Romanée-Conti 1935. A Tokyo.

A Tokyo, una domenica pomeriggio, due uomini assorti nella degustazione cerimoniosa di una vecchia bottiglia della Borgogna – un rarissimo Romanée-Conti del 1935 – rincorro sino al fondo della bottiglia il lungo testo disordinato dei loro ricordi. Uno di essi è scrittore. Di questo cerimoniale a due spuntano, inattesi, i ricordi di ciascuno: per lo scrittore la reminiscenza di un viaggio a Parigi, gli occhi ed il profilo di una donna scomparsa che rinasce nella feccia del vecchio vino. Ci si immerge con delizia nell’intimità di un grande vino, ricco del sapore di un amore addormentato, di una donna dai contorni sbiaditi e dal profumo svanito: “Perciò violentato, spossessato, devastato, indebolito che fosse questo vino, riusciva ancora a suscitare l’immagine di una donna. Da tutti questi anni e fino all’incontro con questa bottiglia, gli era capitato di ricordarsi di Gunvor, ma era solamente un ammasso di frammenti, il chiarore dello scheletro danzante nelle tenebre, lo schizzo di un succo l’arancia, i capelli che mascherano gli occhi ed il naso in un viso che ride. Mai avrebbe immaginato che sarebbe potuta spuntare tutta intera dal fondo della bottiglia. (…)”

E’ il piccolo capolavoro di Kaikō Takeshi, ‘Romanée-Conti 1935’[1], un libro del 1972, editato in Francia per Philippe Picquier, e mai tradotto in italiano. E’ il vino che guarda ad oriente: lento, ritualizzato, sincopato quasi spostasse l’accento ritmico sul tempo forte, per poi mozzarci il fiato nella battuta successiva. Il tempo segna i passaggi e le immagini scandiscono, come piccole miniature fotografiche, la cerimonia del vino, che poco alla volta si dota di forme antropiche e di ricordi perduti:

“Un’estrema tensione apparve sul viso del cameriere. La mano afferrò la bottiglia con fermezza ma mantenendo uno spazio dello spessore di un foglio di carta dal cestello. Il collo si infilò vicino al bicchiere con la prudenza di un gatto. La bottiglia non doveva essere agitata, il vino intorbidato, la feccia sollevata e, durante tutto il tempo in cui il vino veniva versato, lo scrittore trattenne il respiro. Il cameriere riempì i due bicchieri con dolcezza, lentezza, in più volte, e nell’istante che ebbe terminato, lo si sentì emettere un piccolo sospiro. Aveva finito. La prima parte della cerimonia si era svolta senza ingombri, l’ultima goccia era rientrata nella bottiglia senza cadere, la fecce  non si erano neppure rimescolate. Oltre i due bicchieri pieni di storia, i due uomini scambiarono un sguardo perduto prima di sorridersi. […]  Ancora una volta un frutto aveva compiuto la sua metamorfosi.”

Il vino dell’estremo levante si manifesta lontano dalla  socialità mondana tipica delle comunità occidentali e assume, al contrario,  una fisionomia individuale, solitaria e fortemente spiritualizzata sulla scia dell’impronta di altri cerimoniali, come quello del tè, che si svolgono nell’assoluto silenzio dell’officiante e degli ospiti.

Come nella cerimonia del tè, il vino di Takeshi richiede “un’affinità particolare con l’acqua e il calore, una tradizione di ricordi da evocare, un modo tutto personale di offrire una storia.” (Okakura)

 


[1]Kaikō Takeshi, Romanée-Conti 1935, Picquier, Arles 1993

La foto è tratta da youtube

La nascita dell’Appellation d’Origine Contrôlée in Francia

La fillossera, ancor prima che in Italia, genera un disastro su vasta scala in Francia (1863), paese da cui parte l’ondata devastatrice europea. La situazione viticola francese agli inizi del Novecento è fortemente provata e, per tal motivo, vengono usate pratiche di vinificazione poco ortodosse: si va dall’uso di aggiungere l’acqua in quasi tutti i vini, all’accrescimento miracoloso del vino di spremitura residuo con acqua e zucchero e vi è chi sostiene, come Lachiver[1], che vi sono coloro che utilizzano l’ossido di piombo per fermare l’acetificazione. In questa situazione drammatica si costituiscono le prime associazioni di produttori a  tutela del proprio vino: nel 1900 ben 79 viticoltori dello Chablis si costituiscono in union. Lo stesso si realizza nella zona di Bordeaux: l’anno successivo (1901) vede la luce l’Union Syndacale des Propriétaires de Crus Classés du Medoc, che si accompagna ad una legislazione (1905)  volta a tutelare quei consumatori che si fossero trovati a consumare dei vini sofisticati ed alterati. Di seguito, nel 1907, viene approvata una legge che impone al produttore di dichiarare il volume della propria vendemmia e delle riserve di magazzino e si fa divieto di aggiunta dello zucchero al mosto. Tra il 1908 ed il 1912 vengono approvati i decreti per delimitare le aree di produzione di Champagne, Cognac, Armagnac, Banyuls e Bordeaux. A fine della prima guerra mondiale, nel 1919, viene redatta una legge che permette a chiunque di fare ricorso contro coloro che utilizzano a sproposito o non correttamente e non continuativamente l’Appellation d’Origine[2].

Nella prima legislazione sullo Champagne, quella del 1908, non viene contemplato alcun dèpartement dell’Aube: la situazione degenera presto in proteste molto dure che portano oltre 20.000 persone  a scendere in piazza , tra il 1909 ed 1910, e a formare una Ligue de Défense des Vignerons de l’Aube non soltanto contro il governo, ma anche verso quei négociants che si riforniscono di uve nel Midi per poi far vinificare dello Champagne. Contemporaneamente i produttori di Champagne della Marna, preoccupati sia della concorrenza sleale dei négociants, che del possibile ingresso dei produttori di Aube, prima devastano le cantine di Damery, di Dizy e Ay (11 aprile 1910) e poi, il giorno seguente, marciano su Ay ed Epernay sin tanto che il governo non manda loro oltre 15.000 soldati a disperderli. I soldati si trattengono a presidiare la regione per tutto l’anno successivo. Le vendemmie abbondanti del 1911 e 1912 servono per stemperare le acque: il contenzioso si risolve comunque soltanto soltanto nel 1927, quando 71 comuni dell’Aube possono utilizzare l’Appelation Champagne, che specifica anche l’uva da usare nella produzione del vino. I principi fondamentali su cui si basa il sistema di qualità Francese derivano in larga parte dal lavoro svolto nel 1923 dal Barone Le Roy, un influente e importante produttore di Châteauneuf-du-Pape, che adotta rigide regole per la produzione dei propri vini. Queste comprendono la definizione della zona geografica, le varietà di uve permesse, le metodologie di coltivazione e di potatura e il grado alcolico minimo del vino: « Il sistema di qualità Francese prese consistenza all’inizio degli anni 1930 e prese il nome di Appellation d’Origine Contrôlée (Denominazione di Origine Controllata), abbreviato con AOC o, in breve, Appellation Contrôlée la cui sigla è AC. Si creò di fatto il sistema di controllo di qualità enologica più imitato del mondo sui cui principi si basano, per esempio, l’AVA (American Viticultural Areas) adottato negli Stati Uniti d’America, la DOC (Denominazione di Origine Controllata) in Italia, la DO (Denominación de Origen) in Spagna e la DOC (Denominação de Origem Controlada) in Portogallo, sicuramente senza avere lo stesso successo e la stessa efficacia. Nel 1935 viene  fondato l’INAO (Institut National des Appelations d’Origine, Istituto Nazionale delle Denominazioni di Origine), con l’espresso scopo di definire, stabilire e rafforzare i disciplinari di produzione delle singole AOC, e che riprendevano in larga parte il modello stabilito dal Barone Le Roy. La maggior parte dei disciplinari di produzione dei vini più famosi di Francia sono stati definiti nel periodo subito dopo la fondazione dell’INAO, tuttavia sono stati rivisti e perfezionati continuamente nel corso del tempo. Fu solo nel 1949 che l’INAO introdusse la categoria VDQS (Vin Délimité de Qualité Supérieure, Vino Delimitato di Qualità Superiore) di livello inferiore all’AOC. Il sistema di qualità Francese non è certamente perfetto, anche se non può garantire la qualità del vino di uno specifico produttore, sicuramente introduce e definisce rigidi criteri che influiscono e determinano profondamente la produzione. I principali criteri che consentono ad un vino di fregiarsi della categoria AOC sono sette e precisamente:

Territorio – l’area dei vigneti viene definita in modo esatto attraverso testimonianze storiche sia sull’ubicazione che sull’uso nei secoli. Si valuta inoltre il tipo di terreno, posizione e altitudine.

Uve – le uve consentite per la produzione di vino in ogni zona vengono stabilite in accordo alla tradizione storica del luogo, basandosi anche alla resa e la qualità di produzione in funzione al luogo e al clima.

Pratiche colturali – definiscono il numero minimo/massimo di viti per ettaro, le modalità di potatura e metodi di fertilizzazione.

Resa – ogni AOC definisce la quantità massima di vino che può essere raccolta e prodotta da un determinato vigneto, il valore è espresso in ettolitri per ettaro

Grado alcolico – ogni AOC stabilisce il titolo alcolico minimo che il vino deve avere

Tecniche enologiche – ogni AOC stabilisce tecniche e procedure enologiche, solitamente basate sulla tradizione della zona, che nel corso degli anni hanno consentito di ottenere i migliori risultati.

Controlli organolettici – dal 1979 tutti i vini candidati alle AOC vengono valutati da un’apposita commissione.»

[1]    Cfr. Marcel Lachiver, Vins, vignes et vignerons, Histoire du vignoble français, Librairie Arthème Fayard, Paris 1988.

[2]    Ibidem.

La foto è tratta da http://www.gerard-verhoest.com/vignoble-1907.htm

“Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali.” Gli anarchici a Monfalcone e il vino. Di Luca Meneghesso

anarchici molfanconesi e triestini

Anni ’70:  anarchici monfalconesi e triestini. Da sinistra a destra: Umberto Tommasini (il noto anarchico friul-triestino), Mario Pacor (anarchico di Monfalcone – del rione Romana – già combattente in Spagna e attivo nelle contese anticlericali in cantiere nel secondo dopoguerra), Manuela Malaroda (figlia dell’anarchico esperantista monfalconese Vittorio), Giuseppe Usmiani (anarchico nativo di Pola, già protagonista nelle rivolte pro-Ferrer a Trieste nel 1909), Primo Vigna, fratello di Libero. — a Monfalcone.

Il vino è da sempre presente nella poetica rivoluzionaria. Con le botti (barrique) si costruivano le barricate perlomeno fino dalla Comune di Parigi nel 1872, le osterie sono sempre state luogo di incontro proletario, diffusione di idee sovversive e luogo di copertura soprattutto durante il fascismo. Lo stesso Bakunin, a quanto testimoniava Luigi Veronelli, beveva due fiaschi di vino al giorno. Non si discostano da questa tradizione gli anarchici di Monfalcone, la cui presenza si nota a partire dalla nascita del Cantiere Navale Triestino nel 1908. Sull’importanza della presenza libertaria nella cittadina isontina è significativo notare come il primo sciopero politico del cantiere si sia svolto il 15 ottobre del 1909 per protestare contro l’esecuzione in Spagna del pedagogista libertario Francisco Ferrer. La manifestazione che ne scaturisce non deve essere stata molto pacifica visto che quasi tutto il gruppo dirigente socialista viene incarcerato e 13 operai vengono in seguito rinviati a giudizio. Nel primo anniversario della morte di Ferrer i socialisti optano per una commemorazione pacata, una riunione serale dopo il lavoro. I libertari, che il socialista Luigi Tonet definisce «un gruppo di sconsiderati», incitano però gli operai a lasciare il posto di lavoro: dopo un po’ di dibattito il cantiere si svuota. In seguito i socialisti accusano gli anarchici di aver usato il nome di Tonet per convincere gli indecisi (è facile immaginarli: «gà dito Tonet de scioperar!»). Domenica sera 16 ottobre 1910, pochi giorni dopo e in un momento in cui ci sono duri scioperi in Cantiere con socialisti e libertari che portano avanti linee non sempre concordanti, un gruppo di anarchici (quattro o cinque) prende posto ad un tavolo del Caffè Progresso (locale gestito dai socialisti) cominciando a cantare inni sovversivi. Quando l’ora si fa tarda gli anarchici, allegri e provocatori, continuando a far baldoria vengono invitati al silenzio. A questo invito i libertari rispondono provocando ulteriormente i socialisti che quindi li allontanano «a pugni e scapelotti». Nell’occasione del secondo anniversario della morte di Ferrer, il 13 ottobre 1911, dopo la manifestazione di commemorazione organizzata a mezzogiorno dai socialisti, di nuovo gli anarchici incitano gli operai a non rientrare in Cantiere cosa che viene fatta in massa. La cosa causa il sommo disappunto dei socialisti che li accusano con frasi forti di essere fannulloni che colgono qualsiasi occasione per fare festa e andare a bere il vino nuovo. È quindi la capacità di mobilitazione e di pressione degli anarchici, nonostante il Partito Socialista si impegni per impedire che gli operai scendano in sciopero, a fare della giornata del 13 ottobre una scadenza operaia da usare per far sentire ai “borghesi” tutta la carica antagonista che si sviluppa nel sempre più numeroso proletariato monfalconese. Gli operai anarchici ricompongono lo spontaneismo dei lavoratori meno qualificati entrando spesso in contrasto con il gruppo socialista che caldeggia l’organizzazione e l’accentramento delle lotte. A fine giugno 1912 nel corso di un comizio tenuto a Monfalcone dal dirigente socialista Chiussi gli anarchici, tramite Vittorio Puffich che fa loro da portavoce, lanciano diverse accuse contro i capisquadra e contro i lavoratori inglesi, rimasti con funzioni di capi all’interno del Cantiere, chiedendone l’espulsione. Il gruppo metallurgico si oppone dicendo che l’espulsione può essere chiesta solo per gli operai comuni e non per gli operai qualificati  insultando poi «i libertari con alla testa il pazzoide Puffich, il bellimbusto Smardocheo, il semialcolizzato Revelant, il vanitoso Radig» tacciati di essere inconcludenti e al servizio della Direzione del Cantiere nella loro pervicace opposizione all’organizzazione. La polemica del resto era dovuta anche al fatto che numerosi capisquadra – i mistri – costituiscono l’ossatura del sindacato socialista. L’accusa a uno degli anarchici più rappresentativi di essere “semialcolizzato” intende essere ulteriormente offensiva dato l’impegno dei socialisti nel condurre la battaglia contro l’alcolismo. L’osteria, anche per gli anarchici monfalconesi, soprattutto durante gli anni del Regime fascista, diventa luogo in cui con la circospezione necessaria ci si può confrontare sulle vicende politiche e organizzare quando la piazza e talvolta anche le case private non hanno sufficiente sicurezza. Finché si può l’osteria è anche luogo di resistenza antifascista. A Trieste il 4 novembre 1921 in un’osteria un gruppo di operai si intrattiene cantando canzoni politiche. Una squadra di fascisti non tollera la manifestazione ideologica e minaccia, pistole alla mano, i cantanti i quali però prontamente reagiscono sparando contro i fascisti che fuggono. Anche a Monfalcone c’è chi dall’osteria urla il suo ribelle spirito antifascista contro le forze dell’ordine: Cesare Novachig. Cesare Novachig assieme a tale Giuseppe Magrin, per fuggire alla repressione fascista tenta la via del fuoriuscitismo raggiungendo la Francia dove viene bloccato dai gendarmi transalpini. Gli viene concessa la scelta tra l’arruolamento coatto nella Legione straniera o il rimpatrio. Novachig opta per la seconda venendo quindi trasferito a Monfalcone dove viene processato e sconta 6 mesi per il tentativo di espatrio clandestino. Uscito di galera ritorna alla sua solita vita. Ancora celibe frequenta i pochi anarchici restati a Monfalcone alcuni dei quali suoi parenti (ad esempio Ermenegildo e Umberto Gon). La brace arde sotto la cenere ma la repressione è schiacciante per cui gli anarchici non si espongono inutilmente. Accade però che una sera – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – Cesare Novachig si trova in un’osteria che all’epoca si trovava in via Duca d’Aosta vicino alla scuola elementare. I bicchieri si sommano ai bicchieri e la lucidità e la circospezione iniziano a vacillare. Entrano un paio di carabinieri. Forse semplicemente danno un’occhiata indagatrice, forse si rivolgono al noto Novachig… non lo sappiamo. Cesare sbotta e inveisce contro i birri fascisti e il Regime, forse solo per allusioni. Per lui la condanna si limita solo a pochi altri mesi al fresco. L’accesso viene attribuito all’eccesso alcolico anziché a quello politico. Il personaggio che però è più rappresentativo di questa liaison tra vino e anarchici monfalconesi è Serafino Frausin. Originario di Muggia come tanti altri operai, attivisti anarchici e socialisti impiegati nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone. Schedato anarchico già diciassettenne a Muggia, si trasferisce a Monfalcone poco dopo la fondazione del C.N.T.. A Monfalcone Serafino alloggia all’osteria “Al popolo” (che si trovava sulla salita che conduce alla Rocca poco prima del sottopassaggio). Lì conosce Clara Saranz, una delle figlie del proprietario con cui in seguito si sposerà ed avrà una figlia. Durante la prima guerra mondiale, in concordanza con le proprie opinioni antimilitariste, diserta l’esercito austroungarico e ripara in Italia. Qui però al posto dell’accoglienza lo attende l’internamento in località impervie della Calabria e della Sardegna in quanto soggetto reputato politicamente inaffidabile. La conclusione del suo periodo di internamento avviene, a guerra finita da un pezzo: siamo quasi nel 1920, a Lucca. In questo periodo per mantenersi aggiusta orologi e fa conoscenza di un prete internato con il quale gioca a carte e beve talvolta qualche bicchiere di vino. Tornato a Monfalcone Frausin prosegue nella sua militanza politica e sindacale. Nonostante sia un operaio ‘cantierino’ si impegna anche direttamente nelle lotte agrarie che scoppiano nel vicino Friuli ex-austriaco. Dopo la guerra il settore dell’agricoltura della zona si trova in ginocchio, visto che i principali prodotti agricoli del goriziano – quali vino, frutta e ortaggi – che nell’Impero austroungarico non avevano avuto concorrenti, in Italia devono competere fin da subito con una produzione molto più abbondante ed economica e contemporaneamente la produzione rurale si trova davanti ad una chiusura dei mercati del Centro e Nord Europa. Nascono quindi violente lotte tra coloni e proprietari terrieri. Ad animarle il socialista (in seguito comunista) Giovanni Minut affiancato dall’anarchico Ernesto Radich segretario della Camera del lavoro di Monfalcone. In queste lotte una prima vittoria porta la convenzione per la divisione del vino tra proprietario e colono dall’80-20% al 60-40%. Poi però le trattative si fermano per concludersi appena nel giugno 1921. Il montante fascismo manda queste rivendicazioni gambe all’aria a forza di violenze e attentati. Lo stesso Frausin è vittima di un’aggressione squadrista da cui si salva fortuitamente perché i fascisti  che lo hanno attaccato lo credono morto. In seguito Frausin, tra mille avventure, giunge in Sud-America. Nelle sue peripezie prima di raggiungere il continente Latinoamericano spicca una in cui, in seguito ad una sbronza (che è facile immaginare come colossale) presa in un porto del mare del Nord in cui sbarca dal cargo in cui è imbarcato nell’equipaggio, viene arrestato con tutta la ciurma perché nessuno è in grado di pagare quanto consumato per il cambio di valuta dopo la svalutazione seguita alla crisi economica del 1929. Nel continente Sudamericano va in Venezuela. Qui, grazie ad un capitale accumulato con il suo lavoro di metallurgico specializzato e agli aiuti spediti dai suoi compagni di Trieste, apre un piccolo locale. Frausin però è un tipo altezzoso e austero e gli affari non vanno come vorrebbe. Decide allora di chiudersi con i pochi ma fidati amici nel locale finché non finisce tutto quanto c’è da bere. Poi espatria verso la Colombia dove inizia un’altra vita. Per un periodo si mantiene facendo il cercatore di platino nella foresta al confine con Panamà. Ammalatosi di una malattia tropicale ritorna alla capitale. Con la sua professionalità, maturata nei cantieri navali altamente specializzati di Muggia, Trieste e Monfalcone, comincia a progettare e costruire ponti. Si costruisce anche un’altra famiglia ma preferisce continuare a vivere da solo in albergo e mantenere la sua autonomia e libertà anche di giocare a carte e bere ogni tanto un bicchiere con gli amici della comunità italiana di Ibaguè, dove si è trasferito, costituita in buona parte da musicisti del locale conservatorio (il secondo più importante della Colombia). L’11 gennaio 1944 nasce il primogenito colombiano Vinicio, il cui nome completo è Serafin Vinicio. Il nome Vinicio (che Frausin dà sia alla figlia italiana avuta in precedenza che al primogenito colombiano) potrebbe essere ripreso dal tardo nome latino Vinicius, forse derivato da vinum, “vino”, col possibile significato di “amico del vino” o “del vino” (anche il secondogenito di Ermenegildo Gon si chiamava Vinicio e il primogenito dell’importante anarchico monfalconese – in seguito comunista e noto organizzatore sindacale – Ernesto Radich, Vinio). Concludo citando un telegramma spedito da Serafino Frausin letto pubblicamente ed apprezzato all’associazione antifascista Sociedad Mazzini de Colombia di Bogotà in cui celebrava la caduta del fascismo. Egli sintetizza bene l’approccio politico-esistenziale degli anarchici di Monfalcone: l’antiautoritarismo e l’azione diretta, la gioia indisciplinata di vivere, le idee e l’amore “esagerati” per la libertà. Il 10 agosto 1943 – pochi giorni dopo la destituzione del “Duce” ad opera del Gran Consiglio del fascismo – scrive Serafino Frausin esaltando i due strumenti di lotta e di vita: «Sono con voi in questi difficili momenti di lotta contro ogni forma di tirannia. Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali. Abbasso il fascismo, viva l’Italia libera. Frausin».

corteo primo maggio1902 a Trieste

Trieste: corteo del primo maggio 1902, successivo al cruento sciopero generale del febbraio.

 

 

 

 

 

Lo scrittore tiranno: sulla difficoltà di replicare ai commenti di un proprio scritto

La scrittura è tiranna. Il carattere radicale della parola la rende lacerante e oppressiva. Coscienza dispotica e infelice: un atto cruento e unilaterale che non può aprirsi all’altro. Almeno non impunemente e non senza conseguenze. La liberalità del dibatitto, della discussione a fondo pagina, negli ingorghi delle pendenze verticali del blog, tenta di risistemare ciò che per il narratore non è possibile modificare. Il dibattito successivo alla scrittura prova a coinvolgere l’autore in una sorta di continuità artificiale tra un passato indiscutibile e un presente argomentabile, come se lui, lo scrittore appunto, potesse passare da un linguaggio ad un altro come da un vestito ad un altro. Allora mi rileggo le parole di Barthes, a proposito della tavole rotonde (Roland Barthes in Miti d’oggi), e cerco di rimetterle all’oggi: “terrorista quando la scrive, diventa un perfetto liberale quando l’abbandona: ad un tempo radicale e indifferente, l’autore è doppiamente estraneo al dibattito: lo è in modo aggressivo quando crea e lo è in modo passivo una volta che questa creazione ricade per lui nel passato”.

Resoconto gustoso ed insolito dell’incontro anarchico di Saint Imier del 1872 .

Arrivammo alla spicciolata: Malatesta, Cafiero e Bakunin giunsero a destinazione grazie al passaggio di alcuni compagni del Ticino che avevano affittato una carrozza, mentre io, Fanelli, Labruzzi e Costa ce la facemmo a piedi. Niente di male, sennonché per arrivare in tempo siamo partiti da Dogliani il 15 di agosto. Un caldo infame prima e grandi escursioni termiche poi. Fortuna che portavo meco del buon vino dolcetto, mentre Costa e Labruzzi avevano comprato delle tume di pecora e capra di Langa e dei ghërsin robatà (grissini). Fanelli, come al solito, non aveva niente con sé (d’altronde è amico di Bakunin, che mangia sempre a sbafo) e poi è anziano (infatti è del 1827). Ma lasciamo perdere, ci rifaremo la prossima estate quando andremo a trovarlo a Napoli. Il viaggio, benché faticoso, è stato appagante: abbiamo fatto tappa in diversi posti, abbiamo assaporato innumerevoli cucine locali e, talora, ci siamo prodotti in eccessi, come quella volta che dopo una breve sosta a Milano (credo che fosse il 28 di agosto o giù di lì), siamo andati a mangiare da una zia di James Guillaume che abita in provincia di Como. E lei, vecchietta arzilla e simpatica, non ha pensato bene di cucinarci una versione comasca della cassoeula!!! Come sapete la cassoeula, pur nelle molte versioni in cui si presenta, è composta dalle verze e dalle parti meno nobili del maiale come cotenne, costine con l’aggiunta nelle versioni più elaborate di piedini, verzini (salamini) e testina. Nella versione comasca non si usano i piedini, ma bensì la testa di maiale. Carlo Cafiero si rifocillò come un disperato: sembrava che non mangiasse dal periodo in cui faceva parte della Carboneria. Poi gli è venuta una dissenteria che lasciamo perdere! Ma in fondo non ci è andata così male: dopo aver approfittato ancora delle generosità della zia di Guillaume, ci siamo dati ai tuffi e alle lunghe nuotate rinfrescanti nel Lago di Como. Il Nabruzzi ci ha davvero impressionato: si produsse, addirittura, in un tuffo rovesciato con avvitamento! Davvero emozionante: ci disse che sono cose che lui, rivierasco ravennate, aveva imparato da giovincello e che aveva usato per impressionare prima Mazzini e poi Garibaldi, che risultò talmente entusiasta da inviarlo come rappresentante alla Conferenza di Rimini[1] del mese appena trascorso. A pochi chilometri da saint Imier ci siamo incontrati con la delegazione spagnola: tra di loro c’era anche il corso Charles Alerini. La sera, dopo aver gozzovigliato a dovere, è partita una discussione improbabile su quali fossero i migliori pecorini se quelli italiani, ispanici o corsi. C’è mancato poco che Costa non si azzuffasse con Nicolas Alonso Marselau, mentre il vecchio Fanelli aveva preso per il fiocco (alla lavallière) Tomàs Gonzáles Morag con tale forza che aveva arrischiato di strozzarlo. Ho cercato in tutti i modi di far da paciere, ma ce n’ho messo parecchio (tra anarchici è dura). Per fortuna che è intervenuto l’oste portandoci un ottimo Dôle du Valais (pinot e gamay) della Svizzera Vallese che ha riappacificato i cuori esacerbati al canto de l’Internazionale. Siamo arrivati la sera del 14 settembre, in ora tarda: ho fatto appena in tempo a vedere Bakunin con il suo pigiamone di lana che sorseggiava una pessima vodka (me l’ha fatta assaggiare la sera dopo) fatta arrivare direttamente da Mosca. Non vi sto a raccontare il Congresso perché ci sono tutti i documenti scritti, che potrete consultare quando vi pare e piace. Vorrei invece soffermarmi sul dopocena della sera del 15 settembre: dopo una suntuosa cena a base di capunus, un piatto tradizionale grigionese, a base di un impasto (farina e uova cui vengono generalmente aggiunti pezzetti di affettato tagliato a dadini come carne secca, landjäger, prosciutto cotto, andutgel o salsiz) avvolto in una foglia di costa (o di bietola da taglio), bolliti nel latte e nel brodo e poi serviti con un pizzico di speck, formaggio e cipolle, di spätzle, gnocchetti di forma irregolare a base di farina di grano tenero, uova e acqua con cacciagione e delle trecce al burro come dessert (il vino, un riesling renano della casa, non era sicuramente all’altezza del cibo), tutte le delegazioni si sono riunite intorno ad un tavolo circolare (con due rappresentanti per delegazione). I delegati erano stati chiamati a competere, in una degustazione “alla cieca” (coperta), per scoprire il vino nella sua tipologia, denominazione, composizione ed annata. Per la delegazione italiana c’eravamo io e Malatesta; per quella spagnola Nicolas Alonso Marselau eTomàs Gonzáles Morago; per quella francese Camille Camet e Jean-Louis Pindy; per la federazione jurassienne James Guillaume e Adhémar Schwitzguébel, mentre il delegato delle sezioni americane, Gustave Lefrançais, aveva declinato l’invito perché asserì che, da quando stava in America, aveva bevuto solo del pessimo cabernet e non era in grado di partecipare ad una disputa di alto livello. Bakunin si era talmente innervosito perché non era stato scelto per la delegazione dei degustatori di lingua italiana da sostenere il fatto che, in realtà, eravamo dei nazionalisti sotto mentite spoglie. Proseguì, poi, proferendo insulti della peggior tradizione slava conditi da imprecazioni napoletane ed abruzzesi. Malatesta gli rispose per le rime, dichiarando pubblicamente che non era stato scelto unicamente perché non capiva assolutamente alcunché in fatto di vino. A quel punto Bakunin, risentito come non mai, se ne andò in camera da letto dove sembra che abbia composto, spinto alcune golate di vodka, il famoso aforisma: “la rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Intanto la giuria aveva deciso testarci con un vino francese: Errico Malatesta era assai edotto sui vini francesi (sarà stato l’innamoramento per la Comune), mentre io su quelli italiani (e per fortuna che non ci sono capitati quelli svizzeri o spagnoli perché avremmo fatto una figura davvero barbina). E così fu: vincemmo a man bassa. Non fu un problema scoprire che quel vino era un Château Latour di Paulliac della regione di Bordeaux, mentre indovinammo tre delle quattro annate (quella del 1868 era stata altresì piovosa da rendere irriconoscibile il vino). Il cabernet sauvignon era molto evidente e talmente predominante, con quel suo colore profondo e intenso, da esibire tannini tanto esuberanti quanto ben amalgamati: forte nei profumi vegetali caldi e maturi concedeva una buona compattezza selvatica e terrosa. Quindi il merlot, caldo ed avvolgente, comparve a mitigarne gli aspetti più duri. Ma è sul finire che si compì il capolavoro malatestiano: egli individuò sia la presenza del cabernet franc , ma ancor di più dell’impercepibile petit verdot (sarà stato l’1% del totale). Una vittoria sublime! Senza dubbio il contributo del giovane Malatesta alla stesura della Prima risoluzione dell’Internazionale di Saint Imier la dobbiamo anche a questo. Chissà se qualcuno troverà questo scritto, per dare conto del vero a futura memoria.

Il delegato della sezione di Torino, Langa, Genova.

Saint Imier, 15  e 16 settembre 1872

 

[1] Dal 4 al 6 agosto del 1972 si riunisce a Rimini la conferenza dei delegati di 21 sezioni internazionaliste, in maggioranza romagnole e marchigiane. La conferenza presieduta da Cafiero costituisce la “Federazione delle sezioni italiane dell’Internazionale”. In settembre, al congresso dell’A.I.L. (Associazione internazionale dei lavoratori) viene deciso di spostare la sede del “Consiglio generale” da Londra a New York.

Un’altra storia: la prima Cantina Sociale dell’Oltrepò Pavese.

Una serata così… Il circolo Arci “Zenzero” di Genova mi invita a presentare il libro in una uggiosa serata di gennaio, di mercoledì, alle 18.30.  Poche persone si seggono davanti al tavolo preparato per l’occasione. L’età media supera gli anta abbondantemente. Tutte donne estremamente interessate all’argomento: un piacere chiacchierare con loro. Alla fine, tra un bicchiere di vino e una pezzo di focaccia, mi avvicina una di loro e racconta che un suo parente (lo zio, fratello di suo padre Giovanni) fu il fondatore di una delle prime cantine sociali sorte in Italia e la prima nata con successo nell’Oltrepò Pavese: quella di Montù Beccaria. Qualche tempo dopo Aurora Montemartini chiama al telefono invitandomi ad andare a casa sua perché mi vuole dare un libro[1] che racconta di Luigi Montemartini e della fondazione della cantina sociale. Questo breve racconto lo dedico a lei e a quella storia. 

La Cantina Sociale di Montù Beccaria. Agli inizi del ‘900. Un secolo fa. I socialisti, da poco partito, sono lacerarti al loro interno: diverse tendenze, che andranno ad approfondirsi nel corso degli anni a seguire, parlano lingue tra loro inconciliabili. I “sindacalisti”, i rivoluzionari per lo sciopero insurrezionale da una parte e i riformisti, gli attendisti, i gradualisti e gli istituzionali dall’altra. Furono proprio questi ultimi ad occuparsi della produzione agricola e vitivinicola in forma associata come mezzo di superamento della piccola proprietà capitalistica individuale e mezzadrile. La storia che voglio qui ricordare si svolge in quella terra che va sotto il nome di Oltrepò Pavese e parte da un piccolo paesino chiamato Montù Beccaria. Il protagonista della storia è Luigi Montemartini, deputato socialista del collegio di Stradella, coadiuvato dal fratello Giovanni. Dopo due tentativi fallimentari operati dal professor Amilcare Fracchia e da alcuni proprietari vicini al partito socialista di costruire una Cantina Sociale a Stradella, i due fratelli Monetmartini studiano esempi di cantine sociali realizzate con successo, tra le quali si annovera l’esperienza statunitense della  “California Winemakers Corporation[2]”. Luigi Montemartini inizia la propaganda per la costituzione della Cantina sociale nell’ottobre del 1901: la fase di raccolta delle adesioni si conclude nell’estate del 1902 dove 58 soci si riuniscono in assemblea e redigono lo statuto e il regolamento della nuova cantina collettiva. La somma sottoscritta è sufficiente all’acquisto di un terreno dove sorgerà, a fine dell’estate del 1902, grazie al contributo progettuale di Angelo Omodeo, lo stabilimento ad uso cantina.

La prima vera discussione: come classificare le uve e quanto pagarle. Dopo una lunga discussione tra soci, avvenuta il giorno di ferragosto del 1902, viene dato l’incarico ad una commissione formata da 33 esperti di valutare la natura dei terreni e la qualità delle uve che ivi trovano dimora. Il criterio comunemente accettato è quello dell’esame glucometrico del mosto dopo la pigiatura e, sulla base delle variazioni possibili di quest’ultimo, seguono le diversificazioni relative al prezzo: a parità di contenuto glucosico ogni tipologia d’uva superiore viene pagata, rispetto a quella inferiore, una lira in più al quintale. Dal basso verso l’alto, le uve vengono così classificate: nostrana, bastarda, basdarda-fina, finissima. La cantina si dota anche, su proposta di Luigi Montemartini, di un Direttore enologo chiamato a dirigere le operazioni di cantina e a predisporre l’acquisto di nuove macchine. La scelta ricade sul giovane enotecnico Luigi Baraldi. Lo Statuto sociale manoscritto del 27 gennaio 1907 precisa alcune condizioni associative. Ogni vignaiolo, per potersi associare, deve pagare un corrispettivo corrispondente ai quintali d’uva che vuole conferire alla cantina, che per i soci fondatori equivale ad una lira per quintale. Il massimo di uva consegnabile per ciascun socio è di 40 quintali, derogabili a detta insindacabile del Consiglio di amministrazione nel caso in cui le uve provengano, in quantità superiore, dal medesimo vigneto. Le uve devono provenire da terreni o parte di essi posizionati nel comune di Montù Beccaria indicati al momento dell’ammissione in qualità di socio. Sono conferibili le uve provenienti da altri terreni soltanto nel caso in cui vi siano stati dei danni a quelle dei fondi designati. Durante la vendemmia, che avviene nei giorni designati dal Direttore della cantina, i soci godono di un acconto sulle uve che forniranno a venire. Infine, i ricavi provenienti dalla vendita del vino vengono suddivisi in tre parti: la prima per l’ammortamento degli impianti, per il pagamento degli interessi e per un piccolo fondo di riserva. Una seconda parte per liquidare le operazioni di credito. E la terza viene divisa equamente tra i soci sulla base della quantità di uve consegnate. Il 26 settembre del 1902, terminata la vendemmia, le uve vengono portate in canina dove due grandi pigiatrici-sgranatrici a vapore iniziano a diraspare oltre 4000 quintali d’uva per una produzione iniziale di 2307 ettolitri di vino da “pasto”, 606 da “pasto scelto” con l’impiego di 22-23 maestranze. La cantina si dota anche di un torchio elettrico, di uno idraulico e di due pompe per la conduzione e il travaso del vino. Tra i primi acquirenti  del vino della cantina sociale di Montù Beccaria viene annoverato l’Ospedale di Cremona per un totale di 500 ettolitri. Nel 1908 il Ministero dell’Agricoltura dona alla cantina 8 botti da 50 ettolitri. Nel 1910 gli associati salgono a 435 e l’uva consegnata aumenta sino ad arrivare a 11.700 quintali nel 1913[3].

Accenni sull’ampelografia dell’Oltrepò Pavese.

Pre-fillossera. Secondo l’indagine pre-fillosserica svolta da Osvaldo Failla i territori maggiormente vitati e con una solida tradizione viticola sono quelli orientali: Broni, Stradella, Montù Beccaria e Santa Giulietta. Le uve maggiormente coltivate sono la Moradella, la Croatina e l’Ughetta (Uvetta ovvero la Vespolina). Nella regione centrale dell’Oltrepò, nei territori di Montalto Pavese e Casteggio, si fa sentire l’influsso del vicino Piemonte, da cui i vitigni maggiormente coltivati sono il Dolcetto e il Barbera. Poi il Vogherese dove prevalgono l’Ughetta, il Croà e il Vermiglio da una parte e Barbera, Dolcetto e Moretto dall’altra. Tra i bianchi il vitigno maggiormente coltivato è il Trebbiano seguito a debita distanza dalla Malvasia e dal Moscato. Poi il Trebbianino, il Cortese, la Verdea, il Mostrino, il Grè e l’Altrugo (indagine del 1884).

Il Pinot Nero. Il primi tentativi di introduzione del Pinot nero in terra piemontese risalgono al ventennio 1820 -1840, ma senza successo per l’inadattabilità del vitigno ai diversi terroir climatici del Piemonte. Fra gli anni 50 e 60 dell’Ottocento, soprattutto nel territorio del casalese alessandrino, grazie all’operato di Gancia, si tenta di introdurre nuovamente il Pinot per la spumantizzazione. Ancora una volta senza alcun successo. Vi è però un’area, confinante con quella alessandrina, in cui la coltivazione del Pinot ha un successo notevole: il Bollettino del Comizio Agrario di Voghera, redatto nel 1875, relativo all’escursione in Vallescuropasso, parla dello splendido vigneto coltivato esclusivamente a Pinot nero nell’azienda dei Giorgi Vimercati di Vistarino. Dopo la devastazione fillosserica, giunta alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, l’Oltrepò Pavese accentua la sua vocazione internazionale salvaguardando ben poco delle coltivazioni precedenti. A parte le storiche uve a bacca nera Barberba, Bonarda e Croatina, qualcosa di meno di Uva rara e Ughetta e l’insperato successo del Pinot Nero, il territorio pavese vede viepiù l’introduzione di vitigni internazionali: Pinot Grigio, Chardonnay, Riesling e Sauvignon Bianco[4]. Ma è già storia del presente.

l’immagine principale è tratta dal sito valversa.com

[1] Le notizie fondamentali di questo articolo sono tratte da: Alberto Magnani, Luigi Montemartini nella storia del riformismo italiano, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera: vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il proibizionismo, Torino, Otto, 2007

[3] Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Vigne e vini nell’Oltrepò Pavese. Ambiente, società, economia, Franco Angeli, Milano 2010, pp. 123, 124

[4] Cfr. Luciano Maffi, Natura docens. I vignaioli e sviluppo economico dell’Oltrepò Pavese nel XIX secolo, Franco Angeli, Milano 2013; Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Cit.