Est Est Est di Montefiascone tra storia e leggenda

Marcolfa interpretata da Annabella Schiavone in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno Di Gawain78 – catturato personalmente dall’autore., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3293217

La letteratura di cui siamo in possesso non è mai stata unanime sui vini di Montefiascone: così come giungono encomi e lodi da un passato alquanto lontano, vi sono numerosi rimandi di minor stima.

Si parla, nelle raccolte statutarie del 1471, principalmente di due vitigni che rimandano a due vini, in un epoca in cui le classificazioni e i richiami sono alquanto generici: il moscatello ed il guarnaccino («pro genere vitaminum Muscatelli, guarnaccini, et alicuius alterius generis). E ancora, verso la fine del Cinquecento, in un rimedio montefiasconese per avere figli compare, tra gli ingredienti necessari, un fiasco de malvascia overo guarnaccia.» [1] I vini, in tutte le testimonianze scritte, sono dolci: «Nel 1506, a papa Giulio II che transitava per Montefiascone, erano stati offerti, ad esempio, vini locali, praebuit huic celeber mons dulcia vina Faliscus.» [2] Così come Leandro Alberti, qualche anno dopo, a conferma della rinomanza del vino moscatello, scrive che «Oltre alla detta selva scorgesi sopra l’alto colle Monte [70v] Fiascone, tante altre volte da i Tedeschi nominato, et desiderato per li soavi, et dolci vini moscateli bianchi, et vermigli. (…) Ha Monte Fiascone molto ameno, et bello territorio, ch’è di fruttiferi colli ornato. Da i quali traggono buoni, et soavi vini moscatelli (come è detto) con fichi, pomi, et altri simili frutti.» [3]

Alcuni elogi misurati provengono da visitatori stranieri di rango, perlopiù originari della terre germaniche, come quelli del diarista del duca di Württemberg (1599) il cui racconto narra dell’ubriacatura della comitiva con «il più gradevole vino moscatello trovato durante tutto il viaggio.» Il diarista del Langravio d’Assia riferisce la storia altrettanto dettagliatamente, ma avverte alla fine che “questo vino per la sua dolcezza gonfia il corpo per cui non se ne può bere molto”.» [4]

Si passa poi alle vere e proprie stroncature: «Di poi a Montefiascone, dove non è buon vino, anco che habbi il nome, ma si fornisce da quei luoghi circonvicini, cioè da Bolsena, Marta et Bagnorea. (…) Il vino moscatello viene all’alma Roma da più province, e per mare e per terra, ma il meglio è quello che viene dalla Riviera di Genova da una villa nomata Taglia, e quelli non hanno el cotto, come quelli di Sicilia e Montefiascone. A voler conoscere la loro perfetta bontà, bisogna non sia di colore acceso, ma di colore dorato, non fumoso et troppo dolce, ma ambile et habbia del cotognino et non sia agrestino Di tal bevanda non voleva bere S.S. per conto alcuno; e diceva essere fastidioso bere e li havrìa generato flemma assai. Tali vini sono da hosti, per coloro che volentieri corrono alla foglietta et per imbriaconi per scaldarsi. Ne provava alcuna volta S.S. quando si trovava a Montefiascone per dare honore et condizione al luogo.» [5]

E, infine, Goethe che sosta a Montefiascone (il 5 o 6 maggio 1740), «per visitare la chiesa di S. Flaviano “celebre per quel sepolcro che rinchiude le ceneri d’un forastiere, il quale, per aver inghiottito troppo vino di moscatello, cadde ammalato e morì […]”. Dice ancora che “tutto il cippo sepolcrale è talmente cancellato, che per cavarne qualche cosa ci vogliono occhi di lince” e infine esprime il suo parere, evidentemente di conoscitore, sulla qualità del famoso vino che “non è cattivo, ma non di tal eccellenza che possa verificare la suddetta tradizione. Il suo colore alquanto giallastro, il gusto agrodolce; basta, è una specie di moscatello, focoso, pizzicante ed olioso, e perciò di poca durata e difficile per essere inviato in altri paesi forastieri”.» (6)

La leggenda.

Vi sono due elementi, in questo breve resoconto, che rimandano alla leggenda che avvolge la storia del vino EST EST EST di Montefiascone:il riferimento alle “nominazioni” tedesche del vino di cui ci dà ragguaglio Leandro Alberti nel 1550 e le successive memorie dei viaggiatori che, riconoscenti delle precedenti narrazioni, quando giungono a Montefiascone, si immergono nel suo vino. La miglior trattazione della leggenda dell’EST EST EST di Montefiascone è quella di Claus Riessner, che ci rende edotti sulla prima trascrizione (1556-59) della suddetta ad opera di «Lorenz Schrader, originario di Halberstadt vicino a Magdeburgo vede in Montefìascone non soltanto un luogo d’antica tradizione e di bella posizione (quondam Faliscorum caput, situm arduo loco) ma osserva anche con interesse altre cose: nobile vino Muscatelli, lino et aljis fructibus quam plurimis. Concludendo la sua breve descrizione con un paio di citazioni d’autori antichi, soggiunge: Venit hic notanda historia de quodam praelato, qui nimia vini ingurgitatione in monte Faliscorum mortuus est. Nam habebat pro more dum iter faceret, ut sempre famulum praemitteret, qui de hospitijs quaereret, quae melioribus vinis essent intstructa, ne forsitan in illla re falleretur. Adveniens igitur ex famulo quaesivit Episcopus, an esset bonum vinum. Famulus ut bonitatem vini eo magis exprianeret, respondit: Est Est et vocem duplicavit. Mortuo itaque Episcopo famulus tale posuit Epitaphium. Propter est est, Dominus meus mortuus est…”

Abbiamo voluto riportare integralmente questo racconto, non soltanto perché troviamo qui la prima testimonianza stampata della nostra storiella, ma anche perché in essa appaiono già molti elementi essenziali rimasti vivi fino ai giorni nostri. D’altra parte possiamo constatare che vi mancano alcuni dettagli tramandati da versioni posteriori, cioè in primo luogo l’affermazione che il prelato o il vescovo sarebbe stato un tedesco; inoltre si dice chiaramente che lo scritto “Est” è stato solamente raddoppiato non triplicato, come più tardi si racconterà; inoltre manca soprattutto l’accenno al testamento del prelato culminante nel desiderio di versare ogni anno una certa quantità del vino pregiato sulla sua tomba, senza precisare peraltro che questa si trova nella chiesa di S. Flaviano.» [7]

Insomma, nella prima versione della leggenda, il servitore del prelato, viene preposto a scoprire i luoghi dove si serve il miglior vino. Una volta trovati, li annuncia duplicando la voce: “Est Est et vocem duplicavit.” Nelle versioni più tarde della leggenda il prelato è di nazionalità germanica, la parola “Est” (Est bonum!) viene triplicata e segnata sulle locande. Compare anche, come racconta Riessner, il testamento del vescovo.

Ma veniamo, con il suo autore, alla conclusione della ricerca: «A giudicare dalle testimonianze raccolte, la leggenda dell’Est, Est, Est comincia a diffondersi nella seconda metà del secolo XVI, dopo essersi formata intorno ad un nucleo primitivo costituito da un fatto veramente accaduto in passato, cioè la morte di un prelato (probabilmente di provenienza tedesca o, come noi riteniamo, olandese) in seguito ad un’abbondante bevuta di vino moscatello. [Nello stesso tempo o poco più tardi si racconta che questo crapulone aveva l’abitudine di mandare avanti un servo il cui compito era di indicargli con lo scritto “Est” il luogo del migliore vino, trovandone poi a Montefiascone uno di qualità insuperabile. Gli altri elementi della leggenda, il testamento del prelato e la disposizione di versare una certa quantità di vino sulla tomba, b u e aggiunti dopo, e dalle loro varianti risulta che l’episodio fu tramandato innanzi tutto a voce da molte persone diverse. La sua origine risale sicuramente ad un’epoca anteriore alle prime testimonianze scritte, anche se la supposizione che si tratti di un personaggio vissuto nel periodo dell’imperatore Enrico V all’inizio del secolo XII è per noi soltanto un’ipotesi fra altre.» [8]

Sembra che questa leggenda, poi, da quanto scrive Franz Karl Prassl, rispondendo al lungo articolo sulla “Bibliografia della Leggenda dell’Est! Est!! Est!!!”non sia esclusiva di Montefiascone, ma anche di altre parti d’Europa: «Esiste una legenda parallela anche in Slovenia (la parte della Styria australe)

Un nobile francese (o un generale) ha inviato un legato a degustare vini buoni presso la „Štaierska“, la parte slovena della Stiria storica (Maribor, Celja, Ptuj ecc.), fin al 1920 parte dell‘ Austria, da oggi Slovenia. Quando il legato ha trovato un vino buono, scrive: „è buono“ in francese (C’est bon). Quando ha trovato un vino buonissimo, ha scritto tre volte „è buono“ e questo vino è chiamato oggi Šipon (pronuncia scipon) – una uva autochtona dalla „Štaierska“.» [9]

La leggenda si sposta un po’ più a nord, a Poggibonsi.

La storia è nota, la leggenda un po’ meno: Bertoldo e Bertoldino. Dopo un po’ arriva anche Cacasenno: « Fenomeno fisiologico e non soltanto psicologico, il riso scaturisce da sorpresa e sensazione dell’inatteso, da travestimento, da gesti e mimiche grottesche, da motti di spirito, da beffa, da astuzia, da atto sconveniente di altri. Antropologia e psicologia ci prestano gli strumenti più adatti per una lettura nuova sia del Bertoldo che del Bertoldino, due opere situate nel territorio della belle “matière fecale” – come scriveva un maestro del riso “grasso” e liberatorio, Rabelais – che devono essere esaminate soprattutto in chiave comico-fisiologica. Infatti, qui de terra est, de terra loquitur, e il buffone che conosce d’istinto le sorgenti del riso, sguazza nella trivialità e nello scatologico come un bambino non ancora diventato adulto: partendo dal basso, dalle feci e dall’urina, coinvolge nella risata potenti e gentiluomini.

Così Dolcibene, il Gonnella, Stecchi, Martellino, il Mattello, lo Scocola, così tutti gli innumerevoli milites de curia, i quali conoscevano il segreto elementare di far ridere, la chiave fisiologica adatta a disserrare la bocca e la borsa dei detentori del potere, sommovendo i visceri e scompaginando l’equilibrio degli umori.» [10]

Cacasenno, figlio di e nipote di Bertoldo si aggiunge ai primi due racconti di Giulio Cesare Croce ad opera di Adriano Banchieri e viene pubblicata per la prima volta nel 1620. La fama esplosiva dei racconti trova compimento in alcune celebri opere, trasposta in operetta musicata dal Goldoni (prima rappresentazione nel 1749 a Venezia) e in pellicola, nel 1936, da Giorgio Simonelli, nel 1954, da Mario Amendola e Ruggero Maccari e, in ultimo, nel 1984, da Mario Monicelli.

Vi è un dialogo, nella “Novella semplice di Cacasenno”, che riprende la leggenda del vino Est Est Est, ma che lo porta un po’ più in su e precisamente a Poggibonsi. La protagonista è la saggia Marcolfa che lascia meravigliati il Re e la Regina per la sua eloquenza: « né la giudicarno Donna montanara, ma sì bene abitatrice della montagna, la quale ben dava saggio che fu moglie dell’astuto Bertoldo, tanto celebre al mondo.» [11] Quella povera Marcolfa che, nell’operetta di Goldoni, cambia nome in Menghina: « Io ho concepito il desiderio di porre in teatro tutta la famiglia delli Bertoldi, onde ho con essi introdotta la Menghina, moglie di Bertoldino, avendo lasciata in pace la veneranda Marcolfa, perché niuna delle signore donne averebbe avuto piacere di avere un sì fatto nome, e di far la parte della nonna di Cacasenno.» [12]

Ebbene, ora la leggenda:

« Marcolfa. Perché il nostro felice paese di montagna ricerca vestimenti rozzi, pane mesturato e bere acqua continuamente, li cui cibi e vestiti conferiscono grandemente alla sanità.

Re. Quello che si contenta gode; potendo mangiare buon pane e bever buon vino, mi pare gran semplicità il cibarsi di mestura ed acqua.

Marcolfa. Tra l’altre male cose, il bever vino a quelli che non sono avvezzi si è la peggiore per la sanità, sì come sortisce agli avvezzi bevendone di soverchio; ed in tal proposito, se alle Maestà loro non porto tedio, voglio narrargli una favola raccontatami da mio marito in proposito di chi beve soverchio.

Re. Eccoci attenti per ascoltarvi, ditela pure.

Marcolfa. Un Gentiluomo principale Todesco, volendosi partire dalla patria per trasferirsi a vedere la meravigliosa Città di Roma, ed insiememente scorrere il delizioso Regno di Napoli, si pose in cammino con un Servitore suo fidato e pratico di tali paesi; e giunti che furono a Bologna, ordinò pertanto il gentiluomo al Servo che andasse avanti, e in tutte le Città, Castelli, Ville e Borghi che sono per la strada maestra, ed in tutte le Osterie si fermasse, e gustasse se ivi era buon vino; e quando l’aveva gustato ivi si fermasse o ponesse sopra la porta dell’Osteria una lettera maiuscola in lingua latina, che dicesse EST, cioè: Quivi è buon vino. Il Servo obedì; e mentre il Gentiluomo trovava un’Osteria, né vi vedeva la maiuscola EST, diceva tra sé: Nitte, ed andava avanti; e quando trovava la maiuscola EST, ivi si fermava un giorno, sì per veder quel luogo, sì anco per gustare così buona bevanda. Così camminando verso Roma, giunse il Servo a una Terra del Serenissimo Gran Duca di Toscana, situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi (che fu patria del famosissimo Cecco Bembo) e fermatosi all’Osteria delle Chiavi, trovò ivi tre variate sorti di vini esquisiti, Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. A questa trovata fece il Servo un Epitaffio, replicando tre volte la maiuscola così EST, EST, EST. Giunto il padrone, e gustati tali Vini, concluse ivi trattenersi tre giorni, né saziandosi di berne, tanto vi soverchiò, che fu miserabilmente assalito da un improviso soffocamento, dove in poche ore se ne morì. Il Servitore mal contento, ritornatosene al suo paese con così trista novella, a tutti li parenti ed amici che li dimandavano del suo Padrone, loro rispondeva con questi due versi latini:
Propter EST, EST, EST, Dominus meus mortuus est
Sì che applicando dico, che il vino per lo più genera infiniti disordini, onde ne derivano diverse infermità, ed a noi là su in montagna non gusta, ma più ne piace quelle nostre acque freschissime, lucide come specchi e chiare come cristallo, che in dolce mormorio scaturiscono da certe pendici in concave fontane, le quali acque si rendono non solo delicate al gusto, ma ne liberano dalle indigestioni.» [13]

Sessanta anni dopo il primo resoconto di Lorenz Schrader, la leggenda si disloca nella terra del Gran Duca di Toscana, in una città situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi, patria famosissima dell’inverosimile Cecco Bembo. Lì il servitore, fermatosi nella famosa Osteria delle Chiavi, scopre tre vini squisiti: Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. L’“EST” viene dedicato ad ogni singolo vino e il famoso epitaffio viene ripetuto per ben tre volte con la “maiuscola”.

NOTE

[1] Cfr. ASCM, Statuti Veteris, 1471, libro I, “De vendemijs quod elapsis quindecim diebus mensis septembris fieri debeat Consilium super ipsis – Cap. 56” e Guarnazinum: vernaccia, vino; così PIETRO SELLA nel suo citato Glossario, citatai in Giancarlo Breccola, Montefiascone e il suo vino, Comune di Montefiascome Assessorato al Turismo, pag. 11, 12 in http://breccola.jimdo.com/pubblicazioni/
Cfr. http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/

[2] Giancarlo Breccola cit. pag 12

[3] Leandro Alberti, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia 1596 (prima edizione del 1550), pp. 123, 124 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 10 giugno 2007 in http://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/alberti_leandro/descrittione_di_tutta_l_italia/pdf/descri_p.pdf

[4] Claus Riessner, Sulle orme di Goethe nella Tuscia vista da viaggiatori tedeschi fra Sei e Settecento.

[5] Sante Lancerio, I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio. Operetta tratta dal manoscritto della biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicata da Giuseppe Ferraro, Eredi del Barbagrigia, Tip. Fratelli Capaccini, Roma 1890, pag. 16 e pp. 36, 37.

[6] Claus Riessner, cit. pp. 12, 13

[7] C. Riessner, Viaggiatori tedeschi a Montefiascone e l’origine della leggenda dell’Est, Est, Est, Biblioteca e società. Quaderni della rivista del consorzio per la gestione delle Biblioteche: Comunale degli Ardenti e Provinciale Anselmo Anselmi di Viterbo 7, 1982, pag. 4

[8] Ivi, pag. 12

[9] http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/, cit.

[10] Piero Camporesi, Introduzione a Giulio Cesare Croce, Le astuzie di Bertoldo e le semplicità di Bertoldino, Garzanti, Milano 1993, pag. 8

[11] A. Banchieri, Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino Divisa in discorsi e ragionamenti Opera onesta e di piacevole trattenimento, copiosa di motti, sentenze, proverbi ed argute risposte, aggiunta al Bertoldino di G. C. Croce da Camillo Scaligeri dalla Fratta [Adriano Banchieri], p. 92.

[12] Carlo Goldoni, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Dramma Comico per Musica, Libretto n. 21 dell’Edizione completa dei testi per musica di Carlo Goldoni, realizzati da www.librettidopera.it. Trascrizione e progetto grafico a cura di Dario Zanotti, pag. 4

[13] A. Banchieri, Novella di Cacasenno, cit. pp. 202, 203

Contro il pranzo di lavoro

La cucina, al pari di ogni altra forma di pratica umana, è un linguaggio che si struttura in segni convenzionali. Essi, a loro volta, riflettono i nuovi assetti sociali, le loro molteplici domande culturali e le rinnovate socialità alimentari. Perso il controllo rituale del cibo, il sistema mercantile ha velocemente trasformato i bisogni in valore e le necessità in scusanti. Diversi calendari si sono poco a poco succeduti sino ad annullare la distinzione tra il tempo di lavoro e il tempo della festa: “quando i fuochi dentro (nelle case) si spengono, fuori si scatenano le delizie funerarie delle tavole fredde, delle anatomie di bocca”. (Piero Camporesi)

Una volta che i campi sono stai invasi, coperti e risucchiati in un sistema largamente produttivo, il pranzo è divenuto dapprima luogo della sperimentazione dell’ingegneria alimentare attento tanto alle leggi di mercato quanto agli apporti vitaminici, per poi farsi luogo di produzione: la colazione di lavoro. Più rare, ma non meno invasive, le cene di lavoro occupano gli interstizi della notte, lo spazio liminale delle infinite possibilità. Di derivazione anglosassone, il pranzo di lavoro, fingendo di legare uno spazio ludico, conviviale e di riposo ad una logica mercantile, travolge con il suo aggettivo di specificazione sia la sensualità del cibo condiviso che la sistema della conversazione. Siti di alta specializzazione finanziaria consigliano di essere se stessi, ma forse fino ad un certo punto, di non mangiare con la bocca aperta e soprattutto di mangiare poco. Di non ingozzarsi, di bere vino solo se gli altri lo fanno e di berne poco. Di parlare di tutto, ma forse senza discutere, quindi di non conversare di niente che non sia strettamente necessario a parlare di ciò che rimane sulle sfondo. Il cibo, come il vino, copre lo scenario della reificazione del privato piegata al dominio di soddisfazioni calcolate. Contorno di un discorso senza orni né specificità il cibo, come la conversazione, imbrigliato nelle pastoie della funzionalità operativa e commerciale, serve da cortina fumogena all’unico interesse dei convitati: gli affari. La rappresentazione scenica che gira intorno alla convivialità strumentale priva il banchettare del suo momento festivo: “Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi”. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi)

 

Il dipinto: Boris Kustodiev, Ristorante a Mosca, 1916

Elogio della conoscenza analfabeta. Omaggio a Piero Camporesi

“Mêrz, cusm e’ cul e non cusm’ et” [1]

Questo breve articolo vuole essere un tributo ad un grande studioso della civiltà contadina e pastorale, un signore che, come scrive Umberto Eco, “entra in una stanza dove c’è un tappeto dai colori e disegni bellissimi, che tutti hanno sempre considerato un’opera d’arte; lo prende per un lembo, lo rivolta, e ci mostra anche sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto. Eppure era sotto il tappeto”. Questo signore si chiama Piero Camporesi. In un breve saggio del 1985 [2], Camporesi affronta un tema molto particolare, diremmo di grande attualità, la trasmissione del sapere non scritto, oggi nuovamente attualizzato da consuetudini, come nel campo vinicolo, ma non solo, che parlano del recupero di pratiche ancestrali basate sull’osservazione empirica e sistematica dei fenomeni naturali applicati all’attività agricola e pastorale. E’ il grande debito, a volte convenuto, ma molto spesso malcelato, che la scienza ha riconosciuto al sapere analfabeta, a quelle società àgrafe, dove la trasmissione delle nozioni passa, ad esempio, attraverso il proverbio (equivalente delle auctoritates nelle società letterarie), soprattutto di tipo metrologico e  fisiologico e che “condensa il sapere non firmato del gruppo, la voce anonima che esprime il controllo sociale della comunità o la sua mentalità scientifica. Supercoscienza collettiva che impone condizionamenti, atteggiamenti, comportamenti”[3].

La formula del proverbio aiuta a costruire un’immagine del mondo consuetudinario in forma ritualizzata e circolare dove non vi è rottura epistemologica tra umano e naturale, cosa che verrà sancita, invece, dalla rivoluzione industriale. Tanta parte della finta oppositività politica tra conservazione e progresso viene da lì, dall’antitesi tra un mondo che, attraverso le stagioni, ripete infinitamente se stesso ed un altro che prosegue in avanti, linearmente.

Esempi ve ne sono molti, come questo del fattore veronese Giacomo Agostinetti che, dopo aver servito in diverse proprietà, alla tenera età di 82 anni, decide di mettere a nudo i saperi agricoli del suo mondo. E’ la cultura del pronostico come condizione della precognizione dell’abbondanza o della carestia, che si svela, ad esempio, attraverso la meteorologia: l’ascolto dei rumori della notte, la visione del cielo stellato, le nubi, sono preziosi indicatori sullo stato del tempo, e quindi delle attività possibili, anche commerciali, del giorno (se non dei giorni) seguente: “Quando la notte si vede maggior quantità di stelle dell’ordinario. Quando la Luna è circondata da vapori più dell’ordinario dicendosi ‘cerchio lontano pioggia vicina’. Quando gli Armenti gli Asini rangiano i Lupi urlano gli Uccelli non cessano di volare, i Galli di cantare. Le Mosche e tavani di morsicare, i pesci di guizzare, le Rane, Rospi di biscantare, biscie lucertole & animali simili di vagare, oltre che il sale si inhumidisce e li contrapesi dell’orologio calano più dell’ordinario. E anco segno di futura pioggia quando il Sole tramonta circondato di nubbi che li Contadini dicono che và giù in sacco. Le quali cose sono molto necessarie al Contadino e anco al Fattore per antivedere il tempo e operar conforme all’occorrenze, perché molte cose sono meglio il tralasciar di farle che farle à stratempo, come à dire in tempo humido, overo secco. Come à dire nel vendere e comprare fieno è bene saper conoscere li avantaggi che si puonno conseguire, nell’oprar più in un tempo, che nell’altro, perché se il fieno si vende a peso, è meglio in tempo umido, e se à misura in tempo asciutto, che stà più sollevato, perché come volgarmente si dice, che bisogna secondo il tempo navegar, perché il tutto ricerca stagion propria.” E poi perché, come le classe di appartenenza insegna “ uno de maggiori buoni servitij de Padroni è il non lasciar occasione di essercitar tutto quello può render frutto al Padrone”[4].

Non da meno, ci insegna Camporesi, è la cultura pastorale, ad esempio quella dell’Appennino romagnolo, dove vi è una sorgente chiamata dai pastori “pozza della tróia”, perché lì l’acqua dove le scrofe vanno ad abbeverarsi è terapeutica e ciò che fa bene agli animali non può che far bene agli esseri umani: “il termine moderno ‘fonte solforosa’ è un’astratta definizione chimica estranea a ogni rapporto di magico allacciamento tra gli elementi”[5].

NOTE
[1] “Marzo, cuocimi il culo e non cuocermi altro”. Il rapporto tra carne e cosmo viene offerta dai contadini romagnoli che usavano salire sul tetto il primo giorno di marzo (capodanno agrario) ed esporre le parti posteriori al sole al fine di preservare il corpo dalle malattie per tutto il resto dell’anno.

[2] Piero Camporesi, La formazione e la trasmissione del sapere nelle società pastorali e contadine, in “Estudis d’historia agraria”, n° 5, 1985, ora in Piero Camporesi, Riga 26, Marcos y Marcos, Milano 2008

[3] Ivi, pag. 87

[4] Giacomo Agostinetti, Cento, e dieci ricordi, che formano il buon fattor di villa, Per l’editore Francesco
Tramontini, Venezia 1692, pp. 236, 237 (edizione originale del 1679)

[5] Piero Camporesi, cit., pag. 78

 

 

 

 

 

 

 

 

MARZO, CUOCIMI IL CULO E NON CUOCERMI ALTRO[1]. Elogio della conoscenza analfabeta.

Questo breve articolo vuole essere un tributo ad un grande studioso della civiltà contadina e pastorale, un signore che, come scrive Umberto Eco, “entra in una stanza dove c’è un tappeto dai colori e disegni bellissimi, che tutti hanno sempre considerato un’opera d’arte; lo prende per un lembo, lo rivolta, e ci mostra anche sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto. Eppure era sotto il tappeto.” Questo signore si chiamava Piero Camporesi. In un breve saggio del 1985[2], Camporesi tratta di un tema molto particolare, diremmo di grande attualità, la trasmissione del sapere non scritto, oggi nuovamente attualizzato da consuetudini, come nel campo vinicolo, ma non solo, che parlano del recupero di pratiche ancestrali basate sull’osservazione empirica e sistematica dei fenomeni naturali applicati all’attività agricola e pastorale. E’ il grande debito, a volte convenuto, ma molto spesso malcelato, che la scienza ha riconosciuto al sapere analfabeta, a quelle società àgrafe, dove la trasmissione delle nozioni passa, ad esempio, attraverso il proverbio (equivalente delle auctoritates nelle società letterarie), soprattutto di tipo meteo-logico e fisiologico, che “condensa il sapere non firmato del gruppo, la voce anonima che esprime il controllo sociale della comunità o la sua mentalità scientifica. Supercoscienza collettiva che impone condizionamenti, atteggiamenti, comportamenti[3].” La formula del proverbio aiuta a costruire un’immagine del mondo consuetudinario in forma ritualizzata e circolare dove non vi è rottura epistemologica tra umano e naturale, cosà che verrà sancita, invece, dalla rivoluzione industriale. Tanta parte della finta oppositività politica tra conservazione e progresso viene da lì, dall’antitesi tra un mondo che, attraverso le stagioni, ripete infinitamente se stesso ed un altro che prosegue in avanti, linearmente. Esempi ve ne sono molti, come questo del fattore veronese Giacomo Agostinetti, che, dopo aver servito diverse proprietà, alla tenera età di 82 anni, decide di mettere a nudo i saperi agricoli del suo mondo. E’ la cultura del pronostico come condizione della precognizione dell’abbondanza o della carestia, che si svela, ad esempio, attraverso la meteorologia: l’ascolto dei rumori della notte, la visione del cielo stellato, le nubi, sono preziosi indicatori sullo stato del tempo, e quindi delle attività possibili, anche commerciali, del giorno (se non dei giorni) seguente: “Quando la notte si vede maggior quantità di stelle dell’ordinario. Quando la Luna è circondata da vapori più dell’ordinario dicendosi ‘cerchio lontano pioggia vicina’. Quando gli Armenti gli Asini rangiano i Lupi urlano gli Uccelli non cessano di volare, i Galli di cantare. Le Mosche e tavani di morsicare, i pesci di guizzare, le Rane, Rospi di biscantare, Biscie lucertole & animali simili di vagare, oltre che il sale si inhumidisce e li contrapesi dell’orologio calano più dell’ordinario. E anco segno di futura pioggia quando il Sole tramonta circondato di nubbi che li Contadini dicono che và giù in sacco. Le quali cose sono molto necessarie al Contadino e anco al Fattore per antivedere il tempo e operar conforme all’occorrenze, perché molte cose sono meglio il tralasciar di farle che farle à stratempo, come à dire in tempo humido, overo secco. Come à dire nel vendere e comprare fieno è bene saper conoscere li avantaggi che si puonno conseguire, nell’oprar più in un tempo, che nell’altro, perché se il fieno si vende a peso, è meglio in tempo umido, e se à misura in tempo asciutto, che stà più sollevato, perché come volgarmente si dice, che bisogna secondo il tempo navegar, perché il tutto ricerca stagion propria.” E poi perché, come le classe di appartenenza insegna “ uno de maggiori buoni servitij de Padroni è il non lasciar occasione di essercitar tutto quello può render frutto al Padrone[4].” Non da meno, ci insegna Camporesi, è la cultura pastorale come quella dell’Appennino romagnolo dove vi è una sorgente chiamata dai pastori “pozza della tróia”, perché lì l’acqua dove le scrofe andavano ad abbeverarsi era terapeutica e ciò che faceva bene agli animali non poteva che far bene agli esseri umani: “il termine moderno ‘ fonte solforosa’ è un’astratta definizione chimica estranea a ogni rapporto di magico allacciamento tra gli elementi[5].”


[1]Mêrz, cusm e’ cul e non cusm’ et.” Il rapporto tra carne e cosmo viene offerta dai contadini romagnoli che usavano salire sul tetto il primo giorno di marzo (capodanno agrario) ed esporre le parti posteriori al sole al fine di preservare il corpo dalle malattie per tutto il resto dell’anno.

[2] Piero Camporesi, La formazione e la trasmissione del sapere nelle società pastorali e contadine, in “Estudis d’historia agraria”, n° 5, 1985, ora in Piero Camporesi, Riga 26, Marcos y Marcos,  Milano 2008

[3] Ivi, pag. 87

[4] Giacomo Agostinetti, Cento, e dieci ricordi, che formano il buon fattor di villa, Per l’editore Francesco Tramontini, Venezia 1692, pp 236, 237 (edizione originale del 1679)

[5] Piero Camporesi, cit., pag. 78