KAIROS (Kαιρός): per ogni cosa l’ottimo

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Esiodo chiude, all’esametro 694 del poema didascalico Le Opere e i Giorni, in questo modo: μέτρα φυλάσσεσθαι: καιρὸς δ᾽ἐπὶ  πᾶσιν ἄριστος ; tieni misura: il meglio fra tutto è il momento opportuno (traduzione di Ettore Romagnoli, 1929). Ma Kairos (καιρός)[1], il momento opportuno o l’occasione come spesso è stato a noi tradotto, non è soltanto il tempo che si svela nell’attimo utile e favorevole, quanto la qualità di quel tempo di cui ‘per ogni cosa è l’ottimo’.

“Di dov’era lo scultore? Di Sicione./ Ed il suo nome? Lisippo./ E chi sei tu? Il tempo che sottomette ogni cosa./ Perché stai in punta di piedi? Sto sempre correndo./ E perché hai un paio di ali ai piedi? Io volo nel vento./ E perché tieni un rasoio nella mano destra? Come segnale agli uomini/ del fatto che io sono più affilato che qualsiasi altro bordo./ E perché i capelli ti scendono sulla faccia? Perché chi m’incontra mi acciuffi./ E perché, in nome del cielo, il retro della tua testa è rasato? Perché/nessuno che un tempo mi ha lasciato correre sui miei piedi alati -/ anche se, scontento, lo desidera – mi prenderà ora da dietro./ Perché l’artista ti ha modellato? A tuo vantaggio, straniero, e mi ha/ messo nel portico a mo’ di lezione”. (Epigramma di Posidippo al famoso bronzo, ora perduto, di Leusippo 372-368 a.C)

Secondo una notizia di Tzetzes, filologo bizantino (1110 circa – 1180 circa), Leusippo avrebbe realizzato la figura di Kairos come monito ed esortazione per Alessandro Magno e, secondo Imerio, sarebbe stato proprio l’artista a includere Kairos tra gli dei. Alla fine del IV secolo uno dei bronzi di Leusippo di Kairos arricchiva il Lauseion, la lussuosa dimora di Lauso a Costantinopoli, funzionario di Arcadio, che fu distrutta da un incendio nel 476.

Francesco Salviati, Kairòs (1553)
Francesco Salviati, Kairòs (1553)

Tzetzes, “che conserva la rara notizia dell’appoggio dei piedi alati su una sfera, ribadisce la presenza del ciuffo sulla fronte e della calvizie dietro la testa, ma aggiunge anche altri particolari: il personaggio è nudo e sordo, perché in tal modo non può essere afferrato o richiamato una volta che è passato avanti, come mostra un uomo raffigurato dietro di lui che invano lo insegue e lo chiama, mentre quello tende dietro di sé una spada (μάχαιρα, ulteriore variazione del rasoio) accennando colpi mortali a chi è in ritardo”.[2]

Colpi mortali: così è Kairos prima di essere tempo. E’ fenditura attraverso cui penetra l’arma per colpire mortalmente. La freccia che manca l’apertura (parà kairóv) e che colpisce l’armatura è inefficace. La fessura diviene metafora di giusta occasione, di via giusta. In Pindaro. Parole inopportune e opportune, che dardeggiano in Eschilo e in Sofocle. Aristotele ne farà sede di eloquenza e di retorica. Per persuadere opportunamente, a tempo debito. L’opportunitas latina, d’altra parte, non è che un varco così come la fenestra diventa, all’occorrenza, occasione o Fortuna.[3]

 

[1] Cfr. Annapaola Zaccaria Ruggiu, Le forme del tempo. Aion Chronos Kairos, Il Poligrafo, Padova 2006

[2]  Silvia Mattiacci, Da Kairos a Occasio: un percorso tra letteratura e iconografia. Il calamo della memoria IV, 28-30 aprile 2010, in htp://www2.units.it/musacamena/calamo/calamo10.php, pp. 127 – 154

[3] Cfr. R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi, Milano 1998, pp. 419 – 425 e

 

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Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo. E allora io bevo

 

Eduardo_De_Filippo

Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo (Eraclito).

Il feroce dio delle messi, Kronos, partecipe delle divinità sotterranee e signore dei Titani, divoratore cruento dei propri figli, perdonato da Zeus e liberato dalle proprie catene nel Tartaro, rinasce per via della mistica orfica. Diviene, così, basileus immortale delle isole Beate al di là dell’Oceano, terre in cui si rifugia la felicità di un’antichissima stirpe aurea. L’uomo partecipa, per la prima volta, al divino. Ma l’orfico Kronos è solo assonante, occlusivo e aspirato, di Chronos.

saturnoSaturno che divora i suoi figli (F.Goya, pitt., Mus. del Prado, Madrid, 1819 -1823)

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le Olimpie dimore.
Erano ai tempi di Kronos, quand’egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né triste
vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco ed abbondante, e loro, contenti,
in pace, si spartivano i frutti del loro lavoro in mezzo a beni infiniti,
ricchi d’armenti, cari agli dèi beati[1]

Il Tempo non è stato ancora raggiunto: è ancora sospeso nel lungo abbraccio festoso tra Kronos e Saturno, quando la semina si congiunge, ciclicamente, alla fertilità, all’abbondanza e all’eguaglianza. Ma perché Kronos diventi lo scorrere ineluttabile di giorni, perché muti in Chronos-Tempo, bisognerà aspettare che la fama postuma cinga, dei suoi futili allori, i Trionfi del Petrarca:

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Fama, et è morir secondo;
né più che contra ’l primo è alcun riparo.
Così ’l Tempo triunfa i nomi e ’l mondo.

E, di seguito, che li rappresenti in modo figurato: al falcetto di Kronos-Saturno, il Tempo rimpiazza la lunga falce da fieno, allegoria della Morte livellatrice; al posto del veloce carro del Sole-Apollo, un carro di trionfo condotto dalle quattro stagioni e uno sfondo di rovine, sostituisce l’antica età dell’oro.

Ma ben si sa, in tutto il mondo antico, della fugacità del tempo[2].

Infinito fu il tempo, uomo, prima

che tu venissi alla luce, e infinito

sarà quello dell’Ade. E quale parte

di vita qui ti spetta, se non quanto

un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola

di un punto? Così breve la tua vita

e chiusa, e poi non solo non è lieta,

ma è assai più triste dell’odiosa morte.

Con una simile struttura d’ossa

tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!

Tu vedi, uomo, come tutto è vano:

all’estremo del filo c’è un verme

sulla trama non tessuta dalla spola.

Il tuo scheletro è più tetro

di quello di un ragno. Ma tu

che, giorno dopo giorno, cerchi

in te stesso, vivi con lievi pensieri,

e ricorda solo di che paglia sei fatto.

A.P. Liber VII, 472. (Leonida di Taranto, Taranto, 320 o 330 a.C. – Alessandria d’Egitto, 260 a.C.)

“Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né due volte toccare una sostanza mortale nello stesso stato; ma per l’impeto e la velocità della mutazione (si) disperde e di nuovo si ricompone, e viene e se ne va (fr. 91). A chi discenda negli stessi fiumi, sopraggiungono sempre altre e altre acque (fr. 12). Noi scendiamo e non scendiamo in uno stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (fr. 49)”, dice Eraclito. Un tempo (αἰών) unico e non-rinnovabile: è il tempo divino, indivisibile, in cui convivono passato, presente e futuro. Lo scorrere del tempo è un susseguirsi in cui ogni cosa lascia il posto al suo contrario; questo processo di alternanza non è né libero né casuale, ma viene regolato da una legge necessaria e da una trama nascosta, il logos: “Nel logos come legge nascosta che governa permanentemente tutti gli eventi manifesti torna il concetto di tempo come chronos: sotto quello che sembrava l’imponderabile, quasi capriccioso, avvicendarsi di istanti compiuti in se stessi, ‘perfetti’ ed ‘eterni’ (aíon), si scopre un ordine (chronos), ancorché profondo e non accessibile a tutte le menti, che in realtà vincola e unisce quegli istanti. Ma la ragione, il logos, è essa stessa eterna e permanente: ecco che a sua volta il chronos si rivela come aíon. In altre parole: l’essenza permanente della realtà è il mutamento e la transitorietà. Il mutamento e la transitorietà però ricevono dal logos un senso: gli eventi, anche se in continuo divenire, non sono casuali, ma obbediscono a una legge”. [3]  Prima ancora che aion assuma le fattezze e la stabilità dell’eternità in opposizione al tempo misurabile, vi è una narrazione epica (Omero) in cui esso indica la forza vitale, e, in senso traslato, la vita e la durata stessa della vita. Lo Zodiaco, “invocato come ‘dominatore della volta celeste eterna’ (αἰωνοπολοκράτωρ: Pap. Gr. Mag., I, 202), viene anche definito ‘signore dei diademi ardenti’ (δεσπότης των πυρίνων διαδημάτων: Pap. Gr. Mag., IV, 520 s.), cioè della traiettoria celeste: evidente assunzione di una mansione specifica di Helios. Secondo una notizia di Epifanio (adv. Haer., LI, 22), ogni anno nel Korèion di Alessandria, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, veniva inscenato il rito della nascita di Αion, non senza connessione con la divinità egizia della vegetazione, Osiride: palese è il riferimento all’inizio del nuovo anno quando, secondo il vecchio calendario tebano, il sole, raggiunto il punto del solstizio d’inverno, riprendeva la sua corsa ascendente verso l’orizzonte”.[4]

cubicoloVilla di Silin (Leptis Magna – Libia), cubicolo diurno, stagioni

Da sinistra avanzano in direzione della personificazione del Tempo che sorregge lo Zodiaco con entrambe le mani. Le Quattro stagioni vengono accompagnate dai propri frutti già in atto di varcare la ruota Autunno, seguita dall’Estate, quindi la Primavera con il putto su una spalla; la teoria stagionale, avvolta nel mantello, è la personificazione dell’Inverno.

“Nel medesimo calice non è possibile bere due volte lo stesso vino”, con timore, sostengo io.

Tempo umano e tempo divino; tempo assoluto e tempo rifratto. Il tempo misurabile, concesso all’umanità, somiglia al mito della luce riflessa nella caverna platonica, un’immagine mobile dell’eternità, che procede secondo il numero. La creazione del tempo coincide con quella delle orbite planetarie intorno alla terra: «il tempo dunque fu fatto insieme col cielo» (Timeo 38b). “Ora, – dice il protagonista del dialogo – la natura dell’anima era eterna, e questa proprietà non era possibile conferirla pienamente a chi fosse stato generato: e però [il Demiurgo] pensa di creare una immagine mobile dell’eternità, e ordinando il cielo crea dell’eternità che rimane nell’unità un’immagine eterna che procede secondo il numero, quella che abbiamo chiamato tempo”.[5]

O, diversamente dal maestro Platone, il tempo numerato di Aristotele, quello dell’anima: se è possibile un quantum di numerabile questo avviene perché vi è un numerante, una coscienza (l’anima o la mente a dir si voglia) in grado di misurarlo. O perlomeno di ordinarlo. Il tempo, che di per sé non esiste (Una parte di esso è stata e non è più, una parte sta per essere e non è ancora. E di tali parti si compone sia il tempo nella sua infinità, sia quello che di volta in volta viene da noi assunto. E sembrerebbe impossibile che esso, componendosi di non enti, possegga una essenza, Aristotele Fisica, IV, A 7, 213 b 21), non è concepibile se non come accidente del cambiamento, che presuppone un prima e un dopo (il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi, Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b) e una mente che sia in grado di percepirlo: “quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” Il tempo si avverte come aspetto del movimento e, come tale, possiede la proprietà della continuità. Quest’ultima appartiene al tempo come una grandezza che presenta dei limiti in rapporto a ciò che è anteriore e ciò che è posteriore. Movimento, che ha un numero ed è determinabile quantitativamente, e tempo hanno luogo inseparabilmente: l’istante viene definito tra i due estremi che limitano il tempo, la cui grandezza è in simultanea corrispondenza con quella del movimento.

Lontano dagli echi di Agostino, si ascoltano le parole di un tempo soggettivo in cui la memoria produce il senso del flusso e la sua innata coscienza: “E, tuttavia, non v’è stato d’animo, per quanto semplice, che non muti ad ogni istante: perché non v’è coscienza senza memoria, non continuazione di uno stato senza che si aggiunga al sentimento presente il ricordo dei momenti passati. In questo consiste la durata. La durata interiore è la vita continua d’una memoria che prolunga il passato nel presente: o che il presente racchiuda esplicitamente l’immagine, senza posa crescente, del passato, o che attesti, piuttosto, con il suo continuo mutare di qualità il carico sempre più pesante che trascina con sé, via via che invecchia. Senza questo sopravvivere del passato nel presente non vi sarebbe durata, ma solo istantaneità”.[6] L’empireo corrisponde al primo motore immobile di Aristotele.

 

empireo

 

Petrus Apianus, Cosmographicus liber, Landshut 1524

Quando Lucrezio, nel primo secolo a.C., chiede e si domanda della caducità del mondo, “non vedi tu come le pietre stesse siano sottoposte a corrosione dal tempo? Non vedi come le eccelse torri si sgretolino e si riducano in polvere? Non vedi come i sacri templi e le statue degli dei cedano anch’essi sopraffatti dagli anni?…” (De rerum natura), il cristianesimo è ancora a venire. Quando, al termine del 1500, Shakespeare fa parlare l’arpista egiziano, il cristianesimo ha già detronizzato il tempo eterno, consegnando ai mortali la ritualità ciclica della natura, che coincide con quella dei campi. Ogni cosa ha il suo tempo, perché ogni cosa è sottoposta al suo tempo, sotto un sole che non lascia nulla di nuovo (nihil novi sub sole). Ma ciò che non muta è la sua passaggio divoratore, che fa sottostare splendori e amori alla rabbia della morte:

Quando dalla mano spietata del Tempo ho visto sfigurato

il ricco superbo sfarzo di età consumate e sepolte,

quando talvolta torri sublimi vedo rase al suolo,

e il bronzo eterno schiavo del mortale furore;

quando ho visto l’oceano affamato conquistare

vantaggio sul regno delle spiagge,

e la ferma terra vincere sulla distesa delle acque,

accrescendo possesso con perdita e perdita con possesso;

quando ho visto un simile avvicendamento di stato,

o lo stesso stato sconvolto a decadere,

la rovina mi ha insegnato così a rimuginare,

che il Tempo verrà e porterà via il mio amore.

Questo pensiero è come una morte, che altro non può

che piangere di avere ciò che teme di perdere”.[7]

 

E allora bevo di Eduardo De Filippo

           Dint’ a butteglia                  

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embe’

che fa

m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo mente

e dico:

“Me l’astipo”

e dimane m’ ‘o bevo?”

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno primma,

siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste sulamente

stu mumento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che ffaccio,

m’ ‘o perdo?

Che ne parlammo a ffà!

Si m’ ‘o perdesse

manc’ ‘a butteglia me perdunarria.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

vence ‘a partita cu l’eternita’!

Nella bottiglia

è rimasto un altro goccio di vino…
allora

che faccio, me lo rimiro?

Lo tengo a mente

e dico:

lo conservo

e me lo bevo domani?

Il domani non esiste.

E il giorno prima,

siccome è già passato,

neanche esiste.

Esiste solamente

questo momento

e questo goccio di vino nella bottiglia.

E che faccio,

me lo perdo?

Neanche a parlarne!

Se me lo perdessi,

neanche la bottiglia mi perdonerebbe.

E allora… bevo…

e questo sorso di vino

vince la partita con l’eternità!

[1]  Esiodo, Le opere e i giorni, 109-120 (VIII secolo a. C.) Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo, Opere, Einaudi-Gallimard, Torino 1998

[2]  Cfr. Erwin Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del Rinascimento. In particolare cap. III Il Padre Tempo, pp. 89 – 134 Einaudi, Torino 1975

[3] Silvio Vitellaro, Testo 1- Dai Frammenti di Eraclito, in vitellaro.it

[4] L. Musso, Aion, in Enciclopedia dell’ Arte Antica, Treccani, Roma 1994

[5] Platone, Timeo 37c,d in Opere complete, Laterza, Bari 1971

[6] Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, Laterza, Bari – Roma 1983, pag. 17

[7] Sonetto numero 64. in W. Shakespeare, Sonetti, trad. di Alessandro Serpieri, Bur, Rizzoli, Milano 1995

Detti e contraddetti sul vino

 

Totò e Davoli “Uccellacci e uccellini” (1966)

 

  • Il blogger vinoso esprime ciò che il lettore ha già pensato per conto suo in una forma di cui senz’altro non tutti i sommelier sarebbero capaci.

 

  • La differenza tra i produttori di vino e gli enologi è un po’ come il rapporto tra enologia convessa ed enologia concava.

 

  • A Barolo le vie sono lastricate con il vino. Negli altri paesi  le strade sono lastricate con l’asfalto.

 

  • Il sano senso comune pretende di seguire il vignaiolo “fino ad un certo punto”. Il vignaiolo dovrebbe rifiutare di farsi accompagnare anche fin là.

 

  • Non ce la faccio più a vivere in mezzo a gente che sa che dieci anni fa ho ordinato una freisa frizzante, e che oltre tutto non chiama il vino col mio nome, ma chiama me col nome del vino.

 

  • Il disgusto per un vino ha valore retroattivo.

 

  • La valutazione di un vino è legittima soltanto se si ha la sensazione di essere colti in flagrante plagio di se stessi.

 

  • Se si dice che un vignaiolo italiano è andato a scuola da quelli francesi, la cosa può valere da suprema lode solo nel caso in cui non sia vera.

 

  • Devo comunicare ai vignaioli qualcosa di rovinoso: una tempo la vigna vecchia era nuova.

 

  • Una delle malattie più diffuse oggi nel mondo vitivinicolo è la misurazione della frazione degli acidi volatili presenti nel vino.

 

  • Un grande vino può eccitarli tutti. Ma soddisfarne ognuno è al di sopra delle sue forze.

Questi miei aforismi traggono ispirazione, indicazione e rielaborazione dai “Detti e contraddetti” (1909 – 1918) di uno dei più grandi scrittori del secolo passato, senza cui non sarebbero mai parsi alla luce: Karl Kraus

Lajos Tihanyi Porträt Karl Kraus 1925

Nuova lettera al Direttore!

Stimatissimo direttore,

mi chiamo Aquila Perplessa e faccio parte di un nutrito gruppo di Indiani Metropolitani d‘area laziale che, dopo aver dissotterrato l’ascia in quel leggendario 1977 e averla riposta nella sua custodia pochi anni dopo, sconfitti da quel lurido porco di John Chivington reincarnatosi nella corrente dorotea della Democrazia Cristiana e nel centro vitale del Compromesso Storico, abbiamo deciso di fuggire dalla futilità consumistica metropolitana, dalle sue logiche produttive, insane, mefitiche, fetenti, per dirla con una parola, e di vivere a contatto sia con Madre Natura che con il Grande Spirito del Popolo Nativo nei fitti boschi di querce e castagni dell’Appennino centrale.

La tribù, composta da una ventina di persone, è accudita dalla più grande e autorevole guida spirituale e sciamanica che sia apparsa negli ultimi cento anni nell’emisfero sud-occidentale della penisola italica: la Scimmia Coricata. Ella ci dispensa sapientemente, con grande e amorevole cura, le droghe di cui abbisogniamo e tra queste splende, in tutta la sua potenzialità mistica e ideale, il Peyote. Noi, come lo fu per Aldous Huxley, vediamo ciò che vide Adamo il giorno della Creazione – il miracolo, attimo per attimo, della nuda esistenza (…) Essere, Consapevolezza, Beatitudine – per la prima volta compresi (…) in modo preciso e completo a che cosa si riferivano quelle sillabe prodigiose. Desideravo ardentemente essere lasciato solo per l’Eternità dentro un fiore.

Di tanto in tanto scendiamo nella Capitale per compiere qualche piccolo furtarello così da approvvigionarci dell’utile e del dilettevole. Rimanga tra di noi e i suoi sei lettori, ma la compagna dello sciamano, la Tigre Disincentivata, è grandemente appassionata di un profumo, il Guerlain Coque d’Or che costa, spicciolo più e spicciolo meno, 17.000 dollari. Non le nascondo, caro direttore (credo che oramai abbiamo raggiunto completa e sintonica complementarietà spirituale), che una delle altre ragioni che ci spinge a calare nell’Urbe è legata ad Internet, alla rete, alla spasmodica necessità di sapere cosa accade ai nostri fratelli Algonchini, Apache, Arapaho, Cherokee, Cheyenne, Chippewa, Comanche, Creek, Crow, Hopi, Irochesi, Kiowa, Navajo, Nez-Perces, Piedi Neri, Seminole Shoshoni, Sioux Uroni, Inuit, Apalachee.

Alcuni mesi fa, non ricordo più come, mi imbattei nel suo blog e in alcuni articoli da Lei magistralmente scritti. Iniziai, così, a leggerli uno ad uno sinché non mi sentii davvero bene, quasi fossi tornato nel Brodo Primordiale del Grembo Materno. Ne stampai diverse copie che diedi puntualmente al nostro sciamano il quale, preso anch’esso dal vortice della Parola che Intontisce, decise di leggerli ogni sera dinnanzi al Sacro Fuoco della Piccola Radura. Poco alla volta, e fu questa la cosa davvero stupefacente, la lettura dei suoi articoli sostituì gli effetti allucinogeni del Peyote di cui ora, con grande giubilo e risparmio, non abbiamo più bisogno. Mi capitò, addirittura, qualche settimana dopo, di incontrare il mio vecchio medico del SERT: “non ti ho mai visto così bene, pulito, rilassato, in piena forma muscolare e celebrale (sempre che te ne sia rimasto qualche brandello di cervello – questo sottovoce)” – disse abbracciandomi. Ricambiai e, con fare fermo e sicuro, risposi: “Leggo lo Stara!” “Eh???!!??” – fece il dottore. Allora gli raccontai tutto e pare che ora, alla AUSLLL di Ostia 3, vogliano portare una sperimentazione di disintossicazione guidata, anche se con altri effetti collaterali para-allucinogeni, grazie ai suoi articoli.

Ci venga a trovare Direttore, magari con una nuova produzione di scritti!

Devotamente Sua

Aquila Perplessa

 

Stimatissima Aquila Perplessa,

ho ancora gli occhi gonfi di lacrime a leggere questa Sua. Così come lei si è mostrata in tutta la sua illuminazione immateriale, allo stesso modo non posso che gioire di fronte al rinnovato impegno di congiungere filosofia e psicanalisi, scienza e volontà, psichismo e religiosità, pasta e fagioli e lambrusco, meglio se rifermentato in bottiglia. Sapere, poi, che i miei scritti giocano la loro partita a scacchi tra visioni, allucinazioni e terapie di recupero rende il sottoscritto, mi creda, un uomo decisamente migliore. In attesa di venirla a trovare, ho scelto per me un nome che mi renda parte, seppur da lontano, del vostro allegro clan: Ippopotamo Arruffato. Ma accetto suggerimenti.

E come dicono i nostri amici irochesi: scan noh!

Il direttore, alias Ippopotamo Arruffato

 

La foto è tratta dal sito ariannaeditrice.it 

Elogio del mio invecchiamento

vecchio-orgosoloSe c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2022 e il 2025.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E i consigli.

La stravaganza secondo Angelo Gaja

Tra il febbraio ed il maggio del 1975 l’Enoteca Regionale Piemontese “Cavour” organizza una serie di incontri di tecnica, economia, commercializzazione enologica, “nell’intento di creare un maggior legame ed intimo dialogo con la base umanamente più ricca e normalmente più negletta della viticoltura locale.” Così, tra i negletti dell’albese, tengono una relazione: Luciano De Giacomi (Gran Maestro Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba e prolifico scrittore), Marco Biglino (enotecnico, responsabile della cantina di Francesco Clerico a Monforte d’Alba), Renato Ratti (produttore in La Morra – Marcenasco, sotto l’Abbazia dell’Annunziata- e prolifico scrittore di storia e cose di vino), Roberto Macaluso (enotecnico, docente alla scuola Enologica di Alba e poi direttore responsabile dell’Ufficio agrario della zona di Alba), Carlo Drocco (enotecnico), Giuseppe Colla (enotecnico), Massimo Martinelli (enotecnico, nipote di Renato Ratti, direttore sino al 2009 dell’azienda di Ratti e scrittore del famoso quanto introvabile libro edito nel 1970: ‘Il Barolo come lo sento io’), Angelo Gaja (il “re del Barbaresco”) e Luigi Borgogno. I testi delle relazioni, curati dal Prof. Mariano Corino sono raccolti in una pubblicazione dei “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour[1]” sostenuta e finanziata dall’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba. Angelo Gaja interviene sulla commercializzazione del vino e la sua relazione ha un titolo quanto mai significativo: “Prospettive offerte dal mercato italiano ai piccoli vinificatori in proprio.” Faccio un salto in avanti nel suo resoconto, interessante per l’epoca del pleistocene vinicolo in cui si tiene, e mi soffermo sulle tecniche di marketing proposte da Angelo Gaja delle quali una, non stento a dirlo, mi ha colpito in pieno: la cultura e la stravaganza come argomenti di vendita. Gaja, dopo aver sottolineato l’importanza relativa della ‘decantazione’ (usa questo termine) della qualità del vino, che verrebbe a noia di qualsiasi acquirente, si addentra nel merito del concetto della stravaganza: “Per certi clienti milanesi, realisti, che pretendono di affidare una parte ad ognuno per come appare loro, l’incontro con un piccolo vinificatore che vende il Barolo a 2.000 lire a bottiglia ed è contemporaneamente iscritto ad un partito di estrema sinistra, costituisce un motivo di grosso sbigottimento, che il successivo assaggio di vino trasforma in autentica simpatia. Tempo fa ho portato degli Agenti di Borsa da un amico a comprare del vino. Vendute alcune bottiglie, il produttore si accinse ad avvolgerle in fogli di giornali che teneva impilati per terra. La vista dei giornali – si trattava di parecchi numeri del quotidiano finanziario ‘24Ore’ – sorprese i due Agenti di Borsa. Essi domandarono al produttore se leggeva abitualmente quel giornale; egli rispose che no, non lo leggeva mai. I due, stupiti, chiesero allora chi aveva fornito quella pila di ‘24 Ore’ ed il produttore disse loro che era abbonato a ’24 Ore’ sin dal lontano 1963, ma che non lo aveva mai letto. Però fece presente che la carta del giornale è quella che serve meglio ad avvolgere le bottiglie, e per qualche settimana alla Borsa di Genova si fece un gran parlare delle bottiglie avvolte nei fogli di ‘24Ore’. E’ un caso limite di stravaganza, ma servì ottimamente a far conoscere le bottiglie che tutti ritennero, come era in effetti, di gran qualità[2].”

[1] Prof. Mariano Corino (a cura di) “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour”, Chiacchierate su : seguono nomi e relazioni, Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba, Torino 1975

[2] Angelo Gaja, ibidem, pp. 93, 94

La Langa. Una poesia di Nico Orengo

Nebbia_di_Langa

 

 

 

 

 

 

Langa di fumo e di profumo.

Rose gialle nella curva

di Bossolasco per finire

ferme nella luce di tela

in Menzio, Paulucci e Chessa[1].

Vigne a ragnatela sulle schiene

di Dogliani che si incottano

nel merletto superstite

dello Schellino[2].

Nebbia che riprende

quel profumo e quel fumo

che si alza dalla terra

friata dall’acqua

e dall’arsura di una tenerezza

che pesa il tempo

sull’aprile della mano.

 

[1] Tre dei “sei pittori di Torino” 1929 – 1932

[2] Il riferimento di Orengo è al “Ritiro della sacra famiglia” realizzata da Giovan Battista Schellino nel 1883 a Dogliani, opera realizzata con traforo e antichi merletti.

La poesia è tratta da “Langhe. Memorie, testimonianze, racconti”, Einaudi, Torino 1991

La foto:  commons.wikimedia