Il vino: un elemento chiave della “distinzione” medievale

Liber ethicorum des Henricus de Alemannia, single sheet. Scena: Henricus de Alemannia con i suoi studenti 2nd half of 14th century

Diversi elementi della ricostruzione storiografica sulla diffusione della vigna nel Medioevo portano a confermare l’importanza del vino nella cultura alimentare[1], medica[2], simbolica[3] e produttiva del tempo. Ci sono alcuni storici che confermano l’influenza e la diffusione della cultura vinicola indipendentemente dall’apporto successivo, d’indubbio rilievo, delle istituzioni monastiche ed ecclesiastiche. A questo gruppo appartengono coloro che affermano, come fa Michael Matheus, che «il crollo dell’Impero romano e la conseguente perdita dei costumi e della cultura romana rappresentò senza dubbio un momento di crisi anche per la produzione vinicola, crisi che però è da intendersi più quantitativa che qualitativa. La viticoltura, infatti, sopravvisse in diverse località e regioni a ovest del Reno, come confermano, non da ultimi, i risultati di recenti ricerche filologiche. Dopo lunghi studi, i linguisti hanno potuto documentare l’esistenza di un’enclave gallo-romanza nell’area della Mosella tra le città di Merzig, Konz e Coblenza. In quel tratto della valle del fiume fortemente caratterizzato da elementi romanzi i conquistatori franchi assimilarono gran parte del linguaggio dei viticoltori[4]». Anche lo storico Tim Unwin sostiene che l’espansione dei vigneti oltre Manica avviene in gran parte ad opera delle proprietà laiche[5].

Altri storici evidenziano, al contrario, il ruolo di preservazione e di rilancio della viticoltura, anche in ordine simbolico, promosso dalle istituzioni ecclesiastiche[6]. Per Roger Dion «il vino diventa ‘un ornement nécessaire à toute existence de haut rang’, qualificandosi come ‘l’une des expressions sensibles de toute dignitè sociale’(…) Anche Jean-Pierre Devroey, richiamando il concetto di ‘distinzione’ (applicabile anche agli stili alimentari) elaborato dal sociologo Pierre Bourdieu, individua senz’altro il vino come ‘élément clé de la distinction médiévale’[7].» Dove il vino è difficile da produrre oppure è quasi esclusivamente un prodotto di importazione esso si eleva immediatamente a prodotto di classe superiore, mentre, al suo opposto e soprattutto nelle regioni calde si differenzia, per censo, sulla base alla qualità attribuita al prodotto e alla sua provenienza. Capita, però, a lungo andare che le parti si capovolgano: una volta conferito un giudizio sulla qualità di un vino (per ragioni diverse), il potere dei commercianti è quello di stabilizzarne il valore, vero o presunto che sia, attraverso il consolidamento, verso l’alto, del prezzo.

Infine, le realtà viticole, nei termini di formazione agronomica territoriale, cui i documenti in epoca medievale pongono dinanzi, sono nella sostanza riducibili a queste: «1) peciae (fasce) vitate poste al riparo di recinzioni (clausurae)[8] ubicate all’interno della cerchia muraria (urbana o castellana) o in prossimità della stessa; 2) vigne impiantate in aperta campagna in contesti colturali variamente segnati dall’arativo, dai prati, dall’incolto, e prive sovente di difesa; 3) vigne aggregate in parcellari a esclusiva o preponderante destinazione viticola; 4) parcelle collocate nell’ambito del sedimen, a contatto con l’abitazione contadina, spesso in coesistenza con alberi e colture ortive[9]».

[1]    Cfr. Jean Verdon, Bere nel Medioevo, Bisogno, piacere o cura, edizioni Dedalo, Bari 2005; Renato Bordone, Olio e vino nell’alimentazione italiana dell’Alto medioevo, in Atti delle Settimane LIV, Olio e vino nell’Alto Medioevo, Spoleto 20 – 26 aprile 2006, Fondazione Centro italiano studi sull’Alto Medioevo,  Spoleto 2007, pp. 497 595

[2]      «Prima di passare ad interrogare le nostre fonti, sarà forse opportuno ricapitolare per sommi capi le categorie mentali ad esse sottese, lo strumentario argomentativo entro cui si muovono, eredità a lunghissimo termine della filosofia ippocratico-galenica. Si tratta di un sistema quaternario con alcune variabili, che – come è noto – informava di sé non solo le conoscenze e le pratiche mediche, ma anche i canoni stessi secondo i quali venivano espressi i giudizi sui cibi e sulle bevande, e che, nella sua versione più semplificata ed elementare, i professionisti della medicina condividevano con i ceti medio-alti. Quattro erano gli elementi (fuoco, aria, acqua, terra); quattro le qualità primarie corrispondenti (caldo, freddo, umido e secco), ognuna presente in natura secondo una differenziata scala d’intensità; quattro gli umori connessi (sangue, flemma, bile, melanconia). Dall’equilibrio di tutte queste componenti dipendeva il benessere fisico, perseguibile attraverso l’assimilazione accortamente combinatoria di adeguati alimenti, soprattutto secondo un principio allopatico di compensazione (contraria contrariis), che doveva tener conto anche della complessione e dell’età dell’individuo,oltre che delle diverse stagioni ed aree geografiche. Per questo nei mesi invernali e ai vecchi, di natura fredda e secchi, erano consigliate vivande calde e umide; mentre cibi e bevande freddi e umidi erano ritenuti i più indicati per i giovani, di natura calda e umida, così come durante la stagione primaverile. Schematizzato in tal modo, il metodo, dominato da istanze speculative e razionalizzanti, può sembrare semplice e meccanico: in realtà era assai complesso e delicato, proprio perché ampio era lo spettro di fattori che andavano tenuti nel debito conto, soprattutto se l’armonia attentamente perseguita fosse stata alterata o corrotta da una malattia.»  Cfr. Annalisa Albuzzi, Medicina, cibus et potus, Il vino tra teoria e prassi medica nell’Occidente medievale, in La civiltà del vino, cit. pp. 675 -703

[3]    Cfr. Paul Tombeur, La symbolique de l’huile et du vins dans la tradition  occidentale, pp. 711 – 753; Fabrizio Bisconti, Rappresentare la vite e l’olivo: da simbolo a ornamento nell’Occidente tardoantico e altomedievale, pp. 799 – 833; Donatella Scortecci, Rappresentare la vite e l’olivo nell’Oriente altomedievale, pp. 835 -867; Giovanni Filoramo, «Buoni da pensare». Rappresentazioni e simboli del vino e dell’olio nei primi secoli del cristianesimo (II – III sec.), pp. 1063  – 1097, in Olio e vino nell’Alto medioevo, cit.

[4]    Michael Matheus, La viticoltura medievale nelle regioni transalpine dell’Impero, in La civiltà del vino cit., pag. 92

[5]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti, Donzelli Editore, Roma 2002, pp. 156, 157

[6]    Cfr. Giuseppe Motta, Il vino nei Padri: Ambrogio, Gaudenzio e Zeno; Gabriele Archetti, De mensura potus. Il vino dei monaci nel Medioevo; Nicolangelo D’Acunto, Il vino negato. Riforma religiosa e astinenza nel Medioevo regolare; PaoloTomea, Il vino nell’agiografia: elementi topici e aspetti sociali; Roberto Bellini, Il vino nelle leggi della Chiesa; Ferdinando Dell’Oro, Il vino nella liturgia latina del Medioevo; Stefano Parenti, Il vino nella liturgia bizantina; Pierre Marie-Gy, Il colore del vino per la messa;  in La civiltà del vino cit. pp. 195 – 485

Cfr. anche Giorgio Picasso, Il vino e l’olio nella legislazione ecclesiastica, pp. 989 – 1009; Giuseppe Cremascoli, Olio e vino nelle sacre scritture (l’eredità altomedievale), pp. 1039 – 1059; Giovanni Filoramo, «Buoni da pensare». Rappresentazioni e simboli del vino e dell’olio nei primi secoli del cristianesimo (II-III sec.), pp. 1063 – 1097; Gabriele Archetti, «Infundit vinum et oleum» olio e vino nella tradizione monastica, pp. 1099 – 1205 in Atti delle Settimane LIV, cit.

[7]    Massimo Montanari, Olio e vino, due indicatori culturali, in Olio e vino nell’Alto Medioevo, cit, pag. 15

[8]    Tipico dei contratti di pastinato (Il contratto di pastinato, o contratto ad complantandum, è un contratto agrario a medio termine per l’uso di un fondo agricolo a fini di coltivazione; si diffuse tra il X e il XIV secolo in diverse aree, fra le quali notabilmente nell’Italia meridionale. Si ha però traccia di un contratto ad pastinandum già in età romana. Con questo tipo di patto il ‘pastinatore’ (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato. Alla scadenza convenuta, appunto d’ordinario settennale, il conduttore poteva dunque acquisire la proprietà, oppure, se non aveva i mezzi per gli investimenti necessari, poteva rinnovare il contratto con uno ad laborandum, nel quale avrebbe proseguito in un rapporto analogo al precedente. Il rapporto non si discostava in questo caso di molto da quello della successivamente diffusasi mezzadria, con la corresponsione al proprietario, a titolo di censo, della metà del prodotto agricolo e con la conduzione secondo le indicazioni del locatore, che stabiliva le colture da impiantare. Altre similitudini si reperiscono nel confronto con il contratto di livello. Il pastinato era perciò di due forme: pastinato parzionario (pastinatio in partem): comprendente l’opzione di accesso alla proprietà; pastinato parziario (anche detto pastinatio ad medietatem, o ad partionem fructuum, o ad pastinandum in partione): riguardante il rapporto di para-mezzadria. Tratto da wikipedia. Diversamente nelle zone alpine molti terreni vitati non si riferiscono a delle curtis, ma sono l’effetto del disboscamento e del reimpianto di vigneti a seguito della domanda di vino in alcune città come avviene nella valle D’Astino (Bergamo), in Valtezze (Bergamo) e in Franciacorta (Brescia).

[9]    Alfio Cortonesi, La vigna nell’Europa Mediterranea,in Olio e vino, cit. pag. 228

Foto Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org

 

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L’antieroismo nel vino. Anna Laudisi sul piccolo poggio di cascina Boccia

«Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs…» (R. Queneau, Les Fleurs bleues, Gallimard, Paris 1965)

Anche Anna Laudisi, ungiornoqualsiasidelduemilaetre, sul far della sera, provenendo da Genova, salì in cima ad un piccolo poggio dell’Alto Monferrato che si affaccia di lì a poco sul parco delle Capanne di Marcarolo. Ora, nel prato antistante la cascina e tutto intorno, sono accampati dei cani, qualche anatra starnazzante e soprattutto corritrice, galline rigorosamente a terra, cavalli signorili, pecore ignare e una mucca che la fa da padrona perché ha un bel nome proprio di persona non comune: Cinzia. Quando Anna salì da quelle parti non era una contadina, né tantomeno una vignaiola: “resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là”. E, pare, parlando con lei, che si trascinino ancora. Un contadino della zona le ha insegnato più di quello che basta e per il resto ha fatto tutto da sola insieme al suo compagno: sgarzolare (potatura verde), legare, zappare, fare il vino, l’orto e tre bambini. In tutto un ettaro e mezzo  per cinquemila bottiglie da viti, in stragrande maggioranza, centenarie (solo una piccola parte è stata reimpiantata nel 2008).

Mai, come in questi anni, il mondo del vino si è popolato di eroi ed eroine: ebbene, Anna appartiene alla schiera opposta. Non riesce ad apparire neppure quando dovrebbe: capita spesso di vederla assente al suo banchetto espositivo durante una delle tante fiere  che si svolgono ai margini del tessuto commerciale viticolo. La si scorge solitamente seduta da qualche altra parte che se la ride e chiacchiera. Quando, poi, compare alla buon ora a servire il vino, pare che lo faccia con quello di qualcun altro. Non spende mai troppe parole, a meno che no le si chieda e, talvolta, è prodiga di domande imbarazzanti: “Ti piace?” – chiede fissandoti negli occhi. E poi ammette: “io non so vendere e non mi piace nemmeno farlo”. “Si vede” – le dico. Ma, al contrario, le piace fare quello che fa, le scelte che ha fatto e tutto il resto, per cui vale la pena provarli perché non ti vuole appioppare proprio niente e nemmeno se tu lo volessi.

Cinzia

Barbera del Monferrato Superiore 2007 – Cascina Boccia

Si dice che i vini da quelle parti siano longevi. Ovvero, di più. L’uva la raccoglie ad ottobre, poi la fa fermentare per 10 giorni in una vecchia vasca di cemento nella cantina sotto casa. Poi travasa tutto in botti d’acciaio nuove per un paio d’anni. Imbottiglia; lascia dentro la bottiglia e se ne va. Per quanto? Non so: chiedetelo a lei direttamente. Il colore è molto carico, intenso quasi impenetrabile e tutto questo la dice già lunga: la vendemmia tardiva porta la frutta a maturazione compiuta, appena macerata tanto per smussare i fendenti del barbera. Ma dura a lungo, quindi li arrotonda e non li toglie. Poi il bosco, le  foglie nebbiose , la terra bagnata, gli animali che ruzzolano e il sole. Tanto sole e i fiori blu.