Auto-intervista sul vino

Glass of Red Wine with a bottle of Red Wine shot on a white background.
Di Evan Swigart from Chicago, USA – Red Wine, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11794575

– “Buongiorno, si accomodi”

– “Buongiorno a lei. Sono già seduto da un pezzo su di lei. No, dentro di lei!. Ci siamo capiti, insomma”.

– “Ma certo, noi due ci comprendiamo sempre, o almeno tentiamo di farlo. Alle volte però siamo un po’ scissi. Ahahahah!”

– “Era una battuta?”

– “Non mi permetterei mai!”

– “E fa bene perché, altrimenti, mi tiro uno schiaffo in faccia e le faccio male”

– “Lasci perdere con l’autolesionismo e iniziamo la nostra intervista. Una domanda a bruciapelo: quando ha iniziato a capire che il vino non è solo alcol?”

– “Una sera, in campagna, c’erano due bottiglie sul tavolo. La prima conteneva un liquido fatto con le uve che aveva prodotto mio zio. L’altra del vino. La prima si allontanava grandemente anche dalla semplice dicitura ‘ il vino del contadino è meglio…’. Rifiutammo garbatamente e ci dedicammo alla seconda, dicendo che era un regalo di una tale prevosto di un paese dell’Alta Langa”.

– “Capisco e ricordo. Di lì la passione?”

– “Ma quando mai! Ci sono voluti altri dieci anni almeno e un sacco di incomprensioni”

– “Più che di incomprensioni, direi di vera e propria ignoranza!”

– “E’ vero, fatico ad ammetterlo, ma fu così. D’altra parte, se devo raccontargliela proprio tutta, quell’antica ignoranza mi accompagna ancora adesso”

– “Anche se si sforza di apprendere, studiare, confrontarsi…”

– “Anche, anche se poi mi viene sonno”

– “E la svolta?”

– “Nel 2005 quando mi imbucai alla festa dell’Arciduca Prospero Vitellone a Sommariva del Bosco. Lì bevvi delle cose memorabili!”

– “Quali, di grazia?”

– “Non ricordo più nulla”

– “Ma se ha appena detto che erano memorabili!”

– “Non mi rompa con la sua pignoleria, perdinci!”

– “D’accordo, però vorrei farle una domanda indiscreta, se posso: lei così schierato politicamente, così voluttuosamente anarchicheggiante e sinistrignaccolo che si reca a casa dell’Arciduca Propspero Vitellone, noto per il suo passato reazionario, misogino fino all’inverosimile, sfruttatore di manodopera italica e straniera, tifoso dell’Inter…”

– “Mi faccia dire, caro lei. Era necessario ed è necessario. Benché ci siano notevoli miglioramenti da raccomandare (chi è senza peccato scagli la prima bottiglia di Barolo Riserva “Monfortino” 2013 di Giacomo Conterno), è cosa buona e giusta intrattenere rapporti con quella meravigliosa casata nobiliare perché è da lì che passa la rinascenza della cultura vinicola italica!”

– “Ma mi faccia il piacere lei! Ma cosa sta dicendo? Di quale rinascenza parla?”

– “Se mi interrompe ancora con le sue insinuazioni, mi alzo e me ne vado!”

– “Ma sì, se ne vada!”

– “E dove vado? A farmi un goccetto?”

– “Bella idea, vengo con lei! Tanto siamo inseparabili, almeno fisicamente!”

– “La porto volentieri, ma eviti di scindermi ancora!”

– “Ci provo, ci provo, ma non è semplice”

Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

Sia per un vino che per un idiota (ma vale un po’ per tutto) occorre declinare le proprietà

Рисунки и рукописный текст Ф.М. Достоевского. “Идиот”
Di Fëdor Dostoevskij – http://az.lib.ru/d/dostoewskij_f_m/text_0810.shtml, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65476356

Potrebbe sembrare una questione squisitamente filosofica, con insensate deviazioni semantiche e biforcazioni matematiche, ma l’attribuzione di una qualità (positiva o negativa) a qualcosa riguarda sia il godimento della qualità in oggetto, che del come essa sia posseduta. Non basta dire, in altre parole, che uno è un idiota allorché palesi la sua evidente idiozia, ma occorre aggiungere in che modo il tizio in questione riveli la sua idiozia. E, poi, per essere fino in fondo corretti, occorrerebbe specificare anche se gode di quella proprietà, ovvero dell’idiozia, in modo necessario. “Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo.” Nel capitolo IX de “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) possa essere vero o falso. Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per ‘possibile’ si intende ‘potenziale’. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[1]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.
Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, ad esempio “il vino è un alimento”, oppure “il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà, dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è un vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è un vino necessariamente naturale”; oppure ancora: “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa gode o non gode di una certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.
Lo stesso vale per il vino. Se pensiamo che nella definizione dell’ O.I.V. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. (…)” non sappiamo proprio nulla delle qualità relative ad un vino. Quello che succede nel dibattito attuale, in maniera nemmeno celata, è che il vino risulterebbe tale, ovvero vino, soltanto se frutto di alcuni processi che ne rivelino determinate qualità specifiche e non altre. Ma, essendo l’uva l’unico ingrediente disponibile e incontrovertibile, la cosa si complica un tantino e sposta la contesa su piani differenti: la vigna, il terreno, i prodotti in uso alla coltivazione, alla fermentazione, in cantina. I recipienti… E, poi, il lavoro, il trasporto, la commercializzazione, l’etichettatura….
Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.
Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[2]”.
Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[3] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[4]”.
Dunque, come diceva la mia professoressa di latino, occorre sempre declinare, ma mai rinunciare.


[1] Cfr. Massimo Mugnai, POSSIBILE / NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013
[2] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20
[3] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it
[4] Roland Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.

Quei vini di meraviglioso insuccesso

Screenshot del film “I vitelloni” (1953)
Di Errix – DVD del film, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4490030

Arnold Schwarzenegger, noto filosofo nonché culturista, attore e sindaco è uso riconoscere nel successo, così raccontano gli aforismari più in voga, alcune peculiarità tra loro concomitanti e coincidenti: “Lavorare duro, rimanere concentrati e sposare una Kennedy”.

Potremmo sostenere che valga lo stesso, in termini traslati, per la costruzione di un vino di successo: non parlo, però, di quei vini che hanno strutturato le loro fortune nel corso di decenni o, addirittura, di secoli. Ma solo di quelli che oggi, o da brevissimo tempo, vengono impostati, coltivati e sapientemente arredati per avere successo. Da subito: terreno giusto, vigna ancora di più, uve meravigliosamente internazionali o di fama mondiale, ma saldamente ancorate ad una rinomata tradizione peninsulare. Mezzi all’avanguardia, maestranze e tecnici di rara impronta fisica e culturale, enologi ancora di più. Un confezionamento che parli ai tempi che corrono o che correvano, ma senza smancerie verso un passato non comprensibile. A breve giro una stimata e multi sensoriale comunicazione pluri-livello, ad uso simpatica, strafottente e irriguardosa; oppure improntata ad una storia mitica, aristocratica, sapientemente condita da rilevamenti geo-territoriali e da citazioni di riguardo. Aplomb e modestia a parte: “ho gettato due semi in questo terreno poco più che infestato da erbacce aiutato da mio zio di 115 anni e guarda lì che vino è venuto fuori!” Il vino di successo deve essere, per forza di cose, attraente, ben disposto e pigro di testa: deve smussare gli angoli senza arrotondarli troppo, inciccionire la struttura, ma con soave lievità, allargarsi senza alcuno sciabordio, verticalizzarsi senza pungere. E deve irradiare sensibilità diverse in tumultuoso avvicendamento visivo, nasale e palatale: condurrà a quell’ovvio tanto atteso, ma soltanto dopo aver ammiccato ad alcuni scrigni nascosti che soltanto i più temerari sapranno scorgere negli anfratti evolutivi del tempo.

Il successo, dunque, appaga meravigliosamente gli appetiti della vita vissuta ed evita di accollare ai malcapitati una valutazione post-morte tanto vana quanto irragionevolmente fuori tempo. Con la rabbia, nemmeno malcelata, di far godere i frutti del proprio lavoro ad un qualsiasi pronipote invaso dai brufoli e dalla sciatteria adolescenziale.

Ma perseguire stabilmente l’insuccesso è cosa assai più ardua e non meno gratificante: in linea di massima, sarà bene non parlare d’armonia e, ancora meno, di tannini avvolgenti. La morbidezza dovrà essere stipata negli angoli più bui della sensorialità a buon mercato. Le durezze rimanderanno alla vita agra dei prestiti, delle ipoteche, del duro lavoro nelle vigne, del tempo inclemente e dei governi che, ahimè, si succedono senza soluzione di continuità. Ma così come il successo può contenere germi di un prossimo e precipitoso fallimento, allo stesso modo un proficuo e intenso insuccesso può covare imprevedibili spiragli di gloria. Dopotutto, come ricordava Giorgio Manganelli, neppure Shakespeare sapeva di essere Shakespeare.

La narrazione del “giovane Draghi”

I ragazzi della via Pál
Di Sconosciuto – hu:Fájl:Molnar – Pál street boys 1907.jpg Takkk scan of the original book – A könyv eredetijéből szkennelte Takkk, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16140938

In questi giorni, i quotidiani, i siti, le riviste e via cantando, che sostengono la candidatura di Draghi alla guida del Governo, utilizzano a piene mani una narrazione parallela: il “giovane Draghi”. Veniamo a scoprire, in vario modo e per varie testimonianze, che gran parte di quelli che studiarono insieme al Liceo “Massimo” di Roma, zona Eur, ebbero poi una importante riuscita professionale: chi professore universitario di materie umanistiche, chi avvocato, chi architetto o fisico di fama internazionale. Questo a sottolineare, semmai ve ne fosse bisogno, della serietà del gruppo di provenienza: una classe dirigente in fieri, come capitava a molti degli istituti liceali del dopoguerra in una scuola il cui accesso era fortemente segnato da una rigida appartenenza sociale. Potremmo scoprire, facendo un giro qua e là per lo Stivale, che furono numerose quelle classi, negli stessi anni, a fornire ceto reggente alla nazione. Ma, in questo caso, quello che conta della narrazione è la certificazione dell’origine controllata e garantita del gruppo di provenienza: grande etica, composta serietà, riservatezza caratteriale d’obbligo a cui si accostano doti giovanili di “leggero casino”, stando alla definizione data dal compagno di classe e ordinario di Fisica Spaziale in pensione, il professor Ezio Bussoletti, ad esempio quando venivano utilizzati i cannoli riempiti di panna come cannoni o quando  il professore di filosofia veniva assaltato “con le ‘famigerate’ pistole a riso[1]”. I compiti, poi, se li passavano tutti e Draghi non era sicuramente un’eccezione, si fa intendere. Lo stesso Giancarlo Magalli, all’Adnkronos, riferisce così dell’ex compagno di classe Mario Draghi: “Draghi era intelligente, simpatico e una persona molto corretta: non era uno di quelli che faceva la spia al professore – dice Magalli scoppiando in una risata – Insomma, era una persona estremamente piacevole. Da ragazzino era come adesso, con la sua riga, pettinato come adesso e sempre con quel sorriso che era il suo biglietto da visita[2]”. In questo caso l’ordine del discorso si premura di sottolineare, a fianco degli elementi dirimenti e risolventi attribuibili a Draghi, ovvero etica, serietà e competenza, altri capaci di corroborare aspetti di apparente minor conto, ma che sono portatori di una notevole valenza politico-relazionale: la fedeltà al gruppo di appartenenza.

Potrebbe apparire, come in molti casi avviene, che queste curiosità siano derubricabili al pianeta gossip, alle indiscrezioni indomabili e a consorterie similari. Ritengo, al contrario, che ogni discorso che abbia sede in un centro di potere comunicativo (e dunque politico), anche quello apparentemente più banale, serva a profetizzare il futuro, non solo perché annuncia quel che sta per accadere, ma perché contribuisce alla sua realizzazione: esso spinge, in altre parole, all’adesione collettiva ad un progetto. Ecco allora, che la narrazione del “giovane Draghi” serve, inevitabilmente, alla narrazione del “Draghi presidente della Bce” e, ora, a “Draghi nuovo presidente del Consiglio”.

In questo, come in altri casi, ciò che occorre sono narrazioni altre in cui le verità si costituiscano a partire da contenuti verificabili e attendibili sullo sfondo di progetti politici radicalmente alternativi.


[1] Cfr. Pierluigi Bussi, “Draghi alunno brillante, ma non rinunciava alle battaglie con i cannoli e agli assalti ai prof con le pistole a riso”, in https://www.repubblica.it/politica/2021/02/03/news/mario_draghi_liceo_massimo_compagno_classe-285863745/

[2] Cfr. HuffPost, “Magalli, compagno di Liceo di Draghi: “A scuola era corretto: non faceva mai la spia al prof”, in https://www.huffingtonpost.it/entry/magalli-compagno-di-liceo-di-draghi-a-scuola-era-corretto-non-faceva-mai-la-spia-al-prof_it_601a9bd3c5b6c2d891a4d622

I limiti del diritto di critica di un influencer del vino

Cesare Polacco in un Carosello Tricofilina del 1959Di ignoto – 30 anni di Tv in Italia, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4838042

L’altra sera, mentre stavo sgranocchiando un bastoncino di merluzzo fritto appena tiepido intinto nella maionese, ho ricevuto questa mail di cui non posso non rendervene conto:

“Carissimo Piotr da Genua, mi chiamo Ursula e vivo a Poggibonsi. Sto muovendo i miei primi passi nel mondo degli influencer del vino e dei distillati e non riesco ad esprimere compiutamente la mia stima nei tuoi confronti: almeno di una buona misura al di là dei tuoi ben 27 milioni di follower. Al momento io ne ho solo 100.000 e vorrei chiederti alcuni consigli e suggerimenti: sulle modalità di nascondere alcuni aspetti pubblicitari evidenti, su come confondere le acque ed essere presi sul serio. Insomma un po’ di ragionamenti a tutto campo a partire dalla tua meravigliosa e, soprattutto vincente, impresa. Con stima immutata, almeno fino a quando manterrai i tuoi follower.

Ursula di Poggibonsi”.

“Carissima Ursula,

ti rispondo con immenso piacere anche perché mi dai l’occasione ghiotta di svelare (ma non troppo ovviamente) alcuni segreti del mestiere. Comincio col dirti che hai un nome bellissimo, perfetto per una influencer ai primi passi, che mi ricorda molto quello di una cara amica tedesca che vive a Bruxelles (non ricordo più cosa faccia, ma so che ogni tanto la noto in TV tra una televendita e l’altra).

Sai, se devo raccontartela proprio tutta, diventai influencer perché sono molto bello: non ho avuto alcuna difficoltà ad impormi nel mondo dell’immagine contemporanea. Ho rifiutato soltanto di esibirmi, come modello, per qualche ricco tardone annoiato. Avevo ed ho fame di numeri, che poi vuol dire soldi fumanti. Quindi partiamo da questo: se sei bella e non ti tirano le pietre hai già fatto mezza strada; altrimenti devi cercare nuove risorse (simpatia, intelligenza, fascino, un cugino ricco, dei responsabili…).

In secondo luogo ricordati che noi facciamo sempre, e ripeto sempre, quello che mia nonna torinese chiamava “réclame”. Pubblicità: diretta o indiretta che sia. Per soldi, ininterrottamente, per amore manco per niente. La nostra vita è un immenso palcoscenico pubblicitario dove i piani non solo non si confondono, ma assumono tutti insieme l’unico di peso e di rilievo, ovvero quello che ci sponsorizza in un determinato momento. Infine rammenta che ogni uomo ed ogni donna, come disse Giuda Iscariota, ha un prezzo. Decidi qual è il tuo. Io, ad esempio, agli inizi mi sono venduto per poco. Se non ricordo male per trenta denari.

Quando la pubblicità è pubblicità, devi fare solo propaganda come dicono quelli che ti pagano per farla. Il problema sopraggiunge quando quelli che pagano per la promozione chiedono che sembri un’opinione personale. Allora, ecco lì che devi giraci un po’ intorno: inventa storie, interviste, argomentazioni di ogni sorta. Di questi tempi sono molto apprezzati pareri di personaggi insigni, ad esempio i virologi. Ma vanno bene anche i ricercatori squattrinati, i blogger in cerca d’autore, teatranti e musicanti disoccupati, dei deputati centristi in cerca di governo e così via. Io, per non farmi mancare nulla, utilizzo molto alcuni aforismi del passato: i filosofi in primis. Poco lo Hegel, che non lo capisce quasi nessuno. Meglio qualche filosofo francese, che ricordi i nomi di certi profumi, come Gaston Bachelard, Jean Baudrillard, Gilles Deleuze: non importa che le citazioni siano corrette: nessuno le va a controllare (tanto meno i nostri clienti). Così il tutto si ammanta di cultura superiore. Ma stai attenta a non esagerare, che poi ti beccano. Anche la storia, a piccole dosi, serve: quella mitica, non documentata, fatta di frasi fatte attribuibili a chiunque (pure ai tuoi zii di Pontassieve).

La grande abilità che dobbiamo mettere in campo è la dissimulazione: già il mio devoto insegnante di religione sosteneva che le virtù sono spesso dei vizi mascherati. Per cui egli preferì darsi direttamente ai vizi senza mai passare da alcuna virtù. Pace alla sua anima. La nostra non potrà mai essere quella dissimulazione onesta su cui scrisse parole sorprendenti l’illustrissimo Torquato Accetto intorno al 1600: al contrario noi dobbiamo usare la sagacia per trarre in inganno con la verità medesima. Ti parranno concetti strani, incomprensibili, e tali furono anche per me fino a quando, dopo un bella mangiata di scialatielli con la nduja, ebbi l’illuminazione: verità, realtà, finzione, falsità, menzogna fanno parte dello stesso gioco soprattutto quando esse si depositano non tanto sulle cose in sé, ma sulle quelli che di quelle cose parlano. E quelli siamo noi! Dunque, non schierati mai e non prendere posizione a meno che non ti convenga. Oppure prendila quando sarai ben certa che si tratti di opinione ampiamente comune e condivisa. Enfatizza cose banali dando loro un rilievo politico che non potrebbero mai avere se proferite da persone sane di mente.

Per concludere questa veloce carrellata ti dirò del diritto di critica: tenuto conto che a noi non ce ne frega molto di qualsiasi diritto, esercitiamo la critica come sistema di meticoloso affossamento dei prodotti concorrenti. Ma con estrema attenzione: non potremmo mai scrivere che un vino fa schifo. E neppure dirlo con tono soave e compiaciuto quasi fossimo dei novelli critici letterari. Ecco allora il mio consiglio: fai fare il lavoro sporco ad altri! Utilizza qualche tuo bel follower collaudato e mandalo allo sbaraglio sui social, sulle valutazioni e sui punteggi online… ma sempre in punta di penna: che insinui il dubbio, il discredito e vedrai che se son rose, appassiranno! E lo stesso dicasi, in maniera specularmente opposta, per i prodotti che ti interessa favorire.

Sperando di esserti stato di qualche utilità, ti manderò il mio iban per una donazione volontaria”.

Con affetto,

Piotr da Genua.

Ricetta letteraria (n°1) per un Natale davvero pimpante

This image was created by Martin Hermann, Filmemoker GbR. – The permission to publish this image under this license was given by Ralf Vielhauer, Filmemoker GbR., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=356572

Questa stupefacente ricetta è tratta dal romanzo umoristico / fantascientifico di Massimo Mongai «Memorie di un cuoco d’astronave», vincitore del Premio Urania nel 1997.

L’autore scrive, nella postfazione alla prima edizione, di essersi ispirato all’esperienza di lavoro che fece su una barca: “prende le mosse dal personaggio Rudy “Basilico” Turturro, nominato aiuto cuoco su una astronave da crociera e promosso sul campo a Chef per indisposizione del precedente capo. Il libro si dipana in una serie di racconti sui tre anni di viaggio, mettendo in luce la passione di Mongai per la cucina e la sua ironia tagliente. Infatti il cibo è basilare nelle relazioni che si stabiliscono a bordo dell’astronave e alla fine sarà l’elemento fondamentale che permetterà di salvare la galassia dalla distruzione. Relazioni multietniche, sociali, filosofiche e politiche sono al centro, come d’altronde i principi di uguaglianza e di tolleranza fra tutte le razze del cosmo, in quanto l’Agorà (l’antica piazza delle città greche) cioè la comunità galattica del futuro è antiproibizionista, liberal, anticonformista dal punto di vista sessuale e antirazzista1”.

1Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia, L’ultimo viaggio per Massimo Mongai, cuoco di astronavi in http://www.labottegadelbarbieri.org/lultimo-viaggio-per-massimo-mongai-cuoco-di-astronavi/

Fonduta erotico-mediterranea “à la mode de Kumpawdaepheeawree”.

Ricetta tratta da “Il Turturro, Manuale di Cucina Spaziale, ottava Edizione” di Rudy “Basilico” Turturro.

Dosi

non indicabili

Preparate un soffritto di olio, aglio, peperoncino, cipolle e peperoni tagliati il più possibile fini; appena il tutto imbiondisce, aggiungete pomodori a pezzettoni e passata di pomodoro e fate ammalvire a fuoco lento, finché i vegetali non si sono quasi completamente sciolti. A parte, preparate un ciotola con non più di 20 grammi di “poon-tah-raelluh”, mi raccomando, non più di 20 grammi. Conditeli con un pesto di aglio e acciughe. A parte, preparerete dei pezzettoni di bruschetta (pane tostato con aglio e olio strofinati).

Verserete il sugo così ottenuto in una ciotola di coccio abbastanza capiente (potrete cucinare direttamente nella ciotola) che porterete a tavola su un fornello a spirito di quelli per la fonduta alla borgognona. Intingete il pane nel sugo bollente, mangiateci insieme una forchettata di “poon-tah-raelluh” e beveteci sopra ad ogni boccone un sorso di vino frizzante, secco e gelato.

Note e variazioni

Già mi immagino la vostra obiezione: come ci arrivo su Kumpawdaepheeawree a comprare la “poon-tah-raelluh”? A parte il fatto che si trova anche congelata nei migliori negozi di raffinatezze spaziali, vi concedo che, costando letteralmente a “peso di platino” è un po’ cara.

Vi do due alternative:

La prima andrebbe bene anche agli Umanisti: in pochissimo burro fuso, ma non bruciato, sciogliete una quarantina di grammi di hashish, possibilmente di quello nero afgano, ma anche quello commerciale andrà bene; amalgamatelo lentamente ed aggiungete pasta d’olive, pasta di funghi, un po’ di tartufo ed un pizzico di aglio spremuto. Con questo paté guarnite le fette di pane tostato.

Se nella vostra area, l’hashish è ancora illegale (ebbene sì, miei cari lettori, esistono ancora luoghi sulla Terra e nell’Agorà in cui questa follia accade) voi e la/il/i vostra/o/i partner praticate trenta giorni di astinenza da sesso ed alcool, contemporaneamente a trenta giorni di addestramento quotidiano di mezzofondo, per almeno tre ore al giorno, sempre di pomeriggio inoltrato o verso sera. Il trentunesimo giorno, fate preparare tutto da un cuoco o da un amico, sostituendo la “poon-tah-raelluh” con abbondanti cime di cicoria di tipo romano; allenatevi per un’ora soltanto e dedicatevi poi, subito dopo una doccia tiepida, alla cena; gli ingredienti sopra indicati e lo scatenarsi delle endorfine da “estasi dell’atleta” per le mancate due ore d’allenamento, dovrebbero dare un effetto molto simile a quello della poon-tah-raelluh. Provare per credere!

Il libro per intero lo trovate qui: https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/massimo-mongai/memorie-di-un-cuoco-dastronave/

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.  

Il bevitore resiliente

Di Deutsche Fotothek‎, CC BY-SA 3.0 de,
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Resilienza, una parola che si perde nel tempo.

Una delle parole che è entrata in voga un decennio fa è ‘resilienza’: ma mai come oggi quella parola è usata. Abusata. Abusatissima. Non se ne può più o, come dicono qui a Genova, non se ne può di più.

‘Resilienza’, racconta in un testo molto documentato Simona Cresti[1], nuova non è dal momento che la utilizzano già nell’antica Roma: viene dal verbo “resilire”, da “re-salire” nell’accezione di “saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi”, ma anche di, in senso traslato, “ritirarsi, restringersi e contrarsi”. Mentre il verbo latino ‘resilire’ non lascia tracce in italiano, le lascia invece sia nella lingua francese, resilier, che in quella inglese, to relise, con i significati summenzionati (in particolare quelli figurati). La parola ‘resilienza’ ricompare bella arzilla e in tutta la sua possanza all’inizio del XVIII secolo, nel Lexicon Philosophicum di Étienne Stephanus Chauvin (18 aprile 1640 – 6 aprile 1725) a voler indicare sia il rimbalzare di un oggetto che le caratteristiche interne legate all’elasticità dei corpi: assorbire l’energia di un urto contraendosi o riassumere la forma originaria una volta sottoposto a deformazione.

In Italia accenni alla parola “resilienza” che è “termine de’ filosofi che vuol dire regresso, o ritorno del corpo, che percuote l’altro” si ritrovano a metà 700 in G. P. Bergantini, Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario d’essa non registrate, Venezia 1745. E, poco tempo dopo a Napoli, intorno al 1769 dalle parole di Antonio Genovesi (Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile): “Quella forza deve essere non solo direttiva, ma coattiva altresì; perché la sola forza direttiva, per la nostra uguale ignoranza, per la ritrosia della nostra natura, e per la forza elastica e resiliente delle passioni, non basta per unirci e mantenerci concordi, almeno per lungo tempo”. Per dirla tutta ci vuole un napoletano perché le leggi della fisica vengano adattate alle passioni e alla psiche umana. Gli statunitensi, ugualmente, la usano nel senso di ‘spirito di adattamento’; “resilience compare nell’Independent di New York già nel 1893: “The resilience and the elasticity of spirit which I had even ten years ago” (Oxford English Dictionary, www.oed.com in Simona CLiberation Serifresti)

‘Resilienza’ e ‘resistenza’ per finire, checché ne abusino gli scambisti nominali, non si somigliano affatto: la prima ammortizza e assorbe l’urto per poi tornare allo stato precedente. La seconda si oppone all’urto e, o lo respinge, o ne viene distrutta.

Resilienza, una parola che si perde tra ingegneri e neurologi.

‘Resilienza’ è dunque un termine scientifico che si è trasferito, bello sornione, alla psiche umana: manco a farlo apposta stuoli di ingegneri, di architetti, di fisici, di neurologi, di psichiatri e di psicoanalisti se lo giocano ai dadi della comprensione (i politologi e i sociologi arrancano di brutto, mentre gli storici non ci provano nemmeno).

In cima alle ricerche c’è Ruth Feldman, ricercatrice presso l’Interdisciplinary Center di Herzliya, in Israele, e presso lo Yale Child Study Center, dell’Università di Yale. Per farla assi breve (non saprei farla lunga) “la resilienza è concettualizzata come “assenza di sintomi” o “mantenimento della salute mentale” a seguito di avversità o traumi. Sulla base di recenti confronti interdisciplinari, vista l’enfasi posta all’enorme peso economico e sociale delle patologie stress-correlate, mettendo nettamente da parte la prospettiva psicopatologica, si è convenuto che la resilienza possa essere definita solo ex post facto, cioè dopo che un trauma si sia verificato ed alcuni individui, rispetto ad altri, non abbiano sviluppato sintomi (…) Gli individui resilienti, in sintesi, non sono solo nati tali, ma lo sono diventati in funzione di come sono stati cresciuti dall’ambiente[2]”. E nientepopodimeno bisognerebbe parlare di “sistema dell’’ossitocina”, di “cervello affiliativo”, di “sincronia bio-comportamentale”, per cui la resilienza implica plasticità (adattamento a condizioni variabili), è integrativa e regolatoria (integrazione flessibile dei componenti del sistema), è “time-based” (filogenesi e ontogenesi), è sociale (sopravvivenza e adattamento) e implica il significato (capacità di attribuire un senso all’esperienza traumatica).

Il bevitore resiliente.

Viste le cose precedenti ne potrebbe conseguire che:

Il bevitore resiliente è un gran bevitore. I liquidi lo deformano temporaneamente, ma non lo spezzano. Il bevitore resiliente è plastico, anche nel vestiario.

Il bevitore resiliente si adatta a condizioni variabili sia sociali (feste di compleanno, apericena, uscite con colleghi, prime comunioni, matrimoni etc.) di cui integra sia le componenti sincroniche, sia quelle bio-comportmentali del cervello affiliativo di quelli come lui: li riconosce in brevissimo tempo e si accozza loro per tutto il durare della solennità gioiosa.

Nel caso in cui il bevitore resiliente si trovi a disagio nell’ambiente in cui è stato invitato o si è intrufolato grazie agli amici degli amici, cerca di auto-produrre una maggiore quantità di ossitocina accompagnando la bevuta con le sarde in saòr.

Il bevitore resiliente sopravvive e si adatta ad ogni situazione e cerca di attribuire un senso all’esperienza traumatica, vissuta da immemorabili mal di testa, anche se della stessa non ricorda più quasi nulla.

Il bevitore resiliente mantiene la salute mentale di sempre e quindi di mai.


[1] Simona Cresti, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, L’elasticità di resilienza inhttps://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/lelasticit%C3%A0-di-resilienza/928

[2] Anatolia Salone, Che cos’è la resilienza, in https://www.spiweb.it/ricerca/che-cose-la-resilienza-di-salone/

Il bevitore negazionista

Di Donarreiskoffer – Opera propria, CC BY 3.0,
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La psicoanalisi ci ha regalato diverse chicche interpretative e, tra queste, ve ne sono alcune che riguardano direttamente il fenomeno della negazione. Ne parlo perché il “negazionismo” è tornato tremendamente di moda e va ad aggiungersi alla costruzione di una serie di neologismi (“sovranismo” ad esempio) che fino a poco tempo fa erano esclusi dalla verbalizzazione dei più. Venivano scartati perché, semplicemente, non rimandavano ad alcunché di socialmente condiviso. Il negazionismo, per dirla tutta, era appannaggio di un novero limitato di storici che si occupavano, assai amaramente, degli infausti sostenitori della negazione dell’Olocausto.

Già a fine ‘800, a proposito dell’isteria, Freud scrisse che un primo livello di negazione ha a che fare con il suo esatto opposto: “più si procede nel profondo, più difficilmente i ricordi che emergono vengono riconosciuti, sinché in prossimità del nucleo si incontrano quei ricordi che il paziente, anche riproducendoli, rinnega”.

Più avanti, nel suo libello “La negazione” (1925), Freud ampliò la definizione di negazione e sostenne che essa «è un mezzo per diventar consapevoli del rimosso […]. Ne deriva una specie di ammissione intellettuale del rimosso mentre permane l’essenziale della rimozione. […]. Per mezzo del simbolo della negazione, il pensiero si libera delle limitazioni della rimozione».

Si può così così affermare che la negazione non è semplicemente un segno opposto all’affermazione, ma si sviluppa su due direttrici: da una parte è negazione in quanto mancanza originaria o soppressione interna al significante: un posto vuoto da cui si rivela il soggetto; dall’altra è l’effetto di questa primitiva assenza come tentativo di nascondimento: “Il contenuto di un’immagine o di un pensiero repressi possono, or dunque, farsi largo nella coscienza, a condizione di essere negati. La negazione è un modo per realizzare quanto represso” (Freud).

Per capirci: “Non sono arrabbiato con te. Amici come prima!” viene analiticamente tradotto in: “Sono arrabbiatissimo con te. Ti spaccherei la faccia!”

Il grandissimo psichiatra e psicoanalista argentino, Salomon Resnik, una volta disse: “Quando un bambino dice una menzogna formale alla mamma o al papà è perché ha paura di dire le cose direttamente e ha bisogno di un’alternativa indiretta che sarebbe la maschera dell’apparente non verità che è anche la sua verità”.

Alla base di tutto sta l’angoscia sia come “segnale di pericolo” che  come “reazione al pericolo”: “L’angoscia nevrotica è una reazione ad un pericolo pulsionale interno, l’angoscia “reale” ad un pericolo esterno[1]”.  Angoscia di castrazione o angoscia di morte, che per Freud quasi si equivalgono.

Bisogna infine sostenere, per dirla tutta, che la negazione può prendere pieghe assolutamente deliranti o maniacali: sarebbe bene stare abbondantemente distanti da queste psicosi (a meno che non siate analisti o assicuratori del ramo vita).

Il bevitore negazionista di tipo uno

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera a cena. Ti è piaciuto?”

Gio’: “No, per niente. Un vino velato, quasi fluido, poco intenso, comune, poco caldo, acidulo, spigoloso. Assolutamente immaturo”.

Traduzione psicoanalitica: “Fantastico! fresco, beverino, profumatissimo, per fortuna solo 11,5 di alcol, pungente quel che basta. E così giovane che ne avrei bevute altre sette bottiglie! (non ho i descrittori sulla scheda)”

Il bevitore negazionista di tipo due

L’amico: “Ciao Gio’, non era per niente male quel orange wine che abbiamo provato ieri sera. Ti è piaciuto?”

Gio’: “Intanto mi dia del lei che non ci conosciamo. A quale cena avrei partecipato? Ieri sono stato tutta la sera con mia moglie e i miei figli. E poi io sono astemio!”


[1] Ansia/Angoscia, a cura di Gabriella Giustino in https://www.spiweb.it/spipedia/ansiaangoscia/