Il vino cattivo, brutto e ingiusto

Ace High Wallach
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Il vino cattivo, brutto e ingiusto non è necessariamente un vino industriale e non è neppure, coerentemente, un vino difettato, convenzionale, bio o qualcosa d’altro.

Allora, chiederete voi, come si riconosce un vino cattivo, brutto e ingiusto? Vi dirò la mia, perché nel tempo mi sono fatto un’idea che è poco più di un’idea.

Bisogna stare attenti perché il vino cattivo, brutto e ingiusto è infido, assai infido. Prima di tutto lo si riconosce dal suo abito esteriore: dimora spesso in bottiglie di nessun pregio imbellettate da etichette che richiamano un passato gentilizio, di grado, la cui memoria ristagna in antiche battaglie mai combattute o perse a tavolino e commemorate da superbe ubriacature.

Uno stemma araldico, collazione di più scarabocchi su cui si erge un destriero, oppure uno scudo, oppure due o tre spade incrociate e un motto latino appena pescato in qualche orinatoio, strizzano l’occhio al bevitore distratto. Altre volte l’immagine ammicca alla modernità cubista e sbarazzina. Il tappo non potrebbe sapere di se stesso neppure lo volesse: nessun liquido lo tange o lo penetra, tanto meno quello che con così poca premura custodisce.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto è tremendamente monotono, piatto, insipido, fortemente concentrato ed estremamente diluito allo stesso tempo; in ogni forma in cui appare, esso inganna: se scuro, impenetrabile ed ermetico all’occhio, lascerà al naso un blocco unico di odori ammassati e incartapecoriti, variegati rimandi a frutti stramaturi che furono, a spezie già largamente tramontate sulla via del ritorno, a gambi stecchiti di fiori sui cigli di autostrade assolate. E l’alcol che viene copre, ricopre, trasborda, ammorbidisce, surriscalda, ingloba e confonde. Invade il cavo orale come un bullo di quartiere i cui muscoli sono pompati da ettogrammi di anabolizzanti: ma così come entra se ne va in brevissimo tempo. Crolla come un sacco floscio, lasciando qua e là eccedenze aromatiche della sua protervia. Se vivido e vivace lo è come la patina di una pellicola d’alluminio. Lancia fendenti di lamine appena insaporite da un qualsiasi frutto acerbo, pompato dall’azoto, che sia maturato in celle frigorifere.

Il vino cattivo, brutto e ingiusto non ha difetti palesi, perché l’unico modo in cui si palesa è nel pregio della nullità. Non restituisce un territorio, un vitigno, una fatica, né da essi è invitato ad esprimere alcunché: è indistinto tanto nella forma quanto nei richiami; contiene tutto, il contrario di tutto e mischia al ribasso: fatiche, prezzo, vini altrui.

La vigna erotica nelle commedie di Aristofane (V – IV a.C)


Rappresentazione (circa 470–450 a.C.) di Eros Di Painter of London D 12 – User:Jastrow, own work, 2008-03-15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=504398

Prologo

Della vita di Aristofane (circa 445 a.C. – circa 386 a.C.), il più importante esponente della Commedia Antica (Archaia), non si sa pressoché nulla ed io, al tempo del liceo, ne avrei voluto sapere ancora di meno dal momento che, á cada dos por tres, ce lo appioppavano in qualche compito in classe. Ora sono talmente assennato che guardo indietro, con molta tenerezza, a quel ragazzo che tentava inutilmente di districarsi nelle forme verbali difficili o irregolari della lingua greca utilizzando il meraviglioso e complicatissimo dizionario “Pechenino”, il quale dava per scontato che almeno un po’ se ne sapesse.

Una cosa certa, però, di quei tempi, come dei tempi precedenti e come quelli d’oggi e come quelli che seguiranno è che tutte le professoresse e gli sparuti professori occultavano sapientemente le parti piccanti, i doppi sensi e le allusioni erotiche dei testi tradotti. Non sto parlando dei brani dichiaratamente erotici o direttamente pornografici: su quelli la censura era pressoché totale. Mi riferisco, invece, a quei tratti controversi della letteratura in cui, a ben vedere, era il primo senso, quello intuitivo e convenzionale, ad essere quello meno utilizzato: e quel senso era, senza dubbio alcuno, proprio quello sessuale.

Così, girovagando impenitente e sfaccendato tra vecchie cianfrusaglie libresche, mi imbatto in alcune allusioni erotiche di Aristofane che utilizzano proprio ciò che a noi bevitori sta più a cuore: la vigna, la vite, il vino.

Acarnesi (425 a.C.)

Il contadino Diceopoli, snervato dalla guerra che Atene sta consumando nei confronti di Sparta, decide di proporre all’Assemblea ateniese di discutere una proposta di legge per la cessazione della guerra e la dichiarazione di una tregua. La sua richiesta viene tuttavia ignorata, per via degli interessi in gioco.

Diceopoli decide quindi di agire di persona e invia un messaggero a Sparta con il compito di stabilire una tregua ‘personale’. Gli Spartani accettano, concedendogli un armistizio di ben 30 anni, per mare e per terra.

Da questo momento la vita di Diceopoli cambia radicalmente, non più vita da soldato nelle trincee o sulle navi, ma da uomo libero. In virtù della tregua egli ha la facoltà di aprire un’attività commerciale con tutti i popoli confinanti e, così facendo, le ricchezze accumulate sono destinate a crescere. La prosperità derivante dalla pace alla fine piegherà anche i duri Acarnesi1, acerrimi nemici degli Spartani.


In un breve intermezzo dell’opera Diceopoli si rifiuta di fare affari con Lamaco2:

(Il Tebano con il suo servo si allontana; entra in scena un SERVO dalla casa di Lamaco.)

SERVO DI LAMACO Diceopoli!

DICEOPOLI Che c’è? perché mi chiami a forza di urla?

SERVO DI LAMACO Che c’è? Lamaco ti prega di dargli in cambio di questa dracma qualche tordo per la festa dei Boccali, e un’anguilla di Copaide per tre dracme.

DICEOPOLI E chi è questo Lamaco che mi chiede l’anguilla?

SERVO DI LAMACO Il terribile, l’impetuoso eroe che agita la Gogone scuotendo tre ombrosi cimieri.

DICEOPOLI No di certo, per Zeus, anche se volesse darmi il suo scudo. Agiti pure i cimieri sulla salamoia. E se fa troppo chiasso, chiamerò gli ispettori. Quanto a me, presa questa roba, me ne rientro in casa… sulle ali dei tordi e dei merli. (Rientra in casa; il servo esce.)

L’invettiva contro Lamaco serve per attaccare nuovamente Polemos che, come un simposiasta ubriaco, distrugge l’οἶκος/πόλις, provoca risse, versa vino nelle vigne e non vuol bere dalla coppa dell’amicizia. Non pago di ciò, Polemos appicca fuoco ai pali delle viti(τὰς χάρακας ἧπτε πολὺ μᾶλλον ἐν τῷ πυρί, / ἐξέχει θ᾽ ἡμῶν βίᾳ τὸν οἶνον ἐκ τῶν ἀμπέλων).

Nella seconda parte i vecchi Acarnesi immaginano di avere un rapporto sessuale con Διαλλαγή, personificazione della Tregua. L’amplesso è descritto con immagini legate all’agricoltura e alla lavorazione della terra: “piantare un lungo filare di viti (v. 995: ἀμπελίδος ὄρχον […] μακρόν), poi teneri germogli di fico (v. 996: νέα μοσχίδια συκίδων), infine un altro filare di vite (v. 997: ἡμερίδος ὄρχον) e ulivi che circondino il podere, cosicché i due ‘novelli sposi’ (il coro di Acarnesi e Tregua) si possano ungere dell’olio da loro stessi prodotto e, dopo il bagno rituale, durante il novilunio (v. 999: ὥστ᾽ ἀλείφεσθαί σ᾽ ἀπ᾽ αὐτῶν κἀμὲ ταῖς νουμηνίαις: vd. Olson 2002, p. 318 ad loc.), possano consumare l’amplesso. Qui il termine ὄρχος ha un evidente valore sessuale: ma più che ricordare i testicoli, cui pure è foneticamente simile (ὄρχεις: cfr. Henderson 1991, p. 125), qui ὄρχος rappresenta forse meglio il risultato della penetrazione, giacché il senso sessuale dell’azione agricola è nell’aprire la terra viene ‘penetrarla’ con una pianta (sul valore sessuale di termini come γεωργεῖν e ὀρύσσειν vd. già Taillardat 1962, pp. 100sg., §§ 172 e 175). Non si può escludere a priori che, nel perduto passo dei Γεωργοί, μετόρχιον potesse assumere un valore parimenti sessuale: ma si tratta, ovviamente, di una pura ipotesi3”.

CORO Città intera, hai visto quest’uomo intelligente è sapiente, quante merci può trafficare dopo aver concluso la tregua: alcune utili per la casa, altre buone da mangiare tiepide! Ogni bene giunge a costui, spontaneamente” Mai più accoglierò in casa Polemos, né accanto a me, sdraiato, canterà la canzone di Armo: dio.” Quello, ubriaco, facendo baldoria in mezzo a quanti avevano ogni bene, ha fatto ogni sorta di danno, ha sconvolto tutto, ha portato rovina e ha acceso battaglie; e pur molte volte invitato: «Bevi, mettiti a sedere, prendi questa coppa di amicizia», lui sempre di più ancora ad appiccare fuoco ai pali delle viti e a versare, con la forza, il vino delle nostre vigne. Ed egli ha preso il volo verso il banchetto, e si dà grandi arie. Sulla porta ha gettato queste piume come segno del suo tenore di vita. O Tregua, compagna della bella Cipride e delle dilette Cariti, quale bel volto ci hai tenuto nascosto! Potrà mai accadere che un Eros coronato di fiori, come quello dipinto; ci prenda e ci tenga uniti, te e me? O forse tu mi credi troppo vecchio? Ma se ti prendo, tre cose credo ancora di poter fare: per prima cosa, piantare un lungo filare di viti; poi, accanto, teneri germogli di fico; infine io, vecchio colpe sono, pianterei un tralcio di vite domestica, e degli ulivi, tutto intorno al podere, sicché possiamo ungerci da quelli, tu e io, alla nuova luna.

(Entra un ARALDO.)

ARALDO Ascoltate, gente: bevete per la festa dei Boccali, al suo-no delle trombe, secondo il costume dei padri. Colui che finirà per primo di tracannare, prenderà in premio l’otre di Ctesifonte. (Esce.)75

(Rientra DICEOPOL1, comparendo sulla porta di casa.)

DICEOPOLI Ragazzi; donne; non avete sentito? Che fate? Non prestate ascolto all’araldo? Lessate, arrostite, rivoltate, togliete immediatamente le lepri dal fuoco, intrecciate le corone. Date-mi gli spiedi, perché vi infili i tordi.

Le Nuvole vengono rappresentate, per la regia di Filonide, alle Dionisie del 423 a. C. in competizione con Cratino e con Amipsia, coetaneo di Aristofane. Perdono fragorosamente: la vittoria va Cratino, il secondo posto ad Amipsia.

Un povero contadino, Strepsiade, oberato dai debiti contratti dal figlio Fidippide, che vuol vivere da aristocratico al di sopra dei mezzi della famiglia, decide di mandarlo alla scuola di Socrate, ad apprendere argomenti capziosi per eludere i creditori. Fidippide impara così bene la lezione da picchiare il padre riuscendo a giustificarsi in maniera convincente. Strepsiade, resosi conto del suo errore, brucia Socrate e la sua casa, detta phrontisterion o pensatoio.

Nel prologo il vecchio contadino Strepsiade rimpiange la vita semplice e sana della campagna, che conduceva prima di sposare una raffinata donna di città: “Ahimè! Fosse capitato un incidente alla mezzana che mi spinse a sposare tua madre! Che bella vita conducevo in campagna! Me ne stavo in mezzo alla muffa, sporco, comodamente sdraiato: c’era abbondanza di api, di pecore, di sansa. Poi sposai la nipote di Megacle, il figlio di Megacle: io, un contadino, lei una cittadina, una donna di classe, abituata al lusso, una discendente di Cesira. Il giorno del matrimonio, quando andammo a letto, io davo di mosto, di fichi secchi, di lana, di abbondanza; lei invece era tutta profumi, zafferano, giochi di lingua, spese, ghiottoneria, Coliade e Genetillide4 Certo, non dirò che se ne stava in ozio, ma… faceva il filo; ed io, mostrandole questo mantello, coglievo il pretesto per dirle: ‘moglie, ti dai troppo.. da fare’”.

I riferimenti sessuali sono molto ben evidenti e il rimando finale al filare, ovvero ad usare il telaio, assume un significato ancora più esplicito. Così come il riferimento ai corpi, ai loro profumi ed ai loro odori, richiama prepotentemente due differenti modalità di approccio al sesso: uno contadino, fatto di abbondanza, esso dà di mosto, di fichi secchi, di lana; l’altro, cittadino è carico di profumi, di zafferano, di giochi di lingua, di spese e di ghiottoneria.

La Pace risale al 421 a. C. e viene presentata durante le Dionisie, organizzate dallo stato nei mesi di marzo-aprile: Aristofane ottiene il secondo premio dell’agone comico. Nella Pace di Aristofane, il protagonista è Trigeo, un anziano contadino ateniese che, stanco degli sfaceli generati della guerra, decide di recarsi personalmente da Zeus per supplicarlo di metter fine al flagello. Preso uno scarafaggio stercorario alato, Trigeo giunge, attraverso grandi peripezie5, all’Olimpo che però è vuoto, perché gli dei, disgustati dalla guerra, sono risaliti nelle sfere più alte del cielo, lasciando solo Ermes. A sorvegliare l’Olimpo ci pensa Pòlemos6, che aveva recluso la dea della Pace, Irene, in un caverna inaccessibile, il cui ingresso è ostruito da enormi macigni nelle profondità della Terra. Trigeo viene a sapere che Brasida (spartano) e Cleone (ateniese), i massimi sostenitori della guerra, i pestelli di Polemos, sono morti, e per questo chiama a raccolta i Greci, annunciando il momento favorevole per liberare la Pace. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di alcuni contadini, riesce a liberarla e con lei anche Opora (la stagione dei frutti). Alla fine, Ermes consegna Opora a Trigeo e svela il senso ‘agricolo’ della loro unione (vv. 706sgg.): ἴθι νυν ἐπὶ τούτοις τὴν Ὀπώραν λάμβανε / γυναῖκα σαυτῷ τήνδε· κᾆτ᾽ ἐν τοῖς ἀγροῖς /ταύτῃ ξυνοικῶν ἐκποιοῦ σαυτῷ βότρυς: “Ermete Va bene: se è così, sposati Opora. Eccola: vattene ad abitare in campagna con lei, ti ci spremi… l’uva”. Per questa Opora Trigeo è il marito perfetto, dato che trygáō non significa solo ‘vendemmiare’, ma genericamente ‘raccogliere frutta’: l’idea del matrimonio di Trigeo e Opora sposta su un piano di piaceri sessuali i piaceri mangerecci del raccoglitore di uva e fichi.

Ed ecco il finale:

Corifeo Obbligo di tacere: devozione! Qualcuno accompagni fuori la sposa,

portate le fiaccole, tutto il popolo gioisca, danzi assieme a noi!

Dobbiamo riportare ai nostri campi gli arnesi, dopo avere ballato e

brindato, licenziato a calci Ipèrbolo,

avere pregato gli dei

di dare ricchezze agli Elleni

di fare raccogliere a tutti noi

molto orzo e molto vino assieme

di farci masticare fichi

figliare le nostre donne

ritrovare di nuovo

tutti i beni che perdemmo:

liberarci dal corrusco ferro!

Trigeo (entrando con la sposa) Ai campi moglie mia:

dolce come sei dolcemente

giacerai con me!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Tre volte beato: giusta

fortuna hai avuto!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Che le facciamo a questa?

II semicoro Che le facciamo a questa?

I semicoro La spremiamo!

II semicoro La spremiamo!

Corifeo Noi della prima fila

portiamo in trionfo

lo sposo amici!I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Vivrete coppia

felice: senza

pensiero piluccando

continuamente il fico.

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Grande e grosso

ce l’ha lui: dolce

fica lei ha!

II semicoro Parlerai dopo avere

mangiato e bevuto

un bel poco di vino!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Trigeo (agli spettatori) Arrivederci amici arrivederci:

se poi mi volete seguire

forse mangerete delle torte.

Escono tutti, in corteo.

Di una metafora viticola si serve il protagonista, Filocleone, in un momento della commedia Le Vespe7 (422 a.C.): ‘vendemmiare una vigna abbandonata’ (v. 634: οὔκ, ἀλλ᾽ ἐρήμας ᾤεθ᾽ οὕτω ῥᾳδίως τρυγήσειν), che indica la presunzione di qualcuno di non trovare in un altro un degno avversario, come chi debba approfittare di una vigna incustodita. Il verbo τρυγήσειν si ritroverà anche nelle Ecclesiazuse (392 o 391 a.C.)8 dove il verbo “vendemmiare” associato ad una vigna abbandonata ha un esplicito riferimento sessuale:

PRIMA VECCHIA Ma perché gli uomini non arrivano?

Sarebbe ora … Io sto qui senza far niente, imbellettata…. con la mia tunica gialla, canticchiando tra me e me, e stando alla posta per vedere di catturare qualcuno che passa…Voi, Muse, venite sulla mia bocca e inventatemi una canzonetta ionica.

Si affaccia una ragazza alla finestra dell’altra casa: “Ti sei affacciata fuori prima di me, maledetta vecchiaccia… Credevi che non ci fossi e pensavi di vendemmiare una vigna abbandonata, eh? e di attirare qualche uomo cantando. Ma posso sempre mettermi a cantare anche’ io…una cosa allegra e piacevole” .

“La Vecchia è tutta imbellettata, indossa una provocante veste color zafferano e canticchia un’arietta, con cui, come le rinfaccerà poco dopo la Giovane, si propone di fare opera di adescamento; in particolare, il suo proposito di “catturare” ( v. 881) il primo uomo che dovesse passare dinanzi alla sua abitazione, la mette sullo stesso piano di un cacciatore appostato in attesa della ‘preda’, secondo il noto topos della ‘caccia erotica’; (…). Il contenuto sessuale dei vv. 877-883 mi sembra peraltro emergere dalla successiva reazione della Giovane che, affacciatasi alla finestra, alla vista dell’anziana rivale, non solo le rinfaccia, come si è detto, di canticchiare un’arietta per fare opera di adescamento, ma le si rivolge con un’espressione proverbiale (“cosa credevi, di vendemmiare una vigna incustodita, mentre io non c’ero?”, vv. 885-886a), che, nel presente contesto, assume un double entendre sessuale, messo in evidenza dal verbo τρυγήσειν , che, come molti termini appartenenti al lessico agricolo, è spesso adoperato con doppio senso osceno. In definitiva, alla luce dell’analisi dei vv. 877-883 e 885-887a delle Ecclesiazuse, è lecito ritenere che, sulla bocca della Vecchia, ἀργός , al v. 879, non assumerà il significato generico di “inoperosa”, ma si caricherà di una maliziosa valenza sessuale9” .


Scena di arte erotica tra un giovane uomo e una porne tratta da un vaso datato al 430 A.C Di Shuvalov Painter and S Potter – User:Bibi Saint-Pol, own work, 2008, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3589770

Gli Uccelli vengono rappresentati nelle Dionisie10 del 414 a.C. dove arrivano secondi. Nonostante fosse stata raggiunta la pace, tanto sospirata, Peitètero, ed Euèlpide, due vecchietti ateniesi, disgustati da Atene e dal suo malcostume, politico e morale, decidono di fondare un’utopica città celeste tra gli uccelli. I due vecchietti si recano, dunque, da Upupa (Tereo, in passato re di Tracia poi trasformato per punizione in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare la nuova città. Ma, una volta arrivati fra le nuvole, Peitetero, cerca di convincere gli uccelli a mettersi in guerra con gli dei per la rivendicazione della sovranità sull’universo. Forte di forte di un’oratoria sofistica e rigorosamente ateniese (la stessa che li aveva spinti a fuggire), Peitètero li persuade sostenendo che la razza degli Uccelli venne creata per prima di quelle degli dei e degli uomini e che, pertanto, essi dovevano rivendicare il diritto del dominio. Gli Uccelli sono inizialmente contrari all’idea, perché non si fidano degli umani, ma le loro diffidenze vengono superate dalle argomentazioni dei due ateniesi. Così cominciano i lavori di costruzione e la città degli Uccelli prende il nome di Nubicuculia, la città delle nuvole.

Giove furibondo manda prima Iride per intimidire i nuovi signori, ma Peitètero risponde con minacce e la scaccia in malo. Infine Giove, ridotto a mal partito, manda dei plenipotenziari di pace: Posidone, Triballo ed Ercole. Gli ambasciatori, affamatissimi, giungono proprio mentre Peitètero sta presiedendo alla cottura di certi gustosissimi uccelletti mandati allo spiedo perché poco ossequenti al nuovo regime. Discutono. Posidone vorrebbe respingere le proposte, ma il ghiottissimo Ercole non sa resistere alla gola, e fa sì che la pace si concluda a condizioni rovinose. Gli uccelli, e dunque il faccendiere Peitetero, avranno la sovranità universale.

Ad un certo punto, nello stasimo degli Uccelli, Aristofane utilizza la metafora del “vendemmiare con la lingua” per attaccare i retori, dei barbari11 che vivono esclusivamente di processi, si procurano da mangiare con la lingua/parola’. La loro arte retorica è accusata di sicofantia12, perché come i sicofanti (delatori e calunniatori, coloro che di propria iniziativa denunciano alle autorità le violazioni della legge): «C’è uno spiazzo (nel paese della delazione13) vicino alla clessidra/ lì una stirpe perversa di furfanti, / che mietono, seminano / e vendemmiano con la lingua, / e ci raccolgono pure… i fichi14: / sono popoli barbari, / Gorgii e Filippi15. / E da questi Filippi che si nutrono di parole / nasce l’uso di tagliare la lingua delle vittime. (entra un messo)» (vv. 1694-1705): ἔστι δ ̓ ἐν Φαναῖσι πρὸς τῇ/ κλεψύδρᾳ πανοῦργον Ἐγ-/γλωττογαστόρων γένος, / οἳ θερίζουσίν τε καὶ σπεί-/ρουσι καὶ τρυγῶσι ταῖς γλώτ-/ταισι συκάζουσί τε· / βάρβαροι δ ̓ εἰσὶν γένος, /Γοργίαι τε καὶ Φίλιπποι. / Κἀπὸ τῶν Ἐγγλωττογαστό-/ρων ἐκείνων τῶν Φιλίππων/ πανταχοῦ τῆς Ἀττικῆς ἡ / γλῶττα χωρὶς τέμνεται.

Il vendemmiare con la lingua assume, dunque, un doppio significato la cui valenza oscena serve a rafforzare e a integrare quella politica.

1 Acarne è una suddivisione amministrativa del territorio dell’antica Atene vicino al monte Parnete, a sud-ovest dell’attuale Acharnes

2 Generale ateniese (n. 470 ca.-m. 413 a.C.). Più volte stratego, fu fautore della guerra contro Sparta; negli Acarnesi (425) di Aristofane fu rappresentato come un guerrafondaio brutale. Nel 421 fu tra i firmatari della Pace di Nicia; nel 416-415, come stratego autocratore, comandò, assieme a Nicia e Alcibiade, la spedizione di Sicilia. Cadde (413) durante uno scontro presso Siracusa. Il semicoro, favorevole alla guerra, chiama in proprio aiuto Lamaco: alla fine, i due (Diceopoli e Lamaco) rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, si lamenta in stile tragico, mentre Diceopoli è felice e decisamente brillo, accompagnato da due ragazze.

3 Stefano Ceccarelli, Dottorato di Ricerca in Filologia e Storia del Mondo Antico XXXI ciclo, Tesi di Dottorato in Filologia greca, Commedia antica e campagna attica. I Contadini e le Navi mercantili di Aristofane, Facoltà di Lettere e Filosofia , Università La Sapienza, Roma 2017-2018 in https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1240114#.YH2IPmczaUk

4 Genetillide, dea della riproduzione, era associata al culto di Afrodite Coliade, che prendeva il nome dall’omonimo promontorio, distante circa venti stadi dal porto ateniese del Falero, nel demo di Anaflisto (cfr. Plut. Sol. 8.4; Paus. 1.1.5), sul quale era stato eretto un grande santuario in onore della dea. In questo contesto Strepsiade menziona le due dee, che godevano di un culto esclusivamente femminile (cfr. Lys. 2), non tanto per alludere alla passione della moglie per le feste religiose, quanto per sottolineare la sua dipendenza dal sesso: Coliade si presta infatti a un doppio senso osceno, in quanto il termine richiama il membro virile. La natura erotica dell’allusione a Genetillide è peraltro confermata dall’attestazione del termine, al plurale, in associazione con i baci lascivi nella descrizione del femmineo, sensuale Agatone. Cfr.P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, in https://core.ac.uk/download/pdf/228582565.pdf

5 Ad esempio durante la trasvolata una tremenda puzza esala dal basso (per colpa di un ateniese che defeca a cielo aperto al Pireo) e spinge in picchiata lo scarabeo, ghiotto di escrementi e porcherie in genere, rischiando di di uccidere il suo cavaliere.

6 Polemos si nutre, come lo scarabeo stercorario, di polpette, in questo caso fatte dalle città greche.

7 Affinché il padre Filocleòne («fan di Cleone») non soccomba ancora alla mania giudiziaria che impera in Atene, il figlio Bdelicleòne («colui che ha in odio Cleone») lo segrega in casa; nonostante l’aiuto portatogli dai giurati popolari ateniesi (le vespe del coro, con allusione all’acuminato ‘pungiglione’ delle sentenze), Bdelicleone riesce infine a convertire il padre, mostrandogli le ipocrisie e le malefatte della classe dirigente democratica.

8 Nel prologo (vv. 1-284), tutte le tematiche svolte durante lo spettacolo sono anticipate: un gruppo di donne comandate da Prassagora, hanno deciso alle feste Scire di prendere il potere della città, stanche del malgoverno ateniese: si travestono da uomini (vv. 73-5), vanno all’assemblea a e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata. Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque loro vogliano. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa. Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto a cui partecipa tutta la cittadinanza. Giulio Guidorizzi, Letteratura greca, da Omero al secolo VI d. C., Mondadori, 2002, pag. 219

9 P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, cit.

10 Feste antiche in onore del dio Dioniso (v.), celebrate dovunque si diffuse il culto delle DIONISIE (Διονύσια). Le più importanti e meglio note fra esse erano quelle attiche. Nel calendario sacro degli Ateniesi, quattro erano le feste dell’Attica, tra le più solenni, dedicate a Dioniso; le quali, appartenendo alle feste nazionali della stirpe ionica, si celebravano anche nelle città ioniche dell’Arcipelago e dell’Asia Minore; di esse due ricorrevano nell’inverno (ma si consideravano però sempre come feste della vendemmia, o meglio della svinatura) e due in primavera. Le prime erano le piccole Dionisie o Dionisie rustiche, festeggiate nel mese di Poseidone (dicembre-gennaio) con lazzi sguaiati e contadineschi, come quelli messi in scena da Aristofane negli Acarnesi; a queste seguivano, nel mese successivo di Gamelione, le piccole Dionisie urbane o Lenee, con rappresentazioni drammatiche, canto di ditirambi e una grande processione nel quartiere del Leneo, ove sorgeva il più antico santuario ateniese di Dioniso. Venivano poi al principio della primavera (dall’11 al 13 del mese di Antesterione febbraio-marzo), le Antesterie, o feste della svinatura; chiudevano la serie, nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), le grandi Dionisie, la più solenne delle feste ateniesi dopo le Panatenee, con processione solenne, e gare ditirambiche e drammatiche (v. Commedia; Coregia; Ditirambo; Tragedia) che pongono queste feste in stretta relazione con tutta la storia del teatro greco nel periodo classico.

Altre Dionisie ci sono testimoniate nell’Eubea, a Nasso, a Delo, a Chio, Lesbo, Taso, Cnido, Corcira, Lemno, Pergamo, ecc.

Bibl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen, Lipsia 1898, pp. 372-404, 428-48; M.P. Nilsson, Griech. Feste von religiöser Bedeutung, Lipsia 1906; J. Girard, in Daremberg e Saglio, Dict. des ant. grec. et rom., II, p. 230 segg. (da Teccani.it)

11 βάρβαροι

12 ἀπροσδόκητον nella raccolta dei fichi allude alla sicofantia

13 Il toponimo Φᾶσις è quasi identico nella pronuncia al termine φάσις (delazione)

14 In un’altra versione il riferimento ii fichi è ben più esplicito: “e vendemmiano con la lingua e ci succhiano… fiche”.

15 Gorgia è il clamoroso sofista di Leontini, Filippo suo discepolo. «Ci colgono fichi» allude ai sicofanti, con la solita paretimologia e distorsione oscena. Si usava mettere da parte per Ermete (ovvero il suo prete) la lingua delle vittime. Aristofane ironizza sull’importanza che la lingua ha assunto ad Aten, grazie ai Sofisti.

In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?