Gastronazionalismo. Una lettura

“Antipasti” – Pietro Stara

I libri e le portate dei pasti.

L’abituale catalogazione dei libri, valga lo stesso per i dischi, per i vini e per tanti altri generi non voluttuari, si declina in varietà tematico/cronologiche: attualità, letteratura/e, poesia, storia (generale, antica, medievale, moderna…), antropologia, sociologia, critica letteraria, filosofia, scienze (suddivise), psicologia, fumettistica, libri per ragazzi dagli zero ai tre anni…, gastronomia con sottocategoria dei vini e delle birre, religioni con annessa o disconnessa spiritualità e via di questo passo. Come ogni classificazione umana, anche per i generi letterari ci sono state e permangono polemiche a non finire, le quali reclamerebbero una costruzione ancora più minuziosa di sottocategorie interpretative ulteriormente foriere di scontri. Non di rado in passato, ad esempio, si sono visti scontri fisici, in alcune librerie di nicchia, tra filosofi fenomenologici e materialisti storici sulla catalogazione dei libri del giovane Marx.

Tornando al presente credo che una forma classificatoria non ancora in voga, ma che avrà un indubbio successo nei prossimi 150 anni, sarà quella legata alla correlazione dei libri con le portate dei piatti durante i pasti. Anche se non priva di obiezioni, non è impossibile ravvedere lo stretto legame fra un libro e una portata di cibo. Così vi potranno essere libri colazione, libri spuntino, libri merenda (sinoira per chi lo volesse), libri antipasto, libri primo, libri secondo, libri contorno, libri dessert, libri frutta e libri ammazzacaffè. Vi saranno infine dei libri a tutto pasto, buoni a rattoppare fameliche e rapide voluttà predatorie e libri pasto, talmente densi da poter coprire un intero banchetto. Metterei tra questi ultimi, tanto per fare, le enciclopedie, la Bibbia, il Capitale, la Divina Commedia e Alla ricerca del tempo perduto.

Ai libri di prima portata potrebbero essere ascritti tutti quei volumi che hanno messo le basi per proficue e durature metodologie di ricerca o trattazioni: su due piedi mi viene in mente il meraviglioso studio di March Bloch che prende il titolo de “I re taumaturghi” (1924). Ma lascio ad ognuno il suo prediletto. I libri di seconda portata sono senza dubbio ragguardevoli in dimensioni e fatiche: aggiornano, completano, definiscono, ribaltano in alcuni casi, studi poderosi e qualificati avvenuti in precedenza. E si tratta perlomeno della maggioranza, anche in campo novellistico o letterario.

Quando ho maneggiato senza cura il libro di Michele Antonio Fino e di Anna Claudia Cecconi (con contributo di Andrea Bezzecchi), Gastronazionalismo, pubblicato per i tipi di People, e dopo averlo persino letto, mi sono subito chiesto a quale portata corrispondesse: non ho avuto grandi dubbi nel collocare questo volume tra gli antipasti. Non tanto quegli antipasti così ricchi da chiudere lo stomaco per il resto della scorpacciata, ma quegli antipasti che stuzzicano l’appetito senza stravolgerlo, che affastellano informazioni, sapori, conoscenze, reminiscenze e invitano a cercare in altrettante direzioni.

Gastronazionalismo.

La lingua italiana annovera l’unione di più parole: di sostantivi (pescecane), di verbi (giravolta), di verbi e sostantivi (lavastoviglie), di verbi e avverbi (buttafuori), di aggettivi (pianoforte) e di molte altre parole a due piazze. Quindi niente timore: anche il gastronazionalismo ci può stare o ci potrà stare. In questo caso abbiamo due possibili chiavi di lettura: l’unione tra due sostantivi, in cui il primo, gastro (ventre, stomaco), abitualmente necessita un accordo con un secondo termine distinto, e qui il nazionalismo. La seconda in cui il secondo sostantivo, nazionalismo, è preceduto non tanto da un sostantivo quanto da un aggettivo che ne specifica l’essenza, cioè che fa capire come il nazionalismo sia una questione più di flussi gastrici, di pancia insomma, che di ragione. 

Queste due chiavi di lettura ci conducono per mano lungo durante la lettura di tutto il testo: nella prima, più teorica, la gastronomia viene letta all’interno di quel variegato mondo teorico che va sotto il nome di nazionalismo. La gastronomia, in chiave interna/esterna, è dunque parte portante di un mondo ben più vasto e articolato. Nel secondo caso, anche grazie ad esempi storici recenti e all’analisi del diritto corrente in materia di D.o.p. e I.g.p. in chiave europea ed europeista (qui pienamente politica), vengono evidenziati i tratti in cui l’uso improprio, sia legislativo che storico/sociale/antropologico e quindi economico, renda evidente come il nazionalismo si supporti o costruisca, costantemente e necessariamente, notizie false, dubbie o parziali atte a rafforzare il proprio perimetro costitutivo e relazionale. Anne-Marie Thiesse ricorda, nel suo esemplare studio su “La creazione delle identità nazionali in Europa” (Il Mulino, Bologna 2001) che “la nazione nasce da un postulato o da un’invenzione”, ma che “essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione. I tentativi abortiti son numerosissimi, mentre i successi sono il frutto di un costante proselitismo che insegna agli individui ciò che sono, li obbliga a conformarsi al modello proposto e li incita a loro volta a diffondere quel sapere collettivo. Il sentimento nazionale è spontaneo solo quando è perfettamente interiorizzato; ma per ottenere ciò occorre anzitutto averlo insegnato”. È forse di Renan (11 marzo 1882- conferenza tenuta alla Sorbona) la miglior, e senz’altro problematica, definizione dell’essenza di una nazione: “un plebiscito di ogni giorno”.

Rimane difficile comprendere, a questo punto, che cosa sia pretesto per chi: se la gastronomia per parlare di nazionalismo o il nazionalismo per parlare di gastronomia. In ogni caso e comunque il binomio è ampiamente centrato.

Come dicevo in precedenza si tratta di un antipasto e, come in ogni esperienza culinaria che meriti, gli ingredienti base dialogano, confliggono, si confrontano con altri a loro pari oppure che ne sono stati premessa e condizione di esercizio anche se provvisorio.

Il quadro che gli autori designano per la fuoriuscita dall’impasse nazionalista è dunque, per Fino e Cecconi, il terreno europeo, anch’esso non privo di intime e specifiche contraddizioni, o ancora meglio di incomprensioni: se la cornice politica liberal-democratica può dirimere nella sua prima parte, quella liberal, la questione dei diritti, è nella parte democratica che ravvedo le maggiori problematicità. Non tanto perché la democrazia perda di valore rivelativo, ma nella misura in essa rende conto delle proprie involuzioni storiche a partire dal suo rapporto tortuoso con il sistema del mercato capitalistico. Ma mi rendo conto di essere saltato dall’antipasto al secondo senza essere passato dalla prima portata.

Di qui la necessità, per gli autori, della costruzione di identità dialoganti, tanto personali quanto collettive (sociali, istituzionali…), che si declinino attraverso delle maschere alleggerite, per usare l’espressione dell’antropologo Francesco Remotti (Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari 2001) “così da renderle più disponibili alla comunicazione e agli scambi, alle intese e ai suggerimenti, alle ibridazioni e ai mescolamenti. Non è detto che tale maggiore disponibilità sia la via che ci salva; ma è abbastanza certo che l’atteggiamento opposto (l’ossessione della purezza e dell’identità) è quello che ha prodotto, qui come altrove, le maggiori rovine”.

Origine e tradizione.

Alcuni antipasti necessitano di salse in accompagnamento e questo più di altre: fanno la loro comparsa, tra diverse di minore consistenza, quella sull’origine e quella sulla tradizione. Se è vero che l’acronimo D.o.p. mantiene la sua centralità nel discorso dell’origine intesa come provenienza, non risolve compiutamente, dal punto di vista storico/culturale, il problema dell’origine come inizio. Molti ingredienti di piatti tipici, infatti, provengono da latitudini e longitudini della lontananza (patate, pomodori…), per non parlare della disquisizione scientifica sui concetti, a grande valenza politica, di autoctonia e alloctonia[1]; senza poi dimenticare che le ricette si adattano e cambiano storicamente, per gusti, interessi, contaminazioni, sovrapposizioni….: “Perché Nietzsche genealogista rifiuta, almeno in certe occasioni, la ricerca dell’origine (Ursprung)? Innanzitutto perché in essa ci si sforza di raccogliere l’essenza esatta della cosa, la sua possibilità più pura, la sua identità accuratamente ripiegata su se stessa, la sua forma immobile ed anteriore a tutto ciò che è esterno, accidentale e successivo. Ricercare una tale origine, è tentare di ritrovare ‘quel che era già’, lo ‘stesso’ d’un immagine esattamente adeguata a sé; è considerare avventizie tutte le peripezie che hanno potuto aver luogo, tutte le astuzie e tutte le simulazioni; è cominciare a togliere tutte le maschere, per svelare infine un’identità originaria. Ora, se il genealogista prende cura d’ascoltare la storia piuttosto che prestare fede alla metafisica, cosa apprende? Che dietro le cose c’è ‘tutt’altra cosa’: non il loro segreto essenziale e senza data, ma il segreto che sono senza essenza, o che la loro essenza fu costruita pezzo per pezzo a partire da figure che le erano estranee”. (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977; ed. orig. Hommage à J. Hyppolite, Paris 1971)

E, infine, le tradizioni obbligatoriamente al plurale: storicamente determinate sono soggette al duplice giudizio del tempo, sia in senso etico che materiale, e del riadattamento: come amo ricordare ai miei quattro studenti, la parola latina tradĕre (tra(ns)-dare), trasmettere o tramandare da cui tradizione, mantiene la stessa radice trad- del verbo trad-ire. Dalla Francia medievale il derivato traison, che in Inghilterra comparirà successivamente con treason, farà assumere al termine traditor una nuova accezione semantica: il traditore diviene colui che consegna qualcosa o qualcuno al nemico (un’evoluzione del proditor, colui che rivela, degli antichi romani). Tradizione e tradimento condividono, in sostanza, molto più di quanto si pensi e non soltanto perché, in entrambi i casi, consegnano qualcosa a qualcun altro, nel tempo o nello spazio: quando riceviamo qualcosa che ci viene tramandato, lo reinterpretiamo, lo accogliamo, lo cambiamo o lo distruggiamo in base ai tempi correnti: per riceverlo veramente non possiamo che tradirlo.

Devo fermarmi.

Ho scritto anche troppo. Ma questo è un bene: l’antipasto “Grastronazionalismo” mi ha aperto lo stomaco senza dimenticare la testa. E spero che faccia con voi altrettanto.


[1] Rimando a due miei scritti pubblicati sul blog: Naturalità, autoctonia. Già che se ne parla in https://vinoestoria.wordpress.com/2015/12/03/naturalita-autoctonicita-gia-che-se-ne-parla/ e Vitigno autoctono o vitigno storico? Storico, e vi spiego il perché in https://vinoestoria.wordpress.com/2019/10/17/vitigno-autoctono-vitigno-storico-una-questione-non-solo-semantica/

Giorgio Agamben e il mancato senso delle proporzioni

Balconies at Alfama neighborhood. Lisbon, Portugal
Di LBM1948 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76589546

Il noto filosofo Giorgio Agamben è uscito alla ribalta delle cronache mondane per l’appello firmato insieme a Cacciari a proposito del Green Pass. In realtà, per coloro che seguono gli anfratti del dibattito filosofico, Giorgio Agamben si era già espresso innumerevoli volte a partire dallo scoppio della pandemia. Le sue posizioni sono reperibili essenzialmente qui: https://www.quodlibet.it/una-voce-giorgio-agamben

Numerosi sono, poi, gli articoli, gli opuscoli e persino alcuni libri che si sono prodigati nel confutare le posizioni espresse da Agamben: dal punto di vista filosofico, scientifico, politico e quant’altro.

Ciò che mi preme fare, in questo breve articolo, è analizzare il carattere discorsivo e i riferimenti storici utilizzati dal filosofo in un editoriale comparso sul quotidiano “La Stampa” del 4 agosto 2021, che così si intitolava: “Scienza e politica, attenti a quelle due. La storia ci mette in guardia dal mescolarle. Etica e ricerca non sempre vanno d’accordo”.

Giorgio Agamben esordisce affermando che i decreti, e non solo quelli sul Green Pass, utilizzati per governare la pandemia trovano una propria legittimità nelle ragioni scientifiche su cui si reggono. Il passaggio successivo del nostro è quello di richiamare l’attenzione sul nesso (incauto) tra politica e scienza senza che avvenga una previa valutazione delle conseguenze (se accettabili o meno).

Quindi Agamben procede con degli esempi storici che servirebbero a farci valutare la rischiosità di prendere decisioni politiche (le loro conseguenze) su basi scientifiche e sulla relazione divergente, eventualmente, tra etica e scienza:

  1. Quando Mussolini introdusse le leggi razziali si preoccupò di dare ad esse una legittimazione e un fondamento scientifico. In ragione di ciò, un mese antecedente la pubblicazione del famigerato decreto legge del 5 settembre 1938, apparve sul Giornale d’Italia una dichiarazione firmata da dieci illustri accademici e scienziati in cui si affermava che gli ebrei non appartengono alla “pura razza italiana”.
  2. “E non sarà fuori luogo ricordare che la prima volta che uno Stato si assunse programmaticamente la cura della salute dei cittadini è nel luglio del 1933, quando Hitler (…) fece promulgare un decreto per proteggere il popolo tedesco dalle malattie ereditarie, che portò alla creazione di speciali commissioni mediche che decisero la sterilizzazione di circa 400.000 persone”;
  3. “Meno noto è che, ben prima del nazismo, una politica eugenetica, potentemente finanziata dal Carnegie Insitute e dalla Rockfeller Foundation, era stata programmata negli Stati Uniti, in particolare in California, e che Hitler si era esplicitamente richiamato a quel modello”.

Poi la virata: “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi, ma di far riflettere gli scienziati, che sembrano poco sensibili alla storia delle loro stesse discipline, sulle possibili implicazioni di un nesso criticamente assunto fra scienza e politica”.

Segni.

Dal punto di vista della costruzione del testo Giorgio Agamben procede in due fasi successive tra loro complementari: nella prima tiene il lettore per mano e lo accompagna attraverso gli esempi storici appena evidenziati. Nella seconda, grazie allo stacco creato dalla congiunzione avversativa “ma” assicura, a coloro che non avessero capito a sufficienza, che i suddetti esempi sono comunque utili non tanto per paragonare fenomeni storici diversi, ma per far riflettere. Il “ma” mette in relazione due costrutti del pensiero: Il primo riguarda “la non possibilità di paragonare fenomeni storici diversi”, mentre il secondo agisce sul primo riaffermano ciò che si vuole apparentemente negare: “proprio quei fenomeni storici così lontani e così imparagonabili al presente servono comunque a far riflettere”. La riflessione diviene conseguenza sia dell’ignoranza della scienza sulla propria storia, postulato presunto e mai dimostrato dal filosofo, sia dall’ignoranza del terzo implicito, il vero convitato di pietra, a cui quel “ma” inevitabilmente rimanda: i lettori dell’articolo. Essi, dunque, proprio perché ignorano la storia al pari della scienza, non potranno che utilizzare gli esempi storici, a questo punto comparabili, che l’autore dello scritto ha fornito. Così la legislazione emergenziale Covid ritorna prepotentemente laddove Giorgio Agamben non ha mai voluto espellerla: dalla storia delle discriminazioni razziali e dalla dittatura.

L’analogo.

Il raffronto storico e la ricerca dell’analogia tra eventi più o meno lontani è un discorso assai noto ad Agamben. Tanto che fu suo il saggio introduttivo al capolavoro di Enzo Melandri, “La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia[1]”.

Sappiamo per certo che almeno da Tucidide[2] in avanti il metodo storico si avvale della comparazione con esempi ammirevoli di ricostruzione indiziaria di tipo analogico: come ha avuto modo di specificare Luciano Canfora[3], l’analogia funziona come metafora esplicativa attraverso l’uso di elementi differenziali. Enzo Melandri anticipa la questione, a suo dire insoluta, affermando che non è possibile distinguere fra uso esplicativo e uso esornativo dell’analogia: solo nella manualistica storica esiste una suddivisione tra il ‘capire’ e lo ‘spiegare’ dove ‘capire’ “significa saper descrivere una situazione a noi ignota per mezzo di riferimenti a cose note[4]”.

Parrebbe, almeno ad una prima impressione, che Agamben sia nel giusto ad utilizzare uno o più parallelismi storici per aiutarci a decifrare il presente e l’uso autoritario del Green Pass.

Vi è, al conrario, qualcosa che stride apertamente in questo tentativo di parallelismo storico: nello sforzo di costruire leggi “storiche” valevoli per processi monumentali e di lungo periodo Giorgio Agamben cade nella piena tautologia: affermando che in altre epoche, a condizioni dissimili, si sono verificate condizioni di tipo autoritario o dittatoriali in ambito sanitario (sineddoche), questo non serve ad altro se non a definire delle categorie ideal-tipiche valevoli in ogni epoca e ad ogni grado di latitudine che non spiegano il metodo di comparazione prescelto, né la sua validità euristica: “Ora è un fatto che una storia monumentale risulta sempre tendenziosa: non solo perché finisce con l’istituire   una comprensione del  fatto  storico  in base alle sue ripetizioni o, meglio, omologie con altri eventi, passati o futuri; ma soprattutto perché porta a considerare  come un dato di  fatto ciò che invece effetto del metodo di comparazione prescelto, e a trovare in quello la conferma della propria ideologia[5]”.

Perché altrimenti ritrattare con “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi…”?

E a quale costrutto ideologico faccio riferimento? A questo: “L’invenzione di un’epidemia” di Giorgio Agamben, 26 febbraio 2020 in https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia

Se, dunque, analogia (ἀναλογία) significa, nella sua accezione originaria, proporzione o uguaglianza di rapporti (λόγος), allora essa esprime un tipo di somiglianza fra situazioni che si fonda su un’uguaglianza di relazioni e non sulla semplice condivisione di attributi da parte di due oggetti, di due condizioni, di due periodi storici.

Sembrava, nemmeno a volerlo sperare, che i fatti si adeguassero alla teoria. Ma così non era e così non è.


[1] Cfr. Giorgio Agamben, Archeologia di un’archeologia, Saggio introduttivo a Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. XI – XXXV; la prima edizione è de “Il Mulino”, Bologna 1968.

[2] Tucidide in 1.5.3-6, 2 descrive l’origine della società e degli aspetti culturali degli abitanti delle regioni greche più povere, dal nomadismo alla fase del sedentarismo. Un periodo caratterizzato da processi di accumulazione e di stratificazione sociale.

ἐλῄζοντο δὲ καὶ κατ᾽ ἤπειρον ἀλλήλους. καὶ μέχρι τοῦδε πολλὰ τῆς Ἑλλάδος τῷ παλαιῷ τρόπῳ νέμεται περί τε Λοκροὺς τοὺς Ὀζόλας καὶ Αἰτωλοὺς καὶ Ἀκαρνᾶνας καὶ τὴν ταύτῃ ἤπειρον. τό τε σιδηροφορεῖσθαι τούτοις τοῖς ἠπειρώταις ἀπὸ τῆς παλαιᾶς λῃστείας ἐμμεμένηκεν. πᾶσα γὰρ ἡ Ἑλλὰς ἐσιδηροφόρει διὰ τὰς ἀφάρκτους τε οἰκήσεις καὶ οὐκἀσφαλεῖς παρ᾽ ἀλλήλους ἐφόδους, καὶ ξυνήθη τὴν δίαιταν μεθ᾽ ὅπλωνἐποιήσαντο ὥσπερ οἱ βάρβαροι. σημεῖον δ᾽ ἐστὶ ταῦτα τῆς Ἑλλάδος ἔτι οὕτω νεμόμενα τῶν ποτὲ καὶ ἐς πάντας ὁμοίων διαιτημάτων.

L’analogia consiste nel parallelo tra le condizioni delle regioni più arretrate e povere della Grecia e come la Grecia stessa sarebbe potuta apparire in un lontano passato remoto. Si tratta di un tipico esempio di ricostruzione congetturale del passato: le condizioni socio-culturali delle regioni greche sottosviluppate sono lo specchio dell’intero periodo arcaico. La metodologia adoperata da Tucidide nell’Archeologia ha garantito una tradizione nel genere storico. Fenomeni distanti nel tempo e nello spazio possono essere analizzati in modi diversi. Tucidide esamina un passato ormai scomparso, invisibile, attraverso i segni e la tecnica analogica. Compara gli eventi della storia greca arcaica con quelli a lui contemporanei in Nicoletta Bruno, Dalla preistoria alla storia. L’analogia in Tucidide e Lucrezio in eClassica III 2017 https://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/447/DALLA_PREISTORIA_ALLA_STORIA._LANALOGIA.pdf

[3] Cfr. Luciano Canfora, Analogia e storia. L’uso politico deli paradigmi storici, Milano, Il Saggiatore 1982

[4] Enzo Melandri, cit. pag. 39

[5] Enzo Melandri, cit. pag. 38

Il vino senza alcol nella storia della filosofia

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto. Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Vi parrà cosa curiosa, ma sin dai tempi più antichi la filosofia si cimenta con la questione del vino e del suo opposto, o della sua negazione, ovvero del vino senza alcol.

Parmenide è il primo a sostenere che «il vino senza alcol non è, e quindi non è nulla». A sostegno di quest’idea radicale secondo cui il vino senza alcol è tanto impensabile quanto inesprimibile, Antistene, che fonda il gruppetto ultras dei cinici per dare in testa a Platone e alla sua cricca, arriva ad affermare che «ogni vino è veritiero». In ciò risiede una delle ragioni per cui lo invitano mal volentieri ai simposi e, soprattutto, alle degustazioni alla cieca.

Platone, dal suo canto, avendo bevuto i vinacci annacquati che passa la mensa dell’Accademia, è più propenso ad una coesistenza tra vino e non-vino a patto, però, che non si parli di maturazione o di invecchiamento: «quando diciamo il ‘non vino’ non diciamo qualcosa di contrario al vino, ma soltanto qualcosa di diverso», che proprio per questo possiede «in modo stabile» la natura del vino: il non-vino, insomma, è il vino di qualcuno a dieta.

Aristotele, che beve un tantino meglio del maestro, non intendendo il vino in modo univoco, bensì come qualcosa che si rinnovare in una pluralità di determinazioni, parla di privazione e potenza a proposito del vino senza alcol in relazione sia alla forma che all’atto: solo l’ubriachezza e il ritiro della patente per carri costituiscono dei parametri certi volti a determinare categorie interpretative inoppugnabili.

In Plotino si compie l’identificazione del vino senza alcol con la materia, intesa come assoluta privazione delle forme: il Vino è indefinibile di per sé, in quanto se definito verrebbe delimitato. Ci si può avvicinare al Vino dicendo piuttosto ciò che il Vino non è, eliminando cioè tutti quegli attributi che altrimenti lo renderebbero un non-Vino.

Il cristianesimo utilizza il concetto di vino senza alcol per definire il lavoro del vignaiolo come creatore dal nulla, giacché l’uva non contiene alcol. Il vignaiolo creatore è colui che dà origine, dall’uva senza alcol, ai vini che sono necessariamente imperfetti e contingenti proprio perché provengono dall’uva. Al vignaiolo creatore talvolta gli va male e allora produce solo il succo d’uva che regala ai suoi nipotini.

Tra le trattazioni più interessanti nel pensiero medievale cristiano dobbiamo annoverare quella di Fredegiso di Tours (IX sec.) che, nella Epistola de nihilo et de tenebris, mette in rilievo la difficoltà di negare in modo assoluto il vino senza alcol nel momento stesso in cui se ne parla. L’unico consiglio che dà è: “Beviamoci sopra”, invitando a bere vino da fermentazione alcolica sopra quello non alcolico in modo tale da evitare non solo di parlarne, ma anche di vederlo.

Nel pensiero moderno non possiamo che riferirci a Kant e alla sua Critica della Ragion Pura (1781). Egli individua quattro significati del vino senza alcol:

  1. il vino senza alcol come concetto vuoto senza oggetto;
  2. il vino senza alcol come oggetto vuoto di un concetto vago;
  3. il vino senza alcol come intuizione vuota senza concetto;
  4. il vino senza alcol come oggetto vuoto senza concetto.

I discenti gli chiedono di spiegarsi meglio, ma Kant risponde in maniera perentoria: “Si è fatto tardi! Vado a farmi un goccetto!”

Per Hegel, diversamente, il vino con alcol e il vino senza alcol convivono realmente nel divenire che è un continuo passaggio dei due opposti: bisogna solo stare attenti a non farsi fregare da un passaggio all’altro.

Sempre nell’Ottocento, Schopenhauer e Stirner, che non sono dei gran ridanciani, puntano tutto sul dato esistenziale del vino senza alcol che, semmai, indica la sostanziale inconsistenza di ogni realtà. Per le tesse ragioni suggeriscono di bersi una gazzosa con limone, che fa nichilistico uguale, ma che costa meno.

Benedetto Croce, rifacendosi alla speculazione agostiniana, pone la tematica del vino senza alcol nell’ambito della morale, negando ogni validità teorica a questo genere di speculazione: «non ne parliamo più!» – urla a seguito di una verticale di barbera (1901- 1911).

Sartre ci scrive su addirittura un libro: “L’essere e il vino senza alcol” dove il vino senza alcol vene definito come l’«essere-per-sé»: esso coincide con la nostra coscienza più profonda che agisce liberamente e beve un po’ ciò che le pare.

Infine per Bergson l’esistenza sembra «una vittoria sul vino senza alcol. Se mi chiedo perché esistano i corpi o le menti piuttosto del vino senza alcol, non trovo risposta».

E neppure io.

L’Universo sta dalla parte dei tannini in espansione

Di Ute Kraus, Physics education group Kraus, Universität Hildesheim, Space Time Travel, (background image of the milky way: Axel Mellinger) – Gallery of Space Time Travel, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=370240

Ci sono dei fenomeni che la scienza non spiega o che, inizialmente, chiarisce in un modo e successivamente in un altro. Oppure, ancora, che risolve in maniera diversa e confliggente, perché diverse sono gli impianti assiomatici e dimostrativi su cui pone le basi probatorie.

Si è scoperto di recente, grazie alla una nuova analisi delle onde gravitazionali riconosciute nel 2015 e prodotte dai buchi neri 1,3 miliardi di anni fa, che la superficie di azione dei suddetti buchi neri non si restringe. Se per la meccanica quantistica, bella bella quatta quatta, l’idea fondamentale è l’impossibilità di considerare separatamente il frammento di energia e l’onda che gli è associata così da ritenere possibile la riduzione, nel tempo, dei buchi neri (sino alla loro evaporazione), per i fisici del Mit, al contrario, l’entropia del sistema solare non può diminuire: “I ricercatori hanno preso in mano i dati dei segnali delle onde gravitazionali e hanno calcolato la massa e lo spin dei due buchi neri prima e dopo la fusione dei buchi neri e rielaborando i dati hanno calcolato la superficie d’azione (l’area dell’orizzonte degli eventi) prima e dopo la collisione. La superficie del nuovo buco nero, creato da questo scontro fra i due, era maggiore: in pratica l’area risultante è più estesa di quella iniziale. Questo aumento conferma – a livello teorico, ovviamente, e non sperimentale – la legge di Hawking con un livello di confidenza che gli scienziati indicano pari al 95%. Insomma, abbiamo una prova di questa caratteristica dei buchi neri[1]”.

Di Gustave Courbet –  Le Gros Chêne, The Colby College Museum of Art, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34003824

Nello spazio/universo finito del vino, i tannini si baloccano con le nostre proteine salivari e, facendole precipitare, causano una minore lubrificazione delle mucose della bocca.

Un tempo “si pensava che l’astringenza aumentasse con la dimensione molecolare fino ad un certo valore (dp = 7), oltre il quale la progressione era inversa perché si supponeva che i tannini precipitassero”. Poi alcuni autori (Vidal et al, 2003) hanno dimostrato che l’astringenza aumenta con l’aumentare delle dimensioni molecolari senza limite di stazza “la percentuale di galloilazione (maggiore nei vinaccioli) rinforza la sensazione d’astringenza mentre il livello di triidrossilazione (specifico dei tannini delle bucce) la riduce. (…)”

E fosse finita qui: l’alcool e l’acidità amplificano l’astringenza, mentre zuccheri residui e glicerina ne diminuiscono la sensazione. Nelle macerazioni lunghe (10-12 giorni), la percezione tannica aumenta con il tempo dopo di che, se le bucce sono sufficientemente mature, diminuisce con aumento della morbidezza. Anche il legno gioca un ruolo sull’astringenza: da un lato si liberano ellagitannini, che contribuiscono all’astringenza e, dall’altra, aumenta fortemente la sensazione di dolce (“sucrosité”), che attenua la percezione tannica. Infine, i parametri di degustazione, la temperatura del vino, l’ambiente in cui si assaggia, lo stato fisiologico, gli alimenti ingeriti … hanno un effetto importante sulla percezione dell’astringenza[2].

Cosa volevo dire con tutto questo? Niente di molto sensato: ieri sera ho bevuto un aglianico del Vulture, di cui non faccio il nome, di ben 15 anni. Speravo in un una vivace e intesa polimerizzazione dei tannini che non è avvenuta: nel contempo le mucose della bocca si sono completamente liofilizzate e il cavo orale è stato coperto da un sottile strato di rovere. Interrogativi inevasi mi hanno arrovellato la mente per diversi minuti: ma questi qua non dovevano precipitare almeno un po’? Pensa te se lo avessi bevuto con dei carciofi?!? Due rette parallele che vanno verso l’infinito: chi le paga? (Crozza/Zichichi)

Poi ho letto dei buchi neri e oggi dei tannini. So che, al momento, non c’è una correlazione diretta tra i due fenomeni. Ma mi sento più tranquillo. L’Universo sta dalla parte dei tannini in espansione.


[1] https://www.wired.it/scienza/lab/2021/06/21/stephen-hawking-area-buchi-neri-non-diminuire/?refresh_ce=

[2] Stéphane VIDAL, Patrick VUCHOT, Conoscenza e gestione dei composti aromatici e fenolici dei vini, Articolo estratto dagli Atti dell’8° edizione dei Rencontres Rhodaniennes, 25 Marzo 2004, in https://www.infowine.com/intranet/libretti/libretto2532-01-1.pdf

Il “vinese” e altre sciocchezzuole di questo tipo

Di Giotto – Giotto di Bondone, Stoltezza Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1170281

Il potere, secondo Foucault, è “la molteplicità dei rapporti, di forze immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso lotte e scontri incessanti, li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o, al contrario, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie, infine, in cui si realizzano i loro effetti, e il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali1”.

Il linguaggio, e non soltanto la lingua intesa come struttura delle regole grammaticali, sintattiche ed espressive, è senza dubbio una pratica sociale che inerisce a tali rapporti di forza e, nel contempo, contribuisce a crearli. Così come ogni pratica sociale il linguaggio non è mai stabile, definito, cristallizzabile: assorbe, mutua, esclude, si allea, forma, distorce, semplifica, chiarifica, complica, inaridisce, fluttua, configge. Si potrebbe parlare a lungo delle parole introdotte da altre lingue (inglesismi, francesismi prima, germanismi…), di nuovi lemmi, di parole troncate per uso telematico, di discorsi che si specificano e di quelli che si ancorano non tanto per non perdersi, ma per conservare poteri economici, giudiziari e di tanto altro ancora.

Ogni tanto si legge, qua e là, qualche appello alla “democratizzazione” della lingua, contro gli “–ese” portatori di una insopportabile specificazione e complicazione della stessa: contro il “politichese”, il “sindacalese”, il “giornalese”, il “burocratese”, il “gastronomese”, il “vinese” e domani chissà. Ogni categoria sociale ed economica trova i suoi “–ese” contro cui discordare e contro cui rivendicare il diritto alla comprensibilità. Ma, in realtà, non è di costei che si parla.

Quando scorgo questi appelli, ad una sensazione di immediato fastidio, segue un’orticaria diffusa. Mi irritano molto e spiego il perché: prima di tutto il pulpito. Sarà perché ho maturato una sorta di diffidenza personale alle prediche che lastricano cattive strade, allo stesso modo quello che vedo è un potere costituito o costituente che rivendica a sé il diritto al miglioramento della vita altrui e della cognizione altrui: similmente al discorso del “buon senso”, perpetrato da una fetta ragguardevole delle compagini politiche tutt’ora dominanti, si cambiano gli addendi senza che di una nuova somma benefici alcuno. La semplificazione non è volta, in altro modo, ad agevolare la chiarezza, ma serve a fissare delle posizioni dominanti. Lontano da qualsiasi intento di democratizzazione di una lingua, l’appianamento dall’alto non è altro che l’anticamera dell’inaridimento e della banalizzazione dei concetti ad uso di nuovi e vecchi potentati. Dove la lingua accentua, al contrario, il suo valore di distinzione sociale, una lingua a cui non viene chiesta alcuna ammenda, è in tutti quei campi in cui piccole o grandi corporazioni non hanno alcune benché minima intenzione di cedere il passo. E a cui le controparti si genuflettono in doveroso ossequio.

Leggere, dunque, il linguaggio e i suoi discorsi all’interno delle pratiche sociali diffuse e intimamente politiche aiuta ad evirare alcuni equivoci di fondo: ogni campo di saperi, mai neutro o neutrale, costruisce nel tempo, non senza rotture, continuità, contaminazioni, conflitti… un proprio vocabolario, delle locuzioni specifiche, dei modi di dire, delle convenzioni, delle sintassi e via discorrendo. Tanto che si parli di medicina, di farmacologia, di fisica, di elettronica, di falegnameria, di arte, di vitivinicoltura, di gastronomia o di calcio. Quando un discorso è ampiamente strutturato e condiviso significa che esso è egemonico e che egemonico è il potere politico da cui dipende, da cui si struttura e che contribuisce a formare e organizzare. Quando si affacciano nuove parole, nuove sintassi, che sia il “rap” o il termine “naturale”, che ci possano piacere o meno, significa che dei gruppi sociali, produttivi o altro stanno cercando di affermare se stessi e che facendo questo cominciano ad infrangere dei codici comunicativi esistenti su cui altre compagini sociali hanno definito il loro ruolo di comando all’interno della società. Noi parliamo, pensiamo e agiamo, ci ridefiniamo, anche qui ci piaccia di più o di meno, attraverso queste strutture sociali: per dirla alla Roland Barthes “dire che esiste una cultura borghese è falso, perché tutta la nostra cultura è borghese (…) Dove risiede allora il lavoro della cultura su se stessa, dove le sue contraddizioni, dove la sua disgrazia? Per rispondere, dobbiamo, nonostante il paradosso epistemologico posto dall’oggetto, tentare una definizione, la più vaga possibile, beninteso: la cultura è un campo di dispersione. Di che cosa? Dei linguaggi. Nella nostra cultura, nella pace culturale, la Pax culturalis cui siamo soggetti, si svolge una implacabile guerra dei linguaggi: i nostri linguaggi si escludono reciprocamente; in una società divisa (dalle classi sociali, dal denaro, dall’estrazione scolastica), anche il linguaggio divide2”.

Il linguaggio divide perché la società, nel suo complesso, è divisa: per competenze, non necessariamente in modo verticale, e verticalmente per appartenenza sociale.

I linguaggi del vino e della degustazione, come ogni altro linguaggio, si formano all’interno di quei gruppi che, egemonicamente, mantengono i poteri regolativi, economici e comunicativi: la sommellerie, tanto per capirci. Ma non solo: una serie di nuovi linguaggi hanno fatto la loro irruzione attraverso nuove forme di comunicazione, come alcuni siti e blog collettivi o individuali. E poi, diversamente, la filosofia, la sociologia, la politica, l’ecologia, l’antropologia, l’economia finanziaria, l’economia produttiva, il costume. La partita si gioca lì dentro e non al di fuori: il consumatore finale disinteressato all’argomento è oggetto di altri interessi, a cui rivolgerà adeguate e minimali attenzioni. La semplificazione del linguaggio volta a cogliere una sua più pronta attitudine all’apprezzamento del vino è assolutamente pretestuosa: il vero coinvolgimento porterà il novizio ad assumere uno o più linguaggi del vino, a discuterli, a confrontarli ed, eventualmente, a respingerli, a modificarli, ad innovarli. E così il linguaggio, con la sua ricchezza, varietà, contraddittorietà, incompletezza torna ad essere prepotentemente una pratica sociale e politica.

Per concludere: storicamente ogni processo di emancipazione e di liberazione comincia dalla necessità di comprendere e di acquisire la più grande parte di ciò che la cultura, al momento dominante, detiene. Imparare a leggere e a fare di conto è parte non eludibile dei requisiti necessari per potersi confrontare. Ed è così ogni volta che entriamo in un novo mondo: impariamo a leggere e fare di conto.

1 M. Foucault, La volontà di sapere, Milano 1978, p. 82

2 Roland Barthes, La pace culturale, pubblicato sul “Times, Litterary Supplement” del 1971, in Il brusio della lingua, Einaudi, Torino 1988, pp. 99, 100

Annotazioni sul comunicato della F.I.V.I.

Il logo di FIVI, liberamente ispirato all’opera di Fortunato Depero Di Beppefen – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90127457

In questi giorni la FIVI è uscita con un comunicato sulla tutela dei piccoli produttori e sulla rappresentanza all’interno dei Consorzi, il quale dice:

“In Italia i Consorzi di tutela delle DOP – vino, ai sensi del DLgs 61/10, e quelli del resto dell’agroalimentare in base alla Legge 526/99 – operano sulla base dei numeri di rappresentatività riferiti alla produzione. Con una differenza sostanziale a valere per il vino: se rappresentativi solamente del 35% dei viticoltori e del 51% della produzione di competenza dei vigneti iscritti nello schedario viticolo della DOP, i Consorzi esercitano esclusivamente nei confronti dei propri soci. Per esercitare le loro funzioni “erga omnes” servono altri numeri: 40% dei viticoltori, 66% della produzione. La percentuale di rappresentanza delle cooperative di viticoltori o associazioni di produttori è calcolata sulla base della somma dei quantitativi espressi dai loro singoli soci conferenti, qualora questi abbiano provveduto a rilasciare espressa delega, come da art. 6 comma 5 del DM 16 dicembre sui Consorzi. Tali conferenti saranno indicati “per memoria” sul libro soci del Consorzio, in abbinamento al nome della cooperativa, per essere comunicati al Ministero al momento della richiesta del riconoscimento e/o dell’autorizzazione “erga omnes”, per essere ancora comunicati ogni tre anni a partire dalla data di riconoscimento e di incarico ai fini della dimostrazione della sussistenza della percentuale di rappresentatività, per essere messi a disposizione dello stesso MIPAAF nel caso di visita ispettiva presso la sede del Consorzio (art. 3 c. 1 e art. 4 c. 2 del DM 12 maggio 2010: verifica annuale sulle attività attribuite ai Consorzi da parte del MIPAAF)”. Fonte: https://www.entevinibresciani.it/il-sistema-dei-onsorzi-di-tutela-in-italia/

Veniamo ora a quanto propone la F.I.V.I.:

“La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti lancia un nuovo appello alla tutela dei piccoli produttori, con una lettera inviata al Sottosegretario Gian Marco Centinaio. La rappresentanza di tutti all’interno dei Consorzi è un tema sollevato e dibattuto da tempo dalla F.I.V.I., che nelle scorse settimane si è riacceso a causa delle problematiche relative all’elezione del CDA del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG. In questa sede è emersa l’intenzione di concentrare la gestione della denominazione nelle mani di alcuni grandi gruppi, in particolare afferenti al sistema cooperativo, con la conseguente esclusione degli interessi dei piccoli produttori. Il caso Conegliano Valdobbiadene non è che un esempio di una situazione ampiamente diffusa sul territorio nazionale: per questo motivo la FIVI ritiene che sia necessario intervenire. L’attuale normativa infatti (in particolare l’art. 8 del DM 232/2018), stabilisce che i voti siano attribuiti in funzione della produzione vitivinicola dell’anno precedente, valutando quindi esclusivamente la quantità prodotta, senza considerare minimamente né il numero dei produttori, né quanto questi contribuiscano alla tutela della qualità e del paesaggio della denominazione. Un’ulteriore questione è l’istituto delle deleghe, espresse dai soci viticoltori al momento dell’adesione, che dà grande potere alle Cooperative che partecipano al lavoro dei Consorzi, rendendo gli altri partecipanti quasi inesistenti.

Tale meccanismo ha delle conseguenze inevitabili sull’effettiva rappresentanza all’interno dei Consorzi – sottolinea Matilde Poggi nella lettera inviata all’onorevole Centinaio – Il voto è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative, che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione.

L’obiettivo della F.I.V.I., in qualità di portavoce di piccoli produttori, è quello di modificare questa procedura iniqua, per consentire l’effettiva rappresentanza di tutti gli attori della filiera per una reale tutela delle denominazioni. I piccoli produttori rappresentano un sistema che orienta la propria produzione verso la più alta qualità ed è giusto che ogni Consorzio li tuteli riconoscendo loro una pari dignità. L’invito è quindi quello di creare un tavolo di lavoro per riconsiderare il criterio di rappresentanza attualmente in vigore, con l’obiettivo di rafforzare la vitalità dei Consorzi di tutela dando voce a tutte le parti”.

L’obiezione principale ed essenziale di questo comunicato è fondamentalmente una sola, da cui poi, a cascata, discendono tutte le altre: la critica del peso quantitativo (uva / ettolitri di vino/ bottiglie prodotte) come unico parametro di validazione del potere politico e delle scelte che da esso derivano.

Ora cercherò di evidenziare alcuni argomenti di carattere generale che, se considerati nella loro pregnanza, possono fornire fruttuose indicazioni sul metodo decisionale.

Se pensiamo un attimo alla nostra democrazia, che è stata storicamente comprensiva di istanze anche radicalmente opposte, essa si è via via assottigliata per motivi legati al principio della governabilità. Il Vocabolario Treccani, dopo averci illustrato che non esiste un modo condiviso di intendere la “governabilità”, cerca comunque di dare una definizione plausibile: “L’essere governabile. Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese”. In realtà il termine “governabilità” afferisce maggiormente al suo contrario, “ingovernabilità”, che non ad un’esplicitazione positiva delle sue peculiarità, se non nella misura de “il poter fare liberamente delle cose senza intoppi”: il tanto famoso, quanto pericoloso “lasciateci governare”. Ammantato di puro efficientismo tecnocratico il “lasciateci governare” si trasforma rapidamente, per lo più, nel “lasciateci fare ciò che vogliamo”. Questa involuzione, attualmente ben viva e vegeta, ha prodotto la finzione della riduzione del modello decisionale, quindi politico, ad un processo esclusivamente “tecnico” (quando poi ci si accorge che le idee, frutto della politica, sbucano da ogni parte) e nel contempo ha ridotto la questione democratica ad una sorta di rappresentanza esclusiva di grandi interessi, nazionali e internazionali.

Le vere complicazioni alla capacità di governare non sono mai state date da proposte, contenuti, lotte, conflitti e idee di qualsiasi sorta, ma da astute mosse di bilanciamento dei privilegi, dei favori e degli interessi personali. Così, appunto, nel nome di quella “governabilità”sono stati estromessi non soltanto quei gruppi che portavano istanze non immediatamente compatibili con il gioco in atto, ma le esigenze stesse. Nel nome di un supposto efficientismo tecnico, la democrazia della governabilità ha semplicemente smesso di rappresentare: nelle sedi politiche, sindacali….

Come se, tutto di colpo, spariti o annullati i portatori di interessi non direttamente convergenti al gruppo di comando, fossero spariti gli interessi stessi. Tutto questo non è mai avvenuto, né mai avverrà: silenti, nolenti e poco gaudenti, essi si sono scomposti e si ricomposti nelle forme e nelle modalità più diverse: ad esempio in quella che, ridicolmente, viene chiamata come anti-politica.

Dall’altra parte, i rappresentanti delle istanze di comando si sono sempre più impoveriti all’interno di un dibattito asfittico, apparentemente differente nel vociare, ma comune nel sentire: in ciò che conta la corrispondenza tra finte opposizioni è massima.

E veniamo al dunque: qui si parla di economia, di economia politica, ma anche di filosofia, di storia delle arti, natura, colline, città e mestieri. Dei Consorzi, delle d.o.c. e delle d.o.c.g.

Si obietterà, ed è stato fatto, che sono enti “economici” e che nulla del loro agire riguarderebbe altro che non l’efficacia misurabile in termini di profitto: e qui obietto io, dicendo che la loro tutela va ben oltre una rendicontazione puramente economica e che questa, solo in un’ottica miope e di brevissima durata, può essere valorizzata esclusivamente come interesse dei massimi produttori. Quando si parla di denominazioni di origine, si parla di storia, di territorio, di paesaggio, di aggregazioni umane e commerciali, di culture e pratiche agricole, di bellezza, di estensioni o restrizioni alla parte coltivata, di varietà biologica e naturale, di città, paesi, di falde acquifere, di aria…

Si obietterà, ed è stato fatto, che un piccolo produttore non può mettere in discussione il peso di chi coltiva centinaia e centinaia di ettari. Forse no, ma sicuramente può essere ascoltato perché potrebbe dire, fare, pensare, lettera e testamento cose di garbata intelligenza che potrebbero appassionare anche coloro che producono centinaia e centinaia di ettari vitati. Ma non è quello che comunque chiedono: è l’aggregazione di tanti piccoli produttori che, pesando diversamente, rappresenterebbero diversamente e in maniera più inclusiva un territorio e tutte le sue innegabili contraddizioni. E queste contraddizioni non ci sono da oggi.

Perché, ed è bene ricordarlo, in questi ultimi vent’anni tante piccole idee, di piccoli produttori hanno contagiato, indirettamente e positivamente, anche alcuni grandi: molti di loro hanno intuito, prima di altri, i valori delle coltivazioni bio e il resto mettetecelo voi. In diversi hanno avvertito, e prima di molti altri, il valore di vitigni scomparsi o in via di estinzione. In diversi hanno pesato e prima di altri, un nuovo utilizzo di pratiche di vinificazione antiche e poi sapientemente riportate alla viva attualità: metodi ancestrali oramai relegati alle cantine dei bis-nonni, vinificazioni in anfore…

E forse tutto questo non poteva che partire da chi, artigianalmente e consapevolmente, seguiva un piccolo appezzamento di terra e su di esso sperimentava, tentava e forse cercava casualmente dell’altro.

Insomma, per dirla tutta: allargare le maglie partecipative non può che fare bene. E’ faticoso, apparentemente bloccante (ma se si bloccano anche delle schifezze è tanto di guadagnato), sicuramente includente e arricchente.

Per parafrasare Calamandrei, si potrebbe dire che “chi dice che la maggioranza ha sempre ragione, dice una frase di cattivo augurio, che solleva intorno lugubri risonanze; un contesto democratico, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”. A patto che conti qualcosa.

In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?

Auto-intervista sul vino

Glass of Red Wine with a bottle of Red Wine shot on a white background.
Di Evan Swigart from Chicago, USA – Red Wine, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11794575

– “Buongiorno, si accomodi”

– “Buongiorno a lei. Sono già seduto da un pezzo su di lei. No, dentro di lei!. Ci siamo capiti, insomma”.

– “Ma certo, noi due ci comprendiamo sempre, o almeno tentiamo di farlo. Alle volte però siamo un po’ scissi. Ahahahah!”

– “Era una battuta?”

– “Non mi permetterei mai!”

– “E fa bene perché, altrimenti, mi tiro uno schiaffo in faccia e le faccio male”

– “Lasci perdere con l’autolesionismo e iniziamo la nostra intervista. Una domanda a bruciapelo: quando ha iniziato a capire che il vino non è solo alcol?”

– “Una sera, in campagna, c’erano due bottiglie sul tavolo. La prima conteneva un liquido fatto con le uve che aveva prodotto mio zio. L’altra del vino. La prima si allontanava grandemente anche dalla semplice dicitura ‘ il vino del contadino è meglio…’. Rifiutammo garbatamente e ci dedicammo alla seconda, dicendo che era un regalo di una tale prevosto di un paese dell’Alta Langa”.

– “Capisco e ricordo. Di lì la passione?”

– “Ma quando mai! Ci sono voluti altri dieci anni almeno e un sacco di incomprensioni”

– “Più che di incomprensioni, direi di vera e propria ignoranza!”

– “E’ vero, fatico ad ammetterlo, ma fu così. D’altra parte, se devo raccontargliela proprio tutta, quell’antica ignoranza mi accompagna ancora adesso”

– “Anche se si sforza di apprendere, studiare, confrontarsi…”

– “Anche, anche se poi mi viene sonno”

– “E la svolta?”

– “Nel 2005 quando mi imbucai alla festa dell’Arciduca Prospero Vitellone a Sommariva del Bosco. Lì bevvi delle cose memorabili!”

– “Quali, di grazia?”

– “Non ricordo più nulla”

– “Ma se ha appena detto che erano memorabili!”

– “Non mi rompa con la sua pignoleria, perdinci!”

– “D’accordo, però vorrei farle una domanda indiscreta, se posso: lei così schierato politicamente, così voluttuosamente anarchicheggiante e sinistrignaccolo che si reca a casa dell’Arciduca Propspero Vitellone, noto per il suo passato reazionario, misogino fino all’inverosimile, sfruttatore di manodopera italica e straniera, tifoso dell’Inter…”

– “Mi faccia dire, caro lei. Era necessario ed è necessario. Benché ci siano notevoli miglioramenti da raccomandare (chi è senza peccato scagli la prima bottiglia di Barolo Riserva “Monfortino” 2013 di Giacomo Conterno), è cosa buona e giusta intrattenere rapporti con quella meravigliosa casata nobiliare perché è da lì che passa la rinascenza della cultura vinicola italica!”

– “Ma mi faccia il piacere lei! Ma cosa sta dicendo? Di quale rinascenza parla?”

– “Se mi interrompe ancora con le sue insinuazioni, mi alzo e me ne vado!”

– “Ma sì, se ne vada!”

– “E dove vado? A farmi un goccetto?”

– “Bella idea, vengo con lei! Tanto siamo inseparabili, almeno fisicamente!”

– “La porto volentieri, ma eviti di scindermi ancora!”

– “Ci provo, ci provo, ma non è semplice”

Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

Sia per un vino che per un idiota (ma vale un po’ per tutto) occorre declinare le proprietà

Рисунки и рукописный текст Ф.М. Достоевского. “Идиот”
Di Fëdor Dostoevskij – http://az.lib.ru/d/dostoewskij_f_m/text_0810.shtml, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65476356

Potrebbe sembrare una questione squisitamente filosofica, con insensate deviazioni semantiche e biforcazioni matematiche, ma l’attribuzione di una qualità (positiva o negativa) a qualcosa riguarda sia il godimento della qualità in oggetto, che del come essa sia posseduta. Non basta dire, in altre parole, che uno è un idiota allorché palesi la sua evidente idiozia, ma occorre aggiungere in che modo il tizio in questione riveli la sua idiozia. E, poi, per essere fino in fondo corretti, occorrerebbe specificare anche se gode di quella proprietà, ovvero dell’idiozia, in modo necessario. “Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo.” Nel capitolo IX de “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) possa essere vero o falso. Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per ‘possibile’ si intende ‘potenziale’. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[1]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.
Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, ad esempio “il vino è un alimento”, oppure “il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà, dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è un vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è un vino necessariamente naturale”; oppure ancora: “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa gode o non gode di una certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.
Lo stesso vale per il vino. Se pensiamo che nella definizione dell’ O.I.V. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. (…)” non sappiamo proprio nulla delle qualità relative ad un vino. Quello che succede nel dibattito attuale, in maniera nemmeno celata, è che il vino risulterebbe tale, ovvero vino, soltanto se frutto di alcuni processi che ne rivelino determinate qualità specifiche e non altre. Ma, essendo l’uva l’unico ingrediente disponibile e incontrovertibile, la cosa si complica un tantino e sposta la contesa su piani differenti: la vigna, il terreno, i prodotti in uso alla coltivazione, alla fermentazione, in cantina. I recipienti… E, poi, il lavoro, il trasporto, la commercializzazione, l’etichettatura….
Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.
Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[2]”.
Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[3] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[4]”.
Dunque, come diceva la mia professoressa di latino, occorre sempre declinare, ma mai rinunciare.


[1] Cfr. Massimo Mugnai, POSSIBILE / NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013
[2] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20
[3] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it
[4] Roland Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.