Elogio del mio invecchiamento.

vecchio-orgosoloSe c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro.

Il vino da invecchiamento è spiazzante: potremmo dire che non si concilia affatto con questo presente inglobante. Ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo averci mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che mi capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2022 e il 2025.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, ci spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E i consigli.

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La bottiglia ornamentale.

Rose-GoldIl sogno dell’eleganza passa attraverso il rivestimento: colori sgargianti e rilucenti, dal giallo taxi al rosa sciroppo, che transitano per il verde gelosia e si concludono negli austeri grigio cenere o nero “palla 8”, addobbano felici le bottiglie.

Il vestito fornisce l’alibi al suo contenuto e dona un travestimento sicuro alla natura essenziale del vino.

L’ornamentazione spiega la classe, che non è mai acqua. Nobilita il proletario e distingue il ricco: per una notte soltanto veste a festa da piccolo principe, o da piccola principessa, come nei ricordi di un carnevale sbiadito, il bambino che dorme in noi.

La bottiglia ornamentale agghinda soltanto un vino mitico, tanto improbabile quanto lo sono le sue bolle: più grandi appaiono e più felici ci fanno. Fintanto che una nuova eruttazione gassosa non ci separi.

foto dal sito artù.it

Gli Stati Uniti riconoscono solo i marchi aziendali: il territorio scompare, pure nel vino.

ttip-5Oggi.

L’Europa è da lungo tempo in trattativa con gli USA per l’approvazione del  TTIP. Cos’è il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)?: “Il partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti  (TTIP) è un accordo commerciale che è attualmente in corso di negoziato tra l’unione Europea e gli Stati Uniti. (…) Ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti.” Ci sono mille e una ragione per opporsi a questi accordi e non solo per quanto riguarda il settore agroalimentare.

Ma, per forza di cose, dobbiamo fare un salto indietro ed occuparci dei meccanismi di riconoscimento reciproci che legano i trattati internazionali sul libero scambio. Per capire meglio cosa potrebbe accadere nel futuro.

Ieri, l’altro.

In un volume collettaneo del 2006 edito da Franco Angeli[1] alcuni studiosi internazionali analizzano il mercato del vino e le sue tendenze strutturali all’interno delle strategie concorrenti per ogni paese. È bene ricordare che questo studio investe un’Europa in cui la nuova OCM vino è ancora  a venire e di cui si intuiscono alcuni capisaldi e prospettive, ma non il dispiegamento attuale. Dopo una prospettiva del mercato del vino internazionale, vengono analizzati, in  termini monografici, i mercati di singoli paesi europei ed extraeuropei: Francia, Italia, Spagna, California, Cile, Argentina, Australia. Il volume si conclude con l’analisi di alcune problematiche e con lo studio specifico del caso Campania. Il volume in questione, sebbene sia recente, ha la valenze di un documento storico, di una fotografia statistica degli anni novanta sino ai primi del 2000, in cui si mettono in evidenza sostanzialmente due elementi: l’esplosione del mercato internazionale e dei nuovi produttori, ma anche delle nuove possibilità di esportazione dei vini europei ed il fallimento degli accordi multipli[2], a causa della mancanza dei relativi accordi attuativi, secondo i quali gli Stati aderenti avrebbero dovuto costituire ‘un sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche per i vini ammissibili alla protezione nei membri partecipanti’. La differenziazione tra Europa, Stati Uniti e Cina è rilevante ai fini della comprensione del fallimento degli accordi bilaterali, in merito proprio alla nozione di denominazione di origine come legame tra prodotto e territorio: «Onde valutare la portata delle novità introdotte dall’Accordo UE/USA con riferimento alla tutela delle indicazioni di qualità, è indispensabile esaminare, seppur brevemente, il quadro di riferimento: la disciplina applicabile in materia di denominazioni d’origine prima della conclusione dell’Accordo, nelle relazioni tra USA e Unione Europea; le problematiche all’epoca aperte, originatesi anche da differenti valutazioni e interpretazioni sulla portata degli accordi internazionali applicabili.

Già la convenzione di Parigi del 20 marzo 1883 sulla proprietà industriale, menziona esplicitamente le indicazioni di provenienza, come segno oggetto di tutela, così riconoscendo che anche le denominazioni d’origine potevano costituire l’oggetto di proprietà industriale, in quanto estrinsecazione dell’attività e della creatività dell’uomo, ovvero della collettività, che opera in un determinato territorio. Nello specifico la convenzione  si limitava, però, ad introdurre l’obbligo per i firmatari di sanzionare l’utilizzazione diretta o indiretta di un’indicazione falsa relativa alla provenienza di un prodotto, senza peraltro fornire ulteriori specificazioni in ordine a cosa dovesse intendersi per ‘provenienza’ e, quindi, senza introdurre alcun collegamento tra un prodotto ed uno specifico territorio. Questo primo approccio fu reso, poi, più incisivo per effetto della conclusione dell’Arrangement di Madrid avvenuto il 14 aprile 1891 nonché dei successivi aggiornamenti, tra cui da ultimo quello contenuto nel protocollo di Lisbona del 31 ottobre 1958.

Qui troviamo una specifica definizione delle denominazioni di origine oggetto di tutela, che sono ‘costituite da denominazioni geografiche di uno stato, regione o località e intese a designare un prodotto ivi originario, con qualità e caratteri collegati esclusivamente ed essenzialmente ad un centro geografico (o per particolarità delle relative condizioni naturali, dei relativi metodi di produzione, fabbricazione o per le forme di specializzazione industriale o artigianale, o per l’esistenza nella zona di particolari condizioni’). Rinveniamo anche l’istituzione di un meccanismo di registrazione internazionale delle denominazioni, simile a quello relativo ai marchi. Ai sensi dell’art.1 di detto trattato, infatti, la registrazione di una indicazione geografica in uno dei paesi sottoscrittori determina automaticamente l’estensione della protezione agli altri Stati membri, salvo un meccanismo di opposizione. Quale corollario, l’art.6 stabilisce poi che, se un’indicazione è protetta in uno Stato membro, gli altri paesi non possono considerare quell’indicazione generica, mentre l’art.3 precisa che ciascuno Stato membro debba proibire le imitazioni, con apposite leggi nazionali, vietando anche l’uso di termini quali ‘tipo’ o ‘stile’ ecc..

Sennonché, mentre l’accordo di Parigi fu, a suo tempo, sottoscritto dagli USA, questi ultimi non hanno mai aderito né all’accordo di Madrid, né a quello di Lisbona, ritenuti troppo poco flessibili e sbilanciati a favore di una disciplina forgiata principalmente sull’impostazione europea al tema della tutela delle denominazioni d’origine, piuttosto che su quella accolta nei paesi extra europei, guidati dagli Stati Uniti. Prima di introdurre la disciplina di un successivo accordo internazionale, quello dei TRIPS, cui invece gli Stati Uniti hanno aderito, è allora opportuno sin d’ora dar conto della profonda differenza di impostazione sul tema che – da sempre – si è potuta registrare tra i due citati gruppi di paesi. Circostanza che costantemente ha provocato difficoltà nel trovare un metodo effettivamente condiviso da tutti gli Stati per tutelare le denominazioni di origine in modo efficace a livello internazionale. In campo vinicolo, nei paesi europei per denominazioni di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata, utilizzata per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani. Nella nozione si valorizza dunque il  collegamento tra territorio, prodotto e attività dell’uomo. Elementi strettamente legati tra loro, in modo tale che ad un determinato prodotto vengono abbinate non solo le sue qualità intrinseche, ma anche quelle connesse al fatto che esso proviene da una certa zona, nella quale si sono sviluppati con il tempo fattori umani tali da legittimare il riconoscimento di un’attività creativa in relazione alla fase di produzione, la quale finisce per incidere sulla qualità stessa del bene finale. Dal canto loro, gli USA hanno invece sempre respinto l’idea del riconoscimento del binomio prodotto/territorio, ritenendo invece più giusto che fosse valorizzato l’elemento della reputazione – e cioè la percezione – da parte del pubblico dei consumatori, di ciò che un certo prodotto è. Secondo siffatta antitetica impostazione, pertanto, è rilevante non il nome geografico, ma la percezione che ne hanno i consumatori. Di conseguenza, se i consumatori non abbinano ad un determinato nome geografico né un territorio, né una tipologia di prodotto, viene meno la ragione stessa della protezione della sua provenienza, proprio perché quest’ultima risulta di per sé irrilevante nella scelta dell’acquirente.

Tale concezione si giustifica anche sul piano politico. Negli USA, infatti, tradizioni, metodi di lavorazione e cultura del territorio di provenienza sono stati trasferiti ed importati dagli emigranti, i quali per decenni hanno utilizzato tecniche e nomi originariamente indicanti i luoghi geografici di loro provenienza, quando i prodotti europei originali non erano neppure venduti negli USA. nobadtrip_cover

Da un punto di vista americano, questa situazione avrebbe determinato – con riferimento a taluni prodotti – la ‘generalizzazione’ delle relative indicazioni geografiche: esse avrebbero cioè perso il loro originario significato e starebbero ad indicare il prodotto in quanto tale. Ad esempio, le parole ‘Champagne’ e ‘Chianti’ non starebbero ad indicare solamente vini rispettivamente provenienti dal noto territorio francese ed italiano, ma anche una determinata tipologia di prodotto indipendentemente dal loro luogo di origine. Dal punto di vista americano, pertanto, anche le indicazioni geografiche di provenienza e la loro relativa tutela dovrebbe essere soggette ai principi della legislazione in materia di marchi. Ciò implica il preventivo riconoscimento che un determinato segno gode dei requisiti necessari per pervenire alla sua registrazione, ivi inclusi, in primo luogo, quelli inerenti la sua originalità e il suo carattere distintivo. Si aggiungano, nel contesto sin qui tratteggiato, le problematiche di tipo economico. Un sistema basato sulle denominazioni d’origine, che dia accesso alla loro protezione semplicemente tramite il loro riconoscimento e dunque compiuto una volta per tutte secondo procedure concordate tra Stati, raggiunge il risultato che di quella tutela possano fruire – senza spese e senza necessità di adempimenti burocratici – tutti i produttori attivi nel territorio di provenienza e rispettosi delle modalità di produzione sancite per quel determinato prodotto.

Un sistema siffatto, dunque, ben si adatta anche alle dimensioni delle imprese dei produttori europei, che sono generalmente imprenditori agricoli di piccole o medie dimensioni, e come tali non dotate di un’organizzazione commerciale e amministrativa, più diffusa invece in altri tipi di imprese di maggiori dimensioni. Non così per gli  imprenditori americani del settore (ma anche di altri paesi extra europei), titolari di aziende le cui dimensioni sono solitamente notevoli e per i quali comunque, la gestione nazionale ed internazionale dei propri marchi, con i  relativi costi e adempimenti, costituisce semplicemente l’esplicazione di uno dei momenti della loro organizzazione imprenditoriale[3].» Attualmente gli accordi TRIPS sono sì in vigore ed applicabili a tutti i paesi che aderiscono all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), ma il sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche non è mai stato attivato. Pertanto nei vari paesi l’applicazione del trattato ai casi concreti avviene attraverso l’interpretazione data dai giudici nazionali, facendo riferimento al contesto normativo specifico del loro paese. La tutela scatta cioè sussistendo due condizioni: se il consumatore medio americano abbina effettivamente il nome geografico, che contraddistingue un determinato prodotto, al territorio geografico richiamato dal nome stesso; se la sua scelta d’acquisto risulta effettivamente influenzata dall’effettiva provenienza di quel determinato prodotto: «Tuttavia, non funzionando il sistema multilaterale di registrazione delle indicazioni geografiche (perché mai entrato in vigore, come spiegato), il punto diviene come stabilire se una data indicazione geografica, di cui si chiede protezione, abbia veramente le caratteristiche di cui all’art.22 dell’accordo TRIPS interpretato nei termini sopra indicati. In ultima analisi, la decisione spetta all’autorità giudiziaria americana competente a dirimere la controversia che vedesse opposto, da un canto, chi intende ottenere tutela sulla base del trattato TRIPS in ordine ad un uso illegittimo di un’indicazione geografica e,  dall’altro, chi invece utilizza tale indicazione negli USA. Il fulcro di una simile lite risiede allora nel dimostrare l’esistenza del presupposto lì richiesto per la tutela, e cioè che il pubblico dei consumatori attribuisce la qualità del vino oggetto di controversia essenzialmente alla sua origine geografica… Il caso Institute National des Appelations d’Origine (da ora: Institute) v. Vintner International and Co aveva per oggetto il ricorso contro il rilascio di un marchio nominato ‘Chably with twist’ in favore di detta impresa americana. Il reclamo era intentato dall’Istitute perché tale marchio conteneva la parola ‘Chably’ corrispondente alla denominazione d’origine ‘Chably’, noto vino francese. In un contesto processuale in cui non vi era stata raggiunta la prova circa la sussistenza di abbinamento tra quel nome geografico e il prodotto, la Corte respinse le domande, ritenendo che non costituisse un ostacolo alla registrazione la circostanza che il marchio controverso contenesse un’indicazione geografica ‘minore, oscura, remota e non connessa con i beni’, comunque non conosciuta dal consumatore medio americano.

Come si vede, dunque, il fulcro della motivazione risiede nella circostanza che il termine ‘Chably’, pur costituendo un’indicazione geografica, non poteva trarre in inganno il pubblico sull’origine geografica del prodotto.

Ciò proprio perché la parola ‘Chably’ non era identificata dal consumatore americano come indicazione geografica e tanto meno il relativo prodotto risultava abbinato a quel territorio[4]

[1]   Gian Paolo Cesaretti, Raùl Green, Angela Mariani, Eugenio Pomarici (a cura di), Il mercato del vino. Tendenze strutturali e strategie dei concorrenti, Franco Angeli, Milano 2006.

[2]     Gli accordi TRIPS (Trade – Related Aspects of Intellectual Property Rights), che hanno la stessa valenza della tutela del marchio intellettuale a livello internazionale.

[3]     Benedetta Ubertazzi, Esther Muñiz Espada, Le indicazioni di qualità degli alimenti. Diritto internazionale ed europeo, Giuffrè Editore, Torino 2009, pp. 371 – 373

[4]     Ivi, pag. 377

La foto è tratta da Prima Pagina Di YVS

La seconda foto da Funky16Corners

I migliori vini della Terra. Intorno all’anno 1200.

lanziepoca

Intorno al 1223, Henri d’Andeli, troviere[1] normanno, compone la Bataille des vins, in cui racconta che il re di Francia Filippo Augusto (1180 – 1223 d. C.) desiderando raccogliere intorno a sé i migliori vini della Terra, invia diversi messaggeri con il compito di portargli più di ottanta vini pregiati francesi e non. Il re è supportato, nella degustazione, da un sacerdote inglese, con il quale giudicherà e ricompenserà i migliori fra di essi: i vini, nella gara tra loro, vanteranno le loro migliori qualità e denigreranno i difetti altrui. Viene spontaneo domandarsi il perché di un prete inglese e non normanno, romano, longobardo o di altre parti. Lo spiega fondamentalmente una ragione commerciale, che, a sua volta, ne spiega altre legate alle capacità d’intendimento dei vini: «L’Inghilterra, le Fiandre e i paesi del Baltico rappresentavano il grosso della domanda del vino che confluiva nel commercio internazionale durante il Medioevo e gran parte della domanda inglese era soddisfatta dai vini della Francia occidentale. L’inizio di un rapporto ufficiale fra Inghilterra e Guascogna risale al divorzio di Eleonora d’Aquitania da Luigi VII di Francia e al suo matrimonio, nel 1152, con Enrico, duca di Normandia e conte di Anjou, Maine e Touraine, che portò a Enrico il ducato di Aquitania, che comprendeva il Poitou, la Guyenne e la Guascogna e, invece di comprare vini alla fiera annuale di Rouen, come avevano fatto fino a quel momento, gli inglesi da quel momento in poi andarono a comprarlo nei porti di Nantes, la Rochelle e Bordeaux. (…) Dal 1224 in poi il commercio di vino fra Inghilterra e Guascogna andò sempre aumentando, tanto che all’inizio del XIV secolo l’Inghilterra riceveva circa la metà dell’esportazione totale dei vini di Bordeaux, che si aggirava sulle 80000 botti all’anno. Quasi tutto il resto del vino Bourdeaux andava nelle altri parti della Francia, nelle Fiandre e nella Germania del nord, anche se Reounard fa notare che quei vini venivano esportati anche in Spagna ed erano consumati dagli eserciti di Castiglia durante le loro campagne di riconquista contro i Mori[2]batalilleCosì come per l’antichità, la qualità, la forza l’identità, l’origine di un vino, in epoca medievale si affermano sulla base di parametri raffrontabili alle degustazioni contemporanee soltanto nel merito delle classificazioni generali: «Il Segré des segrez[3] dedica otto capitoli al vino: il primo tratta della sua ‘natura’ e della sua ‘virtù’, gli altri discettano sui diversi criteri per differenziare i vini: ‘LVIII Differenziazione del vino a seconda delle età; LIX. Differenziazione del vino a seconda del colore; LX Differenziazione del vino a seconda del sapore; LXI. Differenziazione del vino a seconda del profumo; LXII. Differenziazione del vino a seconda della ‘sostanza’ (l’aspetto visivo); LXIII. Differenziazione del vino a seconda della forza o della debolezza; LXIV. Differenziazione del vino e seconda del terreno di produzione e dell’origine’[4].» Su questo ultimo punto, che è poi la traccia dell’intera ricerca, diversi sono i riferimenti all’origine territoriale di un vino ed alla loro espressione in relazione alla provenienza: «Nel genere letterario rappresentato da opere quali La bataille du vins o La desputoison du vin ed de l’iaue[5], i vini per autodefinirsi, glorificarsi o attaccarsi a vicenda, ricorrevano in primo luogo al criterio dell’origine, tracciando così i profili dei vigneti che si facevano concorrenza per ragioni tanto commerciali quanto gustative.(…) Una versione del Régime di Arnaldo da Villanova[6] fa esplicitamente uso del termine terrouer (terreno o terroir) spiegando che ‘la comparazione tra vari vini deve farsi tra quelli di una stessa regione o di uno stesso terreno o terroir. Viene evocata anche la ‘terrestré’ (il carattere legato alla terra) dei ‘vins de Brabant’ (regione del Belgio odierno, in cui si coltivava il vino all’epoca: ad esempio a Lovanio) e le ‘lies mordantes’ (la feccia aspra) dei vini del ‘Rain’ (Reno). (…) Il Segré des segrez, ad esempio, pur senza designare come tipico nessun terreno in particolare, si mostra comunque attento a un insieme di dati naturali intesi come elementi determinanti nella formazione delle caratteristiche e delle qualità del vino: si tratta essenzialmente di criteri di tipo geomorfologico e climatico. Il testo distingue in primo luogo i vigneti situati su terre in posizione elevata (‘haus terres’) e quelli situati in piano (‘basse terre’). I primi daranno un vino più forte e più limpido (‘plus fort et plus clers’); i secondi, un vino di qualità opposte. Si fa differenza infine tra i vigneti situati in cima a ‘montagne’ (colline) – ‘sommet des montaignes’ – e quelli coltivati nelle valli (‘qui croisent ens es valees’). Ma i vini che ‘plis vallent’ (valgono di più) sono quelli prodotti lungo i versanti e sulla ‘groppa’ delle colline.(…) Poi si considera l’esposizione, cioè la posizione rispetto ai punti cardinali e ai venti dominanti, a loro volta legati alla piovosità. Daranno vini forti quei vigneti più vicini all’‘Orient’ e direzionati verso ‘plogol’, termine che designa un orientamento a sud e che, in un’accezione più ampia, si riferisce anche ai venti spiranti da sud o da sud-ovest (o, più raramente ai venti spiranti da ovest), che sono portatori di pioggia(…) La fama di certi vigneti è presente nell’immaginario collettivo, come testimonia la letteratura, attraverso l’elogio di vini riservati alla cerchia di privilegiati. In effetti, chi poteva permettersi di avere alla sua tavola i vini di Saint Pourçain o di Cipro che bisognava procurarsi con grande spesa, se non il re, il papa e l’élite in generale? Così come il prezzo e il prestigio[7] del vino aumentavano mano mano che ci si allontanava dalle zone di produzione e dagli snodi commerciali, assaporare il nettare di vini non provenienti esclusivamente dalla produzione locale e regionale era senz’altro un lusso: quello di poter scegliere a più vasto raggio, di bere vini ‘esotici’[8]

[1]    Il Troviere è un poeta e un cantore, nel periodo del medioevo, nel nord della Francia dove viene usata la lingua d’oil. In contrapposizione al più famoso trovatore che opera al sud del paese, in Provenza, dove si parla la lingua d’oc.

[2]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri,  Donzelli Editore, 2002. pag. 180

[3]    The Secret of secrets, or in Latin Secretum or Secreta secretorum is a translation of the Arabic Kitab sirr al-asrar, fully the Book of the science of government, on the good ordering of statecraft. It takes the form of a letter supposedly from Aristotle (and considered as such by medieval readers) to Alexander during his campaign in Persia. This text is taken from Robert Copland’s printed edition of 1528, a copy of which resides in Cambridge University Library. La traduzione dall’arabo viene attribuita a Jofroi of Waterford, monaco domenicano residente, presumibilmente (le date sono molto discordanti), a Parigi intorno al 1300.

[4]    Yann Grappe, Sulle tracce del gusto, Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006, pp. 101, 102.

[5]    Anonimo fine XIII, inizi XIV secolo d. C.

[6]    Arnaldo da Villanova, Francia 1240 – 1312 Cenni biografici: Nasce in Provenza e dedicatosi inizialmente agli studi letterari, si appassiona in un secondo momento alla medicina che approfondisce nella scuola araba di Spagna e a Parigi. Viaggia lungamente nella penisola iberica, in Francia e in Italia e coltiva la conoscenza dell’alchimia e della filosofia, cadendo in disgrazia per contrasti religiosi con la Chiesa; viene alla fine riabilitato e termina i suoi giorni presso la sede papale di Avignone. Interessi botanici: È uno degli alchimisti più importanti e leggendari ma soprattutto uno scienziato universale: la sua pratica medica comprende l’astrologia e la magia e i suoi lavori comprendono anche la teologia, l’oniromanzia e la filosofia. In medicina tratta nel Breviarium practicae (pubblicato nel 1483) tutte le malattie conosciute al suo tempo: queste sono raggruppate in sintomi fisici, funzionali e soggettivi e le loro cause differenziate in determinanti (eziologiche), antecedenti (ereditarie) e congiunte. Introduce in Europa l’uso dell’alcool, appreso dagli arabi, utile alla preparazione e alla conservazione dei prodotti medicamentosi. In botanica si dedica allo studio dei semplici e all’uso terapeutico delle piante e all’utilizzo della teriaca. Le sue ricette tramandate indicano il vino aromatizzato come un valido ricostituente; in uno studio, suggerisce con convinzione l’uso benefico dell’idroterapia. Le sue opere principali: De Vinis, De Venenis, Causilium ad regem Aragonem de salubri hortensium…, Tractatus varij …, De regime sanitatis Da http://www.abocamuseum.it/bibliothecaantiqua/Autore_Biografia.asp?Id_Aut=317

[7]    Interessanti a tal proposito le considerazioni di Ivan Pini, cit. pag. 589, 590: «Il vino ‘orientale’, che sarà poi genericamente definito ‘vino di Romanìa’ perché proveniente dai territori dell’Impero romano d’Oriente, cioè dall’Impero bizantino, poteva viaggiare a costi non proibitivi solo per via d’acqua, ma anche qui con navi dallo stivaggio ancora molto limitato. Giunto ai porti dei grandi empori commerciali del tempo (Genova, Pisa, Venezia), risaliva, se possibile, i fiumi su chiatte a fondo basso per poi essere trasferito su carri trainati da buoi o in piccole botticelle caricate a soma sui muli. Tra spese di trasporto e vari tipi di dazi il prezzo di questi vini ‘di Romanìa’ (tra cui più tardi si distinguerà il vino di Creta e il vino libanese di Tiro, il cui commercio verrà in gran parte monopolizzato dai Veneziani) saliva alle stelle. Si è potuto calcolare che una partita di vino partita da un porto del Levante raddoppiava il suo prezzo per giungere per via mare a Venezia, poi ancora lo raddoppiava se trasportato per via fluviale a Bologna (ca. 150 Km), poi nuovamente raddoppiava se condotto su carri per via di terra a Reggio Emilia o a Faenza (ca. 60 Km). Non deve allora stupire il fatto che gli statuti di molte città vietassero l’importazione di vini prodotti al di fuori dei loro distretti, facendo però quasi sempre eccezione per pochi vini di lusso destinati in teoria ai malati (pro egritudine), ma in realtà destinati alla tavola dei componenti di quelle classi aristocratiche, o comunque dirigenti, che detenevano il potere politico nelle città e cercavano adeguate forme per gratificarsi e per esternare il loro prestigio così nell’abbigliamento come nell’alimentazione, e dettavano ovviamente anche le regole statutarie dei rispettivi comuni. Se il vino che dà prestigio, il vino di lusso, il vino del ricco deve essere per forza di cose un vino costoso, anzi il più costoso di tutti, i vini “navigati” provenienti dal Levante rispondevano sicuramente a questa peculiarità. Ma a sua volta il consumo alimentare dettato inizialmente e in gran parte dalla volontà, ma anche dalla necessità, di esternare il proprio prestigio, il proprio potere, la propria ricchezza, finì col creare, come spesso accade, un nuovo gusto, una nuova moda. I vini che venivano dal Levante erano vini forti, dall’alta gradazione alcolica, gli unici peraltro adatti al trasporto e all’invecchiamento. Il gusto orientale, che si era andato consolidando nel corso dei secoli, li preferiva bianchi, dolciastri e liquorosi, non di rado arricchiti con spezie ed essenze profumate, e fu appunto questo il gusto che conquistò anche l’Italia e l’Occidente per oltre tre secoli, dal Duecento al Quattrocento.»

[8]    Yann Grappe, cit. pp. 131 -136