I colori del vino.

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Paesaggio blu (Arianna Fugazza)

Paesaggio blu (Arianna Fugazza)

L’occhio e la sua parte.

Uno dei motti ricorrenti, pervadenti e talvolta banalizzanti, impone che la vista di un prodotto alimentare abbia la sua parte nell’estetica della presentazione. Un bel piatto, così come un bel vino, potrebbe/dovrebbe essere anche buono. Indubbiamente la vista, intesa non solamente come mero strumento fisico, consente differenti ambiti di indagine connessi alla valutazione dell’oggetto osservato e alla sua grazia esteriore. Dall’osservazione di un vino si possono intuire, in assoluta anteprima pre-olfattiva e pre-degustativa, alcuni segnali: età media, pulizia, consistenza, alcol, possibili difetti e così via. Segnali, appunto, che vengono letti attraverso la tonalità dei colori, la loro brillantezza (alcuni la chiamano più precisamente brillanza), luminosità, intensità, vivacità e trasparenza. Il vestito del vino, come si sarebbe detto nella Borgogna dell’Ottocento (Dictionnaire- Manuel du Maître de Chai – Féret – 1896): tinte, veste corta, una bella veste, ecc. Lemmi, parole che rimandano a pratiche che, a loro volta, rimandano ad altri termini descrittivi: rosso rubino scarico; riflessi aranciati…

Trasparenze.

Nei vecchi manuali di degustazione, o nei dizionari dei termini del vino, la parola “trasparenza” faceva a volte un’apparizione fugace. Altre volte, invece, veniva semplicemente subordinata e inglobata nella “limpidezza”. Ancora il “dizionario Veronelli dei termini del vino” [1], risalente al non lontano 2001, propone soltanto il termine “limpidezza”. Il dizionario riferisce, poi, che essa corrisponde allo “stato di un vino trasparente o meglio privo di particelle in sospensione.” Insomma un gioco di sinonimia che soltanto la moderna manualistica ha approntato a separare. Trasparenza, quindi, come capacità di un liquido di farsi attraversare dalla luce e limpidezza come mancanza di particelle in sospensione misurabili con nefelometri. La trasparenza ricompare come feticcio totalizzante nella società del positivo: le cose si liberano da ogni negatività quando sono spianate e livellate. Immagini liberate di profondità e di senso sono disponibili all’occhio attraverso il contatto immediato, diretto e pornografico: “la società della trasparenza è un inferno dell’Uguale” [2]. Colori, luci, piacevolezze sono figlie del loro tempo.

Purezze e no.

Paesaggio con uccelli gialli (Paul Klee)

Paesaggio con uccelli gialli (Paul Klee)

Vi è un’analogia fra il tono, ossia l’intensità di un colore, la sua luminosità e il simbolismo del livello corrispondente, che si situa fra i poli della luce e dell’oscurità. La purezza di un colore corrisponde sempre all’autenticità di un significato simbolico, mentre le tinte miste, derivate e secondarie, sono in maggior misura soggette ad interpretazioni duplici ed ambivalenti [3]. Secondo Klee, la decifrazione dei simboli ci conduce verso quelle che chiama “insondabili profondità del respiro primordiale”, perché il simbolo collega all’immagine visibile “la parte dell’invisibile intuita occultamente [4]”. Nella civiltà occidentale, il bianco ha quasi sempre avuto due contrari, il rosso e il nero, tre colori che costituiscono i tre poli, intorno a cui, fino all’alto Medioevo, si sono articolati tutti i sistemi simbolici a partire dall’universo dei colori [5].

Decifrare il colore di un vino non è un atto di mera razionalità percettiva, di oggettivo scandagliamento di lunghezze d’onda, di riverberi, di frazioni di luce, di vorticose rotazioni: è un’esperienza che tracima la ragione perché “ci sono innumerevoli cose che oltrepassano l’orizzonte della comprensione umana, così noi ricorriamo all’uso di termini simbolici per rappresentare concetti che ci è impossibile definire completamente” [6]. E poi l’osservazione è un atto sociale, storico e intimamente politico: guardiamo, annusiamo e sentiamo anche per i milioni di occhi, nasi e bocche che lo hanno fatto e lo fanno per noi. Ma vi è anche chi indirizza, o tenta di indirizzare, le percezioni del piacevole: vuoi per guadagno, vuoi per imporre di modelli di consumo, vuoi per veicolare mode pervasive e reticolari.

Vino rubino, dunque, contro le variabili del rosato: “Ditegli barolo di dodici anni e il ricordo gli si illumina di un limpido caldo arancione; ditegli lambrusco, e gli arde nella memoria uno sfavillio di terso ostro (vento australe) orientale su cui gorgoglia per brevissimo tempo una spuma violacea; ditegli refosco, e rivede l’antro nero d’un’osteria in Carnia ove il buio è vinto solo dalle braci rosseggianti sul piano del Fogoldr; e sente venire dalla tavola in fondo animata delle ombre dei bevitori un canto sommesso di voci maschie: Al ven gnòt e scur di Aloe – no se vidd a fa’ l’amór… («È notte e scuro di pioggia – non ci si vede a far l’amore… » (…) Non intenderanno (gli amanti del rosato) il senso di quella poesia del poeta arabo Abu Novàs, che ebbi già occasione di citare nel mio Ghiottone errante: Io gli dissi: «è ora che rincasi; già vedo il rosso dell’aurora penetrare nella taverna». «Che aurora!» rise egli meravigliando; «qui non v’è altra aurora fuori del brillare del vino.»” [7]

Melancolia, lussuria e vino nero.

Primo Autunno (Enrico Rettagliata)

Primo Autunno (Enrico Rettagliata)

Il vino, come la natura, regola con il caldo ogni funzione dell’organismo. Ma, a differenza della seconda, soltanto momentaneamente. Il vino contiene aria, così come la natura del temperamento bilioso è dettata dal medesimo elemento. La dimostrazione ci viene fornita dalla schiuma che il vino nero, più del bianco, produce: “era chiaro che coloro nel cui corpo la bile nera aveva un ruolo predominante necessariamente dovevano essere anche mentalmente “anormali” in un modo o nell’altro. Anche il vino ha la proprietà di contenere aria, e quindi è affine per natura al tipo di complessione descritto. Tale sua proprietà è dimostrata dalla schiuma: l’olio infatti, pur essendo caldo, non fa schiuma, mentre il vino sì, e il nero più del bianco, perché più caldo e più denso. Per questo dunque il vino eccita all’impulso erotico, e non a caso si dice che Dioniso e Afrodite abbiano stretti rapporti. I temperamenti «melanconici» sono, per la maggior parte, lussuriosi, proprio perché l’impulso erotico è caratterizzato da un’emissione d’aria.” [8]

Il numero dei sapori e quello dei colori.

Della teoria dei colori (Goethe)

Della teoria dei colori (Goethe)

Aristotele ritiene che vi sia una somiglianza, da cui un possibile parallelo, della genesi dei colori e dei sapori: come, infatti, le specie dei colori sono generate dalla mescolanza del bianco e del nero, così i sapori nascono dalla mescolanza del dolce e dell’amaro. Anche nella quantità oltre che nella qualità vi è un’relazione fra colori e sapori: “Aristotele distingue i sapori medi secondo il numero attraverso la somiglianza con i colori. E dice che le specie degli umori, cioè dei sapori, sono quasi uguali nel numero alla specie dei colori [442a19]96” [9]. I sapori, in ordine di elenco, sono otto:

  1. sapore dolce; 2. sapore amaro; 3. sapore grasso; 4. sapore salato; 5. sapore aspro o pizzicante; 6. sapore pungente o acidulo; 7. sapore agro; 8. sapore acido. [10]

La quasi uguaglianza dipende dal fatto che, in un passo successivo, Aristotele accorpa il sapore grasso con quello dolce, mentre mantiene la suddivisione tra amaro e salato. Di qui i sette sapori che si affacciano ad otto colori: “Parimenti anche per quanto riguarda i colori a ragione si dice che il grigio sta al nero come il salato all’amaro,il biondo invece al bianco come il grasso al dolce; in mezzo invece ci saranno questi colori; lo scarlatto, cioè il rosso, e il porporino, cioè il giallo limone, il verde e il turchese, cioè il colore celeste, tuttavia in modo che il verde e il turchese si avvicinano più al nero, mentre lo scarlatto e il giallo limone si avvicinano più al bianco. E vi sono poi moltissime altre specie dei colori e sapori formati dalla mescolanza delle predette specie l’una con l’altra [442a19].” [11]

Impressioni.

…quando abbiamo di una cosa un sensazione continua se mutiamo sensazione, l’antica impressione ci segue, come quando, ad esempio, si passa dal sole al buio: capita allora di non vedere niente, perché il movimento causato negli occhi dalla luce permane ancora. E se siamo stati a guardare molto tempo un colore, o bianco o giallo, lo stesso colore apparirà su qualunque cosa poseremo lo sguardo. [Aristotele, Dei sogni] 459b9-13

E’ il sensus communis che coordina i sensi e fornisce la consapevolezza della percezione visiva e, con l’aiuto dell’immaginazione (phantasia, cioè produzione di immagini), della memoria (conservazione di immagini), dell’esperienza (affastellamento di sensazioni) e della reminiscenza (cercare nel passato di riafferrare un pezzo che è scomparso) distingue, riconosce, giudica, compone le impressioni dei sensi in immagini.

NOTE

[1] Curatori: Masnaghetti A. – Zanichelli M., Dizionario Veronelli dei termini del vino, Veronelli Editore, Bergamo 2001

[2] Byung-Chul Han, La società della trasparenza, nottetempo edizioni, Roma 2014

[3] Caroline Pagani, Le variazioni antropologico-culturali dei significati simbolici dei colori, in http://www.ledonline.it/leitmotiv/Allegati/leitmotiv010114.pdf

[4] Cfr. P. Klee, Teoria della forma e della figurazione, Feltrinelli, Milano 1952, vol. I.

[5]Cfr. M. Pastoreau, Couleurs, Images, Symboles. Etudes d’histoire et d’anthropologie. Le Léopard d’Or, Paris, 1986, p. 22

[6] C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Milano, Cortina 1990, p. 21

[7] Paolo Monelli, O.P. ossia Il vero Bevitore, Longanesi & C., Milano 1963

[8] Aristotele, La melanconia dell’uomo di genio, a cura di C. Angelino e E. Salvaneschi, Il Melangolo, Genova 1981, pp. 11-27

[9] Sentencia De sensu, tr. 1 l. 11 n. 5: «Deinde cum dicit fere enim distinguit sapores medios secundum numerum per similitudinem ad colores. Et dicit quod species humorum, idest saporum, sunt fere aequales numero speciebus colorum[…]».

[10] Cfr. Ilaria Prosperi, Gnoseologia e fisiologia del gusto nella tradizione neoplatonica – agostiniana e in quella aristotelica – tomista. Tesi di dottorato in Storia Medievale Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna

[11] Sentencia De sensu, tr. 1 l. 11 n. 5: «Similiter etiam rationabiliter dicitur ex parte colorum, quod lividum se habet ad nigrum sicut salsum ad amarum; flavum autem ad album, sicut pingue ad dulce. In medio autem erunt hi colores: puniceus, idest rubeus, et alurgon, idest citrinus, et viridis et ciarium, idest color caelestis, ita tamen quod viride et ciarium magis ppropinquant ad nigrum, puniceum autem et citrinum magis appropinquant ad album. Sunt autem aliae species plurimae colorum et saporum, ex commixtione praedictarum specierum adinvicem».

I colori del vino

Vendemmia ai Barbi nel 1904, dobbiamo proprio farla ancora così? Di Stefano Cinelli Colombini

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Vendemmia ai Barbi nel 1904

Vendemmia ai Barbi nel 1904

L’uso della migliore tecnologia enologica nella fase fermentativa è divenuto patrimonio comune di tutti i viticoltori italiani da decenni, vin-naturalisti e incoscienti esclusi. E da qualche tempo lo stesso si può dire del vigneto, enologi e agronomi ormai sono presenti ovunque. Per cui in genere abbiamo uva sana in vigna, uva ben gestita in cantina e vino curato fino all’imbottigliamento. Anche se nessuna cura o buona volontà può evitare l’errore umano o l’ignoranza. Ma questo è sufficiente? Secondo me no, perché praticamente tutti trascurano un momento vitale; la fase che va dalla coglitura all’arrivo in cantina. Quello è il momento in cui l’uva è più vulnerabile, perché finché il grappolo è attaccato alla pianta è parte di un organismo vivente (ed è difeso dal calore e dalla marcescenza) e quando poi sarà nelle vasche di fermentazione sarà “coperto” da CO2, per cui al riparo. Ma chi lo protegge nell’intervallo tra queste due fasi, che può durare anche ore? Se vi diverte fate un esperimento; mettete un grappolo d’uva al sole ed al calore di settembre per un’ora, e poi vedete quello che succede. Se non si tratta di uva “del fruttivendolo”, ovvero trattata pesantemente con antifermentativi e prodotti chimici vari, marcirà. È ovvio, si tratta di un frutto molto acquoso per cui si deteriora rapidamente quando muore, ovvero quando viene colta. Se poi usiamo le classiche, tradizionali e nostalgiche cassette da uva per la raccolta la situazione si complica, perché praticamente nessuno ha il tempo di lavarle. E così a fine giornata sul fondo di quelle plastiche ci sarà inevitabilmente un bel po’ di mosto, che nella notte inizierà a marcire. Dopo due giorni si sarà formato uno strato leggermente maleodorante, ricco di apiculati, precursori dell’aceto e via cantando. Una mistura da streghe, che va a contatto con l’uva e porta ogni genere di porcherie nelle vasche di fermentazione. Come evitare tutto questo? Razionalizzando tutto il processo di coglitura. Prima cosa da fare, occorre ridurre al massimo il tempo che passa tra la coglitura e l’arrivo in cantina. Come? Meccanizzando il processo di raccolta a mano. Le tradizionali cassette da uva possono essere mobilizzate solo dall’uomo, e questo richiede molto tempo e molta costosa manodopera. Vanno abolite, anche perché sono sempre più pesanti di 20 Kg per cui per legge non possono essere alzate a mano. Lo fanno tutti ma è un reato di quelli seri, soprattutto in caso di infortunio. Useremo solo beans di plastica da 1,20 metri per 1,20 alti la metà rispetto alle antiche cassette, per evitare che l’uva sia pigiata. In vigna ci sarà un trattore con attaccato un carrettone con un bean davanti e quattro beans vuoti dietro, che un operaio metterà uno sopra l’altro via via che si riempiono. Quattro operai su un filare e quattro sull’atro coglieranno l’uva, e quando tutti i cinque beans saranno pieni il trattore andrà verso la cantina con il suo carico e sarà sostituito da un altro. In cantina un muletto prenderà ogni singolo bean, e lo rovescerà nella tramoggia della diraspatrice per poi lavarlo velocemente con acqua e metabisolfito. Poi il trattore coi beans lavati tornerà in vigna. Quanto personale occorrono? Ogni squadra sarà composta da otto coglitori, due trattoristi, due operai sul carrettone e uno in cantina; totale, tredici persone. Una squadra così concepita può cogliere da duecento a duecentocinquanta quintali di uva in un giorno, con costi analoghi alla raccolta a macchina. E, in più, un’igiene  totale. Naturalmente si possono usare anche molte squadre, noi ne abbiamo sempre almeno due. L’acidità volatile a fine fermentazione sarà molto bassa, da noi non supera mai i 16-18 mg/lt, e il processo di ossidazione (equivalente all’invecchiamento degli umani) sarà molto meno avanzato rispetto al vecchio sistema con le cassette. Per rendere ancora migliore il processo noi teniamo in ogni rimorchio una scatola di polistirolo piena di ghiaccio secco, da spargere sopra l’uva appena raccolta; in questo modo ne abbassiamo la temperatura, e otteniamo anche una leggera crio-macerazione localizzata. Questo va bene per le uve rosse, ma per quelle bianche (molto delicate) è ancora più vantaggioso.

 

La colmata di monte e i paesaggi agrari nella Toscana dell’Ottocento.

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Con due opzioni teoriche diametralmente opposte, ma che giungono al medesimo risultato in termini tecnici, si scontrano le opinioni di Emilio Sereni e di Eugenio Turri a proposito di una delle più innovative realizzazioni idrauliche avvenuta nell’ambiente agrario toscano: la colmata di monte [1] di Cosimo Ridolfi [2] (il cui merito va attribuito, perlopiù, al suo fattore Testaferrata). Mentre il primo pone l’evidenza della nuova impresa agraria capitalistica, interessata al mero rendimento economico [3], il secondo mette in risalto il lato artistico, gratuito e disinteressato dell’intervento agrario volto a migliorare le condizioni culturali di un paesaggio: «è in un tale contesto che va inserito – ricorda Eugenio Turri – il giudizio di un colto, competente e dinamico imprenditore agrario della Toscana della prima metà del XIX secolo, Cosimo Ridolfi, che era arrivato a scrivere che il ricco borghese toscano era disposto a spendere il suo danaro unicamente mirando a far bello il paesaggio, anche a costo di non ricavarci nulla, ‘dando quindi uno sbocco estetico, teatrale, in definitiva culturale, a tutto il so agire economico’. In effetti, l’impegno artistico del grande e munifico proprietario toscano si misura ora non solo nell’abbellimento della villa e dei suoi onnipresenti resedi (appezzamenti di terreno) di ‘delizia’(giardino e parco), ma anche e soprattutto nella costruzione di elaborate e razionali sistemazioni idraulico-agrarie e nell’erezione o nella ristrutturazione delle splendide ‘case coloniche’ sette-ottocentesche, che rispondono pienamente ai canoni dettati dal raziocinio illuministico della simmetria e della funzionalità abitativa e produttiva insieme…» [4]

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“Sulle colmate di monte” di Cosimo Ridolfi

Quando, ne1 1828, Cosimo Ridolfi redige per il Giornale Agrario Toscano [5] gli articoli sulle colmate di monte, l’agricoltura toscana è in bilico fra una secolare tradizione – per quanto riguarda le tecniche di coltivazione – e l’introduzione di innovazioni tecniche che non toccano solo il settore agronomico ma spaziano dalla meccanica alla chimica per giungere, e nemmeno troppo in fondo, alla botanica: «La Toscana, grazie a scienziati e studiosi di altissimo valore come Cosimo Ridolfi e Raffaello Lambruschini e alla vitale presenza dell’Accademia dei Georgofili, rappresentava l’avanguardia – a livello italiano – dello studio e dell’innovazione in agricoltura soprattutto in uno specifico settore: le sistemazioni idrauliche dei terreni. L’aumento della popolazione, la necessità di estendere le superfici a coltura – dopo aver concluso le grandi opere di bonifica in pianura del settecento – sono alcuni dei fattori che portano ad una intensa attività di coltivazione della collina effettuata con metodi antichi: le lavorazioni e gli impianti venivano predisposti a ritocchino, secondo la linea di massima pendenza. In pochi anni, nelle zone più sensibili all’erosione come le aree con elevata componente argillosa, ‘le ubertose […] colline’ diventarono ‘corrose dal corso sfrenato delle acque piovane, da non serbar più traccia alcuna di floridezza non solo, ma da sgomentar coll’orrido aspetto l’industria più coraggiose’. L’erosione dei suoli declivi non era cosa nuova, soprattutto nell’area della Val d’Elsa e delle colline che circondano San Miniato.

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“Sulle colmate di monte” di Cosimo Ridolfi

Lo sapeva bene Giovan Battisa Landeschi, parroco di sant’Angelo a Montorzo, che nella seconda metà del XVIII secolo aveva proposto, nei suoi Saggi di agricoltura, un metodo che permetteva che il suolo ‘divenga o si conservi pianeggiate, e non sia dall’acque rovinato’, secondo l’assioma infallibile ‘che qualunque fondo o suolo quanto più è pianeggiante, tanto più è disposto ad esser fertile e quanto meno pianeggia, tanto più è disposto ad essere sterile e infruttifero’.

Il sistema di costruzione di terrazze pianeggianti in coltivazione sostenute da ciglioni erbosi – elementi per altro presenti da tempo nell’agricoltura del centro Italia, ma usati in modo discontinuo e isolato – proposto da Landeschi riduce sensibilmente i danni dell’erosione: i campi diventano piani, di dimensioni proporzionalmente più piccole a seconda della maggiore declività del suolo, l’acqua in eccesso viene raccolta in fossette alla base dei ciglioni e trasportata lentamente fuori dai piani coltivati. Secondo Landeschi l’acqua finirà in fosse, borri o piccoli corsi nella migliore delle ipotesi fornite di pescaioli – piccoli sbarramenti di legna, salci e giunchi – al fine di trattenere le particelle di terra trasportate dalle acque. La terra così raccolta poteva essere poi recuperata e distribuita dai contadini sui campi piani ottenuti con il terrazzamento. Un sistema ingegnoso che però difettava – a detta di Ridolfi – proprio nella destinazione finale delle acque in eccesso rendendo necessaria la costruzione di acquidocci e capofossi.

(…) Dovremo però attendere Agostino Testaferrata, fattore di Meleto – teneramente ricordato da Ridolfi per ‘il grandissimo zelo per le cose agrarie e di moltissima perspicacia’ e al quale il Marchese deve ‘l’amore per le cose agrarie succhiato col latte’ ( per arrivare alla realizzazione del metodo delle colmate di monte poi riportato negli articoli sul Giornale Agrario Toscano). La scuola e il metodo di Landeschi, propugnato e diffuso da Chiarenti, viene rielaborato da Testaferrata che acutamente risolve due problemi: la presenza degli acquidocci che diventeranno più corti e con frequenti cambi di direzione e la disomogeneità della superficie collinare ottenuta con i terrazzamenti. Il sistema adottato da Testaferrata era ingegnoso: nei punti più elevati della collina da sistemare venivano realizzate delle cavità (gozi) collegate a dei fossi che seguivano le linee di displuvio della collina stessa. Una volta riempite queste cavità con l’acqua precipitata questa veniva indirizzata sui borri che dovevano essere colmati dove lasciava il proprio deposito di terra. L’acqua a questo punto poteva essere utilizzata per ‘bonificare’ i piani sottostanti ma era la continua ripetizione di queste operazioni che permetteva la creazione dei campi pianeggianti la dove prima vi erano ‘piagge dirupate’. Tuttavia la bonifica collinare era solo il primo passo di un processo che portava alla razionale coltivazione della collina. Accanto alla formazione dei nuovi campi viene realizzato un sistema di emungimento delle acque superficiali tale da assicurare che i piani appena formati non subissero nuovi processi erosivi del suolo, frane o smottamenti. Le acque devono essere governate e il loro scolo deve essere regolato da fosse che permettano di scendere verso la pianura con regolarità e a velocità ridotta. Vengono così realizzate delle fosse rettilinee – con una pendenza minima, sufficiente solo allo scolo delle acque in eccesso – collegate fra un piano e l’altro da brevi acquidocci. E lì la base dell’unita a spina, elemento peculiare del processo di bonifica collinare che sarà oggetto di miglioramenti ed evoluzioni tecniche per tutto il XIX secolo e che, ancora oggi, rappresenta una caratteristica del paesaggio agrario toscano. L’importanza storica delle colmate di monte e del lungo processo di innovazione tecnica avviato dalle esperienze di Giovan Battista Landeschi non può essere limitato solo alle considerazioni esclusivamente agronomiche o di ‘difesa del suolo’, Landeschi, Chiarenti, Testaferrata e Ridolfi, studiarono ed applicarono – tutti in una ristretta area della Valdelsa considerata dal Marchese di Meleto come “una scuola d’Agricoltura, nella quale il sistema di cultura si spiega a tutti i gradi della scala di sua perfettibilità” un nuovo modello di sviluppo delle campagne dove l’ agricoltura si intreccia con il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e con il tema dell’istruzione degli stessi [6]

nuovo dizionario

“Nuovo Dizionario di Agricoltura” di Francesco Gera (1838)

Nella pianura Toscana, sino dagli inizi del Novecento, i coltivatori toscani preferiscono il sistema a ‘porche’, secondo cui la superficie del campo si presenta corrugata, cioè a colmi e depressioni, costituiti da strisce di terreno variamente baulate [7] racchiuse tra due solchi. Questi solchi che separano le ‘porche’ e gli ‘acquaj’ vengono concepiti come punti di prima raccolta destinati a convogliare le acque in un sistema di affossatura permanente, costituite dalle ‘scoline’ di seconda raccolta parallele ai lati più lunghi del campo e dai ‘capifossi’ ricavati lungo i lati più corti che si immettono nel sistema idrico della zona. Sui lati più lunghi del campo (prode) vengono sistemate le colture arboree ed arbustive che lasciano il terreno centrale interamente sgombro: a seconda delle zone, come nel piano del Mugello le colture arboree sono piantate su una sola prode, mentre nell’aretino su entrambi i lati del campo, pur rispettando il sistema a ‘quiconce’, suggerito dal Landeschi ne suoi ‘Saggi di agricoltura’ ristampati nel 1808, dove i pioppi di un filare non si trovino in coppia con i pioppi di un altro campo, ma nel mezzo. «L’alberata della pianura è formata dalle viti ‘che son disposte in linea retta, e che son piantate attorno ai testucchi i quali servono di sostegno’, piantati sempre più vicino a loro e interessati da un numero sempre maggiore di tralci potati ‘lunghi’ che danno luogo alle forme più intense della coltivazione promiscua: ‘nella pianura, ove tutti i campi sono ordinatamente alberati all’intorno, le viti sono piantate appresso agli alberi e condotte a una certa altezza, di dove potate in lunghissimi capi si accoppiano all’albero vicino formando così un’interrotta catena di rispettivi tralci dai quali si vedono pendere abbondantissime uve.’ (L. Matteucci, Notizie statistiche del Principato di Lucca, ASF, Segreteria di Gabinetto, 165, ins. 40) la distanza sempre minore che separa i sostegni vivi, il gran numero di viti ad esse maritate, la potatura ‘lunga’ dei tralci, consentono le celebri sistemazioni della vite ‘a treccia’, ‘a catena’ e ‘ a pergola’, presenti su tutti i terreni di piano della Toscana settentrionale, dal Valdarno inferiore, al Pistoiese, alla Val di Nievole, alla Lucchesia. La sistemazione ‘a treccia’ consiste nel riunire ‘il ramo di un pioppo a quello di un altro, orizzontalmente in modo da formare dei giochi o catene per aria’, ai quali si possono raccomandare più capi della stessa vite. In certi casi si ‘aggiungono due tralci che partendo dalla sommità, vanno a congiungersi, ricadendo tra l’uno e l’altro pioppo verso il campo a guisa di triangolo’, e danno forma a vere e proprie pergole, frequenti, ad esempio nella bassa Val di Serchio ove ‘le viti sono affidate per lo più ad alberi […] e in parte a loppi [8], disposti gli uni e gli altri in doppie file continue alle prode dei campi. Ogni tanto queste file sono interrotte per lasciare un passo che si chiama valico. Le viti sono numerosissime: ogni albero, o loppo ne avrà 8 o 10 in più; e quest’incarico non riesce eccessivo perché appoggiato appena e legato a quei sostegni viventi il tronco della vite, i tralci ne sono staccati; e condotti verso il campo e piegati all’ingiù, son raccomandati a paletti o frasche distanti dalla fila degli alberi 4 o 5 braccia. Si forma così una specie di pergoletta.’ (Lapo De Ricci, Corsa agraria nella Maremma pisana e volterrana in Giornale agrario toscano – 1834) Al di là di queste forme più intense e intrecciate all’alberata, le prode dei campi di piano sono di norma ‘ rivestite di viti disposte in filari per la maggior parte sostenute da pioppi e molte ancora da bronconi e da pali’ [9]

 

NOTE

[1]   Per colmata di Monte riportiamo la definizione data dallo stesso Ridolfi nel suo articolo letto all’Accademia dei Georgofili: «Intendesi , per Colmata di Monte quella che tende a riempire le sinuosità di un ..terreno montuoso colla terra nei punti culminanti, affinché‚ sparite le prominenze, ed i seni, il monte prenda una regolare inclinazione, la quale si presta poi alla buona cultura.»

[2]    Cosimo Ridolfi, Delle colmate di monte. Articoli dal giornale Agrario Toscano, 1828-1830, Associazione Giovan Battista Landeschi, a cura di Daniele Vergari, Pisa 2006.

[3]   «Far di queste montagne e valloni – scriveva invece il Ridolfi, enunciando il programma di sistemazioni collinari adeguate al nuovo spirito ed alle nuove possibilità economiche e tecniche dell’azienda signorile capitalistica – ciò che un uomo industrioso fa di una massa di mota. Egli ne cava fuori un vaso, una testa, un leone, ed ora toglie, ora aggiunge, ora cancella, ora crea secondo gli detta il suo genio.» in Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario, cit. pp. 348,349

[4]   Leonardo Rombai, La modernizzazione difficile, in Storia dell’agricoltura italiana, cit., pag. 405

[5]   La rivista fondata nel 1827 dai Georgofili Cosimo Ridolfi, Raffaello Lambruschini, Lapo de’ Ricci e Giovan Pietro Vieusseux che ne fu anche editore, ebbe vita per circa un quarantennio (la sua ultima annata fu infatti il 1865) e fu tribuna autorevole indirizzata ad un largo pubblico, tesa alla divulgazione delle innovazioni, riflessioni e studi in campo agricolo, tecnico e scientifico. ‘Fedeltà ai fatti’ e ‘linguaggio semplice’ furono le caratteristiche peculiari del periodico fiorentino che volle in tal modo favorire il dibattito e sollecitare attenzione attorno ai temi più importanti nella vita economica e sociale del Granducato e dell’intera Penisola. Dagli attrezzi, strumenti e macchine agricole, all’istruzione, alle coltivazioni (vite, olivo, grano in testa alla lista), all’allevamento, alla cura dei boschi, all’assetto e sistemazione del territorio, alla economia domestica: questi e molti altri gli argomenti trattati. Il periodico inaugurò anche alcune rubriche; da segnalare le ‘Gite Agrarie’ (osservazione, deduzione e ‘ammaestramenti’ scaturiti lungo percorsi intrapresi da Georgofili curiosi indagatori della loro terra) e le ‘Notizie agrarie’ (corrispondenza giunta da ogni parte della Penisola sui più svariati argomenti). Nel sito dell’Accademia dei Georgofili, http://www.georgofili.com

[6]   Dai ciglioni di Giovan Battista Landeschi alle colmate di monte di Cosimo Ridolfi: un breve profilo. in http://www.biofuturo.net, progetto BioFuturo Il Centro di Studio per l’Applicazione dell’Informatica in Agricoltura, dell’Accademia dei Georgofili, in collaborazione con l’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

[7]   Con il termine ‘baulatura’ si indica il modellamento della superficie di un campo coltivato, determinata dall’uso di ammassare verso il centro del campo le zolle rimosse dall’aratro, cosicché essa assuma un profilo convesso, favorevole allo scorrimento superficiale dell’acqua in eccesso. Tale pratica era infatti in uso in zone i cui terreni presentano problemi di drenaggio lento e/o ristagno d’acqua a causa della loro granulometria fine (solitamente limi argillosi ed argille limose).

[8]   Aceri campestri

[9]   Carlo Pazzagli, Il paesaggio degli alberi, in Storia dell’agricoltura italiana, I., cit. pp. 572, 573

http://www.seminarioveronelli.com/la-colmata-di-monte-e-i-paesaggi-agrari-nella-toscana-dellottocento/

Il Friuli viticolo nel 1700.

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Friuli 1662

 

 

 

 

 

 

«L’accrescimento delle produzioni e della rendita fu perseguita, a partire dal XVI secolo, non attraverso il mutamento dei sistemi colturali e delle tecniche agronomiche, ma con l’ampliamento dell’arativo, realizzato con l’intensificazione delle prestazioni di lavoro richieste alle famiglie coloniche. Vaste aree furono così strappate al pascolo e trasformate in aratori piantati e videgati.

Il vino locale alimentava tre distinti mercati, ciascuno dei quali condizionava, con le particolarità della propria richiesta, la tipologia produttiva. Il primo – quantitativamente più importante – era rappresentato dal mercato popolare locale, che manifestava una decisa preferenza per vini ‘negri’: la coloritura molto intensa costituiva, infatti, indice di valore energetico elevato. Per questo la macerazione delle vinacce nel mosto si protraeva a lungo; allo stesso modo si riteneva che il vino acquistasse meriti dal prolungato contatto con le fecce, la cui separazione avveniva comunemente ‘verso gli ultimi della luna di febbraio’. Tutto ciò – assieme all’abitudine invalsa di mantenere scoperti i vasi e alla vendemmia generalmente affrettata, per prevenire i furti campestri – conferiva a questi vini una forte acidità. La loro produzione era diffusa in tutta la regione, e derivava da una mescolanza di uve, senza distinzione di colore e tantomeno di varietà; essa puntava alla quantità e non alla qualità.

Il secondo mercato alimentava una attiva corrente di esportazione verso i paesi di lingua tedesca. Le preferenze erano rivolte al vino bianco dolce, prodotto nelle zone collinari orientali. Nel 1588 è il Rettore di Cividale, Vincenzo Bollani, a riferire che per la città la maggior entrata consisteva nei vini, perché ‘stanno sempre in pretio alto rispetto alli tedeschi, che ne sogliono portar via grandissime quantità et pagarlo bene’. In collina, il sistema di coltivazione più diffuso era rappresentato dal ronco vitato, sistemato ‘a guisa di scaglioni, sulli quali alzandosi ordinatamente la vite, presenta una grata prospettiva di festoni pieni di grappoli, risplendenti di un aurato colore’. Siamo in presenza di una agricoltura specializzata, tanto che, sempre nelle parole di Francesco Rota, il padrone ‘deve mantenere il colono del necessario sorgoturco quasi tutto l’anno’ e redditizia: ‘il governo delle viti richiedendo un lungo travaglio, non permette l’emigrazione agli abitanti del Coglio’ [1].» La Ribola è la varietà più diffusa, tanto che diviene sinonimo di vino bianco. Il maggior valore del vino di collina trova puntuale riflesso nei contratti agrari: negli affitti misti dei terreni vitati sui colli era frequente la divisione del vino a due terzi per il proprietario e un terzo per il colono. Il terzo mercato, quello della nobiltà, si differenzia per la diversità dei prodotti richiesti e soprattutto per la loro qualità. Alcuni viticoltori rimettono così in discussione tutta una serie di pratiche consolidate, a partire dalle forme di allevamento (la piantata), che vengono poco alla volta sostituite da impianti specializzati. «Antesignano di questo movimento fu il conte Ludovico Bertoli [2], il primo a compiere – nella tenuta avita di Biauzzo, sulla riva sinistra del Tagliamento – una lunga serie di prove e di sperimentazioni, che egli compendiò nell’opera Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, data alle stampe nel 1747 a Venezia. La sua vigna era costituita da filari orientati nord – sud, distanti tra loro poco meno di un metro e mezzo, sostenuti da canne oblique e contrapposte; le viti erano poste a intervalli di circa 70 centimetri; i capi erano due: in basso lo sperone a due gemme, in alto il capo maestro, potato a quattro occhi nelle piante più vigorose e proporzionalmente ridotto in quelle più deboli. Col Refosco coltivato in questo sistema Bertoli riusciva a produrre un vino che poteva stare alla pari col Borgogna francese – oggetto di un vero fanatismo, a detta di Antonio Zanon, agente commerciale in Venezia [3]: ‘questo signore (Bertoli), dopo lunghi studi e larghi dispendi, per eccitare anco gli altri a secondare le sue idee, pubblicò, a comune istruzione ed utilità, il frutto delle sue costose esperienze ( in un libretto intitolato Le Vigne ed il Vino di Borgogna in Friuli, stampato in Venezia nel 1747). Ma un difetto nazionale, ed il soverchio impegno che regna in favore dei vini di Francia, suscitò bentosto contro di lui mille censure; il che è avvenuto, non già perché il suo vino dal colore, dal sapore, dall’odore o dagli effetti men salubri si facesse manifestamente conoscere di una specie affatto diversa da quello di Borgogna, ma piuttosto per esser fatto nel Friuli; quasi come se cotesta provincia, per le sue acque, per le sue terre e pel suo clima, fosse tanto diversa dalla Borgogna, che per quante diligenze usassero i friulani nella scelta delle viti, nella piantagione e nella coltura delle vigne e nella maniera di fare il vino ad imitazione di que’ di Borgogna, non potessero giungere in verun modo a formare un liquore simile a quello [4]’.»

Nella seconda metà del secolo il dibattito coinvolge altri accademici come «Giovanni Bottari, giunto alla fine degli anni ’80 a Latisana come agente, poi affittuario ed infine proprietario di una piccola azienda a San Michele al Tagliamento, che, per le innovazioni colturali e produttive ivi apportate, gli valse la stima degli scrittori di agraria del tempo, da Vincenzo Dandolo a Filippo Re. Bottari si rese conto che la coltura promiscua non poteva venir abbandonata ma che, semmai, andava migliorata la convivenza tra il gelso e la vite. Egli propose di sfoltire il numero di viti per tutore, di ridurne e controllare il vigore vegetativo, evitando che i tralci si attorcigliassero sui gelsi, migliorando nel contempo anche la produzione della foglia di questi ultimi. Particolare rilievo assunse – nell’ambiente illuministico friulano del Settecento – la figura del conte Fabio Asquini, fondatore con Antonio Zanon della Società di agricoltura pratica di Udine e suo segretario. Egli cercò di realizzare nella propria tenuta di Fagagna – situata nella cerchia delle colline moreniche a nord del capoluogo friulano – un programma di trasformazione e di valorizzazione dell’azienda, incentrato sulla coltivazione di vitigni pregiati (Candia, Fagagni, Frontignon, Marzemino, Refosco, Scans, Tokai) (Morassi, op. cit.). Ma la fama di Asquini è legata soprattutto al ‘Picolìt’, con cui egli riuscì ad inserirsi nel circuito internazionale dei vini passiti, dolci e liquorosi, riservati ad una clientela benestante. Ad Asquini va quindi il merito di aver avviato la commercializzazione del Picolit diffusamente già nel 1762, con 264 bottiglie vendute (a 4 lire venete cadauna) per giungere alle 4,757 del 1785. E ancora sua è l’intuizione di introdursi nel mercato dei vini, allora dominato dai francesi, con un prodotto ‘diverso’ perché dolce ma che, per la sua raffinatezza, faceva concorrenza al già famosissimo ‘Tokaj’ ungherese, considerato eccellente vino da meditazione [5]

Asquini opta, al fine di soddisfare le diverse richieste del mercato, per realizzare due Picolit, di cui uno ‘più dolce’ per il mercato tedesco ed uno per la Francia e l’Inghilterra che preferivano vini più secchi. Il Picolit di Asquini viene prodotto a Fagagna e offre, oltre ad un’indubbia qualità, anche una raffinata estetica: le bottiglie sono fatte di vetro soffiato a Murano ed esibiscono l’etichetta con la dicitura ‘Picolit di Fagagna’ e ‘Picolit del Friuli’, mentre il tappo che veniva acquistato nientemeno che a Londra. [6]

Egli abbandona poi la consuetudine dei filari ad albero vivo e adotta un sistema a pergola bassa – dell’altezza inferiore a quattro piedi (m. 1,39), sostenuta da una griglia di pali secchi – che al settimo anno diventa doppia: «Il nobile vinificava anche uve acquistate da diversi coltivatori di Fagagna; egli comperava inoltre ‘Picolìt’ per rivenderlo e curava l’imbottigliamento e lo smercio di quello prodotto da altri. Sodale di Asquini e suo agente a Venezia assieme al figlio Tommaso, Antonio Zanon divenne il promotore di una vasta campagna a favore della produzione vinicola e sericola. Anch’egli, condividendo le idee del Bertoli, sosteneva che ‘il Friuli per ragioni fisiche è atto a produrre del vino poco o molto diverso da quel di Borgogna’. Sostanzialmente d’accordo Gottardo Canciani (1773), il quale riteneva che per fare ‘vini – liquori’, ossia di pregio, tra tutti i vitigni coltivati in Friuli, solo Picolìt, Refosco, Candia, Cividino, Pignolo offrissero le prerogative necessarie. Per queste varietà raccomandava l’appassimento delle uve, la loro diraspatura e poi la spremitura con il torchio, ossia una vinificazione in bianco: per ottenere mosti più ricchi in zucchero e quindi vini dolci, come i mercati tedeschi volevano. Le opere di questi illuminati non sopravvissero ai loro ideatori: la gestione delle tenute fu ben presto ricomposta all’interno dei vecchi modelli, legati alle antiche consuetudini ed ai tradizionali sistemi produttivi [7]

 

NOTE

[1]     Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati : lettere di Antonio Zanon dedicate al serenissimo Alvise Mocenigo doge di Venezia. 7 volumi. Venezia 1763 citato in Giuseppe Mario Antonio Baretti, La frusta letteraria di Aistarco Scannube, Volume terzo, Tipografia Governativa, Bologna 1830, pag. 24

[2]     Ludovico Bertoli, Le vigne ed il vino di Borgogna in Friuli, Arnaldo Forni Editore. Bologna 1978. Ristampa anastatica dell’edizione di Venezia 1747, pag. 87

[3]     Francesco Del Zan e altri autori, La vite e l’uomo dal rompicapo delle origini al salvataggio delle reliquie, Edizioni Ersa, Friuli Venezia Giulia 2004 in http://www.ducatovinifriulani.it/news/notizia_vino_cibo_cultura.asp?ID=162

[4]     Antonio Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite contribuiscono alla felicità degli Stati, cit.

[5]     Francesco Del Zan, cit.

[6]     Cfr. Il Fogolâr Furlan dal Tessin 1973, in http://www.fogolarfurlandaltessin.ch

[7]     Ibidem

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta qui: http://www.seminarioveronelli.com/il-friuli-viticolo-nel-1700/

Mio nonno, il dolcetto, la Merica

Immagine tratte dall'archivio storico-fotografico del Museo Regionale dell'Emigrazione - Piemontesi nel Mondo

Immagine tratta dall’archivio storico-fotografico del Museo Regionale dell’Emigrazione – Piemontesi nel Mondo

Agli inizi del Novecento l’intera famiglia fariglianese di mio nonno emigrò negli Stati Uniti, ad Oakland, in California, per tentare un’esistenza migliore. Il padre lasciò mio nonno infante (3 anni – nel 1905) alla sorella, la zia Teresa, “maestra Ginota” per i paesani, con la promessa che, una volta sistemati, sarebbero tornati a prenderlo. Portarono con loro la sorellina più piccola ancora allattata al seno.

Tanti, in tutt’Italia, lo facevano, perché la vita era davvero grama e in Piemonte non meno che da altre parti: «Mia madre da bambina andava a servire in campagna da vachera, dalle parti di San Magno, presso gente che se la faceva bene. Un mattino, mentre andava al pascolo, e intanto mangiava un pezzo di pane duro, incontra un uomo che le dice: “Cul pan lì ai tu fa grignà a mangialu e ai tu fa piurà a cagalu. Dailu a la vaca, mi ’t ne dugn ’n toc del mé [Quel pane lì ti fa male a mangiarlo e ti fa piangere a cacarlo. Daglielo alla vacca, io te ne do un pezzo del mio]”. Mia madre ogni sera doveva scegliere se lavorare ancora o saltare la cena, la padrona le diceva: “L’has pì car ’ndà a cugiate o desnò mangié sina e filé ’n füs? [Preferisci andare a coricarti, o altrimenti mangiare cena e filare un fuso?]”. Se lavorava fino alla mezzanotte a filare la canapa le spettava ’n tüpinet di minestra, altrimenti niente» [1].

Tra il 1900 e il 1914. In quegli anni giunsero negli Stati Uniti ben 3.035.308 italiani, il che significa più di 200.000 espatri dall’Italia, in media, ogni anno. Un gran numero del Piemonte contadino ed operaio emigrò in California per ragioni diverse e non sempre collimanti: una quota degli emigranti era stata richiamata come manodopera agricola qualificata a seguito dei primi insediamenti viticoli (1881 anno della fondazione dell’Italian Swiss Colony) nella valle del Russian River a nord di San Francisco, così come venne attirata a Guasti, nella parte interna del territorio di Los Angeles, dall’Italian Vineyard Company. Una seconda parte, dopo aver raggiunto altri Stati del Nord America, si rivolse al territorio californiano con il mito del West e della ricerca dell’oro. Fu il caso, ad esempio, di altri viticoltori, oramai ora di fama mondiale, come i Gallo. Storie di emigrazione e di imprenditorialità che si costruirono sia attraverso la riproposizione di alcuni miti fondativi (nazionalismo, conquista di nuove frontiere…), sia a partire da forti legami etnici, secondo cliché razziali assai vivi nel territorio americano. La comune provenienza d’origine divenne un fattore fondamentale nel garantire l’afflusso di capitali, da parte di istituti bancari e soggetti privati, necessario allo sviluppo dell’imprenditoria vitivinicola piemontese in California. Gran parte della storiografia sorregge l’impianto dell’emigrazione di successo dei viticoltori piemontesi in California e ha come caposaldo il mito pavesiano del “sono a casa!”, sospirato dal protagonista de “La luna e i falò”, a proposito della somiglianza paesaggistica tra le colline Californiane e la Langa piemontese. Secondariamente, gran parte della letteratura ha considerato come dato naturale il trasferimento di competenze agricole e viticole, in particolare dal vecchio continente al nuovo, come viatico di un sicuro successo imprenditoriale. Indagini storiche più profonde fanno emergere, al contrario, quanto e come l’intervento umano, a costo di fatiche inimmaginabili e di sfruttamento, volontà di ferro e le appena accennate economie di comunità siano state il presupposto necessario per le trasformazioni colturali e paesaggistiche che ci portano, lentamente, ai luoghi del vino del presente californiano [2].

I genitori di mio nonno Gianni non tornarono mai a prenderlo: il padre scrisse diverse lettere alla sorella Teresa perché lo facesse imbarcare per la “Merica”. Ma lui niente: stava bene lì, a Farigliano, con sua zia.

gillardi

Giovanni Battista Gillardi, il mezzadro di maestra Ginota

Avevano anche un po’ di terra su, in frazione Cornole, “una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo [3]”, a dolcetto. Maestra Teresa vendette la vigna, nei primi anni Settanta, al suo mezzadro Giacomo Gillardi, così che potesse continuare, in altre mani, la storia della vigna e della famiglia. Da allora il vigneto si chiama “vigneto Maestra” e il vino Dolcetto, vinificato in proprio a partire dal 1982 grazie al nuovo enologo di famiglia Giacolino Gillardi, “Maestra”, e ora Dogliani “Maestra”.

Perché la maestra “Ginota” sapeva bene che le virtù del dolcetto, se conosciute dall’inesperta gioventù, sarebbero state preferite, e di molto, alle acque gazzose di gran moda a quei tempi:

dolcetto

 

[1] Il più povero di Peveragno è più ricco del ricco di allora – Caterina Toselli, vedova Tassone, detta Nuia, nata a Peveragno, classe 1890 – Da Il mondo dei vinti, Einaudi, ed. 1977, 1997, p. 32 in http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/percorsi/percorsi_50.html

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera. Vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il Proibizionismo, Otto, Torino 2008

[3] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1946

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta qui: http://www.seminarioveronelli.com/mio-nonno-il-dolcetto-la-merica/

“Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali.” Gli anarchici a Monfalcone e il vino. Di Luca Meneghesso

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anarchici molfanconesi e triestini

Anni ’70:  anarchici monfalconesi e triestini. Da sinistra a destra: Umberto Tommasini (il noto anarchico friul-triestino), Mario Pacor (anarchico di Monfalcone – del rione Romana – già combattente in Spagna e attivo nelle contese anticlericali in cantiere nel secondo dopoguerra), Manuela Malaroda (figlia dell’anarchico esperantista monfalconese Vittorio), Giuseppe Usmiani (anarchico nativo di Pola, già protagonista nelle rivolte pro-Ferrer a Trieste nel 1909), Primo Vigna, fratello di Libero. — a Monfalcone.

Il vino è da sempre presente nella poetica rivoluzionaria. Con le botti (barrique) si costruivano le barricate perlomeno fino dalla Comune di Parigi nel 1872, le osterie sono sempre state luogo di incontro proletario, diffusione di idee sovversive e luogo di copertura soprattutto durante il fascismo. Lo stesso Bakunin, a quanto testimoniava Luigi Veronelli, beveva due fiaschi di vino al giorno. Non si discostano da questa tradizione gli anarchici di Monfalcone, la cui presenza si nota a partire dalla nascita del Cantiere Navale Triestino nel 1908. Sull’importanza della presenza libertaria nella cittadina isontina è significativo notare come il primo sciopero politico del cantiere si sia svolto il 15 ottobre del 1909 per protestare contro l’esecuzione in Spagna del pedagogista libertario Francisco Ferrer. La manifestazione che ne scaturisce non deve essere stata molto pacifica visto che quasi tutto il gruppo dirigente socialista viene incarcerato e 13 operai vengono in seguito rinviati a giudizio. Nel primo anniversario della morte di Ferrer i socialisti optano per una commemorazione pacata, una riunione serale dopo il lavoro. I libertari, che il socialista Luigi Tonet definisce «un gruppo di sconsiderati», incitano però gli operai a lasciare il posto di lavoro: dopo un po’ di dibattito il cantiere si svuota. In seguito i socialisti accusano gli anarchici di aver usato il nome di Tonet per convincere gli indecisi (è facile immaginarli: «gà dito Tonet de scioperar!»). Domenica sera 16 ottobre 1910, pochi giorni dopo e in un momento in cui ci sono duri scioperi in Cantiere con socialisti e libertari che portano avanti linee non sempre concordanti, un gruppo di anarchici (quattro o cinque) prende posto ad un tavolo del Caffè Progresso (locale gestito dai socialisti) cominciando a cantare inni sovversivi. Quando l’ora si fa tarda gli anarchici, allegri e provocatori, continuando a far baldoria vengono invitati al silenzio. A questo invito i libertari rispondono provocando ulteriormente i socialisti che quindi li allontanano «a pugni e scapelotti». Nell’occasione del secondo anniversario della morte di Ferrer, il 13 ottobre 1911, dopo la manifestazione di commemorazione organizzata a mezzogiorno dai socialisti, di nuovo gli anarchici incitano gli operai a non rientrare in Cantiere cosa che viene fatta in massa. La cosa causa il sommo disappunto dei socialisti che li accusano con frasi forti di essere fannulloni che colgono qualsiasi occasione per fare festa e andare a bere il vino nuovo. È quindi la capacità di mobilitazione e di pressione degli anarchici, nonostante il Partito Socialista si impegni per impedire che gli operai scendano in sciopero, a fare della giornata del 13 ottobre una scadenza operaia da usare per far sentire ai “borghesi” tutta la carica antagonista che si sviluppa nel sempre più numeroso proletariato monfalconese. Gli operai anarchici ricompongono lo spontaneismo dei lavoratori meno qualificati entrando spesso in contrasto con il gruppo socialista che caldeggia l’organizzazione e l’accentramento delle lotte. A fine giugno 1912 nel corso di un comizio tenuto a Monfalcone dal dirigente socialista Chiussi gli anarchici, tramite Vittorio Puffich che fa loro da portavoce, lanciano diverse accuse contro i capisquadra e contro i lavoratori inglesi, rimasti con funzioni di capi all’interno del Cantiere, chiedendone l’espulsione. Il gruppo metallurgico si oppone dicendo che l’espulsione può essere chiesta solo per gli operai comuni e non per gli operai qualificati  insultando poi «i libertari con alla testa il pazzoide Puffich, il bellimbusto Smardocheo, il semialcolizzato Revelant, il vanitoso Radig» tacciati di essere inconcludenti e al servizio della Direzione del Cantiere nella loro pervicace opposizione all’organizzazione. La polemica del resto era dovuta anche al fatto che numerosi capisquadra – i mistri – costituiscono l’ossatura del sindacato socialista. L’accusa a uno degli anarchici più rappresentativi di essere “semialcolizzato” intende essere ulteriormente offensiva dato l’impegno dei socialisti nel condurre la battaglia contro l’alcolismo. L’osteria, anche per gli anarchici monfalconesi, soprattutto durante gli anni del Regime fascista, diventa luogo in cui con la circospezione necessaria ci si può confrontare sulle vicende politiche e organizzare quando la piazza e talvolta anche le case private non hanno sufficiente sicurezza. Finché si può l’osteria è anche luogo di resistenza antifascista. A Trieste il 4 novembre 1921 in un’osteria un gruppo di operai si intrattiene cantando canzoni politiche. Una squadra di fascisti non tollera la manifestazione ideologica e minaccia, pistole alla mano, i cantanti i quali però prontamente reagiscono sparando contro i fascisti che fuggono. Anche a Monfalcone c’è chi dall’osteria urla il suo ribelle spirito antifascista contro le forze dell’ordine: Cesare Novachig. Cesare Novachig assieme a tale Giuseppe Magrin, per fuggire alla repressione fascista tenta la via del fuoriuscitismo raggiungendo la Francia dove viene bloccato dai gendarmi transalpini. Gli viene concessa la scelta tra l’arruolamento coatto nella Legione straniera o il rimpatrio. Novachig opta per la seconda venendo quindi trasferito a Monfalcone dove viene processato e sconta 6 mesi per il tentativo di espatrio clandestino. Uscito di galera ritorna alla sua solita vita. Ancora celibe frequenta i pochi anarchici restati a Monfalcone alcuni dei quali suoi parenti (ad esempio Ermenegildo e Umberto Gon). La brace arde sotto la cenere ma la repressione è schiacciante per cui gli anarchici non si espongono inutilmente. Accade però che una sera – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – Cesare Novachig si trova in un’osteria che all’epoca si trovava in via Duca d’Aosta vicino alla scuola elementare. I bicchieri si sommano ai bicchieri e la lucidità e la circospezione iniziano a vacillare. Entrano un paio di carabinieri. Forse semplicemente danno un’occhiata indagatrice, forse si rivolgono al noto Novachig… non lo sappiamo. Cesare sbotta e inveisce contro i birri fascisti e il Regime, forse solo per allusioni. Per lui la condanna si limita solo a pochi altri mesi al fresco. L’accesso viene attribuito all’eccesso alcolico anziché a quello politico. Il personaggio che però è più rappresentativo di questa liaison tra vino e anarchici monfalconesi è Serafino Frausin. Originario di Muggia come tanti altri operai, attivisti anarchici e socialisti impiegati nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone. Schedato anarchico già diciassettenne a Muggia, si trasferisce a Monfalcone poco dopo la fondazione del C.N.T.. A Monfalcone Serafino alloggia all’osteria “Al popolo” (che si trovava sulla salita che conduce alla Rocca poco prima del sottopassaggio). Lì conosce Clara Saranz, una delle figlie del proprietario con cui in seguito si sposerà ed avrà una figlia. Durante la prima guerra mondiale, in concordanza con le proprie opinioni antimilitariste, diserta l’esercito austroungarico e ripara in Italia. Qui però al posto dell’accoglienza lo attende l’internamento in località impervie della Calabria e della Sardegna in quanto soggetto reputato politicamente inaffidabile. La conclusione del suo periodo di internamento avviene, a guerra finita da un pezzo: siamo quasi nel 1920, a Lucca. In questo periodo per mantenersi aggiusta orologi e fa conoscenza di un prete internato con il quale gioca a carte e beve talvolta qualche bicchiere di vino. Tornato a Monfalcone Frausin prosegue nella sua militanza politica e sindacale. Nonostante sia un operaio ‘cantierino’ si impegna anche direttamente nelle lotte agrarie che scoppiano nel vicino Friuli ex-austriaco. Dopo la guerra il settore dell’agricoltura della zona si trova in ginocchio, visto che i principali prodotti agricoli del goriziano – quali vino, frutta e ortaggi – che nell’Impero austroungarico non avevano avuto concorrenti, in Italia devono competere fin da subito con una produzione molto più abbondante ed economica e contemporaneamente la produzione rurale si trova davanti ad una chiusura dei mercati del Centro e Nord Europa. Nascono quindi violente lotte tra coloni e proprietari terrieri. Ad animarle il socialista (in seguito comunista) Giovanni Minut affiancato dall’anarchico Ernesto Radich segretario della Camera del lavoro di Monfalcone. In queste lotte una prima vittoria porta la convenzione per la divisione del vino tra proprietario e colono dall’80-20% al 60-40%. Poi però le trattative si fermano per concludersi appena nel giugno 1921. Il montante fascismo manda queste rivendicazioni gambe all’aria a forza di violenze e attentati. Lo stesso Frausin è vittima di un’aggressione squadrista da cui si salva fortuitamente perché i fascisti  che lo hanno attaccato lo credono morto. In seguito Frausin, tra mille avventure, giunge in Sud-America. Nelle sue peripezie prima di raggiungere il continente Latinoamericano spicca una in cui, in seguito ad una sbronza (che è facile immaginare come colossale) presa in un porto del mare del Nord in cui sbarca dal cargo in cui è imbarcato nell’equipaggio, viene arrestato con tutta la ciurma perché nessuno è in grado di pagare quanto consumato per il cambio di valuta dopo la svalutazione seguita alla crisi economica del 1929. Nel continente Sudamericano va in Venezuela. Qui, grazie ad un capitale accumulato con il suo lavoro di metallurgico specializzato e agli aiuti spediti dai suoi compagni di Trieste, apre un piccolo locale. Frausin però è un tipo altezzoso e austero e gli affari non vanno come vorrebbe. Decide allora di chiudersi con i pochi ma fidati amici nel locale finché non finisce tutto quanto c’è da bere. Poi espatria verso la Colombia dove inizia un’altra vita. Per un periodo si mantiene facendo il cercatore di platino nella foresta al confine con Panamà. Ammalatosi di una malattia tropicale ritorna alla capitale. Con la sua professionalità, maturata nei cantieri navali altamente specializzati di Muggia, Trieste e Monfalcone, comincia a progettare e costruire ponti. Si costruisce anche un’altra famiglia ma preferisce continuare a vivere da solo in albergo e mantenere la sua autonomia e libertà anche di giocare a carte e bere ogni tanto un bicchiere con gli amici della comunità italiana di Ibaguè, dove si è trasferito, costituita in buona parte da musicisti del locale conservatorio (il secondo più importante della Colombia). L’11 gennaio 1944 nasce il primogenito colombiano Vinicio, il cui nome completo è Serafin Vinicio. Il nome Vinicio (che Frausin dà sia alla figlia italiana avuta in precedenza che al primogenito colombiano) potrebbe essere ripreso dal tardo nome latino Vinicius, forse derivato da vinum, “vino”, col possibile significato di “amico del vino” o “del vino” (anche il secondogenito di Ermenegildo Gon si chiamava Vinicio e il primogenito dell’importante anarchico monfalconese – in seguito comunista e noto organizzatore sindacale – Ernesto Radich, Vinio). Concludo citando un telegramma spedito da Serafino Frausin letto pubblicamente ed apprezzato all’associazione antifascista Sociedad Mazzini de Colombia di Bogotà in cui celebrava la caduta del fascismo. Egli sintetizza bene l’approccio politico-esistenziale degli anarchici di Monfalcone: l’antiautoritarismo e l’azione diretta, la gioia indisciplinata di vivere, le idee e l’amore “esagerati” per la libertà. Il 10 agosto 1943 – pochi giorni dopo la destituzione del “Duce” ad opera del Gran Consiglio del fascismo – scrive Serafino Frausin esaltando i due strumenti di lotta e di vita: «Sono con voi in questi difficili momenti di lotta contro ogni forma di tirannia. Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali. Abbasso il fascismo, viva l’Italia libera. Frausin».

corteo primo maggio1902 a Trieste

Trieste: corteo del primo maggio 1902, successivo al cruento sciopero generale del febbraio.

 

 

 

 

 

Biondi Santi. Situazioni di fine gioco. Di Emanuele Giannone.

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Brunello Biondi Santi 1888. Da Brunello.tv

Brunello Biondi Santi 1888.

Le famiglie del vino non sono semplicemente un’astrazione buona per i lanci promozionali. Il nostro paese può decantare a ragione le virtù e il ruolo di centinaia di piccoli e grandi Biondi Santi: custodia di cultura – le zone nobili dell’Italia vitivinicola sono tipicamente luoghi di grande storia, nei quali il vino figura da compartecipe in grandi eventi – nuova e antica imprenditoria, ricerca applicata, lustro della nazione.
La scelta del nome non è caduta a caso: Biondi Santi è l’epitome di un viaggio plurisecolare in una zona nobile e di grande storia; è una sorta di figura retorica, parte che con maggior titolo di altri – titolo tramandato attraverso i Tancredi, Ferruccio, Franco, Jacopo di famiglia – rivendica il senso del tutto.
Il Sole 24 Ore pubblica la notizia, rilanciata da Montalcinonews, di pignoramenti, mandati per la vendita, manifestazioni di interesse e potenziali acquirenti. Il lemma LUSSO ricorre varie volte nell’articolo e supera il numero di riferimenti alla storia legata a quel cognome. È soprattutto questo a causare il mio dispiacere. L’altro sentimento notevole è la nostalgia dei tempi di scoperta, nei quali leggevo quel cognome pensandolo perpetuo e adorandolo tra le prime, giovanili deità del vino. Se ora, come pare, gli dei se ne vanno, portano via con sé un patrimonio che include un poco del miglior tempo. Quello del mio e di tanti altri enoromanzi.

Est Est Est di Montefiascone. Tra storia e leggenda. Tra elogi e stroncature.

estestest2La letteratura di cui siamo in possesso non è mai stata unanime sui vini di Montefiascone: così come giungono encomi e lodi da un passato alquanto lontano, vi sono numerosi rimandi di minor stima, se non di vera e propria stroncatura.

Si parla, nelle raccolte statutarie del 1471, principalmente di due vitigni che rimandano a due vini, in un epoca in cui le classificazioni e i richiami sono alquanto generici: il moscatello ed il guarnaccino («pro genere vitaminum Muscatelli, guarnaccini, et alicuius alterius generis). E ancora, verso la fine del Cinquecento, in un rimedio montefiasconese per avere figli compare, tra gli ingredienti necessari, un fiasco de malvascia overo guarnaccia.» [1] I vini, in tutte le testimonianze scritte, sono dolci: «Nel 1506, a papa Giulio II che transitava per Montefiascone, erano stati offerti, ad esempio, vini locali, praebuit huic celeber mons dulcia vina Faliscus.» [2] Così come Leandro Alberti, qualche anno dopo, a conferma della rinomanza del vino moscatello, scrive che «Oltre alla detta selva scorgesi sopra l’alto colle Monte [70v] Fiascone, tante altre volte da i Tedeschi nominato, et desiderato per li soavi, et dolci vini moscateli bianchi, et vermigli. (…) Ha Monte Fiascone molto ameno, et bello territorio, ch’è di fruttiferi colli ornato. Da i quali traggono buoni, et soavi vini moscatelli (come è detto) con fichi, pomi, et altri simili frutti.» [3]

Alcuni elogi misurati provengono da visitatori stranieri di rango, perlopiù originari della terre germaniche, come quelli del diarista del duca di Württemberg (1599) il cui racconto narra dell’ubriacatura della comitiva con «il più gradevole vino moscatello trovato durante tutto il viaggio.» Il diarista del Langravio d’Assia riferisce la storia altrettanto dettagliatamente, ma avverte alla fine che “questo vino per la sua dolcezza gonfia il corpo per cui non se ne può bere molto”.» [4]

Si passa poi alle vere e proprie stroncature: «Di poi a Montefiascone, dove non è buon vino, anco che habbi il nome, ma si fornisce da quei luoghi circonvicini, cioè da Bolsena, Marta et Bagnorea. (…) Il vino moscatello viene all’alma Roma da più province, e per mare e per terra, ma il meglio è quello che viene dalla Riviera di Genova da una villa nomata Taglia, e quelli non hanno el cotto, come quelli di Sicilia e Montefiascone. A voler conoscere la loro perfetta bontà, bisogna non sia di colore acceso, ma di colore dorato, non fumoso et troppo dolce, ma ambile et habbia del cotognino et non sia agrestino Di tal bevanda non voleva bere S.S. per conto alcuno; e diceva essere fastidioso bere e li havrìa generato flemma assai. Tali vini sono da hosti, per coloro che volentieri corrono alla foglietta et per imbriaconi per scaldarsi. Ne provava alcuna volta S.S. quando si trovava a Montefiascone per dare honore et condizione al luogo.» [5]

E, infine, Goethe che sosta a Montefiascone (il 5 o 6 maggio 1740), «per visitare la chiesa di S. Flaviano “celebre per quel sepolcro che rinchiude le ceneri d’un forastiere, il quale, per aver inghiottito troppo vino di moscatello, cadde ammalato e morì […]”. Dice ancora che “tutto il cippo sepolcrale è talmente cancellato, che per cavarne qualche cosa ci vogliono occhi di lince” e infine esprime il suo parere, evidentemente di conoscitore, sulla qualità del famoso vino che “non è cattivo, ma non di tal eccellenza che possa verificare la suddetta tradizione. Il suo colore alquanto giallastro, il gusto agrodolce; basta, è una specie di moscatello, focoso, pizzicante ed olioso, e perciò di poca durata e difficile per essere inviato in altri paesi forastieri”.» (6)

La leggenda.

Marcolfa

Marcolfa

Vi sono due elementi, in questo breve resoconto, che rimandano alla leggenda che avvolge la storia del vino EST EST EST di Montefiascone:il riferimento alle “nominazioni” tedesche del vino di cui ci dà ragguaglio Leandro Alberti nel 1550 e le successive memorie dei viaggiatori che, riconoscenti delle precedenti narrazioni, quando giungono a Montefiascone, si immergono nel suo vino. La miglior trattazione della leggenda dell’EST EST EST di Montefiascone è quella di Claus Riessner, che ci rende edotti sulla prima trascrizione (1556-59) della suddetta ad opera di «Lorenz Schrader, originario di Halberstadt vicino a Magdeburgo vede in Montefìascone non soltanto un luogo d’antica tradizione e di bella posizione (quondam Faliscorum caput, situm arduo loco) ma osserva anche con interesse altre cose: nobile vino Muscatelli, lino et aljis fructibus quam plurimis. Concludendo la sua breve descrizione con un paio di citazioni d’autori antichi, soggiunge: Venit hic notanda historia de quodam praelato, qui nimia vini ingurgitatione in monte Faliscorum mortuus est. Nam habebat pro more dum iter faceret, ut sempre famulum praemitteret, qui de hospitijs quaereret, quae melioribus vinis essent intstructa, ne forsitan in illla re falleretur. Adveniens igitur ex famulo quaesivit Episcopus, an esset bonum vinum. Famulus ut bonitatem vini eo magis exprianeret, respondit: Est Est et vocem duplicavit. Mortuo itaque Episcopo famulus tale posuit Epitaphium. Propter est est, Dominus meus mortuus est…”

Abbiamo voluto riportare integralmente questo racconto, non soltanto perché troviamo qui la prima testimonianza stampata della nostra storiella, ma anche perché in essa appaiono già molti elementi essenziali rimasti vivi fino ai giorni nostri. D’altra parte possiamo constatare che vi mancano alcuni dettagli tramandati da versioni posteriori, cioè in primo luogo l’affermazione che il prelato o il vescovo sarebbe stato un tedesco; inoltre si dice chiaramente che lo scritto “Est” è stato solamente raddoppiato non triplicato, come più tardi si racconterà; inoltre manca soprattutto l’accenno al testamento del prelato culminante nel desiderio di versare ogni anno una certa quantità del vino pregiato sulla sua tomba, senza precisare peraltro che questa si trova nella chiesa di S. Flaviano.» [7]

Insomma, nella prima versione della leggenda, il servitore del prelato, viene preposto a scoprire i luoghi dove si serve il miglior vino. Una volta trovati, li annuncia duplicando la voce: “Est Est et vocem duplicavit.” Nelle versioni più tarde della leggenda il prelato è di nazionalità germanica, la parola “Est” (Est bonum!) viene triplicata e segnata sulle locande. Compare anche, come racconta Riessner, il testamento del vescovo.

Ma veniamo, con il suo autore, alla conclusione della ricerca: «A giudicare dalle testimonianze raccolte, la leggenda dell’Est, Est, Est comincia a diffondersi nella seconda metà del secolo XVI, dopo essersi formata intorno ad un nucleo primitivo costituito da un fatto veramente accaduto in passato, cioè la morte di un prelato (probabilmente di provenienza tedesca o, come noi riteniamo, olandese) in seguito ad un’abbondante bevuta di vino moscatello. [Nello stesso tempo o poco più tardi si racconta che questo crapulone aveva l’abitudine di mandare avanti un servo il cui compito era di indicargli con lo scritto “Est” il luogo del migliore vino, trovandone poi a Montefiascone uno di qualità insuperabile. Gli altri elementi della leggenda, il testamento del prelato e la disposizione di versare una certa quantità di vino sulla tomba, b u e aggiunti dopo, e dalle loro varianti risulta che l’episodio fu tramandato innanzi tutto a voce da molte persone diverse. La sua origine risale sicuramente ad un’epoca anteriore alle prime testimonianze scritte, anche se la supposizione che si tratti di un personaggio vissuto nel periodo dell’imperatore Enrico V all’inizio del secolo XII è per noi soltanto un’ipotesi fra altre.» [8]

Sembra che questa leggenda, poi, da quanto scrive Franz Karl Prassl, rispondendo al lungo articolo sulla “Bibliografia della Leggenda dell’Est! Est!! Est!!!”non sia esclusiva di Montefiascone, ma anche di altre parti d’Europa: «Esiste una legenda parallela anche in Slovenia (la parte della Styria australe)

Un nobile francese (o un generale) ha inviato un legato a degustare vini buoni presso la „Štaierska“, la parte slovena della Stiria storica (Maribor, Celja, Ptuj ecc.), fin al 1920 parte dell‘ Austria, da oggi Slovenia. Quando il legato ha trovato un vino buono, scrive: „è buono“ in francese (C’est bon). Quando ha trovato un vino buonissimo, ha scritto tre volte „è buono“ e questo vino è chiamato oggi Šipon (pronuncia scipon) – una uva autochtona dalla „Štaierska“.» [9]

La leggenda si sposta un po’ più a nord, a Poggibonsi.

La storia è nota, la leggenda un po’ meno: Bertoldo e Bertoldino. Dopo un po’ arriva anche Cacasenno: « Fenomeno fisiologico e non soltanto psicologico, il riso scaturisce da sorpresa e sensazione dell’inatteso, da travestimento, da gesti e mimiche grottesche, da motti di spirito, da beffa, da astuzia, da atto sconveniente di altri. Antropologia e psicologia ci prestano gli strumenti più adatti per una lettura nuova sia del Bertoldo che del Bertoldino, due opere situate nel territorio della belle “matière fecale” – come scriveva un maestro del riso “grasso” e liberatorio, Rabelais – che devono essere esaminate soprattutto in chiave comico-fisiologica. Infatti, qui de terra est, de terra loquitur, e il buffone che conosce d’istinto le sorgenti del riso, sguazza nella trivialità e nello scatologico come un bambino non ancora diventato adulto: partendo dal basso, dalle feci e dall’urina, coinvolge nella risata potenti e gentiluomini.

Così Dolcibene, il Gonnella, Stecchi, Martellino, il Mattello, lo Scocola, così tutti gli innumerevoli milites de curia, i quali conoscevano il segreto elementare di far ridere, la chiave fisiologica adatta a disserrare la bocca e la borsa dei detentori del potere, sommovendo i visceri e scompaginando l’equilibrio degli umori.» [10]

Cacasenno, figlio di Bertoldino e nipote di Bertoldo si aggiunge ai primi due racconti di Giulio Cesare Croce ad opera di Adriano Banchieri e viene pubblicata per la prima volta nel 1620. La fama esplosiva dei racconti trova compimento in alcune celebri opere, trasposta in operetta musicata dal Goldoni (prima rappresentazione nel 1749 a Venezia) e in pellicola, nel 1936, da Giorgio Simonelli, nel 1954, da Mario Amendola e Ruggero Maccari e, in ultimo, nel 1984, da Mario Monicelli.

Vi è un dialogo, nella “Novella semplice di Cacasenno”, che riprende la leggenda del vino Est Est Est, ma che lo porta un po’ più in su e precisamente a Poggibonsi. La protagonista è la saggia Marcolfa che lascia meravigliati il Re e la Regina per la sua eloquenza: « né la giudicarno Donna montanara, ma sì bene abitatrice della montagna, la quale ben dava saggio che fu moglie dell’astuto Bertoldo, tanto celebre al mondo.» [11] Quella povera Marcolfa che, nell’operetta di Goldoni, cambia nome in Menghina: « Io ho concepito il desiderio di porre in teatro tutta la famiglia delli Bertoldi, onde ho con essi introdotta la Menghina, moglie di Bertoldino, avendo lasciata in pace la veneranda Marcolfa, perché niuna delle signore donne averebbe avuto piacere di avere un sì fatto nome, e di far la parte della nonna di Cacasenno.» [12]

Ebbene, ora la leggenda:

« Marcolfa. Perché il nostro felice paese di montagna ricerca vestimenti rozzi, pane mesturato e bere acqua continuamente, li cui cibi e vestiti conferiscono grandemente alla sanità.

Re. Quello che si contenta gode; potendo mangiare buon pane e bever buon vino, mi pare gran semplicità il cibarsi di mestura ed acqua.

Marcolfa. Tra l’altre male cose, il bever vino a quelli che non sono avvezzi si è la peggiore per la sanità, sì come sortisce agli avvezzi bevendone di soverchio; ed in tal proposito, se alle Maestà loro non porto tedio, voglio narrargli una favola raccontatami da mio marito in proposito di chi beve soverchio.

Re. Eccoci attenti per ascoltarvi, ditela pure.

Marcolfa. Un Gentiluomo principale Todesco, volendosi partire dalla patria per trasferirsi a vedere la meravigliosa Città di Roma, ed insiememente scorrere il delizioso Regno di Napoli, si pose in cammino con un Servitore suo fidato e pratico di tali paesi; e giunti che furono a Bologna, ordinò pertanto il gentiluomo al Servo che andasse avanti, e in tutte le Città, Castelli, Ville e Borghi che sono per la strada maestra, ed in tutte le Osterie si fermasse, e gustasse se ivi era buon vino; e quando l’aveva gustato ivi si fermasse o ponesse sopra la porta dell’Osteria una lettera maiuscola in lingua latina, che dicesse EST, cioè: Quivi è buon vino. Il Servo obedì; e mentre il Gentiluomo trovava un’Osteria, né vi vedeva la maiuscola EST, diceva tra sé: Nitte, ed andava avanti; e quando trovava la maiuscola EST, ivi si fermava un giorno, sì per veder quel luogo, sì anco per gustare così buona bevanda. Così camminando verso Roma, giunse il Servo a una Terra del Serenissimo Gran Duca di Toscana, situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi (che fu patria del famosissimo Cecco Bembo) e fermatosi all’Osteria delle Chiavi, trovò ivi tre variate sorti di vini esquisiti, Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. A questa trovata fece il Servo un Epitaffio, replicando tre volte la maiuscola così EST, EST, EST. Giunto il padrone, e gustati tali Vini, concluse ivi trattenersi tre giorni, né saziandosi di berne, tanto vi soverchiò, che fu miserabilmente assalito da un improviso soffocamento, dove in poche ore se ne morì. Il Servitore mal contento, ritornatosene al suo paese con così trista novella, a tutti li parenti ed amici che li dimandavano del suo Padrone, loro rispondeva con questi due versi latini:
Propter EST, EST, EST, Dominus meus mortuus est
Sì che applicando dico, che il vino per lo più genera infiniti disordini, onde ne derivano diverse infermità, ed a noi là su in montagna non gusta, ma più ne piace quelle nostre acque freschissime, lucide come specchi e chiare come cristallo, che in dolce mormorio scaturiscono da certe pendici in concave fontane, le quali acque si rendono non solo delicate al gusto, ma ne liberano dalle indigestioni.» [13]

Sessanta anni dopo il primo resoconto di Lorenz Schrader, la leggenda si disloca nella terra del Gran Duca di Toscana, in una città situata a mezza strada tra Firenze e Siena, nominata Poggibonsi, patria famosissima dell’inverosimile Cecco Bembo. Lì il servitore, fermatosi nella famosa Osteria delle Chiavi, scopre tre vini squisiti: Vernaccia, Moscatello e Trebbiano. L’“EST” viene dedicato ad ogni singolo vino e il famoso epitaffio viene ripetuto per ben tre volte con la “maiuscola”.

 

NOTE

[1] Cfr. ASCM, Statuti Veteris, 1471, libro I, “De vendemijs quod elapsis quindecim diebus mensis septembris fieri debeat Consilium super ipsis – Cap. 56” e Guarnazinum: vernaccia, vino; così PIETRO SELLA nel suo citato Glossario, citatai in Giancarlo Breccola, Montefiascone e il suo vino, Comune di Montefiascome Assessorato al Turismo, pag. 11, 12 in http://breccola.jimdo.com/pubblicazioni/
Cfr. http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/

[2] Giancarlo Breccola cit. pag 12

[3] Leandro Alberti, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia 1596 (prima edizione del 1550), pp. 123, 124 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 10 giugno 2007 in http://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/alberti_leandro/descrittione_di_tutta_l_italia/pdf/descri_p.pdf

[4] Claus Riessner, Sulle orme di Goethe nella Tuscia vista da viaggiatori tedeschi fra Sei e Settecento.

[5] Sante Lancerio, I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio. Operetta tratta dal manoscritto della biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicata da Giuseppe Ferraro, Eredi del Barbagrigia, Tip. Fratelli Capaccini, Roma 1890, pag. 16 e pp. 36, 37.

[6] Claus Riessner, cit. pp. 12, 13

[7] C. Riessner, Viaggiatori tedeschi a Montefiascone e l’origine della leggenda dell’Est, Est, Est, Biblioteca e società. Quaderni della rivista del consorzio per la gestione delle Biblioteche: Comunale degli Ardenti e Provinciale Anselmo Anselmi di Viterbo 7, 1982, pag. 4

[8] Ivi, pag. 12

[9] http://acciarino.com/bibliografia-della-leggenda-dellest-est-est/, cit.

[10] Piero Camporesi, Introduzione a Giulio Cesare Croce, Le astuzie di Bertoldo e le semplicità di Bertoldino, Garzanti, Milano 1993, pag. 8

[11] A. Banchieri, Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino Divisa in discorsi e ragionamenti Opera onesta e di piacevole trattenimento, copiosa di motti, sentenze, proverbi ed argute risposte, aggiunta al Bertoldino di G. C. Croce da Camillo Scaligeri dalla Fratta [Adriano Banchieri], p. 92.

[12] Carlo Goldoni, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Dramma Comico per Musica, Libretto n. 21 dell’Edizione completa dei testi per musica di Carlo Goldoni, realizzati da www.librettidopera.it. Trascrizione e progetto grafico a cura di Dario Zanotti, pag. 4

[13] A. Banchieri, Novella di Cacasenno, cit. pp. 202, 203

 

Quando, per colpa di Marcolfa, l’Est Est Est di Montefiascone si trasferì a Poggibonsi

Il vignaiolo compositore.

Massimo-Mila

Massimo Mila (dall’Archivio Flavio Beninati)

Sarà capitato anche a voi di provare un certo disagio dopo l’ascolto di un meticoloso racconto dei processi produttivi di un vino e il suo successivo assaggio. Quasi che la narrazione procedurale servisse a spiegarci, da sola, in una serie di nessi e passaggi causali, l’esito finale, cioè il vino, quando non ancora la sua evoluzione pre-determinata: si parte dalla vigna, si capita in cantina e si finisce nella bottiglia subito prima di tuffare il naso e la bocca nel bicchiere. Lungi da me negare la tecnica applicata. Bisogna solo intendersi: vorrei aggiungere soltanto un piccolo segmento, che sfugge ad una logica puramente oggettivante dell’atto creativo, ovvero quello relativo a ciò che uno dei più grandi critici e saggista musicale della nostra epoca, Massimo Mila [1], definì, in merito all’atto musicale, “l’espressione involontaria”.

Credo, infatti, assieme a molti di voi, che, al di fuori del meccanismo industriale-fordista, la realizzazione di un vino sia un atto di creazione e di interpretazione. Dove la tecnologia e l’esperienza sono strumenti operativi ineguagliabili, ma che non spiegano in maniera totalizzante l’esito raggiunto. Esattamente come la grammatica italiana non risolve lo svolgimento di questo mio scritto. Allora, se siamo d’accordo nel reputare il vino come esito finale dell’antica τέχνη (tékhnē) greca o ars latina, intese come esperienze conoscitive (arti in senso lato), e non solo di un pedante e ripetitivo tecnicismo, dovremmo essere in sintonia nell’affermare che esso vive dell’espressione e nell’espressione del suo compositore/vignaiolo. Ma di quale espressione stiamo parlando? Ancora con Mila: «L’espressione, in cui diciamo consistere la natura dell’arte, non è qualcosa di cercato, non è una “espressione fatta apposta”. L’espressione in cui consiste la natura dell’arte non è espressione voluta di qualche cosa, ma è la presenza inevitabile della persona umana, diversamente individuata nei singoli artisti, come compendio vivente, e quindi sempre in via di trasformazione, d’un concorso di circostanze storiche.» [2] Non si tratta, badate bene, dell’espressione generica di sentimenti (gioia, dolore, speranza…) che attengono a forme di tipizzazioni generali: «La realtà è quella di singole creatura in preda a stati d’animo che, per necessità pratica e con molta imprecisione di linguaggio ci riduciamo a designare con quei termini, ben sapendo però che il dolore di uno e tutt’altra cosa che il dolore di un altro, che la gioia di Rossini nel Barbiere è tutt’altra cosa che gioia di Beethoven nella Nona Sinfonia.» [3]

Nessun vignaiolo, dunque, compone i suoi vini in uno stato d’esaltazione mistica, preda di ispirazioni contemplative di natura trascendentale. Egli/ella possiede la conoscenza e la capacità d’uso degli strumenti e dei metodi impiegati, ma ciò che non controlla, ma che pur tuttavia è riconoscibile nel suo prodotto, è il «traboccare d’una personalità irresistibilmente incisiva, che imprime le proprie passioni robustissime sopra quella trama» di sensazioni che appartengono al vino: «Ma il genio, e anche il grande talento, emerge, più che da elementi intellettuali e d’affinamento sociale superiori a quelli degli altri, dalla facoltà di trasformarli, di trasporli… Analogamente, gli uomini che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell’ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che, cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente mediocre, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso. Il giorno in cui il giovane Bergotte poté illustrare al mondo dei suoi lettori il salotto di cattivo gusto dove aveva trascorso l’infanzia e i discorsi non proprio eccitanti che vi faceva con i fratelli, quel giorno egli salì più in alto dei suoi amici di famiglia più spiritosi e più distinti: questi, nelle loro belle Rolls-Royce, potevano tornarsene a casa testimoniando un po’ di disprezzo per la volgarità dei Bergotte; ma lui, col suo modesto apparecchio che era infine “decollato”, lui volava sopra le loro teste.» [4]

Proprio perché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso.

NOTE

[1]     http://www.archivioflaviobeninati.com/2012/02/massimo-mila/

[2]      Massimo Mila, L’esperienza musicale e l’estetica, Einaudi, Torino 1956, pp. 109, 110

[3]      Ivi, pag. 113

[4]     Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore, in Alla ricerca del tempo perduto II, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori, Milano 1998.

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta qui: http://www.seminarioveronelli.com/il-vignaiolo-compositore/

Baltasar Gracián e il gusto come capacità di scegliere.

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gracianNel Seicento, in terra di Spagna, comparve una personaggio, il quale ebbe una grande fama nel suo paese, in Francia e, a partire dall’Ottocento, in Germania, anche se da noi è pressoché misconosciuto, che va sotto il nome di Baltasar Gracián. Gesuita, pienamente inserito nel clima culturale dell’età barocca, dove l’individuo di rango ha l’obbligo di emergere, aristocraticamente, al di sopra e più spesso contro le masse, in opposizione alla mediocrità quasi sempre figlia, secondo uno schema rituale dell’epoca, della povertà (non solo materiale), si prodigò in una serie di pubblicazioni letterarie, che sebbene rivolte esplicitamente all’uomo assoluto, all’‘eroe’, figura che sarà assai cara a Nietzsche, gli porteranno ad avere seri guai e reprimende varie a partire dalla sua stessa Compagnia sacerdotale. Lo spirito con cui Gracián affrontò i primi consigli, definiti apoditticamente ‘Pregi’, è assai inusuale anche se ricalca, seppur negandolo più nel merito che nel metodo, un macchiavellismo di fondo: «Avrai qui non una ragione politica né, tanto meno, una ragione economica, ma una Ragion di stato di te medesimo, una bussola per navigare verso l’eccellenza, un’arte di essere inclito con poche regole di saggezza[1].» Ed è qui, appunto, nel suo primo trattato, «L’Eroe» editato nel 1637 a cura del Lastanosa, a nome di un inesistente fratello Lorenzo Gracián infanzón, che emerge in tutta la sua prepotenza la questione del gusto, o meglio del gusto eccellente. Ma di quale gusto si tratta e quali sono le coordinate che lo definiscono? “Ogni grande capacità fu sempre di difficile contentatura. V’è una coltura del gusto, come ve n’è una dell’ingegno. Entrambi nel loro sommo grado, son fratelli uterini, figli della capacità e radicati entrambi nell’eccellenza. Un ingegno sublime non generò giammai un gusto abbietto. Vi sono perfezioni che hanno lo splendore del sole, e altre che hanno quello d’una lampada. L’aquila corteggia il sole, mentre il gelido vermiciattolo va pazzo per la luce d’una lucer netta. E l’altezza d’un animo suole misurarsi secondo l’elevatezza del gusto. E’ qualche cosa averlo buono, è molto averlo eccellente. (…) Qualità è un gusto critico, un palato difficile da soddisfare; le cose di maggior pregio lo temono e tremano di lui le più certe perfezioni[2].” La capacità di giudizio fu per Gracián strettamente collegata all’ingegno personale, ma non ebbe per lui una valenza esclusivamente innata, di lignaggio familiare, ma quanto mai fu uno strumento di apprendimento, attraverso il contatto e accomunata attraverso la conversazione: è soltanto colui che ha raggiunto un  gusto eccellente che può tramandare, cioè insegnare il buon gusto. “Si accomunano i gusti con la conversazione e si ereditano con il contatto: gran fortuna è aver che fare con chi può vantarsi di possedere un gusto pienamente maturo[3].” E infine la scelta: “La maggior parte della nostra vita  è affidata alla scelta oculata: essa presuppone il buon gusto e il più retto giudizio là dove non bastano né lo studio né l’ingegno. Non può esistere perfezione  dove non esiste scelta: essa include un duplice vantaggio, quello di poter scegliere, e di poter scegliere il meglio. Molti uomini d’ingegno fecondo e sottile, di giudizio acuto , studiosi e ben informati, quando giungono al momento della scelta si smarriscono : s’acconciano sempre  al partito peggiore, sì che pare si compiacciano di sbagliare. Perciò questa capacità di scegliere bene è uno dei più grandi doni del cielo[4].”

[1]    Baltasar Gracián, L’Eroe Il Saggio, Al lettore, Ugo Guanda Editore, Parma 1987, pag. 31;  Edizione originale de ‘L’Eroe’: 1637; de ‘Il Saggio’: 1645.

[2]     Ibidem, Pregio V, Gusto Eccellente, pp. 40, 41

[3]     Baltasar Gracián, Oracolo manuale e arte di prudenza, 65. Gusto eccellente, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1967, pag. 66; Edizione originale: 1647.

[4]     Ibidem, 51. L’uomo che sa scegliere, pag. 59

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