Qualcosa che potrebbe stare per qualcos'altro: due parole sul "mi piace/dito all'insù" di facebook.

Ferdinand de Saussure

Mi piace e pollice all’insù” (o forse no)

Qualche giorno fa un’amica mi chiede di rendere conto di un “mi piace/pollice all’insù” dato su facebook ad una pagina istituzionale di una associazione di sommellerie. La domanda, quanto mai inattesa, coinvolge il senso e le ragioni di quel “mi piace” con tutte le condizioni esplicite ed implicite del gesto: nella sostanza mi si reclamano le ragioni di tale apprezzamento in ragione del fatto che le modalità comunicative di quell’associazione utilizzano delle immagini alquanto stereotipate, scorrete (impugnatura del bicchiere) e con richiami espliciti di tipo sessista/maschilista (una ragazza molto bella dallo sguardo ammiccante). Se, immediatamente, ho ritenuto la domanda spiazzante perché interessava un piano non necessariamente motivabile in termini di condivisione valoriale attraverso il processo dell’apposizione “mi piace/ pollice all’insù” (e spiegherò il perché), successivamente ho ritenuto che l’accaduto potesse darmi, al contrario, la ragione per approfondire la questione. Perché la domanda penetra in un punto scoperto del sistema. O, forse, sarebbe meglio dire che la domanda interessa più relazioni semantiche legate al linguaggio verbale/segni.

Segno, simbolo, denotazione e connotazione.

Umberto Eco, in “Semiotica e filosofia del linguaggio” (Einaudi, 1984:12) scrisse a proposito dei segni: «Un tale ha all’occhiello un distintivo con una falce e un martello. Si è di fronte a un caso di “significato inteso” (quel tale vuole dire che è comunista), di rappresentazione pittorica (quel distintivo rappresenta “simbolicamente” la fusione tra operai e contadini) o di prova inferenziale (se porta quel distintivo, allora è comunista)?» Qualcosa diventa un segno solo se qualcuno lo interpreta come qualcosa che sta per qualcos’altro. I segni, nella loro varietà, assolvono tutti alla stessa funzione: quella di rendere significante (e sensata) la nostra vita associata.

E ancora: «Ma se si può fare una metafora (cfr. l’articolo «Metafora» in Enciclopedia Einaudi, IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, aggiungendo quindi a «leone» una figura di «umanità», e riverberando sulla classe dei re una proprietà di «animalità», questo accade proprio perché sia /re/ sia /leone/ preesistevano come funtivi di due funzioni segniche in qualche modo codificate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una cosa è una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) è al tempo stesso un’altra. Quello che c’è di fecondo nelle tematiche della testualità è tuttavia l’idea che, perché la manifestazione testuale possa svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesistenti, bisogna che qualcosa nella funzione segnica (e cioè il reticolo delle figure del contenuto) appaia già come gruppo di istruzioni orientato alla costruibilità di testi diversi. Dunque, almeno nell’apparenza un significante rimanda pur sempre ad una serie di significati espliciti, dichiarati e ad una serie di significati impliciti, relazionali, di senso inteso o sottaciuto». (Umberto Eco, Segno e inferenza, Einaudi, Torino 1997: 21)

Apparentemente questa relazione biunivoca dovrebbe facilitare la nostra comprensione quantomeno sui significati intesi. In realtà le cose si complicano per diversi ordini di ragioni:

  1. Un’immagine, ma potrebbe dirsi lo stesso per un simbolo, è polisemica, rimanda cioè a differenti significati. La parola legata all’immagine o al simbolo ha la funzione di condurre il lettore attraverso alcuni significati e non altri: ha una funzione direttiva, repressiva e di ancoraggio ideologico. Ad esempio la didascalia di una foto.
  2. Di fronte ad un messaggio di prima intenzione (denotativo), “casa”, ovvero “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione”, ci sono sistemi di secondo senso (connotativi): “protezione”, “famiglia”, “patria”, “confini” fisici e relazionali…: «Questa elaborazione, talora palese, talora dissimulata, razionalizzata, è molto vicina a un’autentica antropologia storica. […] Dal canto suo il significato di connotazione ha un carattere ad un tempo generale, globale e diffuso: è, se si vuole, un frammento di ideologia […]. Questi significati comunicano strettamente con la cultura, il sapere, la storia, ed è attraverso di essi, se così si può dire, che il mondo penetra il sistema. L’ideologia sarebbe insomma la forma dei significati di connotazione, mentre la retorica sarebbe la forma dei connotatori». (Roland Barthes, Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 2002)
  3. Il rapporto tra denotazione e connotazione è nella sua sostanza ambivalente e, nello stesso tempo, politico: la denotazione non è il primo significato, ma finge di esserlo. La connotazione, in breve, produce l’illusione della denotazione, l’illusione del linguaggio come trasparente e del significante e del significato come identici. Quando assimiliamo le denotazioni per la prima volta, ci posizioniamo anche all’interno dell’ideologia, imparando allo stesso tempo le connotazioni dominanti. In altre parole il significato esplicito e quelli impliciti fanno parte della stessa natura: il primo serve a naturalizzare i secondi e renderli a noi familiari.

Veniamo ora a quelle che sono le intenzionalità base o convenzionali che il sistema facebook riconosce al tasto “mi piace/pollice all’insù”.

1) Esplicito, convenzionale e denotativo: verbo intransitivo, riuscire gradito, bene accetto, rispondere pienamente ai gusti, alle esigenze, alle aspirazioni personali. Come il suo contrario (dispiacere), si costruisce spesso con prop. soggettiva o è usato impersonalmente (dizionario Treccani) Questa situazione si verifica sia nel caso in cui l’apposizione sia data ad una pagina istituzionale sia nel caso in cui venga dato ad una esposizione estemporanea legata o meno a fatti contingenti (una frase, un pensiero, una foto, una vignetta, una notizia…)

2) Esplicito, convenzionale e denotativo: condizione informatica per cui l’apposizione di tale simbolo consente un legame permanente, almeno fino a recessione dell’intenzionalità esplicita o al termine della nostra iscrizione, con la pagina istituzionale dedicata. In questo caso non si tratta più di un evento estemporaneo, ma di un legame “duraturo” con un progetto con cui si vuole in qualche modo strutturare un legame.

Connotazioni: legami impliciti e disaccordi non evidenti.

Nel secondo caso il gradimento non è necessariamente scontato: una persona può dare il suo assenso (mi piace) al collegamento con tale o tal altra pagina esclusivamente perché ne vuole rimanere in contatto. Si dà il caso dei siti istituzionali, politicamente affini o avversi, soltanto per il fatto che questo sistema relazionale (mi piace/mano con pollice all’insù) permette un costante aggiornamento informativo di ciò che l’altro fa e dice di fare o che semplicemente pensa.

Sia nel primo che nel secondo caso, rientrano tutte quelle modalità di relazione personale supportate da amicizia vera, presunta, finta, da interessi personali, da relazioni estemporanee, da reali condivisioni, da convenienze o da semplici atti di gentilezza disinteressata in cui il “mi piace/mano con pollice all’insù” corrisponde ad una o più di queste relazioni esplicite e implicite. In ognuno di questi casi il simbolo/verbo non è in grado di spiegare nessuna di queste volontarietà, ma solo di presupporle.

Pensiamo, poi, a quei casi in cui il “mi piace/pollice all’insù” designa intenzionalità opposte: uno degli esempi più palesi riguarda la morte di qualcuno. Nella maggior parte delle situazioni il “mi piace/pollice all’insù” non indica in alcun modo il piacere della notizia ricevuta quanto la condivisione sentita (cordoglio) dell’evento luttuoso che si è verificato. In altri casi, minori ma non insignificanti, il “mi piace/pollice all’insù” è quello che la volontà palese vuole significare: giubilo gaudente. Successe in grande numero per la notizia della morte di Bin Laden tanto per fare un esempio comprensibile e, come dicevo poc’anzi, per tanti altri piccoli o grandi eventi similari. Ma l’esempio potrebbe trasporsi in contenuti assolutamente differenti.

Connotazioni e peccati di omissione. Il “mi piace/mano con pollice all’insù” come fosse una nota a piè di pagina.

In un bellissimo libro dall’oggetto alquanto insolito, “La nota a piè di pagina* Una storia curiosa” (Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000, pag. 20), Anthony Grafton scrive: “In Italia, per esempio, la nota spesso opera tanto per omissione quanto per ammissione. Il mancato riferimento a un particolare studioso o a un dato testo assume la portata di una dichiarazione polemica, di una damnatio memoriae, che la cerchia degli interessati immediatamente riconosce e decodifica. Ma la cerchia ha naturalmente una circonferenza ridotta. L’autore così strizza un occhio alla piccola comunità degli specialisti che conoscono quel linguaggio, e l’altro a quella assai più ampia degli storici e dei lettori che capitano, per caso, su una copia di una particolare rivista. Soltanto coloro che hanno memorizzato i puntini e i trattini del codice di citazione – un codice che muta, naturalmente, di ora in ora – leggeranno nelle omissioni le accuse e le polemiche. Ai non addetti le stesse note appariranno pacate e informative”.

Il “Mi piace/pollice all’insù” funziona, ovviamente secondo volontà del fruitore/commentatore/sodale e non dell’autore, in maniera similare: segna l’appartenenza ad una comunità; indica nell’autore un punto di riferimento imprescindibile, indipendentemente o meno dal contenuto espresso, rimarca i distinguo sia nei confronti di altri autori sia nei riguardi di comunità o individui che dal primo hanno preso e prendono le distanze. Un semplice “like” indica talora molto di più di quanto nel suo significato esplicito di piacevolezza voglia segnalare. In un sistema algebrico in cui “amicizia” sta per…, ma anche al posto di …, ogni funzione ad essa complementare o surrogata si dota delle stesse intenzionalità interpretabili in cui la ragione del gesto, al di fuori di una sua palese dichiarazione dell’interessato, resta priva di spiegazione. Non esiste tra simbolo/verbo (mi piace/ pollice all’insù), come abbiamo potuto vedere, un rapporto sostitutivo con l’intenzionalità dell’autore, ma solo un rapporto mediato col senso esplicito ed implicito che “facebook” assegna.

Il legame debole.

Altre volte, invece, il legame strutturato, ma bisognerebbe valutare caso per caso, è assai meno evidente e definito: il richiamo alla condivisione può essere dettato dal mero interesse; oppure ancora in riferimento e in luogo di una amicizia per cui si accorda un piacere non sulla base di quanto proposto; o semplicemente sugli effetti della relazione amicale in sé e così via. Diversi “mi piace/pollice all’insù” non presuppongo in itinere necessarie rivalutazioni da parte degli interessati: allo stesso modo con cui vengono accordati così possono rimanere per lungo tempo invariati, pur cambiando il contenuto della pagina “piaciuta” (nel mio caso non mi ero più occupato in alcun modo delle modalità comunicative di quella pagina allo stesso modo con cui non me ne occupo di molte altre a cui ho apposto per diverse ragioni sopra-elencate il “mi piace/pollice all’insù”). La mia, ovviamente, non può essere una giustificazione, né intende esserlo: diciamo che nel momento in cui si entra in un sistema comunicativo sovrastante si possono correre dei rischi più o meno prevedibili. Ma, ancora una volta, è il sistema di connotazione implicito nel mondo “facebook” che tiene dentro e naturalizza le sue denotazioni nella forma più ovvia: il “mi piace”. Da cui la domanda rivoltami dall’amica non virgolettata (è l’amica non virgolettata, la domanda sì).

Una breve digressione sul punteggio dei vini, numeri, chiocciole, faccine, bicchieri, soli o grappoli che siano.

Passare da un linguaggio verbale o segnico costruito intorno alla “langue” (Istituzione sociale e sistema di valori come parte sociale del linguaggio)e alla “parole”(combinazioni in base alle quali il soggetto parlante può utilizzare il codice della lingua per esprimere il suo pensiero personale) secondo il concetto dicotomico esplicitato da Saussure in “Cours de linguistique générale”(Losanna-Parigi, Payot, 1916), ad un simbolo grafico o ad un’immagine non è un tragitto di poco conto: non lo è per molte delle ragioni espresse qui sopra nonostante, come sapientemente riportato da Umberto Eco, questi siano delle convenzioni e dunque degli accordi segnici con cui delle comunità umane stringono delle relazioni operative. Pensiamo, anche solo per un momento ai voti scolastici: li comprendiamo nella loro essenza, sapendo che un quattro oltre che ad essere un rimando decisamente negativo potrebbe portare ad una sonora bocciatura, ma siamo in grado solo fino ad un certo punto di intendere il valore di senso che il soggetto erogante gli attribuisce, a meno che non espliciti a fianco una sequenza di “parole” socialmente comprensibili in un contesto valoriale (langue). E, neppure in questo caso, forse li capiremmo compiutamente. Quello che dobbiamo comunque cercare di comprendere, sia che si tratti di un “6–” o di un “83/100”, è il contesto di attribuzione sociale degli stessi, delle loro relazioni sociali e quindi politiche, e dunque economiche, e culturali all’interno di processi storici in cui i parametri di giudizio possono significativamente cambiare allo stesso modo con cui cambiano le relazioni di potere.

Breve corso di allontanamento dal vino

Primo giorno di scuola 1967
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5619644

Breve vademecum corsistico per allontanare, in poche mosse, chiunque dal vino. E alcune di queste mi capitarono.

  1. Imporre un alto costo al corso con relativa implementazione del budget attraverso l’acquisto obbligatorio di gadget e ammennicoli non desiderati; 
  2. Accogliere i corsisti in sale sovraffollate, calde, a visibilità ridotta nelle ultime file/banchi, ancora meglio se intercalate da colonne che ostruiscano la visuale;
  3. Usare aule dotate di luci al neon modello sale di attesa delle stazioni ferroviarie anni ‘80;
  4. Usare aule dotate di rimbombo tipico della grotta segreta di Ulisse sapientemente ampliato da apparecchi fonici appositi;
  5. Proporre sedili scomodi dotati di manubri improbabili e banchi auto-rovescianti;
  6. Proporre classi numerosissime con rapporto docente/discente di almeno 1/92;
  7. Affrontare lezioni mnemoniche, frontali, ripetitive, nozionistiche e centrate sulla lettura dettagliata di dati statistici sulla produzione e sugli affluenti di destra del nebbiolo e su quelli di sinistra del sangiovese;
  8. Parlare con voce piatta, monotona, leggermente cantilenante (beghine style);
  9. Proiettare cartine geografiche a mappatura orizzontale possibilmente colorate in maniera vivida (pastello);
  10. Servire vini mediocri e possibilmente difettosi a scopo didattico;
  11. Sminuire alcune zone produttive: ad esempio dire che i vini che finiscono in “-ino” sono vini del “belino”;
  12. Far compilare schede di valutazione dei vini spiegate con i canoni con cui si affrontano le scommesse Sisal/Totip;
  13. Rispondere in modo arrogante e con ampia sufficienza a domande esposte con estrema semplicità/ingenuità;
  14. Far intendere, nemmeno sotto le righe, che il relatore sa e che il discente non sa e che non saprà mai come sa lui/lei;
  15. Arrivare a lezione mezzi ubriachi e con cattiva digestione (che verrà ampliata dalle dotazioni acustiche rimbombanti);
  16. Chiamare alla lavagna un ignaro corsista privo di attitudini oratorie pubbliche e schernirlo di fronte alla platea; congedarlo con una pacca sulla schiena a mano aperta;
  17. Allontanarsi in bagno con la moglie/marito/amante/fidanzato/a di un corsista durante la pausa;
  18. Affrettare la chiusura;
  19. Allontanare la chiusura raccontando aneddoti personali e familiari non richiesti, oppure dilungandosi in un contenzioso con un corsista vivamente toccato dai vini del “belino”;
  20. Andarsene senza salutare;
  21. Salutare svogliatamente;
  22. Salutare solo quelli belli/belle

Cina, America e altri Occidenti. Ancora sui dazi sul vino e su altri generi più o meno voluttuari

La Grande Guerra di Mario Monicelli – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349255

Pensare che gli Stati Uniti d’America e che il loro caro leader Donald Trump abbiano intrapreso la strada della ritorsione economica a seguito dei finanziamenti pubblici di alcuni stati europei al progetto Airbus per ben 7,5 miliardi dollari viaggia di pari passo con l’idea che la prima guerra mondiale sia scoppiata in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Non che un pretesto non serva, ma di pretesto si tratta.

Proverò ad elencare una serie di questioni non sufficientemente trattate in modo tale che la forma dello scontro in atto assuma una fisionomia maggiormente definita e comprensibile.

Le elezioni americane, il formaggio e il latte.

Come molti di voi sapranno il prossimo martedì tre novembre 2020 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come si dice da quelle parti: “sink or swim” (o la va o la spacca) e per Trump “farla andare” significa prendersi, tra gli altri, il necessario stato “contadino” del Wisconsin. Proprio in quello stato abbarbicato a nord tra il Lago Superiore e il Lago Michigan chiudono due aziende casearie al giorno. Nello stesso tempo sono falliti due dei più grandi produttori di latte d’America: la Dean Foods e la concorrente Borden Diary presente sul mercato da oltre 164 anni (fonte: Federico Fubini, La caduta dell’export. E manca ancora una cabina di regia, “Corriere della Sera” 15 gennaio 2020)

D’altra parte Larry Summers, professore di Harvard, segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama, ricorda a tutti noi che, in anno di campagna elettorale, per Donald Trump conta di più fare il duro che avere ragione (fonte: Federico Fubini, “Ma Trump non mollerà, ora vuole colpire l’Europa”, “Corriere della Sera” 16 gennaio 2020). Non so com’è, ma mi ricorda qualcuno.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti sono indebitati sino al collo, ed anche in questo mi ricordano qualcun altro (molti altri a dire il vero). Il deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, cresciuto a dismisura dal 2001 in avanti, alla data 31/12/2019, ammontava a ben -320 miliardi dollari. Sì, avete letto bene e se non ci credete controllate qui:

2019: U.S. trade in goods with China

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html#2019

NOTE: All figures are in millions of U.S. dollars on a nominal basis, not seasonally adjusted unless otherwise specified. Details may not equal totals due to rounding. Table reflects only those months for which there was trade.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’Europa.

Eufemisticamente parlando anche qui il piatto piange. Al termine del 2019 il deficit commerciale degli USA nei confronti dell’Europa era pari a -162,570.5 miliardi di dollari. Continuate a leggere bene: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

Gli accordi con la Cina

Ipotizziamola così: non era possibile che gli Stati Uniti continuassero, visto il disavanzo totale della bilancia commerciale, una guerra aperta e totale contro mezzo pianeta, puntando esclusivamente ad un rafforzamento dei propri prodotti sul mercato locale: un conto è il latte, altro lo sono automobili, petrolio, prodotti agricoli di varia natura, prodotti dell’industria manifatturiera e via dicendo. Così hanno stipulato a spron battuto l’accordo di ieri in cui la Cina si è impegnata ad acquistare, nel corso di due anni, beni aggiuntivi per almeno 200 miliardi dollari nei settori dell’energia, dei servizi, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Disgregando i 200 miliardi per settore troviamo nel comparto energetico l’acquisto di gas liquefatto, di gas naturale e materie prime petrolchimiche pari a 52,4 miliardi di dollari; prodotti agricoli per 32 miliardi di dollari; auto, componentistica, aerei, microchip per 77,7 miliardi di dollari e 37,6 miliardi di dollari in servizi. In cambio gli Stati Uniti abbasseranno l’aliquota, imposta il primo settembre scorso, su 120 miliardi di dollari di merci cinesi, al 7,5%. Al contrario i dazi imposti sul oltre 250 miliardi di dollari in beni al 25% rimarranno intatti. In una seconda fase l’intento americano è quello di abolire tutti i dazi sui prodotti cinesi. Anche nel comparto informatico i dazi su 160 miliardi di dollari in prodotti cinesi sono stati sospesi a tempo indeterminato. La Cina, dal suo canto, non applicherà il 25% di contro-tariffe sulle auto americane. E, infine, c’è l’impegno della Cina di non utilizzare la svalutazione del cambio dello yuan per avvantaggiarsi negli scambi commerciali (Fonte: Riccardo Barlaam, Cina e Usa firmano il patto di distensione commerciale, “Ilsole24ore” del 16 gennaio 2020)

Il vino, l’Europa e chissà.

Secondo il Wine Insitute (https://wineinstitute.org) californiano i dazi applicati dalla Cina al vino americano importato, californiano in testa, sono arrivati  sino al 106% del prodotto totale (dicembre 2019). Insomma una bella botta. Questo ha ingenerato una contrazione delle esportazioni del vino statunitense in Cina che, se ne 2018 si attestavano all’incirca al 25%, nell’anno successivo hanno superato abbondantemente il 30%. Così anche l’Europa ha diminuito per almeno del 15% le importazioni del vino americano. L’ipotesi dei dazi americani al vino europeo, molto probabilmente, tengono in debito conto del primo dei fattori, ovvero del rapporto con la Cina e dei nuovi accordi nel settore commerciale che dovrebbero portare ad una diminuzione sostanziale delle tariffe doganali anche sui vini. Rimanendo aperta, invece, l’ipotesi bellico-commerciale anti-europea, gli Stati Uniti, al contrario, vorrebbero innalzare le tariffe su tutti i vini di marca Ue. Per l’Italia si parla di un rischio pari a 3 miliardi di export. C’è però un ma. Sebbene l’Europa, nel suo complesso, abbia diminuito l’acquisto di vino statunitense, rimane sempre il maggiore mercato dei vini d’oltre Oceano. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno esportato vino in Europa per una quantità di 204,660,479 litri pari ad un fatturato di 469,365,824 dollari.

Nello stesso anno gli USA hanno esportato vino in Cina per 12,332,002 litri pari ad un fatturato di 59,264,488 dollari.

L’Europa, insomma, compera per otto la quantità di vino statunitense che acquista la Cina.

Nessuno stupore, dunque, per il comunicato congiunto tra CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) e l’americano Wine Institute per l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino.

D’altra parte non tutto il protezionismo esce col buco e se qualche spiraglio c’è lo dobbiamo proprio a quel buco.

TRUMPING. I dazi sul vino e sulle altre cose visti da Sun Tzu, Karl Marx, Friedrich Engels e, più modestamente, dal sottoscritto

Di 663highland – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4876792

Iniziamo con il grande filosofo, generale e stratega della guerra, Sun Tzu, nato Sūn Wǔ (孫武), zì: Chángqīng (長卿); (544 a.C. – 496 a.C.) e il suo manuale militare “L’arte della guerra”. I riferimenti alla contemporaneità sono miei, ma le intuizioni tutte sue. Ricordo inoltre che, nella mia visione complessiva delle cose, per guerra s’intende non solo la parte combattuta con armi, eserciti, droni, missili terra-aria e balestre ma, di buon grado, tutte le forme di scontro economico, commerciale, sociale, culturale e politico che si verifichino in presenza di strumenti esplicitamente atti ad offendere, opprimere e sfruttare. Le guerre guerreggiate, le guerre di sterminio, le guerre di deprivazione, in questa graduatoria della crudeltà, la fanno da padrone. Le altre possono fare male ed essere condizione perché le prime trovino un terreno fertile di accrescimento e di attuazione.

Rimaniamo nell’ambito europeo.

Situazione generale: “Quando uno Stato (Europa) è racchiuso fra tre altri Stati (USA, Cina e Russia) che se lo contendono, il suo territorio è focale. Chi ne assume per primo il controllo riuscirà anche a conquistare Tutto sotto il Cielo”

USA, Russia e Cina: “In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore”.

USA, Russia e Cina: “Il loro scopo primario deve essere quello di riuscire a prendere Tutto-Sotto-Il-Cielo: così, non dovranno mantenere le truppe di occupazione e i loro profitti saranno assoluti. Questa è la regola per la strategia dell’assedio.”

USA, Russia e Cina: “Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vogliono conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fondano sulla situazione che vogliono determinare”.

Europa: “Tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta”.

La guerra commerciale e il protezionismo.

Ricordo qui, brevemente, che il protezionismo non è un’invenzione di Trump. È stato usato in passato in numerose occasioni da tutti gli Stati senza alcuna eccezione, vuoi per cercare di proteggere e sviluppare la propria economia mercantilistica, vuoi per tentare di affossare le risorse altrui. Neanche il libero scambio è un’invenzione di Macron o della Merkel: solitamente è l’altra faccia della medaglia ed è stato adoperato per intenti similari, ma al contrario: sono lo lo yin e lo yang dell’economia capitalistica.

Secondo Karl Marx, ne “Il Capitale”, “il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno”.

Per Friedrich Engels, nella “Prefazione all’edizione inglese del discorso di Marx sulla questione del libero scambio” del 1888, “il protezionismo è, nella migliore delle ipotesi, un circolo vizioso senza fine e non si sa mai quando finisce. Proteggendo un settore, si danneggiano direttamente o indirettamente tutti gli altri, e quindi si devono proteggere anche loro. Ma in questo modo si danneggia di nuovo il settore che era stato protetto all’inizio che richiederà degli indennizzi, e questi indennizzi avranno effetti, come nel primo caso, su tutti gli altri settori, giustificando le loro richieste di indennizzo e così via all’infinito.”

Così concluse la sua arringa Karl Marx sul libero scambio: “In generale attualmente il protezionismo è misura conservatrice, mentre il libero scambio agisce come forza distruttiva. Esso distrugge le vecchie nazionalità e spinge agli estremi l’antagonismo fra proletariato e borghesia. Il libero scambio affretta la rivoluzione sociale. È solo in questo senso rivoluzionario, o signori, ch’io voto pel libero scambio”.

Per finire, posso dire che sono assai meno fiducioso di Carletto sulle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione sociale. Anzi, sarà che sono passate le feste, ma il mio vuoto/pieno – pieno/vuoto è totalmente in disequilibrio. Vedo solo accelerazioni, ma dove queste ci portino non lo so affatto. Mi sembra di intuire soltanto una cosa: la guerra dei dazi fa parte di una guerra molto più grande. 

Contro il pranzo di lavoro

La cucina, al pari di ogni altra forma di pratica umana, è un linguaggio che si struttura in segni convenzionali. Essi, a loro volta, riflettono i nuovi assetti sociali, le loro molteplici domande culturali e le rinnovate socialità alimentari. Perso il controllo rituale del cibo, il sistema mercantile ha velocemente trasformato i bisogni in valore e le necessità in scusanti. Diversi calendari si sono poco a poco succeduti sino ad annullare la distinzione tra il tempo di lavoro e il tempo della festa: “quando i fuochi dentro (nelle case) si spengono, fuori si scatenano le delizie funerarie delle tavole fredde, delle anatomie di bocca”. (Piero Camporesi)

Una volta che i campi sono stai invasi, coperti e risucchiati in un sistema largamente produttivo, il pranzo è divenuto dapprima luogo della sperimentazione dell’ingegneria alimentare attento tanto alle leggi di mercato quanto agli apporti vitaminici, per poi farsi luogo di produzione: la colazione di lavoro. Più rare, ma non meno invasive, le cene di lavoro occupano gli interstizi della notte, lo spazio liminale delle infinite possibilità. Di derivazione anglosassone, il pranzo di lavoro, fingendo di legare uno spazio ludico, conviviale e di riposo ad una logica mercantile, travolge con il suo aggettivo di specificazione sia la sensualità del cibo condiviso che la sistema della conversazione. Siti di alta specializzazione finanziaria consigliano di essere se stessi, ma forse fino ad un certo punto, di non mangiare con la bocca aperta e soprattutto di mangiare poco. Di non ingozzarsi, di bere vino solo se gli altri lo fanno e di berne poco. Di parlare di tutto, ma forse senza discutere, quindi di non conversare di niente che non sia strettamente necessario a parlare di ciò che rimane sulle sfondo. Il cibo, come il vino, copre lo scenario della reificazione del privato piegata al dominio di soddisfazioni calcolate. Contorno di un discorso senza orni né specificità il cibo, come la conversazione, imbrigliato nelle pastoie della funzionalità operativa e commerciale, serve da cortina fumogena all’unico interesse dei convitati: gli affari. La rappresentazione scenica che gira intorno alla convivialità strumentale priva il banchettare del suo momento festivo: “Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi”. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi)

 

Il dipinto: Boris Kustodiev, Ristorante a Mosca, 1916

La bottiglia ornamentale e le bolle di felicità

Di Marco Carboni – http://www.marcocarboni.it, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11193813

Le bolle di sapone che questo bambino

si diverte a soffiare da una cannuccia

sono traslucidamente tutta una filosofia.

Chiare, inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose,

sono quello che sono

con una precisione rotonda e aerea,

e nessuno, nemmeno il bambino che le libera

pretende che siano di più̀ di quanto sembrano essere.

Alcune si vedono a stento nell’aria tersa.

Sono come la brezza che passa quasi senza toccare i fiori

e soltanto sappiamo che passa

perché qualcosa si alleggerisce in noi

e accetta tutto più nitidamente.

(Fernando Pessoa)

Il sogno dell’eleganza passa attraverso il rivestimento: colori sgargianti e rilucenti, dal giallo taxi al rosa sciroppo, che transitano per il verde gelosia e si concludono nell’austero grigio cenere, addobbano felici le bottiglie.

L’ornamentazione spiega la classe, che non è mai acqua. Nobilita il proletario e distingue il ricco: per una notte soltanto veste a festa, da piccolo principe o da piccola principessa come nei ricordi di una festa sbiadita e sfuggente, il bambino che dorme in noi.

La bottiglia ornamentale agghinda un vino mitico, tanto improbabile quanto lo sono le sue bolle: la felicità dimora nella loro provvisoria e precipitosa grandezza.

Fintanto che una nuova eruttazione gassosa non ci separi.

Il vino geometrico

In basso a sinistra nella tavola un disegno illustrativo dell’articolo di Lodovico Riva intitolato Dissertatio meteorologica. Cui accedit Solutio & constructio duorum problematum geometricorum pubblicato del volume degli Acta Eruditorum del 1736

Un vino rettangolo (o vino retto) ha i monosaccaridi interni di 90°, cioè ad angolo retto. Il lato opposto all’angolo retto è detto d-glucosio, chiamato anche destrosio; è il lato più lungo del triangolo rettangolo. Gli altri due lati del triangolo sono detti composti terpenici. Per questo triangolo vale il teorema del vino industriale pastorizzato.

Un vino ottusangolo (o vino ottuso) ha un alcol interno maggiore di 90°, cioè ottuso. Un vino ottuso ammette sempre due bevitori adiacenti.

Un vino acutangolo (o vino acuto) ha l’acidità fissa e quella volatile minori di 90°, cioè ha tre angoli acuti. Se la direzione dell’avambraccio forma con la direzione del moto del corpo su cui è esercitata un vino acuto, il lavoro risultante è positivo.

Un vino equiangolo, cioè se ha tutti i tannini interni uguali, cioè di 60°, cioè se e solo se è un vino equilatero. Il gruppo delle simmetrie del vino equilatero è costituito dall’identità, dalle rotazioni intorno al suo calice di 120° e di 240° e dalle riflessioni rispetto alle bisettrici degli altri vini equiangoli.