Ancora sui vini naturali, scomodando Max Weber.

Max Weber

Uno dei primi tentativi di definizione del concetto di “vino naturale” lo dobbiamo a Giovanni Bietti che, dopo aver specificato la difficoltà di esprimere un concetto onnicomprensivo attraverso l’aggettivazione di ‘naturale’, spiega che esistono, dal confronto serrato con alcuni produttori, almeno tre categorie di intendere il vino naturale: vi è una posizione estrema, in un certo senso fondamentalista secondo l’autore, la quale sostiene che si possa considerare un vino come naturale solamente se si escludono i trattamenti chimici e di sintesi in vigna: «L’uomo insomma è un custode, un interprete, mai un artefice: ciò che conta davvero è la natura. Un concetto quindi affascinante, ma davvero rigorosissimo, al punto che se si applicano questi criteri giungiamo a poter definire ‘naturali’ non più di una trentina di vini (prodotti da nove o dieci aziende) in tutta Italia[1]

Vi è poi una posizione filosofica in cui il vino è un precipitato naturale degli atteggiamenti della vita di chi lo produce: è una posizione che cede ad alcuni compromessi tecnologici, come la solforosa, la filtrazione e la chiarificazione…, in una sintesi interpretativa tra natura e cultura, dove i produttori seguono un’idea ben definita di vino frutto  di tradizioni consolidate.

La terza ed ultima posizione è quella di tipo economico autarchico, come afferma un piccolo produttore toscano: «Per me fare vino naturale significa poter vivere onestamente del mio lavoro e rendere me e la mia famiglia autosufficienti grazie alla natura.» Quest’ultima tipologia rappresenta la categoria del produttore di vino che ha nel suo podere diverse coltivazioni adatte a sostenere l’autosufficienza alimentare. I criteri di Bietti per la redazione della guida tengono in conto, in maniera non esclusiva, alcuni dei principi appartenenti alla tre categorie, a cui, per estensione, se ne include un altro: l’artigianalità. Sono le piccole dimensioni aziendali in cui il lavoro viticolo e di cantina si riassumono nella stessa persona.

L’aggettivazione “naturale” si connota dunque come un concetto-limite e ci rimanda direttamente a ciò che Max Weber definì come “idealtipo” o “tipo ideale”: si tratta di un’astrazione che non ha la facoltà di rappresentare la realtà, ma ha quella di offrire un criterio di comparazione al quale devono essere riferiti i singoli fenomeni storici concreti. Mentre il sapere nomologico (scienza delle leggi) costituisce il fine delle scienze naturali, per Weber assume un valore strumentale nelle scienze della cultura (storico-sociali): «Esso costituisce un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà ‘autentica’, e tanto meno può servire come uno schema al quale la realtà debba essere subordinata come esemplare; esso ha il significato di un concetto-limite puramente ideale, a cui la realtà deve essere commisurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico[2].» Pensiamo a concetti abitualmente usati in forma di tipo-ideale come “capitalismo”, “classe”, “chiesa”, “casta”… e come funzionino sia nella loro veste di classificazione, sia nella loro potenzialità concettuale come strumenti di partenza su cui indagare le loro concrete declinazioni storiche. E’ sicuramente vero, tanto per fare un esempio, che il concetto di “classe” esiste oggi come esisteva nell’Ottocento, ma è altrettanto plausibile che occorra ripensarlo sulla base di nuovi strumenti definitori ed operativi: per cosa lo si usa?, chi ne fa parte?; come se ne fa parte?…. Quindi il primo problema che si pone è quello di delimitare le proprietà strategiche di un concetto, sapendo che la rappresentazioni che ci guidano nella lettura della realtà pongono un problema non tanto tecnico quanto politico e questo avviene in maniera maggiore “quando il termine precede la cosa, ovvero quando l’usurpazione dell’identità nominale fa precipitare la costituzione dell’identità reale[3].”

Si può sostenere, senza alcuna remora, che il concetto di “vino naturale” appartenga ad una comunità spazio-temporale (produttori, critici…),  che esso faccia parte di una negoziazione inter-soggettiva, la quale rappresenta un processo di riproduzione sociale continua in cui vengono ridefiniti gli attori sociali e il significato stesso della nozione di “naturale” e, infine, che venga mutuato dalle culture di cui sono partecipi gli estensori dell’idea di “naturalità”: questa idea proviene e trasmigra anche da quei contesti che non sono prettamente agricoli. Pensiamo soltanto un momento alla forza che in questi ultimi anni hanno avuto modelli improntati ad una certa idea di salutismo, di benessere fisico, di dieta controllata, oppure ai modelli sociali legati ad un ritorno di scambi di vicinato, di rispetto del contesto ambientale, di decrescita e via dicendo. Credo che la nascita di un concetto, o meglio la sua trasposizione in forme politiche, letterarie… abbia a che fare con due livelli tra loro internamente connessi: quello politico e quello economico. Politico, grazie al posizionamento scientifico, culturale, divulgativo, scientifico che tiene insieme pratiche diverse attraverso organizzazioni di sintesi: pochi punti in comune, generali e condivisi dagli aderenti. Economico: ambito promozionale, commerciale, di scambio, di conoscenza, di economie di scala…

Un’altra cosa mi pare altrettanto indubbia: pur nella genericità del concetto di “naturale” , ma lo stesso potrebbe dirsi anche per altri utilizzati per marcare specificità e differenze (convenzionale, biologico…), questi ha avuto il merito di introdurre temi e problematiche di grande urgenza (agricoltura sostenibile…). Può darsi che nel giro di breve tempo scompaia o venga soppiantato da altri termini altrettanto o più efficaci, oppure permanga e si faccia forza di un’affermazione politica che diviene formalizzazione legislativa: al di là delle sue fortune immediate e della sua spendibilità politica, il termine ‘naturale’ ha aperto un varco che sarà difficile chiudere con qualche colpo di spugna semantico.

 


[1] Giovanni Bietti, Vini naturali d’Italia. Manuale del bere sano, Italia Centrale, volume 1, Edizioni Estemporanee, Roma 2010, pag. 18

[2] Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 2003, pag. 64 (edizione originale Mohr, Tubinga 1922)

[3] Pierre Bordieu citato da Mauro Palumbo, Elisabetta Garbarino, Ricerca sociale: metodo e tecniche, Franco Angeli, Milano 2006, pag. 78

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Se il vino non esiste in Natura, neppure la Natura esiste in Natura. Ovvero la Natura come prodotto Culturale.

van goghUna delle forme oppositive più rilevanti al concetto di naturalità, già ricordato in altri interventi, legata ad un prodotto artificiale, è che questo non esiste in Natura: “il vino non esiste in Natura!”, così come la marmellata, il burro…. La Natura diviene in questo senso sacralità oggettivata, estranea all’estensore del termine ed all’uso che essa assume nel corso delle discussioni. Se poi consideriamo che la Cultura si caratterizza per l’autonomia dell’ordine simbolico e che i simboli sono organizzati tra di loro in una rete di relazioni, sia all’interno di un sistema integrato, ma anche dentro agglomerati eterogenei ed instabili, per cui “i simboli sono sempre, senza eccezione, multivocali, e la fissazione del loro significato è il risultato sia delle regole della logica interna al campo culturale che delle pratiche contestuali dei membri[1]”, allora la distinzione non è tra azioni e pratiche culturali, ma tra dimensione simbolica e non simbolica di qualsiasi pratica. Se quest’ultimo assunto ha una base di fondamento teorico, ci accorgiamo immediatamente che il concetto di Natura, al pari di quello di Cultura è un prodotto di elaborazione intellettuale, ovvero afferisce alla menzionata dimensione simbolica delle pratiche a cui appartiene e ai membri che ne fanno parte. Ma non solo: potremmo scoprire, ad esempio, che non tutti abbiamo la stessa idea di Natura e potremmo anche scoprire che l’elaborazione dello stesso concetto di “Natura” affonda le sue radici in un dibattito antichissimo: “Negli scritti dei filosofi greci, Talete, Anassimandro e Anassimene la natura designava la realtà tutta, considerata nel suo divenire e in relazione a un principio (arché) da cui tutte le cose derivano: per Talete quel principio era l’acqua, per Anassimandro un principio materiale infinito e illimitato, l’ápeiron, per Anassimene l’aria. Con la sofistica si cominciò a considerare la questione del rapporto tra natura (physis) e convenzione (nómos), fra la vita secondo natura e secondo le leggi e i costumi proposti dalla civiltà, e gradualmente la definizione di natura si chiarì opponendosi a quella dell’attività culturale umana. Aristotele definì “natura” ciò che aveva in sé il principio del proprio movimento: le cose inanimate, le piante e gli animali, tutti gli esseri che mutano, si muovono e si riproducono senza l’intervento dell’uomo. Aristotele distinse la realtà naturale da quella artificiale: la prima coincideva con tutto ciò che non dipendeva dall’uomo e dalla sua “arte” o “tecnica” (techné), ossia la natura “fisica” (che includeva anche l’uomo considerato un animale), la seconda comprendeva tutto ciò che era opera della produzione umana[2].” La fisica, secondo questa lettura, era la scienza che studiava i meccanismi del mutamento della natura, mentre la ‘meccanica’ aveva l’obbiettivo di svelare l’uso di macchine statiche che ingannassero i principi del moto della natura per favorirne lo sfruttamento tecnico: l’agricoltura, l’allevamento, la caccia. Se questa era la visione prevalente, che seguì imperiosa nel corso dei secoli a venire (la Natura governata dal Verbo-Logos divino), un’altra visione formulata da Leucippo e da Democrito, spogliava la natura di qualsiasi principio interno di mutamento e di movimento riducendo i fenomeni fisici a scontri casuali tra particelle ultime ed invisibili di una materia priva di vita. Siamo agli albori di un’idea meccanicistica della natura, idea che troverà pieno compimento con la Riforma protestante e che rimase paradigma dominante per due secoli sinché la fisica del caos, la fisica della relatività e la fisica dei quanti non la misero in soffitta. I principali teorici della fisica meccanica furono Marin Mersenne (1588-1648), Thomas Hobbes (1588-1679), René Descartes (Cartesio, 1596-1650), Pierre Gassendi (1592-1655) e, più per i contributi fisici, Galileo Galilei (1564-1642),Christian Huygens (1629-1695), e in maniera tormentata lo stesso Isaac Newton(1642-1727)[3].  Ma la fisica meccanicistica aveva già a quel tempo nobili oppositori, come fu ad esempio Leibniz  (Nouveaux essais, 1704 IV, 16, 12,) che negava l’esistenza degli atomi come entità discrete indivisibili, per cui la natura procederebbe per gradi (“natura non facit saltus”): “E in questo i Composti assomigliano ai Semplici. Infatti, poiché tutto è pieno – il che rende collegata tutta la materia – e poiché nel Pieno ogni movimento produce un effetto sui corpi distanti in proporzione alla distanza – per cui ogni corpo non soltanto subisce l’azione dei corpi che lo toccano, risentendo in qualche modo di tutto ciò che accade a essi, ma con ciò risente anche dell’azione di quegli altri corpi che toccano i primi con i quali esso è a contatto immediato –, ne consegue che questa comunicazione delle cose è in grado di estendersi a qualsiasi distanza[4].” Leibniz costruì un metodo, di cui si fece erede il Romanticismo, che vide la natura non più come qualcosa di materiale regolato da leggi meccaniche, ma come soggetto dotato di vita e di spiritualità che viene ordinato secondo gli scopi che gli sono prorpi: “Non un’apologia del caos dunque, ma l’accettazione di un modello cosmologico fondato su un diverso tipo di ‘ordine’, un ordine non geometrico, vivente, in perenne ‘crescita.’[5]” La natura è un organismo vivente, dotato di vita interna (lo spirito immanente), totalità nelle quali le parti vivono in funzione del Tutto, e presenta una particolare finalità, essendo strutturata secondo determinati scopi. Questa concezione organicistica, vitalista, finalistica, spiritualistica e dialettica (= la natura è organizzata secondo coppie di forze opposte e dinamiche, i contrari), riporta alla luce la fisica aristotelica e taglia i ponti con la tradizione meccanicistica inaugurata da Galileo, secondo la quale la natura è scevra di forme spirituali e di finalità, è materia in movimento governata da leggi meccaniche. L’essere umano è dunque un microcosmo, porta dentro di sé tutto l’universo: ciò significa che l’uomo può in linea di principio rinvenire lo “spirito del mondo”, l’essere infinito, sia contemplando la natura, sia ricercandolo nella nostra anima. Se il Romanticismo rompe con l’idea positiva dell’ispezionabilità della natura, toccherà al rinnovato Positivismo di metà Ottocento recuperare una visione meccanica della natura dove il rapporto armonico non è altro che il costrutto in divenire di equilibri e di scontri tra parti naturali adatte a sopravvivere e ad evolversi a discapito di altre. Il Novecento si è portato dietro tutto il dibattito precedente arrivando forse, alla conclusione relativa, dell’impossibilità di costruire una visione unitaria del concetto di Natura. Tutto questo ancora per dire che la Natura esiste anche nella misura in cui è espressione delle nostre idee che ne fissano i limiti e i costrutti sociali d’utilizzo. E così diventa, di fatto, un prodotto culturale.


[1]     Pier Paolo Giglioli e Paola Ravaioli, Bisogna davvero dimenticare il concetto di cultura? Uno sguardo sociologico, in Vincenzo Matera (a cura di), Il concetto di cultura nelle scienze sociali contemporanee, Utet, Torino 2008, pag. 72

[3]     Enrico Renato Antonio Giannetto, Note sulla «meccanica classica» e la concezione meccanicistica della natura, in http://www.minerva.unito.it/Natura/Giannetto/GiannettoConcezioneMeccanicistica/index.htm

[5] P. Palmero, Romanticismo inglese e destino del soggetto (Keats, Coleridge, Turner), in “Rivista di estetica”, n. 31, 1989, anno XXIX, p. 67.

Foto: Iris di Van Gogh tratto da Wikipedia

IL VINO E IL SUO PREZZO. Trockij a Mosca

Lev Trockij con Frida Kahlo

Parte prima.

La merce per essere tale deve rimanere merce: non può dotarsi di strumenti altri, di suppellettili ideologiche, di forme di valore che la rendano esente dal suo statuto d’uso e commerciale. Non si scappa da Marx: « Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi» (Karl Marx, Il capitale, Libro I). Il vino ha sempre cercato di sottrarsi a questa immancabile predestinazione, come altri beni (i libri ad esempio), ammantandosi, di volta in volta, di storia, di relazione, di fede, di ancestralità, di profondità, di  silenzio. Ma poi vi è qualcuno, da qualche parte, che ci ricorda che il vino è immancabilmente merce, valore (in qualche caso anche plus-valore) e sicuramente denaro, ovvero prezzo. La censura, e il potere politico da cui si sorregge e trae linfa vitale per posizionare corpi e menti nei nuovi apparati della riproduzione del parassitismo sociale, non fa altro che spingere la merce-vino nei suoi anfratti più desolanti, quelli della causa-effetto. Come un alcol etilico qualsiasi, più o meno diluito e colorato: il tasso alcolemico, le conseguenze sul corpo, gli obnubilamenti mentali, l’euforia catatonica… Il potere censore ha però quest’indubbio pregio: reifica tutto negando alle cose una vita propria. Il vino è bottiglia, etichetta, liquido rosso, bianco o rosato, scontrino, effetti collaterali. Poiché il potere censore è anche pusillanime, non è interessato, nella sua infinita bassezza, a che l’oggetto –merce – vino riacquisti il suo feticismo simbolico. Per far questo dovrebbe proibirlo del tutto. Ma non vuole, più che non può: perché la merce è comunque denaro, tassazione (Iva inclusa) e posizionamento politico. Perciò il potere censore redarguisce: bere fa male; fumare fa male; giocare fa male. Ma non lo proibisce: avverte soltanto, nella sua infinita bontà, e nel suo infinito bisogno di denaro.

Parte seconda.

Mi è venuto in mente, a tal proposito, un bellissimo scritto del 1973 di Franco Fortini, ora raccolto nei Meridiani Mondadori, che s’intitola, appunto, “Il prezzo”. Fortini racconta di quando si recò alla biblioteca ‘Lenin’ di Mosca e chiese con garbo alla giovane bibliotecaria quale modulo si dovesse riempire per avere in lettura un volume di Trockij. Lei arrossì fino alle tempie: «Quegli scritti tuttora interdetti testimoniano però che in URSS il rapporto tra parola e azione continua ad essere più rischioso e autentico che da noi. Come per due secoli quella russa, nessuna nazione moderna ha avuto un conflitto così mortale fra pensiero e potere; nessuna, tanti scrittori ammazzati, condannati, esiliati…(…) Tanto fra chi ha il potere quanto fra chi lo combatte, sembra che in URSS ci sia ancora la persuasione che la verità muova i corpi, possa agire. Quando gli scritti di Trockij saranno in edizione economica nelle edicole sovietiche, vorrà dire che avranno subìto la stessa riduzione a “cultura” che, nelle nostre, hanno subìto Nietzsche, Lenin, i documenti di Auschwitz e il diario di Guevara. Per agire, la verità si cercherà allora altre vie[1].» Sarà allora che dovremo infilarci negli interstizi delle parole per allargare la crepa.


[1] Franco Fortini, Il prezzo (1973) in Saggi ed Epigrammi, Meridiani Mondadori,  Milano 2003, pag. 2008

La stravaganza secondo Angelo Gaja

Tra il febbraio ed il maggio del 1975 l’Enoteca Regionale Piemontese “Cavour” organizza una serie di incontri di tecnica, economia, commercializzazione enologica, “nell’intento di creare un maggior legame ed intimo dialogo con la base umanamente più ricca e normalmente più negletta della viticoltura locale.” Così, tra i negletti dell’albese, tengono una relazione: Luciano De Giacomi (Gran Maestro Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba e prolifico scrittore), Marco Biglino (enotecnico, responsabile della cantina di Francesco Clerico a Monforte d’Alba), Renato Ratti (produttore in La Morra – Marcenasco, sotto l’Abbazia dell’Annunziata- e prolifico scrittore di storia e cose di vino), Roberto Macaluso (enotecnico, docente alla scuola Enologica di Alba e poi direttore responsabile dell’Ufficio agrario della zona di Alba), Carlo Drocco (enotecnico), Giuseppe Colla (enotecnico), Massimo Martinelli (enotecnico, nipote di Renato Ratti, direttore sino al 2009 dell’azienda di Ratti e scrittore del famoso quanto introvabile libro edito nel 1970: ‘Il Barolo come lo sento io’), Angelo Gaja (il “re del Barbaresco”) e Luigi Borgogno. I testi delle relazioni, curati dal Prof. Mariano Corino sono raccolti in una pubblicazione dei “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour[1]” sostenuta e finanziata dall’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba. Angelo Gaja interviene sulla commercializzazione del vino e la sua relazione ha un titolo quanto mai significativo: “Prospettive offerte dal mercato italiano ai piccoli vinificatori in proprio.” Faccio un salto in avanti nel suo resoconto, interessante per l’epoca del pleistocene vinicolo in cui si tiene, e mi soffermo sulle tecniche di marketing proposte da Angelo Gaja delle quali una, non stento a dirlo, mi ha colpito in pieno: la cultura e la stravaganza come argomenti di vendita. Gaja, dopo aver sottolineato l’importanza relativa della ‘decantazione’ (usa questo termine) della qualità del vino, che verrebbe a noia di qualsiasi acquirente, si addentra nel merito del concetto della stravaganza: “Per certi clienti milanesi, realisti, che pretendono di affidare una parte ad ognuno per come appare loro, l’incontro con un piccolo vinificatore che vende il Barolo a 2.000 lire a bottiglia ed è contemporaneamente iscritto ad un partito di estrema sinistra, costituisce un motivo di grosso sbigottimento, che il successivo assaggio di vino trasforma in autentica simpatia. Tempo fa ho portato degli Agenti di Borsa da un amico a comprare del vino. Vendute alcune bottiglie, il produttore si accinse ad avvolgerle in fogli di giornali che teneva impilati per terra. La vista dei giornali – si trattava di parecchi numeri del quotidiano finanziario ‘24Ore’ – sorprese i due Agenti di Borsa. Essi domandarono al produttore se leggeva abitualmente quel giornale; egli rispose che no, non lo leggeva mai. I due, stupiti, chiesero allora chi aveva fornito quella pila di ‘24 Ore’ ed il produttore disse loro che era abbonato a ’24 Ore’ sin dal lontano 1963, ma che non lo aveva mai letto. Però fece presente che la carta del giornale è quella che serve meglio ad avvolgere le bottiglie, e per qualche settimana alla Borsa di Genova si fece un gran parlare delle bottiglie avvolte nei fogli di ‘24Ore’. E’ un caso limite di stravaganza, ma servì ottimamente a far conoscere le bottiglie che tutti ritennero, come era in effetti, di gran qualità[2].”

[1] Prof. Mariano Corino (a cura di) “Quaderni dal Castello di Grinzane Cavour”, Chiacchierate su : seguono nomi e relazioni, Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba, Torino 1975

[2] Angelo Gaja, ibidem, pp. 93, 94

La viticoltura nella Sardegna Giudicale

Attraverso i condaghes (che prendono il nome dalle grandi basiliche sarde), codici sui quali sono trascritti i lasciti e le donazioni a favore di chiese e comunità religiose, con annotazioni riguardanti la vita amministrativa di una chiesa o di un convento, abbiamo una notevole testimonianza storico-politica di elargizioni, permute, compravendite nel settore vitivinicolo della Sardegna Giudicale[1]. L’economia che prevale è chiusa in corti ed è legata sostanzialmente all’autosufficienza, mentre nelle aree di pertinenza della domo monastica[2] si trovano le vigne. Le vigne, data la capacità di adattarsi a varie tipologie di terreno, vengono piantate anche al di fuori delle domestiae, come attestato dal condaghe di S. Maria di Bonarcado che cita, a tal proposito, delle binias de monte, cioè di vigne impiantate a ridosso delle zone boschive.

I vigneti sono allevati tanto ad alberello che su sostegno morto o vivo, tanto che nelle donazioni si trovano i virgariis, cioè i vivai di giovani piante usate come supporto per le viti. Nel Codice rurale di Mariano IV d’Arborea[3] e nel condaghe di S. Pietro di Silki sono menzionati i radicarii[4], ovvero i campi di giovani arbusti adoperati come sostegno delle viti secondo le tecniche agronomiche di derivazione romana. Nei documenti arborensi si riporta, infine, dei cannabarii, cioè dei vivai dove si allevavano le canne. Le vigne qualche volta sono impiantate come pergolati, detti catriclas, quando si tratta di allestire viti di particolare pregio da consumare fresche o appassite, oppure negli orti o nei frutteti. Quando non sono maritate alle piante da frutto, le vigne sono piantate a filari, detti ordines o jualis, come testimoniato dal condaghe di S. M. di Bonarcado: yo le di VIII ordines o jualis de vinia, separati da uno spazio detto plazza, prazza, platea.

Nel capitolo 145 del Codice rurale si proibisce di asportare dalle vigne ‘rayglas segadas nen sanas’, dove rayglas significa in latino palo fatto di legno di quercia o di castagno, che rappresenta il miglior tipo di sostegno morto fra quelli citati da Varrone. Frequentemente, come accennato in precedenza, le viti si fanno arrampicare sugli alberi, come ha luogo nel condaghe di S. M. di Bonarcado: ‘publiana cum bide’, cioè un pioppeto con viti. Nello stesso documento si parla anche di viti maritate agli alberi da frutta: ‘binias et pumu’, secondo la tecnica dell’arbustum, tecnica assai diffusa sia in età romana che medioevale che consisteva nel far arrampiacre la vite sugli alberi da frutto (i fichi in particolare). Da quanto è dato sapere da importanti ricerche storiografiche sulla vitivinicoltura sarda bisognerà aspettare il 1800 per avere un’inversione sostanziale delle forme e delle modalità di allevamento e degli assetti giuridici e proprietari che il ‘Codice rurale’ aveva organizzato, per quei tempi efficacemente, all’interno dell’isola[5].

[1] Durante il periodo medievale vigeva in Sardegna una particolare organizzazione governativa autonoma e unica in tutto il continente europeo: i Giudicati. Nei secoli medievali infatti la Sardegna risulta essere divisa nei quattro giudicati di Torres, Gallura, Arborea e Cagliari; tali istituzioni altro non erano che dei veri propri regni, con a capo un re (detto Iudex) e la sua corte, del tutto autonomi gli uni dagli altri. Gli studiosi sono propensi a ritenere questi peculiari organi di governo una diretta evoluzione della magistratura bizantina che prevedeva un iudex a capo di uno specifico territorio governato in nome dell’Imperatore di Bisanzio. Ricordiamo infatti che a partire dal 534 d. C. la Sardegna viene conquistata dai Bizantini che nel frattempo avevano dato avvio a una grossa operazione militare di recupero dei territori dell’Impero Romano d’Occidente all’epoca occupati dai Vandali. Tra questi territori vi era appunto anche la Sardegna, soggetta alla dominazione vandalica sin dal 456 d. C. Nel periodo bizantino la Sardegna diviene una delle sette province dell’Esarcato d’Africa (esarcato = divisione amministrativa dell’impero bizantino in cui il potere civile e militare venivano riuniti ), insieme all’Africa settentrionale e alla Corsica. I bizantini provvidero a suddividere la Sardegna in quattro territori, denominati Partes, che costituiranno per l’appunto l’origine dei futuri giudicati.    Cfr. http://www.mediaporcusatta.it/monasteri/10/lezione_sardegna_medievale.pdf

[2] I Giudicati sono divisi in curatorie che comprendono numerosi villaggi o ville (bidda), abitate da liberi e da servi. L’area territoriale inclusa nel villaggio, molto vasta, si chiama fundamentu e costituisce la base fondiaria sfruttabile dal borgo abitato ai fini della sopravvivenza. All’interno del territorio vi sono poi le donnicalie, grandi aziende agrarie, la domo, azienda signorile a statuto particolare retta da un giudice, la domo a cui si affianca la corte e la domestia, piccolo insediamento a carattere famigliare.

[3] La Carta de Logu (CL), o ‘Codice di leggi civili e penali del Regno d’Arborea’, rappresenta un complesso di norme giuridiche e amministrative ereditate dalla giurisprudenza romana e bizantina, e in larga parte risalenti a consuetudini locali sarde d’alto valore ricostruttivo. È stato fatto notare da più autorevoli studiosi del diritto che i capitoli contenuti nella CL fissano norme, forse in origine derivate da ordinamentosemanati dai Giudici isolani, riguardanti materie diverse, e si qualificano pertanto come una codificazione non chiusa, bensì aperta a integrazioni o emendamenti. Il corpus legislativo sardo venne ratificato solennemente dai Catalani nel Parlamento del 1421, e continuò ad essere applicato fino al 1827, quando il codice feliciano l’obliterò per sempre. Il nucleo primitivo di leggi che compone la CL fu elaborato in tempi diversi. Uno dei suoi ultimi promulgatori fu il Giudice arborense Mariano IV (ca. 1319-m.1376), sposato nel 1333 con la nobile catalana Timbora de Rocabertí, da cui ebbe tre figli, Ugo, Eleonora e Beatrice (Brook et al. 1984:139, tav. XXXIII, Casula 2001:928-929). Probabilmente prima del 1337, quando era ancora Marchese del Gocèano, Mariano emanò un Codice rurale di cui resta notizia in un atto notarile trascritto dal Tola (1861 I:762-763), dove si riporta la copia, assai fedele, del diploma d’erezione e costruzione d’un nuovo borgo presso il castello — oggi Burgos — , con prescrizione esplicita per i nuovi abitanti di «servare sa carta nostra de logu de Gociane».    http://www.dirittoestoria.it/tradizione2/Blasco-Crestomanzia.htm#_18.2._–_Commento

[4] Altri termini in uso sono: pampinariu: terreno destinato alla produzione di talee; bagantinu: terreno non ancora coltivato da destinare a vigna; herema: vigna lontana dall’abitato; pastinu: terreno destinato all’impianto di un nuovo vigneto, citati in  Giuseppe Meloni, La vite e il vino nella Sardegna giudicale, in A.A.V.V., La vite e il vino, Storia e diritto (XI – XIX), vol. I, Carocci editore, Roma 2000, pag. 395

[5] Cfr. Barbara Fois, Tempi e modi della vendemmia attraverso il Codice rurale di Mariano IV d’Arborea,   pp. 179 –  191; Antonello Mattone, Le vigne e le chiusure: la tradizione vitivinicola nella storia del diritto agrario della Sardegna (secc. XIII – XIX), pp. 275 – 344; Gian Giacomo Ortu, Viticoltura urbana e ‘forme’ del territorio, pp. 345- 363, in La vite e il vino, cit volumi I e II

Intimità. Di Emanuele Giannone

Marc Chagall, Les Amants bleus ( 1914 )

Quanto è inutile e ingenuo opporre l’intimità nel 2017 al pubblico esercizio di sé, all’ipercomunicazione, all’abolizione di soglie e distanze. Socio-intrusione e autoriferimento narcisistico, anzi, hanno sostituito l’intimità con il feticcio, il comodo ersatz del nuovo intimismo di maniera, del sentimentalismo a cuoricini che magnifica coram populo consuetudini domestiche e mansuetudini pelose di animali domestici, quattro mura e quattro gatti, quattro libri e quattro bottiglie, piedini curati sopra lettini su sfondi marini, Loreto impagliato ed il busto di Alfieri. Insomma, la deriva retorica dell’intimismo, che fu storicamente atteggiamento anti-retorico. Ci sentiamo buoni con tutti, vicini a tutti e partecipi di tutto. Ma se l’intimismo è il profumo della vita e l’aria del tempo, il suo deodorante non basta a coprire la puzza di sdilinquimento e prosopopea. Cantiamo di traffico e pedicure, maritozzi con la panna e scaldabagni guasti, alluci slogati e dirimpettai in calore quasi fossero roba buona per una chanson de geste. Del vino, cioè di degustazioni, bevutine, sbicchierate, tavolate ed etichette da sbandierare, manco a parlarne: il vino è materia neointimista per eccellenza, scalda i cuori, è il disgorgante dei migliori sentimenti. Con tanti complimenti, un caro saluto e un affettuoso abbraccio al vignaiolo. Peggio di questo neointimismo, c’è solo il neopositivismo delle guide con la loro lingua automatica.

Magari esistesse un intimismo del vino. Magari vi fosse uno pseudo-Gozzano, cantore antiretorico di intimismi enoici, ciarpami reietti e grandi bottiglie; o un quasi-Ray Davies a parodiare l’astiosa, sussiegosa Kleinbürgerlichkeit – la piccoloborghesità – di bevitori, critici, didatti ed esteti. Siamo illusi se crediamo che esistano o possano esistere prossimamente. Così, almeno, finché le differenze tra retorica e schiettezza, elegia ed epica, ebbrezza e grettezza, soprattutto tra relazione e connessione non saranno di pubblico dominio.

A me sono abbastanza chiare. E, in questa pia illusione, ho preso da qualche tempo a bere solo il vino di persone con le quali sono o sono stato in relazione. Non in connessione. È questo, a mio immodesto parere e per partito preso, il vino migliore. Di chi non so la casa, la stretta di mano, la voce e della voce soprattutto la grana, non mi interessa bere.

Alla vostra salute: ecco alcune relazioni. A queste aggiungo, senza mostrarlo qui, un inatteso corollario: i doni a una bimba nata di maggio da parte di persone che il vino lo fanno o lo bevono bene. Relazioni a loro volta, non connessioni. Un movimento tellurico con epicentro in Toscana – Montalcino, Montepulciano, Sarteano – e una coda milanese (anche lei, peraltro, molto ben relazionata con la Toscana).

Buone vacanze a tutti, ciascuno con il suo vino.

 

 

I Titani e il Grillo: discussione ai margini della doc “Sicilia”

Sicilia Tolemaica

 

La mappa e i luoghi.

La geografia, prima e primigenia arte di sapienza greca, che anticipa e precede la speculazione filosofica, nasce dal mito orfico sulla creazione della Terra: Dioniso infante viene smembrato, con l’inganno, dai Titani, figli di Ctòn, il primo dei nomi della Terra. I Titani si insinuano con l’astuzia, lo ingannano con giocattoli da fanciulli e lo smembrano, anche se è ancora bambino, come dice il poeta dell’iniziazione, Orfeo il Tracio: “Trottola e rombo e marionette e le belle mele d’oro delle Esperidi dalla voce acuta”.  I Titani, col volto coperto da polvere calcarea, cospargono con lo stesso gesso il volto del giovane Dioniso mentre dorme. Egli si sveglia, si guarda allo specchio e non si riconosce: le lame, mentre colpiscono, sezionano, selezionano, pongono limiti, contorni e linee che separano le cose. Zeus folgorerà i Titani e consegnerà le membra di Dioniso ad Apollo affinché dia loro sepoltura. Così avviene: Apollo seppellisce il cadavere smembrato di Dioniso sul Parnaso. Atena, però, trova il cuore ancora palpitante della giovane divinità: lo riconsegna a Zeus che provvede alla ricostruzione del corpo: “Non si possono però rimettere insieme le membra senza appoggiarle su di una superficie, che così diviene il primo altare: una tavola che, come ogni rappresentazione cartografica, serve solo per due sue dimensioni, la lunghezza e la larghezza, e per il fatto di essere più possibile piatta”. Compare dunque la Gé, la latina Gaia, la Terra di superficie che brilla e splende, a cui la conoscenza geografica si rivolge in contrapposizione a ciò che è ctonio (Ctòn), viscerale, profondo, sotterraneo e inagibile. E, per quanto ci riguarda, “…siamo una parte di Dioniso, se è vero che siamo costituiti dalla fuliggine dei Titani che si cibarono delle sue carni”. Con la geografia nasce l’unità di misura delle distanze, lo stadìon, l’intervallo metrico standard: tutte le parti sono tra loro equivalenti e soggette alla regola della scala (a partire da metà Cinquecento) che indica il rapporto tra le distanze lineari del disegno e quelle che esistono in natura. Anassimandro di Mileto (610 – 546 a.C.), secondo Diogene Laerzio, il commentatore del secolo III d.C. dal quale deriviamo molte delle notizie sui filosofi della Scuola Ionica, è il primo a tracciare uno schema (perimetron) del mondo e “per primo ebbe l’ardire di disegnare l’ecumene su di una tavoletta”. La Terra è equidistante da tutti i lati del cosmo ed è perciò immobile: l’ ápeiron (ἄπειρον) l’illimitato, l’indeterminato, l’infinito’ corrisponde al modello della struttura sociale basata sulla polis. Il luogo, al contrario, è quella  superficie unica e non interscambiabile e dunque difficilmente rappresentabile. La scala grafica “segnala l’inizio del sistematico funzionamento dello spazio come forma del valore delle merci, cioè come merce universale nei confronti delle merci particolari. Ed è proprio in tal maniera e per tal via che la Tavola diverrà, con le sue proprietà, il modello del territorio, nel senso che produrrà la forma generale del valore territoriale moderno. In altre parole: spazio e denaro sono la stessa cosa, nel senso che il simbolo cartografico e la moneta funzionano, il primo sulla mappa e la seconda nel mercato, esattamente allo stesso modo”.

La denominazione e l’origine.

Così recita l’articolo 1  del D.P.R. 12 luglio 1963, n. 930 (Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini): “Per denominazioni di origine dei vini s’intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione – accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni – usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente. La zona di produzione di cui al precedente comma può comprendere, oltre il territorio indicato nella rispettiva denominazione di origine, anche i territori vicini, quando in essi esistono analoghe condizioni naturali e, alla data di entrata in vigore del presente decreto, si producono, da almeno dieci anni, vini immessi sul mercato con la medesima denominazione, purché abbiano analoghe caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche e siano prodotti con uve provenienti dai vitigni tradizionali della zona, vinificate con i metodi di uso generalizzato della zona stessa”. La legislazione, e non solo quella  italiana, prova a costruire un segno distintivo consistente nell’indicazione geografica della zona originaria di un prodotto con particolari caratteristiche merceologiche derivanti dal, o connesse con, il luogo di origine. Ciò che si tenta di fare è quello di inserire l’irriproducibilità di un luogo, e la sua specificità peculiare, all’interno di una mappa geografica in scala che ne dovrebbe delimitare e definire il valore mercantile. A queste condizioni non possono che darsi alcune spiegazioni tra loro connesse.

  • La mappatura si fa forza di un compromesso, talora al rialzo, talora al ribasso, di tipo storico-politico
  • La mappatura sostiene e rafforza i criteri di proprietà e di possesso all’interno di un territorio dato (la maggioranza produttiva)
  • La mappatura viene definita e ridefinita sulla base dei cambiamenti e delle prospettive di quegli stessi rapporti
  • Il luogo, territorio, terroir, lieu-dit può assumere talento, o perderlo sino a scomparire, soltanto se l’ordine gerarchico mappale glielo conferisce. Ma esso, il luogo appunto, può esprimersi solo nella sua riduzione mappale e quindi politica. Dentro o fuori da quel confine esso perde o acquista valore.

I nuovi segni. 

La definizione delle denominazioni ridisegna, e non in senso metaforico, le possibilità di nuove scale di valori: Alessandro VI, nel 1494, traccia sulla carta dell’Oceano la linea retta che avrebbe distinto nel Nuovo Mondo i futuri possedimenti spagnoli da quelli portoghesi. Il dispositivo cartografico è un “giudizio che decide senza esibire in alcun modo le proprie motivazioni, la propria ragione”.

La doc “Sicilia”, non meno e non diversamente da altre, ridisegna, a favore di alcuni e a discapito di altri, nuovi rapporti di forza locali proiettati su di una scala molto più ampia: il mondo intero. Questa volta, però, la provincia è l’Italia e  l’uso, o l’abuso, dei vitigni, delle pratiche vinicole… non può che essere il precipitato di un ordine scritto di segno più grande: la percezione della natura è una lettura e la sua scienza il segno grafico.  

Spunti bibliografici

Franco Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003

Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009

Giorgio Mangani, Cartografia morale. Geografia, persuasione, identità, Franco Cosimo Panini, Modena 2006