IL VINO E IL SUO PREZZO. Trockij a Mosca

Lev Trockij con Frida Kahlo

Parte prima.

La merce per essere tale deve rimanere merce: non può dotarsi di strumenti altri, di suppellettili ideologiche, di forme di valore che la rendano esente dal suo statuto d’uso e commerciale. Non si scappa da Marx: « Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi» (Karl Marx, Il capitale, Libro I). Il vino ha sempre cercato di sottrarsi a questa immancabile predestinazione, come altri beni (i libri ad esempio), ammantandosi, di volta in volta, di storia, di relazione, di fede, di ancestralità, di profondità, di  silenzio. Ma poi vi è qualcuno, da qualche parte, che ci ricorda che il vino è immancabilmente merce, valore (in qualche caso anche plus-valore) e sicuramente denaro, ovvero prezzo. La censura, e il potere politico da cui si sorregge e trae linfa vitale per posizionare corpi e menti nei nuovi apparati della riproduzione del parassitismo sociale, non fa altro che spingere la merce-vino nei suoi anfratti più desolanti, quelli della causa-effetto. Come un alcol etilico qualsiasi, più o meno diluito e colorato: il tasso alcolemico, le conseguenze sul corpo, gli obnubilamenti mentali, l’euforia catatonica… Il potere censore ha però quest’indubbio pregio: reifica tutto negando alle cose una vita propria. Il vino è bottiglia, etichetta, liquido rosso, bianco o rosato, scontrino, effetti collaterali. Poiché il potere censore è anche pusillanime, non è interessato, nella sua infinita bassezza, a che l’oggetto –merce – vino riacquisti il suo feticismo simbolico. Per far questo dovrebbe proibirlo del tutto. Ma non vuole, più che non può: perché la merce è comunque denaro, tassazione (Iva inclusa) e posizionamento politico. Perciò il potere censore redarguisce: bere fa male; fumare fa male; giocare fa male. Ma non lo proibisce: avverte soltanto, nella sua infinita bontà, e nel suo infinito bisogno di denaro.

Parte seconda.

Mi è venuto in mente, a tal proposito, un bellissimo scritto del 1973 di Franco Fortini, ora raccolto nei Meridiani Mondadori, che s’intitola, appunto, “Il prezzo”. Fortini racconta di quando si recò alla biblioteca ‘Lenin’ di Mosca e chiese con garbo alla giovane bibliotecaria quale modulo si dovesse riempire per avere in lettura un volume di Trockij. Lei arrossì fino alle tempie: «Quegli scritti tuttora interdetti testimoniano però che in URSS il rapporto tra parola e azione continua ad essere più rischioso e autentico che da noi. Come per due secoli quella russa, nessuna nazione moderna ha avuto un conflitto così mortale fra pensiero e potere; nessuna, tanti scrittori ammazzati, condannati, esiliati…(…) Tanto fra chi ha il potere quanto fra chi lo combatte, sembra che in URSS ci sia ancora la persuasione che la verità muova i corpi, possa agire. Quando gli scritti di Trockij saranno in edizione economica nelle edicole sovietiche, vorrà dire che avranno subìto la stessa riduzione a “cultura” che, nelle nostre, hanno subìto Nietzsche, Lenin, i documenti di Auschwitz e il diario di Guevara. Per agire, la verità si cercherà allora altre vie[1].» Sarà allora che dovremo infilarci negli interstizi delle parole per allargare la crepa.


[1] Franco Fortini, Il prezzo (1973) in Saggi ed Epigrammi, Meridiani Mondadori,  Milano 2003, pag. 2008

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La stravaganza secondo Angelo Gaja

Tra il febbraio ed il maggio del 1975 l’Enoteca Regionale Piemontese “Cavour” organizza una serie di incontri di tecnica, economia, commercializzazione enologica, “nell’intento di creare un maggior legame ed intimo dialogo con la base umanamente più ricca e normalmente più negletta della viticoltura locale.” Così, tra i negletti dell’albese, tengono una relazione: Luciano De Giacomi (Gran Maestro Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba e prolifico scrittore), Marco Biglino (enotecnico, responsabile della cantina di Francesco Clerico a Monforte d’Alba), Renato Ratti (produttore in La Morra – Marcenasco, sotto l’Abbazia dell’Annunziata- e prolifico scrittore di storia e cose di vino), Roberto Macaluso (enotecnico, docente alla scuola Enologica di Alba e poi direttore responsabile dell’Ufficio agrario della zona di Alba), Carlo Drocco (enotecnico), Giuseppe Colla (enotecnico), Massimo Martinelli (enotecnico, nipote di Renato Ratti, direttore sino al 2009 dell’azienda di Ratti e scrittore del famoso quanto introvabile libro edito nel 1970: ‘Il Barolo come lo sento io’), Angelo Gaja (il “re del Barbaresco”) e Luigi Borgogno. I testi delle relazioni, curati dal Prof. Mariano Corino sono raccolti in una pubblicazione dei “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour[1]” sostenuta e finanziata dall’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba. Angelo Gaja interviene sulla commercializzazione del vino e la sua relazione ha un titolo quanto mai significativo: “Prospettive offerte dal mercato italiano ai piccoli vinificatori in proprio.” Faccio un salto in avanti nel suo resoconto, interessante per l’epoca del pleistocene vinicolo in cui si tiene, e mi soffermo sulle tecniche di marketing proposte da Angelo Gaja delle quali una, non stento a dirlo, mi ha colpito in pieno: la cultura e la stravaganza come argomenti di vendita. Gaja, dopo aver sottolineato l’importanza relativa della ‘decantazione’ (usa questo termine) della qualità del vino, che verrebbe a noia di qualsiasi acquirente, si addentra nel merito del concetto della stravaganza: “Per certi clienti milanesi, realisti, che pretendono di affidare una parte ad ognuno per come appare loro, l’incontro con un piccolo vinificatore che vende il Barolo a 2.000 lire a bottiglia ed è contemporaneamente iscritto ad un partito di estrema sinistra, costituisce un motivo di grosso sbigottimento, che il successivo assaggio di vino trasforma in autentica simpatia. Tempo fa ho portato degli Agenti di Borsa da un amico a comprare del vino. Vendute alcune bottiglie, il produttore si accinse ad avvolgerle in fogli di giornali che teneva impilati per terra. La vista dei giornali – si trattava di parecchi numeri del quotidiano finanziario ‘24Ore’ – sorprese i due Agenti di Borsa. Essi domandarono al produttore se leggeva abitualmente quel giornale; egli rispose che no, non lo leggeva mai. I due, stupiti, chiesero allora chi aveva fornito quella pila di ‘24 Ore’ ed il produttore disse loro che era abbonato a ’24 Ore’ sin dal lontano 1963, ma che non lo aveva mai letto. Però fece presente che la carta del giornale è quella che serve meglio ad avvolgere le bottiglie, e per qualche settimana alla Borsa di Genova si fece un gran parlare delle bottiglie avvolte nei fogli di ‘24Ore’. E’ un caso limite di stravaganza, ma servì ottimamente a far conoscere le bottiglie che tutti ritennero, come era in effetti, di gran qualità[2].”

[1] Prof. Mariano Corino (a cura di) “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour”, Chiacchierate su : seguono nomi e relazioni, Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba, Torino 1975

[2] Angelo Gaja, ibidem, pp. 93, 94