Ho dato una scorsa alla classifica dei cento migliori vini di Wine Spectator e mi è apparso Kant

Ogni forma di classificazione attribuita al vino si fa forza della sommatoria di punteggi attribuiti a macro-aree sensoriali, a loro volta scomposte in singoli fattori analitici: limpidezza, luminosità, intensità, armonia, franchezza, persistenza…. L’ammontare totale delle singole voci, al massimo della sua stima numerica, viene espresso nel rapporto numerico di 100/100.

Bene, adesso è venuto il momento di chiedere un aiutino a Kant e alla sua pletora di giudizi di sintesi, a priori, a posteriori e via cantando.

Procedendo per esclusione, si può affermare con buona certezza che il punteggio attribuito ad un vino non appartiene ai giudizi analitici: essi sono a priori, non dettati dall’esperienza, nel nostro caso l’assaggio; sono universali e necessari. Il predicato può essere ricavabile dal soggetto stesso: ad esempio “il vino è liquido”. Liquido è una proprietà del soggetto e non si disgiunge da esso. Questi giudizi a priori sono purtroppo assai infecondi perché non aggiungono alcuna conoscenza al soggetto analizzato.

Il punteggio attribuito ad un vino potrebbe invece appartenere ai giudizi sintetici che, come affermò il sommo maestro, “aggiungono al concetto del soggetto un predicato, che in quello non era affatto pensato, e che non avrebbe potuto esser ricavato da nessuna anatomia di esso”. Sono giudizi esperienziali, a posteriori, che non godono né di necessità né di universalità. Ma anche questa categoria a se stante non mi convince del tutto perché si fonda su di un razionalismo positivista del tutto estraneo alla formazione della valutazione di un vino. Pur sapendo che i giudizi sperimentali, come tali, sono tutti sintetici, è come se si volesse assolutizzare un’esperienza sensoriale e renderla, per ciò stessa, oggettiva, quindi inoppugnabile, nella sua costruzione conoscitiva ed esperienziale.

Quello che mi tocca fare è uscire dal concetto A (vino) per conoscerne un altro B (punteggio  o scala di valore) legato al primo e congiunto con esso. Perché quello che succede è proprio questo fattaccio: il punteggio si smarca dal suo dato esperienziale per divenire un assoluto categorico e quindi un attributo del vino stesso. Il vino non viene e più disgiunto dalla classificazione di autorità che gli è stata attribuita. Un vino è il suo punteggio. Questi, dunque, come una qualsiasi altra attribuzione non analitica, ma che aggiunge conoscenza del soggetto si fonda su due direttrici apparentemente, e solo superficialmente, in contraddizione: un giudizio a priori, che impone universalità e necessità e un giudizio di sintesi fondato sull’esperienza. Ci troviamo di fronte ad una categoria che ha scatenato lunghissimi parapiglia matematico-filosofici: il giudizio sintetico a priori.

Siamo, dunque, alla quadratura del cerchio e non distanti dal motto che prevede la simultaneità della botte piena e della moglie ubriaca: è la sintesi tra empirismo e forma (razionale ed innata). Il primo viene mitigato e condotto a ragione dall’insieme delle modalità stabili attraverso cui la mente umana organizza e regola tali impressioni. In questo modo è la nostra mente a modellare la realtà attraverso le forme con le quali la percepisce. Possiamo pensare, per dirla alla Kant, che nel concetto del soggetto (10+30+60) non è contenuto in modo immediatamente evidente il concetto del predicato (100). Ma sentiamo direttamente l’intervistato, il ragazzo prodigio di Königsberg: “La proposizione aritmetica, quindi, è sempre sintetica; il che diventa tanto più chiaro quanto più grandi sono i numeri considerati, perché allora salta agli occhi che, per quanto girassimo e rigirassimo i nostri concetti in qualunque modo ci venga in mente, non potremmo mai, servendoci della semplice scomposizione dei nostri concetti, trovare la somma senza chiedere aiuto all’intuizione”.

Possiamo solo aggiungere, a nostro favore, che l’intuito non ci manca.

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Nuova lettera al Direttore!

Stimatissimo direttore,

mi chiamo Aquila Perplessa e faccio parte di un nutrito gruppo di Indiani Metropolitani d‘area laziale che, dopo aver dissotterrato l’ascia in quel leggendario 1977 e averla riposta nella sua custodia pochi anni dopo, sconfitti da quel lurido porco di John Chivington reincarnatosi nella corrente dorotea della Democrazia Cristiana e nel centro vitale del Compromesso Storico, abbiamo deciso di fuggire dalla futilità consumistica metropolitana, dalle sue logiche produttive, insane, mefitiche, fetenti, per dirla con una parola, e di vivere a contatto sia con Madre Natura che con il Grande Spirito del Popolo Nativo nei fitti boschi di querce e castagni dell’Appennino centrale.

La tribù, composta da una ventina di persone, è accudita dalla più grande e autorevole guida spirituale e sciamanica che sia apparsa negli ultimi cento anni nell’emisfero sud-occidentale della penisola italica: la Scimmia Coricata. Ella ci dispensa sapientemente, con grande e amorevole cura, le droghe di cui abbisogniamo e tra queste splende, in tutta la sua potenzialità mistica e ideale, il Peyote. Noi, come lo fu per Aldous Huxley, vediamo ciò che vide Adamo il giorno della Creazione – il miracolo, attimo per attimo, della nuda esistenza (…) Essere, Consapevolezza, Beatitudine – per la prima volta compresi (…) in modo preciso e completo a che cosa si riferivano quelle sillabe prodigiose. Desideravo ardentemente essere lasciato solo per l’Eternità dentro un fiore.

Di tanto in tanto scendiamo nella Capitale per compiere qualche piccolo furtarello così da approvvigionarci dell’utile e del dilettevole. Rimanga tra di noi e i suoi sei lettori, ma la compagna dello sciamano, la Tigre Disincentivata, è grandemente appassionata di un profumo, il Guerlain Coque d’Or che costa, spicciolo più e spicciolo meno, 17.000 dollari. Non le nascondo, caro direttore (credo che oramai abbiamo raggiunto completa e sintonica complementarietà spirituale), che una delle altre ragioni che ci spinge a calare nell’Urbe è legata ad Internet, alla rete, alla spasmodica necessità di sapere cosa accade ai nostri fratelli Algonchini, Apache, Arapaho, Cherokee, Cheyenne, Chippewa, Comanche, Creek, Crow, Hopi, Irochesi, Kiowa, Navajo, Nez-Perces, Piedi Neri, Seminole Shoshoni, Sioux Uroni, Inuit, Apalachee.

Alcuni mesi fa, non ricordo più come, mi imbattei nel suo blog e in alcuni articoli da Lei magistralmente scritti. Iniziai, così, a leggerli uno ad uno sinché non mi sentii davvero bene, quasi fossi tornato nel Brodo Primordiale del Grembo Materno. Ne stampai diverse copie che diedi puntualmente al nostro sciamano il quale, preso anch’esso dal vortice della Parola che Intontisce, decise di leggerli ogni sera dinnanzi al Sacro Fuoco della Piccola Radura. Poco alla volta, e fu questa la cosa davvero stupefacente, la lettura dei suoi articoli sostituì gli effetti allucinogeni del Peyote di cui ora, con grande giubilo e risparmio, non abbiamo più bisogno. Mi capitò, addirittura, qualche settimana dopo, di incontrare il mio vecchio medico del SERT: “non ti ho mai visto così bene, pulito, rilassato, in piena forma muscolare e celebrale (sempre che te ne sia rimasto qualche brandello di cervello – questo sottovoce)” – disse abbracciandomi. Ricambiai e, con fare fermo e sicuro, risposi: “Leggo lo Stara!” “Eh???!!??” – fece il dottore. Allora gli raccontai tutto e pare che ora, alla AUSLLL di Ostia 3, vogliano portare una sperimentazione di disintossicazione guidata, anche se con altri effetti collaterali para-allucinogeni, grazie ai suoi articoli.

Ci venga a trovare Direttore, magari con una nuova produzione di scritti!

Devotamente Sua

Aquila Perplessa

 

Stimatissima Aquila Perplessa,

ho ancora gli occhi gonfi di lacrime a leggere questa Sua. Così come lei si è mostrata in tutta la sua illuminazione immateriale, allo stesso modo non posso che gioire di fronte al rinnovato impegno di congiungere filosofia e psicanalisi, scienza e volontà, psichismo e religiosità, pasta e fagioli e lambrusco, meglio se rifermentato in bottiglia. Sapere, poi, che i miei scritti giocano la loro partita a scacchi tra visioni, allucinazioni e terapie di recupero rende il sottoscritto, mi creda, un uomo decisamente migliore. In attesa di venirla a trovare, ho scelto per me un nome che mi renda parte, seppur da lontano, del vostro allegro clan: Ippopotamo Arruffato. Ma accetto suggerimenti.

E come dicono i nostri amici irochesi: scan noh!

Il direttore, alias Ippopotamo Arruffato

 

La foto è tratta dal sito ariannaeditrice.it 

Elogio del mio invecchiamento

vecchio-orgosoloSe c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, luccicante quanto artificiale, è spesso costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il proprio passato dopo aver divorato un improbabile futuro.

Il vino da invecchiamento spiazza, disorienta e proietta i nostri palati in un venire prospettico tanto indecifrabile quanto spaventevole: esso non si concilia affatto con questo presente eterno. Il vino da invecchiamento ci ributta in là, in un futuro personale imprecisato, dopo aver mostrato, seppur brevemente, il suo passato. E’ quello che capita quando leggo: «da bersi preferibilmente tra il 2022 e il 2025.» Non penso al vino, ma a me stesso, alla mia senilità, a chi mi sta intorno. Il vino da invecchiamento sanziona il piacere libidico come condizione legata alla contemporaneità controllata e, forte di un tempo a venire, spinge nuovamente a sparare contro gli orologi. E i consigli.

Lettere al direttore, cioè al sottoscritto.

Langa, 7 novembre 2018

Gentile direttore,

mi onoro di seguirla e di leggerla con dovuta costanza, dedizione, passione e complicità. Vorrei, se la cosa non la importuna oltre misura, presentarmi brevemente e chiederle, con il rispetto che un misero questuante deve portare ad una figura di siffatto rilievo, qualche succinto consiglio. Ebbene vengo al punto: il mio nome è J.J. Barnabas Bartholomew Cy, sono cittadino del Sudafrica e mi sono trasferito in Langa da poco più di un anno. Ho comprato un piccolo appezzamento vitato di 840 ettari proprio qui nella zona del Barolo, ma non posso aggiungere specificità e doviziosi particolari per non creare ulteriori malumori nelle petulanti contrade circostanti. Le dirò soltanto che il prezzo mi sembrava equo e che quei tre milioni di euro ad ettaro ripagano adeguatamente il posizionamento sociale che ho acquisito in anni di traffici illegali di armi nucleari e di zanne d’elefante. Credo che il prossimo anno procederò all’estirpazione delle viti centenarie per piantare papaveri da oppio: vorrei introdurre un po’ di biodiversità e poi, lo dico senza alcuna voglia di primeggiare, la Langa ha bisogno del colore rosso, o tuttalpiù del rosa tendente al rosso. Come si dice da voi “… l’occhio vuole la sua parte”, sebbene io preferisca un nostro motto, anche se non ha alcuna attinenza con il caso in questione: “A whistling woman and a crowing hen are neither fit for God nor for men” (Una donna che fischia ed una gallina che canta non vanno bene né per Dio né per gli uomini). Ed è proprio partendo da quest’ultimo spunto che vorrei giungere a conclusione di questa breve lettera per chiederle raccomandazioni generali su quale comportamento sia più appropriato da tenere in queste terre così austere quanto feconde. Mi trovavo, qualche tempo fa, a passeggiare il ciottolato del paesello mentre la luna aveva abbozzato il suo ingresso pieno e luminescente, mano nella zampa della mia nuova compagna, una giraffa della valle del Luangwa, che si trova nello Zambia orientale, quando incontrai, in lento avvicinamento, il sindaco, il prete, il maestro della scuola elementare e il farmacista. Li salutai cordialmente, levandomi il cappello e accennando un piccolo inchino come si conviene agli uomini dabbene ma, dall’altra parte, solo sguardi torvi e gravi di astio e sdegno: articolarono tra loro quattro parole incomprensibili strette tra i denti e se ne fuggirono a gambe levate.

Salutandola con rinnovata stima, le rammento che qualsiasi suggerimento che la sua persona vorrà darmi non potrà che essere apprezzato con grande attenzione e ripagato convenientemente a suon di dobloni.

Il suo J.J.B.B. Cy

Caro Cy (mi permetta di darle questa confidenza quasi fraterna),

trovarsi a poco più di un anno in terra di Langa e pensare di essere “pronti”, come un vinello allevato in cartone, rischia di essere affrettato e un po’ presuntuoso. Mi perdoni l’eccessiva franchezza ma, non potendole dare dei cattivi esempi, preferisco accordarle dei buoni consigli (se ben pagati). Partiamo dunque dalla vigna: non la estirpi subito e tutta, ma tolga qua e là qualche vite adducendo le scuse più particolari. Una pletora di avversità della vite possono adeguatamente fare al comodo suo: utilizzi quelle meno conosciute in modo da farsi apprezzare per competenza, cognizione e lungimiranza. Non si dimentichi di chiedere consiglio ai più anziani, magari dopo aver frequentato la funzione domenicale. I papaveri li pianti interfilare: faccia qualche riferimento vago, ma sicuro e abile nell’espressione, alle letture sulla biodinamica e all’antroposofia, due termini che non sono stati ancora tradotti in dialetto e dubito che lo saranno in qualche futuro. Vedrà che in un po’ di tempo (circa 23 anni) conquisterà la fiducia dei compaesani.

La saluto calorosamente e fervidamente (le invierò alla posta personale il mio iban)

Il direttore

P.S. Dimenticavo: eviti di girare mano nella zampa della giraffa, almeno sin quando non si saranno abituati a vedervi camminare insieme.

 

Foto di di © Hans Hillewaert /, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22040058

Il gioco delle tre carte

Kant

 

Il gioco delle tre carte, ovvero quando attraverso l’indisponibilità a comprendere, il proprio semplicistico piacere si erge a piacere universale e il proprio giudizio trasmuta in giudizio a priori, in assioma indimostrabile, nella Tavola della Legge, nel Sangue che si transustanzia in Vino. La Parola, per farsi Verbo, si fa dunque Parolaccia, scurrilità, irriverenza: soltanto quando tocca la carnalità triviale del Popolo, il Profanatore della Critica sarà partecipe e compreso del destino comune e solo allora potrà ergersi alla testa di coloro verso cui aveva inabissato anima e corpo. Ma sapendo, perché il Profanatore sa, che a quel popolo non appartiene più da tempo e che il momento della discesa non serve altro che a rendere più forte, improvvisa e sicura la salita. Come in ogni Populismo degno di se stesso. L’uso della parola ‘gusto’ «incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo (donna) di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema» Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992

Il degustatore innamorato di una Fiera vinicola

Un degustatore si era innamorato di una Fiera vinicola. Non di una delle tante, ma proprio di quella che, così spartana, verace, sobria, distinta, a suo modo elegante, indifferente ai richiami delle mode e ai civettìi compiaciuti e attillati delle consorelle più blasonate, rieccheggiava popolarità lontane e antiche vestigia contadine.

«Entrerai gratis – disse lei – solo quando avrai passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia davanti al portone di ingresso, quello di fianco alle biglietterie».

Il degustatore passò novantotto notti seduto davanti al portone di ingresso della Fiera ma, alla novantanovesima, si alzò, prese la sedia sotto braccio e se ne andò.


Il vino ama nascondersi

Caratteri greci, antichi, provenienti da Efeso, la più grande città ionica dell’Anatolia: φύσις κρύπτεσθαι φιλει. Sotto, una possibile traduzione: “La natura ama nascondersi.” Eraclito l’Oscuro (Efeso, 535 a.C. – Efeso, 475 a.C.)

L’antico frammento. Fr.116

Non vi è, ancora oggi, concordanza sulla traduzione del testo e soprattutto sulla sostanza del primo termine, φύσις, che a noi è stato reso, a partire dal Rinascimento, con il termine “natura”. Κρύπτεσθαι, poi, indicherebbe più una propensione, un “tendere a”, piuttosto che una volontà ben precisa. Le differenti letture dell’aforisma eracliteo rimandano a esegesi discordanti della filosofia di Eraclito: vi è una tradizione, che giunge a noi da Giorgio Colli e che trova compimento nell’ultima traduzione di Angelo Tonelli, secondo cui il termine φύσις viene reso come ‘nascimento’ per il primo autore, e come ‘origine’ per il secondo. Da cui “il nascimento (o l’origine) ama nascondersi[1]”. In questa versione ciò che origina “si cela, come mistero, dietro l’apparenza delle cose che origina, pur manifestandosi anche attraverso di esse. Ogni manifestazione del Principio è anche un suo nascondimento: tale l’ambiguità del cosmo in cui viviamo, e di tale ambiguità il sapiente reca consapevolezza.” La physis avrebbe il compito di far risplendere l’apparenza, che, per sua natura, è ambigua: da una parte come unica realtà possibile e visibile, dall’altra come un sussulto di una realtà abissale[2]. Soltanto ai sapienti è dato conoscere questo sapere iniziatico. La natura è, in questa versione, natura trascendente.

Un’altra variante del termine φύσις è quella che ci giunge da G. S. Kirk[3], che lo traduce come “la reale costituzione di ogni cosa”, la natura in quanto essenza, che “ha l’abitudine di nascondersi”. Estensione ultima di questa interpretazione è quella[4]  che parla di natura come forza produttrice, un natura artista che, mentre  genera gli enti attraverso il gioco delle opposizioni, nasconde la dinamica della creazione.

In Hannah Arendt[5]  vi è, poi, una concezione che, se da una parte accomuna la logica della natura ad atto creativo al pari dalla forza generativa supposta da Colli e Tonelli, supporta, dall’altra, l’idea che la sua funzione generatrice parta ed arrivi a sé medesima: “ la totalità delle cose non fatte dall’uomo né create da un fattore divino, ma venute all’essere da sé medesimo: ed Eraclito affermava di questa physis che ‘essa ama nascondersi’, celarsi cioè dietro le apparenze[6].” Il logos arendtiano, lungi dall’essere un sistema di connessione tra realtà nascoste, diviene quindi lo stupore che si fa parola, il dono dell’argomentazione razionale che permette a i Greci di distinguersi dai barbari.

Pierre Hadot[7], infine, prova a sintetizzare cinque possibili traduzioni del frammento eracliteo:

  1. La costituzione di ogni cosa tende a nascondersi (è difficile da conoscere).
  2. La costituzione di ogni cosa vuole essere nascosta (non vuole essere rivelata).
  3. L’origine tende a nascondersi (l’origine delle cose è difficile da conoscere).
  4. Ciò che fa apparire tende a fare scomparire (ciò che fa nascere tende a fare morire).
  5. La forma (apparenza)tende a scomparire (ciò che è nato vuole morire).

Ciò che fa Pierre Hadot, nelle due ultime proposizioni, è quello di rimandarci ad una ulteriore quanto assai probabile traduzione del frammento di Eraclito: ogni processo di creazione è indissolubilmente legato ad un processo di distruzione, così come ogni movimento vitale è nello stesso tempo un movimento di morte, per cui ogni apparizione ha già inscritta la sua scomparsa. Così nella logica contemporanea del vivente: “Nulla obbligava un batterio all’esercizio della sessualità per moltiplicarsi. Non appena la sessualità diventa obbligatoria, ogni programma genetico è formato non più per copia esatta di un solo programma, ma per nuovo assortimento di programmi differenti. L’altra condizione necessaria alla possibilità stessa di un’evoluzione è la morte. Non la morte che viene dal di fuori come conseguenza di qualche accidente, bensì la morte che viene dal di dentro come una necessità prescritta, già nell’uovo, dal programma genetico[8].”

Il vino, dunque, ama nascondersi: vuole giocare con noi. A volte si rivela, piano piano, ma mai tutto e mai nello stesso tempo. Il vino fa apparire ciò che tende a far scomparire e ciò che svela è pure ciò che vela: “Sì, il Tempo vasto, impossibile da misurare fa apparire (phyei) le cose che non erano apparenti e fa sparire (kryptetai) le cose che sono apparse[9]”.

Nello stesso fiume. Fr. 30

“Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte[10]”, dice Eraclito.

Nel medesimo calice non è possibile bere lo stesso vino due volte.

 

[1] Eraclito, Dell’Origine. Traduzione a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, Milano 2009, pag. 78

[2] Giorgio Colli, La sapienza greca, III, Eraclito, Adelphi, Milano 1993

[3] G. S. KIRK , Heraclitus. The Cosmic fragments, Cambridge 1962

[4] Valeria Andò, «La physis ama nascondersi»: la lettura arendtiana di Eraclito in http://www.liceomanara.it/sites/default/files/allegati2/Lezione%201.5.pdf Riferimento a M. Conche, Héraclite. Fragments, Paris 1986

[5] Ne parla ampiamente in Vita della mente, Mulino, Bologna 1987

[6] Ibidem.

[7] Pierre Hadot, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura. Einaudi, Torino 2006

[8] Ivi pp. 10,11

[9] Sofocle, Aiace, vv 646 sgg.

[10] Eraclito, Dell’Origine cit. pag. 78

La foto è tratta da http://love90.org/love90/dvorovye-igry-nostalgiya-po-detstvu/