Un vignaiolo racconta del vino ai tempi del cambiamento climatico. Alessandro Poretti di Valli Unite

Vendemmia 2017 Valli Unite

Ho incontrato Alessandro Poretti di Valli Unite durante l’ultima manifestazione di Vinnatur a Genova. Mi ha parlato a lungo dei problemi di vinificazione in tempi di importanti e decisivi cambiamenti climatici. Allora gli ho chiesto di buttare giù due righe. Ne ha fatte quattro di sicuro interesse.

Valli Unite, per chi non lo sapesse: Negli anni ’70 i soci fondatori, Ottavio-Enrico e Cesare, decisero di sfidare la sorte scommettendo sull’allevamento. In effetti in quell’epoca nessuno più si dedicava a questa pratica, tra l’altro i tre giovani decisero di gestire un alpeggio in montagna, ancora più rischioso, dato i tempi. Nasce così la Valli Unite. Nasce dalla voglia di sovvertire il sistema, quel sistema che costringeva a lasciare la propria terra, lasciarla incolta, senza cura. È la cura il senso. Della propria alimentazione, del luogo dove si vive, delle proprie idee e delle persone che popolano questa terra. Una storia, un progetto, uno stile di vita basato sulla condivisione in un ambiente ancestrale dove il bosco è ancora dominante. Un ecosistema in armonia con la natura modificato dalla mano umana solo dove strettamente necessario. Valli Unite è 100 ettari di terra condotta con il metodo biologico dal 1981. Gestita con il metodo cooperativo cerca di applicare un’economia alternativa per un mondo migliore. Nata quasi quaranta anni fa dall’idea di tre ragazzi di famiglie di tradizione contadina, innamorati della propria terra e del loro lavoro. Dal sito: http://www.valliunite.com/

 

Il cambiamento climatico che da un po’ di anni ci coinvolge ha avuto la sua prima evidenza nel 2011, annata particolarmente calda, soprattutto in estate, con temperature notturne alte, senza sbalzi di temperatura tra notte giorno e scarsa pioggia.

Ma sembrava un annata anomala: infatti dal 2012 al 2014 si sono seguite tre annate mediamente standard con qualche alto e basso (tipo il 2014 molto piovoso)

Poi 2015, 2016 e 2017…. il disastro….

Nelle ultime tre annata la vite, nonostante abbia una incredibile capacità di resistere alle avversità climatiche ed una particolare adattabilità, ha dovuto subire a ripetizione anomalie climatiche stagionali che hanno messo a dura prova la sua resistenza. Per ultima la gelata tardiva di aprile 2017 che ha dimezzato la produzione annuale.

E quando un essere vivente soffre, di certo i suoi frutti avranno delle caratteristiche anomale e particolari (nel bene e nel male)….

Foto di qualche anno fa

L’idea “non interventista” delle Valli Unite non si è modificata davanti a queste avversità: abbiamo cercato di capire ed aiutare la pianta a portare a termine il suo ciclo annuale e poi dare dignità alla frutta cercando la via naturale migliore possibile per ottenere vini di qualità.

La problematica maggiore in cantina è stata riscontrata nelle fermentazioni, spesso lente e protratte nel tempo, a volte incomplete, con residui zuccherini di diversa entità.

Per ovviare a questo inconveniente sono state adottate due tecniche di cantina: la macerazione e il ripasso.

La macerazione consiste nel lasciare per più tempo le bucce (sia di uva bianca che di uva rossa) a contatto con il mosto in fermentazione in modo tale da estrarre tutte le sostanze nutritive di cui i lieviti sono bisognosi. In aggiunta, una adeguata ossigenazione può aumentare la probabilità di sopravvivenza.

Il ripasso consiste nel rimettere il vino, della vendemmia precedente con residuo zuccherino, sulle bucce svinate in fermentazione della vendemmia corrente con lo scopo di approfittare della vitalità dei lieviti per portare a completamento le ultime risorse zuccherine.

Per cui da questo cambiamento climatico e da queste tecniche di cantina sono nati sicuramente dei vini diversi, figli della volontà di rimanere coerenti alla nostra idea di non cedere alla chimica enologica. Il cambiamento climatico non ha influito ovviamente solo sulla vite, anzi ha provocato problemi ben più grossi sullo sfalcio dell’erba destinata all’alimentazione bovina, sulle rese dei cereali e sulla loro qualità. Per non parlare delle api, che hanno dovuto affrontare sbalzi climatici terribili per la loro sopravvivenza obbligandoci a sparpagliare le casse tra la montagna e la pianura, alla ricerca di fioriture. Anche l’aumento della fauna selvatica (caprioli, cinghiali, uccelli) e la loro discesa dalle alte colline alla ricerca di cibo e acqua ha portato problemi sia nei campi che nelle vigne. Disagi che vanno dalla rovina degli impianti fino a perdita di prodotto utile e comunque ad un aumento di costi di gestione (protezione e controllo)

Per quanto riguarda il vino c’è da aggiungere una nota in più che riguarda il sistema di chiusura delle bottiglie: il sughero.

Da sempre Valli Unite utilizza sughero naturale per accompagnare il vino nella sua evoluzione, ma questi cambiamenti ci hanno fatto riflettere. Il cambiamento climatico e le stagioni irregolari hanno determinato una crescita disomogenea della corteccia delle piante nella sughereta esposta a temperatura ed umidità fuori dal comune. Queste ed altre considerazioni ci hanno portato a sperimentare differenti chiusure e tra tutte il tappo a vite. Dopo 8 anni di sperimentazioni sia sul vino bianco che sul vino rosso ci siamo accorti di come siano prevalenti gli aspetti positivi di questa chiusura rispetto a quella del sughero naturale (fra tutte l’annullamento dei sentori di tappo…) portandoci così ad incrementare il suo utilizzo ed estenderlo dal Rosatea e bottiglioni da 1,5 litri (Tasot, Fiurin e Custieu già in uso da parecchi anni) fino ai vini base 2015 (Diogene, Gaitu e Ciapè) al Derthona e al Marmote (2015). Anche il tappo a corona viene usato ormai da qualche anno per chiudere almeno il 50% del vino frizzante prodotto in azienda (Brut and the beast e Bolle senza frontiere) L’obiettivo della sostituzione della chiusura delle bottiglie è quello di diminuire le problematiche di rapida evoluzione ossidativa dei vini ed eliminare il sentore di tappo dovuto al 2,4,6-tricloroanisolo (TCA) e continuare a vinificare senza o con poca solforosa.

Continuiamo ad usare il tappo di sughero per le riserve da invecchiamento che hanno bisogno di un evoluzione limitata ma costante nel tempo (Bardigà, Vighet, Montale, Croatina, San vito e vini macerati) fino a quando le prove con chiusure differenti o l’evoluzione dei tappi tecnici ci consentiranno di avere dei risultati interessanti dal punto di vista qualitativo

 

Vighet Riserva 2011

Barbera 100% fermentata in acciaio e affinata in legno per due anni, messa in bottiglia con una gradazione di circa 16,5%vol e residuo zuccherino vicino alla decina di grammi.

Alessandro Poretti – Da Livewine 2015

Rappresenta la prima ondata di caldo e il primo anno dove la complessità dell’uva a portato ad avere mosti difficili da fermentare. Quasi tutto il vino rosso ha sperimentato la tecnica del ripasso tranne questa massa di uva derivante dalle vigne più vecchie che in parte è stata imbottigliata (circa 2000 bottiglie) e in parte venduta sfusa nel 2014.

Derthona Timorasso 2015 (COoP 23 cambiamento climatico)

Timorasso 100% fermentato in acciaio senza macerazione, ha fermentato sulle fecce fini fino a giugno 2016 e messo in bottiglia nel dicembre dello stesso anno, ha una gradazione di più di 16%vol ed un residuo zuccherino superiore ai 5 grammi zuccherino.

Terragno anno 2015

Favorita 85% e Timorasso 15% Simbolo del cambiamento di vinificazione dei bianchi per cercare di portare a secco i mosti in fermentazione, vino a 15%vol di alcol. La Favorita è un uva che riesce a raggiungere concentrazioni zuccherine maggiori rispetto al cortese, ha un corredo aromatico più interessante  ed un colore più intenso. L’aggiunta di Timorasso è avvenuta verso la fine fermentazione per portare a secco il vino. Si tratta di una prova di 900 litri in un tino di cemento, in bottiglia da gennaio 2018

Terragno anno 2016

Cortese 60% e favorita 40% è la continuazione della prova 2015, questa volta 30 quintali di uva vengono raccolti appena prima dello stress idrico e vinificati in una botte di acciaio ed a fine fermentazione completeranno l’affinamento in un tino di acacia (secondo passaggio), in bottiglia nel dicembre 2018. E’ una seconda prova dettata dall’annata siccitosa, le uve cortese provengono da vigne vecchie che hanno resistito alla gelata de aprile.

Montesoro Derthona  2016

Timorasso 100% macerato sulle bucce ed affinato in tino d’acacia (primo uso), dopo 6 anni di prove pensiamo di aver trovato la via giusta per poter esaltare in maniera naturale le caratteristiche dell’uva Timorasso da vigne impiantate sui nostri terreni (in frazione Montesoro) nelle colline tortonesi.(Derthona). Fermenta nel tino d’acacia e vi rimane dopo svinatura fino a ottobre 2017 per finire in bottiglia nel gennaio 2018.

Vigne selvatiche (Pilone e Arpicella) 2015

Nel 2015 abbiamo raccolto da vigne non curate e trattate da 2 anni, abbandonate da figli di contadini, non rispettate nemmeno nei tempi di estirpatura:  grazie a questa possibilità possiamo sperimentare in un annata calda due vigne non gestite (non potate, non trattate, interfilari non sfalciati).  Abbiamo solo raccolto, vinificato e fatto riposare il vino in tonneau per un anno… in bottiglia a gennaio 2018 solo 500 litri per tipo

Laguion Spumante di montagna 2015

Nel 2008, con un progetto comunitario, abbiamo piantato e seguito due vigne di Timorasso piantate sopra gli 800 metri nel comune di Fabbrica Curon (in frazione Forotondo) e dopo il naturale tempo di attesa per la produzione di uva vinificabile si sono susseguite una serie di anomalie climatiche che a quelle altitudini hanno drasticamente annullato la produzione. Solo nel 2015, a causa una serie di fortunosi eventi, abbiamo raccolto 5 quintali di uva. Vista la gradazione e l’acidità abbiamo pensato di fare uno spumante metodo classico. Pochissime bottiglie: un progetto per il futuro che purtroppo non siamo ancora riusciti a ripetere soprattutto per l’alta selezione della avifauna selvatica. Speriamo nel 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Parole, parole, parole. “Naturale” ad esempio

Mina nel 1970 durante le riprese per un Carosello Barilla – pubblico dominio

Il dibattito è curioso: ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre, a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità interpretativa: “che riguarda la natura”; oppure “che deriva da essa”; ma anche che “è conforme ai suoi principi”; e perché no! “ovvio”, “normale” e poi, oltre, “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, la parola ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? “Un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].”

Potremmo quindi concludere che, sebbene il termine ‘naturale’ applicato al vino sia un aggettivo non previsto dalla legge, esso sia comunque legittimo, ovvero giustificato dalle premesse e dalle logiche di chi lo utilizza. In altre parole, anche il presunto senso soggettivo è un senso sociale. Se “naturale” diventerà storia non è dato saperlo, “ma queste cose, a dir il vero, stanno sulle ginocchia degli dei” (Odissea, Libro I).

 


[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146

Locazioni fittizie, diritti di reimpianto e trasloco di vigneti. Terza lettera al direttore

Di U.S. Army – White Sands Missile Range Museumhttp://www.wsmr-history.org/MissilePark.htm (This image is obsolete.), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48988

 

Carissimo direttore,

siamo un gruppo di emigranti italiani di stanza nello Bedfordshire. Ora che abbiamo realizzato un bel gruzzoletto di denaro, vorremmo utilizzarlo in due direzioni non necessariamente contigue: comprare qualche missile terra-aria sul mercato nero e, dall’altra, usare l’escamotage delle locazioni fittizie per impiantare dei vigneti in Inghilterra. E’ da un po’ di tempo che da queste parti si producono vinelli giovani e belli, ma ci stavamo chiedendo se fosse possibile, in barba alla legislazione europea, o conseguentemente ad essa, importare qualche diritto di impianto anche quassù prima che la Gran Bretagna torni ad essere, definitivamente, un’isola di pescatori, di allevatori di pecore e di finanza speculativa. Sappiamo che, al momento, questa pratica è invalsa solamente nella nostra madrepatria, ma non avremmo alcuna difficoltà a renderla operativa anche in loco, qualora zelanti funzionari fossero disposti a ricevere un sostanzioso contributo in denaro e in beni alimentari di indubbia qualità. Se fosse così gentile da renderci edotti sulla legislazione in vigore e su qualche persona a cui rivolgersi, saremmo lieti di condividere con lei una fetta della torta.

Salutandola con stima e immutato affetto.

Gli amici italo-inglesi di vinoestoria

 

Carissimi lettori d’Oltremanica,

è un vero piacere sapere della zelante intraprendenza dei connazionali all’estero. Purtroppo la UE ha posto la soglia dell’1% dei diritti del reimpianto e pare che il governo nostrano stia approntando un decreto secondo cui chiunque voglia affittare un vigneto non potrà spostare la relativa autorizzazione prima di cinque anni. Di trasferimenti in ambito europeo manco a parlarne. Vi consiglierei, pertanto, di prendere in affitto alcuni vigneti in disuso a vostro piacimento. Non si sa mai: con la fantasia al Potere, e dopo le elezioni del 4 di marzo non mancherà di certo l’apporto dell’inventiva, potrebbe capitare di tutto. Nel caso in cui il vostro legittimo desiderio (immagino che vogliate produrre una variante del Primitivo di Manduria in  Inghilterra) dovesse fallire, avreste sempre qualche terreno dove installare i vostri missili terra-aria.

Con vivissima cordialità

Il Direttore

Potere alla parola. Potere della parola.

Groucho Marx 1931

Groucho: “Non so granché di cucina francese.

Supponiamo che io venga a cena nel suo ristorante:

che cosa dovrei ordinare?”

Uomo: “Basta che chieda di me”

Groucho: “Ah, lei è sul menù?”

 

Cerchiamo subito di sgomberare il campo dagli equivoci: penso che quando alcuni potentati della parola eno-gastronomica attaccano il mondo della comunicazione del vino essi non stiano parlando di vino, ma bensì di tutt’altro. La risposta va cercata nella “società del discorso”: Michel Foucault parlò della dottrina che “lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti[1]”.

La finalità di questi discorsi vinosi deve essere letta dunque non tanto nel senso interpretativo che essi danno, come ad esempio le parole più opportune per descrivere un vino, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui destra e sinistra servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altre confraternite del vino che, direttamente o indirettamente, ad esempio attraverso i blog, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, o sono divenuti i referenti di altre coordinate produttive, ha esclusivamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è  mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La partizione tra discorso vero e discorso falso ricorda il vecchio principio greco: “l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti di eguaglianza, ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa mostra le proporzioni dell’ineguaglianza[2]”.

E, dunque, Potere alla Parola:

“Soggetto predicato complementi senza troppi complimenti come un pugno sopra i denti, il silenzio è dei perdenti, muti e sorridenti, immunodeficienti agli attacchi dei potenti che spingono la massa a colpi di grancassa nel basso del fosso, sull’orlo del baratro sigillano il feretro del dialogo con chiodi di garofano, grida represse in un clamore afono e il megafono catodico raccoglie e amplifica chiacchere diafane come ali di tafani che ronzano nell’afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un epoca fatta di ideali mai raggiunti, vuoi per mancanza di costanza, vuoi di fortuna, vuoi di coraggio, vuoi cambiare cambia questo è il momento di passare in vantaggio”.

Frankie Hi-Nrg Mc – Potere Alla Parola.

 

[1] Michel Foucault, L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Einaudi, Torino 1972, pag. 34

[2] Ivi. , pag. 16

 

Se si potesse in un tino spremer con agili dita la poesia dalla vita

Nel 1880 esce un libro a più voci, fortemente voluto dall’editore torinese Ermanno Loescher, che raccoglie alcune conferenze tenute, nello stesso anno, dal gotha del positivismo ottocentesco. Il tema delle conferenze è unico: il Vino. I punti di osservazione diversi. Tra i conferenzieri compaiono i nomi di Alfonso Cossa (La chimica del vino), Corrado Corradino (Il vino nei costumi dei popoli), Michele Lessona (I nemici del vino), S. Cognetti de Martiis (Il commercio del vino), Giovanni Arcangeli (La botanica del vino), Angelo Mosso (Gli effetti fisiologici del vino), Giuseppe Giacosa (I poeti del vino), Giulio Bizzozero (Il vino e la salute), Cesare Lombroso (Il vino nel delitto, nel suicidio, nella pazzia), Edmondo de Amicis (Gli effetti psicologici del vino).

Tra gli autori ho volutamente tralasciato colui che inizia il ciclo delle conferenze, la sera del 12 gennaio 1880, affrontando, in maniera divertita, una soggetto che  travalica il tempo e lo spazio: la leggenda del vino. Il vino e la sua mitologia, in altri termini. Il relatore è il neo-torinese, professore di  Storia comparata delle letterature neolatine, Arturo Graf: la stessa casa editrice pubblica, poco tempo prima, una raccolta di 60 poesie “Medusa” (se ne aggiungeranno altre 109 nel 1881). Come la Terra, ai suoi albori, è coperta da foreste impenetrabili, così «i primi stadii della storia dell’umanità appajono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni giovanili delle mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di colore e di luce[1].» E il vino, non da meno di altri miti, «ebbe origini soprannaturali e divine.» Dopo aver passato in rassegna una serie di narrazioni fantastiche intorno al vino, Arturo Graf conclude così la sua relazione: «Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se molti seguaci ed amici ch’egli ha per il mondo verranno a salvarlo. Egli ha contro di sé congiurati terribili avversari. Da una parte l’oidio e la tremenda fillossera assaltan la vite; dall’altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l’abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell’arte altri vi parlerà con tutta l’autorità della scienza: io debbo contentarmi di esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l’autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.» Altri cento trentaquattro anni di estrema attualità: cento trentaquattro anni dopo parliamo di vini veri e di vini che nascondono l’abominio della desolazione.

Diversi anni più tardi, nel 1906, Arturo Graf pubblica, per i Fratelli Treves Editori di Milano, un’altra raccolta di poesie che va sotto il nome di “Le rime della selva. Canzoniere minimo, semitragico e quasi postumo.” Fra di esse compare ancora il vino, la poesia della vita, la dolce follia:

 

SE SI POTESSE….

Se si potesse in un tino

Spremer con agili dita

La poesia dalla vita

Come dai grappoli il vino!…

E innebrïarsi di quella

Come d’un vino giocondo,

Ricreando il vecchio mondo

In una ebrezza novella!…

Spremer la dolce follia

Da tutti i grappoli!… Bere

In un pulito bicchiere!…

E i graspi buttarli via!…

Bere, guardando allo insù!…

Poi, dopo avere bevuto,

Dire: Bicchier, ti saluto!

Non voglio bevere più.

Arturo Graf

 

[1] Arturo Graf, La leggenda del vino. Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880 in A.A.V.V., Il Vino, Undici conferenze fatte nell’inverno dell’anno 1880, Ermanno Loescher, Torino e Roma 1880, pag.  3

 

Il degustatore e lo storico. Considerazioni in margine alla degustazione e al racconto di un vino qualsiasi

Basil Rathbone – Sherlock Holmes

Uno dei più importanti storici italiani, Carlo Ginzburg, una volta scrisse così a proposito del suo mestiere: “Qualcuno ha detto che l’innamoramento è la sopravvalutazione delle differenze marginali che esistono tra una donna e l’altra (o tra un uomo e l’altro). Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco (si dice di solito) elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione”. Non ci si limita, ma le si usa. Così ci adoperiamo nell’atto della degustazione e del suo disvelamento successivo: disseppelliamo l’ascia dei voluminosi paradigmi che ci hanno informato e formato, le storie personali e sociali che ci tiriamo appresso, una volatile presenza di modelli percettivi bastai sulla memoria esperienziale e un’ipotetica illuminazione successiva. Quest’ultima non si configura, però, come puro espediente animalesco, selvaggio, congenito, composto da palati, nasi e sensibilità individuali volte ad avvertire quanto per altri palati, nasi e sensibilità individuali rimane in un ambito liminare, ai margini, nel solco dell’indecifrabilità. La luce dell’istinto s’irradia nella ricerca del già vissuto, l’accidentalità nel non casuale, l’improvvisazione nella reminiscenza. Benché un vino ci appaia nella sua totalità, siamo in grado di percepirne solo alcuni indizi che consentono di leggerlo: “Ma può un paradigma indiziario essere rigoroso? L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva”. Siamo così obbligati a configurare una narrazione del vino che somiglia a quello che Paul Ricoeur, sempre a proposito del discorso storico, definì come una mise en intrigue, una “costruzione dell’intreccio”, la cui caratteristica fondamentale sarà quella di essere una “sintesi dell’eterogeneo” o “concordanza discordante”:  “La configurazione è sintesi, in tre modi. Dapprima è sintesi tra molteplici eventi, o episodi, è una storia unica, completa, avente un inizio, un mezzo e una conclusione. […] Ogni evento, in quanto inserito nella totalità unitaria della storia, abbandona lo statuto del ‘qualche cosa succede’, della neutrale singolarità, per diventare parte attiva di un’organizzazione razionale. Ma la mise en intrigue è sintesi anche in senso concettuale dove il racconto fa funzionare quel che Ricoeur chiama la rete concettuale dell’azione. A quello compositivo e concettuale s’aggiunge infine un terzo modo della sintesi dell’eterogeneo, un modo temporale”.  Se agli ‘eventi’ ed ‘episodi’ sostituissimo le fasi di una degustazione, non ci troveremmo forse nello stesso campo della costruzione narrativa? E non è forse questa la maggiore e più scomoda eredità ottocentesca? “Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione”. In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust”.

Dunque alla fine, nonostante le irriducibilità individuali alla realtà e di questa ad ogni individuo, non ci rimane che ricorrere ad un altro accorgimento metodologico proprio dello storico: la nozione di prova, al limite tra retorica e logica, ovvero tra la funzione persuasiva e la funzione di verità. La replicabilità dell’assaggio, nelle sue varianti insostituibili di tempo, luogo, socialità, stati d’animo e predisposizioni individuali, rimanda alla necessità di una conoscenza unitaria e condivisa. Ma, come per le conoscenze storico- sociali, le valutazioni di un vino non si possono porre sul piano della validità dei valori di giudizio. Possono dirci molto, invece, sulla loro genesi.

Nota bibliografica

Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia. Einaudi, Torino 2000;

Paulo Francisco Butti De Lima, L’inchiesta e la prova. Immagine storiografica, pratica giuridica e retorica nella Grecia classica, Einaudi, Torino 1996, p. 68;

Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975).

Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003

 

 

Ecologia della vita come corrispondenza. Una possibile non recensione di Emanuele Giannone

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato il saggio Io nel pensier mi fingo. Il titolo esplicita il tema – un’esegesi leopardiana – ed è chiaramente tratto da quello che chi non lo sa, problemi suoi, a questo punto non ci sono più scuse, né scuole, né tempo a disposizione ma solo anacoluti.

Quanto sopra è palesemente falso. Il libro non si intitola così, non è un’esegesi leopardiana, non è ovviamente tratto da peccato se non sapete dove, soprattutto non è un libro a tema perché va risolutamente fuori dai temi, anzi, di più: non ne suggerisce, ne ha molti espliciti e liberamente fruibili. Tutto si spiega, fuorché il fatto che non esista una recensione del saggio leopardiano, ma forse non leopardiano, di Nicola Perullo.

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato, si diceva, questo saggio diversamente intitolato, un’efficace novazione epesegetica nella quale non si parla di cibo o di vino, ma forse anche sì, sebbene en passant, e in questo caso sarebbe più corretto dire che si parla con il cibo e con il vino, i quali però restano incidentali: incidentali come tutti gli altri passaggi e passati, assaggi e presenti, futuri da sapere. Non esistono soggetti, né predicati nominali. Piuttosto, tracciati, incidenze, incroci, intrecci. In tutto questo, cibo e vino sono ovviamente inerenti alle questioni di gusto, ma sarebbe più giusto dire sapore, Rolando auspice. Ed è utile chiarire che il libro è tutto uno svolgimento di intrecci, tra i quali quello del gusto come esperienza.

Nel 2017 Nicola Perullo ha scritto un saggio molto bello e gustoso, sapido e salacemente anti-filosofico perché, senza ricorrere a toni apodittici, fa apparire molti filosofi, in particolare quelli social-mediaticamente più presenti, per gli esperti di uova Fabergé quali sono, o indossatori di cachemire, o collezionisti di gnomi o nani da giardino – gnomi, neanche a dirlo, di pregevolissima fattura, per carità. O anche fermodellisti di rara abilità, capaci di assemblare mirabilia nelle scale 1:18 e 1:50. In verità non è affatto sicuro che il saggio sia antifilosofico perché, a ben rileggerlo, potrebbe al contrario essere filosofico ma non nel modo in cui da un filosofo ve lo aspettereste, quindi non compulsivamente affabulatorio, né woomp-wooomp! nel senso onomatopeico della trombonata, né ipotattico fino all’apnea. Qui, insomma, non trovate gnomi, né gnome (γνώμη). E neppure trenini o trenodie. Tutto scorre, è interrelato, ricco di relazioni e corrispondenze, povero di stati, statuti e postulati.

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato un saggio che suffraga la prima, troppo precipitosamente denegata ipotesi – scusatemi per la frettolosa liquidazione – perché è evidente che qui abbiamo non una ma persino due variazioni leopardiane: una prima in cui l’autore nel pensier si pinge (pingo, pingis, pinxi, pictum, pingĕre), cioè più propriamente si colora, colorisce o ritrae anziché semplicemente figurarsi come uno scaltro verista o vetrinista ; una seconda in cui si finge nel pensiero ma anche oltre, senza quindi escludere la pictio oltre la fictio. E in effetti il saggio è ricco di movimenti pittorici, oltreché di locomozione, e politici, e musicali e altri ancora.

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è molto antico. È altresì asincrono e acronico. Ma anche, è evidente, molto nuovo e altrettanto indubitabilmente sincrono e cronico. La sua molta antichità è palese già dal titolo, stavolta quello vero, che tratta l’òikos. La molta novità, di converso, sta nel prenderlo e destrutturarlo, diffonderlo, trasformarlo in katoikìa e oikouméne. La molta novità sta anche nell’essere scritto con molto sé ma a tutto vantaggio e diletto di te che leggi, mon semblable, mon frère; il che, scelta o caso che sia, rappresenta di una novità insperata in tempi di trasmissioni in diretta mondovisione dal cesso e dal fornello di casa, evoluzione dello studio televisivo. Un saggio scritto senza esigenze di trasmettere il vissuto individuale con argomenti che lo trascendano o travestano. Un libro fluente e bello per te, mon frère, che ami la vita viva, la Vita Nova, persino la vida loca, perché pieno di vecchie e belle vite parallele che si fanno nuove e mirifiche vite incidenti. Il libro di un filosofo che abdica all’egodicea: il che significa appunto, saluto affettuoso a Derrida, che il filosofo abdica alla filosofia.

 

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è, si diceva, molto antico. L’antichità di questo libro scorre nel suo risalire controcorrente le scientifiche sorti e regressive del presente e del tempo a venire, dribblando di slancio il quantified self e le analisi quantitative, le biometrie, le conduttanze cutanee, i riflessi psicogalvanici, le chemestesìe e tutto quel che serve – ma veramente servirà? – a stabilire oggettivamente quanto e quando siamo. È inoltre un libro molto asincrono, ha un tempo suo soltanto che è quello di chi lo scrive, quindi fuori dal tuo. Tuttavia, basterà che tu lo legga, mon frère, senza pretendere che rispetto a te e ai tuoi devices si debba vivere o scrivere in diretta, in sincronia – ti bastino la buona accordatura e la sintonia fine, tutte doti che il libro dispensa generosamente – e proverai divertimento, e riderai degli isocronismi. A una seconda lettura, tuttavia, il libro è sicuramente sincrono: accade insieme e per sempre. Dalla terza in poi non sono più sicuro.

Procedendo da quanto appena concluso, il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è quanto meno acronico. Vi accade tutto e, non bastasse questo, tutto vi fluisce senza tempo. Il gioco del mondo. Un gioco che apprende, quello di partire da un tempo e un punto qualunque per non concludere mai, vale a dire arrivare alla non-conclusione, invero piuttosto scontata (ma fin qui non ce n’eravamo accorti), che non vi è stato tempo, né punto, e quindi ripartire (cioè continuare). Però serviva credere che tempo e punto avessero luogo: per mettersi in moto, guardare l’orologio prima di intraprendere il cammino, dare misura e dimensione al cominciamento. Altrimenti detto, per traslato e se non atterrisce la polisemia, il testo è cronico. Non segue il tempo: lo crea.

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo si chiama Ecologia della Vita come Corrispondenza. Leggerlo è facile: il ritmo è libero, il flusso offre momenti o frammenti apparentemente disordinati, in realtà dislocati perché un ordine non serve: si leggono e commentano a partire da un qualunque luogo, in un qualunque istante e si riflettono ovunque. Commentarli, inoltre, riuscirà particolarmente facile perché il testo è giusto e vero. Non esatto: vero. Assolve il compito vero di ogni testo che è produrre nuovi sensi, non individuarne prestabiliti e correnti. Nuovi sensi tra il testo evidente e quelli inframmessi, inter- e meta-testo, piacevole esercizio euristico per chi conosce i testi cooptati e, ciò che è assai più rilevante, procedimento ludico e creativo per chiunque.

Leggere Ecologia della Vita come Corrispondenza è facilissimo perché richiede la conoscenza di Ingold, Agamben, Bachelard, Wittgenstein, Derrida, Jodorowsky, Glass, Cohen, Nietzsche e i saggi del lontano Oriente, ma se preferite vi invita a farne benissimo a meno. Dipende da voi. Come quelli, bastano infatti vicini di casa, parenti e gli affini, compagni dell’università o di viaggi, commensali e l’autore.

Paralipomena. Per me la lettura si è rivelata particolarmente emozionante perché il libro di Nicola Perullo tratta a sorpresa di tram lungo Mariahilfer Strasse e Mannerheimintie, della stazione di Skellefteå, dei trionfi della borghesia domenicale ovvero l’Ottocento siciliano trasumanato nel Novecento romano a Largo Bradano prima e poi a Via Bertoloni, e quindi il teatro surrealista-familiare, il traghetto Stoccolma-Turku e quello da Rødby a Puttgarden e poi la nascita a Via Cipro, la vita in periferia, il trasloco da Monaco di Baviera a Helsinki su una Opel Omega Kombi, l’encomio di Simonide di Ceo per i caduti delle Termopili, Celibidache, la domanda è rosso fuoco e la risposta è blu; e ancora le foto e le magliette da Piccadilly Circus, dal Pori Jazz Festival, da Voidokilia, dalla Quinta Strada e da Beaune. E il vino e soprattutto la gente, i Klinec, e la gente e soprattutto il vino, i Klinec, a Medana. E la Messenia. E Montalcino. E Schiphol. E il vino di Radikon, quello di Prepotto e Sgonico, quello di Cefalonia. Ullanlinna, Horsens, Kardamyli, Kiruna, East Acton, Schwabing, l’Arcoveggio, il Montello, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea. In barca a vela per i Laghi Masuri, la lingua nuova, piena di scaglie e guglie, liquescenze improvvise e sensualità. Danzica. die Blechtrommel. Alla radio the Doors o Rameau – conoscevi? Non conoscevo. Guidare la Trabant, La Syrena (samochód), la Saab 96 (personbil, Sverige är en konstitutionell monarki). Bayerischer Rundfunk. Staatskapelle Dresden. La Finlandia marginale, työttömyys, viina, kirves ja perhe. Kaurismäki. Gli autografi di Gassman e della Guarnieri. Macbeth. Nardini al Ponte Vecchio, Villa Barbaro a Maser, il cineclub a Montebelluna. Konstanz e Margrethe (goldenes Haar) che legge Celan. So bist du denn geworden, vent’anni dopo. Vent’anni dopo a Villa Doria Pamphilj si corre benissimo, leggeri, l’afa di agosto si dilegua nella scoperta che il viale Eliot di Villa Doria Pamphilj è intitolato a George, non a Thomas S., quindi summer surprised us ancora una volta. La terra desolata. La Linea A, penultima fermata, Cornelia, precedentemente S-8, Endstation, Herrsching am Ammersee (proseguire per la Bahnhofstrasse fino al 20). Studio matto e disperatissimo variamente intercalato con Wanderungen e ozio con annessa commutatio loci. Treni regionali per Nettuno pieni di piscio e pattume contro rapidissimi treni rossi per il Nord, Kieler Förde, Saint-Nazaire, Oulu. Limoni. Matrimoni. Istituto Nazionale Tumori Regina Elena. Klinikum Grosshadern. Šostakovič, Masur, Skrowaczewski. Monteverde. La luce d’inverno sopra, da e dentro: a) l’Acquedotto Alessandrino, b) il Porto Innocenziano, c) il Sentiero Rilke, d) Töölön Lahti.

Tutto questo è palesemente falso, nel libro non vi è nulla di tutto questo, o almeno così pare. Pare, perché è tutto vero e c’è, l’ho letto io perché il libro invita a infiltrarsi nel testo, spogliandolo del senso, spogliandosi del proprio, togliendone e dandone a entrambi. Uno, tanti, diversi, nei fasci di vita che si intessono e dipanano.

Nicola Perullo, Ecologia della Vita come Corrispondenza (Mimesis Edizioni, Collana Eterotropie, 2017)