Est Est Est di Montefiascone tra storia e leggenda

Marcolfa interpretata da Annabella Schiavone in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno Di Gawain78 – catturato personalmente dall’autore., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3293217

La letteratura di cui siamo in possesso non è mai stata unanime sui vini di Montefiascone: così come giungono encomi e lodi da un passato alquanto lontano, vi sono numerosi rimandi di minor stima.

Si parla, nelle raccolte statutarie del 1471, principalmente di due vitigni che rimandano a due vini, in un epoca in cui le classificazioni e i richiami sono alquanto generici: il moscatello ed il guarnaccino («pro genere vitaminum Muscatelli, guarnaccini, et alicuius alterius generis). E ancora, verso la fine del Cinquecento, in un rimedio montefiasconese per avere figli compare, tra gli ingredienti necessari, un fiasco de malvascia overo guarnaccia.» [1] I vini, in tutte le testimonianze scritte, sono dolci: «Nel 1506, a papa Giulio II che transitava per Montefiascone, erano stati offerti, ad esempio, vini locali, praebuit huic celeber mons dulcia vina Faliscus.» [2] Così come Leandro Alberti, qualche anno dopo, a conferma della rinomanza del vino moscatello, scrive che «Oltre alla detta selva scorgesi sopra l’alto colle Monte [70v] Fiascone, tante altre volte da i Tedeschi nominato, et desiderato per li soavi, et dolci vini moscateli bianchi, et vermigli. (…) Ha Monte Fiascone molto ameno, et bello territorio, ch’è di fruttiferi colli ornato. Da i quali traggono buoni, et soavi vini moscatelli (come è detto) con fichi, pomi, et altri simili frutti.» [3]

Alcuni elogi misurati provengono da visitatori stranieri di rango, perlopiù originari della terre germaniche, come quelli del diarista del duca di Württemberg (1599) il cui racconto narra dell’ubriacatura della comitiva con «il più gradevole vino moscatello trovato durante tutto il viaggio.» Il diarista del Langravio d’Assia riferisce la storia altrettanto dettagliatamente, ma avverte alla fine che “questo vino per la sua dolcezza gonfia il corpo per cui non se ne può bere molto”.» [4]

Si passa poi alle vere e proprie stroncature: «Di poi a Montefiascone, dove non è buon vino, anco che habbi il nome, ma si fornisce da quei luoghi circonvicini, cioè da Bolsena, Marta et Bagnorea. (…) Il vino moscatello viene all’alma Roma da più province, e per mare e per terra, ma il meglio è quello che viene dalla Riviera di Genova da una villa nomata Taglia, e quelli non hanno el cotto, come quelli di Sicilia e Montefiascone. A voler conoscere la loro perfetta bontà, bisogna non sia di colore acceso, ma di colore dorato, non fumoso et troppo dolce, ma ambile et habbia del cotognino et non sia agrestino Di tal bevanda non voleva bere S.S. per conto alcuno; e diceva essere fastidioso bere e li havrìa generato flemma assai. Tali vini sono da hosti, per coloro che volentieri corrono alla foglietta et per imbriaconi per scaldarsi. Ne provava alcuna volta S.S. quando si trovava a Montefiascone per dare honore et condizione al luogo.» [5]

E, infine, Goethe che sosta a Montefiascone (il 5 o 6 maggio 1740), «per visitare la chiesa di S. Flaviano “celebre per quel sepolcro che rinchiude le ceneri d’un forastiere, il quale, per aver inghiottito troppo vino di moscatello, cadde ammalato e morì […]”. Dice ancora che “tutto il cippo sepolcrale è talmente cancellato, che per cavarne qualche cosa ci vogliono occhi di lince” e infine esprime il suo parere, evidentemente di conoscitore, sulla qualità del famoso vino che “non è cattivo, ma non di tal eccellenza che possa verificare la suddetta tradizione. Il suo colore alquanto giallastro, il gusto agrodolce; basta, è una specie di moscatello, focoso, pizzicante ed olioso, e perciò di poca durata e difficile per essere inviato in altri paesi forastieri”.» (6)

La leggenda.

Vi sono due elementi, in questo breve resoconto, che rimandano alla leggenda che avvolge la storia del vino EST EST EST di Montefiascone:il riferimento alle “nominazioni” tedesche del vino di cui ci dà ragguaglio Leandro Alberti nel 1550 e le successive memorie dei viaggiatori che, riconoscenti delle precedenti narrazioni, quando giungono a Montefiascone, si immergono nel suo vino. La miglior trattazione della leggenda dell’EST EST EST di Montefiascone è quella di Claus Riessner, che ci rende edotti sulla prima trascrizione (1556-59) della suddetta ad opera di «Lorenz Schrader, originario di Halberstadt vicino a Magdeburgo vede in Montefìascone non soltanto un luogo d’antica tradizione e di bella posizione (quondam Faliscorum caput, situm arduo loco) ma osserva anche con interesse altre cose: nobile vino Muscatelli, lino et aljis fructibus quam plurimis. Concludendo la sua breve descrizione con un paio di citazioni d’autori antichi, soggiunge: Venit hic notanda historia de quodam praelato, qui nimia vini ingurgitatione in monte Faliscorum mortuus est. Nam habebat pro more dum iter faceret, ut sempre famulum praemitteret, qui de hospitijs quaereret, quae melioribus vinis essent intstructa, ne forsitan in illla re falleretur. Adveniens igitur ex famulo quaesivit Episcopus, an esset bonum vinum. Famulus ut bonitatem vini eo magis exprianeret, respondit: Est Est et vocem duplicavit. Mortuo itaque Episcopo famulus tale posuit Epitaphium. Propter est est, Dominus meus mortuus est…”

Abbiamo voluto riportare integralmente questo racconto, non soltanto perché troviamo qui la prima testimonianza stampata della nostra storiella, ma anche perché in essa appaiono già molti elementi essenziali rimasti vivi fino ai giorni nostri. D’altra parte possiamo constatare che vi mancano alcuni dettagli tramandati da versioni posteriori, cioè in primo luogo l’affermazione che il prelato o il vescovo sarebbe stato un tedesco; inoltre si dice chiaramente che lo scritto “Est” è stato solamente raddoppiato non triplicato, come più tardi si racconterà; inoltre manca soprattutto l’accenno al testamento del prelato culminante nel desiderio di versare ogni anno una certa quantità del vino pregiato sulla sua tomba, senza precisare peraltro che questa si trova nella chiesa di S. Flaviano.» [7]

Insomma, nella prima versione della leggenda, il servitore del prelato, viene preposto a scoprire i luoghi dove si serve il miglior vino. Una volta trovati, li annuncia duplicando la voce: “Est Est et vocem duplicavit.” Nelle versioni più tarde della leggenda il prelato è di nazionalità germanica, la parola “Est” (Est bonum!) viene triplicata e segnata sulle locande. Compare anche, come racconta Riessner, il testamento del vescovo.

Ma veniamo, con il suo autore, alla conclusione della ricerca: «A giudicare dalle testimonianze raccolte, la leggenda dell’Est, Est, Est comincia a diffondersi nella seconda metà del secolo XVI, dopo essersi formata intorno ad un nucleo primitivo costituito da un fatto veramente accaduto in passato, cioè la morte di un prelato (probabilmente di provenienza tedesca o, come noi riteniamo, olandese) in seguito ad un’abbondante bevuta di vino moscatello. [Nello stesso tempo o poco più tardi si racconta che questo crapulone aveva l’abitudine di mandare avanti un servo il cui compito era di indicargli con lo scritto “Est” il luogo del migliore vino, trovandone poi a Montefiascone uno di qualità insuperabile. Gli altri elementi della leggenda, il testamento del prelato e la disposizione di versare una certa quantità di vino sulla tomba, b u e aggiunti dopo, e dalle loro varianti risulta che l’episodio fu tramandato innanzi tutto a voce da molte persone diverse. La sua origine risale sicuramente ad un’epoca anteriore alle prime testimonianze scritte, anche se la supposizione che si tratti di un personaggio vissuto nel periodo dell’imperatore Enrico V all’inizio del secolo XII è per noi soltanto un’ipotesi fra altre.» [8]

Sembra che questa leggenda, poi, da quanto scrive Franz Karl Prassl, rispondendo al lungo articolo sulla “Bibliografia della Leggenda dell’Est! Est!! Est!!!”non sia esclusiva di Montefiascone, ma anche di altre parti d’Europa: «Esiste una legenda parallela anche in Slovenia (la parte della Styria australe)

Un nobile francese (o un generale) ha inviato un legato a degustare vini buoni presso la „Štaierska“, la parte slovena della Stiria storica (Maribor, Celja, Ptuj ecc.), fin al 1920 parte dell‘ Austria, da oggi Slovenia. Quando il legato ha trovato un vino buono, scrive: „è buono“ in francese (C’est bon). Quando ha trovato un vino buonissimo, ha scritto tre volte „è buono“ e questo vino è chiamato oggi Šipon (pronuncia scipon) – una uva autochtona dalla „Štaierska“.» [9]

La leggenda si sposta un po’ più a nord, a Poggibonsi.

La storia è nota, la leggenda un po’ meno: Bertoldo e Bertoldino. Dopo un po’ arriva anche Cacasenno: « Fenomeno fisiologico e non soltanto psicologico, il riso scaturisce da sorpresa e sensazione dell’inatteso, da travestimento, da gesti e mimiche grottesche, da motti di spirito, da beffa, da astuzia, da atto sconveniente di altri. Antropologia e psicologia ci prestano gli strumenti più adatti per una lettura nuova sia del Bertoldo che del Bertoldino, due opere situate nel territorio della belle “matière fecale” – come scriveva un maestro del riso “grasso” e liberatorio, Rabelais – che devono essere esaminate soprattutto in chiave comico-fisiologica. Infatti, qui de terra est, de terra loquitur, e il buffone che conosce d’istinto le sorgenti del riso, sguazza nella trivialità e nello scatologico come un bambino non ancora diventato adulto: partendo dal basso, dalle feci e dall’urina, coinvolge nella risata potenti e gentiluomini.

Così Dolcibene, il Gonnella, Stecchi, Martellino, il Mattello, lo Scocola, così tutti gli innumerevoli milites de curia, i quali conoscevano il segreto elementare di far ridere, la chiave fisiologica adatta a disserrare la bocca e la borsa dei detentori del potere, sommovendo i visceri e scompaginando l’equilibrio degli umori.» [10]

Cacasenno, figlio di e nipote di Bertoldo si aggiunge ai primi due racconti di Giulio Cesare Croce ad opera di Adriano Banchieri e viene pubblicata per la prima volta nel 1620. La fama esplosiva dei racconti trova compimento in alcune celebri opere, trasposta in operetta musicata dal Goldoni (prima rappresentazione nel 1749 a Venezia) e in pellicola, nel 1936, da Giorgio Simonelli, nel 1954, da Mario Amendola e Ruggero Maccari e, in ultimo, nel 1984, da Mario Monicelli.

Vi è un dialogo, nella “Novella semplice di Cacasenno”, che riprende la leggenda del vino Est Est Est, ma che lo porta un po’ più in su e precisamente a Poggibonsi. La protagonista è la saggia Marcolfa che lascia meravigliati il Re e la Regina per la sua eloquenza: « né la giudicarno Donna montanara, ma sì bene abitatrice della montagna, la quale ben dava saggio che fu moglie dell’astuto Bertoldo, tanto celebre al mondo.» [11] Quella povera Marcolfa che, nell’operetta di Goldoni, cambia nome in Menghina: « Io ho concepito il desiderio di porre in teatro tutta la famiglia delli Bertoldi, onde ho con essi introdotta la Menghina, moglie di Bertoldino, avendo lasciata in pace la veneranda Marcolfa, perché niuna delle signore donne averebbe avuto piacere di avere un sì fatto nome, e di far la parte della nonna di Cacasenno.» [12]

Ebbene, ora la leggenda:

« Marcolfa. Perché il nostro felice paese di montagna ricerca vestimenti rozzi, pane mesturato e bere acqua continuamente, li cui cibi e vestiti conferiscono grandemente alla sanità.

Re. Quello che si contenta gode; potendo mangiare buon pane e bever buon vino, mi pare gran semplicità il cibarsi di mestura ed acqua.

Marcolfa. Tra l’altre male cose, il bever vino a quelli che non sono avvezzi si è la peggiore per la sanità, sì come sortisce agli avvezzi bevendone di soverchio; ed in tal proposito, se alle Maestà loro non porto tedio, voglio narrargli una favola raccontatami da mio marito in proposito di chi beve soverchio.

Re. Eccoci attenti per ascoltarvi, ditela pure.

Marcolfa. Un Gentiluomo principale Todesco, volendosi partire dalla patria per trasferirsi a vedere la meravigliosa Città di Roma, ed insiememente scorrere il delizioso Regno di Napoli, si pose in cammino con un Servitore suo fidato e pratico di tali paesi; e giunti che furono a Bologna, ordinò pertanto il gentiluomo al Servo che andasse avanti, e in tutte le Città, Castelli, Ville e Borghi che sono per la strada maestra, ed in tutte le Osterie si fermasse, e gustasse se ivi era buon vino; e quando l’aveva gustato ivi si fermasse o ponesse sopra la porta dell’Osteria una lettera maiuscola in lingua latina, che dicesse EST, cioè: Quivi è buon vino. Il Servo obedì; e mentre il Gentiluomo trovava un’Osteria, né vi vedeva la maiuscola EST, diceva tra sé: Nitte, ed andava avanti; e quando trovava la maiuscola EST, ivi si fermava un giorno, sì per veder quel luogo, sì anco per gustare così buona bevanda. Così camminando verso Roma, giunse il Servo a una Terra del Serenissimo Gran Duca di Toscana, situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi (che fu patria del famosissimo Cecco Bembo) e fermatosi all’Osteria delle Chiavi, trovò ivi tre variate sorti di vini esquisiti, Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. A questa trovata fece il Servo un Epitaffio, replicando tre volte la maiuscola così EST, EST, EST. Giunto il padrone, e gustati tali Vini, concluse ivi trattenersi tre giorni, né saziandosi di berne, tanto vi soverchiò, che fu miserabilmente assalito da un improviso soffocamento, dove in poche ore se ne morì. Il Servitore mal contento, ritornatosene al suo paese con così trista novella, a tutti li parenti ed amici che li dimandavano del suo Padrone, loro rispondeva con questi due versi latini:
Propter EST, EST, EST, Dominus meus mortuus est
Sì che applicando dico, che il vino per lo più genera infiniti disordini, onde ne derivano diverse infermità, ed a noi là su in montagna non gusta, ma più ne piace quelle nostre acque freschissime, lucide come specchi e chiare come cristallo, che in dolce mormorio scaturiscono da certe pendici in concave fontane, le quali acque si rendono non solo delicate al gusto, ma ne liberano dalle indigestioni.» [13]

Sessanta anni dopo il primo resoconto di Lorenz Schrader, la leggenda si disloca nella terra del Gran Duca di Toscana, in una città situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi, patria famosissima dell’inverosimile Cecco Bembo. Lì il servitore, fermatosi nella famosa Osteria delle Chiavi, scopre tre vini squisiti: Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. L’“EST” viene dedicato ad ogni singolo vino e il famoso epitaffio viene ripetuto per ben tre volte con la “maiuscola”.

NOTE

[1] Cfr. ASCM, Statuti Veteris, 1471, libro I, “De vendemijs quod elapsis quindecim diebus mensis septembris fieri debeat Consilium super ipsis – Cap. 56” e Guarnazinum: vernaccia, vino; così PIETRO SELLA nel suo citato Glossario, citatai in Giancarlo Breccola, Montefiascone e il suo vino, Comune di Montefiascome Assessorato al Turismo, pag. 11, 12 in http://breccola.jimdo.com/pubblicazioni/
Cfr. http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/

[2] Giancarlo Breccola cit. pag 12

[3] Leandro Alberti, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia 1596 (prima edizione del 1550), pp. 123, 124 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 10 giugno 2007 in http://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/alberti_leandro/descrittione_di_tutta_l_italia/pdf/descri_p.pdf

[4] Claus Riessner, Sulle orme di Goethe nella Tuscia vista da viaggiatori tedeschi fra Sei e Settecento.

[5] Sante Lancerio, I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio. Operetta tratta dal manoscritto della biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicata da Giuseppe Ferraro, Eredi del Barbagrigia, Tip. Fratelli Capaccini, Roma 1890, pag. 16 e pp. 36, 37.

[6] Claus Riessner, cit. pp. 12, 13

[7] C. Riessner, Viaggiatori tedeschi a Montefiascone e l’origine della leggenda dell’Est, Est, Est, Biblioteca e società. Quaderni della rivista del consorzio per la gestione delle Biblioteche: Comunale degli Ardenti e Provinciale Anselmo Anselmi di Viterbo 7, 1982, pag. 4

[8] Ivi, pag. 12

[9] http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/, cit.

[10] Piero Camporesi, Introduzione a Giulio Cesare Croce, Le astuzie di Bertoldo e le semplicità di Bertoldino, Garzanti, Milano 1993, pag. 8

[11] A. Banchieri, Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino Divisa in discorsi e ragionamenti Opera onesta e di piacevole trattenimento, copiosa di motti, sentenze, proverbi ed argute risposte, aggiunta al Bertoldino di G. C. Croce da Camillo Scaligeri dalla Fratta [Adriano Banchieri], p. 92.

[12] Carlo Goldoni, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Dramma Comico per Musica, Libretto n. 21 dell’Edizione completa dei testi per musica di Carlo Goldoni, realizzati da www.librettidopera.it. Trascrizione e progetto grafico a cura di Dario Zanotti, pag. 4

[13] A. Banchieri, Novella di Cacasenno, cit. pp. 202, 203

“Molly’s Game”. The Galaxy scents like raspberries and rum…

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You have to watch it!

I imagine that, as for many, this is a period of telematic peregrinations, of spasmodic research of leisure or serious investigation that only mother technology can give. And, in this reconnaissance, I come across “Molly’s game” without knowing much about it except that it develops around a true story, or at least plausible, and about the game of poker.

She, Molly Bloom ( masterfully played by Jessica Chastain), tyrannized by her father Larry (Kevin Costner), psychoanalyst and extremely competitive (two particularly hard conditions to endure at the same time), after failing his sports career, due to a serious accident on the ski slopes in view of participation in the Olympics, directs her extremely intelligent and sharp eye to the game of poker: she becomes, first in Los Angeles and then in New York, the organizer of the gaming tables and the most popular evenings in their respective cities, involving some of the most emblematic figures of them.

Singers, actors, directors, businessmen, scoundrels of every ream and mobster of various kinds are involved. As you can imagine the game grows to such an extent that the political/monetary control becomes more and more complicated for Molly: to have sufficient cash coverage (she is the dealer and the bank at the same time) in a game where the buy-in is 250.000 $ she is forced to take a percentage on the plays which, being illegal in the States (not the organization of private gambling tables), progressively leads her to be placed under attention first by the Mafia, which beats her up and then by the FBI, which brings her to trial.

At no point in the film violence is exhibited as a self-sufficient condition; at no point in the film does verbal vulgarity become a substitute for a lack of ideas. The castle of poker cards, at that point, collapses: Molly will be forced to defend herself in court with the help of Charley Jaffey (Idris Elba) and, indirectly, of her daughter, little big Stella (Whitney Peak). She won’t give names or even surnames, except for some already caught, she will plead guilty, but she will land on her feet, with a hefty bill to pay and a few hours of social services, but no clink time.

Narrations, plot, the hideous spoiler and its most nefarious meaning

There is a hideous term, but it is not the first one, which is Italianization of an English one: spoilerare, meaning the art of revealing the plot, the conclusion, the surprise effect of a movie, a book, or other.

If revealing something about a movie or a book or something else would be tantamount to ruining it, then I honestly think that that book or that movie deserves very little: because if a text is only its outcome, and in the end, there is that little a story has failed to make pleasant and intriguing, then the story is nothing but the conclusion of itself and not its principle, development, and enjoyment. So in “Molly’s Game” it would be reductive to think of the father as the initial and final appearance of the film, as the cause and possible solution (the wonderful analysis on the bench) of the torments and intentions of the young poker manager. The father is always present as well as, and not otherwise, his ego and her ego, her competitiveness and competitiveness, her betrayals, and unfinished betrayals. And the same goes for poker, a place of daring exchanges, of unparalleled skill, of ill-concealed intentions, of compromises, of powers and roles that they specify and that they redefine, of infinitesimal choices that change indefinitely, of the interweaving of plans, among which the legal and illegal one is just one of many, of the distances between fraud, investigations, repressions, and spit, which are then what separates the court and Wall Street, the judge from Wall Street and the judgment on Wall Street and its rules and offenses.

The Galaxy smells like raspberries and rum.

Between a look at the chips and an ear strained to the speeches that spread during the games, Molly updates herself, reads and studies different things: in the story, she tells her lawyer about a near degree in Astronomy, from which she would lack a few credits; and she’s asking more or less like this: “But are you aware that the Universe smells of raspberry and rum?”. So I’m going to look for the news: the discovery is the product of the work of a group of astronomers from the Max Planck Institute for Radioastronomy in Bonn, who brought their maxi telescope on a huge mass of dust and stellar gas to intercept the complex molecules capable of giving rise to life. As in any self-respecting serendipity, you start looking for something and you come across something else: Sagittarius B2 dust cloud residues, at the center of our galaxy, contain a substance called ethyl formate, chemically responsible for the scent of raspberry. “And that’s not all: chemistry manuals explain that this substance not only tastes like raspberries but smells like rum. Astronomers used an IRAM radio telescope in Spain (Institut de Radio Astronomie Millimetrique) to analyze the electromagnetic radiation emitted by a particularly dense area of Sagittarius B2, which surrounded a newborn star. From the radiation coming, the German team found the typical emission characteristics of ethyl formate, an organic compound made of carbon, oxygen, and hydrogen, which are the same elements that are needed to make amino acids. In the same cloud was also intercepted the presence of propyl cyanide, a lethal substance, and the two molecules are the largest ever found in space so far”.

In the end.

In the end, Molly, her brothers, her father, her father, her lawyer, her daughter (I think) celebrate the sentence at the table, when she, looking into those big, sad eyes, asks herself, made a series of considerations about what awaits her from a professional, financial, personal point of view: “What do I do now?” A question that has not leave me indifferent. And these days more so.

Sistemarsi nell’eternità

Mi sono imbattuto, per caso (caso che, detto fra noi, non esiste: forse il fato sì, ma il caso non penso proprio), in una pagina di un libro che non è conosciutissimo, ma neppure così ignoto: “Venerdì o il limbo del Pacifico”(Einaudi, Torino 1976; Vendredi ou les Limbes du Pacifique, éditions Gallimard) di Michel Tournier. Una rivisitazione, profonda, del “Robinson Crusoe” (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719. Tournier, al contrario, era un nostro contemporaneo e il suo romanzo del 15 marzo 1967. Ma non è questo il punto e neppure la premessa di quanto voglio qui riportare: “…le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore”. Era di questo, e in questo momento, ciò di cui volevo farvi partecipi.

«Quel che più è mutato nella mia vita è lo scorrere del tempo, la sua velocità ed anche il suo orientamento. Una volta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erano inclinati in qualche modo verso il giorno, l’ora, il minuto seguenti, e tutti insieme erano aspirati entro il disegno del momento al posto del quale la provvisoria inesistenza creava come un vacuum. Così, il tempo passava presto e utilmente, tanto più presto anzi in quanto era utilmente impiegato, e lasciava dietro di sé un mucchio di tracce e di detriti che costituivano la mia storia. Forse la cronaca in cui mi ero imbarcato avrebbe finito dopo millenni di peripezie col chiudersi e col tornare alla sua origine. Ma quella circolarità del tempo restava il segreto degli dei, e la mia breve vita era per me un segmento rettilineo i cui due capi puntavano assurdamente verso l’infinito, così come nulla, in un giardino di pochi metri quadrati, rivela la sfericità della terra […]. Per me, ormai, il ciclo si è ridotto al punto che si confonde con l’istante. Il moto circolare è divenuto così rapido che non si distingue più dall’immobilità. Si direbbe, così, che le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore. E non differenziandosi più come tappe successive di un piano in via di esecuzione, si somigliano al punto che nella memoria mi si sovrappongono esattamente e mi sembra di rivivere sempre la stessa giornata. Da quando l’esplosione ha distrutto l’albero-calendario, non ho più provato il bisogno di tenere il conto del mio tempo […], il tempo si è fermato nel momento in cui la clessidra volava in frantumi. Da allora non ci siamo forse, Venerdì ed io, sistemati nell’eternità?»

«Ce qui a le plus changé dans ma vie, c’est l’écoulement du temps, sa vitesse et même son orientation. Jadis chaque journée, chaque heure, chaque minute était inclinéeen quelque sorte vers la journée, l’heure ou la minute suivante, et toutes ensemble étaient aspirées par le dessein du moment dont l’inexistance provisoire créait comme un vactium. Ainsi le temps passait vite et utilement, d’autant plus vite qu’il était plus utilement employé, et il laissait derrière lui un amas de monuments et de détritus qui s’appelait mon histoire. Peut-être cette chronique dans laquelle j’étais embarqué aurait-elle fini après des millénaires de péripéties par `boucler’ et par revenir à son origine. Mais cette circularité du temps demeurait le secret des dieux et ma courte vie était pour moi un fragment rectiligne dont les deux bouts pointaient absurdement vers l’infíni, de méme que rien dans un jardin de quelques arpents ne révèle la sphéricité de la terre […]. Pour moi désormais, le cycle s’est rétréci au point qu’il se confond avec l’instant. Le mouvement circulaire est devenu si rapide qu’il ne se distingue plus de l’immobilité. On dirait, par suite, que mes journées se sont redressées. Elles ne basculent plus les unes sur les autres. Elles se tiennent debout, verticales, et s’affirment fièrement dans leur valeur intrensèque. Et comme elles ne sont plus différenciées par les étapes successives d’un plan en voie d’exécution, elles se ressemblent au point qu’elles se superposent exactement dans ma mémoire et qu’il me semble revívre sans cesse la méme journée. Depuis que l’explosion a détruit le mât-calendrier, je n’ai pas éprouvé le besoin de tenir le compte de mon temps […], le temps s’est figé au moment où la clepsydre volait cn éclats. Dès lors n’est-ce pas dans l’éternité que nous sommes installés, Vendredi et moi?»

Di questi tempi non leggo. Mi aggrappo


La verità (1870) di Jules Joseph Lefebvre – Art Renewal Center – description, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=238187

Di questi tempi non leggo, ma mi aggrappo. E più leggo meno mi aggrappo (meno leggo in altre parole): se non lo aveste già capito uso il verbo transitivo “leggere” e il transitivo coniugato nella forma riflessiva “aggrapparsi” uno al posto dell’altro. Perché si ha un bel da dire sulle notizie palesemente vere e su quelle palesemente false. Dove non c’è dubbio regna la quiete e ci si può tranquillamente aggrappare al vero indubbio o al falso evidente. Questione di indole, di capacità, di interessi, questi sì molto meno palesi di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. Ci si aggrappa e ci si dondola felicemente. Ma di quelle notizie parzialmente vere, o presuntivamente vere, ma con un margine di incertezza tale che non permette loro di essere pienamente vere, cosa si fa? Ci si aggrappa comunque, ma ci si dondola meno felicemente, con più paura e con una sensazione di mesta angoscia e di incompletezza e di quello stesso vuoto spaesante che, sull’altalena, ci fa rimbalzare il cuore quando si supera l’altezza raccomandata. E di quelle false, ma proprio non completamente false, che poggiano i loro piedi d’argilla su di un vano appiglio di verità nascosto tra mille menzogne? Non ci si aggrappa, naturalmente, ma rimane comunque un senso di impreciso stordimento, di rabbia malcelata, di paura inespressa. Ed è qui che si insinua, pernicioso come pochi, il dubbio. Proprio quel dubbio a cui alcuni velatamente rimandano, mentre altri ancora vi si stringono ferocemente come fosse l’ultimo appiglio di verità ai più nascoste.

Poi ci sono quelle verità reticenti, che dicono e non dicono, che lasciano trasparire, come il velo di Iside, sprazzi di conoscenza e germogli di verità: non vogliono fare altro che accennare e lasciare che il tempo faccia il suo corso, perché il corso delle loro verità non può essere espresso al tempo in cui la verità servirebbe. Perché questa verità reticente serve troppi padroni e serve a troppi padroni. E quindi le immancabili falsità reticenti, che svelano parti frammentarie di un discorso più ampio in cui la falsità non ha solo un compito descrittivo, ma volutamente predittivo e quindi prescrittivo: esse costruiscono le basi perché ciò che è falso sia ritenuto vero e quando questo vero emergerà come dato indubitabile, come nuova verità, non ci sarà più alcun bisogno di spingerlo. In molti ci si saranno già aggrappati per proprio conto. La storia è prodiga di ognuno di questi esempi e non occorre certo l’oggi e i suoi improbabili trasudamenti per metterci davanti al fatto che ogni argomento sia immancabilmente ricolmo di più disquisizioni.

Ma come non ricordare ancora quelle verità che giocano a nascondino con la menzogna, che cambiano casacca velocemente quando prendono oppure quando si celano. Tanto sicure sin tanto che l’incertezza non ne impone un uso più parco; addirittura fino a cambiare statuto senza doverne rendere conto ad alcuno. Tanto impossibili da tenere a sé quanto difficili da lasciare.

E, infine, ci sono quelle verità dubbiose, poco rassicuranti, che fondano le proprie asserzioni su assiomi certi, inequivocabili e splendidamente verificati e verificabili. Ma poi, proprio perché di forza sicura è fatta la loro base, queste verità non possono, al contrario di quelle che non vogliono, spingersi oltre: occorre loro fermarsi e lasciare presagire, in conto di una vastità di variabili tra loro interconnesse e di ipotesi non ridondanti che, solo nel caso in cui tutte le condizioni si verifichino nei tempi e nei modi previsti, allora la parte restante del loro edificio troverà compimento. E quello sarà la nuova verità magnificamente verificata e verificabile.

Leggo, dunque, o meglio mi aggrappo, cercando di tenere lontani i demoni che lusingano le mie paure, le miei ansie, le mie rabbie, i miei costrutti mentali e ideologici, i miei spazi fisici e familiari, le mie risorse e limitazioni, le mie speranze.

“Molly’s Game”. E la Galassia profuma di lampone e di rum

Un film da vedere.

Immagino che, come per molti, questo sia un periodo di peregrinazioni telematiche, di ricerche spasmodiche di svago o di approfondimento serioso che soltanto madre tecnologia può regalare. E, in questa ricognizione, mi imbatto in “Molly’s game” senza saperne più di tanto se non che si sviluppa intorno ad una storia vera, o quantomeno verosimile1, e sul gioco del poker. Lei, Molly Bloom (interpretata magistralmente da Jessica Chastain), tiranneggiata dal padre Larry (Kevin Costner), psicoanalista ed estremamente competitivo (due condizioni particolarmente dure da sopportare nello stesso momento), dopo aver fallito, a causa di un grave incidente sulle piste da sci in vista della partecipazione alle Olimpiadi, la carriera sportiva, dirige il suo sguardo estremamente intelligente ed acuto al gioco del poker: diventa, prima a Los Angeles e poi a New York, l’organizzatrice dei tavoli e delle serate di maggior richiamo delle rispettive città coinvolgendo alcune tra le figure più emblematiche delle stesse. Vi partecipano, infatti, cantanti, attori, registi, uomini d’affari, farabutti di ogni risma e mafiosi di varia sorta. Come potete immaginarvi il gioco si ingrandisce a tal punto che per Molly il controllo politico/monetario diviene sempre più complicato: per avere copertura sufficiente in denaro (lei è il banco e la banca allo stesso tempo) in un gioco in cui il buy-in è di 250.000 dollari è costretta a prendere una percentuale sulle giocate cosa che, essendo illegale negli States (non l’organizzazione di tavoli da gioco privati), la porta progressivamente ad essere posta sotto attenzione prima dalla Mafia, che la pesta per bene e poi dall’FBI, che la porta in giudizio. In nessun momento del film la violenza viene esibita come condizione autosufficiente; in nessun momento del film la volgarità verbale diviene sostituto della mancanza di idee. Il castello di carte da poker, a quel punto, crolla: Molly sarà costretta a difendersi in tribunale con l’aiuto di Charley Jaffey (Idris Elba) e, indirettamente, di sua figlia, la piccola grande Stella (Whitney Peak). Non farà nomi e neppure cognomi, se non di alcuni già pescati, si dichiarerà colpevole, ma ne uscirà in piedi, con un conto salato da pagare e un po’ di ore di servizi sociali, ma niente gattabuia.

Narrazioni, trama, l’orrendo spoiler e il suo più nefasto significato.

C’è un termine orrendo, ma non è il primo, che è italianizzazione di uno inglese: spoilerare, ovvero l’arte di svelare la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa di un film, di un libro o di altro. Se svelare qualcosa di un film o di un libro o di qualcosa d’altro equivarrebbe a rovinarlo allora penso, in tutta sincerità, che quel libro o quel film meritino davvero poco: perché se un testo è solo il suo esito, e nel finale vi è quel poco che una storia non ha saputo rendere piacevole e intrigante, allora il racconto non è altro che la conclusione di se stesso e non il suo principio, sviluppo e godimento. Così in “Molly’s Game” sarebbe riduttivo pensare al padre come comparsa iniziale e finale del film, come causa e possibile soluzione (la meravigliosa analisi sulla panchina) dei tormenti e dei propositi della giovane manager del poker. Il padre è sempre presente così come, e non diversamente, il suo ego e l’ego di lei, la sua competitività e la competitività di lei, i suoi tradimenti e gli incompiuti tradimenti di lei. E lo stesso valga per il poker, luogo di arditi scambi, di inaudite abilità, di mal celati intendimenti, di compromessi, di poteri e di ruoli che essi specificano e che essi ridefiniscono, delle scelte infinitesimali che mutano indefinitamente, degli intrecci fra piani, tra cui quello legale e illegale è solo uno fra i tanti, delle distanze fra frodi, indagini, repressioni e sputi, che sono poi ciò che separa il tribunale e Wall Street, il giudice da Wall Street e il giudizio su Wall Street e le sue regole e infrazioni.

E la Galassia profuma di lampone e di rum.

Tra un’occhiata alle fiches e un orecchio teso ai discorsi che si diffondevano durante le partite, Molly si aggiorna, legge e studia di cose diverse: nel racconto che fa al suo avvocato parla di una quasi laurea in Astronomia, da cui le mancherebbero pochi crediti; e domanda più o meno così: “Ma lei è a conoscenza che l’Universo profuma di lampone e di rum?” Allora mi butto a cercare la notizia: la scoperta è il prodotto del lavoro di un gruppo di astronomi del Max Planck Institute per la Radioastronomia di Bonn, che hanno portato il loro maxi telescopio su un’enorme massa di polvere e gas stellare allo scopo di intercettare le molecole complesse capaci di dare origine alla vita. Come in ogni serendipità che si rispetti, si parte cercare qualcosa e ci si imbatte in tutt’altro: residui della nuvola di polvere Sagittarius B2, al centro della nostra galassia, contengono infatti una sostanza chiamata etile formiato, chimicamente responsabile del profumo del lampone. “E non è finita qui: i manuali di chimica spiegano che questa sostanza non solo sa di lampone ma profuma di rum. Gli astronomi hanno utilizzato in Spagna un radiotelescopio IRAM (Institut de Radio Astronomie Millimetrique) per analizzare le radiazioni elettromagnetiche emesse da una zona particolarmente densa del Sagittarius B2, che circondava una stella appena nata. Dalla radiazione proveniente, il team tedesco ha riscontrato le caratteristiche di emissione tipiche dell’etile formiato, un composto organico fatto di carbonio, ossigeno e idrogeno, che sono gli stessi elementi che servono per fare gli amminoacidi. Nella stessa nuvola è stata intercettata anche la presenza di propil cianuro, una sostanza letale, e le due molecole sono le più grandi finora mai trovate nello spazio2”.

Alla fine.

Alla fine, Molly, i suoi fratelli, il padre, l’avvocato, sua figlia (credo) festeggiano a tavola la sentenza, quando lei, volgendo lo sguardo in quegli occhi grandi e tristi, si chiede, fatte una serie di considerazioni su ciò che l’aspetta dal punto di vista lavorativo, finanziario, personale: “E ora che cosa faccio?” Una domanda che non mi ha lasciato indifferente. E di questi tempi di più.

1 La sceneggiatura del film è tratta dal libro autobiografico: Molly’s Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World.

2 https://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/scienze/astrofisica/odore-via-lattea/odore-via-lattea.html