Le etichette che avvertono: “l’alcol fa male!” Comunque bevete

Il fastidio che mi provocano le enunciazioni o le segnalazioni in termini testuali e simbolici a scopo educativo nasce dalla concomitanza di elementi correlati, inespressi e sottilmente furbeschi.

Provo ad elencarli:

  1. Nella maggior parte dei casi, se non nella totalità, l’invito al controllo delle pulsioni primordiali proviene da soggetti i cui fini principali sono tendenzialmente l’opposto: vuoi per questioni commerciali, vuoi per merito politico, vuoi per ragioni di tassazione o per tutte queste messe insieme: l’acol fa male, le sigarette fanno male, il gioco d’azzardo crea dipendenza, ma a me, Stato sovrano, interessa che si continui a peccare perché dai vizi e dagli ozi ne traggo indebito vantaggio erariale. L’etichetta, ancora prima di essere un avvertimento per la salute assume lo spazio illogico del consiglio non richiesto. Lo slogan, allora, rileva i suoi contenuti nascosti: l’invito a bere comunque e la raccomandazione preventiva poi: “con moderazione, o magari per nulla”. “Attenzione il gioco d’azzardo può creare dipendenza!” Intanto gioca! Intanto bevi! Intanto fuma! Si potrebbe obiettare a tutto questo che il compito dello Stato non sia quello di proibire o di vietare comportamenti controproducenti, ma che sarebbe quello di consigliare ed avvertire. E’ assolutamente evidente che così non succeda per moltissime cose sulle quali ci sarebbe da discutere a lungo, molto a lungo. La seconda, quella più insopportabilmente ipocrita, è che da tali ‘nefasti” commerci lo Stato trae un ponziopilatesco guadagno.
  2. L’esortazione. Aristotele distingueva i discorsi dichiarativi, apofantici, da tutti gli altri discorsi: i primi si discernono dagli altri perché enuncerebbero il vero o il falso. “Dichiarativi sono, però, non già tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste un’enunciazione vera oppure falsa. Tale enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio, è un discorso, ma non risulta né vera né falsa[1].” La base della logica aristotelica, da cui discende il metodo del sillogismo, unica forma della conoscenza attraverso il processo deduttivo, poggia sul principio di non contraddizione (libro IV della Metafisica): una cosa non può essere il contrario di se stessa. Senza dilungarsi troppo, l’esortazione, come la preghiera, sfugge al principio di verità così come a quello di falsificazione: raccomanda, incoraggia e soprattutto assolve chi la pronuncia.
  3. Il piacere. Le esortazioni  alla virtù media riguardano quelli che comunemente chiamiamo piaceri. Prima di addentrarmi nel merito del piacere, vorrei porre all’attenzione il fatto che la moderazione viene raramente proposta per gli sforzi produttivi e riproduttivi. Mentre è senso comune che un bel gioco deve durare poco, non  lo è altrettanto per le pratiche di fatica quotidiana: lungi dal moderarle, esse vengono sostenute come forme primarie di virtù ed emancipazione. Sarebbe interessante affiggere nei posti di lavoro la Biblica condanna (“con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, Genesi: 3:19): il lavoro nuoce gravemente alla salute! il lavoro uccide! Gli antichi sapevano, però, che valeva il contrario. Il tema del piacere ha una lunga storia che trova principio e vitalità discorsiva nelle grandi zuffe dei filosofi greci. A grandi linee si può affermare il tema del godimento venne affrontato attraverso alcune linee interpretative comuni, che poi portarono ad esiti anche radicalmente opposti. Innanzitutto il piacere veniva collegato alla sensazione (il sentire) imperniata sul movimento del simile del dissimile (Omero, Parmenide, Empedocle, Platone, Eraclito). La fonte delle sensazioni era gerarchica: gusto e tatto in basso e udito e vista in alto. Il piacere dei sensi presupponeva una mancanza: il riequilibrio naturale del corpo e della mente significava colmare questa lacuna (Pitagora, Parmenide, Empedocle, Anassagora). La quantità, la qualità e il tempo di tale riempimento era dato dalla ‘misura’ (Epicuro, Democrito). Per alcuni filosofi il piacere veniva visto esclusivamente nel rapporto di relazione/esclusione con il suo opposto, cioè il dolore (Cleobulo, Solone di Atene).  Per altri ancora il piacere era in stretto rapporto con la felicità e soltanto per pochi il piacere era anche un bene (Eudosso criticato fortemente da Speusippo secondo il lascito di Aristotele nell’ “Etica a Nicomaco”) e, a volte, l’unico bene (Cirenaici). Dalla distinzione dei piaceri discendevano i  tre tipi di vita: edonistica, politica, filosofica[2]. I Cirenaici, seguaci di Aristippo di Cirene, discepolo di Socrate, sostenevano che “il ‘piacere’ non era quello ‘stabile’ poi teorizzato da Epicuro, bensì, soltanto, quello del senso e del momento (…) Il vangelo cirenaico doveva poi in molti aspetti avvicinarsi allo stesso vangelo cinico: non per nulla essi erano sorti entrambi dallo stesso terreno sofistico-socratico, e anche per il primo restava viva la tipica esigenza socratica della ‘saggezza’ (ϕρόνησις), sia pure intesa, ora, come mero calcolo dei piaceri. Se il cinico tendeva all’assoluta αὐτάρκεια, alla sufficienza di sé immune da ogni desiderio, il cirenaico mirava comunque all’αὐταρχία, al dominio di sé pur nell’appagamento del desiderio: da ciò le tipiche massime cirenaiche dell’’usare i piaceri ma senza esserne vinti’, del ‘possedere senza essere posseduti’[3].” 

4.  Le etichette e le loro aporie. Una sintesi riassuntiva per quanto mi riguarda

L’esigenza di aporrre un “avvertimento” salutistico riguarda più il senso artificiosamente moralistico di uno Stato che si premura di trarre profitto da ciò che, dall’altra parte afferma, e non senza ragioni probatorie, che faccia male. Invece di caricarsi della responsabilità di ciò che sostiene, in maniera proficuiamente ipocrita, lo Stato scarica sul destinatario del consiglio non richiesto l’onere del senso di colpa rovesciato. Il genere umano dovrebbe ragionare in maniera più ampia e articolata su ciò che fa male e sul perché, sul concetto di salute, e su ciò che viene tolto o dato in funzione del suo utilizzo a profitto.

In questo senso la ragione scientifica, come dicevo assolutamente vera, addotta a sotegno del provvedimento puzza lontano mille miglia di puritanesimo prestato al conto-vendita che non riesce a fare i conti con i problemi sociali e individuali, quindi anche sanitari, legati all’uso e all’abuso di sostanze di vario genere e gradazione.

La cosa più divertente è che non accadrà proprio nulla: chi non leggeva prima non leggerà dopo; chi non voleva consigli, non li chiederà ad un’etichetta. I veri businessman creeranno meravigliosi copribottiglia per nascondere le etichette disturbanti e la colpa sarà distribuita equamente tra la morale e la scienza.

Andate in pace e bevete secondo coscienza

[1] Aristotele, De Interpretatione, 17a 1-32 in  Organon, Laterza, Bari, 1970, vol. II, pagg. 60-61

[2]  Cfr. Luciano Montoneri (a cura di), I filosofi greci e il piacere, Laterza, Bari-Roma 1994 in particolare cap. 1,6,7

[3] Guido Calogero, Cirenaici, Enciclopedia Italiana (1931)

La mappa e il territorio. Racconto fantascientifico con intenti morali

Primo numero di Amazing Stories (1926)

Ci fu un tempo assai remoto, nessuno ricorda più se ciò avvenne un decennio prima del Grande Cataclisma o soltanto qualche mese avanti il terribile evento in prossimità di quel 2150 o giù di lì, in cui un nutrito gruppo di vignaioli, proveniente da ogni parte della Terra e non da meno da qualche pianeta appena colonizzato, chiese al Consorzio Universale della Territorialità e delle Denominazioni Protette, Acconsentite e Sufficientemente Tollerate, una mappatura esattamente estesa quanto definita di ogni singolo territorio vitivinicolo. Passi enormi da quelle inermi cartografie statiche di inizio millennio ne erano stati fatti: zonazioni in movimento capaci di rilevare ogni micro cambiamento territoriale, pedologico, climatico, perfino fogliare, erano state messe a disposizione di esperti di ogni rango e sorta che potevano intervenire su ciascuna variabile non prevista e tantomeno gradita che si fosse inopinatamente rivelata all’insaputa di qualsiasi progetto vitivinicolo. Era finita, già da un po’ di tempo, l’idea che potessero coesistere diverse espressioni di un medesimo vitigno e di una stessa denominazione ed era prevalsa la visione che dovesse esserci una ed una soltanto manifestazione, con cognizione di cause, per ogni singola tipologia di vino. La scienza algoritmica arrivò ad un tale livello di precisione che, nello stesso batter d’occhio, potevano essere immessi diversi miliardi di dati provenienti non solo da reazioni esplicite e dichiarate di un singolo vino istantaneamente propagandate nell’unico Social rimasto, chiamato appunto S.S. o anche Social dei Social, referente conglobante di ogni altra tipologia spuria di attività irriverenti e frammentarie (una volta chiamate con nomi assai divertenti come Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin…), ma anche dall’elaborazione di percezioni simultanee e non condivise della stessa degustazione: pensieri, rotazione delle orbite oculari, inarcamenti di sopracciglia, sbadigli e via dicendo. La media ponderata di tutti questi dati serviva a determinare la morfologia sintattica del vino che si sarebbe dovuto produrre. I disciplinari, variati di anno in anno, erano tenuti a fornire indicazioni assai rigide e vincolanti per la produzione di ogni gamma di vino, che coincideva sostanzialmente con la denominazione di origine. Anche la vecchia diatriba, che finì in maniera rocambolesca (un giorno avrò modo di parlarvene), tra produttori convenzionali, biologici e biodinamici, era solo più un lontanissimo ricordo: alla fine di quella lunga guerra alcuni frattali di vignaioli creativi ed imprudenti avevano dovuto annunciare la propria resa incondizionata ammettendo che le proantocianidine oligomeriche cicliche hanno la forma ad anello e non rettangolare. E fu in quel clima di apparente riappacificazione agreste che un nutrito gruppo di produttori alzò il tiro chiedendo al Consorzio Universale la realizzazione di cartine viticole coincidenti perfettamente con il territorio descritto. Insomma, nel rapporto di uno ad uno. Il progetto venne portato a termine in mezzo ad enormi difficoltà scientifiche, tecniche e tecnologiche ed ebbe un costo altissimo, e non solo in termini monetari: una volta che ogni territorio viticolo veniva mappato in esatta e precisa proporzione simmetrica esso scompariva irrimediabilmente. Preso dal panico e da una buona dose di frustrazione, il Consorzio Universale si rivolse ad un mio antenato di cui ho conservato le memorie ma perduto irrimediabilmente il nome, insignificante custode di un’infinitesima parte della letteratura disponibile non ancora convertita in videogame e pronipote di quel Pietro Stara che visse alcuni secoli addietro e la cui scomparsa è ancora avvolta nel mistero (pare che sia svanito nei flutti dopo un bagno a Punta Chiappa, protuberanza rocciosa di Camogli, e che qualcuno lo abbia sentito dire: “quel tonno lo prendo con le mie mani!”), per chiedere lumi: forti della Scienza, del Progresso e dell’Allopatia in dosi massicce, non si erano resi conto che ciò che mancava era appunto l’Interpretazione della Sovrapposizione Totale e Perfetta. Questo mio prozio dovette scartabellare a lungo prima di portare loro tavole di analisi simboliche risalenti a periodi molto antichi che avvalorassero almeno questi tre principi dirimenti:

  1. Ogni mappa uno a uno riproduce il territorio sempre infedelmente.
  2. Nel momento in cui realizza la mappa, il territorio diventa irrappresentabile.
  3. Un mappa uno ad uno deve contenere un’altra mappa che la rappresenti, che a sua volta ne contenga un’altra e via di questo passo.

L’antenato raccontò loro di Suàrez Miranda che, nel 1658 a Lérida, così scrisse (libro IV, cap. XIV, del Viajes de Varones Prudentes): “…in quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della Cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra Reliquia delle Discipline Geografiche.” (Jorge Luis Borges, Del rigore della scienza, in Storia universale dell’infamia, Il Saggiatore, Milano 1961). Si erano accorti, in altro modo, che la coincidenza del territorio con la mappa avrebbe tolto il potere al primo e che la seconda sarebbe diventata autocoscienza fittizia di un impero che non era più tale. (Cfr. Umberto Eco, Il secondo diario minimo, Bompiani, 1992)

Rammentò loro che un tempo vivevano, al di là del fuoco e del ghiaccio, come riferì Eratostene di Cirene, degli uomini non raggiungibili: gli Antipodi. Cinque zone la circondavano tutt’attorno/Due erano più cupe di smalto blu/Un’altra arida e rossa, come di fuoco./Quella che sta in mezzo era tutta bruciata/ Colpita dalla vampa del sole, ché sotto la Canicola giace /E la bruciano raggi dal calore incessante./Ma le due da entrambi i lati, intorno ai poli,/sono sempre ghiacciate, sempre son umide d’acqua:/ma non è acqua, è ghiaccio puro che viene dal cielo/che giace lì e copre la terra, e un freddo intenso vi regna./Ma quelle asciutte… [caduta una porzione di testo]/… inabitabili dagli uomini. /Due ve ne erano ancora, opposte l’una all’altra/Fra il calore del fuoco e il ghiaccio piovuto dal cielo /Entrambe regioni temperate, fertili di messi/Il frutto di Demetra Eleusina: lì vivono/Gli uomini, antipodi gli uni rispetto agli altri. Ma che poi tutto venne imbrigliato, decodificato, livellato, appiattito e catturato dalla Terra di Mezzo e dalla Palude Infingarda.

Il mio antenato volle concludere la disamina delle cartine coincidenti in finezza e grazia, portando all’attenzione del Consorzio Universale un brano tratto dall’ultimo romanzo di Lewis Carroll, Sylvie e Bruno (1893):

“Mein Herr sembrava così meravigliato che pensai bene di cambiare discorso. ‘Che cosa utile, una mappa tascabile!’ Osservai.

‘È un’altra delle cose che abbiamo imparato dal vostro paese,” disse Mein Herr; “stendere le mappe; ma noi siamo andati oltre. “Secondo lei quale sarebbe la massima scala utile per le mappe?’

‘Cento su mille, un centimetro per chilometro’.

‘Solo un centimetro’ Esclamò Mein Herr. ‘L’abbiamo fatto subito, poi siamo arrivati a dieci metri per chilometro. Poi abbiamo provato cento metri per chilometro. E finalmente abbiamo avuto l’idea grandiosa! Abbiamo realizzato una mappa del paese alla scala di un chilometro per un chilometro!’

‘L’avete utilizzata?’

‘Non è stata ancora dispiegata’, disse Mein Herr. ‘I contadini hanno fatto obiezione. Hanno detto che avrebbe coperto tutta la campagna e offuscato la luce del sole. Così adesso usiamo la campagna vera e propria come mappa di se stessa e vi assicuro che funziona ottimamente’”.

Questa è la storia così come mi è giunta: sicuramente incompleta e frammentaria. Ma mi inorgoglisce sapere che oggi, nel 3457, un po’ di vitigni, nonostante tutto, siano rimasti e mi fa altrettanto piacere notare come la Sovrapposizione Incompiuta e l’Interpretazione siano diventate materie di studio sin dalla più tenera età.

Estetica senza (s)oggetti. Linee di fuga creatrici

La foto è mia e il caffè me lo sono bevuto. Questo non è un caffè

Ho avuto, per lungo tempo, l’erronea impressione che Nicola Perullo scrivesse di filosofia e, ancora meglio, di estetica. Non che non sia un filosofo, sebbene io non sappia di sicuro cosa sia un filosofo almeno dai tempi di Eraclito, né che non si occupi di estetica, ovvero di quella branca oscura della voluttà più o meno conscia e più o meno veicolata.

Ma nulla di tutto questo. Sappiamo da svariati secoli che se c’è qualcosa che inganna queste sono proprio le parole: subdole, infingarde, tentatrici, incomplete, esse rimestano nel torbido almeno tanto quanto le nostre coscienze (sempre che sia dimostrabile che ne abbiamo una o più d’una o almeno qualcuna in prestito): “La coscienza si manifesta, però, viene e percepita, ‘saputa’, solo in quanto – nella e con – specifica esperienza: è un percepire consapevolmente con, un sentire/sentirsi pensare/pensarsi indissolubile, del tutto irriducibile alla cognizione. La coscienza si conosce solo in quanto la si esperisce, vivendola, attraverso quella inaggirabile singolarità percettiva” (pag. 46).

D’altra parte Perullo non cita tanto per fare Wittgenstein quando afferma che i termini ‘buono’ o ‘bello’ non sono affatto caratteristici, al pari del costrutto sintattico ‘Questo è buono/bello’, ma ciò che conta è l’occasione in cui vengono detti, ovvero il contesto espressivo e relazionale: “le parole fanno parte di un’annodatura processuale che si manifesta, in ogni occasione, come evento differente” (pag. 189).

Nicola Perullo ci porta per mano all’interno di una casa degli specchi dove le parole, prese singolarmente, sono semplicemente identiche a se stesse e non hanno alcuna capacità, né tantomeno volontà, di esprimere un senso compiuto poiché prive di un tessuto relazionale. Allo stesso modo le proposizioni, i cosiddetti ‘concetti’, non hanno alcuna funzione esplicativa, raziocinante, definitiva. E neppure l’Eco sociale, da sé, è in grado di svincolare il tessuto molteplice delle parole perché esse, ripetute infinitamente di fronte al proprio Narciso riflesso (soggetto e oggetto sono una cosa sola), sono illusorie.

Quasi immediatamente, per processo associativo, mi sono venute in mente le teorie sociologiche sul ‘frame’ e sui ‘framework’ di Ervin Goffman[1] e, ancor meglio e diversamente, quelle estese dall’antropologo scozzese Victor Turner al teatro, alla performance e all’idea di ‘margine’ o di ‘limen’. Ma ascoltiamo direttamente Turner: “Le regole ‘incorniciano’ il processo teatrale, ma quest’ultimo trascende la sua cornice. Un fiume ha bisogno di argini per evitare le sue pericolose inondazioni, ma gli argini senza un fiume sono l’immagine stessa dell’aridità. Il termine ‘performance’ deriva dal francese parfournir, che significa letteralmente ‘fornire completamente o esaurientemente’. To perform significa quindi produrre qualcosa, portare a compimento qualcosa o eseguire un dramma. Ma secondo me, nel corso della ‘esecuzione’ si può generare qualcosa di nuovo. La performance trasforma se stessa. Le regole possono incorniciare la rappresentazione, ma il lusso dell’azione e dell’interazione entro questa cornice può portare a intuizioni senza precedenti. È possibile che in questo caso le cornici teatrali tradizionali vadano sostituite: nuove bottiglie per il vino nuovo[2]”.

Da qui il termine ‘flusso’ che “denota la sensazione olistica presente quando agiamo in uno stato di coinvolgimento totale ed è una condizione in cui un’azione segue all’altra secondo una logica interna che sembra procedere senza bisogno di interventi consapevoli da parte nostra (…). Ciò che esperiamo è un flusso unitario da un momento a quello successivo, in cui ci sentiamo padroni delle nostre azioni, e in cui si attenua la distinzione tra il soggetto e il suo ambiente, fra stimolo e risposta, o fra presente, passato e futuro[3]”.

In queste condizioni la performance si afferma come una pratica totale dove si realizza la perdita dell’io (intesa come privazione dell’ego) in una piena fusione tra atto e coscienza dove conta il momento, il qui e ora, nel quale il processo accade. L’agire intrapreso non è contraddittorio e il flusso non ha bisogno di finalità o ricompense esterne (è autotelico). Ugualmente Perullo afferma che “l’estetico accade quando una relazione richiama consapevolmente la singolarità di un evento qui e ora, come relazione, cioè come sua apertura simultanea all’ovunque e sempre dell’intessitura complessiva dell’accadere/mondo”. (pag.98)

Il limite, dunque, non è solo l’ostacolo o la forma di contenimento, ma è quel luogo in cui si perdono i riferimenti precedenti: la liminalità è la condizione in cui avviene la “scomposizione della cultura nei suoi fattori costitutivi e nella ricomposizione libera o ‘ludica’ dei medesimi in ogni e qualsiasi configurazione possibile, per quanto bizzarra[4]”.

Il parlare, le mute eloquenze[5], l’agire all’interno delle relazioni fra campi che costituiscono la continua formazione dell’opera di cui il giudizio estetico ne è l’espressione abbreviata e tagliata non riguardano incontri già accaduti, si direbbe ‘passati’, ma invece quelli pienamente ‘presenti’ in quanto corrispondenti e attualmente recepiti (pag.128).

Dicevo, al principio di questa breve disamina, che di un testo puntuto e felicemente indisponente come “Estetica senza (s)oggetti” avevo erroneamente pensato fosse un trattato filosofico al pari degli altri scritti di Perullo. Si potrebbe discutere a lungo su che cosa sia il filosofare, ma è indubbio, almeno per me, che questo libro occupa uno spazio pienamente politico (rinvio all’altro scritto di Perullo, Epistenologia, e al riferimento all’estetica anarchica). Anche questa volta si potrebbe polemizzare a lungo che cosa sia il politicare: quello che so di certo è che ha poco da spartire con quella che è considerata la professione della politica strettamente intesa e con tutti i politicismi a cascata: “Se si parte dal (s)oggetto, sarà inevitabile cedere alle leggi del(la) Capitale, che si infiltreranno ovunque: denaro (capitale finanziario), cultura (capitale culturale), viventi (capitale umano) e menti filosofiche. Il ‘capitale culturale’ è il business del pensiero e coincide col modello capitalistico-finanziario della banca. (…) Il percepire estetico e aptico non cerca di comprendere, di aggredire e di attanagliare qualcosa per sentirlo; non cerca di “fare esperienza” come movimento attivo intenzionalmente indirizzato verso qualcosa; non cerca neppure il godimento. Non cerca letteralmente nulla (…) Educarsi percependo è un processo di apprendimento, non a contenuti ma all’ad-tendere: attenzione e attesa. E non l’attesa di qualcosa, ovviamente: attesa come inclinazione, volgersi, considerare (cum sidera). Imparare ad attendere è anche pazienza: supportare/sopportare, patire. È quindi anche disimparare, disallineandosi dal dominio percettivo prevalente dell’accumulazione e della linearità. Senza obiettivi predefiniti né scopi, questo educarsi esprime il senso della continua fioritura umana nel contesto più ampio della corrente del vivere” (pp. 176, 177).

Come nel romanzo kafkiano la metamorfosi produce una deterritorializzazione dell’uomo e crea una “linea di fuga creatrice che non vuol dire null’altro che se stessa”: “Uno scrittore non è un uomo-scrittore, è un uomo politico, è un uomo-macchina, è un uomo sperimentale – che cessa così di essere uomo per diventare scimmia, o coleottero, cane, topo, divenire-animale, divenire-inumano (…)”. La scrittura diviene, dunque, “un’enunciazione che fa tutt’uno col desiderio, al di sopra delle leggi, degli stati, dei regimi. Enunciazione sempre storica, politica e sociale. Una micro-politica, una politica del desiderio, che metta in causa tutte le istanze[6]”.


[1] Cfr. Ervin Goffman, Frame analysis. L’organizzazione dell’esperienza, Armando Editore, Roma 2001

[2] Turner V., Dal rito al teatro, Il Mulino, Bologna 1986, pag. 145

[3] Csikszentmihalyi M., cit in Turner V., Dal Rito al Teatro, p 105

[4] V. Turner, Antropologia della performance, Bologna, Il Mulino 1983, pag. 187

[5] “Parlano le mani tutto ciò che la lingua sa dire, e l’arte sa fare; tutte le dita sono alfabeti; tutto il corpo è una pagina sempre apparecchiata a ricever nuovi caratteri, e cancellarli”. Emanuele Tesauro, Il cannocchiale aristotelico, o sia Idea dell’Arguta et Ingeniosa Elocutione che serve à tutta l’Arte Oratoria, Lapidaria, et Simbolica esaminata co’ Principij del divino Aristotil, per Giovanni Sinibaldo, stampatore regio,Torino 1654 in Ottavia Niccoli, Muta eloquenza. Gesti nel Rinascimento e dintorni, Vilella, Roma 2021

[6] Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 2010 (edizione originale 1975); G. Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione? Cronopio, Napoli 2010; J. Derrida, Sulla parola. Istantanee filosofiche, nottetempo, Roma, 2004

Il vino di un’orecchia!

Di Henry Vandyke Carter – Henry Gray (1918) Anatomy of the Human Body (See “Libro” section below)Bartleby.com: Gray’s Anatomy, Plate 904, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=566846

Sto leggendo, in maniera compulsiva, le fantastiche “Note azzurre” di Carlo Dossi, quando mi imbatto nella 4245 che fa in questo modo: «…Vino de una oreja – ossia buon vino, perché chi scuote la testa mostrando così le sue orecchie dà segno che il vino che beve non gli piace, al contrario di chi soddisfatto di quanto beve, china la testa verso il bicchiere e così mostra una orecchia sola. E poi si dice che le immagini ardite non hanno popolarità! Altra frase ardita e pittorica è quella che si usa in Borgogna per indicare taluno che mangia male per vestire bene “ha budellla di velluto e di seta”».

Il riferimento è al proverbio spagnolo “Vino de una oreja, prendado me deja; vino de dos, maldígalo Dios” (Il vino di una orecchia mi lascia incantato; il vino di due, Dio lo maledica).

Allora vado a curiosare in giro e trovo che Fleury de Bellingen, nel 1656, scrive una cosa simile: «Jamáis vin á deux oreilles ne nous fit diré des merveílles” (Nessun vino a due orecchie ci ha mai fatto dire meraviglie).

E così continua nei suoi Les Ilustres Proverbes[1]: SÍ aprés avoir bu, j’avais branlé les deux oreilles et tourné et remué la tete à droite et à gauche, j’aurais montré par ce signe dédaigneux que le vin ne m’agréait pas» (Se, dopo aver bevuto, avessi mosso entrambe le orecchie e avessi girato e scosso la testa a destra e a sinistra, avrei mostrato con questo segno di disprezzo di vino che non mi piaceva).

Meraviglia! Introdurrei un’orecchia, e una sola, dopo chiocciole, grappoli, numeri, bicchieri, pallini… come simbolo di riconoscimento della bontà assoluta di un vino. Ma, per la prima, volta una sarebbe il massimo e soltanto due il minimo. Vie di mezzo non ci sarebbero.


[1] Fleury de Bellingen, L’Etymologie ou Explication des Proverbes François, divisée en Trois Livres par Chapitres en forme de Dialogue. Avec une Table de tous les Proverbes contenu en ce Traicté, Chez Adrian Vlacq, 1656

Ghiottonerie e policentrismi

Una libagione simposiaca in una pittura vascolare attica a figure rosse da Vulci (480 a.C.). Museo del Louvre Di Macrone, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=401363

Nella Francia del XVI secolo prorompe un’inusuale metonimia che va sotto l’espressione simbolica del “gusto di terroir” (goût de terroir): si passa così dalla descrizione delle attitudini e delle potenzialità di un territorio agricolo in senso lato a quelle più specifiche consacrate alla vigna. Si giunge infine al vino e, per metafora e per estensione, sul finire del XVII secolo, al terroir come rappresentazione dei pregi e dei difetti degli abitanti di un determinato territorio. Se ne accorge persino un’antica popolazione precolombiana sudamericana dedita al cannibalismo, i Caribi che, stando alle descrizioni di un monaco francese del Seicento, possiede un’idea assai precisa delle qualità e delle carenze dei suoi nemici: «Come è facile da aspettarsi i francesi erano deliziosi, di gran lunga i migliori. Ciò non sorprende, anche tenendo conto di un pregiudizio nazionalistico. Al secondo posto, sono lieto di poterlo affermare, venivano gli inglesi. Gli olandesi erano duri e indigesti e gli spagnoli talmente filacciosi da essere quasi immangiabili, persino bolliti. Tutto questo, tristemente, sembra esprimere pura e semplice ghiottoneria». (Patrick Leigh Fermor, Gluttony)

È invalso l’uso, soprattutto in ambito pubblicitario contemporaneo, della relazione semantica che accompagna le parole ‘sapere’ e ‘sapore’: apparentemente comprensibile, se non altro per la radice comune.  Ma vi è un tempo in cui la correlazione tra i due termini arriva ad essere pienamente assimilata e definitivamente compiuta. Per Agostino la sensazione gustativa non è altro che il risultato del movimento dell’anima che, muovendo l’umido nel sensorio del gusto, permette di accogliere, riconoscere e distinguere i sapori: «il gusto sarà allora – per riprendere una metafora cara a molti pensatori medievali e impiegata dalla stesso Agostino – la porta attraverso cui la mente conoscerà, nel senso pieno del termine, ciò che in natura è buono, cioè confacente alla natura corporea dell’uomo, e ciò che, invece, è contrario a tale natura e perciò nocivo». (Ilaria Prosperi, Gnoseologia e fisiologia del gusto nella tradizione neoplatonica – agostiniana e in quella aristotelica – tomista) Solamente il gusto, confermerà la Summa de saporibus (XIII secolo) è destinato, in maniera propria e precipua, ad indagare la natura delle cose: perché il gusto ne assorbe le proprietà e vi si mescola totalmente (ei totaliter admiscetur). Il sapore rivela il senso, ovvero l’essenza, e quindi il sapere, insito nelle cose. Il senso del gusto, unione del corpo e dell’anima (aisthesis), diventerà, per Giovanni Scoto Eriugena, aistheria: custode del senso.

Ai piedi delle grandi trasformazioni sociali dell’Ottocento, compaiono, nelle ultime righe del “Dizionario dei sinonimi” (1830, in Piero Camporesi, La terra e la luna), alla voce “zuppa”, le seguenti parole: «Tutte le nazioni incivilite posseggono trattati de re culinaria. Se in Italia si dovesse scrivere un libro non barbaro intorno a questo delicato argomento, mancherebbero le parole ad esprimere con sapore italiano i segreti della grand’arte, a cui deve il modo tante buone cattive digestioni, vale a dire tante ore di piaceri e di noie, tanti atti d’impazienza e di durezza, tanti di generosità e di speranza. La digestione è una tra le più importanti e meno considerate cose della umana vita, e un trattato della buona digestione, sarebbe opera enciclopedica, perché tutta piena di questioni di fisica, di chimica, di meccanica, d’agricoltura, di storia, di filologia, di patologia, d’estetica, di morale, di economia pubblica, di religione eziandio.  Considerata l’arte culinaria in questo aspetto, diventa una scienza nuova: e chi sa che il suo Vico sia vicino?» Noi sappiamo, così come la sapevano i nostri avi, che le usanze, le pratiche e le identità sono mutevoli e, forse, più che attenersi ad esse perché storicamente incarnate e  simbolicamente “cosificate”, sarebbe più opportuno scegliere, tra esse, le migliori: «Segue poi nel testo della legge, che dei culti patrii si osservino i migliori; in merito a questo gli Ateniesi consultarono Apollo Pizio, per sapere quali culti cioè si dovessero assolutamente mantenere, e l’oracolo rispose: “Quelli che già fossero nell’usanza degli antenati “. E dopo essersi recati una seconda volta, dicendo che le usanze dei padri erano spesso mutate, essi chiesero quale usanza fra le tante così varie dovessero seguire in particolare, l’oracolo rispose: “La migliore”. E senza dubbio è così, che debba esser considerato più antico e più vicino al dio ciò che è il meglio». (Marco Tullio Cicerone, De legibus, Libro II, 40). Un’identità che si fissa immobile nel tempo non ha passato né futuro perché è un essere che nulla ha mai cessato di essere. Ed è forse soltanto questo il paradosso apparente dei saperi culinari ed enoici che hanno attraversato in lungo e in largo le storie del Mediterraneo e dell’Italia in particolare: costruiti su policentrismi e identità in continua trasformazione hanno saputo essere, in ogni caso, un punto di riferimento storicamente costante della cultura gastronomica mondiale.

Il ricordo del cannonau

Chiesa di Santa Reparata (2007) By Concettod – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15498457

Entrammo nella Fiat 131 color aragosta – almeno presumo che si trattasse di quella autovettura e di quel colore (spesso la memoria si abbarbica in una penosa quanto inutile risalita a ritroso) – per tornare a casa di Rosa e di zia Pietrina tutta vestita di nero. La zia era in lutto da tanti anni e non usciva mai di casa, così diceva lei in una sorta di vanto. Insieme a loro abitava il figlio e fratello di Rosa, Peppe Antonio o Peppantonio, come immaginavo il suo nome, in una crasi sonora, da piccolo: pastore con una pancia grandissima e tonda quasi fosse un cocomero ingurgitato per intero che mi curavo di accarezzare dolcemente con le mani. Peppantonio mangiava tantissimo fin dal mattino presto: malloreddus, quasi una conca, pecorino, che produceva lui, salsiccia, pane carasau, vino rosso, può darsi cannonau. Una volta chiesi di andare a trovarlo al mattino presto nel suo casotto in cima ad una collina, che poteva essere una pianura, o una zona pianeggiante sopra un altipiano dove trovano rifugio il leccio, la sughera, la quercia, i corbezzoli e l’erica. Un po’ più in là dell’altipiano, ad est, si innalzano le estremità dei monti di Sa Pianedda, di Punta Ololviga e di Chentu Porcos dove nasce il maggior fiume della Sardegna, il Tirso che viene rinvigorito dalle sorgenti di Orunita, Musculajos ed Isteddì.

La punta di Ololviga domina l’altipiano di Buddusò fino alla località di sa Pianedda Di Concettod – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15498884

Arrivammo in ora tarda, alle sei di mattino circa, dentro una nebbia che avvolgeva sassi, arbusti, sugheri, muretti, pecore e, solo parzialmente, la pancia di Peppantonio. La mungitura delle pecore avviene solitamente in primavera e fino a giugno si prepara molto formaggio, poco a luglio e ad agosto a causa del gran caldo e della conseguente scarsezza del pascolo, molto invece e di migliore qualità in autunno, dopo le piogge abbondanti che, per inciso, ora non ci sono più tanto. Terminata la mungitura, il latte è versato in una caldaia solitamente di rame. Messa sul fuoco la caldaia, si scioglie nel latte una quantità abbastanza grande di caglio. Il presame, tenuto ad una certa temperatura, è rimestato colle mani o con un mestolo di legno dal manico lungo. Mentre procede la coagulazione, dopo un’ora o due, si tira fuori il latte rappreso con le mani o con un cucchiaio di legno e lo si getta nella forma, che è una scodella rotonda di legno duro di pero, perforata per far sgocciolare il siero. La forma di legno si poggia su un sostegno fatto di due stanghe di legno con due traverse, che sta sopra la caldaia, in modo che il siero possa sgocciolare. Per accelerare questo processo, si pone sulla forma una tavola di legno rotonda e grossa e si preme con essa il formaggio. Quando il formaggio ha raggiunto la compattezza necessaria, si lascia in riposo per 10-12 ore, poi si toglie dalla forma di legno e si mette in un mastello di legno che contiene la salamoia. Qui il formaggio rimane finché non si ritenga salato abbastanza. Poi le forme di formaggio si fanno seccare sui graticci di legno o di canna1.

Peppantonio parlava poco, solo lo stretto necessario: altrimenti cosa avrebbe fatto a fare il pastore se non per stare zitto. Rosa, al contrario, chiacchierava molto, quasi a colpi di glottide e di occlusive laringali, in un italiano rapido e con una marcata intonazione sarda nell’accento: una seconda lingua conosciuta alla perfezione, coniugazioni, sintassi e stilemi compresi, dove l’inflessione della lingua locale rimandava all’impossibilità di conciliarsi pienamente con le antiche occupazioni aragonesi o sabaude che fossero. Quando Peppenatonio morì ero ancora piccolo e lui credo abbastanza giovane. Mi dispiacque molto anche se abitavo a Torino e Peppantonio a Buddusò: la sua immagine non nitida mi viene in mente di tanto in tanto, così come la sua pancia e la coppola indossata persino a tavola e riposta poi sulla sedia per rispetto. Già Buddusò e poi perché Buddusò? Erano gli amici sardi di Torino di mio padre, che pure lui ed io (mia sorella, mio fratello e i miei figli) portiamo un cognome sardo dato che suo padre, ovvero mio nonno (io mi chiamo come lui, Pietro Stara), nacque e visse per un po’ di anni ad Ozieri prima di frequentare la scuola enologica di Alba e, dopo la prima guerra mondiale, la facoltà di Agraria a Bologna.

Si era fatto tardi e dunque salimmo in auto per tornare a casa di zia Pietrina, di Rosa e di Peppantonio. Riecheggiavano i suoni, i calici e le grida della Festa di Santa Reparata, o di qualche altra santa di minor entità, quando si avvicinò Natale (in Sardegna era, un tempo, nome assai comune di persona): chiese un passaggio a mio padre che glielo concesse più che volentieri. Natale aveva bevuto un bel po’ e credo che anche in quel caso si trattasse di cannonau. Ci salutò, entrò barcollante nel veicolo e, dopo pochi metri dalla partenza, si sdraiò dolcemente sulle mie gambe e su quelle di mio fratello.

1Max Leopold Wagner, La vita rustica della Sardegna rispecchiata nella sua lingua, Ilisso Edizioni, Nuoro 1996, pp. 267 – 270.

Titolo originale: Das ländliche Leben Sardiniens im Spiegel der Sprache. Kulturhistorisch-sprachliche Untersuchungen, Wörter und Sachen. Kulturhistorische Zeitschrift für Sprach-und Sachforschung, Beiheft 4, Carl Winter’s Universitätsbuchhandlung, Heidelberg 1921,

Nell’antica Roma si ereditava solo il vino o anche le anfore in cui era contenuto?

Iniziazione bacchica in un affresco nella Villa dei misteri a Pompei antica. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=156518

Il legato, nell’antica Roma, era un lascito testamentario: oggetto del legato potevano essere un diritto reale, un diritto di credito, la remissione di un debito (legatum liberatiònis), una quota di eredità (legatum partitiònis), una rendita alimentare ed altro. “Il processo di avvicinamento tra i gènera legatòrum raggiunse il culmine nel diritto giustinianeo, allorché, si stabilì che i legati avevano tutti unam naturam, cioè una sola natura, e i vari tipi di legato si fusero insieme. In caso di pluralità di legatari, si distinguevano due ipotesi:

  1. vi era coniùnctio re et verbis, se il legato spettava a più chiamati ed in caso di morte o rifiuto di uno di essi, la sua parte restava nel patrimonio ereditario;
  2. vi era coniunctio re, se l’erede aveva a suo carico tante obbligazioni con oggetto uguale, quanti erano i legatari”. (Cfr. https://www.simone.it/newdiz/newdiz.php?action=view&id=1597&dizionario=3)

Proprio nel Digesto giustinianeo (Giustiniano I), suddiviso in 50 libri che contenevano i frammenti delle opere di giuristi romani e promulgato il 16 dicembre del 533 d.C., troviamo il frammento di Domizio Ulpiano[1], contenuto nel Liber XX ad Sabinum, a proposito del legato del vino: «Si vinum legatum sit, videamus an cum vasis debeatur. Et Celsus inquit, vino legato, etiamsi non sit legatum cum vasis vasa quoque legata videri; non quia pars sunt vini vasa, quemadmodum emblemata argenti, scyphorum forte vel speculi, sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes. In doliis non puto verum, ut, vino legato, et doliis debeantur, maxime si depressa in cella vinaria fuerint, aut ea sunt quae per magnitudinem difficile moventur. In cuppis autem sive cuppulis puto admittendum et ea deberi,nisi pars modo immobiles in agro veluti instrumentum agri erant. Vino legato utres non debuntur nec culeos quidem deberi dico (D. 33, 6, 3 § 1)».

Così la traduzione di Iole Fargnoli[2]: «Se è legato del vino; vediamo se sia dovuto assieme ai suoi contenitori. Celso dice che quando il vino è legato, anche se non è legato con i contenitori, essi appaiono ugualmente essere legati, non perché i contenitori sono parti del vino, come per esempio gli ornamenti all’argento (così come deve essere per le coppe o lo specchio), ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino. Dove le botti sono interessate, io non penso che sia vero che quando ii vino sia legato, anche le botti siano dovute, specialmente se esse sono fissate nella cella vinaria o sono difficili da spostare a causa della loro dimensione. Tuttavia, nel caso di tini o tinozze, penso che debba ammettersi che esse sono pure dovute, a meno che esse siano allo stesso modo inamovibilmente fissate al suolo così da essere un instrumentum della terra. Quando il vino è legato, gli otri non saranno dovuti; io dico che non sono dovute neanche le sacche di pelle».

Tale regola giustinianea venne poi avvalorata nella Magna Glossa da un “commento” di Bartolo da Sassoferrato (Sassoferrato, 1314 – Perugia, 13 luglio 1357). Quello che a noi interessa è notare come la metonimia contenuta nella espressione del “testatore”, «…sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes», ovvero «…ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino» entri, di fatto, nella prassi consolidata dell’esecuzione dell’intenzionalità testamentaria. Al contrario, con ciò che non può essere spostato, come i tini e le tinozze, perché fissato nel terreno oppure che rappresenta un mezzo di trasporto estemporaneo, di transito veloce, come gli otri o i sacchi in pelle (recipienti fatto di pelle di capra conciata e cucita), allora il vino viene s-legato dal rapporto di complementarietà necessaria e indissolubile e la metonimia perde la forza del diritto.

[1] Ulpiano, Domizio. – Giurista romano (m. 228). Praefectus praetorio assieme a Paolo, è uno dei cinque giuristi indicati dalla cosiddetta legge delle citazioni (426) di Teodosio II e Valentiniano III, come coloro alle cui dottrine dovevano attenersi i giudici nella decisione delle controversie. Le sue opere maggiori sono i due commentari ad edictum in 81 libri e ad Sabinum in 51 libri. (da Treccani,.it)

[2] Iole Fargnoli, Cibo e diritto in età romana, Giappichelli Editore, Torino 2015, pag. 64

Ai rigori! Notazioni sul gioco del calcio e le sue magagne

Di William Ralston (1848-1911) – Scanned from the book Historia del Fútbol, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43148046

Dopo che il capitalismo si è imposto come sistema globale ha scatenato un po’ ovunque il suo figliolo prediletto, quello che aveva tenuto in serbo per la sua vittoria più matura e consapevole, piena e ragguardevole: il liberismo. Il figliol prodigo non agisce ovunque allo stesso modo: forte di una libertà d’azione mai avuta in precedenza si accorda con usi e costumi dei luoghi, con le mentalità più arcane delle genti, con le loro brame più sottili, con le voglie più durature, con i poteri più scaltri, con i tempi sempre più veloci e, proporzionalmente, sempre più corti. Il gioco del calcio professionistico è compreso in una partita ben più grande dove, come diceva un tempo la saggezza popolare, l’appetito vien mangiando. Forte di un rimando religioso, il gioco del calcio unisce, e per la stessa ragione divide, processi economici all’avanguardia, plusvalenze comprese, e un medioevo simbolico fatto di bandiere, sciarpe, schieramenti di truppe in campo e fuori, fairplay e non occasionali grandi evasori fiscali, ma prima di tutto beniamini, pulsioni orgasamtiche che vanno in gol e devozioni al cielo e alla terra (segni della croce e balletti), sontuose cattedrali nei più disparati deserti collocati sulla sabbia o su desolati manti urbani e, nei casi peggiori, antiche schiavitù fatte di sfruttamento e di morte.

Il figlioletto sbarazzino e cattivello del capitalismo più rapace si diverte come può: compra, vende, disfa, si aggrega per fondi sovrani e sovrumani, aggira, agghiotta, complotta, petroldollarizza, internazionalizza, affonda, recupera, scuote e si dimena. 

Sempre, però, con estremo rispetto per le consuetudini predatorie di coloro che si prostrano ai suoi piedi. 

Qui da noi il liberismo più burlone e divertito, costruttore di bolle di sapone tanto grandi quanto veloci ad esplodere, si è adattato ad un gioco ricco di pacche sulle spalle e di odi misurati, di compra-vendite con super-Pos per sovrafatturazioni volte a remunerazioni massimamente immeritate, di accordi crepuscolari al lume di un candelabro, di lettere mai spedite, di telefonate a casaccio, di frasi dette a bocca stretta, di folgietti sparsi, di sospetti a cascata e di cascate di sospetti. Scopriamo, dunque, che qualcuno forse ruba, fotte, si appropria, falsifica, agghiotta non senza aggottare e che qualcuno lo fa più e diversamente e meglio, finchè dura, di altri. Quando le pacchie finiscono sono sempre pacchie di altri e tornano ad esibirsi cappi come nella lontana Tangentopoli, ma solo per l’attimo che serve per una dichiarazione d’intenti; quella che conferma l’appartenenza ad un consorteria diversa e che poi rientra un attimo dopo aver sibilato  “che così fan tutti”, casomai. Siamo un popolo profondamente religioso e sappiamo altrettanto bene che le indulgenze hanno un prezzo come qualsiasi merce ben disposta in un mercato rionale. Quello che mal sopportiamo sono essenzialmente due cose: non essere al posto di un qualcun altro quando costui detiene un potere, meglio se predatorio; due, che questo costui si faccia beccare mentre depreda. Il fatto in sé ha valore in senso positivo o negativo nella misura in cui si portrae: il tempo è la misura della capacità e del valore del governante (non solo in senso politico). 

Il figlioletto agitato del capitalismo iconico e selvaggio qualora cada ha tutte le capacità per riprendersi: si specializza e affina le tecniche per i futuri saccheggi. Per fare questo ha bisogno di nuove classi dirigenti che sostituiscano quelle più logore e meno aggiornate del passato. Le pensiona con le buone o con le cattive, indipendentemente dal raggiungimento della vecchiaia agognata.

E così si potrà tornare a ballare intorno al cappio per un nuovo giro di danza. In fondo quel cappio è solo la corda che tiene uniti per non perdersi.  

Per un programma organico che diseduchi al vino e alle altre cose

Studenti-insegnanti praticano l’insegnamento in un asilo della Normal School di Toronto in Canada nel 1898
Di Ontario Ministry of Education – This image is available from the Archives of Ontario under the item reference code RG 2-257, Acc. 13522, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3486877

Al giorno d’oggi sarebbe necessaria una grande, poderosa e soprattutto collettiva campagna diseducativa che tocchi un po’ tutti temi, le apprensioni, le convulsioni e quindi anche il vino. Intendo perciò concentrarmi sul prefisso “dis-“ e non tanto per quello che riguarda i suoi aspetti negativi, ma in ragione dei suoi esiti privativi: annullare gli effetti di una educazione ricevuta. Viviamo in un mondo tremendamente maleducato sia nelle restituzioni formali e convenzionali sia nei tratti di contenuto o etici. Ed è soprattutto in ragione di questo che sarebbe opportuno diseducare i più a tutto quanto hanno appresso sino ad ora. Me compreso. Ma non si può affatto pensare che il percorso sia semplice: così come la mala educazione è stata assimilata sin dall’infanzia più polverosa, allo stesso modo la diseducazione necessita di un processo lungo e tortuoso. La disassuefazione richiede molta pazienza, accentuate virtù, moltissima concentrazione e applicazione costante.

Due sono i fondamenti da cui partire per volgere a nostro favore lo sviluppo diseducativo:

  1. Gli oggetti inanimati, le cose, i manufatti non parlano, anche se si può comunicare con loro (principio di schizofrenia, panteismo o, per alcuni, segno di grande intelligenza).
  2. Alcune cose non si possono insegnare, nemmeno comunicare, tutt’al più trasmettere. Da questo ne consegue che anche il vino, benché sostanza viva, si risolva per la sua fondamentale qualità auto-definitoria: esso non spiega nulla di se stesso più di quanto abbia qualcosa da dire.

Si può arrischiare di insegnare le modalità di produzione, di coltivazione della vigna, ma non si può insegnare il vino: c’è una parte dell’incontro, legato alla sincronicità dell’atto, che non è descrivibile. Questo aspetto di simultaneità è ciò che rivela tanto l’atteso quanto l’inaspettato. Una introduzione al vino che tenti di decifrarlo rischia di avere una funzione pre-digestiva.

Quindi non se ne può parlare, non esistono criteri per parlarne eccetera?

Al contrario: è nel dialogo imprevedibile e traballante tra più soggetti pronti allo smarrimento e alla privazione, anche solo parziale, delle proprie certezze che può aver luogo quel momento irripetibile nel quale qualcosa si traferisce dall’uno all’altro. Questa cessione non è priva di ancoraggi poiché ognuno di noi è intrecciato ad un testo sociale di rilievo: non tutti allo stesso modo e non tutti con le medesime pratiche, conoscenze eccetera eccetera. Ma non è a quel rilievo che si può concedere lo spazio che già detiene, ma allo scambio che interviene nello stupore, nell’indecifrabile. E per concedere che questo barlume di indeterminatezza trovi un varco occorre lasciare spazio ad un ampio programma di diseducazione personale e collettivo.

“Me nonu l’à mai campà l’ua an tera”. A tavola con produttori veraci del Monferrato e del Grignolino. Di Andrea Ferreri

Di Davide Papalini – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11259547

Nelle sere estive più calde in alta collina, quando si portano a termine i lavori in campagna e il sole è sul punto di salutarci, si arriva a far notte nel sollievo del fresco e la pace concede di non sentir alcun rumore intorno se non il ronzio degli insetti o il passaggio di qualche animale.

Il panorama si armonizza al luccichio delle lucciole e delle stelle.

La ranghinatura nei campi o i trattamenti di notte tra i filari consentono di percepire quell’eccitante profumo di erba bagnata che sa regalare gioia alle narici e ai polmoni.

Per un contadino e un vignaiolo del Monferrato questo è uno tra i momenti più belli e felici della vita. Alla fatica del giorno sopraggiunge un sorriso e la soddisfazione di un lavoro portato a termine. La bellezza di poter ascoltare ogni suono nel silenzio, aiuta a ricordare di quando da bambini, nelle notti di luna piena, si era seduti con il nonno ad ascoltare storie di caccia mentre i segugi abbaiavano rincorrendo le lepri in calore.

Ricordo quando da bambino mia mamma tornava da Casale Monferrato per lavoro. Ogni volta portava a casa una cassetta di latta con dentro i biscotti “krumiri”. È sufficiente ripensare a quei momenti per rivivere e risentire certi profumi e fragranze.

Vorrei essere io oggi a portare mia madre nel Monferrato, l’accompagnerei tra le colline per godere del bellissimo paesaggio, per assaporare i vini di questo territorio. Da ragazzino non sapevo apprezzare certi sapori e con questo viaggio immaginato, vorrei dimostrarle che crescendo alcune idee si cambiano: ne ho cambiate poche, ma sono sicuro che la sorprenderebbe la mia sempre più importante passione per il vino. Questo interesse inizia dall’incontro con le persone e dal transito di territori, tutte esperienze indispensabili per potere assaporare appieno un vino.

Tra i vini che potremmo assaggiare avrei sicuramente il piacere di ricercare quelli più rari, a partire da vitigni antichi e riscoperti, come la Malvasia del Monferrato, che i viticoltori Casalone hanno recuperato e valorizzato per l’aromaticità e versatilità di produzione a Lu Monferrato.

Il Baratuciàt, tipico vino della Val di Susa vinificato con grande successo da Gabriele Athos nel Monferrato a Murisengo.

Oppure andrei a ricercare la Balsamina, vitigno autoctono non iscritto al Registro Nazionale delle varietà di viti, ma di cui ogni vignaiolo più attento ha mantenuto tra qualche filare.

C’è un vino in particolare di cui sarei ancora più curioso e che vorrei maggiormente condividere e assaporare, il Grignolino. Credo che questo vino, più di tutti gli altri, riesca a raccontare e rappresentare quello che è il Monferrato, mostrandoci come questa zona si differenzi da tanti altri territori e come questo vino sia unico nel panorama vitivinicolo.

In questa zona del Piemonte l’urbanizzazione non ha preso il sopravvento e si sono mantenuti piccoli centri dislocati tra di loro. Le colture sono variegate, la superficie è prevalentemente coltivata a seminativi, seppur siano presenti, specialmente in alcuni luoghi, frutteti e vigneti. Anche l’area boschiva è ampia, seppur la preponderanza di robinieti1 indica l’abbandono di alcune aree volte a testimoniare le politiche agricole degli ultimi cinquant’anni, a cui sono seguite le mode e le esigenze del profitto e del mercato.

Come testimoniano i libri di Nuto Revelli la conseguenza di tutto questo è stato l’abbandono delle campagne e l’esodo verso le città e le fabbriche, capaci di garantire un reddito sicuro e migliore specialmente per le comunità che vivevano di un’agricoltura di sussistenza.

A tavola con i produttori. Alla trattorie Serenella di Vignale Monferrato. Foto di Andrea Ferreri

Anche in campagna, oltre al problema dell’abbandono, la ricerca del successo e del profitto ha spinto a monocolture e mono-varietà, indebolendo e impoverendo così le campagne sia dal punto di vista economico sia da antiche e preziose conoscenze.

I noccioleti sono un esempio di una coltura importata nel Monferrato perché non avrebbe richiesto maggiore lavoro né interventi fitosanitari, mentre nel tempo ha portato con sé agenti chimici e cimici.

C’è chi dice “per colpa della Ferrero”, mentre altri che pensano che siano stati gli stessi agricoltori a seguire la tendenza del momento: qualunque sia la causa, mercato e moda portano benefici economici nell’immediato, creando però desertificazione del suolo e contribuendo alla sconfitta del mondo agricolo e contadino.

Ho avuto l’occasione di sedermi a pranzo con cinque produttori di diverse zone del Monferrato prevalentemente Casalese, insieme a due vignaioli del Roero, anche loro innamorati del buon vino, della bella compagnia e affascinati dalle tante storie che ogni uomo e ogni donna con le mani nella terra sa e riesce a raccontare.

Le differenze del territorio e le diverse annate si sono ben espresse negli assaggi, mentre non si è volutamente dato conto alla conduzione agronomica o alla denominazione riportata in etichetta. Come condiviso a tavola “che sia Monferrato Casalese, Piemonte o Vino Rosso, l’importante è che sia Grignolino…in purezza”, ognuno fa il Grignolino alla sua “manera”e per fortuna.

Il Grignolino non può e non deve essere omologato ad un gusto, è un vino particolare, diverso per annata e territorio.

La vinificazione del Grignolino è tra le più difficili e le più problematiche: si rischia di avere ossidazioni, oppure andare in riduzione, diventare molle o essere sgradevole per tannini eccessivi e acerbi.

Le certificazioni non hanno importanza per loro: tutti i vignaioli presenti vivono e lavorano la propria terra. Tra questi produttori c’è Francesco Brezza di Tenuta Migliavacca: fa il letame con le sue mucche che mangiano il grano, l’orzo e il fieno coltivato dalla stessa tenuta. Lui dichiara: “poi tutto questo c’è chi lo chiama biologico, biodinamico, bio. Ma nel mondo moderno non si riesce più a capirne il significato…l’importante è come viene fatto il vino”.

Ogni produttore si mostra giustamente fiero e orgoglioso del Grignolino: il motto da tutti conosciuto é “pan de dui dì, grignolin de dui ani, tòta de vint’ani”, da cui si capisce come questo vino già tradizionalmente giunga al suo apice qualitativo a due anni dalla vendemmia e necessita di gioventù.

A tavola con i produttori. Alla trattorie Serenella di Vignale Monferrato. Foto di Andrea Ferreri

Le donne hanno acquisito, nel corso del tempo, ruoli sempre più importanti e fondamentali nel mondo del vino e del territorio, come testimoniano Teresa e la nipote Bianca, rappresentanti di Cascina Tavjin, e Tiziana, moglie di Silvio Morando, che si prende cura dell’agriturismo, “La Locanda degli Ultimi”.

Ognuno dei vignaioli, come scritto poc’anzi, per produrre lo stesso vino, segue la propria strada, spesso definita dalle tradizioni familiari.

In alcuni casi, assaggiando i vini, si percepisce la mano del produttore: c’è chi ha compiuto studi più tecnici o i propositi del giovane enologo, ma in tutti i casi possiamo parlare di vini di terroir, espressioni autentiche del territorio e della base ampelografica.

Difatti la prima e vera distinzione dei vini deriva dal tipo di terreno in cui è impiantata la vite e dall’annata di vendemmia.

L’autenticità di questi vignaioli la si denota anche dalla loro puntuale e severa osservazione del mondo e non solo di quello del vino.

Ci tengono a distinguersi per vini e territorio da zone commercialmente più attive come le Langhe, seppur il timore sia quello di un mondo sempre più omologato: “Le stalle si sono trasformate in sale di degustazione, nessuno produce più latte, ma bisognerà pur mangiare.” La richiesta: “Lasciateci lavorare in campagna, produrre bene”, “Io non voglio gnun”. Il contadino è sparito per diventare manager, i parcheggi hanno rubato spazio al verde. Il turismo di massa mortifica il paesaggio, la speranza di tutti è che il Monferrato si mantenga per quello che è.

L’animo contadino è presente a tavola, che non si parli di diradamento, “me nonu l’à moi campò l’uia in tera”, “il diradamento è nella forbice quando poti”, è un contro senso “portare a maturazione tutta l’uva, spremendo e sfruttando la pianta per poi tagliare i suoi frutti”.

Come vuole il buon senso contadino e come mi ammoniva anche mia nonna, “non si butta via niente!”.

È giusto sottolineare che l’uva grignolino presenta maturazioni diverse nella stessa pianta e addirittura nello stesso grappolo. Questo significa che per il vignaiolo risulta necessario effettuare più vendemmie nello stesso vigneto e anche una cernita in cantina dell’uva raccolta.

Ovviamente l’uva migliore servirà per fare il vino più pregiato.

Oltre alla pressa ad aria c’è ancora chi utilizza il vecchio torchio e i ricordi ritornano all’utilizzo che se ne faceva una volta. Francesco Brezza ricorda “mio nonno torchiava con il torchio Bazzi (ancora presente e utilizzato in cantina), disfaceva le vinacce, ricaricava il torchio e torchiava nuovamente”. Anche Silvio Morando racconta: “io da bambino, quando torchiavamo il primo vino in damigiana, si disfaceva il resto a mano con la bigoncia in cantina e poi lo ributtavamo nel torchio con una piccola innaffiata. Poi andavo dentro nel torchio, pestavo tenendomi appoggiato con una candela dentro e torchiavamo una seconda volta il vino da bere per noi e la terza passata era il vino da dare alla distillazione fino all’ultima stissa”.

Degustazioni

Cascina Tavjin, Grignolino 2021

Il primo vino assaggiato è della cantina di Nadia Verrua, siamo nel Monferrato Astigiano a Scurzolengo, al limite con il Casalese. I terreni di queste zone risultano più asciutti e meno compatti, con maggiore presenza di sabbia e argilla.

Al naso il vino ci regala note di frutta rossa e un fiore che ricorda il geranio. Si percepisce una nota pungente e una piccola riduzione che con il tempo si affievolisce, mostrandoci un vino sempre più gentile.

In bocca il vino è accompagnato da una nota tannica e rinfrescante. Richiama alla beva, ricorda spontaneità e sincerità.

Tenuta Migliavacca, Grignolino 2021

Questo vino è prodotto in terreni calcari e argillosi alle porte di Casale Monferrato, nel borgo di San Giorgio Monferrato. Blocchi di marna calcarea scura, da cemento, tengono l’acqua garantendo maggiore riserva idrica.

Il vino al naso è delicato con una lieve nota speziata di anice. È in bocca che si apre e si esprime grazie a un tannino deciso e un sorso verticale che si mantiene nel tempo.

Ha carattere e mantiene la piacevolezza: riassaporando il vino, il tannino vira tra il vellutato e una nota spigolosa che consente piacevoli e differenti accostamenti culinari.

Cascina Isabella, Monte Castello Grignolino 2021

Gabriele “Athos” ci accompagna con il suo vino nella Valle Cerrina, a Murisengo, ultimo comune a ovest della provincia di Alessandria.

Zona ricca di marne calcaree bianche e con presenza di tufo. I due vigneti in cui è impiantato questo grignolino si trovano nelle migliori posizioni per esposizione solare e altitudine, anche se negli ultimi 10-15 anni la necessità è stata quella di scendere verso valle.

Monte Castello 2021 si presenta al naso fruttato e agrumato, accompagnato da una nota di spezia dolce. All’assaggio il tannino si esprime deciso, vellutato e ben integrato alle note odorose. Una spinta amplificante dona elegante persistenza.

Azienda Vinicola Casalone, Grignolino, 2020

Con il quarto assaggio ci portiamo verso l’alessandrino, a Lu Monferrato, dove si trovano terreni sabbiosi con marne calcaree e arenarie.

Il vino emana note di frutto di melograno legate a sensazioni mentolate e di liquirizia. In bocca abbiamo una bevuta verticale equilibrata da una buona rotondità, particolarità di questo vino se pensiamo agli altri Grignolino assaggiati. Nella persistenza non inganna la sua essenza: il lungo finale è legato all’acidità e al tannino.

Cascina Isabella, Monte Castello Grignolino 2019

Rispetto all’annata 2021 dello stesso vino assaggiato in precedenza, in questo millesimo la macerazione è stata inferiore, con minore estratto.

Il profumo ricorda altri Grignolino assaggiati, con frutta rossa, spezie dolci e liquirizia. Il tannino è molto equilibrato e legato alla freschezza.

Un Grignolino che si avvicina molto a un Pinot Nero, l’unico vitigno a cui in alcuni casi si può paragonare

Silvio Morando, “Anarchico”, Grignolino, 2019

“Dove c’è tufo, c’è Grignolino”. Vignale Monferrato è ricco di tufo e formazioni sedimentarie di depositi marini, a testimonianza che questa area fu un tempo fondale marino.

Il vino si esprime al naso con note di frutta rossa, specialmente ribes, fiori che ricordano la viola e una nota salina.

Assaggiandolo, il vino si esprime con un tannino fruttato, pieno. Si presenta ancora austero nel suo raggiunto equilibrio. Il sorso è lungo e di carattere.

Valfaccenda, Grignolino 2020

Luca Faccenda, da attento e appassionato vignaiolo del Roero, si è innamorato del Grignolino. Da questo amore è nato il desiderio di vinificare a casa propria questo raro e prezioso vitigno.

Il suo Grignolino ci porta profumi di frutta di sottobosco e spezia dolce, come al naso si mostra invitante anche in bocca: è un vino fine ed equilibrato. A differenza di altri Grignolino assaggiati, la freschezza è più percettibile del tannino.

Di facile beva non perde di profondità

Cascina Tavjin, Grignolino 2018

Questo vino si è dimostrato da subito uno dei più complessi al naso con richiami ben definiti, anche facili da percepire. Una nota aromatica ed erbacea elegante con richiami alla salvia e all’alloro. La frutta percepita in questo caso ricordava la prugna secca.

In bocca da subito con la sua pungenza invitante, rimane equilibrato. Un vino da bere e godere.

Silvio Morando, Grignolino 2012

“Ho voluto mettere alla prova il Grignolino in un’annata davvero sfigata!”; dopo 10 anni il colore è ancora vivo nel suo mostrarsi diverso già alla vista rispetto a tutti gli altri vitigni. Il naso è invitante e giovanile con note di frutta rossa e noce moscata. In bocca però percepiamo che seppur non arrendevole, grazie ad una spiccata acidità che lo mantiene integro e in piedi, si denota una sua debolezza data dal tempo passato.

Questo assaggio è istruttivo a livello organolettico, ma credo possa insegnare qualcosa anche a livello umano. Sembra che mi voglia raccontare anche lui una storia, “posso non essere bello e reattivo come prima, ma io sono e continuo a essere Grignolino.” Io non posso che rispondergli: “Viva il Grignolino!”

Alberto Oggero, Roero Rosso, 2020

Grazie ad Alberto Oggero, abbiamo l’occasione di assaggiare un Nebbiolo di Santo Stefano Roero. Grignolino e Nebbiolo condividono una buona dotazione di polifenoli ed una modesta presenza di antociani. Ma se il Grignolino ottiene la sua tannicità dai vinaccioli conferendo al vino una sensazione astringente più amarognola, nel Nebbiolo la tannicità deriva dalle bucce con una maggior eleganza nella sua pur presenza austera.

Difatti con questo profumato e fine vino, si denota un tannino mentolato che riempie la bocca nel gusto e nelle sue sensazioni odorose di violetta, ciliegia e balsamo.

Silvio Morando, Clandestino, vino rosso dedicato a tutti coloro che lottano per un mondo senza frontiere

Il pranzo termina con una dolce, inaspettata e gradevolissima sorpresa. Un vino da merlot, cabernet e syrah di bassa acidità, molto corposo e ricco di alcol. Da una vecchia ricetta godiamo di un vino che vuole farci meditare. Grazie ai suoi suadenti profumi e alla piacevolissima beva, grazie a variopinti profumi ci porta con la mente in molti paesi del mondo.

Bevendolo è come se ci sollevasse dai problemi, ma sappiamo che al mondo c’è chi lotta e resiste per i propri diritti di esistenza. Non possiamo che brindare, augurandoci che la lotta possa servire ad apportare benessere a ogni donna e uomo sulla faccia della terra.

1 Boscaglia con prevalenza di robinia, spesso accompagnata da arbusti quali sambuco e vitalba