
Qualche milione di anni fa.
Leonardo da Vinci lo intuisce per primo: se in alcuni luoghi giacciono fossili, sedimenti marini, conchiglie, è perché lì, in tempi immemorabili, vi fu il mare. E il tempo, consumatore delle cose, predatore del creato, distruttore di re e di popoli, muta gli stati e i casi che si son succeduti: «O potente e già animato strumento dell’arteficiosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti convenne abbandonare la tranquilla vita, ubbidire alla legge che Dio e ‘l tempo diè alla genitrice natura. A te non valse le ramute e gagliarde ischiene colle quali tu, seguitandola tua preda, solcavi col petto aprendo con tempesta le salse onde. O quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’ gran tonni fuggire da l’empia tua furia! E tu colle veloci e ramute ali e colla forcelluta coda fulminando generavi nel mare subita tempesta con gran busso e sommersione di navili, con grande ondamento empievi gli scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci. Togliendosi a te, per lasciato mare rimasti in secco, divenivano superchia e abbondante preda de’ vicini popoli».
E poi l’emersione delle terre. Cinquanta milioni di anni il continente Africano spinge verso l’Europa, favorendo così la formazione della catena montuosa alpina: sotto di lei il mare, che copre gran parte della pianura padana. Alcune isole escono dalla distesa d’acqua, chiamata Tetide. Bisogna aspettare altrettanti milioni di anni prima che l’increspamento del fondo marino cominci a fare emergere le colline che oggi costituiscono le Langhe. I terreni che escono allo scoperto sono i sedimenti depositati sul fondo del mare in via di prosciugamento: «Da questo momento in poi le Langhe si fermano a contemplare le Alpi, separate da esse dall’azzurro mare Tetide. Il vento, la pioggia, l’erosione, modellano le valli e le creste, ma una caratteristica fondamentale dona ancora oggi un’unicità al territorio: la roccia “madre”, induritasi nel tempo, rimane quasi allo scoperto e le radici dell’uva devono lottare costantemente contro la sua asprezza.»[1]
Aggirandosi per la Langa non è inusuale imbattersi nei gusci dei Foraminiferi, nelle conchiglie dei Molluschi, probabilmente in ambienti di deposizione tra i 200 e i 400 metri sotto il livello del mare (marne di Sant’Agata), nei coralli dell’ordine dei Madreporarii, nelle placche e negli aculei degli Echinidi e, più raramente, negli otoliti dei pesci o negli scheletri dei coralli e dei briozoi. In un mare che, come molti mari, ospita razze, sardine e squali in abbondanza.
Fino a 6 milioni di anni fa circa, l’attuale area collinare della regione Piemonte è un golfo del mare Mediterraneo. Durante il Messiniano (tra 7,246 e 5,332 milioni di anni fa) l’intero bacino sperimenta un cambiamento ambientale e climatico estremamente rapido (rispetto alla scala del tempo geologico) provocato dall’isolamento del Mediterraneo dall’Oceano Atlantico. Poco a poco il mare si restringe sempre di più, i fondali si alzano e, tra le Alpi e le Langhe, cominciano a formarsi stagni e laghi, lasciando spazio, intorno ai 2 milioni di anni fa, ad una pianura umida e sabbiosa. La grande pianura limacciosa è percorsa da grandi fiumi, il più maestoso dei quali è il Tanaro. Altri torrenti minori si dirigono invece da Alba verso Asti e Alessandria. Strati di sabbia e ciottoli si accumulano e gli stagni si colmano. Un fiume sconosciuto segna la separazione fisica tra le più alte Langhe e l’altopiano di Poirino e Sommariva Bosco. Il fiume si scava il percorso tra la sabbia e ne delimita il confine. Agli inizi del periodo Messiniano inferiore e medio forti sconvolgimenti tettonici danno luogo all’emersione di una fascia di lagune lungo la parte meridionale del Golfo Padano. L’acqua marina tracima entro questi bacini e, non entrando in contatto con acque dolci, cristallizza i propri sali minerali, dando vita a rocce evaporitiche in cui prevale la componente gessosa. A questa si aggiungono, nel periodo Messiniano Superiore, dei depositi alluvionali e dei sedimenti lacustri fangosi delle ‘Facies a Congerie’ dell’albese. La formazione gessoso – solfifera si sviluppa a partire dai comuni di La Morra e Verduno e si sviluppa principalmente nel Roero, per poi tornare, a destra del Tanaro, a Costigliole d’Asti. In queste terre paludose, pascolano cinghiali, ippopotami, tigri dai denti a sciabola, iene, rinoceronti, piccole antilopi e l’ananco, un enorme mastodonte simile ad un elefante, dotato di zanne superiori lunghissime (fino a 4 metri) e diritte.
Alle terre emerse, però, non basta ancora: il loro sollevamento continua e costringe il fiume a incidere sempre di più verso la sua sinistra. Poi, circa centomila anni fa, l’erosione arriva a lambire il percorso dell’imponente Tanaro che scorre più in alto rispetto al fiume che continua a spostarsi verso di lui. Un’enorme alluvione fa uscire il Tanaro dagli argini e la sua grande massa liquida si riversa con terribile fragore nel tracciato del corso d’acqua più basso. Il Tanaro viene così catturato da un corso d’acqua in erosione regressiva, da un fiume che lo cannibalizza e lo dirige verso la piana d’Alessandria. Lo spettacolo è fantastico e tutta la regione ne è sconvolta. «Tra Pocapaglia e Cisterna d’Asti, su un fronte di circa 12 km, quasi perfettamente rettilineo, le Langhe assistono alla tracimazione del Tanaro che va a occupare la nuova posizione con una cascata impressionante. Per capire l’effetto basterebbe pensare, su scala maggiore, a quanto ancora oggi capita nelle celeberrime cascate dell’Iguacu, al confine tra Brasile e Argentina. Il Tanaro cambia così percorso e da Bra si dirige verso Asti, Alessandria e ritrova il Po solo più a est. Nasce il Roero, segnato in modo inconfondibile da quella che fu la cascata e che oggi appare come le “Rocche”, spaccature giallastre con un microclima e una flora del tutto particolari. Non c’è più l’acqua che precipita con rumore assordante, ma solo i resti di quello sconvolgimento, profondamente erosi nei millenni successivi. Il Roero è quindi zona di terreno sabbioso, in cui però la deviazione del Tanaro ha causato un grande mescolamento degli strati geologici, mettendo localmente a nudo quelli molto più antichi[2]». Oggi il nuovo corso del Tanaro giunge a lambire il complesso collinare delle Langhe dopo aver vagato tortuosamente tra Alpi Liguri e Piemonte, per poi incassarsi a fianco dell’Altipiano Monregalese, a fianco dei meravigliosi calanchi di erosione, mutando il colore delle acque sempre più fangose; dopo Farigliano e Narzole, il Tanaro si piega ad est giunto a Cherasco, per poi bagnare l’antica Pollenzo. Ad Alba conclude il suo percorso a fianco della Langa, per poi iniziarne un altro che, dal Monferrato astigiano lo porterà, nella provincia di Alessandria, a confluire nel Po.
Al Belbo e al Bormida più o meno la stessa sorte, negli stessi tempi: il primo, che si getta dal passo della Bossola nell’attuale valle del torrente Rea per finire nella pianura di Cuneo, viene catturato e spinto verso Alessandria. I fiumi Bormida di Milesimo e il Bormida di Spigno deviano i loro alvei con delle curve a gomito spostando i deflussi da Nord Ovest a Nord Est. Si forma così l’orografia delle colline che siamo abituati ad ammirare: la piana di Alessandria, rispetto a quella di Cuneo – Carignano, è più bassa di circa 150 metri. Nel tempo tale convogliamento delle masse fluviali a livello più basso favorisce dei conseguenti processi erosivi, che proseguono oggi, dapprima lungo con lunghe incisioni e successivamente lungo i versanti, rendendoli tanto instabili quanto franosi. Da questi cesellamenti lungo le valli principali e secondarie nascono le Langhe, dolci groppe allungate in creste lineari, spartiacque di un reticolo idrografico profondamente incassato. Un contributo determinante al modellamento del territorio viene fornito sia dalla natura litologica dei terreni, molto degradabili, che dal loro assetto strutturale: la monotona giacitura degli strati, con immersione mediamente verso Nord-Ovest, causa evidenti asimmetrie dei versanti: i pendii decisamente più acclivi sono caratterizzati da giaciture degli strati a reggipoggio (esposti a Sud-Sud-Est), mentre i pendii esposti a Nord-NordOvest presentano pendenze più dolci, paragonabili ai valori di inclinazione della stratificazione. In queste vallate i versanti di destra, a franappoggio, pur essendo più dolci, sono destinati a maggiore instabilità e a frane di scivolamento. Al contrario i versanti di sinistra, a reggipoggio, l’immersione degli strati ne impedisce, a parte qualche crollo di minore entità, grandi scivolamenti.
La formazione delle Langhe e la sua successione litologica segue dapprima la fase di avanzamento del mare oligocenico. A sud, verso la Liguria, si struttura la Formazione di Molare (Oligocene inferiore e medio) che si protende sino le sponde di Celle e di Varazze: sedimenti grossolani, costituiti da arenarie e conglomerati di ambiente marino costiero sino ai 1500 metri di altezza. Importanti depositi di carbone e di fossili di mammiferi continentali in una fascia estesa da Ceva a Spigno Monferrato. Seguono, nella fascia meridionale delle Langhe, la formazione di Rocchetta, con i meravigliosi calanchi a nord di Piana Crixia, le formazioni di Monesiglio, di Cortemilia e le Marne di Paroldo del periodo Aquitaniano. Ci troviamo in quella fascia che decorre sino a sotto Monbarcaro, sul versante collinare che separa le Valli Belbo con quelle del Bormida, per poi salire in cresta sino a Feisoglio. A seguire, nel piano intermedio del periodo miocenico (era cenozoica)i terreni sono per lo più del tipo della molassa marina della Svizzera; in Italia, dove non è presente l’Elveziano tipico, si preferisce denominare Serravalliano il piano costituito dai depositi sabbioso-arenacei che si intercalano tra il Langhiano e il Tortoniano e la formazione di Lequio (Tortoniano-Serravalliano), costituita da alternanza di arenarie più o meno cementate, sabbie e marne compatte; tale formazione è situata in successione stratigrafica al di sopra, ed in parziale eteropia (“zig-zag” che mette a contatto lateralmente due facies diverse), delle precedenti formazioni. La formazione di Lequio, che comprende parte del territorio di Monforte d’Alba, di Serralunga d’Alba,nella zona del Barolo e i terreni di Treiso, San Rocco Seno d’Elvio e Neive, a Sud del centro abitato, nella zona del Barbaresco) si estende nel territorio di Lequio Berria, Benevello e Montelupo Albese, sullo spartiacque tra le valli dei torrenti Belbo ad est e Talloria ad ovest. Essa si compone di tre segmenti: il primo, alla base, denominato sezione di Arguello; il secondo, nella parte medio-superiore, Fossa dei Quiri (incisione tra gli abitati di Montelupo Albese, Sinio e Albaretto della Torre). Il terzo è rappresentato dalla sezione di Ricca di Diano d’Alba. La Formazione di Lequio è compresa tra le Marne di Gallo D’Alba, le Marne di Sant’Agata e le formazioni di Cassinasco e Murazzano alla base. Quest’ultima si estende dalla valle del torrente Belbo sino al fiume Tanaro: marne e arenarie si pongono in alternanza ritmica. Le arenarie sono o grigie o rossicce, mentre le marne, siltoso-sabbiose (rocce clastiche sminuzzate derivate da sedimento fangoso e argilloso) sono grigie/verdi, grigie/nocciola, tendenti al giallo salendo, e rossastre in superficie.
Le Marne di sant’Agata (la parte orientale di Monforte d’Alba, cioè a nord del comune di Serralunga, nella zona di Fontanafredda, Grinzane Cavour, e poi di Barolo, Novello, sino alla zona di Verduno Monvigliero, ad eccezione del corpo sabbioso rappresentato dalle Arenarie di Diano d’Alba (parte di Monforte d’Alba e in prevalenza a Castiglion Falletto entrambe del periodo elveziano – intorno a 13,82 – 11,608 milioni di anni fa), costituiscono un livello litologico relativamente uniforme presente dalle Langhe al Monferrato. Le Marne di sant’Agata, del periodo Tortoniano (11, 608 -7,246 milioni di anni fa), a destra del fiume Tanaro, ben visibili nelle rocche di Farigliano, Novello e Barbaresco, sono costituite da uno spessore di circa 400 metri di colore grigio omogeneo. Tendono a diversificarsi nella zona di Gallo d’Alba dove assumono un colore grigio-azzurro, con intercalazioni arenacee, per uno spessore di circa 200 metri.
I confini della Langa, con alcuni dubbi sull’origine del nome, sempre che se ne possa dire qualcosa di preciso.
Quando i confini amministrativi sfuggono o, immancabilmente, si intrecciano e si confondono, e la lingua rende conto di ipotesi che non si fanno certezze, sono i geografi, i geologi, i botanici, i naturalisti e una spruzzatina di storici che si prendono l’onere di fissare, almeno sino a prova contraria, i limiti ad un territorio che li ha in gran parte per natura, per conoscenza, per riconoscenza e per sentimento. E per quest’ultimo intendo sia il sentire che l’amor proprio. Nel 1635, nella sua “Relazione dello stato presente del PIemonte”, il Mons. Francesco Agostino Della Chiesa dei Conti di Cervignasco e futuro vescovo di Saluzzo, fa coincidere quella porzione di territorio con le popolazioni dei Liguri Statielli che “avevano le stanze tra l’Appennino e il fiume Tanaro, e dall’Alpi Marittime fino al contado di Tortona si stendevano…”. Non solo delle Grandi Langhe, ma delle Grandissime Langhe che coprono una parte non irrisoria dell’attuale Monferrato, dell’antico Genovesato e del Savonese: dall’antica città di Alba Pompeia, posta alla ripa del Tanaro in sito piano e le sue province si giunge al Bormia “con le sue acque che quasi sempre torbide sono, e copiose di pesci d’ogni sorta, dopo aver in sè il Corio, e l’Urba ricevute, nel Tanaro sotto Alessandria entrando, perde il suo proprio nome”. Più in alto, verso ponente, si entra nella valle di Millesimo “che oltre a detto luogo contiene Malere, Cingio e la Rocca” per spingersi sino a dove due piccole Bormie, una delle quali ha principio ad Ozeria, luogo di Finale, si congiungono. Sopra il territorio scaturisce il fiume Belbo, il quale dopo il corso di quaranta miglia, sbocca nel Tanaro non più di due miglia da Alessandria, “bagnando con l’onde sue parti il marchesato di Ceva, alcuni castelli de’ Marchesi Carretti[3], quello di Bozzolasco e anche San Benedetto, Niella, Fissolo, Serravalle, Borgomale, Benevello, Rodello… Trezzo, la Bosia, Casto, l’antico contado di Loretto… San Stefano Belbo con l’abbazia quel Santo dedicata”. E poi, “acsendendosi verso ponente al Tanaro si giunge: così ora le Langhe dal restante Piemonte divide. Dalla sua origine… scorrendo verso l’Italia per il Piemonte… bagna il marchesato di Clavesana… Farigliano, e le antiche città, e contadi d’Alba, e d’Asti, nei quali sono Verduno, Grinzane, Rodo, Barbaresco, Neive, Burri, Castagnole delle Lanze, Costigliole d’Asti, Balangero, e Coazzolo, san Marzanotto, Azzano e altri, che sono tra quel fiume, e il Belbo…”
Occorrerà aspettare il 1929 per farsi un’idea che anticipa, senza grossi scossoni, quella odierna: è il testo di Ferdinando Vignolo-Lutati, Le Langhe e la loro vegetazione, a darne più di una ragione plausibile: ad occidente non vi può essere alcun dubbio: il confine è il corso del Tanaro. Ad oriente iniziano i primi problemi: si potrebbero assumere, dice l’autore, l’uno o l’altro dei tre corsi d’acqua quasi paralleli: la Bormida di Millesimo, quella di Spigno oppure l’Orba. Sarebbe potuto andare oltre, ma Lutati si ferma all’incassatura di quella di Millesimo, “sia pel tempo limitato di cui disponevo, sia perché fino a questa era diggià arrivato Gola (studio del 1909) assumendola come confine occidentale del suo studio sulla vegetazione dell’Appennino Piemontese”. Se ad oriente vi sono seri dubbi, non meglio va per i confini meridionali e quelli settentrionali. A sud: “io, basandomi essenzialmente su criteri geologici, mi sono arrestato al profondo solco tettonico che, attraverso al colle di Montezemolo va da Ceva a oltre Millesimo, poiché a sud di esso già sono assai sviluppati i terreni preterziari contro i quali si è deposto il terziario delle Langhe”. A nord, infine, i confini tra Langhe e Monferrato sono assai incerti: seguire il corso del Tanaro sino alla confluenza nel Po avrebbe compreso molto del secondo nelle prime. Allora Lutati accetta quello che è il sentire comune, quelle concezioni locali secondo cui Castagnole Lanze e Santo Stefani Belbo vengono considerati paesi di transizione: “ho perciò adottato anche qui, come limite settentrionale, una linea che passando per questi due paesi ricongiunga il Tanaro alla Bormida di Millesimo, alla sua confluenza con la Bormida di Spigno”.
“Andare per la Langa” è una vecchia espressione popolare che significa camminare lungo la cresta dei colli. Langa o Langhe? O ancora Landa? e se Landa, landa di chi? Dei Ligurum, se no di chi altri? Al singolare la fanno da padrona il latino “lingua” e il germanico “länge” rimandando ad una regione incolta e boschiva formata da lunghi e stretti sistemi collinosi: Nella « Relation du voyage fait en XI. 1792 par le C. De Chàtillon dans le* Langues et partie du Haut-Montferrat ». (M.ss. Bibl. Duca di Genova N. 772 p. 1 3), si legge “L’on dit que le chernin en est bon et qu’il se fait tout per Langa, c’est a dire par la créte”.
[1] Vincenzo Zappalà, Langhe e Roero: non solo vino, L’Acquabuona, In rete dal 1999, per amor di terra, 10 novembre 2010 in http://www.acquabuona.it/2010/11/langhe-e-roero-non-solo-vino/
[2] Ibidem
[3] Nobili della marca aleramica discendenti da Enrico il Guercio, marchese di Savona e Signore dei feudi Carretteschi posti tra la valle Uzzone e la Val Bormida di Spigno.











