L’Universo sta dalla parte dei tannini in espansione

Di Ute Kraus, Physics education group Kraus, Universität Hildesheim, Space Time Travel, (background image of the milky way: Axel Mellinger) – Gallery of Space Time Travel, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=370240

Ci sono dei fenomeni che la scienza non spiega o che, inizialmente, chiarisce in un modo e successivamente in un altro. Oppure, ancora, che risolve in maniera diversa e confliggente, perché diverse sono gli impianti assiomatici e dimostrativi su cui pone le basi probatorie.

Si è scoperto di recente, grazie alla una nuova analisi delle onde gravitazionali riconosciute nel 2015 e prodotte dai buchi neri 1,3 miliardi di anni fa, che la superficie di azione dei suddetti buchi neri non si restringe. Se per la meccanica quantistica, bella bella quatta quatta, l’idea fondamentale è l’impossibilità di considerare separatamente il frammento di energia e l’onda che gli è associata così da ritenere possibile la riduzione, nel tempo, dei buchi neri (sino alla loro evaporazione), per i fisici del Mit, al contrario, l’entropia del sistema solare non può diminuire: “I ricercatori hanno preso in mano i dati dei segnali delle onde gravitazionali e hanno calcolato la massa e lo spin dei due buchi neri prima e dopo la fusione dei buchi neri e rielaborando i dati hanno calcolato la superficie d’azione (l’area dell’orizzonte degli eventi) prima e dopo la collisione. La superficie del nuovo buco nero, creato da questo scontro fra i due, era maggiore: in pratica l’area risultante è più estesa di quella iniziale. Questo aumento conferma – a livello teorico, ovviamente, e non sperimentale – la legge di Hawking con un livello di confidenza che gli scienziati indicano pari al 95%. Insomma, abbiamo una prova di questa caratteristica dei buchi neri[1]”.

Di Gustave Courbet –  Le Gros Chêne, The Colby College Museum of Art, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34003824

Nello spazio/universo finito del vino, i tannini si baloccano con le nostre proteine salivari e, facendole precipitare, causano una minore lubrificazione delle mucose della bocca.

Un tempo “si pensava che l’astringenza aumentasse con la dimensione molecolare fino ad un certo valore (dp = 7), oltre il quale la progressione era inversa perché si supponeva che i tannini precipitassero”. Poi alcuni autori (Vidal et al, 2003) hanno dimostrato che l’astringenza aumenta con l’aumentare delle dimensioni molecolari senza limite di stazza “la percentuale di galloilazione (maggiore nei vinaccioli) rinforza la sensazione d’astringenza mentre il livello di triidrossilazione (specifico dei tannini delle bucce) la riduce. (…)”

E fosse finita qui: l’alcool e l’acidità amplificano l’astringenza, mentre zuccheri residui e glicerina ne diminuiscono la sensazione. Nelle macerazioni lunghe (10-12 giorni), la percezione tannica aumenta con il tempo dopo di che, se le bucce sono sufficientemente mature, diminuisce con aumento della morbidezza. Anche il legno gioca un ruolo sull’astringenza: da un lato si liberano ellagitannini, che contribuiscono all’astringenza e, dall’altra, aumenta fortemente la sensazione di dolce (“sucrosité”), che attenua la percezione tannica. Infine, i parametri di degustazione, la temperatura del vino, l’ambiente in cui si assaggia, lo stato fisiologico, gli alimenti ingeriti … hanno un effetto importante sulla percezione dell’astringenza[2].

Cosa volevo dire con tutto questo? Niente di molto sensato: ieri sera ho bevuto un aglianico del Vulture, di cui non faccio il nome, di ben 15 anni. Speravo in un una vivace e intesa polimerizzazione dei tannini che non è avvenuta: nel contempo le mucose della bocca si sono completamente liofilizzate e il cavo orale è stato coperto da un sottile strato di rovere. Interrogativi inevasi mi hanno arrovellato la mente per diversi minuti: ma questi qua non dovevano precipitare almeno un po’? Pensa te se lo avessi bevuto con dei carciofi?!? Due rette parallele che vanno verso l’infinito: chi le paga? (Crozza/Zichichi)

Poi ho letto dei buchi neri e oggi dei tannini. So che, al momento, non c’è una correlazione diretta tra i due fenomeni. Ma mi sento più tranquillo. L’Universo sta dalla parte dei tannini in espansione.


[1] https://www.wired.it/scienza/lab/2021/06/21/stephen-hawking-area-buchi-neri-non-diminuire/?refresh_ce=

[2] Stéphane VIDAL, Patrick VUCHOT, Conoscenza e gestione dei composti aromatici e fenolici dei vini, Articolo estratto dagli Atti dell’8° edizione dei Rencontres Rhodaniennes, 25 Marzo 2004, in https://www.infowine.com/intranet/libretti/libretto2532-01-1.pdf

Pezzi unici in milioni di esemplari

Di Émile Bayard – http://www.ars-classical.com/pageID_6905635.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1856996

I dibattiti italici (non che da altre parti sia di gran lunga meglio), che trattino di staminali, del passaggio dagli aromi forti della cioccolata barocca a quello più semplice e lineare della cioccolata illuministica, della formazione del governo o del ruolo dell’informatizzazione di massa, prendono, a volte, pieghe paesane a cui fanno da contraltare almeno tre elementi intimamente connessi tra loro: il provincialismo, il grottesco, il corporativo.

Il primo termine afferisce ad una mentalità che procede a scarti ridotti e che ha la presunzione di scambiare l’orticello di casa propria per le praterie della Savana. Il provincialismo, come affezione mentale, non ha nulla a che fare con la difesa di peculiarità locali. Ne è l’antitesi cognitiva: il provincialismo ha la precipua funzione di globalizzare il senso comune del banale, dell’ovvio, dell’atteso e del ripetuto.

Il grottesco, invece, è l’estensione metafisica del provincialismo: rende goffo, innaturale, comico, ma senza rallegrare, ciò che di per sé è misero. Il grottesco è sguaiato, eccessivo, talmente improbabile da sembrare vero.

Il corporativo: la difesa del ruolo di sé, della categoria, dell’appartenenza, che ha pretesa dell’assoluto. Il corporativo serve per rimarcare, e per ricordarci, che c’è un solo titolare della Parola secondo il rituale richiesto e il potere stabilito.

Il paesaggio civile si popola così, all’interno di una società tecnicamente evoluta in grado di “fornire pezzi unici in milioni di esemplari” (Giorgio Manganelli), di miriadi di neo intenditori. Walter Benjamin aveva intuito la portata di questa enorme trasformazione antropologica quando scrisse in merito all’ “opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936): l’esaurimento delle apparizioni uniche di una lontananza come “seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa” significa la fine dell’aura, ovvero di quell’intreccio tra lontananza, irripetibilità e durata. L’estetizzazione della politica si risolve, dunque, nel cortocircuito fra due crisi: l’immediatezza dell’aisthesis e la mediazione politica.

Un giorno Umberto Eco disse che “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Forse, ma credo che si sbagliasse: né gli accessi, né gli imbecilli sono causa di qualcosa. Semmai la fine della mediazione, ovvero dell’interposizione sapiente, esperita e, in fine, politica, tra colui che accede tramite il mezzo preposto e la locuzione finale a cui è atteso, ingenera la proliferazione e la reiterazione della parola stupida.

Alla fine di ogni dibattito che non si rispetti compare in scena, prestante e necessario più che mai, il capretto che porta via il male: il biblico aza ‘zèl, il capro che scompare. Il nostro latino caper emissarius, cioè il capro espiatorio.

Il vino inesistente. Dialoghetto senza né capo né coda, ma con un bel finale moraleggiante

Di Flickr.com user “tanakawho” – https://www.flickr.com/photos/28481088@N00/160781390/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1020048

Lui: “Vi vorrei far assaggiare questo nebllbll……………….”
Lei lo interrompe: “oh, è pazzesco questo clima: mi vesto come una cipolla. Cappotto, sciarpa, maglione al mattino, sotto la maglia a mezze maniche, poi canotta, jeans invernali, calze di lana e calze di riserva in borsa, scarpe da trekking e siamo a giugno” “A GIUGNOOO! Machecazzo!”
L’altro: “Verissimo! Una primavera che sembrava dicembre, tutto che arrancava e ora arriva sta botta umida che manco a ottobre!”
Lui: “Ed è per questo che vi ho proposto questo meraviglioso neblll…”- parte la radio
L’altra: “ Cos’è sto pezzo?!? Dai, dai, aiutatemi! Ce l’ho lì sulla punta della lingua: lo ballavo in cucina proprio ieri sera”
Lei: “Ma sì è coso…coso, Cast…no aspe’ Calvin, Calvin”
L’altro: “Calvin Harris!”
L’altra: “Mitico!”
Lui consulta il cellulare: “Giant è il pezzo con Rag’n’Bone man” – “Volete un po’ di parmigiano con questo fantastico neblll….?” – Gli altri alzano il volume e si mettono ballare.

L‘altro si dimena in maniera scomposta con il bicchiere in mano. Lei, cercando di prendergli la mano per un giro di valzer in pochi metri quadri, gli urta il braccio. La mano di lui si gira e tutto il vino si spande sul meraviglioso cashmere rosa dell’altra.
Allora l’altra indietreggia, apre le braccia in segno di disdegnato stupore e furente sorpresa e, con il culo, urta la bottiglia che cade a terra rompendosi in mille pezzi: “ma porca merda, biiiip biiiiiip, bip bip, me l’ha regalata mia nonna per miei 35 anni!!!! E ora come faccioooo?!? Stramerda!”
Voci concitate si accavallano. Sullo sfondo la parola strozzata di lui: “il mio nebblblll… (imprecazioni e insulti incrociati) no! Lo tenevo lì per questa occasione. Non ne ho altre di bottiglie di quell’annata! Era del 19zbrrscsh …sommerso dalle grida”
L’altra: “ma chissenefotte, guarda il mio maglione!” – piangendo lacrime disperate
L’altro: “Non te la prendere, te la ricompriamo uguale così tua nonna non si arrabbia”
L’altra: “Mia nonna è morta… sai è il ricordo” – dice singhiozzando
Lei: “Si ti capisco. Ma te la ricompriamo!”
Lei, l’altra e l’altro escono di casa per dirigersi al negozio dei maglioni di cashmere più figo della città.
Lui rimane a casa, raccoglie i cocci e si versa un succo al pompelmo rosa mentre pensa: “Il maggior guaio del gittar perle ai porci non è tanto che si sprechino le perle quanto si guastano i porci”. (Ugo Bernasconi)

Domande sul biologico e sul biodinamico a risposta multipla

Diagramma di Eulero di alcuni insiemi numerici notevoli Di Daniele Pugliesi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11657594

A) Il biodinamico è un biologico più freak?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

B) Il biologico è un biodinamico incompleto?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

C) Se il biodinamico è anche biologico, il biologico può essere un po’ biodinamico senza saperlo?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

D) È nato prima l’uovo biodinamico o la gallina biologica?

1)L’uovo 2) la gallina     3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

E) Per la teoria degli insiemi, definisca il candidato, considerando che l’insieme A sia il Biodinamico e l’insieme B il Biologico, la relazione corretta tra i due insiemi:

  • Cerchi il candidato di spiegare, sulla base delle leggi di De Morgan, utilizzando i diagrammi di Eulero-Venn, la legge italiana sul Biologico
  • Il candidato individui tra i seguenti insiemi quelli che sono uguali:

A. Vocali della parola “BIODINAMICO”.

B. Consonanti della parola “BIODINAMICO”.

C. Vocali della parola “CONVENZIONALE”.

D. Vocali delle parole “IL MIO AMICO”.

Le immagini degli esercizi sono tratte da https://it.wikiversity.org/wiki/Gli_Insiemi_(superiori)

Parole nel tempo: biologico

Campo di grano sotto cielo nuvoloso, 1890, Van Gogh Museum, Amsterdam

Mi capita, ogni tanto, nelle ore di lezione che svolgo presso il master in Wine Culture and Communication dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, di soffermarmi sull’uso delle parole legate al vino, sulla loro etimologia, sul loro senso e significato, sulla loro storicità, sul loro uso comune o meno, sulla loro sincronia o diacronia con la lingua corrente parlata e scritta, sul loro slittamento semantico, sul loro valore, etico, politico, scientifico, economico… Insomma sulla lingua e sulle parole come elementi relazionali e sociali. Come scrissi da altre parti, sul discorso come pratica sociale.

Siccome è tornato in auge, per ragioni contingenti, il dibattito sul biologico e sul biodinamico, vi propongo qui, in italiano e in inglese, alcuni spunti di discussione sull’origine della parola “organic” che, poi, nella nostra lingua ha trovato un riparo piuttosto sicuro nella traslazione in “biologico”, che altro non è che il pensiero, la parola, la ragione e il principio creatore della vita. E da questo, capirete bene, che il mio “altro non è” si fa piuttosto complicato. Questi spunti linguistici non hanno alcuna pretesa né di giustificare, né di confutare alcun metodo.

Hanno invece la volontà di far comprendere la precarietà delle parole e la precarietà delle relazioni che esse ingenerano e di cui sono portatrici. Perché, neppur tanto sotto, le parole sono anche potere e strumenti di lotta per il potere; per la propria o altrui affermazione.

1510s, organico “che serve (funziona) come organo o strumento”, [dal lat. organĭcus, gr. ὀργανικός «attinente alle macchine, agli strumenti; che serve di strumento», der. di ὄργανον: v. organo] (pl. m. -ci). “di o appartenente a un organo, che serve come strumento o motore”, da organon “strumento” (vedi organo: estensione di ergo: lavoro e di ergon: opera).

Il senso di “da esseri viventi organizzati” è stato registrato per la prima volta nel 1778 (prima questo senso era in organical, metà del XV secolo).

Significato “privo di pesticidi e fertilizzanti” attestato per la prima volta nel 1942. La chimica organica è attestata dal 1831.

Precedentemente era organical “relativo al corpo o ai suoi organi” (metà del XV sec.) e l’inglese medio aveva organik, di parti del corpo, “composto di sostanze distinte, con proprietà distinte” (1400 circa).

organo (n.) Il significato biologico “parte del corpo di un uomo o di un animale adeguata a una certa funzione” è attestato dal tardo XIV secolo, da un senso latino medievale del latino organum. Dall’inizio del XV sec. come “un attrezzo, uno strumento”. Il senso ampio ed etimologico di “ciò che svolge una certa funzione” è attestato in inglese dagli anni 1540. Dal 1788 come “un mezzo, uno strumento di comunicazione”. Organ-grinder, “musicista ambulante che ‘macina’ musica su un organetto” è attestato dal 1803.

organicamente (adv.)

1680 in riferimento agli organi corporei; 1862 in riferimento agli esseri viventi; 1841 come “come parte di un tutto organizzato”; da organic.

inorganico (agg.)

1727, “senza la struttura organizzata che caratterizza gli esseri viventi”, da in- (1) “non, contrario di” + organico (agg.). Inorganico in questo senso è del 1670. Nel significato “che non arriva per crescita naturale” è registrato dal 1862.

Il termine “agricoltura humus (a base di composti organici)” (difficilmente traducibile in italiano) è andato fuori moda negli anni ’40, quando il termine “organico” è diventato più popolare.

Secondo un’unica fonte, il primo uso di “organico” per descrivere questa forma di agricoltura si trovava nel libro Look to the Land di Lord Northbourne, pubblicato nel 1940. Northbourne usa il termine per caratterizzare le aziende agricole che usano metodi di “agricoltura humus”, perché li percepisce come imitatori dei flussi di nutrienti ed energia negli organismi biologici – “…un insieme vivente equilibrato, ma dinamico. “Pertanto, la parola “organico” era intesa e utilizzata per descrivere il processo e la funzione all’interno di un sistema agricolo, non la natura chimica dei materiali fertilizzanti utilizzati e non l’aderenza a una nozione screditata di nutrizione delle piante.

I danni all’ambiente sono stati riconosciuti per la prima volta nel 1938, quando il “topsoil” (terriccio) venne spazzato via dalle Grandi Pianure, lasciando decine di migliaia di agricoltori senza lavoro, secondo un rapporto dell’USDA (U.S. Department of Agricolture), “Soils and Men“1, che evidenziò il modo in cui le pratiche agricole impoverivano i terreni coltivabili. Questo rapporto è una relazione che anticipa le ragioni per un’alternativa sostenibile in agricoltura. Più tardi, nel 1945, J.I. Rodale, forse la figura più influente nel movimento americano del cibo organico, pubblicò un articolo che metteva in guardia sui pericoli posti dal DDT e più tardi Rachel Carson ampliò la critica al DDT nel suo libro “Primavera silenziosa”. Tutte queste pietre miliari crearono una piattaforma su cui il movimento biologico americano poté crescere.

1510s, organic “serving as an organ or instrument,” from Latin organicus, from Greek organikos “of or pertaining to an organ, serving as instruments or engines,” from organon “instrument” (see organ).

Sense of “from organized living beings” is first recorded 1778 (earlier this sense was in organical, mid-15c.).

Meaning “free from pesticides and fertilizers” first attested 1942. Organic chemistry is attested from 1831.

Earlier was organical “relating to the body or its organs” (mid-15c.) and Middle English had organik, of body parts, “composed of distinct substances, possessing distinct properties” (c. 1400).

organ (n.) The biological meaning “body part of a human or animal adapted to a certain function” is attested from late 14c., from a Medieval Latin sense of Latin organum. From early 15c. as “a tool, an instrument.” The broad, etymological sense of “that which performs some function” is attested in English from 1540s. By 1788 as “a medium, an instrument of communication.” Organ-grinder, “strolling musician who ‘grinds’ music on a barrel-organ” is attested by 1803.

organically (adv.)

1680s in reference to bodily organs; 1862 in reference to living beings; 1841 as “as part of an organized whole;” from organic. From 1971 as “without the use of pesticides, etc.”

inorganic (adj.)

1727, “without the organized structure which characterizes living things,” from in- (1) “not, opposite of” + organic (adj.). Inorganical in this sense is from 1670s. Meaning “not arriving by natural growth” is recorded from 1862.

The term “humus farming” went out of vogue in the 1940s as the term “organic” becam more popular. According to one source, the first use of “organic” to describe this form of agriculture was in the book “Look to the Land”, by Lord Northbourne, published in 1940 Northbourne uses the term to characterize farms using humus farming methods, because he perceived them to mimic the flows of nutrients and energy in biological organisms – “…a balanced, yet dynamic, living whole.”Therefore, the word “organic” was intended and used to describe process and function within a farming system – not the chemical nature of the fertilizer materials used, and not adherence to a discredited notion of plant nutrition.

Detriments to the environment were first recognized in 1938, as topsoil blew off the Great Plains, leaving tens of thousands of farmers destitute, a USDA report, Soils and Men, discussed the way agricultural practices depleted the soil. This report an early argument for a sustainable alternative in agriculture. Later in 1945, J.I. Rodale, perhaps the most influential figure in the American organic food movement published an article warned about the dangers posed by DDT and later Rachel Carson expanded the criticism of DDT in her book Silent Spring. All these milestones, created a platform upon which the American organic movement could grow.

Nella breve storia dell’umanità la parola “organic” è una piccola infante. Non parliamo, poi, del nostro “biologico”. Eppure sembra che ci siano da sempre.

Fonti:

George Kueppe, A Brief Overview of the History and Philosophy of Organic Agriculture, Kerr Centre, 2010;

https://www.etymonline.com/;

Il rito sacrificale della bevuta condivisa (alle fiere a venire)

'Hip,_Hip,_Hurrah!_Artist_Festival_at_Skagen',_by_Peder_Severin_Krøyer_(1888)_Demisted_with_DXO_PhotoLab_Clearview;_cropped_away_black_border_edge
‘Hip,_Hip,_Hurrah!_Artist_Festival_at_Skagen’,_by_Peder_Severin_Krøyer_(1888)_Demisted_with_DXO_Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73258338

Festa, rito, socializzazione. E sicuramente commercio. Nella fiera vinicola si consuma la contrapposizione di due modelli gnoseologici: l’“azione festiva” che, rimandando a Veblen [1], rappresenta un determinato comportamento riconducibile all’ ‘ostentazione ingenua’ e allo ‘spreco vistoso e il “tempo festivo”, ovvero il tempo del calendario e della memoria storica contro il tempo borghese dell’orologio. [2] Punto di incontro tra queste teorie è, per Jesi, l’antropologia simbolica di Elias Canetti: «In uno spazio limitato c’è moltissimo, e i molti che si muovono entro quell’area possono tutti parteciparvi. (…) C’è più di quanto tutti insieme potrebbero consumare e allo scopo di consumarlo affluiscono sempre più persone. (…) Nulla e nessuno li minaccia, nulla li mette in fuga; vita e piacere sono assicurati durante la festa. Molti divieti e molte separazioni sono state aboliti, accostamenti del tutto inconsueti vengono consentiti e favoriti. L’atmosfera per il singolo è di rilassamento e non di scarica. Non c’è una meta comune a tutti, che tutti insieme dovrebbero raggiungere. La festa è la meta, ed essa è stata raggiunta.» [3]

Certo, c’è il vino, collante e medium del piacere collettivo; ci sono le transazioni orizzontali tra consumatori e tra produttori. E l’incontro desiderato, ricercato, voluto: l’appuntamento dato e quello mancato.

E poi il rito dell’assaggio, della bevuta insieme nel nuovo simposio della contemporaneità. Ma vi è di più: vi è qualcosa che rimanda ad un rito ancestrale del sacrificio collettivo come mezzo di divisione di un bene che non è dato per tutti. E’ la collettività dei produttori, i simposiarchi designati a presiedere al convito e alla mescita che, attraverso la suddivisione dei costi, a cui le individualità convenute partecipano in maniera simbolica (cioè non rapportata alle quantità e le qualità ingerirete o sputate), permette al demos degli assaggiatori di sorbire varietà di vino in misura non immaginabile per la condizione delle tasche di molti. Questa ritualità, che ha come oggetto sacrificale il vino distribuito in dosi ragguardevoli, ci impone di volgere lo sguardo all’antica Atene e alla sua costituzione democratica. E’ proprio grazie alle critiche di pseudo-Senofonte [4], arcigno oligarca antidemocratico, che è giunta a noi la conoscenza della condivisione tra i cittadini ateniesi delle enormi quantità di bestiame sacrificato durante le festività pubbliche [5]. Godiamo, dunque, del vino largamente profuso nelle fiere a lui e a noi dedicate.

NOTE

[1] Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 2007 (1899)

[2] Cfr. Furio Jesi, Il tempo della festa, nottetempo, Roma 2013, pag. 93

[3] Ivi, pag. 97

[4] Pseudo Senofonte, Costituzione degli Ateniesi (440 – 410 a. C.) in Furio Ferraresi, Il tutto e le parti. Categorie e soggetti della conflittualità politica nell’antichità in scienzaepolitica.unibo.it/article/download/3843/3249

[5] Cristiano Grottanelli, Il sacrificio, Editori Laterza Roma – Bari 1999, pp. 52 -54

Il “vinese” e altre sciocchezzuole di questo tipo

Di Giotto – Giotto di Bondone, Stoltezza Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1170281

Il potere, secondo Foucault, è “la molteplicità dei rapporti, di forze immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso lotte e scontri incessanti, li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o, al contrario, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie, infine, in cui si realizzano i loro effetti, e il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali1”.

Il linguaggio, e non soltanto la lingua intesa come struttura delle regole grammaticali, sintattiche ed espressive, è senza dubbio una pratica sociale che inerisce a tali rapporti di forza e, nel contempo, contribuisce a crearli. Così come ogni pratica sociale il linguaggio non è mai stabile, definito, cristallizzabile: assorbe, mutua, esclude, si allea, forma, distorce, semplifica, chiarifica, complica, inaridisce, fluttua, configge. Si potrebbe parlare a lungo delle parole introdotte da altre lingue (inglesismi, francesismi prima, germanismi…), di nuovi lemmi, di parole troncate per uso telematico, di discorsi che si specificano e di quelli che si ancorano non tanto per non perdersi, ma per conservare poteri economici, giudiziari e di tanto altro ancora.

Ogni tanto si legge, qua e là, qualche appello alla “democratizzazione” della lingua, contro gli “–ese” portatori di una insopportabile specificazione e complicazione della stessa: contro il “politichese”, il “sindacalese”, il “giornalese”, il “burocratese”, il “gastronomese”, il “vinese” e domani chissà. Ogni categoria sociale ed economica trova i suoi “–ese” contro cui discordare e contro cui rivendicare il diritto alla comprensibilità. Ma, in realtà, non è di costei che si parla.

Quando scorgo questi appelli, ad una sensazione di immediato fastidio, segue un’orticaria diffusa. Mi irritano molto e spiego il perché: prima di tutto il pulpito. Sarà perché ho maturato una sorta di diffidenza personale alle prediche che lastricano cattive strade, allo stesso modo quello che vedo è un potere costituito o costituente che rivendica a sé il diritto al miglioramento della vita altrui e della cognizione altrui: similmente al discorso del “buon senso”, perpetrato da una fetta ragguardevole delle compagini politiche tutt’ora dominanti, si cambiano gli addendi senza che di una nuova somma benefici alcuno. La semplificazione non è volta, in altro modo, ad agevolare la chiarezza, ma serve a fissare delle posizioni dominanti. Lontano da qualsiasi intento di democratizzazione di una lingua, l’appianamento dall’alto non è altro che l’anticamera dell’inaridimento e della banalizzazione dei concetti ad uso di nuovi e vecchi potentati. Dove la lingua accentua, al contrario, il suo valore di distinzione sociale, una lingua a cui non viene chiesta alcuna ammenda, è in tutti quei campi in cui piccole o grandi corporazioni non hanno alcune benché minima intenzione di cedere il passo. E a cui le controparti si genuflettono in doveroso ossequio.

Leggere, dunque, il linguaggio e i suoi discorsi all’interno delle pratiche sociali diffuse e intimamente politiche aiuta ad evirare alcuni equivoci di fondo: ogni campo di saperi, mai neutro o neutrale, costruisce nel tempo, non senza rotture, continuità, contaminazioni, conflitti… un proprio vocabolario, delle locuzioni specifiche, dei modi di dire, delle convenzioni, delle sintassi e via discorrendo. Tanto che si parli di medicina, di farmacologia, di fisica, di elettronica, di falegnameria, di arte, di vitivinicoltura, di gastronomia o di calcio. Quando un discorso è ampiamente strutturato e condiviso significa che esso è egemonico e che egemonico è il potere politico da cui dipende, da cui si struttura e che contribuisce a formare e organizzare. Quando si affacciano nuove parole, nuove sintassi, che sia il “rap” o il termine “naturale”, che ci possano piacere o meno, significa che dei gruppi sociali, produttivi o altro stanno cercando di affermare se stessi e che facendo questo cominciano ad infrangere dei codici comunicativi esistenti su cui altre compagini sociali hanno definito il loro ruolo di comando all’interno della società. Noi parliamo, pensiamo e agiamo, ci ridefiniamo, anche qui ci piaccia di più o di meno, attraverso queste strutture sociali: per dirla alla Roland Barthes “dire che esiste una cultura borghese è falso, perché tutta la nostra cultura è borghese (…) Dove risiede allora il lavoro della cultura su se stessa, dove le sue contraddizioni, dove la sua disgrazia? Per rispondere, dobbiamo, nonostante il paradosso epistemologico posto dall’oggetto, tentare una definizione, la più vaga possibile, beninteso: la cultura è un campo di dispersione. Di che cosa? Dei linguaggi. Nella nostra cultura, nella pace culturale, la Pax culturalis cui siamo soggetti, si svolge una implacabile guerra dei linguaggi: i nostri linguaggi si escludono reciprocamente; in una società divisa (dalle classi sociali, dal denaro, dall’estrazione scolastica), anche il linguaggio divide2”.

Il linguaggio divide perché la società, nel suo complesso, è divisa: per competenze, non necessariamente in modo verticale, e verticalmente per appartenenza sociale.

I linguaggi del vino e della degustazione, come ogni altro linguaggio, si formano all’interno di quei gruppi che, egemonicamente, mantengono i poteri regolativi, economici e comunicativi: la sommellerie, tanto per capirci. Ma non solo: una serie di nuovi linguaggi hanno fatto la loro irruzione attraverso nuove forme di comunicazione, come alcuni siti e blog collettivi o individuali. E poi, diversamente, la filosofia, la sociologia, la politica, l’ecologia, l’antropologia, l’economia finanziaria, l’economia produttiva, il costume. La partita si gioca lì dentro e non al di fuori: il consumatore finale disinteressato all’argomento è oggetto di altri interessi, a cui rivolgerà adeguate e minimali attenzioni. La semplificazione del linguaggio volta a cogliere una sua più pronta attitudine all’apprezzamento del vino è assolutamente pretestuosa: il vero coinvolgimento porterà il novizio ad assumere uno o più linguaggi del vino, a discuterli, a confrontarli ed, eventualmente, a respingerli, a modificarli, ad innovarli. E così il linguaggio, con la sua ricchezza, varietà, contraddittorietà, incompletezza torna ad essere prepotentemente una pratica sociale e politica.

Per concludere: storicamente ogni processo di emancipazione e di liberazione comincia dalla necessità di comprendere e di acquisire la più grande parte di ciò che la cultura, al momento dominante, detiene. Imparare a leggere e a fare di conto è parte non eludibile dei requisiti necessari per potersi confrontare. Ed è così ogni volta che entriamo in un novo mondo: impariamo a leggere e fare di conto.

1 M. Foucault, La volontà di sapere, Milano 1978, p. 82

2 Roland Barthes, La pace culturale, pubblicato sul “Times, Litterary Supplement” del 1971, in Il brusio della lingua, Einaudi, Torino 1988, pp. 99, 100

Umorismi vinosi all’antica

Alfred_Hitchcock's_The_Wrong_Man_trailer_02Lo sguardo di Henry Fonda dalla feritoia
Di Trailer Screenshot – The Wrong Man Trailer, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9928465

Critico enoico. Un noto blogger e critico enoico un giorno, incontrata una meravigliosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” – domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro” – rispose il critico.

Il vino rubato. “Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore cuneese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro aveva toccato le cinquecentomila copie vendute.

Omeopatia opoterapica. Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini. Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito dal suo paese per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave!” – disse il commerciante di vini – “Venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse” – rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò in tasca l’orologio, il portafoglio e il cellulare del camogliese.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce (Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

L’enofighetto

Rhinoceros_-_Aldrovandi
Illustrazione di un rinoceronte nel Quadrupedum omnium bisulcorum historia di Ulisse Aldrovandi. L’illustrazione è stata ispirata da una xilografia del Dürer.

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Terza Repubblica.

Solitamente l’enofighetto urla ai suoi pari di stargli il più possibile alla larga, perché di enofighetti il mondo ne è già pieno.

L’enofighetto interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di vivido spessore che richiamano l’attenzione dei commentatori più scaltri: “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!” 

La vera tragedia per un enofighetto è quella di essere compreso quando desidera, al contrario, soltanto essere amato.

Annotazioni sul comunicato della F.I.V.I.

Il logo di FIVI, liberamente ispirato all’opera di Fortunato Depero Di Beppefen – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90127457

In questi giorni la FIVI è uscita con un comunicato sulla tutela dei piccoli produttori e sulla rappresentanza all’interno dei Consorzi, il quale dice:

“In Italia i Consorzi di tutela delle DOP – vino, ai sensi del DLgs 61/10, e quelli del resto dell’agroalimentare in base alla Legge 526/99 – operano sulla base dei numeri di rappresentatività riferiti alla produzione. Con una differenza sostanziale a valere per il vino: se rappresentativi solamente del 35% dei viticoltori e del 51% della produzione di competenza dei vigneti iscritti nello schedario viticolo della DOP, i Consorzi esercitano esclusivamente nei confronti dei propri soci. Per esercitare le loro funzioni “erga omnes” servono altri numeri: 40% dei viticoltori, 66% della produzione. La percentuale di rappresentanza delle cooperative di viticoltori o associazioni di produttori è calcolata sulla base della somma dei quantitativi espressi dai loro singoli soci conferenti, qualora questi abbiano provveduto a rilasciare espressa delega, come da art. 6 comma 5 del DM 16 dicembre sui Consorzi. Tali conferenti saranno indicati “per memoria” sul libro soci del Consorzio, in abbinamento al nome della cooperativa, per essere comunicati al Ministero al momento della richiesta del riconoscimento e/o dell’autorizzazione “erga omnes”, per essere ancora comunicati ogni tre anni a partire dalla data di riconoscimento e di incarico ai fini della dimostrazione della sussistenza della percentuale di rappresentatività, per essere messi a disposizione dello stesso MIPAAF nel caso di visita ispettiva presso la sede del Consorzio (art. 3 c. 1 e art. 4 c. 2 del DM 12 maggio 2010: verifica annuale sulle attività attribuite ai Consorzi da parte del MIPAAF)”. Fonte: https://www.entevinibresciani.it/il-sistema-dei-onsorzi-di-tutela-in-italia/

Veniamo ora a quanto propone la F.I.V.I.:

“La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti lancia un nuovo appello alla tutela dei piccoli produttori, con una lettera inviata al Sottosegretario Gian Marco Centinaio. La rappresentanza di tutti all’interno dei Consorzi è un tema sollevato e dibattuto da tempo dalla F.I.V.I., che nelle scorse settimane si è riacceso a causa delle problematiche relative all’elezione del CDA del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG. In questa sede è emersa l’intenzione di concentrare la gestione della denominazione nelle mani di alcuni grandi gruppi, in particolare afferenti al sistema cooperativo, con la conseguente esclusione degli interessi dei piccoli produttori. Il caso Conegliano Valdobbiadene non è che un esempio di una situazione ampiamente diffusa sul territorio nazionale: per questo motivo la FIVI ritiene che sia necessario intervenire. L’attuale normativa infatti (in particolare l’art. 8 del DM 232/2018), stabilisce che i voti siano attribuiti in funzione della produzione vitivinicola dell’anno precedente, valutando quindi esclusivamente la quantità prodotta, senza considerare minimamente né il numero dei produttori, né quanto questi contribuiscano alla tutela della qualità e del paesaggio della denominazione. Un’ulteriore questione è l’istituto delle deleghe, espresse dai soci viticoltori al momento dell’adesione, che dà grande potere alle Cooperative che partecipano al lavoro dei Consorzi, rendendo gli altri partecipanti quasi inesistenti.

Tale meccanismo ha delle conseguenze inevitabili sull’effettiva rappresentanza all’interno dei Consorzi – sottolinea Matilde Poggi nella lettera inviata all’onorevole Centinaio – Il voto è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative, che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione.

L’obiettivo della F.I.V.I., in qualità di portavoce di piccoli produttori, è quello di modificare questa procedura iniqua, per consentire l’effettiva rappresentanza di tutti gli attori della filiera per una reale tutela delle denominazioni. I piccoli produttori rappresentano un sistema che orienta la propria produzione verso la più alta qualità ed è giusto che ogni Consorzio li tuteli riconoscendo loro una pari dignità. L’invito è quindi quello di creare un tavolo di lavoro per riconsiderare il criterio di rappresentanza attualmente in vigore, con l’obiettivo di rafforzare la vitalità dei Consorzi di tutela dando voce a tutte le parti”.

L’obiezione principale ed essenziale di questo comunicato è fondamentalmente una sola, da cui poi, a cascata, discendono tutte le altre: la critica del peso quantitativo (uva / ettolitri di vino/ bottiglie prodotte) come unico parametro di validazione del potere politico e delle scelte che da esso derivano.

Ora cercherò di evidenziare alcuni argomenti di carattere generale che, se considerati nella loro pregnanza, possono fornire fruttuose indicazioni sul metodo decisionale.

Se pensiamo un attimo alla nostra democrazia, che è stata storicamente comprensiva di istanze anche radicalmente opposte, essa si è via via assottigliata per motivi legati al principio della governabilità. Il Vocabolario Treccani, dopo averci illustrato che non esiste un modo condiviso di intendere la “governabilità”, cerca comunque di dare una definizione plausibile: “L’essere governabile. Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese”. In realtà il termine “governabilità” afferisce maggiormente al suo contrario, “ingovernabilità”, che non ad un’esplicitazione positiva delle sue peculiarità, se non nella misura de “il poter fare liberamente delle cose senza intoppi”: il tanto famoso, quanto pericoloso “lasciateci governare”. Ammantato di puro efficientismo tecnocratico il “lasciateci governare” si trasforma rapidamente, per lo più, nel “lasciateci fare ciò che vogliamo”. Questa involuzione, attualmente ben viva e vegeta, ha prodotto la finzione della riduzione del modello decisionale, quindi politico, ad un processo esclusivamente “tecnico” (quando poi ci si accorge che le idee, frutto della politica, sbucano da ogni parte) e nel contempo ha ridotto la questione democratica ad una sorta di rappresentanza esclusiva di grandi interessi, nazionali e internazionali.

Le vere complicazioni alla capacità di governare non sono mai state date da proposte, contenuti, lotte, conflitti e idee di qualsiasi sorta, ma da astute mosse di bilanciamento dei privilegi, dei favori e degli interessi personali. Così, appunto, nel nome di quella “governabilità”sono stati estromessi non soltanto quei gruppi che portavano istanze non immediatamente compatibili con il gioco in atto, ma le esigenze stesse. Nel nome di un supposto efficientismo tecnico, la democrazia della governabilità ha semplicemente smesso di rappresentare: nelle sedi politiche, sindacali….

Come se, tutto di colpo, spariti o annullati i portatori di interessi non direttamente convergenti al gruppo di comando, fossero spariti gli interessi stessi. Tutto questo non è mai avvenuto, né mai avverrà: silenti, nolenti e poco gaudenti, essi si sono scomposti e si ricomposti nelle forme e nelle modalità più diverse: ad esempio in quella che, ridicolmente, viene chiamata come anti-politica.

Dall’altra parte, i rappresentanti delle istanze di comando si sono sempre più impoveriti all’interno di un dibattito asfittico, apparentemente differente nel vociare, ma comune nel sentire: in ciò che conta la corrispondenza tra finte opposizioni è massima.

E veniamo al dunque: qui si parla di economia, di economia politica, ma anche di filosofia, di storia delle arti, natura, colline, città e mestieri. Dei Consorzi, delle d.o.c. e delle d.o.c.g.

Si obietterà, ed è stato fatto, che sono enti “economici” e che nulla del loro agire riguarderebbe altro che non l’efficacia misurabile in termini di profitto: e qui obietto io, dicendo che la loro tutela va ben oltre una rendicontazione puramente economica e che questa, solo in un’ottica miope e di brevissima durata, può essere valorizzata esclusivamente come interesse dei massimi produttori. Quando si parla di denominazioni di origine, si parla di storia, di territorio, di paesaggio, di aggregazioni umane e commerciali, di culture e pratiche agricole, di bellezza, di estensioni o restrizioni alla parte coltivata, di varietà biologica e naturale, di città, paesi, di falde acquifere, di aria…

Si obietterà, ed è stato fatto, che un piccolo produttore non può mettere in discussione il peso di chi coltiva centinaia e centinaia di ettari. Forse no, ma sicuramente può essere ascoltato perché potrebbe dire, fare, pensare, lettera e testamento cose di garbata intelligenza che potrebbero appassionare anche coloro che producono centinaia e centinaia di ettari vitati. Ma non è quello che comunque chiedono: è l’aggregazione di tanti piccoli produttori che, pesando diversamente, rappresenterebbero diversamente e in maniera più inclusiva un territorio e tutte le sue innegabili contraddizioni. E queste contraddizioni non ci sono da oggi.

Perché, ed è bene ricordarlo, in questi ultimi vent’anni tante piccole idee, di piccoli produttori hanno contagiato, indirettamente e positivamente, anche alcuni grandi: molti di loro hanno intuito, prima di altri, i valori delle coltivazioni bio e il resto mettetecelo voi. In diversi hanno avvertito, e prima di molti altri, il valore di vitigni scomparsi o in via di estinzione. In diversi hanno pesato e prima di altri, un nuovo utilizzo di pratiche di vinificazione antiche e poi sapientemente riportate alla viva attualità: metodi ancestrali oramai relegati alle cantine dei bis-nonni, vinificazioni in anfore…

E forse tutto questo non poteva che partire da chi, artigianalmente e consapevolmente, seguiva un piccolo appezzamento di terra e su di esso sperimentava, tentava e forse cercava casualmente dell’altro.

Insomma, per dirla tutta: allargare le maglie partecipative non può che fare bene. E’ faticoso, apparentemente bloccante (ma se si bloccano anche delle schifezze è tanto di guadagnato), sicuramente includente e arricchente.

Per parafrasare Calamandrei, si potrebbe dire che “chi dice che la maggioranza ha sempre ragione, dice una frase di cattivo augurio, che solleva intorno lugubri risonanze; un contesto democratico, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”. A patto che conti qualcosa.