In quale secolo ti piacerebbe vivere? I vini al vaglio dell’epoca desiderata

C’è un gioco, che credo chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, che recita così: in quale secolo o epoca ti piacerebbe vivere? La domanda, tutt’altro che banale, non rimanda solo all’espressione di una ricollocazione spazio-temporale in un periodo mitico e mitizzato, ma attiene ugualmente alla propria adeguatezza a vivere in questo presente. “Il non trovarsi più”, per ragioni socio-politico-culturali, relazionali, intime, sentimentali…, invita ad una profonda riflessione interiore.

Giunto alla tenera età dei 52 anni e, facendo un breve excursus commemorativo sulla gran parte della vita spesa sino ad ora, posso dire che una porzione della mia esistenza si è realizzata fuori tempo massimo: ad esempio ho iniziato le lotte degli anni ’70 negli anni ’80. Per ragioni anagrafiche e per convinzione. In buona controtendenza rispetto a gran parte dei miei coetanei: non ero proprio controcorrente, se vogliamo dirla tutta, ma avevo imboccato un flusso in costante e precipitosa riduzione. Mentre molti sbaraccavano, io aderivo entusiasticamente.

Ascoltavo anche il “progressive” e il rock anni ’70 (Led Zeppelin, King Crimson, Genesis prima maniera e via suonando) subito prima della svolta punkeggiante per rimanere alla pari con una fetta dei mei contemporanei disadattati. Successivamente sono incappato in un dottorato di ricerca a 39 anni mentre avevo già due figli e stavo facendo dell’altro (quello che faccio tutt’ora) e tante altre piccole cose. Questo ritardo permanente mi porta a considerare che per realizzare ciò che mi piacerebbe fare dovrei vivere almeno 140 anni, di cui almeno 130 in buona salute.

Così credo che chiunque di noi faccia riferimento, nelle cose che fa o che pensa, ad un qualche momento storico: per piacere, per principio, per esortazione, per moda, per interesse, per involuzione, per rammemorazione, per accaduto, per tradizione, per demenza senile o soltanto perché è in analisi da un decennio.

Comunque sia e comunque vada anche per l’“espressione” di un vino vale il medesimo principio: per “espressione” intendo l’impronta essenziale e personale del produttore, ovvero le scelte di coltivazione, di allevamento, di pigiatura, di diraspatura (o no), di vinificazione, di invecchiamento, di conservazione, le etichette, i circuiti commerciali, l’uso della manodopera… che ne compongono la forma e la sostanza. Non importa che lo faccia con altri (tecnici, enologi, agronomi…) o da solo. E non importano nemmeno altri parametri. Posso dire che una delle varianti, e sicuramente non la minore tra tutte, sia quella dell’epoca. Il bevitore applica criteri similari. A quali altri vini si ispira o no e perché; guarda indietro per stare in avanti o rimane indietro per stare indietro? Sta bene dove sta? O è lanciato nell’Empireo di un futuro insondabile?

Oppure è fuori tempo massimo e nonostante tutto se ne sbatte?

Sistemarsi nell’eternità

Mi sono imbattuto, per caso (caso che, detto fra noi, non esiste: forse il fato sì, ma il caso non penso proprio), in una pagina di un libro che non è conosciutissimo, ma neppure così ignoto: “Venerdì o il limbo del Pacifico”(Einaudi, Torino 1976; Vendredi ou les Limbes du Pacifique, éditions Gallimard) di Michel Tournier. Una rivisitazione, profonda, del “Robinson Crusoe” (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719. Tournier, al contrario, era un nostro contemporaneo e il suo romanzo del 15 marzo 1967. Ma non è questo il punto e neppure la premessa di quanto voglio qui riportare: “…le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore”. Era di questo, e in questo momento, ciò di cui volevo farvi partecipi.

«Quel che più è mutato nella mia vita è lo scorrere del tempo, la sua velocità ed anche il suo orientamento. Una volta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erano inclinati in qualche modo verso il giorno, l’ora, il minuto seguenti, e tutti insieme erano aspirati entro il disegno del momento al posto del quale la provvisoria inesistenza creava come un vacuum. Così, il tempo passava presto e utilmente, tanto più presto anzi in quanto era utilmente impiegato, e lasciava dietro di sé un mucchio di tracce e di detriti che costituivano la mia storia. Forse la cronaca in cui mi ero imbarcato avrebbe finito dopo millenni di peripezie col chiudersi e col tornare alla sua origine. Ma quella circolarità del tempo restava il segreto degli dei, e la mia breve vita era per me un segmento rettilineo i cui due capi puntavano assurdamente verso l’infinito, così come nulla, in un giardino di pochi metri quadrati, rivela la sfericità della terra […]. Per me, ormai, il ciclo si è ridotto al punto che si confonde con l’istante. Il moto circolare è divenuto così rapido che non si distingue più dall’immobilità. Si direbbe, così, che le mie giornate si sono come raddrizzate, non si piegano più le une sulle altre. Stanno in piedi, verticali, e si affermano con fierezza nel loro intrinseco valore. E non differenziandosi più come tappe successive di un piano in via di esecuzione, si somigliano al punto che nella memoria mi si sovrappongono esattamente e mi sembra di rivivere sempre la stessa giornata. Da quando l’esplosione ha distrutto l’albero-calendario, non ho più provato il bisogno di tenere il conto del mio tempo […], il tempo si è fermato nel momento in cui la clessidra volava in frantumi. Da allora non ci siamo forse, Venerdì ed io, sistemati nell’eternità?»

«Ce qui a le plus changé dans ma vie, c’est l’écoulement du temps, sa vitesse et même son orientation. Jadis chaque journée, chaque heure, chaque minute était inclinéeen quelque sorte vers la journée, l’heure ou la minute suivante, et toutes ensemble étaient aspirées par le dessein du moment dont l’inexistance provisoire créait comme un vactium. Ainsi le temps passait vite et utilement, d’autant plus vite qu’il était plus utilement employé, et il laissait derrière lui un amas de monuments et de détritus qui s’appelait mon histoire. Peut-être cette chronique dans laquelle j’étais embarqué aurait-elle fini après des millénaires de péripéties par `boucler’ et par revenir à son origine. Mais cette circularité du temps demeurait le secret des dieux et ma courte vie était pour moi un fragment rectiligne dont les deux bouts pointaient absurdement vers l’infíni, de méme que rien dans un jardin de quelques arpents ne révèle la sphéricité de la terre […]. Pour moi désormais, le cycle s’est rétréci au point qu’il se confond avec l’instant. Le mouvement circulaire est devenu si rapide qu’il ne se distingue plus de l’immobilité. On dirait, par suite, que mes journées se sont redressées. Elles ne basculent plus les unes sur les autres. Elles se tiennent debout, verticales, et s’affirment fièrement dans leur valeur intrensèque. Et comme elles ne sont plus différenciées par les étapes successives d’un plan en voie d’exécution, elles se ressemblent au point qu’elles se superposent exactement dans ma mémoire et qu’il me semble revívre sans cesse la méme journée. Depuis que l’explosion a détruit le mât-calendrier, je n’ai pas éprouvé le besoin de tenir le compte de mon temps […], le temps s’est figé au moment où la clepsydre volait cn éclats. Dès lors n’est-ce pas dans l’éternité que nous sommes installés, Vendredi et moi?»

Schizzo socio-psicologico sulle posizioni per bere del vino o dei distillati

Di Westindischer Maler um 1530 – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160199

Bere in piedi è il miglior modo per degustare un distillato: la verticalità della posizione sostiene la perpendicolarità acuminata del liquido, consentendo un movimento di allontanamento/avvicinamento dell’avambraccio consono alla penetrabilità dell’alcol nelle narici.

Bere seduto sulla sedia (isolata): non è l’ubicazione migliore per bere grandi vini e dei vini in generale. Non potendo far ciondolare le braccia come uno scimpanzé qualsiasi, la seduta richiede una sorta di rannicchiamento raggrinzato e il posizionamento del bicchiere sul grembo. In queste occasioni converrebbe sorseggiare un rosolio contenuto in un bicchierino adornato da meravigliosi ghirigori o, al massimo, un filu ‘e ferru autoprodotto dallo zio sardo (nel caso in cui non ci sia, si po’ fare riferimento ad un amico di un amico) debitamente versato in un bicchierino similare, meglio se trasparente. 

Bere seduto sulla sedia intorno ad un tavolo: la posizione per eccellenza della bevuta con il desinare permette agevolmente di poter posare il bicchiere e di alternarlo con la forchetta e il coltello, qualità che non sono credibili in un party in piedi se non con notevoli complicanze.

Bere seduto sul divano: è la bevuta dalle grandi vedute, quella rilassata, contegnosa, signorile, agevolata e riposante. Non è detto che debba essere necessariamente impegnativa. Il tutto dipende, in ogni caso, dalla comodità del divano, che non deve essere troppo insaccato, dai vicini di seduta e dalla distanza di salvaguardia tra i corpi sorseggianti.

Bere seduto sulla poltrona: è la bevuta alternativa al divano. Una valvola di salvaguardia nel caso in cui il divano sia ingombro e affastellato di corpi beventi e vocianti.

Bere sdraiato: supino è sostanzialmente impossibile, a meno che non si tenti un suicidio di gran classe; a pancia di sotto è fattibile solo con la cannuccia, per cui non conviene impegnarsi troppo per vini di alta qualità; di fianco ricorda un po’ il triclinio romano, ma con il rischio di perdere una bavetta poco dignitosa da un lato della bocca.

Bere in ginocchio: (mentre si raccoglie una tartina caduta per terra): è il modo migliore per non far vedere che si mangiano cose potenzialmente calpestabili. Rimane il fatto che la genuflessione deve avere un tempo consono ad una dignitosa sollevazione. A meno che non si stia celebrando messa.

Bere camminando ad una fiera vinicola: mantiene un nonsoché di sublime avvicinandosi alla pratica peripatetica in filosofia. Da questa si discosta per gli ambienti sovraffollati, perché richiede notevoli abilità di zigzagamento e una capacità non usuale di “stop and go”. 

Bere sul cesso: se “Il cesso rimane comunque un luogo previlegiato di lettura[1]”, non è detto che valga la stessa cosa per bere del vino o un distillato. Tra i due è comunque meglio un distillato: è più pungente e ottenebrante.


[1] Tra la pancia che si libera e il testo si instaura una relazione profonda, qualcosa come un’intensa disponibilità, una ricettività amplificata, una felicità di lettura: un incontro del viscerale e del sensibile che nessuno, mi pare, ha reso meglio di Joyce: «Ben sistemato sulla seggetta, aprì il giornale e lo sfogliò tenendolo sulle ginocchia nude. Novità e cose risapute. Nulla preme. Tratteniamo un po’. Ecco la novella premiata. Il colpo da maestro di Mr. Matchman. Di Philip Beaufroy, Club degli spettatori, Londra. L’autore ha ricevuto il premio di una ghinea per colonna. Tre e mezza. Tre sterline e tre scellini. Tre sterline tredici scellini e sei pence. Tranquillamente si mise a leggere, trattenendosi, la prima colonna; poi, cedendo e resistendo, iniziò la seconda. A metà colonna, cessando ogni ritenzione, lasciò che gli intestini si liberassero a loro agio, mentre leggeva, leggeva senza sosta. Quella leggera stitichezza di ieri è ormai passata. Ma non troppo grosso spero, sennò le emorroidi si infiammano di nuovo. Ecco, così va bene. Sei stitico, una pastiglia di cascara sagrada. Anche la vita potrebbe essere così». “Ulisse” di James Joyce, capitolo II, tratto da Georges Perec, Pensare / Classificare, Rizzoli, Milano 1989


Elogio del mio invecchiamento

Di Mikhail Martyukov – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76942396

Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2029 e il 2035.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E contro i consigli.

Frammenti di un discorso vinoso

Un papiro contenente un brano degli Aitia di Callimaco. Di The Egypt Exploration Society – B.P. Grenfell & A.S. Hunt, The Oxyrhycnhus Papyri: Part XI. (London: The Egypt Exploration Society, 1915), plate IV, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15855112

Al cospetto di una relazione vinosa costruita fuori dagli stereotipi, la vera originalità si costruisce nella relazione. Per l’assenza del discorso come fondamento dello stupore di fronte all’inenarrabile. Con la finalità, in ultimo, di non poter costruire una classifica plausibile e verosimile dei vini dei quali non si può parlare, ma di cui siamo intimamente innamorati. Una classifica naturalmente impubblicabile.

«Di fronte alla brillante originalità dell’altro, io non mi sento mai atopos, ma semmai classificato (come un dossier fin troppo noto). Talvolta, riesco però a sospendere il gioco delle immagini ineguali (“Perché mai non posso essere anch’io originale, forte quanto l’altro?”); indovino che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione. La maggior parte delle ferite d’amore me le procura lo stereotipo: io sono costretto, come tutti, a far la parte dell’innamorato: ad essere geloso, trascurato, frustrato come gli altri. Ma quando la relazione è originale, lo stereotipo viene sconvolto, superato, evacuato, e la gelosia, ad esempio, non ha più luogo d’essere in questo rapporto senza luogo, senza topos, senza ‘topo’- senza discorso[1]


[1] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso (Roland Havas: Conversazione), Einaudi, Torino 1979

Auto-intervista sul vino

Glass of Red Wine with a bottle of Red Wine shot on a white background.
Di Evan Swigart from Chicago, USA – Red Wine, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11794575

– “Buongiorno, si accomodi”

– “Buongiorno a lei. Sono già seduto da un pezzo su di lei. No, dentro di lei!. Ci siamo capiti, insomma”.

– “Ma certo, noi due ci comprendiamo sempre, o almeno tentiamo di farlo. Alle volte però siamo un po’ scissi. Ahahahah!”

– “Era una battuta?”

– “Non mi permetterei mai!”

– “E fa bene perché, altrimenti, mi tiro uno schiaffo in faccia e le faccio male”

– “Lasci perdere con l’autolesionismo e iniziamo la nostra intervista. Una domanda a bruciapelo: quando ha iniziato a capire che il vino non è solo alcol?”

– “Una sera, in campagna, c’erano due bottiglie sul tavolo. La prima conteneva un liquido fatto con le uve che aveva prodotto mio zio. L’altra del vino. La prima si allontanava grandemente anche dalla semplice dicitura ‘ il vino del contadino è meglio…’. Rifiutammo garbatamente e ci dedicammo alla seconda, dicendo che era un regalo di una tale prevosto di un paese dell’Alta Langa”.

– “Capisco e ricordo. Di lì la passione?”

– “Ma quando mai! Ci sono voluti altri dieci anni almeno e un sacco di incomprensioni”

– “Più che di incomprensioni, direi di vera e propria ignoranza!”

– “E’ vero, fatico ad ammetterlo, ma fu così. D’altra parte, se devo raccontargliela proprio tutta, quell’antica ignoranza mi accompagna ancora adesso”

– “Anche se si sforza di apprendere, studiare, confrontarsi…”

– “Anche, anche se poi mi viene sonno”

– “E la svolta?”

– “Nel 2005 quando mi imbucai alla festa dell’Arciduca Prospero Vitellone a Sommariva del Bosco. Lì bevvi delle cose memorabili!”

– “Quali, di grazia?”

– “Non ricordo più nulla”

– “Ma se ha appena detto che erano memorabili!”

– “Non mi rompa con la sua pignoleria, perdinci!”

– “D’accordo, però vorrei farle una domanda indiscreta, se posso: lei così schierato politicamente, così voluttuosamente anarchicheggiante e sinistrignaccolo che si reca a casa dell’Arciduca Propspero Vitellone, noto per il suo passato reazionario, misogino fino all’inverosimile, sfruttatore di manodopera italica e straniera, tifoso dell’Inter…”

– “Mi faccia dire, caro lei. Era necessario ed è necessario. Benché ci siano notevoli miglioramenti da raccomandare (chi è senza peccato scagli la prima bottiglia di Barolo Riserva “Monfortino” 2013 di Giacomo Conterno), è cosa buona e giusta intrattenere rapporti con quella meravigliosa casata nobiliare perché è da lì che passa la rinascenza della cultura vinicola italica!”

– “Ma mi faccia il piacere lei! Ma cosa sta dicendo? Di quale rinascenza parla?”

– “Se mi interrompe ancora con le sue insinuazioni, mi alzo e me ne vado!”

– “Ma sì, se ne vada!”

– “E dove vado? A farmi un goccetto?”

– “Bella idea, vengo con lei! Tanto siamo inseparabili, almeno fisicamente!”

– “La porto volentieri, ma eviti di scindermi ancora!”

– “Ci provo, ci provo, ma non è semplice”

Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

Quando Genova era immersa nei vigneti

Dintorni di Genova nella Tabula Peutingeriana, un’antica carta romana che mostrava le vie militari dell’Impero (qui in una copia della fine del XIX secolo). Genova è segnata come stazione di rifornimento.Di Conradi Millieri – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9923655

Nell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in una Genova sì sfigurata, ma di tanta grandezza e civiltà che non può partire senza dire nulla dei suoi vini. E dunque Soldati va di proposito alla trattoria di Checu, padrone e cuoco, soprannominato dai foresti “Toro”, in via Demarinis a Genova Sampierdarena, per bere il vino di Begato (proprio quello dell’omonimo Forte): «bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili1’»

Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamenta che «la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorché in ragione del travaglio, e della spesa2».

Genova è, per chiunque vi approdasse dall’anno Mille in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera è vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, è la collina di Carignano: «All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno Mille, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato l’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum3 concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi, ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le “ville” dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno4».

Nell’attuale centro storico, dopo l’interramento del porto di Suxilie (Soziglia), l’intera area viene progressivamente adibita a diverse coltivazioni: i canneti (canneto il Lungo e canneto il Curto), lungo i rivi d’acqua, servono sia per l’edilizia che per scopi militari e poi granaglie e viti, che strappano terreni alla parte boschiva: via Luccoli, ad esempio, è un sentiero che attraversa un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus” è la parola latina che indica il Bosco Sacro, dove”sacro” assume il significato etimologico di “separato5“.

Piazza Banchi segna, ad ovest, quella parte inurbata prima dei campi che, a nord, arriva sino a piazza Matteotti e da lì continua, attraversando piazza delle Erbe, sino al Castello.

«Ecco quindi i toponimi di Vigne da vineis e quello forse meno evidente di Campetto, deformazione tardo-medioevale di Ampelius da “àmpelos” greco vite e vigna. La città ruota allora nell’orbita bizantina, tantochè le Vigne di Soziglia vengono denominate Vigne dei Re perché oggetto di proprietà e di regalia imperiale: nel 965 tutta la zona è donata alla Basilica di San Siro (allora Cattedrale di Genova) e, dopo alcuni anni di alterne vicende circa l’effettivo possesso della stessa, nel 978 passa da Idone, visconte della città di Genova che la gestiva in quel momento, al figlio Oberto il quale per disposizione imperiale sul finire del X secolo lasciò definitivamente la proprietà alla Chiesa Genovese. Convenzionalmente nel 980 Oberto visconte coadiuvato da Ido di Carmandino promuove la costruzione di un nuovo, vero e proprio grandioso Tempio a Maria Vergine, in mezzo a quei terreni ancora coltivati a vigneto6, sotto l’egida di Teodolfo Vescovo7».

Ma è nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino, nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Polcevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: «Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’». Le uve del Vino Coronata, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del Coronata che così Francesco Mazzoli descrive: «Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro, con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata8».

Che poi il vitigno di maggior pregio risieda in zone periferiche rispetto al grande centro urbano di Genova viene spiegato, da Quaini, con il fatto che i trasporti via mare sono più rapidi, più economici e più efficaci rispetto a quelli di terra a dorso di mulo, soprattutto in una regione come quella ligure, da cui l’interesse della capitale ad approvvigionarsi lontano dai suoi stretti confini urbani. Non solo come alimento e bevanda di importazione, il vino per la città di Genova è un mezzo importante di commercializzazione, soprattutto quello pregiato: «Alla Francia ed all’Inghilterra, dove, a detta di Giacomo Bracelli e Flavio Biondo, risultano estremamente apprezzati i vini delle Cinque Terre, noi potremmo aggiungere la corte papale, che già nel periodo avignonese importava vini da quei luoghi via mare. Sappiamo d’altronde che il commercio vinicolo era uno dei rami più fiorenti del traffico navale genovese. Certamente già nel Duecento c’è nel porto di Genova un pontile del vino, al quale attraccano le navi espressamente adibite al trasporto del prezioso liquido; ci sono una o più associazioni di tiratores lignorum che operano per l’attracco e forse anche per lo scarico dei navigli. Al pontile del vino approdano tanto le navi provenienti dalla Riviera di Levante quanto quelle provenienti dalla Riviera di Ponente, dalla Corsica e dall’Oltremare. I vini pregiati come quelli delle Cinque Terre e di Taggia, alimentano l’esportazione; i meno pregiati servono per il consumo interno, soprattutto per il vettovagliamento delle navi, ai cui marinai il vino (spesso ridotto in aceto) è indispensabile come la galletta. Né manca una produzione propria genovese come, ad esempio, quella dei vigneti della Val Polcevera, della Val Bisagno o di Quarto9»

1 Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977), pp. 606, 607, 609

2 Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX (pp. XX, XXI)

3 Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987

4 Atti della Società Ligure di storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt

5 Giorgio Stara-Tedde (mio prozio), I boschi sacri dell’antica Roma, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 33 (1905), pp. 189-232

6Extra muros Janue apud rivum Suxilie ubi erant vinee”: a partire dal 1155 anche questa zona venne inglobata nelle “mura del Barbarossa”.

7 Francesco Pittaluga (a cua di), Breve storia della Basilica delle Vigne dalle origini ai giorni nostri, in http://www.acompagna.org/rf/1206_v/basilica_vigne.pdf

8 Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291

9 Laura Balletto, Vini tipici della Liguria tra Medioevo e Età Moderna, in Il vino nell’economia e nella società italiana Medievale e Moderna, Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura, Accademia economico-agraria dei Georgofili, Firenze 1989

Sia per un vino che per un idiota (ma vale un po’ per tutto) occorre declinare le proprietà

Рисунки и рукописный текст Ф.М. Достоевского. “Идиот”
Di Fëdor Dostoevskij – http://az.lib.ru/d/dostoewskij_f_m/text_0810.shtml, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65476356

Potrebbe sembrare una questione squisitamente filosofica, con insensate deviazioni semantiche e biforcazioni matematiche, ma l’attribuzione di una qualità (positiva o negativa) a qualcosa riguarda sia il godimento della qualità in oggetto, che del come essa sia posseduta. Non basta dire, in altre parole, che uno è un idiota allorché palesi la sua evidente idiozia, ma occorre aggiungere in che modo il tizio in questione riveli la sua idiozia. E, poi, per essere fino in fondo corretti, occorrerebbe specificare anche se gode di quella proprietà, ovvero dell’idiozia, in modo necessario. “Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che stanno in questo modo.” Nel capitolo IX de “Sull’interpretazione” Aristotele presenta un argomento contro il principio di bivalenza, ovvero la tesi secondo cui ogni enunciato (assertivo) possa essere vero o falso. Diversamente, per quanto riguarda il futuro, ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per ‘possibile’ si intende ‘potenziale’. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al dilemma dei futuri contingenti[1]. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è quello del terzo escluso (tertium non datur), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.
Il Medioevo (Abelardo utilizza il commento di Boezio al testo di Aristotele) farà un salto qualitativo nella valutazione delle asserzioni modali, innanzitutto distinguendo gli enunciati assertori, ad esempio “il vino è un alimento”, oppure “il vino non è un alimento”, che riguardano l’inerire (de inesse), cioè il possedere o meno una determinata proprietà, dalle asserzioni modali, che specificano il modo secondo cui il soggetto possiede la proprietà in questione. Tra le asserzioni modali si distinguono poi quelle de dicto, se il modo che le qualifica si riferisce all’intera frase: “il vino biologico non è un vino naturale” (necessariamente vero); oppure de re: “il vino biologico non è un vino necessariamente naturale”; oppure ancora: “il vino biologico non è naturale necessariamente”, se una cosa gode o non gode di una certa proprietà in modo necessario. Questa distinzione tra le proposizioni modali (de dicto/de re) giunge a noi, attraverso il dibattito filosofico, linguistico e matematico, che attraversa un paio di millenni, più o meno immutata.
Lo stesso vale per il vino. Se pensiamo che nella definizione dell’ O.I.V. “Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, pigiata o meno, o del mosto d’uva. Il suo titolo alcolometrico effettivo non può essere inferiore a 8,5% vol. (…)” non sappiamo proprio nulla delle qualità relative ad un vino. Quello che succede nel dibattito attuale, in maniera nemmeno celata, è che il vino risulterebbe tale, ovvero vino, soltanto se frutto di alcuni processi che ne rivelino determinate qualità specifiche e non altre. Ma, essendo l’uva l’unico ingrediente disponibile e incontrovertibile, la cosa si complica un tantino e sposta la contesa su piani differenti: la vigna, il terreno, i prodotti in uso alla coltivazione, alla fermentazione, in cantina. I recipienti… E, poi, il lavoro, il trasporto, la commercializzazione, l’etichettatura….
Potremmo affermare, con David Lewis, esegeta del realismo modale, che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono.” Questi mondi possibili, inclusivi, isolati gli uni dagli altri, causalmente indipendenti, che condividono proprietà esemplificate dagli oggetti che appartengono a ciascun mondo esistono parallelamente al nostro, o meglio ci introducono nuovamente al discorso aristotelico sulla potenzialità e a quello, ben più pernicioso, sulla verità.
Partiamo allora da quello che Roland Barthes chiamò “il verosimile critico”: al di là di ogni metodo, il verosimile critico, nel dibattito su come dovrebbe essere il vino, si pone al di qua di ogni ragionevole dubbio. Innamorato dell’evidenza, il verosimile critico, elabora regole che non si possono trasgredire, a meno che non si voglia toccare la natura stessa delle cose: “i disaccordi diventano deviazioni, le deviazioni errori, gli errori peccati, i peccati morbi, i morbi mostruosità[2]”.
Alla base di tutto, probabilmente, c’è la funzione totalitaria del verbo ‘essere’: “ancora oggi, dal punto di vista strategico, il verbo essere serve un po’ a tutto, è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; arma, utensile o velo, a seconda delle necessità della Causa, è lo Scapino[3] della retorica oltranzista. […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste[4]”.
Dunque, come diceva la mia professoressa di latino, occorre sempre declinare, ma mai rinunciare.


[1] Cfr. Massimo Mugnai, POSSIBILE / NECESSARIO, Il Mulino, Bologna 2013
[2] Roland Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 2002, pag. 20
[3] Scapino Maschera del teatro italiano, figlio di Brighella, che rappresenta il servo incostante, intrigante, spiritoso, mentitore e millantatore, detto anche Scappino. Indossava il camicione e i pantaloni bianchi degli Zanni, cui in seguito si aggiunsero una livrea listata di verde. Celebri S. furono F. Gabrielli, G. Bissoni, bolognese (inizi 18° sec.), e A. Ciavarelli, napoletano (18° sec.). Molière ne fece il protagonista della commedia Les fourberies de Scapin (1671). Teccani.it
[4] Roland Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, pp. 263-265.

Ariete ascendente Gemelli

Ugo Tognazzi ne “Il magnifico cornuto” (1964), di Antonio Pietrangeli Di Gawain78 – catturato personalmente dall’autore sotto indicato, senza apportare alcuna modifica., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2004628

E’ sempre tempo di oroscopi, di divinazioni e di predizioni per l’anno in corso o a venire. Di rassicurazioni che non rassicurano, un po’ come quella dello scudetto al Piemonte Footbal Club nei prossimi dieci anni. Riporre speranze è tremendamente umano, psicologicamente ragionevole e scientificamente assai dubitabile. Ma qui non importa nulla: quanti agnostici certificati, quanti sbattezzati, quanti imprecatori seriali buttano l’occhio agli astri che costruiscono le impalcature del Cielo e, di ribattuta, congegnano le armature della Terra?  E nulla di più urticante di coloro che, professando il loro miscredenza informatissima, strizzano l’occhio alla quadratura che Giove intrattiene con Plutone in Capricorno o che, ammiccando ad Urano sostenuto per tutto l’anno dal lungo Trigono con Saturno, poi ti dicono, con serena empietà: “L’avevo immaginato che sei dell’Ariete!” Non vi è risposta possibile davanti ad un attacco così virulento: nel segno viene compreso un atto e un destino, una predestinazione  e un Caso da cui non ci si può sbrogliare né liberare. Pare di essere sotto le grinfie teoriche del benedettino Gotescalco (IX secolo) , il quale non solo misconosceva il valore della libertà, ma affermava una predestinazione alla vita eterna e una predestinazione alla dannazione. Ma poi, mi chiedo, è possibile che questo qui conosca tutti e quanti i 500 milioni di arieti presenti sul pianeta terra? Di sicuro è molto fortunato ad avere una così alta cognizione del dolore. Come quelli che amano od odiano i popoli. In blocco. Non ho mai capito come facciano ad entrare così nel dettaglio.

Capita che, talvolta, il conoscitore dei segni abbia  la capacità di edulcorare la perentorietà del giudizio con una chiosa finale: “E qual è il tuo ascendente?” Io dovrei rispondere: “Gemelli”. Perché, ed è questa la mia tremenda verità, sono un Ariete ascendente Gemelli, e non dell’Ariete ascendente Gemelli come se questi fosse un mio attributo qualsiasi. E qui cala il Sipario.

Tra le circonlocuzioni  e gli arzigogoli dei segni, ho scoperto che Ugo Tognazzi fu dell’Ariete ascendente Gemelli. Senza trascendere in impropri paragoni, colgo l’occasione per farvi riascoltare dalla voce dei sui scritti questo pezzo, quando lui, Abbuffone senza pari, parlò così di Ingrid , nel 1962, una “Svedese al fiasco” ( Ugo Tognazzi, L’abbuffone, Rizzoli Editore, Milano 1974):

“«Com’è bello avere un pied-à-terre. Ti senti diverso. Più importante. Sai,» dici agli amici «nel mio pied-à-terre di Milano…». Parlare di un pied-à-terre di Milano potrebbe anche sottintendere d’averne altri, sparsi un po’ per tutta Italia. Quello di Milano, invece, per me era l’unico. Il primo pied-à-terre della mia vita. E non mi sembrò vero di portarci subito a vivere qualcuno. E cioè Ingrid. La incontrai non mi ricordo dove, non mi ricordo quando; né mi ricordo se indossasse o meno il vestito di chiffon che, in genere, è l’unica cosa che resta in mente agli smemorati, almeno quelli delle canzoni. Che fosse di chiffon o meno, in ogni caso, ha poca importanza, poiché Ingrid amava vestirsi esclusivamente di se stessa. E infatti io così la ricordo: nuda, che girava per casa, con queste sue tettone nordiche puntate in avanti, come due meravigliose frecce indicatrici, Ingrid. Una svedese dalla testa ai piedi.

«Tu attore» mi diceva «tradimento facile! Io devo te controllare ventiquattr’ore su ventiquattro» Devo dire che il controllo che esercitava su di me era un po’ particolare. Mi teneva a letto. Al guinzaglio, diciamo. Ogni tanto si faceva una camminatina dal letto alla doccia, tragitto che indica ancor più chiaramente a quale particolare tipo di controllo ella mi sottoponesse… Sotto il lenzuolo di quel letto milanese c’era più traffico che non in piazza san Babila. Ingrid. Un pivot inesorabile. Sempre in canestro. Sempre su di giri. Anzi, sempre più su di giri. Chi mi conosce sa che non sono certamente spaventato da queste cose. Tutt’altro, ma Ingrid, con l’andar dei giorni, mi stupì, se non altro per la regolarità, per la continuità delle prestazioni. Sulle prime pensai al mitico «calore nordico». Poi cominciai a sospettare che ricorresse a qualche pastiglia proibita. Anche perché, nonostante il mio primato nazionale in materia, pensavo che prima o poi, se così fossero continuate le cose, avrei dovuto ricorrervi molto probabilmente anch’io, se non altro per essere certo di tenerle testa, per tener alto il buon nome del maschio italiano. Un giorno decisi quindi di seguirla quando, dopo, si alzò dal letto dicendo il suo ormai consueto: «Scusami, vado un istante in cucina a bere qualcosa…». Ingrid. L’ho sorpresa mentre beveva a canna da un fiasco di Chianti di terz’ordine. Era quello il suo afrodisiaco. Il vino. Dopo il drogaggio s’infilava di nuovo nel letto, e si scatenava. Vino. Non era fine. Ma che m’importava. Dopotutto, non era la finezza che caratterizzava i nostri show sotto le lenzuola. Così, la sera dopo, sistemai il fiasco di vino rosso sul comodino. Quando Ingrid lo vide, mi guardò con gli occhi colmi di vizio, m’afferrò peri capelli e, avvicinando le sue labbra alle mie, mi sussurrò: «Porco!».

Fu la mia fine. Mettetevi nel mio pigiama. Una svedese impazzita che scambia un Chianti malandato in beveraggio da bordello. Beveva lei, e pretendeva che bevessi anch’io. Uno, due fiaschi per notte. All’alba, la camera da letto sapeva di osteria. E più aumentavano i fiaschi consumati, più diminuivano i freni inibitori di Ingrid.

Dopo la terza « prestazione », ormai completamente ubriaca, veniva colta da crisi depressive miste ad attacchi di gelosia: mi schiaffeggiava, mi graffiava, mi mordeva le orecchie, Il che, oltretutto, era anche, così poco nordico. L’epilogo dell’avventura arrivò improvviso una notte d’agosto. Ingrid, al massimo dell’orgasmo, mi colpì con una fiascata in mezzo alla fronte. Sanguinante, mentre lei mi mordeva le chiappe, telefonai alla volante. La portarono al commissariato, lei e il suo fiasco di droga. Sul pianerottolo la vidi avvinghiarsi al sergente dei carabinieri. «Porco!» gridava. «Anche tu sei un porco!» Di lei m’è rimasto un ricordo. Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra.

A guardarlo bene, sembra proprio una voglia di vino”.