Grappa. Etimologie plausibili di un nome controverso

Il laboratorio dell’Alchimista di Giovanni Stradano (1570), Studiolo di Francesco I nel Palazzo Vecchio a Firenze – http://www.paleopatologia.it/articoli/aticolo.php?recordID=21, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1137288

Perdersi nell’etimologia di una parola: l’ho fatto più volte e, credo, che più volte lo rifarò. Ossessioni e compulsioni e non solo delle parole: ogni seguito personale ricade inevitabilmente in uno strascico linguistico. Leggo, a tal proposito, non di compulsione ma di etimologia, una cosa curiosa: “Diciamo senz’altro e preliminarmente che il nome di grappa si apparenta con quelli che per secoli contrassegnarono, nei registri delle ‘ruote’, i nati illegittimi; e ogni sforzo, sia pur disinteressato, di mutarlo, nobilitando il prodotto, è caduto nel vuoto”. In quella meravigliosa serie di volumi che l’editore Canesi dedicò a vini di diversa fattura e provenienza nazionale, uno di essi veniva consacrato alla grappa, alla sua storia e al costume italiano. L’autore era Ugo Martegani e l’anno il 1968. Grappa, quindi, sinonimo di prodotto popolare e tale sarebbe dovuta rimanere nei secoli dei secoli. Amen. Ho cercato in lungo e in largo, ma apparentamenti così arditi non ne ho più trovati. Ma si sa che “là dove le cose iniziano la loro storia, quel che si trova non è l’identità ancora preservata della loro origine, ma la discordia delle altre cose, il disparato” (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977)

La ruota degli esposti, dei bambini abbandonati, e dei registri con cui si tenevano in conto notizie e dettagli sugli stessi, è antichissima: la prima documentata risale al 1188 nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia. Ma la grappa? Probabilmente l’autore si riferisce al fatto che la ruota stessa fosse sostenuta da una grappa in ferro, ovvero da una spranghetta di metallo ripiegata agli estremi, che veniva già ampiamente utilizzata nell’antica Roma per collegare conci di pietra, legnami, oppure a fissare ai muri rivestimenti di pietra o di marmo o telai di porte e finestre. Altra ragione non me la sono data: in quella spiegazione ravvedo, comunque, il tentativo di non permettere in alcun modo di sganciare il prezioso distillato di vinacce dalla sua origine sociale.

Poi, naturalmente ci sono altre varianti, che più che condurre a certezze etimologiche, disperdono le possibilità di arrivare al dunque in mille rivoli diversi. Figlia di una radice germanica, nelle forme di krap, krapf o kraf, vari dizionari sono concordi nel ricondurre l’etimo al longobardo *krapfo, ovvero ‘uncino’, che corrisponde al gotico krappa. “Cercando grappa, le varie fonti consultate oltre al DELI, tra le quali l’Etimologico di Ottorino Pianigiani e il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini riconducono la parola al longobardo medievale *krapfa e graffa al germanico krappa. Dunque, anche se nel tedesco odierno il termine krapfen non è più in uso nel significato di ‘uncino’ o ‘graffa’, la parentela tra il nome della leccornia e la parola graffa è verificata etimologicamente nell’Althochdeutsch (antico alto tedesco) e nel Mittelhochdeutsch (medio alto tedesco), e giustificata dalla forma originaria del dolcetto” (Cfr. https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/di-krapfen-e-graffe/740). Dolcetto. Ma di quale dolcetto si parla? Del Krapfen naturalmente! Johann Christoph Adelung scrisse nel 1796 che il Krapfen è un tipo di focaccia rotonda di diverse specie, sia ripiena sia non ripiena, che viene cotta o nello strutto o in forno. Particolare per la sua forma il nome era tale o per la gonfiezza esterna o per il bordo a punte con le estremità le estremità alternativamente in su o in giù tale da dargli una certa somiglianza con gli uncini .

L’uncino, per sua natura, afferra così come fanno quelle parole la cui radice, in quasi tutte le lingue romanze, suona in grap, grapf, graf. E l’italiano, ad esempio, risponde in graspo, rappa e raspo. Ma, se volessimo andare avanti, in un dialetto a me familiare, il piemontese (Levi, Attilio. Dizionario etimologico del dialetto piemontese. Torino : G. B. Paravia & C., 1927), il gràfi è quell’uncino fatto specialmente per pescare velocemente il secchio nel pozzo. E così ci stiamo avvicinando, quasi miracolosamente, a quella graffa che sosteneva la ruota degli esposti. O a quelle ciliegie duracine, grafiòn, sempre in piemontese antico, che pare fossero appese ai rami, pure loro, da degli uncini. Similmente agli acini d’uva, avvinghiati al raspo o graspo, dir si voglia, tanto da dar vita ad una vera e propria rappa, il grappolo che dall’altra parte delle Alpi, prende il nome di râpe. Ma molto più a sud, nella lontana Sicilia, che pur qualche accomodamento con i Francesi dovettero averlo, una “rappa d’api” stava a significare uno sciame talmente compatto da sembrare un grappolo d’uva (Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, dell’abate Michele Pasqualino da Palermo, nobile barese, accademico della Crusca, tomo quarto, Palermo 1790). Ora, finalmente, fa la sua comparsa l’uva, senza la cui presenza, in un modo o nell’altro, nessuna grappa degna di questo nome potrebbe prendere vita.

In un eterno presente

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1]

La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck [2] individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare un’aspettativa incontenibile, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire.

La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’auto-commemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789 e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia. È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente?

[1] François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007

[3]François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180

Resoconti improbabili dal mondo di poi sulla Grande Peste del 2020

Description: Copper engraving of Doctor Schnabel [i.e Dr. Beak], a plague doctor in seventeenth-century Rome, with a satirical macaronic poem
Domaine public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15677032

Resoconto storico per le scuole dell’infanzia e della prima gioventù imberbe sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Questo tentativo assai maldestro, ma tenete in debito conto che la sperimentazione genetica era, a quei tempi, cosa assai rozza e non priva di altissimi rischi, aveva lo scopo di creare una carne adatta ad usi diversi e nondimeno alla possibilità non remota di una sua possibile friggitura. Ebbene in quel mercato ittico, come era d’abitudine, compratori e venditori si radunavano per assaporare i pesci nella loro superba crudità così da stabilire un prezzo di equilibrio nella compravendita. Il notevole incrocio genetico veniva poi accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. Non è dato sapere se quel terrificante virus si annidiasse nelle chele del granchio oppure nella noce di cocco del polpo, ma tant’è che si diffuse dapprima negli inconsapevoli assaggiatori e dopo di ciò in larga parte del genere umano. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto sul complotto della Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Secondo fonti affidabili coeve agli avvenimenti in questione, sappiamo per certo che una brigata dell’intelligence americana, coadiuvata da alcuni scienziati dissidenti provenienti da Hong Kong, aprì un piccolo chiosco all’interno del mercato del pesce votato ad offrire, ad un pubblico assai esigente, le ultime novità in campo della genetica combinatoria sui pesci e sui molluschi introvabili. L’incrocio tra il polpo della noce e il granchio freccia venne offerto in assaggio, naturalmente crudo, ad un abituale frequentatore del mercato stesso, un noto medico virologo dipendente dell’Ospedale “della Grande Guarigione” di Wuhan. La notevole intersezione genetica veniva poi accompagnata da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. I calcoli degli statunitensi, però, furono completamente erronei: essi presupponevano, infatti, non solo che non si sarebbe mai diffuso nella loro terra, ma che il famoso centro di ricerche sperimentali dell’Oklahoma sarebbe riuscito a trovare l’antidoto necessario alla proliferazione del virus, permettendo così sia di ripianare i debiti statunitensi, sia di ristabilire il loro dominio su larga parte del mondo. Come vi è ora noto gli USA sono una piccola colonia del più potente Impero Lunare stabilmente organizzato e diretto da un gruppo di esuli ecuadoriani che lì si stabilirono nel 2028 (credo nella tarda primavera). La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto scientifico sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. La tecnica usata per ricostruire la storia evolutiva del virus SARS-CoV-2 da quel famoso mercato ittico è quella degli alberi filogenetici: come in qualsiasi specie animale o vegetale le generazioni di assaggiatori di pesce crudo hanno accumulato sul genoma una serie di mutazioni, molte delle quali su regioni non codificanti del DNA. Il corona-virus, mutando assai velocemente, aveva acquisito diversi ceppi virali con molti nucleotidi di differenza, da cui la sua forza, la sua resistenza e l’implacabile diffusione. Anche se il pesce crudo fu accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio, il terpene più importante, il parament-1- ene-7,8 diolo e la presenza del metil salicilato non furono in grado di annientare il corona-virus. Bisognò aspettare il famoso vaccino centrato sulla proteina virale in grado di attivare una forte risposta immune contro il Covid-19, per arrivare a sconfiggere il temuto virus. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Apocalissi. In odio degli apericena

Sottomesso all’Angelo Sterminatore

del Capitale incontenibile

vessillo

porgo al volto della sorte soltanto timore

nell’attesa di udire dell’Agnello di Dio lo strillo.

Varcare l’uscio più non riesco

della distanza di un metro e più son lasco

davanti la porta né filo, né spine, né fosso

quarantena

del fisico e della mente indosso.

E, intanto,

a torto insiste e rumoreggia,

dell’apericena la puleggia.

Minimizzazioni e drammatizzazioni al tempo del pensiero trasbordante

New morality; — or — The promis’d installment of the high priest of the Theophilanthropes, with the homage of Leviathan and his suite

Ci sono epoche che fanno pensare più di altre e ci sono epoche che fanno pensare meno di altre. Non che in queste ultime non succeda niente o che non succeda qualcosa di molto più importante in quelle parti del mondo di cui non si ha alcuna consapevolezza e neppure si vuole averla. Diciamo che tutto succede sull’onda di qualcosa che prosegue lungamente, lentamente e in modo più o meno prevedibile: un governo balneare che si alterna ad un governo lunare, carovita e tassi inflattivi assolutamente esagerati, ma ampiamente recuperati da una “scala mobile” bonaria e includente, prime repubbliche che stagnano, campionati che sorprendono in dispute in cui prevale il gioco all’italiana, pranzi domenicali con i nonni, gite scolastiche di almeno una settimana, stagioni che si alternano secondo uno schema riconosciuto e rassicurante, top ten musicali che durano parecchi mesi, maglioni e dolcevita a coprire antichi pudori.

Poi ci sono epoche che fanno pensare di più, o molto di più, come la nostra. A volte credo che facciano pensare troppo: pensare troppo non significa necessariamente ragionare ma, al contrario, avere troppi pensieri, la testa ingombra, zeppa, esausta e trasbordante quindi portata a non riflettere più del tutto. La socialità condivisa, in più, oltre che ad obbligare a tante cose, costringe ad essere parte di un dibattito continuo, ininterrotto, fino sfiancante: essa riempie costantemente e incessantemente di contenuti e di pseudo-contenuti i residui interstizi cerebrali ancora liberi. In un contesto di saturazione e di scarsa selezione delle informazioni rilevanti/importanti, il sistema ha esaltato, tra i molti, due produttori di categorie interpretative: i “drammatizzatori” e i “minimizzatori”. Entrambi veicolano le informazioni ricevute all’interno dell’involucro che vogliono servire caldo alla mercé dei propri interlocutori: se partiamo dal presupposto, o almeno io lo faccio, che ogni decodificazione dell’esistente passi al vaglio di un sistema ideologico sottostante e che dunque nessuna di queste venga esclusa da una lettura politica, le categorie dei “drammatizzatori” e dei “minimizzatori” sono, a loro modo, iper-ideologiche: ogni informazione viene selezionata a prova del principio postulato in modo tale che non esistano dubbi cognitivi di sorta, incongruenze palpabili, aporie inconfessabili e scenari non condivisi. Si faccia bene attenzione: non necessariamente i “drammatizzatori” e i “minimizzatori” appartengono a categorie politiche che abitualmente potrebbero definirsi come “estreme”: possono esserlo, ma anche no. La cosa fondamentale è quanto sopra: i fatti, selezionati a proprio comodo, così come dichiarazioni prese a piacimento, servono a rafforzare l’impianto iper-ideologico sottostante. Estremismi e moderatismi di varia natura possono, al contrario, convergere sull’analisi, ma divergere fondamentalmente sugli esiti possibili o su quanto si auspica possa accadere. Altro dato rilevante è dato dal fatto che né i “drammatizzatori” né i “minimizzatori” rilevano o sollevano le questioni da qualche gravità proprio perché il loro compito non è quello di valutare l’impianto sottostante, ma soltanto di farlo coincidere con quanto i postulati anticipati affermano. Per cui è molto facile notare come un “minimizzatore” di un certo argomento passi ad essere un “drammatizzatore” in tutt’altra esibizione. Ma, ed è questo il dato eclatante, ci troviamo in un momento in cui non solo le due figure coincidono con la stessa persona, ma che la persona in questione, sia esso un essere umano singolo o un apparato collettivo molteplice e variegato, esprime allo stesso istante e nelle medesime circostanze schizofreniche espressioni di rassicurazione e di esagerazione. E non è un caso che in questa nostra epoca ci sia una massima coincidenza tra “drammatizzatori” e “minimizzatori” governati e governanti.

Vini pieni e vini sospesi

Ci sono dei vini che irrompono come fossero tempesta: riempiono la bocca, invadono ogni cavità e si insinuano in tutti gli anfratti disponibili. Si compongono e si ricompongono ininterrottamente: affastellano, combinano e connettono sensazioni in impeti percettivi che aggiungono e aggiungono e ancora. Vini barocchi in cui all’uso concatenato di volumi si sommano delle geometrie articolate: sono curvilinei e sinuosi, compiacciono per la loro ripetute e incisive decorazioni, per taluni orpelli, per i principi di verticalità che si adagiano nella seriosità intensa e impenetrabile del frutto. Penso, ad esempio, ad alcune barbera di Asti, come il Baldore 2018 di Marco Rabino, o di Nizza Monferrato, come il Nizza 2015 della Tenuta Olim Bauda.

Fanno a loro contrappunto quei vini che sono vividi di pause, di leggerezze, di sospensioni e di spazi non ricolmi: “L’illusione sì favorevole al Panteon deriva, per quanto si assicura, dall’esservi un maggiore spazio tra le colonne, e d’intorno una libera ventilazione di aria; e soprattutto dal non vedervisi quasi un ornamento minuto, mentre che S. Pietro, all’opposto, n’è sopraccaricato. In tal guisa appunto la poesia antica non disegnava che le moli in grande e lasciava al pensiero dell’uditore il riempir gl’intervalli e il supplire allo sviluppo: noi altri moderni in ogni genere diciamo troppo”. (Corinna ossia L’Italia della signora. Stael Holstein. Tomo 1. [-6.], Volume 1, dai Torchi di Angelo Trani, Napoli 1810)

La loro apparente esilità è composizione voluta dalle nature che ne hanno permesso l’artificio umano. Così come, per altre nature e per altri artifici, i vini di sopra.

Non a caso e non per caso si dice che i vini abbiano una trama e un intreccio come per un racconto, o per una filatura, o per un gioco d’azione: essa può essere molto fitta, dire molto se non già tutto o sospendersi come per un testo pro-messo, un qualcosa che verrà e “il suo venire, sempre futuro, sta nell’accadere attimo per attimo, come in un destino”. (Nicola Gardini, Lacuna. Saggio sul non detto, Einaudi, Torino 2014). L’autore (auctor), cioè il vignaiolo, è il garante di questo destino: “Dell’ordine questo il pregio e questa la bellezza, se non erro: che ora dica quel che ora si deve dire e rimandi il resto e per il momento lo ometta, una cosa mando e l’altra respingendo l’autore dell’opera promessa”. (Orazio, Ars poetica).

Ecco allora che questi spazi, queste aperture e storie in divenire sono narrate da alcuni vini che lasciano “a te a disegnar la strada che le cose avrebbero dovuta prendere per arrivare dove sono arrivate”. (Alessandro Manzoni, Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, Opere Varie, Fratelli Rechiedei, Milano 1870)

E tra questi vini sospesi, mi vengono in mente il Rossese di Dolceacqua Superiore Luvaira 2016 di Maccario Dringenberg, il Frappato 2018 di Cos, il Pelaverga (quello nuovo per forza di cose) di Cascina Melognis degli amici Michele e Vanina e l’incredibile Rosato 2018 di Bonavita, che si è insinuato nel racconto di una bellissima serata.  

Torino è una città di mare

Il luogo dove credo di essermi immerso scapicollando dalle colline torinesi

È già estate
saliamo disadatti
per i Tetti
di quelle colline aduggiate

L’aria pizzica di sale
e il mare lambisce
dello sguardo le angosce
quando da nord est s’affanna il grecale

Ora ci scapicolliamo giù per i cammini
incespicando sulle nostre nullaggini
di pietre, di terra arsa, di sabbia
immersa nei sogni come la nebbia