In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?

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