La stravaganza secondo Angelo Gaja

Tra il febbraio ed il maggio del 1975 l’Enoteca Regionale Piemontese “Cavour” organizza una serie di incontri di tecnica, economia, commercializzazione enologica, “nell’intento di creare un maggior legame ed intimo dialogo con la base umanamente più ricca e normalmente più negletta della viticoltura locale.” Così, tra i negletti dell’albese, tengono una relazione: Luciano De Giacomi (Gran Maestro Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba e prolifico scrittore), Marco Biglino (enotecnico, responsabile della cantina di Francesco Clerico a Monforte d’Alba), Renato Ratti (produttore in La Morra – Marcenasco, sotto l’Abbazia dell’Annunziata- e prolifico scrittore di storia e cose di vino), Roberto Macaluso (enotecnico, docente alla scuola Enologica di Alba e poi direttore responsabile dell’Ufficio agrario della zona di Alba), Carlo Drocco (enotecnico), Giuseppe Colla (enotecnico), Massimo Martinelli (enotecnico, nipote di Renato Ratti, direttore sino al 2009 dell’azienda di Ratti e scrittore del famoso quanto introvabile libro edito nel 1970: ‘Il Barolo come lo sento io’), Angelo Gaja (il “re del Barbaresco”) e Luigi Borgogno. I testi delle relazioni, curati dal Prof. Mariano Corino sono raccolti in una pubblicazione dei “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour[1]” sostenuta e finanziata dall’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba. Angelo Gaja interviene sulla commercializzazione del vino e la sua relazione ha un titolo quanto mai significativo: “Prospettive offerte dal mercato italiano ai piccoli vinificatori in proprio.” Faccio un salto in avanti nel suo resoconto, interessante per l’epoca del pleistocene vinicolo in cui si tiene, e mi soffermo sulle tecniche di marketing proposte da Angelo Gaja delle quali una, non stento a dirlo, mi ha colpito in pieno: la cultura e la stravaganza come argomenti di vendita. Gaja, dopo aver sottolineato l’importanza relativa della ‘decantazione’ (usa questo termine) della qualità del vino, che verrebbe a noia di qualsiasi acquirente, si addentra nel merito del concetto della stravaganza: “Per certi clienti milanesi, realisti, che pretendono di affidare una parte ad ognuno per come appare loro, l’incontro con un piccolo vinificatore che vende il Barolo a 2.000 lire a bottiglia ed è contemporaneamente iscritto ad un partito di estrema sinistra, costituisce un motivo di grosso sbigottimento, che il successivo assaggio di vino trasforma in autentica simpatia. Tempo fa ho portato degli Agenti di Borsa da un amico a comprare del vino. Vendute alcune bottiglie, il produttore si accinse ad avvolgerle in fogli di giornali che teneva impilati per terra. La vista dei giornali – si trattava di parecchi numeri del quotidiano finanziario ‘24Ore’ – sorprese i due Agenti di Borsa. Essi domandarono al produttore se leggeva abitualmente quel giornale; egli rispose che no, non lo leggeva mai. I due, stupiti, chiesero allora chi aveva fornito quella pila di ‘24 Ore’ ed il produttore disse loro che era abbonato a ’24 Ore’ sin dal lontano 1963, ma che non lo aveva mai letto. Però fece presente che la carta del giornale è quella che serve meglio ad avvolgere le bottiglie, e per qualche settimana alla Borsa di Genova si fece un gran parlare delle bottiglie avvolte nei fogli di ‘24Ore’. E’ un caso limite di stravaganza, ma servì ottimamente a far conoscere le bottiglie che tutti ritennero, come era in effetti, di gran qualità[2].”

[1] Prof. Mariano Corino (a cura di) “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour”, Chiacchierate su : seguono nomi e relazioni, Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba, Torino 1975

[2] Angelo Gaja, ibidem, pp. 93, 94

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La viticoltura nella Sardegna Giudicale

Attraverso i condaghes (che prendono il nome dalle grandi basiliche sarde), codici sui quali sono trascritti i lasciti e le donazioni a favore di chiese e comunità religiose, con annotazioni riguardanti la vita amministrativa di una chiesa o di un convento, abbiamo una notevole testimonianza storico-politica di elargizioni, permute, compravendite nel settore vitivinicolo della Sardegna Giudicale[1]. L’economia che prevale è chiusa in corti ed è legata sostanzialmente all’autosufficienza, mentre nelle aree di pertinenza della domo monastica[2] si trovano le vigne. Le vigne, data la capacità di adattarsi a varie tipologie di terreno, vengono piantate anche al di fuori delle domestiae, come attestato dal condaghe di S. Maria di Bonarcado che cita, a tal proposito, delle binias de monte, cioè di vigne impiantate a ridosso delle zone boschive.

I vigneti sono allevati tanto ad alberello che su sostegno morto o vivo, tanto che nelle donazioni si trovano i virgariis, cioè i vivai di giovani piante usate come supporto per le viti. Nel Codice rurale di Mariano IV d’Arborea[3] e nel condaghe di S. Pietro di Silki sono menzionati i radicarii[4], ovvero i campi di giovani arbusti adoperati come sostegno delle viti secondo le tecniche agronomiche di derivazione romana. Nei documenti arborensi si riporta, infine, dei cannabarii, cioè dei vivai dove si allevavano le canne. Le vigne qualche volta sono impiantate come pergolati, detti catriclas, quando si tratta di allestire viti di particolare pregio da consumare fresche o appassite, oppure negli orti o nei frutteti. Quando non sono maritate alle piante da frutto, le vigne sono piantate a filari, detti ordines o jualis, come testimoniato dal condaghe di S. M. di Bonarcado: yo le di VIII ordines o jualis de vinia, separati da uno spazio detto plazza, prazza, platea.

Nel capitolo 145 del Codice rurale si proibisce di asportare dalle vigne ‘rayglas segadas nen sanas’, dove rayglas significa in latino palo fatto di legno di quercia o di castagno, che rappresenta il miglior tipo di sostegno morto fra quelli citati da Varrone. Frequentemente, come accennato in precedenza, le viti si fanno arrampicare sugli alberi, come ha luogo nel condaghe di S. M. di Bonarcado: ‘publiana cum bide’, cioè un pioppeto con viti. Nello stesso documento si parla anche di viti maritate agli alberi da frutta: ‘binias et pumu’, secondo la tecnica dell’arbustum, tecnica assai diffusa sia in età romana che medioevale che consisteva nel far arrampiacre la vite sugli alberi da frutto (i fichi in particolare). Da quanto è dato sapere da importanti ricerche storiografiche sulla vitivinicoltura sarda bisognerà aspettare il 1800 per avere un’inversione sostanziale delle forme e delle modalità di allevamento e degli assetti giuridici e proprietari che il ‘Codice rurale’ aveva organizzato, per quei tempi efficacemente, all’interno dell’isola[5].

[1] Durante il periodo medievale vigeva in Sardegna una particolare organizzazione governativa autonoma e unica in tutto il continente europeo: i Giudicati. Nei secoli medievali infatti la Sardegna risulta essere divisa nei quattro giudicati di Torres, Gallura, Arborea e Cagliari; tali istituzioni altro non erano che dei veri propri regni, con a capo un re (detto Iudex) e la sua corte, del tutto autonomi gli uni dagli altri. Gli studiosi sono propensi a ritenere questi peculiari organi di governo una diretta evoluzione della magistratura bizantina che prevedeva un iudex a capo di uno specifico territorio governato in nome dell’Imperatore di Bisanzio. Ricordiamo infatti che a partire dal 534 d. C. la Sardegna viene conquistata dai Bizantini che nel frattempo avevano dato avvio a una grossa operazione militare di recupero dei territori dell’Impero Romano d’Occidente all’epoca occupati dai Vandali. Tra questi territori vi era appunto anche la Sardegna, soggetta alla dominazione vandalica sin dal 456 d. C. Nel periodo bizantino la Sardegna diviene una delle sette province dell’Esarcato d’Africa (esarcato = divisione amministrativa dell’impero bizantino in cui il potere civile e militare venivano riuniti ), insieme all’Africa settentrionale e alla Corsica. I bizantini provvidero a suddividere la Sardegna in quattro territori, denominati Partes, che costituiranno per l’appunto l’origine dei futuri giudicati.    Cfr. http://www.mediaporcusatta.it/monasteri/10/lezione_sardegna_medievale.pdf

[2] I Giudicati sono divisi in curatorie che comprendono numerosi villaggi o ville (bidda), abitate da liberi e da servi. L’area territoriale inclusa nel villaggio, molto vasta, si chiama fundamentu e costituisce la base fondiaria sfruttabile dal borgo abitato ai fini della sopravvivenza. All’interno del territorio vi sono poi le donnicalie, grandi aziende agrarie, la domo, azienda signorile a statuto particolare retta da un giudice, la domo a cui si affianca la corte e la domestia, piccolo insediamento a carattere famigliare.

[3] La Carta de Logu (CL), o ‘Codice di leggi civili e penali del Regno d’Arborea’, rappresenta un complesso di norme giuridiche e amministrative ereditate dalla giurisprudenza romana e bizantina, e in larga parte risalenti a consuetudini locali sarde d’alto valore ricostruttivo. È stato fatto notare da più autorevoli studiosi del diritto che i capitoli contenuti nella CL fissano norme, forse in origine derivate da ordinamentosemanati dai Giudici isolani, riguardanti materie diverse, e si qualificano pertanto come una codificazione non chiusa, bensì aperta a integrazioni o emendamenti. Il corpus legislativo sardo venne ratificato solennemente dai Catalani nel Parlamento del 1421, e continuò ad essere applicato fino al 1827, quando il codice feliciano l’obliterò per sempre. Il nucleo primitivo di leggi che compone la CL fu elaborato in tempi diversi. Uno dei suoi ultimi promulgatori fu il Giudice arborense Mariano IV (ca. 1319-m.1376), sposato nel 1333 con la nobile catalana Timbora de Rocabertí, da cui ebbe tre figli, Ugo, Eleonora e Beatrice (Brook et al. 1984:139, tav. XXXIII, Casula 2001:928-929). Probabilmente prima del 1337, quando era ancora Marchese del Gocèano, Mariano emanò un Codice rurale di cui resta notizia in un atto notarile trascritto dal Tola (1861 I:762-763), dove si riporta la copia, assai fedele, del diploma d’erezione e costruzione d’un nuovo borgo presso il castello — oggi Burgos — , con prescrizione esplicita per i nuovi abitanti di «servare sa carta nostra de logu de Gociane».    http://www.dirittoestoria.it/tradizione2/Blasco-Crestomanzia.htm#_18.2._–_Commento

[4] Altri termini in uso sono: pampinariu: terreno destinato alla produzione di talee; bagantinu: terreno non ancora coltivato da destinare a vigna; herema: vigna lontana dall’abitato; pastinu: terreno destinato all’impianto di un nuovo vigneto, citati in  Giuseppe Meloni, La vite e il vino nella Sardegna giudicale, in A.A.V.V., La vite e il vino, Storia e diritto (XI – XIX), vol. I, Carocci editore, Roma 2000, pag. 395

[5] Cfr. Barbara Fois, Tempi e modi della vendemmia attraverso il Codice rurale di Mariano IV d’Arborea,   pp. 179 –  191; Antonello Mattone, Le vigne e le chiusure: la tradizione vitivinicola nella storia del diritto agrario della Sardegna (secc. XIII – XIX), pp. 275 – 344; Gian Giacomo Ortu, Viticoltura urbana e ‘forme’ del territorio, pp. 345- 363, in La vite e il vino, cit volumi I e II

Intimità. Di Emanuele Giannone

Marc Chagall, Les Amants bleus ( 1914 )

Quanto è inutile e ingenuo opporre l’intimità nel 2017 al pubblico esercizio di sé, all’ipercomunicazione, all’abolizione di soglie e distanze. Socio-intrusione e autoriferimento narcisistico, anzi, hanno sostituito l’intimità con il feticcio, il comodo ersatz del nuovo intimismo di maniera, del sentimentalismo a cuoricini che magnifica coram populo consuetudini domestiche e mansuetudini pelose di animali domestici, quattro mura e quattro gatti, quattro libri e quattro bottiglie, piedini curati sopra lettini su sfondi marini, Loreto impagliato ed il busto di Alfieri. Insomma, la deriva retorica dell’intimismo, che fu storicamente atteggiamento anti-retorico. Ci sentiamo buoni con tutti, vicini a tutti e partecipi di tutto. Ma se l’intimismo è il profumo della vita e l’aria del tempo, il suo deodorante non basta a coprire la puzza di sdilinquimento e prosopopea. Cantiamo di traffico e pedicure, maritozzi con la panna e scaldabagni guasti, alluci slogati e dirimpettai in calore quasi fossero roba buona per una chanson de geste. Del vino, cioè di degustazioni, bevutine, sbicchierate, tavolate ed etichette da sbandierare, manco a parlarne: il vino è materia neointimista per eccellenza, scalda i cuori, è il disgorgante dei migliori sentimenti. Con tanti complimenti, un caro saluto e un affettuoso abbraccio al vignaiolo. Peggio di questo neointimismo, c’è solo il neopositivismo delle guide con la loro lingua automatica.

Magari esistesse un intimismo del vino. Magari vi fosse uno pseudo-Gozzano, cantore antiretorico di intimismi enoici, ciarpami reietti e grandi bottiglie; o un quasi-Ray Davies a parodiare l’astiosa, sussiegosa Kleinbürgerlichkeit – la piccoloborghesità – di bevitori, critici, didatti ed esteti. Siamo illusi se crediamo che esistano o possano esistere prossimamente. Così, almeno, finché le differenze tra retorica e schiettezza, elegia ed epica, ebbrezza e grettezza, soprattutto tra relazione e connessione non saranno di pubblico dominio.

A me sono abbastanza chiare. E, in questa pia illusione, ho preso da qualche tempo a bere solo il vino di persone con le quali sono o sono stato in relazione. Non in connessione. È questo, a mio immodesto parere e per partito preso, il vino migliore. Di chi non so la casa, la stretta di mano, la voce e della voce soprattutto la grana, non mi interessa bere.

Alla vostra salute: ecco alcune relazioni. A queste aggiungo, senza mostrarlo qui, un inatteso corollario: i doni a una bimba nata di maggio da parte di persone che il vino lo fanno o lo bevono bene. Relazioni a loro volta, non connessioni. Un movimento tellurico con epicentro in Toscana – Montalcino, Montepulciano, Sarteano – e una coda milanese (anche lei, peraltro, molto ben relazionata con la Toscana).

Buone vacanze a tutti, ciascuno con il suo vino.

 

 

I Titani e il Grillo: discussione ai margini della doc “Sicilia”

Sicilia Tolemaica

 

La mappa e i luoghi.

La geografia, prima e primigenia arte di sapienza greca, che anticipa e precede la speculazione filosofica, nasce dal mito orfico sulla creazione della Terra: Dioniso infante viene smembrato, con l’inganno, dai Titani, figli di Ctòn, il primo dei nomi della Terra. I Titani si insinuano con l’astuzia, lo ingannano con giocattoli da fanciulli e lo smembrano, anche se è ancora bambino, come dice il poeta dell’iniziazione, Orfeo il Tracio: “Trottola e rombo e marionette e le belle mele d’oro delle Esperidi dalla voce acuta”.  I Titani, col volto coperto da polvere calcarea, cospargono con lo stesso gesso il volto del giovane Dioniso mentre dorme. Egli si sveglia, si guarda allo specchio e non si riconosce: le lame, mentre colpiscono, sezionano, selezionano, pongono limiti, contorni e linee che separano le cose. Zeus folgorerà i Titani e consegnerà le membra di Dioniso ad Apollo affinché dia loro sepoltura. Così avviene: Apollo seppellisce il cadavere smembrato di Dioniso sul Parnaso. Atena, però, trova il cuore ancora palpitante della giovane divinità: lo riconsegna a Zeus che provvede alla ricostruzione del corpo: “Non si possono però rimettere insieme le membra senza appoggiarle su di una superficie, che così diviene il primo altare: una tavola che, come ogni rappresentazione cartografica, serve solo per due sue dimensioni, la lunghezza e la larghezza, e per il fatto di essere più possibile piatta”. Compare dunque la Gé, la latina Gaia, la Terra di superficie che brilla e splende, a cui la conoscenza geografica si rivolge in contrapposizione a ciò che è ctonio (Ctòn), viscerale, profondo, sotterraneo e inagibile. E, per quanto ci riguarda, “…siamo una parte di Dioniso, se è vero che siamo costituiti dalla fuliggine dei Titani che si cibarono delle sue carni”. Con la geografia nasce l’unità di misura delle distanze, lo stadìon, l’intervallo metrico standard: tutte le parti sono tra loro equivalenti e soggette alla regola della scala (a partire da metà Cinquecento) che indica il rapporto tra le distanze lineari del disegno e quelle che esistono in natura. Anassimandro di Mileto (610 – 546 a.C.), secondo Diogene Laerzio, il commentatore del secolo III d.C. dal quale deriviamo molte delle notizie sui filosofi della Scuola Ionica, è il primo a tracciare uno schema (perimetron) del mondo e “per primo ebbe l’ardire di disegnare l’ecumene su di una tavoletta”. La Terra è equidistante da tutti i lati del cosmo ed è perciò immobile: l’ ápeiron (ἄπειρον) l’illimitato, l’indeterminato, l’infinito’ corrisponde al modello della struttura sociale basata sulla polis. Il luogo, al contrario, è quella  superficie unica e non interscambiabile e dunque difficilmente rappresentabile. La scala grafica “segnala l’inizio del sistematico funzionamento dello spazio come forma del valore delle merci, cioè come merce universale nei confronti delle merci particolari. Ed è proprio in tal maniera e per tal via che la Tavola diverrà, con le sue proprietà, il modello del territorio, nel senso che produrrà la forma generale del valore territoriale moderno. In altre parole: spazio e denaro sono la stessa cosa, nel senso che il simbolo cartografico e la moneta funzionano, il primo sulla mappa e la seconda nel mercato, esattamente allo stesso modo”.

La denominazione e l’origine.

Così recita l’articolo 1  del D.P.R. 12 luglio 1963, n. 930 (Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini): “Per denominazioni di origine dei vini s’intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione – accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni – usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente. La zona di produzione di cui al precedente comma può comprendere, oltre il territorio indicato nella rispettiva denominazione di origine, anche i territori vicini, quando in essi esistono analoghe condizioni naturali e, alla data di entrata in vigore del presente decreto, si producono, da almeno dieci anni, vini immessi sul mercato con la medesima denominazione, purché abbiano analoghe caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche e siano prodotti con uve provenienti dai vitigni tradizionali della zona, vinificate con i metodi di uso generalizzato della zona stessa”. La legislazione, e non solo quella  italiana, prova a costruire un segno distintivo consistente nell’indicazione geografica della zona originaria di un prodotto con particolari caratteristiche merceologiche derivanti dal, o connesse con, il luogo di origine. Ciò che si tenta di fare è quello di inserire l’irriproducibilità di un luogo, e la sua specificità peculiare, all’interno di una mappa geografica in scala che ne dovrebbe delimitare e definire il valore mercantile. A queste condizioni non possono che darsi alcune spiegazioni tra loro connesse.

  • La mappatura si fa forza di un compromesso, talora al rialzo, talora al ribasso, di tipo storico-politico
  • La mappatura sostiene e rafforza i criteri di proprietà e di possesso all’interno di un territorio dato (la maggioranza produttiva)
  • La mappatura viene definita e ridefinita sulla base dei cambiamenti e delle prospettive di quegli stessi rapporti
  • Il luogo, territorio, terroir, lieu-dit può assumere talento, o perderlo sino a scomparire, soltanto se l’ordine gerarchico mappale glielo conferisce. Ma esso, il luogo appunto, può esprimersi solo nella sua riduzione mappale e quindi politica. Dentro o fuori da quel confine esso perde o acquista valore.

I nuovi segni. 

La definizione delle denominazioni ridisegna, e non in senso metaforico, le possibilità di nuove scale di valori: Alessandro VI, nel 1494, traccia sulla carta dell’Oceano la linea retta che avrebbe distinto nel Nuovo Mondo i futuri possedimenti spagnoli da quelli portoghesi. Il dispositivo cartografico è un “giudizio che decide senza esibire in alcun modo le proprie motivazioni, la propria ragione”.

La doc “Sicilia”, non meno e non diversamente da altre, ridisegna, a favore di alcuni e a discapito di altri, nuovi rapporti di forza locali proiettati su di una scala molto più ampia: il mondo intero. Questa volta, però, la provincia è l’Italia e  l’uso, o l’abuso, dei vitigni, delle pratiche vinicole… non può che essere il precipitato di un ordine scritto di segno più grande: la percezione della natura è una lettura e la sua scienza il segno grafico.  

Spunti bibliografici

Franco Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003

Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009

Giorgio Mangani, Cartografia morale. Geografia, persuasione, identità, Franco Cosimo Panini, Modena 2006

 

 

 

 

 

La Langa. Una poesia di Nico Orengo

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Langa di fumo e di profumo.

Rose gialle nella curva

di Bossolasco per finire

ferme nella luce di tela

in Menzio, Paulucci e Chessa[1].

Vigne a ragnatela sulle schiene

di Dogliani che si incottano

nel merletto superstite

dello Schellino[2].

Nebbia che riprende

quel profumo e quel fumo

che si alza dalla terra

friata dall’acqua

e dall’arsura di una tenerezza

che pesa il tempo

sull’aprile della mano.

 

[1] Tre dei “sei pittori di Torino” 1929 – 1932

[2] Il riferimento di Orengo è al “Ritiro della sacra famiglia” realizzata da Giovan Battista Schellino nel 1883 a Dogliani, opera realizzata con traforo e antichi merletti.

La poesia è tratta da “Langhe. Memorie, testimonianze, racconti”, Einaudi, Torino 1991

La foto:  commons.wikimedia

Comprendere (il vino) al momento giusto.

Jan Vermeer, Bicchiere di vino (con particolare), Gemäldegalerie di Berlino, 1660

 

«Plinio intorno alla vecchiezza de vini ne fa menzione di alcuni che passavano un secolo ed erano ancora potabili e di altri che avevano fino 200 anni ma quelli erano ridotti in una specie di miele e potevano pertanto ancora servire a ravvivare i vini più nuovi ma troppo deboli. Riferisce lo stesso Plinio che Stafilo fu il primo che temperare il suo vino e che lo temperasse coll’acqua ma Ateneo dà ad Anfitione Re di Atene la gloria di aver messo il primo dell’acqua nel vino[1]».

Se nell’antichità è cosa risaputa l’apprezzamento dei vini invecchiati, anche di molto, e dei vini puri non conciati né annacquati, alcuni storici[2] hanno sostenuto che «dopo il crollo dell’impero romano la predilezione per il vino invecchiato scomparve per un millennio. I vini acquosi e a bassa gradazione alcolica dell’Europa settentrionale si mantenevano solo per alcuni mesi, diventando poi aspri e imbevibili. Gli unici a poter essere consumati a distanza di tempo erano i vini dolci e ad alta gradazione alcolica provenienti dall’area mediterranea». Nel frattempo si è affermata l’opinione «che nel medioevo si bevesse solo vino giovane e che il ‘vino vecchio’ menzionato occasionalmente altro non fosse che il vino della penultima annata.»

In realtà quasi tutte le fonti concordano nel sostenere che nel Medioevo si differenzia tra tre tipologie di invecchiamento, alle quali non corrisponde un’unica attribuzione temporale: il vino ‘nuovo’, il vino ‘medio’ e il vino ‘vecchio’.

Pietro de’ Crescenzi nel suo Ruralium commodorum libri XII (Profitti in agricoltura) scritto nel 1305 circa e dedicato a Carlo II d’Angiò re di Sicilia (detto lo Zoppo, 1254-1309), diffuso come manoscritto in 109 copie (ebbe la prima edizione a stampa nel 1471), ispirandosi al Liber de simplici medicina (Circa Instans) di Plateario[3] e al Liber dietarum particularium di Isacco Giudeo[4], suddivise le età dei vini in ‘fresco’, di un anno, in ‘medio’, di due o tre anni, e in ‘vecchio’, di quattro e più anni. Anche in Francia il vino di Saint Jouan (Saint-Jean d’Angély, nella Charente Maritime) si vantava di durare nove  o dieci anni anche se mal trasportato, così come Guiot de Vaucresson autore de ‘Des Vin d’ouan’ (I vini dell’annata in corso, fine XIII secolo) elogiò i  vini ‘vielz’, lamentandosi invece di quelli giovani (novelli) e acerbi provenienti da uve immature, definiti come vini ‘sleali’, che «vogliono strozzare la gente[5]».

Tempi di raccolta delle uve, pratiche viticole ed enologiche, qualità della conservazione, affinamento, invecchiamento, trasporti… sono elementi propri delle valutazioni che già nei tempi più remoti e nel corso dei secoli servono a decifrare la qualità di un vino e a permettere che sia bevuto dopo aver raggiunto, come sosteneva Arnaldo da Villanova[6], una certa maturità, che egli definì come ‘anitque’, ma senza riferimenti temporali precisi[7].

In gran parte della tradizione letteraria antica si pone la questione del rapporto tra tempo e verità, tra disvelamento e comprensione: «L’espressione ‘veritas filia temporis’ risale però ad Aulio Gellio  (che muore nel 65 d. C.) ed è presente nelle Noctes atticae , un testo che fu caro a Nonio Marcello e a Macrobio e fu apprezzato da Agostino.(…) La verità è figlia del tempo e il tempo è l’ermeneuta o l’esegeta o il decifratore della verità: nel titolo del capitolo 10  della sua ‘Història do futuro’ Vieira aveva scritto; ‘il miglior interprete delle profezie è il tempo’. Isaac Newton aveva anch’egli scritto: ‘The manner I know not. Let time be the interpreter.[8]’»

Se a tempo giusto si capisse, «la verità sarebbe vicina e ampia, sarebbe amabile e mite[9]

[1] Gianfrancesco Pivati, Nuovo Dizionario Scientifico E Curioso Sacro-Profano Di Gianfrancesco Pivati Dottore

Delle Leggi. In Venezia per Benedetto Milocco, MDCCXLVI-MDCCLI. 10 v.

[2] Van Uytven, Der Geschmack am Wein . Cfr. anche Y. Renouard, Le vin vieux au Moyen-Age, «Annales du Midi», 76 (1964), pp. 447- 455 (rist. in ID., Etudes d`histoire médiévales, 1, Paris 1968, pp. 249-256 citati da Michael Matheus, La viticoltura medievale nelle regioni transalpine dell’Impero in Gabriele Archetti (a cura di), La civiltà del vino: fonti, temi e produzioni vitivinicole dal Medioevo al Novecento : atti del convegno, Monticelli Brusati, Antica Fratta, 5-6 ottobre 2001, Centro Culturale Artistico di Franciacorta e del Sebino, Brescia 2003, pp. 119 – 121

[3] “La composizione del Circa Instans è di solito attribuita a Plateario, e più precisamente a Matteo Plateario, infatti, poiché egli scrive un glossario sull’Antidotario di Nicola intorno al 1140 e muore nel 1161, si ritiene che egli possa essere la figura più calzante con l’autore dell’opera, presumibilmente datata a questo periodo. Questo scritto si presenta come un trattato di materia medica e terapeutica, le varietà vegetali esaminate sono in particolare quelle presenti nell’area campana e lucana. E’ un dizionario dei “semplici”, poco rigoroso per l’ordine alfabetico, che definisce la funzione farmacologica delle piante e dimostra l’utilità dei medicamenti composti; passa in rassegna l’appartenenza ad uno dei quattro gradi: caldo, freddo, umido o secco ; descrive brevemente quale parte è utilizzata per il medicamento, albero o arbusto, erba o radice, fiore, semenza, foglia, pietra o alcuna altra cosa; elenca eventuali sinonimi greci o latini; enumera le qualità del medicamento, ricorrendo anche a citazioni autorevoli, e ne dà la posologia. Un’attenzione particolare è inoltre dedicata al problema delle droghe e alla loro sofisticazione, con una trascrizione di numerose ricette, un invito e una guida a vigilare su eventuali frodi da parte di coloro che attendono alla preparazione dei farmaci.” Paola Capone, Memorie medievali nei  ‘semplici’  Salernitani, in http://193.206.215.10/erbe/introduzione/intro2.html

[4] Issak Judaeus medico arabo di religione ebraica, egiziano il cui nome arabo è: Ishàq al-Israili (m. 932). Testi a lui attribuiti: Liber de definitionibus, Liber de elementis, Liber dietarum universalium, Liber dietarum particularium, Liber de urinis, Liber de ferbribus.

[5] Cfr. Yann Grappe, Sulle tracce del gusto. Storia e cultura del vino nel Medioevo, Editori Laterza, Bari – Roma 2006, pp. 105 – 111

[6] Arnaldo da Villanova

Arnoldo da Nova Villa nasce a Valencia intorno al 1240 e, dedicatosi inizialmente agli studi letterari, si appassiona solo in seguito alla medicina, che approfondisce nella scuola araba di Spagna e a Parigi. Viaggia lungamente anche in Italia, fino a divenire uno scienziato universale e medico del pontefice Bonifacio VIII, si spegne in una barca in mezzo al mare, di fronte alla città di Genova, nel 1311. Nel suo Breviarium practicae (pubblicato nel 1483) vengono menzionate tutte le malattie allora conosciute, utilizzando un raggruppamento che tenga conto dei sintomi fisici, funzionali e soggettivi e delle loro cause, differenziate in determinanti (eziologiche), antecedenti (ereditarie) e congiunte. In botanica Arnaldo si dedica allo studio dei semplici, all’uso terapeutico delle piante e all’utilizzo della teriaca. Le opere a lui attribuite sono: il De Vinis, il De Venenis, il Causilium ad regem Aragonem de salubri hortensium…, e il commento al Regimen Sanitatis Salernitanum.

http://www.museovirtualescuolamedicasalernitana.it/web/content/didascalia_detail.php?id=arnaldo_da_villanova

[7] Ivi, pag. 108

[8] Paolo Rossi, Capire a tempo giusto, in Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Il Mulino, Bologna 2009, pp.  235 – 261

[9] Cfr. J.W. Goethe, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, III, p. !77

 

Il mare colore del vino

“(…) Ma subito trovò da esaltarsi di fronte al mare di Taormina.

– Che mare! E dove c’è un mare così?

– Sembra vino – disse Nenè.

– Vino? – fece il professore perplesso. – Io non so questo bambino come veda i colori: come se ancora non li conoscesse. A voi sembra colore di vino, questo mare?

– Non so: ma mi pare ci sia qualche vena rossastra – disse la ragazza.

– L’ho sentito dire, o l’ho letto da qualche parte: il mare colore del vino – disse l’ingegnere.

– Qualche poeta l’avrà magari scritto, ma io un mare colore del vino non l’ho mai visto – disse il professore, e a Nenè spiegò – Vedi: qui sotto, vicino agli scogli, il mare è verde, più lontano è azzurro, azzurro cupo.

– A me sembra vino – disse il bambino, con sicurezza.

– È daltonico – sentenziò il professore.

– Ma che daltonico? – si rivoltò la signora. – È testardo.

Si provò anche lei a convincerlo del verde e dell’azzurro del mare.

– È vino – disse Nenè.

– Vedi che è testardo? – disse la madre. – Ora addirittura afferma che è vino.

– Un momento – disse il professore. Tirò giù dalla reticella la sua cravatta, verde a strisce nere, e

mostrandola domandò al bambino – Che colori ha questa cravatta?

– Di vino – rispose implacabile Nenè: e sorrideva di malizia.

Il professore buttò la cravatta per aria.

– E meglio lasciar perdere: è testardo – disse la signora.

– Forse è anche daltonico – insistette, ma ormai senza convinzione, il marito.

«Il mare colore del vino: ma dove l’ho sentito? – si chiedeva l’ingegnere. – Il mare non è colore del vino, ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, o nel tramonto: ma non in quest’ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza».

«I dialoghi di Platone dovrebbe recitarli Eduardo De Filippo: in napoletano».

«Ma qui siamo in Sicilia, forse non è la stessa cosa».

Il treno correva lungo il più splendido mare che avesse mai visto: a momenti pareva assumere l’inclinazione dell’aereo quando decolla, il paesaggio rovesciato da un lato, a filo del volo”.

 

Tratto da Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino, Einaudi, Torino 1973