Di questi tempi non leggo. Mi aggrappo


La verità (1870) di Jules Joseph Lefebvre – Art Renewal Center – description, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=238187

Di questi tempi non leggo, ma mi aggrappo. E più leggo meno mi aggrappo (meno leggo in altre parole): se non lo aveste già capito uso il verbo transitivo “leggere” e il transitivo coniugato nella forma riflessiva “aggrapparsi” uno al posto dell’altro. Perché si ha un bel da dire sulle notizie palesemente vere e su quelle palesemente false. Dove non c’è dubbio regna la quiete e ci si può tranquillamente aggrappare al vero indubbio o al falso evidente. Questione di indole, di capacità, di interessi, questi sì molto meno palesi di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. Ci si aggrappa e ci si dondola felicemente. Ma di quelle notizie parzialmente vere, o presuntivamente vere, ma con un margine di incertezza tale che non permette loro di essere pienamente vere, cosa si fa? Ci si aggrappa comunque, ma ci si dondola meno felicemente, con più paura e con una sensazione di mesta angoscia e di incompletezza e di quello stesso vuoto spaesante che, sull’altalena, ci fa rimbalzare il cuore quando si supera l’altezza raccomandata. E di quelle false, ma proprio non completamente false, che poggiano i loro piedi d’argilla su di un vano appiglio di verità nascosto tra mille menzogne? Non ci si aggrappa, naturalmente, ma rimane comunque un senso di impreciso stordimento, di rabbia malcelata, di paura inespressa. Ed è qui che si insinua, pernicioso come pochi, il dubbio. Proprio quel dubbio a cui alcuni velatamente rimandano, mentre altri ancora vi si stringono ferocemente come fosse l’ultimo appiglio di verità ai più nascoste.

Poi ci sono quelle verità reticenti, che dicono e non dicono, che lasciano trasparire, come il velo di Iside, sprazzi di conoscenza e germogli di verità: non vogliono fare altro che accennare e lasciare che il tempo faccia il suo corso, perché il corso delle loro verità non può essere espresso al tempo in cui la verità servirebbe. Perché questa verità reticente serve troppi padroni e serve a troppi padroni. E quindi le immancabili falsità reticenti, che svelano parti frammentarie di un discorso più ampio in cui la falsità non ha solo un compito descrittivo, ma volutamente predittivo e quindi prescrittivo: esse costruiscono le basi perché ciò che è falso sia ritenuto vero e quando questo vero emergerà come dato indubitabile, come nuova verità, non ci sarà più alcun bisogno di spingerlo. In molti ci si saranno già aggrappati per proprio conto. La storia è prodiga di ognuno di questi esempi e non occorre certo l’oggi e i suoi improbabili trasudamenti per metterci davanti al fatto che ogni argomento sia immancabilmente ricolmo di più disquisizioni.

Ma come non ricordare ancora quelle verità che giocano a nascondino con la menzogna, che cambiano casacca velocemente quando prendono oppure quando si celano. Tanto sicure sin tanto che l’incertezza non ne impone un uso più parco; addirittura fino a cambiare statuto senza doverne rendere conto ad alcuno. Tanto impossibili da tenere a sé quanto difficili da lasciare.

E, infine, ci sono quelle verità dubbiose, poco rassicuranti, che fondano le proprie asserzioni su assiomi certi, inequivocabili e splendidamente verificati e verificabili. Ma poi, proprio perché di forza sicura è fatta la loro base, queste verità non possono, al contrario di quelle che non vogliono, spingersi oltre: occorre loro fermarsi e lasciare presagire, in conto di una vastità di variabili tra loro interconnesse e di ipotesi non ridondanti che, solo nel caso in cui tutte le condizioni si verifichino nei tempi e nei modi previsti, allora la parte restante del loro edificio troverà compimento. E quello sarà la nuova verità magnificamente verificata e verificabile.

Leggo, dunque, o meglio mi aggrappo, cercando di tenere lontani i demoni che lusingano le mie paure, le miei ansie, le mie rabbie, i miei costrutti mentali e ideologici, i miei spazi fisici e familiari, le mie risorse e limitazioni, le mie speranze.

Le cose, le parole. Il caso “Velenitaly” come paradigma.

Apprendendo con gioia che: “La corte d’appello di Trento ha ribaltato la sentenza di primo grado con cui, nel dicembre 2013, il Tribunale di Rovereto mi aveva condannato, come autore e come direttore di Millevigne,  per la mia dura critica all’articolo dell’Espresso “Benvenuti a Velenitaly” firmato da Paolo Tessadri, che aveva seminato il panico tra consumatori e operatori alla vigilia di Vinitaly 2008.” (Maurizio Gily su Mille Vigne) lotta libera

Ribadisco alcune cose che scrissi allora:

Il caso che ha visto contrapposti Maurizio Gily e il giornale l’Espresso (“Velenitaly”) introduce una serie di questioni intimamente correlate tra di loro e, per certi versi, paradigmatiche dei tempi correnti.

Provo a distinguerle nel merito e nel metodo, senza entrare nei contenuti, poiché irrilevanti in questa discussione, ma non secondari in ciò che è realmente accaduto.

Ecco, ho appena utilizzato un’espressione pericolosa dal punto di vista semantico: “ciò che è realmente accaduto”. Come se fosse possibile, o inevitabile, dare conto, narrare in altri termini, di un fatto in un unico modo. I fatti, da una parte, e l’interpretazione degli stessi dall’altra. Questo tipo di argomentazione, assai dibattuta in ambito storiografico, riguarda, nel nostro caso, sia il contenuto dello scontro (ciò che scrisse il giornalista de L’Espresso e le repliche di Maurizio Gily su “Millevigne”) sia il contenuto della sentenza giudiziaria in merito alla condanna di risarcimento.

I fatti. Come accennavo in precedenza, il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:

  1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1] , secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.
  2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.

Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”

Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo punto, con conseguenze censorie rovinose.

Fatti e oggettività. Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce l’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere-, avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.

La verità. Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.

Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.

Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:

  1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”
  2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.
  3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Il punto centrale.

Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto. Ecco il motivo, ripreso poi in sede giurisprudenziale (il cui ricorso non scontato è parte integrante del processo in atto), per cui non era maggiormente rilevante il contenuto dell’articolo di Maurizio Gily in replica al dossier “Velenitaly”, ma la sua forma verbale ‘contenitiva’ a carattere metafisico. Perché è proprio la forma che delinea, nella sua convenzionalità, i rapporti di potere. Il meccanismo funziona ampiamente anche nel caso contrario, ovvero quando un soggetto debole viene colpito da diffamazione.

Il dispositivo della censura.

A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere non negano le libertà formali di parola, dal punto di vista legislativo, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta. Saranno gli stessi giornalisti d’inchiesta, blogger , lettori o scriventi estemporanei a fermarsi di fronte alla semplice possibilità di poter incorrere in una querela risarcitoria di entità indefinita.

Se i fatti e la verità hanno una lontana parentela, ben più stretta è la relazione che sostiene il potere e il denaro.

 


[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984,  Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15