Il vino atmosferico.

Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)
Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, quindi, nella limpidezza sfolgorante del giorno; altrimenti il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; poi la nebbia, “colma d’abisso che la circonda”; dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

Quando l’aria, a metà dell’Ottocento francese, incontra il suo ambiente (milieu), essa preannuncia la sua indole metaforica:

Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno,

respiro il profumo del tuo seno ardente,

vedo scorrere rive felici che abbagliano

i fuochi di un sole monotono;

una pigra isola in cui la natura

esprime alberi bizzarri e frutti saporosi,

uomini dal corpo snello e vigoroso

e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,

vedo un porto pieno d’alberi e di vele

ancora affaticati dall’onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi

che circola nell’aria e mi gonfia le narici,

si mescola nella mia anima al canto dei marinai.”

Charles Baudelaire, Profumo esotico, in I fiori del male 1857

Annusiamo l’atmosfera di qualcosa che ci circonda allo stesso modo in cui potremmo assimilarla: penetrante, in forma aerea, nel nostro intimo sensibile, ed “è ovvio che con un’accresciuta eccitabilità alle impressioni olfattive ciò deve condurre a una selezione e a una presa di distanza che costituisce in certa misura uno dei fondamenti sensibili della riserva sociologica dell’individuo moderno”. G. Simmel, Excursus sulla sociologia dei sensi, in Sociologia, Comunità. Milano, 1989 (1908)

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione” (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza, seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

L’esperienza dell’aura riposa quindi sul trasferimento di una forma di reazione normale nella società umana al rapporto dell’inanimato o della natura con l’uomo. Chi è guardato o si crede guardato alza gli occhi. Avvertire l’aura di una cosa significa dotarla della capacità di guardare. Ciò è confermato dai reperti della mémoire involontaire”. (Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, 1938, in Angelus Novus)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, al senso pesante, a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alla brezza, alla salsedine, in un tempo che siede sulla soglia dell’attimo.

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VUOTO 17. Di Alice in Wonderland

vuoto-universo-620x350Il pendolarismo è una brutta bestia. Ma ha degli aspetti interessanti. Per esempio due posti da chiamare casa. Si raddoppiano i comodini e le letture. Si raddoppiano le cantinette e le bottiglie. Sono i libri e i vini stessi a scegliere dove essere letti e sorseggiati. E così, a volersene accorgere, è un fiorire di intrecci fantastici.  Perché saremo anche monadi, ma siamo anche il risultato dell’infinita rete di relazioni nelle quali ci ritroviamo, per nostra fortuna o nostro malgrado. A Roma ha scelto di restare l’Irene Nèmirovsky di Suite Francese e a Castelnuovo mi accoglie l’Arturo Bandini di “La strada per Los Angeles”, che non è l’Arturo Bandini di “Chiedi alla Polvere” e non è neppure John Fante. Entrambi questi libri sembrano perfettamente a loro agio dove sono. La signora Nèmirovsky nel pozzo silenzioso della notte blu regala sussurri, sussurra anche quando descrive la morte, anche quando evoca il dolore e non solo quando ironizza sui finti intellettuali e la messa in vendita di loro stessi. E’ realista, Irene, anche un po’ cattiva a volte, e ne ha, se vogliamo, ben donde. Ma è sempre elegantissima, nella scelta delle parole, nella scelta delle immagini. Entrambi questi libri non solo sono perfettamente a loro agio dove hanno scelto di essere, chi nella casetta di città, chi nei 37 mq di campagna, questi libri si fanno concedono alla lettura con noncuranza, come se di esser letti a loro non importasse affatto. Così come le due bottiglie che ho casualmente trovato aperte nelle due case erano lì come se di esser bevute non avessero alcuna smania e forse alcuna voglia. Brunello, stesso produttore, stessa annata. A Castelnuovo era lì, aperta da quindici giorni. Arturo Bandini s’era perso nei voli pindarici supportati da vasta filosofia d’autodidatta e dai risultati dell’assidua fruizione della biblioteca della sua città, s’era involato nel suo colto turpiloquio e nei lucidi vaneggiamenti sorretti dal buon uso dei congiuntivi, e m’aveva invitato a bere un sorso, mentre smontava dal turno dall’odiata fabbrica di sgombro. Quindici giorni, Arturo, che ci vuoi mai trovare? Esattamente lui stesso in forma liquida. Scuro e profondo, dal timbro tenorile, ricco di tanto e in qualche momento quasi di troppo, da non riuscire a registrarlo, da non riuscire a comprenderlo, faticando nel seguirlo, sfiorandolo sulla spalla e di quel contatto conservare un’impressione bella, tattile. newtons_cradle_animation_bookAnche Irene mi invita ad avvicinarmi a lei con un calice. La prima bottiglia a portata di mano è la stessa di cui ho conosciuto già.  Ma non è la stessa. La primavera scalpita, con classe, la primavera è un fiore, volteggia come una graziosa ginnasta, sussurra come Irène, e tra i nastri di raso lascia intravedere i muscoli ben torniti, lascia che l’energia si diffonda lentamente e con forza. Un castello di destini incrociati è quello che ora formano le due piccole case, mi sento in un rito esoterico, in uno scenario onirico, immagino me come fossi un segnalibro, e un occhio segue Arturo e il cuore si dà pena per le sue scelte nichiliste, e un braccio prende Irène sottobraccio e insieme a lei osserva la piccolezza di cui è capace l’animo umano e Irène assaggia il vino di Bandini e non le piace, è scuro, è lungo, è grave e lei quando parla di cose scure e lunghe e gravi vuole innaffiarle di grazia e leggiadria. E Arturo, che direbbe Arturo del vino di Irène? E quando Arturo sarà andato a prendere il treno per Los Angeles e Irene si sarà persa nelle cantine di Borgogna, quando delle due facce di quella stessa liquida medaglia sarà evaporato anche il fondo, chi saranno i prossimi compagni delle notti solitarie?

la prima foto è tratta da gadgetblog, metre la seconda da wikipedia