L’idea di Natura è un prodotto culturale.

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van goghUna delle forme oppositive più rilevanti al concetto di naturalità, già ricordato in altri interventi, legata ad un prodotto artificiale, è che questo non esiste in Natura: “il vino non esiste in Natura!”, così come la marmellata, il burro…. La Natura diviene in questo senso sacralità oggettivata, estranea all’estensore del termine ed all’uso che essa assume nel corso delle discussioni. Se poi consideriamo che la Cultura si caratterizza per l’autonomia dell’ordine simbolico e che i simboli sono organizzati tra di loro in una rete di relazioni, sia all’interno di un sistema integrato, ma anche dentro agglomerati eterogenei ed instabili, per cui “i simboli sono sempre, senza eccezione, multivocali, e la fissazione del loro significato è il risultato sia delle regole della logica interna al campo culturale che delle pratiche contestuali dei membri[1]”, allora la distinzione non è tra azioni e pratiche culturali, ma tra dimensione simbolica e non simbolica di qualsiasi pratica. Se quest’ultimo assunto ha una base di fondamento teorico, ci accorgiamo immediatamente che il concetto di Natura, al pari di quello di Cultura è un prodotto di elaborazione intellettuale, ovvero afferisce alla menzionata dimensione simbolica delle pratiche a cui appartiene e ai membri che ne fanno parte. Ma non solo: potremmo scoprire, ad esempio, che non tutti abbiamo la stessa idea di Natura e potremmo anche scoprire che l’elaborazione dello stesso concetto di “Natura” affonda le sue radici in un dibattito antichissimo: “Negli scritti dei filosofi greci, Talete, Anassimandro e Anassimene la natura designava la realtà tutta, considerata nel suo divenire e in relazione a un principio (arché) da cui tutte le cose derivano: per Talete quel principio era l’acqua, per Anassimandro un principio materiale infinito e illimitato, l’ápeiron, per Anassimene l’aria. Con la sofistica si cominciò a considerare la questione del rapporto tra natura (physis) e convenzione (nómos), fra la vita secondo natura e secondo le leggi e i costumi proposti dalla civiltà, e gradualmente la definizione di natura si chiarì opponendosi a quella dell’attività culturale umana. Aristotele definì “natura” ciò che aveva in sé il principio del proprio movimento: le cose inanimate, le piante e gli animali, tutti gli esseri che mutano, si muovono e si riproducono senza l’intervento dell’uomo. Aristotele distinse la realtà naturale da quella artificiale: la prima coincideva con tutto ciò che non dipendeva dall’uomo e dalla sua “arte” o “tecnica” (techné), ossia la natura “fisica” (che includeva anche l’uomo considerato un animale), la seconda comprendeva tutto ciò che era opera della produzione umana[2].” La fisica, secondo questa lettura, era la scienza che studiava i meccanismi del mutamento della natura, mentre la ‘meccanica’ aveva l’obbiettivo di svelare l’uso di macchine statiche che ingannassero i principi del moto della natura per favorirne lo sfruttamento tecnico: l’agricoltura, l’allevamento, la caccia. Se questa era la visione prevalente, che seguì imperiosa nel corso dei secoli a venire (la Natura governata dal Verbo-Logos divino), un’altra visione formulata da Leucippo e da Democrito, spogliava la natura di qualsiasi principio interno di mutamento e di movimento riducendo i fenomeni fisici a scontri casuali tra particelle ultime ed invisibili di una materia priva di vita. Siamo agli albori di un’idea meccanicistica della natura, idea che troverà pieno compimento con la Riforma protestante e che rimase paradigma dominante per due secoli sinché la fisica del caos, la fisica della relatività e la fisica dei quanti non la misero in soffitta. I principali teorici della fisica meccanica furono Marin Mersenne (1588-1648), Thomas Hobbes (1588-1679), René Descartes (Cartesio, 1596-1650), Pierre Gassendi (1592-1655) e, più per i contributi fisici, Galileo Galilei (1564-1642),Christian Huygens (1629-1695), e in maniera tormentata lo stesso Isaac Newton(1642-1727)[3].  Ma la fisica meccanicistica aveva già a quel tempo nobili oppositori, come fu ad esempio Leibniz  (Nouveaux essais, 1704 IV, 16, 12,) che negava l’esistenza degli atomi come entità discrete indivisibili, per cui la natura procederebbe per gradi (“natura non facit saltus”): “E in questo i Composti assomigliano ai Semplici. Infatti, poiché tutto è pieno – il che rende collegata tutta la materia – e poiché nel Pieno ogni movimento produce un effetto sui corpi distanti in proporzione alla distanza – per cui ogni corpo non soltanto subisce l’azione dei corpi che lo toccano, risentendo in qualche modo di tutto ciò che accade a essi, ma con ciò risente anche dell’azione di quegli altri corpi che toccano i primi con i quali esso è a contatto immediato –, ne consegue che questa comunicazione delle cose è in grado di estendersi a qualsiasi distanza[4].” Leibniz costruì un metodo, di cui si fece erede il Romanticismo, che vide la natura non più come qualcosa di materiale regolato da leggi meccaniche, ma come soggetto dotato di vita e di spiritualità che viene ordinato secondo gli scopi che gli sono prorpi: “Non un’apologia del caos dunque, ma l’accettazione di un modello cosmologico fondato su un diverso tipo di ‘ordine’, un ordine non geometrico, vivente, in perenne ‘crescita.’[5]” La natura è un organismo vivente, dotato di vita interna (lo spirito immanente), totalità nelle quali le parti vivono in funzione del Tutto, e presenta una particolare finalità, essendo strutturata secondo determinati scopi. Questa concezione organicistica, vitalista, finalistica, spiritualistica e dialettica (= la natura è organizzata secondo coppie di forze opposte e dinamiche, i contrari), riporta alla luce la fisica aristotelica e taglia i ponti con la tradizione meccanicistica inaugurata da Galileo, secondo la quale la natura è scevra di forme spirituali e di finalità, è materia in movimento governata da leggi meccaniche. L’essere umano è dunque un microcosmo, porta dentro di sé tutto l’universo: ciò significa che l’uomo può in linea di principio rinvenire lo “spirito del mondo”, l’essere infinito, sia contemplando la natura, sia ricercandolo nella nostra anima. Se il Romanticismo rompe con l’idea positiva dell’ispezionabilità della natura, toccherà al rinnovato Positivismo di metà Ottocento recuperare una visione meccanica della natura dove il rapporto armonico non è altro che il costrutto in divenire di equilibri e di scontri tra parti naturali adatte a sopravvivere e ad evolversi a discapito di altre. Il Novecento si è portato dietro tutto il dibattito precedente arrivando forse, alla conclusione relativa, dell’impossibilità di costruire una visione unitaria del concetto di Natura. Tutto questo ancora per dire che la Natura esiste anche nella misura in cui è espressione delle nostre idee che ne fissano i limiti e i costrutti sociali d’utilizzo. E così diventa, di fatto, un prodotto culturale.


[1]     Pier Paolo Giglioli e Paola Ravaioli, Bisogna davvero dimenticare il concetto di cultura? Uno sguardo sociologico, in Vincenzo Matera (a cura di), Il concetto di cultura nelle scienze sociali contemporanee, Utet, Torino 2008, pag. 72

[3]     Enrico Renato Antonio Giannetto, Note sulla «meccanica classica» e la concezione meccanicistica della natura, in http://www.minerva.unito.it/Natura/Giannetto/GiannettoConcezioneMeccanicistica/index.htm

[5] P. Palmero, Romanticismo inglese e destino del soggetto (Keats, Coleridge, Turner), in “Rivista di estetica”, n. 31, 1989, anno XXIX, p. 67.

Foto: Iris di Van Gogh tratto da Wikipedia

Niente meglio del vetro, già nel 1667.

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vetro veneziaDopo aver studiato a Roma e a Pisa, Lorenzo Magalotti viene ammesso alla corte medicea nel 1660, anno in cui il cardinale Leopoldo de’ Medici lo nomina segretario dell’Accademia del Cimento, carica che manterrà sino  al suo scioglimento avvenuto nel 1667. Nel medesimo anno Magalotti, senza riportare il nome di alcuno degli accademici, pubblica i “Saggi di naturali esperienze[1]”, bilancio ufficiale dell’attività dell’Accademia. Gli esperimenti hanno per oggetto la pressione dell’aria, gli effetti del vuoto, il congelamento dei liquidi, le proprietà del calore, la propagazione del suono e della luce, i fenomeni magnetici e le attrazioni elettriche. Seguono poi le ricerche di matematica, acustica, termodinamica, idrostatica, meccanica celeste, fisiologia umana e vegetale, ottica. Autore di vivaci e brillanti relazioni le sue opere filosofiche costituiscono una difesa del metodo galileiano e rivelano un’adesione all’atomismo gassendista[2].

Quello che qui  riporto sono “Le esperienze per venir in cognizione se il vetro e ’l cristallo siano penetrabili dagli odori e dall’umido”.

Prima esperienza intorno agli odori.

Olio di cera, quintessenza di zolfo ed estratto d’orina di cavallo, che si tengono per gli odori più acuti e potenti che sieno non traspirano sensibilmente da un ampolletta sigillata a vetro per molto che quelli vi si diguazzino[3] e che questa si riscaldi. Quell’alito ancora di finissimo spirito che sfuma nel tagliar la buccia d’un cedràto acerbo o che dalla stessa buccia premuta sprìzzar minutamente si vede non penetra a dar odore all’acqua che in un vasetto di sfoglia sottilissima di cristallo ermeticamente sia chiusa. Similmente sigillata una Starna in un sottil vaso di vetro e rimpiattata in un angolo d’una stanza da un Bracco fatto rigirare un pezzo in quella vicinanza non vien dato segno di sentirne il sito.  

Seconda esperienza intorno all’umido.

 Una palla di vetro sigillata alla fiamma piena di sale macinato e perfettamente rasciutto dopo essere stata per dieci giorni nel fondo d’una cisterna e per altrettanti in una conserva di ghiaccio, non cresce di peso, e rotta se ne cava il sale asciuttissimo a segno che nel votarsi spolvera. E’ ben accaduto alcuna volta di trovar nell’ampolletta del sale qualche minima parte di esso leggiermente inumidita, ma da ciò non s’arguisce penetrazione; perché quand’ella veramente vi fosse non pare che dovess’esser più in una parte che in un’altra; ma il trovarsi sempre questo poco di bagnamento in un luogo solo è assai apparente cagione di credere, ciò non esser altro che quel poco d’umido che forza del freddo poté spremere dall’aria rimasta nel vaso per via del solito appannamento.


[1] Il testo consultato è Lorenzo Magalotti, Saggi di naturali esperienze, Sellerio Editore, Palermo 2001

[2] L’atomismo, o, più in generale la filosofia corpuscolare, rappresenta il fondamento di gran parte dei trattati di fisica e chimica della seconda metà del XVII secolo. Gli studi intorno alla natura della luce, del magnetismo, quelli relativi all’aria e alle sue proprietà, nonché le reazioni acidi-basi (per non citare che alcune dei temi principali della nuova scienza) saranno tutti basati sulla concezione corpuscolare della materia. Vorrei qui sottolineare che tra atomisti, e più in generale tra i corpuscolaristi, non vi fu uniformità di vedute su questioni fondamentali. Si può descrivere la situazione dicendo che, se tutti gli atomisti furono corpuscolaristi, non però tutti i corpuscolaristi furono atomisti.

L’infinita divisibilità della materia e il vuoto – due temi centrali nella teoria della materia – determineranno la principale demarcazione tra i corpuscolaristi come Descartes e i suoi seguaci da una parte e gli atomisti come Gassendi e Newton dall’altra. Nei capitoli del Syntagma Philosophicum dedicati a questioni di carattere cosmologico Gassendi elimina quegli aspetti della filosofia di Epicuro non conciliabili con la religione cristiana, operando così il pieno inserimento della teoria atomistica della materia in un contesto filosofico di tipo creazionista. In questo modo Gassendi contribuisce a rimuovere uno dei maggiori ostacoli che si frapponevano alla diffusione della teoria atomistica. (…)Le proprietà ultime degli atomi sono dunque di carattere geometrico-meccanico. La fisica e la chimica possono, almeno in teoria, poggiare su fondamenti di tipo quantitativo. Antonio Clericuzio , Gassendi e l’atomismo del XVII secolo, Universitá di Cassino

[3] Agitare, sbattere

La foto è tratta da leoriginidivenezia.it

La grammatica generativa al cospetto dei vini naturali.

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grammaticaPonete di trovarvi di fronte ad un oggetto, un qualsiasi oggetto(1). Ora definite le proprietà che gli sono pertinenti, ovvero che lo ordinano: composizione fisica e funzioni. Provate, poi, a costruire un catalogo di oggetti che abbiano la stessa struttura e mansioni, ma foggia, materiali… diversi. Una bottiglia, un tavolo, un bicchiere; quindi delle bottiglie, dei tavoli, dei bicchieri. Bene. Ora prendiamo le prime: ve ne saranno di vetro trasparente o colorato, di plastica, di terracotta… Avranno capacità diverse: da 0,75 l., da litro, da 1,5 litri e di questo passo. Saranno dotate di chiusure appropriate anch’esse diversificate per uso, stile, importanza, costo e così via. Avranno infine una foggia diversa (bordolese, alsaziana, albeisa, fiasco, ….) Siamo di fronte a delle diversità come a delle importanti similitudini. Supponiamo ora di avere dieci bottiglie. Se siamo fortunati con quattro descrittori (a noi interessano quelle da vino) abbiamo la possibilità di definirle tutte: A,B,C,D e con +A il caso che la bottiglia abbia quella proprietà (ad. esempio sia di vetro) e con –A che non l’abbia. Siamo ora in grado di costruire diverse combinazioni sino ad esaurire tutte le proprietà.
Da questo ne consegue:
1) Abbiamo fatto una scelta ponderata sulle proprietà del nostro oggetto;
2) Se abbiamo soltanto dieci bottiglie, allora ve ne saranno altre (dati combinatori) che non esistono nel nostro gruppo e alle quali sarebbe bene dare un’occhiata;
3) In questa costruzione differenziale a noi non interessano tutte le proprietà di un elemento (bottiglia in questo caso), ma come questo elemento si caratterizzi rispetto alle proprietà scelte.
Questo significa che se una bottiglia si definisce in un dato modo rispetto a quelle proprietà, allora ogni elemento che si componga alla stessa maniera, sempre nei confronti delle proprietà, sarà commutabile con la prima. Se ciò è vero e dunque possibile, ci troviamo di fronte ad una delle prospettive più geniali dello scorso scorcio di secolo: quello che Noam Chomsky(2) spiegò come grammatica generativa, ovvero la possibilità di costruire, tramite un repertorio limitato di parole, infinite frasi.
Arriviamo così ad un dunque: se ogni proprietà di un elemento viene definita per tutti gli altri, allora ogni elemento si caratterizzerà solamente per le differenze rispetto agli altri.
Ora al punto: i vini naturali. Essi appartengo alla macro-categoria dei vini, la quale potrebbe appartenere ad altre categorie classificatorie, che tralascio volentieri. Alcune associazioni di produttori di e alcuni produttori hanno tentato di circoscrivere le proprietà che definiscono l’elemento vino naturale: particolarità fisiche del terreno e interventi su di esso (distribuzione di letame o compost vegetale e la consociazione di più colture), lieviti indigeni, abolizione dei pesticidi, uso dello zolfo in vigna e tentativo di abolizione rame, parametri stretti sull’uso della solforosa in cantina e via dicendo. Sappiamo che non tutte le proprietà citate vengono valutate. Associazioni stringenti come Vinnatur, ad esempio, ne utilizzano tre in maniera vincolante:
– analisi residuale dei pesticidi (ricercando oltre 83 principi attivi di fitofarmaci)
– analisi dell’anidride solforosa totale
– analisi del rame metallo residuo.
Sappiamo anche, per il discorso ‘generativo’ portato in precedenza, che diverse delle proprietà citate sono proprie di alcuni autori di vini che non si definiscono naturali. Possiamo affermare, dunque, che la naturalità di un vino prova lentamente ad erigersi per ipotesi differenziali.
Paul Ricoeur, un giorno, scrisse che “la questione dell’identità costituisce un luogo privilegiato di aporie” (Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993, p. 225.) Maggiore è la commutabilità di un proprietà e la possibilità che essa contribuisca a definire un soggetto o un oggetto, maggiori saranno le problematiche legate alla determinazione di sé. Il problema è vecchio come il mondo e ci obbliga a guardarlo da rovescio: ciò che esiste sono i vini naturali o le proprietà astratte che, combinate tra di loro, li generano?
Insomma, la sommatoria delle particolarità singole (pratiche agronomiche, di cantina…) può determinare il tutto? Oppure solo una filosofia dal postulato forte e necessariamente deduttivo, come la biodinamica, è in grado di garantire dissomiglianze sufficientemente ampie?

1) Questo articolo è stato concepito in una calda giornata della tarda primavera dalla proficua lettura di Andrea Moro, Parlo dunque sono, Adelphi 2012, pp. 52 – 55
2) Noam Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, il Mulino 1998 (ed. orig. Language and Knowledge, 1988).

Foto tratta da Treccani.it

I vini di Genova.

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GenovaNell’autunno del 1975 Mario Soldati compie l’ultima tratta del suo giro per l’Italia, viaggio iniziato nel 1968 e proseguito nel 1973, alla ricerca di vini genuini e così, dopo aver solcato i meravigliosi nettari del Levante, capita in quella Genova deturpata, ma di tanta grandezza e civiltà che non si può lasciare così, senza dire nulla dei suoi vini. Ed allora va di proposito alla trattoria di Checu, il padrone che è anche il cuoco, soprannominato dai foresti in senso spregiativo “Toro”, in via Demarinis, a Genova Sampierdarena per bere il vino di Begato, proprio quello, dell’omonimo Forte: “bianco, lieve, delizioso, meno aspretto e meno chiaro del Coronata, ma più scivolante e più profumato(…) E, all’orecchio di Remo Borzini, che mi è accanto, mormoro la felice definizione, ch’egli ebbe un giorno a dare di questi genovesi, isole resistenti se altri mai: ‘L’aristocrazia degli umili’.[1]” Già in un’operetta del 1770 attribuita a Girolamo Gnecco, conte di Nervi, ci si lamentava che “la cognizione forse anche esagerata della mediocrità de nostri prodotti e della nostra agricoltura: quanto la passion forse troppo eccedente per lo commercio, e per li vantaggi, che da esso ritraggonsi hanno certamente allontanato un buon numero di persone dalla ricerca di quelli, che può somminìstrar l’agricoltura. (…) Ella è una verità incontrastabile che, se le arti, e il commercio si stabiliscono a danno dell’agricoltura o per qualunque altro motivo si distraggono quelle ricchezze che sono necessarie alla buona coltivazione e al miglioramento de’ fondi; questi vanno sempre più degradando, e non riportano que’ maggiori profitti che se ne posson ritrarre. Dello spender ne fondi (mezzo vantaggiosissimo all’agricoltura) non posson far uso i poveri agricoltori unicamente occupati a cavarne il proprio sostentamento, e solamente può impiegarvi danaro il Proprietario, dal quale assai comunemente viene ad altro oggetto rivolto. La terra non dà ricchezze se non in proporzione di quelle, che le sono confidare non moltiplica il frutto fuorchè in ragione del travaglio, e della spesa[2].” Insomma, sembra di sentir parlare dell’oggi: gli investimenti agrari costano cari, i padroni rivolgono le loro attenzioni ad altre attività maggiormente remunerative dal punto di vista finanziario (arti, commercio…), mentre i poveracci non possono fare investimenti perché tutto ciò che guadagnano va a sostentamento della sopravvivenza. Genova era, per chiunque vi fosse approdato dall’anno 1000 in avanti, piena di vigneti: tutta la fascia costiera era vitata, da Sampierdarena ad Albaro, e di particolare bellezza e specializzazione, a danno del prevalente ulivo, era la collina di Carignano: “All’altro capo della città la collina di Carignano sembra invece caratterizzata da una precoce specializzazione viticola. Si veda per esempio, in un documento dell’anno 1000, la permuta di terre fra l’abate di S. Stefano e due cittadini genovesi riguardante cinque appezzamenti siti in Carignano, di cui quattro definiti cum vinea et alios arbores fructiferos e uno cum vinea et alios arbores fructiferos et olivectis e altri documenti coevi con ulteriori indicazioni, sempre in Carignano, di vigne o di coltura promiscua a base viticola. Dato che abbiamo nominato 1’abbazia benedettina di S. Stefano possiamo aggiungere che se sulle sue terre non risulta assente l’ulivo, tuttavia i più antichi contratti ad pastinandum[3] concernenti terre del monastero non prevedono esplicitamente piantagioni di ulivi ma soprattutto di viti e di castagni. L’area suburbana genovese sembra, a cominciare dal XIII secolo, andare assumendo il suo peculiare paesaggio: accanto ai numerosi insediamenti ecclesiastici e monastici, sui quali esiste una abbondante documentazione, cominciano a sorgere le «ville» dei cittadini e l’agricoltura va precocemente modellandosi sulle esigenze del mercato cittadino, come dimostra anche la formazione dell’area orticola della piana del Bisagno[4].” Ed è proprio nella Val Bisagno che la curia vescovile ha il centro dei suoi interessi agricoli ed in particolare quelli legati alla coltivazione della vite ed alla produzione di vino[5], in particolare nelle zone di san Siro di Stroppa e di Montecignano. Dall’altra parte la val Pozzevera vanta i vini della Costa di Rivarolo e di Coronata: “Il Bertolotti (Viaggio nella Liguria Marittima, 1834) con la sua abituale enfasi accenna ai vigneti di Val Polcevera ‘con indicibile studio tenuti’ per affermare poi: ‘La valle della Polcevera è la Tempe moderna. Se i suoi vini e i suoi olj corrispondessero in bontà  alla singolare diligenza e vaghezza della sua coltivazione, ed alla magnificenza delle due ville, ella sarebbe più ricca che l’aurifera Valle di Cusco’[6].” Vino-Coronata-1Le uve, tutte bianche, della Valpolcevera sono: Rollo, Vermentino, Bosco, Trebbbiano, Bianchetta. Oggi rimane solo una piccolissima produzione del vino di Coronata[7] che così Francesco Mazzoli descriveva: “Ne risulta un ‘bianco’ dal colore paglierino tendente al freddo, profumato di bosco. Gusto secco, asciutto ed allegro[8], con finale gradevolmente amarognolo e cosa allappantina. Talvolta sa di zolfo: dovuto a terreni nei quali detto minerale ha una consistente presenza. Ma tale sapore lo si toglie quasi del tutto con pazienti e tante travasature. I pigri però lasciano perdere: dicendo che è il gusto peculiare di Coronata…[9]

[1] Mario Soldati, Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, Milano 2006 (ed originale 1977),  pp. 606,607,609
[2] Riflessioni sopra l’agricoltura del Genovesato co’ mezzi propri a miglîorarla e a toglierne gli abusi e vizj inveterati. Operetta dedicata a sua eccellenza il signor Marchese di Grimaldi, Stamperia Gesiniana, Genova MDCCLXX  (pp. XX, XXI)
[3] Con questo tipo di patto il “pastinatore” (letteralmente aratore, cioè il conduttore), decorso un periodo di mediamente sette anni dalla stipula del contratto, acquisiva la proprietà piena di metà del terreno coltivato A seconda delle colture: per la vigna era ad esempio di 12 anni. Si veda B. Andreolli, Contratti agrari e trasformazione dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno Normanno-Svevo, per Atti VIII giornate normanno-sveve, Bari 1987 da wikipedia
[4] Atti della Società Ligure di storia Patria, Nuova Serie XII – (LXVIII) in http://www.storiapatriagenova.it/docs/biblioteca_digitale/ASLi_ns/ASLi_ns_12_2.txt
[5] Cfr. Piero Raimondi, Vini di Liguria, Sagep Editrice, Genova 1976, in particolare pp. 75 -83.
[6] Ibidem, pp. 80, 81
[7] Cfr. Ludovica Schiaroli, I vini dei genovesi, in http://www.aisliguria.it/editoriale.php?ID=156
[8] Qui l’ispiratore è Sbarbaro ne i ‘Trucioli’ (1920) che lo descrive come ‘vinetto rallegrante’.
[9] Francesco Mazzoli in Giannetto Beniscelli, La Liguria del buon vino, Editore Siag, Genova pp. 290, 291

I vini di Torino.

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vecchia torinoAdesso la vedo così: dal basso verso l’alto, in senso geografico s’intende; dal mare e da una città che così diversa non poteva essere: Genova. Sì perché da qui cambia tutto, anche la pioggia: ero abituato ad averla fitta, ma perpendicolare al terreno così come le strade sono perpendicolari tra di loro. Qui invece ti arriva di fianco, ti spazza le gambe e ti spezza l’ombrello. Ma poi viene il sole, l’aria salmastra e quella luce che ti scalda il cuore. Non sono andato via da Torino perché non mi piaceva: ci sono nato, cresciuto,vissuto e sperimentato per trent’anni. E’ la mia città. Certo che ho visto tante Torino: quasi più di una per decennio, a partire dagli anni ’70. Via via che cambiavo lo sguardo. C’è una parte però della mia città che ho sempre conosciuto poco: la collina, al di là dal Po. Ci andavo qualche volta d’estate, nei parchi, per separarmi dall’afa e dalle zanzare. Il Po divide la città dalla sua collina: come in tutte le separazioni geografiche essa non rimanda solo ad una cesura fisica, ma anche mentale, simbolica e, naturalmente, sociale. E’ quella parte della città dove hanno sempre vissuto i ricchi, quelli che cercano la disgiunzione corporea e psichica dal resto della città; perché poi ci sono quelli che, al contrario, in città ci dimorano. Dal XVI secolo la collina era soprattutto rifugio dalla calura estiva, villeggiatura per nobili, notabili, mercanti, commercianti: vecchia nobiltà e nuove borghesie facevano a gara per acquistare o farsi costruire la ‘Vigna[1]’, così chiamata la casa di campagna, segnando l’ascesa e il declino non solo dei destini personali, ma anche di intere classi sociali e delle loro nuove fortune. In collina dimoravano i soldi della città[2]. moleEd è di quella collina (Montagna si diceva, anche se non saliva oltre i 400 m. s.l.m.), alla sinistra del Po, e delle sue vigne che Gio. Battista Croce, gioielliere di casa reale nonché produttore in proprio di vino e possessore della vigna di Candia, nella zona antica conosciuta come Monveglio o Montevecchio, ai piedi della Val Salice, nel 1606, descrisse le uve ed i vini[3]: la miglior uva bianca della collina Torinese era, secondo Croce, il Moscatello bianco, che andava immediatamente portato al torchio, pigiato coi piedi e infine raccolto il succo. La restante uva veniva torchiata, messa nei bottali e lasciata fermentare. Quando il livello scendeva veniva rabboccata con vino simile in modo da potere pulire agevolmente la superficie con una spatola di legno. Come il Moscatello bianco anche la Malvagia era un’uva da vini secchi. Al contrario l’Erbalus, la Vernaccia, il Nebiol bianco e il Cascarolo producevano vini dolci. Il Nebiol, dal raspo verde e gli acini piccoli e tondi, spesso ricoperti di nebbiosa pruina mattutina era la regina delle uve nere, a cui seguono il Mostoso, il Rossetto, il Cario, la Grisa maggior ed il Neretto. Il Cario, per la prima volta menzionato in questo scritto di Croce, corrisponde all’uva Cari che poi è  l’uva Pelaverga di Saluzzo o Pelaverga di Pagno (Val Bronda), diffuso anche nella zona del Chierese, da non confondersi con il Pelaverga piccolo dei dintorni di Verduno, che è un altro vitigno, né con il Peilavert canavesano e biellese (colline di Salussola e Cavaglià), che corrisponde al Neretto duro. Gio. Battista Croce descrisse dei vini e del modo di farli, del delicatissimo vino Griso ‘vago di colore e delicatissimo al gusto’, della Sostratta (Mère-goutte francese, ovvero il mosto ottenuto dalla premitura delle uve nel tino prima di essere passate sotto torchio), dei modaioli chiaretti, dei vini craticulati (pigiati sotto graticole di ferro), dei vini di paglia, quelli dolci, tra cui spiccava il vin Tortu fatto con uve stramature lasciate sui tralci che venivano torti in modo da non portare più nutrimento al frutto, del miglioramento dei vini di Agostino Gallo[4], delle crespie (vini frizzanti dolci ottenuti per rifermentazione, che facevano increspare le ciglia) e per finire dei vini chiappati, quelli insomma annacquati, meno nobili, ma con una grande storia alle spalle.


[1] La struttura delle Vigna comprendeva una villa padronale, un’abitazione rustica, dove abitava il contadino, detto ‘vignolante’, addetto al fondo agricolo, solitamente composto da un vigneto, da un giardino, dall’orto, da alberi da frutta. A volte la villa era dotata anche di una cappella privata. Si rendeva ‘necessario’ per il pieno godimento della villa avere una produzione propria del vino tutto l’anno, vino che, godeva di esenzione fiscale per il proprio ingresso nella città di Torino.
[2] Ad introdurre la moda della dimora estiva sulla collina vi furono a metà 500 vi furono Filiberto Pingone, barone di Clusy e la famiglia degli Antiochia Cfr. Elena Rossi Gribaudi, Vigne e ville della collina torinese (rist. anast.), Gribaudi, Torino 1992
[3] Della eccellenza e diversità de i vini che nella Montagna di Torino si fanno; E del modo di farli. Nuovamente posto in luce, e dedicato a Sua altezza Serenissima da Gio. Battista Croce suo gioielliere, per Aluigi Pizzamiglio, Torino 1606, ora ristampato per l’Artistica Savigliano, Consiglio regionale del Piemonte, Torino 2008.
[4] Esperto agronomo, scrittore, letterato e appassionato di archeologia. Come scrittore egli compose, in un primo tempo, le “Dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa”, opera in forma di dialogo pubblicata nel 1564. Più tardi, a Venezia ristampò il suo libro, completandolo con l’aggiunta di altre tre giornate ed infine nel 1569 presentò definitivamente la sua opera letteraria, accresciuta di sette giornate, con il titolo “Le vinti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa”.

Quattro salti seguiti da un passo (la campana). Racconto breve di Luca Dresda

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apnea-lanzaroteI primi quattro passi vanno a segno, poi un’improvvisa distrazione lo fa esitare. Tra testa e gambe s’interrompe il collegamento. Il piede si alza ma lui sa già che sbaglierà l’atterraggio. Non si ferma neppure a guardare quale sia stata la causa. Quando torna indietro per ripartire dal dissuasore, è più determinato che mai a farcela. Prende un respiro profondo. Lo trattiene quei cinque secondi che servono a riequilibrare ogni aritmia, espira lentamente e accompagna lo svuotamento con il movimento delle mani, come se spingesse verso il basso una tavoletta che galleggia sull’acqua di una piscina. E ‘piscina’ è una di quelle parole che aprono dei varchi nei suoi ricordi. Il luogo dov’è cresciuto, ha passato con tensione l’apprensione degli istruttori che vogliono scremare i tordi dai forti fin da subito, a cinque o sei anni. Usando mezzi bastardi. È passato dal nuoto alla pallanuoto. Si è corroso le prime vie aeree col cloro fino a non potersi più avvicinare a una piscina. Ma vuol dire anche nuoto. Nuotare. Percorrere chilometri con la testa in acqua, in questo limbo, nella protezione e nella culla delle piccole onde frastagliate che si formano tra corsia e corsia, rifratte dalle separazioni in lattice. Significa una corsa contro il tempo che in mare si fa distacco e solitudine. Vuol dire morbidezza e polmoni che si spalancano e pompano sempre più energia. Ma è solo un ricordo adesso. E lo richiude per ripartire.

Le coppiette e i bambini sono già sistemati nella pineta dei Borghese con i plaid e l’armamentario per finire frastornati dal cibo, faccia in su, a guardare i profili delle chiome dei pini di Roma. Il sole si fa attendere guardingo. Lecca le chiome dei sempreverdi accennando a una sinfonia primaverile che sembra tentennare. Villa_borghese_pineta_02Il buffet si riempie gradualmente di pizzette, panini, cous cous vegetariani, insalate miste, altre pizzette, panini all’olio immersi nella maionese, bibite, vino bio, birre, acqua, tabulè, fave e pecorino, insalate veg, posate riciclabili accanto a piatti di plastica, così come il prosciutto e le torte vegane, yin e yang di un pomeriggio da passare in comunità. C’è armonia. I bambini non si accalcano al buffet come di norma. Forse vogliono risparmiarsi per il dolce, la grande torta per festeggiare 4 compleanni. I genitori sono tutto un sorriso. Racconti sull’anno scolastico che sta terminando, sui progetti per l’estate che da quando ci sono i figli tendono a ripetersi, soprattutto quando hanno trovato un equilibrio armonico; la bocca si muove e per il momento ogni gruppo si tiene un suo spazio vitale separato. Ma durerà poco. Molto presto sarà tutto un brindisi e un comporsi e scomporsi di sottogruppi con gli stessi centri e le stesse battute di sempre.

C’è un semaforo intelligente che separa il viale alberato concepito in epoca fascista per tagliare in due il quadrante nord-est della città dal piccolo vicolo privato che molti scelgono come scorciatoia per attraversare la villa comunale senza doverla aggirare tutta. L’intelligenza sta nel non cambiare quasi mai colore. Pochi l’hanno visto passare dal verde al rosso passando per il giallo. Keat un giorno ci si era messo d’impegno, ma era stato sfortunato. Tutta colpa della sentenza della Consulta. I favoritismi non vengono più fermati dai colleghi politici, a fermare le leggi ad personam ci deve pensare una giustizia che affoga nell’improbabile mare magnum di possibili indagini da istituire. Il politico ha cambiato casa, ma il semaforo se ne resta lì, inutilizzato. Dimenticato come un vecchio gioiello di famiglia troppo ingombrante e pacchiano. Con i suoi due colori potenziali e un’intelligenza inservibile. Che verrebbe voglia di espatriare e lasciare per sempre questa valle d’indifferenza.

Il passo doveva essere fluido e partire già mirando il sanpietrone su cui planare, senza toccare i margini e uscire nell’interstizio tra i due bordi adiacenti. Era tutto un fatto di alluce, che guidava il piede e trascinava la gamba avendo in sé già la proiezione del punto di approdo. Partito il movimento, l’occhio doveva già spostarsi al riquadro successivo. Inviare l’immagine con il calcolo della distanza all’altro alluce-piede-gamba. Uno, swish, pam. Due, swish, pam. Fluidità e continuità. Era al terzo. Poteva già essere sicuro che avrebbe eguagliato il record precedente. La strada per coprire i 5 metri di selciato prima dello sterrato era lunga, ma tutto iniziava con il primo passo. Passo dopo passo, così aveva detto Splinter. Anzi, un passo alla volta. E qui si stagliò davanti a lui la figura di sua zia. Anzi, della zia della madre. La centenaria siciliana che aveva sposato un professore d’arte e disegno di Fano.

Il primo Spritz era già stato scolato senza pensarci su due volte. Era seguita una serie incalcolabile di variazioni sul tema che facevano già barcollare più di un padre, mentre i figli scalpitavano per la partitella a calcio tra i tronchi bitorzoluti dei pini. I bicchieri leggermente arrossati dal campari brillavano di luce solare riflessa, i cubetti di ghiaccio in continua mutazione, scheggiati e mezzi sciolti. Bombi e vespe volteggiavano attorno al piccolo accampamento attirati dai colori e dagli zuccheri in eccesso. Fotografie isotopiche con facce e raggruppamenti diversi. Urletti delle bambine. Un pallone sfoderato prima della cartucciera per cocktail e della stoviglieria. Qualche mamma troppo bella per la sua età e altre su cui il peso della maternità non riusciva a fluire via. Mariti collaboranti, appresso a marmocchi in esplorazione e con in braccio i nuovi arrivati. Un mare di plaid di una lana arroventata dal sole. L’aria di una convivenza pacifica spesso dimenticata.
mercatoIn un anfratto tra i banchetti di frutta e verdura e il semenzaio, a piazza Vittorio, vive una piccola comunità di ratti che spesso vengono allontanati dai tentativi propagandistici dell’amministrazione pubblica di ripulire la città dalle bestie non apprezzate dagli elettori moderati. Sono romani da generazioni. Un avo pare abbia fatto sobbalzare di terrore la governante del gaetanino durante l’edificazione della piazza e la contemporanea proclamazione dell’impero tedesco nella galleria degli specchi a versailles. Un’apparizione di stampo irredentista che non ottenne alcun risultato. La città neocapitale ebbe la sua piazza kochiana e i ratti vennero cacciati brutalmente con metodi che anche i moderni guerrieri sunniti avrebbero ritenuto sopra le righe. All’alba del giorno dopo, però, sui resti della loro tana, nello stesso punto di prima, tra le radici di un frassino e il canale di scorrimento delle acque reflue dei palazzi nuovi di zecca che parevano sculture di ghiaccio, già i pochi superstiti della famiglia cominciavano a ricostruire un antro abitabile. E così via.

Al terzo salto, o passo lungo, un ramoscello fa scivolare il piede destro fuori dai margini del blocco di leucitite. Keat sgrana gli occhi. Resta qualche istante fermo, quasi senza respirare. In fondo al vialetto sterrato, all’interno della villa, può intravedere qualcuno e qualcosa. Immagina un sorriso di piacere e forse uno sguardo che lo cerca. È già l’una e mezzo. Il pranzo deve essere al suo culmine. Immagina i brindisi, le battute, i tanti strilli dei bambini e la mandibola sempre in piena azione. Forse è un bene che non sia già arrivato. Per il suo fegato, il suo stomaco, per la sua ansia di prestazione, pensa. Per la paura che lo prende da qualche tempo ad affrontare una tavola imbandita. Per una proibizione che parte da un luogo nascosto da anni, da quando ha memoria. È ancora in tempo per godersi la giornata superando l’assalto al buffet. Ma ora deve tornare all’inizio del selciato e ricominciare di nuovo. Deve capire qual è stato il suo sbaglio. O tutti gli sbagli. Cosa lo ha portato lì. A essere la persona che ora si attarda in una prestazione obbligatoria a poche centinaia di passi dal ritrovo dei suoi vecchi amici.

Non passa momento senza che una mano afferri la bottiglia e la inclini su un bicchiere. Brindisi seri si alternano a giochi di parole e risate lievemente sopra le righe. Strano che le bottiglie non siano già tutte vuote. Ma ora è il momento dello scioglietelerighe. L’organizzazione ha avuto successo. Sono apparsi i dolci, la grande torta ricoperta di panna per festeggiare il compleanno multiplo e le candeline per il rituale più importante, fotografato e ormai dato sempre più per scontato in ogni festeggiamento. Qualche perlustrazione, giochi non ortodossi, un sonno incipiente, l’ombra che ha sorpassato il mare di plaid e si allunga verso la casupola del cinema lì vicino. Sorrisi audaci di padri a madri di figli altrui, una coltre di indolenza soddisfatta. E il pallone che sembra non fermarsi mai dal momento in cui viene sfoderato. Qui e là i soliti autoscatti con sorrisi di forma, tentativi di coprire le rughe, i gonfiori, qualche ciocca fuori posto. Ma gli amici si sono ancora una volta fusi, sono immersi nelle loro intimità, nel loro gergo costruito negli anni. Hanno costruito un altro pilastro del loro lungo rapporto. Cincin dopo cincin, si sono portati via la prima parte del pomeriggio. I plaid sono scarmigliati, qui e là qualche sagoma distesa un po’ sbilenca. Un cane lecca il muso del padrone. Più in segno di godimento che per chiedergli di saltare in piedi e tirargli un osso o qualcosa che gli assomigli. Il sole si è conquistato il suo spazio vitale e penetra in ogni fessura tra i rami e il fogliame, addolcendo una stagione che ancora non è partita con decisione. Si direbbe la proverbiale giornata da incorniciare. Manca solo Keat. E ormai nessuno si domanda il perché. Sono abituati a saperlo indeciso. Forse in difficoltà. Ma che importa se non ci si vede mai? Quale solidarietà si può dare a chi esce per sua scelta dalla tua sfera d’influenza?

I tanti strati di asfalto uno sull’altro avevano ridotto a uno strano passaggio seminterrato i minuscoli salvagente di via de’ Festaroli. La stradina era troppo stretta per farci passare il mostro che gratta via il manto stradale e, nel tempo, ci si era quasi dimenticati di guardarsi attorno per notare le differenze, i cambiamenti che fanno del mondo quell’invaso entropico che ci costringe a una continua manutenzione. E le toppe e i piccoli aggiustamenti del manto stradale, miracolosamente percorso da macchine di ogni cilindrata a una velocità spesso che faceva pensare a un autodromo più che a un vicolo centrale a gomito, avevano avuto un effetto innaturale. In origine, più che un marciapiede, era un pianale in marmo, tipico di alcune costruzioni tardo medioevali e rinascimentali, in cui per facilitare la pulizia e dare un aspetto più ordinato all’edificio si applicavano alcune lastre di marmo spesse fino a 15 centimetri e profonde 50, davanti alla facciata, più spesso nelle case di signori meno facoltosi, solo davanti l’ingresso. Le iscrizioni poi, facevano un largo uso della fantasia più raffinata. Le citazioni della Bibbia di stampo apotropaico o devozionale erano state sostituite da omaggi più o meno profani alla famiglia proprietaria dell’immobile, fino a vere e proprie pasquinate in due versetti rimati, che invocavano la clemenza della natura e dei governanti su quella proprietà sudata o che fissavano il momento della sua inaugurazione invocando il santo del giorno accompagnate dalla tipica firma con mani e piedi del nobile di turno poi ripresa dalla Walk of Fame. Ora quelle lastre, pensate per sovrastare di qualche centimetro il manto terroso della strada, erano diventate gradoni dai quali si accedeva alle case. Il che era un problema di un certo rilievo durante le grandi piogge di mezza stagione. Risolto in modo salomonico dall’amministrazione trovando alloggio altrove agli inquilini del piano terra. Di solito i portieri o gli ex custodi. Per questo, quegli appartamenti spesso abbandonati e in cui raramente venivano scoperti animali o esseri umani selvatici vengono ancora oggi chiamati peschiere.

Si era accoccolato per cercare la concentrazione. Poi si era lasciato andare. Prima a sedere poi su un fianco, rannicchiato come un feto, sul selciato che divideva la strada dal parco e lui dagli amici che non vedeva da tempo ormai. Sembrava la volta buona, anche l’ultima. Ma il piede destro lo aveva tradito prendendo una strana deviazione, un effetto di un sospiro di fronte all’ennesima immagine. Quante volte era stato così, per terra, su una branda, nel suo letto, su una panchina. Ovunque si trovasse, anche sul bordo di una pista nera, in montagna. Con quella fitta lancinante, quel pugno infilato nel ventre che gli afferrava le budella e gli tirava le membra impedendogli di stare eretto se non sopportando un dolore lancinante, il dolore bolla, questa cappa avvolgente onnicomprensiva. Era sotto il Monte Bianco quel febbraio. Mancavano pochi giorni al suo compleanno ed era un martedì grasso o forse un giovedì grasso. Le piste erano affollatissime. Le file agli impianti di risalita strazianti. Quanto poco duravano le discese, avevano pensato i due fratelli. E la soluzione era sempre quella: allontanarsi dalle piste facili, e fare quelle per sciatori esperti, o i percorsi in neve fresca, in quelle piste che raramente venivano battute, perché meno convenienti. La delizia dello sciare sul morbido. Del disegno sulla coltre di panna. Di quella sinusoide che assomiglia a un tratto di un pennello o di uno scalpello sapiente. E quelle macchie sporche, le cadute, perché chi non è abituato all’andatura da Armstrong sulla Luna non riesce a trovare il ritmo esatto e batte facilmente un tempo sincopato ritrovandosi sommerso dalla neve, che interrompevano il flusso. Ma l’immagine s’infrange su una colica molto diversa dalle altre. Un muro che si alza improvviso e che impedisce di vedere o sentire altro se non la presa agghiacciante all’intestino, il pugno che gira, torce, stira il colon fino a quasi squartare il bambino da dentro. Una crisi che richiama l’attenzione. Che fa chiamare il soccorso e che rompe il legame fraterno sulle piste di sci. Il duo che affronta tutti muri e le pareti quasi impossibili, spalla a spalla. Una crisi che scompare quasi per magia una volta che il piccolo ragazzo troppo fragile viene coricato sull’eliambulanza. E vorrebbe scendere. Si vergogna un po’ di tutta quest’attenzione per qualcosa che poi finisce d’improvviso senza lasciare strascichi. Che già una volta era passato per i vari esami endoscopici o esoscopici e aveva visto le espressioni perplesse dei medici di fronte a una manifestazione puramente psicologica. Quella difficoltà a capire la forza della mente che non sta scritta sui libri di testo. Ed è in quella posizione che si ritrova risvegliatosi dai pensamenti. Prima di rialzarsi, notare il sole che sta declinando verso ovest e avviarsi a fare un ennesimo tentativo.

le foto: apnealanzarote; pineta villa Borghese wiki commons; italiafoodandsoul

Il naso nel bicchiere e i piedi fra le nuvole. Sull’antica diatriba tra natura e cultura.

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Uno dei motivi, concettualmente rilevante, di opposizione al termine ‘naturale’ collegato al vino è che tale aggettivazione costituirebbe una sorta di ossimoro[1]: la contestazione di fondo sarebbe quella dell’impossibilità di accostare una parola che rimanda direttamente una costante non artificiale (natura) ad un’altra, il vino, che rinvia, a sua volta, ad un processo di trasformazione artefatto (cultura). Il motivo di questa contestazione, lungi dall’essere banale, obbliga ad immergersi in almeno 400 anni di dibattito che ha visto scienziati, letterati, antropologi, sociologi, storici e filosofi discutere animatamente su entrambi i concetti e sulla loro sostanziale incompatibilità oppure, al contrario, sulla loro potenziale convergenza. Il termine natura, che dai latini viene  tramandato sino a noi, ha a che fare con le idee di  nascita (nasci) e di crescita, che trovano nel corrispettivo etimologico greco di natura (φύσις, -εως), il comune significato di genesi. Per avvicinarsi a noi, all’approssimazione polisemica che ha avuto il termine natura, dobbiamo fare riferimento alle rivoluzioni scientifiche seicentesche prima e alla partizione settecentesca, di formazione pre-romantica che trova sponda in Herder e nella filosofia tedesca. Nel Seicento, appunto, in tutta la tradizione che va da Francis Bacon, che passa da Galileo Galilei e che approda a René Descartes, la natura assume una rilevanza epistemologica senza pari, ovvero si colloca in quel luogo delle relazioni ordinate, fatte di leggi rigorose e stabili, al contrario della società e delle sua storia costruite su leggi imprevedibili, instabilità, incertezze… Bisognerà aspettare Johann Gottfried Herder, in una delle sue opere più famose, Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit  (Idee per la filosofia della storia dell’umanità 1784 – 1791) perché si inizi a parlare di differenziazione tra il concetto di natura e quello di cultura, e quindi di rivalutazione di quest’ultimo, ma a partire da una sostanziale continuità storica e ontologica tra ciò che i due termini designano. Per Herder la differenziazione della cultura dalla natura avviene progressivamente per differenziazione. “Per quel che riguarda la storia naturale esiste un prototipo, una forma originaria fondamentale, che si ripresenta in tutte le tappe dello sviluppo dei corpi: i diversi fenomeni naturali (inorganici, organici, animali) non sono che complicazioni sempre maggiori di quell’unico prototipo, in modo che le diverse specie vegetali e animali possano essere collocate su un’unica scala evolutiva che culmina nel corpo umano[2].” L’analisi herderiana di natura e di cultura è fortemente ancorata ad un’idea biblica, trascendente, della natura umana, anche se non mancano accenni evoluzionistici, connessi a  successive specializzazioni, che porteranno l’uomo ad acquisire i caratteri di differenziazione dalle altre specie animali: il linguaggio e la ragione. Soltanto un secolo più tardi, attraverso gli studi sul mito condotti dall’antropologo inglese Edward Burnett Taylor, si giunge ad una secca separazione tra natura e cultura, alla quale si fa afferire il complesso di attività umane acquisite all’interno della società: “Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società” (La cultura primitiva, 1871) L’attenzione degli studi successivi sulla cultura come fenomeno autonomo si concentreranno, a partire dal filosofo tedesco Ernst Cassirer, sull’elemento peculiare della produzione umana, che consisterebbe nella capacità di produrre di simboli, al contrario degli animali che sarebbero in grado di generare solamente dei segni. rurali torino2Il simbolo è dunque “il complesso di quei fenomeni in cui si presenta in genere una qualsiasi realizzazione significativa del sensibile, in cui un elemento del suo esistere e del suo esser-così si presenta al tempo stesso come differenziazione e materializzazione, come manifestazione e incarnazione di un significato[3].” E il vino non da meno: “a dire il vero, come ogni totem vitale, il vino sorregge una mitologia svariata che non si preoccupa delle contraddizioni. Questa sostanza galvanica è sempre considerata, per esempio, come il dissetante più efficace, o, almeno la sete funge da primo alibi alla sua consumazione (‘che sete’). Nella sua forma rossa, come vecchissima ipostasi ha il sangue, il liquido denso e vitale. È che in effetti poco importa la sua forma umorale; prima di tutto è una sostanza di conversione, capace di rovesciare situazioni e condizioni, di estrarre dagli oggetti il loro contrario; di fare, per esempio, di un debole un forte, di un silenzioso un chiacchierone; donde la sua vecchia eredità alchemica, il suo potere filosofale di trasmutazione o di creazione ex nihilo (…)[4].” Ancora oggi si dibatte sulla natura simbolica dell’agire umano, senza però arrivare ad un unanime consenso[5]. Dall’altra parte, una non piccola parte di filosofi e di epistemologi, nell’arco degli ultimi trent’anni, si è prodigata nel mettere in discussione la forma del pensiero scientifico da cui, a seguire, la controversia degli stessi concetti utilizzati per spiegare e per dimostrare le diverse teorie scientifiche. Con Khun[6], per la prima volta nel 1962, si parla di paradigmi scientifici, cioè di schemi mentali che guidano e orientano la ricerca scientifica: questi schemi, al contrario del sentire comune prevalente, sono molto vicini alle discipline umanistiche da cui deriverebbe la loro frequente fallacia e la precoce decadenza: “Con la nozione kuhniana di paradigma si è fatta strada nell’epistemologia del secondo Novecento l’idea che anche la scienza naturale sia un fatto di cultura: tra l’occhio ‘puro’ dello scienziato e le strutture oggettive della realtà che egli indaga, o pretende di indagare, con atteggiamento libero (secondo una visione ‘a-culturale’ o ‘pre-culturale’ della scienza), si inserisce un’altra realtà, quella delle varie comunità scientifiche con i loro presupposti non sempre dichiarati, i loro pregiudizi, le loro tradizioni più o meno imponenti e autorevoli, i loro ‘costumi mentali’, in definitiva con la loro ‘cultura’ (in senso inequivocabilmente antropologico)[7].” Quello che alcuni studiosi sosterranno di qui in avanti è che la priorità biologica della cultura è una possibilità comportamentale che appartiene anche ad altri esseri viventi non umani: è ciò che, insomma, non viene predeterminato geneticamente dalle leggi dell’ereditarietà. rurali torinoIn altri termini ancora, “affinché la definizione del comportamento culturale non rimanga nel vago e non sia data solo in termini negativi, John T. Bonner ha proceduto a una riformulazione indubbiamente efficace e significativa. Egli propone infatti di tradurre l’opposizione innato/culturale nella distinzione tra comportamenti ‘con risposta singola’ e comportamenti come ‘risultato di una scelta multipla’[8].” Nella storia alimentare dell’umanità la dicotomia natura/cultura si pone alla stregua della dicotomia tra selvatico/domestico e si riveste ben presto di connotati interpretativi che danno l’idea della costruzione di un dibattito naturalmente ideologico: “L’uomo ‘civile’ si autorappresenta fuori dalla ‘Natura’ ma la Natura stessa diventa, nell’esperienza storica, un modello culturale consapevole, una scelta intellettuale alternativa a quella della Cultura.(…): nel Medioevo europeo, la dinamica selvatico/domestico alimenta un continuo dibattito sui modi di produzione e sulle scelte di vita che essi sottendono. In particolare è assai forte la contrapposizione fra modello produttivo di tradizione greca e romana, fondato sull’agricoltura, e quello germanico basato sullo sfruttamento della foresta (raccolta, caccia, pastorizia)[9].” Possiamo allora affermare con forza ciò che Guido Chelazzi sostiene, a partire dallo studio del processo preistorico, a conclusione del suo bellissimo libro: “abbiamo imparato che contrapporre l’azione dell’uomo ai processi naturali non è giustificato dalla lettura del passato. L’idea che l’uomo non si collochi a priori fuori e in antitesi rispetto alle dinamiche naturali ma che la sua azione sia sempre integrata con quella degli altri processi naturali – e che non sia ‘necessariamente’ negativa – può sembrare blasfema oggi che abbiamo davanti agli occhi un’impronta ecologica che non sembra più avere limiti. L’antitesi natura-uomo domina la letteratura di divulgazione sulle tematiche ambientali e i libri di testo di ecologia. La definizione di ‘impatto antropico sugli ecosistemi’ è una metafora potente e abusata di questa idea che pervade anche molta letteratura scientifica specialistica. (…) L’antitesi è anche pericolosa perché la sensazione – o la pretesa – di essere altro e fuori dalla natura è sempre stato il viatico per le idee del privilegio e del dominio ecologico autorizzato o, per converso, la premessa per la nascita di un senso di colpa che genera utopie ambientalistiche assolutamente improduttive.(…) Nel processo che abbiamo messo in scena l’imputato e il giudice sono la stessa persona, ma si è anche capito che il colpevole e la vittima non si possono separare.[10]” Il vino naturale va nella giusta direzione.


[1] “Nella figura retorica chiamata ossimoro, si applica ad una parola un aggettivo che sembra contraddirla; così gli gnostici parlavano di una luce oscura; gli alchimisti di un sole nero”

Jorge Luis Borges

[2] Diego Fusaro, Johann Gottfried Herder http://www.filosofico.net/herder.htm

Cfr. Pietro Rossi, Cultura, Enciclopedia del Novecento, Treccani in http://www.treccani.it/enciclopedia/cultura_res-885bf1e6-87f0-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia_Novecento)/

[3] E. Cassirer, Philosophie der symbolischen Formen, Berlin 1923-29 (trad. it. Filosofia delle forme simboliche, a cura di E. Arnuad, Firenze 1967), vol. III, p. 124.

[4] Roland Barthes, Il vino e il latte in Miti d’oggi., Einaudi, Torino 1994 (ed. orig. 1957), pp. 67, 68.

[5] Cfr. Vincenzo Matera (a cura di), Il concetto di cultura nelle scienze sociali contemporanee, Utet, Torino 2008

[6] Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Chicago University Press, Chicago 1962 (trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche Einaudi, Torino 1969.)

[7] Francesco Remotti, Natura e cultura, Enciclopedia delle Scienze Sociali (1996), http://www.treccani.it/enciclopedia/natura-e-cultura_(Enciclopedia-delle-Scienze-Sociali)/

[8] Ivi.

[9] Massimo Montanari, Il cibo come cultura, Editori Laterza, Bari-Roma 2004, pag. 13

[10] Guido Chelazzi, L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica, Einaudi, Torino 2013, pp. 269, 270, 271

Le foto sono tratte dall’Archivio storico della città di Torino: http://www.comune.torino.it/archiviostorico/mostre/antologia_immagini_2004/pannello1.html

Gianni Zonin e la centralizzazione del Capitale Finanziario.

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davide-vs-goliaQuando parliamo della famiglia Zonin bisogna rammentare, per non cadere in inutili qui pro quo, che non stiamo parlando soltanto di industriali del vino ma, e soprattutto, di banchieri. Faccio questa puntualizzazione perché la lettura dell’intervento di Gianni Zonin all’Università di Palermo deve avere una luce necessaria volta ad individuare sia le forme del discorso espresse che quelle, altrettanto rilevanti, inespresse. Il fatto che siano inespresse non afferisce né ad un dato morale né, tantomeno, a stupide ipotesi complottiste. L’inespresso è condizione di condivisione necessaria all’interno di un gruppo di potere perché ciò che si afferma sia pienamente compreso da quelle componenti che partecipano alla condivisione del potere medesimo. Dopo di che, ciò che viene dichiarato ha una funzione di tipo operativo: si tratta di un’opzione prescrittiva oltre che descrittiva.
Dunque, Gianni Zonin ha affermato quanto segue: «Il settore del vino in Italia conta 400.000 viticoltori. Però le aziende della dimensione della nostra Casa Vinicola si contano sulle dita di una mano.
Il “piccolo” (che era bello negli anni Sessanta, in tutti i settori dell’economia italiana) oggi è diventato un handicap che impedisce al nostro Paese di crescere e competere.
Pensate che in Australia le prime tre aziende vitivinicole controllano l’80 per cento della produzione e del commercio di vini di quell’intero Paese e negli Stati Uniti una winery californiana controlla da sola quasi un quarto del mercato americano.
Per continuare a competere in questo scenario, i produttori italiani non potranno che attenersi a tre regole:
– produrre vini di ottima qualità (e abbiamo storia, terroir e tradizione e tecnici per farlo in modo eccellente);
– dotarsi di un’ottima organizzazione di marketing e di vendita (e qui forse abbiamo ancora qualcosa da imparare, ma non ci manca né inventiva né fantasia per farlo al meglio);
– disporre di una dimensione aziendale, in grado di ottimizzare gli sforzi, e coniugare ottima qualità ed ottimo prezzo (ed è ciò su cui dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi e le nostre attenzioni).
Solo così il vino italiano potrà affrontare con successo la sfida della globalizzazione.» (Fonte: http://www.cronachedigusto.it/component/content/article/16119-gianni-zonin-troppe-piccole-cantine-in-italia-un-handicap-per-crescere-e-competere.html)
Gianni Zonin sa benissimo che il successo della vendita, ad elevato prezzo, di prodotti di alta gamma, afferenti, tanto per fare degli esempi, alle zone di Barolo, Barbaresco, Montalcino, Bolgheri,Valpolicella… non hanno bisogno di particolari dimensioni aziendali per potersi affermare in modo oligarchico nel mercato globale. Il punto è semmai un altro: la liquidità monetaria, ovvero i liquidi che si aggiungono al liquido.
Occorre ora fare un piccolo salto indietro, per poter fare due balzi in avanti, in comprensione.
marx-bakuninGià in Marx, sebbene la produzione capitalistica veda le imprese contrapposte l’una all’altra come produttrici di merci reciprocamente indipendenti e la competizione capitalistica si presenti di norma come “ripulsione reciproca di molti capitali individuali”, è possibile rilevare un’opposta tendenza alla “concentrazione di capitali già formati” e dunque al superamento della loro autonomia individuale, che si realizza mediante l’“espropriazione del capitalista ad opera del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi” (MARX K. ([1867-1885-1894] 1994), Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, II e III, Editori Riuniti, Roma., p. 685-686). Il processo di centralizzazione può in tal senso concretizzarsi in vari modi: semplicemente attraverso l’uscita dal mercato dei capitali più deboli; oppure tramite liquidazione, acquisizione o fusione aziendale, che implicano cambiamenti nel diritto di proprietà; oppure anche in modo surrettizio, quando la proprietà formale del capitale resta frammentata ma il controllo si concentra in poche mani, come nei settori in cui le catene produttive sono basate sull’outsourcing oppure, più in generale, come accade con la massa dei capitali la cui proprietà è dispersa tra una miriade di azionisti e depositanti ma la cui gestione è demandata ai vertici di società per azioni e istituti bancari. Per Marx, le leve più potenti della centralizzazione sono due. In primo luogo vi è la “lotta della concorrenza”, che vede prevalere i capitali più grossi, caratterizzati da una maggior scala di produzione e quindi da una più elevata produttività, e che “termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono” (ivi, pp. 686). Ma soprattutto vi è il “sistema del credito”, che attira mediante fili invisibili i mezzi pecuniari disseminati nelle mani di capitalisti individuali e infine si trasforma “in un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali” (ibid.). Il processo di centralizzazione associato allo sviluppo del sistema creditizio e finanziario favorisce dunque l’immissione di enormi quantitativi parcellizzati di capitale nelle mani di una ristretta “aristocrazia finanziaria”, dedita all’organizzazione del capitale su base privata senza aver bisogno di assumerne la proprietà privata. La tendenza alimenta così una contraddizione fondamentale, che consiste nella “soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso” e che incarna, almeno in potenza, una “forma di transizione verso un nuovo modo di produzione” (ivi, p. 523). Per questa via, aggiungerà Hilferding, “i settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza”, secondo un processo che “ha come base il superamento della libera concorrenza” (HILFERDING R. ([1910] 2011), Il capitale finanziario, Mimesis, Milano.p. 393). La centralizzazione, in questo senso, è assunta come elemento costitutivo del capitalismo moderno: in ultima istanza, “capitale finanziario significa capitale unificato” (ibid.).
Per cui si può agevolmente affermare che il sistema centrale monetario (BCE, FMI…) segue interviene sui tassi d’interesse in base alle condizioni di solvibilità dei molteplici attori del sistema economico. Più precisamente, il banchiere centrale può trovarsi ad assumere il ruolo di ‘regolatore’ di un conflitto tra quei capitali che sono in grado di accumulare attivi e sono quindi ampiamente solvibili, e quei capitali che invece tendono al passivo e quindi all’insolvenza.
Se il ritmo della centralizzazione oltrepassa il limite della sua sostenibilità politica, sussiste il rischio che la coalizione dei capitali in passivo prenda il sopravvento e imponga una modifica del quadro istituzionale, con cambiamenti nell’azione della banca centrale, nell’indirizzo generale di politica economica e persino nelle relazioni economiche internazionali, tali da imporre una frenata e al limite un arretramento dei processi di centralizzazione. (BRANCACCIO E., PATALANO R. e ZEZZA G. (2014), “Euro: quale destino? Dibattito sul ‘monito degli economisti’”, Critica Marxista, n. 5, pp. 17-31.) (1)
Si può dunque opporre ad una logica dimensionale un’altra logica dimensionale? Forse sì, purché si sappia che non è condizione sufficiente. Allora? Di senso. E di significato.

(1) I riferimenti sono tratti dal saggio: Emiliano Brancaccio, Orsola Costantini, Stefano Lucarelli, Crisi e centralizzazione del capitale finanziario in “Moneta e Credito”, vol. 68 n. 269 (2015), 53 – 79

Foto tratta da http://www.glocalweb.it

Per cantieri. Tra San Michele Arcangelo e Uwe Seeler. Di Emanuele Giannone e Alice Aliceinwonderland

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Seeler-England_FullViewIl luogo comune spesso è il riempitivo di una conversazione che langue. Parlando pour parler, trae in inganno perché riconosce i soggetti attraverso le caratteristiche assegnate a un gruppo, reale o ipotetico/mitico. A volte, però, guadagna lo status di dato di fatto. Di matrimoni d’amore, statisticamente, ce ne sono pochi. Le relazioni enogastronomiche, purtroppo, confermano il dato. Queste ultime, però, sono in fondo più elastiche di quelle umane, più disposte al rischio e spesso si risolvono in inaspettati happy ending. Perché spesso, molto più spesso di quanto sia accettabile dire, per raggiungere il piacere basta la bottiglia giusta. Di contro, la migliore tavola gourmet, senza una valida spalla, fa sempre cilecca. Tra l’altro, può succedere di arrivare in una città dall’animatissima kulinarische Szene senza aver di quest’ultima studiato i luoghi e i nomi.

Per loro fu proprio (e forse anche meglio) così.

Arrivarono nella ricca e colta Amburgo, la più popolosa città-non-capitale in Europa, libera e anseatica1 quindi cosmopolita per natura; la Hammonia votata, come il suo duomo, all’archistratega San Michele Arcangelo. Amburgo, duplice ponte – sul Baltico e sul Mare del Nord – e sede della gloriosa Hamburg-Amerika Line, del primo club per nudisti della storia e di una delle applicazioni churchilliane della teoria del maximum use of fire, coi suoi venti di fuoco a 75 metri al secondo, privilegio che condivise con Dresda e Colonia. lenzLa città i cui abitanti, secondo il magnifico e almeno quaggiù in Gelminia misconosciuto Siegfried Lenz2, sono tutti nati su un bastimento in viaggio verso il Regno Unito, e che non a caso ospita un Teatro Inglese stabile. Città dove il Regno Unito, per reciprocità, mandò a debuttare un certo quartetto di Liverpool. Amburgo, città di Uwe Seeler, figura eroico-romantica del calcio vecchio e vero, incluso il partido del siglo allo stadio Azteca3, e della Reeperbahn con le sue peripatetiche d’assalto, gli Historische Hurentours4 e le fallofanìe da vetrina. Ecco: loro, arrivarono qui, sapendo magari tutto questo ma ignorando tanto gli indirizzi per le bottiglie giuste, quanto quelli celebrati dai gourmet. L’ignoranza fu invero proficua perché li premiò a pranzo con sorsi e morsi neorealisti, e a cena con molte sorprese. Immedesimatevi: lui lavorava nei cantieri navali. Frastornato e furtivo, munito di radio e di casco e di altri dispositivi antinfortunistici, al suono della sirena di mezzodì scappava dal cantiere al di là del fiume, correva attraverso i 460 metri dell’Alter Elbtunnel5, tunnelriemergeva e trovava lei al Molo 5 del Lungofiume di St. Pauli, seduta in composta attesa davanti a una Erdinger Weißbier, bavarese; e lui, operaio acculturato e pedante e per ciò stesso banausico, tanto per cominciare obiettava l’antilogia della scelta: bere birra bavarese in città anseatica = bere Birra Messina a Bressanone. E opponeva Pilsener filologiche, le Holsten e le Jever e le Astra, nord-teutoniche che più nord-teutonica di quelle avrebbe potuto attaccarsi solo a una Flensburger. E insieme, agape e koinonìa, guardavano vaporetti e trasporti e mangiavano pane con Matjes6 o Nordseekrabben7 o salmone affumicato, ogni tanto bevendoci sopra un Korn8. A cena, invece, andavano a tentoni. E col tâtonnement gli disse abbastanza bene: Nel Quartiere dei Portoghesi, in particolare, o altrove lungo l’Elba. landmesserFinché un pomeriggio, stanchi di birre e Wurst e marinate, già soddisfatte le pulsioni esotiche grazie a un portoghese e ai suoi pesci, e a una polacca e ai suoi pierogi, un po’ meno per un provenzale e per le sue salse, studiosi quindi di evadere dalla teoria di maiale e pesci in conserva e malti e luppoli e grani, gli risovvenne Sorrentino e cioè che le radici sono importanti; imperciocché si risolsero di ritornare al vino e di interrogare la rete neurale alla ricerca di una Vinothek o di un Weinladen con buone credenziali. l’Oracolo di Dell gliene indicò una alla Schanze9. Trovate il nome e l’indirizzo in calce. Immediatamente qui sotto trovate invece la bottiglia con cui ne uscirono.

Chassagne – Montrachet 2008 1er Cru, Domaine Louis Jadot. Un incontro casuale, nella vineria nascosta tra tigli in fiore e case di mattoni colorati allo Schanzenviertel. Vineria in teoria già chiusa, in pratica, invece, come in attesa del nostro casuale fare capolino. Si era fatto tardi, in effetti. Può capitare che, fra un riesling e uno champagne, ci si perda in discorsi sulla vita, tanto più aromatici quanto più elevati alla presenza di un calice partecipe. E capita anche, così, che tutte le cucine decidano di chiudere, che i cuochi incrocino le braccia e, sghignazzando un po’, invitino alla ricerca della partner giusta, della discreta amante o della silenziosa geisha in grado di accompagnare la serata del tuo Borgogna bianco. E capita, proprio così, passata la mezzanotte, di devolvere la Borgogna in bianco a uno stralunato rosticcere anatolico della Reeperbahn, il miglio più pop e più porno della Germania.

Ci hanno sparsi per il mondo come coriandoli. Al centro di Amburgo sono atterrate manciate di mangerie turche. È qui che troveremo quello che il fato ha insignito del ruolo di coprotagonista di questa notte amburghese, un po’ turca e un po’ francese. Lui, il Borgogna bianco, saluta con sussurri, discrezione e compostezza, elegante e silenzioso, accogliente senza affannarsi in civetterie e moine. Borgogna ritroso, non burbanzoso. In un certo qual modo, la sensazione è che sia lui ad annusare questi strani personaggi che gli hanno regalato una serata, lui nobile, loro popolani,  in giro per locali; e poi il brivido di una corsa in S-Bahn, l’orrore della refrigerazione in un frigidaire spento, in un albergo del centro. Impiega poco, lui, a farsi un’idea dei suoi compagni, ne intuisce le buone intenzioni, apprezza che si siano preoccupati di prevedere per lui il giusto destino, acquistando last minute due calici veri, evitandogli di annaspare in un alberghiero portaspazzolino di pura plastica. Allora sì, si rilassa, si lascia andare, comunica un mondo dipinto in due soli colori, distico ed elegiaco, ma in tutta la gamma delle loro sfumature:

Pagine Bianche: “Ah, i vini d’assemblage…”, sentenzia con scorno il purista-feticista iperburgundo o modaiolo, che guarda come a sfrido o collettame la bottiglia generalista. Di una Maison, tra l’altro, che di Chassagne-Montrachet propone La Romanée, due Morgeot – il monopole Clos de la Chappelle e l’Abbaye de Morgeot – Caillerets, Chenevottes, Grande Montagne, Grandes Ruchottes, Champs Gains, Les Baudines e Les Embazées. Noi, che semo notoriamente gente de borgata e di börek, ci poniamo invece all’ascolto con curiosità e attenzione. Delicatezze di mughetto e altri fiori bianchi, pesca bianca, polpa di pera abate, aloe, salsedine e conchiglie. Il tutto, assiemato con cura e partecipazione su uno sfondo solare, da calor bianco.

Pagine Gialle: giallo zafferano, giallo come ginestra ed elicriso, caldo e sinuoso come i soli impressionisti; giallo come la buccia di limoni e mandarini, come l’infuso della camomilla. Rotondo, questo giallo, che lentamente si fonde con il verde più puntuto e dritto.

Pagine Verdi: quello degli aghi di pino, dell’agrifoglio, del timo, del cerfoglio, di boschi oscuri e impenetrabili, del lime e del vetiver. Mistero e profondità, grandezza senza bisogno di grandeur. La bocca gode di queste alternanze di corrente, del caldo/freddo, del giorno/notte che fanno desiderare un altro sorso e un altro ancora. Risoluto e signorile, scher–mistico per ferma grazia e per slancio. Un vino lustrale dopo tanto ottimo e opimo cereale. Soprattutto, nel far sentire un börek turco come la regina della notte, un vino gentiluomo. Quindi è il nostro vino ufficiale. Ad Amburgo.

Citiamo solo i buoni. Herzlichen Dank an:

Jacques’ Wein-Depot

Schanzenstraße 34

20357 Hamburg-Sternschanze

http://www.jacques.de/depot/72/hamburg-sternschanze/

 

Restaurant Porto

Portugiesenviertel, Ditmar-Koel-Straße 15

20459 Hamburg

http://www.restaurante-porto.de

 

Captain’s Dinner

Bei den St. Pauli Landungsbrücken

Brücke 3

20359 Hamburg

 

Zur scharfen Ecke – Älteste Hafenkneipe auf St. Pauli

Davidstraße 1-3

20359 Hamburg

Bonus: l’atmosfera retrò-portuale.

 

Bar, Musiker- und Bandhotel Kogge

Bernhard-Nocht-Straße 59

20359 Hamburg

http://www.hamburg-kogge.com

Bonus: non so se fosse un resident, ma il panciuto e arruffato DJ ha sfornato una serratissima e magnifica selezione di classici e rarità black, soul e afro, a spasso per cinque decenni e con evidente propensione per I Seventies. L’annesso hotel non promette lusso, né quiete, ma la definizione di albergo per musicisti e gruppi ci piace tanto.

1 È tuttora Freie und Hansestadt Hamburg.

2 Oltre ad aver scritto Gente di Amburgo, Lenz è l’autore di almeno tre capolavori: Lezione di Tedesco, Un Minuto di Silenzio e il racconto La Nave Faro.

3 Uwe Seeler è stato la bandiera dell’Hamburger SV dal 1953 al 1972. Ha vinto poco, ma scelse di vestire solo quella maglia.

4 Il puttan-tour storico. A scanso di equivoci: non prevede alcun esborso se non quello per la visita guidata. È un excursus storico sulla prostituzione ad Amburgo con passeggiata per il Kiez (La Reeperbahn) e le strade limitrofe.

5 Dei due tunnel sotto l’Elba, questo è il più vecchio (1911).

6 Alimento alloctono e povero ma forse noto anche qui conciossiacosaché l’ha sdoganato e lo vende nei suoi mega-spacci, insieme a patatine e biscotti e candeline e conserve, il più amato e ricco spacciatore di mobili della galassia. Trattasi di filetto di aringa marinato con aceto, aneto e pepe. Dà il meglio di sé servito con scalogno o cipollotto su fette imburrate di pane di segale.

7 I minuscoli gamberetti del Mare del Nord,

8 Distillato di grano o altri cereali, tipico delle regioni tedesche del Nord.

9 O Schanzenviertel: il quartiere che sta ad Amburgo come il Pigneto sta a Roma. Distinto nettamente da St. Pauli, che nella sua parte più tristemente nota è una specie di Trastevere anseatica locupletata di bordelli, etère, prosseneti e pessime pizzerie; e che, invece, procedendo proprio verso la Schanze, mostra ancora le origini popolari. E le piratesche bandiere nere della squadra di calcio di quartiere, una sorta di variante anarchica, non pandoristica del Chievo Verona.

le foto:

1) Uwe Seeler in azione di gioco tratta da haz.de

2) Siegfried Lenz tratta da wikipedia

3) Alter Elbtunnel da wikipedia

4) August Landmesser. Operaio ai cantieri di Amburgo che rifiutò il saluto nazista Tratto da ticinolive.ch

L’uva puttanella.

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scotellaro“L’uva puttanella[1]” è il romanzo autobiografico incompiuto di Rocco Scotellaro, morto a soli 30 anni nel 1953, che sarà pubblicato postumo da Laterza con una prefazione di Carlo Levi nel 1955. Rocco Scotellaro, figlio di un calzolaio e di una levatrice, sindaco a soli 23 anni di Tricarico, in Lucania, e militante del Partito socialista di unità proletaria è uno strenuo difensore del bracciantato agricolo e proletario della sua terra: divide i pasti e i pochi soldi con gente che sta peggio di lui. I suoi avversari politici lo fanno arrestare con false accuse di truffa e di peculato: viene e rilasciato dopo 45 giorni di carcere a Matera per infondatezza  delle stesse, addotte per finalità politiche: «I versi di Scotellaro erano fortemente legati alla loro realtà. Non avevano da parlare del movimento contadino quale poteva essere in teoria, ma dei limiti e delle possibilità che in pratica esprimeva. Alla rivolta del brigante, come alla tessera della Dc o alla scelta dell’emigrazione, Scotellaro aveva da opporre niente meno che il partito, l’organizzazione, il socialismo. Per questo nelle sue poesie non ci sono eroi, ma solo uomini che hanno paura di morire e nondimeno muoiono (Due eroi) che sanno che la rivoluzione non ammette pace, e tuttavia la cercano (Mio padre, Di noi fissi). È la paura e l’attrazione per la perdita del proprio mondo (L’amica di città, Salmo alla casa e all’emigrante, Dichiarazione d’amore ad una straniera, Lo scoglio di Positano) perdita che resta  necessaria in vista di quell’alba, che Scotellaro era sicuro di scorgere in tutto ciò che lo circondava[2].» L’uva puttanella è una metafora dell’Italia meridionale e contadina  di fine anni ’40: fatta di acini piccoli, irregolari, ma maturi, che danno un po’ di succo. Un’uva irregolare, anarchica, anti-organizzatrice, come l’ umanità da cui proviene: «L’ordine che non c’è non lo troverete come appunto è nel grappolo d’uva che gli acini sono di diversa grandezza anche a volere usare la più accurata sgramolatura. Questi sono acini piccoli, aspireni, seppure maturi che andranno egualmente nelle tina del mosto il giorno della vendemmia. Così il mio paese fa parte dell’Italia. Io e il mio paese meridionale siamo l’uva puttanella, piccola e matura nel grappolo per dare il poco succo che abbiamo». «Quel disordine patologico dell’Uva», commenta Muscetta, «egli lo assumeva a simbolo, ideale e vanto della sua anarchia di artista, di disprezzo per ogni principio di organizzazione…fino a definire la cultura dell’uva puttanella come una cultura marcata da anarchismo, immaturità, vagheggiamento narcisistico[3]». Briganti_1862_from_BisacciaQui una poesia bellissima, una “marsigliese”come  ebbe a definirla Carlo Levi, dove il vino, nel tempo momentaneo della festa, solleva, accomuna, stempera, ma non salva. E’ un desiderio momentaneo di leggerezza, che sospende il percorso di un sentiero da cui non si può tornare indietro. La strada è stata  tracciata verso una nuova alba.

 

 

 

Sempre nuova è l’alba. (1948)

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna

l’oasi verde della triste speranza

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

 


[1] Rocco Scotellaro, L’uva puttanella. Contadini del sud. (prefazione di Carlo Levi), Laterza, Bari 1964

[2] Alessandrea Reccia, La poesia di Scotellaro, in “L’ospite ingrato”. Rivista online del Centro Studi Franco Fortini http://www.ospiteingrato.org/Sezioni/Scrittura_Lettura/Scotellaro_Reccia.html

[3] Carlo Muscetta, comunista, è un grande amico di Rocco Scotellaro. Tra loro vi è uno scambio epistolare che durò diversi anni, dal 2 maggio 1949 al 6 febbraio 1952, ora raccolto in “Rocco Scotellaro e la cultura dell’Uva Puttanella” (Valverde 2010). Nel 1954, sulla rivista “Società” diretta da Gastone Manacorda e dallo stesso Muscetta, compare un saggio di quest’ultimo in memoria dell’amico Scotellaro prematuramente scomparso. Muscetta riporta qui la definizione che lo Scotellaro dà di “uva puttanella”.

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