Ambizione d’ubiquità sul tramvai (e nella vita)

Un tram a due piani a Sesto San Giovanni agli inizi del Novecento
Di Sconosciuto – La storia di Sesto – La grande trasformazione, Comune di Sesto San Giovanni, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32063581

Salii sul vuoto tramvai

trafelato, sudato e impacciato

dalla porta anteriore mi arrischiai

per quanto avevo cincischiato.

Spaesato per le infinite possibilità

ovunque mi sarei seduto

valutandone stupito

della sua ineffettualità.

Così saltellando

da un sedile all’altro

pensavo giocherellando

e guardando al di là del vetro

come sarebbe bello avere

il dono dell’ubiquità

e dell’onnipresenza pretendere

come gli dei la vastità.

Salii sul vuoto tramvai

trafelato, sudato e impacciato

dalla porta anteriore mi arrischiai

per tanto avevo sognato.

La “bagna caôda” per i pôivrôn

Di Etrusko25 – Opera propria Foto di Alessandro Duci, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5057356

Un podi storia

Già nel Piemonte medievale gli ingredienti c’erano tutti, proprio tutti. L’olio è menzionato in diversi statuti duecenteschi, urbani e rurali, dell’Italia padana che contengono disposizioni che obbligano – talora in rapporto all’estensione dei seminativi e delle vigne possedute – all’impianto di olivi, attestando con ciò nitidamente l’attenzione dei ceti dirigenti per tale coltura. «È quanto, ad esempio, si riscontra in Piemonte per Ivrea (seconda metà XIII secolo), San Giulio d’Orta (1357) e Torino, comunità presso le quali, unitamente a quella dell’olivo, si intende promuovere la presenza del mandorlo”. Oltre quello dell’olio d’oliva e dei grassi animali si registrava diffusamente l’olio di noce, utilizzabile per l’alimentazione, la farmaceutica, l’illuminazione e il trattamento della lana: «Nel Piemonte tardo medievale si ricorreva per l’oleificazione, oltre che a macine domestiche, a impianti appositamente concepiti per la spremitura delle noci, presso i quali lavoravano “olierii” e “olierie”: è attestata anche l’esistenza di venditori di olio di noce («olearii»), che non meno degli «olierii» richiamavano la sospettosa attenzione degli statutari[1]».

Aglio non ne parliamo nemmeno e poi burro e, infine, acciughe.  Per quest’ultime bisogna fare riferimento alle famose vie del sale dove genti delle Alpi e della pianura barattano prodotti da terra ferma (carni, grano…) con sale, preziosissimo per ogni tipo di conservazione, e acciughe che trovavano naturale protezione rintanate in quei piccoli o grandi barili di legno: «nelle tariffe daziarie del 1377 i barrilis de Anzoiis sallatis sono sottoposti al valore estimativo di 10 lire astesi, corrispondente ad un prezzo al consumo decisamente mite e largamente accessibile Alla fine del XIV secolo il medico Antonio Guainerio, pavese di origine ma attivo e residente in Piemonte fra Torino e Chieri, compone il trattato dal titolo “Opus praeclarum ad praxim non mediocriter necessarium”. In esso afferma: L’aglio è la salsa dei contadini, i quali a volte lo cuociono con mollica di pane, cosa che per i francesi e gli ultramontani non ha niente di superiore” (“Alleum est rusticorum sapor, et aliquando cum mollicie panis coquunt, quod pro ultramontanis vel francigenis nihil supra[2]”)».

Senza dimenticare che gran parte delle forniture di acciughe sotto sale arriva in Piemonte, passando attraverso tragitti molto differenti, dalla Provenza dove già si conosce una salsa a base d’olio, d’aglio e d’acciughe che va sotto il nome di anchoiade.

Ma, non essendo a noi noto il superbo inventore della bagna caoda, perché così non può essere, il poeta e novelliere piemontese Alberto Virgilio, nelle sue “Rime Piemontesi”, ci scherza su in quella lingua molto antica:

La bagna d’j pôivrôn

di Alberto Virgilio

Rime Piemôteise (Lattes, Torino 1904)

I l’ài girà, tôirà! L’ài fait passè

sinquantamila liber e papè:

vivù ‘d le smañe ‘nt le bibliôteche, lesù storie rômane, storie greche,

memorie, bërgamñe, cômentari,

vôlum e manôscrit rusià dai giari…

Dop un travai parej

l’ài nen pôdù savei

chi ch’a fussa l’autôr ‘d côla invenssiôn

ch’à ‘s ciama «bagnà caôda d’j pôivrôn».

Deputassiôn dë Storia, i ciamô mi

cosa ch’i feve? I studiè neuit e dì

cartasse fruste; i stampe un memôrial

su Re Pipin; ‘n articôl d’un giôrnal

per stabilì che ‘l barba ‘d Carlo Quint

l’è mort a quindes ani e nen a vint,

o che ‘nt el temp antich

al Mônte a j’era un brich;

ma nen n’«Estratt», nen ‘na pubblicassiôn,

s’ l’ ôrigine ‘d la bagna d’j pôivrôn.

J’elô quaic ritrôvatô cônôssù

parei ‘d la bagna? L’àlô pì ‘d virtù

‘1 vapôr? E l’automobil e ‘l tramvai

a valne mei ‘d la saôssa d’euli, d’ai

butir, anciôve e sal che un gran talent

l’à regalane a nôi, so dissendent?

‘Na statua a j’andarïa

pr’un’invenssiôn parïa,

mentre a ‘s sa gnanca ‘l nom dël talentôn

ch’a l’à inventà la bagna d’j pôivrôn.

A l’àn fait cavaier, cômendatôr,

certi che a vendô d’acqua për licôr,

e intant l’aiutôr d’un’invenssiôn cômpagna

côrne la nostra insuperabil bagna,

venô benefatôr ‘d l’umanità,

l’è sempre ‘nt el cantôn d’j dësmentià,

gnun a cônoss ël nom

dël grand, grandissim om,

j’è nen ‘na pera, un roc, côn l’iscrissiôn:

QUI NACQUE… CÔL ‘D LA BAGNA D’ J PÔVRÔN.

La “bagna” per i peperoni

Ho girato, frugato. Ho sfogliato

cinquantamila tra libri e carte:

ho vissuto settimane in biblioteca,

ho letto storie romane, storie greche,

memorie, pergamene, commentari,

volumi e manoscritti rosicchiati dai topi…

Dopo una simile ricerca

non son riuscito a sapere

chi è stato l’autore di quell’invenzione

che si chiama «bagna caoda coi peperoni».

Deputazioni di Storia, mi domando,

che cosa fate? Studiate notte e giorno

vecchie carte; stampate un memoriale

su re Pipino; un articolo sul giornale

per stabilire che lo zio di Carlo Quinto è morto a quindici anni e non a venti,

oppure che anticamente

sul Monte c’era una vetta;

ma non un Estratto, non una pubblicazione

sull’origine della «bagna» per i peperoni.

Forse c’è qualche scoperta conosciuta

paragonabile alla «bagna»? Ha più virtù

il vapore? E l’automobile e il tram

valgono forse più della salsa di olio, aglio,

burro, acciughe e sale che un gran genio

ha regalato a noi, suoi discendenti?

Ci vorrebbe una statua

per una simile invenzione;

invece non si sa neppure il nome del genio

che ha inventato la «bagna» per i peperoni.

Hanno fatto cavaliere, commendatore,

certi tipi che vendono acqua per liquore,

e intanto l’autore di una invenzione come la nostra insuperabile «bagna»,

vero benefattore dell’umanità,

è sempre nell’angolo dei dimenticati,

nessuno conosce il nome

del grande, grandissimo uomo;

non c’è una pietra, una lapide con la scritta:

QUI NACQUE… QUELLO DELLA «BAGNA» PERI PEPERONI.

E A VOI DUE RICETTE, TRA LE PIÙ ANTICHE[3]:

Bagna caoda (classica).

PROCEDIMENTO 

Pulire tutti gli spicchi d’aglio, metterli con ii gheriglio di noce (che ricorda il tradizionale olio di noci dei nostri nonni) in un recipiente sul fuoco (meglio la stufa) e coprirli d’acqua. Quando l’acqua sarà completamente consumata, coprire l’aglio con il latte. Quando il latte sta per bollire, gettare le acciughe (intere, con le lische, ma senza coda). Con uno schiacciapatate o anche con la forchetta, ridurre in poltiglia l’aglio e le acciughe. Lasciar cuocere molto lentamente finché tutto non diventa come una crema. Aggiungere l’olio e portarlo al limite dell’ebollizione soltanto al momento di servire la bagna caoda. NOTA. È la versione più saporita, ma (non ostante la gran quantità di aglio) è forse anche 1a più digeribile in quanto la bagna praticamente non frigge.

INGREDIENTI: Per ogni persona: una testa d’aglio • 2-3 acciughe dissalate • olio d’oliva • latte • un gheriglio di noce.

Bagna caoda (tranquilla).

PROCEDIMENTO • Tagliare a fette sottili la metà dell’aglio, il resto schiacciarlo. Schiacciare anche i gherigli di noce. Mettere in una terrina contemporaneamente aglio, noci, acciughe, olio e far cuocere a fuoco basso per mezzora. Prima di servire, sciogliere nella bagna una bella fetta di burro.

INGREDIENTI  per quattro persone: • dieci spicchi di aglio • una decina di acciughe dissalate e pulite • due bicchieri d’olio • due gherigli di noce • burro.

Il vino per la bagna caoda.

L’unico e comune consiglio che gli antichi ricettari danno è che il vino sia nuovo, non novello, ma giovane, fresco quel che basta, poco tenebroso, di carattere ma non sovrabbondante. Un rosso sarebbe più opportuno: una vibrante barbera o un anarchico grignolino, che tanto va dove gli pare. Purché di buona fattura, neh!.


[1] Alfio Cortonesi, L’olivo nell’Italia medievale, Estratto da Reti Medievali Rivista, VI – 2005/2 (luglio-dicembre)  http://rm.univr.it/rivista/dwnl/Cortonesi

[2] Gianluigi Bera, La Bagna Cauda. Il profilo storico tra Medioevo e Provenza in https://langhe.net/162299/la-bagna-cauda-il-profilo-storico-tra-medioevo-e-provenza/

[3] Sandro Doglio, L’inventore della bagna caoda, Daumerie Editrice, Cuneo 1993

Dialogo a distanza con Sandro Sangiorgi a partire dal suo “Il vino è dentro di noi” – Porthos 37

Porthos Trentasette

Ne approfitto

Ne approfitto. Approfitto del numero unico di Porthos, il 37. E approfitto di Sandro Sangiorgi e del suo scritto “Il vino è dentro di noi”. Approfitto anche degli studi che sto facendo in merito all’invenzione del giudizio di gusto nei secoli passati. Infine, approfitto della qualificazione di “naturale” connessa al vino. Non lo faccio per difendere qualcosa, perché l’ho già fatto. Non lo faccio neppure per entrare nel merito della discussione sul vino naturale, perché non è questo il tema.

Il vino naturale e la filosofia degli antichi

L’argomento di questo intervento è il tentativo di comprendere come il vino naturale, nelle parole di Sangiorgi, si collochi all’interno di una tradizione estetica molto antica e come questa si confronti con i percorsi attuali di conoscenza e di giudizio. Insomma, sposto lo sguardo senza distogliere l’attenzione.

Sangiorgi scrive (pag.11): “Il vino naturale ci ha riconsegnato il senso delle parole da usare per descrivere la complessità. Per esempio, il riferimento al concetto di “natura” per come l’aveva immaginato Galeno, comune ai mondi umano, animale, vegetale e minerale. Possiamo quindi definire naturale un vino di cui si è assecondata la natura; è “naturale” se lo si è aiutato a nascere senza ostacolare la relazione tra luogo, vitigno, consuetudine e condizioni di una specifica annata. Naturale come espressione della natura della sostanza, la sua temperatura, il suo stato. I sensi ci consentono di percepire, come il nostro sistema neuroendocrino di elaborare, lo spirito dell’essere animato. La lettura del vino naturale si basa essenzialmente sulla natura del soggetto esaminato. Quindi, cogliere se questa natura sia stata rispettata, sia stata espressa integralmente. La complessione di galenica memoria comprende il corpo e lo spirito, quando si parla di temperatura ci si riferisce al temperamento, la sua sostanza non è semplicemente il peso, una sorta di materia inanimata – sempre che ne esista davvero una – ma è anche il flusso, la forza”.

Presso gli antichi l’opera è concepita come un microcosmo: il bello è sempre considerato nella sua dinamicità come punto di equilibrio nell’oscillazione fra due estremi che sono costituiti dalla grazia (armonia) e dal sublime (contesa).

E ancora Sangiorgi: “Io fatico ad accettare che il profumo e il gusto possano ricevere due valutazioni diverse, come fossero due entità indipendenti generate da contesti separati.” (Porthos 37, pag.12)

Nel Filebo di Platone, il bello diviene la realizzazione della misura in cui si attuano una serie di corrispondenze tra il corpo e l’anima e fra queste e il cosmo: “Ed ecco ora che l’essenza (dynamis) del bene ci s’è rifugiata nella natura (physis) del bello perché certo misura giusta e proporzione accade che siano dovunque bellezza ed eccellenza”.

In epoca medievale Boezio (Roma, 475/477 – Pavia, 524/526) sostiene, nel suo ‘De institutione musica’, che l’armonia musicale mundana (cosmica) derivante dagli astri e non percepibile dall’uomo, si fonda sull’equilibrio dei quattro elementi presenti in natura – acqua, aria, terra e fuoco; allo stesso modo la musica humana rappresenta l’armonia dell’uomo con sé stesso e di sé con il mondo. E la musica instrumentis constituta, derivante dalle altre due, si forma attraverso il rapporto armonico dei suoni come imitazione della musica vocale: “Agli occhi del dotto medievale la musica rappresentava un incontro tra filosofia, teologia e pratica liturgica, l’una riflesso dell’altra su piani differenti. Seguendo la lezione del ‘Timeo’ platonico, la teoria musicale veniva vista come applicazione dell’ordine numerico su cui l’intero cosmo era fondato. Il canto era invece eco dei cori angelici in sempiterna lode del Creatore. In questa prospettiva, il concetto di harmonia veniva letto in chiave esemplaristica, ossia come processo di manifestazione dell’ordine archetipico nella gerarchia dell’Essere universale. La musica strumentale era qui imitazione della musica vocale. Questa era a sua volta l’immagine nel tempo e nello spazio del canto angelico, superiore alla dimensione temporale e udibile solo attraverso l’’orecchio del cuore’ (simbolicamente, la conoscenza interioritatis hominis). I cori angelici (‘Trisagio’, ‘Alleluia’) costituivano infine lode e manifestazione nel suono metafisico della Perfezione divina, assimilata apofaticamente al silenzio. La teoria aritmetica delle proporzioni numeriche, in cui si descrivono vuoi le relazioni tra note musicali vuoi i ritmi, era a sua volta concepita esemplaristicamente come copia dell’ordine noumenico insito nella ‘mente di Dio (Ernesto Mainoldi, La filosofia della musica nel Medioevo)”.

Quello che torna nella parole di Sangiorgi interessa i motivi di assonanza per cui il vino naturale nasce, è tale in altri termini, sia nella sua relazione di armonia (relazione dinamica) con il luogo, il vitigno, la consuetudine e le condizioni di una specifica annata, sia nelle sue particolarità essenziali: la temperatura, lo stato (di natura). I sensi ci aiutano dunque a percepire e a valutare questa corrispondenza. Nessuno degli elementi appena descritti appartiene ad un mondo a sé stante: il microcosmo del vino non fa parte di più ampio macrocosmo della natura, ma vi corrisponde nelle sue peculiarità espressive. E i sensi, secondo la teoria umorale di derivazione ippocratico-galenica, sono essi stessi prodotto degli elementi costitutivi del cosmo (aria, terra, fuoco e acqua), delle stagioni, dei punti cardinali, delle età, degli umori e delle complessioni da essi derivanti. La bellezza, e dunque la bontà, non sono un mezzo di valutazione esterna al prodotto che si vuole giudicare, in questo caso il vino, ma condividono con esso e con la natura di cui fanno parte gli stessi strumenti e le medesime caratteristiche fondamentali. La differenza, di matrice aristotelica, è che la natura agisce le trasformazioni senza alcuno sforzo perché è immanente all’opera stessa (non ha altri fini al di fuori di sé), mentre l’artigiano opera razionalmente e volontariamente affinché la materia trovi la forma e la sostanza voluta in accordo con le leggi della natura.

Marsilio Ficino, ancora in pieno ‘400, nella Theologia Platonica de immortalitate animarum (1482), scrive: “Che cos’è l’arte umana? Una natura particolare che opera sulla materia dall’esterno. Che cos’è la natura? Un arte che dà forma alla materia dall’interno”.

La rottura epistemologica del 1600

Nell’antichità è l’ordine cosmico a fondare per gli uomini la validità dei valori e ad instaurare fra loro un possibile spazio comunicativo: “da Cartesio (31 marzo 1596 – 11 febbraio 1650) tutto il problema consiste nel sapere come sia possibile fondare esclusivamente a partire da se stessi valori che siano validi anche per gli altri (l’intervento di Dio, pur non essendo ancora escluso, è dunque esso stesso mediato dalla riflessione filosofica del soggetto e, in tal senso, dipendente da quest’ultimo). In breve, tutto sta nel sapere come sia possibile fondare, nell’immanenza radicale dei valori nella soggettività, la loro trascendenza sia di fronte a noi stessi che di fronte agli altri” (Luc Ferry, Homo Aestheticus. L’invenzione del gusto nell’età della democrazia).

Se prima il giudizio di gusto non può distinguere tra valori perché non esiste una pluralità degli stessi, tra gerarchie umane e sovrumane stabilmente situate, tra distanze (tra soggetti osservanti e oggetti osservati), con le rivoluzioni del pensiero cogitante (artistiche e filosofiche al tempo stesso) si opta per un cesura, che via via sarà sempre più netta, tra facoltà e capacità di valutazione: deve essere al tempo stesso individuale e soggettiva, il “buon gusto” di appartenenza aristocratica, e generale, ovvero portatrice di caratteri universali e quindi negoziabili, discutibili e confutabili. La gerarchia si rovescia completamente: ciò che competeva al divino, ora compete solamente più agli uomini. Dio dapprima diviene mediazione del pensiero umano, poi scompare completamente dall’orizzonte della valutazione. Il percorso di radicalizzazione della soggettività del giudizio, passando attraverso Kant, troverà naturale compimento nell’estetica di Nietzsche, nella “morte di Dio” e nell’avvento del “soggetto diviso”: solo l’interpretazione costituisce il fondamento di ciò che una cosa è per cui “una cosa ‘in sé’? E’ altrettanto assurda di un ‘senso in sé’! Non ci sono stati di fatto ‘in sé’”. In altro modo per Nietzsche l’essenza di una cosa non può che essere un’opinione sulla cosa stessa: “in questo senso il bello va posto nella categoria dei valori biologici dell’utile, del benefico, di ciò che incrementa la vita” (Nietzsche, Volontà di potenza)

Il potenziale dirompente di questo rovesciamento platonico è piuttosto evidente: soggetto tanto a sostegni quanto a critiche durissime (consiglio di leggere a questo proposito Carlo Ginzburg, Rapporti forza. Storia, retorica, prova), ha aperto un esito novecentesco non scontato: “(…) possiamo dire che in Nietzsche si trovi preannunciato il duplice aspetto fondamentale di tutti i movimenti d’avanguardia che hanno dato la loro impronta all’estetica del Novecento fino alla fine degli anni Sessanta: cioè, appunto, da un lato l’ultra-individualismo che, rifacendosi al valore rivoluzionario dell’emancipazione individuale nei confronti delle tradizioni, consacrerà l’innovazione quale criterio supremo del giudizio estetico, facendolo così rientrare nell’ambito della storicità; e dall’altro la preoccupazione iper-classica di assegnare all’arte una funzione di verità, o addirittura di metterla al pari con il progresso delle scienze, per consentirle di esprimere un realtà che, a differenza di quella cui faceva riferimento il classicismo originario (quello del Seicento), non è più razionale, armoniosa, euclidea, ma illogica, informe, caotica e non euclidea”. (Luc Ferry, 202)

E, per finire, Sangiorgi: “Il vino buono non può essere scollegato da un percorso personale, ma di certo frequentarlo aiuta a comprendere il senso della vita al di là della vicenda individuale, la relazione continua tra dentro e fuori, il suo svolgersi perenne. Il vino è un mezzo straordinario, a patto che se ne rispetti la libertà di sorprenderci, di coglierci impreparati. A noi il compito di farci trovare diversi” (Porthos 37, pag.10)

Forse…

Forse quella dei “vini naturali” è l’ultima avanguardia artistica del secolo scorso. Come si sia inserita tanto impunemente in questo (di secolo) e quali esiti potrà avere in futuro non è dato saperlo. Di sicuro ha chiesto e chiede di ripensare i meccanismi di relazione tra particolare e universale, tra soggetto e oggetto, tra forma, sostanza e mutazioni, tra radici e semi, tra esperito ed esperienza, tra vissuto e sorpresa. Fosse già solo per questo, il nostro debito nei suoi confronti sarebbe comunque considerevole.

Degustazione onomatopeica

Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1642225

Stac! sniff sniff, uhm! 

Scrossssh, zot, zot, sniff, sviiish, sviiish, sniffs, sniiiifffffff, sviiish, snif, snif snif, snifffff.

Glu glu, glu, ushhh, ushhh, glrrr, glrrrr,glrrr, ahhhhh, ahhhhh, ptuh, ptttuhhhh… Burp! (pardon!)

Gulp! Mumble mumble! Gulp!

Slurp! Sluuurp!, Yaah, Wow, Yippeee Yippeee ! Wow, ehi, ehhhiiiii, pat, pat:  “Tah-dah!, hai sentito che buono questo Ormeasco di Pornassio Sciac-trà ?!?”

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.