Vino in tempo di crisi.

gatto“Per mangiare il tacchino bisogna assolutamente essere in due: io e il tacchino”.

Gioachino Rossini o l’abate Morellet?

Vino e crisi[1], crisi e vino, vino in  tempo di crisi e crisi in tempo di vino. Giochi di parole, ossimori della contemporaneità: nulla fa pensare al vino come fattore di crisi; molto invece fa riflettere sulla crisi e al vino come suo possibile antidoto. Lontani da un soluzione possibilmente equa, come tante altre di questi tempi, i dati rendono conto di verità tanto parziali, quanto ragionevolmente vere: chiudono aziende vinicole (8.882 secondo i dati di Unioncamere: anni 2009 – 2012); calano gli ettari vitati (dai 686mila ettari del 2009 ai 654mila ettari del 2012); diminuiscono gli imbottigliatori, i coltivatori di uve… Ma…, aumentano i piccoli produttori, quelli che una volta conferivano le uve o il vino e adesso se lo producono e se lo commercializzano ; ma…, cresce l’export[2] (e non parliamo del vino sfuso  + 22%).

Beviamo meno vino, forse meglio, guidiamo troppo, facciamo bere quelli che abitano luoghi lontani e soprattutto tracanniamo altro. Vino come cultura della memoria in questo eterno presente che utilizza il passato per i propri comodi. Un passato che ci guarda e parla così: «Quanto al consumo del vino siamo tra due correnti: l’una dei sanitari che affermano che il vino fa male e l’altra degli economisti che raccomandano di bere molto di più, per evitare la crisi vinicola[3].» E ancor prima l’Enciclopedia Medica Italiana afferma (1868), al contrario, che il vino favorisce la digestione, l’introduzione e quindi l’assorbimento di altro materiale alimentare e fisiologico e rende possibile che l’uomo lavori con maggiore attività e che spieghi maggior forza e per più lungo tempo.

Vino conteso, quindi, tra produttività capitalistica, alimentazione, benessere/malessere e sovversione sociale: «come aveva scritto l’autorevolissimo Kautsky – le ‘osterie erano il vero bastione della libertà politica del proletariato.’ (…) Già al tempo dei primi internazionalisti alcuni pubblici esercizi a Firenze erano diventati luoghi di incontro preferiti. A Bologna, il Circolo Pisacane si insediò nell’osteria della ‘Garibaldena’, e alla fine del 1871 il Fascio operaio si costituì alle ‘Tre Zucchette’. A Imola Andrea Costa fondò la  prima Sezione internazionale nell’osteria ‘Ed Campett’ e il settimanale democratico e socialista ‘Il moto’ fu concepito ai tavoli dell’osteria ‘ Ed Chicon’. (…)[4]

Si può concludere, approssimativamente, che il vino sta alla crisi come la trascendenza di π (Pi greco) sta alla quadratura del cerchio.


[1] Questo breve scritto fa parte dell’e-book eCONomie, scritto, curato da Donatella Barberis e Rossella Elisio dello Studio APS di Milano e scaricabile gratuitamente da qui: http://www.carserver.it/ebook-economie/

[2] Le esportazioni a giugno sono 2337 milioni di euro, +8.5% rispetto ai primi 6 mesi dello scorso anno. I volumi a 9.8 milioni di ettolitri sono in calo del 3%, un valore in graduale stabilizzazione (nonostante giugno sia ancora a -4%). In ragione d’anno siamo a 4.83 miliardi di euro, con 20.7 milioni di ettolitri. Se non ci saranno grandi rallentamenti, saremo alla soglia dei 5 miliardi verso fine anno. Fonte http://www.inumeridelvino.it/2013/09/esportazioni-di-vino-italiano-aggiornamento-primo-semestre-2013.html

[3] Antonio Giolitti in una discussione sul bilancio del 15 giugno 1909 in Eugenia Tognotti, Alcolismo e pensiero medico nell’Italia liberale, in La vite e il vino, Storia e diritto (Secoli XI – XIX), Carocci, Roma 2000, volume II, pag. 1247

[4] Ibidem

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2 thoughts on “Vino in tempo di crisi.

  1. Vino! Ma quale vino?

    Quello che si fa oggi non assomiglia certo a quello che nel 1800 e ancora quasi fino al 1970 bevevano sfuso nelle nostre osterie popolari. Molto spesso il vino tirava non più di 9°-10°, quando non era maritato (diabolicamente, Gesù faceva il contrario) con l’acqua dagli osti infedeli.
    Il vino era in primis alimento, se la razione per un operaio/muratore era di un buon litro al giorno. Lo scopo non era tanto di ubriacare, ma di integrare una magra razione alimentare con un alimento calorico e grato al palato, benché oggi questi vini li si considererebbe sciacquatura di botte.

    Simpatico anche l’accenno all’osteria come luogo di passioni civili e politiche, oggi tristemente ci si va solo per guardare la partita di calcio e bere pessime cose, chi più dibatte di politica? In Romagna ancora forse, da sempre teste calde?

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