Genova Wine Festival, come nasce una fiera

Ci trovammo una sera umida e appiccicosa del brumaio di due anni fa intorno ad una tavola di legnaccio compresso su cui poggiavano una serie di boccali traboccanti, per il tempo necessario (una lager, due stout, due weizen, sei Imperial Ipa e un succo al tamarindo): il sottoscritto, Fiorenzo (gli Intravinici di stanza locale) e una compagine cospicua dell’Associazione Culturale Papille Clandestine di Genova. “Perché non collaboriamo?” – “Perché no!!?!!”.
Ruminammo a lungo sulle possibili iniziative da portare a compimento in maniera congiunta; ci vennero in mente proposte di tutto riguardo e, soprattutto, di ampio respiro: la festa nazionale a premi dei picnic; il primo festival italiano della stele fallica (su imitazione di quello giapponese); il ritrovo mondiale delle persone con i capelli brizzolati; un convegno sulla fine delle quattro stagioni… Il brainstorming stava funzionando alla grande quando uno dei papilli ci interrogò mentre stava ingurgitando la sua quattordicesima Gose ai lattobacilli: “noi organizziamo il più bel festival della birra artigianale che ci sia nel territorio ligustico e non solo: perché non ne facciamo uno sul vino?” – “Ma dai! Che razza di sciocchini! Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!?”
E così nacque l’idea del Genova Wine Festival: ci chiederete la ragione del nome in inglese. Potremmo rispondervi che Genova ha dei lunghi e consolidati rapporti con la perfida Albione; potremmo aggiungere che lo abbiamo fatto per internazionalizzare un evento locale. La verità, quella vera, è però un’altra: un componente anziano del gruppo di Papille Clandestine aveva la lingua impastata e arrotolata da una eccellente Cascadian Dark Ale frammista a degli untuosi popcorn, quando proferì uno strano verso che per molti noi suonò più o meno così: GWF! Insomma, per farla breve, proruppe dapprima l’acronimo. Ora si trattava di riempire di contenuti (ed in particolare di bottiglie) il Genova Wine Festival. Le idee non mancarono neppure in questo caso: ci fu chi volle portare all’attenzione dei genovesi “i vini poetici”; alcuni preferirono a questi “i vini solipsistici”; altri ancora sostennero che Genova si meritava “i vini melanconici”. Quando, tutto ad un tratto, una cameriera dagli occhi da lupa che masticava caramelle alascane, urlò in mezzo alla sala: “Chi ha ordinato il pigato?” Fu allora che, guardandoci intensamente negli occhi, per quanto la birra lo permettesse, ci intendemmo al volo: i vini che bevono i genovesi, all’incirca. Però buoni. Perché molti genovesi bevono vini cattivi che qui prendono il nome di cancaroni (Il dottor Trelawney era inglese: era arrivato sulle nostre coste dopo un naufragio‚ a cavallo d’una botte di bordò. Naufragato da noi‚ aveva fatto subito la bocca al vino chiamato «cancarone»‚ il più aspro e grumoso delle nostre parti. Italo Calvino, Il visconte dimezzato): soprattutto Liguria e basso Piemonte, poi alcune rassicurazioni dall’Oltrepò Pavese, suggestioni piacentine, dirimpettai sardi, propaggini toscane e qua e là suggestioni del territorio italico.
“Ma dove lo facciamo?” Escluse le case dei presenti, avevamo ben chiaro che il posto dovesse essere di assoluto e riconosciuto prestigio: lo stadio di calcio “Luigi Ferraris”! In men che non si dica partirono gli insulti, e poi i cori, mentre occhi torvi si incrociavano lungo sguardi di puro e semplice odio: “ma no, dai, facciamolo a Palazzo Ducale!” – Silenzio – Ci sedemmo e, al posto di lanciare i boccali, li usammo per un brindisi rasserenante.
“Ma quando?” – “Quando è libero!” “E cioè?” “Il 2 e il 3 di marzo”. “Ah! D’accordo!” “Ma di che anno?” “2019” “2019????” “Sì, esatto!” “Va bene, faccio in tempo a comprarmi un vestito buono”. Chiuso il sipario.

“Se il vino è al vino e il pane è al pane, di companatico cosa mettiamo?”. Approfondimenti, laboratori, degustazioni e risse in piena regola e senza esclusione di colpi. Per l’occasione abbiamo ingaggiato anche le giovani e speranzose novizie del Master in Wine Culture, Communication & Management dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Noi, al massimo, reggiamo una partita di briscola.
“E il costo d’ingresso? Belin, vivi a Genova e non dici una parola sulle palanche?” “12 euro con u gottu (il calice) ed è tutto grasso che cola”. Ci sarà anche il food, come dicono quelli bravi, ma i lavori sono in corso, ce n’est qu’un début, e presto saprete cose.

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I vini naturali e la costruzione d’identità per differenziazioni

Di Edna Winti – 2016/366/255 Back from the Farmers’ Market, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67420325

Ponete di trovarvi di fronte ad un oggetto, un qualsiasi oggetto (1). Ora definite le proprietà che gli sono pertinenti, ovvero che lo ordinano: composizione fisica e funzioni. Provate, poi, a costruire un catalogo di oggetti che abbiano la stessa struttura e mansioni, ma foggia e materiali diversi. Una bottiglia, un tavolo, un bicchiere; quindi delle bottiglie, dei tavoli, dei bicchieri. Bene. Ora prendiamo le prime: ve ne saranno di vetro trasparente o colorato, di plastica, di terracotta… Avranno capacità diverse: da 0,75 l., da litro, da 1,5 litri e di questo passo. Saranno dotate di chiusure appropriate anch’esse diversificate per uso, stile, importanza, costo e così via. Avranno infine una foggia diversa (bordolese, alsaziana, albeisa, fiasco, ….) Siamo di fronte a delle diversità così come a delle importanti similitudini. Supponiamo ora di avere dieci bottiglie. Se siamo fortunati con quattro descrittori (a noi interessano quelle da vino) abbiamo la possibilità di definirle tutte: A,B,C,D e con +A il caso che la bottiglia abbia quella proprietà (ad. esempio sia di vetro) e con –A che non l’abbia. Siamo ora in grado di costruire diverse combinazioni sino ad esaurire tutte le proprietà.
Arriviamo così ad un punto fermo: se ogni proprietà di un elemento viene definita per tutti gli altri, allora ogni elemento si caratterizzerà solamente per le differenze rispetto agli altri.
Ora al dunque: i vini naturali. Essi appartengo alla macro-categoria dei vini, la quale potrebbe appartenere ad altre categorie classificatorie, che tralascio volentieri. Alcune associazioni di produttori e alcuni produttori hanno tentato di circoscrivere le proprietà che definiscono l’elemento vino naturale: particolarità fisiche del terreno e interventi su di esso (distribuzione di letame o compost vegetale, la consociazione di più colture), lieviti indigeni…
Sappiamo, per il discorso ‘generativo’ portato in precedenza, che diverse delle proprietà citate sono proprie di alcuni produttori di vino che non si definiscono naturali. Possiamo sostenere, infine, che la naturalità di un vino si costruisce anche per ipotesi differenziali.
Paul Ricoeur, un giorno, scrisse che “la questione dell’identità costituisce un luogo privilegiato di aporie” (Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993, p. 225.) Maggiore è la commutabilità di un proprietà e la possibilità che essa contribuisca a definire un soggetto o un oggetto, maggiori saranno le problematiche legate alla determinazione di sé. Il problema è vecchio come il mondo e ci obbliga a guardarlo da rovescio: ciò che esiste sono i vini naturali o le proprietà astratte che, combinate tra di loro, li generano?
Insomma, la sommatoria delle particolarità singole (pratiche agronomiche, di cantina…) può determinare il tutto? E conseguentemente a ciò, quale e quante ipotesi differenziali saranno sufficienti a determinare uno scarto plausibile nella produzione di un vino naturale? Forse, ma ne sono quasi certo, la restrizione di un campo di analisi segna inevitabilmente la restrizione del campo politico da cui la stessa analisi parte. E con essa la ridefinizione e riposizionamento continuo di coloro che tali o talaltre posizioni portano.

1) Andrea Moro, Parlo dunque sono, Adelphi 2012, pp. 52 – 55

 

Le esortazioni che simulano: “bere con moderazione!”

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum

Ci sono una serie di slogan ad uso comunicativo/educativo, che invitano alla morigeratezza dei costumi, assolutamente insopportabili. Almeno per me. Uno di questi, legato al mondo del bere (vino e prodotti alcolici di varia gradazione), invita a sorseggiare responsabilmente, consapevolmente e soprattutto in maniera misurata. Il fastidio di tali enunciazioni a scopo educativo nasce dalla concomitanza di elementi correlati, inespressi e sottilmente furbeschi.

Provo ad elencarli:

  1. La fonte. Nella maggior parte dei casi, se non nella totalità, l’invito al controllo delle pulsioni primordiali proviene da soggetti i cui fini principali sono tendenzialmente l’opposto: vuoi per questioni commerciali, vuoi per merito politico, vuoi per ragioni di tassazione o per tutte queste messe insieme. Lo slogan, allora, rileva i suoi contenuti nascosti: l’invito a bere comunque e la raccomandazione preventiva poi: “con moderazione”. “Attenzione il gioco d’azzardo può creare dipendenza!” (Intanto gioca!)
  1. L’esortazione. Aristotele distingueva i discorsi dichiarativi, apofantici, da tutti gli altri discorsi: i primi si discernono dagli altri perché enuncerebbero il vero o il falso. “Dichiarativi sono, però, non già tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste un’enunciazione vera oppure falsa. Tale enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio, è un discorso, ma non risulta né vera né falsa[1].” La base della logica aristotelica, da cui discende il metodo del sillogismo, unica forma della conoscenza attraverso il processo deduttivo, poggia sul principio di non contraddizione (libro IV della Metafisica): una cosa non può essere il contrario di se stessa. Senza dilungarsi troppo, l’esortazione, come la preghiera, sfugge al principio di verità così come a quello di falsificazione: raccomanda, incoraggia e soprattutto assolve chi la pronuncia. Anche se non razzola.
  1. Il piacere. Le esortazioni  alla virtù media riguardano quelli che comunemente chiamiamo piaceri. Prima di addentrarmi nel merito del piacere, vorrei porre all’attenzione il fatto che la moderazione viene raramente proposta per gli sforzi produttivi e riproduttivi. Mentre è senso comune che un bel gioco deve durare poco, non  lo è altrettanto per le pratiche di fatica quotidiana: lungi dal moderarle, per utilizzare nuovo tempo liberato,  esse vengono sostenute come forme primarie di virtù ed emancipazione. Gli antichi sapevano che valeva  il contrario. Il tema del piacere ha una lunga storia che trova principio e vitalità discorsiva nelle grandi zuffe dei filosofi greci. A grandi linee si può affermare il tema del piacere venne affrontato attraverso alcune linee interpretative comuni, che poi portarono ad esiti anche radicalmente opposti. Innanzitutto il piacere veniva collegato alla sensazione (il sentire) imperniata sul movimento del simile del dissimile (Omero, Parmenide, Empedocle, Platone,Eraclito). La fonte delle sensazioni era gerarchica: gusto e tatto in basso e udito e vista in alto. Il piacere dei sensi presupponeva una mancanza: il riequilibrio naturale del corpo e della mente significava colmare questa lacuna (Pitagora, Parmenide, Empedocle, Anassagora). La quantità, la qualità e il tempo di tale riempimento era dato dalla ‘misura’ (Epicuro, Democrito). Per alcuni filosofi il piacere veniva visto esclusivamente nel rapporto di relazione/esclusione con il suo opposto, cioè il dolore (Cleobulo, Solone di Atene).  Per altri ancora il piacere era in stretto rapporto con la felicità e soltanto per pochi il piacere era anche un bene (Eudosso criticato fortemente da Speusippo secondo il lascito di Aristotele nell’ “Etica a Nicomaco”) e, a volte, l’unico bene (Cirenaici). Dalla distinzione dei piaceri discendevano i  tre tipi di vita: edonistica, politica, filosofica[2]. I Cirenaici, seguaci di Aristippo di Cirene, discepolo di Socrate, sostenevano che “il ‘piacere’ non era quello ‘stabile’ poi teorizzato da Epicuro, bensì, soltanto, quello del senso e del momento (…) Il vangelo cirenaico doveva poi in molti aspetti avvicinarsi allo stesso vangelo cinico: non per nulla essi erano sorti entrambi dallo stesso terreno sofistico-socratico, e anche per il primo restava viva la tipica esigenza socratica della ‘saggezza’ (ϕρόνησις), sia pure intesa, ora, come mero calcolo dei piaceri. Se il cinico tendeva all’assoluta αὐτάρκεια, alla sufficienza di sé immune da ogni desiderio, il cirenaico mirava comunque all’αὐταρχία, al dominio di sé pur nell’appagamento del desiderio: da ciò le tipiche massime cirenaiche dell’’usare i piaceri ma senza esserne vinti’, del ‘possedere senza essere posseduti’[3].” 
  1. Forse la giusta misura

“Ma io, che so godere con misura del vino dolce come il miele,

voglio tornare a casa e cedere al sonno che fa scordare gli affanni.

Ci arriverò nello stato in cui il vino è più grato a bersi, fra gli uomini:

non sobrio ma neanche troppo ubriaco”. (Teogonide, Elegie, vv. 475 – 478)

 

[1] Aristotele, De Interpretatione, 17a 1-32 in  Organon, Laterza, Bari, 1970, vol. II, pagg. 60-61

[2]  Cfr. Luciano Montoneri (a cura di), I filosofi greci e il piacere, Laterza, Bari-Roma 1994 in particolare cap. 1,6,7

[3] Guido Calogero, Cirenaici, Enciclopedia Italiana (1931)

 

 

I vini di Genova

Genova in una xilografia di Hertmann Schedel dalla “Cronica di Norimberga” del 1493

Nell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in quella Genova deturpata (già a quel tempo), ma di tanta grandezza e civiltà che non si può lasciare così, senza dire nulla dei suoi vini. E allora Soldati va di proposito alla trattoria di Checu, il padrone che è anche il cuoco, soprannominato dai foresti in senso spregiativo “Toro”, in via Demarinis, a Genova Sampierdarena per bere il vino di Begato, proprio quello dell’omonimo Forte: “bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili’.[1]” Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamentava che “la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorchè in ragione del travaglio, e della spesa[2].” Insomma, sembra di sentir parlare dell’oggi: gli investimenti agrari costano cari, i padroni rivolgono le loro attenzioni ad altre attività maggiormente remunerative dal punto di vista finanziario (arti, commercio…), mentre i poveracci non possono fare investimenti perché tutto ciò che guadagnano va a sostentamento della sopravvivenza. Genova è, per chiunque vi fosse approdato dall’anno 1000 in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera è vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, era la collina di Carignano: “All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno 1000, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato 1’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum[3] concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le «ville» dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno[4].” Ed è proprio nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino[5], in particolare nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Pozzevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: “Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà  alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’[6].” Vino-Coronata-1Le uve, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del vino di Coronata[7] che così Francesco Mazzoli descriveva: “Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro[8], con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata…[9]

[1] Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977),  pp. 606,607,609
[2] Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX  (pp. XX, XXI)
[3] Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987 da wikipedia
[4] Atti della Società Ligure di Storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt
[5] Cfr. Piero Raimondi, Vini di Liguria, Sagep Editrice, Genova 1976, in particolare pp. 75 -83.
[6] Ibidem, pp. 80, 81
[7] Cfr. Ludovica Schiaroli, I vini dei genovesi, in http://www.aisliguria.it/editoriale.php?ID=156
[8] Qui l’ispiratore è Sbarbaro ne i ‘Trucioli’ (1920) che lo descrive come ‘vinetto rallegrante’.
[9] Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291

Le icone del vino

Questa icona, apparsa nella nella chiesa di San Nicola (vicolo Starovagankovsky), raffigura la vita di Matriona, la santa cieca, nel suo presunto incontro con Joseph Stalin.

Si fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati scioccamente all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità, per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  1. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche” permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  1. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  1. Soltanto allora il degustatore alla cieca potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  1. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.

 

 

“Cappuccetto rosso”, quindi delle parole e del loro orrido utilizzo

Di Carl Larsson – Bukowskis, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26016098

Massimo Gramellini, nel suo ultimo editoriale dal titolo quantomai evocativo, “Cappuccetto Rosso” https://www.corriere.it/caffe-gramellini/18_novembre_22/cappuccetto-rosso-cd85367c-edd1-11e8-be2f-fc429bf04a05.shtml?fbclid=IwAR2DgiEez7APWQEZnhmFVNzOLYbQx6fhcoHr_hx95e_OBKM47fzXBshmxWE così pensa, così inizia e così scrive: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Gramellini utilizza un espediente retorico che, ancor prima di essere tale, è uno strumento etico e politico allo stesso tempo: lui dice, in altre parole, “te la sei cercata!”: tutto ciò che segue nel suo discorso non fa altro che rafforzare questo, tanto banale quanto orrido, concetto. Il pensiero che sovrasta l’immagine evocata ha la funzione di distribuire le colpe e, contemporaneamente, di attenuarne la portata: “fossi rimasta a casa!”; “non avessi portato quella gonna!”; “non avessi bevuto troppo!”…  il fatto di essere una giovane cooperante bianca in Africa. A fronte di una “provocazione”, conscia o inconscia che sia poco importa, semmai suffragata da una pura, cioè supportata da inconsapevole ignoranza, energia giovanilistica, non possono che tornare in mente le parole di ‘Un americano a Roma’: “Maccarone … m’hai provocato e io te distruggo adesso, maccarone! Io me te magno!”. La “provocazione”, dunque, determina un merito che essa ha contribuito a causare e che, con esso, sortisce una “equa” suddivisione della colpa. Perché di colpa si tratta a proposito di quella “smania d’altruismo” e di colpa si tratta allorché “la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Non è una ramanzina simpaticamente bonaria quella del professionista adulto Gramellini, ma una sentenza definitiva. E, davvero, nessuna intenzione di riportarla ad una più ragionevole mensa Caritas toglierà una virgola dalla violenza di quelle parole.

Chi può scrivere di vino?

Di Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48039645

“Chi può scrivere di vino?”  Tutti: uno, nessuno, centomila. Superate le prime difficoltà a disegnare aste e cerchi, una volta raggiunte le lettere tonde, quelle miste con gambe verso il basso e prolungamenti verso l’alto, ogni bambina e bambino può comporre un pensierino sul vino. O sul nonno che si è appena appisolato sul tavolo accanto al suo amato bottiglione. Anche mio figlio Marco, in seconda elementare, ha svolto un compito vin-naturista: come si fa il vino? Il tutto era agghindato da disegni che seguivano il processo di vinificazione semplificato che, con qualche semplice salterello sulle uve, le trasformava, senza nulla aggiungere e ancor di meno togliere, in vino. D’altra parte insegniamo loro la pace, a volersi bene, a non fare differenze tra colori di pelle, occhi e peso corporeo specifico, ai difetti e ai pregi per poi svelare, qualche anno dopo che si tratta di cose belle, buone e giuste, ma che il mondo è un tantino diverso e che, dunque, sarebbe meglio adeguarsi. Anche in età adulta, costretti o meno da doveri disciplinari e compositivi, si può continuare a scrivere liberamente di vino: che si faccia il ferramenta, l’imbianchino, il killer seriale o l’astronauta, nulla lo vieta. Ma non solo: l’esplosione tecnologica, la condivisione argomentativa e la socializzazione maieutica delle esperienze personali permettono, oggidì, di poter pubblicare i propri pensierini sul vino. Come su tutto, del resto. Questo complica un tantino la faccenda: quello che era relegato ai meandri impercettibili delle pagine giallastre di diari sepolti da tonnellate di acari o ai quaderni gelosamente archiviati nei piani alti di ripostigli invasi da scarpe, scatole, conserve e bag-in-box, ora trova moderna e ridondante  luce nelle pubblicazioni social, nei blog, nei siti professionali e commerciali e via di questo passo. Così, in una rincorsa inesauribile tra l’Es, il polo pulsionale della personalità, il vacanziero Super-Io, che presiede alla coscienza morale, ed un Io stravaccato tra il conscio e l’inconscio, le protuberanze di un narcisismo mai domo trovano il loro compiuto appagamento nelle pagine dattiloscritte e condivise del mondo web. Ma questa non è la questione, ma si aggiunge alla questione. Quando le domande sono molto semplici, le risposte si fanno parecchio complicate. Torniamo daccapo: “Chi può scrivere di vino?”  Il verbo ‘potere’ indica e chiede di esprimersi sia sull’insieme delle possibilità che sull’insieme delle capacità di realizzazione. Ma non basta: il ‘potere’ sostantivato, così come nella sua forma di verbo, rimanda ai concetti di autorità auctorĭtas, alla facoltà legittima di esercitare un pubblico potere e di autorevolezza, o meglio  di credito, di onorabilità, di rispettabilità e di stimabilità.

Un ultimo sforzo. Nel caso in cui il potere rimandi a competenze, nella molteplici declinazioni di “essere in grado di…”, il riferimento è duplice: alla conoscenza della materia, anche in chiave esperienziale e alla capacità espositiva e divulgativa della stessa. Anche in  questo caso le cose non sono semplici come appaiono: un buon conoscitore di vino non è detto che sia in grado di esporre a dovere la materia, così come un buon espositore non è detto che sia altrettanto efficace. Ad esempio il piano dell’espressione linguistica può essere molto alto, estremamente piacevole, sinuosamente forbito, ma assolutamente insufficiente a coinvolgere un pubblico che non sia limitato a qualche intorpidito lettore. Al contrario, un giovane Instagrammer, dotato di perizoma evocativo, di foto sapienti e di una buona dose di richiami alla foresta sensoriale, sarà in grado di succhiare follower dall’enomondo più di una echidna (formichiere spinoso) da un termitaio. Infine, per quanto riguarda il concetto di potere in relazione ad una sorta di investitura imperitura, dove autorità e autorevolezza si scambiano vicendevolmente di posto, il riferimento non può essere che alla produzione del discorso: essa è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli attraverso tre passaggi: di assoggettamento, di differenziazione e di esclusione. Solo e soltanto alcuni avrebbero la capacità (in questo caso l’autorità), in via oggettivante, di poter parlare di vino.

A questo punto non possiamo più immaginare che esistano domande semplici e che, forse, ogni domanda ne contenga, segretamente, molte altre.