Il migliore dei Nebbioli è quello di Carema. Secondo Gallesio (1817 – 1839)

Foto di Maurizio Gily
Foto di Maurizio Gily

Agricoltore, magistrato, deputato, pubblico funzionario, diplomatico, Giorgio Gallesio (Finale Ligure, 1772 – Firenze, 1839) si dedica, dopo avere lasciato il lavoro a quarantacinque anni, ad una impresa editoriale imponente: la compilazione e la pubblicazione di un’opera pomologica volta a descrivere e a raffigurare ‘le varietà più squisite degli alberi da frutto coltivati in Italia’. La stampa di quest’opera, iniziata nel 1817 presso la tipografia di Niccolò Capurro di Pisa, prosegue fino al 1839 quando viene interrotta in seguito alla morte dell’Autore. La tiratura complessiva arriva sino a 170 esemplari originali.

Nelle quarantuno dispense che compongono la Pomona Italiana [1] si susseguono centocinquantasei articoli pomologici, a loro volta formati da una tavola incisa su rame ‘a mezzo tinto’ e colorata a mano e da una dettagliata descrizione della corrispondente varietà, stilata dallo stesso Gallesio sulla base di ripetute ed originali osservazioni tassonomiche. Alla realizzazione dell’apparato iconografico dell’opera (160 tavole in-folio) partecipano diversi pittori, quali Antonio Basoli, Carolina e Isabella Bozzolini, Rachele Cioni, Domenico Del Pino, Bianca Mojon, Antonio Serantoni, ecc., e un gruppo di incisori, quali Paolo Fumagalli, Bernardino Rosaspina, Giuseppe Pera, Carlo Lasinio, ecc., coordinati dallo stesso Gallesio.

Un’opera grandiosa, corredata da tavole illustrate sviluppate nel corso di oltre due decenni, che dedica una parte importante, anche se minore, ad alcune tipologie d’uva. Gallesio, scrivendo, nel 1839, la “Memoria delle Uve e dei Vini italiani e più precisamente di quelli della Toscana”, afferma che l’industria ed il lusso hanno portato a molte suddivisioni nei vini come è avvenuto per i vini liquori, divisi in vini dolci e vini spiritosi (o vini secchi), i quali non hanno tanto la funzione di dissetare quanto quella di deliziare il palato. Tra i vini dolci si trovano i vini da dessert come il Cipro, il Tockai, il Piccolito e tutti i ‘vini santi’ italiani. Fra i vini spiritosi si annoverano gli Xeres secchi, i Madera secchi ed altri vini bianchi molto alcolici da bersi soltanto a bicchierini. Oltre ai vini liquorosi esistono poi i vini semplici divisi a loro volta in vini comuni o vini da pasteggiare e vini rosti, ovvero vini fini. Le migliori zone riconosciute da Gallesio per la produzione dei vini rosti sono il Piemonte, la Lombardia ed il Nizzardo. Il migliore fra i Piemontesi è il Carema, comune ai confini tra le province di Ivrea ed Aosta: «Vitis vinifera pedemontana, racemis, pyramidalibus, sæpius congestis, acinis subrotundis, nigricantibus, poline caesio asperis, vino generoso, austero, duraturo. Vulgo, Nebbiolo Canavesano, o Uva Spana. In dialetto Piemontese Nebieul = Picoutener = Spana = Melasca

Il Nebbiolo Canavesano è uno dei pochi fra i nostri vitigni a uva nera che produca un vino naturale nel genere dei vini chiamati da arrosto. I caratteri esteriori che distinguono la pianta e l’uva che porta non sono assai rilevati da potersi fissare con sicurezza da chi non gli conosce per pratica, sicchè quest’uva si confonde facilmente con molte altre che le sono analoghe. Se però si esaminano bene, si trova che, presi in complesso, costituiscono una fisonomia determinata che è propria al vitigno, e che si conserva in tutte le suddivisioni che lo moltiplicano senza alterarlo.

I grappoli variano di forme, ma la più comune è la piramidale. Sono appuntati alla cima, lunghi alla base e spesso alati, piuttosto uniti che spargoli, ma non serrati. Gli acini sono tondeggianti di un nero chiaro e velati da un poline bianco che gli rende indachini. Il vino è vermiglio, leggiero e fragrante, e nello stesso tempo asciutto, generoso e serbatòjo, ma austero come i vini del Bordelese, e acquista difficilmente il morbido di quei di Borgogna. Fatto con i metodi ordinarj e coll’uva fresca riesce un vino da pasteggiare nel genere dei buoni vini francesi. Se poi si sceglie l’uva, si sgrappola e si mette della cura nella vinificazione, allora ei riesce un vino fino da darsi agli arrosti e somiglia al Belletto di Nizza. Ei prende i caratteri di vino liquore quando è fatto coll’uva appassita; e in questo caso varia di qualità secondo i modi coi quali è trattato, ora prendendo il secco come i vini del Reno, ora conservando un dolce unito allo spirito che lo somiglia ai vini di Spagna.

(…) Il Nebbiolo è il vitigno proprio della falda dell’Alpe che circonda il Piemonte. Ei comincia a comparire nelle colline che si trovano al di qua del Ticino, e forma l’essenza di tutti i vigneti da Olleggio sino a Valperga. Nel Novarese e nei colli di Val di Sesia riceve il nome di Spana, ed è alternato colla Vespolina (uvetta di Canetto) e col Pignolo. I vini famosi di Ghemme, Bocca, Romagnano, Grignasco, Prato, Sizzano e Fara sono composti di queste tre uve. Gattinara è il primo luogo ove la Spana si coltivi quasi sola, e il vino di quei monti annunzia il suo predominio. È più austero, più generoso e più fragrante di quello di Val di Sesia, il quale passa per più morbido, ma che non si conserva così bene, nè migliora invecchiando come quello di Gattinara. L’esclusiva di questo vitigno non continua nel territorio di Biella, ove si coltiva sotto il nome di Melasca, e dove si trova mischiato con molte altre varietà, ma vi è distinto sempre come il migliore, ed è colla Melasca sola o mista a poche altre uve scelte che si fanno i vini fini di Lessona, e i vini da pasteggiare tanto pregiati di Cossato, Ceretto, Valdengo, Vigliano, e dei due controforti che scendono a destra e a sinistra della città, costeggiando il Cervo da un lato sino alla pianura del Vercellese, e radendo l’Elvo dall’altra sino ai vigneti famosi di Salussola, Cavalià e Piverone. Il territorio d’Ivrea e i paesi viniferi della Val d’Aosta coltivano anch’essi il Nebbiolo come il migliore dei loro vitigni, e lo distinguono col nome di Picotenero (picoutener, Piciuolotenero), ma vi è alternato col Neretto, colla Mostera, colla Bonarda e colla Fresia, e mischiato con esse. La proporzione di queste mescolanze determina le qualità dei vini che ne provengono: ed è riconosciuto che riescono più generosi e più serbatòj in ragione della quantità di Nebbiolo che vi entra. I più pregiati sono quelli di Careme, ove il Nebbiolo è quasi esclusivo come a Gattinara, quelli di Giambava ov’è il dominante, e quelli di Piverone, di Settimo e di Bullengo, ove non è mescolato che col Neretto e colla Fresia. Il Nebbiolo continua a cuoprire i vigneti in tutto il resto del Canavesano, e primeggia specialmente in Valperga, ove conserva la sua riputazione in mezzo alle molte altre uve colle quali si trova alternato, compreso il Neretto di Salto (Neret de Saut), uva preziosa che mi è sembrata la stessa che il Neiret di Biella e di Ivrea, e che non è forse diversa dal Pignolo del Novarese: sono queste le regioni del Nebbiolo. All’uscire del Canavesano, egli sparisce, o è così soperchiato dalle Fresie, dalle Bonarde e dalle Barbere che appena si distingue. Io ho creduto di riconoscerlo nel Puerperio di Saluzzo, ma non ho avuto il comodo di osservare abbastanza in grande quest’uva preziosa per istabilirne con esattezza un confronto: il mio sospetto però è fortificato dall’analogia che si trova tra i loro vini. Un’osservazione della stessa natura mi fa credere che il Nebbiolo Canavesano sia un’uva diversa dal Nebbiolo dell’Astigiana. Non ho ancora potuto instituire un paragone materiale fra queste due uve, perché non ho veduta la seconda che staccata dalla vite; ma, giudicandone dal vino, debbo conchiudere che hanno delle qualità ben differenti. Il vino del vitigno Astigiano è di sua natura amabile, e ha un pizzico singolare che ne forma il carattere. Queste qualità non si trovano mai nel vino del Canavesano.

Foto di Maurizio Gily
Foto di Maurizio Gily

(…) Così il Nebbiolo si distingue nel Novarese in Nebbiolo a grappoli serrati e pedicelli verdi, e in Nebbiolo a grappoli spargoli e pedicelli rossi, conosciuti in quel paese sotto i nomi di Spana comune e di Spana Pignolo. Le stesse differenze e la grossezza degli acini lo fanno dividere in tre sorta nel Biellese, distinte coi nomi di Melasca comune, Melaschin, e Melascon. Esse si osservano egualmente nella provincia d’Ivrea e in tutto il Canavesano, ove il Nebbiolo è diviso in maschio e in femmina o in Picotenero grande e Picotenero picciolo. Tutte queste distinzioni però spariscono quando le uve sono convertite in vino, nè ho mai inteso distinguere in verun luogo il vino del Melaschino da quello del Melascone, nè il vino del Nebbiolo maschio da quello della femmina. Ho inteso asserire che il secondo è più gentile del primo, ma non ho potuto trovare chi ne abbia fatta l’esperienza. Il vino del Nebbiolo Canavesano è da per tutto un vino generoso, austero, eminentemente asciutto, senza grasso e senza pizzico, e che si conserva e migliora col tempo. Queste qualità gli hanno acquistata da tempi antichissimi una riputazione e gli assicurano anche al presente uno smercio assai vantaggioso. I Milanesi lo ricercano di preferenza a qualunque altro vino, ed è così apprezzato in quella città, che nel 1831, trovandomi in Gattinara all’epoca della vendemmia fui testimonio della vendita di molti bottalli di vino del Settembre antecedente che fu pagato franchi 80 al bottallo. Quello del 1829 fu venduto dal Sig. Pignolo a fr. 146. Il bottallo di Gattinara è composto di sette brente di Piemonte da pinte 36 per ciascuna, e contiene perciò 252 pinte. I Torinesi non sono dello stesso gusto dei Milanesi, e pare che preferiscano ai vini del Canavesano il Nebbiolo dell’Astigiana, il Tedone di Barolo, e la Barbera di Moncalvo, ma anche a Torino i gustaj regalano ai loro amici coi vini di Careme e di Lessona che figurano agli arrosti come vini fini, ed io ne ho gustati più volte alla mensa del mio rispettabile amico l’Abate Pollini che ne possiede dello squisito. Nè questo gusto per i vini di Nebbiolo è recente nella capitale del Piemonte. Il Baccio dice che nel 1590 i vini d’Ivrea e quelli del Novarese e del Vercellese erano ammessi come vini prelibati alla mensa dei Duchi di Savoia, e aggiunge che, portati in Savona, erano imbarcati in piccioli bottalli per Roma, ove gareggiavano colla Lagrima, e con altri vini di lusso [2].

Un’Uva così preziosa meritava di esser figurata da un pennello distinto, e lo è stata difatto. Il Sig. Comminotti, segretario del Cav. Mosca, si è prestato alle instanze di questo illustre amico, e a quelle del Sig. Inspettore Petrini, e ha eseguito il disegno che accompagna questa descrizione sopra di un campione provveduto dal Conte Civrone e colto nei suoi vigneti di Valperga. Ma questo bel lavoro è stato per la Pomona il primo e l’ultimo di un così abile artista che ho conosciuto troppo tardi e di cui piango la perdita. Egli fu tolto alle arti e agli amici poco dopo di averlo eseguito … [3].»

Una enunciazione ricchissima che, a partire dalla descrizione del frutto, si dipana per quella del gusto, per le differenze territoriali e per le possibili assonanze con altri vitigni. In una babele ampelografica [4] dove spesso per le stesse uve si localizzano nomi diversi Gallesio riconosce che il Barbesin dell’Alessandrino è lo stesso vitigno del Grignolino dell’Astigiano, così come è il primo a sottolineare l’identità fra la Favorita piemontese ed il Vermentino ligure.

NOTE

[1]   Giorgio Gallesio, Pomona italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi, Pisa, co’ caratteri de’ FF. Amoretti, presso Niccolò Capurro, 1817-1939, ill. color.; 50 cm. Cfr. http://www.pomonaitaliana.it Scheda a cura di Enrico Baldini, in http://www.librit.unibo.it Cfr. come miglior studio in circolazione Carlo Ferraro, Giorgio Gallesio, (1772 – 1839). Vita, opere, scritti e documenti inediti, Accademia dei Georgofili, Firenze 1996

[2]   (1) Sunt tamen et ex rubicundis aliqua robustiora, quale in agris Ivreæ trans Padum colligitur, quæ civitas situ sub montanis illis magis edito et apricis locis, sicut et Novaria proxime et Vercelli; firmiora hoc in genere habent in suis vinetis, item arboreis vina, quæ ut in mensis Sereniss. Sabaudiæ Ducis laudabilem obtinent gratiam; sic ex Savonæ portu Romam nonnunquam parvis doliis convehuntur, in comparatione cum Lachrymis, aliisque generosis hoc in censu vinis (ita sua cuique placent) ab indigenis iactantur. Bacc. lib. 6, pag. 311.

Nota di Gallesio

[3]   Testo trascritto da Stefania Medeot (Montanaro, TO) in Pomonaitaliana.it cit.

[4]   Cfr. Giusi Mainardi, Vitigni e vini piemontesi negli scritti di Giorgio Gallesio, in Omaggio di Prasco a Giorgio Gallesio, Convegno di studio, 12 settembre 1998, Castello di Prasco, Centro per la promozione degli studi su Giorgio Gallesio, Prasco (AL), stampato per la tipo-litografica Sorriso Francescano Genova 1999, pp. 125 – 134

Articolo precedentemente pubblicato in http://www.seminarioveronelli.com/il-migliore-dei-nebbioli-e-quello-di-carema-secondo-gallesio-1817-1839/

Foto tratte dal numero 6 di Millevigne 2010: S.O.S Carema: una viticoltura da salvare

La loro battaglia. Considerazioni a margine sul Mein Kampf e Il Giornale.

Charlie Chaplin in una scena del film Il grande dittatore (1940)
Charlie Chaplin in una scena del film Il grande dittatore (1940)

Dopo che il quotidiano “Il Giornale” ha allegato il Mein Kampf di Adolf Hitler all’edizione di sabato scorso, una buona parte della polemica si è concentrata sulla liceità o meno di pubblicare quel testo e, conseguentemente a ciò, sulla libertà di stampa. Senza volersi inerpicare sulle soglie dei diritti concretamente formali e universalmente astratti, mi è parso un dibattito privo di alcune ragioni di fondo che toccano tematiche assai lontane dalle ragioni meramente civilistiche. La giustificazione sulla pubblicazione del Mein Kampf di Sallusti, direttore del giornale, contiene in sé parte del problema: “I negazionisti rimuovono la storia scomoda, gli uomini liberi la affrontano, la studiano, la giudicano con la severità che merita.” Veniamo così al primo punto: il Mein Kampf avrebbe la capacità di spiegare se stesso. Un lettore ignaro di storia, finalmente, avrebbe la possibilità di iniziare a capire in maniera critica il nazismo attraverso lo scritto del suo più importante artefice. La prefazione di Francesco Prefetti fungerebbe, in questo caso, da antidoto ad una lettura condizionata e apologetica del testo.

Gérad Genette, critico letterario e saggista francese, dedica alcuni scritti sul paratesto, specificandolo in due categorie: peritesto ed epitesto. Ciò che le distingue è la loro collocazione. Il peritesto è tutto ciò che si trova nello spazio del volume: nome dell’autore, titolo, dedica, epigrafe, prefazione, note ecc. Invece l’epitesto, pur riguardando il testo, trova spazio solo al suo esterno, o in ambito mediatico (interviste, dibattiti, conversazioni) o in forma di comunicazione privata (corrispondenza, giornali intimi ecc.). Nel suo studio sui confini del testo,  Genette  fornisce una definizione di prefazione: “Chiamerò qui prefazione, con una generalizzazione del termine più frequentemente usato in francese, qualsiasi specie di testo liminare (preliminare o postliminare),autoriale o allografo, che consiste in un discorso prodotto a proposito del testo che lo segue o precede” (Gérard Genette, Soglie. I dintorni del testo, Einaudi, Torino 1989. Titolo originale: Seuils, Editions du Seuils, Paris 1987, pag. 203). Questo “vetro prefativo” è  come una lente per accorciare le distanze o un  filtro che ne piega il senso, ma anche uno schermo che lo opacizza per mettere in primo piano il prefatore e l’operazione di appropriazione che esso viene conducendo. E’ facile attraversarlo, se ci si vuol far condurre per mano attraverso una lettura  guidata. Lo si salta a piè pari nel caso in cui si voglia avere un rapporto non mediato con il testo. In questo secondo caso la lettura, apparentemente  pura, si serve dei codici interpretativi che ogni lettore ha a disposizione per sé, a partire dalla sua storia, dalle sue letture, dall’impronta ideologica personale e così via. Oppure, allo stesso tempo, dalle sue non letture, dalle sue cedevoli mancanze ed assenze. In questo senso una lettura “non mediata” del Mein Kampf può assumere direzioni radicalmente opposte, ancorché apologetiche o di intimo riconoscimento. Proprio perché quel testo è impossibilitato a spiegare ciò che ha contribuito a generare, in quanto totalmente  e  internamente solidale: “Più che di un limite o di una frontiera assoluta, si tratta di una soglia, o – nelle parole di Borges a proposito di una prefazione – di un ‘vestibolo’ che offre a tutti la possibilità di entrare o di tornare sui propri passi. ‘Zona indecisa’  tra il dentro e il fuori, essa stessa senza limiti rigorosi, né verso l’interno né verso l’esterno, margine, o come diceva Philippe Lejeune, ‘frangia del testo stampato che, in realtà, dirige tutta la lettura’  (Soglie pag. 4)” Altro ruolo assume invece il titolo, ma con una differenza fondamentale: “mentre il testo si rivolge esclusivamente ai lettori, il titolo si rivolge a molte più persone, che in un modo o in un altro lo ricevono e lo trasmettono, e partecipano così alla sua circolazione. Se il testo è un oggetto di lettura, il titolo, come d’altra parte il nome dell’autore, è un oggetto di circolazione – o, se si preferisce – un soggetto di conversazione. (Soglie pag. 75 )”. Autore e titolo sono contenuto e circolazione dello stesso. E divengono, nel contempo, legittimità di quanto veicolato, proprio nella misura in cui il veicolante, “il Giornale”, se ne fa, liberamente, democraticamente e criticamente, divulgatore. I caratteri gotici divengono la sola condizione in cui la parola tedesca può essere impressa. Il titolo è dunque testo  e didascalia della foto in copertina: braccia conserte e volitive  che mostrano il simbolo nazista a misura del trionfo della volontà nella storia. Partito con evidenti intenti commerciali, nel tentativo sicuro  di far parlare di sé, il Mein Kampf distribuito da “il Giornale”, andrà ben oltre gli azzardi di addomesticamento mercantile a cui il quotidiano si era preposto di vigilare.

 

 

La produzione viticola del Lazio, alla fine dell’Ottocento, negli scritti di Salvatore Mondini

vigne di malvasia puntinata
vigne di malvasia puntinata da winedhama

La ‘regione’ Lazio [1] dell’epoca comprende solamente la provincia di Roma e «la coltivazione della vite predomina nelle colline e ha grande importanza in tutta la regione, non esclusa la zona del monte, dove spesso si trova la preziosa ampelidea a notevoli altitudini sulle pendici, nelle condizioni meno sfavorevoli per esposizione e ripari dai venti del nord. In parecchie località della pianura, prima coltivate estesamente, si trovano ora vasti e ubertosi vigneti; alla loro maggiore diffusione è stato di ostacolo, in questi ultimi anni la lotta contro le malattie crittogamiche, più difficile a praticarsi che non nei vigneti in collina. In questa regione si constata una certa confusione nella classificazione e denominazione dei vitigni, che a prima vista sembrano molto più numerosi di quello che siano in realtà, perché in molti comuni si coltivano gli stessi vitigni sotto nomi diversi [2].» I principali vitigni del Lazio a bacca bianca sono il Trebbiano giallo ed il Trebbiano verde, mentre per quelli a bacca rossa domina su tutti il Cesanese, «uva assai stimata nella regione, per lo speciale e gradevole profumo che impartisce al vino [3].»

piglioComune di Piglio (da http://subynews.blogspot.it)

Di estremo rilievo poi l’affermazione successiva: «La viticoltura del Lazio è una delle migliori che vanti l’Italia, ma è troppo costosa. La materia prima che offre alla vinificazione, è eccellente, ma difettano molto i processi di fabbricazione del vino, quantunque in questi ultimi anni non manchi l’esempio di produttori intelligenti e volenterosi, i quali sono riusciti a mettere in commercio prodotti veramente superiori.» Sembra quasi di sentire l’affermazione, oggi generalmente condivisa, che fa dire a Franco Santini, dal blog di Acquabuona, «e già, perché il punto dolente è proprio questo: Roma rappresenta il più importante mercato del vino in Italia e fino a pochi anni fa la presenza in carta di etichette regionali era scarsissima. Oggi, dopo anni di sforzi ed investimenti, si è arrivati ad una quota di circa il 10% (sulla base degli ultimi rilevamenti dell’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), che non è pochissimo, ma che senz’altro è molto al di sotto delle aspettative e potenzialità del territorio. Diciamo subito che se a Roma e dintorni si bevono pochi vini laziali la colpa non è tutta e solo dovuta ad una sorta di ‘esterofilia’ di ristoratori ed enotecari, che li ha portati nel tempo a scegliere e proporre soprattutto prodotti di altre regioni. Grande responsabilità va imputata anche agli stessi vini del Lazio, che fino a non molto tempo fa erano, salvo rare eccezioni, semplicemente ‘impresentabili’, e che solo oggi, grazie all’impegno e al lavoro di alcuni produttori seri, iniziano a colmare quel ritardo in termini di complessità e radicamento territoriale che li ha sempre penalizzati.

E anche se è forse prematuro etichettare il Lazio come una regione di grandi vini – nonostante storia e potenzialità la porrebbero di diritto tra i territori più vocati del paese – qualcosa si sta muovendo, anche grazie ad associazioni intraprendenti (…) [4].»

Le zone di produzione viticola laziale elencate da Mondini sono divise in tre gruppi principali: «Nel Velletrano e nei Castelli romani si coltivano le vigne intensamente, in terreni d’origine vulcanica. I vini che se ne ottengono sono robusti, sapidi e conservabili; e se ne aiuta la conservazione facendoli passare a primavera dalle cantine sopra terra, o tinelli, in ottime grotte sotterranee. Queste grotte sono costruite in modo speciale, ed in generale sono costituite da un lungo corridoio scavato nel tufo, avente lateralmente parecchie nicchie, in ciascuna delle quali sono disposte le botti, della capacità di 8 a 12 ettolitri, ma più spesso di 10 ettolitri circa (botte romana di 960 litri, costituita da 16 barili da 60 litri ciascuno). Opportuni spiragli o caminetti, che sporgono fuori dal terreno, servono all’areazione delle grotte, il cui difetto è spesso quello di un’eccessiva umidità, che favorisce molto lo sviluppo delle muffe. A questo primo gruppo di vigneti appartengono anche quelli del Suburbio di Roma, ora più estesi che nel passato; i quali danno prodotto meno pregiato di quello dei Castelli romani, principalmente a causa delle colture orticole che vi si intercalano in abbondanza. La natura vulcanica dei terreni impartisce ai vini dei Castelli romani caratteri speciali, che acquistano pregio con l’invecchiamento e li rendono ottimi anche pei buongustai più esigenti. Il secondo centro di produzione vinicola è costituito principalmente dal Viterbese, dove la coltura della vite non è così fitta ed intensiva come nei Castelli romani, ma è quasi sempre a palo secco; e le strisce di terreno, che si lasciano tra un filare e l’altro, sono assai strette. Prevalgono le uve bianche; le cantine sotterranee sono meno numerose, ma tuttavia i vini ben fatti si conservano facilmente. Il terzo gruppo è costituito dal circondario di Frosinone, confinante colla provincia di Caserta, dove le viti sono principalmente coltivate maritate agli alberi. I vini, che se ne ottengono, sono ordinariamente buoni e conservabili nell’inverno. (…) un notevole aumento nelle piantagioni di viti nella provincia di Roma, si è verificato in questi ultimi anni lungo il litorale marittimo e specialmente presso Civitavecchia, Nettuno e Terracina. I vini del Lazio in generale si possono classificare in vini secchi e in vini pastosi o alquanto dolci. Il più importante mercato pei vini di questa regione è la città di Roma, dove sono ancora preferiti, ed un tempo erano anche molto ben pagati, i vini dolci, volgarmente detti pastosi o sulla vena. Il forte ribasso dei prezzi, che i vini del Lazio hanno subito sul mercato di Roma, a causa della concorrenza dei vini delle altre regioni, e della conseguente trasformazione del gusto dei consumatori, rende le condizioni economiche della viticoltura assai meno prospere, che nel passato [5].»

I viticoltori, a causa di questo ribasso costante dei vini locali, hanno costi di produzione notevolmente aumentati sia per la vinificazione che per la lotta contro le malattie crittogame sino a quel tempo quasi sconosciute, condizioni per quali si cercano sbocchi commerciali sui mercati esteri. Allora come oggi il mercato romano, tra i maggiori in Italia, determina i gusti prevalenti e, parzialmente in conseguenza a ciò, anche i prezzi relativi alla vendita dei vini.

La viticoltura laziale si estende su 224 comuni su 226 totali, con forme di allevamento basse, sostenute da canne o fili di ferro, a cui fanno eccezione la provincia di Frosinone dove la vite è maritata agli alberi, in primis all’acero, poi al frassino e all’olmo e la provincia di Viterbo dove prevale un sistema misto. Il sesto d’impianto è solitamente così costruito: la distanza all’interno dei filari varia tra 60 cm fino ad un massimo 110 cm, mentre tra filari da 80 cm sino ad un massimo di 130 cm. Gran lavoro poi viene svolto per estirpare vitigni meno buoni, in particolar modo quelli soggetti alla ‘colatura [6]’. I vitigni principali a bacca bianca sono: «Il Trebbiano giallo dei Colli Albani, chiamato Greco nel Velletrano e Tostarello o Biancuzzo nel Frosinonese. È un vitigno, assai diffuso in tutta la provincia, eccellente tanto per la bontà che per la sua costante ed abbondante produzione. Il Trebbiano verde, noto nel Frosinonese sotto il nome di Maturano, ha produzione abbondante e buona. Le sue uve, vinificate da sole, danno un vino color verdognolo, asciutto, di buon gusto, serbevolissimo e molto alcolico. Il Bello, che corrisponde al Pampanaro del Frosinonese ed al Romanesco del Viterbese. Il Buonvino, detto anche Trebbiano verde (…). Il Greco è a vegetazione robusta, resiste alle avversità atmosferiche, matura tardivamente e produce in abbondanza uva di buona qualità. (…) Si coltivano poi il Frosinonese, il Bottacchio, il Cacchione, la Passerina, l’Uva pane, ecc. nel circondario di Frosinone; l’Uva francese, la Coda di volpe, il Pantastico, il Procanico ecc. nel Suburbio e nei Castelli romani; Il Ropssetto o Rossolo, il Verdello, il Biancone ecc. nel Viterbese. In tutta la provincia si coltivano anche la Malvasia ed il Moscato; fra i vitigni d’importazione straniera il Semillon, il Sauvignon, il Riesling, il Furmint (Tokay) ecc.

Vitigni a frutto colorato. Il vitigno predominante è il Cesanese, di cui si coltivano due varietà: quella ad acino grosso detta Velletrano. E quella ad acino piccolo, la più pregiata, che prende il nome di Cesanese d’Affile. Il Cesanese è assai diffuso in tutta la provincia, produce molto e costantemente, si adatta ad ogni sistema di allevamento, va poco soggetto alla colatura e dà prodotto ottimo. La Lacrima rossa, pure assai diffusa nei diversi circondari della provincia, al pari del Buonvino rosso, dà in certe speciali condizioni un discreto prodotto sia per qualità che per quantità. Si coltivano inoltre: nel Frosinonese il Tagliaferro o Ferrigno, il Cerasolo, il Cimagiglio, il Montonico, il Greco rosso, ecc.; nei Castelli romani e nel Suburbio il Pantastico nero, la Nera di Cori, l’Uva di Spagna, il Moscato nero, il Nero primatico, il Greco ecc.; nel Viterbese l’Aleatico, il Sangiovese, il Montepulciano, il Canaiolo, il Greco ecc. ecc.

Sono molti i vitigni a frutto rosso stranieri, specialmente francesi, che sono stati introdotti in varie località del Lazio, come a Sutri, a Bracciano, a Ceccano, nel Suburbio ecc. Di essi hanno dato migliori risultati il Cabernet, il Malbek, il Pinot, il Teinturier [7], e qualche altro. (…) se i vini del Lazio fossero fabbricati bene ed accuratamente conservati, non vi è dubbio che la loro composizione ed i loro caratteri organolettici li farebbero classificare fra i migliori prodotti in Italia. Disgraziatamente però, tanto la fabbricazione che la conservazione del vino lasciano molto a desiderare, e tranne alcune eccezioni, la massa dei produttori è ancora assai lungi dall’avere adottato quelle pratiche, che altrove hanno fatto ottima prova [8].»

L’autore prosegue infine con l’elenco dei vini, a partire dai migliori, delle varie zone: in quella romana prevalgono i vini dei Castelli, che godono di terreni migliori e sistemi di coltura più razionali. I rossi dei Castelli, a base Cesanese, sono pesanti ed hanno un notevole residuo zuccherino indecomposto. Nel Suburbio invece i vini bianchi sono eccessivamente aspri, mentre i rossi un po’ meno pesanti di quelli dei Castelli. Non molto altro viene aggiunto dall’autore sulle restanti provincie, se non un breve accenno ai migliori centri di produzione per ogni circondario ed un breve accenno ai vini passiti, tra cui l’Aleatico di Terracina e di Gradoli, il Moscatello di Montefiascone, i vini dolci di Velletri, di Marino e Frascati, sui quali il giudizio complessivo viene sospeso dalla variabilità della produzione annua, che non permette di esprimere una costanza di risultati.

Per finire un accenno all’uva bianca prodotta, di grande qualità, che si mostrerebbe adatta a produrre vini tipo Champagne francese, ma che, fino a quel momento, rappresenta un’ipotesi esclusa se non per le piccole produzioni di vino spumantizzato ad uso famigliare.

NOTE

[1]      Salvatore Mondini, Produzione e commercio del vino in Italia, Ulrico Hoepli, Milano 1899

[2]     Ivi. . pp. 160, 161

[3]     Ibidem

[4]     Franco Santini, Le Vigne del Lazio: una selezione per conquistare Roma, in Rubrica: Il vino in dettaglio http://www.acquabuona.it/, 8 aprile 2009

[5]     Salvatore Mondini, cit. pp 160 – 163

[6]     Caduta dei fiori prima che siano fecondati o prima che alleghino, per incompleta fecondazione. Nota Le conseguenze di questa virosi quali: colatura, acinellatura, deperimento e conseguente eliminazione dei ceppi infetti, sono identificabili in un abbassamento quantitativo e qualitativo della produzione che costringe all’estirpazione dei vigneti colpiti.

Contesto:Dopo l’allegagione, una percentuale variabile di giovani acini apparentemente fecondati non ingrandisce più e cade. Questa abscissione è causata dall’idrolisi delle pectine della lamella mediana delle pareti cellulari che formano uno strato di separazione alla base del pedicello. Questo fenomeno, detto ‘colatura’, è spesso difficile da distinguere da un’allegagione verificatasi con tempo freddo e coperto, che provoca una durata della fioritura eccessivamente lunga. Da dizionario enologico http://www.farum.it/glos_enol/show.php?id=965.

Nei vitigni a fiore femminile, non coltivati a stretto contatto con vitigni ermafroditi (picolit, lambrusco di Sorbara, moscato rosa ecc.), la colatura è la conseguenza della ridotta impollinazione dei fiori per scarsità di polline fertile nell’aria durante la fioritura.

Da http://www.lavinium.com/enciclopedia/encicloc.shtml#colatura

[7]     Il termine francese indica genericamente un’uva dalla polpa colorata; in alcuni casi le viene attribuito un nome relativo ai vitigni (Svizzera):

Gamay de Bouze N                             Färbertraube/Gamay teinturier

Gamay Chaudenay N                          Färbertraube/Gamay teinturier

Gamey Fréaux N                                 Färbertraube/Gamay teinturier

Da Ordinanza dell’UFAG (L’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG) provvede affinché i contadini producano derrate alimentari di prima qualità in modo sostenibile e conforme alle esigenze di mercato.Esso si impegna per un’agricoltura multifunzionale che contribuisca efficacemente a:garantire l’approvvigionamento della popolazione; salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale; garantire un’occupazione decentrata del territorio.

L’UFAG, in collaborazione con i Cantoni e le organizzazioni contadine, mette in atto le decisioni del Popolo, del Parlamento e del Governo, impostando attivamente la politica agricola.

La nuova legge sull’agricoltura entrata in vigore il 1° gennaio 1999 rappresenta la base per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura. La “sostenibilità” consta di tre dimensioni: economia, ecologia e aspetti sociali. Lo Stato crea e garantisce condizioni quadro vantaggiose per la produzione e lo smercio dei prodotti agricoli in Svizzera e all’estero. Inoltre, indennizza mediante pagamenti diretti le prestazioni ecologiche fornite dall’agricoltura nell’interesse della collettività.) concernente il catalogo delle varietà di viti per la certificazione e la produzione di materiale standard nonché l’elenco dei vitigni (Ordinanza sulle varietà di viti) del 17 gennaio 2007 (Stato 1° gennaio 2009)

L’Ufficio federale dell’agricoltura,

visto l’articolo 9 capoverso 3 dell’ordinanza del 7 dicembre 19981 sulle sementi;

visto l’articolo 7 capoverso 3 dell’ordinanza del 14 novembre 20072 sul vino;

[8]     Salvatore Mondini, cit. pp. 164 – 169.

Prima pubblicazione http://www.seminarioveronelli.com/la-produzione-viticola-del-lazio-alla-fine-dellottocento-negli-scritti-di-salvatore-mondini/