Le icone del vino.

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lenin-santoSi fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati scioccamente all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità, per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  1. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche”, invece che realistiche, permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  1. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  1. Soltanto allora il cieco degustatore alla cieca potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  1. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.

Si tratta ora di scovare i pittori di icone dell’immagine sacralizzata del vignaiolo

L’immagine è tratta dal sito cristianitàortodossa

Briciole dei tanti pensieri del “dopo Fornovo”. Di Viviana Malafarina

barile-vigne-di-mezzoTrovo ancora molto difficile raccapezzarmi nelle tante sfaccettature delle categorie applicate ai produttori di vino. Mi ritrovo in pieno nelle parole di Jonathan Nossiter sulla necessità di tutelare l’atto e il contenuto culturale e su come, in strana e apparentemente assurda maniera, ciò sia di fatto diventato in misura notevole, lavoro di “agricoltori” e di “artigiani”.

Mi affascinano molte delle lucide considerazioni di Corrado Dottori, e traggo linfa vitale dal confronto con i tanti produttori incontrati ieri su temi sia pratici che ideologici.

Sento però disagio e conflitto verso i pregiudizi, sia positivi che negativi: li considero limiti che alzano muri anziché abbatterli.

Oltre a escludere o includere senza guardare e toccare ciò che per presunzione si pensa di conoscere, si perde molta della forza necessaria ad una idea potente e importante: quella di travolgere e sovvertire gli aspetti più deleteri di un sistema uniformante e avvilente facendo rete a diversi livelli in maniera trasversale…tra settori, ruoli, mondi culturali diversi.

Più forte di tutto resta però la salvifica sensazione di come ogni volta che incontro belle persone e confrontiamo i nostri pensieri, mi innamoro sempre più di questo nostro mondo del vino che ha la forza di fare alimento di un atto culturale e artigianale portando l’arte e la vita a fondersi nel gesto primordiale e istintivo del mettere in bocca e del nutrirsi.

barile-vigneto-storicoLe foto sono di Viviana: Barile (il Basilisco) Vigne di mezzo e vigneto storico

FRATELLPANZA (BROILERHOOD) Di Emanuele Giannone

Anfora ateniese, V secolo a.C., conservata al Museo di Monaco (Maler von Cambridge 47 da wikipedia)

Anfora ateniese, V secolo a.C., conservata al Museo di Monaco (Maler von Cambridge 47 da wikipedia)

 

Per sempre, in quanto meteco,

resterai estraneo al consesso

di quest’arcadico generone.

 

Mai verrai ammesso

a questo tavolo d’elezïone,

a questa specie di Caffè Greco

di duodenale esclusività.

 

Et voilà:

 

noi siamo i gastrosofisti

e i famuli dell’Enarchìa.

Noi siamo i calembouristi istituzionali,

la fervida editoria

di perle indigeste a tutti fuorché ai maiali.

 

E olè:

 

bulimica siam la Boulè

degli instancabili bromotritori.

Amiamo il mondo:

per questo lo digeriamo in minimi stronzi a forma di cuori.

 

Non siamo né pochi, né tanti

perché siam quelli più giusti,

un novero intatto d’eletti.

 

In effetti:

 

noi siamo quarantaquattro gatti persiani ben cotonati,

marciamo in fila per sei sui resti d’un bue, saccenti e saziati.

Quarantaquattro gattoni

più una o due miti Santippe:

 

amiamo scambiarci gli assaggi e le arguzie,

amiamo scambiarci gli inchini e gli elogi

e sovra ogni cosa amiamo scambiarci le pippe.

Il consumatore, il prodotto, il suo feticcio e l’amante.

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The Cook the Thief His Wife & Her Lover (Peter Greenaway, 1989) Da the movie scenes

The Cook the Thief His Wife & Her Lover (Peter Greenaway, 1989) Dal sito the movie scenes

Da un po’ di anni a questa parte al feticcio della merce si è poco a poco sostituito un altro mito pagano di adorazione reificata: il consumatore. Architrave e palinsesto della nuova economia della massificazione produttiva, il consumatore è, allo stesso tempo, giudice ed imputato di un sistema di valutazione che già da un po’ di anni ha traslocato la democrazia al consumo, lo scontro di idee al giudizio posticipato, ma più spesso anticipato, dell’acquistato, del digerito o dell’assimilato e il voto alla traccia di un codice a barre.

Il consumatore è un cliente che ha sempre ragione sino a prova contraria o torto, marcio a volte, fin tanto che il torto stesso, spesso svilito da questioni morali, non è divenuto esso tesso prova della incapacità di giudizio. Il consumatore medio, e moderno d’un tratto, viene tirato per la giacca, purché questa sia di gomma e che torni indietro il più velocemente possibile. Epifenomeno di una metafisica dell’indimostrabile, numero statistico di bisogni indotti, il consumatore viene continuamente riplasmato a immagine e somiglianza non tanto del prodotto, perché sarebbe troppo facile, ma della relazioni che il prodotto e la produzione sottendono: “L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti che esiste al di fuori di essi(…) Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.” (Karl Marx, Il capitale) Il vino, dunque, ogni vino ci parla di questo rapporto. Il prezzo, ogni prezzo, ci parla di questo rapporto. Il luogo in cui viene prodotto, stoccato, distribuito e venduto ci parla di questo rapporto. E non da meno, e non di meno, coloro che ne consigliano l’acquisto.

 

Exo-Mars e la battaglia sul terroir intergalattico

Schiaparelli EDM lander concept Paris Air Show 2013 Autore: Pline creativecommons

Schiaparelli EDM lander concept Paris Air Show 2013 Autore: Pline creativecommons

La notizia di dominio comune è questa (fonte Ansa):

EXOMARS, SCHIAPARELLI È CADUTO, RETRORAZZI ATTIVI PER 3 SECONDI

Il punto in cui è avvenuto l’impatto sulla superficie di Marte del lander della missione ExoMars, Schiaparelli, è stato fotografato dalla sonda Mro (Mars Reconnaissance Orbiter) della Nasa. Lo rende noto l’Agenzia Spaziale Europea (Esa). L’immagine mostra due macchie scure: una, più luminosa e definita, è il paracadute; l’altra, più scura e confusa, è il cratere generato dall’impatto e si trova a poco più di 5 chilometri a ovest del punto in cui Schiaparelli avrebbe dovuto toccare il suolo. (Esa).”

Due macchie nere sarebbero state individuate su Marte grazie a delle fotografie scattate dalla camera Ctx a bordo della sonda americana Mro con risoluzione di 6 metri per pixel. Più o meno come quella del mio telefonino portatile.

Una delle due macchie”, continua il comunicato, “appare più luminosa e può essere associata al paracadute dal diametro di 12 metri, utilizzato da Schiaparelli prima della fase finale della discesa. L’altra macchia, delle dimensioni di circa 15 metri per 40, è più scura e confusa e si trova circa un chilometro a Nord rispetto al paracadute: è interpretata come il punto in cui è avvenuto l’impatto del lander, avvenuto da un’altezza stimata fra due e quattro chilometri”.

Bene, ora tocca a me raccontare la verità. Tutta la verità.

La sonda Exomars è atterrata senza alcun problema e, a quanto pare, non ci sono stati problemi di parcheggio. La prima macchia nera, quella più luminosa, è Luca Gardini: l’aura verdastra e brillante, corredo spaziale da mela acerba che lo circonda, è dovuta al Verduzzo del Veneto I.g.t frizzante assaggiato qualche giorno prima alla Lidl. L’altra chiazza nera, in incognito, sono io.

Per l’occasione vestivo un completo nero acquistato in saldo all’OVS di Mondovì. Perché fu proprio da Mondovì piazza che partì la mia sonda (Vinoestoria Interstellar & sons) alla volta di Marte.

Alla luce di quanto ho potuto vedere, filmare, fotografare ed udire, con qualche risibile interferenza operata dalle cronache del campionato nostrano, pare che questa missione sia stata finanziata dall’Associazione geologica americana (Geological Society of America) al fine di chiudere una volta per tutta la spinosa ed annosa questione relativa al terroir, che ha visto, non senza turbolenze, colpi bassi, invio di pacchi bomba, lettere minatorie e scazzottate pubbliche tra viticoltori dei “nuovi mondi” e quelli del “vecchio”.

Ipotizzando una produzione inizialmente limitata, ma vieppiù sempre più consistente, di merlot, cabernet e chardonnay in serre appositamente condizionate su Marte, si potrebbero fabbricare nuove qualità di vino caratterizzate da una mineralità sconcertante. Abbondanti di acqua sia in superficie e che in profondità, i terreni marziani godono, infatti, la presenza di una singolare roccia, soprannominata “Jake_M”, dal nome di un ricercatore del Jet Propulsion Laboratory, Jake Matijevic, molto simile alla nostra mugearite. Terreno basaltico, mugearite, un po’ di letame importato dal pianeta Terra ed in un colpo di luce ultravioletta si avrebbero dei vini freschi, beverini, abbinabili tanto con una pasta allo scoglio quanto con alcuni famosi piatti galattici noti come “i tortini di melma”, “ le pappe con fanghiglia” e gli indimenticabili “soufflé di larve”.

Alcune catene di supermercati, non ancora note, sembra che siano interessate al progetto.

L’enotecaro e il ladro gentiluomo.

Alexandre Marius Jacob ladro anarchico a cui si ispira la narrazione successiva di Arsenio Lupin (foto 1905)

Foto di Alexandre Marius Jacob ladro anarchico a cui si ispira la narrazione successiva di Arsenio Lupin (1905)


“Buongiorno” – disse il ladro gentiluomo entrando, per poi chiudere la porta con estremo garbo.

“Buon giorno a lei” – rispose l’enotecaro – “In che cosa posso esserle utile?”

“Guardi, dovrebbe cortesemente aprire la cassa e darmi tutti i soldi che ci sono dentro.”

“Mi scusi, ma non ho capito: c’è troppo chiasso!” – “Aspetti un attimo che vado ad abbassare il volume dello stereo.” “ Capisco che i Die Antwoord non siano un gruppo per tutte le orecchie”- borbottò tra sé e sé l’enotecaro. “Ecco, mi ripeta tutto che sono a sua completa disposizione.”

“Dunque, le avevo chiesto se sarebbe così gentile da aprire la cassa e darmi tutto il contenuto in denaro che ha realizzato oggi.” – ribatté con voce soave il ladro gentiluomo.

“Lo farei moto volentieri”- lo assecondò l’enotecaro – “ma non posso aprire la cassa sin tanto che lei non fa almeno un ordine, compreso nel furto s’intende, in modo tale che io possa batterlo e dunque aprire il cassetto.” “Aspetti un attimo”, fece piegandosi l’enotecaro “che le passo la lista dei vini: non è aggiornata, ma mi chieda pure che le darò tutte le informazioni necessarie”

Al ladro gentiluomo prese un brivido lunga la schiena, col timore che l’enotecaro estraesse una pistola. Ma, appena vide la carta e soltanto quella, tirò un sospiro di sollievo, si sedette comodamente, la prese in mano ed iniziò alacremente a consultarla. “Ha proprio delle belle referenze” – la buttò lì il ladro gentiluomo mente scorreva la lista con il dito indice. Dunque si soffermò su alcuni vini e poi domandò: “Guardi, non ne capisco molto, ma così, per venirmi incontro, anche sul prezzo, le ordinerei un Krug Champagne Grand Cuvée Brut!”

“Ehm, quello niente, purtroppo non ne ho più!”

“Allora, faccia, uhm…, un Bolgheri Sassicaia Tenuta San Guido del 2007”

Tossicchiando, l’enotecaro ribadì ancora una volta: “Niente, di quello niente. Sono dispiaciuto. Ma sono a secco”. “

Allora che ne so, mi dia quello di Maccario, che mi ricorda il nome di quel comico torinese che piaceva tanto a mio nonno.”

Con la voce ormai quasi rotta dal pianto l’enotecaro ammise che gliene era rimasta neppure una della Maccario perché da una parte c’erano i rappresentanti che non gli facevano visita da un bel pezzo e, dall’altra, alcuni produttori avevano tali liste d’attesa che manco pareva di dover prenotare l’ultimo iPhone.

Il ladro gentiluomo, in stato di visibile e compartecipata commozione, provò a gettarla lì ancora con Gaia: nada de nada. Allora si alzò sulle gambe tremanti e sempre più disorientato disse: “Non fa nulla, guardi! Lasci perdere, me ne vado. C’è un un’enoteca sul corso che vende vini dozzinali. Vado a fare una rapina da quella” E aggiunse: “La saluto comunque e la ringrazio per la sua splendida cortesia”.

“Non c’è di che”, rispose l’enotecaro mentre nella sua mente si addensavano pensieri torvi sulla rappresentanza e sulle liste di attesa.

Le vendemmie alla Fattoria dei Barbi. Di Stefano Cinelli Colombini

montalcino

Cosa è la normalità in vigna? Ormai da quattro anni non lo sappiamo più. Dopo otto vendemmie (2004-2012) tutte molto simili tra di loro e sostanzialmente prive di “eccessi” climatici ora l’eccezione pare diventata la regola. Forse tutto è iniziato nel settembre 2013, con quella settimana di terribile scirocco a quaranta gradi che ha disseccato le uve un po’ in tutta Italia. Da allora inverni temperati e estati fredde, moltiplicazioni anomale dei parassiti, distribuzione della piovosità che non ha visto cambiare il totale delle precipitazioni, ma lo ha spesso espresso in eventi estremi concentrati nel tempo e nello spazio. Da qui maturazioni “complesse”, che pure in modi inaspettati hanno dato anche ottimi vini; un esempio tipico è il 2013, nessuno sperava di tirare fuori grandi Brunelli da quelle uve asciugate dallo scirocco del settembre, ma è accaduto. Nel 2016 è successo di nuovo. Ho sessanta anni e da tutta la vita seguo le vendemmie della Fattoria dei Barbi (prima per gioco, e poi per lavoro) ma non ho mai visto notti d’agosto a Montalcino come queste, con temperature costantemente inferiori a 15 gradi. Non ho mai visto estati con aria sana, asciutta e piogge quasi ogni settimana come quest’anno. Però con pochi insetti, per cui pochissime malattie della vite. La fioritura ha ritardato di 7/10 giorni a causa del freddo, e poi le piogge l’hanno disturbata riducendo la produzione e causando acinellatura. A zone ce n’è stata meno, ma è presente ovunque. Poi quest’estate con pioggerelle dolci ma frequenti, che hanno accompagnato la maturazione ma senza gli eccessi di ributti del 2014. Tutto perfetto? No. L’incredibile differenziale termico di fine luglio e tutto agosto, con notti a 12-15 gradi e giorni a 30-35 ha forzato una maturazione fenolica straordinaria e prematura, ma ha fatto vegetare per meno ore le viti; la mattina era troppo freddo, non iniziavano a vegetare subito. È stato, in molti sensi, più un clima da valli alpine che da Toscana meridionale. Però applicato ad un’uva dalla buccia delicata come il sangiovese, e non ai robusti vitigni dell’alto Adige. Il settembre è stato freddo con una settimana di pioggia all’inizio, e questo ha reso complesse le maturazioni delle zone tendenzialmente più umide e di alcune di quelle più alte. Il risultato complessivo è singolare, è davvero difficile fare previsioni su che vini otterremo. Di certo i colori sono scuri e intensissimi, con toni neri mai visti. Ci sono tanti tannini, e poco alcol. Ma quanto di questo enorme patrimonio aromatico resterà? Sarà stabile? Le acidità sono alte, ma quanto è malico? Cosa accadrà dopo la malolattica? Nessuno ora ha risposte a queste domande, non ci sono precedenti ed è tutto talmente eccessivo! Il Brunello si è sempre caratterizzato per la sua eleganza, la sua complessità ben bilanciata, e questo è un anno di estremi. Però le tecniche enologiche e l’esperienza di quasi tutte le cantine di Montalcino è ormai a livelli alti, forse come non mai, per cui una sfida così dovrebbe essere ampiamente nelle nostre possibilità. Non so dire ora se il Brunello 2016 sarà eccezionale, di certo posso dire che sarà unico, diverso da ogni annata precedente. E che i presupposti per una andata di gran livello ci sono. Ma poi, quando degusterete un Brunello 2016, non venitemi a dire che il sangiovese quei colori non li ha!

Il vino atmosferico.

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Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

Porto Covo di Sines, Portogallo. Foto di Alvesgaspar (Wikimedia Commons)

L’atmosfera crepuscolare reca un’intonazione d’animo della sera o del chiaro di luna, che la piena luminosità della luce diurna dissolve dapprima nell’intollerabile vividezza dell’aurora e, quindi, nella limpidezza sfolgorante del giorno; altrimenti il vento di scirocco, in cui bisogna essere “assai impenitenti per avere il coraggio di scrivere qualche cosa che persone ragionevoli debbano leggere”; poi la nebbia, “colma d’abisso che la circonda”; dunque la notte, dove le forme regrediscono ad una figurazione primordiale e i contorni delle immagini si sfrangiano nell’oscurità.

Quando l’aria, a metà dell’Ottocento francese, incontra il suo ambiente (milieu), essa preannuncia la sua indole metaforica:

Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno,

respiro il profumo del tuo seno ardente,

vedo scorrere rive felici che abbagliano

i fuochi di un sole monotono;

una pigra isola in cui la natura

esprime alberi bizzarri e frutti saporosi,

uomini dal corpo snello e vigoroso

e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,

vedo un porto pieno d’alberi e di vele

ancora affaticati dall’onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi

che circola nell’aria e mi gonfia le narici,

si mescola nella mia anima al canto dei marinai.”

Charles Baudelaire, Profumo esotico, in I fiori del male 1857

Annusiamo l’atmosfera di qualcosa che ci circonda allo stesso modo in cui potremmo assimilarla: penetrante, in forma aerea, nel nostro intimo sensibile, ed “è ovvio che con un’accresciuta eccitabilità alle impressioni olfattive ciò deve condurre a una selezione e a una presa di distanza che costituisce in certa misura uno dei fondamenti sensibili della riserva sociologica dell’individuo moderno”. G. Simmel, Excursus sulla sociologia dei sensi, in Sociologia, Comunità. Milano, 1989 (1908)

L’atmosfera avvolge lo spazio e il tempo proprio come l’aura si configura come singolare intreccio tra i due: mentre la prima “non si confonde con il pensiero, eppure serve da mezzo al pensiero. Non si confonde con la sensazione, eppure la propaga, aumenta o diminuisce, comanda ogni sensazione” (Daudet, Melancholia, 1928) La seconda, l’aura, si forgia come apparizione unica di una lontananza, seppur vicina. “Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora, partecipino della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo”. (Walter Benjamin, Aura e choc in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; prima stesura 1935- 1936)

L’esperienza dell’aura riposa quindi sul trasferimento di una forma di reazione normale nella società umana al rapporto dell’inanimato o della natura con l’uomo. Chi è guardato o si crede guardato alza gli occhi. Avvertire l’aura di una cosa significa dotarla della capacità di guardare. Ciò è confermato dai reperti della mémoire involontaire”. (Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, 1938, in Angelus Novus)

Il vino, dal suo canto, partecipa alle strade, ai crocicchi, agli angoli bui e alle cose illuminate, ai bicchieri sfavillanti, al tintinnio della pioggia, agli sguardi sommessi, al cielo che si fa ombra, al senso pesante, a quello leggero, ai banchi bianchi, al vociare intenso, alla brezza, alla salsedine, in un tempo che siede sulla soglia dell’attimo.

VUOTO 17. Di Alice in Wonderland

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vuoto-universo-620x350Il pendolarismo è una brutta bestia. Ma ha degli aspetti interessanti. Per esempio due posti da chiamare casa. Si raddoppiano i comodini e le letture. Si raddoppiano le cantinette e le bottiglie. Sono i libri e i vini stessi a scegliere dove essere letti e sorseggiati. E così, a volersene accorgere, è un fiorire di intrecci fantastici.  Perché saremo anche monadi, ma siamo anche il risultato dell’infinita rete di relazioni nelle quali ci ritroviamo, per nostra fortuna o nostro malgrado. A Roma ha scelto di restare l’Irene Nèmirovsky di Suite Francese e a Castelnuovo mi accoglie l’Arturo Bandini di “La strada per Los Angeles”, che non è l’Arturo Bandini di “Chiedi alla Polvere” e non è neppure John Fante. Entrambi questi libri sembrano perfettamente a loro agio dove sono. La signora Nèmirovsky nel pozzo silenzioso della notte blu regala sussurri, sussurra anche quando descrive la morte, anche quando evoca il dolore e non solo quando ironizza sui finti intellettuali e la messa in vendita di loro stessi. E’ realista, Irene, anche un po’ cattiva a volte, e ne ha, se vogliamo, ben donde. Ma è sempre elegantissima, nella scelta delle parole, nella scelta delle immagini. Entrambi questi libri non solo sono perfettamente a loro agio dove hanno scelto di essere, chi nella casetta di città, chi nei 37 mq di campagna, questi libri si fanno concedono alla lettura con noncuranza, come se di esser letti a loro non importasse affatto. Così come le due bottiglie che ho casualmente trovato aperte nelle due case erano lì come se di esser bevute non avessero alcuna smania e forse alcuna voglia. Brunello, stesso produttore, stessa annata. A Castelnuovo era lì, aperta da quindici giorni. Arturo Bandini s’era perso nei voli pindarici supportati da vasta filosofia d’autodidatta e dai risultati dell’assidua fruizione della biblioteca della sua città, s’era involato nel suo colto turpiloquio e nei lucidi vaneggiamenti sorretti dal buon uso dei congiuntivi, e m’aveva invitato a bere un sorso, mentre smontava dal turno dall’odiata fabbrica di sgombro. Quindici giorni, Arturo, che ci vuoi mai trovare? Esattamente lui stesso in forma liquida. Scuro e profondo, dal timbro tenorile, ricco di tanto e in qualche momento quasi di troppo, da non riuscire a registrarlo, da non riuscire a comprenderlo, faticando nel seguirlo, sfiorandolo sulla spalla e di quel contatto conservare un’impressione bella, tattile. newtons_cradle_animation_bookAnche Irene mi invita ad avvicinarmi a lei con un calice. La prima bottiglia a portata di mano è la stessa di cui ho conosciuto già.  Ma non è la stessa. La primavera scalpita, con classe, la primavera è un fiore, volteggia come una graziosa ginnasta, sussurra come Irène, e tra i nastri di raso lascia intravedere i muscoli ben torniti, lascia che l’energia si diffonda lentamente e con forza. Un castello di destini incrociati è quello che ora formano le due piccole case, mi sento in un rito esoterico, in uno scenario onirico, immagino me come fossi un segnalibro, e un occhio segue Arturo e il cuore si dà pena per le sue scelte nichiliste, e un braccio prende Irène sottobraccio e insieme a lei osserva la piccolezza di cui è capace l’animo umano e Irène assaggia il vino di Bandini e non le piace, è scuro, è lungo, è grave e lei quando parla di cose scure e lunghe e gravi vuole innaffiarle di grazia e leggiadria. E Arturo, che direbbe Arturo del vino di Irène? E quando Arturo sarà andato a prendere il treno per Los Angeles e Irene si sarà persa nelle cantine di Borgogna, quando delle due facce di quella stessa liquida medaglia sarà evaporato anche il fondo, chi saranno i prossimi compagni delle notti solitarie?

la prima foto è tratta da gadgetblog, metre la seconda da wikipedia

 

 

PERCHE’ NEBBIOLO NON SIA SOLO UNA MENZIONE. Di Michele Antonio Fino

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indiani_americaI piccoli vignaioli del Piemonte che – al di fuori delle zone che sono comprese nei territori della DOC Langhe dove è possibile produrre Langhe DOC Nebbiolo e della DOC Nebbiolo d’Alba – coltivano e intendono coltivare il Nebbiolo, sono persuasi che sia un loro diritto menzionare questa varietà, nell’etichettatura dei vini a denominazione di origine che ne derivano.

Essi riconoscono che le DOC Langhe e prima ancora Nebbiolo
d’Alba hanno negli anni creato la vasta fama e la rispettabilità del nome di questa antica varietà, ma sono altrettanto serenamente convinti che il Nebbiolo, in quanto uva, cioè materiale vivente, non sia appannaggio di un solo territorio, come d’altronde, nel solo Piemonte, testimoniano le tradizionali coltivazioni di tale uva non solo nel sud della regione, ma anche nel nord, con particolare e non esclusivo riferimento a Canavese, Val di Susa, Colline Novaresi. I vignaioli piemontesi tutti riconoscono una non diversa antichità di tradizione e rispettabilità di coltivazione ai grandi vini legati a toponimi in cui il Nebbiolo è stato allevato con risultati eccellenti, dando vita a giustamente celebrate denominazioni: Barolo, Barbaresco, Roero, Bramaterra, Lessona, Fara, Boca, Ghemme e Gattinara.

Poiché da un lato il diritto internazionale (con l’art. 24 degli accordi TRIPS) esclude che possa essere riservato e protetto come un’indicazione geografica esclusiva di un’area il semplice nome di una cultivar e, dall’altro, le fortune contemporanee del nebbiolo sono dovute ai tanti vignaioli che nelle terre sino ad ora protette con denominazioni biunivocamente legate a quest’uva hanno lavorato con abnegazione e lungimiranza, è necessario un bilanciamento fra diritto astrattamente previsto e tradizione produttiva, onde evitare che l’affermazione del primo si trasformi in un indebito vantaggio competitivo.

Pertanto i vignaioli del Piemonte unitamente alla richiesta di prevedere finalmente la menzione Nebbiolo tra quelle associabili alla Denominazione di Origine Protetta Piemonte, chiedono che tale menzione sia accompagnata da una modifica del disciplinare che dimostri di riconoscere l’unicità di questo vitigno nella sua affermazione storica, ponendo un baluardo contro la produzione di vini indegni di fregiarsi di un nome che in questa regione evoca rispetto, prestigio, qualità.

Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka

Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka

Per questo, è condicio sine qua non che la menzione Nebbiolo si possa aggiungere alla DOC Piemonte, secondo un rinnovato disciplinare quando:
– il vino derivi da vigneti composti al 100% del vitigno Nebbiolo;
– la giacitura e l’altitudine dei terreni idonei sia predeterminata secondo i moderni criteri di zonazione, verificabili mediante il cruscotto regionale creato dal CSI, procedendo all’individuazione degli areali adatti ed escludendo a priori giaciture pianeggianti dalle mappe dei terreni idonei alla coltivazione;
– l’esposizione media dei terreni impiantati a vigneto destinato a produrre Piemonte DOC Nebbiolo sia compresa fra i 150° e i 210° (individuato il pieno sud nei 180°);
– sia esclusa ogni pratica di forzatura;
– la resa massima in uva sia pari a 9 t/Ha;
– la resa massima in vino sia pari a 63 Hl/Ha;
– il titolo alcolico volumetrico naturale sia pari a minimo 13%;
– il vino possa venire commercializzato non prima del I° ottobre dell’anno successivo alla vendemmia;
– anche per le bottiglie di Piemonte DOC Nebbiolo sia prescritta la fascetta numerata in maniera progressiva e univoca.