Quod Erat Demonstrandum. Il dibattito enologico tra opinione, scienza e dimostrazione

Di Attribuito a Meliacin Master – Questo file è stato fornito dalla British Library a partire dalle proprie collezioni digitali.Voce di catalogo: Burney 275, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=468726

Alla scienza viene abitualmente domandato di dimostrare accadimenti e fatti osservabili e riproducibili, dunque prevedibili e certi. Ma quando questo non avviene, cosa accade? E quando la scienza non riesce a completare la dimostrazione, ci troviamo al di fuori di essa o al limitare di mondi a lei contigui? Alle opinioni non chiediamo di dimostrare accadimenti e fatti osservabili e riproducibili: esse producono asserzioni, per statuto, imprevedibili e incerte. Ma quando le opinioni si comportano in maniera apodittica e inequivoca quali altri spazi stanno cercando di invadere? E siamo poi così sicuri di essere in grado di riconoscere le une e le altre e le une dalle altre? Il mondo del vino, in molte delle sue peculiarità ed eccezionalità, è un luogo dove quotidianamente, costantemente e per piccoli e grandi temi si scontrano e si incontrano pareri che paiono fatti; fatti supportati da sole parole; fatti dimostrabili, ma non ripetibili in altri contesti; fatti ripetibili in ogni contesto ma a partire da condizioni esterne date come immodificabili; fatti probanti, alcuni prevedibili e solo in parte certi. Dovessimo costruire degli insiemi che tengono ognuna delle formulazioni logiche sopra riportate capiremmo assai in fretta che i punti di intersezione sono assai vasti. Non sto qui, in specifico, a riprendere alcuni dei temi in gran voga ultimamente, ma ricordo solo di quali argomenti trattano: lieviti indigeni, autoctoni o industriali, uso di solforosa, se e in quali fasi, micro-ossigenazione, uso di contenitori per la fermentazione, per l’evoluzione e l’invecchiamento e così via. Ci troviamo, insomma, in un paradosso di ogni tempo: sempre di più viene richiesto a procedure certe di definire le scelte future, per poi accorgerci, il più delle volte, che si utilizzano pareri tecnicizzati per strutturare fondamenti di opinioni che rimangono, appunto, tali. La mancata separazione tra doxa e scienza, dove la prima si ammanta di specificità tecniche che non possiede, mentre la seconda rifugge dalla possibilità di essere chiamata in errore e quindi non rivela i margini della propria incertezza, ha fatto sì che il piano politico (valoriale) sia stato trascinato nel più profondo degli abissi. Le micro-questioni (non perché siano piccole, ma perché parlano di problemi parziali), come ad esempio la tipologia dei lieviti utilizzati, dicono solo in minima parte di se stesse: sono parti di un tutto molto più grande (politico, economico, sociale e culturale). Non tenerne conto significa negare, da subito, la discussione. Il punto è, invero, proprio l’inverso: come capire che quando si affronta un tema, gli altri che girano intorno sono assolutamente complementari al suo dibattimento. Come sarebbe possibile, ad esempio, per le produzioni industriali, di massa e a basso prezzo, non dotarsi di strumentazioni adatte alla creazione di prodotti congrui con il proprio mandato economico? Ma, allo stesso modo, quando i produttori di vino industriale parlano per l’uso che fanno di determinati strumenti, dicono per sé, per la scienza, per tutti, per i Consorzi o per chi altro? E forse per tutti insieme: ma riuscendo a distinguere i campi di applicazione, le congruenze e le incongruenze, non stiamo forse parlando di ciò che per i poeti greci del VI secolo fu il discorso vero?: “era il discorso per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo annunciava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino.” (Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971)
Per dirla in un altro modo, la mancata esplicitazione delle finalità di un discorso, dei metodi corsivi e ricorsivi che lo contraddistinguono, delle posizioni (politiche, economiche…) da cui esso trae linfa e vigore, impediscono di leggere i meccanismi sottostanti alla sua formazione. Solo così si potrà capire che entrambe, sia l’opinione che la scienza, servono lo stesso padrone, ma che lo fanno in maniera radicalmente opposta non solo e non tanto perché possono giungere a risultati radicalmente opposti o tremendamente vicini, ma per il fatto che le metodologie di prova divergono radicalmente. E divergono radicalmente anche quando la scienza, come spesso accade, non è in grado di garantire alcun risultato. Questo ragionamento implica ancora un passaggio: la preminenza della scelta di campo e con essa del valore politico di ognuna di esse: significa che in ogni decisione corroborata da certezze rimane sottostante l’intenzionalità e la finalità dell’esecutore. Così come ciò che avverrà è spesso un “ciò che deve avvenire”.
Ma prima di arrivare a qualche conclusione di un certo interesse, occorre precisare che queste argomentazioni non valgono solo per il mondo del vino.
E, in tutto questo, mi farò aiutare dalla matematica e dalla fenomenologia della dimostrazione.
Un teorema è un enunciato formale, ovvero retto da un linguaggio simbolico artificiale, condizionale (se…allora…) e non una formula logicamente valida di tipo tautologico: 4 + 4 = 8
Un teorema è dunque una congiunzione o un insieme di enunciati per cui “se B …allora C”, dove C è la conclusione, mentre B è l’assioma della teoria: B è l’ipotesi, mentre C è la tesi.
Ma dimostrare che 4 +4 = 8 non significa provare che è vero, ma che occorre trovare le soluzioni B per cui 4 + 4 = 8 vale. In altre parole “se B allora C” è un teorema, allora C deve essere conseguenza logica di B. Per essere ulteriormente più precisi C è conseguenza logica di B se in ogni interpretazione formale del linguaggio in cui sono scritti B e C, se B risulta vero allora anche C risulta vero. Dire che C segue necessariamente da B significa dire che C segue logicamente da B: altra cosa, del tutto fuorviante, sarebbe dire che necessariamente (che non può essere altrimenti) C segue da B.
In termini generali, un paradosso dell’autoreferenzialità è una proposizione che pretende di esprimere il suo valore di verità all’interno di se stessa: “Questa frase è falsa” (Tarski e Gödel): “Per parlare della verità relativamente ad un dominio di conoscenze si deve usare un linguaggio che parla del linguaggio in cui sono formulate quelle conoscenze – che si chiama linguaggio oggetto – e assumere altre conoscenze in grado di dimostrare proprietà relative al linguaggio oggetto e ai suoi significati… Non è dunque definibile una verità in assoluto, ma non è neanche definibile, nel senso precisato, cioè senza passare a una teoria superiore, la verità in un dominio limitato” (Gabriele Lolli, QED. Fenomenologia della dimostrazione, Bollati Boringhieri, Torino 2005).
Per essere un minimo convincenti nelle proprie dimostrazioni occorre dunque fare affidamento, così come lo fecero gli antichi stoici, al teorema della completezza: se B è vera, la negazione di B non può essere vera; o B o la negazione di B sono vere e non entrambe; se B e se B allora C sono vere, anche C deve essere vera. Ogni volta che C è conseguenza logica di B, ad insaputa di tutti, a prescindere da ogni verifica e dalle volontà divine, allora esiste una derivazione di C da B.
Indicibili e incompleti quali siamo ci sforziamo di produrre affermazione veritiere per dimostrazione ed approssimazione: non potremmo fare altro, ma non possiamo neppure abdicare alla costruzione di modelli che si basino su dimostrazioni e prove, sapendo che queste non possono in alcun modo supportare assiomi non veri (men che meno falsi). In altro modo sappiamo che gli assiomi sono affermazioni di principio, politiche in nuce o in traduzione e che come tali vanno vagliati sul senso implicito ed esplicito di ciò che comunicano. E per il resto: “L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva” (Carlo Ginzburg, Miti, emblemi e spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 2000)
Poche discussioni in ambito enologico possono soddisfare i teoremi della completezza: spesso sono indicibili ed incerte. Non è però una buona ragione perché non vengano dimostrate.

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Parole, parole, parole. “Naturale” ad esempio

Mina nel 1970 durante le riprese per un Carosello Barilla – pubblico dominio

Il dibattito è curioso: ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre, a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità interpretativa: “che riguarda la natura”; oppure “che deriva da essa”; ma anche che “è conforme ai suoi principi”; e perché no! “ovvio”, “normale” e poi, oltre, “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, la parola ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? “Un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].”

Potremmo quindi concludere che, sebbene il termine ‘naturale’ applicato al vino sia un aggettivo non previsto dalla legge, esso sia comunque legittimo, ovvero giustificato dalle premesse e dalle logiche di chi lo utilizza. In altre parole, anche il presunto senso soggettivo è un senso sociale. Se “naturale” diventerà storia non è dato saperlo, “ma queste cose, a dir il vero, stanno sulle ginocchia degli dei” (Odissea, Libro I).

 


[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146

Potere alla parola. Potere della parola.

Groucho Marx 1931

Groucho: “Non so granché di cucina francese.

Supponiamo che io venga a cena nel suo ristorante:

che cosa dovrei ordinare?”

Uomo: “Basta che chieda di me”

Groucho: “Ah, lei è sul menù?”

 

Cerchiamo subito di sgomberare il campo dagli equivoci: penso che quando alcuni potentati della parola eno-gastronomica attaccano il mondo della comunicazione del vino essi non stiano parlando di vino, ma bensì di tutt’altro. La risposta va cercata nella “società del discorso”: Michel Foucault parlò della dottrina che “lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti[1]”.

La finalità di questi discorsi vinosi deve essere letta dunque non tanto nel senso interpretativo che essi danno, come ad esempio le parole più opportune per descrivere un vino, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui destra e sinistra servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altre confraternite del vino che, direttamente o indirettamente, ad esempio attraverso i blog, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, o sono divenuti i referenti di altre coordinate produttive, ha esclusivamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è  mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La partizione tra discorso vero e discorso falso ricorda il vecchio principio greco: “l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti di eguaglianza, ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa mostra le proporzioni dell’ineguaglianza[2]”.

E, dunque, Potere alla Parola:

“Soggetto predicato complementi senza troppi complimenti come un pugno sopra i denti, il silenzio è dei perdenti, muti e sorridenti, immunodeficienti agli attacchi dei potenti che spingono la massa a colpi di grancassa nel basso del fosso, sull’orlo del baratro sigillano il feretro del dialogo con chiodi di garofano, grida represse in un clamore afono e il megafono catodico raccoglie e amplifica chiacchere diafane come ali di tafani che ronzano nell’afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un epoca fatta di ideali mai raggiunti, vuoi per mancanza di costanza, vuoi di fortuna, vuoi di coraggio, vuoi cambiare cambia questo è il momento di passare in vantaggio”.

Frankie Hi-Nrg Mc – Potere Alla Parola.

 

[1] Michel Foucault, L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Einaudi, Torino 1972, pag. 34

[2] Ivi. , pag. 16

 

Gli enarchi hanno cambiato solo l’abito. Di Emanuele Giannone e Pietro Stara

Si narra a Montalcino di un figurante nell’almanacco di Gotha, il quale lamentavasi della disdicevole infrequenza del bere bene in paese e sommamente tra i suoi vignaioli, e ascriveva codesta incresciosa lacuna a cagione che bene rendeva con eloquente e nobile gesto, ovvero l’alternato movimento del dito pollice e del dito indice posti a contatto, e questo suggellava con un poetico “… perché pe’ beve bene, ce vonno questi!”, con ciò intendendo i dobloni.
Lo sport più diffuso a livello nazionale è la Reazione. La Reazione è organizzata in diverse divisioni: nella massima, quella per campioni e grandi direttori tecnici, i reazionari giocano a negare la contendibilità della conoscenza: che è grande diletto e somma utilità solo finché gestita dai campioni della Reazione, esegeti e divulgatori patentati – gli stessi che si sbracciano e sbraitano invocando il fallo o il fuorigioco quando della conoscenza perdono il controllo e il dosaggio, vedendola fuggire in contropiede nei mille rivoli della modernità liquida. Poi ci sono le divisioni via via inferiori, dove le pippe giocano ancora a ruzzica e zompafosso.
Anche nel vino si gioca alla Reazione. Le varie fazioni amano darsele di santa ragione: le vecchie signore della situazione pretendono di maramaldeggiare mercé del palmares, dell’esperienza, della scienza che brandiscono come corpo contundente e argumentum ab auctoritate. Alle vecchie signore del vino piace vantare i trofei, che variano dagli anni di anzianità etilica alla paternità della scoperta di produttori cult, dalla pretesa di oggettività a quella di aver degustato per primi Hispaniola, il telegrafo senza fili e il bosone di Higgs. Gli emergenti tengono dietro con campagne acquisti da capogiro, fanno incetta di assi stranieri ma alternano sempre partite memorabili a inopinati scivoloni. A metà classifica si vivacchia da attendisti, senza titoli in bacheca ma pieni d’ardore, di sete e di malinconia, impetrando fino alle ore antelucane il conforto social di inesistenti o contumaci compagni di bevute. La lotta per non retrocedere vede invece il climax dell’agonismo e delle reciproche scorrettezze. Se lasciamo da parte la media e la bassa classifica, in quella alta troviamo sostanzialmente due variazioni di elitismo etilico, più plateale quello degli emergenti, più supponente e codino quello delle vecchie signore. Gli emergenti, a ben vedere, null’altro sono che i figli spurî e gli emuli delle élites, che vorrebbero tanto defenestrare; ciò che pensano di agevolare sbattendo in faccia a tutti bevute sensazionali, secondo il principio che con due bitcoin di senso compri due chili di prestigio. Per loro la stappatura è teleologicamente orientata al tweet e al post, duplice ipòstasi dell’agognata superiorità di razza. Questa compagine rompe molto le palle in generale e in particolare proprio alla razza padrona delle vecchie signore, le quali accettano la sfida e cambiano modulo: accantonano le trombonate retoriche, demandano le invettive ai loro valvassini e tifosi, e scendono in campo nella nuova, fiammante divisa da populisti enoici. Dal via-dal-volgo al We, the People. Perché la gente è stufa dei vini da ricchi, degli sfoggi di burgundofilia, del disprezzo delle patrie effervescenze, dell’Italia operosa e ignorata, in breve è stufa di quelli là, gli enofighetti. Per soprammercato, vagheggiano il ritorno al piccolo mondo antico dei vini confidential, buoni e negletti, e giù filtri seppia ed eravamo-quattro-amici-al-bar e altre rêveries da Amaro alle erbe di montagna, andando dritti dritti al cuore dello strapaese.
Ora, che i gagà del vino meriterebbero la DDR di Ulbricht (e i suoi vini, importati dai più solatii lembi del Comecon) è certo. Trascendendo l’antipatia, ci sarebbe però da interrogarsi sul pulpito dal quale origina la predica. E proprio questo dubbio ci porta a scoprire la nuova frontiera del populismo enoico: la sua ibridazione col leaderismo assoluto, con il culto della personalità e con la sua corte. Accade così che uno, dieci, mille Pinco Pallino, afflitti dal complesso di inferiorità verso papi, vinosauri, eno-snob, droidi da degustificio e altri pezzi da Max-Planck-Museum, si sentano avulsi dal contesto e dal dibattito, vittime del grande equivoco tecno- e meritocratico per cui ha titolo a parlare solo chi più ne sa (e meglio beve). Soffrono, i Pinco Pallino, hanno bisogno di carezze di endorsement. E, per riceverne, diventano piccoli dittafoni: ripetono quod Principi placet, lasciano che il principale parli in loro vece, ne cercano il favore con appassionate dichiarazioni di voto, col tifo e coi florilegi di like, quoto, condivido e sottoscrivo apposti ai post. Reagiscono da claque ad arguzie e motti salaci del capo. Rispondono sdegnati a qualsiasi critica al Politbjuro, perché il principale è persona di spirito per definizione e mal per chi non lo coglie, e poi lui ha scienza ed esperienza, ergo merita rispetto. In cuor suo ciascun Pinco Pallino nutre un certo risentimento verso chi sta in alto e sempre ci starà, ma lo stempera in peana, epinici e varie attestazioni d’amore al leader. Grazie a ciascun Pinco Pallino, e oltre la portata del suo pallinoscopio, si vede realizzata anche nel vino la profezia di Michael Young: alla prova dei fatti, la meritocrazia è riorganizzazione delle élites e in particolare delle disuguaglianze che sembravano superate con la fine dell’aristocrazia. Gli enàrchi hanno cambiato l’abito e sono rimasti ai posti di comando con uniformi di nuovo disegno ma sempre grondanti migliaia di mostrine e decorazioni liquide, un po’ scienziati e un po’ stregoni, fisici e metafisici, scientisti e tecnocrati, custodi della verità del vino.
La finalità di questi discorsi deve essere letta, dunque, non tanto nel senso interpretativo che essi danno, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui alto e basso servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altri soggetti che, direttamente o indirettamente, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, ha unicamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso, per queste confraternite, deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La risposta va cercata in ciò che Foucault avrebbe definito come “società del discorso”: “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti”(L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola).
E il leader? Beh, il leader ha vinto a man bassa. Gli è bastato cambiare divisa, darsi l’aria popolare, lasciare il lavoro sporco e il sottobosco social a poche unità della guardia personale: gli emergenti hanno perso lo scontro diretto, il derby della Reazione lo stravincono i vecchi. Perché a differenza dei monocordi, monoespressivi, glitteratissimi emergenti, il leader è proteiforme, colto e adattivo, sa intercettare il consenso popolare e ne è giustamente gratificato. Ora adatta contenuti e forme alla vulgata anti-elitaria, lui che di una élite è membro e custode, avendone seguito l’intero cursus honorum, già bambino prodigio, poi enfant gâté, finalmente senatore attraverso tutti gli scatti di anzianità. E tuttavia – a quel paese quel babbeo di Leonardo Bonucci – visto che non conta solo vincere, ma partecipare, perché non guardare anche a come ha vinto? A quei contenuti e forme? A chi parla, il leader? Ebbene: non già alla frammentaria realtà postmoderna di intelletti ed espressioni individuali e concorrenti, bensì a una comunità chiusa, a suo dire accerchiata, in realtà bellicosa e ben munita, depositaria esclusiva della verità e sua unica, plausibile esegeta. Parla degli altri da populista, fa apporre l’omissis al proprio nome nell’almanacco di Gotha e intanto bolla gli altri come élites. Spara loro a raffica dalla sua vetta, per la gioia dei cortigiani e di Pinco Pallino. Intanto, saluta questi e quello con benevolenza. Nel salutarli pensa, come in genere fa chi è in vetta, di meritar la vetta solo lui e di volerci restare sempre, giudicando di conseguenza chi gli è sotto.
Contento Pinco Pallino, contenti tutti.

Foto tratta da wikipedia common

Robert Parker e l’ordine del discorso vinoso.

Ripropongo qui un testo che ho già pubblicato, con alcune variazioni e un’aggiunta sulle “profezie[1]” di Robert Parker.

Cerchiamo subito di sgomberare il campo dagli equivoci: penso che quando alcuni potentati della parola eno-gastronomica attaccano il mondo del vino naturale, bio, biodinamico, vinoverista… non stiano parlando di vino, ma bensì di tutt’altro. Allora perché questi discorsi (apparentemente) vinosi. La risposta, a mio avviso, va cercata in ben altro è cioè nella definizione di quello che Foucault avrebbe definito come una “società del discorso” in cui “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti[2].” La finalità di questi discorsi vinosi deve essere letta dunque non tanto nel senso interpretativo che essi danno, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui destra e sinistra servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altri soggetti, che direttamente o indirettamente, ad esempio attraverso i blog, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, referenti di altre coordinate produttive (bio…), ha esclusivamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso, per queste confraternite, deve perciò  velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è  mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La partizione tra discorso vero e discorso falso ricorda  il vecchio principio greco: “l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti di eguaglianza, ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa mostra le proporzioni dell’ineguaglianza[3].”

Le “profezie” di Robert Parker devono pertanto essere lette nella loro funzione illocutoria[4]: esse non descrivono, né espongono un determinato fatto; né, tantomeno, illustrano un futuro a venire.

Esse producono un fatto reale: dicono ciò che deve essere.

 


 

[2] , L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Einaudi, Torino 1972, pag. 34

[3] Ivi. , pag. 16

[4] La teoria degli atti linguistici è di John Langshaw Austin (How to Do Things with Words (1962); trad. it. Come fare cose con le parole, Marietti, Genova 1987). Il suo allievo più importante è John Searle

Si può essere contrari ad una parola?

I dibattiti in rete sono davvero curiosi, ma sicuramente di qualche interesse: http://www.intravino.com/primo-piano/quelli-che-il-vino-lo-vorrebbero-illegalmente-naturale/#more-62854. Ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere espresso ed inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità esplicativa: “che riguarda la natura”, ma anche “che deriva da essa”, ma anche che “è conforme ai suoi principi”, ma ancora “ovvio”, “normale” e poi “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, il termine ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore in questo caso, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? Perché “un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].” 

Potremmo quindi dedurre che ‘naturale’ è un aggettivo illegalmente legittimo. 

[1] http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/N/naturale.shtml 

[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146