Qualcuno dice di saperla lunga sulla vigna e sul vino. Mai abbastanza: meglio guardarsi indietro di 2000 anni

Fratelli Alinari, “Bacco e Ampelo”. Fotografia di una statua romana conservata presso la Galleria degli UffiziFirenze Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32454860

Di Lucio Giunio Moderato Columella, se provate a dare una scorsa al blog, ne avevo già parlato. Non dirò nulla di più e vi invito a prendervi (e a leggervi) il suo meraviglioso trattato, ” De re rustica – L’arte dell’agricoltura” (65 d. C. circa) che trova in appendice un altro splendido ‘compendio’: il “Liber de arboribus”  da cui è tratto il seguente brano. Non badate agli errori, che vene sono e non poteva che essere così. Guardate, piuttosto, alla sapienza pratica e alle espressioni che, rimandando a conoscenze che oggi, con linguaggi parzialmente diversi e suffragati da scientificità che allora non si potevano in alcun modo dare, sono diventati senso e pratiche comuni di alcuni che il vino fanno e di alcuni che di vino scrivono. In alto il testo tradotto da Rosa Calzecchi Onesti (edizioni Einaudi, Torino 1977). In basso l’originale in latino.

Criteri da seguire nel piantare la vigna. Poni la vigna in un campo che abbia riposato. Infatti, dove è già stata una vigna, quello che tu vi piantassi prima che siano passati dieci anni attecchirà molto a stento e non prenderà mai vigore. Prima di piantare la vigna, esamina di quale sapore sia il campo; il sapore del vino infatti corrisponderà al gusto della terra. Si potrà giudicare del sapore e della terra, come ho insegnato nel primo volume, stemperandola in acqua, e assaggiando quest’acqua dopo che avrà decantato. La terra più adatta alle viti è quella areosa, sotto la quale vi sia dell’acqua dolce; buono è anche un campo dello stesso genere sotto il quale sia del tufo; altrettanto utili è la terra alluvionale e soffice. Anche un sabbione sotto cui si trovi dell’argilla dolce conviene alle viti. Al contrario, tutti i campi dove la terra durante l’estate si spacca non sono adatti alle viti e alle piante da frutto: infatti, lo strato inferiore del terreno è quello che nutre la vite e gli alberi, quello superiore li protegge. I sassi che si trovano nella parte superiore del terreno danneggiano tanto gli alberi che le viti; se si trovano nello strato più profondo, tengono fresche le radici. Anche la terra non troppo densa e non troppo rada è ottima per le viti, ma quella che assorbe immediatamente le piogge, come pure quella che troppo a lungo le lascia rimanere in superficie, sono da evitare. Invece è utilissima una terra che alla superficie sia alquanto leggera, e densa intorno alle radici. Sui monti e nei terreni in declivio le viti tardano a prendere forza e lo fanno con difficoltà, ma offrono poi un vino robusto e di ottimo sapore. Nelle zone piane e umide le viti vengono robustissime, ma fanno un vino di sapore debole che non dura. E poiché abbiamo finito di parlare della piantine e delle qualità del terreno, ora parleremo dei vari generi di vigna. 

De vineis constituendis. In agro requieto vineam ponito. Nam ubi vinea fuit, quodcitius decimo anno severis, aegrius conprehendet nec umquam roborabitur. Agrum antequam vineis obseras, explorato qualis saporis sit; talem enim etiam gustum vini praebebit. Sapor autem, sicuti primo docuimus volumine, conprehendetur, si terram aqua diluas et, cum consederit, tum demum aquam degustes. Aptissima vitibus terra est harenosa, sub qua constitit dulcis humor, probus consimilis ager, cui subest tophus, aeque utilis congesta et mota terra. Sabulum quoque, cui subest dulcis argilla, vitibus convenit. Omnis autem, qui per aestatem finditur ager, vitibus arboribusque inutilis. Terra inferior alit vitem et arborem, superior custodit. Saxa summa parte terrae vites et arbores laedunt, ima parte refrigerant, et mediocri raritudine optima est vitibus terra; sed ea, quae transmittit imbres aut rursus in summo diu retinet, vitanda est. Utilissima autem est superior modice rara, circa radices densa. Montibus clivisque difficulter vineae convalescunt, sed firmum probumque saporem vini praebent. Humidis et planis locis robustissimae, sed infirmi saporis vinum nec perenne faciunt. Et quoniam de seminibus atque habitu soli praecepimus, nunc de genere vinearum disputabimus.

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Le grammatiche della degustazione

Prisciano e la grammatica, formella del Campanile di Giotto, opera di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze

Usare, strutturare, definire e comporre una grammatica non significa soltanto fissare e descrivere le norme che regolano l’uso letterario di una lingua. Significa, in altro modo, procedere alla costruzione dei significati politici della lingua stessa, le sue legittimità d’uso, i suoi divieti, le sue prescrizioni e i suoi precetti.

È possibile che, al medesimo tempo, coesistano grammatiche diverse e, a volte, significativamente diverse. La coabitazione non rimanda, però, in alcun modo alla condivisione dei medesimi spazi. Alcune grammatiche prevalgono ineludibilmente sulle altre: vuoi il senso comune che si àncora a motivi precedenti e li traduce in prassi e sentimenti collettivi; vuoi i rapporti di forza (economici, sociali, culturali…) che hanno permesso il prevalere dell’una sulle altre; vuoi le conformità e le difformità collettive di un’epoca; vuoi le strutture che formano e informano i saperi comuni in cui il linguaggio si sforza di rendere comprensibile, a volte plausibile, la cosa a contendere o ad intendere. Parlare la stessa lingua rimanda, metaforicamente, ad un sentire comune e ad intendersi su di esso: “Che cos’è il cibo? Non è soltanto una collezione di prodotti, bisognosi di studi statistici o dietetici. È anche e nello stesso tempo un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti. […] Dal momento in cui un bisogno viene preso in carico dalle norme di produzione e di consumo (in poche parole, dal momento in cui passa al rango di istituzione), in esso non è più possibile dissociare la funzione dal segno della funzione reale; il che è vero per l’abbigliamento, ed è altrettanto vero per il cibo; quest’ultimo è probabilmente, da un punto di vista antropologico (d’altronde perfettamente astratto), il primo dei bisogni; ma dacché l’uomo non si nutre più di bacche selvatiche, questo bisogno è sempre stato fortemente strutturato: sostanze, tecniche, usi entrano gli uni e gli altri in un sistema di differenze significative, e a quel punto la comunicazione alimentare è fondata. E la prova della comunicazione non è data dalla coscienza più o meno alienata che i suoi utenti possono averne; è data semmai dalla docilità con cui tutti i fenomeni alimentari costituiscono una struttura analoga agli altri sistemi di comunicazione. Gli uomini non hanno difficoltà a credere che il cibo sia una realtà immediata (bisogno o piacere), senza che ciò crei un ostacolo al fatto che esso costituisca un sistema di comunicazione. E il cibo non è il primo oggetto che essi continuano a vivere come semplice funzione, proprio nel momento stesso in cui lo costituiscono come segno”. (Roland Barthes, L’alimentazione contemporanea”, in Scritti, a cura di Gianfranco Marrone, Einaudi, Torino 1998)

Quando il parlante è costretto a spiegare i principi e il senso delle sue proposizioni, ebbene, proprio in quel momento egli o ella è tenuta a dare una nuova grammatica alle parole pronunciate. Il successo o meno della nuova grammatica dipenderà da diversi fattori e condizioni: ancora una volta non è possibile darsi spiegazioni senza coinvolgere molteplici motivi, di peso, di misura e di temporalità. Ogni profeta e condottiero o leader autentico “«enuncia, crea e promuove nuovi precetti»; ma tale novità, questo è il punto fondamentale, non è l’espressione di una «semplice alternativa», ma di una «presa di posizione» interna ad una struttura valoriale polarizzata, i cui poli sono «senza possibilità di conciliazione», sono cioè connessi gli uni agli altri da una connessione di tipo grammaticale. L’enunciazione del pretendente capo carismatico non avrebbe cioè alcun senso sociologico se non fosse l’espressione di una presa di posizione oppositiva espressa, in questo caso, nei confronti di un co-esistente ordine normativo di tipo impersonale”. (Andrea Sormano, Weber, Wittgenstein e la grammatica del senso, in Quaderni di sociologia 17 | 1998 -Mutamenti della struttura di classe in Italia, teoria e ricerca p. 124-146)   

In ogni caso e in qualunque modo grammatiche molto diverse o sostanzialmente antitetiche gravano su strutture morfologiche alle quali si adeguano e che parzialmente trasformano o che radicalmente rifiutano.

Nelle degustazioni sensoriali del vino prevalgono, e non da ora, le grammatiche delle variegate associazioni di sommellerie, le grammatiche delle guide, le grammatiche di scrittori e divulgatori che, per ragioni che sarebbero troppo onerose da indagare, hanno imposto un loro linguaggio ad una comunità di discenti e di appassionati. Dall’altro lato si sono formate, in tempi sicuramente più recenti, altre grammatiche che hanno rotto, o provato a infrangere le prime perché ritenute inadeguate al racconto del tempo presente, alle sue strutture, alle sue innovazioni tecnologiche, ai nuovi modelli produttivi (ecologici), alle nuove forme di comunicazione che sono irrotte in un mondo fortemente ancorato al cartaceo/analogico e ai nuovi o costituendi rapporti di forza. Alle estremità si sono formate grammatiche, potremmo dire della “non-degustazione” che rifiutano ogni grammatica possibile delle stesse, portando altrove lo sguardo dei convenuti. Anche a tal proposito si potrebbe dire che “quando si vuole provare la mancanza di senso delle locuzioni della metafisica – scrive Wittgenstein in un passo della Grammatica filosofica – spesso si dice: «Non potrei immaginare il contrario di ciò» […] Ebbene, se non posso immaginare come sarebbe altrimenti allora non posso neppure immaginare che è così. Senza otium non c’è neg-otium”. (Andrea Sormano, cit.) Questo è per me un punto dirimente: anche coloro che, legittimamente, rifiutano ogni rituale semantico o di giudizio calcolabile e condiviso (espresso in numeri, chiocciole o faccine) del vino, stanno edificando una nuova grammatica, con nuove norme, precetti e fondamenti a cui attenersi. Per concludere la vera libertà è riuscire, a partire dalle regole apprese e disciplinate, a trovare vie di uscita, ispirazioni, rotture e capovolgimenti: “Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo d’altre regole che ignora”. (Raymond Queneau, da Segni, Cifre e Lettere, citato in Italo Calvino in Lezioni Americane, Garzanti, Milano 1988)

Almanacco del giorno prima: Fattoria Dei Barbi – Brunello di Montalcino docg “Vigna Del Fiore” 2007

Fatti e detti mirabili del 2007

Valerio Massimo, protetto dal console Sesto Pompeo, raccolse aneddoti o, piuttosto, «exempla» in nove libri, Factorum et dictorum memorabilium libri novem dedicati a Tiberio, raggruppandoli secondo criteri tematici: religione, cerimonie e doveri, fortezza, temperanza, amore, giustizia, felicità, equità, e infine vizi ed eccessi. I fatti e i detti furono raccolti in 95 rubriche, ciascuna delle quali venne divisa in due parti, una per i Romani e una per gli stranieri: “I fatti e, insieme, i detti memorabili dei Romani e dei popoli stranieri, che altri scrittori trattarono in maniera troppo estesa perché potessero essere rapidamente conosciuti, volli trascegliere dagli autori illustri e disporre ordinatamente, per evitare, a chi volesse compulsare tali fonti, la fatica di una lunga ricerca. Né mi sono fatto prendere dalla bramosia di abbracciare tutti i fatti: in realtà chi potrebbe mai condensare in pochi rotoli le imprese di ogni tempo? […] Te, dunque, o Cesare, nelle cui mani il consenso degli uomini e degli dèi volle che fosse riposta la suprema direzione del mare e della terra […] chiamo a sostegno della mia opera; te dalla cui divina preveggenza sono incoraggiate le virtù che saranno materia del mio libro e ben severamente puniti i vizi”. (Dalla praefatio)

Anche io mi sono prodigato nella raccolta di fatti memorabili accaduti in Italia nel 2007 e questo per due ordini di ragioni: per non essere da meno di Valerio Massimo e perché vorrei dirvi qualcosa a proposito di un vino.

Italia

Gennaio

19  Ad Hammamet inaugurata una strada intitolata a Craxi.
25 Telegatti, vincono Fiorello, ‘Striscia’ e Pausini.
31  Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, chiede ed ottiene pubbliche scuse dal marito per il suo comportamento con altre donne poco rispettoso verso di lei.

Aprile:

13-15 Congresso Udc a Roma, Cesa confermato segretario.

21 Armando Cossutta si dimette dal Pdci.

Giugno:

26 Benedetto XVI ripristina la regola che rende sempre necessari i due terzi del conclave per eleggere il pontefice.
30 Ultima schedina del Totip, che chiude dopo 59 anni.

Agosto:

16  Il Liocorno vince il Palio dell’Assunta.
19 Silvio Berlusconi smentisce la fondazione di un nuovo ‘partito della libertà’, ma il partito nascerà davvero, con il nome di “Popolo della libertà”.

Settembre:

4 Valentino annuncia l’addio alla moda.

Ottobre:

7 Lamberto Dini, uscito dal Pd, fonda i Liberaldemocratici.
13 Il Vaticano sospende mons. Stenico per un video con un giovane omosessuale.
27 Matrimonio civile fra Casini e Azzurra Caltagirone.
 

Sport


Gennaio:

13 Calcio: prima sconfitta in B per la Juventus, col Mantova.

Marzo:

6 Calcio: Champions, la Roma passa sul campo del Lione. Il Milan elimina il Celtic, Inter fuori dopo rissa a Valencia.

Aprile:

25 Rugby: l’Aquila va in serie B dopo 42 anni di A.

Luglio:

29 Calcio: L’Iraq vince la Coppa d’Asia battendo in finale l’Arabia Saudita 1-0, grazie alla rete di Mahmoud Younis.

Agosto:

25 Calcio: Lazio e Torino 2-2 nell’anticipo che apre la prima giornata del campionato di serie A 2007-2008.

Dicembre:

28 Calcio: È nato Louis Thomas, primogenito della coppia Buffon-Seredova

Estero (unico fatto di rilievo)

Hackers autodefinitesi ‘nipoti dell’impero ottomano’ bucano il sito del ministero della difesa belga

Vino

Fattoria Dei Barbi – Brunello di Montalcino docg “Vigna Del Fiore” 2007

Note di degustazione in cui uso, a modo mio, alcune parole dell’antico dialetto di Montalcino e nel contempo rendo omaggio ad Alceste Angelini e al suo Saggio di lessico montalcinese.

Un afrore meraviglioso, leggermente abbruscato e pungente, si è, detto fatto, inerpicato su per le narici dal bigonzino in cui l’avevo versato alcuni minuti prima. Era del tutto evidente che non si trattasse di uno zeppone qualsiasi al pari di quegli acquarelli abboccatini, fatti con zocche acerbe o di teneroni in punto, che mescono nelle taverne di secondo rango in quei piccini che fanno tutta ragia e niente succo. Questo era, ed è per chi ne avesse ancora, un signor vino: per l’età saragie e sucine, seppur ben presenti, si armonizzavano splendidamente nella trama affilata e setosa di un sangiovese assai golone e bello ciccio. Poi, se ci volete trovare altro, fate pure: a taluni potrebbero ghiribizzare chiodi di garofano, ribes, liquirizia; ad altri sentori eterei, fumosi e piccanti allo stesso tempo. Comunque vada e comunque vi piaccia occorre che la disina sia appropriata: magari partendo con un tricciolotto condito con salse di stagione autunnale e un buristo a seguire.

Abboccatino – s.m. Sapore dolce e frizzantino del vino.

Abbruscà – v.tr. Tostare.

Acquarello – s.m. mezzo vino.

Afrore – s.m. Odore del vino.

Bigonzino – s.m. Bicchiere

Buristo – s.m. Sanguinaccio di maiale insaccato.

Ciccio – s.m Ciccia, carne.

Disina – s.f. Pranzare.

Golone – agg. Ghiotto.

Piccino – s.m. Bicchiere di vino all’osteria.

Punto – agg. Di frutto che comincia a marcire da una parte.

Saragia – s.f. Ciliegia.

Sucina – s.f. Susina.

Tenerone – s.m. Sorta di uva dagli acini grossi e pieni, dall’involucro sottile.

Tricciolotto – s.m. Tagliatella, maccherone.

Zeppone – s.m. Vinello.

Zocca – s.f. Grappolo d’uva.

Racconto moralistico, assai breve e con intenti pedagogici, sulla potenziale pericolosità dei tappi a pressione.

 

verres-cinema-incassable-piper“Saranno state le 18.45. O forse no, le 18.47, quando udii un urlo provenire dalla sala bar dell’hotel e un tonfo a seguire. E dopo, il fragore dei vetri che si rompono” – riferì Gastone IV al sergente del commissariato di Prè che stava indagando sull’incidente occorso alla contessa Matilde di Campomorone vedova Marconi.

Gastone IV era maître d’hôtel così come lo furono suo padre, suo nonno e suo bisnonno, il quale pare fosse addirittura imparentato con una lontana pronipote di quel François Vatel che, a metà del 1500, intendente alla corte del Principe di Condé, dopo aver organizzato un ricevimento fastoso in onore del Re al castello di Chantilly, si accorse che il pesce non era sufficiente ad accompagnare le libagioni degli autorevoli convitati. Tale fu l’onta che, al fine di non doverne rendere conto ad alcuno, Vatel si suicidò.

Gastone IV si era formato su alcuni testi classici i quali, a loro tempo, avevano modernizzato quel che basta una professione ancorata a tanto nobili lignaggi quanto ad immobili pratiche: il “Trattato dell’industria alberghiera” del maître Louis Leopso del 1918 e la benemerita e imperitura opera collettiva  “Il Servizio al ristorante” del 1948.

Gastone IV aveva solcato le più incredibili sale dei più lussuosi hotel europei prima di finire in quel tre stelle rabberciato che si affacciava scrostato, come i suoi antichi splendori, alla sopraelevata lungomare. L’hotel era ancora frequentato da alcuni discendenti di antiche famiglie nobiliari, ampiamente decadute, dell’entroterra genovese. Matilde era una di queste: suo marito l’aveva prematuramente lasciata dopo essersi giocato al casinò di Sanremo l’ultimo servizio di porcellana non ancora pignorato. Il suo corpo venne ritrovato alcuni anni dopo, orridamente dilaniato, dietro un cespuglio della villa del suo sodale, il marchese Arfatti di Torriglia. Il conte Marconi si era introdotto furtivamente nella villa dell’amico, di cui conosceva a menadito ricchezze in bella mostra e nascoste, senza rammentarsi del fatto che il marchese, poco tempo prima, aveva sostituto il rimpianto barboncino Cosimo VIII con due american pitbull terrier.

le_maitre-dhotel_francais_ou_parallele_-careme_marie-antoine_bpt6k1040003hCosì, quella sera, la contessa venne ritrovata con la faccia riversa sul pavimento e il collo di una bottiglia di Pommery ”Pop”, champagne da cl 20, tra le mani e tutti i vetri sparpagliati per terra. Anche gli scaffali del bancone del bar si erano pericolosamente inclinati e tutte le dieci bottiglie di Fernet Branca e le otto di Amaro Lucano si erano rovinosamente accatastate una sull’altra e, rompendosi, avevano sparso il loro liquido sull’antico pavimento di gran fattura, interamente composto da mogano centroamericano, donato agli inizi degli anni ’60 dal duca conte Francisco Amarillo de la Guardia, risaputo bevitore del Rum Agricole Martinique di Neisson.

Senza alcun indugio, Gastone IV si precipitò nella sala bar e, dopo un attimo di panico sapientemente gestito grazie all’autocontrollo imposto dal ruolo e da un durissimo praticantato sotto la guida di un famoso maestro di Budo Yoseikan, si appurò che la contessa Matilde fosse ancora in vita. Chiamò prontamente l’ambulanza e poi la polizia che gli chiese gentilmente di seguirlo al commissariato.

Il giorno seguente il sergente Ambrosi, a cui era stato affidato il caso, si recò in ospedale per appurarsi delle condizioni di salute della contessa Matilde di Campomorone e per chiederle di testimoniare quanto successo.

Questo è il testo della deposizione della contessa:

“Era poco prima di cena, non ricordo più l’ora: mi ero appena cambiata per uscire con alcune amiche che sarebbero passate di lì a poco. Siccome era ancora presto, decisi di farmi un goccetto. Avevo lasciato nel frigo del bar alcune bottigliette di champagne, come si chiama…, quello che ha il vetro blu… Comunque non importa. Non riuscivo a stapparlo! Lo scrollavo, gli tiravo il collo, lo mettevo a testa in giù, insù, di fianco e poi ricordo solo un botto e quindi più nulla.”

Dalla tumefazione dello zigomo pare per certo che il tappo abbia colpito violentemente la faccia della marchesa. Ella, perdendo l’equilibrio, sbatté violentemente la testa contro il pavimento, svenendo. Il tappo, seppur variando la sua traiettoria e mantenendo una forza inusitata, andò ad impattare contro il reggi mensola della scaffale superiore provocando il crollo dello stesso e, a catena, degli altri inferiori.

Oggi la contessa Matilde di Campomorone lavora gratuitamente, come cameriera ai piani nell’hotel che la ospitava sino a poco tempo prima, per poter ripagare i danni recati al prezioso pavimento. Alcuni ospiti l’hanno vista, tra una camera e l’altra, sorseggiare un pignoletto vivace con tappo a corona.

Prima foto tratta da http://www.art-de-vivre-a-laremoise.com/piper-heidsieck-le-champagne-des-stars-la-star-des-champagnes/

Le maitre d’hotel è tratto da BnF gallica

 

Due Gavi che non ne fanno uno

Mario Soldati Di Gorupdebesanez – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31004695

Quando si va ad una degustazione in cui vengono presentati, in fila per tre con il resto di due, dei vini in batteria, si cerca di carpire alcuni segreti per trarne delle considerazioni generali valevoli, almeno per 15 minuti, per tutto il genere umano. In verità, vi dico, si prova a fare molto di più: si insegue, al medesimo tempo, l’uguale e il differente. L’uguale dovrebbe richiamare non tanto l’identico a sé quanto il tipico. Il differente è, invece, colui che se ne discosta (in meglio o in peggio). Capirete come la questione si faccia assai complessa perché ogni tentativo che non tenga in debito interesse delle variabili strutturali che si sono stratificate, interrotte, sovrapposte e impilate nel corso di decenni, metterebbe a dura prova ogni qualsivoglia tentativo minimo di comprensione di ciò che accade al momento. Ma non solo: anche ogni tentativo che sfugga il presente e i suoi discorsi non ci permetterebbe di capire un granché. Se per tipico, ad esempio, intendiamo ciò che nella liturgia bizantina (greco τυπικόν) è l’ordo che contiene, giorno per giorno, il carattere e lo svolgimento dell’ufficiatura divina sia per la recita del breviario sia per il servizio dell’altare, allora siamo belli che spacciati. Perché, in questo caso, il tipico rappresenterebbe soltanto quei i caratteri che, per essere comuni a tutti gli individui di una categoria, possono assumersi come distintivi della categoria stessa. Però capita, sempre più spesso, di parlare con dei produttori che la buttano lì: “faccio il vino come lo si faceva una volta” – a cui segue: “una volta il vino x era così, poi è cambiato per questo e per quest’altro motivo”. Essi rivendicano, quindi, una tipicità antica, remota, non più attuale. In questo loro riscatto c’è, però, qualcosa di predittivo che, in altre parole, sostiene quanto segue: “stiamo ridisegnando un sentiero, non nuovo, che altri potrebbero seguire”. Pensate solo per un momento ai vini ancestrali, alla loro sostanziale dipartita dal pianeta terrestre per molti e molti anni e, successivamente, alla loro vivace e immanente riapparizione con tanto di congiunzioni astrali favorevoli.

Così vado alla rassegna “Tutto il Gavi a Genova” in quella terrazza del grattacielo Piacentini che toglie il fiato agli occhi di chi guarda e provo fare una media ponderata di sensazioni palatali di vino Gavi nelle diverse varianti proposte, framezzate da assaggi torte di verdura e di riso che, manco a dirlo, finiscono piuttosto presto. Alla fine mi concentro su due vini agli antipodi e non solo perché uno è riserva e l’altro no. Il primo è la Regaldina di Terre di Maté 2018 di Stefania Carrea, biologico in essenza, di solfiti non vede l’aggiunta e apparecchia tavola con i lieviti che si accomodano da quelle parti, pare che racconti la storia di quando Mario Soldati fece visita nel 1975 al senatore Carlo Pastorino: “paglierino chiaro, tenui riflessi verdolini. Profumo lievemente pastoso, a cui corrisponde poi un sapore come di mandorle. Leggero, amabile, ma con un fondo decisamente secco”. (Vino al vino) Se posso dire e se posso discostare, affermo con buona certezza che questo vino non balla la rumba, né la salsa e neppure il merengue: tropicalizza, in definitiva, assai poco. Il secondo vino che ha col primo un rapporto di lontana cuginanza è Le Zucche – Gavi docg Riserva Vigna 2015 di Roberto Ghio: sur lie in botte piccola si fa forza della selezione clonale di uve antiche abbarbicate in uno dei punti più alti del territorio Gaviese, fatto di marne che poggiano su conglomerati di natura fluviale, prima che si getti nel mare ligure. Il giallo si fa intenso, dorato e rimanda subito a note ossidative non stancanti né affievolite dal sorso che danza con mango, pesca e agrumi. Il sole dentro il vino lo portano anche le spezie gialle: note di zenzero e quindi accenni di curcuma leggermente amaricante. E poi uno sbuffo di miele. Come dicevo, di due Gavi non ne esce uno.

Il vino che non c’è (forse)

“Se qualcuno risponde ‘mi sembra che sia proprio nulla’, questa sua stessa risposta, che ritiene negativa, lo costringe ad ammettere che il nulla è qualcosa, allorché dice ‘mi sembra che sia nulla’”. Così scrisse Fredegiso di Tours, discepolo di Alcuino a York, poi abate a Tours, e infine cancelliere di Ludovico il Pio. Autore del trattato in forma epistolare De nihilo et tenebris, sostenne la positiva realtà del nulla e delle tenebre dalle quali Dio creò il mondo: nihil aliquid significat. Ma non potremmo allo tesso modo riferirci al canto XI dell’Odissea, quando, stando al racconto del Ciclope, alla domanda “Polifemo, chi ti reca danno?” egli rispose “Nessuno”? Il maggiore chiarimento arriva senza alcun dubbio da Hegel, il quale asserì che la metafisica posteriore al pensiero classico rigettò la proposizione che dal nulla venisse il nulla, così come sostenevano i filosofi greci, Parmenide in testa: De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti – “nulla si crea – nulla si distrugge”. Al contrario, la tradizione cristiana affermò che “anche nella più imperfetta unione è contenuto un punto in cui l’essere e il nulla coincidono, e la differenza loro sparisce… Così perfino in Dio la qualità, cioè l’attività, la creazione, la potenza ecc., contiene la determinazione del negativo”.

Ora, qual è il punto, a voler entrare nel dettaglio? Fausto Cellario mi versò, ma oramai non ricordo se me lo versò oppure me ne parlò soltanto oppure ancora se mi disse che aveva intenzione di produrlo, un vino la cui etichetta recava questa dicitura: “il vino che non c’è”. Capirete bene lo stupore soprattutto per il fatto che, non so quanto consapevolmente, Fausto sia arrivato a produrre una bizzarria linguistica e matematica che non nulla da invidiare alle discussioni filosofiche che si intrattengono da Aristotele in poi sul divieto assoluto delle divisioni per il numero zero, per arrivare alle teorie newtoniane dello zero e dell’infinito, in cui si afferma che 0 non è tanto un numero, quanto il primo principio, non numerico, del numero e per passare, tra l’altro, dai paradossi di De Morgan, il quale, rimanga tra di noi, oltre ad essere un grande matematico e letterato, era anche un insigne bevitore:

Whoe’er would search the starry sky,

Its secrets to divine, sir,

Should take his glass – I mean, should try

A glass or two of wine, sir!

True virtue lies in golden mean,

And man must wet his clay, sir,

Join these two maxims, and ’tis seen

He should drink his bottle a day, sir!

Old Archimedes, reverend sage!

By trump of fame renowned, sir,

Deep problems solved in every page,

And the sphere’s curved surface found, sir:

Himself he would have far outshone,

And borne a wider sway, sir!

Chiunque esplori il cielo stellato,

per carpirne i segreti, signore,

che prenda il suo bicchiere, dico,

provi un bicchiere o due di vino, signore!

Un’autentica virtù risiede nella sezione aurea,

e l’uomo deve bagnare la sua carcassa, signore,

unite queste due massime, e si vedrà

che dovrebbe bere la sua bottiglia al giorno, signore!

Il vecchio Archimede, venerabile saggio!

Dalle trombe della fama rinomato, signore,

difficili problemi risolse in ogni pagina,

e trovò la superficie curva della sfera, signore!

Egli stesso avrebbe ancor più brillato,

e avuto una maggiore influenza, signore,

se avesse conosciuto il nostro moderno segreto,

e bevuto una bottiglia al giorno, signore!

(….)

Dunque Fausto non mescé il vino dall’etichetta paradossale, che dapprima non guardai, e poi non annusai, non ingurgitai e infine non dissi, pensando di averlo bevuto: “Poffarbacco, mi piace molto questo vino che non c’è! Pensa tu, ciò nonostante – aggiungo- se il vino ci fosse!” il vino che non c’è non avrebbe dolcetto per l’80% e doux d’Henry per il restante 20%.

Rovasenda, nel suo prezioso “Saggio di Ampelografia Universale (1877)”, scrive: “doux d’Henry nera” Pinerolo; Incisa lo crede vitigno francese; lo crederei indigeno del Pinerolese”. Le leggende vogliono che taluni credano che si chiamasse anche “doun d’Henry”, cioè “dono d’Enrico” o “dolce (doux) d’Enrico”, in riferimento a Enrico IV di Borbone, detto Enrico il Grande, re di Francia che, valicando i monti e recandosi nella vicina Valsusa, pare si fosse portato in dono, per le popolazioni locali, il sunnominato vitigno. Nella seconda versione, Enrico IV, sempre passando da quelle parti, s’innamorò talmente del vino da conferirgli quel regale appellativo. Ma “nel “Bollettino Ampelografico”, in una relazione di Luigi Provana di Collegno su d’un’Esposizione ampelografica tenutasi in Pinerolo nel settembre 1881, si ricorda anche il “doux d’Henry”, proveniente da vari comuni fra Pinerolo, Bibiana, Perosa Argentina, Torre Pellice, Bricherasio, ecc., nonché Cumiana, donde sarebbe venuto sotto il nome di “Gros d’Henry”; però il Provana consiglia di abbandonare questa variante, non avendo ragion d’essere (non di rado si sono voluti distinguere 2 tipi di “doux d’Henry”: il “grosso” e il “piccolo”, in base alla differente grossezza del grappolo e specialmente degli acini; ma, come in tant’altri casi, trattasi di differenze dovute soprattutto all’ambiente: il “piccolo” lo si riscontra nelle località più elevate, quindi meno favorevoli, specialmente a Luserna S. Giovanni)” (Pecile M., Zavaglia C., Ciardi A., Doux d’Henry).

C’è una terza leggenda, non ancora scritta (insomma che non c’è), ma di cui vi do un’anticipazione, in cui pare che un vecchio barbuto di Torre Pellice, vagando per i calanchi di Clavesana, un giorno incontrò Fausto Cellario, il quale gli fece dono del suo dolcetto. Colpito da tale generosità, il vecchio barbuto, prima di congedarsi, regalò alcune piante del Doux d’Henry a Fausto che decise di allevarlo in un piccolo appezzamento di dolcetto e di farne unione di intenti, d’incontro e di vino. Così il dolcetto si profumò di viola e rosa passita, perse un po’ dell’aspetto burbero e si fece palpitante di una breve nota aromatica che lo addolcì.

Ah, se solo lo si potesse bere!

Degustazione del Dogliani 2016 per emoticon

Legenda

Partecipai in un tempo ancora imprecisato e probabilmente onirico, naturalmente in incognito, alla degustazione alla cieca di alcuni Dogliani 2016 presso l’omonima bottega. Mentre stavo osservando con puntuale attenzione il materiale messo a disposizione dall’allegra brigata di sommelier, un giovane e sbraitante oratore introdusse la finalità della degustazione comparativa: raffrontare alcuni dolcetto, sessantasei per la precisione, della stessa annata e provenienti da zone viticole diverse. Sotto quell’improbabile paltò sudavo sette e più camicie e l’impetuosa relazione si stava protraendo più del dovuto. Finalmente ci vennero versati i vini: pane per i miei denti, o meglio, tannini per le mie papille. I profumi di ciliegia, di mora, di mirtillo, di violetta, di ribes nero e ciclamino  si allargavano in tutta la sala attaccandosi alle pietrose volte a botte. Vista, e di nuovo olfatto e poi vista ancora, roteazione, balletti, labbra, lingua, papille e di nuovo daccapo in ordine confuso, ripetuto, sparso, di sghimbescio, appena scostato, ricordi di un tempo andato: perché non ho più vent’anni? O, perché ho avuto vent’anni? Meglio: perché, ho avuto vent’anni? Valutazione. Ripensamenti. Certo che erano tutti buoni. Mica ci diedero delle sozzerie: in fondo giungevamo da fuori: anonimi, ma da fuori. Al massimo tipicità differita o differenziata che si voglia. Presi appunti. E dagli appunti nomi e cognomi. Nulla più di ciò che mi piacque di più: “Autin Lungh” di Eraldo Revelli; Valdibà di San Fereolo; “Dogliani” Poderi Luigi Einaudi; “Sorì dij But” di Anna Maria Abbona; “la Cavalla” di LeViti; “Dogliani” di Cascina Corte.

Per questo narrazione così moderna e giovanile ho usato: www.iwebdesigner.it/icone/emoticons-free-download-3234.html; wikipedia common e le foto dai siti aziendali delle rispettive cantine