Il vino non parla. Me ne sono fatto una ragione

Interior with Ida in a White Chair by Vilhelm Hammershøi (1864 – 1916)

Ci sono espressioni linguistiche che sopporto a fatica. Una di queste fa più o meno così: “lasciamo parlare il vino”, sorellastra del metonimico “lasciamo parlare il bicchiere”. Durante diverse degustazioni ho appoggiato le orecchie, prima una e poi l’altra, al bicchiere sperando che mi sussurrasse qualcosa. Ma lui, quel gran bastardo, niente. Poi, avvicinando teneramente la bocca al bordo, gli facevo bisbigliando: “Dai!, dimmi qualcosa di te”- aggiungendo, quasi in panico:  “Non farmi fare le solite brutte figure, che non sono neppure riuscito a leggere il retro dell’etichetta!” Ma lui niente, impassibile, nemmeno a fargli girare la testa in vorticose rotazioni; neppure buttandogli al cospetto tremende narici inspiratrici. Nulla di nulla. Poi il colui, o la colei, che voleva far esprimere il vino, prendeva il suo posto e parlava in vece sua. Ma come?!! Volevate farlo parlare ed ora vi mettete voi al suo posto?! Ecco dunque il sottinteso malinteso: “Bando alle ciance. Stiamo ai fatti!” Ma quali ciance, se lui non fiata! E, soprattutto, quali fatti, se non i vostri! Poi capivo l’intento, che era duplice: innanzitutto rivendicare la propria legittimità al discorso e dunque il proprio potere sulla cosa. E, secondariamente, ma non in maniera inferiore, la reificazione del proprio oggetto (cosificazione mi pare brutto). Il vino veniva così ridotto ad una sorta d’improbabile oggettivazione, scomposizione, irrelazione, privazione. Tolto dalla sua dimensione politica, sociale, culturale, amicale, affettiva, sensuale e gioviale diventava tutt’uno con l’espressione locutoria del suo esegeta. Non sono contrario a che uno interpreti ciò che sta bevendo, che ha bevuto o qualsiasi altra cosa, purché ammetta, in tutta sincerità, che è lui o lei, che sta parlando di questo o di quello, grazie ai doni che madre natura gli, o le ha conferito, oppure agli studi eseguiti, o grazie alle esperienze vissute, alle vicinanze intellettuali, sociali e politiche a questo o a quel mondo sensoriale e non alle sue doti da ventriloquo.

 

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Il gioco delle tre carte

Kant

 

Il gioco delle tre carte, ovvero quando attraverso l’indisponibilità a comprendere, il proprio semplicistico piacere si erge a piacere universale e il proprio giudizio trasmuta in giudizio a priori, in assioma indimostrabile, nella Tavola della Legge, nel Sangue che si transustanzia in Vino. La Parola, per farsi Verbo, si fa dunque Parolaccia, scurrilità, irriverenza: soltanto quando tocca la carnalità triviale del Popolo, il Profanatore della Critica sarà partecipe e compreso del destino comune e solo allora potrà ergersi alla testa di coloro verso cui aveva inabissato anima e corpo. Ma sapendo, perché il Profanatore sa, che a quel popolo non appartiene più da tempo e che il momento della discesa non serve altro che a rendere più forte, improvvisa e sicura la salita. Come in ogni Populismo degno di se stesso. L’uso della parola ‘gusto’ «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo (donna) di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema» Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992