Sputare il vino e la sputacchiera: un’analisi fisico-matematica

Par Handlan Company — 1893 Handlan Company catalogue via [Handlan Company], Domaine public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8636689

L’Ente Benefico per lo Studio del Movimento dei Corpi, delle Sostanze e di Qualsivoglia cosa si muova per volontà di qualcuno o per i fatti suoi (EBSMCSQ), ha realizzato uno studio approfondito sulla cinematica dello sputo da degustazione del vino, calcolando in maniera molto precisa il rapporto tra il bevitore, la sputacchiera e lo sputo di vino (pendenza, forza, quantità, rimbalzo).

Il lavoro è stato condotto per via retrospettiva grazie all’analisi fotogrammi delle riprese delle telecamere presenti in alcuni contesti di assaggio.

La valutazione fisico-matematica ha dovuto tenere conto non solo delle variabili misurabili tra i tre elementi sopradescritti, ma anche delle relazioni ambientali, quali gli urti o gli spostamenti di altri convenuti, le sottrazioni di sputacchiere in fase di fuoriuscita del liquido dalla bocca, il sollevamento della sputacchiera vuota/semivuota, piena e troppo piena, con i relativi aggiustamenti posturali di equilibrio e di sforzo dell’avambraccio.  

In alcuni casi l’evento sputo ha incontrato la variante della simultaneità del vino versato da calice nel medesimo recipiente: in questo caso ci si è avvalsi del calcolo del vettore di velocità istantanea:

Dove Vt1 è lo sputante, mentre Vt2 è il versante del vino da calice nella sputacchiera. Come si nota dal grafico l’atteggiamento di Vt2 è quantomeno scostante, detto altrimenti antipatico.

Il successivo grafico rappresenta la traiettoria dello sputo di vino da A a B (sottrattore di sputacchiera) e il malcapitato C passato da lì per caso:

Al grafico va aggiunto il calcolo del pugno sferrato da C a B calcolato nella misura da 8.5 m/s per non professionisti a 11 m/s per professionisti.

Ai fini di un calcolo preciso della gittata di uno sputo di vino nella sputacchiera sono state adottate le tecniche note dei calcoli balistici secondo cui essa è “equivalente alla differenza tra punto di arrivo e punto di partenza, dove il punto di arrivo coincide con il punto di contatto con il suolo e il punto di partenza coincide col punto in cui avviene il lancio. L’intervallo temporale in cui il corpo è in aria è detto tempo di volo”.

Sebbene l’equazione da risolvere sia piuttosto semplice,

a patto di imporre y=0 cioè stabilendo il teorico punto di atterraggio dello sputo lanciato, più complesse si sono rilevati i calcoli legati alla consistenza del vino. Sappiamo, per certo, che la consistenza di un vino a basso estratto secco netto (14 g/l), secondo la nota formula di Tabarié, D e= 1 + Dv – Dd, ha una maggior gittata rispetto al vino con maggiore estratto secco netto (18 g/L).

Non sapendo poi se il bevitore era anche a stomaco vuoto, abbiamo deciso di eseguire un calcolo a partire da massima altezza dello sputo, ben consci che il moto parabolico è simmetrico rispetto all’asse passante per il vertice e parallelo all’asse y e che l’ascissa del punto di atterraggio è due volte l’ascissa del vertice della parabola.

Dunque

Non paghi del lavoro di ricerca sin qui svolto, l’EBSMCSQ è stato felicemente ammesso ai nuovi finanziamenti del poderoso PNRRAV Piano Nazionale di Ripresa, Resilienza e Amenità Varie per approfondire alcuni temi appena accennati: il rimbalzo dello sputo del vino sulla sputacchiera in presenza di altri convenuti; le reazioni dei presenti sia in termini psichici che fisici; lo sporco impossibile.  

Altri lavori verteranno sull’equilibrio da sollevamento con mano sola di sputacchiera piena dotata di presa (pomello) sguisciante e i rischi di sversamento totale del liquido.

Non vedo l’ora di darvene conto

Che vino abbinare alla Terza Guerra Mondiale?

9 agosto 1945: il fungo atomico, causato da Fat Man su Nagasaki, raggiunse un’altezza di 18 km.
Di Charles Levy – U.S. National Archives and Records Administration, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56719

Odio i potenti e i loro lacchè

L’ultimo pasto richiederà un atteggiamento sereno e composto finalizzato a creare un clima familiare e amicale caldo e intenso. Rimetteremo molti peccati e altrettanti saranno rimessi a noi: ci guarderemo intensamente negli occhi dispiaciuti per tutte le volte che i granelli di sabbia si sono trasformati in travi.

La Terza Guerra Mondiale avrà sicuramente una serie di controindicazioni ed un unico vantaggio di grande rilievo: nessuno sentirà i postumi di ciò che ha mangiato o bevuto. Sarà importante, quindi, ragionare in maniera accorta sia sui cibi che sui vini. Non occorrerà, a mio avviso, concentrarsi sui vini più costosi, ma soltanto su quelli che sono stati prediletti in passato o bramati e mai gustati.   

Sarà apprezzabile, quindi, che la lista dei cibi e dei vini o delle bevande in generale venga compilata tenendo conto delle inclinazioni di ognuno. Allo stesso tempo non sarà necessario ragionare sulle consonanze tra gli uni e gli altri, poiché potrebbero esserci delle importanti discordanze tra piatti, vini e alcune preferenze individuali. Per una volta concediamoci di mangiare e di bere soltanto quello che più piace.

Gli acquisti andranno fatti a tempo debito: meglio se a cavallo tra l’uso delle armi tattiche nucleari e il decollo su aerei privati dei presidenti delle maggiori potenze mondiali.

Si dovranno cercare quei vini di pregio prodotti in determinate annate, supponendo che siano arrivati al massimo della loro espressività e pienezza sensoriale: sarà il caso, per evitare plausibili sbagli, di prenderne alcune concomitanti. Ancora una volta potremo renderci conto che alcuni vini di annate recenti sono più pronti alla beva di altri lontani nel tempo e che le concezioni relative alla maturità fenolica andrebbero intensamente dibattute. Non parliamo poi degli annosi alterchi sui vini naturali.  E non vi è alcun dubbio che molti punteggi andrebbero rivisti e forse la nozione stessa di classifica. Ma nessuno potrà scriverci sopra o comunicare le recenti scoperte a chicchessia.

Ma non prendiamocela a male: in questo modo saranno evitate tediosissime discussioni sui social.

Il “vinese” e altre cose di questo tipo: le semplificazioni che banalizzano

Di Giotto – Giotto di Bondone, Stoltezza Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1170281

Il potere, secondo Foucault, è “la molteplicità dei rapporti, di forze immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso lotte e scontri incessanti, li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o, al contrario, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie, infine, in cui si realizzano i loro effetti, e il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali1”.

Il linguaggio, e non soltanto la lingua intesa come struttura delle regole grammaticali, sintattiche ed espressive, è senza dubbio una pratica sociale che inerisce a tali rapporti di forza e, nel contempo, contribuisce a crearli. Così come ogni pratica sociale il linguaggio non è mai stabile, definito, cristallizzabile: assorbe, mutua, esclude, si allea, forma, distorce, semplifica, chiarifica, complica, inaridisce, fluttua, configge. Si potrebbe parlare a lungo delle parole introdotte da altre lingue (inglesismi, francesismi prima, germanismi…), di nuovi lemmi, di parole troncate per uso telematico, di discorsi che si specificano e di quelli che si ancorano non tanto per non perdersi, ma per conservare poteri economici, giudiziari e di tanto altro ancora.

Ogni tanto si legge, qua e là, qualche appello alla “democratizzazione” della lingua, contro gli “–ese” portatori di una insopportabile specificazione e complicazione della stessa: contro il “politichese”, il “sindacalese”, il “giornalese”, il “burocratese”, il “gastronomese”, il “vinese” e domani chissà. Ogni categoria sociale ed economica trova i suoi “–ese” contro cui discordare e contro cui rivendicare il diritto alla comprensibilità. Ma, in realtà, non è di costei che si parla.

Quando scorgo questi appelli, ad una sensazione di immediato fastidio, segue un’orticaria diffusa. Mi irritano molto e spiego il perché: prima di tutto il pulpito. Sarà perché ho maturato una sorta di diffidenza personale alle prediche che lastricano cattive strade, allo stesso modo quello che vedo è un potere costituito o costituente che rivendica a sé il diritto al miglioramento della vita altrui e della cognizione altrui: similmente al discorso del “buon senso”, perpetrato da una fetta ragguardevole delle compagini politiche tutt’ora dominanti, si cambiano gli addendi senza che di una nuova somma benefici alcuno. La semplificazione non è volta, in altro modo, ad agevolare la chiarezza, ma serve a fissare delle posizioni dominanti. Lontano da qualsiasi intento di democratizzazione di una lingua, l’appianamento dall’alto non è altro che l’anticamera dell’inaridimento e della banalizzazione dei concetti ad uso di nuovi e vecchi potentati. Dove la lingua accentua, al contrario, il suo valore di distinzione sociale, una lingua a cui non viene chiesta alcuna ammenda, è in tutti quei campi in cui piccole o grandi corporazioni non hanno alcune benché minima intenzione di cedere il passo. E a cui le controparti si genuflettono in doveroso ossequio.

Leggere, dunque, il linguaggio e i suoi discorsi all’interno delle pratiche sociali diffuse e intimamente politiche aiuta ad evirare alcuni equivoci di fondo: ogni campo di saperi, mai neutro o neutrale, costruisce nel tempo, non senza rotture, continuità, contaminazioni, conflitti… un proprio vocabolario, delle locuzioni specifiche, dei modi di dire, delle convenzioni, delle sintassi e via discorrendo. Tanto che si parli di medicina, di farmacologia, di fisica, di elettronica, di falegnameria, di arte, di vitivinicoltura, di gastronomia o di calcio. Quando un discorso è ampiamente strutturato e condiviso significa che esso è egemonico e che egemonico è il potere politico da cui dipende, da cui si struttura e che contribuisce a formare e organizzare. Quando si affacciano nuove parole, nuove sintassi, che sia il “rap” o il termine “naturale”, che ci possano piacere o meno, significa che dei gruppi sociali, produttivi o altro stanno cercando di affermare se stessi e che facendo questo cominciano ad infrangere dei codici comunicativi esistenti su cui altre compagini sociali hanno definito il loro ruolo di comando all’interno della società. Noi parliamo, pensiamo e agiamo, ci ridefiniamo, anche qui ci piaccia di più o di meno, attraverso queste strutture sociali: per dirla alla Roland Barthes “dire che esiste una cultura borghese è falso, perché tutta la nostra cultura è borghese (…) Dove risiede allora il lavoro della cultura su se stessa, dove le sue contraddizioni, dove la sua disgrazia? Per rispondere, dobbiamo, nonostante il paradosso epistemologico posto dall’oggetto, tentare una definizione, la più vaga possibile, beninteso: la cultura è un campo di dispersione. Di che cosa? Dei linguaggi. Nella nostra cultura, nella pace culturale, la Pax culturalis cui siamo soggetti, si svolge una implacabile guerra dei linguaggi: i nostri linguaggi si escludono reciprocamente; in una società divisa (dalle classi sociali, dal denaro, dall’estrazione scolastica), anche il linguaggio divide2”.

Il linguaggio divide perché la società, nel suo complesso, è divisa: per competenze, non necessariamente in modo verticale, e verticalmente per appartenenza sociale.

I linguaggi del vino e della degustazione, come ogni altro linguaggio, si formano all’interno di quei gruppi che, egemonicamente, mantengono i poteri regolativi, economici e comunicativi: la sommellerie, tanto per capirci. Ma non solo: una serie di nuovi linguaggi hanno fatto la loro irruzione attraverso nuove forme di comunicazione, come alcuni siti e blog collettivi o individuali. E poi, diversamente, la filosofia, la sociologia, la politica, l’ecologia, l’antropologia, l’economia finanziaria, l’economia produttiva, il costume. La partita si gioca lì dentro e non al di fuori: il consumatore finale disinteressato all’argomento è oggetto ad altre occupazioni, a cui rivolgerà adeguate e minimali attenzioni. La semplificazione del linguaggio volta a cogliere una sua più pronta attitudine all’apprezzamento del vino è assolutamente pretestuosa: il vero coinvolgimento porterà il novizio ad assumere uno o più linguaggi del vino, a discuterli, a confrontarli e, eventualmente, a respingerli, a modificarli, ad innovarli. E così il linguaggio, con la sua ricchezza, varietà, contraddittorietà, incompletezza torna ad essere prepotentemente una pratica sociale e politica.

Per concludere: storicamente ogni processo di emancipazione e di liberazione comincia dalla necessità di comprendere e di acquisire la più grande parte di ciò che la cultura, al momento dominante, detiene. Imparare a leggere e a fare di conto è parte non eludibile dei requisiti necessari per potersi confrontare. Ed è così ogni volta che entriamo in un novo mondo: impariamo a leggere e fare di conto.

1 M. Foucault, La volontà di sapere, Milano 1978, p. 82

2 Roland Barthes, La pace culturale, pubblicato sul “Times, Litterary Supplement” del 1971, in Il brusio della lingua, Einaudi, Torino 1988, pp. 99, 100

Ancora sul vino vero o naturale: le luci e le ombre di un “nuovo” manifesto. Di Nicola Perullo

È davvero urgente riflettere oggi, in modo profondo e radicale, sulla questione del vino “vero” o naturale (1).  Ce ne offre occasione un manifesto, firmato da Sandro Sangiorgi e dal presidente del Consorzio Viniveri Paolo Vodopivec, intitolato “La forma e la sostanza, le luci e le ombre”, scritto diversi anni fa ma che è stato recuperato e riproposto in questi giorni (https://www.facebook.com/consorzioViniveri/photos/a.206079082935759/1898090177067966/?type=3).

Da parte mia, proporrò alcune riflessioni attraverso un’analisi di questo testo, evidenziandone gli elementi condivisibili ma anche quelli che mi paiono deboli e irricevibili: le luci e le ombre.

I primi, pionieristici manifesti volti ad esprimere la necessità di ripensare i modi di produzione (e in parte, anche se con molta meno enfasi, di percezione) del vino in chiave complessiva, irriducibile alla svolta tecno-enologica del secondo dopoguerra, risalgono a due decenni fa. Nonostante il movimento sia ancora giovane, da allora le cose sono molto cambiate e, sotto questo profilo, l’appello proposto è del tutto opportuno. Esso merita interesse e attenzione, perché oggi occorre andare oltre le discussioni esclusivamente polarizzate sul vino naturale. Di pseudo-riflessioni polarizzate in questi anni ne abbiamo ascoltate troppe: esse non solo sono inutili ma anche dannose. Quello che invece occorre è un’articolazione del discorso più rigorosa, appunto profonda e radicale, un’analisi logica, epistemologica, estetica ed etica che innanzitutto chiarisca termini e modi di una questione tuttora presentata spesso in termini assai sbrigativi e confusi. Il manifesto di Viniveri, pur nelle sue migliori intenzioni, soffre innanzitutto di una certa confusione concettuale che rischia di sortire un effetto diverso da quello auspicato; il rischio, come cercherò di argomentare, consiste paradossalmente nel prestare il fianco a una certa aria di restaurazione che oggi rappresenta bene lo spirito del tempo in tanti campi, non solo nel vino. 

“Molti produttori si stanno pericolosamente abituando a imperfezioni tecniche, più o meno gravi” (corsivo mio): così inizia il manifesto, e non può esserci inizio migliore per avviare il mio argomento. Condivido la prima parte della frase: che molti produttori naturali si stiano pericolosamente abituando a qualcosa, e che vi sia effettivamente un rischio rispetto al quale occorre mettere in guardia, mi pare evidente. Tuttavia, sostengo che l’oggetto del rischio non sia affatto ciò che viene espresso dal seguito della frase, cioè “imperfezioni tecniche, più o meno gravi”. Dirò successivamente in che cosa, secondo me, consiste il vero rischio. Mi soffermo intanto sui motivi per cui ritengo sbagliato porre la questione nei termini delle “imperfezioni tecniche”, classico (per non dire vetusto) leitmotiv di ogni enologo e di ogni produttore di vino convenzionale. Domandiamoci: che cosa è un’imperfezione tecnica? Un’imperfezione è ciò che non rende qualcosa perfetto, cioè completato, portato a termine (dal latino perfectus, da perficere). Ciò che non è completato o portato a termine lo è rispetto a qualcosa: un ideale, un modello, un format prestabilito e predefinito. Ora, in questi anni avevamo sostenuto però che la bellezza, la forza, l’energia di un vino naturale/vero risiede precisamente nel non realizzarsi in conformità a un modello o un ideale prestabiliti, tanto che abbiamo proposto, come possibile (non)definizione di tale “categoria” di vino, proprio quella di non essere etichettabile e catalogabile sulla base di un ideale prestabilito. In questa prospettiva, la “bellezza completa” – espressione forte, che compare nell’appello di Sangiorgi e Vodopivec – non riguarda tanto una completezza rispetto a un modello premeditato (“il vino deve essere così”, come progetto prima della sua realizzazione) quanto la corrispondenza, la risonanza, l’aderenza di un certo vino al suo percorso e alla sua storia che non è mai completamente prevedibile e non deve essere ingabbiata da un design che ne predetermina il suo farsi.  In questo senso, dunque, il vino naturale/vino vero non può essere mai imperfetto proprio perché non può essere mai “perfetto”. Il che non vuol dire che non possa essere mai “difettato”: questo è un altro concetto. “Imperfezione” e “difetto” non sono la stessa cosa. Tornerò dopo su “difetto”, ma intanto abbiamo chiarito che l’imperfezione non è un difetto. Confonderli genera confusione. 

In effetti, però, il manifesto sembra suggerire che l’imperfezione coincida proprio con il difetto. Ciò risulta chiaro quando si analizza l’aggettivo che accompagna la parola: l’imperfezione in questione sarebbe non un’imperfezione stilistica ma tecnica. Che cosa significa? L’imperfezione tecnica di cui soffrirebbe un vino sembra derivare da una mancanza di perizia, di sapere, di “skill” nell’averlo “prodotto”. Viene precisato poche righe dopo, quando entra in gioco la nozione di “competenza tecnica”. Dunque: l’imperfezione tecnica, in un vino, sarebbe dovuta a un difetto di competenza tecnica da parte di chi lo fa. La nozione di “competenza” viene subito dopo specificata come “saper fare” qualcosa giacché oggi, nei vini naturali/veri, si corre il rischio, così ci viene detto, di aderire all’ideologia dell’ignoranza, per cui “meno si sa e meglio si riesce”. Intanto, anche in questo caso segnalo che l’appello sembra, contro le sue intenzioni, combaciare perfettamente con l’obiezione classica che, da sempre, i produttori convenzionali e i tecno-enologi rivolgono al vino naturale: l’artigianalità difetta di competenze tecniche ed è dunque rischiosa perché può far produrre vini “imperfetti”, cioè difettati. L’atteggiamento tecno-scientifico nasce e si sviluppa sulla base dell’approfondimento delle competenze tecniche, sempre più grandi e sempre più settorializzate, che finiscono per frammentare il vino in tante parti analitiche. Ora, in questi anni avevamo sostenuto – Sangiorgi tra i primi – che il vino naturale/vero è un tutto non sezionabile; e che per avere un vino-tutto occorre una capacità poietica (e non: produttiva!) che è ben diversa dalla “competenza tecnica”. Anche in questo caso, mi pare che ci sia una notevole confusione concettuale sotto il cielo. Si confondono conoscenza e competenza in modo grossolano. La capacità di fare e trasformare è una capacità poietica, ed essa non si sviluppa, innanzitutto e per lo più, tramite le “competenze tecniche”, ma tramite una conoscenza nutrita di sensibilità, attenzione, cura, corrispondenza, relazione con un ambiente, visione e consapevolezza.

In un mio libretto, a cui mi permetto di rimandare (2), ho cercato di evidenziare che il contrario di competenza non è ignoranza (ignoranza è il contrario di conoscenza), ma compassione. Laddove la competenza è specifica, analitica e frammentata, e si configura come una capacità di controllo e dominio sulla produzione di qualcosa, (appunto una “tecnica”), la compassione è sintetica e unitaria e rimanda a caratteristiche immersive, partecipative, complici e collusive: è un sentire-insieme col vino che si realizza e si accompagna nel suo percorso di nascita e di sviluppo. In questo senso, la compassione è quel tipo particolare di conoscenza che è indispensabile per realizzare un vino vero, cioè naturale. Ora, se la competenza tecnica non rappresenta di per sé un ostacolo alla conoscenza (pur potendolo diventare quando da strumento si fa fine in sé, con la sua crescente ansia da “perfezione” (3)), tuttavia non dà alcuna garanzia per il vino naturale/vero. Insieme ad altri, tra cui Sangiorgi, abbiamo sostenuto – e continuo a ritenere che questa sia un’acquisizione fondamentale – che ciò che fa la differenza per un vino vero cioè naturale non dipende dalla competenza (parola che viene dal lessico giuridico, il “giudice competente” è colui che ha appunto la facoltà di giudicare all’interno della sua giurisdizione) tecnica con cui è prodotto, ma dalla compassione, la sim-patia, la kinship, l’immersività, la capacità di sentire insieme a un ambiente con cui è realizzato. Questi termini, come si vede, non esprimono ignoranza ma un tipo di conoscenza irriducibile a ogni abilità tecnico-tecnologica. Sottolineiamolo ancora: l’irriducibilità non implica necessariamente opposizione. In altri termini, si può possedere la più piena padronanza tecnica (nel caso specifico, essere enologi o agronomi laureati) e, al contempo, operare su un piano di conoscenza-consapevolezza-compassione tale da non voler-produrre un vino ma realizzarlo poieticamente. Sono due piani diversi. È mia convinzione che il primo piano possa essere di complemento al secondo; mentre quest’ultimo è necessario, tuttavia, il primo non lo è.  

Spero di aver chiarito il primo equivoco concettuale – confondere incompetenza (nel senso di mancanza di tecnica) con ignoranza; esso purtroppo però nel testo se ne porta dietro un altro, persino più grave: l’assimilazione dell’incompetenza all’incuria. “Incuria”, in realtà, non è un termine che ricorre nell’appello, ma la sua sfera semantica mi pare riconducibile ad altre nozioni che sono invece richiamate quali motivi di rischio: “lassismo”, “indulgenza”, “mancanza di custodia”. Ancora una volta, sottoscrivo completamente l’urgenza dell’appello e la sua motivazione indiretta: dopo la nascita del movimento naturale come movimento spontaneo ma profondamente sentito di resistenza e di controcultura nei confronti del modello dominante, ci si trova oggi a fare i conti con approcci “produttivi” sbrigativi, semplicistici, non profondamente sentiti e non rigorosi. E quindi lassisti, indulgenti, non curati. Tuttavia, ritengo che, ancora una volta, la competenza tecnica, nel senso sopra specificato, c’entri ben poco. Il rigore di cui il vino vero ha bisogno non è quello del competente-tecnico ma quello che nasce da un atteggiamento infuso di consapevolezza, visione, attenzione e cura. Incompetenza ed incuria non sono la stessa cosa: ci sono enologi competenti che non hanno a cuore i frutti del loro lavoro, nel senso che non lo sentono né lo partecipano in senso complessivo, ecologicamente inteso. Certo, non tutti: ancora una volta, non bisogna confondere ciò che è possibile, ciò che è probabile e ciò che è necessario. Allo stesso modo, quanto sosteniamo non va affatto nel segno opposto, cioè nel suggerire che la mancanza di competenze specifiche favorisca la realizzazione del vino vero/naturale. Si tratta di piani che non si implicano, e chiunque conosca la realtà di questi vini troverà numerosissimi esempi a supporto di ciò.

Insieme ad altri, tra cui Sangiorgi, abbiamo sostenuto che il vino vero, cioè il vino naturale, non è un calcolo né una ricetta; non segue criteri prefissati, non richiede necessariamente la conoscenza eno-tecnologica per essere realizzato. Il contadino che, prima del sapere enologico moderno (che si sviluppa, come si sa, a partire dalla fine del XIX secolo e che esplode dagli anni ’50 del XX, parallelamente alla green revolution), si realizza il proprio vino secondo criteri e processi appresi “empiricamente”, senza professionalizzazione, senza certificazione; è certamente un incompetente rispetto alla tecnologia attuale, ma ciò non significa che sia (necessariamente) privo di cura, indulgente, lassista, non rigoroso nella realizzazione della sua opera. Tutti coloro che si sono avvicinati alla degustazione negli anni ’90 del secolo scorso ricorderanno un modo di dire tipico dei panel dei critici e delle guide quando si voleva additare un vino di “imperfezione” e di “difetto” (allora li mettevamo sullo stesso piano): “sembra il vino di un contadino!”. Questa espressione diceva molto: esprimeva una presunta superiorità gustativa, legata a una determinata modalità produttiva che, in modo del tutto inconsapevole e irriflesso, accettavamo come dato di fatto. Il vino si deve fare in un certo modo, pensavamo. Se non si fa così, non è vino ed è difettato. Accettavamo gli odori di stalla nei formaggi a latte crudo perché artigianali e genuini; non li accettavamo nei vini, perché eravamo cresciuti alle scuole che ci dicevano che il vino era una cosa diversa. Una bevanda che fanno i professionisti, i tecnici, e che per potere essere apprezzata propriamente richiede un allineamento tra modo di produrre e modo di gustare. In questa prospettiva, si è arrivati a dichiarare autorevolmente che il gusto – come scriveva Émile Peynaud quasi quarant’anni fa ne Il gusto del vino – deve essere certamente allenato ed educato, ma secondo i protocolli della tecnologia enologica, non il contrario. Dopo il predominio incontrastato e assoluto dell’asse Davis-Bordeaux, in questi venti anni, grazie ai contributi di tanti, Sandro Sangiorgi tra i primi, abbiamo imparato che le cose non stavano così: che fare vino non è una scienza nel senso di una tecnologia “giusta” e indispensabile una volta per tutte. Fare vino non richiede le stesse competenze ingegneristiche e fisiche richieste nella costruzione di un ponte o del motore di un aereo; è una faccenda del tutto diversa. È una poiesis, che risponde a criteri multipli e sfaccettati, a conoscenze varie e variabili.  Ora chiedo: vogliamo forse tornare a quel punto, a Peynaud, alle imperfezioni stilistiche rispetto a un modello di vino predeterminato e opinabile, confusi o camuffati da difetti enologici come fossero stati di fatto? Siamo del tutto contrari, come sono sicuro lo siano anche gli estensori del manifesto il quale, tuttavia, rischia di portare fuori strada nel denunciare giusti rischi attraverso strumenti scorretti. La strada per cercare di evitare tali rischi mi pare del tutto diversa.

In queste ultime righe, ho introdotto la questione del gusto. Arriviamo dunque al punto centrale del testo che sto analizzando; il punto direi decisivo, ma anche quello più critico e più irricevibile. Si legge: “il lassismo del tutto immotivato nella relazione tra forma e sostanza” provoca una “diffusa indulgenza che sdogana liquidi imbevibili” (corsivo mio). Passaggio chiave su cui soffermarsi: il rapporto tra forma e sostanza – concetti che come filosofo non posso che accogliere felicemente: le nozioni di forma e sostanza, da Platone e Aristotele in poi, compendiano buona parte dei problemi del pensiero umano – e la cosiddetta “imbevibilità”. Cosa vuol dire “imbevibile”? Ciò che non si può bere, ovviamente, non rimanda qui tanto alla non potabilità in senso tossico, chimico-fisico, ma in senso gustativo; intende rimandare cioè a una presunta insufficienza di soddisfacimento, di piacere, di “bontà”. Che cosa risulta imbevibile e a chi? Facciamo un esempio. Quando si dice qualcosa come “i vini che bevevano i Romani ai tempi dell’Impero erano imbevibili” (basandosi evidentemente solo su una proiezione mentale del gusto offerta da testi scritti, non avendo nessuno bevuto quei vini) ci si riferisce, seppure in via implicita, a un “per noi”: loro bevevano i loro vini, e li trovavano o buoni o cattivi, come facciamo oggi. Se fossero stati in assoluto e genericamente “imbevibili” perché di principio sbagliati e difettati, non si capisce perché li avrebbero bevuti, a meno di non sottoscrivere un atteggiamento epistemologico (del tutto insostenibile sul piano paleoantropologico e storico) per cui nel passato gli umani sarebbero stati costretti, mancando di scienza, a farsi piacere cose cattive o, peggio, un atteggiamento epistemologico per cui gli umani del passato erano come animali, privi di ogni “buon gusto” per cose come cibo o vino; buon gusto che si sarebbe quindi disvelato solo con le “magnifiche sorti e progressive”. Sperando davvero che nessuno di coloro che si occupano di vino naturale, oggi, sottoscriva tali sciocchezze, diamo per scontato che questo atteggiamento non è accettabile. Dunque, l’unica possibilità sensata consiste nel trasformare la suddetta frase nel modo seguente: “i vini che bevevano i Romani ai tempi dell’Impero sarebbero imbevibili per noi oggi”. Fino a qui, tutto bene. Ora, l’esempio addotto ci serve per comprendere nello stesso senso il criterio di “imbevibilità” buttato lì nell’appello-manifesto: seppure sembri additare un senso di “qualità gustativa” del vino auto-evidente e immediato, tuttavia esso omette quantomeno un necessario “per noi, ora”. Ma chi siamo noi? Noi non siamo tutti, evidentemente. Noi chi? E torniamo alla circolarità di cui fin dall’inizio ho segnalato la presenza in questo appello, pieno di confusioni concettuali: noi, cioè coloro che (come viene chiarito in seguito) sono in grado di riconoscere la qualità.  

Noi riconosciamo la qualità sulla base di qualche riferimento: il testo di Sangiorgi-Vodopivec ci dice che non bisogna cadere nella “trappola della genuinità come unico riferimento qualitativo” (corsivo mio). In base a quanto scritto nelle righe immediatamente precedenti, sembra che al termine “genuinità” corrisponda la forma, mentre la sostanza si associ a un criterio, per dir così, intrinseco all’esperienza gustativa. 

Associare genuinità a forma è già una mossa estetica piuttosto ardita, che necessiterebbe un’approfondita discussione, e che qui non è possibile fare. A costo di risultare pedante, però, devo chiarire, almeno a livello generale, qualche uso un po’ sbarazzino dei concetti. Genuino significa proprio naturale: da geno, genitus, generare, genuino è quanto è stato generato; in altri termini, è ciò che proviene dalla sua nascita. Per estensione, ciò che non è stato alterato. Da qui, anche la parola genìa. È un termine in disuso, nel lessico degli assaggiatori di vino, anche tra gli appassionati di vino naturale; ed è un peccato, perché è un termine meno banale di quel che sembrerebbe. Non ha nulla da invidiare, per esempio, al termine “luogo” né a quello di “territorio”, che invece spopolano, a volte a sproposito, impudentemente e impunemente. Nell’appello, la genuinità viene considerata forma, nel senso di quel processo esterno – Sangiorgi sembra usare forma come esteriorità, come ciò che sta al di sopra – che corrisponde ai protocolli di produzione naturale del vino e che è considerato “parte fondante di un vino buono”, cioè parte necessaria ma non sufficiente. Al di sotto, come sostanza, sta il processo interno che risulta da ciò che il vino è nel momento del suo assaggio. La sostanza del vino, in altri termini, sarebbe l’esperienza del suo gusto. Anche in questo caso, se da un lato comprendo ed approvo (seppure per ragioni diverse, come dirò tra un attimo) il ragionamento proposto (in fondo, Epistenologia è nata proprio dall’idea di partire da una nuova disposizione del gusto per poi risalire, a ritroso, ai criteri di produzione), dall’altro osservo che occorre fare molta attenzione a porre la questione in tali termini, perché l’ideologia di “quel che conta è ciò che è dentro il bicchiere” è proprio l’atteggiamento mentale tipico del degustatore seriale, del giudice/competente, presuntivamente analitico, freddo e neutro, che fa classifiche e categorizza, indifferente a contesti, ecologie e molteplicità di piani (“che sia biologico, biodinamico o naturale, basta che sia buono!”). In questi anni, abbiamo sostenuto che le cose non stanno così: non c’è alcuna possibile neutralità percettiva, si è sempre coinvolti e implicati, e occorre disporsi all’ascolto del vino attraverso un gustare aperto, disposto ed esposto. 

Torniamo ai liquidi imbevibili. Imbevibile è ciò che dunque non rispetterebbe criteri qualitativi intrinseci, non legati alla genuinità ma alle competenze tecniche, e che qualcuno dovrebbe riconoscere. Ma abbiamo detto che questa comunità – questo noi, questo gruppo, composto da appassionati, critici, competenti ed esperti educati – è tutto tranne che una comunità naturale, evidente, oggettiva, neutrale. È un perimetro entro il quale desideriamo stare e nel quale vogliamo riconoscerci. Non c’è nulla di male in questo; è legittimo, ma bisogna saperlo, senza confondere questo fatto – relazionale, negoziale, storico, costituito – con un’improbabile idea di gusto come “scienza” che riconoscerebbe la qualità in quanto “dato di fatto”. La qualità non è un fatto, è un valore. L’imbevibilità, in altri termini, è una proprietà relativa, cioè relazionale, come mostra bene la storia del gusto e delle variazioni della nozione di qualità: come e quando si determinano i criteri di correttezza, gli standard gustativi che discriminano il cosiddetto “bevibile” dall’imbevibile? Attraverso quali processi un valore negativo diviene positivo? La qualità di chi e per chi

Che cosa è la “percezione” gustativa? Essa non ha a che fare con il riconoscimento della qualità che nascerebbe da una “educazione alla degustazione”, come propongono gli autori del manifesto, ricadendo nella medesima circolarità dell’argomento che ho rilevato prima. Se percepire significasse riconoscere, cosa si dovrebbe riconoscere? Il buono, si dirà. Ma questo “buono”, ancora, che si sarebbe appreso nelle sessioni di educazione alla degustazione, a cosa corrisponde? È un dato naturale? Tutti gli studi e le ricerche, storiche e psicologiche, estetiche ed antropologiche, tendono a smentire questa ipotesi. È, piuttosto, un dato culturalmente, cioè socialmente, prodotto – e che non dipende da un avanzamento tecnologico (ecco il punto centrale), non perché la tecnologia non possa aiutare, ma perché la tecnologia enologica è essa stessa uno strumento che si usa relativamente ad interessi, standard, criteri che vengono decisi e su cui poi si imbastisce una grammatica del giusto e dello sbagliato, del “perfetto” e dell’“imperfetto”. Persino del piacevole e dello spiacevole! “Il vino è una bevanda di piacere”, si dice poi giustamente nell’appello. Già, ma il “piacere” è qualcosa di universale, di uguale per tutti, di dato? Non credo sia necessario aggiungere altro a quanto già specificato. Temo che, malgrado sia convinto che i propositi non fossero quelli, l’appello-manifesto che stiamo analizzando produca in molti la convinzione perniciosa che quell’adagio troppo spesso sentito dire in questi anni – “che il vino sia naturale, biologico o biodinamico, l’essenziale è che sia buono!” – sia giusto. È invece il pensiero più retrogrado e inadeguato che si possa esprimere e che ricorda, mutatis mutandis, la discussione che nel secolo scorso si è fatta sull’arte non figurativa e astratta: senza “competenze tecniche” non si può fare arte, si dice; ma non è necessariamente vero, dipende. Soprattutto, le competenze tecniche possono essere tranquillamente messe da parte quando si decreta, di qualcosa, che è un capolavoro. Rimando a un libro del critico d’arte Francesco Bonomi che ha cercato di spiegare bene come sia inconsistente l’obiezione del “lo potevo fare anch’io” di fronte ad alcune opere contemporanee, quali per esempio i tagli di Fontana o i cretti di Burri. A volte gli atteggiamenti di alcuni tecnici nei confronti dei vini naturali assomigliano a quelli di chi critica Warhol, Fontana e Burri (4). Non è certamente questo il caso di Sangiorgi e di Vodopivec, ripeto; dico solo che questo testo può, contro le sue intenzioni, risvegliare quello che avevamo messo faticosamente a dormire.

Con queste domande, beninteso, intendo sottolineare l’inaggirabile circolarità degli argomenti che tale testo vorrebbe presentare come razionale, una circolarità che nasconde alcuni bias epistemologici ed alcuni equivoci concettuali e che produce una – sicuramente involontaria – violenza epistemologica. Con queste domande, beninteso, non intendo affatto suggerire o sostenere che ogni vino naturale lasci soddisfatti e appagati: ovviamente non è così, ma il criterio e il discrimine non possono trovarsi certo richiamando nozioni astratte, imposte, predeterminate di “riconoscimento della qualità” e, come abbiamo scritto prima, di “competenza tecnica”. Occorre perseguire una via diversa.

Mi permetto di rimandare ad alcuni miei lavori, nei quali ho sostenuto che il gusto non è un senso ma un compito; in altri termini, che il buono non è un punto di partenza (prefissato, predeterminato, protocollato secondo criteri a loro volta costruiti e decisi, dalla eno-scienza o dalle mode iper-acide del momento nulla cambia), ma corrisponde esattamente al punto di arrivo. Il buono è ciò che risuona come tale dopo l’esperienza del bere, indipendentemente da ogni considerazione analitica e giudicante. Ma questo non significa – ancora una volta! – dire che va tutto bene, e che il gusto è esclusivamente una questione individuale (“soggettiva”, si dice in senso improprio, a voler significare “libera da ogni vincolo”). Il gusto è sempre vincolato ma al tempo stesso i vincoli li abbiamo creati noi. Come li abbiamo creati, li possiamo modificare. È avvenuto tante volte nella storia del gusto, non solo del vino. Pensiamo a come sono cambiati i paradigmi gustativi della cucina negli ultimi vent’anni. Il gusto è una scienza, ma è una scienza della coscienza: ciò che esso “riconosce” non è la competenza tecnologica, ma quel con-saputo (ciò significa coscienza, cum-scientia) che rimanda a una comunità, a una condivisione, a una comunicazione che si fa nell’esperienza e attraverso l’esperienza. 

Per chiarire quest’ultimo punto, occorre tornare sulla nozione di “difetto”. Che cosa è un difetto? Un difetto è quanto consideriamo fuori del nostro perimetro di condivisione, della nostra disposizione ad accettare bello o buono qualcosa: ciò che non accettiamo oppure che accettiamo pur riconoscendolo come difetto. Come si sa, esiste un’ampia riflessione sull’estetica della natura terrifica e sui piaceri negativi, sul sublime come ciò che disturba ed attira, addirittura sull’estetica del brutto: perché nel caso del gusto del vino non potrebbe essere lo stesso? Nella storia della cultura e delle idee, il vino naturale è stato semplicemente un epifenomeno tardivo di un movimento più ampio e profondo che ha coinvolto arte, comportamenti quotidiani, stili di vita, poesia: perché esso, in quanto artefatto estetico che procura piacere, dovrebbe rimanere ancorato all’estetica del “pulito” e dell’armonico, del levigato e del “bello” intesi come armonia e proporzione? È del tutto normale che vi siano oggi vini che rispondono ad altri criteri estetici. Risolvere la questione lamentando le “puzzette” come lo “scandalo” del vino naturale è davvero miope e sterile. Dissonanze, atonalità, objets trouvés fanno parte di certe poetiche e di certi canoni estetici da almeno cento anni: perché dovrebbe essere diverso, nel vino? Oggi i rischi del vino naturale non riguardano le puzzette. E la volontà di riduzione di stili a indicazioni prescrittive precise non ha alcuna possibilità di successo. Educare al gusto non significa educare a riconoscere l’errore in astratto; significa educare al saper fare esperienza, ed è solo nell’esperienza che un errore viene eventualmente riconosciuto. In questo senso, Miles Davis sosteneva “do not fear mistakes – there are none”: non perché non vi siano errori ma perché essi emergono eventualmente come tali in quanto funzioni di quello che viene performato; non rispondono a regole e principi ma a quanto emerge nella situazione. È la nota successiva che rende eventualmente “errore” la nota precedente. Tutto questo Sandro Sangiorgi lo sa benissimo, naturalmente, perché è tra i primi ad averlo insegnato e proposto nei suoi corsi di educazione al vino. 

Ma non è solo una questione storica, quanto ontologica ed epistemologica. Facciamo un esempio: la “volatile troppo alta” sarebbe un “difetto”; ma in che senso? Troppo rispetto a cosa e a chi? Come è chiaro, “troppo” è una proprietà relazionale, relativa a una misura, a un quantum che è stato stabilito essere quello “giusto”. Bene. Ora, accade però che un gruppo di appassionati cominci ad alzare questa asticella, spostando la misura più in alto. Ciò che era troppo diventa normale, e la prova è che quel vino provoca piacere. Nessuno potrà farci niente, perché l’artefatto del vino funziona esattamente come le altre opere dell’ingegno umano legate al senso estetico: appagano o non appagano, soddisfano o non soddisfano. Non è come un difetto riscontrato in un motore di un aereo, rispetto alla presenza del quale chi ne venisse avvisato o se ne accorgesse eviterebbe senz’altro di farne esperienza. Certamente, vi sono difetti sottoposti a un regime di accettabilità diverso da quello della volatile alta: sono quelli dovuti a inconvenienti o malattie quali, per esempio, il tappo, la muffa, il filante o il girato. In questo caso, tali caratteristiche sono considerate “difetti” in modo più universale e condiviso (sebbene vi siano persone che non si accorgono di queste cose e bevono tranquillamente i vini che ne soffrono), e su questo non vi sono accese discussioni. Nel manifesto, si citano “infezioni endemiche e grossolane riduzioni”: niente da eccepire, nella misura in cui queste caratteristiche vengono respinte da “tutti” in modo condiviso. Il punto, tuttavia, è che non esiste né può esistere un confine preciso e insuperabile, stabilito a priori e “oggettivo”: i confini mutano, e ciò dipende dalla discussione che eventualmente ne sorge. Laddove una discussione sorgesse, e quando qualcuno – una comunità più o meno piccola – decidesse di trasfigurare una qualità negativa riconoscendola come positiva, che procura ad alcuni appagamento e piacere, non si potrà fare nulla se non continuare a discutere, dissentendo ma rispettando chi ha realizzato il vino in quel modo, consapevolmente e con cura. Non ci sono manifesti o protocolli che tengano: il gusto è dialogo, negoziazione, apertura ed ascolto, non trasmissione di competenze per riconoscere e separare in modo definitivo il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato. Il gusto come compito mette così anche in discussione la figura del maestro come autorità ultima: il maestro è necessario ma come finzione utile per superarla. Il gusto trascende il maestro, perché rimanda a un sentire insieme, cum-scientia, nel quale sono necessariamente inclusi anche gli ignari e i bifolchi, gli sconsiderati e gli indifferenti. 

Voglio concludere ribadendo quelli che penso essere oggi i veri rischi per il vino naturale e suggerendo una modesta proposta per cercare di evitarli. Il manifesto parla di lassismo, indulgenza, mancanza di custodia, dal lato del “produttore” di vino; di necessità di educazione percettiva dal lato del “degustatore”. Nonostante io creda, per ragioni che ho avuto modo di spiegare ampiamente altrove (5), che il vino naturale non sia da intendersi come prodotto, che quindi il suo maker non debba intendersi come produttore, e che l’approccio che esso reclama non debba essere quello della degustazione ma dell’assaggio, ciononostante condivido in pieno l’enfasi su tali aspetti. Oggi serve una nuova conoscenza del fare e del gustare, basata su cura, impegno, rigore, attenzione, condivisione spirituale e radicalità di approccio. Il vino è un’altissima bevanda e chiede la stessa serietà e lo stesso rigore nel farlo e nel berlo; l’ideologia della distrazione e dell’approccio superficiale e immediato, “glou glou”, che caratterizza certa “cultura” hipster contemporanea che si è appropriata del vino naturale, rischia di obliarne la profondità simbolica, sociale, poietica. Rischia anche di far perdere consapevolezza di ciò che il vino può fare e può restituire a chi lo beve. Su questo, credo di poter dire che condivido completamente le ragioni di Sandro Sangiorgi. Troppo spesso sono stati immessi sul mercato vini naturali-prodotto, cioè realizzati solo secondo ricette standard e che producono percezioni standard, senza alcuna passione della conoscenza né alcuna consapevolezza del fatto che fare vino, come gustarlo, è sopra ogni cosa un’esperienza della coscienza. Per questo, per ragioni di fondo e strategiche, io credo che sia opportuno insistere su questo e non sul ritornello delle “imperfezioni tecniche” che necessiterebbero “competenze” altrettanto tecniche. 

Il vero rischio è non comprendere che il Vino Vero, cioè naturale, non riguarda la produzione di un gusto.  Incuria e lassismo si manifestano soprattutto nel non sapere, nel non voler capire, che il Vino può fare e dare molto di più che offrire un profilo sensoriale. Che il piacere e il godimento passano dalle “qualità sensibili” ma le trascendono. Il vino vero non ha a che fare con la produzione di un gusto (sensibile) fine a se stesso; con un riconoscimento qualitativo basato su elementi sensoriali: pulizia, freschezza, la “bella acidità”, ecc. ecc.; tutto ciò è accessorio, ornamento, belletto, certo utile ma inessenziale. Ciò che occorre oggi al vino vero è la consapevolezza di tutto questo, ed educare al vino significa educarsi al passaggio dall’esperienza del gusto al gusto dell’esperienza. Il gusto dell’esperienza è quella coscienza del gusto che sente al di là, o al di qua, del buono come opposto al cattivo, del bello come opposto al brutto. È quell’approccio, quell’attitudine che attraversa il profilo sensoriale ma non si ferma lì; che percepisce la storia e la vita di quel liquido in quella bottiglia. Nel caso, anche per allontanarsene, per dissentire o rifiutare. Ma a partire da una connivenza di fondo, da una coscienza del senso del vino come gusto, prima o dopo, i suoi “sapori”; prima o dopo il riconoscimento di puzzette e instabilità. La sostanza del vino non viene certificata dal lavoro dei sensi. È certo indispensabile passare dall’esperienza sensibile, attraversarla con consapevole attenzione, con concentrazione e collusione, con passione vigile e critica; ma poi essa si trascende nella coscienza del gusto come gusto dell’esperienza in quanto tale: il gusto della vita che ci accomuna. In questo momento abbiamo bisogno di ritrovare, anche attraverso il vino vero, universalità che travalicano le distinzioni e gli steccati. Le differenze sensoriali, le differenze geografiche, le differenze culturali sono certamente aspetti interessanti e degni di studio, ma solo se vengono tenute insieme da uno sfondo che accomuna. In questo senso, il vino vero – scrivo in Epistenologia – non è il vino che si preoccupa di rimarcare le differenze di luogo in senso statico e predeterminato. Il vino vero è innanzitutto vino, prima ancora di essere vino di (un luogo o un produttore). In altri termini, c’è un’universalità, un riconoscimento che è prima del profilo sensoriale e al quale occorre sensibilizzarsi: se ci si concentra da subito analiticamente sui profili sensoriali, sulle pulizie, sulle stabilità, si rischia di tornare indietro e di perdere il senso puramente ontologico del vino. Restituire un luogo non è costruire una cartolina di distinzioni (in questo, la tecnica enologica sta raggiungendo oggi risultati sempre migliori, che porteranno probabilmente a produrre vini “perfetti”, sotto questo profilo); restituire un luogo significa restituire il senso della consapevolezza della vita sulla terra, vita che attraversa unità e differenze, continuamente e senza predeterminazioni. Anche io penso che oggi vi siano, e purtroppo sempre di più data la crescita del movimento e l’inevitabile “moda”, sempre più vini veri “fasulli”, vini naturali noiosi e banali; posso anche tranquillamente dire fatti “male”. Ma questa falsità, questa noia, questo “male” non dipendono dall’incompetenza tecnica, questo è un dettaglio sul quale si sorvola volentieri quando c’è altro. Dipendono, invece, da qualcosa di ben più grave: da un’incuria esistenziale e da una mancanza di custodia della nostra consapevolezza di esseri coscienti, dalla quale il gesto di fare vino vero cioè naturale essenzialmente dipende.

(1) Userò questi termini come sinonimi e senza ulteriori chiose e precisazioni, sia per non ripetere ciò che è stato già abbondantemente chiarito in questi anni (in particolare da Sandro Sangiorgi in L’invenzione della gioia. Educarsi al vino. Sogno, civiltà, linguaggio, Porthos Edizioni, Roma, seconda edizione, 2015), sia perché non è il tema del mio intervento.

(2)  N. Perullo, Epistenologia. Il vino come filosofia, Mimesis, Milano, 2021.

(3) Sul tema della tecnica che da strumento diventa fine, si veda E. Severino, Il destino della tecnica, Rizzoli, Milano, 2009.

(4) F. Bonomi, Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte, Mondadori, Milano, 2007.

(5)  N. Perullo, Epistenologia. Il vino come filosofia, cit.

Le foto sono di Nicola Perullo

Aut/Aut

Di William Allen Rogers – New York Herald (Credit: The Granger Collection, NY), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4858184

Aut-aut o vel-vel. Gli antichi romani distinguevano: nel primo caso si trattava di una disgiunzione esclusiva, che implicava una scelta netta: o questo o quello, tertium non datur. E non si trattava solo delle opzioni di preferenza, ma anche dell’attribuzione inequivocabile dello statuto di verità: se questo allora non quello.

Nel secondo caso, a proposito di vel-vel, invece, si faceva riferimento ad una disgiunzione inclusiva, dove “o – o” implicava la possibilità di coesistenza di entrambe le porzioni dell’enunciato, ovvero che entrambe fossero vere anche se alternative di fatto.

La matematica, dal suo canto, ha assunto entrambe le espressioni: la disgiunzione esclusiva prevede che un enunciato sia vero soltanto se le due proposizioni che lo compongono abbiano valore di verità opposto (aut/aut); al contrario, l’espressione «p o q» è vera quando almeno uno dei due enunciati, p e q, è vero, ma non si esclude che lo siano entrambi (vel-vel).

Quando veniamo messi, o poniamo qualcuno, di fronte ad un’alternativa secca, dirimente e impossibile da conciliare in alcun modo, il disagio, talvolta l’incredulità e la sensazione intollerabile di “spalle al muro” sovrastano e compongono abbondantemente lo stato d’animo del sentenziato.

La mente corre veloce alle possibili alternative, senza mai trovarle, e insegue incessantemente il percorso storico e personale che ha portato al dirimente aut/aut: gli errori, le manchevolezze, le complici distrazioni, la noncuranza, la sufficienza mentale e le sufficienze dimostrate. Il più delle volte ci si accorge che altre strade potevano essere percorse in modo più fecondo, più utile e meno disastroso. Altre volte no, ma nella stragrande minoranza dei casi.

L’unica vera sensazione è che quell’aut-aut non corrisponda in alcun modo ad una scelta, ma ad un vincolo a cui ci hanno o ci siamo condotti.

Quando trasferiamo dal piano individuale a quello collettivo gli stessi postulati logici, dovremmo essere consapevoli che il meccanismo è pressoché identico.

Allora solo in questo senso possiamo pensare che, come sosteneva Sören Kierkegaard, «il mio aut-aut non significa la scelta tra bene e male, ma la scelta per la quale ci si vuole porre o non porre di fronte all’antitesi bene e male».

E quando abbiamo deciso di metterci di fronte a quell’antitesi, le nostre opzioni potrebbero divergere radicalmente, perché ancora prima discordiamo sul senso, sui metodi e sui contenuti dell’antitesi stessa.

Aut/aut e né/né condividono lo stesso impianto logico, anche se appaiono in opposizione. Una precoce, chiara e onesta presa di posizione eviterebbe, a molti voltagabbana, tardivi e soprattutto opportunistici posizionamenti. Affermare che qualcuno andava bene fino ad un determinato momento (ad esempio la retorica fascista secondo cui Mussolini avrebbe fatto bene sino al momento in cui schierò l’Italia in guerra) significa non aver in alcun modo capito chi era quel qualcuno o, peggio, esserne stati complici. Non meglio si conforma l’opportunistica e sorniona indifferenza. E sarebbe meglio che ciò capitasse prima di trovarsi con le spalle al muro e di sentirsi dire, con protervia e arroganza che, data la situazione, ora non ci sono alternative possibili.

In onore delle badanti. Ucraine, russe, bielorusse, moldave, georgiane… di tutto il mondo

Da molte lune faccio un lavoro che è difficile raccontare ai più, ma che potrebbe stare sì e no così: supporto, oriento e ascolto (non necessariamente con questa scansione temporale) persone che hanno perso un lavoro, che non lo hanno mai avuto, che forse non lo cercano neppure, o che lo cercano con quella dignità che sarebbe dovuta ad ogni essere umano, che si arrampicano nella vita e a cui sono capitate cose che non sospettavano neppure arrivassero sino a quando non se le sono trovate lì davanti: “mai avrei pensato che l’azienda chiudesse!; ci hanno tenute in bilico fino all’ultimo!….” Fabbriche dismesse, uffici ricollocati, riduzioni di personale, troppo vecchi per un lavoro e talvolta troppo giovani per andare in pensione; abbastanza o molto qualificati, ma “cerchiamo dei giovani da formare magari in tirocinio”; troppo “donne” per poter rivaleggiare in accudimenti a cui i troppo “maschi” sono esentati per una sorta di primato storico che un giorno o l’altro dovrà finire come tante delle ingiustizie di questo mondo. Povertà che subentrano, separazioni, allontanamenti, mancati contributi del “quando ero ragazzo le marchette non me le versavano”, redditi di sopravvivenza, violenze subite come di quelle donne massacrate di botte dai loro omuncoli e a cui cercavo di dare sostegno nella ricerca di un’occupazione quasi fosse un barlume di speranza che le potesse togliere, un giorno chissà, dalla dipendenza di qualche stronzo di turno. Ma poi chi dice che il lavoro nobilita? Dipende, soprattutto se non è troppo, se non è a rischio, se è pagato per non dover chiedere, né mendicare ciò che è dovuto, se libera conoscenze, energie, libertà, uguaglianze.

Di lavoratori e lavoratrici ne ho visti qualche migliaio in questi 26 anni. Tra di loro moltissime badanti e, tra queste, tantissime ucraine, russe, bielorusse, moldave. Le ascoltavo attentamente e chiedevo loro se potevano svolgere ancora un lavoro “fisso” o parziale, le notti, i sabati e le domeniche, se avevano esperienza con disabilità, Alzheimer, se riuscivano a sollevare corpi, a fare l’igiene personale. E le ascoltavo, ascoltavo le loro storie, le loro fatiche, i loro malanni, talvolta gravi, e ascoltavo di quelli che avevano lasciato là e che non vedevano da mesi, da anni: figli, nipoti, mariti, amici. E mi raccontavano che prima erano laureate, erano musiciste, erano insegnanti, ingegneri, operaie, maestre. E mi raccontavano, fiere in volto e nella parola, del terrore dei figli in battaglia, nella sordida guerra ad est perché quella grande non era ancora scoppiata: Putin non aveva ancora invaso. La paura era nella voce, negli sguardi, nelle mani; alcune avevano già perso parenti o figli, altre erano terrorizzate solo al pensiero e tutte mi dicevano che ogni forma di guerra, di maledettissima e fottutissima guerra era contro di loro, contro la povera gente e che l’economia era a pezzi e che loro dovevano andarsene per poter mandare dei soldi a casa con cui sfamare o far studiare chi rimaneva. Chiedevo loro se erano adirate con le russe e alle russe se lo fossero con le moldave o le ucraine e così con le bielorusse, le georgiane per quello che stava succedendo e tutte loro mi rispondevano che non capivano molto la domanda perché, qui a Genova, condividevano stanze, fedi, chiese, cibo, aiuto, medicine, vestiti. Ma anche nel loro paese in gran parte era così, perché la cognata era di quel posto e l’altra di quell’altro e poco importava siccome dividevano solo la miseria. La mia era una domanda pretestuosa, ma la ponevo quasi per rincuorarmi: sapevo e so che la stragrande parte delle divisioni formalmente “etniche” sono prodotte dagli artifici di comando.

Poi, pochi giorni orsono, si presentò un’altra donna ucraina. Prima di sedersi ci guardammo dietro le mascherine. Non riuscivo a parlare, non potevo più chiedere. Vidi solo delle lacrime scendere da quei grandi occhi grigio cenere. La feci accomodare ed ultimai le pratiche amministrative richieste.

Se a tempo giusto si capisse, «la verità sarebbe vicina e ampia, sarebbe amabile e mite».

Breve storia di Idelmo

Un Rublo Sestroretsk di Caterina II (1771) era realizzato in rame e misurava 77 mm di diametro per uno spessore di 26 mm ed un peso di 1022 grammi. Esso è ancora oggi la moneta più grande e pesante mai coniata da uno stato. Russia (coin), National Numismatic Collection (image) – National Museum of American History, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42684883

Idelmo Madruzzo di Tor Vajana ereditò una cospicua somma di denaro, di beni mobili e immobili nonché di tre pernici imbalsamate alla morte del suo unico e amato parente, il nonno Vladimiro. Idelmo, fedele al suo rango nobiliare e soprattutto alla casata il cui motto era “Post coitum omne animal triste est”, non era uso lavorare se non per brevissimi periodi in cui si dilettava come assaggiatore di cibo di lusso per animali da salotto (cagnolini mignon, gatti, criceti, pesci rossi, lucertole e via di questo passo) per una rinomata casa di produzione internazionale con sede fiscale sul versante del Frêney del Monte Bianco.
Idelmo Madruzzo di Tor Vajana amava terribilmente il vino di cui possedeva sì e no un migliaio di bottiglie dal valore inestimabile e di grandissima straordinarietà.
Quel giorno, come tutti i giorni ad eccezione della domenica, Idelmo si recò presso l’enoteca dei “Tartrati precipitati” gestita con immancabile signorilità e raffinatezza dalla contessa ultranovantenne Augusta Casati vedova Cavatelli, dai suoi figli Mario e Aleandro e da almeno 34 tra commessi e commesse.
Si fermò a far due chiacchiere con la padrona che stava sorseggiando, alle 9.30 di mattina, un Cognac Remy Martin Louis XIII accompagnato da brevi e intensi morsi ai danni di una torta di nocciole della pronipote Adelina pasticcera in quel di Dogliani. Parlarono di temperature climatiche, oramai troppo clementi, di tostatura delle nocciole e della giusta quantità di burro necessaria ad una buona riuscita della torta in questione. Dopo gli ossequiosi convenevoli, Idelmo si diresse dapprima dalla sua consigliera enologica, Marta e successivamente da quello gastronomico, Olmo.
Ordinò, senza strafare, due bottiglie di barolo di Bartolo Mascarello del 2007, un barolo riserva “Monfortino” del 2000 di Giacomo Conterno, un paio di bottiglie di brunello di Montalcino “Cerretalto” del 1997 di Casanova di Neri, una bottiglia di Margaux Gran Cru classé “Château Razeau – Ségla” e, giusto per gradire, uno champagne Brut del 2006 di Krug. Per quanto riguarda le cibarie chiese due kg di tartufo bianco di Alba e del caffè Kpi Luwak prodotto con le bacche parzialmente digerite e defecate dallo zibetto.
Marta e Olmo, diligentemente, prepararono i pacchi e le scatole, mentre Idelmo si intratteneva piacevolmente con Giovanna, la più bella tra le commesse che avesse mai visto in un arco spazio-temporale di oltre 45 anni di frequentazione delle più rinomate enoteche del globo. Quando i pacchi e pacchetti furono bell’e pronti Idelmo non c’era più. Nessuno lo trovava e nessuno sapeva che fine avesse fatto. Lo cercarono per telefono, via mail, sui social, ma nulla.
Idelmo ricomparve tutto trafelato un mese dopo: chiese scusa per il malinteso, chiacchierò amabilmente con la padrona Augusta, che stava assaporando una Antartic Nail Ale la cui componente acquosa proviene dal ghiaccio dell’Antartico ed ordinò assieme a ciò che aveva già prenotato la volta precedente anche due ostriche giganti della Coffin Bay. Preparato il tutto Marta e Olmo posarono i pacchi presso l’uscita dell’enoteca. Ma, nuovamente, di Idelmo nessuna traccia.
Lo stesso accadimento, per un ordine che andava sempre più ad ingigantirsi, capitò per altre 15 volte.
Una notte, Augusta Casati vedova Cavatelli, dopo essersi scolata un barilotto di whisky Macallan Rare Cask del 2020, fece diversi sogni contorti e confusi. In uno di questi riconobbe un Idelmo Madruzzo di Tor Vajana trasfigurato nelle sembianze del grandissimo cuoco francese Antoine Beauvilliers, che era solito ricevere gli ospiti con la spada al fianco in uniforme di Ufficier de bouche de riserve.
La mattina seguente la contessa spirò non senza aver più volte pronunciato il nome di Idelmo, il quale, con volto scuro e rattristato si presentò tre giorni dopo, cappello in mano, alle esequie.
I figli Mario e Aleandro, Marta, Olmo e un drappello di commesse si avvicinarono a Idelmo e, dopo avergli raccontato delle ultime parole profferte da Augusta Casati vedova Cavatelli, gli chiesero come voleva procedere riguardo i cospicui e danarosi ordini che aveva comandato in quasi sei mesi. Idelmo, con gli occhi bassi e addolorati, le mani giunte che stringevano il cappello a bombetta, domandò esitante: “Posso pagare in rubli?”

Evoluzioni della sovranità

La società per ceti.

Il passaggio tumultuoso e non lineare che porta dalla società per ceti alla costituzione dello Stato moderno, XII — XVI secolo, richiede di puntualizzare le peculiarità della prima e le forme sociali, culturali e giuridiche all’interno delle quali si produssero diverse rotture e cambiamenti epocali. La società per ceti si evolve rispetto alla precedente società feudale per almeno tre elementi caratterizzanti:

1. Superamento della base personale (giuridica) del potere: formazione del “ceto” (stato, status in latino, estat in francese, estate in inglese, stand in tedesco) nel senso di condizione politico-sociale-economica, come insieme di persone che godono dei medesimi diritti e doveri politici. Nella signoria come nella corporazione il rapporto con il “Signore” non è più di tipo personale, ma collettivo.

2. Duplice trasformazione in campo agricolo e commerciale. Per il primo vi è un passaggio dal feudo alla “Signoria”, mentre per il secondo c’è la costituzione in ambito commerciale e produttivo di corporazioni di mestieri. Entrambi, ovvero sia il settore agricolo che quello commerciale si caratterizzano per gestire da sé i propri interessi. Il passaggio avviene dunque tra la “signoria terriera” e la “sovranità territoriale”: è la borghesia nascente che offre al nuovo principe gli strumenti di governo e di centralizzazione, garanzia di sviluppo e solidità dei traffici, condizioni che la signoria terriera non vuole più dare se non a costo di perdere parte della propria sovranità o, meglio, dei propri privilegium.

3. Passaggio del rapporto politico da un’impronta militare ad una più sociale.

Ciò che caratterizza la Società per ceti e che la distingue in maniera fondamentale dallo Stato moderno è la totale mancanza di distinzione tra Stato, inteso come ordinamento giuridico e la società intesa come corpo distinto e separato dal primo. La mancata distinzione dei due ambiti significa, in prevalenza, che nella Società per ceti comportamenti “privati” rimandano immediatamente a diritti e doveri “pubblici”. L’esempio più importante è quello del signore di casa o del capo-famiglia, il quale non solo ha un ruolo formale e sostanziale all’interno della propria famiglia, ma possiede anche un potere di tipo giurisdizionale, amministrativo e di rappresentanza nei confronti dei membri della famiglia. La società per ceti si configura quindi come società policentrica caratterizzata da poteri in ambito autonomo, dove le diverse fonti corrispondono alle diverse funzioni sociali o status, mentre sedi diverse corrispondono a diversi ambiti organizzativi (casa, assemblee ecc.). Ogni sede ed ogni fonte è detentrice di potere legittimo e non esiste un ordinamento sovrano che mantenga il monopolio legittimo della forza su poteri diversi, cosa che connoterà, a suo modo, lo Stato moderno.

La Società per ceti, policentrica per antonomasia, svilupperà in seguito una serie di contraddizioni interne tali da non essere più in grado di rappresentare le dinamiche sociali e produttive presenti al proprio interno: una fra tutte è tratteggiata dall’altissimo livello di conflittualità tra le diverse Signorie che diviene un impedimento all’ espansione e allo sviluppo dei commerci e delle produzioni. La faida, ovvero la guerra privata esercitata da chi subisce un torto e da coloro che appartengono al suo gruppo sociale o alla sua famiglia, che si protrae fino al conseguimento della vendetta, anche sanguinosa, o all’ottenimento di un’adeguata riparazione pecuniaria (secondo il diritto germanico barbarico) è un normale strumento di dialettica politica.

Anche la Chiesa cattolica contribuisce, suo malgrado, a costruire gli elementi di separazione tra politica e religione che porteranno, grazie alle guerre di religione e alla Riforma, a sancire la rottura definitiva tra il potere del primo e quello del secondo. Le lotte per le investiture, tra il X e XI secolo e la concezione universalistica della republica christiana pongono le basi per la separazione dell’unità politico religiosa che regge l’Occidente Medievale.

L’investitura è la cerimonia con cui, nel sistema feudale, si trasmette ad altri un diritto. Viene utilizzata soprattutto per dare in beneficio un bene, in cambio del giuramento di fedeltà vassallatica, e per assegnare un incarico funzionale. Questo tipo di cerimonia, diversamente articolata, ha un grande rilievo ideologico, con un complesso simbolismo tendente a far conoscere con forza alla comunità la trasmissione di diritti in oggetto. Lo stretto sodalizio politico tra regni e gerarchie episcopali permette il consolidamento nel corso dei secoli di un’investitura da parte del re a favore dei vescovi al momento della loro elezione. La volontà di riforma e di autonomia della chiesa nell’XI secolo dà vita al tentativo di abolire l’investitura laica di vescovi e abati, e di escludere l’intervento imperiale nell’elezione papale: conseguenza di questo è la cosiddetta “lotta delle investiture”, che coinvolge impero e papato per quarant’anni, a cavallo tra l’XI e il XII secolo. Il contrasto si accende soprattutto sotto il pontificato di Gregorio VII, che costringe Enrico IV all’umiliazione di Canossa (1077), e prosegue sotto i pontefici e gli imperatori successivi, con vicende alterne, fino al compromesso sancito dal concordato di Worms nel 1122 tra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II che conclude almeno temporaneamente la lotta per le investiture. Sul modello di compromesso elaborato negli ultimi anni dell’XI secolo e già applicato, in forme diverse, in Francia e in Inghilterra, Enrico V rinuncia all’investitura con l’anello e il pastorale, ma ottiene il diritto di presenziare all’elezione dei vescovi tedeschi da parte del clero locale e, una volta eletti, di investirli dei regali, cioè dei beni e delle funzioni pubbliche legati alla carica episcopale.

L’investitura sarebbe avvenuta con lo scettro, simbolo dell’autorità pubblica, in Germania prima della consacrazione episcopale, e in Italia entro sei mesi dopo la consacrazione. Nella funzione episcopale si distingue cioè l’ufficio spirituale, che solo la chiesa aveva diritto di conferire con l’anello e il pastorale, dai suoi attributi temporali simboleggiati dallo scettro, l’investitura dei quali spettava al re. Con questo concordato Roma si svincola completamente dalla tutela imperiale, ma non rinuncia agli strumenti di centralizzazione forgiati nei decenni precedenti.

Quando la Chiesa Cattolica e il suo universalismo crollano sia dal punto di vista dogmatico che, parzialmente, dal punto di vista temporale, sarà solo l’Imperatore a garantire l’unità territoriale statale grazie all’uso legittimo della forza.

La sovranità.

Un altro elemento di forte caratterizzazione che segna in maniera energica il passaggio dalla società feudale alla società per ceti (embrionale rispetto alla conformazione della Stato) ed infine allo Stato moderno è la variazione della concezione del diritto e precedentemente ad esso la nozione, in senso storico e materiale, di sovranità. Solitamente il concetto di sovranità è legato alla formazione della Stato moderno in quattro elementi definenti:

1. l’autonomia del politico;

2. l’egemonia del politico sulle altre sfere della vita associata;

3. il dominio del destino di un popolo;

4. la legittimità democratica (sovranità popolare).

Si tratta di un uso limitato, metapolitico di tipizzazione politologia e sociologica che non rende pienamente conto dell’evoluzione di un concetto all’interno dei processi storici che lo hanno prodotto.

Nel Medioevo il sovrano, Pontefice o Imperatore, non è l’artefice del diritto, ma semplicemente l’estensore verbale dello stesso (magari integrandolo o modificandolo): nella tradizione Canonica medievale l’ordine naturale e quello divino sono coincidenti ed essi creano quell’ordo iuris immutabile ed immodificabile nel tempo da essi prodotto. Per il Medioevo si può parlare quindi di Stato di giustizia (divina naturalmente) più che di Stato di diritto, laddove per diritto si rimanda ad una concezione contrattata e positiva degli accordi di convivenza umana.

L’assolutismo medievale centra nella duplice formula “nullus est maior imperatore” (nessuno è superiore all’imperatore) e “imperator solutus legibus” (l’imperatore è svincolato dalle leggi da lui create) i fondamenti della sua sovranità, che rimanda sia ad una concezione negativa del potere, sia ad un’obbedienza ‘superiore’, quella dovuta all’ordine naturale. Perché se è vero che nessun principe può obbligare se stesso (nullus cogitur a se ipso, Tommaso D’Aquinio, 1225 — 1274, Summa Theologiae), allo stesso tempo nessun principe può fare una legge che contenga cose disoneste o ingiuste, perché questo sarebbe in contraddizione con la legge divina di cui egli è incarnazione e rappresentante, ma non estensore (Bartolo da Sassoferrato, 1314 — 1357, Digesto).

La sovranità con il tardo medioevo inizia ad essere estensiva dal congiungimento di due elementi da cui etimologicamente discende e che diventeranno costitutivi dello Stato moderno, ovvero il superior, supremus (che non ha altri al di sopra di sé, se non appunto la legge divina) e il più antico senior, da cui il francese suzerain e souverain di diritto pubblico.

La novità introdotta da Bartolo da Sassoferrato riguarda invece i primi elementi volontaristici e quindi positivi della costituzione della formazione del comando: il precetto e la proibizione. La legge imperiale parla incondizionatamente, “loquitur sempliciter”.

Se il superior è legibus solutus, si pone dunque il problema della tirannide: essa è, per il pensiero politico medievale, forma di potere totalmente antigiuridica, ovvero rappresenta colui che usa il potere contro il diritto: la tirannide può essere prodotta o per mancanza di titolo acquisito (ex defectu tituli) o per abuso di un titolo legittimamente acquisito (ex parte exercitii).

Il ripensamento delle categorie di diritto pubblico e le prime cesure nell’elaborazione giuridica che aprono la strada ad una concezione moderna di sovranità vengono elaborate da Macchiavelli (1469 -1527). La diade machiavelliana ‘Gustitia et armi’ si lega alla ricerca costante del vivere politico: ancora lontano dall’umanesimo giuridico e dalla sistematizzazione dei corpi dottrinari, Macchiavelli pone la questione degli ordini, insomma dei diritti positivi, e del comando, portando il tema del valore normativo dell’esempio storico da cui il comando deve trarre esempio e disciplina di governo. Questo significa che per Macchiavelli il compito dei governanti esorbita (da cui extravager in Francese, da extravagare in Latino) dalle leggi comuni ed ordinarie per estendersi alle morali in ragione delle esigenze di una porestas absoluta.

Lo Stato moderno.

“Ai fini della nostra trattazione io formulo soltanto questa definizione puramente concettuale: lo Stato moderno è una forma di dominio in forma di istituzione, la quale, nell’ambito di un determinato territorio, ha conseguito il monopolio della forza fisica legittima come mezzo per l’esercizio della sovranità, e a tale scopo ne ha concentrato i mezzi materiali nelle mani del suo capo, espropriando quei funzionari dei “ceti” che prima ne disponevano per un loro proprio diritto, e sostituendovisi con la prorpia suprema autorità” (Max Weber, La politica come professione, 1919)

Trai secoli XVI e XVIII la violenza (justum bellum) diventa legittima solo tra soggetti dotati di piena sovranità, ovvero tra gli Stati. Il monopolio della violenza da parte dello Stato si dimostra non solo nella regolamentazione delle querelles internazionali, ma anche e soprattutto in tempo di pace e nei confronti della popolazione interna, dei propri sudditi. L’esercito permanente, dotato di una propria struttura e finanziato attraverso la fiscalità generale nasce quindi con una duplice funzione:

1. Di equilibrio di potere tra diversi soggetti sovrani

2. Di controllo e di repressione interna.

Lo Stato quindi esercita un potere coercitivo nei confronti della popolazione, che vedrà nascere, a fianco dell’esercito permanete, altre istituzioni totali: i manicomi, le moderne prigioni, i ricoveri coatti per mendicanti e vagabondi etc.

La storiografia contemporanea, in un dibattito mai ultimato, punta l’accento, nella definizione delle caratterizzazioni dello Stato moderno su alcuni elementi fondativi: l’esercito permanente, lo abbiamo appena visto, ma anche la nascita di un imponente apparato burocratico e amministrativo centralizzato, la cui origine si accompagna alla costituzione di un sistema fiscale nazionale atto a reggere una condizione di guerra permanente sia interna che esterna. Il sistema fiscale, che nel Medioevo è estemporaneo, dove la raccolta di fondi è perlopiù legata ad esigenze temporanee, con lo Stato moderno diventa permanente. Anche la diplomazia nasce con lo Stato moderno: mentre nel Medioevo i rapporti tra regnanti e tra centri di potere è solitamente personale e la delega alla rappresentanza è temporanea (venalità degli uffici), con la modernità nasce una nuova casta di “ufficiali”, stipendiati, deputati al mantenimento di relazioni continuative tra gli stati e con essi sorgono delle strutture stabili, le ambasciate, adeguate a facilitare tali rapporti, presso le rispettive nazioni.

Lo Stato unitario e centralizzato nasce dalla considerazione generalizzata della necessità di un potere “tecnico” utile a garantire la tranquillità e l’ordine dei sudditi, un progetto “ragionevole” intorno al proprio destino terreno e contro ogni pretesa di fondazione dello stesso (il potere) su una fede: le guerre di religione che lacerano i secoli XVI e XVII (cuius regio, eius religio – la Pace di Augusta, 25 settembre 1555, che pone temporaneamente fine alle lotte tra luterani e cattolici in Germania, sancisce l’obbligo per ogni suddito di professare la confessione del proprio principe) fanno da contrappunto a tale ipotesi.

Se parliamo di centralizzazione e di legittimo uso della forza in un ambito territoriale parliamo anche di confini: di solito si associa allo Stato moderno la nascita dei confini territoriali così come oggi li conosciamo. All’origine della parola rex (re) e del verbo regere (governare, comandare, sostenere) non vi è soltanto il dato materiale del potere, ma anche quello simbolico del regere fines, ovvero del tracciare la linea, della via da seguire e, in ultimo di ciò che è retto.

Lo Stato moderno inizia a prendere in prestito e a configurarsi territorialmente sulla base dell’organizzazione della Chiesa universale, la quale contiene, attraverso una strutturazione in arcidiocesi, diocesi e parrocchie, già a partire da i secoli XI e XII, le spinte centrifughe rappresentate dalle chiese private o dalle esenzioni monastiche.

La formazione di un territorio dai confini delimitati passa attraverso un processo di appropriazione di uno spazio: il territorio diviene quindi la forma di territorializzazione di uno spazio, ovvero di impossessamento di quest’ultimo. La territorialità medievale è segnata tipicamente da una trama assai complessa di confini che ruotano intorno alle molteplici forme di privilegium (privilegio), che a sua volta rimanda alla pluralità degli ordinamenti giuridici. Per rutto il Medioevo, ma anche in buona parte dell’età Moderna la dottrina dei confini ha la duplice connotazione di sovranità territoriale e di iurisdictio medievale, dove i comportamenti consolidati, le abitudini, le occupazioni quotidiane hanno la stessa “fortuna” nel tracciare e modificare i limiti territoriali degli atti d’imperio del princeps. Per i giuristi medievali vi è un’ossessione continua alle dinamiche di assestamento territoriale che si sono sedimentate nel tempo ed è per questo che i confini pubblici (fines publici) sono imprescrittibili, al contrario di quelli privati: il trasferimento del dominium avviene solo quando tra le comunità confinanti non vi è più memoria del momento in cui lo spostamento dei confini è stato effettuato. Lungi dal negare l’esistenza di un sistema mobile ed alquanto complesso di confini territoriali nel periodo medievale, lo Stato moderno, poco alla volta, e come abbiamo visto non senza conservare antiche diatribe sul privilegium, consegna all’Imperatore la suprema potestas territoriale.

Per quanto riguarda la sfera economica gli elementi diversificanti e peculiari dell’epoca moderna interessano la separazione tra proprietà privata e potere politico (eliminazione di situazioni miste di sovranità e proprietà come i diritti feudali, le terre delle città e le comunità rurali), la nascita dei mercati nazionali, la nascita della grande ricchezza mobiliare (il capitalismo nascente).

La ricchezza mobiliare (moneta, commercio, credito), ma in parte anche quella immobiliare (possesso della terra) diviene in età moderna autonoma rispetto al potere politico e per la prima volta, sa inconcepibile per il Medioevo, si possono distinguere due sfere: il politico e l’economico.

La centralizzazione politico — amministrativa, che sancisce un rapporto diretto di obblighi-doveri e di fedeltà assoluta tra principe e sudditi e la formazione del nuovo mercante-imprenditore sono alla base della nascita dell’individuo moderno e del liberalismo politico ed economico.

Naturalmente le nuove scoperte scientifiche (medico, biologico, astronomico…), la razionalizzazione del lavoro agricolo, la creazione di grandi manifatture statali (quasi sempre legate al settore militare come l’Arsenale di Venezia per la flotta), lo sviluppo di grandi vie di comunicazione, la nascita di grandi banche d’affari, che contro i dictat della Chiesa svolgono prestito (usura) di denaro, lo sviluppo delle grandi compagnie di navigazione nonché l’inurbamento impetuoso con creazione di vere e proprie realtà metropolitane composte da alcune centinaia di migliaia di abitanti (Parigi, Londra, Amsterdam) accompagnano lo sviluppo e la costituzione dello Stato moderno. Lo Stato moderno, inoltre, non si occupa soltanto di prelevare denari per finanziare i propri apparati burocratico – amministrativi e gli eserciti, in tempo di pace e di guerra, ma anche il  “benessere” sociale: nascono infatti i primi orfanotrofi, gli ospedali, i ricoveri, le scuole pubbliche etc.

Ed infine contrassegnano l’età moderna le grandi espansioni imperiali, che si possono dividere in almeno quattro categorie:

1. La conquista di punti d’appoggio e di difesa (porti e nodi di comunicazione in genere, Portogallo innanzitutto);

2. La conquista di veri e propri imperi (legato allo sfruttamento di risorse naturali ed umane, (Spagna in Centro e Sud America);

3. La conquista di spazi commerciali gestiti dalle grandi compagnie (ad esempio le colonie olandesi);

4. Le colonie di insediamento e di popolamento (colonie inglesi nel Nord America).

In un’ottica ‘dialettica si potrebbe affermare che lo Stato moderno, centralizzato, burocratico sostiene e favorisce, accompagnandolo, lo sviluppo economico, sociale e culturale, mentre questo richiede ed “impone” una struttura organizzativa in grado di sostenerlo.

Stato assoluto e Stato di polizia: la sovranità in epoca moderna.

“Poiché tale è il nostro piacere”: così in epoca (solitamente fatta coincidere con il ‘600) di Stati assoluti terminano editti ed ordinanze. La ragione di tale postulato è che il sovrano esercita il potere senza controlli da parte di istanze superiori od inferiori. Questo non significa, come erroneamente è stato inteso, che il potere del regnante sia, in regime di assolutismo, totalmente arbitrario: “Potere assoluto non è altro che la deroga alle leggi civili, che non può certo estendersi fino ad attentare alle leggi di Dio” (Jean Bodin, Six livres de la République, 1576). L’Assolutismo si differenzia dalla tirannide per i limiti intrinseci nell’esercizio del potere delle leggi di natura e divine (retaggio della giuridica medievale), che hanno un valore puramente negativo, e si tratta di un potere costituzionale, sottoposto a limite e regole prestabilite, non illimitato, di matrice profana e secolare, non religiosa: il diritto, in quanto creato e non solo enunciato, è per sua stessa ragione mutabile ed adattabile. Dare legge, quindi, senza il consenso dei sudditi, ma non senza limiti: la sovranità, nella sua funzione esemplificativa, è il ricorrere ad un espediente ultimativo, o decidere dello stato di eccezione (Carl Schmitt, Il Nomos della terra, 1933). …

L’Assolutismo, lungi dall’eliminare i corpi intermedi (ceti, classi, corporazioni…) li considera comunità legittime sottostanti al potere sovrano. Bodin ricorda, ad esempio, come il sovrano di Francia, Enrico Il (1519 — 1559) dopo aver fatto imprigionare un italiano e avendolo ritenuto colpevole di pena di morte, essendo lui l’unico testimone dell’avvenimento, venga chiamato dai giudici ad esprimere, contro la sua volontà, le ragioni che giustificassero la condanna. La confusione tra teste e giudice è giudicata, in tempi di assolutismo, inammissibile.

È Thomas Hobbes (1588 — 1679) a portare a compimento la parabola dell’Assolutismo: l’artificialità dello Stato (“gli accordi umani derivano da patti, cioè sono artificiali”, T. Hobbes, De cive, 1642) sostituisce in maniera completa la sua naturalità. L’obbligazione politica da cui la sottomissione della volontà dei singoli al potere sovrano rimanda al recesso del diritto di resistenza del suddito al potere costituito: “Il maggiore potere che dagli uomini si possa trasferire in un uomo solo si chiama assoluto. Chiunque infatti ha sottoposto la sua volontà a quella dello Stato, in modo che questa possa agire impunemente, stabilire leggi, giudicare liti, comminare pene, usare a suo arbitrio delle forze e degli averi di ognuno, e tutto ciò legittimamente, le ha concesso il massimo di potere che si possa attribuire” (T. Hobbes, De cive, cit.)

L’Assolutismo apre, a favore della potestà autoritativa, la moderna dialettica tra sovrano ed individuo, dialettica dalla quale i modelli statali successivi, sia assolutistico—-illuminati che costituzionali, non potranno più uscire.

Lo Stato di polizia, nella sua accezione politica, è stato per lo più utilizzato da storici liberali dell’Ottocento, in particolare tedeschi, per connotare gli Stati assoluti, paternalistici e totalizzanti di matrice cinque — seicentesca, in opposizione allo Stato di diritto liberale. Mentre in Francia, già a partire dal 1500 il senso di police acquista il significato di intervento amministrativo atto a prevenire e reprimere tendenze centrifughe votate a riconquistare antichi privilegi perduti e a controllare e favorire la “sicurezza” dei sudditi, la polizia (policey) in Germania diviene il momento centrale della formazione dello Stato territoriale tedesco. Le attività di polizia sono tutta quella serie di interventi volti a regolare la vita associata e a costruire quell’accentramento politico altrimenti impossibile sotto il Sacro Romano Impero: dal controllo sui pesi e sulle misure, sulle bevande e sui generi alimentari, sui mercati e sulle attività commerciali, sulla sicurezza e sulla tranquillità nelle città e nelle campagne sino alla creazione di un esercito stabile, alla creazione di un sistema fiscale efficiente, alla formazione di un apparato amministrativo stabile, all’impulso dell’attività economica. L’attività di polizia riassume, nello stato Prussiano, il nuovo ordine dello Stato: ordine e polizia divengono quindi sinonimi. L’accezione a noi rimasta è quella tramandata ormai due secoli orsono.

Lo Stato: forma di sovranità in via di estinzione?

“Nulla è più ‘internazionale’ della formazione delle identità nazionali. È un paradosso enorme; dal momento che l’’irriducibile specificità di ogni identità nazionale è stata pretesto di scontri sanguinosi, eppure identico è il modello, messo a punto nel quadro di intensi scambi internazionali (…) Il ricorso alla lista identitaria è il mezzo più banale, perché immediatamente più comprensibile, di rappresentare una nazione, che si tratti di apertura dei giochi olimpici, delle accoglienze riservate a un capo di stato straniero, dell’ iconografia postale e monetaria o della pubblicità turistica. La nazione nasce da un postulato o da un’invenzione, ma essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione.” (Anne-Marie Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, 1999) Una ulteriore fase dello Stato moderno, viene rappresentata dal passaggio da una condizione di legittimità ad una di legalità: lo Stato di diritto. Esso si fonda sulla libertà politica e non solo più quella privata e sull’uguaglianza dei cittadini, non più sudditi, di fronte al potere. La borghesia è la classe dominante e la coincidenza tra lo Stato e l’ordinamento giuridico fondano la concezione liberale dei diritti inalienabili dell’individuo, tra cui la libertà economica o d’impresa. Da qui la concezione dello Stato come strumento di dominio della classe al potere e la conseguente idea che l’abolizione del dominio dell’una (la classe) configuri l’eliminazione dell’altro (lo Stato).

Evoluzione ulteriore dello Stato di diritto è quello che rimanda a molti europei la seconda metà del Novecento, ovvero lo Stato costituzionale, quello Stato, insomma, che riprende ad interessarsi del ‘benessere’ dei propri cittadini.

Abbiamo visto, anche se brevemente, come lo Stato moderno sia una delle forme mutevoli con cui ha preso corpo il concetto di sovranità e come le trasformazioni storiche abbiano indotto ed inducano ad una continua rivisitazione materiale delle forme di dominio e di potere che attraversano le relazioni umane. La stessa coincidenza contemporanea, ad esempio, tra produzione di diritti, inviolabili o meno, e soggetto produttore degli stessi (lo Stato) ci riporta ad una visione totalizzante del rapporto tra governanti e governati.

Ebbene se è di queste categorie storiche che stiamo parlando, della loro mutevolezza materiale ed ideale è ancora su di esse che occorre tornare a ragionare. Nell’Ottocento si produce un larghissimo movimento di massa, organizzato e di classe, che interesserà gran parte del secolo successivo, che si pone l’obiettivo dell’abbattimento dello Stato e delle forme di organizzazione di produzione del capitale, siano esse culturali, materiali o altro. Questo movimento rivoluzionario, diviso al suo interno, pone come questione centrale la costruzione di un’altra forma di organizzazione delle relazioni umane e sociali: per alcuni (socialisti e comunisti) la transizione passa ancora attraverso l’amministrazione statuale del processo rivoluzionario, per altri (anarchici per lo più) attraverso il congiungimento diretto tra risultato atteso (società comunistica) e forme organizzative conseguenti (immediata abolizione dello Stato). Ma per sostituirlo con che cosa?

Questa è la vera domanda fondativa: se noi ci poniamo il compito, volontaristico per lo più, o storicamente determinato poco importa, di costruire una società priva di un certo tipo di dominio, occorre anche ipotizzare o definire come questo dominio cambi e come questo dominio si debba andare strutturare. Per dirla meglio supporre come la sovranità debba prendere corpo in società non mercantile e a-statuale. Perché, ed è bene ricordarlo, le parole d’ordine ed i programmi adottati dal movimento rivoluzionario, prevedono la “ridistribuzione” della nozione di sovranità: che venga consegnata tutta al popolo, o tutta ai soviet (consigli operai e contadini), tutta al partito o tutta al sindacato, tutta alle comuni o altro, in qualche modo essa si trova e si ristruttura all’interno di un processo in cui il potere (occorrerebbe definire in che modo si attua concretamente), ben lungi dallo scomparire, si suddivide in mille rivoli. Non si può insomma pensare che l’abolizione di una determinata forma di comando preveda da sé, solo per il fatto di affermarlo, gli anticorpi di un nascituro “stato” (inteso anche come condizione) ben peggiore di quello che si è abbattuto: autoritario, arbitrario, ingiusto etc.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Paolo Prodi, Introduzione allo studio della storia moderna, Bologna, 1999

Diego Quaglioni, La sovranità, Roma — Bari, 2004

Pierangelo Schiera, Lo Staro moderno. Origini e degenerazioni, Bologna, 2004

Anne-Marie Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Bologna, 2001

J. Bodin, I sei libri dello Stato, Torino; 1988

L. Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno. Nascita e crisi dello Stato nazionale, Milano, 1995

Paolo Marchetti, De iure finium. Diritto e confini tra tardo medioevo ed età moderna, Milano, 2001

Cielo grigio su Bollino nero giù

Americani festeggiano la fine del proibizionismo, 1933 Di Unknown /w New York Times – https://www.nytimes.com/2014/12/05/us/well-drink-to-this-day-in-history.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99770401

L’alcol fa male, poche balle. Il fumo fa male, poche balle. I grassi saturi fanno male, poche balle. Tante cose fanno male, poche balle. Più balli e poche balle.

La scienza contro la cultura, o le culture, la storia, o le storie, gli usi e i costumi? Forse sì o forse no.

La politica contro la cultura, o le culture, la storia, o le storie, gli usi e i costumi? Forse sì o forse no.

Ma, poi, chi glielo ha fatto fare ai francesi, ai tedeschi, agli spagnoli che producono vino in quantità e pure buono, di adottare il sistema dei bollini?

Gli stati democratici, liberali, capitalistici, pigri di testa e ben vestiti, da buoni genitori preoccupati ma di ampie vedute, non vietano, ma avvertono, suggeriscono, mettono le pulci nelle orecchie (tantissime pulci), stimolano, incoraggiano e consigliano.

Ma non vietano. Forse perché sono liberali, ma credo di più perché sono capitalisti e il profitto è profitto, quindi profittevole. Poi il denaro non puzza e se anche dovesse puzzare si lava.

A tutto ciò si aggiunge un’altra questione: il problema della dipendenza. È cosa nota nelle migliori famiglie psichiatriche e psicoanalitiche di tutto il mondo terraqueo che chiunque soffra di una qualsiasi forma di dipendenza compulsiva, ossessiva e autodistruttiva abitualmente non legge le etichette e, soprattutto, disdegna dei consigli, di qualsiasi consiglio.

Ma loro parlano a tutti noi, ai grandi e ai piccini, ai consumatori moderati, abbastanza moderati o moderatamente moderati, senza distinzione di sorta come è giusto che sia. Non potrebbero mai scrivere “fa moderatamente male”. O apporre un bollino multicolore. Potrebbero scrivere al contrario: non abusarne!, inserendo le tacche dell’abuso (faccina). Un po’ come come hanno fatto con il gioco d’azzardo: “gioca con moderazione!” Però gioca!

Ha senso, quindi, contrapporre storia, cultura, usi e costumi ad una evidenza scientifica? Credo di no, anche perché storia, cultura, usi e costumi sono cambiati e cambiati di molto.

Ha senso, quindi, contrapporre la moderazione come approccio salvifico ad una evidenza scientifica? Credo di no, anche perché è molto arduo definire ciò che è moderazione, ma anche l’eccesso.

Quindi? Vorrei essere chiaro, radicalmente chiaro: l’essere umano oltre che fallace è anche fortemente autolesionista (potremmo avere opinioni differenti sul come e sul che cosa, ma non sul concetto generale). È suo diritto anche quello di farsi del male. Non quello di farlo. In quella sottile linea di demarcazione può stare quello che comunemente va sotto il nome de “la riduzione del danno”, che consiste nell’aiutare chi vuole essere aiutato e nel tutelare chi non vuole essere danneggiato.

In tutto ciò deve e può stare l’intervento della cosa pubblica. Non oltre: il “te lo avevo detto!” non si può né sentire né scrivere.

Per maggiori informazioni sul bollino: https://www.corriere.it/cook/news/22_febbraio_14/nutriscore-cancer-plan-bollino-nero-il-vino-tutto-quello-che-c-sapere-382f337a-8ca7-11ec-ab58-6edac401c3bd.shtml

Dalle ultime nuove pare che sia passata la linea “moderata” dell’Italia per cui l’alert sanitario sulle bottiglie riguarderà l’abuso e non il semplice consumo. Il quotidiano “La repubblica” riferisce anche della gioia di Federvini: “Ha avuto la meglio il concetto di dieta mediterranea che celebra la moderazione”.

https://www.repubblica.it/il-gusto/2022/02/16/news/cancer_plan_vino_cancro_e_voto_in_parlamento_europeo_la_polemica-337891631/

Le mie considerazioni precedenti rimangono inalterate, se non per aggiungerne un’altra: a proposito della dieta mediterranea già Piero Camporesi, nel suo illuminante saggio “Le vie del latte. Dalla Padania alla steppa” (Garzanti 1993), scrisse che “nessuna delle genti che vivono ai bordi di questo glorioso mare l’ha mai conosciuta e tanto meno praticata. Se è vero che esistono molteplici sistemi alimentari e diversissime cucine mediterranee […], le differenze tra costa e costa; fra paese e paese rimangono fortissime; […] le disparità rimangono enormi”.

Sulla celebrazione della moderazione poi…

ci provò Teognide, (Elegie, vv. 475 – 478): “Ma io, che so godere con misura del vino dolce come il miele, voglio tornare a casa e cedere al sonno che fa scordare gli affanni. Ci arriverò nello stato in cui il vino è più grato a bersi, fra gli uomini: non sobrio ma neanche troppo ubriaco”. Ci provò, insomma.

La derubricazione di una notizia. A proposito della “crisi Ucraina”

Equipo de ametralladora finlandesa durante la guerra de Invierno en 1939–1940, durante la Segunda Guerra Mundial.De Desconocido – https://finna.fi/Record/sa-kuva.sa-kuva-106977, Dominio público, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=549346

Gli anglosassoni la chiamano newsworthiness, esprimibile con“degno di attenzione” o “degno di nota” o “che merita di essere pubblicato” o “che merita di essere diffuso”. E noi italiani lo abbiamo tradotto con notiziabilità, dove con il suffisso “-bilità” s’intende una potenzialità espressa o in atto (pensiamo al coevo occupabilità che si spreca in abbondanza nelle politiche attive del lavoro): in questo caso si fa riferimento alla capacità di un accadimento di trasformarsi in notizia.

I criteri per i quali un avvenimento può o meno trasformarsi in notizia dipende vari fattori a valenza singola e complessiva, indipendenti o correlati gli uni agli altri: l’impianto ideologico, i target di riferimento (lettori, inserzionisti, proprietà), i competitor, la vicinanza o la lontananza fisica dal lettore (le notizie internazionali sono assai rare in un paese affetto da provincialismo endemico), la subordinazione gerarchica a livelli differenziati di potere politico, economico…., la selezione a monte delle informazioni, la loro permeabilità sociale, la ricettività e via di questo passo.

Negli ultimi due anni il tema del Covid-19, ad esempio, ha soppiantato qualsiasi altro tipo di notizia non solo perché avesse una rilevanza indubbia superiore a molte altre, ma perché doveva averla.

La sensazione personale e collettiva è che di fronte ad una notizia di scarso impatto mediatico è il fatto stesso a perdere di rilevanza semantica e cognitiva e, quindi, a ad assumere un peso molto diverso fino a scomparire.

Oggi, 11 febbraio 2022, mi sono fatto un giro sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani a proposito della “crisi Ucraina”. Bene, a parte due articoli laterali, anche in senso contenutistico, de “la Repubblica” e de “Il Messaggero”, la guerra alle porte di casa nostra non ha il rilevo che meriterebbe (tra l’evacuazione dell’ambasciata russa a Kiev e l’invito del presidente americano Biden ai suoi concittadini di lasciare immediatamente l’Ucraina). Sono certo che, nei prossimi giorni, avrà la considerazione che avrebbe già dovuto avere. In ogni caso ci obbliga a riflettere, e molto, sui processi comunicativi ai quali, volenti o nolenti, siamo assoggettati.

Il Sole24ore

Inflazione Usa mai così da 40 anni

Superbonus

Pnrr effetti sul lavoro

Corriere della sera

Virus, così l’Italia riapre

La Repubblica

I fondi del recovery dividono Nord e Sud

A lato con foto: Tra i caccia italiani ai confini delle crisi ucraina

Il Messaggero

Gas, più aiuti alle famiglie

(Foto) Io cecchina per l’Ucraina rinvia articolo a pag. 10

Il Secolo XIX

Basta mascherine all’aperto Vaccini no alla quarta dose

La Stampa

Fauci: così stiamo battendo il virus

Foto: Angelina Jolie “Le mie lacrime per le donne”

Il Giornale

Foibe Il genoicidio di serie B

Il Green pass ha i giorni contati

Foto di Montagnier: Da genio a guru dei complottismi. Montagnier, la morte è un mistero

Il Mattino

Corsa dei prezzi, c’è chi specula”

Il Fatto quotidiano

Foto: Porta girevole Garofoli sal va se stesso e Lamorgese. Riforma dimezzata per il cocco di Draghi

Il Manifesto

Foto ministero istruzione: Zero in memoria

Libero

Nuove accuse a Report. La pista dei fondi neri