Umorismi vinosi all’antica

Alfred_Hitchcock's_The_Wrong_Man_trailer_02Lo sguardo di Henry Fonda dalla feritoia
Di Trailer Screenshot – The Wrong Man Trailer, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9928465

Critico enoico. Un noto blogger e critico enoico un giorno, incontrata una meravigliosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” – domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro” – rispose il critico.

Il vino rubato. “Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore cuneese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro aveva toccato le cinquecentomila copie vendute.

Omeopatia opoterapica. Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini. Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito dal suo paese per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave!” – disse il commerciante di vini – “Venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse” – rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò in tasca l’orologio, il portafoglio e il cellulare del camogliese.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce (Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

L’enofighetto

Rhinoceros_-_Aldrovandi
Illustrazione di un rinoceronte nel Quadrupedum omnium bisulcorum historia di Ulisse Aldrovandi. L’illustrazione è stata ispirata da una xilografia del Dürer.

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Terza Repubblica.

Solitamente l’enofighetto urla ai suoi pari di stargli il più possibile alla larga, perché di enofighetti il mondo ne è già pieno.

L’enofighetto interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di vivido spessore che richiamano l’attenzione dei commentatori più scaltri: “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!” 

La vera tragedia per un enofighetto è quella di essere compreso quando desidera, al contrario, soltanto essere amato.

Annotazioni sul comunicato della F.I.V.I.

Il logo di FIVI, liberamente ispirato all’opera di Fortunato Depero Di Beppefen – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90127457

In questi giorni la FIVI è uscita con un comunicato sulla tutela dei piccoli produttori e sulla rappresentanza all’interno dei Consorzi, la quale dice:

“In Italia i Consorzi di tutela delle DOP – vino, ai sensi del DLgs 61/10, e quelli del resto dell’agroalimentare in base alla Legge 526/99 – operano sulla base dei numeri di rappresentatività riferiti alla produzione. Con una differenza sostanziale a valere per il vino: se rappresentativi solamente del 35% dei viticoltori e del 51% della produzione di competenza dei vigneti iscritti nello schedario viticolo della DOP, i Consorzi esercitano esclusivamente nei confronti dei propri soci. Per esercitare le loro funzioni “erga omnes” servono altri numeri: 40% dei viticoltori, 66% della produzione. La percentuale di rappresentanza delle cooperative di viticoltori o associazioni di produttori è calcolata sulla base della somma dei quantitativi espressi dai loro singoli soci conferenti, qualora questi abbiano provveduto a rilasciare espressa delega, come da art. 6 comma 5 del DM 16 dicembre sui Consorzi. Tali conferenti saranno indicati “per memoria” sul libro soci del Consorzio, in abbinamento al nome della cooperativa, per essere comunicati al Ministero al momento della richiesta del riconoscimento e/o dell’autorizzazione “erga omnes”, per essere ancora comunicati ogni tre anni a partire dalla data di riconoscimento e di incarico ai fini della dimostrazione della sussistenza della percentuale di rappresentatività, per essere messi a disposizione dello stesso MIPAAF nel caso di visita ispettiva presso la sede del Consorzio (art. 3 c. 1 e art. 4 c. 2 del DM 12 maggio 2010: verifica annuale sulle attività attribuite ai Consorzi da parte del MIPAAF)”. Fonte: https://www.entevinibresciani.it/il-sistema-dei-onsorzi-di-tutela-in-italia/

Veniamo ora a quanto propone la F.I.V.I.:

“La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti lancia un nuovo appello alla tutela dei piccoli produttori, con una lettera inviata al Sottosegretario Gian Marco Centinaio. La rappresentanza di tutti all’interno dei Consorzi è un tema sollevato e dibattuto da tempo dalla F.I.V.I., che nelle scorse settimane si è riacceso a causa delle problematiche relative all’elezione del CDA del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG. In questa sede è emersa l’intenzione di concentrare la gestione della denominazione nelle mani di alcuni grandi gruppi, in particolare afferenti al sistema cooperativo, con la conseguente esclusione degli interessi dei piccoli produttori. Il caso Conegliano Valdobbiadene non è che un esempio di una situazione ampiamente diffusa sul territorio nazionale: per questo motivo la FIVI ritiene che sia necessario intervenire. L’attuale normativa infatti (in particolare l’art. 8 del DM 232/2018), stabilisce che i voti siano attribuiti in funzione della produzione vitivinicola dell’anno precedente, valutando quindi esclusivamente la quantità prodotta, senza considerare minimamente né il numero dei produttori, né quanto questi contribuiscano alla tutela della qualità e del paesaggio della denominazione. Un’ulteriore questione è l’istituto delle deleghe, espresse dai soci viticoltori al momento dell’adesione, che dà grande potere alle Cooperative che partecipano al lavoro dei Consorzi, rendendo gli altri partecipanti quasi inesistenti.

Tale meccanismo ha delle conseguenze inevitabili sull’effettiva rappresentanza all’interno dei Consorzi – sottolinea Matilde Poggi nella lettera inviata all’onorevole Centinaio – Il voto è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative, che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione.

L’obiettivo della F.I.V.I., in qualità di portavoce di piccoli produttori, è quello di modificare questa procedura iniqua, per consentire l’effettiva rappresentanza di tutti gli attori della filiera per una reale tutela delle denominazioni. I piccoli produttori rappresentano un sistema che orienta la propria produzione verso la più alta qualità ed è giusto che ogni Consorzio li tuteli riconoscendo loro una pari dignità. L’invito è quindi quello di creare un tavolo di lavoro per riconsiderare il criterio di rappresentanza attualmente in vigore, con l’obiettivo di rafforzare la vitalità dei Consorzi di tutela dando voce a tutte le parti”.

L’obiezione principale ed essenziale di questo comunicato è fondamentalmente una sola, da cui poi, a cascata, discendono tutte le altre: la critica del peso quantitativo (uva / ettolitri di vino/ bottiglie prodotte) come unico parametro di validazione del potere politico e delle scelte che da esso derivano.

Ora cercherò di evidenziare alcuni argomenti di carattere generale che, se considerati nella loro pregnanza, possono fornire fruttuose indicazioni sul metodo decisionale.

Se pensiamo un attimo alla nostra democrazia, che è stata storicamente comprensiva di istanze anche radicalmente opposte, essa si è via via assottigliata per motivi legati al principio della governabilità. Il Vocabolario Treccani, dopo averci illustrato che non esiste un modo condiviso di intendere la “governabilità”, cerca comunque di dare una definizione plausibile: “L’essere governabile. Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese”. In realtà il termine “governabilità” afferisce maggiormente al suo contrario, “ingovernabilità”, che non ad un’esplicitazione positiva delle sue peculiarità, se non nella misura de “il poter fare liberamente delle cose senza intoppi”: il tanto famoso, quanto pericoloso “lasciateci governare”. Ammantato di puro efficientismo tecnocratico il “lasciateci governare” si trasforma rapidamente, per lo più, nel “lasciateci fare ciò che vogliamo”. Questa involuzione, attualmente ben viva e vegeta, ha prodotto la finzione della riduzione del modello decisionale, quindi politico, ad un processo esclusivamente “tecnico” (quando poi ci si accorge che le idee, frutto della politica, sbucano da ogni parte) e nel contempo ha ridotto la questione democratica ad una sorta di rappresentanza esclusiva di grandi interessi, nazionali e internazionali.

Le vere complicazioni alla capacità di governare non sono mai state date da proposte, contenuti, lotte, conflitti e idee di qualsiasi sorta, ma da astute mosse di bilanciamento dei privilegi, dei favori e degli interessi personali. Così, appunto, nel nome di quella “governabilità”sono stati estromessi non soltanto quei gruppi che portavano istanze non immediatamente compatibili con il gioco in atto, ma le esigenze stesse. Nel nome di un supposto efficientismo tecnico, la democrazia della governabilità ha semplicemente smesso di rappresentare: nelle sedi politiche, sindacali….

Come se, tutto di colpo, spariti o annullati i portatori di interessi non direttamente convergenti al gruppo di comando, fossero spariti gli interessi stessi. Tutto questo non è mai avvenuto, né mai avverrà: silenti, nolenti e poco gaudenti, essi si sono scomposti e si ricomposti nelle forme e nelle modalità più diverse: ad esempio in quella che, ridicolmente, viene chiamata come anti-politica.

Dall’altra parte, i rappresentanti delle istanze di comando si sono sempre più impoveriti all’interno di un dibattito asfittico, apparentemente differente nel vociare, ma comune nel sentire: in ciò che conta la corrispondenza tra finte opposizioni è massima.

E veniamo al dunque: qui si parla di economia, di economia politica, ma anche di filosofia, di storia delle arti, natura, colline, città e mestieri. Dei Consorzi, delle d.o.c. e delle d.o.c.g.

Si obietterà, ed è stato fatto, che sono enti “economici” e che nulla del loro agire riguarderebbe altro che non l’efficacia misurabile in termini di profitto: e qui obietto io, dicendo che la loro tutela va ben oltre una rendicontazione puramente economica e che questa, solo in un’ottica miope e di brevissima durata, può essere valorizzata esclusivamente come interesse dei massimi produttori. Quando si parla di denominazioni di origine, si parla di storia, di territorio, di paesaggio, di aggregazioni umane e commerciali, di culture e pratiche agricole, di bellezza, di estensioni o restrizioni alla parte coltivata, di varietà biologica e naturale, di città, paesi, di falde acquifere, di aria…

Si obietterà, ed è stato fatto, che un piccolo produttore non può mettere in discussione il peso di chi coltiva centinaia e centinaia di ettari. Forse no, ma sicuramente può essere ascoltato perché potrebbe dire, fare, pensare, lettera e testamento cose di garbata intelligenza che potrebbero appassionare anche coloro che producono centinaia e centinaia di ettari vitati. Ma non è quello che comunque chiedono: è l’aggregazione di tanti piccoli produttori che, pesando diversamente, rappresenterebbero diversamente e in maniera più inclusiva un territorio e tutte le sue innegabili contraddizioni. E le contraddizioni non ci sono da oggi.

Perché, ed è bene ricordarlo, in questi ultimi vent’anni tante piccole idee, di piccoli produttori hanno contagiato, indirettamente e positivamente, anche alcuni grandi: molti di loro hanno intuito, prima di altri, i valori delle coltivazioni bio e il resto mettetelo voi. In diversi hanno avvertito, e prima di molti altri, il valore di vitigni scomparsi o in via di estinzione. In diversi hanno pesato e prima di altri, un nuovo utilizzo di pratiche di vinificazione antiche e poi sapientemente riportate alla viva attualità: metodi ancestrali oramai relegati alle cantine dei bis-nonni, vinificazioni in anfore…

E forse tutto questo non poteva che partire da chi, artigianalmente e consapevolmente, seguiva un piccolo appezzamento di terra e su di esso sperimentava, tentava e forse cercava casualmente dell’altro.

Insomma, per dirla tutta: allargare le maglie partecipative non può che fare bene. E’ faticoso, apparentemente bloccante (ma se si bloccano anche delle schifezze è tanto di guadagnato), sicuramente includente e arricchente.

Per parafrasare Calamandrei, si potrebbe dire che “chi dice che la maggioranza ha sempre ragione, dice una frase di cattivo augurio, che solleva intorno lugubri risonanze; un contesto democratico, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”. A patto che conti qualcosa.

Imparare ad insegnare

Di Albert Anker – "Von Anker bis Zünd, Die Kunst im jungen Bundesstaat 1848 – 1900", Kunsthaus Zürich, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5329430

Quante e quante volte abbiamo sentito dire che colei o quell’altro sono molto competenti nella materia ma, ahimè, non sono in grado di comunicarla, di insegnarla. Perché bisognerebbe imparare ad insegnare, a parlare, a dire le cose che si sanno ancora più di quelle che non si sanno, quelle che si cercano anche insegnando.

Sembra, ai più, che gran parte del problema si risolva con un buon corso di dizione a cui si aggiungano, sapientemente, frase retoriche adeguate al contesto e, insieme ad esse, una buona dose di marketing calibrato sull’utente, discente o altro che sia.

Altri affermano, diversamente, che si impara ad insegnare solamente insegnando, che poi è la riduzione argomentativa dell’imparare facendo. Non avrei obiezioni alle questioni, se non fosse che il tema centrale rimane oltre che il ‘che come’ e il ‘che cosa’, soprattutto il ‘per quanto tempo’. L’insegnamento, orribilmente declinato nella propagazione del sapere, può essere valutato, preferibilmente, negli strascichi delle età. La valutazione non ha solo, sempre che la abbia, la capacità di stabilire un punto dal quale partire, ma ha la precipua funzione di dismettere una conoscenza indotta: da questo momento in avanti il discente si può dimenticare agevolmente tutto ciò che ha letto, visto, sperimentato e immagazzinato, perché su questi argomenti non sarà più soppesato.

Nei casi più lieti ci sono dei vecchi discepoli che declamano brevi tratti di poesie apprese in gioventù, spesso a ricordare quanto fosse duro e severo il loro apprendistato formativo. Se condito da bacchettate, ancora meglio.

Non avrei grandi suggerimenti in linea generale, e lo dico a ragion veduta da insoddisfacente educatore e lo dico soprattutto a me stesso: il momento dell’apprendimento e della esposizione si devono necessariamente confondere. Quando si comunica qualcosa è necessario che la si dica, innanzitutto, a se stessi e che la si insegni, prima di tutto, a se stessi. Solo in questa forma di addestramento interamente autoreferenziale è possibile riuscire a trasferire qualche briciola, nel tempo, ai nostri interlocutori. E soltanto il tempo ci dirà se queste briciole verranno ancora recuperate e riseminate per altri raccolti.

La spiaggia e la prostituta

Au Salon de la rue des Moulins, dipinto di Henri de Toulouse-Lautrec che raffigura una nota casa chiusa parigina verso la fine del XIX secolo
Di Henri de Toulouse-Lautrec – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=159602

I fatti.

Il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:

1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1], secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.

2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.

Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”

Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo modo di pensare ai fatti, con conseguenze censorie e falsificazioni di ogni genere rovinose.

Fatti e oggettività.

Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce all’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere- avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.

La verità.

Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.

Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.

Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:

1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”

2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.

3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Censura ed auto-censura.

Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto.

A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere liberali non negano le libertà formali di parola, se non limitandole negli aspetti “offensivi”, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta: il gioco tra sanzione pecuniaria/penale e intimidazione di fatto, diretta e indiretta, sposta inevitabilmente la questione della libertà di parola alla possibilità della parola stessa. Soltanto chi, allora, sarà in grado di permettersi economicamente di affrontare cause legali ad alto tasso di impegno di denaro, avrà la piena facoltà del diritto di parola. E, in questo senso, di stabilire un’idea di verità, che diventerà la verità per tutti.

Gerarchia delle fonti e relazione con i fatti.

La ricostruzione di quanto è avvenuto o avviene, e questo vale in qualsiasi campo, necessita di costruire una stretta relazione tra fonti, che non sono tutte uguali, né per qualità, né per quantità, né per competenza e gli accadimenti. Questo vale anche per l’estensore e per il luogo in cui la narrazione trova asilo (rivista cartacea, sito internet, blog, radio, tv…). Ci sono momenti in cui questa relazione necessaria si interrompe drasticamente, o perché non esistono fonti sufficienti a ricostruire un evento (impossibilità di accesso alle fonti stesse per censura politica o altro; per mancanza di fonti perché precedentemente distrutte o non reperibili eccetera). L’intreccio in cui queste fonti trovano il loro accasamento è il discorso probatorio la cui forza è data sia dalle fonti stesse, la loro rilevanza implicita ed esplicita e il ricorso alla loro evidenza in cui il parlante (scrittore o altro) decide il piano gerarchico espositivo. E’ dunque chiaro, anche nelle migliori delle ipotesi, che la relazione tra il soggetto che ricrea l’avvenimento, il fatto, e il processo veritativo è moto complesso. Nella correlazione tra più fatti e la loro messa in atto, o raffigurazione degli stessi, si interpongono questioni che hanno a che fare oltre che con i necessari elementi di prova, con fattori che da essi esulano e che rimandano al potere politico ed economico, alle influenze morali, al sentire comune, allo scontro dei valori in campo e così via.

Questo, però, non significa in alcun modo, come ho già detto, che le fonti (e gli autori) siano di pari grado. Significa, in altro modo, scorgere nei meandri della narrazione quanto ciò che viene detto o scritto attenga alla plausibilità e quanto invece rimandi, per la gran parte, esclusiva ad imporlo come possibile, nuovamente ad avvalorare necessità politiche e, dunque, di potere. In ogni caso e comunque, questa nesso, tra poteri o micro-poteri e narrazione, deve essere comunque esplicitato e ricondotto alla sua più evidente natura: quello dello scontro politico. Se da una parte, per fare un esempio, si può convergere nella ricostruzione di un avvenimento, dall’altra se ne può divergere completamente nella modalità valutativa. Le parole, le loro connessioni e le diverse valenze interpretative e ambiguità rinviano a modelli euristici non lineari. La competenza è ragione fondamentale, ma non sufficiente a smontare e rimontare ogni discorso che, per sua natura, è sempre politico.

La possibilità che un discorso diventi prevalente accade, dunque, quando i fatti assumono una rilevanza sociale determinante: può essere che questi, i fatti appunto, ci fossero anche prima, ma può anche essere che non fosse il loro momento. E per loro momento non intendo soltanto una generica sensibilità sociale ad accoglierli e a farli propri, ma delle forze in grado di dare rilevanza politica, anche attraverso il discorso, ai fatti stessi. Ed è in questo modo che una verità, forte e valoriale, diviene prescrittiva. Le fonti, in questo caso, sostengono il processo veritativo, ne sono invariabilmente fondanti, ma non sempre necessariamente efficaci. Perché ciò diventi possibile necessita che il piano politico irrompa nella materialità e immaterialità degli eventi.

La vendita dell’indulgenza.

“Uno dei compiti principali che questo conflitto tra godimento e senso di colpa pone al tecnico pubblicitario, non è tanto di vendere il prodotto quanto di dare il permesso morale di goderne senza colpa”. Ernest Dichter, presidente dell’Institute of Motivational Research, Inc. citato in Vance Pckard, nel suo libro, best-seller, I persuasori occulti, scritto soltanto nel 1957. Il problema si pone in termini transitivi e riguarda sia il chi paga chi, sia il chi non paga chi sia, infine, il chi vorrebbe essere pagato. La questione diviene estremamente complessa quando l’argomento tocca il problema delle aspettative differite, quindi il condizionale “potrebbe”. Il denaro acquista soltanto una parte di tale meccanismo: il resto, che piaccia o meno, è relazione. Di potere. Talaltra di indulgenza, anche verso il proprio ego.

La spiaggia e la prostituta.

La spiaggia” di Alberto Lattuada (1953). Il film di Lattuada ha per protagonista una prostituta, Annamaria, che insieme alla figlioletta si reca a trascorrere due settimane di vacanza in una cittadina balneare, nominalmente inventata, della Riviera Ligure, Pontorno che appartiene quasi interamente al miliardario Chiastrino. Creduta una vedova perbene, è dapprima accettata dalla buona società, dagli altri clienti dell’Hotel Palace e dai frequentatori del relativo stabilimento balneare, ma quando si scopre il suo mestiere, le si fa il vuoto intorno. La notizia fa con rapidità il giro del paese e Annamaria, nonostante l’aiuto del sindaco e nonostante la sua intenzione di stabilirsi lì e di mantenersi con un lavoro ‘onesto’, sarebbe costretta ad andarsene se non intervenisse in suo favore il miliardario, il quale le offre il braccio durante la passeggiata serale ed in tal modo costringe tutti i villeggianti a salutarla rispettosamente.

Il miliardario Chiastrino prende il braccio ad Annamaria lungo la passeggiata:«Il mondo è fatto in una certa maniera, e non saremo noi a cambiarlo. Nessuno le rimprovera di essere quella che è, ma di non avere avuto successo». E, per finire: «Non creda che salutino noi. Non salutano né me, né lei… salutano il miliardo.…». Il saluto non esprime già l’atto, ma la potenza.

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[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15

Il vino cattivo, brutto e ingiusto

Ace High Wallach
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1128674

Il vino cattivo, brutto e ingiusto non è necessariamente un vino industriale e non è neppure, coerentemente, un vino difettato, convenzionale, bio o qualcosa d’altro.

Allora, chiederete voi, come si riconosce un vino cattivo, brutto e ingiusto? Vi dirò la mia, perché nel tempo mi sono fatto un’idea che è poco più di un’idea.

Bisogna stare attenti perché il vino cattivo, brutto e ingiusto è infido, assai infido. Prima di tutto lo si riconosce dal suo abito esteriore: dimora spesso in bottiglie di nessun pregio imbellettate da etichette che richiamano un passato gentilizio, di grado, la cui memoria ristagna in antiche battaglie mai combattute o perse a tavolino e commemorate da superbe ubriacature.

Uno stemma araldico, collazione di più scarabocchi su cui si erge un destriero, oppure uno scudo, oppure due o tre spade incrociate e un motto latino appena pescato in qualche orinatoio, strizzano l’occhio al bevitore distratto. Altre volte l’immagine ammicca alla modernità cubista e sbarazzina. Il tappo non potrebbe sapere di se stesso neppure lo volesse: nessun liquido lo tange o lo penetra, tanto meno quello che con così poca premura custodisce.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto è tremendamente monotono, piatto, insipido, fortemente concentrato ed estremamente diluito allo stesso tempo; in ogni forma in cui appare, esso inganna: se scuro, impenetrabile ed ermetico all’occhio, lascerà al naso un blocco unico di odori ammassati e incartapecoriti, variegati rimandi a frutti stramaturi che furono, a spezie già largamente tramontate sulla via del ritorno, a gambi stecchiti di fiori sui cigli di autostrade assolate. E l’alcol che viene copre, ricopre, trasborda, ammorbidisce, surriscalda, ingloba e confonde. Invade il cavo orale come un bullo di quartiere i cui muscoli sono pompati da ettogrammi di anabolizzanti: ma così come entra se ne va in brevissimo tempo. Crolla come un sacco floscio, lasciando qua e là eccedenze aromatiche della sua protervia. Se vivido e vivace lo è come la patina di una pellicola d’alluminio. Lancia fendenti di lamine appena insaporite da un qualsiasi frutto acerbo, pompato dall’azoto, che sia maturato in celle frigorifere.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto non ha difetti palesi, perché l’unico modo in cui si palesa è nel pregio della nullità. Non restituisce un territorio, un vitigno, una fatica, né da essi è invitato ad esprimere alcunché: è indistinto tanto nella forma quanto nei richiami; contiene tutto, il contrario di tutto e mischia al ribasso: fatiche, prezzo, vini altrui.

La vigna erotica nelle commedie di Aristofane (V – IV a.C)


Rappresentazione (circa 470–450 a.C.) di Eros Di Painter of London D 12 – User:Jastrow, own work, 2008-03-15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=504398

Prologo

Della vita di Aristofane (circa 445 a.C. – circa 386 a.C.), il più importante esponente della Commedia Antica (Archaia), non si sa pressoché nulla ed io, al tempo del liceo, ne avrei voluto sapere ancora di meno dal momento che, á cada dos por tres, ce lo appioppavano in qualche compito in classe. Ora sono talmente assennato che guardo indietro, con molta tenerezza, a quel ragazzo che tentava inutilmente di districarsi nelle forme verbali difficili o irregolari della lingua greca utilizzando il meraviglioso e complicatissimo dizionario “Pechenino”, il quale dava per scontato che almeno un po’ se ne sapesse.

Una cosa certa, però, di quei tempi, come dei tempi precedenti e come quelli d’oggi e come quelli che seguiranno è che tutte le professoresse e gli sparuti professori occultavano sapientemente le parti piccanti, i doppi sensi e le allusioni erotiche dei testi tradotti. Non sto parlando dei brani dichiaratamente erotici o direttamente pornografici: su quelli la censura era pressoché totale. Mi riferisco, invece, a quei tratti controversi della letteratura in cui, a ben vedere, era il primo senso, quello intuitivo e convenzionale, ad essere quello meno utilizzato: e quel senso era, senza dubbio alcuno, proprio quello sessuale.

Così, girovagando impenitente e sfaccendato tra vecchie cianfrusaglie libresche, mi imbatto in alcune allusioni erotiche di Aristofane che utilizzano proprio ciò che a noi bevitori sta più a cuore: la vigna, la vite, il vino.

Acarnesi (425 a.C.)

Il contadino Diceopoli, snervato dalla guerra che Atene sta consumando nei confronti di Sparta, decide di proporre all’Assemblea ateniese di discutere una proposta di legge per la cessazione della guerra e la dichiarazione di una tregua. La sua richiesta viene tuttavia ignorata, per via degli interessi in gioco.

Diceopoli decide quindi di agire di persona e invia un messaggero a Sparta con il compito di stabilire una tregua ‘personale’. Gli Spartani accettano, concedendogli un armistizio di ben 30 anni, per mare e per terra.

Da questo momento la vita di Diceopoli cambia radicalmente, non più vita da soldato nelle trincee o sulle navi, ma da uomo libero. In virtù della tregua egli ha la facoltà di aprire un’attività commerciale con tutti i popoli confinanti e, così facendo, le ricchezze accumulate sono destinate a crescere. La prosperità derivante dalla pace alla fine piegherà anche i duri Acarnesi1, acerrimi nemici degli Spartani.


In un breve intermezzo dell’opera Diceopoli si rifiuta di fare affari con Lamaco2:

(Il Tebano con il suo servo si allontana; entra in scena un SERVO dalla casa di Lamaco.)

SERVO DI LAMACO Diceopoli!

DICEOPOLI Che c’è? perché mi chiami a forza di urla?

SERVO DI LAMACO Che c’è? Lamaco ti prega di dargli in cambio di questa dracma qualche tordo per la festa dei Boccali, e un’anguilla di Copaide per tre dracme.

DICEOPOLI E chi è questo Lamaco che mi chiede l’anguilla?

SERVO DI LAMACO Il terribile, l’impetuoso eroe che agita la Gogone scuotendo tre ombrosi cimieri.

DICEOPOLI No di certo, per Zeus, anche se volesse darmi il suo scudo. Agiti pure i cimieri sulla salamoia. E se fa troppo chiasso, chiamerò gli ispettori. Quanto a me, presa questa roba, me ne rientro in casa… sulle ali dei tordi e dei merli. (Rientra in casa; il servo esce.)

L’invettiva contro Lamaco serve per attaccare nuovamente Polemos che, come un simposiasta ubriaco, distrugge l’οἶκος/πόλις, provoca risse, versa vino nelle vigne e non vuol bere dalla coppa dell’amicizia. Non pago di ciò, Polemos appicca fuoco ai pali delle viti(τὰς χάρακας ἧπτε πολὺ μᾶλλον ἐν τῷ πυρί, / ἐξέχει θ᾽ ἡμῶν βίᾳ τὸν οἶνον ἐκ τῶν ἀμπέλων).

Nella seconda parte i vecchi Acarnesi immaginano di avere un rapporto sessuale con Διαλλαγή, personificazione della Tregua. L’amplesso è descritto con immagini legate all’agricoltura e alla lavorazione della terra: “piantare un lungo filare di viti (v. 995: ἀμπελίδος ὄρχον […] μακρόν), poi teneri germogli di fico (v. 996: νέα μοσχίδια συκίδων), infine un altro filare di vite (v. 997: ἡμερίδος ὄρχον) e ulivi che circondino il podere, cosicché i due ‘novelli sposi’ (il coro di Acarnesi e Tregua) si possano ungere dell’olio da loro stessi prodotto e, dopo il bagno rituale, durante il novilunio (v. 999: ὥστ᾽ ἀλείφεσθαί σ᾽ ἀπ᾽ αὐτῶν κἀμὲ ταῖς νουμηνίαις: vd. Olson 2002, p. 318 ad loc.), possano consumare l’amplesso. Qui il termine ὄρχος ha un evidente valore sessuale: ma più che ricordare i testicoli, cui pure è foneticamente simile (ὄρχεις: cfr. Henderson 1991, p. 125), qui ὄρχος rappresenta forse meglio il risultato della penetrazione, giacché il senso sessuale dell’azione agricola è nell’aprire la terra viene ‘penetrarla’ con una pianta (sul valore sessuale di termini come γεωργεῖν e ὀρύσσειν vd. già Taillardat 1962, pp. 100sg., §§ 172 e 175). Non si può escludere a priori che, nel perduto passo dei Γεωργοί, μετόρχιον potesse assumere un valore parimenti sessuale: ma si tratta, ovviamente, di una pura ipotesi3”.

CORO Città intera, hai visto quest’uomo intelligente è sapiente, quante merci può trafficare dopo aver concluso la tregua: alcune utili per la casa, altre buone da mangiare tiepide! Ogni bene giunge a costui, spontaneamente” Mai più accoglierò in casa Polemos, né accanto a me, sdraiato, canterà la canzone di Armo: dio.” Quello, ubriaco, facendo baldoria in mezzo a quanti avevano ogni bene, ha fatto ogni sorta di danno, ha sconvolto tutto, ha portato rovina e ha acceso battaglie; e pur molte volte invitato: «Bevi, mettiti a sedere, prendi questa coppa di amicizia», lui sempre di più ancora ad appiccare fuoco ai pali delle viti e a versare, con la forza, il vino delle nostre vigne. Ed egli ha preso il volo verso il banchetto, e si dà grandi arie. Sulla porta ha gettato queste piume come segno del suo tenore di vita. O Tregua, compagna della bella Cipride e delle dilette Cariti, quale bel volto ci hai tenuto nascosto! Potrà mai accadere che un Eros coronato di fiori, come quello dipinto; ci prenda e ci tenga uniti, te e me? O forse tu mi credi troppo vecchio? Ma se ti prendo, tre cose credo ancora di poter fare: per prima cosa, piantare un lungo filare di viti; poi, accanto, teneri germogli di fico; infine io, vecchio colpe sono, pianterei un tralcio di vite domestica, e degli ulivi, tutto intorno al podere, sicché possiamo ungerci da quelli, tu e io, alla nuova luna.

(Entra un ARALDO.)

ARALDO Ascoltate, gente: bevete per la festa dei Boccali, al suo-no delle trombe, secondo il costume dei padri. Colui che finirà per primo di tracannare, prenderà in premio l’otre di Ctesifonte. (Esce.)75

(Rientra DICEOPOL1, comparendo sulla porta di casa.)

DICEOPOLI Ragazzi; donne; non avete sentito? Che fate? Non prestate ascolto all’araldo? Lessate, arrostite, rivoltate, togliete immediatamente le lepri dal fuoco, intrecciate le corone. Date-mi gli spiedi, perché vi infili i tordi.

Le Nuvole vengono rappresentate, per la regia di Filonide, alle Dionisie del 423 a. C. in competizione con Cratino e con Amipsia, coetaneo di Aristofane. Perdono fragorosamente: la vittoria va Cratino, il secondo posto ad Amipsia.

Un povero contadino, Strepsiade, oberato dai debiti contratti dal figlio Fidippide, che vuol vivere da aristocratico al di sopra dei mezzi della famiglia, decide di mandarlo alla scuola di Socrate, ad apprendere argomenti capziosi per eludere i creditori. Fidippide impara così bene la lezione da picchiare il padre riuscendo a giustificarsi in maniera convincente. Strepsiade, resosi conto del suo errore, brucia Socrate e la sua casa, detta phrontisterion o pensatoio.

Nel prologo il vecchio contadino Strepsiade rimpiange la vita semplice e sana della campagna, che conduceva prima di sposare una raffinata donna di città: “Ahimè! Fosse capitato un incidente alla mezzana che mi spinse a sposare tua madre! Che bella vita conducevo in campagna! Me ne stavo in mezzo alla muffa, sporco, comodamente sdraiato: c’era abbondanza di api, di pecore, di sansa. Poi sposai la nipote di Megacle, il figlio di Megacle: io, un contadino, lei una cittadina, una donna di classe, abituata al lusso, una discendente di Cesira. Il giorno del matrimonio, quando andammo a letto, io davo di mosto, di fichi secchi, di lana, di abbondanza; lei invece era tutta profumi, zafferano, giochi di lingua, spese, ghiottoneria, Coliade e Genetillide4 Certo, non dirò che se ne stava in ozio, ma… faceva il filo; ed io, mostrandole questo mantello, coglievo il pretesto per dirle: ‘moglie, ti dai troppo.. da fare’”.

I riferimenti sessuali sono molto ben evidenti e il rimando finale al filare, ovvero ad usare il telaio, assume un significato ancora più esplicito. Così come il riferimento ai corpi, ai loro profumi ed ai loro odori, richiama prepotentemente due differenti modalità di approccio al sesso: uno contadino, fatto di abbondanza, esso dà di mosto, di fichi secchi, di lana; l’altro, cittadino è carico di profumi, di zafferano, di giochi di lingua, di spese e di ghiottoneria.

La Pace risale al 421 a. C. e viene presentata durante le Dionisie, organizzate dallo stato nei mesi di marzo-aprile: Aristofane ottiene il secondo premio dell’agone comico. Nella Pace di Aristofane, il protagonista è Trigeo, un anziano contadino ateniese che, stanco degli sfaceli generati della guerra, decide di recarsi personalmente da Zeus per supplicarlo di metter fine al flagello. Preso uno scarafaggio stercorario alato, Trigeo giunge, attraverso grandi peripezie5, all’Olimpo che però è vuoto, perché gli dei, disgustati dalla guerra, sono risaliti nelle sfere più alte del cielo, lasciando solo Ermes. A sorvegliare l’Olimpo ci pensa Pòlemos6, che aveva recluso la dea della Pace, Irene, in un caverna inaccessibile, il cui ingresso è ostruito da enormi macigni nelle profondità della Terra. Trigeo viene a sapere che Brasida (spartano) e Cleone (ateniese), i massimi sostenitori della guerra, i pestelli di Polemos, sono morti, e per questo chiama a raccolta i Greci, annunciando il momento favorevole per liberare la Pace. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di alcuni contadini, riesce a liberarla e con lei anche Opora (la stagione dei frutti). Alla fine, Ermes consegna Opora a Trigeo e svela il senso ‘agricolo’ della loro unione (vv. 706sgg.): ἴθι νυν ἐπὶ τούτοις τὴν Ὀπώραν λάμβανε / γυναῖκα σαυτῷ τήνδε· κᾆτ᾽ ἐν τοῖς ἀγροῖς /ταύτῃ ξυνοικῶν ἐκποιοῦ σαυτῷ βότρυς: “Ermete Va bene: se è così, sposati Opora. Eccola: vattene ad abitare in campagna con lei, ti ci spremi… l’uva”. Per questa Opora Trigeo è il marito perfetto, dato che trygáō non significa solo ‘vendemmiare’, ma genericamente ‘raccogliere frutta’: l’idea del matrimonio di Trigeo e Opora sposta su un piano di piaceri sessuali i piaceri mangerecci del raccoglitore di uva e fichi.

Ed ecco il finale:

Corifeo Obbligo di tacere: devozione! Qualcuno accompagni fuori la sposa,

portate le fiaccole, tutto il popolo gioisca, danzi assieme a noi!

Dobbiamo riportare ai nostri campi gli arnesi, dopo avere ballato e

brindato, licenziato a calci Ipèrbolo,

avere pregato gli dei

di dare ricchezze agli Elleni

di fare raccogliere a tutti noi

molto orzo e molto vino assieme

di farci masticare fichi

figliare le nostre donne

ritrovare di nuovo

tutti i beni che perdemmo:

liberarci dal corrusco ferro!

Trigeo (entrando con la sposa) Ai campi moglie mia:

dolce come sei dolcemente

giacerai con me!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Tre volte beato: giusta

fortuna hai avuto!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Che le facciamo a questa?

II semicoro Che le facciamo a questa?

I semicoro La spremiamo!

II semicoro La spremiamo!

Corifeo Noi della prima fila

portiamo in trionfo

lo sposo amici!I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Vivrete coppia

felice: senza

pensiero piluccando

continuamente il fico.

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Grande e grosso

ce l’ha lui: dolce

fica lei ha!

II semicoro Parlerai dopo avere

mangiato e bevuto

un bel poco di vino!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Trigeo (agli spettatori) Arrivederci amici arrivederci:

se poi mi volete seguire

forse mangerete delle torte.

Escono tutti, in corteo.

Di una metafora viticola si serve il protagonista, Filocleone, in un momento della commedia Le Vespe7 (422 a.C.): ‘vendemmiare una vigna abbandonata’ (v. 634: οὔκ, ἀλλ᾽ ἐρήμας ᾤεθ᾽ οὕτω ῥᾳδίως τρυγήσειν), che indica la presunzione di qualcuno di non trovare in un altro un degno avversario, come chi debba approfittare di una vigna incustodita. Il verbo τρυγήσειν si ritroverà anche nelle Ecclesiazuse (392 o 391 a.C.)8 dove il verbo “vendemmiare” associato ad una vigna abbandonata ha un esplicito riferimento sessuale:

PRIMA VECCHIA Ma perché gli uomini non arrivano?

Sarebbe ora … Io sto qui senza far niente, imbellettata…. con la mia tunica gialla, canticchiando tra me e me, e stando alla posta per vedere di catturare qualcuno che passa…Voi, Muse, venite sulla mia bocca e inventatemi una canzonetta ionica.

Si affaccia una ragazza alla finestra dell’altra casa: “Ti sei affacciata fuori prima di me, maledetta vecchiaccia… Credevi che non ci fossi e pensavi di vendemmiare una vigna abbandonata, eh? e di attirare qualche uomo cantando. Ma posso sempre mettermi a cantare anche’ io…una cosa allegra e piacevole” .

“La Vecchia è tutta imbellettata, indossa una provocante veste color zafferano e canticchia un’arietta, con cui, come le rinfaccerà poco dopo la Giovane, si propone di fare opera di adescamento; in particolare, il suo proposito di “catturare” ( v. 881) il primo uomo che dovesse passare dinanzi alla sua abitazione, la mette sullo stesso piano di un cacciatore appostato in attesa della ‘preda’, secondo il noto topos della ‘caccia erotica’; (…). Il contenuto sessuale dei vv. 877-883 mi sembra peraltro emergere dalla successiva reazione della Giovane che, affacciatasi alla finestra, alla vista dell’anziana rivale, non solo le rinfaccia, come si è detto, di canticchiare un’arietta per fare opera di adescamento, ma le si rivolge con un’espressione proverbiale (“cosa credevi, di vendemmiare una vigna incustodita, mentre io non c’ero?”, vv. 885-886a), che, nel presente contesto, assume un double entendre sessuale, messo in evidenza dal verbo τρυγήσειν , che, come molti termini appartenenti al lessico agricolo, è spesso adoperato con doppio senso osceno. In definitiva, alla luce dell’analisi dei vv. 877-883 e 885-887a delle Ecclesiazuse, è lecito ritenere che, sulla bocca della Vecchia, ἀργός , al v. 879, non assumerà il significato generico di “inoperosa”, ma si caricherà di una maliziosa valenza sessuale9” .


Scena di arte erotica tra un giovane uomo e una porne tratta da un vaso datato al 430 A.C Di Shuvalov Painter and S Potter – User:Bibi Saint-Pol, own work, 2008, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3589770

Gli Uccelli vengono rappresentati nelle Dionisie10 del 414 a.C. dove arrivano secondi. Nonostante fosse stata raggiunta la pace, tanto sospirata, Peitètero, ed Euèlpide, due vecchietti ateniesi, disgustati da Atene e dal suo malcostume, politico e morale, decidono di fondare un’utopica città celeste tra gli uccelli. I due vecchietti si recano, dunque, da Upupa (Tereo, in passato re di Tracia poi trasformato per punizione in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare la nuova città. Ma, una volta arrivati fra le nuvole, Peitetero, cerca di convincere gli uccelli a mettersi in guerra con gli dei per la rivendicazione della sovranità sull’universo. Forte di forte di un’oratoria sofistica e rigorosamente ateniese (la stessa che li aveva spinti a fuggire), Peitètero li persuade sostenendo che la razza degli Uccelli venne creata per prima di quelle degli dei e degli uomini e che, pertanto, essi dovevano rivendicare il diritto del dominio. Gli Uccelli sono inizialmente contrari all’idea, perché non si fidano degli umani, ma le loro diffidenze vengono superate dalle argomentazioni dei due ateniesi. Così cominciano i lavori di costruzione e la città degli Uccelli prende il nome di Nubicuculia, la città delle nuvole.

Giove furibondo manda prima Iride per intimidire i nuovi signori, ma Peitètero risponde con minacce e la scaccia in malo. Infine Giove, ridotto a mal partito, manda dei plenipotenziari di pace: Posidone, Triballo ed Ercole. Gli ambasciatori, affamatissimi, giungono proprio mentre Peitètero sta presiedendo alla cottura di certi gustosissimi uccelletti mandati allo spiedo perché poco ossequenti al nuovo regime. Discutono. Posidone vorrebbe respingere le proposte, ma il ghiottissimo Ercole non sa resistere alla gola, e fa sì che la pace si concluda a condizioni rovinose. Gli uccelli, e dunque il faccendiere Peitetero, avranno la sovranità universale.

Ad un certo punto, nello stasimo degli Uccelli, Aristofane utilizza la metafora del “vendemmiare con la lingua” per attaccare i retori, dei barbari11 che vivono esclusivamente di processi, si procurano da mangiare con la lingua/parola’. La loro arte retorica è accusata di sicofantia12, perché come i sicofanti (delatori e calunniatori, coloro che di propria iniziativa denunciano alle autorità le violazioni della legge): «C’è uno spiazzo (nel paese della delazione13) vicino alla clessidra/ lì una stirpe perversa di furfanti, / che mietono, seminano / e vendemmiano con la lingua, / e ci raccolgono pure… i fichi14: / sono popoli barbari, / Gorgii e Filippi15. / E da questi Filippi che si nutrono di parole / nasce l’uso di tagliare la lingua delle vittime. (entra un messo)» (vv. 1694-1705): ἔστι δ ̓ ἐν Φαναῖσι πρὸς τῇ/ κλεψύδρᾳ πανοῦργον Ἐγ-/γλωττογαστόρων γένος, / οἳ θερίζουσίν τε καὶ σπεί-/ρουσι καὶ τρυγῶσι ταῖς γλώτ-/ταισι συκάζουσί τε· / βάρβαροι δ ̓ εἰσὶν γένος, /Γοργίαι τε καὶ Φίλιπποι. / Κἀπὸ τῶν Ἐγγλωττογαστό-/ρων ἐκείνων τῶν Φιλίππων/ πανταχοῦ τῆς Ἀττικῆς ἡ / γλῶττα χωρὶς τέμνεται.

Il vendemmiare con la lingua assume, dunque, un doppio significato la cui valenza oscena serve a rafforzare e a integrare quella politica.

1 Acarne è una suddivisione amministrativa del territorio dell’antica Atene vicino al monte Parnete, a sud-ovest dell’attuale Acharnes

2 Generale ateniese (n. 470 ca.-m. 413 a.C.). Più volte stratego, fu fautore della guerra contro Sparta; negli Acarnesi (425) di Aristofane fu rappresentato come un guerrafondaio brutale. Nel 421 fu tra i firmatari della Pace di Nicia; nel 416-415, come stratego autocratore, comandò, assieme a Nicia e Alcibiade, la spedizione di Sicilia. Cadde (413) durante uno scontro presso Siracusa. Il semicoro, favorevole alla guerra, chiama in proprio aiuto Lamaco: alla fine, i due (Diceopoli e Lamaco) rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, si lamenta in stile tragico, mentre Diceopoli è felice e decisamente brillo, accompagnato da due ragazze.

3 Stefano Ceccarelli, Dottorato di Ricerca in Filologia e Storia del Mondo Antico XXXI ciclo, Tesi di Dottorato in Filologia greca, Commedia antica e campagna attica. I Contadini e le Navi mercantili di Aristofane, Facoltà di Lettere e Filosofia , Università La Sapienza, Roma 2017-2018 in https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1240114#.YH2IPmczaUk

4 Genetillide, dea della riproduzione, era associata al culto di Afrodite Coliade, che prendeva il nome dall’omonimo promontorio, distante circa venti stadi dal porto ateniese del Falero, nel demo di Anaflisto (cfr. Plut. Sol. 8.4; Paus. 1.1.5), sul quale era stato eretto un grande santuario in onore della dea. In questo contesto Strepsiade menziona le due dee, che godevano di un culto esclusivamente femminile (cfr. Lys. 2), non tanto per alludere alla passione della moglie per le feste religiose, quanto per sottolineare la sua dipendenza dal sesso: Coliade si presta infatti a un doppio senso osceno, in quanto il termine richiama il membro virile. La natura erotica dell’allusione a Genetillide è peraltro confermata dall’attestazione del termine, al plurale, in associazione con i baci lascivi nella descrizione del femmineo, sensuale Agatone. Cfr.P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, in https://core.ac.uk/download/pdf/228582565.pdf

5 Ad esempio durante la trasvolata una tremenda puzza esala dal basso (per colpa di un ateniese che defeca a cielo aperto al Pireo) e spinge in picchiata lo scarabeo, ghiotto di escrementi e porcherie in genere, rischiando di di uccidere il suo cavaliere.

6 Polemos si nutre, come lo scarabeo stercorario, di polpette, in questo caso fatte dalle città greche.

7 Affinché il padre Filocleòne («fan di Cleone») non soccomba ancora alla mania giudiziaria che impera in Atene, il figlio Bdelicleòne («colui che ha in odio Cleone») lo segrega in casa; nonostante l’aiuto portatogli dai giurati popolari ateniesi (le vespe del coro, con allusione all’acuminato ‘pungiglione’ delle sentenze), Bdelicleone riesce infine a convertire il padre, mostrandogli le ipocrisie e le malefatte della classe dirigente democratica.

8 Nel prologo (vv. 1-284), tutte le tematiche svolte durante lo spettacolo sono anticipate: un gruppo di donne comandate da Prassagora, hanno deciso alle feste Scire di prendere il potere della città, stanche del malgoverno ateniese: si travestono da uomini (vv. 73-5), vanno all’assemblea a e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata. Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque loro vogliano. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa. Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto a cui partecipa tutta la cittadinanza. Giulio Guidorizzi, Letteratura greca, da Omero al secolo VI d. C., Mondadori, 2002, pag. 219

9 P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, cit.

10 Feste antiche in onore del dio Dioniso (v.), celebrate dovunque si diffuse il culto delle DIONISIE (Διονύσια). Le più importanti e meglio note fra esse erano quelle attiche. Nel calendario sacro degli Ateniesi, quattro erano le feste dell’Attica, tra le più solenni, dedicate a Dioniso; le quali, appartenendo alle feste nazionali della stirpe ionica, si celebravano anche nelle città ioniche dell’Arcipelago e dell’Asia Minore; di esse due ricorrevano nell’inverno (ma si consideravano però sempre come feste della vendemmia, o meglio della svinatura) e due in primavera. Le prime erano le piccole Dionisie o Dionisie rustiche, festeggiate nel mese di Poseidone (dicembre-gennaio) con lazzi sguaiati e contadineschi, come quelli messi in scena da Aristofane negli Acarnesi; a queste seguivano, nel mese successivo di Gamelione, le piccole Dionisie urbane o Lenee, con rappresentazioni drammatiche, canto di ditirambi e una grande processione nel quartiere del Leneo, ove sorgeva il più antico santuario ateniese di Dioniso. Venivano poi al principio della primavera (dall’11 al 13 del mese di Antesterione febbraio-marzo), le Antesterie, o feste della svinatura; chiudevano la serie, nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), le grandi Dionisie, la più solenne delle feste ateniesi dopo le Panatenee, con processione solenne, e gare ditirambiche e drammatiche (v. Commedia; Coregia; Ditirambo; Tragedia) che pongono queste feste in stretta relazione con tutta la storia del teatro greco nel periodo classico.

Altre Dionisie ci sono testimoniate nell’Eubea, a Nasso, a Delo, a Chio, Lesbo, Taso, Cnido, Corcira, Lemno, Pergamo, ecc.

Bibl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen, Lipsia 1898, pp. 372-404, 428-48; M.P. Nilsson, Griech. Feste von religiöser Bedeutung, Lipsia 1906; J. Girard, in Daremberg e Saglio, Dict. des ant. grec. et rom., II, p. 230 segg. (da Teccani.it)

11 βάρβαροι

12 ἀπροσδόκητον nella raccolta dei fichi allude alla sicofantia

13 Il toponimo Φᾶσις è quasi identico nella pronuncia al termine φάσις (delazione)

14 In un’altra versione il riferimento ii fichi è ben più esplicito: “e vendemmiano con la lingua e ci succhiano… fiche”.

15 Gorgia è il clamoroso sofista di Leontini, Filippo suo discepolo. «Ci colgono fichi» allude ai sicofanti, con la solita paretimologia e distorsione oscena. Si usava mettere da parte per Ermete (ovvero il suo prete) la lingua delle vittime. Aristofane ironizza sull’importanza che la lingua ha assunto ad Aten, grazie ai Sofisti.

In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?

Sistemarsi nell’eternità

Mi sono imbattuto, per caso (caso che, detto fra noi, non esiste: forse il fato sì, ma il caso non penso proprio), in una pagina di un libro che non è conosciutissimo, ma neppure così ignoto: “Venerdì o il limbo del Pacifico”(Einaudi, Torino 1976; Vendredi ou les Limbes du Pacifique, éditions Gallimard) di Michel Tournier. Una rivisitazione, profonda, del “Robinson Crusoe” (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719. Tournier, al contrario, era un nostro contemporaneo e il suo romanzo del 15 marzo 1967. Ma non è questo il punto e neppure la premessa di quanto voglio qui riportare: “…le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore”. Era di questo, e in questo momento, ciò di cui volevo farvi partecipi.

«Quel che più è mutato nella mia vita è lo scorrere del tempo, la sua velocità ed anche il suo orientamento. Una volta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erano inclinati in qualche modo verso il giorno, l’ora, il minuto seguenti, e tutti insieme erano aspirati entro il disegno del momento al posto del quale la provvisoria inesistenza creava come un vacuum. Così, il tempo passava presto e utilmente, tanto più presto anzi in quanto era utilmente impiegato, e lasciava dietro di sé un mucchio di tracce e di detriti che costituivano la mia storia. Forse la cronaca in cui mi ero imbarcato avrebbe finito dopo millenni di peripezie col chiudersi e col tornare alla sua origine. Ma quella circolarità del tempo restava il segreto degli dei, e la mia breve vita era per me un segmento rettilineo i cui due capi puntavano assurdamente verso l’infinito, così come nulla, in un giardino di pochi metri quadrati, rivela la sfericità della terra […]. Per me, ormai, il ciclo si è ridotto al punto che si confonde con l’istante. Il moto circolare è divenuto così rapido che non si distingue più dall’immobilità. Si direbbe, così, che le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore. E non differenziandosi più come tappe successive di un piano in via di esecuzione, si somigliano al punto che nella memoria mi si sovrappongono esattamente e mi sembra di rivivere sempre la stessa giornata. Da quando l’esplosione ha distrutto l’albero-calendario, non ho più provato il bisogno di tenere il conto del mio tempo […], il tempo si è fermato nel momento in cui la clessidra volava in frantumi. Da allora non ci siamo forse, Venerdì ed io, sistemati nell’eternità?»

«Ce qui a le plus changé dans ma vie, c’est l’écoulement du temps, sa vitesse et même son orientation. Jadis chaque journée, chaque heure, chaque minute était inclinéeen quelque sorte vers la journée, l’heure ou la minute suivante, et toutes ensemble étaient aspirées par le dessein du moment dont l’inexistance provisoire créait comme un vactium. Ainsi le temps passait vite et utilement, d’autant plus vite qu’il était plus utilement employé, et il laissait derrière lui un amas de monuments et de détritus qui s’appelait mon histoire. Peut-être cette chronique dans laquelle j’étais embarqué aurait-elle fini après des millénaires de péripéties par `boucler’ et par revenir à son origine. Mais cette circularité du temps demeurait le secret des dieux et ma courte vie était pour moi un fragment rectiligne dont les deux bouts pointaient absurdement vers l’infíni, de méme que rien dans un jardin de quelques arpents ne révèle la sphéricité de la terre […]. Pour moi désormais, le cycle s’est rétréci au point qu’il se confond avec l’instant. Le mouvement circulaire est devenu si rapide qu’il ne se distingue plus de l’immobilité. On dirait, par suite, que mes journées se sont redressées. Elles ne basculent plus les unes sur les autres. Elles se tiennent debout, verticales, et s’affirment fièrement dans leur valeur intrensèque. Et comme elles ne sont plus différenciées par les étapes successives d’un plan en voie d’exécution, elles se ressemblent au point qu’elles se superposent exactement dans ma mémoire et qu’il me semble revívre sans cesse la méme journée. Depuis que l’explosion a détruit le mât-calendrier, je n’ai pas éprouvé le besoin de tenir le compte de mon temps […], le temps s’est figé au moment où la clepsydre volait cn éclats. Dès lors n’est-ce pas dans l’éternité que nous sommes installés, Vendredi et moi?»

Schizzo socio-psicologico sulle posizioni per bere del vino o dei distillati

Di Westindischer Maler um 1530 – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160199

Bere in piedi è il miglior modo per degustare un distillato: la verticalità della posizione sostiene la perpendicolarità acuminata del liquido, consentendo un movimento di allontanamento/avvicinamento dell’avambraccio consono alla penetrabilità dell’alcol nelle narici.

Bere seduto sulla sedia (isolata): non è l’ubicazione migliore per bere grandi vini e dei vini in generale. Non potendo far ciondolare le braccia come uno scimpanzé qualsiasi, la seduta richiede una sorta di rannicchiamento raggrinzato e il posizionamento del bicchiere sul grembo. In queste occasioni converrebbe sorseggiare un rosolio contenuto in un bicchierino adornato da meravigliosi ghirigori o, al massimo, un filu ‘e ferru autoprodotto dallo zio sardo (nel caso in cui non ci sia, si po’ fare riferimento ad un amico di un amico) debitamente versato in un bicchierino similare, meglio se trasparente. 

Bere seduto sulla sedia intorno ad un tavolo: la posizione per eccellenza della bevuta con il desinare permette agevolmente di poter posare il bicchiere e di alternarlo con la forchetta e il coltello, qualità che non sono credibili in un party in piedi se non con notevoli complicanze.

Bere seduto sul divano: è la bevuta dalle grandi vedute, quella rilassata, contegnosa, signorile, agevolata e riposante. Non è detto che debba essere necessariamente impegnativa. Il tutto dipende, in ogni caso, dalla comodità del divano, che non deve essere troppo insaccato, dai vicini di seduta e dalla distanza di salvaguardia tra i corpi sorseggianti.

Bere seduto sulla poltrona: è la bevuta alternativa al divano. Una valvola di salvaguardia nel caso in cui il divano sia ingombro e affastellato di corpi beventi e vocianti.

Bere sdraiato: supino è sostanzialmente impossibile, a meno che non si tenti un suicidio di gran classe; a pancia di sotto è fattibile solo con la cannuccia, per cui non conviene impegnarsi troppo per vini di alta qualità; di fianco ricorda un po’ il triclinio romano, ma con il rischio di perdere una bavetta poco dignitosa da un lato della bocca.

Bere in ginocchio: (mentre si raccoglie una tartina caduta per terra): è il modo migliore per non far vedere che si mangiano cose potenzialmente calpestabili. Rimane il fatto che la genuflessione deve avere un tempo consono ad una dignitosa sollevazione. A meno che non si stia celebrando messa.

Bere camminando ad una fiera vinicola: mantiene un nonsoché di sublime avvicinandosi alla pratica peripatetica in filosofia. Da questa si discosta per gli ambienti sovraffollati, perché richiede notevoli abilità di zigzagamento e una capacità non usuale di “stop and go”. 

Bere sul cesso: se “Il cesso rimane comunque un luogo previlegiato di lettura[1]”, non è detto che valga la stessa cosa per bere del vino o un distillato. Tra i due è comunque meglio un distillato: è più pungente e ottenebrante.


[1] Tra la pancia che si libera e il testo si instaura una relazione profonda, qualcosa come un’intensa disponibilità, una ricettività amplificata, una felicità di lettura: un incontro del viscerale e del sensibile che nessuno, mi pare, ha reso meglio di Joyce: «Ben sistemato sulla seggetta, aprì il giornale e lo sfogliò tenendolo sulle ginocchia nude. Novità e cose risapute. Nulla preme. Tratteniamo un po’. Ecco la novella premiata. Il colpo da maestro di Mr. Matchman. Di Philip Beaufroy, Club degli spettatori, Londra. L’autore ha ricevuto il premio di una ghinea per colonna. Tre e mezza. Tre sterline e tre scellini. Tre sterline tredici scellini e sei pence. Tranquillamente si mise a leggere, trattenendosi, la prima colonna; poi, cedendo e resistendo, iniziò la seconda. A metà colonna, cessando ogni ritenzione, lasciò che gli intestini si liberassero a loro agio, mentre leggeva, leggeva senza sosta. Quella leggera stitichezza di ieri è ormai passata. Ma non troppo grosso spero, sennò le emorroidi si infiammano di nuovo. Ecco, così va bene. Sei stitico, una pastiglia di cascara sagrada. Anche la vita potrebbe essere così». “Ulisse” di James Joyce, capitolo II, tratto da Georges Perec, Pensare / Classificare, Rizzoli, Milano 1989