Il vino libero di Libero.

dionisotestaAgli inizi del Libro Quinto del “De rerum natura”, Lucrezio utilizza l’antico nome italico del dio Dioniso, Liber, o Liber – Pater[1], arrivato sino a noi come Libero, termine che poi si identificherà, nella tradizione popolare, con la divinità del vino e con le feste ad esso congiunte (Bacco e le Baccanali).

Ma a Lucrezio dobbiamo molto di più: dopo di lui, infatti, l’associazione poetica tra vino e Bacco sarà una costante sinonimica perché “qui, se qualcuno il mare ‘Nettuno’, o le messi ‘Cerere’ stabilirà di chiamare, e gli piace fare un uso arbitrario del nome Bacco, più che dare al mosto il suo nome vero…” (hic siquis mare Neptunum Cereremque vocare constituet fruges et Bacchi nomine abuti mavult quam laticis proprium proferre vocamen…[2]).

Bacco ha, infine, il sopravvento su Dioniso: lo incorpora e lo trasforma. Così Libero scompare, per riemergere dalle profondità carsiche, soltanto oggi, in una pubblicità di un vino.

[1] LIBER-PATER

Enciclopedia dell’ Arte Antica (1961)

di A. Bruhl

Nonostante la più antica testimonianza epigrafica in lingua latina del suo nome (un cippo di Pesaro), risalga probabilmente al II sec. a. C., la sua apparizione nel Lazio è certo anteriore, perché sappiamo che già agli inizî del V sec. L.-P. e la sua paredra Libera erano uniti a Cerere in una triade alla quale fu elevato un tempio sull’Aventino. In loro onore fu istituita la festa dei Liberalia celebrata il 17 maggio. L. era in origine un dio di carattere agreste, considerato protettore della fecondità, e Varrone ha descritto le processioni destinate al suo culto che si tenevano a Lavinium. Era il dio della virilità ed anche, a causa del suo nome, della libertà. Divinità della vegetazione, fu ben presto assimilato, forse sin dal VI sec. a. C., al Dioniso ellenico e fu considerato il dio del vino. È per questa ragione che nell’arte romana L.-P. è sempre rappresentato sotto l’aspetto di Dioniso (v.), con le sue caratteristiche fisiche, i suoi attributi ed i suoi compagni, sia nella scultura che nella pittura.

[2] Lucrezio, De rerum natura, vv. 655 e 656

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Vino in tempo di crisi.

gatto“Per mangiare il tacchino bisogna assolutamente essere in due: io e il tacchino”.

Gioachino Rossini o l’abate Morellet?

Vino e crisi[1], crisi e vino, vino in  tempo di crisi e crisi in tempo di vino. Giochi di parole, ossimori della contemporaneità: nulla fa pensare al vino come fattore di crisi; molto invece fa riflettere sulla crisi e al vino come suo possibile antidoto. Lontani da un soluzione possibilmente equa, come tante altre di questi tempi, i dati rendono conto di verità tanto parziali, quanto ragionevolmente vere: chiudono aziende vinicole (8.882 secondo i dati di Unioncamere: anni 2009 – 2012); calano gli ettari vitati (dai 686mila ettari del 2009 ai 654mila ettari del 2012); diminuiscono gli imbottigliatori, i coltivatori di uve… Ma…, aumentano i piccoli produttori, quelli che una volta conferivano le uve o il vino e adesso se lo producono e se lo commercializzano ; ma…, cresce l’export[2] (e non parliamo del vino sfuso  + 22%).

Beviamo meno vino, forse meglio, guidiamo troppo, facciamo bere quelli che abitano luoghi lontani e soprattutto tracanniamo altro. Vino come cultura della memoria in questo eterno presente che utilizza il passato per i propri comodi. Un passato che ci guarda e parla così: «Quanto al consumo del vino siamo tra due correnti: l’una dei sanitari che affermano che il vino fa male e l’altra degli economisti che raccomandano di bere molto di più, per evitare la crisi vinicola[3].» E ancor prima l’Enciclopedia Medica Italiana afferma (1868), al contrario, che il vino favorisce la digestione, l’introduzione e quindi l’assorbimento di altro materiale alimentare e fisiologico e rende possibile che l’uomo lavori con maggiore attività e che spieghi maggior forza e per più lungo tempo.

Vino conteso, quindi, tra produttività capitalistica, alimentazione, benessere/malessere e sovversione sociale: «come aveva scritto l’autorevolissimo Kautsky – le ‘osterie erano il vero bastione della libertà politica del proletariato.’ (…) Già al tempo dei primi internazionalisti alcuni pubblici esercizi a Firenze erano diventati luoghi di incontro preferiti. A Bologna, il Circolo Pisacane si insediò nell’osteria della ‘Garibaldena’, e alla fine del 1871 il Fascio operaio si costituì alle ‘Tre Zucchette’. A Imola Andrea Costa fondò la  prima Sezione internazionale nell’osteria ‘Ed Campett’ e il settimanale democratico e socialista ‘Il moto’ fu concepito ai tavoli dell’osteria ‘ Ed Chicon’. (…)[4]

Si può concludere, approssimativamente, che il vino sta alla crisi come la trascendenza di π (Pi greco) sta alla quadratura del cerchio.


[1] Questo breve scritto fa parte dell’e-book eCONomie, scritto, curato da Donatella Barberis e Rossella Elisio dello Studio APS di Milano e scaricabile gratuitamente da qui: http://www.carserver.it/ebook-economie/

[2] Le esportazioni a giugno sono 2337 milioni di euro, +8.5% rispetto ai primi 6 mesi dello scorso anno. I volumi a 9.8 milioni di ettolitri sono in calo del 3%, un valore in graduale stabilizzazione (nonostante giugno sia ancora a -4%). In ragione d’anno siamo a 4.83 miliardi di euro, con 20.7 milioni di ettolitri. Se non ci saranno grandi rallentamenti, saremo alla soglia dei 5 miliardi verso fine anno. Fonte http://www.inumeridelvino.it/2013/09/esportazioni-di-vino-italiano-aggiornamento-primo-semestre-2013.html

[3] Antonio Giolitti in una discussione sul bilancio del 15 giugno 1909 in Eugenia Tognotti, Alcolismo e pensiero medico nell’Italia liberale, in La vite e il vino, Storia e diritto (Secoli XI – XIX), Carocci, Roma 2000, volume II, pag. 1247

[4] Ibidem