosto 2021, che così si intitolava: “Scienza e politica, attenti a quelle due. La storia ci mette in guardia dal mescolarle. Etica e ricerca non sempre vanno d’accordo”.

Giorgio Agamben esordisce affermando che i decreti, e non solo quelli sul Green Pass, utilizzati per governare la pandemia trovano una propria legittimità nelle ragioni scientifiche su cui si reggono. Il passaggio successivo del nostro è quello di richiamare l’attenzione sul nesso (incauto) tra politica e scienza senza che avvenga una previa valutazione delle conseguenze (se accettabili o meno).

Quindi Agamben procede con degli esempi storici che servirebbero a farci valutare la rischiosità di prendere decisioni politiche (le loro conseguenze) su basi scientifiche e sulla relazione divergente, eventualmente, tra etica e scienza:

  1. Quando Mussolini introdusse le leggi razziali si preoccupò di dare ad esse una legittimazione e un fondamento scientifico. In ragione di ciò, un mese antecedente la pubblicazione del famigerato decreto legge del 5 settembre 1938, apparve sul Giornale d’Italia una dichiarazione firmata da dieci illustri accademici e scienziati in cui si affermava che gli ebrei non appartengono alla “pura razza italiana”.
  2. “E non sarà fuori luogo ricordare che la prima volta che uno Stato si assunse programmaticamente la cura della salute dei cittadini è nel luglio del 1933, quando Hitler (…) fece promulgare un decreto per proteggere il popolo tedesco dalle malattie ereditarie, che portò alla creazione di speciali commissioni mediche che decisero la sterilizzazione di circa 400.000 persone”;
  3. “Meno noto è che, ben prima del nazismo, una politica eugenetica, potentemente finanziata dal Carnegie Insitute e dalla Rockfeller Foundation, era stata programmata negli Stati Uniti, in particolare in California, e che Hitler si era esplicitamente richiamato a quel modello”.

Poi la virata: “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi, ma di far riflettere gli scienziati, che sembrano poco sensibili alla storia delle loro stesse discipline, sulle possibili implicazioni di un nesso criticamente assunto fra scienza e politica”.

Segni.

Dal punto di vista della costruzione del testo Giorgio Agamben procede in due fasi successive tra loro complementari: nella prima tiene il lettore per mano e lo accompagna attraverso gli esempi storici appena evidenziati. Nella seconda, grazie allo stacco creato dalla congiunzione avversativa “ma” assicura, a coloro che non avessero capito a sufficienza, che i suddetti esempi sono comunque utili non tanto per paragonare fenomeni storici diversi, ma per far riflettere. Il “ma” mette in relazione due costrutti del pensiero: Il primo riguarda “la non possibilità di paragonare fenomeni storici diversi”, mentre il secondo agisce sul primo riaffermano ciò che si vuole apparentemente negare: “proprio quei fenomeni storici così lontani e così imparagonabili al presente servono comunque a far riflettere”. La riflessione diviene conseguenza sia dell’ignoranza della scienza sulla propria storia, postulato presunto e mai dimostrato dal filosofo, sia dall’ignoranza del terzo implicito, il vero convitato di pietra, a cui quel “ma” inevitabilmente rimanda: i lettori dell’articolo. Essi, dunque, proprio perché ignorano la storia al pari della scienza, non potranno che utilizzare gli esempi storici, a questo punto comparabili, che l’autore dello scritto ha fornito. Così la legislazione emergenziale Covid ritorna prepotentemente laddove Giorgio Agamben non ha mai voluto espellerla: dalla storia delle discriminazioni razziali e dalla dittatura.

L’analogo.

Il raffronto storico e la ricerca dell’analogia tra eventi più o meno lontani è un discorso assai noto ad Agamben. Tanto che fu suo il saggio introduttivo al capolavoro di Enzo Melandri, “La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia[1]”.

Sappiamo per certo che almeno da Tucidide[2] in avanti il metodo storico si avvale della comparazione con esempi ammirevoli di ricostruzione indiziaria di tipo analogico: come ha avuto modo di specificare Luciano Canfora[3], l’analogia funziona come metafora esplicativa attraverso l’uso di elementi differenziali. Enzo Melandri anticipa la questione, a suo dire insoluta, affermando che non è possibile distinguere fra uso esplicativo e uso esornativo dell’analogia: solo nella manualistica storica esiste una suddivisione tra il ‘capire’ e lo ‘spiegare’ dove ‘capire’ “significa saper descrivere una situazione a noi ignota per mezzo di riferimenti a cose note[4]”.

Parrebbe, almeno ad una prima impressione, che Agamben sia nel giusto ad utilizzare uno o più parallelismi storici per aiutarci a decifrare il presente e l’uso autoritario del Green Pass.

Vi è, al conrario, qualcosa che stride apertamente in questo tentativo di parallelismo storico: nello sforzo di costruire leggi “storiche” valevoli per processi monumentali e di lungo periodo Giorgio Agamben cade nella piena tautologia: affermando che in altre epoche, a condizioni dissimili, si sono verificate condizioni di tipo autoritario o dittatoriali in ambito sanitario (sineddoche), questo non serve ad altro se non a definire delle categorie ideal-tipiche valevoli in ogni epoca e ad ogni grado di latitudine che non spiegano il metodo di comparazione prescelto, né la sua validità euristica: “Ora è un fatto che una storia monumentale risulta sempre tendenziosa: non solo perché finisce con l’istituire   una comprensione del  fatto  storico  in base alle sue ripetizioni o, meglio, omologie con altri eventi, passati o futuri; ma soprattutto perché porta a considerare  come un dato di  fatto ciò che invece effetto del metodo di comparazione prescelto, e a trovare in quello la conferma della propria ideologia[5]”.

Perché altrimenti ritrattare con “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi…”?

E a quale costrutto ideologico faccio riferimento? A questo: “L’invenzione di un’epidemia” di Giorgio Agamben, 26 febbraio 2020 in https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia

Se, dunque, analogia (ἀναλογία) significa, nella sua accezione originaria, proporzione o uguaglianza di rapporti (λόγος), allora essa esprime un tipo di somiglianza fra situazioni che si fonda su un’uguaglianza di relazioni e non sulla semplice condivisione di attributi da parte di due oggetti, di due condizioni, di due periodi storici.

Sembrava, nemmeno a volerlo sperare, che i fatti si adeguassero alla teoria. Ma così non era e così non è.


[1] Cfr. Giorgio Agamben, Archeologia di un’archeologia, Saggio introduttivo a Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. XI – XXXV; la prima edizione è de “Il Mulino”, Bologna 1968.

[2] Tucidide in 1.5.3-6, 2 descrive l’origine della società e degli aspetti culturali degli abitanti delle regioni greche più povere, dal nomadismo alla fase del sedentarismo. Un periodo caratterizzato da processi di accumulazione e di stratificazione sociale.

ἐλῄζοντο δὲ καὶ κατ᾽ ἤπειρον ἀλλήλους. καὶ μέχρι τοῦδε πολλὰ τῆς Ἑλλάδος τῷ παλαιῷ τρόπῳ νέμεται περί τε Λοκροὺς τοὺς Ὀζόλας καὶ Αἰτωλοὺς καὶ Ἀκαρνᾶνας καὶ τὴν ταύτῃ ἤπειρον. τό τε σιδηροφορεῖσθαι τούτοις τοῖς ἠπειρώταις ἀπὸ τῆς παλαιᾶς λῃστείας ἐμμεμένηκεν. πᾶσα γὰρ ἡ Ἑλλὰς ἐσιδηροφόρει διὰ τὰς ἀφάρκτους τε οἰκήσεις καὶ οὐκἀσφαλεῖς παρ᾽ ἀλλήλους ἐφόδους, καὶ ξυνήθη τὴν δίαιταν μεθ᾽ ὅπλωνἐποιήσαντο ὥσπερ οἱ βάρβαροι. σημεῖον δ᾽ ἐστὶ ταῦτα τῆς Ἑλλάδος ἔτι οὕτω νεμόμενα τῶν ποτὲ καὶ ἐς πάντας ὁμοίων διαιτημάτων.

L’analogia consiste nel parallelo tra le condizioni delle regioni più arretrate e povere della Grecia e come la Grecia stessa sarebbe potuta apparire in un lontano passato remoto. Si tratta di un tipico esempio di ricostruzione congetturale del passato: le condizioni socio-culturali delle regioni greche sottosviluppate sono lo specchio dell’intero periodo arcaico. La metodologia adoperata da Tucidide nell’Archeologia ha garantito una tradizione nel genere storico. Fenomeni distanti nel tempo e nello spazio possono essere analizzati in modi diversi. Tucidide esamina un passato ormai scomparso, invisibile, attraverso i segni e la tecnica analogica. Compara gli eventi della storia greca arcaica con quelli a lui contemporanei in Nicoletta Bruno, Dalla preistoria alla storia. L’analogia in Tucidide e Lucrezio in eClassica III 2017 https://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/447/DALLA_PREISTORIA_ALLA_STORIA._LANALOGIA.pdf

[3] Cfr. Luciano Canfora, Analogia e storia. L’uso politico deli paradigmi storici, Milano, Il Saggiatore 1982

[4] Enzo Melandri, cit. pag. 39

[5] Enzo Melandri, cit. pag. 38

Gli scogli di San Benedetto del Tronto

La spiaggia libera a fianco dello chalet “Il Pirata”. Gli scogli e l’alba all’orizzonte.
La foto è di mia zia Daniela che si sveglia presto, molto presto.

Da ragazzo, avrò avuto dodici anni sì e no, mi capitava abitualmente di scendere in spiaggia a tarda ora. Rare le volte in cui accadeva il contrario. Alle sette e mezza, otto del mattino.

In quelle occasioni andavo a cercare un amico che si sistemava sulla battigia fronte mare, dalle prime luci dell’alba, nella spiaggia libera a fianco dello Chalet “Il Pirata”. Rimanga tra noi, ma non ho capito mai il motivo per cui gli stabilimenti balneari a San Benedetto del Tronto si chiamassero “chalet” come in Val d’Aosta località in cui, da quanto mi risultava allora come oggi, non è arrivato il mare. Meglio sarebbe dire che a San Benedetto del Tronto non si può sciare. Al momento s’intende.

Il mio amico, più grande di qualche anno, solitamente sedeva su di una stuoia rabberciata con le ginocchia raccolte al petto e il suo sguardo volgeva all’orizzonte marino interrotto solamente da quelle siepi poetiche impersonate dagli scogli che viaggiano in parallelo al lungomare. Messi per non far erodere la spiaggia sono serviti, al contrario, a consumare il mare e a riconsegnarlo a più miti raccomandazioni.

Zio Pierì, arzillo ottuagenario, dalla battuta facile e dall’aplomb anglosassone (forse il più anglosassone dei piceni mai apparsi sulla terra), mi rammentava, ogni volta che ci incontravamo, che quei benedetti scogli avrebbero dovuto metterli in diagonale per favorire la circolazione dell’acqua e impedire la sua relativa stagnazione. In quelle occasioni mi sentivo un ingegnere idraulico di tutto rispetto e in grado di stupire i miei pari con delle considerazioni tecniche di cui se ne fottevano assai: “Vatte a reponne! Penza a le ragazze e no roppe li cojoni!”- mi rimbrottavano simpaticamente in dialetto.

Anche il mio amico dallo sguardo perso e sorridente non voleva che lo disturbassi più di tanto con chiacchiericci e considerazioni inappropriate al sole appena levato. Senza volgere lo sguardo dagli scogli che inframezzavano l’infinito, mi salutava brevemente e poi calava in un tiepido silenzio. E io con lui.

Sono passate molte lune da quelle discese mattutine. Ci ripenso soprattutto d’estate e mi piacerebbe sedermi ancora accanto a lui e chiedergli: “Ciao, come è andata la vita?” Ma non mi aspetterei alcuna risposta.