L’enofighetto

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sputacchiera

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier pluridecorato!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Prima Repubblica.

L’enofighetto, per non farsi notare durante le fiere viticole, si traveste da sputacchiera che restituisce, nelle rispettive bocche da cui proviene, il vino che non abbia fermentato almeno sei mesi a cappello sommerso.

L’enofighetto, infine, interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di uno certo spessore, proprio nel momento in cui gli autori considerano già superato quello che hanno pubblicato pochi minuti prima. Per ovviare questo penoso e perenne ritardo, l’enofighetto utilizza frasari sempre più generici, del tipo: “Non intendevo insultarla….”; “Aiuto! Aiuto! Presto!”; “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!”

Vitigno autoctono o vitigno storico? Le parole sono importanti

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emigratiAutoctono è una parola che ha un uso tanto ricorrente quanto problematico nel panorama linguistico italiano: di derivazione greca, «se vogliamo attenerci all’etimologia, non dovrebbe essere autoctono altri che il primo antenato nato sul suolo, la cui apparizione fonda la vita nella città e legittima il rapporto del popolo con la propria terra. Un ulteriore passo in avanti, compiuto dai singoli popoli, fa sì che l’autoctonia dell’antenato, trasmessa attraverso la filiazione, si estenda a tutti i suoi discendenti. (…) Ma non è tutto: sullo sfondo dell’esposizione di Erodoto si profila un secondo criterio, implicito ma imperativo, che re-duplica la trasmissione del suolo nella trasmissione della memoria; è bene occupare la terra, ma è meglio ancora conservare la tradizione autoctona, per rinsaldare ad ogni generazione il legame che unisce il presente all’origine: quando, un po’ oltre, Erodoto segnala che i Cinuri si sono letteralmente trasformati in ‘Dori’, si tratta di un modo discreto per ricusare l’autoctonia cinuriana, il cui valore è perlomeno relativizzato dall’assimilazione all’invasore dorico.(…) Gli Arcadi e gli Ateniesi: due pretendenti al popolo più antico di Grecia, il che fa un autoctono di troppo; ed è naturale che nel libro IX delle Storie un  motivo di rivalità contrapporrà gli Ateniesi e gli Arcadi prima della battaglia di Platea, in nome del posto d’onore in seconda linea. Mettiamo ora da parte i conflitti dei tempi storici e ritorniamo ai racconti di fondazione; non è stato vano tuttavia, rammentare che, per una collettività greca, niente vi è più attuale dell’origine, poiché nulla serve meglio gli interessi del presente[1]

L’autoctonia, quando viene trattata nell’ambito vitivinicolo, non viaggia mai da sola, ma si trova spesso in compagnia di altri termini che ne rafforzano, per estensione, il valore socio-culturale: tradizione, localismo, identità, territorio eccetera. Il dibattito intorno a questi temi prende alle volte la piega di meta-discussioni: lo scontro in atto non vede soltanto i fautori di una globalizzazione viticola appiattente e uniformante contro i localisti puri e duri sostenitori della salvaguardia della biodiversità, ma si sfaccetta in una miriade di costellazioni che rendono problematico il dibattito. Se la scelta di alcuni complessi industriali è quella di rivolgersi a vitigni internazionali, e lo stesso dicasi per consorzi di produttori, associazioni di rappresentanza ecc, per andare maggiormente incontro ai gusti internazionali, per altri complessi industriali viticoli la scelta è assai variegata e spesso puntano all’autoctono per le medesime ragioni; con questi vitigni si produrrebbero, infatti, vini maggiormente vendibili in quanto più caratterizzanti e caratterizzati. Quello che manca quasi sempre nel dibattito attuale, se non a giustificazione postuma di decisioni che avvalorano prese di posizioni odierne, ovvero che fondano il presente, è la profondità storica delle questioni dibattute, come se il problema di cosa e come piantare fosse una questione dell’oggi e non un tema che tocca ibridazioni spontanee, migrazioni naturali, migrazioni umane, che si sono portate appresso piante, conoscenze, tecniche, pregiudizi, innovazioni tecnologiche, direttive politiche, questioni legate alla produttività e quindi alla sopravvivenza alimentare, sfruttamento economico, sociale, politico, mode culturali, gusti e tendenze, devastazioni naturali e umane… Sappiamo oramai che dietro tutto questo vi sono migliaia di anni di storia naturale, e forse un po’ meno, ma non meno importanti, di storia umana, con tutte le conseguenze che solo in parte si sono potute sondare.

Se il dilemma tra autoctono e alloctono è controverso, perché rimanda inevitabilmente ad una sorta di conservazione di purezza originaria, di ‘stirpe’ viticola incontaminata o di identità fittizia continuamente trasmutante, è attraverso la difficile collocazione lessicografica nel campo delle scienze naturali, che abbiamo la ragione delle difficoltà di cui stiamo parlando:

«Distinguere la vegetazione ‘propria’ di un paesaggio non è sempre facile. Occorrono competenze geobotaniche. Istintivamente però si  parla di piante ‘locali’ e ‘straniere’. I termini usati nel linguaggio corrente sono molti: indigeno, nostro, tipico, locale, autoctono, da una parte, esotico, straniero, forestiero, estraneo, introdotto, alloctono dall’altra. I termini, nella nostra, come nelle altre lingue, riflettono concezioni comuni alla società sul rapporto tra locale e globale, identità e alterità, perciò presenteremo prima le definizioni nel linguaggio comune, traendole dai vocabolari della lingua (italiana, con alcuni sconfinamenti), poi quelle dei testi scientifici. La ricerca di una definizione scientifica è stata sorprendentemente difficile. In primo luogo perché condotta da persona proveniente da altre discipline, che, credendo di trovare una definizione certa e divulgabile, si è trovata di fronte a mille distinguo, ad un dibattito vivo. Cercheremo di rendere il senso di queste distinzioni tenendo presente il fatto che esse si traducono in differenze sostanziali dal punto di  vista applicativo, ossia per chi metta in pratica le teorie sull’uso delle specie autoctone ed esotiche.

I testi botanici utilizzati sono principalmente: il fondamentale studio Flora esotica d’Italia di Viegi, Cela Renzoni e Garbari (1973), in cui è riportata una rassegna della terminologia adottata in Italia e all’estero fino a quella data, e On terminology used in plant invasions studies di Pyšek (1995), insostituibile per il respiro mondiale e il taglio critico. Sono stati confrontati il Dizionario botanico di Musmarra (1972), e le definizioni offerte da recenti manuali di biologia ed ecologia (Gerola, 1995) ed ecologia del paesaggio (Forman, 1995). Per i nostri interessi è importante non tanto arrivare ad una definizione univoca (non ne saremmo in grado), quanto capire quali siano le definizioni accettate ed utilizzate da chi opera – ossia le definizioni che orientano la pratica. Il termine autoctono, ossia indigeno, è antico, già greco  (ad esempio Ateneo Grammatico nel II sec. a.C. lo usa ad indicare la pianta che nasce spontaneamente dalla terra [αυθτόχθων, αύτοχθον, g. –ονος [χθών] nato nel suolo stesso, del paese  stesso, indigeno o autoctono. (…) di pianta che nasce da sé, selvatica, indigena. Ateneo grammatico (II sec. a.C.) 60. (Rocci 1943). Una curiosità: Autoctono è il nome di uno dei mitici re di Atlantide (cfr. Platone, Crizia).] E poi latino (autŏchtōn, ma Plinio usa anche incola); resta voce dotta, testimoniata nel Cinquecento nella lingua francese (autochtone) e nel Seicento nella lingua inglese (autochthon), e solo alla fine del Settecento  nell’italiano volgare – periodo in cui anche in Italia, si diffuse la moda del collezionismo botanico e del giardino inglese (ricco di esotismi). Il primo dizionario italiano a riportare la voce è il Bonavilla, nel 1819, definendo autoctono ciò ‘che è nato nella terra in cui vive’. Se l’indigenato ha sempre avuto un termine certo, non così l’esoticità, che è definita invece per opposizione – antropologicamente fondata, probabilmente, sull’antitesi qui-altrove, dentro-fuori, poiché è a partire dall’azione di circoscrivere un luogo che si può considerare il resto estraneo. Il termine oggi in uso nella pubblicistica,  alloctono, è un composto greco recentissimo, chiaramente formato sul precedente, segnalato nel 1930, e comunque usato esclusivamente in geologia: l’uso botanico entra nei dizionari della lingua italiana solo nel 1999 . Negli stessi dizionari e manuali specialistici il termine  alloctono è assente (cfr. ad esempio Musmarra 1972, Gerola 1995) e, a parte inglesismi come  alieno (usato ad esempio da Ingegnoli 1998), il termine universalmente usato è esotico: anch’esso termine greco, passato al latino (exôtĭcus) e poi al volgare restando voce dotta – ma Cortellazzo e Zolli suggeriscono che ci sia ritornato tramite il francese exotique . Plinio dedica i primi due libri della sezione Botanica della sua Storia Naturale ai Peregrinae arbores, per i quali usa anche gli aggettivi aliena ed externa..

Il termine esotico ha sempre avuto connotazioni ambigue, tra sfumature di apprezzamento, connesse all’idea di rarità e preziosità (soprattutto per prodotti e manufatti), e sfumature di disprezzo legate all’idea di diversità, estraneità e bizzarria (soprattutto a proposito di popoli e costumi), confinando e sconfinando spesso nella sfera dell’esotismo. Nella prima edizione dell’Enciclopedia Italiana (1932) è presente come Esotica o tropicale, Patologia. La stessa ambiguità, che ha probabilmente un’origine profonda, si ritrova in altre lingue – ad esempio in quella inglese, dove, secondo l’Oxford English Dictionary, il termine alien ‘passes imperceptibly into 5. of nature repugnant, adverse or opposed to’.  Proprio l’eccessiva sovrapposizione del termine esotico con la sfera semantica dell’esotismo porta oggi a preferire il neologismo alloctono, non compromesso con ‘patologie tropicali’. Tuttavia, come vedremo, la diffidenza nei confronti dell’esotico ha influenzato anche le scienze.                                          

“Con flora originale o autoctona si intendono tutte le specia oriunde del territorio, quelle cioè che vi si sono insediate spontaneamente, magari decine di milioni di anni fa, o che sono comparse in situ a seguito dei normali processi evolutivi con cui si formano nuove specie (speciazione). In ogni territorio geografico la flora autoctona può essere dunque formata da due contingenti di diversa origine: a) specie sopraggiunte spontaneamente da altri territori, b) specie formatesi in situ. Quelle del secondo gruppo, quando esistono, sono certamente le più qualificanti perché fanno del territorio un vero e  proprio centro di origine. In Italia, per esempio, piante come l’alloro e il leccio sono autoctone ma non native. […].

Al contrario, a parte l’eccezione rappresentata dalle aree ‘vergini’ e incontaminate, ogni territorio annovera al suo interno anche una flora esotica o alloctona, costituita da specie non di rado provenienti da altri continenti, volontariamente o involontariamente introdotte dall’uomo e sfuggite al suo controllo. La consistenza di tale contingente è ovviamente anche una misura del degrado ecologico e naturalistico.

La distribuzione sulla Terra delle specie vegetali è materia della Geografia botanica; essa fornisce dati sulla distribuzione geografica di ogni specie. Comunemente si dice che una specie è autoctona quando è rinvenuta all’interno del proprio areale naturale di distribuzione, ma la questione non è semplice:

‘Areale: è il complesso delle stazioni occupate da una data specie (= area di distribuzione). In esso ha luogo la reazione tra il patrimonio ereditario conservatore dei caratteri e i fattori ambientali modificatori; – effettivo: è quello che risulta dall’attuale distribuzione della specie, senza tener conto di possibili sviluppi;

– pregresso: dicesi quello che sta per precisare i limiti di distribuzione di una data specie sul globo, in tempi anteriori e che attualmente ha esteso i propri primitivi confini;

– virtuale: dicesi quello che risulta dalle stazioni che offrono possibilità di adattamento alla specie, indifferentemente dalla reale diffusione degli individui. Questo areale è teorico e non ha un valore definitivo, in quanto può essere modificato col processo invasivo progrediente, o col sopravvenire di altre cause.’

Le carte della vegetazione reale descrivono la distribuzione attuale della vegetazione, mentre le carte della  vegetazione potenziale descrivono quella ‘che si costituirebbe in una zona ecologica o in un determinato ambiente, a partire da condizioni attuali di flora e di fauna, se l’azione esercitata dall’uomo sul manto vegetale venisse a cessare e fino a quando il clima attuale non si modifichi di molto’(…)

Per stabilire l’autoctonia o alloctonia di una pianta i botanici hanno ipotizzato diversi sistemi, alcuni basati sul periodo di introduzione, altri sul grado di naturalizzazione, o anche misti (per una rassegna si rimanda a Viegi et al. 1973). Essi danno luogo anche a sistemi di classificazione che distinguono nel contingente esotico le classiche, le archeofite, le neofite, le avventizie, coltivate, naturalizzate, eccetera.

a. Il criterio temporale. E’ comune considerare indigene le piante presenti da così tanto tempo da non poter stabilire quando e come si siano insediate. Ad esempio, negli elenchi floristici delle specie esotiche presenti in Italia capita che non vengano incluse le cosiddette esotiche classiche, specie giunte in epoca romana (così Viegi et al. (1973), mentre Maniero (2001), per questioni di documentazione, fa iniziare la sua Fitocronologia d’Italia dal 1260). Un’altra soglia fondamentale è il 1492, ossia la scoperta delle Americhe: mentre in Europa questa data divide le specie archeofite, ossia provenienti dal Vecchio Mondo, dalle specie neofite, in America essa è usata come soglia temporale per distinguere le specie introdotte (anche se alcuni considerano autoctone anche quelle registrate nei primi erbari, risalenti al XVIII sec).

E’ chiaro che qualsiasi soglia temporale è discutibile: la scelta è più che altro basata su fatti salienti della storia umana (ovviamente quelli che hanno ripercussioni sulla storia naturale, ma forti di una loro carica simbolica), e soprattutto è difficile da documentare. Oggi la paleobotanica permette di datare i ritrovamenti di semi e tracce di specie anche assai antichi, ma non elimina i problemi di interpretazione e utilizzo dei dati raccolti. Il criterio temporale è assai arbitrario, tuttavia resta quello più intuitivo ed utilizzato ‘a buon senso’, ad esempio dalle associazioni per la difesa della natura che tendono a difendere ‘quel che c’era un tempo’: ad esempio  Flora Locale, un’organizzazione per la difesa dell’integrità floristica della Gran Bretagna, usa come limite 2000 anni fa (probabilmente individuando nella conquista romana il primo grave sconvolgimento), mentre l’italiana Associazione Vivai Pro Natura include nel suo catalogo di specie autoctone lombarde anche specie giunte assai recentemente.

b. il criterio funzionale. La data di introduzione di una pianta è spesso nota per quelle piante introdotte a scopo di ricerca o coltivazione, grazie ai cataloghi degli orti botanici, che registrano spesso le vicende relative all’introduzione, l’acclimatazione e la diffusione. Tra Ottocento e Novecento, l’epoca d’oro delle introduzioni per scopi ornamentali e produttivi, l’interesse prevalente per l’impiego della pianta si riflette nei sistemi di classificazione: ad esempio Fiori (1908) distingue le piante introdotte in economiche, ornamentali, casualmente introdotte, Beguinot e Mazza (1916) individuano tra le advenae le  specie economiche e le specie industriali. E’ un sistema di classificazione decisamente centrato sull’interesse umano, ed altrettanto variabile (si pensi al pomodoro o alla patata, inizialmente portati dall’America come curiosità ornamentali).

c. il criterio del grado di naturalizzazione. Negli stessi anni Saccardo pubblica una fondamentale  Cronologia della flora italiana (1909) in cui propone il seguente sistema nomenclaturale. (…)

Il criterio del grado di naturalizzazione si basa sul riconoscimento del grado di integrazione di una specie nel territorio considerato (ossia distingue tra specie presenti in modo sporadico o solo accidentale, perché coltivate, e specie che si riproducono con mezzi propri ed entrate stabilmente a far parte delle biocenosi) e quindi anche ‘per rispetto all’influenza esercitata su di esse dall’uomo’ (Negri, 1946). Addirittura Webb (1963) distingue in primo luogo tra piante coltivate e piante selvatiche (wild), e solo in seconda fase tra native e aliene (quest’ultime ulteriormente distinte tra naturalizzate e avventizie). (…)

Più di un autore ha notato che anche nel mondo scientifico esistono pregiudizi e diffidenza sulle entità esotiche, così come nel senso comune. Il più frequente riguarda l’invasività delle specie esotiche: ad esempio, su un migliaio di  saggi esaminati, Pyšek ha riscontrato che il temine alien è spesso utilizzato come sinonimo di pianta invadente. Gli studi sulle invasioni sono quasi esclusivamente concentrati sulle specie alloctone, e addirittura per le piante infestanti indigene egli stesso ha proposto di usare, anziché il termine  invader, il termine meno negativo expanding – specie in espansione, evidentemente nei loro diritti… E’ bene chiarire, poiché questo è uno degli argomenti più usati contro le specie esotiche, che anche le specie native possono essere infestanti e che non tutte le specie esotiche sono necessariamente invadenti; sono soprattutto le specie ‘naturalizzate’ (proprio quelle assimilate alle native anche negli elenchi floristici …) a trovarsi così bene da tendere talvolta ad espandersi in modo preoccupante. La potenzialità invasiva dipende da specie a specie e dal luogo in cui essa si trova, perciò non esistono regole che permettano di distinguere preventivamente le specie pericolose[2].»

Riporto qui ampi stralci di questo articolo, che mi sembra dia un contributo fondamentale di chiarezza sulla difficoltà di stabilire un criterio di certezza sia terminologico che classificatorio per la vegetazione naturale e coltivata, dove interviene non solo l’operato umano a trasformare, integrare, esportare e ricodificare quanto la natura fa già in proprio, ma che partecipa anche ad una sorta di antropomorfizzazione politica delle piante, in cui prevalgono criteri fondativi, umani, identitari e forse un po’ meno quelli di tipo naturalistico: «Una spiaggia marina, in qualsiasi luogo. Come suggeriscono D’Arcy Thompson (1969) e René Thom (1980), ciò che ci attira è il movimento di andare e venire delle onde, il loro frangersi e distendersi sulla sabbia e il loro ritirarsi. Ci affascina il continuo e inesausto fluire dell’acqua: forme evanescenti, che si creano e si rimodellano senza fine, a tal punto che non si sa se sono più importanti le forme, per quanto instabili, o l’essere senza forma, se non sia più decisivo l’interrompersi, il venir meno della formazione oppure il costante riproporsi di forme nuove. Ciò che maggiormente colpisce è l’ininterrotto trasmutare. E’ vero, in natura così come nella cultura esistono forme stabili, o strutture, che pure ci attraggono: un paesaggio, un quadro, un edificio, immagini più o men ferme, di cui l’occhio compone i vari elementi in una forma-oggetto individuale. Ma sia in natura, sia nella cultura, esistono anche i fenomeni che potremmo chiamare di ‘flusso’: fenomeni di mutamento incessante da cui le forme emergono e in cui sono destinate scomparire. Si dà il caso che soprattutto le forme stabili siano utilizzate o inventate per dare l’idea di qualcosa, per fornire una rappresentazione adeguata. Il mutamento è quasi sempre collocato sullo sfondo, considerato come qualcosa di oscuro, indecifrabile, scarsamente rappresentabile[3].»

[1] Nicole Noraux, Nati dalla terra, mito e politica ad  Atene, Meltemi, Roma 1998, pp. 43, 44

[2] Claudia Cassatella, Vegetazione autoctona e vegetazione alloctona, Quaderni della Ri-Vista Ricerche per la progettazione del paesaggio Dottorato di ricerca in Progettazione paesistica – Università di Firenze, numero 1 – volume 2 – maggio-agosto 2004, Firenze University Press

[3] Francesco Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, Roma – Bari 1996, pag. 3

La foto è tratta da Fondazione Terra D’Otranto

Gli Assiri e il primo catasto vinicolo.

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rilievo-con-il-banchetto-del-re-assurbanipalUn impero conosciuto per la sua ‘ferocia’[1], quello degli Assiri, annovera nella sua storia uno dei primi catasti alimentari conosciuto (sotto Assurnasirpal II, 884 –859 a. C.):  il censimento delle risorse agricole lungo il corso superiore del fiume Balikh, a est di Crademish, enumera decine di viti.

Vengono piantate vigne sia  a Yaluma, nella parte orientale del territorio, sia a nord est di Ninive, fino ad una altezza di 1500 metri sul mare, nella zona di Zamua, nel distretto di Sulaymanyah. Quello di Zamua è un vino conosciuto in tutta l’antichità, che viene poi ripreso, non in termini letterali, ma territoriali (riva orientale del Tigri e lungo il Khabur), dall’Anabasi di Senofonte.[2] Hyams[3] afferma che, a quell’epoca «il fatto che i migliori vini provengono dalle regioni montuose o almeno collinose era già noto». E’ con il trasferimento a nord, lontano dal dominio precedente delle città sumere meridionali, che il centro di potere assiro si avvicina al cuore delle regioni viticole e mette a frutto le competenze agricole accumulate dai popoli che abitavano le valli fra il Tigri e l’Eufrate.[4]

Quando Sennacherib (in lingua accadica Śïn-ahhe-eriba [il Dio della luna] ‘Sin ha preso mio fratello al mio posto’), figlio di Sargon II, al quale succede sul trono di Assiria il dodicesimo giorno di Ab (luglio-agosto del 705 a. C.) assedia la città di Lachish durante la sua campagna di conquista della Palestina[5], nel 701 a. C., essa è circondata da viti a cespuglio, più facili da coltivare rispetto alla pergola (così sono raffigurate nei rilievi in pietra del palazzo di Ninive). Già prevale, nell’Antica Palestina, l’idea che l’alberello, oltre che più facile, sia anche più adatto a maturare e ad accogliere il sole nelle zone collinari, mentre la pergola, secondo la tradizione importata dall’Egitto, si adatta meglio a zone pianeggianti e aperte. Isaia, considerato dalla Bibbia uno dei profeti più importanti assieme ad Elia, che vive durante l’invasione assira e di cui si perdono le tracce intorno al 700 a. C., fornisce una linea di condotta pratica al vignaiolo: «Voglio cantare per il mio diletto un cantico del mio amico circa la sua vigna. Il mio diletto aveva una vigna su una collina molto fertile. La circondò con una siepe, ne tolse via le pietre, vi piantò viti di ottima qualità, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò un torchio. Egli si aspettava che producesse uva buona, invece fece uva selvatica[6].» A parte l’esito finale della frase riportata, che rimanda ad una metafora pedagogica e religiosa, si evidenzia ancora una volta come la collina sia luogo prediletto per la coltivazione della vite e che questa debba essere scelta, quindi selezionata ed allevata, tra le varie tipologie conosciute. Il terreno infine, deve essere curato (in questo caso ripulito): ciò ad aggiungere l’importanza della composizione organica, in senso agronomico, della base fertile e minerale del terreno su cui cresce la vite.

[1]    La Mesopotamia, terra tra i due fiumi, Tigri ed Eufrate, fu la sede della civiltà assira (II millennio a.C.). Il nome degli Assiri derivava dal dio Assur e Assur era anche il nome della capitale, circondata da mura imponenti e da 13 porte d’ingresso.
Cfr. Eva Cancik-Kirschbaum, Gli Assiri, Il Mulino, Bologna 2007

[2]    Cfr. Patrick McGovern, L’archeologo e l’uva, Carocci, Roma 2004, pag. 194

[3]    E. Hyams, Dionysus: A Social History of the Wine, London, 2a ed., Sidgwick and Jackson, London 1987, pag. 38

[4]    Alfredo Antonaros, La grande storia del vino, Bologna 2000, pag. 22

[5]    Nel regno di Giuda scoppia una ribellione appoggiata dall’Egitto e guidata da re Ezechia. Sennacherib penetra nel territorio della Palestina e ne approfitta per saccheggiare diverse città del regno di Giuda e per stringere d’assedio Gerusalemme, ma presto torna a Ninive, senza che Gerusalemme venga toccata.

[6]    Isaia, 5, 1-5

 

Kαιρός: per ogni cosa l’ottimo

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kairos3Esiodo conclude, all’esametro 694, la ‘navigazione’, nel poema didascalico Le Opere e i Giorni, in questo modo: μέτρα φυλάσσεσθαι: καιρὸς δ᾽ἐπὶ  πᾶσιν ἄριστος ; tieni misura: il meglio fra tutto è il momento opportuno (traduzione di Ettore Romagnoli, 1929). Ma Kairos (καιρός)[1], il momento opportuno o l’occasione come spesso è stato a noi tradotto, non è soltanto il tempo che si svela nell’attimo utile e favorevole, quanto la qualità di quel tempo di cui ‘per ogni cosa è l’ottimo’.

“Di dov’era lo scultore? Di Sicione./ Ed il suo nome? Lisippo./ E chi sei tu? Il tempo che sottomette ogni cosa./ Perché stai in punta di piedi? Sto sempre correndo./ E perché hai un paio di ali ai piedi? Io volo nel vento./ E perché tieni un rasoio nella mano destra? Come segnale agli uomini/ del fatto che io sono più affilato che qualsiasi altro bordo./ E perché i capelli ti scendono sulla faccia? Perché chi m’incontra mi acciuffi./ E perché, in nome del cielo, il retro della tua testa è rasato? Perché/nessuno che un tempo mi ha lasciato correre sui miei piedi alati -/ anche se, scontento, lo desidera – mi prenderà ora da dietro./ Perché l’artista ti ha modellato? A tuo vantaggio, straniero, e mi ha/ messo nel portico a mo’ di lezione”. (Epigramma di Posidippo al famoso bronzo, ora perduto, di Leusippo 372-368 a.C)

Secondo una notizia di Tzetzes, filologo bizantino (1110 circa – 1180 circa), Leusippo avrebbe realizzato la figura di Kairos come monito ed esortazione per Alessandro Magno, e secondo Imerio sarebbe stato proprio l’artista a includere Kairos tra gli dei. Alla fine del IV secolo uno dei bronzi di Leusippo di Kairos arricchiva il Lauseion, la lussuosa dimora di Lauso a Costantinopoli, funzionario di Arcadio, che fu distrutta da un incendio nel 476.

Francesco Salviati, Kairòs (1553)

Francesco Salviati, Kairòs (1553)

Tzetzes, “che conserva la rara notizia dell’appoggio dei piedi alati su una sfera, ribadisce la presenza del ciuffo sulla fronte e della calvizie dietro la testa, ma aggiunge anche altri particolari: il personaggio è nudo e sordo, perché in tal modo non può essere afferrato o richiamato una volta che è passato avanti, come mostra un uomo raffigurato dietro di lui che invano lo insegue e lo chiama, mentre quello tende dietro di sé una spada (μάχαιρα, ulteriore variazione del rasoio) accennando colpi mortali a chi è in ritardo”.[2]

Colpi mortali: così è Kairos prima di essere tempo. E’ fenditura attraverso cui penetra l’arma per colpire mortalmente. La freccia che manca l’apertura (parà kairóv) e che colpisce l’armatura è inefficace. La fessura diviene metafora di giusta occasione, di via giusta. In Pindaro. Parole inopportune e opportune, che dardeggiano in Eschilo e in Sofocle. Aristotele ne farà sede di eloquenza e di retorica. Per persuadere opportunamente, a tempo debito. L’opportunitas latina, d’altra parte, non è che un varco così come la fenestra diventa, all’occorrenza, occasione o Fortuna.[3]

Se a tempo giusto si capisse, “la verità sarebbe vicina e ampia, sarebbe amabile e mite”.[4]

 

[1] Cfr. Annapaola Zaccaria Ruggiu, Le forme del tempo. Aion Chronos Kairos, Il Poligrafo, Padova 2006

[2]  Silvia Mattiacci, Da Kairos a Occasio: un percorso tra letteratura e iconografia. Il calamo della memoria IV, 28-30 aprile 2010, in htp://www2.units.it/musacamena/calamo/calamo10.php, pp. 127 – 154

[3] Cfr. R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi, Milano 1998, pp. 419 – 425 e

[4]  J.W. Goethe, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, III, p. 177

Fiesta!

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giostra-radio-birikina-7Se il tempo è inafferrabile fluttuazione cosciente, è soltanto nell’istante, nel punctum temporis, come scrive Seneca, nella sua insondabile e inavvertibile presenza, che si determinano i momenti del vivere e le vite di ognuno di noi. Soltanto in apparenza esso è staticità sospesa: l’istante è, nella sua piena essenza, un tempo in fuga. Ma si tratta di una libertà condizionata dal momento che tutto è soggetto al determinismo del fato, voce delle sempiterna et indeclinabilis series causarum.

“Orsù, dimmi, conosci tu qualcuno che non disprezzi del tutto il tempo, che riconosca il valore di una giornata, che si renda ben conto che non passa giorno senza che egli muoia un poco? Infatti ci sbagliamo scorgendo la morte dinanzi a noi: essa, in gran parte, ci è già dietro alle spalle. Tutti gli anni passati sono nel dominio della morte. Dunque, o mio Lucilio, così come tu dici, non lasciarti sfuggire un’ora sola. Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. Si rimanda al domani quello che si dovrebbe fare oggi, ed intanto la vita se ne va. Niente, o Lucilio, all’infuori del tempo ci appartiene: la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene, fuggevole e malsicuro, di cui chiunque può, se vuole, privarci. Ed ora considera quanto siano stolti gli uomini: essi lasciano che siano loro messe in conto cose di nessuna importanza e di nessun valore, facilmente recuperabili, che hanno ottenuto; ma non c’è nessuno che si ritenga in qualche modo debitore, pur avendo ricevuto il dono del tempo, l’unica cosa che neppure chi è esposto alla riconoscenza può restituire”.(1)

“E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.”

(Rainer Maria Rilke, Quinta elegia, in Elegie duinesi, 1922)

Solo in apparenza vi è una similitudine tra il punctum di Seneca e il diem di Orazio, in cui l’istante (occasionem de die) prende le sembianze di un intenso e prolungato piacere espunto dalla linearità del fluire.

Quel tempo che assume la radicalità dell’istante, immedesimandosi totalmente con esso, quando Bachelard, alla metà degli anni trenta del secolo scorso, lo descrive come lo ‘zampillare’ della nostra coscienza, in profonda e animata rottura con il proprio passato e di fronte ad un futuro che non è: “Il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla.”(2) Debitore di Jung, Bachelard rompe con l’idea bergsoniana del tempo interiore, sostituendo ad essa l’istante come forma di verticalizzazione dello psichismo dove i sogni, fantasie, pensieri si modellano come un’opera in cui durata, continuità e progresso non sono altro che raggruppamenti di momenti già dati. Questa attività immaginale fluttua, sprofonda e risale costruendo degli ‘istanti stabilizzati’ percepiti soltanto dal poeta “in equilibrio sulla mezzanotte senza nulla attendere dal soffio delle ore, il poeta prova l’ambivalenza astratta dell’essere e del non essere. Nelle tenebre vede meglio la propria luce”.(3)
In Bachelard si ritrova anche Nietzsche, poeta verticale, poeta delle vette, poeta ascensionale: le immagini dilanianti sono quelle che ci pongono in alto e in basso. Per Friedrich Nietzsche il passaggio sulla soglia dell’attimo presuppone l’oblio, dove il fluire del passato si interrompe drasticamente verso l’avvenire. Ed è in questo punto sospeso di fronte ad un precipizio che si dispone la felicità: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire: un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire: infine, come vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare un dito. Ad ogni azione occorre l’oblio: come alla vita di tutto ciò che è organico occorre non solo la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare”.(4)

Jacques Prévert – Fiesta

E i bicchieri erano vuoti

e la bottiglia in pezzi

E il letto spalancato

e la porta sprangata

E tutte le stelle di vetro

della bellezza e della gioia

risplendevano nella polvere

della camera spazzata male

Ed io ubriaco morto

ero un fuoco di gioia

e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia

Et le verres étaient vides

et la bouteille brisée

Et le lit était grand ouvert

et la porte fermée

Et toutes les étoiles de verre

du bonheur et de la beauté

resplendissaient dand la poussière

de la chambre mal balayée

Et j’étais ivre mort

et j’étais feu de joie

et toi ivre vivante

toute nue dans mes bras

 

[1]  Seneca, Lettere a Lucillo, I, UTET, Torino 1998, pag. 35

[2] Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, Dedalo edizioni, Bari  1998, pag. 39.  (Edizione originale 1932)

[3] Ivi, pag 118

[4] Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II, Adelphi, Milano 1974

la foto è tratta da birikina.it

E allora io bevo

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Eduardo_De_Filippo

Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo (Eraclito).

Il feroce dio delle messi, Kronos, partecipe delle divinità sotterranee e signore dei Titani, divoratore cruento dei propri figli, perdonato da Zeus e liberato dalle proprie catene nel Tartaro, rinasce per via della mistica orfica. Diviene, così, basileus immortale delle isole Beate al di là dell’Oceano, terre in cui si rifugia la felicità di un’antichissima stirpe aurea. L’uomo partecipa, per la prima volta, al divino. Ma l’orfico Kronos è solo assonante, occlusivo e aspirato, di Chronos.

saturnoSaturno che divora i suoi figli (F.Goya, pitt., Mus. del Prado, Madrid, 1819 -1823)

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le Olimpie dimore.
Erano ai tempi di Kronos, quand’egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né triste
vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco ed abbondante, e loro, contenti,
in pace, si spartivano i frutti del loro lavoro in mezzo a beni infiniti,
ricchi d’armenti, cari agli dèi beati[1]

Il Tempo non è stato ancora raggiunto: è ancora sospeso nel lungo abbraccio festoso tra Kronos e Saturno, quando la semina si congiunge, ciclicamente, alla fertilità, all’abbondanza e all’eguaglianza. Ma perché Kronos diventi lo scorrere ineluttabile di giorni, perché muti in Chronos-Tempo, bisognerà aspettare che la fama postuma cinga, dei suoi futili allori, i Trionfi del Petrarca:

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Fama, et è morir secondo;
né più che contra ’l primo è alcun riparo.
Così ’l Tempo triunfa i nomi e ’l mondo.

E, di seguito, che li rappresenti in modo figurato: al falcetto di Kronos-Saturno, il Tempo rimpiazza la lunga falce da fieno, allegoria della Morte livellatrice; al posto del veloce carro del Sole-Apollo, un carro di trionfo condotto dalle quattro stagioni e uno sfondo di rovine, sostituisce l’antica età dell’oro.

Ma ben si sa, in tutto il mondo antico, della fugacità del tempo[2].

Infinito fu il tempo, uomo, prima

che tu venissi alla luce, e infinito

sarà quello dell’Ade. E quale parte

di vita qui ti spetta, se non quanto

un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola

di un punto? Così breve la tua vita

e chiusa, e poi non solo non è lieta,

ma è assai più triste dell’odiosa morte.

Con una simile struttura d’ossa

tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!

Tu vedi, uomo, come tutto è vano:

all’estremo del filo c’è un verme

sulla trama non tessuta dalla spola.

Il tuo scheletro è più tetro

di quello di un ragno. Ma tu

che, giorno dopo giorno, cerchi

in te stesso, vivi con lievi pensieri,

e ricorda solo di che paglia sei fatto.

A.P. Liber VII, 472. (Leonida di Taranto, Taranto, 320 o 330 a.C. – Alessandria d’Egitto, 260 a.C.)

“Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né due volte toccare una sostanza mortale nello stesso stato; ma per l’impeto e la velocità della mutazione (si) disperde e di nuovo si ricompone, e viene e se ne va (fr. 91). A chi discenda negli stessi fiumi, sopraggiungono sempre altre e altre acque (fr. 12). Noi scendiamo e non scendiamo in uno stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (fr. 49)”, dice Eraclito. Un tempo (αἰών) unico e non-rinnovabile: è il tempo divino, indivisibile, in cui convivono passato, presente e futuro. Lo scorrere del tempo è un susseguirsi in cui ogni cosa lascia il posto al suo contrario; questo processo di alternanza non è né libero né casuale, ma viene regolato da una legge necessaria e da una trama nascosta, il logos: “Nel logos come legge nascosta che governa permanentemente tutti gli eventi manifesti torna il concetto di tempo come chronos: sotto quello che sembrava l’imponderabile, quasi capriccioso, avvicendarsi di istanti compiuti in se stessi, ‘perfetti’ ed ‘eterni’ (aíon), si scopre un ordine (chronos), ancorché profondo e non accessibile a tutte le menti, che in realtà vincola e unisce quegli istanti. Ma la ragione, il logos, è essa stessa eterna e permanente: ecco che a sua volta il chronos si rivela come aíon. In altre parole: l’essenza permanente della realtà è il mutamento e la transitorietà. Il mutamento e la transitorietà però ricevono dal logos un senso: gli eventi, anche se in continuo divenire, non sono casuali, ma obbediscono a una legge”. [3]  Prima ancora che aion assuma le fattezze e la stabilità dell’eternità in opposizione al tempo misurabile, vi è una narrazione epica (Omero) in cui esso indica la forza vitale, e, in senso traslato, la vita e la durata stessa della vita. Lo Zodiaco, “invocato come ‘dominatore della volta celeste eterna’ (αἰωνοπολοκράτωρ: Pap. Gr. Mag., I, 202), viene anche definito ‘signore dei diademi ardenti’ (δεσπότης των πυρίνων διαδημάτων: Pap. Gr. Mag., IV, 520 s.), cioè della traiettoria celeste: evidente assunzione di una mansione specifica di Helios. Secondo una notizia di Epifanio (adv. Haer., LI, 22), ogni anno nel Korèion di Alessandria, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, veniva inscenato il rito della nascita di Αion, non senza connessione con la divinità egizia della vegetazione, Osiride: palese è il riferimento all’inizio del nuovo anno quando, secondo il vecchio calendario tebano, il sole, raggiunto il punto del solstizio d’inverno, riprendeva la sua corsa ascendente verso l’orizzonte”.[4]

cubicoloVilla di Silin (Leptis Magna – Libia), cubicolo diurno, stagioni

Da sinistra avanzano in direzione della personificazione del Tempo che sorregge lo Zodiaco con entrambe le mani. Le Quattro stagioni vengono accompagnate dai propri frutti già in atto di varcare la ruota Autunno, seguita dall’Estate, quindi la Primavera con il putto su una spalla; la teoria stagionale, avvolta nel mantello, è la personificazione dell’Inverno.

“Nel medesimo calice non è possibile bere due volte lo stesso vino”, con timore, sostengo io.

Tempo umano e tempo divino; tempo assoluto e tempo rifratto. Il tempo misurabile, concesso all’umanità, somiglia al mito della luce riflessa nella caverna platonica, un’immagine mobile dell’eternità, che procede secondo il numero. La creazione del tempo coincide con quella delle orbite planetarie intorno alla terra: «il tempo dunque fu fatto insieme col cielo» (Timeo 38b). “Ora, – dice il protagonista del dialogo – la natura dell’anima era eterna, e questa proprietà non era possibile conferirla pienamente a chi fosse stato generato: e però [il Demiurgo] pensa di creare una immagine mobile dell’eternità, e ordinando il cielo crea dell’eternità che rimane nell’unità un’immagine eterna che procede secondo il numero, quella che abbiamo chiamato tempo”.[5]

O, diversamente dal maestro Platone, il tempo numerato di Aristotele, quello dell’anima: se è possibile un quantum di numerabile questo avviene perché vi è un numerante, una coscienza (l’anima o la mente a dir si voglia) in grado di misurarlo. O perlomeno di ordinarlo. Il tempo, che di per sé non esiste (Una parte di esso è stata e non è più, una parte sta per essere e non è ancora. E di tali parti si compone sia il tempo nella sua infinità, sia quello che di volta in volta viene da noi assunto. E sembrerebbe impossibile che esso, componendosi di non enti, possegga una essenza, Aristotele Fisica, IV, A 7, 213 b 21), non è concepibile se non come accidente del cambiamento, che presuppone un prima e un dopo (il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi, Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b) e una mente che sia in grado di percepirlo: “quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” Il tempo si avverte come aspetto del movimento e, come tale, possiede la proprietà della continuità. Quest’ultima appartiene al tempo come una grandezza che presenta dei limiti in rapporto a ciò che è anteriore e ciò che è posteriore. Movimento, che ha un numero ed è determinabile quantitativamente, e tempo hanno luogo inseparabilmente: l’istante viene definito tra i due estremi che limitano il tempo, la cui grandezza è in simultanea corrispondenza con quella del movimento.

Lontano dagli echi di Agostino, si ascoltano le parole di un tempo soggettivo in cui la memoria produce il senso del flusso e la sua innata coscienza: “E, tuttavia, non v’è stato d’animo, per quanto semplice, che non muti ad ogni istante: perché non v’è coscienza senza memoria, non continuazione di uno stato senza che si aggiunga al sentimento presente il ricordo dei momenti passati. In questo consiste la durata. La durata interiore è la vita continua d’una memoria che prolunga il passato nel presente: o che il presente racchiuda esplicitamente l’immagine, senza posa crescente, del passato, o che attesti, piuttosto, con il suo continuo mutare di qualità il carico sempre più pesante che trascina con sé, via via che invecchia. Senza questo sopravvivere del passato nel presente non vi sarebbe durata, ma solo istantaneità”.[6] L’empireo corrisponde al primo motore immobile di Aristotele.

 

empireo

 

Petrus Apianus, Cosmographicus liber, Landshut 1524

Quando Lucrezio, nel primo secolo a.C., chiede e si domanda della caducità del mondo, “non vedi tu come le pietre stesse siano sottoposte a corrosione dal tempo? Non vedi come le eccelse torri si sgretolino e si riducano in polvere? Non vedi come i sacri templi e le statue degli dei cedano anch’essi sopraffatti dagli anni?…” (De rerum natura), il cristianesimo è ancora a venire. Quando, al termine del 1500, Shakespeare fa parlare l’arpista egiziano, il cristianesimo ha già detronizzato il tempo eterno, consegnando ai mortali la ritualità ciclica della natura, che coincide con quella dei campi. Ogni cosa ha il suo tempo, perché ogni cosa è sottoposta al suo tempo, sotto un sole che non lascia nulla di nuovo (nihil novi sub sole). Ma ciò che non muta è la sua passaggio divoratore, che fa sottostare splendori e amori alla rabbia della morte:

Quando dalla mano spietata del Tempo ho visto sfigurato

il ricco superbo sfarzo di età consumate e sepolte,

quando talvolta torri sublimi vedo rase al suolo,

e il bronzo eterno schiavo del mortale furore;

quando ho visto l’oceano affamato conquistare

vantaggio sul regno delle spiagge,

e la ferma terra vincere sulla distesa delle acque,

accrescendo possesso con perdita e perdita con possesso;

quando ho visto un simile avvicendamento di stato,

o lo stesso stato sconvolto a decadere,

la rovina mi ha insegnato così a rimuginare,

che il Tempo verrà e porterà via il mio amore.

Questo pensiero è come una morte, che altro non può

che piangere di avere ciò che teme di perdere”.[7]

 

E allora bevo di Eduardo De Filippo

           Dint’ a butteglia                  

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embe’

che fa

m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo mente

e dico:

“Me l’astipo”

e dimane m’ ‘o bevo?”

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno primma,

siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste sulamente

stu mumento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che ffaccio,

m’ ‘o perdo?

Che ne parlammo a ffà!

Si m’ ‘o perdesse

manc’ ‘a butteglia me perdunarria.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

vence ‘a partita cu l’eternita’!

Nella bottiglia

è rimasto un altro goccio di vino…
allora

che faccio, me lo rimiro?

Lo tengo a mente

e dico:

lo conservo

e me lo bevo domani?

Il domani non esiste.

E il giorno prima,

siccome è già passato,

neanche esiste.

Esiste solamente

questo momento

e questo goccio di vino nella bottiglia.

E che faccio,

me lo perdo?

Neanche a parlarne!

Se me lo perdessi,

neanche la bottiglia mi perdonerebbe.

E allora… bevo…

e questo sorso di vino

vince la partita con l’eternità!

[1]  Esiodo, Le opere e i giorni, 109-120 (VIII secolo a. C.) Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo, Opere, Einaudi-Gallimard, Torino 1998

[2]  Cfr. Erwin Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del Rinascimento. In particolare cap. III Il Padre Tempo, pp. 89 – 134 Einaudi, Torino 1975

[3] Silvio Vitellaro, Testo 1- Dai Frammenti di Eraclito, in vitellaro.it

[4] L. Musso, Aion, in Enciclopedia dell’ Arte Antica, Treccani, Roma 1994

[5] Platone, Timeo 37c,d in Opere complete, Laterza, Bari 1971

[6] Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, Laterza, Bari – Roma 1983, pag. 17

[7] Sonetto numero 64. in W. Shakespeare, Sonetti, trad. di Alessandro Serpieri, Bur, Rizzoli, Milano 1995

Quelle verità un po’ gigolette.

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prostituta 1900I fatti. Il dibattito storiografico, che trova coerenti trasposizioni in tutte le altre discipline euristiche, si divide, sui fatti, in due estremi che possiamo sintetizzare così:
1. I fatti, di per sé, non esistono, ma esiste soltanto la loro narrazione, che, in quanto tale, li crea. Questo tipo di approccio discende dal soggettivismo radicale, di matrice gentiliana[1], secondo cui la storiografia (historia rerum gestarum) concepirebbe il proprio oggetto (res gestae), cioè i fatti.
2. I fatti sono ricostruibili in forma sostanzialmente unitaria, attraverso procedure certe di dimostrazione e di verifica di quanto affermato attraverso la produzione di prove.
Per essere immediatamente chiari propendo per la seconda soluzione, con una serie di doverosi chiarimenti: “nel valutare le prove gli storici dovrebbero ricordare che ogni punto di vista sulla realtà, oltre ad essere intrinsecamente selettivo e parziale, dipende dai rapporti di forza che condizionano, attraverso la possibilità di accesso alla documentazione, l’immagine complessiva che una società lascia di sé. Per ‘spazzare la storia contropelo’ come esortava a fare Walter Benjamin, bisogna imparare a leggere le testimonianze contropelo, (anche aggiungo io) contro le intenzioni di chi le ha prodotte. Solo in questo modo sarà possibile tener conto sia dei rapporti di forza sia di ciò che è ad essi irriducibile[2].”
Ritengo che gran parte della stampa scandalistica afferisca al primo modo di pensare ai fatti, con conseguenze censorie e falsificazioni di ogni genere rovinose.

Fatti e oggettività. Un primo fraintendimento epistemologico, se così vogliamo chiamarlo, afferisce all’identificazione comune tra il fatto descritto e la sua rappresentazione in termini di oggettività, secondo cui un accadimento sarebbe tanto esplicito nella sua auto-evidenza quanto privo del suo contenuto interpretativo (politico). Le parole, secondo questa tesi della sovrapposizione, avrebbero l’esclusiva funzione di riprodurre meccanicamente, a senso unico, i fatti. Si ragiona come se le parole, private della loro funzione referenziale – di pensiero, di appartenenza, di classe, di potere- avessero assunto una mero ruolo mercantile, di piatta transazione. L’oggettività è l’imposizione di una verità essenziale ai fatti.


totòLa verità.
Credo che sia utile in questo caso rifarsi a quanto Michel Foucault[3] scrisse in merito all’ordine del discorso.
Il primo elemento da evidenziare è che la produzione del discorso, di qualsiasi natura esso sia, è controllata, selezionata, organizzata e distribuita secondo una serie di procedure che hanno il compito di scongiurarne i poteri e i percoli.
Le modalità in cui questo ha luogo, nella nostra società, si sostanzia grazie alle procedure di esclusione. Se ne ravvedono sostanzialmente tre:
1. La più familiare è quella dell’interdetto: “Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualunque cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla[4].”
2. Opposizione tra ragione e follia. La parola del folle non può circolare come quella degli altri: non può dire né verità né menzogne. La sua parola non fa fede in giustizia, non può certificare atti o contratti. E’ una parola che non è parola.
3. L’opposizione del vero e del falso. “Già nei poeti greci del VI secolo, il discorso vero – nel senso forte e valorizzato del termine – …era il discorso vero per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava pur sottomettersi, perché regnava, era il discorso pronunciato da chi ha diritto, e secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia e attribuiva a ognuno la sua parte; era il discorso che, profetizzando il futuro, non solo profetizzava quel che stava per accadere, ma contribuiva alla sua realizzazione, comportava l’adesione degli uomini e si tramava così col destino[5].”

Censura ed auto-censura. Da quanto premesso possiamo affermare che la verità, nelle sue affermazioni storiche concrete, non dipende soltanto o esclusivamente dalla relazione che ha intrattenuto con i fatti, da cui parzialmente dipende, ma principalmente dai rapporti di forza, quindi di potere (politici, economici, sociali…) tra le parti in atto.
A questo punto il gioco è sottile: i sistemi di potere non negano le libertà formali di parola, dal punto di vista legislativo, ma le trasformano sapientemente nella loro forma oppositiva. La censura diventerà, secondo questo schema, auto-censura o meglio censura indotta.

Il gusto e la formazione di un criterio di giudizio. Quello che avviene nel campo della valutazione organolettica del vino segue le orme delle trasformazioni del giudizio in campo estetico tra Otto e Novecento. Da una parte si può parlare di decostruzione del concetto di ‘gusto’ a discapito del predominio romantico della verità dell’arte che riserva al genio il potere conoscitivo di fronte ai fenomeni artistici; dall’altra la decostruzione passa attraverso l’evoluzione sociale dei generi artistici e dei loro pubblici, delle specificità ambientali, sociologiche e psicologiche degli atti ricettivi che si muovono tra un iper-soggettività delle modalità conoscitive e la possibilità opposta di poterle in qualche modo misurare.[6] Se il gusto è un sensus tacitus, il giudizio si conforma per essere atto di riflessione critica: ‘Critica significatu generali est scientia regularum de perfectione vel imperfectione distincte judicandi’. Se il gusto quindi si trasforma in buon gusto assume per forza, e con possibili sbocchi autoritari, un valore normativo: riprendendo Hume[7] si potrebbe dire che descrizione e valutazione sono aspetti di un unico atto intenzionale che è il giudizio di gusto.

La vendita dell’indulgenza. “Uno dei compiti principali che questo conflitto tra godimento e senso di colpa pone al tecnico pubblicitario, non è tanto di vendere il prodotto quanto di dare il permesso morale di goderne senza colpa”. Ernest Dichter, presidente dell’Institute of Motivational Research, Inc. citato in Vance Pckard, nel suo libro, best-seller, I persuasori occulti, scritto soltanto nel 1957. Il problema si pone in termini transitivi e riguarda sia il chi paga chi, sia il chi non paga chi sia, infine, il chi vorrebbe essere pagato. La questione diviene estremamente complessa quando l’argomento tocca il problema delle aspettative differite, quindi il condizionale “potrebbe”. Il denaro acquista soltanto una parte di tale meccanismo: il resto, che piaccia o meno, è relazione. Di potere. Talaltra di indulgenza, anche verso il proprio ego.

La spiaggia e la prostituta. “La spiaggia” di Alberto Lattuada (1953). Il film di Lattuada ha per protagonista una prostituta, Annamaria, che insieme alla figlioletta si reca a trascorrere due settimane di vacanza in una cittadina balneare, nominalmente inventata, della Riviera Ligure, Pontorno, che appartiene quasi interamente al miliardario Chiastrino. Creduta una vedova perbene, è dapprima accettata dalla buona società, dagli altri clienti dell’Hotel Palace e dai frequentatori del relativo stabilimento balneare, ma quando si scopre il suo mestiere, le si fa il vuoto intorno (la morale che si trasforma in moralismo). La notizia fa con rapidità il giro del paese e Annamaria, nonostante l’aiuto del sindaco e nonostante la sua intenzione di stabilirsi lì e di mantenersi con un lavoro onesto, sarebbe costretta ad andarsene se non intervenisse in suo favore il miliardario, il quale le offre il braccio durante la passeggiata serale ed in tal modo costringe tutti i villeggianti a salutarla rispettosamente.
Il miliardario Chiastrino prende il braccio ad Annamaria lungo la passeggiata:«Il mondo è fatto in una certa maniera, e non saremo noi a cambiarlo. Nessuno le rimprovera di essere quella che è, ma di non avere avuto successo». E, per finire: «Non creda che salutino noi. Non salutano né me, né lei… salutano il miliardo.…». Il saluto non esprime già l’atto, ma la potenza.
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[1] Cfr Carlo Ginzburg, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei ed il principio di realtà, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006 pp. 205 – 224

[2] Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 47

[3] Michel Foucault, L’ordine del discorso, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969 – 1984, Einaudi, Torino 2001, Edizione originale, Parigi 1971

[4] Michel Foucault, cit. pag. 13

[5] Ivi, pag. 15

[6] Guido Morpurgo-Tagliabue, Il Gusto nell’estetica del Settecento, Centro Internazionale Studi di Estetica, Aesthetica Preprint Supplementa, Palermo, agosto 2002

[7] Cfr. David Hume, La regola del gusto e altri saggi, Abscondita, Milano 2006

 

 

Racconto moralistico, assai breve e con intenti pedagogici, sulla potenziale pericolosità dei tappi a pressione.

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verres-cinema-incassable-piper“Saranno state le 18.45. O forse no, le 18.47, quando udii un urlo provenire dalla sala bar dell’hotel e un tonfo a seguire. E dopo, il fragore dei vetri che si rompono” – riferì Gastone IV al sergente del commissariato di Prè che stava indagando sull’incidente occorso alla contessa Matilde di Campomorone vedova Marconi.

Gastone IV era maître d’hôtel così come lo furono suo padre, suo nonno e suo bisnonno, il quale pare fosse addirittura imparentato con una lontana pronipote di quel François Vatel che, a metà del 1500, intendente alla corte del Principe di Condé, dopo aver organizzato un ricevimento fastoso in onore del Re al castello di Chantilly, si accorse che il pesce non era sufficiente ad accompagnare le libagioni degli autorevoli convitati. Tale fu l’onta che, al fine di non doverne rendere conto ad alcuno, Vatel si suicidò.

Gastone IV si era formato su alcuni testi classici i quali, a loro tempo, avevano modernizzato quel che basta una professione ancorata a tanto nobili lignaggi quanto ad immobili pratiche: il “Trattato dell’industria alberghiera” del maître Louis Leopso del 1918 e la benemerita e imperitura opera collettiva  “Il Servizio al ristorante” del 1948.

Gastone IV aveva solcato le più incredibili sale dei più lussuosi hotel europei prima di finire in quel tre stelle rabberciato che si affacciava scrostato, come i suoi antichi splendori, alla sopraelevata lungomare. L’hotel era ancora frequentato da alcuni discendenti di antiche famiglie nobiliari, ampiamente decadute, dell’entroterra genovese. Matilde era una di queste: suo marito l’aveva prematuramente lasciata dopo essersi giocato al casinò di Sanremo l’ultimo servizio di porcellana non ancora pignorato. Il suo corpo venne ritrovato alcuni anni dopo, orridamente dilaniato, dietro un cespuglio della villa del suo sodale, il marchese Arfatti di Torriglia. Il conte Marconi si era introdotto furtivamente nella villa dell’amico, di cui conosceva a menadito ricchezze in bella mostra e nascoste, senza rammentarsi del fatto che il marchese, poco tempo prima, aveva sostituto il rimpianto barboncino Cosimo VIII con due american pitbull terrier.

le_maitre-dhotel_francais_ou_parallele_-careme_marie-antoine_bpt6k1040003hCosì, quella sera, la contessa venne ritrovata con la faccia riversa sul pavimento e il collo di una bottiglia di Pommery ”Pop”, champagne da cl 20, tra le mani e tutti i vetri sparpagliati per terra. Anche gli scaffali del bancone del bar si erano pericolosamente inclinati e tutte le dieci bottiglie di Fernet Branca e le otto di Amaro Lucano si erano rovinosamente accatastate una sull’altra e, rompendosi, avevano sparso il loro liquido sull’antico pavimento di gran fattura, interamente composto da mogano centroamericano, donato agli inizi degli anni ’60 dal duca conte Francisco Amarillo de la Guardia, risaputo bevitore del Rum Agricole Martinique di Neisson.

Senza alcun indugio, Gastone IV si precipitò nella sala bar e, dopo un attimo di panico sapientemente gestito grazie all’autocontrollo imposto dal ruolo e da un durissimo praticantato sotto la guida di un famoso maestro di Budo Yoseikan, si appurò che la contessa Matilde fosse ancora in vita. Chiamò prontamente l’ambulanza e poi la polizia che gli chiese gentilmente di seguirlo al commissariato.

Il giorno seguente il sergente Ambrosi, a cui era stato affidato il caso, si recò in ospedale per appurarsi delle condizioni di salute della contessa Matilde di Campomorone e per chiederle di testimoniare quanto successo.

Questo è il testo della deposizione della contessa:

“Era poco prima di cena, non ricordo più l’ora: mi ero appena cambiata per uscire con alcune amiche che sarebbero passate di lì a poco. Siccome era ancora presto, decisi di farmi un goccetto. Avevo lasciato nel frigo del bar alcune bottigliette di champagne, come si chiama…, quello che ha il vetro blu… Comunque non importa. Non riuscivo a stapparlo! Lo scrollavo, gli tiravo il collo, lo mettevo a testa in giù, insù, di fianco e poi ricordo solo un botto e quindi più nulla.”

Dalla tumefazione dello zigomo pare per certo che il tappo abbia colpito violentemente la faccia della marchesa. Ella, perdendo l’equilibrio, sbatté violentemente la testa contro il pavimento, svenendo. Il tappo, seppur variando la sua traiettoria e mantenendo una forza inusitata, andò ad impattare contro il reggi mensola della scaffale superiore provocando il crollo dello stesso e, a catena, degli altri inferiori.

Oggi la contessa Matilde di Campomorone lavora gratuitamente, come cameriera ai piani nell’hotel che la ospitava sino a poco tempo prima, per poter ripagare i danni recati al prezioso pavimento. Alcuni ospiti l’hanno vista, tra una camera e l’altra, sorseggiare un pignoletto vivace con tappo a corona.

Prima foto tratta da http://www.art-de-vivre-a-laremoise.com/piper-heidsieck-le-champagne-des-stars-la-star-des-champagnes/

Le maitre d’hotel è tratto da BnF gallica

 

Le icone del vino.

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lenin-santoSi fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati scioccamente all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità, per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  1. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche”, invece che realistiche, permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  1. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  1. Soltanto allora il cieco degustatore alla cieca potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  1. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.

Si tratta ora di scovare i pittori di icone dell’immagine sacralizzata del vignaiolo

L’immagine è tratta dal sito cristianitàortodossa

Briciole dei tanti pensieri del “dopo Fornovo”. Di Viviana Malafarina

barile-vigne-di-mezzoTrovo ancora molto difficile raccapezzarmi nelle tante sfaccettature delle categorie applicate ai produttori di vino. Mi ritrovo in pieno nelle parole di Jonathan Nossiter sulla necessità di tutelare l’atto e il contenuto culturale e su come, in strana e apparentemente assurda maniera, ciò sia di fatto diventato in misura notevole, lavoro di “agricoltori” e di “artigiani”.

Mi affascinano molte delle lucide considerazioni di Corrado Dottori, e traggo linfa vitale dal confronto con i tanti produttori incontrati ieri su temi sia pratici che ideologici.

Sento però disagio e conflitto verso i pregiudizi, sia positivi che negativi: li considero limiti che alzano muri anziché abbatterli.

Oltre a escludere o includere senza guardare e toccare ciò che per presunzione si pensa di conoscere, si perde molta della forza necessaria ad una idea potente e importante: quella di travolgere e sovvertire gli aspetti più deleteri di un sistema uniformante e avvilente facendo rete a diversi livelli in maniera trasversale…tra settori, ruoli, mondi culturali diversi.

Più forte di tutto resta però la salvifica sensazione di come ogni volta che incontro belle persone e confrontiamo i nostri pensieri, mi innamoro sempre più di questo nostro mondo del vino che ha la forza di fare alimento di un atto culturale e artigianale portando l’arte e la vita a fondersi nel gesto primordiale e istintivo del mettere in bocca e del nutrirsi.

barile-vigneto-storicoLe foto sono di Viviana: Barile (il Basilisco) Vigne di mezzo e vigneto storico