Umorismi vinosi all’antica

Alfred_Hitchcock's_The_Wrong_Man_trailer_02Lo sguardo di Henry Fonda dalla feritoia
Di Trailer Screenshot – The Wrong Man Trailer, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9928465

Critico enoico. Un noto blogger e critico enoico un giorno, incontrata una meravigliosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” – domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro” – rispose il critico.

Il vino rubato. “Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore cuneese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro aveva toccato le cinquecentomila copie vendute.

Omeopatia opoterapica. Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini. Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito dal suo paese per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave!” – disse il commerciante di vini – “Venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse” – rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò in tasca l’orologio, il portafoglio e il cellulare del camogliese.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce (Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

La spiaggia e la prostituta

Au Salon de la rue des Moulins, dipinto di Henri de Toulouse-Lautrec che raffigura una nota casa chiusa parigina verso la fine del XIX secolo
Di Henri de Toulouse-Lautrec – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=159602

I fatti.

Il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:

1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1], secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.

2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.

Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”

Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo modo di pensare ai fatti, con conseguenze censorie e falsificazioni di ogni genere rovinose.

Fatti e oggettività.

Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce all’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere- avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.

La verità.

Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.

Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.

Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:

1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”

2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.

3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Censura ed auto-censura.

Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto.

A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere liberali non negano le libertà formali di parola, se non limitandole negli aspetti “offensivi”, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta: il gioco tra sanzione pecuniaria/penale e intimidazione di fatto, diretta e indiretta, sposta inevitabilmente la questione della libertà di parola alla possibilità della parola stessa. Soltanto chi, allora, sarà in grado di permettersi economicamente di affrontare cause legali ad alto tasso di impegno di denaro, avrà la piena facoltà del diritto di parola. E, in questo senso, di stabilire un’idea di verità, che diventerà la verità per tutti.

Gerarchia delle fonti e relazione con i fatti.

La ricostruzione di quanto è avvenuto o avviene, e questo vale in qualsiasi campo, necessita di costruire una stretta relazione tra fonti, che non sono tutte uguali, né per qualità, né per quantità, né per competenza e gli accadimenti. Questo vale anche per l’estensore e per il luogo in cui la narrazione trova asilo (rivista cartacea, sito internet, blog, radio, tv…). Ci sono momenti in cui questa relazione necessaria si interrompe drasticamente, o perché non esistono fonti sufficienti a ricostruire un evento (impossibilità di accesso alle fonti stesse per censura politica o altro; per mancanza di fonti perché precedentemente distrutte o non reperibili eccetera). L’intreccio in cui queste fonti trovano il loro accasamento è il discorso probatorio la cui forza è data sia dalle fonti stesse, la loro rilevanza implicita ed esplicita e il ricorso alla loro evidenza in cui il parlante (scrittore o altro) decide il piano gerarchico espositivo. E’ dunque chiaro, anche nelle migliori delle ipotesi, che la relazione tra il soggetto che ricrea l’avvenimento, il fatto, e il processo veritativo è moto complesso. Nella correlazione tra più fatti e la loro messa in atto, o raffigurazione degli stessi, si interpongono questioni che hanno a che fare oltre che con i necessari elementi di prova, con fattori che da essi esulano e che rimandano al potere politico ed economico, alle influenze morali, al sentire comune, allo scontro dei valori in campo e così via.

Questo, però, non significa in alcun modo, come ho già detto, che le fonti (e gli autori) siano di pari grado. Significa, in altro modo, scorgere nei meandri della narrazione quanto ciò che viene detto o scritto attenga alla plausibilità e quanto invece rimandi, per la gran parte, esclusiva ad imporlo come possibile, nuovamente ad avvalorare necessità politiche e, dunque, di potere. In ogni caso e comunque, questa nesso, tra poteri o micro-poteri e narrazione, deve essere comunque esplicitato e ricondotto alla sua più evidente natura: quello dello scontro politico. Se da una parte, per fare un esempio, si può convergere nella ricostruzione di un avvenimento, dall’altra se ne può divergere completamente nella modalità valutativa. Le parole, le loro connessioni e le diverse valenze interpretative e ambiguità rinviano a modelli euristici non lineari. La competenza è ragione fondamentale, ma non sufficiente a smontare e rimontare ogni discorso che, per sua natura, è sempre politico.

La possibilità che un discorso diventi prevalente accade, dunque, quando i fatti assumono una rilevanza sociale determinante: può essere che questi, i fatti appunto, ci fossero anche prima, ma può anche essere che non fosse il loro momento. E per loro momento non intendo soltanto una generica sensibilità sociale ad accoglierli e a farli propri, ma delle forze in grado di dare rilevanza politica, anche attraverso il discorso, ai fatti stessi. Ed è in questo modo che una verità, forte e valoriale, diviene prescrittiva. Le fonti, in questo caso, sostengono il processo veritativo, ne sono invariabilmente fondanti, ma non sempre necessariamente efficaci. Perché ciò diventi possibile necessita che il piano politico irrompa nella materialità e immaterialità degli eventi.

La vendita dell’indulgenza.

“Uno dei compiti principali che questo conflitto tra godimento e senso di colpa pone al tecnico pubblicitario, non è tanto di vendere il prodotto quanto di dare il permesso morale di goderne senza colpa”. Ernest Dichter, presidente dell’Institute of Motivational Research, Inc. citato in Vance Pckard, nel suo libro, best-seller, I persuasori occulti, scritto soltanto nel 1957. Il problema si pone in termini transitivi e riguarda sia il chi paga chi, sia il chi non paga chi sia, infine, il chi vorrebbe essere pagato. La questione diviene estremamente complessa quando l’argomento tocca il problema delle aspettative differite, quindi il condizionale “potrebbe”. Il denaro acquista soltanto una parte di tale meccanismo: il resto, che piaccia o meno, è relazione. Di potere. Talaltra di indulgenza, anche verso il proprio ego.

La spiaggia e la prostituta.

La spiaggia” di Alberto Lattuada (1953). Il film di Lattuada ha per protagonista una prostituta, Annamaria, che insieme alla figlioletta si reca a trascorrere due settimane di vacanza in una cittadina balneare, nominalmente inventata, della Riviera Ligure, Pontorno che appartiene quasi interamente al miliardario Chiastrino. Creduta una vedova perbene, è dapprima accettata dalla buona società, dagli altri clienti dell’Hotel Palace e dai frequentatori del relativo stabilimento balneare, ma quando si scopre il suo mestiere, le si fa il vuoto intorno. La notizia fa con rapidità il giro del paese e Annamaria, nonostante l’aiuto del sindaco e nonostante la sua intenzione di stabilirsi lì e di mantenersi con un lavoro ‘onesto’, sarebbe costretta ad andarsene se non intervenisse in suo favore il miliardario, il quale le offre il braccio durante la passeggiata serale ed in tal modo costringe tutti i villeggianti a salutarla rispettosamente.

Il miliardario Chiastrino prende il braccio ad Annamaria lungo la passeggiata:«Il mondo è fatto in una certa maniera, e non saremo noi a cambiarlo. Nessuno le rimprovera di essere quella che è, ma di non avere avuto successo». E, per finire: «Non creda che salutino noi. Non salutano né me, né lei… salutano il miliardo.…». Il saluto non esprime già l’atto, ma la potenza.

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[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15

Sistemarsi nell’eternità

Mi sono imbattuto, per caso (caso che, detto fra noi, non esiste: forse il fato sì, ma il caso non penso proprio), in una pagina di un libro che non è conosciutissimo, ma neppure così ignoto: “Venerdì o il limbo del Pacifico”(Einaudi, Torino 1976; Vendredi ou les Limbes du Pacifique, éditions Gallimard) di Michel Tournier. Una rivisitazione, profonda, del “Robinson Crusoe” (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719. Tournier, al contrario, era un nostro contemporaneo e il suo romanzo del 15 marzo 1967. Ma non è questo il punto e neppure la premessa di quanto voglio qui riportare: “…le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore”. Era di questo, e in questo momento, ciò di cui volevo farvi partecipi.

«Quel che più è mutato nella mia vita è lo scorrere del tempo, la sua velocità ed anche il suo orientamento. Una volta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erano inclinati in qualche modo verso il giorno, l’ora, il minuto seguenti, e tutti insieme erano aspirati entro il disegno del momento al posto del quale la provvisoria inesistenza creava come un vacuum. Così, il tempo passava presto e utilmente, tanto più presto anzi in quanto era utilmente impiegato, e lasciava dietro di sé un mucchio di tracce e di detriti che costituivano la mia storia. Forse la cronaca in cui mi ero imbarcato avrebbe finito dopo millenni di peripezie col chiudersi e col tornare alla sua origine. Ma quella circolarità del tempo restava il segreto degli dei, e la mia breve vita era per me un segmento rettilineo i cui due capi puntavano assurdamente verso l’infinito, così come nulla, in un giardino di pochi metri quadrati, rivela la sfericità della terra […]. Per me, ormai, il ciclo si è ridotto al punto che si confonde con l’istante. Il moto circolare è divenuto così rapido che non si distingue più dall’immobilità. Si direbbe, così, che le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore. E non differenziandosi più come tappe successive di un piano in via di esecuzione, si somigliano al punto che nella memoria mi si sovrappongono esattamente e mi sembra di rivivere sempre la stessa giornata. Da quando l’esplosione ha distrutto l’albero-calendario, non ho più provato il bisogno di tenere il conto del mio tempo […], il tempo si è fermato nel momento in cui la clessidra volava in frantumi. Da allora non ci siamo forse, Venerdì ed io, sistemati nell’eternità?»

«Ce qui a le plus changé dans ma vie, c’est l’écoulement du temps, sa vitesse et même son orientation. Jadis chaque journée, chaque heure, chaque minute était inclinéeen quelque sorte vers la journée, l’heure ou la minute suivante, et toutes ensemble étaient aspirées par le dessein du moment dont l’inexistance provisoire créait comme un vactium. Ainsi le temps passait vite et utilement, d’autant plus vite qu’il était plus utilement employé, et il laissait derrière lui un amas de monuments et de détritus qui s’appelait mon histoire. Peut-être cette chronique dans laquelle j’étais embarqué aurait-elle fini après des millénaires de péripéties par `boucler’ et par revenir à son origine. Mais cette circularité du temps demeurait le secret des dieux et ma courte vie était pour moi un fragment rectiligne dont les deux bouts pointaient absurdement vers l’infíni, de méme que rien dans un jardin de quelques arpents ne révèle la sphéricité de la terre […]. Pour moi désormais, le cycle s’est rétréci au point qu’il se confond avec l’instant. Le mouvement circulaire est devenu si rapide qu’il ne se distingue plus de l’immobilité. On dirait, par suite, que mes journées se sont redressées. Elles ne basculent plus les unes sur les autres. Elles se tiennent debout, verticales, et s’affirment fièrement dans leur valeur intrensèque. Et comme elles ne sont plus différenciées par les étapes successives d’un plan en voie d’exécution, elles se ressemblent au point qu’elles se superposent exactement dans ma mémoire et qu’il me semble revívre sans cesse la méme journée. Depuis que l’explosion a détruit le mât-calendrier, je n’ai pas éprouvé le besoin de tenir le compte de mon temps […], le temps s’est figé au moment où la clepsydre volait cn éclats. Dès lors n’est-ce pas dans l’éternité que nous sommes installés, Vendredi et moi?»

Elogio del mio invecchiamento

Di Mikhail Martyukov – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76942396

Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2029 e il 2035.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E contro i consigli.

Ariete ascendente Gemelli

Ugo Tognazzi ne “Il magnifico cornuto” (1964), di Antonio Pietrangeli Di Gawain78 – catturato personalmente dall’autore sotto indicato, senza apportare alcuna modifica., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2004628

E’ sempre tempo di oroscopi, di divinazioni e di predizioni per l’anno in corso o a venire. Di rassicurazioni che non rassicurano, un po’ come quella dello scudetto al Piemonte Footbal Club nei prossimi dieci anni. Riporre speranze è tremendamente umano, psicologicamente ragionevole e scientificamente assai dubitabile. Ma qui non importa nulla: quanti agnostici certificati, quanti sbattezzati, quanti imprecatori seriali buttano l’occhio agli astri che costruiscono le impalcature del Cielo e, di ribattuta, congegnano le armature della Terra?  E nulla di più urticante di coloro che, professando il loro miscredenza informatissima, strizzano l’occhio alla quadratura che Giove intrattiene con Plutone in Capricorno o che, ammiccando ad Urano sostenuto per tutto l’anno dal lungo Trigono con Saturno, poi ti dicono, con serena empietà: “L’avevo immaginato che sei dell’Ariete!” Non vi è risposta possibile davanti ad un attacco così virulento: nel segno viene compreso un atto e un destino, una predestinazione  e un Caso da cui non ci si può sbrogliare né liberare. Pare di essere sotto le grinfie teoriche del benedettino Gotescalco (IX secolo) , il quale non solo misconosceva il valore della libertà, ma affermava una predestinazione alla vita eterna e una predestinazione alla dannazione. Ma poi, mi chiedo, è possibile che questo qui conosca tutti e quanti i 500 milioni di arieti presenti sul pianeta terra? Di sicuro è molto fortunato ad avere una così alta cognizione del dolore. Come quelli che amano od odiano i popoli. In blocco. Non ho mai capito come facciano ad entrare così nel dettaglio.

Capita che, talvolta, il conoscitore dei segni abbia  la capacità di edulcorare la perentorietà del giudizio con una chiosa finale: “E qual è il tuo ascendente?” Io dovrei rispondere: “Gemelli”. Perché, ed è questa la mia tremenda verità, sono un Ariete ascendente Gemelli, e non dell’Ariete ascendente Gemelli come se questi fosse un mio attributo qualsiasi. E qui cala il Sipario.

Tra le circonlocuzioni  e gli arzigogoli dei segni, ho scoperto che Ugo Tognazzi fu dell’Ariete ascendente Gemelli. Senza trascendere in impropri paragoni, colgo l’occasione per farvi riascoltare dalla voce dei sui scritti questo pezzo, quando lui, Abbuffone senza pari, parlò così di Ingrid , nel 1962, una “Svedese al fiasco” ( Ugo Tognazzi, L’abbuffone, Rizzoli Editore, Milano 1974):

“«Com’è bello avere un pied-à-terre. Ti senti diverso. Più importante. Sai,» dici agli amici «nel mio pied-à-terre di Milano…». Parlare di un pied-à-terre di Milano potrebbe anche sottintendere d’averne altri, sparsi un po’ per tutta Italia. Quello di Milano, invece, per me era l’unico. Il primo pied-à-terre della mia vita. E non mi sembrò vero di portarci subito a vivere qualcuno. E cioè Ingrid. La incontrai non mi ricordo dove, non mi ricordo quando; né mi ricordo se indossasse o meno il vestito di chiffon che, in genere, è l’unica cosa che resta in mente agli smemorati, almeno quelli delle canzoni. Che fosse di chiffon o meno, in ogni caso, ha poca importanza, poiché Ingrid amava vestirsi esclusivamente di se stessa. E infatti io così la ricordo: nuda, che girava per casa, con queste sue tettone nordiche puntate in avanti, come due meravigliose frecce indicatrici, Ingrid. Una svedese dalla testa ai piedi.

«Tu attore» mi diceva «tradimento facile! Io devo te controllare ventiquattr’ore su ventiquattro» Devo dire che il controllo che esercitava su di me era un po’ particolare. Mi teneva a letto. Al guinzaglio, diciamo. Ogni tanto si faceva una camminatina dal letto alla doccia, tragitto che indica ancor più chiaramente a quale particolare tipo di controllo ella mi sottoponesse… Sotto il lenzuolo di quel letto milanese c’era più traffico che non in piazza san Babila. Ingrid. Un pivot inesorabile. Sempre in canestro. Sempre su di giri. Anzi, sempre più su di giri. Chi mi conosce sa che non sono certamente spaventato da queste cose. Tutt’altro, ma Ingrid, con l’andar dei giorni, mi stupì, se non altro per la regolarità, per la continuità delle prestazioni. Sulle prime pensai al mitico «calore nordico». Poi cominciai a sospettare che ricorresse a qualche pastiglia proibita. Anche perché, nonostante il mio primato nazionale in materia, pensavo che prima o poi, se così fossero continuate le cose, avrei dovuto ricorrervi molto probabilmente anch’io, se non altro per essere certo di tenerle testa, per tener alto il buon nome del maschio italiano. Un giorno decisi quindi di seguirla quando, dopo, si alzò dal letto dicendo il suo ormai consueto: «Scusami, vado un istante in cucina a bere qualcosa…». Ingrid. L’ho sorpresa mentre beveva a canna da un fiasco di Chianti di terz’ordine. Era quello il suo afrodisiaco. Il vino. Dopo il drogaggio s’infilava di nuovo nel letto, e si scatenava. Vino. Non era fine. Ma che m’importava. Dopotutto, non era la finezza che caratterizzava i nostri show sotto le lenzuola. Così, la sera dopo, sistemai il fiasco di vino rosso sul comodino. Quando Ingrid lo vide, mi guardò con gli occhi colmi di vizio, m’afferrò peri capelli e, avvicinando le sue labbra alle mie, mi sussurrò: «Porco!».

Fu la mia fine. Mettetevi nel mio pigiama. Una svedese impazzita che scambia un Chianti malandato in beveraggio da bordello. Beveva lei, e pretendeva che bevessi anch’io. Uno, due fiaschi per notte. All’alba, la camera da letto sapeva di osteria. E più aumentavano i fiaschi consumati, più diminuivano i freni inibitori di Ingrid.

Dopo la terza « prestazione », ormai completamente ubriaca, veniva colta da crisi depressive miste ad attacchi di gelosia: mi schiaffeggiava, mi graffiava, mi mordeva le orecchie, Il che, oltretutto, era anche, così poco nordico. L’epilogo dell’avventura arrivò improvviso una notte d’agosto. Ingrid, al massimo dell’orgasmo, mi colpì con una fiascata in mezzo alla fronte. Sanguinante, mentre lei mi mordeva le chiappe, telefonai alla volante. La portarono al commissariato, lei e il suo fiasco di droga. Sul pianerottolo la vidi avvinghiarsi al sergente dei carabinieri. «Porco!» gridava. «Anche tu sei un porco!» Di lei m’è rimasto un ricordo. Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra.

A guardarlo bene, sembra proprio una voglia di vino”.

KAIROS (Kαιρός): per ogni cosa l’ottimo

Scultura di Kairos, opera di Lisippo, copia di Traù – di Agnostizi – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20295659

Esiodo chiude l’esametro 694 del poema didascalico Le Opere e i Giorni in questo modo: μέτρα φυλάσσεσθαι: καιρὸς δ᾽ἐπὶ  πᾶσιν ἄριστος ; tieni misura: il meglio fra tutto è il momento opportuno (traduzione di Ettore Romagnoli, 1929). Ma Kairós (καιρός)[1], il momento opportuno o l’occasione, come spesso è stato a noi tradotto, non è soltanto il tempo che si svela nell’attimo utile e favorevole, quanto la qualità di quel tempo di cui ‘per ogni cosa è l’ottimo’.

“Di dov’era lo scultore? Di Sicione./ Ed il suo nome? Lisippo./ E chi sei tu? Il tempo che sottomette ogni cosa./ Perché stai in punta di piedi? Sto sempre correndo./ E perché hai un paio di ali ai piedi? Io volo nel vento./ E perché tieni un rasoio nella mano destra? Come segnale agli uomini/ del fatto che io sono più affilato che qualsiasi altro bordo./ E perché i capelli ti scendono sulla faccia? Perché chi m’incontra mi acciuffi./ E perché, in nome del cielo, il retro della tua testa è rasato? Perché/nessuno che un tempo mi ha lasciato correre sui miei piedi alati -/ anche se, scontento, lo desidera – mi prenderà ora da dietro./ Perché l’artista ti ha modellato? A tuo vantaggio, straniero, e mi ha/ messo nel portico a mo’ di lezione”. (Epigramma di Posidippo al famoso bronzo, ora perduto, di Leusippo 372-368 a.C)

Secondo una notizia di Tzetzes, filologo bizantino (1110 circa – 1180 circa), Leusippo avrebbe realizzato la figura di Kairos come monito ed esortazione per Alessandro Magno e, secondo Imerio, sarebbe stato proprio l’artista a includere Kairós tra gli dei. Alla fine del IV secolo uno dei bronzi di Leusippo di Kairós arricchiva il Lauseion, la lussuosa dimora di Lauso a Costantinopoli, funzionario di Arcadio, che fu distrutta da un incendio nel 476.

Francesco Salviati, Kairòs (1553)
Francesco Salviati, Kairòs (1553)

Tzetzes, “che conserva la rara notizia dell’appoggio dei piedi alati su una sfera, ribadisce la presenza del ciuffo sulla fronte e della calvizie dietro la testa, ma aggiunge anche altri particolari: il personaggio è nudo e sordo, perché in tal modo non può essere afferrato o richiamato una volta che è passato avanti, come mostra un uomo raffigurato dietro di lui che invano lo insegue e lo chiama, mentre quello tende dietro di sé una spada (μάχαιρα, ulteriore variazione del rasoio) accennando colpi mortali a chi è in ritardo”.[2]

Colpi mortali: così è Kairós prima di essere tempo. E’ fenditura attraverso cui penetra l’arma per colpire mortalmente. La freccia che manca l’apertura (parà kairóv) e che colpisce l’armatura è inefficace. La fessura diviene metafora di giusta occasione, di via giusta. In Pindaro. Parole inopportune e opportune, che dardeggiano in Eschilo e in Sofocle. Aristotele ne farà sede di eloquenza e di retorica. Per persuadere opportunamente, a tempo debito. L’opportunitas latina, d’altra parte, non è che un varco così come la fenestra diventa, all’occorrenza, Occasione o Fortuna.[3]

[1] Cfr. Annapaola Zaccaria Ruggiu, Le forme del tempo. Aion Chronos Kairos, Il Poligrafo, Padova 2006

[2]  Silvia Mattiacci, Da Kairos a Occasio: un percorso tra letteratura e iconografia. Il calamo della memoria IV, 28-30 aprile 2010, in htp://www2.units.it/musacamena/calamo/calamo10.php, pp. 127 – 154

[3] Cfr. R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi, Milano 1998, pp. 419 – 425 e

Ricetta letteraria (n°3) per un Natale davvero pimpante. Sulle orme di James Joyce

James Joyce nel 1915
Di Alex Ehrenzweig -commons:File:James_Joyce_by_Alex_Ehrenzweig,_1915.jpg, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3191236

Al mattino del 16 giugno 1904 con Mr Leopold Bloom. E, per chi non lo sapesse, il 1904 fu un anno bisestile del secolo scorso. E anche questo lo è.

«Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie (interiora di volatili), gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica. I rognoni erano nel suo pensiero mentre si muoveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei (la moglie Molly) sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d’estate dappertutto. Gli facevano venire un po’ di prurito allo stomaco. I carboni si arrossavano. Un’altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava lì, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta interita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta.– Mkgnao!– Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco. La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr. Mr Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia. – Latte per la miciolina, disse. – Mrkgnao! piagnucolò la gatta. Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche. Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre? No, mi salta benissimo. – Ha paura dei polli, lei, disse canzonatorio. Paura del pìopìo. Mai vista una miciolina così sciocchina. Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia.– Mrkrgnao! disse forte la gatta. Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti bianco latte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l’avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s’avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tiepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.– Grr! esclamò lei e corse a lambire. Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse. Tese l’orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca e pura. Giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l’acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi. Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No.

Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito. Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina. Forse però: una volta tanto. Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:– Vado qui all’angolo, torno tra un minuto. Udita la sua voce dir questo soggiunse:– Vuoi niente per colazione? Un debole grugnito assonnato, rispose: – Mn. No. Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d’ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po’ di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l’ha pagato suo padre. Vecchio stile. Eh sì, naturalmente. Comprato all’asta del governatore. Venduto al primo colpo. Tenace nel contrattare, il vecchio Tweedy. Sissignore. Fu a Plevna. Vengo dalla gavetta, signore, e ne sono fiero. Eppure aveva abbastanza cervello da far soldi coi francobolli. Questo si chiama esser previdenti. La sua mano tolse il cappello dal piolo, sopra il suo cappotto pesante con le iniziali, e l’impermeabile usato comprato all’ufficio oggetti smarriti. Francobolli: figurine dal retro adesivo. Direi che un sacco d’ufficiali siano nel giro. È naturale. La scritta sudaticcia nell’interno del cappello gli disse muta: Plasto i migliori capp. Sbirciò rapido all’interno della banda di cuoio. Cartoncino bianco. Bene al sicuro. Sulla soglia si tastò nella tasca posteriore dei pantaloni per accertarsi se aveva la chiave. Non c’è. Nei pantaloni che mi sono cambiato. Devo prenderla. La patata c’è (portafortuna che tiene in tasca). L’armadio scricchiola. Inutile disturbarla. Quando s’è rivoltata era piena di sonno. Si tirò dietro la porta d’ingresso molto piano, ancora un po’, finché la parte inferiore del battente ricadde piano sulla soglia, lento coperchio. Sembrava chiusa. Va bene finché torno comunque. Attraversò dalla parte del sole, evitando la botola malferma della cantina del numero settantacinque. Il sole si avvicinava al campanile della chiesa di S. Giorgio. Sarà una giornata calda immagino. Specialmente con questo vestito nero si sente di più. Il nero conduce, riflette (rifrange?), il calore. Ma non potevo uscire con quel vestito chiaro. Come andassi a un picnic. Le palpebre gli si abbassavano spesso dolcemente mentre camminava nel beato tepore. Il furgoncino del pane di Boland che distribuisce a domicilio in telai il nostro quotidiano ma lei preferisce le forme di pane di ieri rivoltate nel forno con la crosta superiore calda crocchiante. Ti fa sentir giovane. In qualche luogo dell’Oriente: mattina presto: muoversi all’alba, viaggiare intorno davanti al sole, rubargli una giornata di cammino. Seguitare sempre così mai diventare più vecchio d’un giorno tecnicamente. Camminare lungo una spiaggia, paese straniero, arrivare alla porta d’una città, sentinella lì, vecchio soldataccio anche lui, i baffoni del vecchio Tweedy appoggiato a una specie di lunga lancia. Vagare per strade all’ombra di tende. Volti in turbante che passano accanto. Oscure caverne di negozi di tappeti, un omone. Turko il terribile, seduto a gambe incrociate a fumare una pipa dalle grandi volute. Grida di venditori per le strade. Bere acqua aromatizzata al finocchio, sorbetto. Vagabondare tutto il giorno. C’è caso di incontrare qualche ladrone. Be’, incontriamolo. S’avvicina il tramonto. Le ombre delle moschee lungo le colonne: sacerdote con un cartiglio arrotolato. Un fremito negli alberi, segnale, il vento della sera. Io passo avanti. Cielo d’oro evanescente. Una madre sta a guardare dalla soglia. Chiama i figli a casa nella loro lingua oscura. Muro alto: oltre esso corde pizzicate. Luna nel cielo notturno, violetto, colore delle giarrettiere nuove di Molly. Corde. Ascolta. Una fanciulla suona uno di quegli strumenti, come si chiamano: ribeche (antico strumento a corda). Io passo. Probabilmente non è affatto così. Roba che si trova nei libri: nella scia del sole. Sole raggiante sulla testata. Sorrise, compiaciuto. Quello che disse Arthur Griffith della testatina sopra all’articolo di fondo del Freeman: il sole dell’autonomia che sorge a nord-ovest dal vicolo dietro la banca d’Irlanda. Prolungò il suo sorriso compiaciuto. Trovata da giudeo quella: sole dell’autonomia che sorge a nord-ovest. Si avvicinò alla mescita di Larry O’Rourke. Dall’inferriata della cantina veniva fuori a fiotti il molle fortore della birra. Dalla porta aperta il bar sprizzava effluvi di zenzero, polvere di tè, briciole di biscotti. Buon locale, comunque: proprio dove finisce il traffico della città. Per esempio M’Auley laggiù: niente bene come posizione. Certo se facessero passare una linea tranviaria lungo la Circonvallazione Nord dal mercato del bestiame fino al porto il valore andrebbe su come un razzo. Testa calva dietro la persiana. Vecchio volpone. Non c’è da provare a lavorarselo per un’inserzione. Del resto il suo mestiere lo sa meglio lui. Eccolo là, proprio lui, il mio bravo Larry, appoggiato in maniche di camicia al recipiente dello zucchero attento al garzone in grembiule che fa la pulizia con secchia e cencio. Simon Dedalus gli fa il verso a perfezione, con gli occhi strizzati. Sa che cosa le dico? Che cosa Mr O’Rourke? Sa che cosa? I russi, i giapponesi se li mangerebbero per colazione.

Fèrmati a scambiare una parola: sul funerale magari. Peccato il povero Dignam, Mr O’Rourke.Voltando per Dorset street disse arzillo salutando attraverso la porta aperta:– Buon giorno, Mr O’Rourke. – Buon giorno a lei.– Bel tempo, eh.– Come no. Dove li trovano i quattrini?Vengono garzoni dai capelli rossi dalla contea di Lei-trim, sciacquano vuoti e scolano fondi di bicchiere in cantina. E poi, attenzione,ti rispuntano come altrettanti Adam Findlar e Dan Tallon. Pensa anche alla concorrenza. Sete universale. Bel rompicapo sarebbe attraversare Dublino senza passare davanti a nessun bar. Metter da parte non possono. Fregano gli ubriaconi, forse. Segnano tre e riportano cinque. E con questo? Uno scellino qua uno là, a sgoccioli. Forse sulle ordinazioni all’ingrosso. Fanno il doppio gioco coi viaggiatori di commercio. Sistemala col padrone e ci dividiamo la torta, capito? Quanto farebbe al mese sulla birra soltanto? Diciamo dieci barili di merce. Diciamo uno sconto del dieci per cento. No, di più. Dieci. Quindici. Oltrepassò San Giuseppe, la scuola governativa. Urla di marmocchi. Finestre aperte. L’aria fresca rinforza la memoria. Oppure un coro cadenzato. Abbicci dieffegi cappel-lemmenne opicu errestiuvu vu doppio. Ragazzi sono? Sì. Inishturk. Inishark. Inishboffin. Hanno l’aggiograffia. Io ho la mia. Slieve Bloom».

(J. Joyce, Ulisse, trad. di G. De Angelis, Mondadori)

FINANZIERA ALLA PIEMONTESE (che sarebbe sicuramente piaciuta a Mr Leopold Bloom)

Ingredienti

100 g di animelle di vitello (lacèt)

100 g di cervella di vitello

100 g di filone di vitello (midollo spinale)

100 g di creste di gallo

2 testicoli di vitello

100 g di polpa di vitello tritata

100 g di filetto di vitello

100 g di rognone di vitello

100 g di fegato di vitello

100 g di fegatini di pollo

150 g di piselli sbucciati

100 g di funghi porcini sott’olio

burro

olio d’oliva

brodo

farina di grano 00 q.b.

un bicchiere di Barolo

un bicchierino di Marsala secco

un cucchiaio di aceto

sale

Procedura

Prendete un tegame piuttosto capiente atto a contenere tutti gli ingredienti della finanziera. In esso fate rosolare con un po’ di burro il rognone fatto a pezzettini e il filetto di vitello tagliato a striscioline. Appena rosolati, salate, aggiungete un po’ di brodo e mettete il tegame in caldo, a fiamma molto bassa. Con la carne tritata fate delle pallottoline grandi come nocciole, infarinatele e passatele in padella con un po’ di burro. Appena rosolate, salatele e mettetele nel tegame col filetto e il rognone.

Cuocete poi, in padella, gli altri ingredienti, uno alla volta e infarinati, cioè: i filoni, la cervella, i testicoli tagliati a fette, il lacetto, le creste di gallo, i fegatini di pollo e il fegato di vitello. Via via che hanno raggiunto la cottura, sistemateli sempre nel tegame, che manterrete umido col brodo e col Barolo che unirete poco alla volta. Cuocete infine i piselli con un po’ d’olio e di brodo e fate saltare in padella i funghi porcini sott’olio: unite poi piselli e funghi agli altri ingredienti. Amalgamate bene i componenti della finanziera che devono essere ben legati fra di loro.

Aggiustate di sale, se è il caso. Aggiungete il cucchiaio di aceto e il bicchierino di Marsala, alzate il fuoco per due minuti, poi servite immediatamente.

Tratto da https://langhe.net/recipes/finanziera/

La “bagna caôda” per i pôivrôn

Di Etrusko25 – Opera propria Foto di Alessandro Duci, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5057356

Un podi storia

Già nel Piemonte medievale gli ingredienti c’erano tutti, proprio tutti. L’olio è menzionato in diversi statuti duecenteschi, urbani e rurali, dell’Italia padana che contengono disposizioni che obbligano – talora in rapporto all’estensione dei seminativi e delle vigne possedute – all’impianto di olivi, attestando con ciò nitidamente l’attenzione dei ceti dirigenti per tale coltura. «È quanto, ad esempio, si riscontra in Piemonte per Ivrea (seconda metà XIII secolo), San Giulio d’Orta (1357) e Torino, comunità presso le quali, unitamente a quella dell’olivo, si intende promuovere la presenza del mandorlo”. Oltre quello dell’olio d’oliva e dei grassi animali si registrava diffusamente l’olio di noce, utilizzabile per l’alimentazione, la farmaceutica, l’illuminazione e il trattamento della lana: «Nel Piemonte tardo medievale si ricorreva per l’oleificazione, oltre che a macine domestiche, a impianti appositamente concepiti per la spremitura delle noci, presso i quali lavoravano “olierii” e “olierie”: è attestata anche l’esistenza di venditori di olio di noce («olearii»), che non meno degli «olierii» richiamavano la sospettosa attenzione degli statutari[1]».

Aglio non ne parliamo nemmeno e poi burro e, infine, acciughe.  Per quest’ultime bisogna fare riferimento alle famose vie del sale dove genti delle Alpi e della pianura barattano prodotti da terra ferma (carni, grano…) con sale, preziosissimo per ogni tipo di conservazione, e acciughe che trovavano naturale protezione rintanate in quei piccoli o grandi barili di legno: «nelle tariffe daziarie del 1377 i barrilis de Anzoiis sallatis sono sottoposti al valore estimativo di 10 lire astesi, corrispondente ad un prezzo al consumo decisamente mite e largamente accessibile Alla fine del XIV secolo il medico Antonio Guainerio, pavese di origine ma attivo e residente in Piemonte fra Torino e Chieri, compone il trattato dal titolo “Opus praeclarum ad praxim non mediocriter necessarium”. In esso afferma: L’aglio è la salsa dei contadini, i quali a volte lo cuociono con mollica di pane, cosa che per i francesi e gli ultramontani non ha niente di superiore” (“Alleum est rusticorum sapor, et aliquando cum mollicie panis coquunt, quod pro ultramontanis vel francigenis nihil supra[2]”)».

Senza dimenticare che gran parte delle forniture di acciughe sotto sale arriva in Piemonte, passando attraverso tragitti molto differenti, dalla Provenza dove già si conosce una salsa a base d’olio, d’aglio e d’acciughe che va sotto il nome di anchoiade.

Ma, non essendo a noi noto il superbo inventore della bagna caoda, perché così non può essere, il poeta e novelliere piemontese Alberto Virgilio, nelle sue “Rime Piemontesi”, ci scherza su in quella lingua molto antica:

La bagna d’j pôivrôn

di Alberto Virgilio

Rime Piemôteise (Lattes, Torino 1904)

I l’ài girà, tôirà! L’ài fait passè

sinquantamila liber e papè:

vivù ‘d le smañe ‘nt le bibliôteche, lesù storie rômane, storie greche,

memorie, bërgamñe, cômentari,

vôlum e manôscrit rusià dai giari…

Dop un travai parej

l’ài nen pôdù savei

chi ch’a fussa l’autôr ‘d côla invenssiôn

ch’à ‘s ciama «bagnà caôda d’j pôivrôn».

Deputassiôn dë Storia, i ciamô mi

cosa ch’i feve? I studiè neuit e dì

cartasse fruste; i stampe un memôrial

su Re Pipin; ‘n articôl d’un giôrnal

per stabilì che ‘l barba ‘d Carlo Quint

l’è mort a quindes ani e nen a vint,

o che ‘nt el temp antich

al Mônte a j’era un brich;

ma nen n’«Estratt», nen ‘na pubblicassiôn,

s’ l’ ôrigine ‘d la bagna d’j pôivrôn.

J’elô quaic ritrôvatô cônôssù

parei ‘d la bagna? L’àlô pì ‘d virtù

‘1 vapôr? E l’automobil e ‘l tramvai

a valne mei ‘d la saôssa d’euli, d’ai

butir, anciôve e sal che un gran talent

l’à regalane a nôi, so dissendent?

‘Na statua a j’andarïa

pr’un’invenssiôn parïa,

mentre a ‘s sa gnanca ‘l nom dël talentôn

ch’a l’à inventà la bagna d’j pôivrôn.

A l’àn fait cavaier, cômendatôr,

certi che a vendô d’acqua për licôr,

e intant l’aiutôr d’un’invenssiôn cômpagna

côrne la nostra insuperabil bagna,

venô benefatôr ‘d l’umanità,

l’è sempre ‘nt el cantôn d’j dësmentià,

gnun a cônoss ël nom

dël grand, grandissim om,

j’è nen ‘na pera, un roc, côn l’iscrissiôn:

QUI NACQUE… CÔL ‘D LA BAGNA D’ J PÔVRÔN.

La “bagna” per i peperoni

Ho girato, frugato. Ho sfogliato

cinquantamila tra libri e carte:

ho vissuto settimane in biblioteca,

ho letto storie romane, storie greche,

memorie, pergamene, commentari,

volumi e manoscritti rosicchiati dai topi…

Dopo una simile ricerca

non son riuscito a sapere

chi è stato l’autore di quell’invenzione

che si chiama «bagna caoda coi peperoni».

Deputazioni di Storia, mi domando,

che cosa fate? Studiate notte e giorno

vecchie carte; stampate un memoriale

su re Pipino; un articolo sul giornale

per stabilire che lo zio di Carlo Quinto è morto a quindici anni e non a venti,

oppure che anticamente

sul Monte c’era una vetta;

ma non un Estratto, non una pubblicazione

sull’origine della «bagna» per i peperoni.

Forse c’è qualche scoperta conosciuta

paragonabile alla «bagna»? Ha più virtù

il vapore? E l’automobile e il tram

valgono forse più della salsa di olio, aglio,

burro, acciughe e sale che un gran genio

ha regalato a noi, suoi discendenti?

Ci vorrebbe una statua

per una simile invenzione;

invece non si sa neppure il nome del genio

che ha inventato la «bagna» per i peperoni.

Hanno fatto cavaliere, commendatore,

certi tipi che vendono acqua per liquore,

e intanto l’autore di una invenzione come la nostra insuperabile «bagna»,

vero benefattore dell’umanità,

è sempre nell’angolo dei dimenticati,

nessuno conosce il nome

del grande, grandissimo uomo;

non c’è una pietra, una lapide con la scritta:

QUI NACQUE… QUELLO DELLA «BAGNA» PERI PEPERONI.

E A VOI DUE RICETTE, TRA LE PIÙ ANTICHE[3]:

Bagna caoda (classica).

PROCEDIMENTO 

Pulire tutti gli spicchi d’aglio, metterli con ii gheriglio di noce (che ricorda il tradizionale olio di noci dei nostri nonni) in un recipiente sul fuoco (meglio la stufa) e coprirli d’acqua. Quando l’acqua sarà completamente consumata, coprire l’aglio con il latte. Quando il latte sta per bollire, gettare le acciughe (intere, con le lische, ma senza coda). Con uno schiacciapatate o anche con la forchetta, ridurre in poltiglia l’aglio e le acciughe. Lasciar cuocere molto lentamente finché tutto non diventa come una crema. Aggiungere l’olio e portarlo al limite dell’ebollizione soltanto al momento di servire la bagna caoda. NOTA. È la versione più saporita, ma (non ostante la gran quantità di aglio) è forse anche 1a più digeribile in quanto la bagna praticamente non frigge.

INGREDIENTI: Per ogni persona: una testa d’aglio • 2-3 acciughe dissalate • olio d’oliva • latte • un gheriglio di noce.

Bagna caoda (tranquilla).

PROCEDIMENTO • Tagliare a fette sottili la metà dell’aglio, il resto schiacciarlo. Schiacciare anche i gherigli di noce. Mettere in una terrina contemporaneamente aglio, noci, acciughe, olio e far cuocere a fuoco basso per mezzora. Prima di servire, sciogliere nella bagna una bella fetta di burro.

INGREDIENTI  per quattro persone: • dieci spicchi di aglio • una decina di acciughe dissalate e pulite • due bicchieri d’olio • due gherigli di noce • burro.

Il vino per la bagna caoda.

L’unico e comune consiglio che gli antichi ricettari danno è che il vino sia nuovo, non novello, ma giovane, fresco quel che basta, poco tenebroso, di carattere ma non sovrabbondante. Un rosso sarebbe più opportuno: una vibrante barbera o un anarchico grignolino, che tanto va dove gli pare. Purché di buona fattura, neh!.


[1] Alfio Cortonesi, L’olivo nell’Italia medievale, Estratto da Reti Medievali Rivista, VI – 2005/2 (luglio-dicembre)  http://rm.univr.it/rivista/dwnl/Cortonesi

[2] Gianluigi Bera, La Bagna Cauda. Il profilo storico tra Medioevo e Provenza in https://langhe.net/162299/la-bagna-cauda-il-profilo-storico-tra-medioevo-e-provenza/

[3] Sandro Doglio, L’inventore della bagna caoda, Daumerie Editrice, Cuneo 1993

Dialogo a distanza con Sandro Sangiorgi a partire dal suo “Il vino è dentro di noi” – Porthos 37

Porthos Trentasette

Ne approfitto

Ne approfitto. Approfitto del numero unico di Porthos, il 37. E approfitto di Sandro Sangiorgi e del suo scritto “Il vino è dentro di noi”. Approfitto anche degli studi che sto facendo in merito all’invenzione del giudizio di gusto nei secoli passati. Infine, approfitto della qualificazione di “naturale” connessa al vino. Non lo faccio per difendere qualcosa, perché l’ho già fatto. Non lo faccio neppure per entrare nel merito della discussione sul vino naturale, perché non è questo il tema.

Il vino naturale e la filosofia degli antichi

L’argomento di questo intervento è il tentativo di comprendere come il vino naturale, nelle parole di Sangiorgi, si collochi all’interno di una tradizione estetica molto antica e come questa si confronti con i percorsi attuali di conoscenza e di giudizio. Insomma, sposto lo sguardo senza distogliere l’attenzione.

Sangiorgi scrive (pag.11): “Il vino naturale ci ha riconsegnato il senso delle parole da usare per descrivere la complessità. Per esempio, il riferimento al concetto di “natura” per come l’aveva immaginato Galeno, comune ai mondi umano, animale, vegetale e minerale. Possiamo quindi definire naturale un vino di cui si è assecondata la natura; è “naturale” se lo si è aiutato a nascere senza ostacolare la relazione tra luogo, vitigno, consuetudine e condizioni di una specifica annata. Naturale come espressione della natura della sostanza, la sua temperatura, il suo stato. I sensi ci consentono di percepire, come il nostro sistema neuroendocrino di elaborare, lo spirito dell’essere animato. La lettura del vino naturale si basa essenzialmente sulla natura del soggetto esaminato. Quindi, cogliere se questa natura sia stata rispettata, sia stata espressa integralmente. La complessione di galenica memoria comprende il corpo e lo spirito, quando si parla di temperatura ci si riferisce al temperamento, la sua sostanza non è semplicemente il peso, una sorta di materia inanimata – sempre che ne esista davvero una – ma è anche il flusso, la forza”.

Presso gli antichi l’opera è concepita come un microcosmo: il bello è sempre considerato nella sua dinamicità come punto di equilibrio nell’oscillazione fra due estremi che sono costituiti dalla grazia (armonia) e dal sublime (contesa).

E ancora Sangiorgi: “Io fatico ad accettare che il profumo e il gusto possano ricevere due valutazioni diverse, come fossero due entità indipendenti generate da contesti separati.” (Porthos 37, pag.12)

Nel Filebo di Platone, il bello diviene la realizzazione della misura in cui si attuano una serie di corrispondenze tra il corpo e l’anima e fra queste e il cosmo: “Ed ecco ora che l’essenza (dynamis) del bene ci s’è rifugiata nella natura (physis) del bello perché certo misura giusta e proporzione accade che siano dovunque bellezza ed eccellenza”.

In epoca medievale Boezio (Roma, 475/477 – Pavia, 524/526) sostiene, nel suo ‘De institutione musica’, che l’armonia musicale mundana (cosmica) derivante dagli astri e non percepibile dall’uomo, si fonda sull’equilibrio dei quattro elementi presenti in natura – acqua, aria, terra e fuoco; allo stesso modo la musica humana rappresenta l’armonia dell’uomo con sé stesso e di sé con il mondo. E la musica instrumentis constituta, derivante dalle altre due, si forma attraverso il rapporto armonico dei suoni come imitazione della musica vocale: “Agli occhi del dotto medievale la musica rappresentava un incontro tra filosofia, teologia e pratica liturgica, l’una riflesso dell’altra su piani differenti. Seguendo la lezione del ‘Timeo’ platonico, la teoria musicale veniva vista come applicazione dell’ordine numerico su cui l’intero cosmo era fondato. Il canto era invece eco dei cori angelici in sempiterna lode del Creatore. In questa prospettiva, il concetto di harmonia veniva letto in chiave esemplaristica, ossia come processo di manifestazione dell’ordine archetipico nella gerarchia dell’Essere universale. La musica strumentale era qui imitazione della musica vocale. Questa era a sua volta l’immagine nel tempo e nello spazio del canto angelico, superiore alla dimensione temporale e udibile solo attraverso l’’orecchio del cuore’ (simbolicamente, la conoscenza interioritatis hominis). I cori angelici (‘Trisagio’, ‘Alleluia’) costituivano infine lode e manifestazione nel suono metafisico della Perfezione divina, assimilata apofaticamente al silenzio. La teoria aritmetica delle proporzioni numeriche, in cui si descrivono vuoi le relazioni tra note musicali vuoi i ritmi, era a sua volta concepita esemplaristicamente come copia dell’ordine noumenico insito nella ‘mente di Dio (Ernesto Mainoldi, La filosofia della musica nel Medioevo)”.

Quello che torna nella parole di Sangiorgi interessa i motivi di assonanza per cui il vino naturale nasce, è tale in altri termini, sia nella sua relazione di armonia (relazione dinamica) con il luogo, il vitigno, la consuetudine e le condizioni di una specifica annata, sia nelle sue particolarità essenziali: la temperatura, lo stato (di natura). I sensi ci aiutano dunque a percepire e a valutare questa corrispondenza. Nessuno degli elementi appena descritti appartiene ad un mondo a sé stante: il microcosmo del vino non fa parte di più ampio macrocosmo della natura, ma vi corrisponde nelle sue peculiarità espressive. E i sensi, secondo la teoria umorale di derivazione ippocratico-galenica, sono essi stessi prodotto degli elementi costitutivi del cosmo (aria, terra, fuoco e acqua), delle stagioni, dei punti cardinali, delle età, degli umori e delle complessioni da essi derivanti. La bellezza, e dunque la bontà, non sono un mezzo di valutazione esterna al prodotto che si vuole giudicare, in questo caso il vino, ma condividono con esso e con la natura di cui fanno parte gli stessi strumenti e le medesime caratteristiche fondamentali. La differenza, di matrice aristotelica, è che la natura agisce le trasformazioni senza alcuno sforzo perché è immanente all’opera stessa (non ha altri fini al di fuori di sé), mentre l’artigiano opera razionalmente e volontariamente affinché la materia trovi la forma e la sostanza voluta in accordo con le leggi della natura.

Marsilio Ficino, ancora in pieno ‘400, nella Theologia Platonica de immortalitate animarum (1482), scrive: “Che cos’è l’arte umana? Una natura particolare che opera sulla materia dall’esterno. Che cos’è la natura? Un arte che dà forma alla materia dall’interno”.

La rottura epistemologica del 1600

Nell’antichità è l’ordine cosmico a fondare per gli uomini la validità dei valori e ad instaurare fra loro un possibile spazio comunicativo: “da Cartesio (31 marzo 1596 – 11 febbraio 1650) tutto il problema consiste nel sapere come sia possibile fondare esclusivamente a partire da se stessi valori che siano validi anche per gli altri (l’intervento di Dio, pur non essendo ancora escluso, è dunque esso stesso mediato dalla riflessione filosofica del soggetto e, in tal senso, dipendente da quest’ultimo). In breve, tutto sta nel sapere come sia possibile fondare, nell’immanenza radicale dei valori nella soggettività, la loro trascendenza sia di fronte a noi stessi che di fronte agli altri” (Luc Ferry, Homo Aestheticus. L’invenzione del gusto nell’età della democrazia).

Se prima il giudizio di gusto non può distinguere tra valori perché non esiste una pluralità degli stessi, tra gerarchie umane e sovrumane stabilmente situate, tra distanze (tra soggetti osservanti e oggetti osservati), con le rivoluzioni del pensiero cogitante (artistiche e filosofiche al tempo stesso) si opta per un cesura, che via via sarà sempre più netta, tra facoltà e capacità di valutazione: deve essere al tempo stesso individuale e soggettiva, il “buon gusto” di appartenenza aristocratica, e generale, ovvero portatrice di caratteri universali e quindi negoziabili, discutibili e confutabili. La gerarchia si rovescia completamente: ciò che competeva al divino, ora compete solamente più agli uomini. Dio dapprima diviene mediazione del pensiero umano, poi scompare completamente dall’orizzonte della valutazione. Il percorso di radicalizzazione della soggettività del giudizio, passando attraverso Kant, troverà naturale compimento nell’estetica di Nietzsche, nella “morte di Dio” e nell’avvento del “soggetto diviso”: solo l’interpretazione costituisce il fondamento di ciò che una cosa è per cui “una cosa ‘in sé’? E’ altrettanto assurda di un ‘senso in sé’! Non ci sono stati di fatto ‘in sé’”. In altro modo per Nietzsche l’essenza di una cosa non può che essere un’opinione sulla cosa stessa: “in questo senso il bello va posto nella categoria dei valori biologici dell’utile, del benefico, di ciò che incrementa la vita” (Nietzsche, Volontà di potenza)

Il potenziale dirompente di questo rovesciamento platonico è piuttosto evidente: soggetto tanto a sostegni quanto a critiche durissime (consiglio di leggere a questo proposito Carlo Ginzburg, Rapporti forza. Storia, retorica, prova), ha aperto un esito novecentesco non scontato: “(…) possiamo dire che in Nietzsche si trovi preannunciato il duplice aspetto fondamentale di tutti i movimenti d’avanguardia che hanno dato la loro impronta all’estetica del Novecento fino alla fine degli anni Sessanta: cioè, appunto, da un lato l’ultra-individualismo che, rifacendosi al valore rivoluzionario dell’emancipazione individuale nei confronti delle tradizioni, consacrerà l’innovazione quale criterio supremo del giudizio estetico, facendolo così rientrare nell’ambito della storicità; e dall’altro la preoccupazione iper-classica di assegnare all’arte una funzione di verità, o addirittura di metterla al pari con il progresso delle scienze, per consentirle di esprimere un realtà che, a differenza di quella cui faceva riferimento il classicismo originario (quello del Seicento), non è più razionale, armoniosa, euclidea, ma illogica, informe, caotica e non euclidea”. (Luc Ferry, 202)

E, per finire, Sangiorgi: “Il vino buono non può essere scollegato da un percorso personale, ma di certo frequentarlo aiuta a comprendere il senso della vita al di là della vicenda individuale, la relazione continua tra dentro e fuori, il suo svolgersi perenne. Il vino è un mezzo straordinario, a patto che se ne rispetti la libertà di sorprenderci, di coglierci impreparati. A noi il compito di farci trovare diversi” (Porthos 37, pag.10)

Forse…

Forse quella dei “vini naturali” è l’ultima avanguardia artistica del secolo scorso. Come si sia inserita tanto impunemente in questo (di secolo) e quali esiti potrà avere in futuro non è dato saperlo. Di sicuro ha chiesto e chiede di ripensare i meccanismi di relazione tra particolare e universale, tra soggetto e oggetto, tra forma, sostanza e mutazioni, tra radici e semi, tra esperito ed esperienza, tra vissuto e sorpresa. Fosse già solo per questo, il nostro debito nei suoi confronti sarebbe comunque considerevole.

Influencer (del vino) si nasce

Io, da qualche parte a metà anni ’70

Togliamoci dalla testa che sia una questione di tecnica e di conoscenza. E togliamoci dalla testa che sia una questione di abilità superiore, di capacità superiore o, semplicemente, di qualità superiore. Nulla di tutto questo. È certo che conoscere un po’ la materia, gli anfratti del vino, le classi descrittive, i giochi sensoriali, aiuta. Nulla da eccepire.

Ma l’influencer non diventa tale per queste ragioni. Non lo diventa neppure perché qualche posizionatore accurato di informazioni in cima alla lista dei motori di ricerca fa il suo dovere a puntino. E neppure perché le regine del layout commerciale e i fotografi di sguardi rassodati impongono presenze sceniche non trascurabili, bellezza permettendo. Anche queste aiutano, ma non bastano.

L’influencer era tale anche da piccolo e, forse, da piccolissimo. Il mondo è grandemente ingiusto sia per la distribuzione delle risorse materiali e sia per la distribuzione delle qualità materiali/immateriali (sulle qualità, per inciso, ci sarebbe da discutere a lungo): quando entrambe si congiungono grazie agli astri, allora nascono gli o le influencer. Quando entrambi si congiungono negativamente c’è la disperazione. Quando prevale la materia, ovvero la risorsa monetaria, nascono i consulenti del lavoro, i tabaccai, gli impiegati del catasto, gli infermieri, gli insegnati e così via. Quando prevale la qualità e non la risorsa, di solito la qualità si smarrisce nella povertà. In rarissimi casi in borse di studio per giocare a basket.

Chi non rammenta con viva invidia quei compagni di classe belli, sufficientemente intelligenti, sportivamente adeguati che, quando organizzavano le bande per picchiarsi durante la ricreazione, raccoglievano almeno il 98% dei sodali abili e poi arruolati? Mi viene in mente, con mesta tristezza, che la mia banda era composta dal sottoscritto e da Dimitri, il mio compagno di banco della prima elementare. Avevamo entrambi gli occhiali quadrati e le orecchie a sventola. In seguito si aggregò anche Fabrizio, un bambino molto vivace che aveva dei seri problemi comportamentali: una volta, per esprimere il suo disappunto, mi infilzò una matita nella mano. Alla fine dell’anno scolastico Dimitri venne bocciato e di lui non ho mai più avuto notizie.

A quei tempi, appena potevo, giocavo a pallone. Adoravo giocare a pallone e non ero per niente malaccio. Non un influencer del calcio giocato e parlato, ma un dignitoso gregario. Il compito di raggruppare e di stilare le formazioni delle squadre toccava al vero leader delle classi quinte riunite in cortile: Roberto. Lo stimavo e lo rispettavo anche perché era l’unico ad avere i peli nelle orecchie a soli dieci anni. Quando mi disse che mi voleva con lui nella squadra ebbi quasi un mancamento. Roberto catalizzava come una calamita sul frigorifero: la sua Parola era Verbo e il Verbo si tramutava sempre in Azione (anche in schiaffoni).

Io e dietro un bambino che mi ruberà la torta appena finito di soffiare le candeline

Crescendo le cose non cambiarono poi di molto: gli influencer erano altri. Mi ritagliavo piccoli spazi che reputavo si attagliassero meglio al mio stile post-punk, lievemente darkeggiante e con pulsioni bakuniniste inusuali. Più che crearmi alibi, vivevo negli alibi che, per dirla tutta, erano molto comodi.

Insomma se, quando racconti una barzelletta, gli ascoltatori non solo non fanno finta di prestare attenzione, ma se ne vanno da un’altra parte, oppure se ci metti dall’ora all’ora e mezza a chiedere ad una ragazza “scusa hai da accendere?”, allora vuol dire che non sei tagliato per fare l’influencer.

Come dicevo, la psicoanalisi, le tecniche di degustazione, l’approfondimento sui parametri sensoriali delle erbe situate sull’arco alpino fanno e fanno tanto. Ma non bastano soprattutto se non lo sei nato. E io, influencer, non lo nacqui.