Lo scrittore tiranno: sulla difficoltà di replicare ai commenti di un proprio scritto

La scrittura è tiranna. Il carattere radicale della parola la rende lacerante e oppressiva. Coscienza dispotica e infelice: un atto cruento e unilaterale che non può aprirsi all’altro. Almeno non impunemente e non senza conseguenze. La liberalità del dibatitto, della discussione a fondo pagina, negli ingorghi delle pendenze verticali del blog, tenta di risistemare ciò che per il narratore non è possibile modificare. Il dibattito successivo alla scrittura prova a coinvolgere l’autore in una sorta di continuità artificiale tra un passato indiscutibile e un presente argomentabile, come se lui, lo scrittore appunto, potesse passare da un linguaggio ad un altro come da un vestito ad un altro. Allora mi rileggo le parole di Barthes, a proposito della tavole rotonde (Roland Barthes in Miti d’oggi), e cerco di rimetterle all’oggi: “terrorista quando la scrive, diventa un perfetto liberale quando l’abbandona: ad un tempo radicale e indifferente, l’autore è doppiamente estraneo al dibattito: lo è in modo aggressivo quando crea e lo è in modo passivo una volta che questa creazione ricade per lui nel passato”.

Resoconto gustoso ed insolito dell’incontro anarchico di Saint Imier del 1872 .

Arrivammo alla spicciolata: Malatesta, Cafiero e Bakunin giunsero a destinazione grazie al passaggio di alcuni compagni del Ticino che avevano affittato una carrozza, mentre io, Fanelli, Labruzzi e Costa ce la facemmo a piedi. Niente di male, sennonché per arrivare in tempo siamo partiti da Dogliani il 15 di agosto. Un caldo infame prima e grandi escursioni termiche poi. Fortuna che portavo meco del buon vino dolcetto, mentre Costa e Labruzzi avevano comprato delle tume di pecora e capra di Langa e dei ghërsin robatà (grissini). Fanelli, come al solito, non aveva niente con sé (d’altronde è amico di Bakunin, che mangia sempre a sbafo) e poi è anziano (infatti è del 1827). Ma lasciamo perdere, ci rifaremo la prossima estate quando andremo a trovarlo a Napoli. Il viaggio, benché faticoso, è stato appagante: abbiamo fatto tappa in diversi posti, abbiamo assaporato innumerevoli cucine locali e, talora, ci siamo prodotti in eccessi, come quella volta che dopo una breve sosta a Milano (credo che fosse il 28 di agosto o giù di lì), siamo andati a mangiare da una zia di James Guillaume che abita in provincia di Como. E lei, vecchietta arzilla e simpatica, non ha pensato bene di cucinarci una versione comasca della cassoeula!!! Come sapete la cassoeula, pur nelle molte versioni in cui si presenta, è composta dalle verze e dalle parti meno nobili del maiale come cotenne, costine con l’aggiunta nelle versioni più elaborate di piedini, verzini (salamini) e testina. Nella versione comasca non si usano i piedini, ma bensì la testa di maiale. Carlo Cafiero si rifocillò come un disperato: sembrava che non mangiasse dal periodo in cui faceva parte della Carboneria. Poi gli è venuta una dissenteria che lasciamo perdere! Ma in fondo non ci è andata così male: dopo aver approfittato ancora delle generosità della zia di Guillaume, ci siamo dati ai tuffi e alle lunghe nuotate rinfrescanti nel Lago di Como. Il Nabruzzi ci ha davvero impressionato: si produsse, addirittura, in un tuffo rovesciato con avvitamento! Davvero emozionante: ci disse che sono cose che lui, rivierasco ravennate, aveva imparato da giovincello e che aveva usato per impressionare prima Mazzini e poi Garibaldi, che risultò talmente entusiasta da inviarlo come rappresentante alla Conferenza di Rimini[1] del mese appena trascorso. A pochi chilometri da saint Imier ci siamo incontrati con la delegazione spagnola: tra di loro c’era anche il corso Charles Alerini. La sera, dopo aver gozzovigliato a dovere, è partita una discussione improbabile su quali fossero i migliori pecorini se quelli italiani, ispanici o corsi. C’è mancato poco che Costa non si azzuffasse con Nicolas Alonso Marselau, mentre il vecchio Fanelli aveva preso per il fiocco (alla lavallière) Tomàs Gonzáles Morag con tale forza che aveva arrischiato di strozzarlo. Ho cercato in tutti i modi di far da paciere, ma ce n’ho messo parecchio (tra anarchici è dura). Per fortuna che è intervenuto l’oste portandoci un ottimo Dôle du Valais (pinot e gamay) della Svizzera Vallese che ha riappacificato i cuori esacerbati al canto de l’Internazionale. Siamo arrivati la sera del 14 settembre, in ora tarda: ho fatto appena in tempo a vedere Bakunin con il suo pigiamone di lana che sorseggiava una pessima vodka (me l’ha fatta assaggiare la sera dopo) fatta arrivare direttamente da Mosca. Non vi sto a raccontare il Congresso perché ci sono tutti i documenti scritti, che potrete consultare quando vi pare e piace. Vorrei invece soffermarmi sul dopocena della sera del 15 settembre: dopo una suntuosa cena a base di capunus, un piatto tradizionale grigionese, a base di un impasto (farina e uova cui vengono generalmente aggiunti pezzetti di affettato tagliato a dadini come carne secca, landjäger, prosciutto cotto, andutgel o salsiz) avvolto in una foglia di costa (o di bietola da taglio), bolliti nel latte e nel brodo e poi serviti con un pizzico di speck, formaggio e cipolle, di spätzle, gnocchetti di forma irregolare a base di farina di grano tenero, uova e acqua con cacciagione e delle trecce al burro come dessert (il vino, un riesling renano della casa, non era sicuramente all’altezza del cibo), tutte le delegazioni si sono riunite intorno ad un tavolo circolare (con due rappresentanti per delegazione). I delegati erano stati chiamati a competere, in una degustazione “alla cieca” (coperta), per scoprire il vino nella sua tipologia, denominazione, composizione ed annata. Per la delegazione italiana c’eravamo io e Malatesta; per quella spagnola Nicolas Alonso Marselau eTomàs Gonzáles Morago; per quella francese Camille Camet e Jean-Louis Pindy; per la federazione jurassienne James Guillaume e Adhémar Schwitzguébel, mentre il delegato delle sezioni americane, Gustave Lefrançais, aveva declinato l’invito perché asserì che, da quando stava in America, aveva bevuto solo del pessimo cabernet e non era in grado di partecipare ad una disputa di alto livello. Bakunin si era talmente innervosito perché non era stato scelto per la delegazione dei degustatori di lingua italiana da sostenere il fatto che, in realtà, eravamo dei nazionalisti sotto mentite spoglie. Proseguì, poi, proferendo insulti della peggior tradizione slava conditi da imprecazioni napoletane ed abruzzesi. Malatesta gli rispose per le rime, dichiarando pubblicamente che non era stato scelto unicamente perché non capiva assolutamente alcunché in fatto di vino. A quel punto Bakunin, risentito come non mai, se ne andò in camera da letto dove sembra che abbia composto, spinto alcune golate di vodka, il famoso aforisma: “la rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Intanto la giuria aveva deciso testarci con un vino francese: Errico Malatesta era assai edotto sui vini francesi (sarà stato l’innamoramento per la Comune), mentre io su quelli italiani (e per fortuna che non ci sono capitati quelli svizzeri o spagnoli perché avremmo fatto una figura davvero barbina). E così fu: vincemmo a man bassa. Non fu un problema scoprire che quel vino era un Château Latour di Paulliac della regione di Bordeaux, mentre indovinammo tre delle quattro annate (quella del 1868 era stata altresì piovosa da rendere irriconoscibile il vino). Il cabernet sauvignon era molto evidente e talmente predominante, con quel suo colore profondo e intenso, da esibire tannini tanto esuberanti quanto ben amalgamati: forte nei profumi vegetali caldi e maturi concedeva una buona compattezza selvatica e terrosa. Quindi il merlot, caldo ed avvolgente, comparve a mitigarne gli aspetti più duri. Ma è sul finire che si compì il capolavoro malatestiano: egli individuò sia la presenza del cabernet franc , ma ancor di più dell’impercepibile petit verdot (sarà stato l’1% del totale). Una vittoria sublime! Senza dubbio il contributo del giovane Malatesta alla stesura della Prima risoluzione dell’Internazionale di Saint Imier la dobbiamo anche a questo. Chissà se qualcuno troverà questo scritto, per dare conto del vero a futura memoria.

Il delegato della sezione di Torino, Langa, Genova.

Saint Imier, 15  e 16 settembre 1872

 

[1] Dal 4 al 6 agosto del 1972 si riunisce a Rimini la conferenza dei delegati di 21 sezioni internazionaliste, in maggioranza romagnole e marchigiane. La conferenza presieduta da Cafiero costituisce la “Federazione delle sezioni italiane dell’Internazionale”. In settembre, al congresso dell’A.I.L. (Associazione internazionale dei lavoratori) viene deciso di spostare la sede del “Consiglio generale” da Londra a New York.

Un’altra storia: la prima Cantina Sociale dell’Oltrepò Pavese.

Una serata così… Il circolo Arci “Zenzero” di Genova mi invita a presentare il libro in una uggiosa serata di gennaio, di mercoledì, alle 18.30.  Poche persone si seggono davanti al tavolo preparato per l’occasione. L’età media supera gli anta abbondantemente. Tutte donne estremamente interessate all’argomento: un piacere chiacchierare con loro. Alla fine, tra un bicchiere di vino e una pezzo di focaccia, mi avvicina una di loro e racconta che un suo parente (lo zio, fratello di suo padre Giovanni) fu il fondatore di una delle prime cantine sociali sorte in Italia e la prima nata con successo nell’Oltrepò Pavese: quella di Montù Beccaria. Qualche tempo dopo Aurora Montemartini chiama al telefono invitandomi ad andare a casa sua perché mi vuole dare un libro[1] che racconta di Luigi Montemartini e della fondazione della cantina sociale. Questo breve racconto lo dedico a lei e a quella storia. 

La Cantina Sociale di Montù Beccaria. Agli inizi del ‘900. Un secolo fa. I socialisti, da poco partito, sono lacerarti al loro interno: diverse tendenze, che andranno ad approfondirsi nel corso degli anni a seguire, parlano lingue tra loro inconciliabili. I “sindacalisti”, i rivoluzionari per lo sciopero insurrezionale da una parte e i riformisti, gli attendisti, i gradualisti e gli istituzionali dall’altra. Furono proprio questi ultimi ad occuparsi della produzione agricola e vitivinicola in forma associata come mezzo di superamento della piccola proprietà capitalistica individuale e mezzadrile. La storia che voglio qui ricordare si svolge in quella terra che va sotto il nome di Oltrepò Pavese e parte da un piccolo paesino chiamato Montù Beccaria. Il protagonista della storia è Luigi Montemartini, deputato socialista del collegio di Stradella, coadiuvato dal fratello Giovanni. Dopo due tentativi fallimentari operati dal professor Amilcare Fracchia e da alcuni proprietari vicini al partito socialista di costruire una Cantina Sociale a Stradella, i due fratelli Monetmartini studiano esempi di cantine sociali realizzate con successo, tra le quali si annovera l’esperienza statunitense della  “California Winemakers Corporation[2]”. Luigi Montemartini inizia la propaganda per la costituzione della Cantina sociale nell’ottobre del 1901: la fase di raccolta delle adesioni si conclude nell’estate del 1902 dove 58 soci si riuniscono in assemblea e redigono lo statuto e il regolamento della nuova cantina collettiva. La somma sottoscritta è sufficiente all’acquisto di un terreno dove sorgerà, a fine dell’estate del 1902, grazie al contributo progettuale di Angelo Omodeo, lo stabilimento ad uso cantina.

La prima vera discussione: come classificare le uve e quanto pagarle. Dopo una lunga discussione tra soci, avvenuta il giorno di ferragosto del 1902, viene dato l’incarico ad una commissione formata da 33 esperti di valutare la natura dei terreni e la qualità delle uve che ivi trovano dimora. Il criterio comunemente accettato è quello dell’esame glucometrico del mosto dopo la pigiatura e, sulla base delle variazioni possibili di quest’ultimo, seguono le diversificazioni relative al prezzo: a parità di contenuto glucosico ogni tipologia d’uva superiore viene pagata, rispetto a quella inferiore, una lira in più al quintale. Dal basso verso l’alto, le uve vengono così classificate: nostrana, bastarda, basdarda-fina, finissima. La cantina si dota anche, su proposta di Luigi Montemartini, di un Direttore enologo chiamato a dirigere le operazioni di cantina e a predisporre l’acquisto di nuove macchine. La scelta ricade sul giovane enotecnico Luigi Baraldi. Lo Statuto sociale manoscritto del 27 gennaio 1907 precisa alcune condizioni associative. Ogni vignaiolo, per potersi associare, deve pagare un corrispettivo corrispondente ai quintali d’uva che vuole conferire alla cantina, che per i soci fondatori equivale ad una lira per quintale. Il massimo di uva consegnabile per ciascun socio è di 40 quintali, derogabili a detta insindacabile del Consiglio di amministrazione nel caso in cui le uve provengano, in quantità superiore, dal medesimo vigneto. Le uve devono provenire da terreni o parte di essi posizionati nel comune di Montù Beccaria indicati al momento dell’ammissione in qualità di socio. Sono conferibili le uve provenienti da altri terreni soltanto nel caso in cui vi siano stati dei danni a quelle dei fondi designati. Durante la vendemmia, che avviene nei giorni designati dal Direttore della cantina, i soci godono di un acconto sulle uve che forniranno a venire. Infine, i ricavi provenienti dalla vendita del vino vengono suddivisi in tre parti: la prima per l’ammortamento degli impianti, per il pagamento degli interessi e per un piccolo fondo di riserva. Una seconda parte per liquidare le operazioni di credito. E la terza viene divisa equamente tra i soci sulla base della quantità di uve consegnate. Il 26 settembre del 1902, terminata la vendemmia, le uve vengono portate in canina dove due grandi pigiatrici-sgranatrici a vapore iniziano a diraspare oltre 4000 quintali d’uva per una produzione iniziale di 2307 ettolitri di vino da “pasto”, 606 da “pasto scelto” con l’impiego di 22-23 maestranze. La cantina si dota anche di un torchio elettrico, di uno idraulico e di due pompe per la conduzione e il travaso del vino. Tra i primi acquirenti  del vino della cantina sociale di Montù Beccaria viene annoverato l’Ospedale di Cremona per un totale di 500 ettolitri. Nel 1908 il Ministero dell’Agricoltura dona alla cantina 8 botti da 50 ettolitri. Nel 1910 gli associati salgono a 435 e l’uva consegnata aumenta sino ad arrivare a 11.700 quintali nel 1913[3].

Accenni sull’ampelografia dell’Oltrepò Pavese.

Pre-fillossera. Secondo l’indagine pre-fillosserica svolta da Osvaldo Failla i territori maggiormente vitati e con una solida tradizione viticola sono quelli orientali: Broni, Stradella, Montù Beccaria e Santa Giulietta. Le uve maggiormente coltivate sono la Moradella, la Croatina e l’Ughetta (Uvetta ovvero la Vespolina). Nella regione centrale dell’Oltrepò, nei territori di Montalto Pavese e Casteggio, si fa sentire l’influsso del vicino Piemonte, da cui i vitigni maggiormente coltivati sono il Dolcetto e il Barbera. Poi il Vogherese dove prevalgono l’Ughetta, il Croà e il Vermiglio da una parte e Barbera, Dolcetto e Moretto dall’altra. Tra i bianchi il vitigno maggiormente coltivato è il Trebbiano seguito a debita distanza dalla Malvasia e dal Moscato. Poi il Trebbianino, il Cortese, la Verdea, il Mostrino, il Grè e l’Altrugo (indagine del 1884).

Il Pinot Nero. Il primi tentativi di introduzione del Pinot nero in terra piemontese risalgono al ventennio 1820 -1840, ma senza successo per l’inadattabilità del vitigno ai diversi terroir climatici del Piemonte. Fra gli anni 50 e 60 dell’Ottocento, soprattutto nel territorio del casalese alessandrino, grazie all’operato di Gancia, si tenta di introdurre nuovamente il Pinot per la spumantizzazione. Ancora una volta senza alcun successo. Vi è però un’area, confinante con quella alessandrina, in cui la coltivazione del Pinot ha un successo notevole: il Bollettino del Comizio Agrario di Voghera, redatto nel 1875, relativo all’escursione in Vallescuropasso, parla dello splendido vigneto coltivato esclusivamente a Pinot nero nell’azienda dei Giorgi Vimercati di Vistarino. Dopo la devastazione fillosserica, giunta alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, l’Oltrepò Pavese accentua la sua vocazione internazionale salvaguardando ben poco delle coltivazioni precedenti. A parte le storiche uve a bacca nera Barberba, Bonarda e Croatina, qualcosa di meno di Uva rara e Ughetta e l’insperato successo del Pinot Nero, il territorio pavese vede viepiù l’introduzione di vitigni internazionali: Pinot Grigio, Chardonnay, Riesling e Sauvignon Bianco[4]. Ma è già storia del presente.

l’immagine principale è tratta dal sito valversa.com

[1] Le notizie fondamentali di questo articolo sono tratte da: Alberto Magnani, Luigi Montemartini nella storia del riformismo italiano, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera: vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il proibizionismo, Torino, Otto, 2007

[3] Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Vigne e vini nell’Oltrepò Pavese. Ambiente, società, economia, Franco Angeli, Milano 2010, pp. 123, 124

[4] Cfr. Luciano Maffi, Natura docens. I vignaioli e sviluppo economico dell’Oltrepò Pavese nel XIX secolo, Franco Angeli, Milano 2013; Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Cit.

Acini attaccati con la bocca come bambini alla poppa

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Daniello Bartoli, sulla scia della tradizione patristica, mostra il volto alle parole, trascrive icone che contrassegnano concetti: la “meraviglia” legge le forme antropiche, gli ossimori e  i paradossi che concorrono alla formazione di uno spettacolo miniaturizzato di saggezza morale, sullo sfondo erudito e galante di corti e accademie. La natura si umanizza, prende corpo, mani, capelli, bocca, come quella dei bimbi ed infine, in maniera stupefacente, trasforma l’acqua, che beve dalle radici, in un liquore tutto fuoco: il vino!

«Ella (la vite) percioché ad acconciarsi come altri vuole, o in pergole, o in piancate, o ne’ terreni acsiutti, bassa o ne gli umidi, alzata lungi dal soverchio umore, dovea esser non rigida, ma flessibile, e perciò non possente a reggersi per se medesima in piedi, supplice con l’industria, claviculis, quasi manibus; ciò che tocca, afferra, e con essi per se stessa s’aggrappa e si rampica su per gli altissimi tronchi e fino alle cime degli arbori: innocente però, e per dar ella il suo, non per toglier l’altrui come l’ellere[1] ingrate, che fan radice de’ rami e smungono, dissecan la pianta,a cui s’attorcigliano… Il bello della vite è dove ella gitta e spande i tralci; o scapigliati con una certa maestosa incoltezza, o intrecciati e disposti comunque voglia la mano, a cui ella tutta arrendevole ubbidisce… A dir poi del suo frutto, ecco l’innumerabile lor varietà, quanta niun’altra specie d’arbori ne produce; e l’artificio del grappolo nello spargimento così ben inteso, che il raspo fa de’ suoi ramicelli; e a questo gli acini attaccati con la bocca, come bambini alla poppa; e da vero succian tanto, che con essere pieni, non sono mai sazi se non quando da se stessi ne cadono, come ubriachi: Le lor figure sono diversissime, come altresì le grandezze e i colori e i sapori… Ma questa non è tutta la meraviglia ch’io ne concepisco. Che virtù è quella per cui la vite trae da un contrario l’altro ch’egli non ha, mentre dell’acqua ch’ella bee con la radice, fa un licor tutto fuoco![2]»

[1] Edera

[2] Daniello Bartoli, La ricreazione del savio, a cura di B. Mortara Garavelli, Parma, Fondazione P. Bembo/U. Guanda Editore, 1992 (Edizione originale del 1659); Edizione consultata: La ricreazione del savio in discorso con la natura e con Dio, Pezzana, Venezia 1669, pp. 123 – 125

 

Gli enarchi hanno cambiato solo l’abito. Di Emanuele Giannone e Pietro Stara

Si narra a Montalcino di un figurante nell’almanacco di Gotha, il quale lamentavasi della disdicevole infrequenza del bere bene in paese e sommamente tra i suoi vignaioli, e ascriveva codesta incresciosa lacuna a cagione che bene rendeva con eloquente e nobile gesto, ovvero l’alternato movimento del dito pollice e del dito indice posti a contatto, e questo suggellava con un poetico “… perché pe’ beve bene, ce vonno questi!”, con ciò intendendo i dobloni.
Lo sport più diffuso a livello nazionale è la Reazione. La Reazione è organizzata in diverse divisioni: nella massima, quella per campioni e grandi direttori tecnici, i reazionari giocano a negare la contendibilità della conoscenza: che è grande diletto e somma utilità solo finché gestita dai campioni della Reazione, esegeti e divulgatori patentati – gli stessi che si sbracciano e sbraitano invocando il fallo o il fuorigioco quando della conoscenza perdono il controllo e il dosaggio, vedendola fuggire in contropiede nei mille rivoli della modernità liquida. Poi ci sono le divisioni via via inferiori, dove le pippe giocano ancora a ruzzica e zompafosso.
Anche nel vino si gioca alla Reazione. Le varie fazioni amano darsele di santa ragione: le vecchie signore della situazione pretendono di maramaldeggiare mercé del palmares, dell’esperienza, della scienza che brandiscono come corpo contundente e argumentum ab auctoritate. Alle vecchie signore del vino piace vantare i trofei, che variano dagli anni di anzianità etilica alla paternità della scoperta di produttori cult, dalla pretesa di oggettività a quella di aver degustato per primi Hispaniola, il telegrafo senza fili e il bosone di Higgs. Gli emergenti tengono dietro con campagne acquisti da capogiro, fanno incetta di assi stranieri ma alternano sempre partite memorabili a inopinati scivoloni. A metà classifica si vivacchia da attendisti, senza titoli in bacheca ma pieni d’ardore, di sete e di malinconia, impetrando fino alle ore antelucane il conforto social di inesistenti o contumaci compagni di bevute. La lotta per non retrocedere vede invece il climax dell’agonismo e delle reciproche scorrettezze. Se lasciamo da parte la media e la bassa classifica, in quella alta troviamo sostanzialmente due variazioni di elitismo etilico, più plateale quello degli emergenti, più supponente e codino quello delle vecchie signore. Gli emergenti, a ben vedere, null’altro sono che i figli spurî e gli emuli delle élites, che vorrebbero tanto defenestrare; ciò che pensano di agevolare sbattendo in faccia a tutti bevute sensazionali, secondo il principio che con due bitcoin di senso compri due chili di prestigio. Per loro la stappatura è teleologicamente orientata al tweet e al post, duplice ipòstasi dell’agognata superiorità di razza. Questa compagine rompe molto le palle in generale e in particolare proprio alla razza padrona delle vecchie signore, le quali accettano la sfida e cambiano modulo: accantonano le trombonate retoriche, demandano le invettive ai loro valvassini e tifosi, e scendono in campo nella nuova, fiammante divisa da populisti enoici. Dal via-dal-volgo al We, the People. Perché la gente è stufa dei vini da ricchi, degli sfoggi di burgundofilia, del disprezzo delle patrie effervescenze, dell’Italia operosa e ignorata, in breve è stufa di quelli là, gli enofighetti. Per soprammercato, vagheggiano il ritorno al piccolo mondo antico dei vini confidential, buoni e negletti, e giù filtri seppia ed eravamo-quattro-amici-al-bar e altre rêveries da Amaro alle erbe di montagna, andando dritti dritti al cuore dello strapaese.
Ora, che i gagà del vino meriterebbero la DDR di Ulbricht (e i suoi vini, importati dai più solatii lembi del Comecon) è certo. Trascendendo l’antipatia, ci sarebbe però da interrogarsi sul pulpito dal quale origina la predica. E proprio questo dubbio ci porta a scoprire la nuova frontiera del populismo enoico: la sua ibridazione col leaderismo assoluto, con il culto della personalità e con la sua corte. Accade così che uno, dieci, mille Pinco Pallino, afflitti dal complesso di inferiorità verso papi, vinosauri, eno-snob, droidi da degustificio e altri pezzi da Max-Planck-Museum, si sentano avulsi dal contesto e dal dibattito, vittime del grande equivoco tecno- e meritocratico per cui ha titolo a parlare solo chi più ne sa (e meglio beve). Soffrono, i Pinco Pallino, hanno bisogno di carezze di endorsement. E, per riceverne, diventano piccoli dittafoni: ripetono quod Principi placet, lasciano che il principale parli in loro vece, ne cercano il favore con appassionate dichiarazioni di voto, col tifo e coi florilegi di like, quoto, condivido e sottoscrivo apposti ai post. Reagiscono da claque ad arguzie e motti salaci del capo. Rispondono sdegnati a qualsiasi critica al Politbjuro, perché il principale è persona di spirito per definizione e mal per chi non lo coglie, e poi lui ha scienza ed esperienza, ergo merita rispetto. In cuor suo ciascun Pinco Pallino nutre un certo risentimento verso chi sta in alto e sempre ci starà, ma lo stempera in peana, epinici e varie attestazioni d’amore al leader. Grazie a ciascun Pinco Pallino, e oltre la portata del suo pallinoscopio, si vede realizzata anche nel vino la profezia di Michael Young: alla prova dei fatti, la meritocrazia è riorganizzazione delle élites e in particolare delle disuguaglianze che sembravano superate con la fine dell’aristocrazia. Gli enàrchi hanno cambiato l’abito e sono rimasti ai posti di comando con uniformi di nuovo disegno ma sempre grondanti migliaia di mostrine e decorazioni liquide, un po’ scienziati e un po’ stregoni, fisici e metafisici, scientisti e tecnocrati, custodi della verità del vino.
La finalità di questi discorsi deve essere letta, dunque, non tanto nel senso interpretativo che essi danno, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui alto e basso servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altri soggetti che, direttamente o indirettamente, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, ha unicamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso, per queste confraternite, deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La risposta va cercata in ciò che Foucault avrebbe definito come “società del discorso”: “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti”(L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola).
E il leader? Beh, il leader ha vinto a man bassa. Gli è bastato cambiare divisa, darsi l’aria popolare, lasciare il lavoro sporco e il sottobosco social a poche unità della guardia personale: gli emergenti hanno perso lo scontro diretto, il derby della Reazione lo stravincono i vecchi. Perché a differenza dei monocordi, monoespressivi, glitteratissimi emergenti, il leader è proteiforme, colto e adattivo, sa intercettare il consenso popolare e ne è giustamente gratificato. Ora adatta contenuti e forme alla vulgata anti-elitaria, lui che di una élite è membro e custode, avendone seguito l’intero cursus honorum, già bambino prodigio, poi enfant gâté, finalmente senatore attraverso tutti gli scatti di anzianità. E tuttavia – a quel paese quel babbeo di Leonardo Bonucci – visto che non conta solo vincere, ma partecipare, perché non guardare anche a come ha vinto? A quei contenuti e forme? A chi parla, il leader? Ebbene: non già alla frammentaria realtà postmoderna di intelletti ed espressioni individuali e concorrenti, bensì a una comunità chiusa, a suo dire accerchiata, in realtà bellicosa e ben munita, depositaria esclusiva della verità e sua unica, plausibile esegeta. Parla degli altri da populista, fa apporre l’omissis al proprio nome nell’almanacco di Gotha e intanto bolla gli altri come élites. Spara loro a raffica dalla sua vetta, per la gioia dei cortigiani e di Pinco Pallino. Intanto, saluta questi e quello con benevolenza. Nel salutarli pensa, come in genere fa chi è in vetta, di meritar la vetta solo lui e di volerci restare sempre, giudicando di conseguenza chi gli è sotto.
Contento Pinco Pallino, contenti tutti.

Foto tratta da wikipedia common

Sulle guide dei vini

vini-ditaliaNe approfitto qui per scrivere sopra le guide dei vini: sulla loro capacità o incapacità di esprimere dei giudizi ampiamente condivisi, sui metodi e sui criteri di scelta delle fonti e dei metodi, e, per finire, sull’annoso problema legato all’oggettività di una valutazione. Le prime guide a noi giunte oramai quasi due secoli fa sono quelle legate al turismo: dopo i primi fasti del Grand Tour seicentesco, che vedeva rampolli di famiglie borghesi ed aristocratiche aggirarsi per mezza Europa coadiuvati da accompagnatori e ciceroni locali, si fa spazio, agli inizi dell’Ottocento, a seguito dei processi di razionalizzazione produttiva, uno strumento che, forse al pari dell’attuale rivoluzione informatica, costruisce uno dei primi strumenti democratici di accesso alle risorse conoscitive: la guida turistica. La prima guida, Handbook for Travellers on the Continent, viene pubblicata da Murray (Murray’s Red Guides) nel 1836, seguita tre anni più tardi dalla Baedeker. Le guide forniscono non solo indicazioni culturali, paesaggistiche, enogastronomiche, ma anche indicazioni pratiche sui prezzi, sul cambio della moneta, sugli orari di apertura degli sportelli (postali…) e via dicendo. Cercano insomma di dare al viaggiatore inesperto quella qualità e qualità di dati in modo tale da consentirgli di destreggiarsi in maniera autonoma. Naturalmente, ed è bene sottolinearlo, c’è un punto di vista, quello dell’autore della guida, che risponde a canoni sociali, culturali, estetici (anche pregiudiziali) dell’epoca, in riferimento ad una classe, quella dei viaggiatori, composta da persone di alto ceto e molto danarose. Non diversamente dalle altre guide anche quelle sui vini conducono l’inesperto consumatore nel vortice di innumerevoli territori e di diversissime produzioni. Fanno da apripista, agli inizi dello scorso secolo, alcune guide innovative come la “Guida storica del Chianti e vademecum utile per tutti, specialmente per gl’industriali e consumatori di vino, con illustrazioni e carta geografica” di Antonio Casabianca, pubblicata nel 1908 da Lastrucci a Firenze, oppure quella del “Vino all’ombra : guida sentimentale delle osterie del Friuli, di Trieste e dell’Istria : con un panorama dei vini italiani ad uso del bevitore intelligente”, scritta da Chino Ermacora  nel 1935 per le edizioni de La Panarie di Udine. Ma è soltanto con il secondo dopoguerra che le guide del vino s’impongono all’attenzione nazionale: magari in compagnia, con il cibo, in un naturale sposalizio d’amore, come avvenne per le magnifiche edizioni di cucina nazionale (1956) e regionale nel sodalizio tra il grande cuoco romano Luigi Carnacina e il più illustre commentatore enogastronomico della nostro recente passato, Luigi Veronelli, oppure da sole. Guide che conducono e sintetizzano un mondo misconosciuto e inaccessibile ai più: rendono conto ad un lettore di Torino, come a quello di Palermo, ma anche di Parigi, di Oslo o di Singapore le varietà vinicole e produttive di territori molto distanti fra di loro. Elencano, narrano e giudicano: lo scopo comunicativo delle guide è quello di dare corpo fisico ad aspetti sensoriali e figurativi rispettando, almeno apparentemente, il postulato dell’obiettività. “Ciò si traduce, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, in forme linguistiche prevalentemente impersonali, con la tendenziale cancellazione della presenza del soggetto enunciatore, ‘l’apparecchiatura formale del discorso, che consiste innanzi tutto nella relazione di persona io: tu’. Eppure, in questo ostentato trionfo della non-persona, la terza, il soggetto enunciatore rivela la propria presenza nel testo e vi richiama, in maniera implicita ma costante, l’enunciatario, figura simulacrale dell’uditorio, la cui adesione è lo scopo ultimo dell’atto descrittivo della guida. La presenza dell’enunciatore del discorso emerge in quanto informatore e costruttore del testo. Secondo la teoria dell’enunciazione formulata in ambito semiotico, ogni enunciato, anche quello in apparenza più impersonale, presuppone un’enunciazione e ne manifesta al proprio interno delle tracce più o meno visibili, producendo effetti di senso di verità, di particolare realismo, di oggettività che si riverberano sull’immagine della guida stessa. (…) Nella sua definizione più ampia, la valutazione è intesa come espressione del punto di vista, dell’atteggiamento o dell’affettività di chi scrive nei confronti di entità o proposizioni che costituiscono l’oggetto dell’enunciato. Fare una valutazione o esprimere un’opinione ha l’effetto di persuadere l’audience in merito ai valori di verità, correttezza, rilevanza, ecc. della posizione assunta, e nello stesso tempo è espressione del sistema di valori condivisi, da chi scrive e chi legge, nonché contributo individuale alla costruzione e mantenimento del sistema stesso[1].” Il problema della scrittura, del grado di giudizio e della sua plausibilità è un affare che tutte le guide del vino si sono poste e si pongono: il ‘grado zero’ della scrittura non solo non toglie, ma aggiunge problemi di comprensione e, poi, la gran quantità di dati raccolti all’interno di ogni guida impedisce una selezione razionale del contenuto: a volte solo per stanchezza! Ecco perciò che per ragioni di fruibilità immediata, che rimanda a sua volta al contenuto scritto, il voto (numeri, chiocciole, bicchieri, grappoli…) funziona da sintesi della sintesi. Esso è, in forma inequivocabile, il contenuto per eccellenza, o meglio ancora ciò che tutto racchiude. L’occhio che scorre cade immediatamente lì dove deve cadere, e poi, se vuole, s’inoltra nel resto. Ma il numero non è solo semplificazione; esso è anche forma estrema del tentativo di oggettivizzazione: è la storia culturale che consegna alla matematica una discutibile quanto plausibile funzione di rappresentazione oggettiva della realtà.  Ed ora veniamo alla mia parte: quale criterio utilizzo per definire credibile il giudizio di una guida? Tre elementi fondamentalmente: la storia curriculare dell’estensore(i)[2] del testo (un po’ come del produttore di vino), il metodo che utilizza nella valutazione, comprensivo di errori[3], ovvero le idee di fondo che ha del vino e per finire il contesto in cui scrive (carta, blog… editore, pubblicità  o meno…). Sostanzialmente una media ponderata tra la mia soggettività e quella degli estensori, purché la loro sia sostenuta da una importante e qualitativa esperienza.

[1] Renzo Mocini, La comunicazione turistica. Strategie promozionali e traduttive, tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di teorie e ricerche dei sistemi culturali, in http://eprints.uniss.it/3482/1/Mocini_R_Tesi_Dottorato_2010_Comunicazione.pdf

[2] Cfr. Alessandro Masnaghetti, Consigli a un giovane degustatore, http://www.intravino.com/primo-piano/consigli-a-un-giovane-degustatore/,  venerdì 17 febbraio 2012

[3] Cfr. La distorsione derivante dai degustatori nei punteggi delle guide – studio AAWE, http://www.inumeridelvino.it/2012/03/la-distorsione-derivanti-dai-degustatori-nei-punteggi-delle-guide-studio-aawe.html, 22 marzo 2012

L’enofighetto

sputacchiera

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier pluridecorato!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Prima Repubblica.

L’enofighetto, per non farsi notare durante le fiere viticole, si traveste da sputacchiera che restituisce, nelle rispettive bocche da cui proviene, il vino che non abbia fermentato almeno sei mesi a cappello sommerso.

L’enofighetto, infine, interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di uno certo spessore, proprio nel momento in cui gli autori considerano già superato quello che hanno pubblicato pochi minuti prima. Per ovviare questo penoso e perenne ritardo, l’enofighetto utilizza frasari sempre più generici, del tipo: “Non intendevo insultarla….”; “Aiuto! Aiuto! Presto!”; “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!”