Umorismi

Diffusione del cannibalismo nel XIX secolo

Critico enoico. Un noto blogger e critico enoico un giorno, incontrata una meravigliosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” – domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro” – rispose il critico.

Guida delle Guide dei vini. Il direttore editoriale della nota Guida delle Guide dei vini peninsulari e insulari disse al recensore delle eccellenze liguri e piemontesi: “lei deve essere fiero di contribuire”. “Sono assai fiero” – replicò l’autore contribuendo.

Il vino rubato. “Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore ilcinese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro aveva toccato le cinquecentomila copie vendute.

Omeopatia. Omeopatia opoterapica. Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini. Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito dal suo paese per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave!” – disse il commerciante di vini – “venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse” – rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò in tasca l’orologio, il portafoglio e il cellulare del camogliese.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce (Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

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ULTIMA FERMATA Racconto breve, ma non brevissimo a proposito della Stazione ferroviaria interstellare Salyut 19-1971 e del banchetto nuziale tra Bona Sforza di Bari e Sigismondo I di Polonia (6 dicembre 1517)

Di Johannes Hevelius (1611–1687) – http://dziedzictwo.polska.pl/katalogskarb,Selenographia_Jana_Heweliusza_(Selenographia_sive_lunae_descriptio)_,gid,262839,cid,1688.htm?body=desc (monochrome version of the image in 1647 year edition of Selenographia), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6839285

Salyut 19-1971

Era finito lì qualche decennio prima, quando doveva scontare una pena per attività sovversiva: gli avevano affibbiato 30 anni di carcere duro. Cella tre metri per tre, senza finestre, solo un bocchettone per l’aria condizionata. Una tv a circuito chiuso trasmetteva, tutti i giorni feriali, dalle 20.00 alle 21.00, un notiziario del Ministero dell’Informazione, dell’Educazione e del Rispetto dell’Ordine Costituito. Nessuna immagine. Soltanto un mezzo busto allampanato che leggeva gli ultimi Decreti attuativi in materia di Sicurezza, Ordine Pubblico, Disciplina Sociale, Vagabondaggio, Antisocialità, Attività Sovversive. Vincent non poteva spegnere la TV, né togliere il volume, per cui, ogni tanto, provava ad ascoltare quella sequenza infinita di norme prescrittive che avevano raggiunto il culmine con la obbligatorietà della catalogazione dei peli del pube. Le relazioni tra i detenuti erano gestite da Cooperative di socialità condivisa, i cui membri provenivano dallo stesso carcere, all’interno del quale avevano scalato la gerarchia grazie ad un sistema premiale a punti che si basava interamente sull’interiorizzazione non coercitiva dei canoni ideologici del Buon Comportamento del Cittadino Degno, che rappresentava l’evoluzione premiale del Buon Comportamento del Cittadino Lavoratore e l’alter ego del Buon Comportamento del Cittadino Studente. Il sistema premiale non era né esplicito né visibile. Non vi era alcuna giuria, alcuna tabella, non si era convocati: ad un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, poteva comparire un messaggio televisivo personalizzato, in cui veniva comunicato che, sulla base di un’Osservazione Oggettiva Comportamentale documentata dall’analisi sensoriale del bulbo oculare, della gestualità, della postura, nonché delle variazioni di feedback negativo sui  barocettori carotidei attraverso stimoli esterni indotti, il soggetto posto a Restrizione di Attività Sociale Condivisa aveva interiorizzato I Modelli Mentali di Riferimento. A Vincent andò diversamente: venne avvertito, come gli altri 2.000.000 di detenuti, che un prigioniero avrebbe potuto riacquistare la libertà controllata se avesse accettato di partecipare al programma JAXA 231. La cosa era molto semplice: quello che, tra i volontari, fosse stato selezionato, avrebbe potuto trascorre il resto della sua vita carceraria, in piena libertà, sulla Stazione Ferroviaria Interstellare, posizionata nell’orbita di Marte, la prestigiosa Salyut 19-1971. Vincent ce la fece. Non seppe come, ma ce la fece. Anzi forse lo sapeva; sapeva cioè che un sovversivo come lui era meglio tenerlo molto lontano: anche in carcere avrebbe potuto fare danni. Bastava un suo sguardo a far crollare in ogni detenuto un sano ravvedimento: e i suoi coinquilini erano tutti schedati come lui. I “comuni”, tenuti in un’altra ala del carcere esteso quasi quanto la vecchia Europa, venivano messi in contatto con in sovversivi soltanto per dare sfogo ai precursori sintomatici repressi della rabbia incontrollata. La battaglia a mani nude durava circa un mese e coinvolgeva cinquemila combattenti per parte: ai sopravvissuti veniva concessa una semi-grazia con l’obbligo della prestazione lavorativa in qualità di addetti alla Sicurezza Bagnanti e del Decoro delle Spiagge nella Riviera Romagnola.

Era una giornata fredda del Brumaio 2515 quando Vincet, unico passeggero, prese il Treno a Propulsione Nucleare “Soyut AS-20” per la Stazione Ferroviaria Interstellare Salyut 19-1971. La Stazione “Salyut” orbitava intorno alla luna di Marte, Phobos, a circa 9000 km dal pianeta principale e suo compito specifico era quello di gestire il traffico dei Treni Merci che, dalla Luna, facevano rifornimento d’acqua su Marte. Circa cinquecento anni prima, la sonda Odyssey, attraverso uno spettrometro a raggi gamma (GRS) che scandaglia il sottosuolo per definire la distribuzione dei diversi elementi chimici, calcolando nel contempo il contenuto di idrogeno, confermò, ben oltre ogni immaginazione, quello che da sempre si sospettava: Marte era pieno d’acqua. La sonda Odyssey, nel 2008, terminò il suo lavoro scoprendo anche la calotta artica nell’emisfero nord di Marte. La corsa all’accaparramento delle risorse di Marte partì ufficialmente nel 2120 e durò per oltre un secolo. Naturalmente partì nella maniera più classica, ovvero con una guerra. Furono dapprima le Delegazioni Orientale e Occidentale del Pianeta Terra ad aprire lo scontro, per poi trasferirlo alle loro Colonie Lunari, che erano state, ai loro primordi, luogo di villeggiatura per i nuovi ricchi e successivamente veri e propri insediamenti abitativi (colonie) che servivano per smaltire la popolazione eccedente. Per eccedente si intendeva sia la popolazione composta da “criminali generici” che quella non in grado di garantirsi la sopravvivenza Alimentare e la Qualità della Vita secondo i Parametri Intergovernativi.

Poco serve a raccontare che i primi trasferimenti furono vere e proprie deportazioni che costarono la vita ad alcune decine di milioni di persone, ma che poi, grazie al lavoro dei Probi Pionieri Terrestri, le Colonie divennero veri e propri Feudi a gestione politico mafiosa direttamente controllati dalla Madre Terra. Il punto dolente della Colonie Lunari era costituito oltre che dalle escursioni termiche lunari, da – 233 oC a +123 oC, sopratutto dalla mancanza d’acqua. Le guerre finirono, come tutte d’altronde, con una spartizione iniqua delle risorse e Vincent si sarebbe dovuto occupare degli approvvigionamenti d’acqua che i Treni Merci Interstellari provvedevano per le Colonie Occidentali della Luna, le quali erano sottoposte direttamente al governatorato dell’Emisfero Nord del Pianeta Terra. 

Vincent, grazie ad un propagatore orbitale, doveva calcolare la posizione di un corpo nello spazio, nel suo caso di un Treno Merci Interstellare intorno a Marte, considerando tutte le perturbazioni agenti su di esso come, ad esempio, gli effetti gravitazionali corrispondenti alla dimensione quasi sferica del Pianeta Rosso. Una volta conosciute le forze agenti, Vincent integrava le equazioni fino a venire a sapere, in un certo istante di tempo, la posizione di un Treno Merci esprimibile in Altitudine, ovvero il computo della quota del treno dal livello dell’acqua; in Longitudine, ossia il calcolo dell’angolo riferito al centro di Marte, misurato a partire dal Meridiano X e positivo verso EST e, infine, in Latitudine, cioè la dimensione dell’angolo riferito al centro di Marte calcolato a partire dal Paralleo Y e positivo verso NORD. Una volta date le direttive necessarie al macchinista ed agli operatori addetti al carico, Vincent si sarebbe dovuto occupare di segnalare la rotta di ritorno, facendo dovuta attenzione agli sciami di meteoroidi. Nel percorrere le loro orbite vicino al Sole le comete perdono per sublimazione lo strato superficiale di ghiacci di cui è composto il nucleo lungo la loro traiettoria. Mescolate ai ghiacci si trovano anche piccoli granelli di polvere che una volta espulsi si troveranno a seguire un’orbita attorno al Sole simile a quella della cometa che li ha generati. Questi granelli di polvere, le meteore, in caso di urti ripetuti contro i convogli merci potevano far naufragare interamente una missione di rifornimento creando costi di approvvigionamento talmente elevati da renderli pressoché inutili. Il compito a cui era stato adibito Vincent era di tale gravità ed importanza da farne un caso in tutto lo spazio conosciuto. La pena per un minimo errore era la soppressione immediata. Chi accompagnava Vincent nelle lunghe giornate, che su Marte durano 24 ore e 37 minuti, era il famigerato robot Banryu, un quadrupede che pesava circa 40 chilogrammi, lungo un metro, largo 80 centimetri e alto 70. Un mostriciattolo dalle fattezze di drago che aveva inserito nei suoi codici di funzione quattro compiti: spionaggio, sorveglianza, intervento rapido ed intrattenimento. Lo spionaggio e la sorveglianza erano la parte costante del lavoro di Banryu: riferiva ininterrottamente su dei monitor collegati alla sede centrale della Polizia Ferroviaria Interstellare le analisi dei dati e dei movimenti di Vincent ed era in grado di intervenire sulle potenziali Azioni non congrue del sorvegliato speciale. Banryu aveva, da ultimo, compiti di aiuto casalingo e ludici: memorabile fu, ad esempio, la riproduzione fedele del banchetto nuziale, tenutosi nel Castel Capuano di Napoli, la sera del la sera del 6 dicembre 1517 tra Bona Sforza di Bari e Sigismondo I di Polonia.

Il banchetto*

La prima portata: in primis pignolate in quattro con natte, et attonnata. Siamo dinanzi ad un antipasto dolce, composto di pinoli, farina e zucchero. Al banchetto di Castel Capuano essa venne servita «in quattro», cioè in quattro forme, ognuna delle quali era divisa in quattro solchi. Curiosa la seconda portata, che può sembrare fare a pugni con l’antipasto dolce: insalata d’herbe. Sono due voci sole che abbracciano, spesso sotto il nome di «salaceterbolco», erbe e indivie, miste ad acciughe (e a butarga o bottarga, come precisa un ricettario barese coevo, di pretta marca pugliese; era una composta di uova di cefalo fresco, salate, pigiate tra due assi e seccate al sole o al fumo o al vento; veniva poi compressa in budello. Nella terza portata compare l’immancabile jelatina. Di questo brodo grasso rappreso, condensato e raffreddato, tagliato a pezzi artistici, o imbandito in particolari «addobbi», parlano tutti i trattati di gastronomia dei secc. XV e XVI. A Bari, per approntarla si adoperava il seguente ben di Dio: «otto libbre di teste di porco, sei piedi del medesimo animale, due pullastre magre, otto turdi; prendi queste cose e mittile al foco in parte d’acqua e parte de aceto. Quando trae tutto fora, prendi zafferano e spezie e passali per setazo». Con la quarta portata, lo bollito et bianco magnare con l’ordine suo, si entra nel vivo dell’arte del cucinare. Il bollito comprendeva più specie di animali, ma escludeva l’ignobile lesso di manzo. Le preferenze erano per la vitella, e specialmente per gli «ùveri» (= poppe) di vitella, preparate a fette con ripieno d’uova affogate. Non credo, però, che al banchetto di Bona fosse stato imbandito il bollito di dindiotti; il primo cronista, il quale parla dell’uso del «dindio» in cucina, fu Gonzales Fernando di Oviedo: siamo al 1525. Il termine, sul quale si sono accaniti molti storici della gastronomia, per darne, ricettari alla mano, una spiegazione vaga e contorta, è il «bianco mangiare». Prelibata la quinta portata: li coppi di picciuni. Francesco Berni chiama «coppo» la testa, ma qui si intendono insieme tutte le parti carnose del piccione, nella cui «imbroccata» il trinciante mostrava la sua destrezza di taglio. Fin qui il banchetto è proceduto modestamente; con la sesta portata un esercito di arrosti, che, nelle varie manipolazioni di carnumi, non avrà pietà dei convitati. La settima portata segnò una lieve sosta con le pizze sfogliate, altra specialità meridionale, non quelle odierne napoletane. Si tratta di «lagane in umido di zafferano». La sosta fu rotta dalla copiosa ottava portata: lo bollito salvaggio con putaggio ungaresco et preparata. Alla quarta portata già trovammo un bollito, ma non «salvaggio». Quest’ultimo costituiva una delle portate più varie e più sode, con aggiunta di potaggi (manicaretti brodosi), che da, quello «ungaresco», con prevalenza cioè di paprica e pimento, andavano alle cucinature più diverse; i «preparata» comprendevano, come si legge nei libri del Cinquecento, le salse, aggiunte ai potaggi. Ma la corsa alle carni e ai sughi riservava la spaventosa nona portata: pasticci de carne. Sotto questa dicitura il Cinquecento non ammetteva riserve perché la nomenclatura di pasticci di carne, detti anche «pastèri» o «pastelli», indicava un enorme cumulo di preparati di carne in sugo. Nel gergo culinario «pasticci» equivaleva a «piatto di pasticci». La quantità era imposta dal desiderio dei cuochi di ben figurare nella presentazione artistica dei pasticci, composti ingegnosamente a guisa di stacci, di gerle, di. panieri, di bugnole, di frulloni, oppure a fogge di animali vari, a seconda dell’inventiva zoomorfica del capocuoco. Ci voleva pertanto per ogni invenzione quel dato genere di carne che si potesse prestare. Un contorno fine erano le olive di Puglia e di Spagna. Ed ora una portata «regale», la decima, che il cronista indica con una modesta dicitura: li pagoni con sua salza. I pavoni, chiamati nel Trecento «pagoni» o «pauni», erano un piatto speciale e immancabile sulle tavole del Cinquecento, un piatto che si ammanniva molto abilmente: ricoperto del suo smagliante piumaggio, tanto che i cronisti coevi non mancavano mai di notare che «pareva vivo». Ma non era mai uno solo il pavone imbandito; erano sempre tre o cinque, recati da quattro scalchi su un palchetto, nel cui centro troneggiava il’ pavone maggiore. Ecco perché nella sua lista il Passaro usa il plurale. L’entrata dei pavoni era annunziata dal suono delle trombe. L’undicesima portata fu costituita dalle pizze fiorentine. Era una specie di pan di Spagna, alto due dita, fatto di latte, farina e uova, con spruzzo di zucchero a velo, come quello che ancor oggi si prepara a Firenze per la vigilia della Madonna di settembre, festa delle Rificolone.: «cazzata (= stiacciata) de butiro misto a La sobrietà di questa portata venne compensata dalla dodicesima: 10 arrusto salvaggio et strangolapreiti. Si ricordi che all’ottava portata era stato presentato il «bollito salvaggio»: questa è la volta dell’«arrosto salvaggio». che comprendeva lepri, tortore, pernici, quaglie, tordi e beccafichi. Le quaglie erano arrostite allo spiedo «con sua crostata», come dicevano i cuochi: la lepre era rivestito della sua pelle e adagiato su un lungo vassoio, in posa di fuggire tra cespugli destramente composti di erbe aromatiche e. di foglie d’arancio tocche d’oro. L’arrosto era accompagnato dalla pasta alimentare, detta «strangolapreiti». Il termine potrebbe sembrare a prima vista napoletano, invece è diffuso in tutta la nostra penisola con varianti, quali «strozzapreti», «strozzamonaci» con le forme abbreviate dei precedenti, «strangugli», «strangùgghi»; inoltre, composizione e forma differiscono da regione a regione (a Milano è voce gergale, per gnocchi ; a Mantova è un impasto d’erbe battute con uova, cacio e altri ingredienti ; a Trento sono gnocchi d’erbe ; in Abruzzo bocconcini di pane, uova, latte mandorle, uva passa, lessati e conditi con burro e formaggio ; a Napoli, pasta all’uovo incavata con tre dita e rotalata sul tagliere, o in forma di piccole spirali). Con le pastidelle de carne il concerto gastronomico è giunto alla tredicesima portata: altra edizione di sughi leggeri. Le «pastidelle» corrispondono alle nostre polpette in umido. Il contorno consisteva in cardi leggeri «con pévere et sai» (v. rb.). Una strana portata fu la quattordicesima: la zuppa nanna. Trattasi del nome di una zuppa nordica, preparata evidentemente per rendere omaggio agli ambasciatori polacchi, nella quale «entra dice il Di Giacomo pepe a carrettate». Finissima la portata quindicesima: lo arrusto de fasani. Lo si cuoceva con vino bianco e lo si imbandiva come il pavone, entro un contorno di salse di finocchi in aceto. Alla sedicesima portata ci imbattiamo in un’altra parola curiosa: almongiàvare. A prima vista il pensiero correrebbe agli «almogàvari», celebri soldati catalani di ventura, di cui la storia narra tante imprese compiute in Puglia, come nel resto del Mezzogiorno e in Toscana. Per tale accostamento storico e per ragioni analogiche si potrebbe pensare ad una vivanda che avesse tratto il nome da costoro. È invece il nome di una torta di farina è formaggio, chiamata in [spagna «almohiàvana» (nel rb. è detta «almongiare»). Si rendeva così omaggio anche ai convitati spagnuoli. Seguono tre delicatissime portate. La diciassettesima è formata da li capuni copierti destramente frollati e «coperti», cioè completati in una specie di pasticcio leggero, cosparso di fini tortelli di fagiuoli o di castagne arrostite, sminuzzate con arte. Talora la «copertura» era fatta di salsicciotti cotti nel vino e affettati. Le pizze bianche: una sosta per quello che sarebbe sopravvenuto. Per la diciannovesima il cuoco riservò altra gelatina: èt appresso jelatina in gotti. Nella terza portata vedemmo la gelatina in pezzi, qui è liquida e gelata, dentro bicchieri di cristallo, «gotti», e filata in modo da sembrare ambra colata. Si può dire che a questo punto finisca una prima parte del banchetto. Ma. ahimè, dovevano ricominciare le carni per altre tre molto generose portate. La ventesima, infatti, fu di conigli con suo sapore. Nel Cinquecento il coniglio, preparato con abilità tutta particolare, era un cibo molto pregiato. Lo si preparava in vari modi: con viscide, corniole, marene, noci, acciughe, uva acerba e olio. Li guanti è la denominazione della ventunesima. Tommaso Garzoni mette i «guanti» fra i cosiddetti «cibi di pasta»; tale forma serviva ad «inguantare» carni trite di varie qualità, debitamente adattate a ripieno. Alla ventiduesima portata si servirono le starne con lemoncelìe sane: le magnifiche starne, che la poesia popolare ricorda sempre con onore. Si imbandivano con saporetti di limoncelli naturali, dalla buccia liscia e ricchi di succo agro. L’aggettivo «sane» significa al naturale, senza aggiunta di zucchero, oltre che «intere». Si passa ora ai dolci veri e propri. La ventitreesima fa gustare pasticci de cologne, che erano o in forma di gelatina grossa di cotogne o in forma di cotognata con zibibbo damaschino senz’anima, lavato prima in acqua rosata. La ventiquattresima fu riservata a le pizze pagonazze con ingredienti e colorazioni di rosoli, che dessero appunto la differenza di tinta in confronto alle pizze bianche già esaminate. La venticinquesima fu quella de le paslidelle de zuccaro per tutte le tavole, fatte «con latte di pinoli et d’amenole et ziicharo». Le tartelle per tutte le tavole composero la ventisesima portata. Il citato Garzoni le mette fra «l’infinite specie di torte». Erano paste dolci secche, alle quali non di rado si abbinavano convolvoli di prosciutto e rifilature fantastiche di salame. Indi si apparecchiava nuovamente, sulla tovaglia inferiore, disponendovi quanto occorreva, non escluse altre salviette, alle cui pieghettature i capocuochi davano somma importanza, perché volevano che avessero la forma di torrette, di mitre, di turbanti, di colonne, di arche, di piramidi, di teste d’uccello. Chiarito ciò, passiamo alla ventisettesima portata: castagne di zuccaro con lo scacchiero. Le castagne giulebbate e caramellate, simili agli odierni «marrons glacés», furono recate in tavola con lo «scacchiero», per chi avesse avuto il desiderio di giocare a scacchi. La ventottesima portata era composta da le nevole et procassa. Le «nevole», voce dell’area barese e siciliana (nel lat. medioevale nebula), sono una composizione di fior di farina, la cui pasta quasi liquida, si schiaccia tra due forme di ferro arroventate. Al banchetto di Bona le nevole furono portate in tavola con il «procassa», voce idiotizzata dal cronista napoletano per «ippocrasso», vino in cui si ponevano a macerare e anche a bollire cannella in canna, zucchero, garofani e musco. Siamo all’ultima portata: li confietii. Si badi bene che sotto questo nome non s’intendono soltanto i tradizionali confetti nuziali, ma in genere ogni sorta di canditi e di confetture, che comprendevano «coriandoli, anexi, amandoli, avellane, cinamomi, ranciti, pignoli, moscardini, codognate de zucharo senza spetie» (rb.) e la «copeta», della quale Bona era ghiotta.  Per nostra sfortuna il cronista non nomina i vini. Avremmo conosciuto i nomi di quei polputi, robusti licori nostrani che soccorsero per poter ingurgitare lutto questo ben di Dio. È vero, però, che fu servita alla fine acqua odorosa. Come spiega lo stesso Passaro a quei tempi così si usava: «Ogni cavaliere serve la sua adorata dama; si mangiucchia, si gusta di quello e di questo, si ciarla di pettegolezzi, si parla d’amore»; e il «vino di Cipro, molte ornate dichiarazioni, molti assai teneri colloqui va riscaldando e al suono suggestivo degli stromenti, al sospiro delle viole, le illanguidite giovanette s’inebriano del delizioso profumo che una fontanella d’acqua di odore spande attorno nell’aria».

* tratto da LUIGI SADA, L’arte culinaria barese al celebre banchetto nuziale di Bona Sforza nel 1517 in La Regina Bona Sforza tra Puglia E Polonia, Atti Del Convegno Promosso Dall’associazione Culturale «Regina Bona Sforza “. Bari, Castello Svevo, 21 aprile 1980).

Epilogo.

Trenta anni prima, nel suo ufficio postale abbarbicato a Latte sul confine della contea di Francia, Vincent aveva ricevuto un robot simile che lo aiutava nel disbrigo dei compiti più ripetitivi e noiosi, ma di cui non aveva inteso la funzione di spionaggio: il robot aveva registrato tutte le sue operazioni di sabotaggio telematico alle produzioni di armi, aveva memorizzato tutti i suoi movimenti, aveva stampato le sue lettere, codificato le telefonate e, insomma, aveva fatto di tutto e l’impensabile per arrivare alla goccia che lo avrebbe inchiodato a vita: Vincent era stato beccato in flagrante a scrivere, durante l’orario di Riposo Obbligatorio e non Procrastinabile, un racconto breve, sulle Stazioni, i Treni, la gente che lì si incontra: altri cinque anni e il carcere duro. E poi tutto il resto. Ma Vincent sapeva che Banryu aveva dei punti deboli e sapeva anche che il Sistema aveva dei punti deboli. Era una questione di tempo o forse no, ma il solo fatto di poterlo ancora pensare lo rendeva un po’ più libero. 

I heard it through the grapevine (Mi è giunta la voce). Di Federica Benazizi

la foto è di Simone Raeli

2300 d.C.

Il genere umano si è estinto.

Un’astronave aliena approda sul nostro pianeta in cerca di forme di vita.
Immaginate la terra ricoperta di vegetazione, il pianeta verde, e non un’anima viva da secoli.

Se foste il visitatore sconosciuto, oltre al verde lussureggiante, notando le tracce di una civiltà estinta, probabilmente vi spingereste oltre nella ricerca di informazioni.
Dove andreste a cercare testimonianze della specie scomparsa?
A chi chiedere?

Io chiederei alla vite.
In Slovenia alcuni viti sono risultate avere più di 400 anni
Certo, ci sono alberi molto più vecchi e, tra le piante più longeve al mondo, ci sono un pino, un tasso e un cipresso. Ma considerate il grado di interrelazione con l’uomo: i cipressi sono esseri solitari.

La vitis vinifera, invece, può vantare circa 8000 anni di addomesticamento.

Se foste quel visitatore ne prendereste qualche barbatella portandola sulla vostra astronave per finire di interrogarla a casa. Non prima, però, di averle fatto questa domanda:

– Che cos’è l’uomo?

– L’Uomo è un fantasma.

– Che cos’è un fantasma?

– Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito, forse solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo come una fotografia sfocata. Come un insetto intrappolato nell’ambra. (The Devil’s Backbone, 2001)

HTTGP
Heard it through the Grapevine.

Etichettatura, qualità e maturazione del vino nell’antico Egitto

Le più antiche etichette da vino che la storia tramandi sono egiziane: i logogrammi ed altri segni similari, incisi su sigilli premuti su grandi tappi di argilla, risalgono ad un periodo databile tra il 3100 a. C. ed il 2700 a. C., risalenti alle dinastie I e II del primo periodo dinastico. In questo caso il sigillo rimanda direttamente ad un faraone, a voler significare che la denominazione di origine è legata ad una personalità ben precisa ed al suo regno e non ad un luogo particolare. E’ solamente con la V dinastia (2470 a. C.), secondo Hugh Johnson[1] e con la VI (2200 a. C.), secondo Patrick E. McGovern[2], che si parla di vere e proprie denominazioni territoriali. E’ molto probabile che l’origine si riferisca, e su questo concordano entrambi gli autori, a dei luoghi di produzione, a delle fattorie vinicole, presenti sul delta del Nilo: ‘vino del Nord’, ‘vino abesh’, ‘vino sunu’ (sunu viene inteso come Sile, sul lato nordorientale del delta), ‘vino hamu’, ‘vino Ime’». Alla classificazione territoriale, Tim Unwin aggiunge che «fin dal III millennio sono documentati un certo numero di vini diversi, classificati a seconda del colore e della qualità oltre che per il luogo di provenienza[3].» I riferimenti di Unwin sono gli studi di Lutz nel 1922[4] e di Younger[5] del 1966. Ma è soltanto con il Nuovo Regno[6] che gli Egiziani «anticiparono di migliaia di anni il concetto francese di regione viticola, incluso nel sistema di classificazione dei Bourdeaux del 1855 e nella legge del 1936 sulla appellation controlée. Gli ostraka[7] indicano come principale zona di produzione viticola e vinificazione una regione in particolare, il ‘fiume occidentale’, che comprendeva la regione del delta nordoccidentale lungo il ramo canopico del Nilo. Altre aree erano Per-hebyt (l’odierna Behbet el-Hajar) sul delta centrale, Tjaru (Sile) sul delta nordorientale, Menfi e le oasi desertiche occidentali, probabilmente Kharga e Dakhala. Venivano indicati anche i nomi delle tenute, tra cui quelle di ‘Nebmaatre’ (nome proprio di Amenofi III), ‘Amenofi’, o semplicemente ‘il Faraone’ e ‘la Moglie Regale’. Le etichette con ‘è lo splendore di Aton’ si riferiscono a un’innovazione religiosa del faraone: il nuovo dio Aton (il disco solare), che Ekhnaton, figlio di Amenofi III e suo coreggente negli ultimi anni di regno, aveva introdotto al posto di Ammon. Il vignaiolo capo di solito è menzionato: tra gli altri, produssero vino per il faraone Amenofi, Amennemone, Pa e Ptahmai. L’informazione fornita dagli ostraka era superiore a quella fornita dalle etichette moderne, perché spesso indicava lo scopo e l’occasione per cui era stata offerta l’anfora: ‘vino per offerte’, ‘vino per tasse’ e ‘vino per divertimento’ si spiegano da soli; il ‘vino per un lieto ritorno’ forse veniva servito a una festa di arrivederci o di ultimo addio per un morto che si preparava a partire per la vita eterna. Le due occasioni festive più importanti ricordate dagli ostraka erano il ‘sollevamento dell’anno’, cioè la celebrazione del Capodanno, e soprattutto lo heb-sed[8] o festività sed[9]

Anche nella tomba di Tutankhamon (morto nel 1324 a. C. a soli 19 anni), ritrovata nel 1922 dall’egittologo Howard Carter, si trovano trentasei anfore contenenti vino, di cui ventisei marcate: sette con sigillo delle tenute del re e sedici con il nome della residenza reale di Aten. Ventitré di questi vini appartengono a tre annate, designate con ‘anno 4’, ‘anno 5’ e ‘anno 9’: non si comprende se queste date si riferiscono agli anni di regno oppure se indichino semplicemente gli anni di invecchiamento del vino. Una di queste anfore è marcata con ‘anno 31’ che non si può riferire alla breve durata del regno di Tutankhamon. Come si è già potuto vedere per il regno di Amenofi III, su tutte le anfore, ad eccezione di quelle più vecchie, vi è inciso il nome del capo cantiniere, a dimostrare così l’importanza di colui che produce materialmente il vino. Il fatto che il nome di uno di questi, Kha’y, si trovi nei sigilli sia dei vini della tenuta personale di Tutankhamon, che in quella di Aten fa pensare sia al fatto che questi funzionari dirigessero entrambe le tenute sia che la loro consulenza, al pari di un enologo di fama contemporaneo, fosse importante per la realizzazione di un buon vino.[10]

Così come fu per Tutankhamon, circa tre secoli più tardi, al ritrovamento ed allo studio, condotto da Wilhem Spiegelber, del tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, si ritrovano 679 ostraka in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr). La funzione di sommelierie viene gestita da uno scriba che amministra il «dipartimento del vino della Residenza»[11]. Le considerazioni a cui giunge Mcgovern sulla base degli studi di Spiegelberg differiscono, rispetto alle analisi di Hugh Johnson, sull’attribuzione dei numeri delle anfore nei riguardi degli anni di effettivo regno dei Faraoni. A meno che le forme di numerazione non cambino tra il regno di Tutankhamon e quello di Ramses II. Ciò che invece si può affermare con certezza è la rinomanza che acquisisce sotto il dominio di Ramses II il ramo pelusiaco del Nilo, dopo la dominazione degli Hyksos e l’acquisizione del dio Seth a capo del pantheon dei sovrani ramessidi, che diviene la ‘vigna dell’Egitto’ (Kaenkeme).


[1] Hugh Johnson, Il vino. Storia, tradizioni, cultura, Franco Muzzio Editore, Padova 1991, pag. 37
[2] Patrick E. McGovern, cit. pag. 98
[3] Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti., Donzelli Editore, Roma 1993, pag. 69
[4] H.F. Lutz, Viticulture and Brewing in the Ancient Orient, J.C. Hinirichs’sche Buchhandlung, Leizpig 1922
[5] W. Younger, Gods, Men and Wine, The Wine and Food Society, London 1966
[6] Con l’unificazione del paese e la fondazione della XVIII dinastia, ebbe inizio il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) o secondo impero tebano, forse il periodo più fiorente della storia egiziana. Si ristabilirono i confini e le strutture di governo del Medio Regno, riprendendone anche il programma di bonifiche, e venne mantenuta l’ autorità sui governatori locali grazie al controllo dell’esercito. La capitale fu spostata ancora una volta a Tebe, città di cui era originaria la XVII dinastia e dove aveva sede il culto del dio Ammone, destinato a diventare, durante il Nuovo Regno, il più importante di tutto l’Egitto. Tratto da http://www.storiafilosofia.it/egiziani/
[7] Ostraka è il supporto scrittoio per le iscrizioni in ieratico (la scrittura ieratica è la forma di scrittura dell’Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro.) Il riferimento sono gli ostraka della tomba di Amenofi III (1413 – 1377 a. C.) ritrovati negli scavi di Malkata, nella Tebe sud occidentale.
[8] Con il termine di festa Heb-Sed, o festa ‘giubilare’, o ‘festa del cane’ (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), si suole intendere una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno.
[9] Patrick E. McGovern, cit., pagg 130, 131
[10] Cfr. Hugh Johnson, cit pag 36
[11] Cfr. Patrick E. McGovern, cit., pp.149

LE FALSE NOTIZIE E LA RETE: QUAL È STATA LA PRIMA D.O.C. ITALIANA?

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È di fatto curioso, anche se politicamente leggibile entro quella cornice che ondeggia fra primato ed identità, quando, nel mio peregrinare sul web, mi sono imbattuto in diversi siti, forum e blog che rivendicano la primogenitura della denominazione di origine. Il fatto diviene ancora più singolare se si tiene conto che il cadenzare cronologico delle attribuzioni delle d.o.c. e delle d.o.c.g. può avvenire soltanto per decreto presidenziale ed è quindi scandito storicamente da normative che segnano in maniera inconfondibile il processo e gli avvenimenti, ma non, evidentemente, il racconto che si fa degli stessi. Ma questo non riguarda soltanto il vino.

In Sicilia, ad esempio, il «ANTICHIVINAI 1877, CONSORZIO ETNA DOC» afferma il primato della doc etnea: «L’Etna è stata la prima denominazione di origine controllata ad ottenere il riconoscimento della denominazione di origine, la DOC Etna, infatti, è stata riconosciuta con DPR dell’11.08.1968 pubblicato sulla GU del 25.09.1968. Il disciplinare, inoltre, è rimasto intatto dall’anno della sua redazione, mantenendo inalterata la previsione dei vitigni autoctoni del vulcano, per la produzione dell’Etna doc nelle sue tipologie Rosso, Rosato, Bianco e Bianco superiore. I principali vitigni coltivati sono il nerello mascalese e il nerello cappuccio per quanto riguarda quelli a bacca rossa, mentre a bacca bianca vengono annoverati il carricante, il catarratto e la minnella [1]».

La rete è zeppa di informazioni non corrette, o addirittura false, che si propagano con moto rettilineo e uniformemente accelerato. Altra cosa, poi, sono le notizie tronche, che non si avvalgono necessariamente di informazioni menzognere, ma che, portando alla luce soltanto una piccola parte della realtà, inficiano e distorcono la comprensione degli accadimenti: «Il primo vino italiano ad avere il riconoscimento della DOC, è stato il vino Marsala con il decreto legge del 12 luglio 1963, n. 930, ma vi fu anche uno specifico decreto legge risalente al 15 ottobre 1931, relativo alla delimitazione del territorio di produzione». La ragione è politica e rimanda alla verità come discorso pronunciato da chi ha diritto e secondo il rituale richiesto; al discorso che dice la giustizia e attribuisce a ognuno la sua parte; al discorso che, profetizzando il futuro, non solo divina quel che sta per accadere, ma contribuisce alla sua realizzazione, comporta l’adesione degli uomini e trama così col destino dell’origine (Michel Foucault, L’ordine del discorso). «La legge 930 del 12 luglio 1963, contiene, soltanto nelle disposizioni finali, Capo VI, la seguente annotazione: «Le norme del presente decreto si applicano ai vini ‘Moscato Passito di Pantelleria’ e ‘Marsala’ ove non contrastino con quelle contenute nella legge 4 novembre 1950, n. 1068, nella legge 4 novembre 1950, n. 1069 e relativo regolamento di esecuzione, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 20 ottobre 1961, n. 1644 [2]»

Così, il 1° novembre 1966 entrano in vigore i disciplinari delle prime quattro doc italiane, riconosciute da un Decreto del Presidente della Repubblica del 3 marzo 1966: la Vernaccia di San Gimignano, con disciplinare pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 110 del 6 maggio del 1966, l’Est! Est! Est! Di Montefiascone, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 111 del 7 maggio 1966, l’Ischia bianco, l’Ischia rosso e l’Ischia superiore pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 112 del 9 maggio 1966 e il Frascati, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 119 del 16 maggio 1966.

Questa è l’evidenza storica: tutte le doc vengono istituite il 3 marzo del 1966 da un Decreto del Presidente della Repubblica, ma che differiscono soltanto di alcuni giorni le une dalle altre nella pubblicazione sulle Gazzette Ufficiali. I disciplinari entrano in vigore per tutti e quattro i vini il 1° di novembre dello stesso anno.

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[1]    http://www.antichivinai.it/etna-vigneti-territorio/

[2]    Legge sul marsala doc – Decreti e atti normativi

Il primo atto normativo della storia del Marsala risale al 15 ottobre 1931 quando un decreto ministeriale firmato da Acerbo, ministro per l’agricoltura e le foreste, e da Bottai, ministro per le corporazioni, accoglieva le richieste di 31 produttori locali che pochi mesi prima si erano riuniti in un Consorzio per la tutela del vino Marsala.

Il decreto sulla ‘Delimitazione del territorio di produzione del vino tipico Marsala’ stabiliva quali dovevano essere le zone di produzione del Marsala limitandole alla provincia di Trapani, escluse le isole, alla parte occidentale della provincia di Palermo e alla parte a nord-ovest della provincia di Agrigento.

Nel 1949 l ‘Assemblea Regionale Siciliana propose al Parlamento un disegno di legge che focalizzava la sua attenzione sulle ‘Norme relative al territorio di produzione e alle caratteristiche dei vini tipici denominati Marsala’.

La proposta venne approvata e la legge n.1069 del 4 novembre 1950, mentre lasciava inalterati i limiti territoriali, stabiliva che i livelli minimi di gradazione non dovessero essere inferiori al 17% di alcool per distillazione e il contenuto zuccherino non inferiore al 5%.

Poteva essere indicato come Marsala solo quel vino che rispondeva a specifiche caratteristiche di colore, sapore e invecchiamento e che fosse ottenuto mediante l’uso di uve bianche pregiate prodotte nella zona (Catarratto, Grillo, Inzolia) con l’aggiunta di mosto cotto, sifone o alcool.

In più, si autorizzava la produzione dei Marsala speciali: Marsala uovo, Marsala crema, Marsala mandorla, Marsala nocciola.

Il 20 ottobre 1961 venne approvato il decreto n.1644 di approvazione del regolamento per l’esecuzione della legge del 1950.

Il 2 aprile 1969 veniva emanato il decreto contenente il ‘Riconoscimento della denominazione di origine controllata del vino Marsala’ insieme al relativo Disciplinare di produzione.

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Classificare e classifiche non sono la stessa cosa

Uva Canaiola (Vitis vinifera etrusca ; Black Canaiolo) da «Pomona Italiana»: Trattato degli alberi fruttiferi contenente la Descrizione delle megliori varietá dei Frutte coltivati in Italia, accompagnato da Figure disegnate, e colorite sul vero – Giorgio Gallesio.
Data (1817-1839)

Classificare e classifiche non sono la stessa cosa, anche se hanno una radice comune, almeno da noi. Ovvero dell’impossibilità di dare un ordine omogeneo e specifico alle classifiche dei vini, dei ristoranti, dei musei, delle frittate e di ogni qualsivoglia genere che non abbia a che fare con una sana ed onesta competizione in uno spazio – tempo limitato dalla quale risulti una modificazione dei rapporti numerici e, in alcuni casi, degli spazî vitali.

Il conatus enumerandi è vecchio almeno quanto l’essere umano: ogni forma di pensiero è già una forma di classificazione: “C’è una vertigine tassonomica. Io la provo ogni volta che i miei occhi si posano su un indice della Classificazione Decimale Universale” (Georges Perec, Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano 1989). Gli ontologi un po’ sarcastici la butterebbero sulle “categorie fondamentali”:  “i tipi”, “le parti”, “le proprietà”, i “processi”, “lo spazio” e “il tempo”; gli epistemologi vecchio stampo direbbero, al contrario, che l’organizzazione della conoscenza dipende direttamente dalle strutture cognitive degli estensori, dai loro limiti e, non da meno, dal contesto sociale e culturale al quale appartengono e da cui sono inevitabilmente influenzati: “I fisici, innanzitutto, giustamente leggono l’intero Universo e ciascuna sua parte come materia e energia, regolati nei loro rapporti dalle leggi della Fisica. I chimici fanno lo stesso con gli elementi e le leggi della propria disciplina, così come, in modo diverso ma analogo, i biologi, i matematici, i giuristi, gli economisti, gli storici, ecc. Il medesimo oggetto [noumeno in sè inconoscibile] può essere colto dalla limitata conoscenza umana solo attraverso il filtro di una disciplina o comunque di una qualche forma di sapere organizzato [o delle loro varie commistioni, ibridazioni e volgarizzazioni, fra cui quella che viene comunemente chiamata “senso comune”], che ne organizza, incasella, classifica una specifica faccetta, rendendola un fenomeno afferrabile e quindi pensabile.” (Riccardo Ridi 2001)

Non usciamo, insomma, da Platone e da Kant quando ci invitarono, ognuno a modo suo, a proposito del filosofare e dunque del pensare e, a caduta, del classificare, a soddisfare almeno due leggi: quella della omogeneità e quella della specificazione, a patto però che nessuna delle due sia a discapito dell’altra: “La legge della omogeneità ci dice di raccogliere le specie, facendo attenzione alle somiglianze e concordanze delle cose, di unirle, allo stesso modo, in generi, e questi in partizioni più ampie, finché non arriviamo infine all’unità suprema, che tutto abbraccia. […] La legge della specificazione, invece, […] esige […] che noi distinguiamo bene i generi riuniti sotto un più ampio concetto di partizione multicomprensivo e poi, di nuovo, le specie superiori e inferiori comprese sotto di essi, ma che evitiamo di fare qualche salto e soprattutto di sussumere le specie inferiori o addirittura gli individui sotto il concetto di partizione più ampio”. (Arthur Schopenhauer, La quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, 1813)

Classifica deriva, e ne mantiene la radice, da classificare anche se nell’uso comune rimanda alla strutturazione di una graduatoria legata ad una competizione: facendo riferimento ad un ordine numerico in cui i dati sostituiscono qualsivoglia organizzazione, semplificazione e specificazione del pensiero non ha alcun motivo di essere spiegata in sé. Non significa, in altro modo, che ogni classifica numerica non possa essere spiegata per sé, ovvero attraverso altri indici di valutazione: quella squadra vince sempre perché ha più denaro di tutte, compra i giocatori più forti, ha il miglior allenatore del mondo e via cantando. Quel libro è in cima alle classifiche di vendita perché è un buon libro, ma ha anche sponsorizzazioni molto danarose, pubblicità a piacimento, una casa editrice potente e via di questo passo. La classifica non muta a meno che non mutino condizioni esterne alla sua definizione. 

Ma quando parliamo di classifiche di vini, di ristoranti, di prosciutti a quale tipo di ibridazione mentale dell’assurdo ci stiamo riferendo? Perché, a questo punto, dovrebbe essere chiaro a tutti che si stanno usando forme di organizzazione del pensiero, come tali discutibili e controvertibili, tipiche dell’intelletto classificatorio all’interno di un modello che, in modo specularmente opposto, presuppone l’oggettivazione numerica irrefutabile: la classifica.

Il giudizio, infine, coronato o meno da valutazioni numeriche o simboliche (facce, stelle, tartarughe…) differisce dalla classifica anche se da essa trae il beneficio quantitativo: lo spostamento da uno all’altra è piuttosto facile ed immediato, ma non è semplice né scontato. Insomma, una radice comune non presuppone necessariamente un destino identico.

Il vino atmosferico

Una mia foto dei racconti di terra mare

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, a seguire, nella limpidezza sfolgorante del giorno; diversamente il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; e altrimenti la nebbia, che “colma d’abisso che la circonda”. Dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione”. (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, all’animo pesante oppure a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alle risa, alla brezza, alla salsedine, in un attimo che si adagia sulla soglia del tempo.