Mediterraneo. Diritto all’approdo

Atlas Cosmographicae (Mercator)

E’ stato il mare di tutti: molti lo hanno varcato e i più se lo sono anche intitolato. Gerardo Mercatore, nel suo mitico Atlante del 1596, scrisse che “Medater (il Mediterraneo) riceve più nomi in rapporto alle terre sino alle quali arriva”. Sumeri ed Egizi lo chiamarono “Mare Superiore”; nell’antica Bibbia “Mare Grande”, “Mare Ultimo” e persino “Mare dei Filistei”. Talvolta solo “Mare”, con la m maiuscola. “Mare Grande” anche per Erodoto, mentre per Tucidide, nelle sue “Guerre del Peloponneso”, “Mare Ellenico”. Per gli Ellenici, dunque, il Mare divenne il “nostro mare” così come di lì, e per molto tempo, per i Romani: mare nostrum. Il Platone del Fedone, stranamente più pudico che in altri frangenti, ne parlò solo come “il mare che si trova accanto a noi”. L’origine del nome, di derivazione latina ,“Mediterraneo” (mediterrameus), a cui il grammatico Festus propose, senza grande successo, di mutarlo nel più elegante mediterreus, ovvero quello che sta in mezzo ad altre terre[1], pare che provenga da un antico scritto greco attribuito ad Aristotele, De mundo, in cui si discuteva del he eso thalassa, ovvero del mare interno in contrapposizione a quello esterno o degli Oceani. Gli Arabi e dopo di loro i Turchi lo chiamarono “mare di Rumelia” (romano-bizantino): al-bahar al-rum. Gli storici Ibn Aldun e Al-Idrisi lo denominarono “mare di Siria”. Al-bahr sta per grande quantità d’acqua e fu uno dei nomi del Nilo; lo stesso significato ha l’arcaico termine semitico iami, comune anche agli ebrei. Mediterraneo denominato anche “mare del Nord” per chi stava a sud e “mare del Sud” per chi stava a nord, come nel poema geografico rinascimentale “La Sfera” di G. Dati. Persino, ma senza alcun valore rafforzativo, “d’Africa il mare” nell’Ariosto al principio dell’Orlando Furioso. Forse le narrazioni migliori sulla precarietà delle definizioni e del senso dei luoghi: “il mare è assoluto, le sue denominazioni sono relative, direbbe il glossatore  H. Jal”.  E poi i mari ebbero un colore, alcuni ancora appiccicato addosso (Mar Rosso, Mar Nero), mentre altri se lo son levato da un pezzo: e il Mediterraneo divenne così il Mare Bianco (boreia thalassa) sia per coloro che lo osservavano da Sud, come Erodoto in Egitto, sia per gli arabi levantini (al-bahr al-abyad) o per i Turchi (Ak-deniz); o, ancora, per i popoli slavi del sud e per i Bulgari che narrano, nelle loro canzoni popolari, del Mare Bianco. Ma, d’altra parte, come stupirsene visto che anche una Costa si colorò di Azzurro; un fiume, il Nilo, di bianco e azzurro e ugualmente delle intere nazioni, come l’Albania, di bianco (alba: bianco); o altre ancora di Bianco e Rosso (la Croazia)  e molte altre, in seguito, presero tinte e sembianze diverse. (Matvejevic:1991)

Biamonti rivelò che il Mediterraneo è antico e tragico: ha la cupa gioia della tragedia, una gioia che viene dalla luce e una tragedia che viene dalla lucidità. (Biamonti: 2008) “Che cos’ha questo mare che gli altri mari non hanno?” E Corbières così rispose in punto di morte: “una luce che se ne stacca sempre con dolcezza. Può essere calmo o in tempesta, la luce è sempre la stessa. Non la incontrerò mai più”. (Biamonti:1998) Un mare di diamanti estremi: un varco, ma anche il deserto. Per Jean Giono “c’è un’passato venerando” nei gesti che legano gli uomini del Mediterraneo attraverso il tempo e lo spazio: “gli spagnoli delle sierre cavalcheranno il loro asino come i libanesi; il bacchiatore di olive del Var colpirà il suo albero come il battitore di Delfi; vediamo vicino ad Aigues-Mortes gli stessi miraggi di calore d’Alessandria d’Egitto; i pescatori di tonno di Carro trascinano la loro madraga cantando le canzoni dei pescatori di Tiro o di Pelusio; sembra che sia stato lo stesso piede ad animare i torni che hanno realizzato i vasi di Creta e quelli delle Baleari e di Tangeri; in agosto Marsiglia dorme come dormiva Cartagine; Cartagena fa essiccare le sue uve come Rodi”…(Giono: 1993) Senza dubbio Giono lesse “il Mediterraneo” delle mille cose insieme e degli innumerevoli paesaggi di Fernand Braudel: “Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondali marini o le enormi petroliere. Significa immergersi negli arcaismi dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante. Le credete mediterranee. Ebbene, a eccezione dell’ulivo, della vite e del grano – autoctoni di precocissimo insediamento – sono nate quasi tutte lontano dal mare arance, limoni, mandarini…dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi…agavi, aloe, fichi d’India…dall’America…gli eucalipti, che pure portano un nome greco, dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani…e quante sorprese al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso, dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco…” (Braudel: 2002).

Ma andare per questi mille mari e per queste civiltà accatastate “non significa disancorarsi dalla terra ferma, dai luoghi che si amano, ma significa proiettare se stessi su un muro lontano. […] È confrontarsi con qualcosa che annichilisce e, nello stesso tempo, esalta la condizione umana. Ma c’è anche una parte di annichilimento. E la vita, la terra, rappresenta questo senso della concretezza, dell’attaccamento alle piccole cose, alla quotidianità, che nella sua ripetizione è conforto, diventa quasi un punto sacro… Un punto sacro a cui l’uomo si àncora contro il delirio del cosmo, contro questa dispersione del cosmo”. (Cipriani: 2008)

E questo punto sacro è il diritto di tutti all’approdo.

 

Bibliografia.

Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, Einaudi, Torino 1983

Francesco Biamonti, Vento largo, Einaudi, Torino 1991.

Francesco Biamonti, Attesa sul mare, Einaudi, Torino 1994

Francesco Biamonti, Le parole la notte, Einaudi, Torino 1998

Francesco Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi, Torino 2008

Fernad Braudel, Mediterraneo, Bompiani, Milano 2002

Fernad Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 2010

Elio  Cipriani, “Destino umano è abitare un mondo. A colloquio con Francesco Biamonti”, in Lettere dall’acqua. Colloqui di fine millennio su acque e dintorni,  Edizioni del Girasole, Ravenna 2008

Jean Giono, “Méditerranée”, in Provence, Paris, Gallimard, 1993

Giorgio Mangani, Cartografia morale. Geografia, persuasione, identità, Franco Cosimo Panini, Modena 2006

Predrag Matvejevic, Mediterraneo. Un nuovo breviario. Garzanti, Milano 1991

Francesco Pronetra (a cura di), Geografia e geografi del mondo antico. Guida storica e critica, Laterza, Bari-Roma 1990

Massino Quaini, L’ombra del paesaggio. L’orizzonte di un’utopia conviviale, Diabasis, Reggio Emilia 2006

 

[1] Nell’antichità con mediterraneus si indicavano oltre che il mare anche tutte le terre di mezzo, come mediterranea Galliae, ovvero le parti continentali della Gallia)

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Parole per descrivere il vino nel Medioevo

 

Bruno Andreolli1 compie un viaggio all’interno della lessicografia medievale analizzando i tre lessici medievali più importanti: Papias Vocabulista2, compilato nel secolo XI, le Magnae Derivationes di Uguccione da Pisa3 e il Chatolicon di Giovanni Balbi4. «(…) Emergeva come centrale il ruolo riservato alla massima ‘nomina sunt consequentia rerum’, la quale postulava l’esistenza di un sistema di corrispondenze obbligate tra i nomina iuris e la realtà empirica, che il giurista s’industriava di serrare entro le maglie interpretative del proprio discorso analitico: il processo di formazione dei nomi non era semplicemente formale e linguistico, ma era in primo luogo materiale e concreto. Come nella gerarchia dell’essere cosa derivava da cosa, così, conseguentemente, e quasi specularmene, nella struttura della lingua, nome derivava da nome5.» Nelle opzioni classificatorie del lessicografo tutti e tre gli autori fanno una netta distinzione tra la vite, l’uva e il vino: «la vite assume il nome prevalentemente dalla regione di primo e più diffuso impianto né si mostrano particolari attenzioni alle sue tecniche di coltivazione (…) sorprende il fatto che tra gli alberi particolarmente adatti a svolgere la funzione di sostegno vivo della vite non venga registrato l’acero campestre, diffusissimo invece nelle piantate medievali italiane di bassa pianura6». L’uva invece viene classificata in base ad elementi esteriori ed il collegamento con il vitigno di provenienza viene menzionato solo in riferimento alla regione di provenienza: «Et nota quod vitium vel uvarum multa sunt genera7». Per quanto riguarda il vino, invece, i riferimenti descrittivi sono più portati, come per Papias, alle sue funzioni piuttosto che alle sue caratteristiche organolettiche e, in particolare, a quelle mediche e terapeutiche. Altri riferimenti sono di carattere morale, come quelli del domenicano Balbi: «Lieus scilicet Bachus et dicitur a lien quod est speln quia a splene risus procedit et ebrii quasi sempre rident. Vel de a ligo quod ligat linguam et impedit. Vel a lienon quod est lene quod multo vino membra solvantur et leniantur8.» Per ciò che riguarda la lessicografia descrittiva medievale bisogna innanzitutto riconoscere che la formazione principale del gusto proviene da due mondi tra loro collegati: la gastronomia e la dietetica.9 Sapori che vengono comunemente associati ai principi attivi delle sostanze per cui, ad esempio, l’amaro viene considerato da Ibn Butlān10 come poco nutritivo e lassativo. Altri aggettivi, come quello di ‘pontico’, che viene tradotto come pungente, sono totalmente scomparsi dal nostro vocabolario. «Il gusto, dunque, inteso come strumento sensoriale, e i ‘gusti’ come l’insieme dei piaceri gustativi di ciascuno cumulano le funzioni di strumento di conoscenza e di guida in tema di scelte alimentari11.» Vari testi concordano sulla pregevolezza dei vini invecchiati, che vanno mediamente dai quattro ai sette anni: essi assumono con il passare del tempo un carattere amaro e, condizione questa molto gradita già dalle élite romane, assai secco e caldo. Non vengono apprezzati invece i vini molto invecchiati alla stessa stregua di quelli eccessivamente giovani, mentre quelli collocati in un giusto mezzo, sempre assecondando le specificità fisiche, mentali e dell’età del bevitore, secondo la tradizione ippocratico – galenica12, sono quelli tenuti in maggior conto: «De vinis Vina probantur odore, sapore, nitore, colore. Si bona vina cupis, haec quinque probantur in illis, fortia, formosa, fragrantia, frigida, frisca. XIII De vino candido et rubeo/ Sunt nutritiva plus dulcia candida vina /Si vinum rubeum nimium quandoque bibatur, venter stipatur, vox limpida turbificatur13

Anche  il colore  viene valutato come criterio di definizione della qualità intrinseca di un vino: se l’Enciclopedia di Bartolomeo Anglico14 definisce in sei i colori distintivi del vino, ovvero il nero, il bianco, il glauco (verde pallido), il giallo limone, il rosato e il rossiccio, Aldobrandino da Siena15 li riduce a quattro: il bianco, un bianco che tende al rosso, il rosso e il nero. Bartolomeo Anglico preferisce il vino rosso a cui dedica un intero capitolo: deve essere annacquato così che il consumo ne risulti profittevole per la salute, in particolare per gli anziani a cui correggerebbe gli umori freddi. Il vino rosso può essere dolce o di sapore ‘poignant’, ovvero ‘nervoso’, che ha del ‘mordente’. Nel «Segreto dei segreti», così come nel testo di Pier de’ Crescenzi, il colore del vino muta a seconda del grappolo d’uva di partenza: per il primo dal grappolo bianco il colore sarà acquoso, poi si passerà all’anno ad un colore più colorato e più bianco, al secondo anno più colorato, color ramo di palma ed infine dopo tre o quattro anni e più al color giallo limone. Per il secondo si passa da un bianco acquoso all’inizio della maturazione, al color biancastro, al color pallido per arrivare al color limone. Dai grappoli rossi per il «Segret…» si passa da un colore che tende al bianco, ad un vino rosso pallido, color di rosa al rosso e si finisce con il rossiccio. Per de’ Crescenzi si va da un colore quasi bianco se il vino non è cuvée (miscela di uve), al rosato sino al color rossiccio. Infine, dai grappoli neri, per il «Segret…», si passa da un colore iniziale nero e scuro ad uno più chiaro meno nero, ma non ancora rosso, e si termina con il rosso intenso. Nell’ ‘Opus ruralium…’ si varia dal molto nero al colore intermedio tra il rosso e il nero e si chiude con il colore rosso. I sapori dei vini variano dal debole, forte, dolce, verde o agro di Aldobrandino al dolce, mordente, acuto di Bartolomeo Anglico. Altri aggiungono qualità deteriori del vino, come il ‘Segret…’ che parla di sostanza torbida, spessa e nera. Viene anche stabilita un’opposizione tra vino dolce, caldo e secco e vini agri, ma di acidità non eccessiva, che hanno un carattere più terroso di quelli caldi. Pier de’ Crescenzi identifica le qualità migliori nel vino dolce, che è caldo e più nutriente, individuando nel dolce, nel mordente e nell’acuto, nel forte e nell’insapore le qualità, positive e negative, di un vino. Molte delle valutazioni gustative lo sono a partire dall’uva. L’odore va di pari passo con il sapore e ne segue sostanzialmente le caratteristiche, anche se in maniera molto generica: solitamente i vini vengono distinti in una diarchia che comprende buoni e cattivi odori. La forza o vinosità di un vino viene sostanzialmente collegata al tenore alcolico dello stesso, e quindi al ‘calore’ e la sostanza, che rimanda sia al concetto di limpidezza che di materia, alla concentrazione e alla corposità di un vino. Per gli autori medievali solitamente la limpidezza si contrappone allo spessore e la sostanza di un vino si riferisce al primo dei termini (limpidezza), conferendone una valutazione di pregio. Non si può certo dimenticare che la produzione delle varie tipologie di vino, strettamente legate alla loro qualità, è direttamente collegata  a quelle pratiche enologiche di produzione che illuminano sulla divisione sociale in classi: «(…)il vino fiore, sia che fosse vinificato in bianco, sia che fosse in rosso, era consumato in gran parte dai ceti più agiati, mentre i vini di torchio, e i vinelli e mezzi vini erano destinati ai ceti contadini e venivano acquistati o prodotti dai padroni per il consumo dei loro dipendenti (salariati o prestatori di corvées)16.» Per il vino di qualità, che è già menzionato da Varrone, il mosto viene separato dalla vinaccia e dai graspi e viene ricavato o con il semplice sgrondo dell’uva ammostata, o con ripetute sgrondature, o con ripetute torchiature o con l’imposizione di pesi sulla vinaccia. In de’ Crescsenzi si fa riferimento ad una tinozza quadra, detta cratis o pistarola, dove vengono pigiate le uve, il cui mosto puro viene fatto passare in un tino sottostante, per una fermentazione senza vinaccioli e graspi. Di minor pregio, poi, il vinum tortivum, ottenuto dalla seconda o terza torchiatura delle vinacce sgretolate, e dove non vi sia un torchio l’indicazione, come per lo statuto di Ravenna, è quello di utilizzare dei grossi pesi. Lo stesso dicasi per i vinelli detti anche acquaticci e dei mezzi vini, i primi prodotti dalle fermentazioni delle rifermentazioni di vinacce sgrondate con imprecisate quantità d’acqua, mentre per i secondi viene usata una quantità d’acqua pari alle uve ammostate.

1 [1] Bruno Andreolli, La terminologia vitivinicola nei lessici medievali italiani, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Greco (a cura di), Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura italiana medievale, Editrice Clueb, Bologna 1994, pp. 15 – 37

2 [1] Già alla fine del Quattrocento in varie città italiane s’iniziò ad avvertire l’esigenza di definire e codificare il volgare in raccolte che avessero pari autorità rispetto ai repertori latini e a quelli latino-volgari. I primi esperimenti di compilazioni monolingui furono fatti in Toscana, la regione nella quale il volgare aveva raggiunto risultati d’altissimo livello nella poesia e nella prosa. Il primo esempio è il Vocabulista del poeta e umanista Luigi Pulci, consistente in una lista alfabetica d’oltre settecento vocaboli, seguiti da una breve definizione. Si tratta, probabilmente, di un dizionarietto concepito per uso personale, con una funzione solo autodidattica, confermata dalla presenza di molte delle voci raccolte poi nel Morgante.

3 [1] Uguccióne (lat. Huguccio o Hugo) da Pisa. – Canonista e lessicografo (n. Pisa forse intorno al 1130 – m. Ferrara 1210). Scolaro a Bologna già prima del 1156, vi fu professore di diritto canonico dal 1178 al più tardi fino al 1190, quando fu nominato vescovo di Ferrara. Da vescovo esercitò importanti incarichi religiosi e anche politici. Rielaborò e accrebbe il lessico di Papia in un’analoga compilazione: le famose Derivationes, di grande autorità e diffusione per più secoli, che furono il lessico di Dante. Come canonista, U. lasciò una Summa al Decretum di Graziano (compiuta verso il 1188-90), con la lacuna delle causae XXIII-XXVI riempita poi da Giovanni di Dio (1250): per vastità e profondità di pensiero, il maggiore commentario di Graziano. Da treccani.it

4[1] Giovanni Balbi da Genova. Lessicografo (m. 1298 circa), domenicano; scrisse le Postillae super evangelia e un trattato teologico in forma di dialogo, il Dialogus super quaestionibus animae ad spiritum. Sua opera maggiore è il Catholicum (1286), vasto lessico latino con ampie digressioni grammaticali, etimologiche e sintattiche, molto usato nei secc. 14º-15º; un’edizione di esso (1460) si crede stampata da Gutenberg.

5 Mario Montorzi, Tra retorica ed enciclopedia: l’ontologismo linguistico del giurista medievale. (2b), Sapienza, 9 in cos22.humnet.unipi.it/cartella/Montorzi%20Mario.doc

6[1] Bruno Andreolli, cit. pag. 30

7[1] Uguccione, citato in Bruno Andreolli, Ivi. pag. 29, prende a prestito del suo impianto etimologico quello descritto da Isidoro mentre tralascia la classificazione di Virgilio-Servio I venti libri delle Etymologiae costituiscono l’opera isidoriana di maggiore rilievo, in cui è condensato tutto il sapere del passato a partire dalle arti liberali, a cui si vanno ad aggiungere la medicina, le leggi e la storia, i libri e gli uffici ecclesiastici, la teologia, argomenti concernenti la Chiesa e le sette, le lingue, i popoli, i regni e le parentele, le parole rare, l’uomo e i mostri, gli animali, il mondo e le sue parti, la terra e le sue parti, gli edifici, i campi e le strade, le pietre ed i metalli, l’agricoltura, la guerra ed i giochi, le navi, le costruzioni ed i costumi, gli utensili ecc. La struttura di quest’opera, così flessibile da consentire ad Isidoro di raccogliere dati in qualsiasi contesto e direzione, è quella di un lessico: si parte da una vox, la cui spiegazione (che può essere ‘secundum naturam’ o ‘secundum propositum’) facilita la comprensione della res a cui fa riferimento: sebbene molte delle etimologie in esso individuate possano risultare arbitrarie e l’opera non abbia carattere di originalità, la sua importanza all’intero di un contesto culturale fortemente deteriorato fu molto grande. Isidoro non celò mai il carattere riassuntivo delle sue opere, inserendo in genere una piccola premessa che indicava al lettore che ciò che stava leggendo era materiale proposto (senza alcun arbitrio), al vaglio critico del lettore, al quale era anche affidata la possibilità di correggerlo qualora ne avesse avvertito la necessità. Gran parte delle Etymologiae è riservata a ricerche di carattere grammaticale, ma in esse non è trascurato neppure ciò che può risultare utile ad acquisire una educazione filosofico-teologica: vi si trovano infatti estratti desunti dalle opere di scrittori classici e dai padri della Chiesa (in particolare Gregorio Magno). Isidoro non si prefigge il compito di dare al lettore una conoscenza approfondita delle materie trattate, preoccupandosi piuttosto di fornire un prezioso strumento di orientamento.Da http://www.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/autori/htm/isidoro_siviglia.htm

8 [1] Papias citato in Bruno Andreolli, pp.32,33

9 [1] Su questo punto rimando per intero al libro di Yann Grappe, Sulle tracce del gusto. Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006

10 [1] Abū al-Ḥasan al-Mukhtār ibn ‘Abdūn (in arabo: ابو الحسن المختار ابن عبدون ابن بطلان‎), meglio conosciuto come Ibn Buṭlān (Bagdad, 1001 – Antiochia, 1038, 1052, o 1066) fu un medico iracheno di fede cristiana.

11[1] Yann Grappe, cit. pag. 82.

12 [1] La Dottrina Umorale

Come illustrato da Galeno e dai medici della tradizione galenica medievale, lo stato di salute dell’uomo e degli animali sanguiferi è legato al perfetto equilibrio e commistione dei quattro umori, sanguis, pituita, biles duae, flava atraque (Galeno, 1597, «Finitiones medicae» in Libri Isagogici: 44 r) e delle loro proprietà o qualità primarie, siccitas, humiditas, caliditas, frigiditas (ID: «De temperamentis», I 8, in Prima Classis: 14 r).

Cfr. Vittorio Bartoli, L’idropisia di maestro Adamo in Inferno XXX. Importanza della dottrina umorale di Galeno nel medioevo , Università di Firenze http://www.ucm.es/info/italiano/acd/tenzone/t8/BARTOLI.pdf

13 [1] Regimen Sanitatis Salernitanum

È uno dei più famosi poemi della storia della medicina e della letteratura. La sua stesura sembrerebbe collocarsi tra il XII e il XIII sec. e ce ne sono pervenute circa cento versioni manoscritte e circa 300 stampe. René Moreau, uno studioso seicentesco del Regimen, sostiene che l’allora futuro re d’Inghilterra Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore, si fermò a Salerno sulla via del ritorno dalle crociate per curarsi le ferite provocate dai combattimenti. I medici salernitani non solo lo curarono, ma gli dedicarono anche un manoscritto contenente precetti per una vita ed un’alimentazione sane e corrette. In tutta Europa circolarono diverse edizioni e versioni del Regimen, complete di commenti che aggiungevano o toglievano elementi dalla versione originale. L’opera fu tradotta in diverse lingue e continuamente resa attuale rispetto ai contesti storici in cui veniva riedita. Il poema divenne famoso e tenuto in grande considerazione in ambito medico sino al XIX sec. Ancora oggi sono in voga nel nostro linguaggio termini ed espressioni coniati proprio nel Regimen come ‘cattivo umore’, ‘sangue marcio’, etc.. L’opera Si basa su consigli di uso comune e ciò ne fa anche uno strumento di conoscenza degli usi e dei costumi, delle credenze, e delle pratiche medievali.

http://www.associazioneermes.it/Regimen.htm

14 [1] Bartholomaeus Anglicus. Bartholomaeus or Bartholomeus Anglicus, or Bartholomew the Englishman, was a Franciscan monk of the thirteenth century. He is sometimes confused with another Franciscan and Englishman, Bartholomaeus of Glanville, Glanvilla, or Glaunvilla, who died about 1360. Bartholomaeus Anglicus was born in Suffolk, England in the late twelfth century; the exact date is unknown. He studied natural sciences and theology at Oxford under Robert Grosseteste, then went to Paris to study and teach at the university there. He joined the newly-established Franciscan Order around 1224 or 1225, but continued to teach in Paris. In 1231 he went to Magdenburg in Germany to be a lecturer at the studium. It was there that he wrote his encyclopedia, De proprietatibus rerum (On the nature of things, or On the properties of things), some time before 1260 (probably between 1242 and 1247). http://www.summagallicana.it/Emblemata/Arte/Pittura/Manoscritti_medievali/manoscritti_medievali.htm

15 [1] Tracciare un profilo biografico dell’autore del Régime du corps è un’impresa semplice solo in apparenza. Il prologo dell’opera è piuttosto corposo e ricco di particolari sulle circostanze di composizione, e possiede quindi l’apparenza di uno strumento in grado di rispondere ad ogni domanda. A minare il comprensibile ottimismo dello studioso vengono tuttavia due osservazioni. Innanzitutto il prologo in questione non è originale e fu aggiunto all’opera in un momento successivo alla sua composizione. Dunque è dovuto al curatore della copia o allo stesso copista, e lo si deduce non solo dal riferirsi ad Aldobrandino in terza persona, ma anche da alcune specifiche espressioni utilizzate, difficilmente attribuibili all’autore. Questo guardando al contenuto del prologo, ma una seconda smentita alla sua affidabilità ci viene dal confronto con il resto della tradizione. Solo sei manoscritti, su un totale di circa settanta, lo riportano. Gli altri testimoni in alcuni casi ne risultano privi, in altri hanno aggiunte o brevi intestazioni nelle quali si trovano notizie difficilmente conciliabili fra loro, se non del tutto contrastanti. Aiuto altrettanto esiguo viene dalle fonti documentarie, in complesso scarse e poco attendibili. Le uniche significative si riferiscono agli ultimi anni di vita, trascorsi da Aldobrandino in Francia. Per i periodi precedenti, e in particolare per gli anni in cui dimorò in Italia, mancano del tutto le certezze. A complicare le idee contribuirono le cosiddette ‘carte di Arborea’, venute alla luce nel XIX secolo, che riportavano notizie false e fuorvianti. Tale carenza di informazioni stupisce riflettendo sulla fama di cui godette il medico Aldobrandino. Di questa fama non possiamo dubitare se sommiamo alcune considerazioni. Tra gli ipotetici committenti del Régime figurano, accanto a Beatrice di Savoia, contessa di Provenza, personaggi quali il re di Francia Luigi IX e l’imperatore Federico II. Cfr. Sebastiano Bisson, Una versione latina del ‘Régime du corps’ di Aldobrandino da Siena (Oxford, Bodleian Library, Canon. misc. 388), tesi presso la ‘Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale’ dell’Università di Cassino, 2001.

16 [1] Gianfranco Pasquali, Il mosto, la vinaccia, il torchio, dall’alto al basso Medioevo: ricerca della qualità o del massimo rendimento?, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Grieco, Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura medievale, Clueb, Bologna 1994, cit. pag. 43

 

 

 

 

 

Vini bruschi, aspri ed anche un po’ stitici, che fanno danzare le capre.

Sarebbe ora di reintrodurre un termine medievale, di dubbia derivazione etimologica latina, l’aggettivo “pontico” (ponticus), che veniva adoperato per descrivere gli alimenti dal sapore brusco e aspro. Pier de’ Crescenzi utilizzò l’aggettivo pontico, nella sua opera “Opus ruralium commodorum libri XII”, a proposito delle diversità del sapore del vini: “La diversità del vino è per lo sapore, imperocchè altro è dolce, altro pontico, cioè brusco.” (Cr. 4. 48. 11.) In un altro passaggio De’ Crescenzi associa al termine pontico quello di terrestre: “Il pontico, e terrestre, ha aspro sapore.” Poi ancora: “L’afre (cotogne) ovvero pontiche, e stitiche, sono più fredde, e più dure a smaltire.” (E Cr. 5. 7. 7.)

In altre varianti terminologiche, ad esempio di uso medico, la parola pontico si associava alla stipsi, ovvero alla stitichezza. Così la Scuola medica Salernitana sostenne che il vino pontico “bene conforta lo stomaco, ma lo ventre costipa”. Lo stesso asserì un Herbolario volgare del 1522 quando affermò che “li pomi cotogni sono pontici, ovvero stitici”. E, dunque, il medico bolognese Baldassarre Pisanelli, nel suo “Trattato de’ cibi, et del bere” del 1611, citò il pontico a proposito delle prugne “verdi, dure, acerbe e pontiche”. Per concludere la carrellata anche il Gemelli, nel 1693, accomunò l’aggettivo pontico ad un vino spiacente. Insomma un gusto tra l’aspro, l’amaro e il pungente. Tutt’altro che gradevole.

In Francia, quasi nello stesso periodo, si parlava di vini estremamente acerbi, di vini piccoli (di poco valore) e la parola usata per descriverli è quella di ginguets : “Il y a des mots qui naissent entre nous par hazard et auxquels le peuple donne cours sans savoir pourquoi. En l’an 1554 nous eusmes des vins infiniment verds, que l’on appela ginguets”. (Ci sono parole che nascono tra di noi per caso e a cui le persone danno corso senza sapere perché. Nel 1554 abbiamo avuto vini infinitamente verdi, chiamati ginguets.  Pasquier Recherches, VIII, 43)

Sono i vini che, qualche secolo più tardi, lo scrittore Jean Giono evocò nel suo racconto « Le petit vin de Prébois” (il racconto è contenuto in “Faust au village” – 1977). Prébois è un minuscolo paesino di 160 anime nella regione di Triéves, dipartimento dell’Isére, nell’Alto Delfinato. La regione, dominata dal monte Aiuguille, è circondata da quello che lo scrittore descrive come “un chiostro di montagne”. “Troppo alti per avere delle vigne”- dicevanogli abitanti – “eppure ce le abbiamo. Dobbiamo averne circa seimila piedi. Tutti ne possiedono un pezzetto. Il nostro vino della festa è un miscuglio del verde più chiaro e dell’oro più dolce. (…) Ma come fate a berlo?- gli hanno chiesto mille volte – “Come facciamo? Ma noi non ci sforziamo; semmai dobbiamo fare uno sforzo per smettere di berlo. Ci piace che sia così aspro e acerbo, che raspi in gola, e che a qualcuno faccia anche lacrimare gli occhi[1]”. Un vino acerbo, come ci spiega Furetière, che fa danzare le capre: “Petit vin qui n’a ni force ni agréement au goust, mais qui est extremement verd. Tout le vignoble d’Ivry, de Vitry, &c. ne produit que du ginguet, du vin à faire danser les chevres.” (Un vino piccolo che non è né forte né piacevole alla vista, ma che è estremamente verde. Tutto il vigneto di Ivry, di Vitry, &c. produce solo ginguet, un vino per far ballare le capreFuretière Antoine 1619-1688. Dictionnaire universel)


[1] Jean – Luc Hennig, Eros & Vino, Sonzogno editore, Milano 2005, pp. 33, 34

Foto tratta da wikipedia Autore Nino Barbieri

Storytelling in the last Tavernello commercial

This text can be seen as a brief comment to Pietro Stara´s blog post (Tavernello. The latest TV commercial) on the last commercial spot of the bestselling Italian wine brand Tavernello.

By Sara Emilia Nässén, Yasuko Kamimura, Milena Cristina Martinez Jara, Alice Mortarotti, Federica Bassi master’s degree students in Wine Culture, Communication & Management at the University of Gastronomic Sciences of Pollenzo.

While Stara in his analysis put the spot in a wider perspective, drawing from theories from semiology, history and philosophy, in this post we simply aim at highlighting some details we found interesting and that could reveal some underlying ideas transmitted through the video. As brand strategist Giles Lury claims: “Stories are illustrative, easily remembered and allow any firm to create stronger emotional bonds with customers.” We want to point out what we consider a few methods used to create this type of bond: First of all, what came to our attention was the black and white setting of the video which transmits an aura of something old, classic and elegant. The deepness of the voice over, in combination with the background music, creates a cinematographic, nearly dramatic effect, playing on emotions. Throughout the video the rhythm is slow, transmitting an idea of something done with a great care for details, a symbol for quality and excellence.
The images are focused on hard working people; dirty hands, wrinkled faces, sending a message of genuinity, authenticity, skills, artisanal work, but at the same time simplicity and a connection with the earth. The people figuring in the spot differ in age and gender, communicating the idea of diversity. This diversity also functions as a way to create identification and recognition for the viewer.
The language used in the movie is highly evocative, with the use of words such as generosity, pride, true, strong, home – reinforcing the connection with family, heritage, history, rootedness and national identity.
An interesting phrase for describing the Tavernello wine is: “il sangue della terra, colore rubino, morbido come il velluto” (the blood of the earth, colored ruby red, soft as velvet). In the phrase, the word blood can be seen as a symbol for the family and rootedness; ruby red, other than being a concrete description of the color, creates a luxurious allure through its reference to the ruby gemstone, and velvet leading to associations of preciousness and high quality. Other interesting expressions of this wine are “quello che ti fa battere il cuore” (what makes yourheart beat) and “forte come l’amore” (strong as love) again as attempts to create a strong emotional association.
The last image of the video, where the Tavernello package finally is presented, appears to summarize the idea communicated throughout the whole spot: the creation of a traditional, personal and artisanal image for a product which in reality is mass produced and highly industrialized. This last image is even misleading in its contrasting nature: the Tavernello TetraPak, an innovation when it arrived on the market, is here placed in a very traditional setting; the glasses are placed on the oak barrels in the wine cellar, signalling a type of wine making that clearly is very distant from the actual one. Good as storytelling and perhaps also efficient – lessgood as a description of the reality of the wine making of the no 1 selling wine brand in Italy.

Lucio Giunio Moderato Columella: della vite e del terreno nel “De Re Rustica”

Uno dei migliori resoconti della viticoltura romana proviene da Lucio Giunio Moderato Columella[1] intorno al 65 d.C. , il De re rustica): in questo libro i riferimenti al terreno, alle forme di coltivazione, alla morfologia dell’uva, al clima, sono di notevole interesse e racchiudono dei saperi che vengono standardizzati e codificati per essere tramandati. Per la prima volta intervengono fattori che legislazioni moderne ritengono fondamentali nella gestione dell’abbinamento tra le componenti pedo-climatiche, i vitigni e il lavoro umano. Non è importante qui stabilire la veridicità agronomica di quanto affermato da Columella quanto la sua forza esplicativa e prescrittiva in un mondo agricolo in continuo cambiamento: «Nel mondo agricolo, la proprietà fondiaria era costituita da grandi imprese di proprietà patrizia, condotte con manodopera schiavile, fortemente specializzate in produzioni destinate al mercato urbano. I piccoli agricoltori erano progressivamente scomparsi in quanto, a causa dell’impegno nelle campagne militari, erano stati costretti ad alienare il proprio campo. Al loro ritorno erano stati costretti ad inurbarsi, amplificando la domanda di prodotti proveniente dai grandi centri. Si erano così formati veri e propri latifondi che non venivano curati dai proprietari, ma bensì lasciati nelle mani di uno schiavo fidato che assurgeva a quella che potrebbe essere definita la figura del fattore: egli aveva pieni poteri amministrativi ed esecutivi e doveva rispondere solamente a saltuarie verifiche. Aveva autorità sui sottoposti e spesso si rivelava violento. Questa figura, invece di gestire i terreni in modo oculato ed onesto, perseguiva un interesse strettamente personale ed era solita mercanteggiare i prodotti aziendali in maniera illecita, lucrando sui proventi[2].» Columella, nel Libro III, esamina il problema dei terreni adatti ai vitigni, i vivai e le talee per la riproduzione, la preparazione del terreno, il piantamento della vite ed il disegno dell’impianto di un vigneto. Nel IV Libro affronta la profondità dei fossi di drenaggio della vite, i metodi di allevamento e di potatura della vite, i supporti, i metodi di propagazione, la sistemazione dei vecchi vigneti, i doveri del vignaiolo e termina con le norme per il proprietario del vigneto. Altre informazioni sull’impianto del vigneto si trovano nel Libro V e nel nel Libro XII, l’ultimo, si trovano notizie sui vari tipi di vino e sui metodi di vinificazione[3]: «Però l’agricoltore, il quale non dev’essere, come credesi, di mediocre ingegno, ma esperto e accorto, tenga per fermo che quelle varietà di viti, le quali resistono senza soffrire danno alla nebbia, sono adatte alla pianura, laddove sono proprie del colle quelle le quali tollerano la siccità ed i venti. Così pure nel terreno pingue ed ubertoso si pianterà la vigna magra e di sua natura poco feconda, nel magro la vigna fertile, nel denso la forte che germoglia assai, nel polveroso e fertile va piantata quella che scarseggia di sarmenti. Fa d’uopo altresì conoscere che i luoghi umidi non sono acconci alle viti, che producono un frutto di grano[4] tenero e grosso, ma duro e piccolo e fornito di molti vinaccioli, come anche si deve sapere che nel terreno secco crescono le vigne di natura ancora varia. Ma bisogna por mente non solo al terreno, ma anche alla qualità dell’aria; poiché dove c’è per lo più freddo e nebbia, si mettono due specie di viti, cioè le primaticce, i cui frutti maturano innanzi tempo, e quelle che hanno il grano grosso e duro, le cui uve maturano bene tra i ghiacci come quelle esposte al caldo. Similmente con piena sicurezza in  una regione, dove predomina il vento e la tempesta, si metteranno viti robuste e di grano duro, come in quella dove c’è  molto caldo le più tenere, ovvero le viti che fanno grano strettamente uniti. Nelle contrade poi dove c’è placidezza e serenità di clima, si può mettere con fiducia ogni sorta di viti, ma vi allignano meglio quelle i cui grappoli o grani cadono prestamente. Il terreno migliore intanto è sempre quello che, quando non sia né troppo denso né troppo sciolto, si avvicini di più a quest’ultimo: che né magro né molto fertile, si accosti di più al fecondo, ed infine che senza essere in pianura né scosceso, sarà nonostante simile ad un piano inclinato[5]


[1]       «Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.C. – 70 d.C.) vive nel I secolo d.C., sotto la dinastia Giulio-Claudia. Nato a Gades nella Penisola Iberica in una famiglia patrizia appartenente alla tribù Galeria, inizia la carriera militare e nel 34 d.C. giunge al grado di tribuno in Siria. E’ proprietario di terreni in Italia (Ardea, Carseoli e Alba Longa) e in Spagna e si impegna nella elaborazione di un sistema di scienza della coltivazione. La sua opera, il “De re rustica”, può essere considerata il primo trattato di agronomia e il più importante fino al rinascimento. L’opera, scritta intorno al 65 d. C., è in 12 libri (quella che noi possediamo è la seconda edizione), preceduta da una lunga prefazione, dedicata a Publio Silvino; seguono i precetti per coloro qui rusticari velint, sul come scegliere il fondo, sulla disposizione della casa colonica, sui doveri del pater familias: vengono poi indicati (II) i tipi del terreno, l’aratura, i generi delle sementi, del letame; i tipi di vite (III) e i modi della loro coltivazione (IV); la coltura dell’olivo (V); l’impiego dei buoi, dei tori, dei cavalli e il modo di curare il bestiame (VI); l’uso di altri animali, come asini, pecore, capre, maiali, cani (VII); l’utilità degli animali da cortile (VIII); il IX libro, preceduto da una prefazione, tratta delle api e dell’apicoltura; il X libro, che ha per argomento il De cultu hortorum, è tutto in esametri e di fattura virgiliana; infatti l’autore vi raccoglie l’invito fatto da Virgilio nelle Georgiche, che lasciava ad altri il compito di descrivere i giardini; l’XI libro ripete lo stesso argomento del precedente; il XII infine tratta dei doveri della fattoressa, della cura del vino, delle olive, del formaggio; l’autore lo inizia con una prefazione dedicata a Silvino e lo termina dicendo di aver ritenuto di ricordare solo ciò che gli è sembrato particolarmente importante. Le fonti letterarie sono greche e latine: Senofonte, Catone, Varrone, Igino, Cnelso e Virgilio; ma una viva passione per la campagna anima l’intero trattato, sono lamentati i danni dell’urbanesimo, lodati i vantaggi della vita dei campi, una fonte di moralità di benessere, di felicità: «Solo l’agricoltura, che senza alcun dubbio è la più vicina e quasi consanguinea alla filosofia, non abbia né discenti, né maestri.»

Nicolò Passeri, Silvio Franco, L’analisi degli investimenti nel primo secolo dopo Cristo, in «Agriregionieuropa», anno 4, numero 13, giugno 2008

[2]       Ibidem.

[3]       Cfr. Tim Unwin, cit. pag 104

[4]       Acino

[5]       Columella, Libro III, 1.5-8, citato in Luigi Manzi, La viticoltura e l’enologia presso i romani, Edizioni Quasar, Roma 1998, ristampa anastatica del libro stampato a Roma per la Tipografia Eredi Botta nel 1883. Il testo viene preparato dall’autore per il concorso internazionale di attrezzi ed apparecchi di viticoltura, enologia e distillazione, tenutosi a Conegliano nel 1881.

Un vino benevolmente critico

Paul Cézanne, Les joueurs de carte (1892-95)

Di solito il vino lo sceglieva lui. Bramante era quello che ci metteva i soldi, che pagava il pranzo, il caffè e l’ammazzacaffè e neppure Cosimo, che avrebbe voluto almeno pagare la sua, di parte, era riuscito a liberarsi di tanta liberalità e umana comprensione. Ma quella sera Cosimo non era proprio dell’umore adatto: si era appena separato dalla moglie e i figli, per nulla prodighi, lo avevano abbandonato portandosi dietro quel po’ che, della cantina un tempo gloriosa, gli era ancora rimasto.

Di solito, appunto, perché quella sera Mirko e Mattia il vino lo avrebbero voluto scegliere proprio loro. Il mese precedente non era stato possibile: i piatti ordinati si erano rivelati del tutto improvvisati: spaziavano dal pesce crudo alla moda d’Oriente con intingoli di salsa al rabarbaro e coriandolo; procedevano, dunque, con alcune variazioni di risotto ai carciofi secondo l’antica sapienza creola; si immergevano nelle cozze gratinate al terriccio del Caucaso meridionale; infine si cullavano con  le irreprensibili code di gambero sotterrate in montagne di riso pilaf al ginseng della Manciuria. Mirko e Mattia avevano capito che, se avessero voluto scegliere il vino, sarebbero dovuti partire proprio di lì e non dal cibo. Mirko e Mattia avevano inteso, perché un po’ di formazione l’avevano avuta pure loro e i risultati sperati non si erano fatti attendere, che non si trattava neppure di soldi, ma puramente e semplicemente di condizioni: comprendevano, in altro modo, che non avrebbero potuto ordinate un vino totalmente inviso a Bramante e che potevano bellamente fregarsene sia di Cosimo che di Marta. Del primo se ne è già detto, mentre della seconda sarebbe superfluo aggiungere la benché minima informazione. Bramante stava invecchiando: qualche colpo lo aveva perso negli ultimi tempi e non aveva nessun sommelier a cui affidare l’immensa canina di cui aveva costruito le fortune e su cui, in seguito, avrebbe edificato la sua insperata notorietà e un potere mai difforme ad essa. Bramante, per dirla proprio tutta, voleva un gran bene a Cosimo: qualche finta scazzottata in gioventù, più per mostrarsi alle ragazze che per altro, non aveva impedito loro di continuare, ognuno nelle rispettive imprese familiari, di continuare l’operato dell’altro. Quando sembrava che uno smettesse di investire in un determinato settore vinicolo, ecco che l’altro, di comune intento, provvedeva a recuperare il tempo perso e a proseguire ciò che il primo aveva instradato con vigore e inusitata forza.  Pure nel momento in cui Bramante controllò la pressoché totale distribuzione del Chiaretto del Garda, del Bardolino, dell’Amarone, del Brunello, del Barolo, del Barbaresco, dell’Aglianico di qualsiasi provenienza, dell’Etna rosso e del Primitivo di Manduria, ebbene, pure lì, Cosimo, sebbene gli avesse dichiarato guerra, se ne restò in disparte con il suo grignolino, la barbera, il dolcetto di Dogliani e di Ovada e qualche Chianti sparso tra il Gallo Nero e la Torre di Pisa. Poi vene l’ora di Cosimo e così quella di Mirko e Mattia. Bramante non avrebbe voluto, in alcun modo, che Cosimo non partecipasse più a quelle cene e, con altrettanta cognizione, gli era chiaro che lo scettro della distribuzione sarebbe dovuto passare di mano. Bramante preferì accordare, per quella sera, e per quelle che sarebbero capitate di lì a venire, la scelta del vino a Mirko e Mattia. Avrebbe controllato più facilmente il vaglio della mercanzia, avrebbe fatto stralciare quelli a lui totalmente invisi ma, soprattutto, avrebbe accordato alle selezioni future una generosa e compiaciuta benevolenza critica.

Il vino industriale: Taylor e Ford in cantina.

Locali vinificazione inizi Novecento – Cantina di Santa Croce a Carpi

L’industrializzazione vinicola.

Le ragioni storiche che segnarono il processo di industrializzazione vinicola sono più o meno le stesse che informarono gli altri settori della trasformazione manifatturiera. Già a partire dalla prima metà dell’Ottocento si posero alcuni problemi tra loro intimamente legati:

  1. Razionalizzazione della produzione finalizzata alla realizzazione di processi di produzione standardizzati.
  2. Unificazione dei processi produttivi (vigneto/cantina) tramite aggregazioni di lavoro che facilitassero economie di scala.
  3. Costruzione di un prodotto vino uniforme e riconoscibile sui mercati internazionali.
  4. Riduzioni delle specie coltivate, favorendo quelle resistenti /produttive.
  5. Costruzione di un moderno sistema di conservazione e di commercializzazione del prodotto finale.
  6. Utilizzo delle migliori conoscenze e degli sviluppi in ambito scientifico e tecnologico atte a favorire i punti sopra-indicati.

Questo impetuoso sviluppo del capitalismo agrario, non esente da residui feudali, secondo la definizione di Emilio Sereni[1], portò con sé non solo processi di organizzazione standardizzata del lavoro basati sullo sfruttamento di un larga parte della manodopera agricola salariata e lo sviluppo della piccola proprietà privata contadina a conduzione familiare (come superamento tortuoso dell’istituto contrattuale della mezzadria), ma anche nuove mentalità collettive che trovarono solo in parte una loro collocazione naturale nel nascente movimento cooperativistico: “l’oggetto delle indagini – definito in generale, utilizzando l’apparato concettuale e lessicale elaborato e utilizzato dai maggiori protagonisti di questa storiografia – è quell’insieme di conoscenze, di saggezze anonime e diffuse, inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli, di abitudini e modelli di comportamento automatici, condivisi e persistenti, diffusi in una cultura, e che costituiscono l’attrezzatura mentale collettiva, la radice delle pratiche culturali. Credenze, visioni del mondo, sensibilità, percezioni e rappresentazioni della realtà spesso caoticamente strutturate in nebulose mentali di lunga durata, tali da costituire il basso continuo di una società[2].” Da qualsiasi punto di vista lo si guardasse, il problema era divenuto quello di gestire lo sviluppo nelle sue contraddizioni (di classe, di genere, ambientali…) e di espellere, come anti-razionali, tutte le istanze che problematizzavano tale processo. Sarebbe lungo dibattere sulla storia di chi e in che modo si oppose, ideologicamente, ad un idea di sviluppo lineare della storia, progressivo, congruente dal punto di vista scientifico e chi, invece, lo sostenne a vario titolo. Si dà, in più di un caso, l’intersezione delle due volontà e, a volte, le sfumature prevalsero su istanze monocrome ben situate. Ma sarebbe altrettanto presuntuoso pensare che il dibattito odierno, che investe il lavoro contadino, la produzione artigianale, i vini ‘naturali’… sia tutto frutto di una disputa della contemporaneità informatizzata. Le radici dello scontro sono ben più antiche. taylor

Meccanizzazione e chimizzazione.

Tornando all’Ottocento, risultano interessanti le considerazioni di Giorgio Pedrocco quando sostiene che il processo di industrializzazione della produzione vinicola sia passato attraverso due direttrici: «da un lato la meccanizzazione, dall’altro la chimizzazione del processo di vinificazione; entrambe queste discipline chiedevano dei loro ‘pedaggi’, che lo trasformarono e gli fecero assumere una connotazione industriale. La meccanizzazione riguardò sopratutto le prime fasi del ciclo: alcune macchine come le pigiatrici – diraspatrici e i torchi mossi dalle macchine a vapore, avevano il compito primario di risparmiare lavoro e di far fronte al grosso dispendio di manodopera e all’occupazione di grandi spazi che la pigiatura a forza d’uomo comportava. (…) La chimizzazione riguardava soprattutto le fasi successive alla pigiatura e aveva lo scopo di stabilizzare  il vino per garantire la conservazione e facilitarne trasporto e commercializzazione. Un’operazione completamente nuova, volta a prevenire l’acetificazione del vino era la ‘pastorizzazione’. Messa a punto da Pasteur a metà del XIX secolo, richiedeva un riscaldamento del vino a 60 gradi per distruggere tutte le colonie di microrganismi, soprattutto il Mycoderma aceti e il Mycoderma vini.  (…) Anche il travaso del vino, questa tecnica antichissima che completava la fermentazione e ripuliva il vino attraverso lenti processi di sedimentazione, venne notevolmente agevolato dall’introduzione di pompe che facilitavano e velocizzavano i flussi di liquido da una botte all’altra. In questa fase – per la  stabilizzazione del vino e per evitare l’acetificazione – si doveva operare un trattamento chimico aggiungendo del bisolfito di sodio. Con lo stoccaggio del vino il moderno impianto industriale si distingue dalle cantine tradizionali consentendo, da un lato, all’impresa di far fronte alle necessità di mercato anche nelle annate sfavorevoli attingendo alle riserve e dall’altro, di assicurare al prodotto quelle caratteristiche costanti che realizzavano per i  vini ‘industriali’ un rapporto più consolidato con il mercato. (…) Ulteriori perfezionamenti riguardarono i trasporti ferroviari, dove la società di esportazione Cirio ideò dei vagoni cisterna con rivestimenti interni di alluminio che consentirono un ulteriore salto di qualità nella distribuzione dei prodotti enologici[3]

Parlare dell’industrializzazione enologica significa anche entrare nel merito dell’alfabetizzazione scolastica e della produzione di migliaia di opuscoli divulgativi a carattere pedagogico. Nei primi decenni post-unitari, per la prima volta nella storia della cultura italiana, si assisteva ad un netto aumento della produzione di titoli di argomento scientifico, addirittura maggiore rispetto a quelli letterari. I dati generali furono significativi: nel 1863 in Italia si stamparono 4243 titoli, mentre 23 anni dopo, nel 1886, si arrivò a ben 9003 pubblicazioni. Le divulgazioni con tematiche viti-vinicole[4] ebbero, non diversamente da altri argomenti a carattere tecnico, culturale e sociale, uno sviluppo impetuoso in concomitanza con la crescita di fenomeni, in parte già citati, quali le inchieste agrarie, lo sviluppo delle cattedre ambulanti, la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa, la fede per il progresso e le scienze positive, la diffusione delle conoscenze tecniche e delle tecnologie applicate in vari settori. E dunque le grandi esposizioni internazionali, la nascita delle scuole di specializzazione in campo enologico, la fondazione di associazioni di settore e via dicendo.

F. W. Taylor. ford e taylor

Frederick Winslow Taylor (1856 –1915), ingegnere americano e componente dell’Associazione Americana degli Ingegneri Meccanici (ASME)  presentò, durante gli incontri presso l’associazione, diverse relazioni, che ora sono raccolte in “Direzione di officina, Principi di organizzazione scientifica del lavoro e la Deposizione di Taylor davanti alla Commissione speciale della Camera dei Deputati” sulle sue principali idee in merito all’organizzazione razionale di lavoro in fabbrica. Da lui prende il nome quel fenomeno storico-sociale che va sotto il nome di “fordismo-taylorismo” (il primo termine si riferisce alla Ford –modello T di Henry Ford). L’assunto principale del trattato fu che esiste un modo ottimo ed uno soltanto per compiere qualsiasi operazione del ciclo produttivo. One Best Way indicava il modo più economico per completare una data operazione in termini di quantità e qualità dei movimenti. Naturalmente tutto questo era sottoposto alla decisione tecnica della direzione:  la One Best Way non ammetteva la possibilità di scelte individuali nell’esecuzione del processo produttivo. Non esistendo ritmi individuali, dunque, il lavoro veniva estremamente parcellizzato e scomposto in operazioni semplici. Il prodotto finale si presumeva identico.

Trasporto materiale con carriola[5].

a = tempo per caricare una carriola con qualsiasi materiale;

b = tempo per prepararsi al trasporto;

c = tempo per trainare una carriola carica per metri 30,5 (pari a 100 piedi);

d = tempo per scaricare e voltare;

e = tempo per ritornare per metri 30,5 con carriola scarica;

f = tempo per lasciare la carriola e cominciare a paleggiare (usare la pala);

p = tempo per frantumare un m3 col piccone;

P = percentuale di giornata per riposo e inevitabili interruzioni;

L = carico di una carriola in dm3;

B = tempo per frantumare, caricare e trasportare un metro cubo di terra di una data qualità ad una data distanza.

Allora:

B = (p + [a+b+d+f + (distanza di trasporto)/30,5 +(c+e)] 1000/L )(1 + P)

Così, quasi per concludere.

L’industrializzazione enologica, come già ricordato non diversamente da altre produzioni manifatturiere, introdusse principi similari e modelli funzionali volti alla fabbricazioni di prodotti invarianti al tempo, alle condizione delle uve, ai terreni e via discorrendo. Mentre si aprivano nuove strade produttive, inevitabilmente se ne chiudevano delle altre. Quanto i processi non siano mai lineari, ma forieri di enormi ed insolute contraddizioni è quasi sempre il senno di poi a raccontarlo. Che di alcune invenzioni siano tutti i produttori a beneficiarne, anche su questo non vi è alcun dubbio. Sul prezzo sociale, ambientale e salutare neppure. L’unica certezza, alla fine, che i benefici e i malefici di determinate evoluzioni non sono mai semplici somme o sottrazioni proprio perché il tempo non ne dà una ragione univoca e tantomeno inalterata. Per cui è inevitabile ricordare che ogni scelta è politica e che ogni politica implica un’etica. Per questo mi piace pensare che il vino, la vita e tutto il resto siano delle carriole un po’ zigzaganti.

 


[1] Cfr. Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860 – 1900), Einaudi , Torino 1968 (prima edizione 1947)

[3] Giorgio Pedrocco, Viticoltura e industria enologica, in Pier Paolo D’Attorre e Alberto De Bernardi (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1994, pp. 327 – 329

[5] F. W. Taylor, Direzione di officina in L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano 1952,  pag. 107

la foto iniziale è tratta da cantinasantacroce.it