Ricetta letteraria (n°4) per un Natale davvero pimpante. Sulle orme di Charles Dickens

«Questo fu il viaggio del signor Pickwick e dei suoi amici col Telegrafo di Muggleton alla volta di Dingley Dell; ed alle tre di quello stesso giorno, si trovavano tutti, ritti e asciutti, sani e salvi, forti ed allegri, sulla soglia del Leone turchino, avendo già ingollato lungo la via tanta birra e acquavite da mettersi in grado di sfidare la gelata che copriva il terreno dei suoi strati durissimi e andava sospendendo i suoi bei ricami bianchi agli alberi e alle siepi. Il signor Pickwick era tutto assorto in contare le sporte delle ostriche e in sopraintendere al disseppellimento del merluzzo, quando si sentì dolcemente tirato per le falde del soprabito; si voltò e scoprì che la persona la quale ricorreva a questo mezzo di richiamare la sua attenzione era né più né meno che il paggio favorito del signor Wardle, meglio noto ai lettori di questa disadorna istoria sotto l’appellativo del ragazzo grasso.

— Ah, ah! — esclamò il signor Pickwick.

— Ah, ah! — fece il ragazzo grasso.

E accompagnando questa esclamazione con un’occhiata che andava dal merluzzo alle sporte di ostriche, gorgogliò un riso di soddisfazione. Era più grasso che mai.

— Bravo, avete una cera molto rubiconda, — disse il signor Pickwick.

— Sono stato a dormire proprio davanti al fuoco, — rispose il ragazzo grasso, che un’ora di sonno aveva scaldato fino alla tinta d’un mattone cotto. — M’ha mandato il padrone con la carretta per portare a casa il vostro bagaglio. Avrebbe anche mandato dei cavalli da sella, ma ha pensato che col freddo che fa avreste preferito farvi il cammino a piedi.

— Sì, sì, — disse subito il signor Pickwick, ricordandosi di un altro famoso viaggio fatto sulla medesima via. — Sì, preferiamo venircene a piedi. Sam!

— Signore?

— Date una mano al domestico del signor Wardle per mettere i bagagli sulla carretta, e montate con lui. Noi c’incamminiamo avanti.

Dato quest’ordine e pagato il cocchiere, il signor Pickwick e i suoi tre amici presero il sentiero attraverso i campi, e si avviarono di buon passo, lasciando a fronte per la prima volta il signor Weller e il ragazzo grasso. Sam guardò con grande stupore al ragazzo, ma senza dire una parola; e incominciò a caricare il bagaglio sulla carretta, mentre il ragazzo grasso se ne stava tranquillamente da parte, pensando forse esser una cosa molto interessante vedere il signor Weller che lavorava da sè.

— Ecco fatto, — disse Sam gettando sulla carretta l’ultima sacca da viaggio.

— Sì, — disse il ragazzo grasso soddisfatto, — ecco fatto.

— Ebbene, piccolo pezzo da cento, — disse Sam, — così come siete, avreste il premio alla fiera.

— Grazie, — rispose il ragazzo grasso.

— Non avete nulla pel capo che vi tormenti? — domandò Sam.

— Non mi pare, — rispose il ragazzo.

— Avrei pensato, a vedervi, che foste consumato di dentro da una passione sorda per qualche bella giovane, — disse Sam.

Il ragazzo grasso crollò il capo.

— Ebbene, — disse Sam, — mi fa piacere di saperlo. Bevete mai qualche cosa?

— Mi piace meglio mangiare, — rispose il ragazzo.

— Ah, me lo figuravo; ma in somma, lo pigliereste un sorso di qualche cosa, tanto per scaldarvi? Del resto, in quanto a freddo, con codesta ciccia addosso, non credo che ne abbiate idea.

— Qualche volta sì, ed allora mi piace un gocciolo di qualche cosa, quando è buono.

— Ah sì? Bravo! Venite di qua allora.

Arrivarono subito nella sala del Leone turchino, e il ragazzo grasso ingollò un bicchiere di liquore senza batter ciglio, il che gli fece guadagnar molto nella stima del signor Weller, il quale, sbrigata che ebbe per conto proprio la medesima faccenda, tornò alla carretta seguito dal ragazzo e insieme vi montarono.

— Sapete guidare? — domandò il ragazzo grasso.

— Crederei di sì, — rispose Sam.

— A voi dunque, — disse l’altro dandogli le guide e accennando ad un sentiero. — Sempre diritto, non potete sbagliare.

Con queste parole il ragazzo grasso si distese amorosamente a fianco del merluzzo, e fattosi guanciale di una sporta di ostriche, si addormentò istantaneamente».

Charles Dickens, Il circolo Pickwick, 1836 (Traduzione dall’inglese di Federigo Verdinois 1904)

Lo Stoccafisso accomodato alla genovese

1 kg. stoccafisso già bagnato, 300 g. di patate, 20 g. di funghi secchi, 1 manciata di foglie di prezzemolo, 1 cipolla, 1 costa di sedano, 1 spicchio d’aglio, 2 acciughe sotto sale, 1 manciata di pinoli, 1 manciata di olive verdi snocciolate, 1 manciata di olive nere taggiasche, 1 cucchiaio di conserva di pomodoro casereccia, 6 cucchiai di olio d’oliva extra vergine sale q.b.

Preparazione:

Scottate lo stoccafisso in acqua bollente leggermente salata per circa 10 minuti, per poterlo pulire.

Scolatelo e pulitelo, eliminando pelle e lische, con il coltello fatelo a pezzetti.

Preparate il soffritto, pulite sedano, carota e cipolla e tritateli.

Versate olio extravergine della riviera e il trito di verdure in un tegame, e fate rosolare le verdure.

Poi unite i pinoli e le acciughe salate (mi raccomando lavate prima per dissalarle e deliscate), e cuocete.

Ammollate i funghi secchi in acqua tiepida, scolateli e asciugateli leggermente con un canovaccio o carta da cucina, tritateli grossolanamente ed uniteli al soffritto (non gettate l’acqua di ammollo, ma usatela per bagnare lo stoccafisso durante la cottura). Sciogliete la conserva casereccia di pomodoro in poca acqua tiepida e versate anch’essa nel tegame Unite nel tegame lo stoccafisso pulito al soffritto, bagnate con l’acqua di ammollo dei funghi, salate, e fate cuocere a fuoco basso per circa mezzora, mescolando di tanto in tanto ed aggiungendo altra acqua tiepida se necessario. Passata la mezzora, aggiungete il prezzemolo tritato assieme all’aglio, e le olive sgocciolate.

Fate cuocere per circa un’oretta, sempre mescolando di tanto in tanto ed unendo acqua calda per non fare asciugare troppo.

Unite poi le patate pelate e tagliate a cubetti.

Cuocete sino a che le patate sono ben cotte.

Impiattate e servite caldo.

La ricetta è tratta da https://www.ristorantedarina.it/le-nostre-ricette/ Ristorante Da Rina – Genova

Il vino con lo stokke.

2019, Pigato Riviera Ligure di Ponente, Terre Bianche

Vermentino, pigato, favorita, rolle e verlantin (francesi) possono essere utilizzati per un dibattito filosofico-scientifico, ad ampio respiro, sull’identico e sull’uguale. Perché abbiamo voglia a dire che vermentino e pigato hanno lo stesso profilo del DNA al 100% e che provengono dallo stesso vitigno iniziale cresciuto da un solo seme d’uva. Ma che poi, per carattere e individualità, il pigato ha le foglie più lobate e più piccole dell’altro, diversi i germogli (verde chiaro con sfumature rosa ed orlo carnicino), gli acini meno tondeggianti e con piccole macchie sulla buccia (da cui pigau, ovvero “macchiettato” in dialetto). Abbiamo voglia, insomma. E se si va in un posto che ne ricorda altri non lontani e più o meno vicini, ma ne è alquanto differente per esposizione, altitudine (400 s.l.m.m.) argille e arenarie, vicinanze al mar e alle coltri di nubi che circondano le montagne, le cose cambiano ancora. Quindi il 2019 e un viticoltore, Filippo Rondelli, che vai a sapere se in quell’anno, il 2019 per l’appunto, pur essendo identico per DNA al Filippo Rondelli del 2018 fosse totalmente uguale al Filippo Rondelli del 2018. Ma ne dubito. Questo pigato 2019 gioca, e piuttosto bene, su tutti i versanti da cui raccoglie ispirazione e lungimiranza, una bellissima lungimiranza: pesche gialle, limoni, miele aprono ad primo ingresso morbido e succulento per lasciare il passo lento ma inesorabile ad un centro bocca in cui si affastellano e si ricompongono fiori, erbe e macchia mediterranea, salvia soprattutto, resine, sali e pietre delle montagne d’intorno. E un finale lungo, leggermente balsamico, sicuramente amarognolo come è il fatto suo.

Questa è la mia recensione dall’imperdibile sito “Intralcio” https://intralcio.it/2020/08/06/2019-pigato-riviera-ligure-di-ponente-terre-bianche/

Ricetta letteraria (n°3) per un Natale davvero pimpante. Sulle orme di James Joyce

James Joyce nel 1915
Di Alex Ehrenzweig -commons:File:James_Joyce_by_Alex_Ehrenzweig,_1915.jpg, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3191236

Al mattino del 16 giugno 1904 con Mr Leopold Bloom. E, per chi non lo sapesse, il 1904 fu un anno bisestile del secolo scorso. E anche questo lo è.

«Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie (interiora di volatili), gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica. I rognoni erano nel suo pensiero mentre si muoveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei (la moglie Molly) sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d’estate dappertutto. Gli facevano venire un po’ di prurito allo stomaco. I carboni si arrossavano. Un’altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava lì, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta interita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta.– Mkgnao!– Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco. La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr. Mr Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia. – Latte per la miciolina, disse. – Mrkgnao! piagnucolò la gatta. Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche. Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre? No, mi salta benissimo. – Ha paura dei polli, lei, disse canzonatorio. Paura del pìopìo. Mai vista una miciolina così sciocchina. Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia.– Mrkrgnao! disse forte la gatta. Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti bianco latte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l’avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s’avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tiepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.– Grr! esclamò lei e corse a lambire. Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse. Tese l’orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca e pura. Giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l’acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi. Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No.

Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito. Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina. Forse però: una volta tanto. Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:– Vado qui all’angolo, torno tra un minuto. Udita la sua voce dir questo soggiunse:– Vuoi niente per colazione? Un debole grugnito assonnato, rispose: – Mn. No. Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d’ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po’ di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l’ha pagato suo padre. Vecchio stile. Eh sì, naturalmente. Comprato all’asta del governatore. Venduto al primo colpo. Tenace nel contrattare, il vecchio Tweedy. Sissignore. Fu a Plevna. Vengo dalla gavetta, signore, e ne sono fiero. Eppure aveva abbastanza cervello da far soldi coi francobolli. Questo si chiama esser previdenti. La sua mano tolse il cappello dal piolo, sopra il suo cappotto pesante con le iniziali, e l’impermeabile usato comprato all’ufficio oggetti smarriti. Francobolli: figurine dal retro adesivo. Direi che un sacco d’ufficiali siano nel giro. È naturale. La scritta sudaticcia nell’interno del cappello gli disse muta: Plasto i migliori capp. Sbirciò rapido all’interno della banda di cuoio. Cartoncino bianco. Bene al sicuro. Sulla soglia si tastò nella tasca posteriore dei pantaloni per accertarsi se aveva la chiave. Non c’è. Nei pantaloni che mi sono cambiato. Devo prenderla. La patata c’è (portafortuna che tiene in tasca). L’armadio scricchiola. Inutile disturbarla. Quando s’è rivoltata era piena di sonno. Si tirò dietro la porta d’ingresso molto piano, ancora un po’, finché la parte inferiore del battente ricadde piano sulla soglia, lento coperchio. Sembrava chiusa. Va bene finché torno comunque. Attraversò dalla parte del sole, evitando la botola malferma della cantina del numero settantacinque. Il sole si avvicinava al campanile della chiesa di S. Giorgio. Sarà una giornata calda immagino. Specialmente con questo vestito nero si sente di più. Il nero conduce, riflette (rifrange?), il calore. Ma non potevo uscire con quel vestito chiaro. Come andassi a un picnic. Le palpebre gli si abbassavano spesso dolcemente mentre camminava nel beato tepore. Il furgoncino del pane di Boland che distribuisce a domicilio in telai il nostro quotidiano ma lei preferisce le forme di pane di ieri rivoltate nel forno con la crosta superiore calda crocchiante. Ti fa sentir giovane. In qualche luogo dell’Oriente: mattina presto: muoversi all’alba, viaggiare intorno davanti al sole, rubargli una giornata di cammino. Seguitare sempre così mai diventare più vecchio d’un giorno tecnicamente. Camminare lungo una spiaggia, paese straniero, arrivare alla porta d’una città, sentinella lì, vecchio soldataccio anche lui, i baffoni del vecchio Tweedy appoggiato a una specie di lunga lancia. Vagare per strade all’ombra di tende. Volti in turbante che passano accanto. Oscure caverne di negozi di tappeti, un omone. Turko il terribile, seduto a gambe incrociate a fumare una pipa dalle grandi volute. Grida di venditori per le strade. Bere acqua aromatizzata al finocchio, sorbetto. Vagabondare tutto il giorno. C’è caso di incontrare qualche ladrone. Be’, incontriamolo. S’avvicina il tramonto. Le ombre delle moschee lungo le colonne: sacerdote con un cartiglio arrotolato. Un fremito negli alberi, segnale, il vento della sera. Io passo avanti. Cielo d’oro evanescente. Una madre sta a guardare dalla soglia. Chiama i figli a casa nella loro lingua oscura. Muro alto: oltre esso corde pizzicate. Luna nel cielo notturno, violetto, colore delle giarrettiere nuove di Molly. Corde. Ascolta. Una fanciulla suona uno di quegli strumenti, come si chiamano: ribeche (antico strumento a corda). Io passo. Probabilmente non è affatto così. Roba che si trova nei libri: nella scia del sole. Sole raggiante sulla testata. Sorrise, compiaciuto. Quello che disse Arthur Griffith della testatina sopra all’articolo di fondo del Freeman: il sole dell’autonomia che sorge a nord-ovest dal vicolo dietro la banca d’Irlanda. Prolungò il suo sorriso compiaciuto. Trovata da giudeo quella: sole dell’autonomia che sorge a nord-ovest. Si avvicinò alla mescita di Larry O’Rourke. Dall’inferriata della cantina veniva fuori a fiotti il molle fortore della birra. Dalla porta aperta il bar sprizzava effluvi di zenzero, polvere di tè, briciole di biscotti. Buon locale, comunque: proprio dove finisce il traffico della città. Per esempio M’Auley laggiù: niente bene come posizione. Certo se facessero passare una linea tranviaria lungo la Circonvallazione Nord dal mercato del bestiame fino al porto il valore andrebbe su come un razzo. Testa calva dietro la persiana. Vecchio volpone. Non c’è da provare a lavorarselo per un’inserzione. Del resto il suo mestiere lo sa meglio lui. Eccolo là, proprio lui, il mio bravo Larry, appoggiato in maniche di camicia al recipiente dello zucchero attento al garzone in grembiule che fa la pulizia con secchia e cencio. Simon Dedalus gli fa il verso a perfezione, con gli occhi strizzati. Sa che cosa le dico? Che cosa Mr O’Rourke? Sa che cosa? I russi, i giapponesi se li mangerebbero per colazione.

Fèrmati a scambiare una parola: sul funerale magari. Peccato il povero Dignam, Mr O’Rourke.Voltando per Dorset street disse arzillo salutando attraverso la porta aperta:– Buon giorno, Mr O’Rourke. – Buon giorno a lei.– Bel tempo, eh.– Come no. Dove li trovano i quattrini?Vengono garzoni dai capelli rossi dalla contea di Lei-trim, sciacquano vuoti e scolano fondi di bicchiere in cantina. E poi, attenzione,ti rispuntano come altrettanti Adam Findlar e Dan Tallon. Pensa anche alla concorrenza. Sete universale. Bel rompicapo sarebbe attraversare Dublino senza passare davanti a nessun bar. Metter da parte non possono. Fregano gli ubriaconi, forse. Segnano tre e riportano cinque. E con questo? Uno scellino qua uno là, a sgoccioli. Forse sulle ordinazioni all’ingrosso. Fanno il doppio gioco coi viaggiatori di commercio. Sistemala col padrone e ci dividiamo la torta, capito? Quanto farebbe al mese sulla birra soltanto? Diciamo dieci barili di merce. Diciamo uno sconto del dieci per cento. No, di più. Dieci. Quindici. Oltrepassò San Giuseppe, la scuola governativa. Urla di marmocchi. Finestre aperte. L’aria fresca rinforza la memoria. Oppure un coro cadenzato. Abbicci dieffegi cappel-lemmenne opicu errestiuvu vu doppio. Ragazzi sono? Sì. Inishturk. Inishark. Inishboffin. Hanno l’aggiograffia. Io ho la mia. Slieve Bloom».

(J. Joyce, Ulisse, trad. di G. De Angelis, Mondadori)

FINANZIERA ALLA PIEMONTESE (che sarebbe sicuramente piaciuta a Mr Leopold Bloom)

Ingredienti

100 g di animelle di vitello (lacèt)

100 g di cervella di vitello

100 g di filone di vitello (midollo spinale)

100 g di creste di gallo

2 testicoli di vitello

100 g di polpa di vitello tritata

100 g di filetto di vitello

100 g di rognone di vitello

100 g di fegato di vitello

100 g di fegatini di pollo

150 g di piselli sbucciati

100 g di funghi porcini sott’olio

burro

olio d’oliva

brodo

farina di grano 00 q.b.

un bicchiere di Barolo

un bicchierino di Marsala secco

un cucchiaio di aceto

sale

Procedura

Prendete un tegame piuttosto capiente atto a contenere tutti gli ingredienti della finanziera. In esso fate rosolare con un po’ di burro il rognone fatto a pezzettini e il filetto di vitello tagliato a striscioline. Appena rosolati, salate, aggiungete un po’ di brodo e mettete il tegame in caldo, a fiamma molto bassa. Con la carne tritata fate delle pallottoline grandi come nocciole, infarinatele e passatele in padella con un po’ di burro. Appena rosolate, salatele e mettetele nel tegame col filetto e il rognone.

Cuocete poi, in padella, gli altri ingredienti, uno alla volta e infarinati, cioè: i filoni, la cervella, i testicoli tagliati a fette, il lacetto, le creste di gallo, i fegatini di pollo e il fegato di vitello. Via via che hanno raggiunto la cottura, sistemateli sempre nel tegame, che manterrete umido col brodo e col Barolo che unirete poco alla volta. Cuocete infine i piselli con un po’ d’olio e di brodo e fate saltare in padella i funghi porcini sott’olio: unite poi piselli e funghi agli altri ingredienti. Amalgamate bene i componenti della finanziera che devono essere ben legati fra di loro.

Aggiustate di sale, se è il caso. Aggiungete il cucchiaio di aceto e il bicchierino di Marsala, alzate il fuoco per due minuti, poi servite immediatamente.

Tratto da https://langhe.net/recipes/finanziera/

Ricetta letteraria (n°2) per un Natale davvero pimpante. Sulle orme del Barone di Münchhausen

Il Barone esplora i fondali marini a cavallo di un destriero marino, illustrazione di Franz Gottfried (1846-1905)

Rudolf Erich Raspe (1737-1794) narra, nella tappa di uno dei sorprendenti viaggi per mare del suo eroe, il barone di Münchhausen (1781), il mare di latte e l’isola del Formaggio. La descrizione viene ripresa dalla Storia vera di Luciano di Samostata[1] (Samosata, 120 circa – Atene, tra il 180 e il 192): «Fatto un cammino di un trecento stadii, approdammo ad un’isoletta deserta, dove provvedemmo d’acqua, che già mancava, saettammo due tori selvaggi, e partimmo. Questi tori avevano le corna non sopra la testa, ma sotto gli occhi, come voleva Momo. Indi a poco entriamo in un mare non di acqua, ma di latte: e in mezzo ad esso vedevasi biancheggiare un’isola, piena di viti: l’isola era un grandissimo formaggio, ben rassodato, come dipoi ce ne chiarimmo mangiandone, e girava intorno venticinque stadii: le viti erano cariche di grappoli, dai quali non vino, ma sprememmo latte, e bevemmo. Nel mezzo dell’isola era fabbricato un tempio a Galatea (la Lattaia) figliuola di Nereo, come diceva l’iscrizione. Durante il tempo che quivi rimanemmo avemmo per pane e companatico la terra dell’isola, e per bevanda il latte dei grappoli. Regina di quel paese dicevasi che era Tiro (la Caciosa), la figliuola di Salmoneo, la quale poi che fu lasciata da Nettuno ebbe quest’onore».

Ed ora la versione di Raspe: «Finalmente la burrasca si placò per dar luogo a un vento costante e gagliardo che continuò a trasportarci per sei mesi a una velocità di almeno quaranta nodi all’ora! Intanto avevamo constatato uno straordinario mutamento in tutto quanto ci circondava: d’un tratto ci sentimmo lieti e leggeri, il nostro olfatto fu deliziato dai più aromatici effluvi che si potessero immaginare: il mare stesso aveva cambiato aspetto e, da verde, s’era fatto bianco. Poco dopo tali prodigiose trasformazioni avvistammo terra e, non molto lungi da noi, un’insenatura che raggiungemmo dopo una sessantina di leghe di navigazione. La trovammo larga e profonda con latte squisitissimo che scaturiva d’ogni dove. Approdammo e presto ci accorgemmo trattarsi di un’isola consistente in un enorme pezzo di formaggio. Lo scoprimmo perché un uomo dell’equipaggio, che aveva sempre avuto una grande avversione per il cacio, perdette i sensi non appena attraccammo: quando rinvenne, espresse il desiderio che gli si togliesse il formaggio di sotto i piedi. Furono fatte le dovute indagini e gli si dovette dare pienamente ragione; poiché tutta l’isola, come ho detto poc’anzi, altro non era che una forma di cacio di spropositata grandezza! Di ciò soprattutto si alimentano gli abitanti, che sono straordinariamente numerosi, e ogni notte il formaggio ricresce in proporzione al consumo che se ne è fatto di giorno. V’erano – si sarebbe detto – viti in quantità, fitte di bei grappoli che, spremuti, non davano che latte. Gli abitanti erano bella gente, slanciata, alta circa tre metri, munita di tre gambe e un solo braccio, ma nel complesso di forme aggraziate: quando litigano fra loro manovrano con grande abilità un corno diritto che agli adulti cresce nel centro della fronte. Li vedemmo fare gare di corsa sulla superficie del latte: non che vi affondassero, anzi, correvano e passeggiavano sopra la massa lattiginosa come faremmo noi sopra un campo di bocce. Su quest’isola di formaggio cresce in quantità un grano le cui spighe producono forme di pane già bell’e pronte, tonde come funghi. Nelle nostre scorribande sopra codesto formaggio scoprimmo altri diciassette fiumi di latte e dieci di vino» (Rudolf Erich Raspe, Le Avventure del Barone di Münchhausen, trad. di Maria Luisa Agosti, Rizzoli, Milano 1989)

Budini di Parmigiano Reggiano allo zafferano

Ingredienti

Per 4 persone

5 uova

125 g latte

125 g panna

125 g Parmigiano Reggiano, grattugiato

sale e pepe q.b.

Per la besciamella allo zafferano

50 g farina “00”

50 g burro

1/2 l latte

0,1 g zafferano in pistilli

sale q.b.

burro per gli stampini

Preparazione

  1. Sbattere le uova e aggiungere il Parmigiano Reggiano, il latte, la panna, il sale e, se si desidera, del pepe. Amalgamare bene con una frusta, così da evitare la formazione dei grumi, e versare il composto in piccoli stampi di alluminio precedentemente imburrati. Sistemare su una teglia coprendo con pellicola trasparente e cuocere in forno a vapore per circa 32 minuti a 80°.
  • Nel frattempo preparare la besciamella allo zafferano. Tritare grossolanamente i pistilli di zafferano e lasciarli a bagno in un po’ di latte caldo. Sciogliere il burro e aggiungere la farina setacciata mescolando con l’ausilio di una frusta. Poi aggiungere poco alla volta il latte caldo e lo zafferano mescolando. Togliere la besciamella dal fuoco quando non è ancora troppo densa e aggiungere un pizzico di sale. Far raffreddare i budini e, una volta tiepidi, capovolgerli e guarnirli con un mestolo di besciamella allo zafferano.

Ricetta tratta da https://www.parmigianoreggiano.com/it/ricette/budini-di-parmigiano-reggiano-allo-zafferano/


[1] Nella traduzione di Christoph Martin Wieland; Riguardo all’influsso esercitato da Luciano di Samosata su Wieland si rimanda a Julius Steinberger, Lucians Einfluss auf Wieland, Dissertation, Göttingen 1902 e a Christopher Robinson, Lucian and his Influence in Europe, Chapel Hill, London 1979.

Ricetta letteraria (n°1) per un Natale davvero pimpante

This image was created by Martin Hermann, Filmemoker GbR. – The permission to publish this image under this license was given by Ralf Vielhauer, Filmemoker GbR., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=356572

Questa stupefacente ricetta è tratta dal romanzo umoristico / fantascientifico di Massimo Mongai «Memorie di un cuoco d’astronave», vincitore del Premio Urania nel 1997.

L’autore scrive, nella postfazione alla prima edizione, di essersi ispirato all’esperienza di lavoro che fece su una barca: “prende le mosse dal personaggio Rudy “Basilico” Turturro, nominato aiuto cuoco su una astronave da crociera e promosso sul campo a Chef per indisposizione del precedente capo. Il libro si dipana in una serie di racconti sui tre anni di viaggio, mettendo in luce la passione di Mongai per la cucina e la sua ironia tagliente. Infatti il cibo è basilare nelle relazioni che si stabiliscono a bordo dell’astronave e alla fine sarà l’elemento fondamentale che permetterà di salvare la galassia dalla distruzione. Relazioni multietniche, sociali, filosofiche e politiche sono al centro, come d’altronde i principi di uguaglianza e di tolleranza fra tutte le razze del cosmo, in quanto l’Agorà (l’antica piazza delle città greche) cioè la comunità galattica del futuro è antiproibizionista, liberal, anticonformista dal punto di vista sessuale e antirazzista1”.

1Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia, L’ultimo viaggio per Massimo Mongai, cuoco di astronavi in http://www.labottegadelbarbieri.org/lultimo-viaggio-per-massimo-mongai-cuoco-di-astronavi/

Fonduta erotico-mediterranea “à la mode de Kumpawdaepheeawree”.

Ricetta tratta da “Il Turturro, Manuale di Cucina Spaziale, ottava Edizione” di Rudy “Basilico” Turturro.

Dosi

non indicabili

Preparate un soffritto di olio, aglio, peperoncino, cipolle e peperoni tagliati il più possibile fini; appena il tutto imbiondisce, aggiungete pomodori a pezzettoni e passata di pomodoro e fate ammalvire a fuoco lento, finché i vegetali non si sono quasi completamente sciolti. A parte, preparate un ciotola con non più di 20 grammi di “poon-tah-raelluh”, mi raccomando, non più di 20 grammi. Conditeli con un pesto di aglio e acciughe. A parte, preparerete dei pezzettoni di bruschetta (pane tostato con aglio e olio strofinati).

Verserete il sugo così ottenuto in una ciotola di coccio abbastanza capiente (potrete cucinare direttamente nella ciotola) che porterete a tavola su un fornello a spirito di quelli per la fonduta alla borgognona. Intingete il pane nel sugo bollente, mangiateci insieme una forchettata di “poon-tah-raelluh” e beveteci sopra ad ogni boccone un sorso di vino frizzante, secco e gelato.

Note e variazioni

Già mi immagino la vostra obiezione: come ci arrivo su Kumpawdaepheeawree a comprare la “poon-tah-raelluh”? A parte il fatto che si trova anche congelata nei migliori negozi di raffinatezze spaziali, vi concedo che, costando letteralmente a “peso di platino” è un po’ cara.

Vi do due alternative:

La prima andrebbe bene anche agli Umanisti: in pochissimo burro fuso, ma non bruciato, sciogliete una quarantina di grammi di hashish, possibilmente di quello nero afgano, ma anche quello commerciale andrà bene; amalgamatelo lentamente ed aggiungete pasta d’olive, pasta di funghi, un po’ di tartufo ed un pizzico di aglio spremuto. Con questo paté guarnite le fette di pane tostato.

Se nella vostra area, l’hashish è ancora illegale (ebbene sì, miei cari lettori, esistono ancora luoghi sulla Terra e nell’Agorà in cui questa follia accade) voi e la/il/i vostra/o/i partner praticate trenta giorni di astinenza da sesso ed alcool, contemporaneamente a trenta giorni di addestramento quotidiano di mezzofondo, per almeno tre ore al giorno, sempre di pomeriggio inoltrato o verso sera. Il trentunesimo giorno, fate preparare tutto da un cuoco o da un amico, sostituendo la “poon-tah-raelluh” con abbondanti cime di cicoria di tipo romano; allenatevi per un’ora soltanto e dedicatevi poi, subito dopo una doccia tiepida, alla cena; gli ingredienti sopra indicati e lo scatenarsi delle endorfine da “estasi dell’atleta” per le mancate due ore d’allenamento, dovrebbero dare un effetto molto simile a quello della poon-tah-raelluh. Provare per credere!

Il libro per intero lo trovate qui: https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/massimo-mongai/memorie-di-un-cuoco-dastronave/

Ambizione d’ubiquità sul tramvai (e nella vita)

Un tram a due piani a Sesto San Giovanni agli inizi del Novecento
Di Sconosciuto – La storia di Sesto – La grande trasformazione, Comune di Sesto San Giovanni, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32063581

Salii sul vuoto tramvai

trafelato, sudato e impacciato

dalla porta anteriore mi arrischiai

per quanto avevo cincischiato.

Spaesato per le infinite possibilità

ovunque mi sarei seduto

valutandone stupito

della sua ineffettualità.

Così saltellando

da un sedile all’altro

pensavo giocherellando

e guardando al di là del vetro

come sarebbe bello avere

il dono dell’ubiquità

e dell’onnipresenza pretendere

come gli dei la vastità.

Salii sul vuoto tramvai

trafelato, sudato e impacciato

dalla porta anteriore mi arrischiai

per tanto avevo sognato.

La “bagna caôda” per i pôivrôn

Di Etrusko25 – Opera propria Foto di Alessandro Duci, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5057356

Un podi storia

Già nel Piemonte medievale gli ingredienti c’erano tutti, proprio tutti. L’olio è menzionato in diversi statuti duecenteschi, urbani e rurali, dell’Italia padana che contengono disposizioni che obbligano – talora in rapporto all’estensione dei seminativi e delle vigne possedute – all’impianto di olivi, attestando con ciò nitidamente l’attenzione dei ceti dirigenti per tale coltura. «È quanto, ad esempio, si riscontra in Piemonte per Ivrea (seconda metà XIII secolo), San Giulio d’Orta (1357) e Torino, comunità presso le quali, unitamente a quella dell’olivo, si intende promuovere la presenza del mandorlo”. Oltre quello dell’olio d’oliva e dei grassi animali si registrava diffusamente l’olio di noce, utilizzabile per l’alimentazione, la farmaceutica, l’illuminazione e il trattamento della lana: «Nel Piemonte tardo medievale si ricorreva per l’oleificazione, oltre che a macine domestiche, a impianti appositamente concepiti per la spremitura delle noci, presso i quali lavoravano “olierii” e “olierie”: è attestata anche l’esistenza di venditori di olio di noce («olearii»), che non meno degli «olierii» richiamavano la sospettosa attenzione degli statutari[1]».

Aglio non ne parliamo nemmeno e poi burro e, infine, acciughe.  Per quest’ultime bisogna fare riferimento alle famose vie del sale dove genti delle Alpi e della pianura barattano prodotti da terra ferma (carni, grano…) con sale, preziosissimo per ogni tipo di conservazione, e acciughe che trovavano naturale protezione rintanate in quei piccoli o grandi barili di legno: «nelle tariffe daziarie del 1377 i barrilis de Anzoiis sallatis sono sottoposti al valore estimativo di 10 lire astesi, corrispondente ad un prezzo al consumo decisamente mite e largamente accessibile Alla fine del XIV secolo il medico Antonio Guainerio, pavese di origine ma attivo e residente in Piemonte fra Torino e Chieri, compone il trattato dal titolo “Opus praeclarum ad praxim non mediocriter necessarium”. In esso afferma: L’aglio è la salsa dei contadini, i quali a volte lo cuociono con mollica di pane, cosa che per i francesi e gli ultramontani non ha niente di superiore” (“Alleum est rusticorum sapor, et aliquando cum mollicie panis coquunt, quod pro ultramontanis vel francigenis nihil supra[2]”)».

Senza dimenticare che gran parte delle forniture di acciughe sotto sale arriva in Piemonte, passando attraverso tragitti molto differenti, dalla Provenza dove già si conosce una salsa a base d’olio, d’aglio e d’acciughe che va sotto il nome di anchoiade.

Ma, non essendo a noi noto il superbo inventore della bagna caoda, perché così non può essere, il poeta e novelliere piemontese Alberto Virgilio, nelle sue “Rime Piemontesi”, ci scherza su in quella lingua molto antica:

La bagna d’j pôivrôn

di Alberto Virgilio

Rime Piemôteise (Lattes, Torino 1904)

I l’ài girà, tôirà! L’ài fait passè

sinquantamila liber e papè:

vivù ‘d le smañe ‘nt le bibliôteche, lesù storie rômane, storie greche,

memorie, bërgamñe, cômentari,

vôlum e manôscrit rusià dai giari…

Dop un travai parej

l’ài nen pôdù savei

chi ch’a fussa l’autôr ‘d côla invenssiôn

ch’à ‘s ciama «bagnà caôda d’j pôivrôn».

Deputassiôn dë Storia, i ciamô mi

cosa ch’i feve? I studiè neuit e dì

cartasse fruste; i stampe un memôrial

su Re Pipin; ‘n articôl d’un giôrnal

per stabilì che ‘l barba ‘d Carlo Quint

l’è mort a quindes ani e nen a vint,

o che ‘nt el temp antich

al Mônte a j’era un brich;

ma nen n’«Estratt», nen ‘na pubblicassiôn,

s’ l’ ôrigine ‘d la bagna d’j pôivrôn.

J’elô quaic ritrôvatô cônôssù

parei ‘d la bagna? L’àlô pì ‘d virtù

‘1 vapôr? E l’automobil e ‘l tramvai

a valne mei ‘d la saôssa d’euli, d’ai

butir, anciôve e sal che un gran talent

l’à regalane a nôi, so dissendent?

‘Na statua a j’andarïa

pr’un’invenssiôn parïa,

mentre a ‘s sa gnanca ‘l nom dël talentôn

ch’a l’à inventà la bagna d’j pôivrôn.

A l’àn fait cavaier, cômendatôr,

certi che a vendô d’acqua për licôr,

e intant l’aiutôr d’un’invenssiôn cômpagna

côrne la nostra insuperabil bagna,

venô benefatôr ‘d l’umanità,

l’è sempre ‘nt el cantôn d’j dësmentià,

gnun a cônoss ël nom

dël grand, grandissim om,

j’è nen ‘na pera, un roc, côn l’iscrissiôn:

QUI NACQUE… CÔL ‘D LA BAGNA D’ J PÔVRÔN.

La “bagna” per i peperoni

Ho girato, frugato. Ho sfogliato

cinquantamila tra libri e carte:

ho vissuto settimane in biblioteca,

ho letto storie romane, storie greche,

memorie, pergamene, commentari,

volumi e manoscritti rosicchiati dai topi…

Dopo una simile ricerca

non son riuscito a sapere

chi è stato l’autore di quell’invenzione

che si chiama «bagna caoda coi peperoni».

Deputazioni di Storia, mi domando,

che cosa fate? Studiate notte e giorno

vecchie carte; stampate un memoriale

su re Pipino; un articolo sul giornale

per stabilire che lo zio di Carlo Quinto è morto a quindici anni e non a venti,

oppure che anticamente

sul Monte c’era una vetta;

ma non un Estratto, non una pubblicazione

sull’origine della «bagna» per i peperoni.

Forse c’è qualche scoperta conosciuta

paragonabile alla «bagna»? Ha più virtù

il vapore? E l’automobile e il tram

valgono forse più della salsa di olio, aglio,

burro, acciughe e sale che un gran genio

ha regalato a noi, suoi discendenti?

Ci vorrebbe una statua

per una simile invenzione;

invece non si sa neppure il nome del genio

che ha inventato la «bagna» per i peperoni.

Hanno fatto cavaliere, commendatore,

certi tipi che vendono acqua per liquore,

e intanto l’autore di una invenzione come la nostra insuperabile «bagna»,

vero benefattore dell’umanità,

è sempre nell’angolo dei dimenticati,

nessuno conosce il nome

del grande, grandissimo uomo;

non c’è una pietra, una lapide con la scritta:

QUI NACQUE… QUELLO DELLA «BAGNA» PERI PEPERONI.

E A VOI DUE RICETTE, TRA LE PIÙ ANTICHE[3]:

Bagna caoda (classica).

PROCEDIMENTO 

Pulire tutti gli spicchi d’aglio, metterli con ii gheriglio di noce (che ricorda il tradizionale olio di noci dei nostri nonni) in un recipiente sul fuoco (meglio la stufa) e coprirli d’acqua. Quando l’acqua sarà completamente consumata, coprire l’aglio con il latte. Quando il latte sta per bollire, gettare le acciughe (intere, con le lische, ma senza coda). Con uno schiacciapatate o anche con la forchetta, ridurre in poltiglia l’aglio e le acciughe. Lasciar cuocere molto lentamente finché tutto non diventa come una crema. Aggiungere l’olio e portarlo al limite dell’ebollizione soltanto al momento di servire la bagna caoda. NOTA. È la versione più saporita, ma (non ostante la gran quantità di aglio) è forse anche 1a più digeribile in quanto la bagna praticamente non frigge.

INGREDIENTI: Per ogni persona: una testa d’aglio • 2-3 acciughe dissalate • olio d’oliva • latte • un gheriglio di noce.

Bagna caoda (tranquilla).

PROCEDIMENTO • Tagliare a fette sottili la metà dell’aglio, il resto schiacciarlo. Schiacciare anche i gherigli di noce. Mettere in una terrina contemporaneamente aglio, noci, acciughe, olio e far cuocere a fuoco basso per mezzora. Prima di servire, sciogliere nella bagna una bella fetta di burro.

INGREDIENTI  per quattro persone: • dieci spicchi di aglio • una decina di acciughe dissalate e pulite • due bicchieri d’olio • due gherigli di noce • burro.

Il vino per la bagna caoda.

L’unico e comune consiglio che gli antichi ricettari danno è che il vino sia nuovo, non novello, ma giovane, fresco quel che basta, poco tenebroso, di carattere ma non sovrabbondante. Un rosso sarebbe più opportuno: una vibrante barbera o un anarchico grignolino, che tanto va dove gli pare. Purché di buona fattura, neh!.


[1] Alfio Cortonesi, L’olivo nell’Italia medievale, Estratto da Reti Medievali Rivista, VI – 2005/2 (luglio-dicembre)  http://rm.univr.it/rivista/dwnl/Cortonesi

[2] Gianluigi Bera, La Bagna Cauda. Il profilo storico tra Medioevo e Provenza in https://langhe.net/162299/la-bagna-cauda-il-profilo-storico-tra-medioevo-e-provenza/

[3] Sandro Doglio, L’inventore della bagna caoda, Daumerie Editrice, Cuneo 1993

Dialogo a distanza con Sandro Sangiorgi a partire dal suo “Il vino è dentro di noi” – Porthos 37

Porthos Trentasette

Ne approfitto

Ne approfitto. Approfitto del numero unico di Porthos, il 37. E approfitto di Sandro Sangiorgi e del suo scritto “Il vino è dentro di noi”. Approfitto anche degli studi che sto facendo in merito all’invenzione del giudizio di gusto nei secoli passati. Infine, approfitto della qualificazione di “naturale” connessa al vino. Non lo faccio per difendere qualcosa, perché l’ho già fatto. Non lo faccio neppure per entrare nel merito della discussione sul vino naturale, perché non è questo il tema.

Il vino naturale e la filosofia degli antichi

L’argomento di questo intervento è il tentativo di comprendere come il vino naturale, nelle parole di Sangiorgi, si collochi all’interno di una tradizione estetica molto antica e come questa si confronti con i percorsi attuali di conoscenza e di giudizio. Insomma, sposto lo sguardo senza distogliere l’attenzione.

Sangiorgi scrive (pag.11): “Il vino naturale ci ha riconsegnato il senso delle parole da usare per descrivere la complessità. Per esempio, il riferimento al concetto di “natura” per come l’aveva immaginato Galeno, comune ai mondi umano, animale, vegetale e minerale. Possiamo quindi definire naturale un vino di cui si è assecondata la natura; è “naturale” se lo si è aiutato a nascere senza ostacolare la relazione tra luogo, vitigno, consuetudine e condizioni di una specifica annata. Naturale come espressione della natura della sostanza, la sua temperatura, il suo stato. I sensi ci consentono di percepire, come il nostro sistema neuroendocrino di elaborare, lo spirito dell’essere animato. La lettura del vino naturale si basa essenzialmente sulla natura del soggetto esaminato. Quindi, cogliere se questa natura sia stata rispettata, sia stata espressa integralmente. La complessione di galenica memoria comprende il corpo e lo spirito, quando si parla di temperatura ci si riferisce al temperamento, la sua sostanza non è semplicemente il peso, una sorta di materia inanimata – sempre che ne esista davvero una – ma è anche il flusso, la forza”.

Presso gli antichi l’opera è concepita come un microcosmo: il bello è sempre considerato nella sua dinamicità come punto di equilibrio nell’oscillazione fra due estremi che sono costituiti dalla grazia (armonia) e dal sublime (contesa).

E ancora Sangiorgi: “Io fatico ad accettare che il profumo e il gusto possano ricevere due valutazioni diverse, come fossero due entità indipendenti generate da contesti separati.” (Porthos 37, pag.12)

Nel Filebo di Platone, il bello diviene la realizzazione della misura in cui si attuano una serie di corrispondenze tra il corpo e l’anima e fra queste e il cosmo: “Ed ecco ora che l’essenza (dynamis) del bene ci s’è rifugiata nella natura (physis) del bello perché certo misura giusta e proporzione accade che siano dovunque bellezza ed eccellenza”.

In epoca medievale Boezio (Roma, 475/477 – Pavia, 524/526) sostiene, nel suo ‘De institutione musica’, che l’armonia musicale mundana (cosmica) derivante dagli astri e non percepibile dall’uomo, si fonda sull’equilibrio dei quattro elementi presenti in natura – acqua, aria, terra e fuoco; allo stesso modo la musica humana rappresenta l’armonia dell’uomo con sé stesso e di sé con il mondo. E la musica instrumentis constituta, derivante dalle altre due, si forma attraverso il rapporto armonico dei suoni come imitazione della musica vocale: “Agli occhi del dotto medievale la musica rappresentava un incontro tra filosofia, teologia e pratica liturgica, l’una riflesso dell’altra su piani differenti. Seguendo la lezione del ‘Timeo’ platonico, la teoria musicale veniva vista come applicazione dell’ordine numerico su cui l’intero cosmo era fondato. Il canto era invece eco dei cori angelici in sempiterna lode del Creatore. In questa prospettiva, il concetto di harmonia veniva letto in chiave esemplaristica, ossia come processo di manifestazione dell’ordine archetipico nella gerarchia dell’Essere universale. La musica strumentale era qui imitazione della musica vocale. Questa era a sua volta l’immagine nel tempo e nello spazio del canto angelico, superiore alla dimensione temporale e udibile solo attraverso l’’orecchio del cuore’ (simbolicamente, la conoscenza interioritatis hominis). I cori angelici (‘Trisagio’, ‘Alleluia’) costituivano infine lode e manifestazione nel suono metafisico della Perfezione divina, assimilata apofaticamente al silenzio. La teoria aritmetica delle proporzioni numeriche, in cui si descrivono vuoi le relazioni tra note musicali vuoi i ritmi, era a sua volta concepita esemplaristicamente come copia dell’ordine noumenico insito nella ‘mente di Dio (Ernesto Mainoldi, La filosofia della musica nel Medioevo)”.

Quello che torna nella parole di Sangiorgi interessa i motivi di assonanza per cui il vino naturale nasce, è tale in altri termini, sia nella sua relazione di armonia (relazione dinamica) con il luogo, il vitigno, la consuetudine e le condizioni di una specifica annata, sia nelle sue particolarità essenziali: la temperatura, lo stato (di natura). I sensi ci aiutano dunque a percepire e a valutare questa corrispondenza. Nessuno degli elementi appena descritti appartiene ad un mondo a sé stante: il microcosmo del vino non fa parte di più ampio macrocosmo della natura, ma vi corrisponde nelle sue peculiarità espressive. E i sensi, secondo la teoria umorale di derivazione ippocratico-galenica, sono essi stessi prodotto degli elementi costitutivi del cosmo (aria, terra, fuoco e acqua), delle stagioni, dei punti cardinali, delle età, degli umori e delle complessioni da essi derivanti. La bellezza, e dunque la bontà, non sono un mezzo di valutazione esterna al prodotto che si vuole giudicare, in questo caso il vino, ma condividono con esso e con la natura di cui fanno parte gli stessi strumenti e le medesime caratteristiche fondamentali. La differenza, di matrice aristotelica, è che la natura agisce le trasformazioni senza alcuno sforzo perché è immanente all’opera stessa (non ha altri fini al di fuori di sé), mentre l’artigiano opera razionalmente e volontariamente affinché la materia trovi la forma e la sostanza voluta in accordo con le leggi della natura.

Marsilio Ficino, ancora in pieno ‘400, nella Theologia Platonica de immortalitate animarum (1482), scrive: “Che cos’è l’arte umana? Una natura particolare che opera sulla materia dall’esterno. Che cos’è la natura? Un arte che dà forma alla materia dall’interno”.

La rottura epistemologica del 1600

Nell’antichità è l’ordine cosmico a fondare per gli uomini la validità dei valori e ad instaurare fra loro un possibile spazio comunicativo: “da Cartesio (31 marzo 1596 – 11 febbraio 1650) tutto il problema consiste nel sapere come sia possibile fondare esclusivamente a partire da se stessi valori che siano validi anche per gli altri (l’intervento di Dio, pur non essendo ancora escluso, è dunque esso stesso mediato dalla riflessione filosofica del soggetto e, in tal senso, dipendente da quest’ultimo). In breve, tutto sta nel sapere come sia possibile fondare, nell’immanenza radicale dei valori nella soggettività, la loro trascendenza sia di fronte a noi stessi che di fronte agli altri” (Luc Ferry, Homo Aestheticus. L’invenzione del gusto nell’età della democrazia).

Se prima il giudizio di gusto non può distinguere tra valori perché non esiste una pluralità degli stessi, tra gerarchie umane e sovrumane stabilmente situate, tra distanze (tra soggetti osservanti e oggetti osservati), con le rivoluzioni del pensiero cogitante (artistiche e filosofiche al tempo stesso) si opta per un cesura, che via via sarà sempre più netta, tra facoltà e capacità di valutazione: deve essere al tempo stesso individuale e soggettiva, il “buon gusto” di appartenenza aristocratica, e generale, ovvero portatrice di caratteri universali e quindi negoziabili, discutibili e confutabili. La gerarchia si rovescia completamente: ciò che competeva al divino, ora compete solamente più agli uomini. Dio dapprima diviene mediazione del pensiero umano, poi scompare completamente dall’orizzonte della valutazione. Il percorso di radicalizzazione della soggettività del giudizio, passando attraverso Kant, troverà naturale compimento nell’estetica di Nietzsche, nella “morte di Dio” e nell’avvento del “soggetto diviso”: solo l’interpretazione costituisce il fondamento di ciò che una cosa è per cui “una cosa ‘in sé’? E’ altrettanto assurda di un ‘senso in sé’! Non ci sono stati di fatto ‘in sé’”. In altro modo per Nietzsche l’essenza di una cosa non può che essere un’opinione sulla cosa stessa: “in questo senso il bello va posto nella categoria dei valori biologici dell’utile, del benefico, di ciò che incrementa la vita” (Nietzsche, Volontà di potenza)

Il potenziale dirompente di questo rovesciamento platonico è piuttosto evidente: soggetto tanto a sostegni quanto a critiche durissime (consiglio di leggere a questo proposito Carlo Ginzburg, Rapporti forza. Storia, retorica, prova), ha aperto un esito novecentesco non scontato: “(…) possiamo dire che in Nietzsche si trovi preannunciato il duplice aspetto fondamentale di tutti i movimenti d’avanguardia che hanno dato la loro impronta all’estetica del Novecento fino alla fine degli anni Sessanta: cioè, appunto, da un lato l’ultra-individualismo che, rifacendosi al valore rivoluzionario dell’emancipazione individuale nei confronti delle tradizioni, consacrerà l’innovazione quale criterio supremo del giudizio estetico, facendolo così rientrare nell’ambito della storicità; e dall’altro la preoccupazione iper-classica di assegnare all’arte una funzione di verità, o addirittura di metterla al pari con il progresso delle scienze, per consentirle di esprimere un realtà che, a differenza di quella cui faceva riferimento il classicismo originario (quello del Seicento), non è più razionale, armoniosa, euclidea, ma illogica, informe, caotica e non euclidea”. (Luc Ferry, 202)

E, per finire, Sangiorgi: “Il vino buono non può essere scollegato da un percorso personale, ma di certo frequentarlo aiuta a comprendere il senso della vita al di là della vicenda individuale, la relazione continua tra dentro e fuori, il suo svolgersi perenne. Il vino è un mezzo straordinario, a patto che se ne rispetti la libertà di sorprenderci, di coglierci impreparati. A noi il compito di farci trovare diversi” (Porthos 37, pag.10)

Forse…

Forse quella dei “vini naturali” è l’ultima avanguardia artistica del secolo scorso. Come si sia inserita tanto impunemente in questo (di secolo) e quali esiti potrà avere in futuro non è dato saperlo. Di sicuro ha chiesto e chiede di ripensare i meccanismi di relazione tra particolare e universale, tra soggetto e oggetto, tra forma, sostanza e mutazioni, tra radici e semi, tra esperito ed esperienza, tra vissuto e sorpresa. Fosse già solo per questo, il nostro debito nei suoi confronti sarebbe comunque considerevole.

Degustazione onomatopeica

Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1642225

Stac! sniff sniff, uhm! 

Scrossssh, zot, zot, sniff, sviiish, sviiish, sniffs, sniiiifffffff, sviiish, snif, snif snif, snifffff.

Glu glu, glu, ushhh, ushhh, glrrr, glrrrr,glrrr, ahhhhh, ahhhhh, ptuh, ptttuhhhh… Burp! (pardon!)

Gulp! Mumble mumble! Gulp!

Slurp! Sluuurp!, Yaah, Wow, Yippeee Yippeee ! Wow, ehi, ehhhiiiii, pat, pat:  “Tah-dah!, hai sentito che buono questo Ormeasco di Pornassio Sciac-trà ?!?”

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.