I vini di Genova

Genova in una xilografia di Hertmann Schedel dalla “Cronica di Norimberga” del 1493

Nell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in quella Genova deturpata (già a quel tempo), ma di tanta grandezza e civiltà che non si può lasciare così, senza dire nulla dei suoi vini. E allora Soldati va di proposito alla trattoria di Checu, il padrone che è anche il cuoco, soprannominato dai foresti in senso spregiativo “Toro”, in via Demarinis, a Genova Sampierdarena per bere il vino di Begato, proprio quello dell’omonimo Forte: “bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili’.[1]” Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamentava che “la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorchè in ragione del travaglio, e della spesa[2].” Insomma, sembra di sentir parlare dell’oggi: gli investimenti agrari costano cari, i padroni rivolgono le loro attenzioni ad altre attività maggiormente remunerative dal punto di vista finanziario (arti, commercio…), mentre i poveracci non possono fare investimenti perché tutto ciò che guadagnano va a sostentamento della sopravvivenza. Genova è, per chiunque vi fosse approdato dall’anno 1000 in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera è vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, era la collina di Carignano: “All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno 1000, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato 1’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum[3] concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le «ville» dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno[4].” Ed è proprio nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino[5], in particolare nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Pozzevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: “Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà  alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’[6].” Vino-Coronata-1Le uve, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del vino di Coronata[7] che così Francesco Mazzoli descriveva: “Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro[8], con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata…[9]

[1] Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977),  pp. 606,607,609
[2] Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX  (pp. XX, XXI)
[3] Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987 da wikipedia
[4] Atti della Società Ligure di Storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt
[5] Cfr. Piero Raimondi, Vini di Liguria, Sagep Editrice, Genova 1976, in particolare pp. 75 -83.
[6] Ibidem, pp. 80, 81
[7] Cfr. Ludovica Schiaroli, I vini dei genovesi, in http://www.aisliguria.it/editoriale.php?ID=156
[8] Qui l’ispiratore è Sbarbaro ne i ‘Trucioli’ (1920) che lo descrive come ‘vinetto rallegrante’.
[9] Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291
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Le icone del vino

Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky), raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, nel suo presunto incontro con Joseph Stalin.

Si fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati scioccamente all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità, per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  1. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche” permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  1. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  1. Soltanto allora il degustatore alla cieca potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  1. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.

 

 

Dialogo tra due produttori piemontesi di vino naturale di fronte ad una fiera convenzionale

La foto è tratta da medium.com

Aufrej: “Dit parèj a peul smijé brut, ma cula fera parëssa üna sbërnùfia!”

Bartromé: “Qual?”

Aufrej: “Cula là, cula cunvensiunal!”

Aufrej: “detto così può sembrare brutto, ma quella fiera pare una una donna sofisticata e sprezzante!

Bartromé: “Quale?”

Aufrej: “Quella là, quella convenzionale!”

Il vino atmosferico

Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)
Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, in seguito, nella limpidezza sfolgorante del giorno; altrimenti il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; la nebbia, che “colma d’abisso che la circonda” e dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione” (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza, seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, al senso pesante, a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alla brezza, alla salsedine, in un tempo che siede sulla soglia dell’attimo.

E il vino creò il suo vignaiolo

Di Anonimo (Faras) – Stanisław Lorentz, Tadeusz Dobrzeniecki, Krystyna Kęplicz, Monika Krajewska (1990). National Museum in Warsaw. Arkady. ISBN 83-213-3308-7, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1693497

Ci fu un tempo assai lungo e assai vicino in cui il vino, al pari della muta Diva Angerona, con il suo silenzio teneva lontane le angosce e le preoccupazioni dell’animo, sollevava il fisico e taceva i segreti di Roma . Parlavano in sua vece e a suo proposito poeti, letterati, sacerdoti, medici, giureconsulti, musici, simposiasti, locandieri, vinattieri e, poi, bottiglieri, chimici, farmacisti, ragionieri, enologi, filosofi, critici letterari… Discutevano  di vino con intenti educativi, pedagogici, curativi; ne facevano rime; lo buttavano in caciara; alcuni lo analizzavano mentre  altri addirittura cercavano di sezionarlo nelle parti suoi più intime; se ne valutavano gli effetti primari, secondari, terziari e persino giudiziari; taluni lo osservavano con intenti morali e talaltri lo redarguivano per bene; per certi era un solo tramite e per quasi nessuno un fine. In nessun caso e in nessun luogo ai procreatori del vino, a i pigiatori d’uva, ai torchiatori, ai cantinieri veniva data parola, se non in rarissimi casi in cui la parola, scritta, la prendevano da sé: estensori del vino, si facevano custodi, interpreti, artefici, rivoluzionatori di qualcosa non solo che non aveva parola, ma a cui loro, proprio in quanto creatori, non potevano darla. Vi sarebbero stati altri che ne avrebbero parlato prima e dopo ogni proporzione possibile: di, a, da, in, con….il vino. La scienza positiva contribuì successivamente, e per gradi, a renderlo parte a sé stante e la critica conseguente diede al vino statuto, ruolo e personalità. Il vino, al pari di molte altre cose, si fece  valutazione e non più tramite. E qui successe la cosa più strana e particolare: il vino tornò al suo artefice e gli diede la parola. Il vino, per interposta persona (critici, enologi, letterati, appassionati…), tornava al suo vignaiolo in forma di domanda, di allusione, di spiegazione, di prolusione: il vignaiolo, costretto al silenzio per lunghissimi e lunghissimi secoli, era dunque in impaccio: doveva apprendere velocemente la parola, intendere la domanda e rispondere del vino e dunque di sé. La tecnologia gli venne incontro, la pubblica piazza pure e la stima di sé fece il resto. Il vino, alla fine, aveva creato il suo vignaiolo.

Perché un degustatore qualsiasi dovrebbe interessarsi al “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”

Cannocchiale galileiano, riproduzione di uno dei cannocchiali di Galileo, sec. XX Di Alessandro Nassiri per Museo scienza e tecnologia Milano – Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48703078

 

“Una verità acquisisce il suo senso pieno solo al termine di una polemica. Non esistono verità prime. Esistono solo errori primi. Non bisogna dunque esitare a iscrivere all’attivo del soggetto la sua esperienza essenzialmente infelice. La prima e più essenziale funzione dell’attività del soggetto è di sbagliarsi. Più complesso sarà il suo errore, più ricca sarà la sua esperienza”

(G. Bachelard, 1970. “L’idéalisme discursif”)

La parola ‘errore’ deriva dal latino ‘errare’ che significa sì sbagliare, ma, ancora prima, vagare, peregrinare, vagabondare: è un allontanarsi dalla retta via o, comunque dalla via tracciata in precedenza che, magari, così retta non è. I vini sono zeppi di errori e allora hanno inventato le macchine per correggere questi errori o, addirittura, per cancellarli del tutto. Poi sono arrivati alcuni che, ad un certo punto, hanno strepitato: “Ma questi non sono errori! Sono fatti proprio così! perché, vedete” – hanno aggiunto – “se da quei vini togliete i loro errori non sono più se stessi, ma altro!” Allora la questione è accordarsi sugli errori, che pare facile; oppure, diversamente, stabilire se alcuni errori possono far pensare non solo ad un loro superamento, ma piuttosto a decidere se vi è un’altra via per realizzare quei vini in un altro modo. Cioè senza errori, ma fatti diversamente e non solo concepiti come quelli a cui volevano toglierli senza cambiare null’altro. Oppure, infine, dei vini con alcuni errori che, se interpretati diversamente, tali non sono più. Ma di cosa stiamo parlando se non di uno scontro che dura da un bel po’ di millenni e che non trova soluzione: perché se fosse solo una questione di scienza già ne avremmo di gatte da pelare. Ma qui si mettono di traverso i gusti, le mode, i palati, le soggettività, le filosofie, le geografie, le derive dei continenti e via di questo passo. Ma ci torno dopo. Ora mi faccio aiutare ancora per un po’ dal professor Grammaticus.

“La macchina ammazzaerrori”. Gianni Rodari, Il libro degli errori, Einaudi Ragazzi, Torino 1997

«Una volta il professor Grammaticus inventò la macchina ammazzaerrori.

  • Girerò l’Italia, — egli annunciò alla sua fida domestica, — e farò piazza pulita di tutti gli errori di pronuncia, di ortografia e simili.
  • Con quella roba lì?
  • Non è una roba, è una macchina. Funziona come un aspirapolvere, aspira tutti gli errori che circolano nell’aria. Batterò regione per regione, provincia per provincia. Ne parleranno i giornali, vedrai.
  • Oh, basta là,— commentò la domestica. E per prudenza non aggiunse altro.
  • Comincerò da Milano.

A Milano il professore andò a sedersi a un tavolino di caffè, in Galleria, mise in funzione la macchina e attese. Non ebbe molto da attendere. Ordinò un tè al cameriere, e il cameriere, milanese purosangue, gli domandò con un inchino: – Ci vuole il limone o una sprussatina di latte?

Le due esse erano appena uscite al posto delle due zeta dalla sua bocca lombarda, poco amica dell’ultima consonante dell’alfabeto, che la macchina ammazzaerrori indirizzò energicamente il suo tubo aspirante in faccia al cameriere.

  • Ma cosa fa? A momenti mi portava via il naso con quella roba lì.

Non è una roba, — precisò il professor Grammaticus, — è una macchina. Sono ancora poco pratico nell’usarla.

  • E allora, perché la fa funsionare?

Splaff! Il tubo aspirante guizzò in direzione della nuova «esse» e colpi il cameriere all’orecchio destro.

  • Ohei! Ma lei mi vuole proprio ammassare!

Sploff! Nuova sberla volante, questa volta sull’orecchio sinistro.

Il cameriere cominciò a gridare: –  Aiuto, aiuto! C’è un passo!

(…)

  • Ce l’ha la licensa?

Cielo, un vigile urbano.

  • Licenza! Licenza, con la zeta, — gridò Grammaticus.
  • Con la seta o sensa, ce l’ha la licensa? Si può mica andare in giro a vendere elettrodomestici senza autorissasione.

(…)  La sera sbarcò a Bologna, deciso a fare un’altra prova. Si cercò un albergo, si fece assegnare una stanza e stava già per andare a dormire quando il portiere dell’albergo lo richiamò.

  • Mi scusi bene; sa, mi deve lassiare un documento.

Squash! La macchina ammazzaerrori scattò.

  • Ben, ma cosa le salta in mente?
  • Abbia pazienza, non l’ho fatto apposta. Lei però è proprio un bolognese…
  • E cosa vuole trovare a Bologna, i caracalpacchi?
  • Voglio dire: perché non pronuncia «lasciare» come va pronunciato?
  • Senta, signore, non stiamo a far ssene.,.

Skroonk! Il tubo aspiratore era balzato attraverso l’atrio e aveva colpito alla spalla il portiere petroniano. Il professor Grammaticus corse a barricarsi in camera, ma il portiere lo segui, cominciò a tempestare di pugni la porta chiusa a chiave e gridava:

  • Apra quell’ussio, apra quell’ussio!

Sprook! Spreeek! Anche il tubo aspiraerrori, dal di dentro, batteva contro la porta, nel vano tentativo di raggiungere l’errore di pronuncia tipico dei vecchi bolognesi.

  • Apra quell’ussio, o chiamo le guardie. Squak! Squok! Squeeeek!

Batti di fuori, batti di dentro, la porta andò in mille pezzi.

Il professor Grammaticus pagò la porta, tacitò il portiere con una ricca mancia, chiamò un taxi e si fece riportare alla stazione. Dormì qualche ora sul treno per Roma, dove giunse all’alba.

  • Mi sa indicare dove posso prendere il filobus numero 75?
  • Proprio davanti alla stazzione, – rispose il facchino interpellato.

(…) Il professore schiacciò il tasto con il mignolo, sperando finalmente di ottenere un buon risultato. Le altre volte lo aveva schiacciato con il pollice. Ma la macchina, si vede, non faceva differenza tra le dita. Un colpo bene (o male) assestato fece volar via il berretto del facchino,

  • Aho! E ched’è, un attentato?
  • Ora le spiego…
  • No, no, te la spiego io la situazzione,- fece il facchino, minaccioso.

Questa volta il tubo colpì la vetrina del giornalaio, perché il facchino aveva abbassato prontamente la testa. Si udì una grandinata di vetri rotti. Usci il giornalaio gridando: – Chi è che fa ‘sta rivoluzzione? La macchina lo mise K.O. con un uppercut al mento. Accorsero gli agenti. Il resto si può leggere nel verbale della Pubblica Sicurezza. Alle tredici e quaranta il professor Grammaticus riprendeva tristemente il treno per il Nord. La macchina? Eh, la macchina aveva tentato di mettere zizzania anche tra le forze dell’ordine: c’erano in questura, tra gli agenti, torinesi, siciliani, napoletani, genovesi, veneti, toscani. Ogni regione d’Italia era rappresentata. Rappresentata anche, s’intende, da tutti i difetti di pronuncia possibili e immaginabili. La macchina era scatenata, impazzita. Fu ridotta al silenzio a martellate, non ne rimase un pezzetto sano. Il professore, del resto, aveva capito che la macchina esagerava: invece di ammazzare gli errori rischiava di ammazzare le persone. Eh, se si dovesse tagliar la testa a tutti quelli che sbagliano, si vedrebbero in giro soltanto colli!»

Le influenze dialettali nel vino. Gli errori in blu e quelli in rosso.

Ripartiamo dunque dal principio: nel mondo vitivinicolo ci sono un sacco di macchine ammazzaerrori. “Ho visto flottatori in continuo, flottatori a batch per le attività di chiarifica dei mosti e dei succhi per la fermentazione; ho visto impianti per la stabilizzazione tartarica a resine. E ho visto impianti monoblocco con compressore ermetico da raffreddamento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto acceleratori di macerazione, presse a membrana lenticolare, filtri tangenziali a membrane ceramiche, filtri rotativi sottovuoto con pompa interna balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…come lacrime nella pioggia. È tempo…di farsi un goccetto”. Mi è presa la mano, lo ammetto. La tecnologia aiuta, anche di molto, e ammetto pure questo. Ma ci sono delle cose che faccio fatica a comprendere: l’idea di predisporre l’esito di un vino, ma anche di un cibo, al pari di un qualsiasi asettico composto chimico mi lascia alquanto perplesso. A  meno che non si voglia fare proprio una cosa uguale a se stessa perché deve funzionare in maniera uguale a se stessa. Lo stesso vale per un idioma (e per tante altre cose) che è cosa viva: cambia, si trasforma, si contamina e, talvolta, s’imbruttisce pure. Ma poi gli errori? Dobbiamo ‘chiarificarci’ le idee o almeno provare a farlo. Se un errore di vinificazione corrisponde ad un difetto del vino bello chiaro, dimostrabile, evidente e soprattutto fastidioso, incomprensibile, non ingurgitabile, insomma sputabile, non c’è storia né alcun futuro: bisogna che non venga più fatto. E questi sono gli errori da matita blu, quelli gravi. Poi ci sono quelli a matita rossa, quelli meno gravi, che per alcuni lo sono e per altri molto meno. Per taluni sono quelle influenze dialettali del vino che lo rendono unico, distinguibile, vitale, variabile; per altri sono quelle che lo rendono vicino allo sbaglio, a quei vini di un tempo a cui si deve riconoscere una sostanziale onestà intellettuale, ma assieme ad  essa un sacco di deviazioni dalla giusta via.

Le macchine ammazzaerrori fanno pensare al vino come ad una composizione di diverse unità di misurazione da riportare meccanicamente all’interno di parametri fisico-chimici. Ma, come è noto dalla teoria degli errori, non esiste alcun tipo di misurazione, sia diretta che indiretta, che fornisca il valore numerico esatto della grandezza misurata. Il concetto di precisione è quindi strettamente legato alla grandezza che intendiamo misurare e allo strumento con il quale effettuiamo la misura. Anche nel caso di massima precisione nella misurazione avremmo comunque a che fare con una serie inevitabile di errori. L’accordo, come ho già accennato, riguarda la loro tipologia, la loro tollerabilità e la loro sostenibilità alla vista, naso, al palato… E, in questo caso, entrano, dirompenti, sensibilità culturali, idiosincrasie personali, marketing aziendali, politiche internazionali… Una delle cose più buffe è che, in alcuni casi, la pretesa eliminazione di un errore nella composizione fisico-chimica di un vino, significa, in altro modo, quel “tagliar teste” raccontato da Gianni Rodari: dei danni ancor più gravi dell’errore a cui si vuole rimediare.

Controinduzione.

“Si può comprendere quanto facilmente possa altri restar ingannato dalla semplice apparenza o vogliamo dire rappresentazione del senso. E l’accidente è il parere, a quelli che di notte camminano per una strada, ,d’essere seguitati dalla Luna con passo uguale al loro, mentre la veggono venir radendo le gronde dei tetti sopra le quali ella gli apparisce, in quella guisa appunto che farebbe una gatta, che realmente camminando sopra i tegoli, tenesse loro dietro: apparenza che, quando il discorso non s’interponesse, pur troppo manifestamente ingannerebbe la vista”. (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo- Galileo Galilei 1624 – 1630)

Se, da una parte, c’è una lungimirante tradizione di storia della scienza che si è posta la questione dei momenti di rottura, anche attraverso l’evidenza di alcuni errori (Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009; ed. originale  Chicago: University of Chicago Press, 1962), dall’altro lato ha preso forza una corrente metodologica che si è domandata, alla base del ragionamento, il “perché pregiudizi, passioni, cecità, presunzione, errori, ottusa pervicacia – in breve, tutti gli elementi che caratterizzano il «contesto della scoperta» – si opposero ai dettami della ragione e perché, alla fine, questi elementi irrazionali prevalsero, cioè ‘il copernicanesimo e altre idee «razionali» esistono oggi solo perché, nel loro passato, la «ragione» è stata spesso sopraffatta”. Alcune rotture epistemologiche in campo scientifico avvengono perché le teorie vengono verificate, e magari confutate, dai fatti. I fatti contengono componenti ideologiche, opinioni più antiche di cui si è perduta coscienza o che non furono forse mai formulate in modo esplicito. (…) Nell’eventualità di una contraddizione fra una teoria nuova e interessante e una collezione di fatti saldamente stabiliti il miglior procedimento non è, perciò, quello di abbandonare la teoria ma di usarla per scoprire i principi nascosti responsabili della contraddizione. La contro-induzione è una parte essenziale di un tale processo di scoperta (…) Se una interpretazione naturale frappone difficoltà ad una concezione attraente, e se la sua eliminazione rimuove la concezione del campo dell’osservazione, l’unico procedimento accettabile consiste nell’usare altre interpretazioni e vedere cosa accade. L’interpretazione usata da Galileo restituisce ai sensi la loro posizione di strumenti dell’osservazione, ma solo in rapporto alla realtà del moto relativo. Galileo afferma ‘nulla operar il moto tra le cose  delle quali egli è comune’, ossia ‘è come se non fusse, resta insensibile, resta impercettibile, è senza azione alcuna”. Il primo passo di Galileo, nel suo esame congiunto della dottrina copernicana e di un’interpretazione familiare ma nascosta, consiste perciò nel sostituire quest’ultima con una diversa interpretazione. In altri termini, egli introduce un nuovo linguaggio di osservazione”. (Paul K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano 2018; ed. originale 1975)

Dunque la questione qui trattata non riguarda tanto e solo il rapporto tra una fase estetica, storica antropologica, politica della degustazione e del suo opposto, duro, numerico, calcolabile apportato dalla scienza, quanto s’intende rilevare che:

1) I meri fatti, estranei alla loro immediata conoscenza e valutazione, sono già carichi di interpretazione che si portano appresso da lungo tempo in maniera più o meno esplicita.

2) Questa realtà benché non rinunci a separare l’oggetto (vino) dai suoi momenti valutativi (chimici, sensoriali, agronomici, estetici….), permette di comprendere come il primo, cioè il vino, si porti dietro le storie dei secondi e come questi ultimi siano, essi stessi, soggetti di interpretazione e valutazione.

3) La contro-induzione permette l’incremento della conoscenza attraverso l’elaborazione di punti di vista teorici alternativi ed obbliga lo svelamento del pregiudizio.

4) Alla luce di questo processo il linguaggio assolve sia ad una funzione relazionale (dà voce), sia diviene strumento di rottura della conoscenza, quindi della realtà, sino a quel momento stabilita come immutabile.

5) L’errore cambia di statuto ontologico ed apre a nuove possibilità di scoperta, di realizzazione e, pertanto, a nuovi errori.

Elogio della conoscenza analfabeta. Omaggio a Piero Camporesi

“Mêrz, cusm e’ cul e non cusm’ et” [1]

Questo breve articolo vuole essere un tributo ad un grande studioso della civiltà contadina e pastorale, un signore che, come scrive Umberto Eco, “entra in una stanza dove c’è un tappeto dai colori e disegni bellissimi, che tutti hanno sempre considerato un’opera d’arte; lo prende per un lembo, lo rivolta, e ci mostra anche sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto. Eppure era sotto il tappeto”. Questo signore si chiama Piero Camporesi. In un breve saggio del 1985 [2], Camporesi affronta un tema molto particolare, diremmo di grande attualità, la trasmissione del sapere non scritto, oggi nuovamente attualizzato da consuetudini, come nel campo vinicolo, ma non solo, che parlano del recupero di pratiche ancestrali basate sull’osservazione empirica e sistematica dei fenomeni naturali applicati all’attività agricola e pastorale. E’ il grande debito, a volte convenuto, ma molto spesso malcelato, che la scienza ha riconosciuto al sapere analfabeta, a quelle società àgrafe, dove la trasmissione delle nozioni passa, ad esempio, attraverso il proverbio (equivalente delle auctoritates nelle società letterarie), soprattutto di tipo metrologico e  fisiologico e che “condensa il sapere non firmato del gruppo, la voce anonima che esprime il controllo sociale della comunità o la sua mentalità scientifica. Supercoscienza collettiva che impone condizionamenti, atteggiamenti, comportamenti”[3].

La formula del proverbio aiuta a costruire un’immagine del mondo consuetudinario in forma ritualizzata e circolare dove non vi è rottura epistemologica tra umano e naturale, cosa che verrà sancita, invece, dalla rivoluzione industriale. Tanta parte della finta oppositività politica tra conservazione e progresso viene da lì, dall’antitesi tra un mondo che, attraverso le stagioni, ripete infinitamente se stesso ed un altro che prosegue in avanti, linearmente.

Esempi ve ne sono molti, come questo del fattore veronese Giacomo Agostinetti che, dopo aver servito in diverse proprietà, alla tenera età di 82 anni, decide di mettere a nudo i saperi agricoli del suo mondo. E’ la cultura del pronostico come condizione della precognizione dell’abbondanza o della carestia, che si svela, ad esempio, attraverso la meteorologia: l’ascolto dei rumori della notte, la visione del cielo stellato, le nubi, sono preziosi indicatori sullo stato del tempo, e quindi delle attività possibili, anche commerciali, del giorno (se non dei giorni) seguente: “Quando la notte si vede maggior quantità di stelle dell’ordinario. Quando la Luna è circondata da vapori più dell’ordinario dicendosi ‘cerchio lontano pioggia vicina’. Quando gli Armenti gli Asini rangiano i Lupi urlano gli Uccelli non cessano di volare, i Galli di cantare. Le Mosche e tavani di morsicare, i pesci di guizzare, le Rane, Rospi di biscantare, biscie lucertole & animali simili di vagare, oltre che il sale si inhumidisce e li contrapesi dell’orologio calano più dell’ordinario. E anco segno di futura pioggia quando il Sole tramonta circondato di nubbi che li Contadini dicono che và giù in sacco. Le quali cose sono molto necessarie al Contadino e anco al Fattore per antivedere il tempo e operar conforme all’occorrenze, perché molte cose sono meglio il tralasciar di farle che farle à stratempo, come à dire in tempo humido, overo secco. Come à dire nel vendere e comprare fieno è bene saper conoscere li avantaggi che si puonno conseguire, nell’oprar più in un tempo, che nell’altro, perché se il fieno si vende a peso, è meglio in tempo umido, e se à misura in tempo asciutto, che stà più sollevato, perché come volgarmente si dice, che bisogna secondo il tempo navegar, perché il tutto ricerca stagion propria.” E poi perché, come le classe di appartenenza insegna “ uno de maggiori buoni servitij de Padroni è il non lasciar occasione di essercitar tutto quello può render frutto al Padrone”[4].

Non da meno, ci insegna Camporesi, è la cultura pastorale, ad esempio quella dell’Appennino romagnolo, dove vi è una sorgente chiamata dai pastori “pozza della tróia”, perché lì l’acqua dove le scrofe vanno ad abbeverarsi è terapeutica e ciò che fa bene agli animali non può che far bene agli esseri umani: “il termine moderno ‘fonte solforosa’ è un’astratta definizione chimica estranea a ogni rapporto di magico allacciamento tra gli elementi”[5].

NOTE
[1] “Marzo, cuocimi il culo e non cuocermi altro”. Il rapporto tra carne e cosmo viene offerta dai contadini romagnoli che usavano salire sul tetto il primo giorno di marzo (capodanno agrario) ed esporre le parti posteriori al sole al fine di preservare il corpo dalle malattie per tutto il resto dell’anno.

[2] Piero Camporesi, La formazione e la trasmissione del sapere nelle società pastorali e contadine, in “Estudis d’historia agraria”, n° 5, 1985, ora in Piero Camporesi, Riga 26, Marcos y Marcos, Milano 2008

[3] Ivi, pag. 87

[4] Giacomo Agostinetti, Cento, e dieci ricordi, che formano il buon fattor di villa, Per l’editore Francesco
Tramontini, Venezia 1692, pp. 236, 237 (edizione originale del 1679)

[5] Piero Camporesi, cit., pag. 78