Lucio Giunio Moderato Columella: della vite e del terreno nel “De Re Rustica”

Uno dei migliori resoconti della viticoltura romana proviene da Lucio Giunio Moderato Columella[1] intorno al 65 d.C. , il De re rustica): in questo libro i riferimenti al terreno, alle forme di coltivazione, alla morfologia dell’uva, al clima, sono di notevole interesse e racchiudono dei saperi che vengono standardizzati e codificati per essere tramandati. Per la prima volta intervengono fattori che legislazioni moderne ritengono fondamentali nella gestione dell’abbinamento tra le componenti pedo-climatiche, i vitigni e il lavoro umano. Non è importante qui stabilire la veridicità agronomica di quanto affermato da Columella quanto la sua forza esplicativa e prescrittiva in un mondo agricolo in continuo cambiamento: «Nel mondo agricolo, la proprietà fondiaria era costituita da grandi imprese di proprietà patrizia, condotte con manodopera schiavile, fortemente specializzate in produzioni destinate al mercato urbano. I piccoli agricoltori erano progressivamente scomparsi in quanto, a causa dell’impegno nelle campagne militari, erano stati costretti ad alienare il proprio campo. Al loro ritorno erano stati costretti ad inurbarsi, amplificando la domanda di prodotti proveniente dai grandi centri. Si erano così formati veri e propri latifondi che non venivano curati dai proprietari, ma bensì lasciati nelle mani di uno schiavo fidato che assurgeva a quella che potrebbe essere definita la figura del fattore: egli aveva pieni poteri amministrativi ed esecutivi e doveva rispondere solamente a saltuarie verifiche. Aveva autorità sui sottoposti e spesso si rivelava violento. Questa figura, invece di gestire i terreni in modo oculato ed onesto, perseguiva un interesse strettamente personale ed era solita mercanteggiare i prodotti aziendali in maniera illecita, lucrando sui proventi[2].» Columella, nel Libro III, esamina il problema dei terreni adatti ai vitigni, i vivai e le talee per la riproduzione, la preparazione del terreno, il piantamento della vite ed il disegno dell’impianto di un vigneto. Nel IV Libro affronta la profondità dei fossi di drenaggio della vite, i metodi di allevamento e di potatura della vite, i supporti, i metodi di propagazione, la sistemazione dei vecchi vigneti, i doveri del vignaiolo e termina con le norme per il proprietario del vigneto. Altre informazioni sull’impianto del vigneto si trovano nel Libro V e nel nel Libro XII, l’ultimo, si trovano notizie sui vari tipi di vino e sui metodi di vinificazione[3]: «Però l’agricoltore, il quale non dev’essere, come credesi, di mediocre ingegno, ma esperto e accorto, tenga per fermo che quelle varietà di viti, le quali resistono senza soffrire danno alla nebbia, sono adatte alla pianura, laddove sono proprie del colle quelle le quali tollerano la siccità ed i venti. Così pure nel terreno pingue ed ubertoso si pianterà la vigna magra e di sua natura poco feconda, nel magro la vigna fertile, nel denso la forte che germoglia assai, nel polveroso e fertile va piantata quella che scarseggia di sarmenti. Fa d’uopo altresì conoscere che i luoghi umidi non sono acconci alle viti, che producono un frutto di grano[4] tenero e grosso, ma duro e piccolo e fornito di molti vinaccioli, come anche si deve sapere che nel terreno secco crescono le vigne di natura ancora varia. Ma bisogna por mente non solo al terreno, ma anche alla qualità dell’aria; poiché dove c’è per lo più freddo e nebbia, si mettono due specie di viti, cioè le primaticce, i cui frutti maturano innanzi tempo, e quelle che hanno il grano grosso e duro, le cui uve maturano bene tra i ghiacci come quelle esposte al caldo. Similmente con piena sicurezza in  una regione, dove predomina il vento e la tempesta, si metteranno viti robuste e di grano duro, come in quella dove c’è  molto caldo le più tenere, ovvero le viti che fanno grano strettamente uniti. Nelle contrade poi dove c’è placidezza e serenità di clima, si può mettere con fiducia ogni sorta di viti, ma vi allignano meglio quelle i cui grappoli o grani cadono prestamente. Il terreno migliore intanto è sempre quello che, quando non sia né troppo denso né troppo sciolto, si avvicini di più a quest’ultimo: che né magro né molto fertile, si accosti di più al fecondo, ed infine che senza essere in pianura né scosceso, sarà nonostante simile ad un piano inclinato[5]


[1]       «Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.C. – 70 d.C.) vive nel I secolo d.C., sotto la dinastia Giulio-Claudia. Nato a Gades nella Penisola Iberica in una famiglia patrizia appartenente alla tribù Galeria, inizia la carriera militare e nel 34 d.C. giunge al grado di tribuno in Siria. E’ proprietario di terreni in Italia (Ardea, Carseoli e Alba Longa) e in Spagna e si impegna nella elaborazione di un sistema di scienza della coltivazione. La sua opera, il “De re rustica”, può essere considerata il primo trattato di agronomia e il più importante fino al rinascimento. L’opera, scritta intorno al 65 d. C., è in 12 libri (quella che noi possediamo è la seconda edizione), preceduta da una lunga prefazione, dedicata a Publio Silvino; seguono i precetti per coloro qui rusticari velint, sul come scegliere il fondo, sulla disposizione della casa colonica, sui doveri del pater familias: vengono poi indicati (II) i tipi del terreno, l’aratura, i generi delle sementi, del letame; i tipi di vite (III) e i modi della loro coltivazione (IV); la coltura dell’olivo (V); l’impiego dei buoi, dei tori, dei cavalli e il modo di curare il bestiame (VI); l’uso di altri animali, come asini, pecore, capre, maiali, cani (VII); l’utilità degli animali da cortile (VIII); il IX libro, preceduto da una prefazione, tratta delle api e dell’apicoltura; il X libro, che ha per argomento il De cultu hortorum, è tutto in esametri e di fattura virgiliana; infatti l’autore vi raccoglie l’invito fatto da Virgilio nelle Georgiche, che lasciava ad altri il compito di descrivere i giardini; l’XI libro ripete lo stesso argomento del precedente; il XII infine tratta dei doveri della fattoressa, della cura del vino, delle olive, del formaggio; l’autore lo inizia con una prefazione dedicata a Silvino e lo termina dicendo di aver ritenuto di ricordare solo ciò che gli è sembrato particolarmente importante. Le fonti letterarie sono greche e latine: Senofonte, Catone, Varrone, Igino, Cnelso e Virgilio; ma una viva passione per la campagna anima l’intero trattato, sono lamentati i danni dell’urbanesimo, lodati i vantaggi della vita dei campi, una fonte di moralità di benessere, di felicità: «Solo l’agricoltura, che senza alcun dubbio è la più vicina e quasi consanguinea alla filosofia, non abbia né discenti, né maestri.»

Nicolò Passeri, Silvio Franco, L’analisi degli investimenti nel primo secolo dopo Cristo, in «Agriregionieuropa», anno 4, numero 13, giugno 2008

[2]       Ibidem.

[3]       Cfr. Tim Unwin, cit. pag 104

[4]       Acino

[5]       Columella, Libro III, 1.5-8, citato in Luigi Manzi, La viticoltura e l’enologia presso i romani, Edizioni Quasar, Roma 1998, ristampa anastatica del libro stampato a Roma per la Tipografia Eredi Botta nel 1883. Il testo viene preparato dall’autore per il concorso internazionale di attrezzi ed apparecchi di viticoltura, enologia e distillazione, tenutosi a Conegliano nel 1881.

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Un vino benevolmente critico

Paul Cézanne, Les joueurs de carte (1892-95)

Di solito il vino lo sceglieva lui. Bramante era quello che ci metteva i soldi, che pagava il pranzo, il caffè e l’ammazzacaffè e neppure Cosimo, che avrebbe voluto almeno pagare la sua, di parte, era riuscito a liberarsi di tanta liberalità e umana comprensione. Ma quella sera Cosimo non era proprio dell’umore adatto: si era appena separato dalla moglie e i figli, per nulla prodighi, lo avevano abbandonato portandosi dietro quel po’ che, della cantina un tempo gloriosa, gli era ancora rimasto.

Di solito, appunto, perché quella sera Mirko e Mattia il vino lo avrebbero voluto scegliere proprio loro. Il mese precedente non era stato possibile: i piatti ordinati si erano rivelati del tutto improvvisati: spaziavano dal pesce crudo alla moda d’Oriente con intingoli di salsa al rabarbaro e coriandolo; procedevano, dunque, con alcune variazioni di risotto ai carciofi secondo l’antica sapienza creola; si immergevano nelle cozze gratinate al terriccio del Caucaso meridionale; infine si cullavano con  le irreprensibili code di gambero sotterrate in montagne di riso pilaf al ginseng della Manciuria. Mirko e Mattia avevano capito che, se avessero voluto scegliere il vino, sarebbero dovuti partire proprio di lì e non dal cibo. Mirko e Mattia avevano inteso, perché un po’ di formazione l’avevano avuta pure loro e i risultati sperati non si erano fatti attendere, che non si trattava neppure di soldi, ma puramente e semplicemente di condizioni: comprendevano, in altro modo, che non avrebbero potuto ordinate un vino totalmente inviso a Bramante e che potevano bellamente fregarsene sia di Cosimo che di Marta. Del primo se ne è già detto, mentre della seconda sarebbe superfluo aggiungere la benché minima informazione. Bramante stava invecchiando: qualche colpo lo aveva perso negli ultimi tempi e non aveva nessun sommelier a cui affidare l’immensa canina di cui aveva costruito le fortune e su cui, in seguito, avrebbe edificato la sua insperata notorietà e un potere mai difforme ad essa. Bramante, per dirla proprio tutta, voleva un gran bene a Cosimo: qualche finta scazzottata in gioventù, più per mostrarsi alle ragazze che per altro, non aveva impedito loro di continuare, ognuno nelle rispettive imprese familiari, di continuare l’operato dell’altro. Quando sembrava che uno smettesse di investire in un determinato settore vinicolo, ecco che l’altro, di comune intento, provvedeva a recuperare il tempo perso e a proseguire ciò che il primo aveva instradato con vigore e inusitata forza.  Pure nel momento in cui Bramante controllò la pressoché totale distribuzione del Chiaretto del Garda, del Bardolino, dell’Amarone, del Brunello, del Barolo, del Barbaresco, dell’Aglianico di qualsiasi provenienza, dell’Etna rosso e del Primitivo di Manduria, ebbene, pure lì, Cosimo, sebbene gli avesse dichiarato guerra, se ne restò in disparte con il suo grignolino, la barbera, il dolcetto di Dogliani e di Ovada e qualche Chianti sparso tra il Gallo Nero e la Torre di Pisa. Poi vene l’ora di Cosimo e così quella di Mirko e Mattia. Bramante non avrebbe voluto, in alcun modo, che Cosimo non partecipasse più a quelle cene e, con altrettanta cognizione, gli era chiaro che lo scettro della distribuzione sarebbe dovuto passare di mano. Bramante preferì accordare, per quella sera, e per quelle che sarebbero capitate di lì a venire, la scelta del vino a Mirko e Mattia. Avrebbe controllato più facilmente il vaglio della mercanzia, avrebbe fatto stralciare quelli a lui totalmente invisi ma, soprattutto, avrebbe accordato alle selezioni future una generosa e compiaciuta benevolenza critica.

Il vino industriale: Taylor e Ford in cantina.

Locali vinificazione inizi Novecento – Cantina di Santa Croce a Carpi

L’industrializzazione vinicola.

Le ragioni storiche che segnarono il processo di industrializzazione vinicola sono più o meno le stesse che informarono gli altri settori della trasformazione manifatturiera. Già a partire dalla prima metà dell’Ottocento si posero alcuni problemi tra loro intimamente legati:

  1. Razionalizzazione della produzione finalizzata alla realizzazione di processi di produzione standardizzati.
  2. Unificazione dei processi produttivi (vigneto/cantina) tramite aggregazioni di lavoro che facilitassero economie di scala.
  3. Costruzione di un prodotto vino uniforme e riconoscibile sui mercati internazionali.
  4. Riduzioni delle specie coltivate, favorendo quelle resistenti /produttive.
  5. Costruzione di un moderno sistema di conservazione e di commercializzazione del prodotto finale.
  6. Utilizzo delle migliori conoscenze e degli sviluppi in ambito scientifico e tecnologico atte a favorire i punti sopra-indicati.

Questo impetuoso sviluppo del capitalismo agrario, non esente da residui feudali, secondo la definizione di Emilio Sereni[1], portò con sé non solo processi di organizzazione standardizzata del lavoro basati sullo sfruttamento di un larga parte della manodopera agricola salariata e lo sviluppo della piccola proprietà privata contadina a conduzione familiare (come superamento tortuoso dell’istituto contrattuale della mezzadria), ma anche nuove mentalità collettive che trovarono solo in parte una loro collocazione naturale nel nascente movimento cooperativistico: “l’oggetto delle indagini – definito in generale, utilizzando l’apparato concettuale e lessicale elaborato e utilizzato dai maggiori protagonisti di questa storiografia – è quell’insieme di conoscenze, di saggezze anonime e diffuse, inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli, di abitudini e modelli di comportamento automatici, condivisi e persistenti, diffusi in una cultura, e che costituiscono l’attrezzatura mentale collettiva, la radice delle pratiche culturali. Credenze, visioni del mondo, sensibilità, percezioni e rappresentazioni della realtà spesso caoticamente strutturate in nebulose mentali di lunga durata, tali da costituire il basso continuo di una società[2].” Da qualsiasi punto di vista lo si guardasse, il problema era divenuto quello di gestire lo sviluppo nelle sue contraddizioni (di classe, di genere, ambientali…) e di espellere, come anti-razionali, tutte le istanze che problematizzavano tale processo. Sarebbe lungo dibattere sulla storia di chi e in che modo si oppose, ideologicamente, ad un idea di sviluppo lineare della storia, progressivo, congruente dal punto di vista scientifico e chi, invece, lo sostenne a vario titolo. Si dà, in più di un caso, l’intersezione delle due volontà e, a volte, le sfumature prevalsero su istanze monocrome ben situate. Ma sarebbe altrettanto presuntuoso pensare che il dibattito odierno, che investe il lavoro contadino, la produzione artigianale, i vini ‘naturali’… sia tutto frutto di una disputa della contemporaneità informatizzata. Le radici dello scontro sono ben più antiche. taylor

Meccanizzazione e chimizzazione.

Tornando all’Ottocento, risultano interessanti le considerazioni di Giorgio Pedrocco quando sostiene che il processo di industrializzazione della produzione vinicola sia passato attraverso due direttrici: «da un lato la meccanizzazione, dall’altro la chimizzazione del processo di vinificazione; entrambe queste discipline chiedevano dei loro ‘pedaggi’, che lo trasformarono e gli fecero assumere una connotazione industriale. La meccanizzazione riguardò sopratutto le prime fasi del ciclo: alcune macchine come le pigiatrici – diraspatrici e i torchi mossi dalle macchine a vapore, avevano il compito primario di risparmiare lavoro e di far fronte al grosso dispendio di manodopera e all’occupazione di grandi spazi che la pigiatura a forza d’uomo comportava. (…) La chimizzazione riguardava soprattutto le fasi successive alla pigiatura e aveva lo scopo di stabilizzare  il vino per garantire la conservazione e facilitarne trasporto e commercializzazione. Un’operazione completamente nuova, volta a prevenire l’acetificazione del vino era la ‘pastorizzazione’. Messa a punto da Pasteur a metà del XIX secolo, richiedeva un riscaldamento del vino a 60 gradi per distruggere tutte le colonie di microrganismi, soprattutto il Mycoderma aceti e il Mycoderma vini.  (…) Anche il travaso del vino, questa tecnica antichissima che completava la fermentazione e ripuliva il vino attraverso lenti processi di sedimentazione, venne notevolmente agevolato dall’introduzione di pompe che facilitavano e velocizzavano i flussi di liquido da una botte all’altra. In questa fase – per la  stabilizzazione del vino e per evitare l’acetificazione – si doveva operare un trattamento chimico aggiungendo del bisolfito di sodio. Con lo stoccaggio del vino il moderno impianto industriale si distingue dalle cantine tradizionali consentendo, da un lato, all’impresa di far fronte alle necessità di mercato anche nelle annate sfavorevoli attingendo alle riserve e dall’altro, di assicurare al prodotto quelle caratteristiche costanti che realizzavano per i  vini ‘industriali’ un rapporto più consolidato con il mercato. (…) Ulteriori perfezionamenti riguardarono i trasporti ferroviari, dove la società di esportazione Cirio ideò dei vagoni cisterna con rivestimenti interni di alluminio che consentirono un ulteriore salto di qualità nella distribuzione dei prodotti enologici[3]

Parlare dell’industrializzazione enologica significa anche entrare nel merito dell’alfabetizzazione scolastica e della produzione di migliaia di opuscoli divulgativi a carattere pedagogico. Nei primi decenni post-unitari, per la prima volta nella storia della cultura italiana, si assisteva ad un netto aumento della produzione di titoli di argomento scientifico, addirittura maggiore rispetto a quelli letterari. I dati generali furono significativi: nel 1863 in Italia si stamparono 4243 titoli, mentre 23 anni dopo, nel 1886, si arrivò a ben 9003 pubblicazioni. Le divulgazioni con tematiche viti-vinicole[4] ebbero, non diversamente da altri argomenti a carattere tecnico, culturale e sociale, uno sviluppo impetuoso in concomitanza con la crescita di fenomeni, in parte già citati, quali le inchieste agrarie, lo sviluppo delle cattedre ambulanti, la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa, la fede per il progresso e le scienze positive, la diffusione delle conoscenze tecniche e delle tecnologie applicate in vari settori. E dunque le grandi esposizioni internazionali, la nascita delle scuole di specializzazione in campo enologico, la fondazione di associazioni di settore e via dicendo.

F. W. Taylor. ford e taylor

Frederick Winslow Taylor (1856 –1915), ingegnere americano e componente dell’Associazione Americana degli Ingegneri Meccanici (ASME)  presentò, durante gli incontri presso l’associazione, diverse relazioni, che ora sono raccolte in “Direzione di officina, Principi di organizzazione scientifica del lavoro e la Deposizione di Taylor davanti alla Commissione speciale della Camera dei Deputati” sulle sue principali idee in merito all’organizzazione razionale di lavoro in fabbrica. Da lui prende il nome quel fenomeno storico-sociale che va sotto il nome di “fordismo-taylorismo” (il primo termine si riferisce alla Ford –modello T di Henry Ford). L’assunto principale del trattato fu che esiste un modo ottimo ed uno soltanto per compiere qualsiasi operazione del ciclo produttivo. One Best Way indicava il modo più economico per completare una data operazione in termini di quantità e qualità dei movimenti. Naturalmente tutto questo era sottoposto alla decisione tecnica della direzione:  la One Best Way non ammetteva la possibilità di scelte individuali nell’esecuzione del processo produttivo. Non esistendo ritmi individuali, dunque, il lavoro veniva estremamente parcellizzato e scomposto in operazioni semplici. Il prodotto finale si presumeva identico.

Trasporto materiale con carriola[5].

a = tempo per caricare una carriola con qualsiasi materiale;

b = tempo per prepararsi al trasporto;

c = tempo per trainare una carriola carica per metri 30,5 (pari a 100 piedi);

d = tempo per scaricare e voltare;

e = tempo per ritornare per metri 30,5 con carriola scarica;

f = tempo per lasciare la carriola e cominciare a paleggiare (usare la pala);

p = tempo per frantumare un m3 col piccone;

P = percentuale di giornata per riposo e inevitabili interruzioni;

L = carico di una carriola in dm3;

B = tempo per frantumare, caricare e trasportare un metro cubo di terra di una data qualità ad una data distanza.

Allora:

B = (p + [a+b+d+f + (distanza di trasporto)/30,5 +(c+e)] 1000/L )(1 + P)

Così, quasi per concludere.

L’industrializzazione enologica, come già ricordato non diversamente da altre produzioni manifatturiere, introdusse principi similari e modelli funzionali volti alla fabbricazioni di prodotti invarianti al tempo, alle condizione delle uve, ai terreni e via discorrendo. Mentre si aprivano nuove strade produttive, inevitabilmente se ne chiudevano delle altre. Quanto i processi non siano mai lineari, ma forieri di enormi ed insolute contraddizioni è quasi sempre il senno di poi a raccontarlo. Che di alcune invenzioni siano tutti i produttori a beneficiarne, anche su questo non vi è alcun dubbio. Sul prezzo sociale, ambientale e salutare neppure. L’unica certezza, alla fine, che i benefici e i malefici di determinate evoluzioni non sono mai semplici somme o sottrazioni proprio perché il tempo non ne dà una ragione univoca e tantomeno inalterata. Per cui è inevitabile ricordare che ogni scelta è politica e che ogni politica implica un’etica. Per questo mi piace pensare che il vino, la vita e tutto il resto siano delle carriole un po’ zigzaganti.

 


[1] Cfr. Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860 – 1900), Einaudi , Torino 1968 (prima edizione 1947)

[3] Giorgio Pedrocco, Viticoltura e industria enologica, in Pier Paolo D’Attorre e Alberto De Bernardi (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1994, pp. 327 – 329

[5] F. W. Taylor, Direzione di officina in L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano 1952,  pag. 107

la foto iniziale è tratta da cantinasantacroce.it

My grandfather, the Dolcetto wine, the “Merica”

Image from the historical-photographic archive of the Regional Museum of Emigration – Piedmont in the World

At the beginning of the twentieth century the entire Fariglianese (Farigliano is a small town “at the foot” of the Langhe) family of my grandfather emigrated to the United States, to Oakland, California, to try to have a better existence. The father left my infant grandfather (Giovanni Ballauri, dubbed Bastianin, 3 years old in 1905) to his sister, aunt Teresa, “Ginota’s teacher” for the villagers, with the promise that, once settled, they would return to take him. They brought with them the youngest sister still breast-fed.

Many, all over Italy, did it, because life was really bad and in Piedmont no less than in other parts: “My mother as a child went to serve in the countryside as a vachera (herdsgirl), in the parts of San Magno, among people who did well. One morning, while she was going to pasture, and while she was eating a piece of hard bread, she met a man who told her: “Cul pan lì ai tu fa grignà a mangialu e ai tu fa piurà a cagalu. Dailu a la vaca, mi ‘t ne dugn ‘n toc del mé [That bread there hurts you to eat it and makes you cry to shit it. Give it to the cow, I give you a piece of mine]”. My mother had to choose every evening whether to work again or skip the dinner, the mistress said to her: “L’has pì car ’ndà a cugiate o desnò mangié sina e filé ’n füs? You prefer to go to bed, or otherwise eat dinner and spin a spindle? If she worked until midnight to spin the hemp she was due to ‘n tüpinet of soup, otherwise nothing [1]”.

Between 1900 and 1914. In those years 3,035,308 Italians arrived in the United States, which means more than 200,000 expatriates from Italy, on average, every year. A large number of Piedmont farmers and workers emigrated to California for different reasons and not always collimating: a portion of emigrants had been summoned as skilled agricultural workers following the first wine-growing settlements (1881 year of the founding of the Italian Swiss Colony) in the Russian River valley north of San Francisco, as it was attracted to Guasti, in the inner part of the territory of Los Angeles, by the Italian Vineyard Company. A second part, after reaching other North American states, turned to the Californian territory with the myth of the West and the search for gold. This was the case, for example, with other wine growers who are now world famous, such as the Gallo. Stories of emigration and entrepreneurship that were built both through the revival of some founding myths (nationalism, conquest of new frontiers …), and from strong ethnic ties according to racial clichés very alive in the American territory.

The common origin became a fundamental factor in guaranteeing the inflow of capital, by banks and private subjects necessary for the development of the Piedmontese wine business in California. Much of the historiography supports the successful emigration of Piedmontese viticulturists to California had as its cornerstone the Pavesian myth of “I’m at home!”The “Moon and the Bonfires”, inspired by the protagonist of the show, on the subject of the similarity of the Californian hills and the Langhe of Piedmont. Secondly, a large part of the literature has considered the transfer of agricultural and viticultural skills, particularly from the old continent to the new, as the natural outcome of sure entrepreneurial success. On the contrary, deeper historical investigations show how much and how human intervention, at the cost of unimaginable efforts and exploitation, iron will and the above mentioned community economies have been the necessary presuppositions for the cultural and landscape transformations that slowly lead us to the places of wine of the Californian present [2].

My grandfather’s parents Gianni never came back to pick him up: his father wrote several letters to his sister Teresa to have him boarded for the “Merica”. But he nothing: he was well there, in Farigliano, with his aunt.

They also had some land on, in the hamlet of Cornole, “a vineyard that climbs the back of a hill until it goes into the sky [3]”, as a sweet. Master Teresa sold the vineyard, in the early seventies, to her sharecropper Giacomo Gillardi, so that he could continue, in other hands, the history of the vineyard and the family. Since then, the vineyard has been called “Maestra Vineyard” and Dolcetto wine has been produced on its own since 1982 thanks to the new family oenologist Giacolino Gillardi, “Maestra”, and now Dogliani “Maestra”.

[1] Il più povero di Peveragno è più ricco del ricco di allora – Caterina Toselli, vedova Tassone, detta Nuia, nata a Peveragno, classe 1890 – Da Il mondo dei vinti, Einaudi, ed. 1977, 1997, p. 32 in http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/percorsi/percorsi_50.html

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera. Vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il Proibizionismo, Otto, Torino 2008

[3] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1946

Vinitaly just before the rain

I start from the premise, which is not demonstrable, but rather reasonable, that every work of art creates both its precursors and its successors, as Malraux said before Borges and then Genette after all: “one no longer listens to Wagner in the same way after Schönberg, nor Debussy after Boulez; nor Baudelaire after Mallarmé, Austen after James, James after Proust”. Then, removing the specification about art and leaving the work to itself without too many frills, so as not to get caught up in a suspended debate (whether wine is art or not), I find myself in the unfortunate condition of having to affirm that every wine tasted during a fair does not only modify the evaluation parameters of those tasted previously but, in a considerable way, that it creates a perceptive, aesthetic and palpably consoling model of all those who will succeed it.

You could say that this is not so because, jumping from pole to pole, from a pignoletto to a verdicchio, or from a Genoese bianchetta to a lovingly oxidized albana, there are big differences. Just as the sensations pass from the loving attention and dedication of a producer to the more improbable and convulsive crowd aimed at grabbing the last vinous product, or, on the contrary, from the winegrower’s sinuous introversion under the counter to brandish what has been and never will be or what is not yet and perhaps will become. However, it is not a matter of tactile sensations put to the test by a meticulous capacity for abstraction and the recomposition of the taster from one banquet to another, but of the intrinsic capacity of each wine (and the conditions of its use) to allow us to replant, backwards, the interpretative criteria of those that preceded it. In the same way, each tasting anticipates the following one, conditions its scope, its shape and, nevertheless, its substance. We always start from the end and I am not the first to say so. The curious and improbable succession of tastings should highlight more aspects of interrelationship between very different frequentations than the ecumenical distance of the rows where banquets, tables and glasses are ordered sequentially.

Before going out, when time begins to emphasize the lack, just at the extreme corner of the spurred cordon of the FIVI, I stop from Vada where, for a thread of land, a wine can not become another and it is not undoubtedly a sin: The “Langhe nebbiolo 2017” remains such between Neive and Mango, a pause in steel for a few months, does not mention the sustained permanence of evolution, but in its extreme essential expressive, taut, vibrant and tasty, makes it clear that he does not miss anything to belong to the rank of those beyond the border. The same psycho-physical composition that hovers over the “Moscato 2017“: to the soft sweet sensations, the fresh salinity of white peaches, sage, mint and lemon peels grace this wine of very pleasant grace. Tension for tension I come to this last table from an unbroken sequence not bad: lastly Ancarani, standing, Marta Valpiani sitting with others (you waste the jokes) and Bele Casel, from which the progression starts, sitting with others (the jokes begin to waste) but with the soppressa. Ancarani, there is nothing else to say, dries his whites, the albana “Sânta Lusa 2015” above all and also the “Famoso 2017“, which is a grape beyond like all the others but less famous, of all the possible sugars and imaginable. So if you start with an idea not so much of the albana itself, but of a possible winemaking, well! do another! Then it is clear that if the grapes are overripe something to honey you have to grant it and also that to the fruit in alcool, the yellow one, but to the sugars just nothing. It closes dry, which is a nice drink, also the Sangiovese “Oriolo 2016”, at first sight sharp and thin, but only if you do not let it pass enough to know how last.

In purity and delicacy it precedes the “Sangiovese Superiore 2016” by Marta Valpiani which, after the meticulous floral finesse, once again has a strongly iodized marine imprint. And only foolishly could one think that what has happened up to that point is so far away, just because it is Prosecco and, what is more, with the bottom, from what happens shortly afterwards with Romagna in bloom. Because, if there is one thing to say among the many so far said in so many different places, it is that in the “Prosecco Colfóndo 2015” of Bele Casel the crust of bread and the return of fresh and bitter wine climb, almost as would Luca Ferraro with his bike, over small mountains of salt crystals. And these are tasting notes I like the most, especially when the summer heatwave stretches its mocking gaze over our heated heads. And to say that I come from a pavilion frome the opposite direction and, more precisely, from a producer that I have never had the opportunity to taste (as the most in the known world): Putzenhof. The name refers to the oldest of the local D.O.C., just above Bolzano. I should say well of everyone, but to be fair I say better than some: the “Valle Isarco 2017 kerner“. The climb on the mineral hills (you can find the synonym you like best) is made from white flowers, apples of different colors, acidity and crunchiness, pears in random order, grapefruit and an exotic turn on the mango that throws it a little ‘on the Latin American dance party. I was referring to the very first local DOC, the hills of Bolzano: “Putzenhof Bozner Leiten 2017“: here we have a wine that preserves a vast idea of territory that starts from the lake and climbs uphill, hills and heights. Schiava, lagrein and pinot noir: the first more than any other grape variety. And the last less of the other two both individually and in sum (the solution is on page 10). It is probable that here too, historically, not only wines from a single grape variety have been produced, as we know today, but also balance cuts and great pleasantness of small and tender berries.

All this after a long stop in the land of Montalcino: sit both in San Lorenzo and just before at the Fattoria dei Barbi, which looks like a small annual summit made of brunello and sausage. Of San Lorenzo I report one thing that Emanuele Giannone wrote at the time: I agree so well and he write it so well that it would not have made sense to rework my thought a posteriori. “Bramante Riserva 2006“: “Rule of Love. A perfect wine. Does without analysis, scores, autisms, ‘aulenti’ notes, etc.. It simply asks you to go drink and do the night and enjoy and eventually take it seriously. Because it’s not easy: it’s beautiful and alive, it burst with life and desires. Exciting for its goodness, the drinkable is defined by the range of variation between affection and voluptuousness. With reason and feeling, one of the most immediately, instinctively good wines drunk in recent times“. (Intarvino)

Vigna del Fiore 2007” of the Fattoria dei Barbi wins, by unanimous vote of the jury that coincides with myself, the palmarès of the summit: it literally opens into the glass with considerable vigour and richness: earthy and salty, imprints cherries tending to black, plums, blueberries up to the middle palate, and then turns to licorice, leather and dark chocolate. The tannins have a very thick, dense texture and in perfect harmony with the consistency of the color and structure of the wine.

It may happen that the structure, width and preponderance are recalled by its relative and not absolute opposites: I approach Montalcino from two positions, a Piedmontese and a Ligurian one of quite different sign. Impact in Piedmont accidentally after Liguria searched. The Barbera d’Asti doc Superiore “La Cappelletta 2015” of Cascina Barisel tells of a barbera that looks like you imagine: think of Asti and donkeys, bagna caòda, of fritto misto, Paolo Conte, wine, superior wine, in short, this. Above all: a nice acid vein straight, alive, which does not give discounts to the jovial fruit, ripe, dark red that is still well present. “L’avija“, from overripe Muscat grapes: ualà (voilà) as several friends of those parts would say.

I don’t want to be too biased, but some western Ligurian wines howl at the moon. So I leave from Levante, from Tolceto – Comune di Ne, from the last tasted a bit by chance a bit by luck, “Bianco 2017” of the farm Ricolla, produced by the lees of vermentino and bianchetta. Daniele Parma says that he does it because it was done at a time when nothing was thrown away and in Liguria more than anywhere else. A wine of those who sink or swim. And this “swim” very well: a real surprise because it is as if it kept together, in their best form, exuberant and also this time salty, the bianchetta and vermentino, leaving however that they open juicy to the palate. I was just saying about the wines howling at the moon: three red Dolceacqua wines just because I have to choose. I cannot write a guide. Thus begins the morning of the last day: The Rossese of Dolceacqua Superiore “Posaù 2016” by Maccario Dringenberg; the “Bricco Arcagna 2016” by Terre Bianche and, finally, the Rossese “Galeae 2016” by Ka*Manciné.

I enter to Vinitaly, on Tuesday 17 April 2018, just before the rain that I will be encountering on the same evening, in the humid and steaming alleys of Genoa.

The first image is taken from science-natural.com, while the second from criterionconfessions.com blog

Vinitaly subito prima della pioggia

Parto dall’assunto non dimostrabile, ma abbastanza ragionevole, che ogni opera d’arte crei tanto i suoi precursori quanto i suoi successori, come disse Malraux prima di Borges e poi Genette dopo di tutti: “non si ascolta più Wagner nella stessa maniera dopo Schönberg, né Debussy dopo Boulez; né Baudelaire dopo Mallarmé, Austen dopo James, James dopo Proust”. (G. Genette, L’opera dell’arte. Immanenza e trascendenza, Clueb, Bologna 1999). Togliendo, poi, la specificazione d’arte e lasciando l’opera a se stessa senza troppi orpelli, per non invischiarmi in un dibattito sospeso (se il vino sia arte o meno), mi trovo nell’infausta condizione di dover affermare che ogni vino assaggiato durante una fiera non modifica unicamente i parametri valutativi di quelli assaggiati precedentemente ma, in maniera considerevole, crea un modello percettivo, estetico e palpabilmente consolatorio di tutti quelli che gli succederanno. Potreste dire che non è così perché, transitando di palo in frasca, da un pignoletto ad un verdicchio o da una bianchetta genovese ad una albana amorevolmente ossidata, ce ne passa e di molto. Così come le sensazioni transitano dall’amorevole attenzione e dedizione di un produttore alla più improbabile e convulsiva ressa finalizzata all’accaparramento dell’ultima derrata vinosa o, al contrario, dalla sinuosa introflessione del viticoltore sotto il banco a brandire quello che è stato e mai più sarà o quello che non è ancora e forse diventerà. Non si tratta però di sensazioni tattili messe alla prova da una capacità meticolosa di astrazione e di ricomposizione del degustatore da un banchetto all’altro, quanto della capacità intrinseca di ogni vino (e delle condizioni della sua fruizione) di permetterci di reimpiantare, a ritroso, i criteri interpretativi di quelli che lo hanno preceduto. Allo stesso modo, ogni lettura degustativa precorre quella successiva, ne condiziona la portata, la forma e nondimeno la sostanza. Si parte sempre dalla fine e non sono certo il primo a dirlo. La curiosa ed improbabile successione degli assaggi dovrebbe metter luce più aspetti di interrelazione tra frequentazioni assai diverse piuttosto che la distanza ecumenica dei filari in cui banchetti, tavoli e bicchieri sono sequenzialmente ordinati.

Prima di uscire, quando il tempo comincia  a rimarcare la mancanza, proprio all’angolo estremo del cordone speronato della FIVI, mi fermo da Vada dove, per un filo di terra, un vino non può diventare un altro e non è detto che questo sia un peccato: il “Langhe nebbiolo 2017” rimane tale tra  Neive e Mango, sosta in acciaio per qualche mese, non ammicca alle sostenute permanenze evolutive, ma nella sua estrema essenzialità espressiva, tesa, vibrante e sapida, fa capire che non gli manca proprio nulla per appartenere al rango di quelli oltre il confine. La stessa composizione psico-fisica che aleggia sul “Moscato 2017”: alle soffici sensazioni dolci, la fresca salinità delle pesche bianche, della salvia, della menta e delle scorze di limone graziano questo vino di piacevolissima leggiadria. Tensione per tensione vengo a quest’ultimo banco da un filotto energetico niente male: in ultimo Ancarani, in piedi, Marta Valpiani seduto con altri (si sprecano le battute) e Bele Casel, da cui parte la progressione, seduto con altri (le battute cominciano a sprecarsi) ma con la soppressa. Ancarani, non c’è che dire, prosciuga i suoi bianchi, l’albana “Sânta Lusa 2015” sopra tutti e pure il “Famoso 2017”, che è un vitigno di là come tutti gli altri ma meno celebre, di tutti gli zuccheri possibili e immaginabili. Quindi se partite con un’idea non tanto dell’albana di per sé, quanto di una sua possibile vinificazione, ebbene fatevene un’altra. Poi è chiaro che se le uve sono surmature qualcosa al miele lo devi pur concedere e malgrado ciò alla frutta sotto spirito, quella gialla, ma agli zuccheri proprio un bel niente. Chiude asciutto, che è un bel bere, pure il sangiovese “Oriolo 2016”, a prima vista affilato e sottile, ma solo se non lo si lascia transitare quel che basta per sapere quanto dura. In purezza e delicatezza precede il “Sangiovese Superiore 2016” di Marta Valpiani di cui mi sovviene, dopo le minuziose finezze floreali, ancora un volta, un’impronta marina fortemente iodata. E solo scioccamente si potrebbe pensare che quello che è accaduto fino a quel moneto sia così distante, solo perché si tratta di Prosecco e per di più col fondo, da quello che accade di lì a poco con la Romagna in fiore. Perché, se c’è da dire una cosa tra le tante sinora dette in tanti luoghi diversi, è che nel “Prosecco Colfóndo 2015” di Bele Casel la crosta di pane e il ritorno fresco e amaro del vino si arrampicano, quasi come farebbe Luca Ferraro con la sua bici, sopra piccole montagne di cristalli di sale. E sono note queste che mi piacciono più di altre soprattutto quando la canicola estiva allunga il suo sguardo irridente sulle nostre teste accaldate. E dire che vengo da un padiglione agli antipodi e, più precisamente, da un produttore che non ho mai avuto modo di gustare (come i più nel mondo conosciuto): Putzenhof. Il nome rimanda alla più antica delle doc locali, poco sopra Bolzano. Dovrei dire bene di tutti, ma per essere equo parlo meglio di alcuni: il “kerner Valle Isarco 2017”. La rampicata sulle colline della mineralità (potete trovare il sinonimo che vi piace di più) è fatta da fiori bianchi, mele di diversi colori, acidità e croccantezze, pere in ordine sparso, pompelmo e una virata esotica sul mango che la butta un po’ sulla festa da ballo latino-americana. Accennavo alla primissima doc locale, colli di Bolzano: “Putzenhof Bozner Leiten 2017”: qui abbiamo un vino che tiene dentro un’idea vasta di territorio che parte dal lago e s’inerpica su per dossi, colli e alture. Schiava, lagrein e pinot nero: il primo più di tutti. E l’ultimo meno degli altri due sia individualmente che come somma (la soluzione è a pagina 10). E’ presumibile che anche qui, storicamente, non si realizzassero solo vini da monovitigno, come è dato conoscere oggi, ma tagli di equilibrio e grande piacevolezza di piccoli e teneri frutti di bosco.

Tutto questo arriva dopo una lunga sosta nelle terre di Montalcino: seduti sia a San Lorenzo che alla Fattoria dei Barbi poco prima, che sembra un piccolo summit annuale a base di brunello e salsiccia. Di San Lorenzo riporto una cosa, che a suo tempo scrisse Emanuele Giannone: sono così d’accordo ed è scritta talmente bene che non avrebbe avuto alcun senso rielaborare un mio pensiero a posteriori. “Bramante Riserva 2006”: “Let Love Rule. Un vino perfetto. Fa a meno di analisi, punteggi, aulismi, aulenti note etc. Chiede semplicemente di uscire e bere e far notte e godere e alla fine di prendersi sul serio. Perché non è facile: è bello e vivo, scoppia di vita e di voglie. Travolgente per bontà, ha beva definita dal campo di variazione tra affetto e voluttà. A ragione e sentimento, uno dei vini più immediatamente, istintivamente buoni bevuti negli ultimi tempi”. (Intravino)

Vigna del Fiore 2007” della Fattoria dei Barbi vince, per unanimità di giuria che coincide con me stesso, il palmarès del summit: si schiude letterariamente nel bicchiere con notevole vigore e ricchezza: terroso e salato imprime sino al medio palato ciliegie durone tendenti al nero, prugne, mirtilli, per poi voltare sulla liquirizia, il cuoio e il cioccolato fondente. I tannini hanno una trama molto fitta, densa e in perfetta armonia con le densità del colore e della struttura del vino.

Può capitare che a richiamare struttura, larghezza e preponderanza siano i suoi opposti relativi e non assoluti: mi avvicino a Montalcino da due postazioni, una piemontese e una ligure di segno alquanto diverso. Impatto in quella piemontese casualmente dopo la Liguria cercata. Il Barbera d’Asti doc Superiore “La Cappelletta 2015” della Cascina Barisel racconta di una barbera che t’aspetti: pensi ad Asti e agli asini, alla bagna caòda, al fritto misto, a Paolo Conte, al vino, a quello superiore, insomma a questo. Su tutto: una vena acida bella dritta, viva, che non concede sconti al frutto gioviale, maturo, rosso scuro che è pur ben presente. “L’avija”, da uve moscato surmaturate: ualà (voilà) come direbbero diversi amici di quelle parti.

Non vorrei essere troppo di parte, ma alcuni liguri di Ponente ululano alla luna. Perciò parto da Levante, dalla  Località Tolceto – Comune di Ne, dall’ultimo assaggiato un po’ per caso un po’ per fortuna, Il “Bianco 2017” dell’azienda agricola Ricolla, prodotto dalle fecce del vermentino e della bianchetta. Daniele Parma racconta che lo fa perché lo si faceva nei tempi in cui non si buttava via nulla e in Liguria più che da altre parti (e tutti sappiamo il perché). Un vino di quelli che o la va o la spacca. E questo “la va” benissimo: una vera sorpresa perché è come se tenesse insieme, nella loro forma migliore, esuberante e anche questa volta salina, ma senza mai sbrodolare che “maniman”, la bianchetta e il vermentino, lasciando però che si aprano succosamente al palato. Dicevo poc’anzi dei vini che ululano alla luna: tre rossese di Dolceacqua solo perché devo scegliere. Mica posso scrivere una guida. Così inizia la mattinata dell’ultimo giorno: Il Rossese di Dolceacqua Superiore “Posaù 2016” di Maccario Dringenberg; il “Bricco Arcagna 2016” di Terre Bianche e, per concludere, il rossese “Galeae 2016” di Ka*Manciné.

Così entro al Vinitaly, quel martedì 17 aprile 2018, subito prima della pioggia che incontrerò, la sera stessa, nella Genova dei vicoli inumiditi e fumanti.

 

 

La prima immagine è tratta da scienze-naturali.com, mentre la seconda dal blog criterionconfessions.com

 

Tavernello. The latest TV commercial

What I am going to do is to analyze the last television commercial of Tavernello: I will make, in this regard, specific references to some semiological, historical and philosophical theories whose final outcome can only be political. I would add that this level of evaluation does not in any way presuppose a moralistic judgment in respect of the commercial in question, nor, even less, an aesthetic opinion that I am happy to leave to everyone’s taste. The direction and photography of the commercial are the work of photojournalist Fabio Bucciarelli (winner of the Robert Capa World Medal) and photographer Stefano Morcaldo, while the campaign was designed by Lorenzo Marini Group.

The commercial is a succession of moving photographs: there is not only a sequential switch from one photo to another, but each individual photo is told with a different focus. The lens widens and narrows within the same visual spectrum, thus causing an effect of extending the gaze to the entire scenario occupied by photography. What they want to achieve is the voluntary and subjective effect of perception: it is not the advertisers who propose us a comprehensive and detailed view of the individual photographs, but it is we who, in an apparently spontaneous way, as if we were present in the image itself, move our eyes to broaden the view or to specify a particular. The first effect, therefore, is one of reversal: it includes the direct participation, even if fictitious, of the user of the spot in the landscape represented.
Halfway through the commercial (29 seconds) we cross the eyes and wrinkled face of a farmer: the exchange of glances is intense, deep, impenetrable. The principle is the same: to cancel the distance between the photographed subject and his observers. Photography thus becomes the analogon, according to Roland Barthes’ definition, of reality: it disappears to show the object it represents, which in turn conquers full and total visibility. (Roland Barthes, The obvious and the obtuse, Vintage Publishing 1993 and Camera Lucida: Reflections on Photography, Farrar, Straus and Giroux, 1981).
Only apparently we are faced with the mythical power of the pure denotation of photography (the relationship between the word and the object it wants to express) in which the image would represent nothing but the first meaning communicated: the vineyards, the farmers, the cellar, the harvest … In reality “a photographic discourse is a system within which culture directs photographs towards different representative functions. (Allan Sekula, On the invention of Photographic meaning, New York 1975). Denotation is not the first meaning, but pretends to be the first meaning: under this illusion, in the end, it is only the superior myth with which the text claims to return to the nature of language, to language as ‘nature’. Myths serve the ideological function of naturalizing the values, attitudes and dominant cultural and historical beliefs. In other words, myths work to make these principles seem completely natural, normal, evident, timeless, and therefore objective and reliable reflections on the way things are going. The first order (or level) of significance (denotative) is seen as the narration of real: the relationship between the word and the designated object. Nomina sunt consequentia rerum according to Dante’s adage (Vita Nuova XIII, 4). The second order of significance (connotative) reflects the “expressive” values that stick to a sign. In the third order of meaning (mythological) the sign reflects the main culturally variable concepts at the base of a particular world view (ideology).
Also in art history, the famous Warburg school (which included Aby Warburg (1866-1929), Fritz Saxl (1890-1948), Erwin Panofsky (1892-1968), Edgar Wind (1900-1971) and Ernst Cassirer (1874-1975) worked on a new approach to images, whose summa was Panofsky’s book published in 1939 (Studies on iconology) in which three levels of interpretation were distinguished, corresponding to three levels of meaning in the work itself. The first of these levels was the preiconographic description, which referred to “natural meaning” and consisted of the identification of objects (such as trees, buildings, animals and people) and events (meals, battles, processions and so on). The second level was the iconographic analysis in the strict sense, which concerned the “conventional meaning” (recognizing a dinner as the Last Supper or a battle as the Battle of Waterloo). The third and last level was that of iconological interpretation, which differs from iconography in that it deals with “intrinsic meaning”, that is, “those basic principles that reveal the basic attitude of a nation, a period, a class, a religious or philosophical persuasion”. (Peter Burke, Eyewitnessing: The uses of images as historical evidence, Reaktion Books 2001).
Therefore, those images are the face of multiple meanings whose primary sense, self-evident precisely, naturalizes the political, ideological, philosophical and cultural sense of the same: the male faces, to which the historical sense is entrusted, the representation of the true viticulture, the intense and distant looks, the strength of the arms and shoulders, the wise use of ancient tools, the tradition that is renewed, generosity and pride are personified, but this could only be the case, by the elderly and hands soaked in earth and hard work that cut bread or that hold a glass of wine proudly distant even in the form, like the furrows of their faces, from today’s modern tasting. The only exception granted, and to a partially different extent, is the man in the cellar whose shadow profile traits are perceived (32 seconds). The freshness, on the contrary, the drinkability and affectivity of wine are feminine, young, but at the same time are made of seriousness, strict looks and commitment. Nothing, the narrating voice reproaches us as if it were a warm vocal caption, it is easy: the simplicity that we, simple simplifiers of the work of others, assume is made of fatigue, expectations, fatigue: all the scenic representation does not give space to industrialization and mechanization of work in the vineyard and in the cellar. Even combing the vineyards refers to a graceful and timeless hairstyle. Each part keeps the others tied to itself and the narrative form turns to black and white as the primordial condition of the true story: “Black and white photos are the magic of theoretical thought, since they transform linear theoretical discourse into surfaces. In this lies their particular beauty, which is the beauty of the conceptual universe. Many photographers prefer black-and-white photos to color photos, because they more clearly show the meaning of photography, which is the world of concepts. Black and white photos are more concrete and, in this sense, more true; they reveal their theoretical origin more clearly; and vice versa, the more the colors become “authentic”, the more they are false, and the more they conceal their theoretical origin (Vilém Flusser,Towards a Philosophy of Photography, Reaktion Books 1983).
Then, breaking the flow of the narrative (41 seconds), almost bringing the public back to the level of the non-mythical and not mythical reality, burst the color of a ruby red wine as the blood of the earth, says the voice narrating, poured this time in a glass that winks at the contemporaneity. But only for a moment the colored interference, which gives the public an account of what the voice supports with words, reminds us back to the story of truth made of tenderness, strength and love. Finally, the advertising closes with color and a carton that, in its stentoreal, rectangular and three-dimensional propensity, embodying the architectural geography of the skyscrapers of industrial viticulture, seems to lay solid foundations in the barrels of yore and in the story conducted up to here: “Affective investment, degrees of intensity, tension style, modal device are, together with time, appearance and rhythm, the components through which to analyze the advertising passion, which can be presented as a passion enunciated, when it stages the construction, transformation and manifestation of a specific emotion or passion, but also as a passionate discourse, when passion is not contained in a statement but is the expression of the enunciation as a projection of simulacra”. (Cinzia Bianchi, SPOT. Semiotic analysis of audiovisual advertising, Carocci, Rome 2005).
Now, to conclude, it would be interesting to understand the reasons for this advertising compared to a company, Caviro, which is second to none in terms of numbers and turnover. A turnover of €306 million (2016), which, as the narrator has heard, involves 13,000 people in 30 wineries throughout Italy: “The Group, leader in the large-scale distribution of Tavernello wine, achieved an added value of €43 million in 2016. EBITDA (Gross Operating Margin) recorded in 2016 was equal to 17 million euro net of the extraordinary liquidation of the shareholders’ wine, which represents 90% of the total. The result for the year was 1.3 million euro, and the strengthening of the capital base continued, with Group shareholders’ equity reaching 91 million euro and the Net Financial Position reaching 56 million euro”. One of the reasons is certainly linked to the decrease in wine consumption in Italy where “the top product, Tavernello, suffers a little from the shift in consumption towards the premium segments of the market, while remaining the best-selling wine ever”. (Source: The numbers of the wine). (http://www.inumeridelvino.it/tag/caviro).
The Tavernello, like many other Caviro products http://www.caviro.com/ , has found new strength and propulsion from exports even if the question of duties (Russia and in the future England) makes promotion uncertain on some foreign markets. Hence the need to strengthen the patriotic bond and nothing better than doing so through the attempt to reconstruct an identity model anchored in rural, traditional intentions and with strong images that refer to a common sense widely shared of more or less stereotyped emblems of agricultural models of the past. Some contradictions are obvious and do not only concern the forms and content of the advertisement. But it is not certain that it will not work for the same reason.