Il vino allucinatorio. Petizione per l’abolizione di svariate presentazioni guidate all’assaggio dei vini

“My eyes at the moment of the apparitions” di August Natterer, un artista tedesco che ha dipinto diversi quadri seguendo le sue allucinazioni. http://strawberige.blogspot.com/2010/11/art-outside-boundaries.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12756650

Petizione (che invito a non firmare).

Molto presto produrrò un testo completo in ogni sua parte, senza lasciare nulla di intentato, che proponga l’abolizione, seduta stante, di svariate conduzioni guidate all’assaggio dei vini. Lo pubblicherò in alcuni dei siti di petizioni di maggior richiamo presenti in internet, anche se non lo firmerò. E vi inviterò a fare lo stesso, cioè a non firmarlo. Perché sono fondamentalmente contrario a firmare gli appelli di qualunque tipo, anche e soprattutto quelli con cui sono maggiormente d’accordo. Cioè tantissimi. E non ne faccio solo una questioni di utilità, dal momento che se servissero realmente a qualcosa ve ne sarebbero molti di meno, ma fondamentalmente per l’implicito intento ricattatorio sottostante: se non vengono sottoscritti allora vuol dire che si sta necessariamente dall’altra parte, oppure che non interessano abbastanza gli argomenti trattati e tutto ciò non può che essere socialmente deplorevole. Ho sempre ritenuto l’appello una forma semplificata di delega auto-assolutoria, di conta finale e di rendiconto risolutivo. Le battaglie sono lunghe, complicate e devono dotarsi di mezzi adeguati al tema affrontato. Magari anche con la petizione, purché non raccolga, ma domandi e basta.

Il vino allucinatorio.

La psichiatria da una parte e la psicoanalisi dall’altra hanno cercato di chiarire il processo allucinatorio: la prima, più classicheggiante, lo definisce come una percezione senza oggetto. La seconda, intimamente più ingarbugliata, ritiene che l’allucinatorio sia un pensiero, un’immagine, una traccia mnestica, un particole percettivo tale da “occupare lo spazio mentale, rallentare o addirittura impedire il flusso associativo e determinare sul soggetto che lo prova una sorta di ipnosi, di incantamento, di catturamento quasi totale dell’attenzione”. Ciò che caratterizza l’allucinatorio, oltre alla iperchiarezza e alla vivacità sensoriale, è “la perdita della terza dimensione, un allentamento del rapporto figura-sfondo, una perdita del punto di vista particolare. L’immagine viene insomma in larga misura decontestualizzata e rimane come sospesa nella mente, potente e isolata in una sorta di fissità”.

Per ricordare il beneamato Freud, si può sostenere che il principio del piacere influenzi profondamente il principio di realtà al punto che solo “un’insistenza dell’oggetto sul soggetto permette che al principio del piacere – è buono, è cattivo – si aggiunga il principio di realtà – è vero, non è vero”. (Per maggiori dettagli vi invito a consultare https://www.spiweb.it/spipedia/allucinatorio-allucinazioni/)

Ed è questa la ragione fondamentale della mia richiesta finalizzata all’abolizione di una fetta consistente delle degustazioni guidate di vini. Il conduttore, in queste occasioni, sarà intimamente e fortemente preparato nello studio del vino proposto: la composizione organica dei terreni che ospitano le piante destinate alla produzione d’uva, le piante stesse, la climatologia della zona e delle annate trattate, i sistemi colturali, le pendenze, i tempi e i modi della raccolta, la pigia-diraspatura, le tradizioni domestiche e il loro innesto con le tecnologie più avanzate, la solfitazione e gli eventuali rimontaggi, la malolattica sì o no, e se sì quando e perché, l’acciaio, il cemento, le anfore, le botti, la loro provenienza e fabbricazione, le bottiglie, le permanenze, il rapporto tra la tipologia del vino e la storia del territorio, quanti lo assaggiarono nel Rinascimento e quale donazione di imperitura fama abbiano lasciato, la sociologia dei consumi locali ed internazionali, le vendite, l’antropologia delle feste rurali locali per arrivare alle parti percettive vere e proprie declinate nell’ampia gamma di sensorialità espresse alla vista, al naso, alla bocca che riassumano e sintetizzino inesorabilmente tutti gli argomenti trattati in precedenza. Un vino immaginato, fortemente desiderato, profondamente illusorio.

Poi il silenzio cade sulla bottiglia designata, sul vino versato, sull’assaggio agognato e assai rapidamente ci si rende conto che quel vino semplicemente non esiste.

Immedesimarsi

Di Vasilij Ivanovič Surikov – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=159256

Ci sono vini, articoli, libri, quadri, abiti, disegni, fumetti, sostanze, pietanze, fragranze, istanze, ma soprattutto apparenze che si esauriscono nei pochi istanti, minuti, ore in cui si consumano: hanno bisogno di un intervallo limitato, di sorsi veloci, di tempi ristretti, di condivisioni svagate. Le relazioni spartiscono immagini surrogate che richiedono processi continui di sostituzione: il soggetto invariato si adatta, dunque, all’oggetto designato, al vino, all’articolo, al disegno, al quadro, all’abito, al cibo incurante di ciò che propone perché il fulcro non sarà mai il che cosa, ma il chi.

Questa sorta di presenzialismo soffocante e prolungato richiede una simultaneità che renda assenti sia il passato che il futuro e che permetta di dilatare il presente in un eterno presente frantumato in singole istanze non ripetibili, immediatamente scartabili, difficilmente memorabili.

La sovrapponibilità tra soggetto e oggetto, tra relazioni riduce uno all’altro e sposta il piano del significato interamente ad un Super Io stracolmo di bottiglie, bicchieri, etichette, occhiali, vestiti, giornali, profumi…  Si seguono occhi, labbra, cosce, gambe, seni, pettorali, tartarughe, tatuaggi, balletti, pose perché i vini, le bottiglie, le etichette, i profumi, gli occhiali, le pietanze sono occhi, labbra, cosce, gambe, seni, pettorali, tartarughe, tatuaggi, balletti, pose fino all’infinito senza ritorno.   

Dall’altra ciò che permane è ciò che indugia. Negli anfratti degli anni, nelle reminiscenze, nelle durate non misurabili. Ma la differenza trai primi e i secondi non è nei mezzi e non è nelle fallaci dicotomie tra facile e difficile, tra semplice e complesso, tra rilevanza e irrilevanza. La vera differenza tra i primi e i secondi è il tempo che abbraccia e poi fagocita i suoi figli oppure il tempo che rivela che per ogni cosa c’è l’ottimo. 

Parole senza punteggiatura a ritroso dal Green Pass

Questa foto la scattai nell’assolato aprile del 2020, in pieno lockdown, sul tetto del palazzo in cui abitavo dove scambiavo alcuni timidi passaggi con mio figlio Marco. Il titolo che diedi a questa foto fu: “Palla Prigioniera”

Già non mi piacciono le carte di identità i passaporti che obbligano a dire sempre chi sei a qualcun altro per poter passare confini interni o esterni poco importa figuriamoci poi il green pass per entrare in un ristorante in un cinema in un teatro in un museo in una mostra in una fiera in una scuola o chissà dove

Quando girano le prime notizie sul virus in quel gennaio del 2020 io penso che beh se i cinesi che controllano tutti o quasi i bulbi oculari dei loro concittadini bloccano un’area territoriale di una ventina di milioni di abitanti questo Covid deve essere una cosa proprio grossa altrimenti non avrebbero mai fatto una cosa del genere

Lo penso e lo dico ai colleghi agli amici ai parenti guardate che se arriva da queste parti farà un bel macello e loro mi guardano un po’ come si fa con i vecchi coglioni alcolizzati del paese proprio mentre in Italia il dibattito in salsa locale procede sonnolento e rassicurante perché noi abbiamo tutte le difese del caso non preoccupatevi anche perché è solo poco più di un’influenza e poco meno di qualcos’altro

Ma io che diffido e mi fido quando c’è da fidarsi e quando no no e penso sempre ai cinesi che chiudono e non lasciavano uscire ma non lo dico più al lavoro agli amici ai parenti perché essere preso per troppo tempo da coglione non fa piacere proprio a nessuno figuriamoci a me

Me lo tengo come pensiero stretto e un po’ paranoide ma comunque non mi faccio mancare nulla e infatti vado in montagna e poi la settimana successiva porto mio figlio piccolo all’ospedale pediatrico Gaslini per fare un controllo cardiaco ché li deve fare regolarmente e quando scendo giù dal reparto per prenotare il ticket e fare tutte le cose burocratiche che ci sono da fare noto che i dipendenti agli sportelli sono già muniti di mascherina e stanno dietro un plexiglass

Ma come dico io se non è nulla come è possibile che questi che lavorano in un ospedale grande importante riconosciuto in tutto il mondo portino delle mascherine ma allora vuol dire che sanno già qualcosa che non ci è stato detto o ne sanno di più d questo merdosissimo virus è bello che arrivato e farà un bel troiaio

Vado a Torino saluto i miei mio fratello e mia sorella dai che ci vediamo presto ma quando mai lockdown totale come in Cina

Detto fatto chiudono le scuole e poco dopo mi mandano in smartworking che non so cosa vuol dire e allora mi attrezzo per capire quello che non so e fare quello che devo e sento tutte le persone al telefono che poi sono quelle che perdono il lavoro in naspi in cassa integrazione o disoccupati senza appello che prima vedevo di persona e ci guardavamo negli occhi e talvolta quegli occhi piangevano o erano cupi e arrabbiati

Adesso tutto al telefono dove sento ma non vedo e non vedere significa non guardare ma mi adatto e cerco di far adattare pure loro anche se alcuni non riescono a capire e non riescono neppure a fare lo spelling del nome e o del codice fiscale e non solo perché non sanno che cosa è lo spelling ma perché alcuni non sanno leggere o sanno leggere ma una lingua diversa un alfabeto diverso delle pronunce diverse ma io ci provo

Anche mia moglie si adatta e da psicoanalista meno peggio e meno meglio di noi altri ma non sto qui a spiegarvi il perché o il percome altrimenti vi svelerei alcuni segreti del mestiere che non conosco neppure io

Pure i figli si  arrangiano e il più piccolo fa quarta elementare e dopo un breve periodo di entusiasmo anti-scolastico ben presto si rende conto che non ha più contatti con i compagni con gli amici di giardino di basket e le ore passano lente le maestre non sono attrezzate per lo smartworking le ore di lezione si contano settimanalmente sulla punta delle dita  e allora decido con lui che quando ho finto di lavorare andiamo sul tetto piatto del caseggiato a fare due tiri al pallone sperando che la palla non cada giù perché non la recupera più nessuno

Il grande si adatta meglio alla Dad che non gli piace molto ma scopre anche gli anfratti reconditi del poter stare al video e contemporaneamente parlare con altri che stanno davanti ad altri video anche se non della stessa classe ma anche lui perde il campionato di basket e tutto quello che ne segue ma poi per fortuna un caro amico si prodiga per fare lezioni online di ginnastica da casa e almeno non perde un po’ di tonicità anche se io gli dico vatti a fare un giro nell’isolato e lui mi risponde che non è un cane e che per pisciare basta il cesso di casa e poi lui non sono vecchio come me che devo fare il giro del circondario

Capisco ma mi si stringe il cuore quando li vedo rannicchiati sul letto in posizione fetale per diverse ore che poi è una posizione che conservano tutt’ora come fosse naturale starsene lì sdraiati e accovacciati con un telefono in mano, un libro o niente insomma niente

Si può correre anzi no camminare molto vicino a casa ballare sotto la doccia sì purché da soli ci scherzo sopra ma mica tanto

Ospedali zeppi contabilità di morte meno giovane e giovane dannatamente giovane valanghe di intubati prove tecniche di guarigione e non si può fare diversamente o forse sì ma ce lo spiegheranno nel 2200

Poi vado a fare la spesa e cerco le mascherine e l’alcol che porca qui e porco là non si trovano guardo un la televisione ma non i dibattiti che mi fano vomitare piuttosto serie tv e film e non riesco quasi più a leggere telefono o video telefono ad amici e parenti e facciamo cene virtuali dove chiacchieriamo sbirciandoci dal video e domenica sera pizza che bello pizza e birra ma niente balconi per prima cosa perché casa mia non li ha e seconda cosa perché non l’avrei fatto comunque e terza cosa perché anche solo mi fosse mai passata la malaugurata idea sono stonato così come niente bandiere nostra patria è il mondo interno nostra fede la libertà cantavo un tempo e pure ora anche se un po’ di meno

Intanto impreco e spero in una cura ma soprattutto impreco e ho paura e vedo i miei su WhatsApp che mi dico che per fortuna anche se hanno ottanta anni sì e no almeno sono in grado di usare quell’apparecchietto che controlla come tutti gli apparecchietti e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte perché indubbiamente la questione del controllo è molto più ampia della questione del Covid e già in passato ho avuto lunghe discussioni imbevute di alcol e sigarette in cui cercavo di discutere e di capire quanto e come il  genere umano sia disposto a cedere in termini di libertà sulla sicurezza ma l’argomento è spinoso perché bisognerebbe prima di tutto definire che cosa sono le libertà e cosa sono le sicurezze e la questione non è semplice come appare e quelli che mi pare che molti di quelli che sbraitano nelle piazze antivacciniste e antigreenpassiste sono poi anche quelli che per una e per l’altra intendono quello che interessa solo a loro che non è proprio la stessa idea di libertà che ho io

Poi si avvicina l’estate ed ecco che si può uscire dal comune forse per raggiungere un altro comune all’interno della stessa regione purché sia seconda casa oppure appartenete a un familiare vivente ivi residente o sembiante residente e ed ecco allora che andiamo in Val Trebbia per starci tutta l’estate con nuovo collegamento Wi-Fi tutto da remoto ma c’è il bosco, il verde, l’orto che mi viene quasi tutto mangiato dai daini, ma viva i daini e i cinghiali e chissenefotte almeno esco respiro, cammino mi immergo nel fiume e vedo degli esseri umani degli amici e gli do delle belle gomitate dopo essermi igienizzato le mani pensando che per fortuna non sono solo ologrammi e poi spero che l’estate vada così e infatti va abbastanza così e riusciamo persino ad andare sul Monviso per tre giorni e poi si torna al lavoro

Facciamo finta che sia tutto uguale a quando si stava prima e si stava un po’ meglio ma sappiamo che così non è perché così non sarà e comunque andiamo avanti speranzosi

E poi noi azzardiamo perché abbiamo venduto casa chiuso un mutuo aperti altri due comprato una nuova casa da ristrutturare e speriamo che vada tutto bene che non ci siano intoppi perché entro marzo dobbiamo andarcene dalla vecchia e così tutti gli appuntamenti sono con il fiato sospeso nella speranza che nessuno di ammali neppure il notaio e poi tornano a suon battente morti ricoverati Rt che schizzano discussioni che impazzano litigi paure che ci fanno dire ma che cazzo abbiamo fatto in questo momento non potevamo aspettare l’anno prossimo ma poi pensiamo anche che è il miglior momento per occuparci di altro perché tanto non ci occupiamo che di solo questo e i muratori vengono da Ovada senza intoppi l’unica cosa è comprare il  materiale a costo accessibile in pronta consegna e mi  raccomando non ordinate niente che non si sa quanto arriva ci dicono quelli di Leroy Merlin e noi facciamo come ci dicono anche perché dobbiamo andarcene entro marzo e non si può scherzare con i tempi

E poi chiude di nuovo tutto e la dad rannicchiata e il basket che non c’è le spese sofferte al mercato con il fiato trattenuto e poi a lavarsi le mani che non si sa se il Covid si attacca pure alle cose e poi ci rimane per un sacco di tempo quel tempo che permette a mia suocera di prendersi una bella multa per aver telefonato da sola con la mascherina abbassata perché diceva che non riusciva a farsi sentire bene dall’amica ma i poliziotti municipali che passano di là non la pensano allo stesso modo e noi a dirle ma tienilo dento il naso e tutto mentre le strade si chiudevano di rosso o quando andava benissimo di arancione e allora camminiamo per la città a piedi in alto e in basso ma quanto è bella Genova senza niente e nessuno anche si ci piacerebbe e non poco fare un salto fuori ma non si può se non per lavoro o per parenti malatissimi e per fortuna i miei non sono malatissimi anzi stanno pure bene e allora magari ci si vede per le vacanze di Natale magari venite giù da Torino un po’ prima della chiusura fra regioni vi affittiamo un piccolo alloggio così ci si vede che è da settembre che non ci incontriamo ma niente da fare salta tutto ognuno a casa sua ci salutiamo a distanza con le nostre facce stropicciate dietro quei microscopici schermi

A Rovegno (Val Trebbia) durante una puntata natalizia foto che feci durante le vacanze di Natale del 2020

Dovremo aspettare fino ad aprile subito dopo il trasloco per poterci incontrare perché alla fine dei conti sono passati solo sette mesi giorno più o giorno meno e allora durante le vacanze natalizie andiamo a trovare la mamma di mia moglie che è nonostante tutto è anche mia suocera che è residente in val Trebbia dove i daini dormono i cinghiali pure è pieno di neve che riduciamo in palle che ci tiriamo addosso senza averle disinfettate anche perché un po’ di ghiaccio basta e avanza e respiriamo aria fresca freddo passeggiate nei boschi finalmente un po’ di libertà dal giogo cittadino che ci riprende appena torniamo anche se per fortuna l’allenamento di basket riprende al chiuso per il grande e all’aperto per il piccolo e io lo accompagno su in cima a Genova verso l’ostello e mi seggo su di una panca aperta e fresca come le vedute della città e attendo che finisca per poi tornare a casa  e non è mai stato così bello aspettare fuori senza fare niente pensando che forse tutto il buono e il giusto sia soltanto quello e null’altro

E intanto si aprono fessure e si parla di vaccini e di altre medicine pronte a breve e mi dico che fortunatamente c’è uno spiraglio e che questo ineguale ingiusto iniquo sistema capitalistico  in tempi super rapidi sta cercando di tirare fuori se stesso e quindi una parte della sua popolazione fuori dalla difficoltà di produrre secondo i canoni consentiti e raccomandati perché l’altra quella ai margini non viene proprio calcolata se non per le stesse ragioni ma al ribasso o al ribassissimo e allora mi dico e mi ridico quanto debba essere  importante togliere il profitto da ciò che è necessario  e penso che poi quasi tutto sia necessario pure la focaccia e il pesto che è quello che ho sempre chiamato socialismo libertario e non è come ci ricordava Errico Malatesta fare finta che esiste una medicina anarchica o antisistema ma tutt’al più solo medici che possono essere al massimo anarchici e sarebbe come dire che quelli che hanno operato a una settimana di vita mio figlio a cuore aperto sono gli stessi che con i vaccini vorrebbero farlo fuori o inoculargli chissà che cosa

E mi fanno ridere i nuovi dottori in nulla che si prodigano a spiegare come dietro i vaccini ci sia del profitto come se dietro l’aspirina no o che fanno intendere un’opera auto-stragistica delle élite mondiali che tutto di un tratto di vaccinerebbero per farsi fuori e allora le grandi resistenze al vuoto a perdere senza mai avere una sola e dico sola alternativa plausibile se non altri lockdown generalizzati per poi evocare delle cure casalinghe e caserecce o spettri del passato che se tornassero veramente li impiccherebbero al primo lampione disponibile

Ma allora tu ti fidi mi chiedono ma che domanda mi fate rispondo io è chiaro che se mi affido significa che un po’ o molto mi fido ma non è la stessa cosa chiedo nuovamente io che faccio o facciamo su tutto ciò che circonda e mi lascio andare un breve pausa che tira su il fiato

Quando ho un problema elettrico idraulico informatico meccanico a meno che non me ne intenda di elettricità idraulica o meccanica mi affido a più persone che ne sanno e conseguentemente mi fido di loro fino a prova contraria ed ecco che ho detto praticamente tutto quello che mi serve dire e cioè che la conoscenza che prevede una buona fetta di scienza di esperienza di competenza si costruisce nel tempo con lo studio l’apprendimento la fatica il rischio l’errore e scusatemi tanto anzi scusatemi proprio per nulla è cosa assai e ben differente dall’opinione nulla di colui colei coloro che ignorano la materia e non l’hanno sperimentata e non si sono formati su di essa ma si sentono comunque in dovere di esprimere un parere non richiesto su ciò che ignorano perché di ignoranti belli e buoni si tratta facendo finta che la competenza e la non competenza pari siano che la conoscenza e la non conoscenza pari siano  che lo studio e il non studio pari siano che l’esperienza con prove errori e ripensamenti e rifacimenti e la non esperienza suffragata dal fancazzismo parolaio pari siano mitigando il dibattito in una sorta di apparentamento democratico tra il eccetera e il non eccetera come a svelare un improbabile fraintendimento di parità tra cose che invece mantengono una gerarchia ben diversa perché come dicevo ad un amico per me per noi che abbiamo una formazione storica e umanistica dovrebbe essere ben chiaro che le fonti non sono eguali né per tipologia né per provenienza né per peso né per formazione né per prova e che questo dovrebbe valere in tutto il resto

Allora non sei critico e le multinazionali e le ricerche vincolate al profitto e via di questo passo ma certo che sono critico o criticissimo ma cerco di distinguere tra i piani e non penso e non ho mai pensato che coloro che dicono pensano fanno baciano lettera e testamento diversi dai miei desiderata siano eticamente riprovevoli o facciano solo il male dell’altrui individuo o ingannino e basta e se devo dirvela tutta questo modo di pensare non è nemmeno così tanto infantile ma è solo leggermente minorato e decisamente riduttivo e anche un po’ idiota che ne dite voi che immagino facciate le stesse identiche cose anche se un po’ diverse e che quindi anche voi vi affidiate in caso di necessità a quelli che ne sanno di più

E tutto questo ribadisco non perché non ci sia necessità di discutere delle forme di dominio e di come queste si realizzano a partire dallo sfruttamento per arrivare alla devastazione ambientale di cui questo maledettismo virus non è in un caso o nell’altro che non sapremo mai un mero epifenomeno ma causa e condizione ma perché non se può discutere con mezzi e opinioni da ripentente in terza elementare anche perché quelli che governano sono tozzi e duri senza grandi pietà sociali e quando si rendono conto di avere di fronte il niente che arretra si divertono semplicemente a schiacciarlo

E allora si vaccina prima mia moglie e poi io che mi incazzo che arrivo dopo e me lo spostano in avanti mentre volevo farlo prima e infine mio figlio di diciassette anni e intanto facciamo il trasloco e si respira un po’ di più e poi l’estate che avanza e che ora volge al termine

Certamente avrei preferito non farlo il vaccino e preferirei avere ancora i miei capelli un fisico asciutto su cui ci lavorerò in futuro non portare gli occhiali ed essere più alto di almeno 10 centimetri per riuscire a guardare negli occhi mio figlio più grande e il più piccolo quando crescerà ma detto questo non ricordo di essere stato a Whuan in questa vita né in quelle precedenti di non aver causato la pandemia ma di averla subita e pesantemente come moltissimi di voi anche se so che molti di più e qualcuno di meno e che come dicevano gli antichi ho fatto di necessità virtù o se non proprio virtù mi sono affidato alla competenza di quanti questa virtù l’hanno coltivata con sapienza ben prima di me e certo con tutte le critiche possibili al sistema eccetera ma di questo ve ne ho già parlato ma vorrei aggiungere un’ultima cosa e cioè che parlare tanto di questo greenpass in realtà celi ben altro e non potendo e non volendo prendere il toro per le corna lo si  accarezzi dolcemente sulle chiappe per non irretirlo troppo e quelle corna si chiamano Covid- 19

Dunque forse quasi sicuramente non è il Green Pass la questione e forse lo è solo in modo mal posto e nulla ha a che fare con legittimità costituzionali ma molto di più con scelte e appelli improbabili

Le etichette del vino sono sostanzialmente due

Etichetta di disco a 78 giri 1911
Di Sconosciuto – archivio personale,
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57358842

Le tipologie delle etichette del vino sono sostanzialmente due. Con le dovute eccezioni che confermano la regola la quale, per ovvie ragioni, è incerta anche se non del tutto improbabile.

Insigni legislatori si sono dovuti occupare, ben prima del sottoscritto, di cosa dovesse essere scritto su di un’etichetta del vino, del perché, del quanto grande, del dove e del come. Ma il loro sforzo più grande, che ha creato parapiglia a non finire, dibattiti estenuanti e qualche contuso in modo non grave, è stato quello di specificare il che cosa non andasse annotato. Noi sappiamo, perché così ci hanno riferito, che si può peccare in pensieri, in parole, in opere e in omissioni. E le omissioni pesano come macigni, soprattutto se sottendono o pare che sottendano. E molti sopportano di essere tesi, ma pochissimi di essere sottesi, soprattutto se a loro pare. Figuriamoci, poi, se si parla di vino. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Insigni disegnatori, grafici, amanuensi, scriba, copisti e da ultimo bambini e bambine si sono occupati di dare una raffigurazione all’etichetta. Talvolta anche un titolo di pura e giocosa invenzione. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Quello che mi pare evidente, come vi dissi all’inizio, è che ci sono due tipologie di etichette: un’etichetta che si apre al vino, che lo anticipa, per poi fornire alcune chiavi di lettura in modo gerarchico e mai casuale.

Dall’altra parte c’è un vino che prelude alla sua etichetta e ne fa quasi da supporto.

Nel primo caso l’etichetta è un po’ prima e quarta di copertina: quando si tratta di vini illustri la compostezza esibita rimanda ad una certa notorietà, ai legami solidi e imperituri di lignaggio, di casata, di continuità storica con o senza avvicendamenti di proprietà, di ancoraggio fisico ad un luogo nella dimensione spazio/temporale che precorre la sua nomea. Che l’etichetta sia illustrata o meno; che contenga stemmi araldici o meno. Il vino che verrà assaggiato avrà, dunque, già le chiavi austere, corpose, sufficientemente legnose e meravigliosamente lunghe, al pari dei secoli che lo confortano, di una lettura che sia consona ad un classico. In alcuni casi ad un grande classico. Per i vini di altro rango un’etichetta del primo tipo, sfrondata dagli eccessi gentilizi, rimarcherà radicati paesaggi contadini, colline che adombrano cascine della memoria, uccelli e fiori, istantanee di felicità perdute. Il vino bevuto sarà, dunque, meravigliosamente sincero, superbamente essenziale e vibrante come un colpo bene assestato al gioco della pallapugno (per chi volesse saperne qualcosa di più rimando qui: https://www.losferisterio.it/) in una festa paesana.

Le etichette del secondo tipo hanno bisogno di essere bevute. Il vino assaggiato può permettere di intuire qualcosa sulla natura del frontespizio: l’etichetta è indiziaria e rivela propositi, timidezze, allegorie e talvolta fragilità del produttore. Soltanto dopo averlo bevuto, chiacchierato e domandato sarà consentita una interpellanza, non irrituale, sull’etichetta, sul nome impresso, sui disegni e sui colori. E sarà soltanto in quel momento che si potrà pensare, a torto o a ragione: “Già, è proprio lui!”

A questo punto mi si dirà che ci sono etichette che non stanno né nella prima né nella seconda categoria: non credo. Pesateci bene: propendono o per l’una o per l’altra allo stesso modo con cui noi propendiamo.

In ogni caso e comunque, senza etichetta i vini li leggeremmo diversamente. E anche tutto il resto.

Giorgio Agamben e il mancato senso delle proporzioni

Balconies at Alfama neighborhood. Lisbon, Portugal
Di LBM1948 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76589546

Il noto filosofo Giorgio Agamben è uscito alla ribalta delle cronache mondane per l’appello firmato insieme a Cacciari a proposito del Green Pass. In realtà, per coloro che seguono gli anfratti del dibattito filosofico, Giorgio Agamben si era già espresso innumerevoli volte a partire dallo scoppio della pandemia. Le sue posizioni sono reperibili essenzialmente qui: https://www.quodlibet.it/una-voce-giorgio-agamben

Numerosi sono, poi, gli articoli, gli opuscoli e persino alcuni libri che si sono prodigati nel confutare le posizioni espresse da Agamben: dal punto di vista filosofico, scientifico, politico e quant’altro.

Ciò che mi preme fare, in questo breve articolo, è analizzare il carattere discorsivo e i riferimenti storici utilizzati dal filosofo in un editoriale comparso sul quotidiano “La Stampa” del 4 agosto 2021, che così si intitolava: “Scienza e politica, attenti a quelle due. La storia ci mette in guardia dal mescolarle. Etica e ricerca non sempre vanno d’accordo”.

Giorgio Agamben esordisce affermando che i decreti, e non solo quelli sul Green Pass, utilizzati per governare la pandemia trovano una propria legittimità nelle ragioni scientifiche su cui si reggono. Il passaggio successivo del nostro è quello di richiamare l’attenzione sul nesso (incauto) tra politica e scienza senza che avvenga una previa valutazione delle conseguenze (se accettabili o meno).

Quindi Agamben procede con degli esempi storici che servirebbero a farci valutare la rischiosità di prendere decisioni politiche (le loro conseguenze) su basi scientifiche e sulla relazione divergente, eventualmente, tra etica e scienza:

  1. Quando Mussolini introdusse le leggi razziali si preoccupò di dare ad esse una legittimazione e un fondamento scientifico. In ragione di ciò, un mese antecedente la pubblicazione del famigerato decreto legge del 5 settembre 1938, apparve sul Giornale d’Italia una dichiarazione firmata da dieci illustri accademici e scienziati in cui si affermava che gli ebrei non appartengono alla “pura razza italiana”.
  2. “E non sarà fuori luogo ricordare che la prima volta che uno Stato si assunse programmaticamente la cura della salute dei cittadini è nel luglio del 1933, quando Hitler (…) fece promulgare un decreto per proteggere il popolo tedesco dalle malattie ereditarie, che portò alla creazione di speciali commissioni mediche che decisero la sterilizzazione di circa 400.000 persone”;
  3. “Meno noto è che, ben prima del nazismo, una politica eugenetica, potentemente finanziata dal Carnegie Insitute e dalla Rockfeller Foundation, era stata programmata negli Stati Uniti, in particolare in California, e che Hitler si era esplicitamente richiamato a quel modello”.

Poi la virata: “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi, ma di far riflettere gli scienziati, che sembrano poco sensibili alla storia delle loro stesse discipline, sulle possibili implicazioni di un nesso criticamente assunto fra scienza e politica”.

Segni.

Dal punto di vista della costruzione del testo Giorgio Agamben procede in due fasi successive tra loro complementari: nella prima tiene il lettore per mano e lo accompagna attraverso gli esempi storici appena evidenziati. Nella seconda, grazie allo stacco creato dalla congiunzione avversativa “ma” assicura, a coloro che non avessero capito a sufficienza, che i suddetti esempi sono comunque utili non tanto per paragonare fenomeni storici diversi, ma per far riflettere. Il “ma” mette in relazione due costrutti del pensiero: Il primo riguarda “la non possibilità di paragonare fenomeni storici diversi”, mentre il secondo agisce sul primo riaffermano ciò che si vuole apparentemente negare: “proprio quei fenomeni storici così lontani e così imparagonabili al presente servono comunque a far riflettere”. La riflessione diviene conseguenza sia dell’ignoranza della scienza sulla propria storia, postulato presunto e mai dimostrato dal filosofo, sia dall’ignoranza del terzo implicito, il vero convitato di pietra, a cui quel “ma” inevitabilmente rimanda: i lettori dell’articolo. Essi, dunque, proprio perché ignorano la storia al pari della scienza, non potranno che utilizzare gli esempi storici, a questo punto comparabili, che l’autore dello scritto ha fornito. Così la legislazione emergenziale Covid ritorna prepotentemente laddove Giorgio Agamben non ha mai voluto espellerla: dalla storia delle discriminazioni razziali e dalla dittatura.

L’analogo.

Il raffronto storico e la ricerca dell’analogia tra eventi più o meno lontani è un discorso assai noto ad Agamben. Tanto che fu suo il saggio introduttivo al capolavoro di Enzo Melandri, “La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia[1]”.

Sappiamo per certo che almeno da Tucidide[2] in avanti il metodo storico si avvale della comparazione con esempi ammirevoli di ricostruzione indiziaria di tipo analogico: come ha avuto modo di specificare Luciano Canfora[3], l’analogia funziona come metafora esplicativa attraverso l’uso di elementi differenziali. Enzo Melandri anticipa la questione, a suo dire insoluta, affermando che non è possibile distinguere fra uso esplicativo e uso esornativo dell’analogia: solo nella manualistica storica esiste una suddivisione tra il ‘capire’ e lo ‘spiegare’ dove ‘capire’ “significa saper descrivere una situazione a noi ignota per mezzo di riferimenti a cose note[4]”.

Parrebbe, almeno ad una prima impressione, che Agamben sia nel giusto ad utilizzare uno o più parallelismi storici per aiutarci a decifrare il presente e l’uso autoritario del Green Pass.

Vi è, al conrario, qualcosa che stride apertamente in questo tentativo di parallelismo storico: nello sforzo di costruire leggi “storiche” valevoli per processi monumentali e di lungo periodo Giorgio Agamben cade nella piena tautologia: affermando che in altre epoche, a condizioni dissimili, si sono verificate condizioni di tipo autoritario o dittatoriali in ambito sanitario (sineddoche), questo non serve ad altro se non a definire delle categorie ideal-tipiche valevoli in ogni epoca e ad ogni grado di latitudine che non spiegano il metodo di comparazione prescelto, né la sua validità euristica: “Ora è un fatto che una storia monumentale risulta sempre tendenziosa: non solo perché finisce con l’istituire   una comprensione del  fatto  storico  in base alle sue ripetizioni o, meglio, omologie con altri eventi, passati o futuri; ma soprattutto perché porta a considerare  come un dato di  fatto ciò che invece effetto del metodo di comparazione prescelto, e a trovare in quello la conferma della propria ideologia[5]”.

Perché altrimenti ritrattare con “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi…”?

E a quale costrutto ideologico faccio riferimento? A questo: “L’invenzione di un’epidemia” di Giorgio Agamben, 26 febbraio 2020 in https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia

Se, dunque, analogia (ἀναλογία) significa, nella sua accezione originaria, proporzione o uguaglianza di rapporti (λόγος), allora essa esprime un tipo di somiglianza fra situazioni che si fonda su un’uguaglianza di relazioni e non sulla semplice condivisione di attributi da parte di due oggetti, di due condizioni, di due periodi storici.

Sembrava, nemmeno a volerlo sperare, che i fatti si adeguassero alla teoria. Ma così non era e così non è.


[1] Cfr. Giorgio Agamben, Archeologia di un’archeologia, Saggio introduttivo a Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. XI – XXXV; la prima edizione è de “Il Mulino”, Bologna 1968.

[2] Tucidide in 1.5.3-6, 2 descrive l’origine della società e degli aspetti culturali degli abitanti delle regioni greche più povere, dal nomadismo alla fase del sedentarismo. Un periodo caratterizzato da processi di accumulazione e di stratificazione sociale.

ἐλῄζοντο δὲ καὶ κατ᾽ ἤπειρον ἀλλήλους. καὶ μέχρι τοῦδε πολλὰ τῆς Ἑλλάδος τῷ παλαιῷ τρόπῳ νέμεται περί τε Λοκροὺς τοὺς Ὀζόλας καὶ Αἰτωλοὺς καὶ Ἀκαρνᾶνας καὶ τὴν ταύτῃ ἤπειρον. τό τε σιδηροφορεῖσθαι τούτοις τοῖς ἠπειρώταις ἀπὸ τῆς παλαιᾶς λῃστείας ἐμμεμένηκεν. πᾶσα γὰρ ἡ Ἑλλὰς ἐσιδηροφόρει διὰ τὰς ἀφάρκτους τε οἰκήσεις καὶ οὐκἀσφαλεῖς παρ᾽ ἀλλήλους ἐφόδους, καὶ ξυνήθη τὴν δίαιταν μεθ᾽ ὅπλωνἐποιήσαντο ὥσπερ οἱ βάρβαροι. σημεῖον δ᾽ ἐστὶ ταῦτα τῆς Ἑλλάδος ἔτι οὕτω νεμόμενα τῶν ποτὲ καὶ ἐς πάντας ὁμοίων διαιτημάτων.

L’analogia consiste nel parallelo tra le condizioni delle regioni più arretrate e povere della Grecia e come la Grecia stessa sarebbe potuta apparire in un lontano passato remoto. Si tratta di un tipico esempio di ricostruzione congetturale del passato: le condizioni socio-culturali delle regioni greche sottosviluppate sono lo specchio dell’intero periodo arcaico. La metodologia adoperata da Tucidide nell’Archeologia ha garantito una tradizione nel genere storico. Fenomeni distanti nel tempo e nello spazio possono essere analizzati in modi diversi. Tucidide esamina un passato ormai scomparso, invisibile, attraverso i segni e la tecnica analogica. Compara gli eventi della storia greca arcaica con quelli a lui contemporanei in Nicoletta Bruno, Dalla preistoria alla storia. L’analogia in Tucidide e Lucrezio in eClassica III 2017 https://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/447/DALLA_PREISTORIA_ALLA_STORIA._LANALOGIA.pdf

[3] Cfr. Luciano Canfora, Analogia e storia. L’uso politico deli paradigmi storici, Milano, Il Saggiatore 1982

[4] Enzo Melandri, cit. pag. 39

[5] Enzo Melandri, cit. pag. 38

Gli scogli di San Benedetto del Tronto

La spiaggia libera a fianco dello chalet “Il Pirata”. Gli scogli e l’alba all’orizzonte.
La foto è di mia zia Daniela che si sveglia presto, molto presto.

Da ragazzo, avrò avuto dodici anni sì e no, mi capitava abitualmente di scendere in spiaggia a tarda ora. Rare le volte in cui accadeva il contrario. Alle sette e mezza, otto del mattino.

In quelle occasioni andavo a cercare un amico che si sistemava sulla battigia fronte mare, dalle prime luci dell’alba, nella spiaggia libera a fianco dello Chalet “Il Pirata”. Rimanga tra noi, ma non ho capito mai il motivo per cui gli stabilimenti balneari a San Benedetto del Tronto si chiamassero “chalet” come in Val d’Aosta località in cui, da quanto mi risultava allora come oggi, non è arrivato il mare. Meglio sarebbe dire che a San Benedetto del Tronto non si può sciare. Al momento s’intende.

Il mio amico, più grande di qualche anno, solitamente sedeva su di una stuoia rabberciata con le ginocchia raccolte al petto e il suo sguardo volgeva all’orizzonte marino interrotto solamente da quelle siepi poetiche impersonate dagli scogli che viaggiano in parallelo al lungomare. Messi per non far erodere la spiaggia sono serviti, al contrario, a consumare il mare e a riconsegnarlo a più miti raccomandazioni.

Zio Pierì, arzillo ottuagenario, dalla battuta facile e dall’aplomb anglosassone (forse il più anglosassone dei piceni mai apparsi sulla terra), mi rammentava, ogni volta che ci incontravamo, che quei benedetti scogli avrebbero dovuto metterli in diagonale per favorire la circolazione dell’acqua e impedire la sua relativa stagnazione. In quelle occasioni mi sentivo un ingegnere idraulico di tutto rispetto e in grado di stupire i miei pari con delle considerazioni tecniche di cui se ne fottevano assai: “Vatte a reponne! Penza a le ragazze e no roppe li cojoni!”- mi rimbrottavano simpaticamente in dialetto.

Anche il mio amico dallo sguardo perso e sorridente non voleva che lo disturbassi più di tanto con chiacchiericci e considerazioni inappropriate al sole appena levato. Senza volgere lo sguardo dagli scogli che inframezzavano l’infinito, mi salutava brevemente e poi calava in un tiepido silenzio. E io con lui.

Sono passate molte lune da quelle discese mattutine. Ci ripenso soprattutto d’estate e mi piacerebbe sedermi ancora accanto a lui e chiedergli: “Ciao, come è andata la vita?” Ma non mi aspetterei alcuna risposta.

Il vino postumo

Allegoria dell’immortalità, dipinto di Giulio Romano, 1540 ca
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3659348

Il vino postumo mostra molte più variabili sensoriali di quando era in vita e affronta con inusitata spregiudicatezza i bevitori che non aveva mai osato avvicinare.

Anche nel corpo appare mutato. Se prima era calibrato tanto nelle componenti tanniche quanto negli zuccheri, così come nell’alcol e negli acidi, ora svela una impressionante avventatezza nell’esibizione della voltatile e una censurabile rassegna di residui secchi che mal si addicono ai lenti ritmi dell’aldilà.

Pare, dunque, che l’immortalità di un vino aggravi, secondo una particolare legge dell’involuzione perenne, quei lievi difetti mostrati un gioventù.

Il vino giovane si affaccia lieve, riservato e introverso al flebile palato dei suoi sciupati avventori; in piena maturità straborda arroganti piacevolezze; da morto non si trattiene più: scatena irriverenti memorie, fino a quando non compaiono appunti di assaggiatori previdenti che svelano le menzogne di una vita.

Pochi sono i vini che sanno invecchiare e ancora meno quelli che sanno essere morti.

Il vino senza alcol nella storia della filosofia

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto. Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Vi parrà cosa curiosa, ma sin dai tempi più antichi la filosofia si cimenta con la questione del vino e del suo opposto, o della sua negazione, ovvero del vino senza alcol.

Parmenide è il primo a sostenere che «il vino senza alcol non è, e quindi non è nulla». A sostegno di quest’idea radicale secondo cui il vino senza alcol è tanto impensabile quanto inesprimibile, Antistene, che fonda il gruppetto ultras dei cinici per dare in testa a Platone e alla sua cricca, arriva ad affermare che «ogni vino è veritiero». In ciò risiede una delle ragioni per cui lo invitano mal volentieri ai simposi e, soprattutto, alle degustazioni alla cieca.

Platone, dal suo canto, avendo bevuto i vinacci annacquati che passa la mensa dell’Accademia, è più propenso ad una coesistenza tra vino e non-vino a patto, però, che non si parli di maturazione o di invecchiamento: «quando diciamo il ‘non vino’ non diciamo qualcosa di contrario al vino, ma soltanto qualcosa di diverso», che proprio per questo possiede «in modo stabile» la natura del vino: il non-vino, insomma, è il vino di qualcuno a dieta.

Aristotele, che beve un tantino meglio del maestro, non intendendo il vino in modo univoco, bensì come qualcosa che si rinnovare in una pluralità di determinazioni, parla di privazione e potenza a proposito del vino senza alcol in relazione sia alla forma che all’atto: solo l’ubriachezza e il ritiro della patente per carri costituiscono dei parametri certi volti a determinare categorie interpretative inoppugnabili.

In Plotino si compie l’identificazione del vino senza alcol con la materia, intesa come assoluta privazione delle forme: il Vino è indefinibile di per sé, in quanto se definito verrebbe delimitato. Ci si può avvicinare al Vino dicendo piuttosto ciò che il Vino non è, eliminando cioè tutti quegli attributi che altrimenti lo renderebbero un non-Vino.

Il cristianesimo utilizza il concetto di vino senza alcol per definire il lavoro del vignaiolo come creatore dal nulla, giacché l’uva non contiene alcol. Il vignaiolo creatore è colui che dà origine, dall’uva senza alcol, ai vini che sono necessariamente imperfetti e contingenti proprio perché provengono dall’uva. Al vignaiolo creatore talvolta gli va male e allora produce solo il succo d’uva che regala ai suoi nipotini.

Tra le trattazioni più interessanti nel pensiero medievale cristiano dobbiamo annoverare quella di Fredegiso di Tours (IX sec.) che, nella Epistola de nihilo et de tenebris, mette in rilievo la difficoltà di negare in modo assoluto il vino senza alcol nel momento stesso in cui se ne parla. L’unico consiglio che dà è: “Beviamoci sopra”, invitando a bere vino da fermentazione alcolica sopra quello non alcolico in modo tale da evitare non solo di parlarne, ma anche di vederlo.

Nel pensiero moderno non possiamo che riferirci a Kant e alla sua Critica della Ragion Pura (1781). Egli individua quattro significati del vino senza alcol:

  1. il vino senza alcol come concetto vuoto senza oggetto;
  2. il vino senza alcol come oggetto vuoto di un concetto vago;
  3. il vino senza alcol come intuizione vuota senza concetto;
  4. il vino senza alcol come oggetto vuoto senza concetto.

I discenti gli chiedono di spiegarsi meglio, ma Kant risponde in maniera perentoria: “Si è fatto tardi! Vado a farmi un goccetto!”

Per Hegel, diversamente, il vino con alcol e il vino senza alcol convivono realmente nel divenire che è un continuo passaggio dei due opposti: bisogna solo stare attenti a non farsi fregare da un passaggio all’altro.

Sempre nell’Ottocento, Schopenhauer e Stirner, che non sono dei gran ridanciani, puntano tutto sul dato esistenziale del vino senza alcol che, semmai, indica la sostanziale inconsistenza di ogni realtà. Per le tesse ragioni suggeriscono di bersi una gazzosa con limone, che fa nichilistico uguale, ma che costa meno.

Benedetto Croce, rifacendosi alla speculazione agostiniana, pone la tematica del vino senza alcol nell’ambito della morale, negando ogni validità teorica a questo genere di speculazione: «non ne parliamo più!» – urla a seguito di una verticale di barbera (1901- 1911).

Sartre ci scrive su addirittura un libro: “L’essere e il vino senza alcol” dove il vino senza alcol vene definito come l’«essere-per-sé»: esso coincide con la nostra coscienza più profonda che agisce liberamente e beve un po’ ciò che le pare.

Infine per Bergson l’esistenza sembra «una vittoria sul vino senza alcol. Se mi chiedo perché esistano i corpi o le menti piuttosto del vino senza alcol, non trovo risposta».

E neppure io.

Pensieri sparsi sulla psicoanalisi, sul vino e su Raffaella Carrà

Carrà al telefono in Pronto, Raffaella? (1983).
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1471224

L’uscita dallo studio di psicoanalisi

Non vi è dubbio alcuno che la psicoanalisi vada a ravanare sul fondo. Allora pensavo a questo: c’è una forte distonia tra l’ingresso nel profondo della seduta, in cui l’indicibile tenta di venire a galla, e l’uscita dallo studio (vale anche per l’ingresso) regolato da fredda formalizzazione. Allora ho ripensato a questo: lo studio non è quel luogo dove viene elargita una prestazione professionale la cui titolarità compete allo psicoterapeuta. Lo studio è una scatola cranica vuota in cui si accomodano il paziente e lo psicoterapeuta. E dove si parla. Una volta usciti dalla scatola cranica il secondo dice al primo: “Ci vediamo lunedì alla stessa ora. Si ricordi che mi deve saldare il mese precedente. Buonasera”. E il primo risponde: “Va bene. Buonasera!” E pensa: “Ma non eravamo amici?”

Vino e psicoterapia

Mi sono sempre chiesto se il vino o l’alcol in generale possano dare un valido supporto alla psicoterapia. E sono giunto a questa conclusione: sì, ma non perché nel vino riposi qualche verità come credevano quei burloni degli antichi. Non è l’aspetto ciarliero del vino ad emergere, ma il suo supporto al transfert e al contro-transfert. In ogni caso è comunque il paziente a pagare l’analista e non viceversa. Sul vino ci si può mettere d’accordo.

Psicoanalisi e abbigliamento

Il vestito fa il paziente? Andare in terapia con i calzoni corti e poi stravaccarsi sul lettino può essere un indice di rilassatezza del super-Io?

Raffaella Carrà

Nonna Lina mi raccontava che da piccolissimo andavo letteralmente in sollucchero per la canzone di Raffaella Carrà “Chissà se va” (1971), che reinterpretavo fanciullescamente in “sassivacchi!” Ogni volta che nonna Lina me lo raccontava rideva di piacere. Per un periodo delle nostre vite io e mia nonna Lina avemmo gli stessi gusti musicali. Poi, in fase pre-adolescenziale, svoltai per Heather Parisi. Nonostante ciò, nonna Lina continuò a volermi bene.

Le epoche del vino, l’età dei Tappi a vite e la fine dell’innocenza

Di Catalogo collezioni (in it). Museoscienza.org. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48923972

E se provassimo ad identificare le epoche del vino, soprattutto quelle recenti e per periodizzazioni di gran lunga più brevi, alla pari delle epoche storiche? Che ne so, gli anni ‘60 come l’età delle Denominazioni di origine; gli anni 90 come l’età delle Concentrazioni detta anche età della Rinascenza, che segue quella del decennio più buio nella storia viticola recente chiamata anche l’età del Metanolo (anni ‘80)… Con qualche sforzo interpretativo e fissando alcuni parametri, diversi indicatori, svariati punti a quo, ad quem e post hoc, ergo propter hoc, saremmo chiamati a compiere un’immane fatica metodologica impari soltanto a quella su cui si sono prodigati gli storici in secoli di dibattimenti parzialmente formalizzati e in realtà mai conclusi. Già, perché noi la facciamo facile: abituati come siamo sin dalla più tenera età ad imparare sui libri di storia che vi fu dapprima una Preistoria, quella non scritta; poi una storia Antica, che in alcuni posti fu più antica delle altre; a seguire una storia Medievale, che tale era perché in mezzo ad altre due, che per alcuni era buia e per altri molto meno; in avanti un Rinascimento, che fu tale proprio perché a ridosso di alcuni secoli oscuri (o presunti tali); quindi una storia Moderna, che in quanto tale si avvicina a noi molto più di quanto non immaginiamo e, infine, una storia Contemporanea, che è talmente recente da creare qualche dubbio quando si riferisce a duecento anni e passa da oggi(1). Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, scrisse che il tempo della storia, che poi è quello degli storici, è “per natura un continuum. Ma anche continuo cambiamento. Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della ricerca storica”. 

Nel 417/418 lo spagnolo Paolo Orosio venne incaricato da Agostino d’Ippona, non ancora santo, di scrivere una storia universale, Le storie contro i pagani, nota anche come Ormista (o Hormesta): come punto di riferimento temporale di questa storia umana dalla creazione del mondo al 417 d.C. non venne preso l’anno di nascita di Cristo, ma la fondazione di Roma (ab Urbe condĭta ), dove troviamo un po’ di tutto: la distruzione di Sodoma e di Gomorra, la fuga degli ebrei dall’Egitto e la nascita di Gesù fissata nel 752 dopo la fondazione stessa. Questo ci potrebbe far pensare che i romani usassero lo stesso criterio di datazione: invece così non era. Dapprima essi usarono i documenti ufficiali e i nomi dei consoli in carico e successivamente i nomi degli imperatori facendo rilevare che un accadimento A era avvenuto lo stesso anno di quello di B e alcuni anni dopo quello C: la datazione era insomma relativa e tale rimanne anche quando divenne un po’ più assoluta. Fu Marco Terenzio Varrone che propose due date tra loro speculari: la prima Olimpiade, che per noi viene datata il 776 a.C. e la fondazione di Roma, che avvenne il terzo anno dopo la sesta Olimpiade, ovvero nel 753 a.C.

Avanti Cristo e dopo Cristo, ripeto, è solo per noi e per di più non da molto tempo: questo sistema di datazione che diamo per scontato (a.C/.d.C.) venne utilizzato per la prima volta, nel 1627, da Denis Petau (Petavius) nei due volumi dell’Opus de doctrina temporum. Prima di Petavius i documenti pontifici, a datare dal 970 contenevano la dicitura A.D., ma non il suo avanti o il suo dopo. Le date si istituivano d’imperio proprio perché d’impero di trattava: il Vecchio Testamento incasinava non poco nella distribuzione dei tempi e i Bizantini, facendosi forza sulla Bibbia dei Settanta (traduzione greca del testo ebraico),stabilirono che l’era mundi, la nascita della terra in altre parole, compiva il suo 5508 anno esattamente il primo di settembre dell’A.D. Non sto qui a ricordarvi, insomma, che la gestione del tempo, la sua calendarizzazione e suddivisione, è parte integrante della gestione del potere. Il contendere sulle date è una lotta sul significato politico delle stesse: se, per esempio, c’è una certa unanimità nel considerare l’inizio del Medioevo con il sacco di Roma, la sua conclusione è molto più indistinta. Per una parte si affermò con la conquista turca di Costantinopoli del 1453; per altri, invece, con il 1517 e la rivolta di Martin Lutero contro le indulgenze. Per altri ancora, ma non vi ritroviamo di certo i nativi delle Americhe, il 1492. Ma il lascito negativo attraverso il quale il Medioevo si portò dietro la connotazione di oscurantismo politico – religioso la dobbiamo senza dubbio all’eredità illuministica e le opere di alcuni dei suoi autori più rappresentativi: Voltaire, Robertson e Condorcet. Per Voltaire, dopo le invasioni barbariche, “l’intelletto umano si abbruttì nelle superstizioni più insensate… L’Europa intera ristagna in questo avvilimento fino al XVI secolo e non ne esce che attraverso convulsioni terribili” (Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni..1769). Lo storico scozzese William Robertson (I progressi della società europea dalla caduta dell’impero romano agli inizi del secolo XVI, 1769), dopo aver salvato la dignità e il coraggio dei germani, si concentrò sul sistema feudale come scomparsa della cultura e della civiltà, nonché della riduzione del popolo in schiavitù. Condorcet, nella sua opera pubblicata postuma (1795), Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, non ebbe dubbi a descrivere il Medioevo in questo modo: “Lo spirito umano discende rapidamente dall’altezza cui si era elevato, e l’ignoranza trascina dietro di sé qui la ferocia, altrove una crudeltà raffinata, dappertutto la corruzione e la perfidia. Appena qualche bagliore di talenti, qualche tratto di grandezza d’animo o di bontà, possono squarciare questa notte profonda”. Potete immaginarvi, senza alcuno sforzo, poiché gli opinionisti dell’Illuminismo furono tanto impietosi nei confronti del Medioevo, l’impegno che gli storici (di molto successivi) dovettero impiegare per riscattare quei secoli non fu cosa facile né banale. 

Così, appunto, tornando alla domanda iniziale, potremmo accordarci, in linea di massima, sulle tendenze in atto nella produzione del vino o sulle modernizzazioni più o meno spinte di certi periodi o sul ritorno a pratiche ancestrali e naturali in altre. Sullo sfondo però, ed è quello su cui occorrerebbe intenderci, è che si sono sempre altre condizioni e strutture esterne al mondo vitivinicolo che influenzano il mondi di percepire il vino, sia dalla parte dei produttori che da quello dei consumatori, dei critici, dei divulgatori, dei mescitori etc. etc. Se dovessi dare una definizione, seppur breve e incompleta dell’epoca a cui ci stiamo affacciando direi che è quella dei “Tappi a vite”: più che ogni altro carattere descrittivo, a mio avviso, rappresenta piuttosto bene due elementi che presiedono l’epoca in cui viviamo e che sono tra loro complementari: l’economicità e la natura come limite. Nel primo caso il primo termine rimanda, a sua volta, a diverse concezioni: il risparmio monetario, la riduzione minima del rischio, la prevedibilità parziale del risultato, l’efficienza, l’efficacia (sulla base del risultato atteso, trattabile e revisionabile) il riuso e la praticità. Il secondo termine pone invece un problema di grande importanza e impellenza quotidiana: la natura non solo più come risorsa, ma come limite implicito ed esplicito delle attività di origine umana. Il sughero rinvia ad un’età dell’innocenza in cui la sovrabbondanza delle risorse naturali non veniva mai messa a confronto con la possibilità di un loro esaurimento o di un loro deperimento. Ogni passaggio storico è come una lunga serie di onde che vengono a frangersi sulla spiaggia: “ciascuna si frange a una distanza diversa e in un momento diverso. Le linee di demarcazione fra vecchio e nuovo passano per punti sempre diversi; ogni forma di civiltà, ogni pensiero ricorre al suo momento, e la trasformazione non interessa mai tutto quanto il complesso della civiltà”. (Johan Huizinga, Il problema del Rinascimento, 1920). Tutto questo mi serve ancora per dire un paio di cose. La prima è questa: al di là del dato nominale con cui siamo abituati a definire un periodo storico, i suoi stili e sulle sue reticenze, i passaggi temporali non sono mai netti: fratture e ricomposizioni vivono all’interno delle stesse epoche e le periodizzazioni prese da angolature diverse producono interpretazioni diversificate e spesso non coerenti. Per capirci ancora meglio: negli anni ‘80 sono stati prodotti dei grandi vini, al di là delle tendenze di massima che vedevano l’accentuazione dei processi di massificazione chimica già ampiamente collaudati nei decenni precedenti. Allo stesso modo le annate vanno valutate in quanto tali: non dappertutto piovve a dirotto, in quel fatidico 2014, durante la maturazione delle uve e, anche dove piovve molto e in maniera poco opportuna, sono stati realizzati dei vini qualitativamente eccellenti, forse diversamente eccellenti rispetto a quelli prodotti nelle grandi annate. La seconda è questa, ma rimanga tra di noi: non è mai esistita un’età dell’innocenza né per il vino, né per altro.

(1) Consiglio di lettura: Scipione Guarracino, Le età della storia. I concetti di Antico, Medievale, Moderno e Contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano 2001