Locazioni fittizie, diritti di reimpianto e trasloco di vigneti. Terza lettera al direttore

Di U.S. Army – White Sands Missile Range Museumhttp://www.wsmr-history.org/MissilePark.htm (This image is obsolete.), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48988

 

Carissimo direttore,

siamo un gruppo di emigranti italiani di stanza nello Bedfordshire. Ora che abbiamo realizzato un bel gruzzoletto di denaro, vorremmo utilizzarlo in due direzioni non necessariamente contigue: comprare qualche missile terra-aria sul mercato nero e, dall’altra, usare l’escamotage delle locazioni fittizie per impiantare dei vigneti in Inghilterra. E’ da un po’ di tempo che da queste parti si producono vinelli giovani e belli, ma ci stavamo chiedendo se fosse possibile, in barba alla legislazione europea, o conseguentemente ad essa, importare qualche diritto di impianto anche quassù prima che la Gran Bretagna torni ad essere, definitivamente, un’isola di pescatori, di allevatori di pecore e di finanza speculativa. Sappiamo che, al momento, questa pratica è invalsa solamente nella nostra madrepatria, ma non avremmo alcuna difficoltà a renderla operativa anche in loco, qualora zelanti funzionari fossero disposti a ricevere un sostanzioso contributo in denaro e in beni alimentari di indubbia qualità. Se fosse così gentile da renderci edotti sulla legislazione in vigore e su qualche persona a cui rivolgersi, saremmo lieti di condividere con lei una fetta della torta.

Salutandola con stima e immutato affetto.

Gli amici italo-inglesi di vinoestoria

 

Carissimi lettori d’Oltremanica,

è un vero piacere sapere della zelante intraprendenza dei connazionali all’estero. Purtroppo la UE ha posto la soglia dell’1% dei diritti del reimpianto e pare che il governo nostrano stia approntando un decreto secondo cui chiunque voglia affittare un vigneto non potrà spostare la relativa autorizzazione prima di cinque anni. Di trasferimenti in ambito europeo manco a parlarne. Vi consiglierei, pertanto, di prendere in affitto alcuni vigneti in disuso a vostro piacimento. Non si sa mai: con la fantasia al Potere, e dopo le elezioni del 4 di marzo non mancherà di certo l’apporto dell’inventiva, potrebbe capitare di tutto. Nel caso in cui il vostro legittimo desiderio (immagino che vogliate produrre una variante del Primitivo di Manduria in  Inghilterra) dovesse fallire, avreste sempre qualche terreno dove installare i vostri missili terra-aria.

Con vivissima cordialità

Il Direttore

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Potere alla parola. Potere della parola.

Groucho Marx 1931

Groucho: “Non so granché di cucina francese.

Supponiamo che io venga a cena nel suo ristorante:

che cosa dovrei ordinare?”

Uomo: “Basta che chieda di me”

Groucho: “Ah, lei è sul menù?”

 

Cerchiamo subito di sgomberare il campo dagli equivoci: penso che quando alcuni potentati della parola eno-gastronomica attaccano il mondo della comunicazione del vino essi non stiano parlando di vino, ma bensì di tutt’altro. La risposta va cercata nella “società del discorso”: Michel Foucault parlò della dottrina che “lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti[1]”.

La finalità di questi discorsi vinosi deve essere letta dunque non tanto nel senso interpretativo che essi danno, come ad esempio le parole più opportune per descrivere un vino, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui destra e sinistra servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altre confraternite del vino che, direttamente o indirettamente, ad esempio attraverso i blog, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, o sono divenuti i referenti di altre coordinate produttive, ha esclusivamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è  mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La partizione tra discorso vero e discorso falso ricorda il vecchio principio greco: “l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti di eguaglianza, ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa mostra le proporzioni dell’ineguaglianza[2]”.

E, dunque, Potere alla Parola:

“Soggetto predicato complementi senza troppi complimenti come un pugno sopra i denti, il silenzio è dei perdenti, muti e sorridenti, immunodeficienti agli attacchi dei potenti che spingono la massa a colpi di grancassa nel basso del fosso, sull’orlo del baratro sigillano il feretro del dialogo con chiodi di garofano, grida represse in un clamore afono e il megafono catodico raccoglie e amplifica chiacchere diafane come ali di tafani che ronzano nell’afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un epoca fatta di ideali mai raggiunti, vuoi per mancanza di costanza, vuoi di fortuna, vuoi di coraggio, vuoi cambiare cambia questo è il momento di passare in vantaggio”.

Frankie Hi-Nrg Mc – Potere Alla Parola.

 

[1] Michel Foucault, L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Einaudi, Torino 1972, pag. 34

[2] Ivi. , pag. 16

 

Se si potesse in un tino spremer con agili dita la poesia dalla vita

Nel 1880 esce un libro a più voci, fortemente voluto dall’editore torinese Ermanno Loescher, che raccoglie alcune conferenze tenute, nello stesso anno, dal gotha del positivismo ottocentesco. Il tema delle conferenze è unico: il Vino. I punti di osservazione diversi. Tra i conferenzieri compaiono i nomi di Alfonso Cossa (La chimica del vino), Corrado Corradino (Il vino nei costumi dei popoli), Michele Lessona (I nemici del vino), S. Cognetti de Martiis (Il commercio del vino), Giovanni Arcangeli (La botanica del vino), Angelo Mosso (Gli effetti fisiologici del vino), Giuseppe Giacosa (I poeti del vino), Giulio Bizzozero (Il vino e la salute), Cesare Lombroso (Il vino nel delitto, nel suicidio, nella pazzia), Edmondo de Amicis (Gli effetti psicologici del vino).

Tra gli autori ho volutamente tralasciato colui che inizia il ciclo delle conferenze, la sera del 12 gennaio 1880, affrontando, in maniera divertita, una soggetto che  travalica il tempo e lo spazio: la leggenda del vino. Il vino e la sua mitologia, in altri termini. Il relatore è il neo-torinese, professore di  Storia comparata delle letterature neolatine, Arturo Graf: la stessa casa editrice pubblica, poco tempo prima, una raccolta di 60 poesie “Medusa” (se ne aggiungeranno altre 109 nel 1881). Come la Terra, ai suoi albori, è coperta da foreste impenetrabili, così «i primi stadii della storia dell’umanità appajono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni giovanili delle mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di colore e di luce[1].» E il vino, non da meno di altri miti, «ebbe origini soprannaturali e divine.» Dopo aver passato in rassegna una serie di narrazioni fantastiche intorno al vino, Arturo Graf conclude così la sua relazione: «Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se molti seguaci ed amici ch’egli ha per il mondo verranno a salvarlo. Egli ha contro di sé congiurati terribili avversari. Da una parte l’oidio e la tremenda fillossera assaltan la vite; dall’altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l’abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell’arte altri vi parlerà con tutta l’autorità della scienza: io debbo contentarmi di esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l’autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.» Altri cento trentaquattro anni di estrema attualità: cento trentaquattro anni dopo parliamo di vini veri e di vini che nascondono l’abominio della desolazione.

Diversi anni più tardi, nel 1906, Arturo Graf pubblica, per i Fratelli Treves Editori di Milano, un’altra raccolta di poesie che va sotto il nome di “Le rime della selva. Canzoniere minimo, semitragico e quasi postumo.” Fra di esse compare ancora il vino, la poesia della vita, la dolce follia:

 

SE SI POTESSE….

Se si potesse in un tino

Spremer con agili dita

La poesia dalla vita

Come dai grappoli il vino!…

E innebrïarsi di quella

Come d’un vino giocondo,

Ricreando il vecchio mondo

In una ebrezza novella!…

Spremer la dolce follia

Da tutti i grappoli!… Bere

In un pulito bicchiere!…

E i graspi buttarli via!…

Bere, guardando allo insù!…

Poi, dopo avere bevuto,

Dire: Bicchier, ti saluto!

Non voglio bevere più.

Arturo Graf

 

[1] Arturo Graf, La leggenda del vino. Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880 in A.A.V.V., Il Vino, Undici conferenze fatte nell’inverno dell’anno 1880, Ermanno Loescher, Torino e Roma 1880, pag.  3

 

Il degustatore e lo storico. Considerazioni in margine alla degustazione e al racconto di un vino qualsiasi

Basil Rathbone – Sherlock Holmes

Uno dei più importanti storici italiani, Carlo Ginzburg, una volta scrisse così a proposito del suo mestiere: “Qualcuno ha detto che l’innamoramento è la sopravvalutazione delle differenze marginali che esistono tra una donna e l’altra (o tra un uomo e l’altro). Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco (si dice di solito) elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione”. Non ci si limita, ma le si usa. Così ci adoperiamo nell’atto della degustazione e del suo disvelamento successivo: disseppelliamo l’ascia dei voluminosi paradigmi che ci hanno informato e formato, le storie personali e sociali che ci tiriamo appresso, una volatile presenza di modelli percettivi bastai sulla memoria esperienziale e un’ipotetica illuminazione successiva. Quest’ultima non si configura, però, come puro espediente animalesco, selvaggio, congenito, composto da palati, nasi e sensibilità individuali volte ad avvertire quanto per altri palati, nasi e sensibilità individuali rimane in un ambito liminare, ai margini, nel solco dell’indecifrabilità. La luce dell’istinto s’irradia nella ricerca del già vissuto, l’accidentalità nel non casuale, l’improvvisazione nella reminiscenza. Benché un vino ci appaia nella sua totalità, siamo in grado di percepirne solo alcuni indizi che consentono di leggerlo: “Ma può un paradigma indiziario essere rigoroso? L’indirizzo quantitativo e anti-antropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevanti, o assumere uno statuto scientifico forte per arrivare a risultati di scarso rilievo. […] Viene però il dubbio che questo tipo di rigore sia non solo irraggiungibile, ma anche indesiderabile per le forme di sapere più legate all’esperienza quotidiana – o, più precisamente, a tutte le situazioni in cui l’unicità e insostituibilità dei dati è, agli occhi delle persone implicate, decisiva”. Siamo così obbligati a configurare una narrazione del vino che somiglia a quello che Paul Ricoeur, sempre a proposito del discorso storico, definì come una mise en intrigue, una “costruzione dell’intreccio”, la cui caratteristica fondamentale sarà quella di essere una “sintesi dell’eterogeneo” o “concordanza discordante”:  “La configurazione è sintesi, in tre modi. Dapprima è sintesi tra molteplici eventi, o episodi, è una storia unica, completa, avente un inizio, un mezzo e una conclusione. […] Ogni evento, in quanto inserito nella totalità unitaria della storia, abbandona lo statuto del ‘qualche cosa succede’, della neutrale singolarità, per diventare parte attiva di un’organizzazione razionale. Ma la mise en intrigue è sintesi anche in senso concettuale dove il racconto fa funzionare quel che Ricoeur chiama la rete concettuale dell’azione. A quello compositivo e concettuale s’aggiunge infine un terzo modo della sintesi dell’eterogeneo, un modo temporale”.  Se agli ‘eventi’ ed ‘episodi’ sostituissimo le fasi di una degustazione, non ci troveremmo forse nello stesso campo della costruzione narrativa? E non è forse questa la maggiore e più scomoda eredità ottocentesca? “Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione”. In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust”.

Dunque alla fine, nonostante le irriducibilità individuali alla realtà e di questa ad ogni individuo, non ci rimane che ricorrere ad un altro accorgimento metodologico proprio dello storico: la nozione di prova, al limite tra retorica e logica, ovvero tra la funzione persuasiva e la funzione di verità. La replicabilità dell’assaggio, nelle sue varianti insostituibili di tempo, luogo, socialità, stati d’animo e predisposizioni individuali, rimanda alla necessità di una conoscenza unitaria e condivisa. Ma, come per le conoscenze storico- sociali, le valutazioni di un vino non si possono porre sul piano della validità dei valori di giudizio. Possono dirci molto, invece, sulla loro genesi.

Nota bibliografica

Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia. Einaudi, Torino 2000;

Paulo Francisco Butti De Lima, L’inchiesta e la prova. Immagine storiografica, pratica giuridica e retorica nella Grecia classica, Einaudi, Torino 1996, p. 68;

Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975).

Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003

 

 

Ecologia della vita come corrispondenza. Una possibile non recensione di Emanuele Giannone

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato il saggio Io nel pensier mi fingo. Il titolo esplicita il tema – un’esegesi leopardiana – ed è chiaramente tratto da quello che chi non lo sa, problemi suoi, a questo punto non ci sono più scuse, né scuole, né tempo a disposizione ma solo anacoluti.

Quanto sopra è palesemente falso. Il libro non si intitola così, non è un’esegesi leopardiana, non è ovviamente tratto da peccato se non sapete dove, soprattutto non è un libro a tema perché va risolutamente fuori dai temi, anzi, di più: non ne suggerisce, ne ha molti espliciti e liberamente fruibili. Tutto si spiega, fuorché il fatto che non esista una recensione del saggio leopardiano, ma forse non leopardiano, di Nicola Perullo.

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato, si diceva, questo saggio diversamente intitolato, un’efficace novazione epesegetica nella quale non si parla di cibo o di vino, ma forse anche sì, sebbene en passant, e in questo caso sarebbe più corretto dire che si parla con il cibo e con il vino, i quali però restano incidentali: incidentali come tutti gli altri passaggi e passati, assaggi e presenti, futuri da sapere. Non esistono soggetti, né predicati nominali. Piuttosto, tracciati, incidenze, incroci, intrecci. In tutto questo, cibo e vino sono ovviamente inerenti alle questioni di gusto, ma sarebbe più giusto dire sapore, Rolando auspice. Ed è utile chiarire che il libro è tutto uno svolgimento di intrecci, tra i quali quello del gusto come esperienza.

Nel 2017 Nicola Perullo ha scritto un saggio molto bello e gustoso, sapido e salacemente anti-filosofico perché, senza ricorrere a toni apodittici, fa apparire molti filosofi, in particolare quelli social-mediaticamente più presenti, per gli esperti di uova Fabergé quali sono, o indossatori di cachemire, o collezionisti di gnomi o nani da giardino – gnomi, neanche a dirlo, di pregevolissima fattura, per carità. O anche fermodellisti di rara abilità, capaci di assemblare mirabilia nelle scale 1:18 e 1:50. In verità non è affatto sicuro che il saggio sia antifilosofico perché, a ben rileggerlo, potrebbe al contrario essere filosofico ma non nel modo in cui da un filosofo ve lo aspettereste, quindi non compulsivamente affabulatorio, né woomp-wooomp! nel senso onomatopeico della trombonata, né ipotattico fino all’apnea. Qui, insomma, non trovate gnomi, né gnome (γνώμη). E neppure trenini o trenodie. Tutto scorre, è interrelato, ricco di relazioni e corrispondenze, povero di stati, statuti e postulati.

Nel 2017 Nicola Perullo ha pubblicato un saggio che suffraga la prima, troppo precipitosamente denegata ipotesi – scusatemi per la frettolosa liquidazione – perché è evidente che qui abbiamo non una ma persino due variazioni leopardiane: una prima in cui l’autore nel pensier si pinge (pingo, pingis, pinxi, pictum, pingĕre), cioè più propriamente si colora, colorisce o ritrae anziché semplicemente figurarsi come uno scaltro verista o vetrinista ; una seconda in cui si finge nel pensiero ma anche oltre, senza quindi escludere la pictio oltre la fictio. E in effetti il saggio è ricco di movimenti pittorici, oltreché di locomozione, e politici, e musicali e altri ancora.

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è molto antico. È altresì asincrono e acronico. Ma anche, è evidente, molto nuovo e altrettanto indubitabilmente sincrono e cronico. La sua molta antichità è palese già dal titolo, stavolta quello vero, che tratta l’òikos. La molta novità, di converso, sta nel prenderlo e destrutturarlo, diffonderlo, trasformarlo in katoikìa e oikouméne. La molta novità sta anche nell’essere scritto con molto sé ma a tutto vantaggio e diletto di te che leggi, mon semblable, mon frère; il che, scelta o caso che sia, rappresenta di una novità insperata in tempi di trasmissioni in diretta mondovisione dal cesso e dal fornello di casa, evoluzione dello studio televisivo. Un saggio scritto senza esigenze di trasmettere il vissuto individuale con argomenti che lo trascendano o travestano. Un libro fluente e bello per te, mon frère, che ami la vita viva, la Vita Nova, persino la vida loca, perché pieno di vecchie e belle vite parallele che si fanno nuove e mirifiche vite incidenti. Il libro di un filosofo che abdica all’egodicea: il che significa appunto, saluto affettuoso a Derrida, che il filosofo abdica alla filosofia.

 

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è, si diceva, molto antico. L’antichità di questo libro scorre nel suo risalire controcorrente le scientifiche sorti e regressive del presente e del tempo a venire, dribblando di slancio il quantified self e le analisi quantitative, le biometrie, le conduttanze cutanee, i riflessi psicogalvanici, le chemestesìe e tutto quel che serve – ma veramente servirà? – a stabilire oggettivamente quanto e quando siamo. È inoltre un libro molto asincrono, ha un tempo suo soltanto che è quello di chi lo scrive, quindi fuori dal tuo. Tuttavia, basterà che tu lo legga, mon frère, senza pretendere che rispetto a te e ai tuoi devices si debba vivere o scrivere in diretta, in sincronia – ti bastino la buona accordatura e la sintonia fine, tutte doti che il libro dispensa generosamente – e proverai divertimento, e riderai degli isocronismi. A una seconda lettura, tuttavia, il libro è sicuramente sincrono: accade insieme e per sempre. Dalla terza in poi non sono più sicuro.

Procedendo da quanto appena concluso, il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo è quanto meno acronico. Vi accade tutto e, non bastasse questo, tutto vi fluisce senza tempo. Il gioco del mondo. Un gioco che apprende, quello di partire da un tempo e un punto qualunque per non concludere mai, vale a dire arrivare alla non-conclusione, invero piuttosto scontata (ma fin qui non ce n’eravamo accorti), che non vi è stato tempo, né punto, e quindi ripartire (cioè continuare). Però serviva credere che tempo e punto avessero luogo: per mettersi in moto, guardare l’orologio prima di intraprendere il cammino, dare misura e dimensione al cominciamento. Altrimenti detto, per traslato e se non atterrisce la polisemia, il testo è cronico. Non segue il tempo: lo crea.

Il libro scritto nel 2017 da Nicola Perullo si chiama Ecologia della Vita come Corrispondenza. Leggerlo è facile: il ritmo è libero, il flusso offre momenti o frammenti apparentemente disordinati, in realtà dislocati perché un ordine non serve: si leggono e commentano a partire da un qualunque luogo, in un qualunque istante e si riflettono ovunque. Commentarli, inoltre, riuscirà particolarmente facile perché il testo è giusto e vero. Non esatto: vero. Assolve il compito vero di ogni testo che è produrre nuovi sensi, non individuarne prestabiliti e correnti. Nuovi sensi tra il testo evidente e quelli inframmessi, inter- e meta-testo, piacevole esercizio euristico per chi conosce i testi cooptati e, ciò che è assai più rilevante, procedimento ludico e creativo per chiunque.

Leggere Ecologia della Vita come Corrispondenza è facilissimo perché richiede la conoscenza di Ingold, Agamben, Bachelard, Wittgenstein, Derrida, Jodorowsky, Glass, Cohen, Nietzsche e i saggi del lontano Oriente, ma se preferite vi invita a farne benissimo a meno. Dipende da voi. Come quelli, bastano infatti vicini di casa, parenti e gli affini, compagni dell’università o di viaggi, commensali e l’autore.

Paralipomena. Per me la lettura si è rivelata particolarmente emozionante perché il libro di Nicola Perullo tratta a sorpresa di tram lungo Mariahilfer Strasse e Mannerheimintie, della stazione di Skellefteå, dei trionfi della borghesia domenicale ovvero l’Ottocento siciliano trasumanato nel Novecento romano a Largo Bradano prima e poi a Via Bertoloni, e quindi il teatro surrealista-familiare, il traghetto Stoccolma-Turku e quello da Rødby a Puttgarden e poi la nascita a Via Cipro, la vita in periferia, il trasloco da Monaco di Baviera a Helsinki su una Opel Omega Kombi, l’encomio di Simonide di Ceo per i caduti delle Termopili, Celibidache, la domanda è rosso fuoco e la risposta è blu; e ancora le foto e le magliette da Piccadilly Circus, dal Pori Jazz Festival, da Voidokilia, dalla Quinta Strada e da Beaune. E il vino e soprattutto la gente, i Klinec, e la gente e soprattutto il vino, i Klinec, a Medana. E la Messenia. E Montalcino. E Schiphol. E il vino di Radikon, quello di Prepotto e Sgonico, quello di Cefalonia. Ullanlinna, Horsens, Kardamyli, Kiruna, East Acton, Schwabing, l’Arcoveggio, il Montello, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea. In barca a vela per i Laghi Masuri, la lingua nuova, piena di scaglie e guglie, liquescenze improvvise e sensualità. Danzica. die Blechtrommel. Alla radio the Doors o Rameau – conoscevi? Non conoscevo. Guidare la Trabant, La Syrena (samochód), la Saab 96 (personbil, Sverige är en konstitutionell monarki). Bayerischer Rundfunk. Staatskapelle Dresden. La Finlandia marginale, työttömyys, viina, kirves ja perhe. Kaurismäki. Gli autografi di Gassman e della Guarnieri. Macbeth. Nardini al Ponte Vecchio, Villa Barbaro a Maser, il cineclub a Montebelluna. Konstanz e Margrethe (goldenes Haar) che legge Celan. So bist du denn geworden, vent’anni dopo. Vent’anni dopo a Villa Doria Pamphilj si corre benissimo, leggeri, l’afa di agosto si dilegua nella scoperta che il viale Eliot di Villa Doria Pamphilj è intitolato a George, non a Thomas S., quindi summer surprised us ancora una volta. La terra desolata. La Linea A, penultima fermata, Cornelia, precedentemente S-8, Endstation, Herrsching am Ammersee (proseguire per la Bahnhofstrasse fino al 20). Studio matto e disperatissimo variamente intercalato con Wanderungen e ozio con annessa commutatio loci. Treni regionali per Nettuno pieni di piscio e pattume contro rapidissimi treni rossi per il Nord, Kieler Förde, Saint-Nazaire, Oulu. Limoni. Matrimoni. Istituto Nazionale Tumori Regina Elena. Klinikum Grosshadern. Šostakovič, Masur, Skrowaczewski. Monteverde. La luce d’inverno sopra, da e dentro: a) l’Acquedotto Alessandrino, b) il Porto Innocenziano, c) il Sentiero Rilke, d) Töölön Lahti.

Tutto questo è palesemente falso, nel libro non vi è nulla di tutto questo, o almeno così pare. Pare, perché è tutto vero e c’è, l’ho letto io perché il libro invita a infiltrarsi nel testo, spogliandolo del senso, spogliandosi del proprio, togliendone e dandone a entrambi. Uno, tanti, diversi, nei fasci di vita che si intessono e dipanano.

Nicola Perullo, Ecologia della Vita come Corrispondenza (Mimesis Edizioni, Collana Eterotropie, 2017)

Enoturismo. La vita, l’amore e le vigne.

Sigmund Freud

Quanto la politica debba alla psicanalisi e quanto questa debba alla politica fa parte di uno dei misteri poco gloriosi e suscettibili di ravvedimento della nostra ultraterrena vita campestre. Quando viene colmato un vuoto legislativo ci si sente tutti un po’ meglio: la fase riempitiva chiude la perdita dell’oggetto investito narcisisticamente allo stesso modo con cui il Ferrero Rocher badava egregiamente a quel leggero languorino della contessa con il cappello a falda larga e di giallo vestita. L’Ambrogio di turno, il colmatore del vuoto, prospera nelle vesti del legislatore proponente: questa volta è toccato all’Enoturismo (disegno di legge 2616). “Le cantine potranno fatturare degustazioni, visite in cantina, pacchetti enoturistici e vendemmie esperienziali”: così esplicita Winenews. Basta aggiungere all’agro un tocco di villeggiatura: “Art.1 comma 2 Con il termine «enoturismo» o «turismo del vino» si intendono tutte le attività di conoscenza del prodotto vino espletate nel luogo di produzione, quali visite nei luoghi di coltura, di produzione o di esposizione degli strumenti utili alla coltivazione della vite, degustazione e commercializzazione delle produzioni vinicole locali, iniziative a carattere didattico e ricreativo nell’ambito delle cantine.
3. Le attività di ricezione e di ospitalità, compresa la degustazione dei prodotti aziendali e l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche, svolte da aziende vinicole, possono essere ricondotte alle attività agrituristiche di cui all’articolo 2 della legge 20 febbraio 2006, n. 96, secondo i princìpi in essa contenuti e secondo le disposizioni emanate dalle regioni”.

Quello che non si comprende appieno è se il vuoto da riempire sia quello legislativo, o se la legislazione diventi un espediente formale, di tipo fiscale (di cui all’articolo 5 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), per rendere evidente tutto ciò che, nel mondo del vino, manteneva la sua più esplicita informalità. I contorni del vuoto assomigliano ai confini della galassia di Orione. Dare la possibilità di fare una cosa rientra nel novero nelle strade lastricate di buone intenzioni ma, dal punto di vista concettuale, stravolge la nozione di senso della pratica stessa: far passare i costi di promozione diretta dal produttore al cliente, almeno nelle intenzioni implicite del legislatore, comporterà una serie di ricadute parzialmente prevedibili e forse non sempre auspicabili. Si dice che si vuol fare come in Francia: ma da quelle parti “il vino è sentito dalla come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle sue trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. E’ una bevanda totem, pari al latte della mucca olandese o al tè cerimonialmente sorbito dalla famiglia reale inglese. (…) Ma particolare della Francia è il fatto che il potere di conversione del vino non è mai dato apertamente come fine: altri paesi bevono per ubriacarsi, e tutti lo dicono; in Francia, l’ubriachezza è una conseguenza, mai un fine; la bevanda è sentita come un dispiegamento di un piacere, non come la causa necessaria di un effetto voluto: il vino non è soltanto un filtro, è anche atto durevole del bere: il gesto assume un valore decorativo, e il potere del vino non è mai separato dai suoi modi di esistenza (…)” (Rolad Barthes, Il vino e il latte in Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994; ed. orig. 1957)” Per dirla in altri termini: in Francia il vino è un progetto nazionale. Di spesa soprattutto. La Francia è un paese deduttivo, senza alcun dubbio: universalizza, ipotizza, ipostatizza, organizza e struttura. Qui in Italia prevale, invece, un approccio induttivo: viene stimolato il particolare affinché il generale, casomai e caso-voglia, si ponga da raccordo tra le parti emerse con azioni combinate e contemporanee: le collaborazioni e la cooperazione di più elementi in una stessa attività, o per il raggiungimento di uno stesso scopo o risultato, dovrebbero comportare un rendimento maggiore di quello ottenuto dai varî elementi separati. Ma il generale è già così intriso di particolarità separate, di micro e macro poteri strutturati e strutturanti che è più facile uscire che starci dentro; o starci dentro e fare finta di niente; oppure stare fuori e continuare con le variopinte informalità che è poi la ragione per cui si scappa dalla città.

Ecco che allora, in fuga dalle metropoli, orde di enoturisti feroci e ostinati si butteranno in vasche di cemento ricolme di fecce fini, godranno di vendemmie ascetiche, di cavalcate selvagge su trattori imbizzarriti e di sovrumani calli che potranno mostrare, al ritorno da sagaci vacanze contadine in cui ogni esperienza avrà un costo e ogni costo il suo prezzo, ai colleghi cittadini assai sbiaditi e un po’ trascurati.

 

 

Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra

Ugo Tognazzi ne Il magnifico cornuto (1964), di Antonio Pietrangeli

Fine dell’anno, giorno più e ora meno. E’ tempo di oroscopi, di divinazioni e di predizioni per l’anno a venire. Di rassicurazioni che non rassicurano, un po’ come della vita oltre la morte o dello scudetto al Benevento nei prossimi dieci anni. Riporre speranze è tremendamente umano, psicologicamente ragionevole e scientificamente assai dubitabile. Ma qui non importa nulla: quanti agnostici certificati, quanti sbattezzati, quanti imprecatori seriali buttano l’occhio agli astri che costruiscono le impalcature del Cielo e, di ribattuta, congegnano le armature della Terra?  E nulla di più urticante di coloro che, professando il loro miscredenza informatissima, strizzano l’occhio alla quadratura che Giove intrattiene con Plutone in Capricorno o che, ammiccando ad Urano sostenuto per tutto l’anno dal lungo Trigono con Saturno, poi ti dicono, con serena empietà: “L’avevo immaginato che sei dell’Ariete!” Non vi è risposta possibile davanti ad un attacco così virulento: nel segno viene compreso un atto e un destino, una predestinazione  e un Caso da cui non ci si può sbrogliare né liberare. Pare di essere sotto le grinfie teoriche del benedettino Gotescalco (IX secolo) , il quale non solo misconosceva il valore della libertà, ma affermava una predestinazione alla vita eterna e una predestinazione alla dannazione. Ma poi, mi chiedo, è possibile che questo qui conosca tutti e quanti i 500 milioni di arieti presenti sul pianeta terra? Di sicuro è molto fortunato ad avere una così alta cognizione del dolore. Come quelli che amano od odiano i popoli. In blocco. Non ho mai capito come facciano ad entrare così nel dettaglio.

Capita che, talvolta, il conoscitore dei segni abbia  la capacità di edulcorare la perentorietà del giudizio con una chiosa finale: “E qual è il tuo ascendente?” Io dovrei rispondere: “Gemelli”. Perché, ed è questa la mia tremenda verità, sono un  Ariete ascendente Gemelli, e non dell’Ariete ascendente Gemelli come se questi fosse un mio attributo qualsiasi. E qui cala il Sipario.

Tra le circonlocuzioni  e gli arzigogoli dei segni, ho scoperto che il grande attore Ugo Tognazzi fu dell’Ariete ascendente Gemelli. Senza trascendere in impropri paragoni, colgo l’occasione per farvi riascoltare dalla voce dei sui scritti questo pezzo, quando lui, Abbuffone senza pari, parlò così di Ingrid , nel 1962, una “Svedese al fiasco” ( Ugo Tognazzi, L’abbuffone, Rizzoli Editore, Milano 1974):

“«Com’è bello avere un pied-à-terre. Ti senti diverso. Più importante. Sai,» dici agli, amici «nel mio pied-à-terre di Milano…» Parlare di un pied-à-terre di Milano potrebbe anche sottintendere d’averne altri, sparsi un po’ per tutta Italia. Quello di Milano, invece, per me era l’unico. Il primo pied-à-terre della mia vita. E non mi sembrò vero di portarci subito a vivere qualcuno. E cioè Ingrid. La incontrai non mi ricordo dove, non mi ricordo quando; né mi ricordo se indossasse o meno il vestito di chiffon che, in genere, è l’unica cosa che resta in mente agli smemorati, almeno quelli delle canzoni. Che fosse di chiffon o meno, in ogni caso, ha poca importanza, poiché Ingrid amava vestirsi esclusivamente di se stessa. E infatti io così la ricordo: nuda, che girava per casa, con queste sue tettone nordiche puntate in avanti, come due meravigliose frecce indicatrici, Ingrid. Una svedese dalla testa ai piedi.

«Tu attore,» mi diceva «tradimento facile! Io devo te controllare ventiquattr’ore su ventiquattro» Devo dire che il controllo che esercitava su di me era un po’ particolare. Mi teneva a letto. Al guinzaglio, diciamo. Ogni tanto si faceva una camminatina dal letto alla doccia, tragitto che indica ancor più chiaramente a quale particolare tipo di controllo ella mi sottoponesse… Sotto il lenzuolo di quel letto milanese c’era più traffico che non in piazza san Babila. Ingrid. Un pivot inesorabile. Sempre in canestro. Sempre su di giri. Anzi, sempre più su di giri. Chi mi conosce sa che non sono certamente spaventato da queste cose. Tutt’altro, Ma Ingrid, con l’andar dei giorni, mi stupì, se non altro per la regolarità, per la continuità delle prestazioni. Sulle prime pensai al mitico «calore nordico». Poi cominciai a sospettare che ricorresse a qualche pastiglia proibita. Anche perché, nonostante il mio primato nazionale in materia, pensavo che prima o poi, se così fossero continuate le cose, avrei dovuto ricorrervi molto probabilmente anch’io, se non altro per essere certo di tenerle testa, per tener alto il buon nome del maschio italiano. Un giorno decisi quindi di seguirla quando, dopo, si alzò dal letto dicendo il suo ormai consueto: «Scusami, vado un istante in cucina a bere qualcosa…». Ingrid. L’ho sorpresa mentre beveva a canna da un fiasco di Chianti di terz’ordine. Era quello il suo afrodisiaco. Il vino. Dopo il drogaggio s’infilava di nuovo nel letto, e si scatenava. Vino. Non era fine. Ma che m’importava. Dopotutto, non era la finezza che caratterizzava i nostri show sotto le lenzuola. Così, la sera dopo, sistemai il fiasco di vino rosso sul comodino. Quando Ingrid lo vide, mi guardò con gli occhi colmi di vizio, m’afferrò peri capelli e, avvicinando le sue labbra alle mie, mi sussurrò: «Porco!».

Fu la mia fine. Mettetevi nel mio pigiama. Una svedese impazzita che scambia un Chianti malandato in beveraggio da bordello. Beveva lei, e pretendeva che bevessi anch’io. Uno, due fiaschi per notte. All’alba, la camera da letto sapeva di osteria. E più aumentavano i fiaschi consumati, più diminuivano i freni inibitori di Ingrid.

Dopo la terza « prestazione », ormai completamente ubriaca, veniva colta da crisi depressive miste ad attacchi di gelosia: mi schiaffeggiava, mi graffiava, mi mordeva le orecchie, Il che, oltretutto, era anche, cos poco nordico. L’epilogo dell’avventura arrivò improvviso una’ otte d’agosto. Ingrid, al massimo dell’orgasmo, mi colpì con una fiascata in mezzo alla fronte. Sanguinante, mentre lei mi mordeva le chiappe, telefonai alla volante. La portarono al commissariato, lei e il suo fiasco di droga. Sul pianerottolo la vidi avvinghiarsi al sergente dei carabinieri. «Porco!» gridava. «Anche tu sei un porco!» Di lei m’è rimasto un ricordo. Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra.

A guardarlo bene, sembra proprio una voglia di vino”.