Il terroir nella storia.

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A passo sveltoLe prime apparizioni del termine terroir sono in epoca medievale e, benché scritto con modalità differenti (tieroer, terroier…), fanno sostanzialmente riferimento a due concetti tra loro strettamente collegati, di derivazione latina, che sono le parole ‘territorio’ e ‘terra’. Inizialmente è il ‘territorio’ inteso in senso amministrativo che risulterebbe come uso corrente del termine terroir e dei suoi derivati sinonimici: “Terroir : réfection (1246) des formes anciennes déviantes, tieroer[1] (1198), tieroir (1212), est issu d’un latin populaire terratorium, d’où terrador en ancien provençal (XIIème siècle), altération gallo-romaine de territorium qui a donné par voie d’emprunt territoire[2]”. Anche secondo gli studi condotti da Elena Brambilla[3] sul rapporto tra terra, terreno agrario e territorio politico in età medievale, il termine terroir coincide con quello di finage, che in italiano sarebbe perfettamente traducibile con quello di territorio comunale. Il territorio comunale includerebbe oltre agli orti e ai  giardini cintati a coltura intensiva, i mansi, ovvero i campi aperti a strisce soggetti a rotazione triennale e servitù di pascolo e il saltus, ovvero gli incolti non suddivisi in proprietà individuali. Si tratta insomma dei tre anelli dell’hortus che circonda il villaggio abitato, che viene definito dalla presenza di un’assemblea di abitanti. Non si può quindi parlare di terroir nei termini generici di terra perché verrebbe così a mancare i rapporti tra proprietà privata e proprietà comunale o demaniale indivisa. Così, allo stesso modo, non si possono confondere terroir con signoria, che non riguarda il diritto di proprietà, ma da una parte il diritto d’uso della terra da parte dei contadini e, dall’altra, il diritto di governo su quella stessa terra. Terroir come territorio, nella sua accezione medievale più consolidata, ma anche come terra, secondo la felice espressione di Donald Nicholson-Smith, traduttore in inglese del famoso libro di Henri Lefebvre «terra come suolo e terra come territorio[4]», enfatizzando così la relazione di entrambi i termini con la nozione di terra, la terre. Arnaldo da Villanova (Valencia, o Villeneuve-lès-Maguelone, 1240 – Genova, 1312 o 1313), nel Regimen sanitatis salernitanum (redazione a lui attribuita), fa espressamente riferimento  terrouer, spiegando che “la comparazione fra vini deve essere fatta tra quelli di una stessa regione o di uno stesso terreno o terroir“. Anche il termine ‘terrestré‘, il carattere dei vini legato alla terra, viene da lui evocato per descrivere i vini della regione di Brabant (l’attuale Belgio), così come la feccia aspra ‘lies mordantes‘ viene utilizzata per raccotare i vini del Rain, ovvero del Reno.Con la paniera in testa Henri Lefebvre coglie nella relazione ‘formula trinitaria’ di Marx, terra – capitale – lavoro, l’idea della formazione dello Stato moderno in cui territorio e Stato si generano l’un l’altro: “La produzione di uno spazio, il territorio nazionale, spazio fisico, attrezzato, modificato, trasformato da reti, circuiti e flussi che vi si installano, strade, canali, ferrovie, circuiti commerciali e finanziari, autostrade e rotte aeree ecc. Si tratta dunque di uno spazio materiale – naturale – nel quale si inscrivono gli atti delle generazioni, delle classi, dei poteri politici, in quanto produttori di oggetti e di realtà durevoli (non solo di cose, di prodotti isolati, di strumenti, e di merci affidate al consumo)[5].” L’etimologia di terroir si riconduce oltre che al territorium anche al verbo terrere, che rimanda sia al concetto di spaventare / terrorizzare, quindi all’idea del dominio in ambito giuridico – amministrativo, sia al verbo terere, nella doppia accezione di calpestare un terreno e di consumare (soprattutto in senso figurato: consumare il tempo). Ed in questo caso che si rimanda alle attività a cui si dedica una comunità in territorio circoscritto (calpestabile) e praticabile: “Nous remarquons que terroir semble parfois désigner un territoire agricole, ou une zone rurale, dépendante d’une ville. La ville et la campagne semblent y être très clairement distinguées. Mais le plus souvent, il est difficile, lorsque terroir est associé à une ville ou à son nom, de savoir si les auteurs parlent, de la campagne alentours, ou du territoire qui jouxte celui de la ville, ou encore du territoire qui comprend la ville: « Ces IIII. bonnes villes et le terroier de Portingals’enclinoient à lui et à ceste election » (FROISSART, Chronique, M., XII, c.1375-1400, 8).[6]” Per altri autori è solo successivamente che la parola terroir prende il significato di vocazionalità agricola (soprattutto nel mondo vitivinicolo), attitudine che designerà, nel XIX secolo, la composizione (ecologica, edafica, espositiva, climatica…) del terreno in grado di poterne prevedere, in maniera scientifica, le sue potenzialità agricole. Ma si ritroverà un altro elemento che ci potrà tornare utile nell’indagine semantica di un concetto forse soltanto apparentemente scientifico, la già menzionata mineralità di un vino, quando a fine Seicento irrompe attraverso un’inusuale metonimia, che è anche una potente metafora, il ‘gusto del terroir’: “Pour ces auteurs, si le mot garde ce sens jusqu’au XVIIIème siècle, ‘il désigne également dès le XIIIème, la terre du point de vue de ses aptitudes agricoles, plus spécialement le sol apte à la culture de la vigne. Il entre dans l’expression ‘goût de terroir’ au milieu du XVIème, à propos d’un vin, puis s’applique par métaphore à un homme qui a les qualités et les défauts que l’on attribue aux gens de son pays (1694). Le concept va s’élaborer scientifiquement dès la fin du XIXème dans le cadre de l’émergence de la pédologie, instaurant la notion de vocation des sols. Le terroir est alors donné comme immanent. Il est préexistant à l’homme, qui ne fait que révéler ses potentialités[7].» Il terroir quindi anche come elemento culturale in cui “i simboli sono sempre, senza eccezione, multivocali, e la fissazione del loro significato è il risultato sia delle regole della logica interna al campo culturale che delle pratiche contestuali dei membri[8]”. L’essere umano e le sue pratiche, anche interpretative, tornano prepotentemente al centro del discorso del terroir e ne completano la definizione che concorre ancora oggi a definirne i contorni semantici: “Le terroir est un espace géographiquement délimité, définie à partir d’une communauté humaine qui construit au cours de son histoire un ensemble de traits culturels distinctifs, de savoirs et de pratiques fondé sur un système d’interactions entre le milieu naturel et les facteurs humains. Les savoir-faire mis en jeu révèlent une originalité, confèrent une typicité et permettent une reconnaissance pour les produits et services originaires de cet espace et donc pour les hommes qui y vivent. Les terroirs sont des espaces vivants et innovants qui ne peuvent être assimilés à la seule tradition[9]


[1] « Avons donné trois mencaldes de no tiere geisant en no tieroer as religieus de Femi» in Taillar, « Recueil », donation de 1198, p.7 in Université de Montpellier 2 / Université de Lyon , Laboratoire Interdisciplinaire de Recherche en Didactique Éducation et Formation Master 2 d’Histoire, Philosophie,et Didactique des Sciences, Le terroir, un enseignement d’avenir, in wikis.cdrflorac.fr/012/wakka.php?wiki, pag. 30

[2] Dictionnaire historique de la langue française 1992, cité par Bérard et Marchenay 1995 p 163

[3] Cfr. Elena Brambilla, Terra, terreno agrario, territorio politico: sui rapporti tra signoria e feudalità nella formazione dello Stato moderno, in  A.A.V.V., Quaderni di discipline storiche n. 11, Clueb, Bologna 1997, pp. 57 – 93.

[4] Henri Lefebvre The Production of  Space, Basil Blackwell, Oxford 1991;  La Production de l’espace, Anthropos, Paris 1974; trad. it. La produzione dello spazio, Moizzi, Milano 1976.

[5] Henri Lefebvre, Lo Stato. Le contraddizioni dello Stato moderno, volume quarto, Dedalo Libri, Bari 1978,  pag. 171; edizione originale: De l’État, 4 vols. Paris, UGE, collection “ 10/18 ”. 1. L’État dans le monde moderne, 1976;

2. Théorie marxiste de l’État de Hegel à Mao, 1976; 3. Le mode de reproduction étatique, 1977; 4. Les contradictions de l’État moderne. La dialectique et/de l’État, 1978.

[6] Université de Montpellier 2 / Université de Lyon, Laboratoire Interdisciplinaire de Recherche en Didactique Éducation et Formation Master 2 d’Histoire, cit., pag. 31

[7] Marcel Truche, Sophie Reboud, L’enfermement stratégique de l’entreprise de terroir: une étude de cas, in web.hec.ca/…/TRUCHE-CIFEPME2010.pdf

[8] Pier Paolo Giglioli e Paola Ravaioli, Bisogna davvero dimenticare il concetto di cultura? Uno sguardo sociologico, in Vincenzo Matera (a cura di), Il concetto di cultura nelle scienze sociali contemporanee, Utet, Torino 2008, pag. 72

[9] Définition proposée par un groupe de travail INRA INAO et validée lors des Rencontres internationales de l’UNESCO, voir Planète terroirs, UNESCO – 10 novembre 2005

le foto sono tratte da campiglia.net

*Pastiche. Così come lo vedo io.

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letzter_tropfen_38511“ERNEST. Beh, ora che hai stabilito che il critico ha a sua disposizione tutte le forme oggettive, vorrei che tu mi dicessi quali sono le qualità che dovrebbero caratterizzare il vero critico.
GILBERT. Tu quali diresti?
ERNEST. Beh, io direi che un critico dovrebbe essere giusto al di sopra di tutto.
GILBERT. Ah! Non giusto. Un critico non può essere giusto nel senso comune della parola. È solo su cose che non interessano che si può dare un’opinione veramente senza preconcetti, che è indubbiamente il motivo per cui un’opinione senza preconcetti è sempre assolutamente priva di valore. L’uomo che vede entrambi i lati della questione, è un uomo che non vede assolutamente niente.”
Parto facile, da Oscar Wilde (Il critico come artista. Con alcune considerazioni sull’importanza del non fare niente, 1890) e non me ne vogliate. Non lo cito mai. E non recensisco: partecipo. Collaboro con il Seminario Veronelli e, quindi, potrebbe esserci un interesse di parte o, come si dice con un linguaggio contemporaneo di discutibile amoralità, un conflitto di interessi. Ma non mi interessa, anche perché non mi pagano per scrivere di quello per cui sto’ per scrivere. gedeckter_tisch_38472Se, poi, meritoriamente, avessero voglia di rimunerarmi, non ne scarabocchierei meglio, anzi. Dovrei tenere un contegno sobriamente distaccato, fintamente equidistante e colpevolmente moderato. olio_38376
Rivista, numero monografico, libro d’arte? “Laboratorio gastronomico per bricoleur dell’interpretazione e della creazione”, ci dice Andrea Bonini, direttore del Seminario: derive diverse intorno a rappresentazioni di rappresentazioni. Con un centro di gravità permanente: Veronelli.
Prendi in mano *pastiche: ruvido cartonato impresso di una macchia rossa sopra cui sovrasta il titolo a cui partecipa sottostante un tentativo di esplicazione: “cultura materiale alla Veronelli”. Così per dare un’idea. Più in alto, di sghimbescio, a matita impressa, “a Luigi Veronelli”. Poi i testi, ma sì!, e le immagini, le fotografia, le illustrazioni, le grafie: potentemente belle, evocative, rinvianti ad un pensiero della diaspora, a colori lampanti, a idee struggenti. E le pagine sempre a matita, abbozzo di un incompleto a venire.
Sfogliarla, leggerla se va, rimirarla necessariamente. Fabbri
La si trova qui: http://www.seminarioveronelli.com/pastiche-cultura-materiale-alla-veronelli/

Le foto (quelle su), tratte da *pastiche, sono di Annette Fischer.

L’illusrazione (questa affianco), tratta da *pastiche, è di Sandro Fabbri

Il “non so che” del vino.

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lotta liberaNell’antichità si rinsalda l’idea che la bellezza non possa essere interamente intelligibile sulla base di norme e precetti codificati, ma che debba essere letta nella sua dimensione di χάρις, di grazia e di dono. La grazia è ciò che permette ad un’opera di conformarsi al bello, di essere intrisa di luce o di essere dominata da una luce propria. Sono la gratia e la venustas dei latini, che Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, liber 35) riconosce nel famoso pittore Apelle e che riecheggeranno in tempi a venire in molti trattati d’arte del Rinascimento[1].

Il passo di Plinio appare spesso in contesti, come avviene per Dolce, Méré e come per Fejoo (Teatro Critico Universal- 1743)  in cui si parla di je ne sais quoi: «Il fatto è che grazia e non so che sono spesso evocati insieme, l’uno a spiegare l’altra, tanto che vengono a costituire, fin da quando si comincia a usare l’espressione je ne sais quoi, una sorta di endiadi[2]

Ma è Dominique Bouhours, nel 1671, il primo ad intitolare uno scritto al non so che, attuando così la trasformazione di una locuzione generica in una sostantivata:

«Gl Italiani, i quali fanno mistero di ogni cosa, in tutte le congiunture adoprano il lor non so che:  nulla scorgesi più comune nè loro Poeti:

“Un certo non so che

Sente si al petto

A poco a poco nacque nel mìo petto

Non so da qual radice

Com’erba suol che per se stessa germini,

Un incognito affetto (…)”

Io non la finirei, se volessi dirvi tutti gli non so che, che mi ricorrono alla mente. I Spagnuoli hanno anch’essi il loro no sé qué, cui mescolano in ogni cosa, e se ne vagliono a ogn ora; oltre il lor donayre, il lor brio e il lor despejo che Graziano (Gracián) appella alma de toda prenda, realce de los mismos realces, perfeccion de la misma perfeccion, e che è conforme all’istesso Autore,  al di sopra de’ nostri pensieri e delle nostre parole, lifongea la inteligencìa, y estrana la explicacion.(…)

Or tornando a noi, il non so che ha la proprietà delle bellezze velate, le quali sono altrettanto più pregiate, che sono meno esposte alla vita, e a cui l’imaginazione v’aggiùnge alcuna cosa di vantaggio.  Per modo che, se per ventura si venisse a discernere queslo non so che, il quale sorprende, ed espugna il cuore ad una prima vista, questo forse non ne saria sì rapito, nè sì affascinato come l’è:  ma finora non è stato punto scoperto e in apparenza mai non lo sarà; giacchè se potesse scoprirli cesserebbe di essere ciò, che è, come già ve l’ho detto[3]

Bouhours  avanza l’ipotesi che il giudizio sul gusto, frutto dell’arbitrarietà individuale, non sia giudicabile perché si trova svincolato sia dalla ragione che dalla volontà che non ne possono impedire la nascita, ma soltanto il corso successivo. Bello e brutto così si formano all’interno di quello iato che prelude all’inesplicabilità del giudizio.

Concludo, allora, con Leibniz quando afferma che «la conoscenza è oscura o chiara; e quest’ultima, a sua volta, è confusa o distinta; e la conoscenza distinta è inadeguata o adeguata, ed ancora, simbolica o intuitiva: e se una conoscenza è a un tempo adeguata e intuitiva, è la più perfetta[4]

[1] Cfr. Paolo D’Angelo e Stefano Velotti (a cura di), Il ‘non so che’. Storia di un’idea estetica, Aesthetica, Palermo 1997

[2] Ibidem, pag. 23

[3] Edizione consultata: Trattenimenti di Aristo et Eugenio dall’original Francese nell’idioma Italiano e dedicati Eccellentissimo Signore D. Vincenzo Starabba, Principe di Giardinelli, Seconda edizione in Milano, 1715 nella Stampa di Giuseppe Malatesta, pag. 148

[4] Gottfried Wilhelm Leibniz, Meditationes de cognitione, veritate et ideis (1684), in Il ‘non so che’, cit. pag. 90

Foto tratta da wikipedia

Porno-ecologia cantiniera.

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tre-ecoEstate scorsa. Siamo mollemente adagiati sulla spiaggia di Bergeggi. Poi bagni, tuffi, palla acquatico/prigioniera, pedalate sul pedalò e di nuovo spiaggia. Il mio amico Andrea decide di allungarmi la sua ultima fatica: “La gabbia del progetto ecologico[1]”.

Tesi. Andrea Giachetta[2], nel suo agile libretto di un centinaio di pagine, sostiene una tesi capitale: l’architettura, quella di orientamento eco-sostenibile, lungi dall’essere una sana reazione alla società della tecnica globalizzante, si è trasformata in un metodo normativo e tecnicistico con pretese generalizzanti. E’ il famoso palazzo di cristallo di Sloterdijk: “Nel suo (Fëdor Dostoevskij) Racconto memorie del sottosuolo, pubblicato nel 1864 si trova un’espressione che riassume il divenire mondo del mondo all’inizio della fine dell’epoca della globalizzazione con insuperata forza metaforica: intendo l’espressione secondo cui la civilizzazione occidentale sarebbe un palazzo di cristallo. (…) In effetti nel mondo post-storico tutti i segni dovranno guardare al futuro, poiché in esso vi è l’unica promessa che ci deve necessariamente essere per un’associazione di consumatori: che il confort non smetta di affluire e di crescere … Era però una profonda convinzione di Dostoevskij che entro il palazzo di cristallo la pace perpetua avrebbe inevitabilmente condotto alla compromissione psichica degli abitanti[3].”

I palazzi di cristallo della nuova architettura vinicola sono alcune cantine naturalmente eco-sostenibili e naturalmente brutte:  la τέχνη (téchne) viene così non più ricondotta all’arte, ma a mera, e stupida, figlia della scienza. Esse si ergono come protuberanze turbo-moderniste e affiorano dai terreni vitati che le ospitano come escrescenze improbabili di antiche dimore di morte, dove il vino più che evolversi, riposa, eternamente. Altre ancora somigliano a chiese cementose di periferie urbane: funzionali, pannellizzate, termo-convettorizzate, autoalimentantesi, cubose, quando non espressamente cubiste. E poi, dentro, i cunicoli che aprono a stanze segrete; e più avanti i labirinti immaginifici che conducono alle camere dove i sarcofagi legnosi ospitano il vino dormiente.

Antitesi.  Nel 1989 l’antropologo e architetto Franco La Cecla scrive la postfazione al libro di Felix Guattari, Le tre ecologie,e ne aggiunge una: la pornoecologia. “Era mia intenzione”, dice La Cecla, “nell’invenzione provocatoria del termine ‘pornoecologia’, spogliare dal candore i benintenzionati. Il leoncino, il tramonto, il mangiar naturale che hanno invaso la pubblicità funzionano come le playmate ed i corpi vellutati delle modelle. Servono a mettere una ‘garanzia’ cosmetica – di un’estetica, ripulita dalle imperfezioni e dai brufoli della realtà – accanto ai prodotti da vendere, siano essi automobili o cibo macrobiotico[4].” nostalgia

A scendere, dalle cantine, per arrivare al vino, le tecnologie sgrassanti e disincrostanti si sono ammantate di un orrido segno di razionalismo eco-compatibile.


[1]    Andrea Giachetta, La gabbia del progetto ecologico, Carocci editore, Roma 2013

[2]     Architetto, docente dei corsi Sostenibilità ambientale e Laboratorio di costruzione dell’Architettura per la Scuola Politecnica dell’Università di Genova, dove è ricercatore in tecnologia dell’architettura.

[3]    Andrea Giachetta, cit. pp. 23,24

[4]    FrancoLa Cecla, Le tre ecologia più una: la pornoecologia, contributo a Felix Guattari, Le tre ecologie, Sonda, Torino – Milano 1989, pag. 63.

Foto tratta da Nostalgia del Bianco e del Nero

Il vino libero di Libero.

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dionisotestaAgli inizi del Libro Quinto del “De rerum natura”, Lucrezio utilizza l’antico nome italico del dio Dioniso, Liber, o Liber – Pater[1], arrivato sino a noi come Libero, termine che poi si identificherà, nella tradizione popolare, con la divinità del vino e con le feste ad esso congiunte (Bacco e le Baccanali).

Ma a Lucrezio dobbiamo molto di più: dopo di lui, infatti, l’associazione poetica tra vino e Bacco sarà una costante sinonimica perché “qui, se qualcuno il mare ‘Nettuno’, o le messi ‘Cerere’ stabilirà di chiamare, e gli piace fare un uso arbitrario del nome Bacco, più che dare al mosto il suo nome vero…” (hic siquis mare Neptunum Cereremque vocare constituet fruges et Bacchi nomine abuti mavult quam laticis proprium proferre vocamen…[2]).

Bacco ha, infine, il sopravvento su Dioniso: lo incorpora e lo trasforma. Così Libero scompare, per riemergere dalle profondità carsiche, soltanto oggi, in una pubblicità di un vino.

[1] LIBER-PATER

Enciclopedia dell’ Arte Antica (1961)

di A. Bruhl

Nonostante la più antica testimonianza epigrafica in lingua latina del suo nome (un cippo di Pesaro), risalga probabilmente al II sec. a. C., la sua apparizione nel Lazio è certo anteriore, perché sappiamo che già agli inizî del V sec. L.-P. e la sua paredra Libera erano uniti a Cerere in una triade alla quale fu elevato un tempio sull’Aventino. In loro onore fu istituita la festa dei Liberalia celebrata il 17 maggio. L. era in origine un dio di carattere agreste, considerato protettore della fecondità, e Varrone ha descritto le processioni destinate al suo culto che si tenevano a Lavinium. Era il dio della virilità ed anche, a causa del suo nome, della libertà. Divinità della vegetazione, fu ben presto assimilato, forse sin dal VI sec. a. C., al Dioniso ellenico e fu considerato il dio del vino. È per questa ragione che nell’arte romana L.-P. è sempre rappresentato sotto l’aspetto di Dioniso (v.), con le sue caratteristiche fisiche, i suoi attributi ed i suoi compagni, sia nella scultura che nella pittura.

[2] Lucrezio, De rerum natura, vv. 655 e 656

Vino in tempo di crisi.

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gatto“Per mangiare il tacchino bisogna assolutamente essere in due: io e il tacchino”.

Gioachino Rossini o l’abate Morellet?

Vino e crisi[1], crisi e vino, vino in  tempo di crisi e crisi in tempo di vino. Giochi di parole, ossimori della contemporaneità: nulla fa pensare al vino come fattore di crisi; molto invece fa riflettere sulla crisi e al vino come suo possibile antidoto. Lontani da un soluzione possibilmente equa, come tante altre di questi tempi, i dati rendono conto di verità tanto parziali, quanto ragionevolmente vere: chiudono aziende vinicole (8.882 secondo i dati di Unioncamere: anni 2009 – 2012); calano gli ettari vitati (dai 686mila ettari del 2009 ai 654mila ettari del 2012); diminuiscono gli imbottigliatori, i coltivatori di uve… Ma…, aumentano i piccoli produttori, quelli che una volta conferivano le uve o il vino e adesso se lo producono e se lo commercializzano ; ma…, cresce l’export[2] (e non parliamo del vino sfuso  + 22%).

Beviamo meno vino, forse meglio, guidiamo troppo, facciamo bere quelli che abitano luoghi lontani e soprattutto tracanniamo altro. Vino come cultura della memoria in questo eterno presente che utilizza il passato per i propri comodi. Un passato che ci guarda e parla così: «Quanto al consumo del vino siamo tra due correnti: l’una dei sanitari che affermano che il vino fa male e l’altra degli economisti che raccomandano di bere molto di più, per evitare la crisi vinicola[3].» E ancor prima l’Enciclopedia Medica Italiana afferma (1868), al contrario, che il vino favorisce la digestione, l’introduzione e quindi l’assorbimento di altro materiale alimentare e fisiologico e rende possibile che l’uomo lavori con maggiore attività e che spieghi maggior forza e per più lungo tempo.

Vino conteso, quindi, tra produttività capitalistica, alimentazione, benessere/malessere e sovversione sociale: «come aveva scritto l’autorevolissimo Kautsky – le ‘osterie erano il vero bastione della libertà politica del proletariato.’ (…) Già al tempo dei primi internazionalisti alcuni pubblici esercizi a Firenze erano diventati luoghi di incontro preferiti. A Bologna, il Circolo Pisacane si insediò nell’osteria della ‘Garibaldena’, e alla fine del 1871 il Fascio operaio si costituì alle ‘Tre Zucchette’. A Imola Andrea Costa fondò la  prima Sezione internazionale nell’osteria ‘Ed Campett’ e il settimanale democratico e socialista ‘Il moto’ fu concepito ai tavoli dell’osteria ‘ Ed Chicon’. (…)[4]

Si può concludere, approssimativamente, che il vino sta alla crisi come la trascendenza di π (Pi greco) sta alla quadratura del cerchio.


[1] Questo breve scritto fa parte dell’e-book eCONomie, scritto, curato da Donatella Barberis e Rossella Elisio dello Studio APS di Milano e scaricabile gratuitamente da qui: http://www.carserver.it/ebook-economie/

[2] Le esportazioni a giugno sono 2337 milioni di euro, +8.5% rispetto ai primi 6 mesi dello scorso anno. I volumi a 9.8 milioni di ettolitri sono in calo del 3%, un valore in graduale stabilizzazione (nonostante giugno sia ancora a -4%). In ragione d’anno siamo a 4.83 miliardi di euro, con 20.7 milioni di ettolitri. Se non ci saranno grandi rallentamenti, saremo alla soglia dei 5 miliardi verso fine anno. Fonte http://www.inumeridelvino.it/2013/09/esportazioni-di-vino-italiano-aggiornamento-primo-semestre-2013.html

[3] Antonio Giolitti in una discussione sul bilancio del 15 giugno 1909 in Eugenia Tognotti, Alcolismo e pensiero medico nell’Italia liberale, in La vite e il vino, Storia e diritto (Secoli XI – XIX), Carocci, Roma 2000, volume II, pag. 1247

[4] Ibidem

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