Racconto moralistico, assai breve e con intenti pedagogici, sulla potenziale pericolosità dei tappi a pressione.

 

verres-cinema-incassable-piper“Saranno state le 18.45. O forse no, le 18.47, quando udii un urlo provenire dalla sala bar dell’hotel e un tonfo a seguire. E dopo, il fragore dei vetri che si rompono” – riferì Gastone IV al sergente del commissariato di Prè che stava indagando sull’incidente occorso alla contessa Matilde di Campomorone vedova Marconi.

Gastone IV era maître d’hôtel così come lo furono suo padre, suo nonno e suo bisnonno, il quale pare fosse addirittura imparentato con una lontana pronipote di quel François Vatel che, a metà del 1500, intendente alla corte del Principe di Condé, dopo aver organizzato un ricevimento fastoso in onore del Re al castello di Chantilly, si accorse che il pesce non era sufficiente ad accompagnare le libagioni degli autorevoli convitati. Tale fu l’onta che, al fine di non doverne rendere conto ad alcuno, Vatel si suicidò.

Gastone IV si era formato su alcuni testi classici i quali, a loro tempo, avevano modernizzato quel che basta una professione ancorata a tanto nobili lignaggi quanto ad immobili pratiche: il “Trattato dell’industria alberghiera” del maître Louis Leopso del 1918 e la benemerita e imperitura opera collettiva  “Il Servizio al ristorante” del 1948.

Gastone IV aveva solcato le più incredibili sale dei più lussuosi hotel europei prima di finire in quel tre stelle rabberciato che si affacciava scrostato, come i suoi antichi splendori, alla sopraelevata lungomare. L’hotel era ancora frequentato da alcuni discendenti di antiche famiglie nobiliari, ampiamente decadute, dell’entroterra genovese. Matilde era una di queste: suo marito l’aveva prematuramente lasciata dopo essersi giocato al casinò di Sanremo l’ultimo servizio di porcellana non ancora pignorato. Il suo corpo venne ritrovato alcuni anni dopo, orridamente dilaniato, dietro un cespuglio della villa del suo sodale, il marchese Arfatti di Torriglia. Il conte Marconi si era introdotto furtivamente nella villa dell’amico, di cui conosceva a menadito ricchezze in bella mostra e nascoste, senza rammentarsi del fatto che il marchese, poco tempo prima, aveva sostituto il rimpianto barboncino Cosimo VIII con due american pitbull terrier.

le_maitre-dhotel_francais_ou_parallele_-careme_marie-antoine_bpt6k1040003hCosì, quella sera, la contessa venne ritrovata con la faccia riversa sul pavimento e il collo di una bottiglia di Pommery ”Pop”, champagne da cl 20, tra le mani e tutti i vetri sparpagliati per terra. Anche gli scaffali del bancone del bar si erano pericolosamente inclinati e tutte le dieci bottiglie di Fernet Branca e le otto di Amaro Lucano si erano rovinosamente accatastate una sull’altra e, rompendosi, avevano sparso il loro liquido sull’antico pavimento di gran fattura, interamente composto da mogano centroamericano, donato agli inizi degli anni ’60 dal duca conte Francisco Amarillo de la Guardia, risaputo bevitore del Rum Agricole Martinique di Neisson.

Senza alcun indugio, Gastone IV si precipitò nella sala bar e, dopo un attimo di panico sapientemente gestito grazie all’autocontrollo imposto dal ruolo e da un durissimo praticantato sotto la guida di un famoso maestro di Budo Yoseikan, si appurò che la contessa Matilde fosse ancora in vita. Chiamò prontamente l’ambulanza e poi la polizia che gli chiese gentilmente di seguirlo al commissariato.

Il giorno seguente il sergente Ambrosi, a cui era stato affidato il caso, si recò in ospedale per appurarsi delle condizioni di salute della contessa Matilde di Campomorone e per chiederle di testimoniare quanto successo.

Questo è il testo della deposizione della contessa:

“Era poco prima di cena, non ricordo più l’ora: mi ero appena cambiata per uscire con alcune amiche che sarebbero passate di lì a poco. Siccome era ancora presto, decisi di farmi un goccetto. Avevo lasciato nel frigo del bar alcune bottigliette di champagne, come si chiama…, quello che ha il vetro blu… Comunque non importa. Non riuscivo a stapparlo! Lo scrollavo, gli tiravo il collo, lo mettevo a testa in giù, insù, di fianco e poi ricordo solo un botto e quindi più nulla.”

Dalla tumefazione dello zigomo pare per certo che il tappo abbia colpito violentemente la faccia della marchesa. Ella, perdendo l’equilibrio, sbatté violentemente la testa contro il pavimento, svenendo. Il tappo, seppur variando la sua traiettoria e mantenendo una forza inusitata, andò ad impattare contro il reggi mensola della scaffale superiore provocando il crollo dello stesso e, a catena, degli altri inferiori.

Oggi la contessa Matilde di Campomorone lavora gratuitamente, come cameriera ai piani nell’hotel che la ospitava sino a poco tempo prima, per poter ripagare i danni recati al prezioso pavimento. Alcuni ospiti l’hanno vista, tra una camera e l’altra, sorseggiare un pignoletto vivace con tappo a corona.

Prima foto tratta da http://www.art-de-vivre-a-laremoise.com/piper-heidsieck-le-champagne-des-stars-la-star-des-champagnes/

Le maitre d’hotel è tratto da BnF gallica

 

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Due Gavi che non ne fanno uno

Mario Soldati Di Gorupdebesanez – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31004695

Quando si va ad una degustazione in cui vengono presentati, in fila per tre con il resto di due, dei vini in batteria, si cerca di carpire alcuni segreti per trarne delle considerazioni generali valevoli, almeno per 15 minuti, per tutto il genere umano. In verità, vi dico, si prova a fare molto di più: si insegue, al medesimo tempo, l’uguale e il differente. L’uguale dovrebbe richiamare non tanto l’identico a sé quanto il tipico. Il differente è, invece, colui che se ne discosta (in meglio o in peggio). Capirete come la questione si faccia assai complessa perché ogni tentativo che non tenga in debito interesse delle variabili strutturali che si sono stratificate, interrotte, sovrapposte e impilate nel corso di decenni, metterebbe a dura prova ogni qualsivoglia tentativo minimo di comprensione di ciò che accade al momento. Ma non solo: anche ogni tentativo che sfugga il presente e i suoi discorsi non ci permetterebbe di capire un granché. Se per tipico, ad esempio, intendiamo ciò che nella liturgia bizantina (greco τυπικόν) è l’ordo che contiene, giorno per giorno, il carattere e lo svolgimento dell’ufficiatura divina sia per la recita del breviario sia per il servizio dell’altare, allora siamo belli che spacciati. Perché, in questo caso, il tipico rappresenterebbe soltanto quei i caratteri che, per essere comuni a tutti gli individui di una categoria, possono assumersi come distintivi della categoria stessa. Però capita, sempre più spesso, di parlare con dei produttori che la buttano lì: “faccio il vino come lo si faceva una volta” – a cui segue: “una volta il vino x era così, poi è cambiato per questo e per quest’altro motivo”. Essi rivendicano, quindi, una tipicità antica, remota, non più attuale. In questo loro riscatto c’è, però, qualcosa di predittivo che, in altre parole, sostiene quanto segue: “stiamo ridisegnando un sentiero, non nuovo, che altri potrebbero seguire”. Pensate solo per un momento ai vini ancestrali, alla loro sostanziale dipartita dal pianeta terrestre per molti e molti anni e, successivamente, alla loro vivace e immanente riapparizione con tanto di congiunzioni astrali favorevoli.

Così vado alla rassegna “Tutto il Gavi a Genova” in quella terrazza del grattacielo Piacentini che toglie il fiato agli occhi di chi guarda e provo fare una media ponderata di sensazioni palatali di vino Gavi nelle diverse varianti proposte, framezzate da assaggi torte di verdura e di riso che, manco a dirlo, finiscono piuttosto presto. Alla fine mi concentro su due vini agli antipodi e non solo perché uno è riserva e l’altro no. Il primo è la Regaldina di Terre di Maté 2018 di Stefania Carrea, biologico in essenza, di solfiti non vede l’aggiunta e apparecchia tavola con i lieviti che si accomodano da quelle parti, pare che racconti la storia di quando Mario Soldati fece visita nel 1975 al senatore Carlo Pastorino: “paglierino chiaro, tenui riflessi verdolini. Profumo lievemente pastoso, a cui corrisponde poi un sapore come di mandorle. Leggero, amabile, ma con un fondo decisamente secco”. (Vino al vino) Se posso dire e se posso discostare, affermo con buona certezza che questo vino non balla la rumba, né la salsa e neppure il merengue: tropicalizza, in definitiva, assai poco. Il secondo vino che ha col primo un rapporto di lontana cuginanza è Le Zucche – Gavi docg Riserva Vigna 2015 di Roberto Ghio: sur lie in botte piccola si fa forza della selezione clonale di uve antiche abbarbicate in uno dei punti più alti del territorio Gaviese, fatto di marne che poggiano su conglomerati di natura fluviale, prima che si getti nel mare ligure. Il giallo si fa intenso, dorato e rimanda subito a note ossidative non stancanti né affievolite dal sorso che danza con mango, pesca e agrumi. Il sole dentro il vino lo portano anche le spezie gialle: note di zenzero e quindi accenni di curcuma leggermente amaricante. E poi uno sbuffo di miele. Come dicevo, di due Gavi non ne esce uno.

Umorismi

Diffusione del cannibalismo nel XIX secolo

Critico enoico. Un noto blogger e critico enoico un giorno, incontrata una meravigliosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” – domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro” – rispose il critico.

Guida delle Guide dei vini. Il direttore editoriale della nota Guida delle Guide dei vini peninsulari e insulari disse al recensore delle eccellenze liguri e piemontesi: “lei deve essere fiero di contribuire”. “Sono assai fiero” – replicò l’autore contribuendo.

Il vino rubato. “Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore ilcinese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro aveva toccato le cinquecentomila copie vendute.

Omeopatia. Omeopatia opoterapica. Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini. Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito dal suo paese per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave!” – disse il commerciante di vini – “venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse” – rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò in tasca l’orologio, il portafoglio e il cellulare del camogliese.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce (Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

LE FALSE NOTIZIE E LA RETE: QUAL È STATA LA PRIMA D.O.C. ITALIANA?

By Martin Fisch from Wiesbaden, Germany. – black face ( #cc )., CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46027239

È di fatto curioso, anche se politicamente leggibile entro quella cornice che ondeggia fra primato ed identità, quando, nel mio peregrinare sul web, mi sono imbattuto in diversi siti, forum e blog che rivendicano la primogenitura della denominazione di origine. Il fatto diviene ancora più singolare se si tiene conto che il cadenzare cronologico delle attribuzioni delle d.o.c. e delle d.o.c.g. può avvenire soltanto per decreto presidenziale ed è quindi scandito storicamente da normative che segnano in maniera inconfondibile il processo e gli avvenimenti, ma non, evidentemente, il racconto che si fa degli stessi. Ma questo non riguarda soltanto il vino.

In Sicilia, ad esempio, il «ANTICHIVINAI 1877, CONSORZIO ETNA DOC» afferma il primato della doc etnea: «L’Etna è stata la prima denominazione di origine controllata ad ottenere il riconoscimento della denominazione di origine, la DOC Etna, infatti, è stata riconosciuta con DPR dell’11.08.1968 pubblicato sulla GU del 25.09.1968. Il disciplinare, inoltre, è rimasto intatto dall’anno della sua redazione, mantenendo inalterata la previsione dei vitigni autoctoni del vulcano, per la produzione dell’Etna doc nelle sue tipologie Rosso, Rosato, Bianco e Bianco superiore. I principali vitigni coltivati sono il nerello mascalese e il nerello cappuccio per quanto riguarda quelli a bacca rossa, mentre a bacca bianca vengono annoverati il carricante, il catarratto e la minnella [1]».

La rete è zeppa di informazioni non corrette, o addirittura false, che si propagano con moto rettilineo e uniformemente accelerato. Altra cosa, poi, sono le notizie tronche, che non si avvalgono necessariamente di informazioni menzognere, ma che, portando alla luce soltanto una piccola parte della realtà, inficiano e distorcono la comprensione degli accadimenti: «Il primo vino italiano ad avere il riconoscimento della DOC, è stato il vino Marsala con il decreto legge del 12 luglio 1963, n. 930, ma vi fu anche uno specifico decreto legge risalente al 15 ottobre 1931, relativo alla delimitazione del territorio di produzione». La ragione è politica e rimanda alla verità come discorso pronunciato da chi ha diritto e secondo il rituale richiesto; al discorso che dice la giustizia e attribuisce a ognuno la sua parte; al discorso che, profetizzando il futuro, non solo divina quel che sta per accadere, ma contribuisce alla sua realizzazione, comporta l’adesione degli uomini e trama così col destino dell’origine (Michel Foucault, L’ordine del discorso). «La legge 930 del 12 luglio 1963, contiene, soltanto nelle disposizioni finali, Capo VI, la seguente annotazione: «Le norme del presente decreto si applicano ai vini ‘Moscato Passito di Pantelleria’ e ‘Marsala’ ove non contrastino con quelle contenute nella legge 4 novembre 1950, n. 1068, nella legge 4 novembre 1950, n. 1069 e relativo regolamento di esecuzione, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 20 ottobre 1961, n. 1644 [2]»

Così, il 1° novembre 1966 entrano in vigore i disciplinari delle prime quattro doc italiane, riconosciute da un Decreto del Presidente della Repubblica del 3 marzo 1966: la Vernaccia di San Gimignano, con disciplinare pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 110 del 6 maggio del 1966, l’Est! Est! Est! Di Montefiascone, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 111 del 7 maggio 1966, l’Ischia bianco, l’Ischia rosso e l’Ischia superiore pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 112 del 9 maggio 1966 e il Frascati, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 119 del 16 maggio 1966.

Questa è l’evidenza storica: tutte le doc vengono istituite il 3 marzo del 1966 da un Decreto del Presidente della Repubblica, ma che differiscono soltanto di alcuni giorni le une dalle altre nella pubblicazione sulle Gazzette Ufficiali. I disciplinari entrano in vigore per tutti e quattro i vini il 1° di novembre dello stesso anno.

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[1]    http://www.antichivinai.it/etna-vigneti-territorio/

[2]    Legge sul marsala doc – Decreti e atti normativi

Il primo atto normativo della storia del Marsala risale al 15 ottobre 1931 quando un decreto ministeriale firmato da Acerbo, ministro per l’agricoltura e le foreste, e da Bottai, ministro per le corporazioni, accoglieva le richieste di 31 produttori locali che pochi mesi prima si erano riuniti in un Consorzio per la tutela del vino Marsala.

Il decreto sulla ‘Delimitazione del territorio di produzione del vino tipico Marsala’ stabiliva quali dovevano essere le zone di produzione del Marsala limitandole alla provincia di Trapani, escluse le isole, alla parte occidentale della provincia di Palermo e alla parte a nord-ovest della provincia di Agrigento.

Nel 1949 l ‘Assemblea Regionale Siciliana propose al Parlamento un disegno di legge che focalizzava la sua attenzione sulle ‘Norme relative al territorio di produzione e alle caratteristiche dei vini tipici denominati Marsala’.

La proposta venne approvata e la legge n.1069 del 4 novembre 1950, mentre lasciava inalterati i limiti territoriali, stabiliva che i livelli minimi di gradazione non dovessero essere inferiori al 17% di alcool per distillazione e il contenuto zuccherino non inferiore al 5%.

Poteva essere indicato come Marsala solo quel vino che rispondeva a specifiche caratteristiche di colore, sapore e invecchiamento e che fosse ottenuto mediante l’uso di uve bianche pregiate prodotte nella zona (Catarratto, Grillo, Inzolia) con l’aggiunta di mosto cotto, sifone o alcool.

In più, si autorizzava la produzione dei Marsala speciali: Marsala uovo, Marsala crema, Marsala mandorla, Marsala nocciola.

Il 20 ottobre 1961 venne approvato il decreto n.1644 di approvazione del regolamento per l’esecuzione della legge del 1950.

Il 2 aprile 1969 veniva emanato il decreto contenente il ‘Riconoscimento della denominazione di origine controllata del vino Marsala’ insieme al relativo Disciplinare di produzione.

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Il vino atmosferico

Una mia foto dei racconti di terra mare

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, a seguire, nella limpidezza sfolgorante del giorno; diversamente il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; e altrimenti la nebbia, che “colma d’abisso che la circonda”. Dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione”. (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, all’animo pesante oppure a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alle risa, alla brezza, alla salsedine, in un attimo che si adagia sulla soglia del tempo.

IL CIBO DEI RIBELLI. In onore di quelle donne e di quegli uomini che hanno combattuto per la giustizia e la libertà. Le nostre.

Carmen Bisighin, che ho avuto l’onore di conoscere, mamma del mio caro amico Riccardo, apre il corteo di Giustizia e Libertà a La Spezia

LA PASTASCIUTTA DEL 25 LUGLIO 1943

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Non è la fine del fascismo, ma l’inizio di una nuova storia.

E’ una storia che parte dalla fine, quella dei sette Fratelli Cervi e di Quarto poligono Camurri. Dallo sparo unisono che alle 6,30 del 28 dicembre 1943 falciò al Poligono di Tiro di Reggio Emilia le vite di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore insieme al compagno di lotta di Guastalla. (Istituto Alcide Cervi – Gattatico (RE)

Alcide Cervi racconta in “I miei sette figli” (Editori Riuniti, Roma 1989)

“[…] Prendiamo il formaggio dalla latteria, in conto del burro che Alcide Cervi si impegna a consegnare gratuitamente per un certo tempo quanto basta. La farina l’avevamo in casa, altri contadini l’hanno pure data, e sembrava che dicesse ‘mangiami’, ora che il fascismo e la tristizia erano andati a ramengo. Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie. Le donne si mobilitano nelle case, intorno alle caldaie, c’è un grande assaggiare la cottura, e il bollire suonava come una sinfonia. Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore. Guardavo i miei ragazzi che saltavano e baciavano le putele, e dicevo: ‘Beati loro, sono giovani e vivranno in democrazia, vedranno lo Stato del popolo. Io sono vecchio e per me questa è l’ultima domenica.’ Ma intanto la pastasciutta è cotta, e colmiamo i carri con i paioli. Per la strada i contadini salutano, tanti si accodano al carro, è il più bel funerale del fascismo. Un po’ di pastasciutta si perde per la strada per via delle buche, e i ragazzoli se la incollano sotto il naso e sui capelli. Arriviamo a Campegine tra braccia di popolo e scarichiamo la trattoria. Uno dice: ‘Mettiamoli tutti in fila, per la razione.’ Nando interviene: ‘Perché? Se uno passa due volte è segno che ha fame per due.’ E allora pastasciutta allo sbrago, finché va. Chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande […]”.

Testimonianza di Eletta Bigi nata nel 1925 a Campegine  

“Facevo la staffetta quando c’era bisogno, fra Campegine, Cavriago, Poviglio, Cadelbosco, sempre in bicicletta. Ho fatto tanti chilometri. Facevo quello che c’era bisogno di fare. Al primo giro Gelindo mi ha mandato a prendere una rivoltella dai recitanti, dai Sarzi. Va bene, io ci sono andata. Già prima della pastasciutta. Poi il 25 luglio era caduto il duce. I Cervi non avevano la radio, non avevano nemmeno la luce elettrica per farla andare. Ma la gente andava in giro, c’era tanto entusiasmo. Così Aldo è andato a Reggio Emilia, al suo ritorno Gelindo diceva: “Anche qua bisogna fare qualcosa”. Ha contattato il fornaio Amadeo Rapacchi di Case Cocconi che faceva anche la pasta. Abbiamo portato 170 chili da impastare: 100 chili hanno dato i Cervi dei “Campi Rossi”, 50 chili i Cervi del “Tagliavino” e 20 chili i Bigi di Vicolo Parigi. Rapacchi aveva le macchine per fare il pastaio. E poi era antifascista anche lui. La pasta veniva fuori dagli stampi, faceva i maccheroni. Che poi dovevano asciugare, però usava degli attrezzi per stendere e aveva i forni per asciugare. La pasta cruda è stata portata nei sacchi, sul carretto del latte, alla latteria di Caprara, per bollirla nelle caldaie e un po’ di pasta è stata portata anche alla latteria di Campegine. Sotto le caldaie con la legna si faceva il fuoco. E io c’ero a grattugiare il formaggio. La pasta cotta è stata messa nei bidoni del latte e condita con il burro e il formaggio. Ce li ha messi la latteria. Avevamo una biga con il cavallo guidato da Gelindo, così siamo andati in piazza. Sotto i platani, fra il Comune e il cimitero. C’era il sole. Quanta gente, era piena la piazza, perché la gente aveva fame. Usciva di casa con il piatto in mano. Non c’erano mica i piatti di plastica. E noi l’abbiamo distribuita dai bidoni sui piatti. Gelindo ha anche parlato con il maresciallo dei Carabinieri, diceva: “Facciamo niente di male, diamo solo da mangiare alla gente, la gente ha fame!” C’era il pozzo in piazza, la fontanella, abbiamo bevuto solo acqua, niente vino. E niente pane, niente dolce, la pasta e basta”.

Ingredienti

Piatto unico e senza pane, per saziare centinaia di persone ci vogliono circa 2 quintali di pasta, oppure 1 kg per 3 persone. Maccheroni di farina di grano tenero, senza uova, impastata con l’acqua.

Preparazione

Bollire per alcuni minuti e condire con burro e parmigiano-reggiano. Senza pomodoro, senza ragù. Da servire con acqua pubblica, dal pozzo o dal rubinetto

Fonte: in «Pollicino Gnus» numero 209 – ottobre 2012, Sapori sovversivi, pp. 8- 10 https://www.pollicinognus.it/pdf/2012/209-ott2012-monografico-Sapori%20Sovversivi.pdf

anarchici nella Resistenza (tratto da A- Rivista Anarchica)

8 SETTEMBRE 1943

La data dell’annuncio dell’armistizio con gli Alleati e della fine dell’alleanza militare con la Germania, ma anche la data della dissoluzione dell’esercito italiano e della cattura di centinaia di migliaia di militari, a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi militari. La data dei primi episodi di Resistenza contro i tedeschi (a Roma, a Cefalonia, a Corfù, in Corsica, nell’isola di Lero), ma anche la data della frettolosa fuga del Re e dei membri del governo Badoglio a Brindisi (senza un piano di emergenza e senza disposizioni ai militari). Resistenzaitaliana.it

Alla vigilia dell’annuncio dell’armistizio la parola ricorrente nei diari è «incubo»: “il risveglio, dopo una notte di incubi – annota Bruna Talluri, che di lì a poco prese posto nelle fila della cospirazione – non ha dissipato i miei timori e neppure la penosa incertezza del domani. Molti parlano di tradimento. Noi non abbiamo tradito nessuno, mentre siamo stati traditi dai fascisti prima e poi dai nazisti. Gli inglesi in Calabria; i Tedeschi nel Lazio e sul Po. Povera Italia, quali mortali ferite ti hanno inferto i banditi delle glorie imperiali! Io credo che le truppe alleate non abbiano nessun interesse a piantare le tende nelle regioni italiane, ma se questo dovesse avvenire si risveglierebbe in noi lo spirito, da troppo tempo assopito, delle tradizioni rivoluzionarie e avremo la forza di gridare: «Vai fuori d’Italia, vai fuori o straniero». Noi vogliamo la libertà dei popoli e l’associazione dei popoli liberi. Oggi dobbiamo combattere contro i nazisti, che sono i nostri veri nemici. Noi non abbiamo tradito nessuno, mentre siamo stati traditi dai fascisti prima e poi dai nazisti”. (Luigi Ganapini, Voci dalla guerra civile, Storie di italiani 1943-1945, il Mulino, Bologna 2012)

 Testimonianza di  Bruna Talluri  

Cena di guerra.

“Ti siedi a tavola (argomento volgare che dimostra ancora una volta come lo spirito non basta per vivere) e sogni ad occhi aperti con lo stomaco che gorgoglia una sfilata di pani appena tolti dal forno con un contorno altrettanto profumato di salamini e di bistecche, di polli ben crogiolati allo spiedo e di patatine croccanti … il sogno svanisce. L’uggia allo stomaco rimane. Togli una briciola alla tua razione di pane, frenando il desiderio di mangiartela tutta in un solo boccone. Questo è il primo atto. Il primo gesto istintivo. Poi arriva pomposamente in tavola la focaccia di foglie di cavolo e la fame, quella vera, fa sembrare eccellente un piatto che, in una situazione normale, avresti gentilmente rifiutato. Divori silenziosamente la tua razione di cavoli, lesinando il pane per timore che non ti basti e studi possibili riduzioni geometriche per calcolare il numero di bocconi che puoi ricavare con il pane che ti rimane […]. Arriva il “pezzetto” e pulisci, lucidandolo con cura il tuo piatto. La cena è finita nel giro di pochi minuti. Altra pausa piena di speranza in una qualunque sorpresa. Entrano in scena gli aranci. Cavoli e aranci. Prima li sbucci, magari con il coltello e con la forchetta, lasciando sul piatto le bucce, poi, quasi distrattamente, mangi anche le bucce perché hai fame.

La cena è finita.

Siamo lieti e soddisfatti di essere un popolo civile, che tira la cinghia con il sorriso sulle labbra per vincerei barbari nemici che mangiano cinque volte al giorno e si lavano con il sapone, mentre noi ci laviamo con il grasso di maiale. Non riusciamo a reggerci in piedi, ma vinceremo”. (Patrizia Gabrielli, Scenari di guerra, parole di donne, Bologna, Il Mulino, 2007)

Fonte: Lorena Carrara, Elisabetta Salvini, Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà, Lupetti Editore, Bollogna – Milano 2015

LA GUERRA PARTIGIANA

Beppe Fenoglio

“Eppure aveva dormito magnificamente nel fienile sotto lo spartiacque. Si era addormentato di colpo, aveva fatto appena in tempo a finir di seppellirsi sotto il fieno, con appena un piccolo tunnel scavato davanti alla bocca. La pioggia crosciava sul tetto buono del fienile, violentissima e dolce. Un sonno di piombo, senza sogni, senza incubi, senza la minima interferenza della difficile, terribile cosa da fare l’indomani. L’aveva poi svegliato un canto di gallo, l’uggiolio di un cane a valle e il silenzio della pioggia. Subito era sgusciato via da sotto il monticello di fieno. Sobbalzando sul sedere si era trasportato sul bordo del fienile ed era rimasto con le gambe penzoloni nel vuoto. Lì lo possedette la piena coscienza di sé, di Fulvia, di Giorgio e della guerra. Allora tremò, di un tremito unico ed interminabile che andò a trovargli fin i talloni, e pregò che la notte resistesse al giorno un po’ meglio di quel che facesse. Quand’ecco uscire dalla casa il contadino e sfangare verso la stalla, ancora fantomatico nella luce che cresceva a fiotti grigi. Milton stava strusciandosi il mento e il fruscio quasi metallico della barba lunga e rada si diffondeva per metri all’intorno. Infatti il contadino guardò su e restò secco. – Hai passato la notte lassù? Be’, meglio così. Non è successo niente ed io ho potuto dormire. Se ti avessi saputo sotto il mio tetto, non avrei chiuso occhio. Ma ora scendi –. Milton saltò a piedi uniti nell’aia, atterrando con un gran botto e un ampio spruzzo di fango. Restò piantato dov’era piombato, a testa china, tastandosi il cinturone. – Avrai fame, – disse il contadino, – ma io non ho proprio da darti da mangiare. Di una pagnotta mi potrei privare… – No, grazie. – O vuoi un bicchiere di grappa? Fossi matto. Il pane aveva sbagliato a rifiutarlo, ora si sentiva vuoto e inconsistente, quasi senza baricentro nei tratti più ripidi della calata, e si disse che gli conveniva fermarsi a chieder pane in qualche casa isolata prima di arrivare in vista di Canelli”. (Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Torino 1990)

“A un capo del paese un ribelle stava quartando un vitello per il rancio. Johnny si letificò animalmente, sentendosi una fame vorace, as new for a new dimensioned man. Nell’aria solatia e cristallina le carni aperte apparivano brillantate: il macellaio, incredibilmente insanguinato e furiosamente contratto in quella inesperta fatica di pura memoria visiva, si volse al loro passaggio con un fastidio non dissimulato, Era un contadino, giovane, balzato i primi giorni nei partigiani, come in una allegra e feroce rivolta al suo destino di servitù alla terra: leonino e di fronte angustissima, negli occhi glaciali un’unica scintilla soltanto nell’effusione della ferocia. Parve risentire estremamente il goalless, wallking passaggio dei due partigiani, uno dei quali nuovo e d’aspetto inequivocabilmente cittadino, passanti a bocca torta davanti alla sua all-serving fatica”. (Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1994)

Avevo sei anni!

Testimonianza di Marisa Zanetti in Donne della Resistenza : testimonianze di staffette partigiane della pianura bolognese / [a cura di Graziano Zappi “Mirco”], Comitato Antifascista Il Casone Partigiano in Partigiani a tavola, cit.

“Eravamo tutti in cucina. [.. .1 A un certo momento, mentre guardavo fuori, mi resi conto, tutto ad un tratto, che eravamo circondati da mezzi cingolati, da autoblindo […]. Faccio appena in tempo a dire: “Marcello corri, corri che ci sono i tedeschi” e lui corre su per la scala di legno e va a nascondersi. Con due calci contro la porta entrano due fascisti che avevano non so se un mitra o un fucile. Dietro di loro c’era un ufficiale tedesco con quattro o cinque tedeschi. Uno dei fascisti grida: “Marcello Zanetti”. Mio padre si alza: e sta per rispondere quando il graduato tedesco dice: “No, non voi, la bimba, la bimba”. Allora io scendo dalla sedia e mi metto a sedere sulla rola (era un ripiano dove ci si sedeva per cuocere della carne e per scaldarsi meglio) del camino con il fuoco acceso. L’ufficiale mi viene vicino e molto educatamente mi chiede: “Ti piace il cioccolato?”. “Certo che mi piace rispondo”. Lui mette un pezzo di cioccolato sulla rola di fianco a me e poi mi dice: “Guarda io sono un amico di Marcello e avrei bisogno di parlargli ma non riesco a trovarlo, tu sai dov’è?” Io dico: “Sì, è a lavorare”. “A lavorare dove?” “In stazione di ferrovia, a quest’ora è a lavorare”. “Guarda che io in stazione cí sono andato e non l’ho trovato”. Allora io ho fatto un’esclamazione. Mi pare di ricordare di essere stata quasi un’attrice in quel momento: “Ahhh” Poi ho allungato una mano, un po’ timidamente, verso la manica del suo cappotto e ho detto: “Allora sa una cosa? A Marcello piacciono molto le signorine. Vedrà che è andato a cercare una signorina”. Detto questo, il tedesco mi allungò il cioccolato, mi mise una mano sulla testa, mi scompigliò i capelli. E poi diede quattro cinque ordine secchi, ed uscirono tutti quanti. Avevo sei anni”.

Come tre maestri di nigromanzia e di sommelleria vennero al tavolo del Vinitaly dello più grande produttore di nebbiolo

Di anonymous medieval illuminator; uploader Carlos adanero – Fol. 279 of Codex Parisinus graecus 2327, a copy (made by Theodoros Pelecanos (Pelekanos) of Corfu in Khandak, Iraklio, Crete in 1478) of a lost manuscript of an early medieval tract which was attributed to Synosius (Synesius) of Cyrene (d. 412).The text of the tract is attributed to Stephanus of Alexandria (7th century).cf. scan of entire page here., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2856329

Lo più grande produttore di Nebbiolo fue nobilissimo signore e nondimanco importantissimo produttore, e la gente ch’avea bontade, venìa a lui da tutte parti, perché l’uomo mesceva volentieri il nobil vino: a lui venieno sonatori, trovatori e belli bevitori, uomini d’arti, giostratori, schermitori, gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere. Stando lo più grande produttore e facea dare l’vino, sì giunsero a lui tre maestri di nigromanzia e di sommelleria. Salutaronlo così di subito, ed elli domandò: – Quale è il maestro di sommellerie di voi tre? – L’uno si trasse avanti e disse: – “Messer, io sono”. – E lo più grande produttore il pregò che giuocasse cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti e fecero loro arti: così comparvero come d’incanto,, con grande stupore delle genti, li più grandi barolo di ogni tempo e fattura.. Li maestri chiesero commiato e lo più grande produttore di nebbiolo disse: – Domandate. – Que’ domandaro: – “Messere, comandate a costui, il Savio Commentatore, che venga in nostro soccorso, contra li nostri nemici bevitori di professione”. Misesi il Savio Commentatore in via con loro. Recaronlo in una bella cittade: cavalieri li mostrarono di gran paraggio, e bel destriere e belle arme li apprestarono, e dissero: – “Questi sono a te ubbidire”. – Li nemici vennero a battaglia. Il Savio Commentatore li sconfisse e liberò lo paese da’ nemici bevitori di professione.

Diederli moglie, ebbe figliuoli. Dopo, molto tempo tenne la signoria. Lasciaronlo grandissimo tempo, poi ritornaro. Il figliuolo del Savio Commentatore avea già bene quaranta anni: il Savio Commentatore era vecchio. Li maestri di nigromanzia di sommelleria tornarono, e dissero che voleano andare a vedere lo più grande produttore e la corte. Il Savio Commentatore rispose: – Lo tavolo di degustazione fia ora più volte mutato; le genti fiano ora tutte nuove: dove ritornerei? – E’ maestri di negromanzia e sommellerie dissero: – Noi vi ti volemo, al postutto, postare. – Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero al tavolo di degustazione . Trovarono lo più grande produttore di Nebbiolo e suoi accoliti al Vinitaly, ch’ancor si dava l’vino, il quale si dava quando il Savio Commentatore n’andò co’ maestri. Lo più grande produttore di Nebbiolo li facea contare la novella; que’ la contava: – “I’ ho poi moglie, figliuoli c’hanno quaranta anni. Tre battaglie di campo ho poi fatte; il mondo è tutto rivolto. Come va questo fatto?” – Lo più grande produttore di Nebbiolo li le fa raccontare, con grandissima festa, a belli bevitori, a uomini d’arti, a giostratori, a schermitori, a gente d’ogni maniera e d’ogni mestiere.

Questo breve racconto con motivi morali e pedagogici, l’ho mutato di proposito dalla ventunesima novella de “il Novellino delle le cento novelle raccolte dal Gualteruzzi (1525) e le diciotto nuove date dal Borghini (1572)”. Scritto in forma anonima probabilmente due e tre secoli antecedenti alla pubblicazione consultata la novella narra di un viaggio che si forma nel tempo circolare: si parte e si torna al principio, mentre le distanze del tragitto, con le loro mutazioni d’età e di condizione, si svolgono attraverso il tempo lineare. Mentre la partenza e l’approdo coincidono nell’identico, ovvero nella stessa scena dell’allontanamento dal banchetto, quello che cambia è l’atteso. Ciò a dirvi che il ritorno a ciò che permane a sé, oltre ad essere una gran beffa di negromanti e divinità giocherellone, è la condizione per cui al nostro mutare anche l’identico a sé si trasforma. E non possiamo farci nulla.