Due vini eccellenti che sbotteranno a dicembre e un Vermouth che non uscirà mai

Stormo di uccelli che concorrono in maniera sincronica a disegnare svariate forme nell’aria, come se formassero un unico organismo vivente.
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Casualità

Parlare di vino scomodando Jung e “La sincronicità come principio di relazioni acausali” (1952) potrebbe sembrare un paradosso, ma non in questo caso: “Secondo Jung, i fenomeni sincronici si comportano come delle casualità ripiene di senso. Sono caratterizzati dalla coincidenza – portatrice di significato – di un fenomeno fisico oggettivo, con un avvenimento psichico, senza che si possa immaginare una ragione o un meccanismo causale tra essi1”.

A cavallo tra agosto e settembre ci rechiamo dapprima a Farigliano, nella casa che fu di mio nonno e, subito dopo, a Sanfront, paese della Valle Po sulla strada che porta al Monviso. L’occasione fa gli esseri umani ladri di piaceri e di opportunità e così incontriamo, sostenuti dalle rispettive e pimpanti figliolanze, Fausto Cellario e Cinzia a Carrù dove poggiano le solide basi della casa e della cantina. A distanza di pochi giorni accade lo stesso con Michele Antonio Fino, Vanina Carta e i loro baldanzosi figli: la prima volta a Saluzzo, all’Osteria dei Desideri e poi a Revello, anche lì sostegno di vita e di produzione vinicola. L’Osteria dei Desideri meriterebbe un articolo a parte: leggermente defilata dal centro storico, ai piedi di un edificio improntato alla contemporaneità della seconda metà del ‘900, all’interno rompe gli indugi di un eterno presente votandosi ad un aplomb che sa di Piemonte antico. Il menù si destreggia mirabilmente tra una classica battuta di Fassona al coltello, un cheesecake al salmone, gamberi spadellati e crudi rossi di Mazara del Vallo con stracciatella di burrata e scorza di limone, per poi virare sulle vette Occitane con i ravioles della valle Varaita, quindi volteggiare sui gnocchetti di patate con friggitelli e salsiccia di Bra, atterrare dolcemente sul vitello in varia cottura e tuffarsi finalmente sulle capesante e tentacolo di polpo arrostiti su crema di peperoni dolci con pane aromatico. Dolci eccellenti della tradizione piemontese. Una carta dei vini fornitissima, quasi sbalordente, che inizia in maniera assai meritoria con quelli del posto, ovvero con i vini delle Colline Saluzzesi. Insomma non dico di passarci, ma di andarci proprio.

Sebbene si stia parlando di casualità piene di senso e sebbene gli uni si conoscano con gli altri e noi con loro, mi è parso assai improbabile che entrambi si fossero messi d’accordo sul proporre in maniera quasi sincronica dei vini che più distanti non sono, un dolcetto di Langa e un pinot nero delle colline Saluzzesi non ancora in commercio e che dovrebbero uscire a dicembre (entrambi). La concomitanza degli eventi e il loro aspetto non accidentale mi impedisce però di pensare che Fausto Cellario abbia deliberatamente telefonato a Michele Fino e, con un’interlocuzione strascicata, abbia chiesto: “Ciao, quand’è che non fai uscire il tuo pinot?” E Michele: “Boh, non so… e il tuo dolcetto?” – “Bah, chissà!”. “Vabbè, buonanotte” – “’Notte!”

Vini fatti in annate scelte, volutamente lasciati lì per il tempo ritenuto necessario ed entrambi molto, molto buoni. L’annata è sì una media ponderata tra la maturazione dell’uva, il clima, le analisi sugli zuccheri, gli agronomi, gli enologi, i consigli, il o i mutui, ma poi, alla fine sono i produttori che decidono, sospinti dallo spirito guida, un pot-pourri di competenze tecniche e non di meno una buona dose di intuito, perspicacia, reminiscenza, conoscenza storica, incoscienza e volontà di rischio, se proprio quell’anno lì potrà lasciare dei caratteri di memorabilità che faranno dire a tutti: “Però quel 2015!”; “Perbacco che 2018!” “E pensare che ne ho ancora una bottiglia!” (Tra trent’anni) “Varrà un casino!?! – “Non saprei, qui su Marte non ci sono molte enoteche”

2015 Dozzetti etichetta storica, Dogliani Superiore Cornole, Poderi Cellario. 587 bottiglie numerate.

Poderi Cellario

Cornole, frazione Farigliano, che per Fausto è il meglio del meglio e anche per me perché da quelle parti una vigna porta ancora il nome di una mia prozia (vigneto “Maestra”). Vendemmia a metà settembre. Quindici giorni di fermentazione in due vasche. Il mosto di una delle due viene trasferito nell’altra sino a colmarla: cappello sommerso steccato e le vinacce rimangono sotto per altri quindici giorni (come si fa anche per il barolo: per taluni sino a dicembre). Legno di rovere da 25 ettolitri francese di “Gamba” per un anno. Bottiglia per altri 3 anni e mezzo. Dove il mezzo si concluderà a dicembre. 14,5 gradi alcolici. Uno di quei dolcetto che si spera. Non lo si aspetta, ma lo si spera. Ci sono dolcetto da tutti i giorni, dolcetto da un giorno sì e l’altro no, dolcetto da ogni tanto e dei “dolcetto” per sempre. Sono rari e la loro bellezza non è legata ad una improbabile e marmellatosa propensione artificiale alla concentrazione del frutto. Il frutto nero emerge pieno, vivo, carico di un’energia tonica e vibrante che si distende tra accenni di china, cacao e menta. I tannini, mai comprimari, avvolgono e compattano, senza strattonarla, una bevuta di inusitata piacevolezza e assai lunga. Ancora a una volta a dimostrare, semmai ce ne fosse bisogno, che il dolcetto può invecchiare egregiamente. Non tutti i “dolcetto”, intendiamoci, ma quelli “per sempre” sì.

2018 Econverso, Vino rosso, Cascina Melognis. 270 magnum

Cascina Melognis

I cloni del pinot nero provengono dalla Borgogna. Vendemmia nella prima settimana del settembre 2018. Vinificazione in acciaio con fermentazione spontanea. Malolattica svolta in vasca e da ottobre in barrique di secondo passaggio di Moccagatta per 18 mesi. Massa nel marzo 2020 con imbottigliamento ad aprile 2020. Altri 8 mesi, per chiudere, in bottiglia.

Econverso, il nome del vino, è una possibile traduzione latina di “contromano” e vuole omaggiare l’articolo che Gianpaolo Gravina e Armando Castagno, “Con calma, contromano2” – Accademia degli alterati, dedicarono a Novamen, vino composto dal 70% di barbera e al 30% da pinot nero. Quest’ultimo, proveniente dal territorio di Revello sui 500 metri di altitudine e prosperato in un terreno con una buona quantità di limo e sabbia, costituisce il 100% di Econverso. Allevare e vinificare il pinot nero è sempre un gran casino: se troppo caldo i vini rischiano di essere sguaiati, stramaturi e con odori animali più che ridondanti. In annate fredde o con raccolte troppo anticipate i pinot emergeranno estremamente acerbi, privi di nerbo e vegetali come la foresta dell’Amazzonia.

Questo, al contrario, è un vino di grande equilibrio e di ragguardevole armonia: i frutti rossi freschi e palpitanti (ribes e lampone) signoreggiano nel palato. Accenni di arancia rossa si fanno spazio tra la liquirizia dolce e il pepe nero. Una giusta tensione acida accompagna tutta la bevuta. Per 14 gradi alcolici. Se il buongiorno si vede dal mattino, allora buongiorno!

Il Vermouth, “Aromatum Umor”, che non uscirà mai

Michele e Vanina hanno le viti, fanno il vino, abitano sotto il Monviso e intorno a loro crescono fiori e piante che neppure il nonno di Heidi, nella sua lunga vita cinematografica in montagna, ha mai potuto vedere. Il torinesissimo vermouth (data di nascita 1796), vino aromatizzato, ebbe lunghe propaggini in tutta la provincia di Cuneo, tant’è che nel paese di Caraglio, ai piedi della Valgrana e distante da Saluzzo nemmeno 30 km, producevano sia l’assenzio che la pianta mediterranea, non autoctona, del cardo mariano: nella “Descrizione ed impiego di 200 piante medicinali della Flora pedemontana con l’aggiunta dei nomi in vernacolo piemontese” di Ottavio Gallo del 1917 ritroviamo questa considerazione: “presso la chiesa di S. Giovanni, sulla collina caragliese, è stata riscontrata la presenza del Cardo mariano, pianta mediterranea non indigena del luogo, probabilmente un relitto botanico tutt’ora vivente proveniente da una antica introduzione esterna da parte di monaci a scopo di coltivazione per le sue importati qualità curative”. Le zone di Caraglio, Busca, Dronero e della stessa Cuneo furono per tutto il 1500 centrali per la diffusione della riforma protestante e crocevia di scambi provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Svizzera. Assieme alle conoscenze teologiche viaggiavano erbe curative, intrugli di vario sorta, amari, liquori: “Si produceva, quindi, un amaro tonico depurativo del fegato con assenzio e semi e piante di cardo mariano in infusione nel vino addolcito con miele. E già allora erano a conoscenza che l’assenzio, oltre ai principi attivi curativi pare sia tendenzialmente ipotensivo (abbassa la pressione): al contrario il cardo mariano, potente depurativo è giudicato ipertensivo (aumenta la pressione). La loro miscela equilibrava. La base del conosciuto vermouth sembra origini da questa ricetta con aggiunte posteriori di altri aromi3”.

Il vermouth di Cascina Melognis, rigorosamente fuori commercio, viene prodotto con il 70% del bianco Comitis (uve chasselas e gouais blanc) e il 30% del rosato Sinespina (neretta cuneese, barbera freisa, chatus e pelaverga) dapprima in infusione, nel mese di giugno, con i fiori di genzianella. Dopo due settimane vengono tolti i fiori e vengono messe a macerare le bucce di agrumi arancia, di mandarino, di cedro e di bergamotto. Passano altri quindici giorni le bucce vanno via e tocca alle spezie: cardamomo, coriandolo, anice stellato e pepe del Sichuan. A completare la composizione vengono aggiunte due tinture: quella amaricante è data dall’assenzio pontico, mentre quella dolce è dovuta ai semi di ramassin4. Tutte le erbe, le spezie e gli alberi da frutto sono autoprodotti. Solo l’assenzio viene acquistato. Infine zuccheraggio (90 grammi litro), filtrazione e imbottigliamento nelle bottiglie dell’Olim Atrum (metodo classico).

Una magnifica tensione tra la gli agrumi e la parte amaricante accompagna tutta la bevuta. Tutte le piante, i frutti e le spezie entrano in questo gioco duale dove poco spazio viene lasciato alla porzione dolce, comprimaria essenziale di due campioni alla guida. Dopo il vermouth, il nulla.

E allora fateveli questi due giri!

  1. Tappa doglianese: andate a mangiare allo Sbaranzo (frazione di Clavesana). Cucina tipicissima langarola, menù fisso, grandi portate di antipasti e di tutto il resto. Prezzo fisso, vista stupenda in costa. Si mangia alle 12.30: non alle 13 e nemmeno alle 13.30. Poi un giro da Fausto Cellario, naturalmente dopo il pisolino o dopo una passeggiata ristoratrice. Il giorno seguente, se non avete perso completamente la lucidità, prendete i contatti con l’associazione “I Calanchi di Clavesana” e vi fate portare a fare un giro su Tanaro. Dopo di che la Langa è vostra: ma rimanete più a lungo possibile nel doglianese prima di buttarvi nei fasti del Barolo.
  2. Tappa Monviso: qui bisognerebbe cambiare gli addendi senza modificare il risultato. Meglio prima da Cascina Melognis nel pomeriggio e poi a cena all’Osteria dei Desideri a Saluzzo. Il giorno successivo, quando riuscirete ad aprire gli occhi, il Monviso, i suoi laghi e le sue cime tempestose sono lì ad aspettarvi.

1Renzo Zambello, Sincronicità: le coincidenze significative, in Psicoterapia Junghiana, Studio Psicoterapeutico e Psicoanalitico Milano 2010

2 https://accademiadeglialterati.com/2019/10/08/con-calma-contromano/

3 https://www.cuneocronaca.it/quel-prezioso-cardo-mariano-di-caraglio-da-secoli-alla-base-della-ricetta-del-vermouth

4 Il Ramassin o Dalmassin è una varietà di susino autoctona, tipica del Piemonte sud-occidentale e diffusa su gran parte del territorio della provincia di Cuneo. “I Ramassin sono un endemismo del Piemonte sud-occidentale con tracce di presenza anche nella Riviera di Ponente (Gallesio, in Pomona italiana, Pisa 1817-1839) e in Provenza. Le varianti dialettali in lingua piemontese Dalmassìn (Monregalese), Darmassìn, Gramassìn (Cebano), fino a Ramassìn (Saluzzese e Cuneese) sono trasformazioni del latino (medioevale) Prunus damascenus, cioè susino di Damasco, Damaschine”, spiega Silvio Pellegrino. “La distribuzione territoriale, che corrisponde alle aree delle incursioni saracene del IX e X secolo, induce infatti a ritenere che questa varietà sia stata introdotta dal Medio Oriente nell’alto medioevo, una delle tante tracce della civiltà araba nel Piemonte meridionale”. Testimonianze riguardanti le prime forme di coltivazione di Ramassin in Piemonte si trovano negli archivi di alcuni comuni intorno a Saluzzo. La Valle Bronda divenne fin da subito un importante centro produttivo e commerciale del prodotto, tanto che nel periodo di raccolta si tenevano ogni sera due mercati completamente dedicati alle Ramassin: uno nel comune di Pagno e l’altro nel comune di Saluzzo, in Frazione San Lazzaro. https://terraoggi.it/ramassin-il-frutto-del-piemonte-saraceno/

Sei labbra e occhi bui. Sei la vigna.

fugazzala foto è di Arianna Fugazza

Anche tu sei collina 

Anche tu sei collina

e sentiero di sassi

e gioco nei canneti,

e conosci la vigna

che di notte tace.

Tu non dici parole.

 

C’è una terra che tace

e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura

sulle piante e sui colli.

Ci son acque e campagne.

Sei un chiuso silenzio

che non cede, sei labbra

e occhi bui. Sei la vigna.

 

E’ una terra che attende

e non dice parola.

Sono passati giorni

sotto cieli ardenti.

Tu hai giocato alle nubi.

E’ una terra cattiva –

la tua fronte lo sa.

Anche questo è la vigna.

 

Ritroverai le nubi

e il canneto, e le voci

come un’ombra di luna.

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l’infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

Cesare Pavese  30, 31 ottobre 1945[1]

Per Pavese il luogo mitico è il nome comune[2], universale, il prato, la terra, la vigna, la collina…: è l’archetipo primordiale di cui ognuno possiede il riflesso. I ricordi, con cui si battezzano le cose, sono la memoria del simbolo e del mito. Il mito, per sua natura, è sempre simbolico: «non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture[3].» Il mito, come atto estatico  che corrisponde al simbolo diviene puro atto di libertà: esso può apparire alle soglie dell’esperienza infantile ed è specifico di quei paesaggi dell’infanzia. «In Pavese quella necessità di ricondurre ogni nuova esperienza ai prototipi mitici infantili sembra(…) un atto sempre rinnovato  di devozione verso la morte, che sta appunto sul liminare delle esperienze infantili (…) e che attraverso i simboli primordiali le permea tutte[4].» Assieme alla dottrina del simbolo e all’estasi come sacramento giunge a Pavese l’idea che l’infanzia sia uno stadio di conoscenza prima, tempo di esperienze fondamentali e uniche, fonte del sapere primario che si rivela disponibile solo parzialmente come ritorno della memoria. Il fanciullo partecipa a quei modelli primordiali perché è più vicino all’Aldilà.

Nell’impossibilità di quel ritorno, di  riafferrare il tempo sacro della festa, la sazietà delle parole non può che essere vana, quando la rabbia scopre la possibilità di “non essere più io”, di non poter più partecipare all’archetipo primordiale, al farsi campo, cielo, bosco: «Talvolta se mi accosto a questa terra, ne ho un urto impetuoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuol sommergermi. Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chi sa dove. Son fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole, ma queste non sono più nulla e mi dibatto come un albero o una belva già stata uomo e ora incapace di esprimermi. Cedo, riluttando perché so che la mia natura è un’altra, e ogni volta trovo in fondo a questo impeto una vana sazietà. […] Io parlo qui di tentazione attuale. Fermo davanti a una campagna, smemorato, a un cielo chiaro, a un corso d’acqua, a un bosco, mi sorprende la rabbia improvvisa di non esser più io, di farmi quel campo, quel cielo, quel bosco, di cercar la parola che lo traduca tutto quanto, fino ai fili dell’erba, fino al sentore, fino al vuoto. Io non esisto; esiste il campo, esiste il cielo. Esistono i miei sensi, spalancati come bocche a divorare l’oggetto[5].»

[1] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951

[2] Cfr. i tre saggi dedicati a Cesare Pavese in Furio Jesi, Letteratura e mito, Einaudi , Torino 2002

[3] Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, pag. 301

[4]  Furio Jesi, Pavese, il mito e la scienza del mito, in Furio Jesi, Letteratura e mito, cit.  pag. 144

[5] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino, 1946, p. 235

Il vuoto esiste. Meglio riempirlo con un vino buono

Molti dipinti di Adolf Wölfli riempiono completamente lo spazio, con scritte o note musicali General view of the island Neveranger, 1911

“Il vuoto non esiste” disse Aristotele.

Per duemila anni circa il genere umano ha creduto, grazie ad Aristotele, all’horror vacui e ad un senso di malcelata digestione che il vuoto non esistesse. Secondo la definizione dello Stagirita, il luogo è «il limite del corpo contenente (in quanto contiguo al corpo contenuto)». Egli aggiunse che per «contenuto» si doveva intendere «un corpo che possa essere mosso mediante spostamento». Il luogo è dunque «il primo immobile limite del contenente» (Physica, IV.4, 212a 5-6, 20-21). Se aveste un bicchiere di vino in mano e foste aristotelici almeno quanto lo fu Aristotele stesso, affermereste che il luogo del vino non è lo spazio tridimensionale che si estende tra le pareti interne del bicchiere, ma che esso coincide con la superficie interna del bicchiere medesimo. Questa teoria resistette un bel po’ di tempo per almeno due ragioni concomitanti: la prima era che se vi fosse stato il vuoto, i corpi, di conseguenza, non si sarebbero potuti muovere. Avreste avuto un bel da dire che vi sarebbe piaciuto degustare un bel bianco macerato di Chio del 2347 a.C. prodotto nientepopodimeno che da Tasos e suoi 15 figli, perché quel vino non sarebbe sceso nel vostro gargarozzo nemmeno di un millimetro. La seconda era prevalentemente di tipo psicologico: il bicchiere, nel loro caso la coppa, era sempre non solo mezzo pieno, ma interamente pieno (non solo di vino, ma se lo fosse stato di certo non guastava). Una volta Aristotele incontrò il noto intenditore di vini macerati e mischiati con acqua di mare, tale Agathangelos e gli chiese come mai sorseggiasse da una coppa senza vino ed egli, seraficamente e con adeguata preparazione filosofica, così replicò: “Oggi mi tengo leggero, bevo solo aria iodata!” Dopo questa riposta così sicura, edotta e ben argomentata, Aristotele decise di prendere Agathangelos tra i suoi discepoli, lo nominò coppiere, fortilizio indomabile contro gli atomisti e gli chiese di portare alcune anfore piene di vino perché di aria iodata ne avevano bevuta sin troppa con Platone.

Il vuoto esiste. Esperimento col vino.

Poi arrivarono i guastafeste: Galileo, Torricelli e, soprattutto, Pascal. “Nel corso dell’inverno 1647 Pascal ideò e realizzò una serie di esperimenti con tubi di forme e lunghezze diverse, con l’obiettivo anzitutto di stabilire se effettivamente vi fosse quell’aria rarefatta di cui parlavano di aristotelici, che grazie a un grande potere di espansione, spingeva il mercurio verso il basso Constatò, come aveva fatto Torricelli, che il livello rimaneva invariato anche in presenza di un vuoto maggiore. Non appena seppe dell’esperimento realizzato a Rouen, Jacques Pierius, professore di filosofia del locale Collège de l’Archevêché, pubblicò un opuscolo intitolato An detur vacuum in rerum natura (1646), nel quale sosteneva che il vuoto era in realtà pieno di vapori o esalazioni di mercurio. Pascal organizzò un esperimento spettacolare nella piazza antistante la vetreria di Rouen, al quale assistettero, oltre a Pierius, più di cinquecento persone. Si procurò due tubi lunghi più di dodici metri, fissandoli all’albero di una nave trasportato nella piazza per l’occasione. Domandò ai presenti cosa sarebbe accaduto riempiendo un tubo con acqua e l’altro con vino. I pienisti risposero che essendo più leggero, il vino avrebbe liberato più vapori rispetto all’acqua, attestandosi così a un livello inferiore. Il risultato dimostrò l’esatto contrario, cosicché anche Pierius e i sostenitori della teoria dei vapori dovettero arrendersi all’evidenza” (tratto da http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/25268/88407-Dispensa%20storia%20della%20scienza%202B.pdf).

Le scoperte scientifiche che di lì ai giorni nostri si protrassero incessantemente e con risultati sempre più definiti, portarono ad affermare in diversi campi, con motivazioni naturalmente diverse, che il “vuoto esiste e non ci si può fare niente”.

Vuoto a rendere.

Capirete lo stravolgimento psichico e metafisico di tale scoperta: molti videro i bicchieri di vino mezzi pieni; altri ancora, mezzi vuoti. Venne, inoltre, inaugurata una lunghissima stagione, non ancora terminata, di vuoti a rendere e di vuoti a perdere.

Credo però che quell’antico slancio aristotelico a riempire i vuoti che ci fanno paura sia ancora del tutto intatto. Non sempre è un bene riempire i vuoti che non si possono rendere. Ma ancora peggio è riempirli a casaccio. Il vino deve essere comunque buono.

Cesare Pavese, Feria d’agosto e la vigna

 

 

Torino, Einaudi 1946

“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.”

A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” Ed tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!

Calderoli, l’accoppiamento e i paradossi di Zenone di Elea

Zenone di Elea

La sentenza.

“Qualcuno dice che questo è fatto per favorire la parità di accesso. Ve lo dice un umile e modesto conoscitore della materia elettorale: chi la conosce sa che in collegi che hanno a disposizione un numero di candidature che va da due a sette, quindi piuttosto piccolo, la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile, perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina, per cui accanto a una candidatura maschile…”. “Il maschio solitamente si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa – dice ancora – Il risultato è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette”.

Questi sono i ragionamenti di grande qualità portati all’attenzione dal senatore Calderoli contro la doppia preferenza di genere. Come un novello Zenone di Elea, Calderoli ha costruito il suo paradosso filosofico-matematico sbalordendo sia i primi, i filosofi, che i secondi, i matematici. I rappresentati delle due categorie professionali sono usciti con un comunicato congiunto in cui si afferma testualmente: “È da 2500 anni (dalla morte di Zenone) che aspettavamo un ragionamento poliedrico e intrigante come quello di Calderoli. Ora ci divertiamo per davvero”. Pare, da alcune indiscrezioni trapelate dalla nota agenzia di stampa “Mogli e buoi”, che nel prossimo “Campionato internazionale di giochi matematici” verrà inserito il “paradosso Calderoli” come prova finale.

Vorrei, nel mio piccolo, contribuire alla sua soluzione parziale.

Il Primo Argomento confutato di Zenone/Calderoli (in Simplicio, Physica, 140,27):

Accogliendo le opinioni degli avversari di Parmenide, secondo cui le cose sarebbero molteplici, si arriverebbe alla conclusione assurda che il loro numero sarebbe, al tempo stesso, finito e infinito: sarebbe finito perché le cose non possono essere né più né meno di quelle che sono realmente (il loro numero cioè è un numero dato) e sarebbe infinito perché tra due cose ce ne sarà sempre una terza, e tra questa e le altre due ce ne sarà sempre un’altra ancora, e così via all’infinito. Se l’uomo si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, il loro numero sarebbe sia finito perché nel lettone (anche quelli Ikea) non ce ne starebbe una sesta, sia infinito perché nell’anticamera, nelle scale del palazzo, per strada e nelle piazze potrebbero starcene molte di più. Ma siccome il finito e l’infinito non sono possibili simultaneamente, a meno che non si abbia bevuto del grignolino in sovrabbondanza, è possibile che l’uomo le quattro o cinque donne se le sia semplicemente sognate. Anche nei collegi elettorali le preferenze non possono andare da due a sette per il medesimo principio di contraddizione. Il fatto che “le donne non lo facciano” diviene un assioma non dimostrabile da cui le deduzioni conseguenti potrebbero ritenersi false. Ma su questo rimanderei al paradosso di Banach-Tarski, o paradosso di Hausdorff-Banach-Tarski, noto anche come “raddoppiamento della sfera” (“doubling the ball”) con cui si stabilisce che, adoperando l’assioma della scelta, è possibile prendere una sfera nello spazio a 3 dimensioni, suddividerla in un insieme finito di pezzi non misurabili e, utilizzando solo rotazioni e traslazioni, riassemblare i pezzi in modo da ottenere due sfere dello stesso raggio dell’originale e segnare tre goal in fuorigioco.   

Il Secondo Argomento confutato contro la molteplicità fondato sulla grandezza delle cose (Zenone in Simplicio, Physica, 139,5).

Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere al tempo stesso infinitamente piccoli e infinitamente grandi: “Se c’è il molteplice, questo molteplice è grande e piccolo: grande fino ad essere infinito n grandezza, piccolo fino a non avere grandezza di sorta”. Infatti se le cose sono composte da molte unità o queste non hanno grandezza, e quindi ha grandezza nulla anche le cose di cui sono parte, o hanno una grandezza e, allora, le cose formate da infinite unità hanno una grandezza infinita.

In altre parole se l’uomo ce l’ha piccolo, o infinitamente piccolo, è probabile che i voti delle quattro o cinque signore vadano a sostegno di altre donne che, per effetto moltiplicatore, all’infinito, lo racconteranno ad altre donne. Alcune, tra una risata e l’altra, sceglieranno meritevolmente l’astensione.

Il vignaiolo imbarazzato

Di Michael – Flickr: IMG_4240.jpg, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30474612

Appena un vino esce sul mercato, ma a volte ancora prima quando viene risucchiato inconsciamente dalle sublimi prove di vasca, i critici, i blogger, i giornalisti, gli instagrammer, gli influencer, i miei cugini di campagna, lo investigano, lo sviscerano e lo dettagliano in maniera così minuziosa da lasciar esterrefatto lo stesso produttore. Egli o ella, sollecitato da innumerevoli e puntute domande poste in altrettanti dibattiti a cielo aperto o a porte chiuse, in trasmissioni radio, in collegamenti sociali, si ritrova come un reo ancora non confesso a cui viene e chiesto il motivo per cui lo ha fatto, il modo in cui lo ha fatto, i tempi in cui lo ha fatto, se si è ispirato a qualcuno per farlo, la filosofia che lo ha indirizzato e, immancabilmente, se ha ancora intenzione di farlo.

La colpevolezza da presunta muta nella sua piena effettività: il produttore, allora, brancola incomprensibili parole nel buio, balbetta improponibili convergenze di metodo e d’intenti, si trincera dietro inverosimili attenuanti generiche quasi che il vino non fosse suo, frutto della sua dedizione e della sua passione, ma una cosa che i critici hanno trovato per caso nella sua cantina e di cui non riesce a giustificare il possesso.

Perché scrivo di vino e di cibo e non di biciclette (tanto per dire)?


Vélocipédomanie, disegno umoristico francese anonimo apparso tra 1865 e 1870

Molte grandi autrici e molti grandi autori si sono cimentati con questa pretestuosa e autoriferita domanda: “perché scrivo?” Siccome non mi annovero tra questi (e non certo per mia volontà), ho dovuto inevitabilmente aggiungere dei complementi di specificazione così da restringere l’opportunistica questione ad un genere letterario minore. I grandi autori e le grandi autrici, molto spesso, hanno risposto in ragione di elementi esterni alla loro specifica volontà: il fato, il caso, il padre o la madre, le coincidenze astrali, le dita acciaccate dal martello annoverate come pretesa incapacità o voglia di esercitare qualsiasi altro mestiere. Oppure, ancora, l’altrove degli autori, l’alibi in sostanza, ha accarezzato sia le spoglie di pratiche essoteriche, rivolte a lettori non iniziati, sia quelle più propriamente esoteriche indirizzate, queste sì, ai soli adepti. In poche parole essi avrebbero voluto, illusoriamente, comunicare qualcosa al genere umano. Potrei dire, a questo punto, che le mie ragioni non sono affatto dissimili: la scrittura è arrivata sicuramente a seguito di una serie di fallimenti sportivi, amorosi, scolastici, professionali e dalla calvizia precoce. In quest’ordine. E inevitabilmente dalle relazioni irrisolte con la famiglia e dal fatto che mio fratello più piccolo di due anni me le desse di santa ragione. Dai preti e meno dalle suore (solo perché non non ho mai avuto a che fare con loro). Dal fatto che la mia mente si aspettava, a ragion veduta, di essere ospitata da un corpo maggiormente attraente. Altre sarebbero, poi, le motivazioni del fraintendimento del sé: avere un ripiego sufficientemente nobile per poter continuare a mangiare e bere. Condizione, questa, che si è inerpicata su sottintesi inappagamenti, vocianti disillusioni e mancanze a cui ho dovuto diligentemente apportare precarie replezioni e voraci stordimenti. Ma ho scritto anche di altro, per cui questa giustificazione non vale più di tanto. E per fare i conti con l’eternità (questa è forse la vera e unica ragione) grazie alla beffarda sopravvivenza di inutili brandelli del proprio corpo in forma cartacea e digitale.

Allora, perché scrivo di cibo e di vino? Perché, alla fine, i manubri e i pedali al forno sono assolutamente immangiabili. E scriverci sopra è ancor più impossibile.

Libera nos a malo. Libera nos a sulphure

Dioniso a cavallo di un ghepardo, mosaico a Pella, Grecia, IV secolo a. C.

Agli inizi del Libro Quinto del “De rerum natura”, Lucrezio utilizza l’antico nome italico del dio Dioniso, Liber, o Liber – Pater[1], arrivato sino a noi come Libero, termine che poi si identificherà, nella tradizione popolare, con la divinità del vino e con le feste ad esso congiunte (Bacco e le Baccanali).

Ma a Lucrezio dobbiamo molto di più: dopo di lui, infatti, l’associazione poetica tra vino e Bacco sarà una costante sinonimica perché “qui, se qualcuno il mare ‘Nettuno’, o le messi ‘Cerere’ stabilirà di chiamare, e gli piace fare un uso arbitrario del nome Bacco, più che dare al mosto il suo nome vero…” (hic siquis mare Neptunum Cereremque vocare constituet fruges et Bacchi nomine abuti mavult quam laticis proprium proferre vocamen…[2]).

Bacco ha, infine, il sopravvento su Dioniso: lo incorpora e lo trasforma. Così Libero scompare, per riemergere dalle profondità carsiche, soltanto di questi tempi e per liberarci dai solfiti (aggiunti).

[1] LIBER-PATER

Enciclopedia dell’ Arte Antica (1961)

di A. Bruhl

Nonostante la più antica testimonianza epigrafica in lingua latina del suo nome (un cippo di Pesaro), risalga probabilmente al II sec. a. C., la sua apparizione nel Lazio è certo anteriore, perché sappiamo che già agli inizî del V sec. L.-P. e la sua paredra Libera erano uniti a Cerere in una triade alla quale fu elevato un tempio sull’Aventino. In loro onore fu istituita la festa dei Liberalia celebrata il 17 maggio. L. era in origine un dio di carattere agreste, considerato protettore della fecondità, e Varrone ha descritto le processioni destinate al suo culto che si tenevano a Lavinium. Era il dio della virilità ed anche, a causa del suo nome, della libertà. Divinità della vegetazione, fu ben presto assimilato, forse sin dal VI sec. a. C., al Dioniso ellenico e fu considerato il dio del vino. È per questa ragione che nell’arte romana L.-P. è sempre rappresentato sotto l’aspetto di Dioniso (v.), con le sue caratteristiche fisiche, i suoi attributi ed i suoi compagni, sia nella scultura che nella pittura.

[2] Lucrezio, De rerum natura, vv. 655 e 656

Il Friuli viticolo nel 1700

Friuli 1662

«L’accrescimento delle produzioni e della rendita fu perseguita, a partire dal XVI secolo, non attraverso il mutamento dei sistemi colturali e delle tecniche agronomiche, ma con l’ampliamento dell’arativo, realizzato con l’intensificazione delle prestazioni di lavoro richieste alle famiglie coloniche. Vaste aree furono così strappate al pascolo e trasformate in aratori piantati e videgati.

Il vino locale alimentava tre distinti mercati, ciascuno dei quali condizionava, con le particolarità della propria richiesta, la tipologia produttiva. Il primo – quantitativamente più importante – era rappresentato dal mercato popolare locale, che manifestava una decisa preferenza per vini ‘negri’: la coloritura molto intensa costituiva, infatti, indice di valore energetico elevato. Per questo la macerazione delle vinacce nel mosto si protraeva a lungo; allo stesso modo si riteneva che il vino acquistasse meriti dal prolungato contatto con le fecce, la cui separazione avveniva comunemente ‘verso gli ultimi della luna di febbraio’. Tutto ciò – assieme all’abitudine invalsa di mantenere scoperti i vasi e alla vendemmia generalmente affrettata, per prevenire i furti campestri – conferiva a questi vini una forte acidità. La loro produzione era diffusa in tutta la regione, e derivava da una mescolanza di uve, senza distinzione di colore e tantomeno di varietà; essa puntava alla quantità e non alla qualità.

Il secondo mercato alimentava una attiva corrente di esportazione verso i paesi di lingua tedesca. Le preferenze erano rivolte al vino bianco dolce, prodotto nelle zone collinari orientali. Nel 1588 è il Rettore di Cividale, Vincenzo Bollani, a riferire che per la città la maggior entrata consisteva nei vini, perché ‘stanno sempre in pretio alto rispetto alli tedeschi, che ne sogliono portar via grandissime quantità et pagarlo bene’. In collina, il sistema di coltivazione più diffuso era rappresentato dal ronco vitato, sistemato ‘a guisa di scaglioni, sulli quali alzandosi ordinatamente la vite, presenta una grata prospettiva di festoni pieni di grappoli, risplendenti di un aurato colore’. Siamo in presenza di una agricoltura specializzata, tanto che, sempre nelle parole di Francesco Rota, il padrone ‘deve mantenere il colono del necessario sorgoturco quasi tutto l’anno’ e redditizia: ‘il governo delle viti richiedendo un lungo travaglio, non permette l’emigrazione agli abitanti del Coglio’ [1].» La Ribola è la varietà più diffusa, tanto che diviene sinonimo di vino bianco. Il maggior valore del vino di collina trova puntuale riflesso nei contratti agrari: negli affitti misti dei terreni vitati sui colli era frequente la divisione del vino a due terzi per il proprietario e un terzo per il colono. Il terzo mercato, quello della nobiltà, si differenzia per la diversità dei prodotti richiesti e soprattutto per la loro qualità. Alcuni viticoltori rimettono così in discussione tutta una serie di pratiche consolidate, a partire dalle forme di allevamento (la piantata), che vengono poco alla volta sostituite da impianti specializzati. «Antesignano di questo movimento fu il conte Ludovico Bertoli [2], il primo a compiere – nella tenuta avita di Biauzzo, sulla riva sinistra del Tagliamento – una lunga serie di prove e di sperimentazioni, che egli compendiò nell’opera Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, data alle stampe nel 1747 a Venezia. La sua vigna era costituita da filari orientati nord – sud, distanti tra loro poco meno di un metro e mezzo, sostenuti da canne oblique e contrapposte; le viti erano poste a intervalli di circa 70 centimetri; i capi erano due: in basso lo sperone a due gemme, in alto il capo maestro, potato a quattro occhi nelle piante più vigorose e proporzionalmente ridotto in quelle più deboli. Col Refosco coltivato in questo sistema Bertoli riusciva a produrre un vino che poteva stare alla pari col Borgogna francese – oggetto di un vero fanatismo, a detta di Antonio Zanon, agente commerciale in Venezia [3]: ‘questo signore (Bertoli), dopo lunghi studi e larghi dispendi, per eccitare anco gli altri a secondare le sue idee, pubblicò, a comune istruzione ed utilità, il frutto delle sue costose esperienze ( in un libretto intitolato Le Vigne ed il Vino di Borgogna in Friuli, stampato in Venezia nel 1747). Ma un difetto nazionale, ed il soverchio impegno che regna in favore dei vini di Francia, suscitò bentosto contro di lui mille censure; il che è avvenuto, non già perché il suo vino dal colore, dal sapore, dall’odore o dagli effetti men salubri si facesse manifestamente conoscere di una specie affatto diversa da quello di Borgogna, ma piuttosto per esser fatto nel Friuli; quasi come se cotesta provincia, per le sue acque, per le sue terre e pel suo clima, fosse tanto diversa dalla Borgogna, che per quante diligenze usassero i friulani nella scelta delle viti, nella piantagione e nella coltura delle vigne e nella maniera di fare il vino ad imitazione di que’ di Borgogna, non potessero giungere in verun modo a formare un liquore simile a quello [4]’».

Nella seconda metà del secolo il dibattito coinvolge altri accademici come «Giovanni Bottari, giunto alla fine degli anni ’80 a Latisana come agente, poi affittuario ed infine proprietario di una piccola azienda a San Michele al Tagliamento, che, per le innovazioni colturali e produttive ivi apportate, gli valse la stima degli scrittori di agraria del tempo, da Vincenzo Dandolo a Filippo Re. Bottari si rese conto che la coltura promiscua non poteva venir abbandonata ma che, semmai, andava migliorata la convivenza tra il gelso e la vite. Egli propose di sfoltire il numero di viti per tutore, di ridurne e controllare il vigore vegetativo, evitando che i tralci si attorcigliassero sui gelsi, migliorando nel contempo anche la produzione della foglia di questi ultimi. Particolare rilievo assunse – nell’ambiente illuministico friulano del Settecento – la figura del conte Fabio Asquini, fondatore con Antonio Zanon della Società di agricoltura pratica di Udine e suo segretario. Egli cercò di realizzare nella propria tenuta di Fagagna – situata nella cerchia delle colline moreniche a nord del capoluogo friulano – un programma di trasformazione e di valorizzazione dell’azienda, incentrato sulla coltivazione di vitigni pregiati (Candia, Fagagni, Frontignon, Marzemino, Refosco, Scans, Tokai) (Morassi, op. cit.). Ma la fama di Asquini è legata soprattutto al ‘Picolìt’, con cui egli riuscì ad inserirsi nel circuito internazionale dei vini passiti, dolci e liquorosi, riservati ad una clientela benestante. Ad Asquini va quindi il merito di aver avviato la commercializzazione del Picolit diffusamente già nel 1762, con 264 bottiglie vendute (a 4 lire venete cadauna) per giungere alle 4,757 del 1785. E ancora sua è l’intuizione di introdursi nel mercato dei vini, allora dominato dai francesi, con un prodotto ‘diverso’ perché dolce ma che, per la sua raffinatezza, faceva concorrenza al già famosissimo ‘Tokaj’ ungherese, considerato eccellente vino da meditazione [5]».

Asquini opta, al fine di soddisfare le diverse richieste del mercato, per realizzare due Picolit, di cui uno ‘più dolce’ per il mercato tedesco ed uno per la Francia e l’Inghilterra che preferivano vini più secchi. Il Picolit di Asquini viene prodotto a Fagagna e offre, oltre ad un’indubbia qualità, anche una raffinata estetica: le bottiglie sono fatte di vetro soffiato a Murano ed esibiscono l’etichetta con la dicitura ‘Picolit di Fagagna’ e ‘Picolit del Friuli’, mentre il tappo che veniva acquistato nientemeno che a Londra [6].

Egli abbandona poi la consuetudine dei filari ad albero vivo e adotta un sistema a pergola bassa – dell’altezza inferiore a quattro piedi (m. 1,39), sostenuta da una griglia di pali secchi – che al settimo anno diventa doppia: «Il nobile vinificava anche uve acquistate da diversi coltivatori di Fagagna; egli comperava inoltre ‘Picolìt’ per rivenderlo e curava l’imbottigliamento e lo smercio di quello prodotto da altri. Sodale di Asquini e suo agente a Venezia assieme al figlio Tommaso, Antonio Zanon divenne il promotore di una vasta campagna a favore della produzione vinicola e sericola. Anch’egli, condividendo le idee del Bertoli, sosteneva che ‘il Friuli per ragioni fisiche è atto a produrre del vino poco o molto diverso da quel di Borgogna’. Sostanzialmente d’accordo Gottardo Canciani (1773), il quale riteneva che per fare ‘vini – liquori’, ossia di pregio, tra tutti i vitigni coltivati in Friuli, solo Picolìt, Refosco, Candia, Cividino, Pignolo offrissero le prerogative necessarie. Per queste varietà raccomandava l’appassimento delle uve, la loro diraspatura e poi la spremitura con il torchio, ossia una vinificazione in bianco: per ottenere mosti più ricchi in zucchero e quindi vini dolci, come i mercati tedeschi volevano. Le opere di questi illuminati non sopravvissero ai loro ideatori: la gestione delle tenute fu ben presto ricomposta all’interno dei vecchi modelli, legati alle antiche consuetudini ed ai tradizionali sistemi produttivi [7].»

NOTE

[1] Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati: lettere di Antonio Zanon dedicate al serenissimo Alvise Mocenigo doge di Venezia. 7 volumi. Venezia 1763 citato in Giuseppe Mario Antonio Baretti, La frusta letteraria di Aistarco Scannube, Volume terzo, Tipografia Governativa, Bologna 1830, pag. 24

[2] Ludovico Bertoli, Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, Arnaldo Forni Editore. Bologna 1978. Ristampa anastatica dell’edizione di Venezia 1747, pag. 87

[3] Francesco Del Zan e altri autori, La vite e l’uomo dal rompicapo delle origini al salvataggio delle reliquie, Edizioni Ersa, Friuli Venezia Giulia 2004 in http://www.ducatovinifriulani.it/news/notizia_vino_cibo_cultura.asp?ID=162

[4] Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati, cit.

[5] Francesco Del Zan, cit.

[6] Cfr. Il Fogolâr Furlan dal Tessin 1973, in http://www.fogolarfurlandaltessin.ch

[7] Ibidem