“Andare per la Langa” Storia geologica e possibile origine del nome

Tanaro a Farigliano ponte Macagno Di Luigi.tuby – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18345594

Qualche milione di anni fa.

Leonardo da Vinci lo intuisce per primo: se in alcuni luoghi giacciono fossili, sedimenti marini, conchiglie, è perché lì, in tempi immemorabili, vi fu il mare. E il tempo, consumatore delle cose, predatore del creato, distruttore di re e di popoli, muta gli stati e i casi che si son succeduti: «O potente e già animato strumento dell’arteficiosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti convenne abbandonare la tranquilla vita, ubbidire alla legge che Dio e ‘l tempo diè alla genitrice natura. A te non valse le ramute e gagliarde ischiene colle quali tu, seguitandola tua preda, solcavi col petto aprendo con tempesta le salse onde. O quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’ gran tonni fuggire da l’empia tua furia! E tu colle veloci e ramute ali e colla forcelluta coda fulminando generavi nel mare subita tempesta con gran busso e sommersione di navili, con grande ondamento empievi gli scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci. Togliendosi a te, per lasciato mare rimasti in secco, divenivano superchia e abbondante preda de’ vicini popoli».

E poi l’emersione delle terre. Cinquanta milioni di anni il continente Africano spinge verso l’Europa, favorendo così la formazione della catena montuosa alpina: sotto di lei il mare, che copre gran parte della pianura padana. Alcune isole escono dalla distesa d’acqua, chiamata Tetide. Bisogna aspettare altrettanti milioni di anni prima che l’increspamento del fondo marino cominci a fare emergere le colline che oggi costituiscono le Langhe. I terreni che escono allo scoperto sono i sedimenti depositati sul fondo del mare in via di prosciugamento: «Da questo momento in poi le Langhe si fermano a contemplare le Alpi, separate da esse dall’azzurro mare Tetide. Il vento, la pioggia, l’erosione, modellano le valli e le creste, ma una caratteristica fondamentale dona ancora oggi un’unicità al territorio: la roccia “madre”, induritasi nel tempo, rimane quasi allo scoperto e le radici dell’uva devono lottare costantemente contro la sua asprezza.»[1]

Aggirandosi per la Langa non è inusuale imbattersi nei gusci dei Foraminiferi, nelle conchiglie dei Molluschi, probabilmente in ambienti di deposizione tra i 200 e i 400 metri sotto il livello del mare (marne di Sant’Agata), nei coralli dell’ordine dei Madreporarii, nelle placche e negli aculei degli Echinidi e, più raramente, negli otoliti dei pesci o negli scheletri dei coralli e dei briozoi. In un mare che, come molti mari, ospita razze, sardine e squali in abbondanza.

Fino a 6 milioni di anni fa circa, l’attuale area collinare della regione Piemonte è un golfo del mare Mediterraneo. Durante il Messiniano (tra 7,246 e 5,332 milioni di anni fa) l’intero bacino sperimenta un cambiamento ambientale e climatico estremamente rapido (rispetto alla scala del tempo geologico) provocato dall’isolamento del Mediterraneo dall’Oceano Atlantico. Poco a poco il mare si restringe sempre di più, i fondali si alzano e, tra le Alpi e le Langhe, cominciano a formarsi stagni e laghi, lasciando spazio, intorno ai 2 milioni di anni fa, ad una pianura umida e sabbiosa. La grande pianura limacciosa è percorsa da grandi fiumi, il più maestoso dei quali è il Tanaro.  Altri torrenti minori si dirigono invece da Alba verso Asti e Alessandria. Strati di sabbia e ciottoli si accumulano e gli stagni si colmano. Un fiume sconosciuto segna la separazione fisica tra le più alte Langhe e l’altopiano di Poirino e Sommariva Bosco. Il fiume si scava il percorso tra la sabbia e ne delimita il confine. Agli inizi del periodo Messiniano inferiore e medio forti sconvolgimenti tettonici danno luogo all’emersione di una fascia di lagune lungo la parte meridionale del Golfo Padano. L’acqua marina tracima entro questi bacini e, non entrando in contatto con acque dolci, cristallizza i propri sali minerali, dando vita a rocce evaporitiche in cui prevale la componente gessosa. A questa si aggiungono, nel periodo Messiniano Superiore, dei depositi alluvionali e dei sedimenti lacustri fangosi delle ‘Facies a Congerie’ dell’albese. La formazione gessoso – solfifera si sviluppa a partire dai comuni di La Morra e Verduno e si sviluppa principalmente nel Roero, per poi tornare, a destra del Tanaro, a Costigliole d’Asti. In queste terre paludose, pascolano cinghiali, ippopotami, tigri dai denti a sciabola, iene, rinoceronti, piccole antilopi e l’ananco, un enorme mastodonte simile ad un elefante, dotato di zanne superiori lunghissime (fino a 4 metri) e diritte.

Alle terre emerse, però, non basta ancora: il loro sollevamento continua e costringe il fiume a incidere sempre di più verso la sua sinistra. Poi, circa centomila anni fa, l’erosione arriva a lambire il percorso dell’imponente Tanaro che scorre più in alto rispetto al fiume che continua a spostarsi verso di lui. Un’enorme alluvione fa uscire il Tanaro dagli argini e la sua grande massa liquida si riversa con terribile fragore nel tracciato del corso d’acqua più basso. Il Tanaro viene così catturato da un corso d’acqua in erosione regressiva, da un fiume che lo cannibalizza e lo dirige verso la piana d’Alessandria. Lo spettacolo è fantastico e tutta la regione ne è sconvolta. «Tra Pocapaglia e Cisterna d’Asti, su un fronte di circa 12 km, quasi perfettamente rettilineo, le Langhe assistono alla tracimazione del Tanaro che va a occupare la nuova posizione con una cascata impressionante. Per capire l’effetto basterebbe pensare, su scala maggiore, a quanto ancora oggi capita nelle celeberrime cascate dell’Iguacu, al confine tra Brasile e Argentina. Il Tanaro cambia così percorso e da Bra si dirige verso Asti, Alessandria e ritrova il Po solo più a est. Nasce il Roero, segnato in modo inconfondibile da quella che fu la cascata e che oggi appare come le “Rocche”, spaccature giallastre con un microclima e una flora del tutto particolari. Non c’è più l’acqua che precipita con rumore assordante, ma solo i resti di quello sconvolgimento, profondamente erosi nei millenni successivi.  Il Roero è quindi zona di terreno sabbioso, in cui però la deviazione del Tanaro ha causato un grande mescolamento degli strati geologici, mettendo localmente a nudo quelli molto più antichi[2]». Oggi il nuovo corso del Tanaro giunge a lambire il complesso collinare delle Langhe dopo aver vagato tortuosamente tra Alpi Liguri e Piemonte, per poi incassarsi a fianco dell’Altipiano Monregalese, a fianco dei meravigliosi calanchi di erosione, mutando il colore delle acque sempre più fangose; dopo Farigliano e Narzole, il Tanaro si piega ad est giunto a Cherasco, per poi bagnare l’antica Pollenzo. Ad Alba conclude il suo percorso a fianco della Langa, per poi iniziarne un altro che, dal Monferrato astigiano lo porterà, nella provincia di Alessandria, a confluire nel Po. 

Al Belbo e al Bormida più o meno la stessa sorte, negli stessi tempi: il primo, che si getta dal passo della Bossola nell’attuale valle del torrente Rea per finire nella pianura di Cuneo, viene catturato e spinto verso Alessandria. I fiumi Bormida di Milesimo e il Bormida di Spigno deviano i loro alvei con delle curve a gomito spostando i deflussi da Nord Ovest a Nord Est. Si forma così l’orografia delle colline che siamo abituati ad ammirare: la piana di Alessandria, rispetto a quella di Cuneo – Carignano, è più bassa di circa 150 metri. Nel tempo tale convogliamento delle masse fluviali a livello più basso favorisce dei conseguenti processi erosivi, che proseguono oggi, dapprima lungo con lunghe incisioni e successivamente lungo i versanti, rendendoli tanto instabili quanto franosi. Da questi cesellamenti lungo le valli principali e secondarie nascono le Langhe, dolci groppe allungate in creste lineari, spartiacque di un reticolo idrografico profondamente incassato. Un contributo determinante al modellamento del territorio viene fornito sia dalla natura litologica dei terreni, molto degradabili, che dal loro assetto strutturale: la monotona giacitura degli strati, con immersione mediamente verso Nord-Ovest, causa evidenti asimmetrie dei versanti: i pendii decisamente più acclivi sono caratterizzati da giaciture degli strati a reggipoggio (esposti a Sud-Sud-Est), mentre i pendii esposti a Nord-NordOvest presentano pendenze più dolci, paragonabili ai valori di inclinazione della stratificazione. In queste vallate i versanti di destra, a franappoggio, pur essendo più dolci, sono destinati a maggiore instabilità e a frane di scivolamento. Al contrario i versanti di sinistra, a reggipoggio, l’immersione degli strati ne impedisce, a parte qualche crollo di minore entità, grandi scivolamenti.

La formazione delle Langhe e la sua successione litologica segue dapprima la fase di avanzamento del mare oligocenico.  A sud, verso la Liguria, si struttura la Formazione di Molare (Oligocene inferiore e medio) che si protende sino le sponde di Celle e di Varazze: sedimenti grossolani, costituiti da arenarie e conglomerati di ambiente marino costiero sino ai 1500 metri di altezza. Importanti depositi di carbone e di fossili di mammiferi continentali in una fascia estesa da Ceva a Spigno Monferrato. Seguono, nella fascia meridionale delle Langhe, la formazione di Rocchetta, con i meravigliosi calanchi a nord di Piana Crixia, le formazioni di Monesiglio, di Cortemilia e le Marne di Paroldo del periodo Aquitaniano. Ci troviamo in quella fascia che decorre sino a sotto Monbarcaro, sul versante collinare che separa le Valli Belbo con quelle del Bormida, per poi salire in cresta sino a Feisoglio. A seguire, nel piano intermedio del periodo miocenico (era cenozoica)i terreni sono per lo più del tipo della molassa marina della Svizzera; in Italia, dove non è presente l’Elveziano tipico, si preferisce denominare Serravalliano il piano costituito dai depositi sabbioso-arenacei che si intercalano tra il Langhiano e il Tortoniano e la formazione di Lequio (Tortoniano-Serravalliano), costituita da alternanza di arenarie più o meno cementate, sabbie e marne compatte; tale formazione è situata in successione stratigrafica al di sopra, ed in parziale eteropia (“zig-zag” che mette a contatto  lateralmente due facies diverse), delle precedenti formazioni. La formazione di Lequio, che comprende parte del territorio di Monforte d’Alba, di Serralunga d’Alba,nella zona del Barolo e i terreni di Treiso, San Rocco Seno d’Elvio e Neive, a Sud del centro abitato, nella zona del Barbaresco) si estende nel territorio di Lequio Berria, Benevello e Montelupo Albese, sullo spartiacque tra le valli dei torrenti Belbo ad est e Talloria ad ovest. Essa si compone di tre segmenti: il primo, alla base, denominato sezione di Arguello; il secondo, nella parte medio-superiore, Fossa dei Quiri (incisione tra gli abitati di Montelupo Albese, Sinio e Albaretto della Torre). Il terzo è rappresentato dalla sezione di Ricca di Diano d’Alba. La Formazione di Lequio è compresa tra le Marne di Gallo D’Alba, le Marne di Sant’Agata e le formazioni di Cassinasco e Murazzano alla base. Quest’ultima si estende dalla valle del torrente Belbo sino al fiume Tanaro: marne e arenarie si pongono in alternanza ritmica. Le arenarie sono o grigie o rossicce, mentre le marne, siltoso-sabbiose (rocce clastiche sminuzzate derivate da sedimento fangoso e argilloso) sono grigie/verdi, grigie/nocciola, tendenti al giallo salendo, e rossastre in superficie.

Le Marne di sant’Agata (la parte orientale di Monforte d’Alba, cioè a nord del comune di Serralunga, nella zona di Fontanafredda, Grinzane Cavour, e poi di Barolo, Novello, sino alla zona di Verduno Monvigliero, ad eccezione del corpo sabbioso rappresentato dalle Arenarie di Diano d’Alba (parte di Monforte d’Alba e in prevalenza a Castiglion Falletto entrambe del periodo elveziano – intorno a 13,82 – 11,608 milioni di anni fa), costituiscono un livello litologico relativamente uniforme presente dalle Langhe al Monferrato. Le Marne di sant’Agata, del periodo Tortoniano (11, 608 -7,246 milioni di anni fa), a destra del fiume Tanaro, ben visibili nelle rocche di Farigliano, Novello e Barbaresco, sono costituite da uno spessore di circa 400 metri di colore grigio omogeneo. Tendono a diversificarsi nella zona di Gallo d’Alba dove assumono un colore grigio-azzurro, con intercalazioni arenacee, per uno spessore di circa 200 metri.

I confini della Langa, con alcuni dubbi sull’origine del nome, sempre che se ne possa dire qualcosa di preciso.

Quando i confini amministrativi sfuggono o, immancabilmente, si intrecciano e si confondono, e la lingua rende conto di ipotesi che non si fanno certezze, sono i geografi, i geologi, i botanici, i naturalisti e una spruzzatina di storici che si prendono l’onere di fissare, almeno sino a prova contraria, i limiti ad un territorio che li ha in gran parte per natura, per conoscenza, per riconoscenza e per sentimento. E per quest’ultimo intendo sia il sentire che l’amor proprio.  Nel 1635, nella sua “Relazione dello stato presente del PIemonte”, il Mons. Francesco Agostino Della Chiesa dei Conti di Cervignasco e futuro vescovo di Saluzzo, fa coincidere quella porzione di territorio con le popolazioni dei Liguri Statielli che “avevano le stanze tra l’Appennino e il fiume Tanaro, e dall’Alpi Marittime fino al contado di Tortona si stendevano…”. Non solo delle Grandi Langhe, ma delle Grandissime Langhe che coprono una parte non irrisoria dell’attuale Monferrato, dell’antico Genovesato e del Savonese: dall’antica città di Alba Pompeia, posta alla ripa del Tanaro in sito piano e le sue province si giunge al Bormia “con le sue acque che quasi sempre torbide sono, e copiose di pesci d’ogni sorta, dopo aver in sè il Corio, e l’Urba ricevute, nel Tanaro sotto Alessandria entrando, perde il suo proprio nome”.  Più in alto, verso ponente, si entra nella valle di Millesimo “che oltre a detto luogo contiene Malere, Cingio e la Rocca” per spingersi sino a dove due piccole Bormie, una delle quali ha principio ad Ozeria, luogo di Finale, si congiungono. Sopra il territorio scaturisce il fiume Belbo, il quale dopo il corso di quaranta miglia, sbocca nel Tanaro non più di due miglia da Alessandria, “bagnando con l’onde sue parti il marchesato di Ceva, alcuni castelli de’ Marchesi Carretti[3], quello di Bozzolasco e anche San Benedetto, Niella, Fissolo, Serravalle, Borgomale, Benevello, Rodello… Trezzo, la Bosia, Casto, l’antico contado di Loretto… San Stefano Belbo con l’abbazia quel Santo dedicata”. E poi, “acsendendosi verso ponente al Tanaro si giunge: così ora le Langhe dal restante Piemonte divide. Dalla sua origine… scorrendo verso l’Italia per il Piemonte… bagna il marchesato di Clavesana… Farigliano, e le antiche città, e contadi d’Alba, e d’Asti, nei quali sono Verduno, Grinzane, Rodo, Barbaresco, Neive, Burri, Castagnole delle Lanze, Costigliole d’Asti, Balangero, e Coazzolo, san Marzanotto, Azzano e altri, che sono tra quel fiume, e il Belbo…”

Occorrerà aspettare il 1929 per farsi un’idea che anticipa, senza grossi scossoni, quella odierna: è il testo di Ferdinando Vignolo-Lutati, Le Langhe e la loro vegetazione, a darne più di una ragione plausibile: ad occidente non vi può essere alcun dubbio: il confine è il corso del Tanaro. Ad oriente iniziano i primi problemi: si potrebbero assumere, dice l’autore, l’uno o l’altro dei tre corsi d’acqua quasi paralleli: la Bormida di Millesimo, quella di Spigno oppure l’Orba. Sarebbe potuto andare oltre, ma Lutati si ferma all’incassatura di quella di Millesimo, “sia pel tempo limitato di cui disponevo, sia perché fino a questa era diggià arrivato Gola (studio del 1909) assumendola come confine occidentale del suo studio sulla vegetazione dell’Appennino Piemontese”. Se ad oriente vi sono seri dubbi, non meglio va per i confini meridionali e quelli settentrionali. A sud: “io, basandomi essenzialmente su criteri geologici, mi sono arrestato al profondo solco tettonico che, attraverso al colle di Montezemolo va da Ceva a oltre Millesimo, poiché a sud di esso già sono assai sviluppati i terreni preterziari contro i quali si è deposto il terziario delle Langhe”. A nord, infine, i confini tra Langhe e Monferrato sono assai incerti: seguire il corso del Tanaro sino alla confluenza nel Po avrebbe compreso molto del secondo nelle prime. Allora Lutati accetta quello che è il sentire comune, quelle concezioni locali secondo cui Castagnole Lanze e Santo Stefani Belbo vengono considerati paesi di transizione: “ho perciò adottato anche qui, come limite settentrionale, una linea che passando per questi due paesi ricongiunga il Tanaro alla Bormida di Millesimo, alla sua confluenza con la Bormida di Spigno”.

“Andare per la Langa” è una vecchia espressione popolare che significa camminare lungo la cresta dei colli. Langa o Langhe? O ancora Landa? e se Landa, landa di chi? Dei Ligurum, se no di chi altri? Al singolare la fanno da padrona il latino “lingua” e il germanico “länge” rimandando ad una regione incolta e boschiva formata da lunghi e stretti sistemi collinosi: Nella « Relation du voyage fait en XI. 1792 par le C. De Chàtillon dans le* Langues et partie du Haut-Montferrat ». (M.ss. Bibl. Duca di Genova N. 772 p. 1 3), si legge “L’on dit que le chernin en est bon et qu’il se fait tout per Langa, c’est a dire par la créte”.


[1]        Vincenzo Zappalà, Langhe e Roero: non solo vino, L’Acquabuona, In rete dal 1999, per amor di terra, 10 novembre 2010 in http://www.acquabuona.it/2010/11/langhe-e-roero-non-solo-vino/

[2]                     Ibidem

[3] Nobili della marca aleramica discendenti da Enrico il Guercio, marchese di Savona e Signore dei feudi Carretteschi posti tra la valle Uzzone e la Val Bormida di Spigno.

Quando Renato Ratti parlava già di «vini naturali»

Un’espressione antica, alla quale il grande interprete del Barolo attribuì, nel 1973, un significato sorprendentemente vicino al nostro

Il vino naturale non è un’invenzione linguistica dei nostri giorni. L’espressione circolava nella letteratura enologica italiana almeno dalla fine dell’Ottocento, ma con un significato diverso da quello che oggi le attribuiamo.

Nel 1887 Luigi Gabba, nella relazione L’industria dell’alcool e della vinificazione in Germania ed in Austria, distingueva i «vini naturali» dai vini artificiali, ottenuti attraverso aggiunte, correzioni e manipolazioni. Dieci anni più tardi Giovanni Possetto intitolava «Analisi del vino naturale» un capitolo della sua Chimica del vino. In entrambi i casi «naturale» era sostanzialmente sinonimo di genuino: indicava il vino prodotto dall’uva e serviva soprattutto a distinguerlo dalle bevande contraffatte o sofisticate.

Assai più vicina alla nostra sensibilità appare invece la riflessione che Renato Ratti sviluppa in Civiltà del vino, uscito per Luigi Scialpi Editore nel 1973. Il capitolo si intitola «I vini naturali e l’inizio della loro esatta classificazione»: già il titolo dice che, per Ratti, naturalità e classificazione non sono due questioni distinte, ma due facce dello stesso problema.

La natura come materia da comprendere

Il capitolo si apre su una soglia storica netta: «Con Pasteur finisce l’epoca della vinificazione empirica basata su esperienze faticosamente accumulate in secoli di attente osservazioni» (p. 221). È un incipit che orienta tutto il ragionamento successivo: la conoscenza scientifica non allontana il vino dalla sua natura, la rende finalmente leggibile.

Subito dopo arriva il passaggio decisivo, quello che più colpisce un lettore di oggi:

«È vero che più i vini sono naturali, cioè più la loro natura è rispettata e salvaguardata dal vinificatore, più si fa sentire l’influenza dell’ambiente sulla materia prima, l’uva» (p. 221).

La naturalità non coincide più soltanto con l’assenza di frodi: diventa rispetto dell’identità originaria del vino. E questa identità ha coordinate precise. «Composizione del terreno, clima, giacitura, sistema di coltivazione, scelte del vitigno adatto diventano fattori determinanti il tipo e la qualità del vino» (p. 221). Il vino, in altre parole, è tanto più «naturale» quanto più riesce a conservare e a rendere riconoscibile il rapporto fra l’uva e il luogo da cui proviene.

Ratti aggiunge però immediatamente il rovescio della medaglia, ed è una nota che oggi si tende a dimenticare: proprio la finezza e l’equilibrio dei componenti rendono il vino vulnerabile, al punto che la minima imperfezione nella vinificazione, nella conservazione o nell’imbottigliamento «può comprometterlo irreparabilmente» (p. 221). La fragilità è il prezzo della finezza.

Il vinificatore non è un ostacolo

Ratti non propone affatto il rifiuto della tecnica enologica: al contrario, ne fa la condizione della naturalità. Richiama Pasteur, il controllo della fermentazione alcolica e la conduzione di quella malolattica — «il passaggio da una bevanda piuttosto acida e asprigna ad una vellutata e calda» (p. 222) — e chiude il ragionamento con una formula che vale come dichiarazione di poetica: la possibilità di ottenere un prodotto di alta classe «è proporzionale alla tecnica vigilante di un esperto» (p. 222).

Vigilante: l’aggettivo è scelto bene. Non si tratta di intervenire, ma di sorvegliare. Per Ratti la natura non va lasciata a sé stessa né va corretta: va compresa, rispettata e accompagnata. Del resto, nello stesso capitolo egli parla dei «rozzi vini naturali del Cinquecento e del Seicento» (p. 222), usando l’espressione nel suo senso ottocentesco e quasi spregiativo. Il termine, sotto la sua penna, è ancora doppio: designa insieme il vino grezzo di un tempo e il vino compiuto che la conoscenza scientifica ha reso possibile.

Naturalità e carta dei cru

Il passo ulteriore, e il più originale, è che da questa idea di naturalità Ratti fa discendere direttamente la classificazione. «L’applicazione delle scoperte di Pasteur diede inizio all’epopea dei vini naturali, individuati e differenziati dal luogo di origine e dal vitigno» (p. 222): se il vino conserva l’impronta dell’ambiente, allora quell’impronta si può nominare, delimitare, cartografare. La classificazione popolare fondata sul colore — rosso o bianco — comincia così a cedere il campo a distinzioni più profonde.

Non è un caso che il capitolo prosegua con la storia della gerarchia bordolese, dalla divisione settecentesca fra crus bourgeois e crus paysans fino alla classificazione del 1855, «rimasta un classico, riportata da tutti i trattati vinicoli» (p. 223), e che si chiuda sull’adozione del termine «Cru» per «un ben delimitato luogo o vigneto ed il vino da esso proveniente», al quale la Borgogna avrebbe risposto molto più tardi con «Climat» (p. 223). Sono gli stessi anni in cui Ratti lavora alla zonazione delle Langhe e alla carta delle sottozone del Barolo: la pagina teorica e il lavoro sul terreno procedono insieme.

Cinquant’anni dopo

Rispetto all’opposizione ottocentesca fra vino genuino e vino artificiale, Ratti compie dunque uno scarto: trasforma la naturalità da requisito di legalità in qualità legata al territorio, al vitigno e alla capacità dell’uomo di non cancellarne l’impronta. Non inventa l’espressione «vino naturale», ma ne offre una precoce e significativa rielaborazione.

Ciò che sorprende, rileggendolo oggi, è quanto poco quelle pagine siano invecchiate. L’idea che il vino sia leggibile come espressione di un luogo, che il compito del vinificatore consista nel non interporsi, che la naturalità sia una scelta di scala e di attenzione prima che un elenco di divieti: sono i temi che attraversano il dibattito degli ultimi vent’anni. Ratti definiva la naturalità attraverso la tecnica, considerando la competenza enologica non un’insidia da neutralizzare ma la sola garanzia che l’impronta del luogo arrivi intatta nel bicchiere. Nel 1973 questa non era una posizione di compromesso: era la formulazione più avanzata disponibile. E resta, cinquant’anni dopo, una delle più utili.

Le citazioni sono tratte da Renato Ratti, Civiltà del vino, Roma, Luigi Scialpi Editore, 1973, capitolo «I vini naturali e l’inizio della loro esatta classificazione», pp. 221-223.

Renato Ratti (1934-1988)

Enologo, produttore e studioso, Renato Ratti fu una delle figure decisive del rinnovamento del Barolo nel secondo Novecento. Dopo l’esperienza in Brasile con la Cinzano, rientrò in Piemonte nel 1965 e si stabilì a La Morra, dove iniziò a vinificare separatamente il Barolo Marcenasco, valorizzando precocemente l’identità del singolo vigneto.

Con Massimo Martinelli mise a punto un approccio innovativo alla vinificazione, fondato su macerazioni più brevi, minore permanenza in legno e maggiore importanza dell’affinamento in bottiglia. Alla ricerca enologica affiancò un’intensa attività di studio del territorio: nel 1970 fondò nell’Abbazia dell’Annunziata il Museo dei Vini di Alba e nel 1976 realizzò la celebre Carta del Barolo, classificando sottozone e vigneti di maggiore reputazione e anticipando il moderno concetto di cru.

Presidente del Consorzio del Barolo, direttore del Consorzio dell’Asti e autore di numerosi libri, Ratti seppe unire innovazione enologica, conoscenza storica e cultura del territorio, contribuendo in modo determinante alla moderna identità dei vini delle Langhe.

La vigna erotica nelle commedie di Aristofane (V – IV a.C)


Rappresentazione (circa 470–450 a.C.) di Eros Di Painter of London D 12 – User:Jastrow, own work, 2008-03-15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=504398

Prologo

Della vita di Aristofane (circa 445 a.C. – circa 386 a.C.), il più importante esponente della Commedia Antica (Archaia), non si sa pressoché nulla ed io, al tempo del liceo, ne avrei voluto sapere ancora di meno dal momento che, á cada dos por tres, ce lo appioppavano in qualche compito in classe. Ora sono talmente assennato che guardo indietro, con molta tenerezza, a quel ragazzo che tentava inutilmente di districarsi nelle forme verbali difficili o irregolari della lingua greca utilizzando il meraviglioso e complicatissimo dizionario “Pechenino”, il quale dava per scontato che almeno un po’ se ne sapesse.

Una cosa certa, però, di quei tempi, come dei tempi precedenti e come quelli d’oggi e come quelli che seguiranno è che tutte le professoresse e gli sparuti professori occultavano sapientemente le parti piccanti, i doppi sensi e le allusioni erotiche dei testi tradotti. Non sto parlando dei brani dichiaratamente erotici o direttamente pornografici: su quelli la censura era pressoché totale. Mi riferisco, invece, a quei tratti controversi della letteratura in cui, a ben vedere, era il primo senso, quello intuitivo e convenzionale, ad essere quello meno utilizzato: e quel senso era, senza dubbio alcuno, proprio quello sessuale.

Così, girovagando impenitente e sfaccendato tra vecchie cianfrusaglie libresche, mi imbatto in alcune allusioni erotiche di Aristofane che utilizzano proprio ciò che a noi bevitori sta più a cuore: la vigna, la vite, il vino.

Acarnesi (425 a.C.)

Il contadino Diceopoli, snervato dalla guerra che Atene sta consumando nei confronti di Sparta, decide di proporre all’Assemblea ateniese di discutere una proposta di legge per la cessazione della guerra e la dichiarazione di una tregua. La sua richiesta viene tuttavia ignorata, per via degli interessi in gioco.

Diceopoli decide quindi di agire di persona e invia un messaggero a Sparta con il compito di stabilire una tregua ‘personale’. Gli Spartani accettano, concedendogli un armistizio di ben 30 anni, per mare e per terra.

Da questo momento la vita di Diceopoli cambia radicalmente, non più vita da soldato nelle trincee o sulle navi, ma da uomo libero. In virtù della tregua egli ha la facoltà di aprire un’attività commerciale con tutti i popoli confinanti e, così facendo, le ricchezze accumulate sono destinate a crescere. La prosperità derivante dalla pace alla fine piegherà anche i duri Acarnesi1, acerrimi nemici degli Spartani.


In un breve intermezzo dell’opera Diceopoli si rifiuta di fare affari con Lamaco2:

(Il Tebano con il suo servo si allontana; entra in scena un SERVO dalla casa di Lamaco.)

SERVO DI LAMACO Diceopoli!

DICEOPOLI Che c’è? perché mi chiami a forza di urla?

SERVO DI LAMACO Che c’è? Lamaco ti prega di dargli in cambio di questa dracma qualche tordo per la festa dei Boccali, e un’anguilla di Copaide per tre dracme.

DICEOPOLI E chi è questo Lamaco che mi chiede l’anguilla?

SERVO DI LAMACO Il terribile, l’impetuoso eroe che agita la Gogone scuotendo tre ombrosi cimieri.

DICEOPOLI No di certo, per Zeus, anche se volesse darmi il suo scudo. Agiti pure i cimieri sulla salamoia. E se fa troppo chiasso, chiamerò gli ispettori. Quanto a me, presa questa roba, me ne rientro in casa… sulle ali dei tordi e dei merli. (Rientra in casa; il servo esce.)

L’invettiva contro Lamaco serve per attaccare nuovamente Polemos che, come un simposiasta ubriaco, distrugge l’οἶκος/πόλις, provoca risse, versa vino nelle vigne e non vuol bere dalla coppa dell’amicizia. Non pago di ciò, Polemos appicca fuoco ai pali delle viti(τὰς χάρακας ἧπτε πολὺ μᾶλλον ἐν τῷ πυρί, / ἐξέχει θ᾽ ἡμῶν βίᾳ τὸν οἶνον ἐκ τῶν ἀμπέλων).

Nella seconda parte i vecchi Acarnesi immaginano di avere un rapporto sessuale con Διαλλαγή, personificazione della Tregua. L’amplesso è descritto con immagini legate all’agricoltura e alla lavorazione della terra: “piantare un lungo filare di viti (v. 995: ἀμπελίδος ὄρχον […] μακρόν), poi teneri germogli di fico (v. 996: νέα μοσχίδια συκίδων), infine un altro filare di vite (v. 997: ἡμερίδος ὄρχον) e ulivi che circondino il podere, cosicché i due ‘novelli sposi’ (il coro di Acarnesi e Tregua) si possano ungere dell’olio da loro stessi prodotto e, dopo il bagno rituale, durante il novilunio (v. 999: ὥστ᾽ ἀλείφεσθαί σ᾽ ἀπ᾽ αὐτῶν κἀμὲ ταῖς νουμηνίαις: vd. Olson 2002, p. 318 ad loc.), possano consumare l’amplesso. Qui il termine ὄρχος ha un evidente valore sessuale: ma più che ricordare i testicoli, cui pure è foneticamente simile (ὄρχεις: cfr. Henderson 1991, p. 125), qui ὄρχος rappresenta forse meglio il risultato della penetrazione, giacché il senso sessuale dell’azione agricola è nell’aprire la terra viene ‘penetrarla’ con una pianta (sul valore sessuale di termini come γεωργεῖν e ὀρύσσειν vd. già Taillardat 1962, pp. 100sg., §§ 172 e 175). Non si può escludere a priori che, nel perduto passo dei Γεωργοί, μετόρχιον potesse assumere un valore parimenti sessuale: ma si tratta, ovviamente, di una pura ipotesi3”.

CORO Città intera, hai visto quest’uomo intelligente è sapiente, quante merci può trafficare dopo aver concluso la tregua: alcune utili per la casa, altre buone da mangiare tiepide! Ogni bene giunge a costui, spontaneamente” Mai più accoglierò in casa Polemos, né accanto a me, sdraiato, canterà la canzone di Armo: dio.” Quello, ubriaco, facendo baldoria in mezzo a quanti avevano ogni bene, ha fatto ogni sorta di danno, ha sconvolto tutto, ha portato rovina e ha acceso battaglie; e pur molte volte invitato: «Bevi, mettiti a sedere, prendi questa coppa di amicizia», lui sempre di più ancora ad appiccare fuoco ai pali delle viti e a versare, con la forza, il vino delle nostre vigne. Ed egli ha preso il volo verso il banchetto, e si dà grandi arie. Sulla porta ha gettato queste piume come segno del suo tenore di vita. O Tregua, compagna della bella Cipride e delle dilette Cariti, quale bel volto ci hai tenuto nascosto! Potrà mai accadere che un Eros coronato di fiori, come quello dipinto; ci prenda e ci tenga uniti, te e me? O forse tu mi credi troppo vecchio? Ma se ti prendo, tre cose credo ancora di poter fare: per prima cosa, piantare un lungo filare di viti; poi, accanto, teneri germogli di fico; infine io, vecchio colpe sono, pianterei un tralcio di vite domestica, e degli ulivi, tutto intorno al podere, sicché possiamo ungerci da quelli, tu e io, alla nuova luna.

(Entra un ARALDO.)

ARALDO Ascoltate, gente: bevete per la festa dei Boccali, al suo-no delle trombe, secondo il costume dei padri. Colui che finirà per primo di tracannare, prenderà in premio l’otre di Ctesifonte. (Esce.)75

(Rientra DICEOPOL1, comparendo sulla porta di casa.)

DICEOPOLI Ragazzi; donne; non avete sentito? Che fate? Non prestate ascolto all’araldo? Lessate, arrostite, rivoltate, togliete immediatamente le lepri dal fuoco, intrecciate le corone. Date-mi gli spiedi, perché vi infili i tordi.

Le Nuvole vengono rappresentate, per la regia di Filonide, alle Dionisie del 423 a. C. in competizione con Cratino e con Amipsia, coetaneo di Aristofane. Perdono fragorosamente: la vittoria va Cratino, il secondo posto ad Amipsia.

Un povero contadino, Strepsiade, oberato dai debiti contratti dal figlio Fidippide, che vuol vivere da aristocratico al di sopra dei mezzi della famiglia, decide di mandarlo alla scuola di Socrate, ad apprendere argomenti capziosi per eludere i creditori. Fidippide impara così bene la lezione da picchiare il padre riuscendo a giustificarsi in maniera convincente. Strepsiade, resosi conto del suo errore, brucia Socrate e la sua casa, detta phrontisterion o pensatoio.

Nel prologo il vecchio contadino Strepsiade rimpiange la vita semplice e sana della campagna, che conduceva prima di sposare una raffinata donna di città: “Ahimè! Fosse capitato un incidente alla mezzana che mi spinse a sposare tua madre! Che bella vita conducevo in campagna! Me ne stavo in mezzo alla muffa, sporco, comodamente sdraiato: c’era abbondanza di api, di pecore, di sansa. Poi sposai la nipote di Megacle, il figlio di Megacle: io, un contadino, lei una cittadina, una donna di classe, abituata al lusso, una discendente di Cesira. Il giorno del matrimonio, quando andammo a letto, io davo di mosto, di fichi secchi, di lana, di abbondanza; lei invece era tutta profumi, zafferano, giochi di lingua, spese, ghiottoneria, Coliade e Genetillide4 Certo, non dirò che se ne stava in ozio, ma… faceva il filo; ed io, mostrandole questo mantello, coglievo il pretesto per dirle: ‘moglie, ti dai troppo.. da fare’”.

I riferimenti sessuali sono molto ben evidenti e il rimando finale al filare, ovvero ad usare il telaio, assume un significato ancora più esplicito. Così come il riferimento ai corpi, ai loro profumi ed ai loro odori, richiama prepotentemente due differenti modalità di approccio al sesso: uno contadino, fatto di abbondanza, esso dà di mosto, di fichi secchi, di lana; l’altro, cittadino è carico di profumi, di zafferano, di giochi di lingua, di spese e di ghiottoneria.

La Pace risale al 421 a. C. e viene presentata durante le Dionisie, organizzate dallo stato nei mesi di marzo-aprile: Aristofane ottiene il secondo premio dell’agone comico. Nella Pace di Aristofane, il protagonista è Trigeo, un anziano contadino ateniese che, stanco degli sfaceli generati della guerra, decide di recarsi personalmente da Zeus per supplicarlo di metter fine al flagello. Preso uno scarafaggio stercorario alato, Trigeo giunge, attraverso grandi peripezie5, all’Olimpo che però è vuoto, perché gli dei, disgustati dalla guerra, sono risaliti nelle sfere più alte del cielo, lasciando solo Ermes. A sorvegliare l’Olimpo ci pensa Pòlemos6, che aveva recluso la dea della Pace, Irene, in un caverna inaccessibile, il cui ingresso è ostruito da enormi macigni nelle profondità della Terra. Trigeo viene a sapere che Brasida (spartano) e Cleone (ateniese), i massimi sostenitori della guerra, i pestelli di Polemos, sono morti, e per questo chiama a raccolta i Greci, annunciando il momento favorevole per liberare la Pace. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di alcuni contadini, riesce a liberarla e con lei anche Opora (la stagione dei frutti). Alla fine, Ermes consegna Opora a Trigeo e svela il senso ‘agricolo’ della loro unione (vv. 706sgg.): ἴθι νυν ἐπὶ τούτοις τὴν Ὀπώραν λάμβανε / γυναῖκα σαυτῷ τήνδε· κᾆτ᾽ ἐν τοῖς ἀγροῖς /ταύτῃ ξυνοικῶν ἐκποιοῦ σαυτῷ βότρυς: “Ermete Va bene: se è così, sposati Opora. Eccola: vattene ad abitare in campagna con lei, ti ci spremi… l’uva”. Per questa Opora Trigeo è il marito perfetto, dato che trygáō non significa solo ‘vendemmiare’, ma genericamente ‘raccogliere frutta’: l’idea del matrimonio di Trigeo e Opora sposta su un piano di piaceri sessuali i piaceri mangerecci del raccoglitore di uva e fichi.

Ed ecco il finale:

Corifeo Obbligo di tacere: devozione! Qualcuno accompagni fuori la sposa,

portate le fiaccole, tutto il popolo gioisca, danzi assieme a noi!

Dobbiamo riportare ai nostri campi gli arnesi, dopo avere ballato e

brindato, licenziato a calci Ipèrbolo,

avere pregato gli dei

di dare ricchezze agli Elleni

di fare raccogliere a tutti noi

molto orzo e molto vino assieme

di farci masticare fichi

figliare le nostre donne

ritrovare di nuovo

tutti i beni che perdemmo:

liberarci dal corrusco ferro!

Trigeo (entrando con la sposa) Ai campi moglie mia:

dolce come sei dolcemente

giacerai con me!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Tre volte beato: giusta

fortuna hai avuto!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Che le facciamo a questa?

II semicoro Che le facciamo a questa?

I semicoro La spremiamo!

II semicoro La spremiamo!

Corifeo Noi della prima fila

portiamo in trionfo

lo sposo amici!I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Corifeo Vivrete coppia

felice: senza

pensiero piluccando

continuamente il fico.

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

I semicoro Grande e grosso

ce l’ha lui: dolce

fica lei ha!

II semicoro Parlerai dopo avere

mangiato e bevuto

un bel poco di vino!

I semicoro Evviva gli sposi!

II semicoro Evviva gli sposi!

Trigeo (agli spettatori) Arrivederci amici arrivederci:

se poi mi volete seguire

forse mangerete delle torte.

Escono tutti, in corteo.

Di una metafora viticola si serve il protagonista, Filocleone, in un momento della commedia Le Vespe7 (422 a.C.): ‘vendemmiare una vigna abbandonata’ (v. 634: οὔκ, ἀλλ᾽ ἐρήμας ᾤεθ᾽ οὕτω ῥᾳδίως τρυγήσειν), che indica la presunzione di qualcuno di non trovare in un altro un degno avversario, come chi debba approfittare di una vigna incustodita. Il verbo τρυγήσειν si ritroverà anche nelle Ecclesiazuse (392 o 391 a.C.)8 dove il verbo “vendemmiare” associato ad una vigna abbandonata ha un esplicito riferimento sessuale:

PRIMA VECCHIA Ma perché gli uomini non arrivano?

Sarebbe ora … Io sto qui senza far niente, imbellettata…. con la mia tunica gialla, canticchiando tra me e me, e stando alla posta per vedere di catturare qualcuno che passa…Voi, Muse, venite sulla mia bocca e inventatemi una canzonetta ionica.

Si affaccia una ragazza alla finestra dell’altra casa: “Ti sei affacciata fuori prima di me, maledetta vecchiaccia… Credevi che non ci fossi e pensavi di vendemmiare una vigna abbandonata, eh? e di attirare qualche uomo cantando. Ma posso sempre mettermi a cantare anche’ io…una cosa allegra e piacevole” .

“La Vecchia è tutta imbellettata, indossa una provocante veste color zafferano e canticchia un’arietta, con cui, come le rinfaccerà poco dopo la Giovane, si propone di fare opera di adescamento; in particolare, il suo proposito di “catturare” ( v. 881) il primo uomo che dovesse passare dinanzi alla sua abitazione, la mette sullo stesso piano di un cacciatore appostato in attesa della ‘preda’, secondo il noto topos della ‘caccia erotica’; (…). Il contenuto sessuale dei vv. 877-883 mi sembra peraltro emergere dalla successiva reazione della Giovane che, affacciatasi alla finestra, alla vista dell’anziana rivale, non solo le rinfaccia, come si è detto, di canticchiare un’arietta per fare opera di adescamento, ma le si rivolge con un’espressione proverbiale (“cosa credevi, di vendemmiare una vigna incustodita, mentre io non c’ero?”, vv. 885-886a), che, nel presente contesto, assume un double entendre sessuale, messo in evidenza dal verbo τρυγήσειν , che, come molti termini appartenenti al lessico agricolo, è spesso adoperato con doppio senso osceno. In definitiva, alla luce dell’analisi dei vv. 877-883 e 885-887a delle Ecclesiazuse, è lecito ritenere che, sulla bocca della Vecchia, ἀργός , al v. 879, non assumerà il significato generico di “inoperosa”, ma si caricherà di una maliziosa valenza sessuale9” .


Scena di arte erotica tra un giovane uomo e una porne tratta da un vaso datato al 430 A.C Di Shuvalov Painter and S Potter – User:Bibi Saint-Pol, own work, 2008, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3589770

Gli Uccelli vengono rappresentati nelle Dionisie10 del 414 a.C. dove arrivano secondi. Nonostante fosse stata raggiunta la pace, tanto sospirata, Peitètero, ed Euèlpide, due vecchietti ateniesi, disgustati da Atene e dal suo malcostume, politico e morale, decidono di fondare un’utopica città celeste tra gli uccelli. I due vecchietti si recano, dunque, da Upupa (Tereo, in passato re di Tracia poi trasformato per punizione in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare la nuova città. Ma, una volta arrivati fra le nuvole, Peitetero, cerca di convincere gli uccelli a mettersi in guerra con gli dei per la rivendicazione della sovranità sull’universo. Forte di forte di un’oratoria sofistica e rigorosamente ateniese (la stessa che li aveva spinti a fuggire), Peitètero li persuade sostenendo che la razza degli Uccelli venne creata per prima di quelle degli dei e degli uomini e che, pertanto, essi dovevano rivendicare il diritto del dominio. Gli Uccelli sono inizialmente contrari all’idea, perché non si fidano degli umani, ma le loro diffidenze vengono superate dalle argomentazioni dei due ateniesi. Così cominciano i lavori di costruzione e la città degli Uccelli prende il nome di Nubicuculia, la città delle nuvole.

Giove furibondo manda prima Iride per intimidire i nuovi signori, ma Peitètero risponde con minacce e la scaccia in malo. Infine Giove, ridotto a mal partito, manda dei plenipotenziari di pace: Posidone, Triballo ed Ercole. Gli ambasciatori, affamatissimi, giungono proprio mentre Peitètero sta presiedendo alla cottura di certi gustosissimi uccelletti mandati allo spiedo perché poco ossequenti al nuovo regime. Discutono. Posidone vorrebbe respingere le proposte, ma il ghiottissimo Ercole non sa resistere alla gola, e fa sì che la pace si concluda a condizioni rovinose. Gli uccelli, e dunque il faccendiere Peitetero, avranno la sovranità universale.

Ad un certo punto, nello stasimo degli Uccelli, Aristofane utilizza la metafora del “vendemmiare con la lingua” per attaccare i retori, dei barbari11 che vivono esclusivamente di processi, si procurano da mangiare con la lingua/parola’. La loro arte retorica è accusata di sicofantia12, perché come i sicofanti (delatori e calunniatori, coloro che di propria iniziativa denunciano alle autorità le violazioni della legge): «C’è uno spiazzo (nel paese della delazione13) vicino alla clessidra/ lì una stirpe perversa di furfanti, / che mietono, seminano / e vendemmiano con la lingua, / e ci raccolgono pure… i fichi14: / sono popoli barbari, / Gorgii e Filippi15. / E da questi Filippi che si nutrono di parole / nasce l’uso di tagliare la lingua delle vittime. (entra un messo)» (vv. 1694-1705): ἔστι δ ̓ ἐν Φαναῖσι πρὸς τῇ/ κλεψύδρᾳ πανοῦργον Ἐγ-/γλωττογαστόρων γένος, / οἳ θερίζουσίν τε καὶ σπεί-/ρουσι καὶ τρυγῶσι ταῖς γλώτ-/ταισι συκάζουσί τε· / βάρβαροι δ ̓ εἰσὶν γένος, /Γοργίαι τε καὶ Φίλιπποι. / Κἀπὸ τῶν Ἐγγλωττογαστό-/ρων ἐκείνων τῶν Φιλίππων/ πανταχοῦ τῆς Ἀττικῆς ἡ / γλῶττα χωρὶς τέμνεται.

Il vendemmiare con la lingua assume, dunque, un doppio significato la cui valenza oscena serve a rafforzare e a integrare quella politica.

1 Acarne è una suddivisione amministrativa del territorio dell’antica Atene vicino al monte Parnete, a sud-ovest dell’attuale Acharnes

2 Generale ateniese (n. 470 ca.-m. 413 a.C.). Più volte stratego, fu fautore della guerra contro Sparta; negli Acarnesi (425) di Aristofane fu rappresentato come un guerrafondaio brutale. Nel 421 fu tra i firmatari della Pace di Nicia; nel 416-415, come stratego autocratore, comandò, assieme a Nicia e Alcibiade, la spedizione di Sicilia. Cadde (413) durante uno scontro presso Siracusa. Il semicoro, favorevole alla guerra, chiama in proprio aiuto Lamaco: alla fine, i due (Diceopoli e Lamaco) rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, si lamenta in stile tragico, mentre Diceopoli è felice e decisamente brillo, accompagnato da due ragazze.

3 Stefano Ceccarelli, Dottorato di Ricerca in Filologia e Storia del Mondo Antico XXXI ciclo, Tesi di Dottorato in Filologia greca, Commedia antica e campagna attica. I Contadini e le Navi mercantili di Aristofane, Facoltà di Lettere e Filosofia , Università La Sapienza, Roma 2017-2018 in https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1240114#.YH2IPmczaUk

4 Genetillide, dea della riproduzione, era associata al culto di Afrodite Coliade, che prendeva il nome dall’omonimo promontorio, distante circa venti stadi dal porto ateniese del Falero, nel demo di Anaflisto (cfr. Plut. Sol. 8.4; Paus. 1.1.5), sul quale era stato eretto un grande santuario in onore della dea. In questo contesto Strepsiade menziona le due dee, che godevano di un culto esclusivamente femminile (cfr. Lys. 2), non tanto per alludere alla passione della moglie per le feste religiose, quanto per sottolineare la sua dipendenza dal sesso: Coliade si presta infatti a un doppio senso osceno, in quanto il termine richiama il membro virile. La natura erotica dell’allusione a Genetillide è peraltro confermata dall’attestazione del termine, al plurale, in associazione con i baci lascivi nella descrizione del femmineo, sensuale Agatone. Cfr.P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, in https://core.ac.uk/download/pdf/228582565.pdf

5 Ad esempio durante la trasvolata una tremenda puzza esala dal basso (per colpa di un ateniese che defeca a cielo aperto al Pireo) e spinge in picchiata lo scarabeo, ghiotto di escrementi e porcherie in genere, rischiando di di uccidere il suo cavaliere.

6 Polemos si nutre, come lo scarabeo stercorario, di polpette, in questo caso fatte dalle città greche.

7 Affinché il padre Filocleòne («fan di Cleone») non soccomba ancora alla mania giudiziaria che impera in Atene, il figlio Bdelicleòne («colui che ha in odio Cleone») lo segrega in casa; nonostante l’aiuto portatogli dai giurati popolari ateniesi (le vespe del coro, con allusione all’acuminato ‘pungiglione’ delle sentenze), Bdelicleone riesce infine a convertire il padre, mostrandogli le ipocrisie e le malefatte della classe dirigente democratica.

8 Nel prologo (vv. 1-284), tutte le tematiche svolte durante lo spettacolo sono anticipate: un gruppo di donne comandate da Prassagora, hanno deciso alle feste Scire di prendere il potere della città, stanche del malgoverno ateniese: si travestono da uomini (vv. 73-5), vanno all’assemblea a e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata. Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque loro vogliano. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa. Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto a cui partecipa tutta la cittadinanza. Giulio Guidorizzi, Letteratura greca, da Omero al secolo VI d. C., Mondadori, 2002, pag. 219

9 P. Ingrosso, Sull’accezione sessuale di Argòs in Aristofane e Platone comico, cit.

10 Feste antiche in onore del dio Dioniso (v.), celebrate dovunque si diffuse il culto delle DIONISIE (Διονύσια). Le più importanti e meglio note fra esse erano quelle attiche. Nel calendario sacro degli Ateniesi, quattro erano le feste dell’Attica, tra le più solenni, dedicate a Dioniso; le quali, appartenendo alle feste nazionali della stirpe ionica, si celebravano anche nelle città ioniche dell’Arcipelago e dell’Asia Minore; di esse due ricorrevano nell’inverno (ma si consideravano però sempre come feste della vendemmia, o meglio della svinatura) e due in primavera. Le prime erano le piccole Dionisie o Dionisie rustiche, festeggiate nel mese di Poseidone (dicembre-gennaio) con lazzi sguaiati e contadineschi, come quelli messi in scena da Aristofane negli Acarnesi; a queste seguivano, nel mese successivo di Gamelione, le piccole Dionisie urbane o Lenee, con rappresentazioni drammatiche, canto di ditirambi e una grande processione nel quartiere del Leneo, ove sorgeva il più antico santuario ateniese di Dioniso. Venivano poi al principio della primavera (dall’11 al 13 del mese di Antesterione febbraio-marzo), le Antesterie, o feste della svinatura; chiudevano la serie, nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), le grandi Dionisie, la più solenne delle feste ateniesi dopo le Panatenee, con processione solenne, e gare ditirambiche e drammatiche (v. Commedia; Coregia; Ditirambo; Tragedia) che pongono queste feste in stretta relazione con tutta la storia del teatro greco nel periodo classico.

Altre Dionisie ci sono testimoniate nell’Eubea, a Nasso, a Delo, a Chio, Lesbo, Taso, Cnido, Corcira, Lemno, Pergamo, ecc.

Bibl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen, Lipsia 1898, pp. 372-404, 428-48; M.P. Nilsson, Griech. Feste von religiöser Bedeutung, Lipsia 1906; J. Girard, in Daremberg e Saglio, Dict. des ant. grec. et rom., II, p. 230 segg. (da Teccani.it)

11 βάρβαροι

12 ἀπροσδόκητον nella raccolta dei fichi allude alla sicofantia

13 Il toponimo Φᾶσις è quasi identico nella pronuncia al termine φάσις (delazione)

14 In un’altra versione il riferimento ii fichi è ben più esplicito: “e vendemmiano con la lingua e ci succhiano… fiche”.

15 Gorgia è il clamoroso sofista di Leontini, Filippo suo discepolo. «Ci colgono fichi» allude ai sicofanti, con la solita paretimologia e distorsione oscena. Si usava mettere da parte per Ermete (ovvero il suo prete) la lingua delle vittime. Aristofane ironizza sull’importanza che la lingua ha assunto ad Aten, grazie ai Sofisti.

Sherlock Holmes, Leonardo da Vinci, il vino e la controversa “lettera al fattore”. Il lavoro dello storico sulle fonti.

Premessa

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul tempo che fu, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Le ragioni di tali attività sono diverse, ma convergono tutte nell’avvaloramento di prodotti, produzioni, nomee e benefici ad uso e consumo della contemporaneità.

Leonardo da Vinci e Zanobi Boni. Forse. 

Non vi è alcun dubbio riguardo l’interesse di Leonardo da Vinci per il vino, la viticoltura e l’enologia[1]. Altra cosa è invece l’attribuzione allo stesso di scritti e conoscenze che molto probabilmente non gli appartennero o che quantomeno sono di difficile attribuzione.

Nel novero dei testi incerti fa parte la lettera che Leonardo pare abbia inviato da Milano al suo castaldo (fattore), tale Zanobi Boni, il 9 dicembre del 1515. Partiamo innanzitutto dalla fonte: la lettera fu pubblicata per la prima volta a Londra, nel 1828, da John William Brown nel volume Life of Leonardo da Vinci: with a critical account of his work[2]. La nota del testo afferma che l’autografo della lettera, scritto da sinistra a destra alla maniera usuale di Leonardo (nel testo), era stato acquistato dal Sig. Bourdillon, nel 1822, da una signora abitante nei pressi di Firenze. Ma dell’originale non vi è alcuna traccia.

La lettera è rinvenibile, molti anni dopo che Wiliam Brown ne riferisse, in una collezione critica di Gustavo Uzielli, “Ricerche intorno a Leonardo da Vinci”, pubblicata a Firenze nel 1872, in cui si sosteneva in nota che “noi però, fatte le debite riserve, nutriamo qualche dubbio sull’autenticità di questa lettera”.

Se per lo studioso toscano di fine Ottocento il dubbio è d’obbligo, così non pare lo sia per alcuni autori a noi contemporanei: nell’ultimo scritto di Luca Maroni, ad esempio, dedicato al rapporto tra Leonardo da Vinci e il vino[3] si fa riferimento all’autenticità della lettera citando proprio il menzionato Gustavo Uzielli senza che venga fatto alcun riferimento ai forti dubbi espressi dallo stesso: “I massimi leonardisti come Carlo Pedretti e Gustavo Uzielli (che pubblicò la lettera nel suo “Ricerche intorno a Leonardo da Vinci”, Firenze, Pellas 1872), o come gli attuali Paolo Galluzzi e Alessandro Vezzosi, considerano autentica tale lettera[4]”.

Le riserve di uno studioso e la comparazione scientifica.

Quali furono le riserve espresse da Gustavo Uzielli? Esse non afferiscono né al dato esistenziale della lettera, su cui non poteva avere alcuna prova diretta, né alla conformità stilistica, morfologica e sintattica con altri scritti dello stesso Leonardo, ma al contenuto della stessa: “Queste due ultime frasi mostrano che Leonardo conosceva le proprietà degli ingrassi minerali, e le funzioni respiratorie delle parti aeree delle piante (funzione clorofilliana). La scoperta delle prime si attribuisce a Priestley nel 1771, e delle seconde a varî, vissuti in tempi assai posteriori a Leonardo”.

Gustavo Uzielli si chiese, molto semplicemente, come potessero essere note a Leonardo delle conoscenze scientifiche che sarebbero state note circa duecentocinquanta anni dopo.

Riporto qui le frasi ‘incriminate’ di Leonardo da Vinci: “Sapete che vi ho detto che sarebbe stato meglio concimare lo scasso a cordone (nel quale sono alloggiate le parti radicali della vite) quando il terreno sottostante è magro e ricoprire le radici con calce o la malta secca di vecchi muri perché questo le mantiene asciutte; e il fusto e le foglie attraggono dall’aria la sostanza necessaria per portare l’uva alla perfezione (a compimento)”.

Le caraffe ricevute e le pratiche adatte alla produzione di un vino eccellente. Forse.

La “lettera al castaldo (fattore) Zanobi Boni”, il cui nome non comparve, se non in questo, in nessun altro scritto leonardiano, cominciava con Leonardo da Vinci che si lamentava sulla qualità del vino contenuto nelle ultime caraffe ricevute: “non furono secondo la espettatione mia le quatro ultime caraffe et ne ò auto rammarico”. Le caraffe, secondo l’interpretazione di Ignazio Calvi, avrebbero potuto contenere 40/50 litri di vino ciascuna. Se Leonardo trattò, nella prima parte della lettera, delle migliorie legate alla coltivazione della vite, la seconda si concentrò su alcune pratiche vinicole adatte alla produzione di un vino eccellente: le fermentazioni coperte e i frequenti travasi. “Poi pessimamente alli dì nostri facemo il vino in vasi discuoperti et così per l’aria fuggi l’exentia in el bullimento, et altro non rimane che un umido insipiente culorato dalle bucice et dalla pulpa: indi, non si muta come fare si debbe, di vaso in vaso, et per lo che viene il vino inturbidato et pesante nei visceri. Conciosiacosaché si voi et altri faciesti senno di tale raggioni berremmo vino excellente”. Anche in questo caso, aggiungo io, le proprietà legate alla fermentazione (bullimento) come principio chimico sono molto lontane, a venire, dall’epoca in cui visse Leonardo.

La lettera al castaldo Zanobi Boni venne poi riprodotta nelle “Raccolte Vinciane” (la prima fu del 1905). E solamente nella raccolta del 1934-1939[5] – Fascicoli XV-XVI si trova uno scritto di Ignazio Calvi, “Leonardo studioso di agricoltura”, in cui l’autore non asserì alcunché sull’autenticità della lettera affermando, al contrario, che se tale fosse stata (appunto vera), Leonardo avrebbe avuto un primato cronologico indiscutibile nel scoprire ciò che solo ai tempi a lui contemporanei (inizi del Novecento) erano conoscenze scientifiche ormai consolidate: la concimazione inorganica in generale e la calcitazione[6] in particolare.

Il condizionale d’obbligo.

Ignazio Calvi concluse così la disamina della presunta “lettera al Castaldo”: “In questo breve esame abbiamo usato spesso il condizionale perché sussiste qualche dubbio sull’autenticità della lettera: su questo punto l’Uzielli fa le sue debite riserve. Noi non potremmo dire su questo argomento alcunché di nuovo: il fatto della scrittura sinistrorsa non è senza dubbio sufficiente a convincere della sua autenticità. Comunque e d’altronde non vi sarebbero troppe ragioni di fondati dubbi, almeno per quanto attualmente se ne può dire”. Ignazio Calvi lasciò ai posteri il ragionevole dubbio: il condizionale d’uso e di dovere, le ipotesi scientifiche che potrebbero non avvalorare la contemporaneità leonardiana della lettera e, soltanto alla fine, uno spiraglio di apertura in contraddizione con le precauzioni sin lì asserite: “Comunque e d’altronde non vi sarebbero troppe ragioni di fondati dubbi, almeno per quanto attualmente se ne può dire”.

Un nuovo commento, che si rifà direttamente alle considerazioni di Uzielli, di Beltrami[7] e di Ignazio Calvi, ma con una nuova interpretazione di tipo stilistico, fu quello presentato da Carlo Pedretti nel suo commentario pubblicato nel 1977, in inglese, al secondo volume dei testi leonardiani raccolti ed editati da Jean Paul Richter a Londra nel 1883[8]. Carlo Pedretti reputava autentica la lettera, la cui compilazione attribuì, proprio perché scritta da sinistra a destra e non al contrario come avevano erroneamente attestato sia Uzielli che Beltrami che lo stesso Calvi, all’allievo ed esecutore testamentario Francesco Melzi: “On the basis of the literary style I would be inclined to accept it as authentic, but written by Melzi”.

In ultimo, nel volume curato da Alessandro Vezzosi[9], la “lettera al fattore” viene riportata con una didascalia che contiene la traduzione in inglese presente nel testo di John William Brown. Poco più sotto, nel commentario alla lettera [LDV VIN 013], Vezzosi riferisce quanto segue: “Lettera di Leonardo perduta, pubblicata dal Brown in “Life of Leonardo da Vinci” (Londra, 1828, p. 241): un certo Bordillon (così nel testo) l’avrebbe acquistata presso Firenze nel 1822”. Ancora una volta non si dice nulla di preciso sulla possibile attendibilità della lettera in questione.

Giunto a questo punto della ricerca e, non avendo avuto notizie di recenti ritrovamenti o di nuovi commenti, sarebbero molti i dubbi storici, epistemologici e letterari che continuano ad accompagnare la “lettera al fattore” di Leonardo da Vinci.

Uno storico, al pari di un detective del passato, di fronte a notizie incerte, contraddittorie e non sufficienti a descrivere pienamente un caso, deve obbligatoriamente fermarsi nella speranza che nuovi ritrovamenti, nuove fonti documentali, nuove scoperte gli diano la possibilità di giungere a una qualche conclusione, seppur provvisoria.  

Immagini

La più famosa illustrazione di Sidney Paget pubblicata sulla rivista britannica The Strand Magazine Di Sidney Paget – Strand Magazine, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=932530

Francesco Melzi – Portrait of Leonardo Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78645105


[1] Cfr. Alessandro Vezzosi, Il vino di Leonardo, Morgana Edizioni, Firenze 1991; Luca Maroni, Leonardo da Vinci e il vino, Sens, Formello (RM) 2019

[2] No VIII. Leonardo da Vinci’s Instruction to his Steward respecting the manner of making Wine. Da Milano a Zanobi Boni, mio castaldo, lì 9 de Xbre, 1515.

[3] Cfr. nota 1

[4] Luca Maroni, cit., Capitolo IV, Il metodo Leonardo, pagina 180

[5] Milano; s.e.; 1939 XI,426 pag. ill. 21 cm; Raccolta Vinciana XV-XVI; Brossura Note: Bibliotheca Leonardiana 2223; Stampa: tipografia Allegretti, MI

[6] Correzione della natura acida di un terreno agrario mediante somministrazione di calce sotto forma di calce viva o spenta o di carbonato di calcio o di marne calcaree. Da Treccani.it

[7] Luca Beltrami, Documenti e memorie riguardanti la vita e le opere di Leonardo da Vinci: in ordine cronologico, Fratelli Treves, Milano 1919

[8] The Literary Works of Leonardo Da Vinci compiled and edited from yhe original manuscript by Jaen Paul Richter Commentary by Carlo Pedretti, Volume two, University of California Press, Berkley and Los Angeles 1977

[9] Alessandro Vezzosi, Il vino di Leonardo, Morgana Edizioni, Firenze 1991

I greci di Marsiglia e gli Etruschi agli albori della viticoltura delle Langhe

Di Unknown – Marie-Lan Nguyen (User: Jastrow), 2008-04-13, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3951643

Qualcosa sulle tante popolazioni che da quelle parti si stabiliscono o che, semplicemente, godono di influenza: i greci di Marsiglia

La situazione si presenta più o meno così: i Liguri Statielli si spingono, dopo essere stati invasi nel 173 a. C. dal console C. Popilio, nelle attuali zone dell’albese e nel savonese; i Liguri Bagienni, a partire dalla loro capitale, Julia Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna), occupano tutta la Valle del Tanaro ed il Piemonte sud occidentale; i Viturii Langenses, da cui probabilmente in maniera erronea alcuni autori hanno fatto discendere uno dei possibili precursori di quello delle Langhe, hanno stabile dimora nell’alta Val Polcevera (Langasco è l’attuale frazione di Campomorone): la tavola bronzea di Polcevera (detta anche Sententia Minuciorum) attesta di un antico contrasto, a proposito dell’uso dei terreni comuni, tra Viturii e i Genuati, a cui i Romani pongono fine con il loro arbitrato. Si stabilisce, tra le altre cose, che i Langenses debbano pagare, per l’utilizzo dell’ager publicus, un tributo annuo ai Genuati di 400 vittoriati (moneta d’argento emessa dalla repubblica Romana), esigibili in egual misura in una ventesima parte del frumento e in una sesta parte di quella del vino. Gli Etruschi si insediano a partire dalla fine dell’età del Bronzo, nelle vaste aree che dal Tanaro a nord e poi ad ovest che si distendono in tutto il sud Piemonte (Asti, Pollenzo, Saluzzo per citarne alcune). E ancor prima a Golasecca nei pressi del Ticino (cultura di Golasecca); intanto Celti calcano da Nord mentre i Liguri Narbonensi e colonie greche (Marsiglia fondata dai Focesi provenienti dalla costa Ionica dalla città di Φωκαία, Phōkaia) spingono dall’attuale Francia ai confini liguri. Questi ultimi sono i fautori, perché così è nella madrepatria greca, del sistema di allevamento della vite, solitamente ad alberello, legata ad un palo morto (χάραξ). Una parola che, come ben argomenta Sereni, si irradia, al pari della viticoltura, nell’estremo limite occidentale Iberico nelle ‘vineae characatae’ di Columella, e quindi «nelle parlate romanze con l”antico  francese di escharas, francese moderno échalas ‘palo della vite’ a nord, con il  latino medievale carracium nell’Editto di Rotari, latino medievale carratia, latino medievale piemontese carratia, latino medievale lombardo carazium, carazia, latino medievale emiliano caracium, scalionus, e poi con il genovese carassa, monferrino carasa, alessandrino carasso, piemontese scaràs, scalàs, milanese skaraš, karaš, valtellinese  karraš, trevigiano skaratso ‘palo da vite’ a oriente.»[1]

I greci dell’antica Massalia portano, lungo la tortuosa strada delle pratiche viticole, altri vocaboli che rimarranno nelle lingue e nei dialetti comunemente parlati: così κάμαξ, anch’essa pertica o palo a sostegno della vite, in Guascone gameit, gamaito nel genovese antico, e sgamaitton a Modena. Allo stesso modo la ‘zappa del vignaiolo’, anche bidente, μάκελλα o μακελη, che diviene maigle nell’antico francese, magau in quello provenzale, magall in catalano, magalium nel ligure medievale e bagaggio in genovese. La pratica dell’innesto è un altro lascito importante della cultura viticola massaliota in Liguria e nel Basso Piemonte: la più antica attestazione si trova nell’‘impotus’ della Lex Salica (Lex Salica tit. 29. De furtis diversis, § 8: Si quis Impotos de melario aut de pirario tuberi… Complesso delle leggi consuetudinarie dei Franchi Sali, stanziati nel IV sec. nella valle dell’IJssel. La sua prima redazione scritta risale al regno di Clodoveo alla fine del V sec. Treccani) e più precisamente dal Belgico Theutonico inte, insitum, et pote, surculus (ramoscello, germoglio), calamus (stelo, gambo, fusto, pertica), derivante dal Greco  ἐμϕυτεύω ‘impiantare, innestare. Di seguito il latino regionale con imputare, ovvero innestare, e il francese ‘enter‘ e i piemontesismi di anté ‘innestare’, enta ‘marza da innesto’. Ci si riferisce sostanzialmente all’innesto a marza, mentre quello ‘a scudetto’ deriva dal latino regionale impeltare (greco πέλτη, scudo in vimini). Se nella Liguria e in una buona parte del Piemonte antico meridionale (sud-occidentale), sono evidenti importanti tracce molto ben documentate dell’influenza vitivinicola proveniente di una delle più influenti colonie Greche presenti lungo l’areale nord del Mediterraneo,  Marsiglia, occorrerà ora spostarsi lungo l’asse che lambisce il Piemonte orientale e che sfocia a nord, per poi tornare in maniera irruenta indietro, per scoprire l’altra grande cultura che influenzerà la vitivinicoltura piemontese e dunque anche quella langarola: gli Etruschi.

Di Silenus Painter – Jastrow (2005). Image renamed from Image: Etruscan amphora Louvre E703.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3199051

Gli Etruschi. 

«Una volta espulso quel cittadino la cui presenza, se qualcosa di questa vita può mai dirsi certo, avrebbe impedito la presa di Roma, proprio mentre il giorno della catastrofe si faceva sempre più vicino, da Chiusi arrivarono degli ambasciatori a chiedere aiuti contro i Galli. Tradizione vuole che questa gente, attratta dalla dolcezza delle messi e soprattutto del vino – di cui allora non conoscevano il piacere -, abbia attraversato le Alpi e si sia stanziata nelle terre un tempo coltivate dagli Etruschi. A inviare quel vino in Gallia sarebbe stato Arrunte di Chiusi col preciso intento di attirarne la popolazione per vendicarsi di Lucumone che gli aveva sedotto la moglie, nonostante ne fosse stato il tutore. E Lucumone era un giovane così potente che costringerlo a pagare per le sue colpe era impossibile senza ricorrere a un aiuto esterno. Pare quindi che fu Arrunte a guidare i Galli attraverso le Alpi e a suggerire loro di attaccare Chiusi. Io non voglio certo negare che i Galli siano stati portati a Chiusi da Arrunte o da qualche suo concittadino: ma è ormai assodato che i primi a valicare le Alpi non furono quei Galli protagonisti dell’assedio di Chiusi. Infatti i Galli erano scesi in Italia duecento anni prima dell’assedio di Chiusi e della presa di Roma e non furono gli abitanti di Chiusi i primi Etruschi contro i quali i Galli combatterono, perché molto tempo prima i loro eserciti si scontrarono numerose volte con gli Etruschi che abitavano tra le Alpi e gli Appennini.» (Livio, Ab urbe condita V, 33)

Le storie e le narrazioni anche qualora fossero improntate a notizie parzialmente o palesemente false forniscono comunque elementi utili alla comprensione di rappresentazioni mentali, impronte ideologiche, fili ed interconnessioni realmente presenti che vanno oltre e al di fuori di ciò che è intenzionalmente raccontato. Filippo Maria Gambari ravvede almeno tre fattori attendibili all’interno dell’evento mitico, incominciante per certi versi:

– la topica della barbaritas legata sia al consumo del vino puro (secondo la tradizione greca) che all’efferatezza dei combattenti e al loro battagliare estatico;

– il ruolo etrusco nella diffusione dei banchetti, dei vitigni e delle pratiche agricole;

– il rapporto privilegiato tra la cultura Etrusca e quella Celtica, di gran lunga più diffusa di quella massaliota, nella diffusione ancor prima che dei prodotti delle colture.

Arbustum gallicum non si riferisce dunque all’aggettivazione di un’invenzione celtica, quanto all’ampia diffusione nel territorio cisalpino, da cui il, geografico gallicum, di una pratica viticola etrusca che fa maritare la vite, a potatura molto lunga, ad un albero vivo (arbustum). Questa pratica si lega fortemente all’ingentilimento dei vitigni selvatici da cui la probabile vite lambrusca o vite dell’albero. Già Catone scrive dell’uso di piantar olmi e pioppi ai margini dei campi e lungo le vie (De agricultura VI) e Servio, nel suo commento alla V Ecloga (‘poesie scelte’: poemi bucolici in forma di dialogo) di Virgilio, parla della labrusca come di una vite agreste che nasce ai margini dei campi. Labrusca, quindi, vite selvatica, ampiamente diffusa nella valle Padana in età pre-romana, probabilmente incrociata con altri tipi di vite allevata che diviene, in seguito, la vite coniugata all’albero.  Tutto ciò accade in quella linea di influenza semantica e culturale che porta gli Etruschi, dal sud della Toscana, dal dio Pupluns (Dioniso) a Pupluna (Populonia) al populus nigra (pioppo nero) a cui si lega la vite nel centro Italia, per poi raggiungere, passando a ovest nell’Emilia e ad est nel Piemonte alessandrino, l’opulus (acero) Milanese citato da Varrone (De re rustica I, 8), gli arbusti novaresi (Golasecca), e i toponimi presso Casteggio (Oltrepò Pavese), il Narbosto e l’Arbosta nei dintorni di Bellinzona.


[1]              Emilio Sereni, Per la storia della vite e del vino in Italia, in Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Einaudi, Torino 1981, pag. 143

Gianni Rodari, il libro degli errori e il vino. Secondo me

Non sono certo il primo a dire che le fiabe e le filastrocche parlano ai bambini e agli adulti in modo diverso: stessa la narrazione, diverso il modo di intenderla e di percepire i differenti livelli della comunicazione. Quando, addirittura, non sono scritte soprattutto per i grandi che si renderebbero, poi, intermediari ed interpreti sia delle buone che delle cattive morali rivolte ai più piccini. Del libro di Gianni Rodari, che prendo a prestito, l’autore comincia con una confidenza: “Tra noi padri”: “E per una volta permettete che un libro per ragazzi sia dedicato ai padri di famiglia, e anche alle madri, s’intende, e anche ai maestri di scuola: a quelli insomma che hanno la terribile responsabilità di correggere – senza sbagliare – i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta”. Parole, cose ed errori, appunto. Che rapporto c’è tra loro? Parto da lì ed arrivo al vino, che non è che un esempio. Ma intanto leggetevi un frammento del racconto.

“Essere e avere”

Di Gianni Rodari, Il Libro degli errori, Einaudi Ragazzi, Torino 1997

«Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.

  • Io ho andato in Germania nel 1858, – diceva uno di loro.
  • Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.

(…) Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:

  • Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: “sono andato”?

(…) Il verbo andare , – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.

(…) – ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercare lavoro in casa d’altri…Lasciare la famiglia, i bambini.

Il professor  Grammaticus cominciò a balbettare.

  • Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo “essere”: io sono, tu sei, egli è…
  • – Eh, – disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza, io sono, noi siamo!… Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.

E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!»

Della corrispondenza e degli errori. Secondo me

Un piccolo manifesto per la vita, per la ragion di tutti, di sé e per il vino. Che ne dite? Che rapporto c’è tra forma e sostanza? La forma, con le sue peculiarità espressive, non è forse sostanza? E in che modo si relazionano, si condizionano, si modellano e si informano? Sarebbe possibile che gli errori (e i non errori), allegorie del mondo in cui viviamo, non sagomassero la manifestazione verbale delle cose stesse? Tante volte chiediamo alle parole di dare soluzione all’esito finale delle contraddizioni, che stanno anch’esse dentro gli arnesi della vita. Pensiamo, ad esempio, ai tentativi di fissare con una scheda lo status quo di un vino. Forse non potrebbe essere diverso: oltre che di acqua e companatico, siamo fatti anche di un po’ dello scorrere del tempo. Ma andiamo avanti: si cercano voci che risolvano grammaticalmente la sostanza di un vino. Se vi è corrispondenza, allora il vino è giusto. Se manca, allora il vino o è sbagliato del tutto o in parte: la corrispondenza è una scelta, imposta, mediata, condivisa, inconscia o conscia che si voglia, così come lo è l’uso di alcuni vocaboli al posto di altri. Se è vero che la forma può svelare la sostanza e le sue manchevolezze, è altrettanto plausibile che possa celarla, fuorviarla, reinterpretarla alla luce dei nessi e delle sintassi che essa compone. Insomma, se un vino non è limpido o trasparente, se non è abbastanza morbido… l’errore sta nel vino o nelle parole? Oppure in nessuno dei due, perché quelle parole nate in un tempo in cui il senso spiegava delle cose di un vino che in quelle cose ci stava, ora non bastano più, o bastano meno, a spiegare ciò che è già altro. Spesso la facciamo facile e pensiamo di capirci solo perché parliamo la stessa lingua. Ci capiamo, ma non ci intendiamo, proprio perché non condividiamo il senso delle cose: non sappiamo, cioè, neppure se alcuni errori siano tali. Allora tentiamo di rispiegare più e più volte per farci capire. Ma è più facile che ripieghiamo nelle parole, e poi in noi stessi, per avere quelle certezze che pare esse ci diano, ma che le cose non ci danno più. E ci sentiamo un po’ perduti. E inadeguati.

Territori narranti: identità plurali in mutamento

Vassily Kandinsky, 1914 – Fuga

Origine, identità e qualità. Tutti termini che rimandano inequivocabilmente ad archetipi primordiali e ipotesi indiscusse di natura divina. La formula peggiore, dunque, sarebbe quella di fornire un prontuario di ricette “apri e gusta” dove inserire qualche vecchia foto di paese o di colline, due canzoni popolari, tre balli, qualche parola in dialetto, un bagnet vèrd per il bollito, il tutto sapientemente diluito con un buon bicchiere di grignolino (vino che amo molto). Perché un’identità territoriale costruita a tavolino, come se fosse una sommatoria e combinatoria di elementi presi qua e là da un baule del passato a cui si aggiungono coriandoli di modernità tecnologizzata, sa di parrucchino posticcio: basta un colpo di vento o uno starnuto ben dato e vola via. E poi sta male. Il mondo ne è pieno: ogni territorio, ogni luogo ne produce qualcuna: vuoi per una pubblicità muraria o per via giornalistica, vuoi per qualche redazionale, vuoi per qualche video più o meno commerciale, vuoi per qualche sito internet o blog in attesa di commenti che non verranno mai.

Ed è da qui che vorrei partire: un’identità, qualunque essa sia, è un fenomeno storico e negoziale. Implacabilmente plurale. Il primo ancoraggio ideale ancorché semantico del concetto “identità” si usa farlo con un’altra parola anch’essa utilizzata sino allo stordimento, per non dire alla nausea: “tradizione”. Nel suo significato etimologico della parola “tradizione” il vocabolario dice:

tradizióne s. f. [dal lat. traditio -onis, propr. «consegna, trasmissione», der. di tradĕre «consegnare»; nel lat. tardo anche «tradimento», dapprima con riferimento alla consegna dei libri sacri (v. traditore, in etim.), poi con uso assol.: di qui il raro sign.

Sorpresa: tradizione e tradimento, che nel nostro immaginario sono due parole molto distanti fra loro, derivano entrambe dal verbo latino “tradĕre”, letteralmente “consegnare”.

Nel primo caso, dunque, la consegna riguarda tutto ciò che passa dalle mani di una generazione a quelle di un’altra, per salvaguardarlo dallo scorrere del tempo; nel secondo caso, invece, la consegna riguarda qualcosa che dovrebbe essere protetto. Il verbo tradire (il latino tradĕre), porta con sé il significato di “consegnare” un ordine precostituito, un sistema preesistente, “in nome di una nuova consegna, di un nuovo ordine, di un nuovo sistema. Esso sancisce dunque il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l’eterno dramma del processo evolutivo. Il tradimento ha dunque sempre a che fare con l’abbandono da parte di un sistema di precedenti regole o configurazioni a favore della novità”.

Non esistono quindi delle identità identiche a sé che si ergono immutabili a discapito di quanto muta incessantemente. Mio nonno veniva da un paese ai piedi della Langa e dopo l’androne del bollito: Farigliano. L’androne del bollito è Carrù. Se qualcuno mi chiedesse di definire l’identità di quei luoghi, me ne starei zitto per un po’. Dovrei pensarci, insomma. Non sono più i luoghi che lungo i suoi novant’anni di vita conobbe mio nonno, ma non sono più neppure i luoghi di quando ero ragazzo. Troppe, tante cose sono cambiate: le piazze e le strade vuote, i bar, gli sguardi miei e quelli della gente, le parole al vento, i dialetti e le lingue parlate (quante se ne parlano nelle vostre campagne e nelle vostre vigne?), i lavori, i vestiti e i cappelli della domenica, le feste, gli smartphone e potrei continuare. Forse la morfologia del territorio è cambiata meno: qualche casa e qualche parcheggio in più, due villette a schiera qua e là, il Tanaro che si è ripreso le sue rive. Ma io so che non è più quello che avevo vissuto sino a poco tempo fa: non so se sia diventato una grande periferia di un centro urbano di chissà dove, o soltanto una delle tante sedi suburbane all’interno della grande rete delle connessioni informatiche.

Così “origine”, non da meno di “identità”, e forse negli stessi termini, è un concetto che crea qualche problema. Riprendo qui un brano di Foucault: «Perché Nietzsche genealogista rifiuta, almeno in certe occasioni, la ricerca dell’origine (Ursprung)? Innanzitutto perché in essa ci si sforza di raccogliere l’essenza esatta della cosa, la sua possibilità più pura, la sua identità accuratamente ripiegata su se stessa, la sua forma immobile ed anteriore a tutto ciò che è esterno, accidentale e successivo. Ricercare una tale origine, è tentare di ritrovare “quel che era già”, lo “stesso” d’un immagine esattamente adeguata a sé; è considerare avventizie tutte le peripezie che hanno potuto aver luogo, tutte le astuzie e tutte le simulazioni; è cominciare a togliere tutte le maschere, per svelare infine un’identità originaria. Ora, se il genealogista prende cura d’ascoltare la storia piuttosto che prestare fede alla metafisica, cosa apprende? Che dietro le cose c’è “tutt’altra cosa”: non il loro segreto essenziale e senza data, ma il segreto che sono senza essenza, o che la loro essenza fu costruita pezzo per pezzo a partire da figure che le erano estranee. La ragione? Ma è nata in modo del tutto “ragionevole” – dal caso. L’attaccamento alla verità e il rigore dei metodi scientifici? Dalla passione dei dotti, dal loro odio reciproco, dalle loro discussioni fanatiche e sempre riprese, dal bisogno di prevalere, – armi lentamente forgiate nel corso di lotte personali. E la libertà, sarebbe forse, alla radice dell’uomo, quello che lo lega all’essere e alla verità? Nei fatti, non è che “un’invenzione delle classi dirigenti”. Là dove le cose iniziano la loro storia, quel che si trova non è l’identità ancora preservata della loro origine, – ma la discordia delle altre cose, il disparato». M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977 (ed. orig. Hommage à J. Hyppolite, Paris 1971), ora in Id., Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969-1984, a cura di M. Bertani, Einaudi, Torino 2001, pp. 45-46.

Dunque nulla da fare? Se sono veri i presupposti e i fondamenti dai quali sono partito, allora sarà necessario che la comunicazione su ciò che l’identità di un territorio significa, o le sue plurali identità, venga descritta ed analizzata per quello che è, sia nelle modalità in cui si dispiega concretamente e sia nelle modalità in cui essa viene rappresentata: servono, dunque, interviste, mappe mentali  che coinvolgano gli abitanti così da evitare una forma di etnicizzazione politica della costruzione identitaria (ad essa contribuiscono le vecchie famiglie, i nuovi nati e i nuovi venuti). La memoria storica, prodotto della ricerca storiografica, che utilizza fonti scritte, orali, materiali e materie di ogni genere e forma si deve intersecare con la memoria individuale e collettiva, con la continua interpretazione e reinterpretazione narrativa di coloro che in quei luoghi dimorano. E poi, dall’altra parte, mappe, carte storiche e tematiche, elaborazioni GIS (Geographic Information System), dati statistici, iconografici e visuali: insomma tutti materiali di indagine quantitativa così come vengono definiti in sociologia.

Ecco che allora, e solo in quel momento, potremmo dire che l’unità del paesaggio è data da uno “spazio dell’azione”, da un “contesto” e da uno “sfondo”. E solo allora potremmo dire che ciò che rimandiamo agli altri (immagini, prodotti o storie di vita…) non è soltanto un artefatto posticcio di un collage di luoghi comuni o una foto sbiadita di un mondo irrimediabilmente scomparso.

Chi può scrivere di vino?

Di Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48039645

“Chi può scrivere di vino?” Tutti: uno, nessuno, centomila. Superate le prime difficoltà a disegnare aste e cerchi, una volta raggiunte le lettere tonde, quelle miste con gambe verso il basso e prolungamenti verso l’alto, ogni bambina e bambino può comporre un pensierino sul vino. O sul nonno che si è appena appisolato sul tavolo accanto al suo amato bottiglione. Anche mio figlio Marco, quando era in seconda elementare, ha svolto un compito vin-naturista: come si fa il vino? Il tutto era agghindato da disegni che seguivano il processo di vinificazione semplificato che, con qualche semplice salterello sulle uve, le trasformava, senza nulla aggiungere e ancor di meno togliere, in vino. D’altra parte insegniamo loro la pace, a volersi bene, a non fare differenze tra colori di pelle, occhi e peso corporeo specifico, ai difetti e ai pregi per poi svelare, qualche anno dopo che si tratta di cose belle, buone e giuste, ma che il mondo è un tantino diverso e che, dunque, sarebbe meglio adeguarsi. Anche in età adulta, costretti o meno da doveri disciplinari e compositivi, si può continuare a scrivere liberamente di vino: che si faccia il ferramenta, l’imbianchino, il killer seriale o l’astronauta, nulla lo vieta. Ma non solo: l’esplosione tecnologica, la condivisione argomentativa e la socializzazione maieutica delle esperienze personali permettono, oggidì, di poter pubblicare i propri pensierini sul vino. Come su tutto, del resto. Questo complica un tantino la faccenda: quello che era relegato ai meandri impercettibili delle pagine giallastre di diari sepolti da tonnellate di acari o ai quaderni gelosamente archiviati nei piani alti di ripostigli invasi da scarpe, scatole, conserve e bag-in-box, ora trova moderna e ridondante luce nelle pubblicazioni social, nei blog, nei siti professionali e commerciali e via di questo passo. Così, in una rincorsa inesauribile tra l’Es, il polo pulsionale della personalità, il vacanziero Super-Io, che presiede alla coscienza morale, ed un Io stravaccato tra il conscio e l’inconscio, le protuberanze di un narcisismo mai domo trovano il loro compiuto appagamento nelle pagine dattiloscritte e condivise del mondo web. Ma questa non è la questione, ma si aggiunge alla questione. Quando le domande sono molto semplici, le risposte si fanno parecchio complicate. Torniamo daccapo: “Chi può scrivere di vino?” Il verbo ‘potere’ indica e chiede di esprimersi sia sull’insieme delle possibilità che sull’insieme delle capacità di realizzazione. Ma non basta: il ‘potere’ sostantivato, così come nella sua forma di verbo, rimanda ai concetti di autorità auctorĭtas, alla facoltà legittima di esercitare un pubblico potere e di autorevolezza, o meglio di credito, di onorabilità, di rispettabilità e di stimabilità.

Un ultimo sforzo. Nel caso in cui il potere rimandi a competenze, nella molteplici declinazioni di “essere in grado di…”, il riferimento è duplice: alla conoscenza della materia, anche in chiave esperienziale e alla capacità espositiva e divulgativa della stessa. Anche in questo caso le cose non sono semplici come appaiono: un buon conoscitore di vino non è detto che sia in grado di esporre a dovere la materia, così come un buon espositore non è detto che sia altrettanto efficace. Ad esempio il piano dell’espressione linguistica può essere molto alto, estremamente piacevole, sinuosamente forbito, ma assolutamente insufficiente a coinvolgere un pubblico che non sia limitato a qualche intorpidito lettore. Al contrario, un giovane Instagrammer, dotato di perizoma evocativo, di foto sapienti e di una buona dose di richiami alla foresta sensoriale, sarà in grado di succhiare follower dall’enomondo più di una echidna (formichiere spinoso) da un termitaio. Infine, per quanto riguarda il concetto di potere in relazione ad una sorta di investitura imperitura, dove autorità e autorevolezza si scambiano vicendevolmente di posto, il riferimento non può essere che alla produzione del discorso: essa è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli attraverso tre passaggi: di assoggettamento, di differenziazione e di esclusione. Solo e soltanto alcuni avrebbero la capacità (in questo caso l’autorità), in via oggettivante, di poter parlare di vino.

A questo punto non possiamo più immaginare che esistano domande semplici e che, forse, ogni domanda ne contenga, segretamente, molte altre.

Domani è un altro giorno retrodatabile

Di Hans Wastlhuber User:Cointel – Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1869855

Mail: nuovo dacia duster, vieni a provarlo anche di domenica; a paper published by a member of the Centrum badan Polityki Europejskiej department at Szkola Wyzssza Wymiaru Sprwiedliwosci mentions the name “Pietro Stara”; no replay: messaggio della tua pediatra Dr.ssa…; voli per Madrid Facebook: tipa che ammicca; video maschio alfa che dice cazzate; compra la casa all’asta; Clos du mont-Olivet; foto di persone che non conosco che fanno cose; cremeria, magliette, tartare di fassona; Instagram: vignaioli simpatici che dicono cose; Radda in Chianti; ragazza in costume; spiegazioni dettagliate sul mondo che cambia; sentenze, foto, giovincella che balla e mima una canzone fuori tempo; Notizie: assassinio suicidio. Guerre imperiture, pensione ai 70 anni; Genoa di qua, Sampdoria di là; Instagram: maschio alfa-zeta che balla con il muscolo e il pacco in evidenza; gente che sentenzia sulla vita: sono così saggi che sono quasi sempre d’accordo con loro; blogger che raccolgono l’uva per rendere più bevibile il loro sito; vignaioli che bloggano potendo farne a meno; Facebook: il giorno della sbattezzo: seguono informazioni; sei interessato a conseguire la laurea online in Pedagogia? (ci penso su); frasi importanti; articoli che leggerò; Brunello di Montalcino Il Poggione; Offerte pensate per te (solo per me? Ma che bello!); WhatsApp: aggiornamento di stato; non sapevo che Pina fosse andata in Thailandia! (era a casa. Ha postato una foto di un’amica); frasi che puoi dire al lavoro, ma anche a casa; che bel motto questo qua!!: mi ci farò una maglietta (ho il cassetto pieno di magliette con motti); quando torni a casa prendi il pane, un po’ di frutta, verdura, ricordati il burro, vai tu a prendere …; ci vediamo alle 20. Ci sono gli avanzi di ieri: non preoccuparti cucino io, che sarei io; Instagram: ragazza procace che canta e balla; ultras vestiti a festa che fanno proprio paura: tutti uguali striscioni meravigliosi, cori da lirica; maschio decerebrato che mostra in bell’evidenza muscolatura, pacco e simpatia, battute che si ripetono Notizie: pericolo di escalation nucleare; salari di merda in Italia; Trump e Kamala; Giorgetti e san Giuliano; Meloni; Orlando; hai visto che Toti ha patteggiato? (lascia perdere, non farmi parlare); Basta con le gare a chi fa il vino più naturale; Il patteggiamento è un’ammissione di colpevolezza?

“Vuoi farti una birra lager a bassa fermentazione  che è stata prodotta utilizzando lieviti del ceppo Saccharomyces carlsbergensis, scoperto in Danimarca da parte del produttore di birra Carlsberg o la preferisci del ceppo Saccharomices pastorianus isolato dal tedesco Max Rees nel 1870?”

“Non so. Sono confuso”

Ho un amico che detesta le spiegazioni e i racconti sul vino


La pazienza, come illustrata in The Expression of the Emotions in Man and Animals di Charles Darwin – work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Ho un amico grande intenditore di vino che detesta profondamente ogni spiegazione o narrazione sul vino. Proprio dal profondo. Sia mai che un produttore, un enologo, un sommelier, un contadino o artigiano del vino gli approssimi una benché minima descrizione di un vino: i terreni, la loro esposizione, i cru, i sistemi di allevamento, la vendemmia, la pigiatura, la fermentazione con o senza, l’affinamento, le botti, l’acciaio, l’invecchiamento per carità.

Questo amico non sopporta alcun tipo di descrizione e guai a quel qualcuno se dovesse accennare anche vagamente ad un nonsoché sulla storia della famiglia, sui nonni o sui trisavoli, sulle magnifiche sorti di una denominazione di origine; ci manca solo che possa stargli pure simpatico. La filosofia della produzione lo conduce ad insanabili e sguaiate ilarità.

Lui non va mai agli incontri con il produttore o alle serate organizzate in favore di questo o di quello. Neppure a quelle alla cieca perché poi c’è sempre qualcuno che spiega. Dopo. Questo amico predilige le fiere vinicole e dentro di esse solo i banchetti sovraffollati, meglio ancora se non si vedono le persone che stanno dietro e che servono. Il mio amico grande intenditore solitamente allunga il braccio con il calice in mano attraverso corpi e facce festanti, cercando di non colpire alcuno, nella speranza che qualche serviente al di là del banco butti dentro un po’ di vino.

Una volta ottenuto il liquido si allontana e dedica il tempo, che ritiene opportuno, alla bevuta e poi torna nuovamente alla carica. Nel caso in cui si trovi di fronte ad un malcapitato produttore tiene lo sguardo basso, gli indica col braccio ciò che vuole, si allontana nuovamente per sorseggiare il vino, torna al banchetto e riprende la procedura.

Se, a causa del suo comportamento, il produttore o chi per esso non gli serve più nulla, si allontana di buon grado e passa ad altro. Il mio amico segna su di un quadernetto sgualcito, in ordine numerico, solo i vin che gli son piaciuti. Senza sapere che cosa ha bevuto, senza avere alcuna possibilità di assaggiarli in altre occasioni o di comprarli. “Per quello ci sono le guide con i punteggi” – mi dice.