Elogio della conoscenza analfabeta. Omaggio a Piero Camporesi

“Mêrz, cusm e’ cul e non cusm’ et” [1]

Questo breve articolo vuole essere un tributo ad un grande studioso della civiltà contadina e pastorale, un signore che, come scrive Umberto Eco, “entra in una stanza dove c’è un tappeto dai colori e disegni bellissimi, che tutti hanno sempre considerato un’opera d’arte; lo prende per un lembo, lo rivolta, e ci mostra anche sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto. Eppure era sotto il tappeto”. Questo signore si chiama Piero Camporesi. In un breve saggio del 1985 [2], Camporesi affronta un tema molto particolare, diremmo di grande attualità, la trasmissione del sapere non scritto, oggi nuovamente attualizzato da consuetudini, come nel campo vinicolo, ma non solo, che parlano del recupero di pratiche ancestrali basate sull’osservazione empirica e sistematica dei fenomeni naturali applicati all’attività agricola e pastorale. E’ il grande debito, a volte convenuto, ma molto spesso malcelato, che la scienza ha riconosciuto al sapere analfabeta, a quelle società àgrafe, dove la trasmissione delle nozioni passa, ad esempio, attraverso il proverbio (equivalente delle auctoritates nelle società letterarie), soprattutto di tipo metrologico e  fisiologico e che “condensa il sapere non firmato del gruppo, la voce anonima che esprime il controllo sociale della comunità o la sua mentalità scientifica. Supercoscienza collettiva che impone condizionamenti, atteggiamenti, comportamenti”[3].

La formula del proverbio aiuta a costruire un’immagine del mondo consuetudinario in forma ritualizzata e circolare dove non vi è rottura epistemologica tra umano e naturale, cosa che verrà sancita, invece, dalla rivoluzione industriale. Tanta parte della finta oppositività politica tra conservazione e progresso viene da lì, dall’antitesi tra un mondo che, attraverso le stagioni, ripete infinitamente se stesso ed un altro che prosegue in avanti, linearmente.

Esempi ve ne sono molti, come questo del fattore veronese Giacomo Agostinetti che, dopo aver servito in diverse proprietà, alla tenera età di 82 anni, decide di mettere a nudo i saperi agricoli del suo mondo. E’ la cultura del pronostico come condizione della precognizione dell’abbondanza o della carestia, che si svela, ad esempio, attraverso la meteorologia: l’ascolto dei rumori della notte, la visione del cielo stellato, le nubi, sono preziosi indicatori sullo stato del tempo, e quindi delle attività possibili, anche commerciali, del giorno (se non dei giorni) seguente: “Quando la notte si vede maggior quantità di stelle dell’ordinario. Quando la Luna è circondata da vapori più dell’ordinario dicendosi ‘cerchio lontano pioggia vicina’. Quando gli Armenti gli Asini rangiano i Lupi urlano gli Uccelli non cessano di volare, i Galli di cantare. Le Mosche e tavani di morsicare, i pesci di guizzare, le Rane, Rospi di biscantare, biscie lucertole & animali simili di vagare, oltre che il sale si inhumidisce e li contrapesi dell’orologio calano più dell’ordinario. E anco segno di futura pioggia quando il Sole tramonta circondato di nubbi che li Contadini dicono che và giù in sacco. Le quali cose sono molto necessarie al Contadino e anco al Fattore per antivedere il tempo e operar conforme all’occorrenze, perché molte cose sono meglio il tralasciar di farle che farle à stratempo, come à dire in tempo humido, overo secco. Come à dire nel vendere e comprare fieno è bene saper conoscere li avantaggi che si puonno conseguire, nell’oprar più in un tempo, che nell’altro, perché se il fieno si vende a peso, è meglio in tempo umido, e se à misura in tempo asciutto, che stà più sollevato, perché come volgarmente si dice, che bisogna secondo il tempo navegar, perché il tutto ricerca stagion propria.” E poi perché, come le classe di appartenenza insegna “ uno de maggiori buoni servitij de Padroni è il non lasciar occasione di essercitar tutto quello può render frutto al Padrone”[4].

Non da meno, ci insegna Camporesi, è la cultura pastorale, ad esempio quella dell’Appennino romagnolo, dove vi è una sorgente chiamata dai pastori “pozza della tróia”, perché lì l’acqua dove le scrofe vanno ad abbeverarsi è terapeutica e ciò che fa bene agli animali non può che far bene agli esseri umani: “il termine moderno ‘fonte solforosa’ è un’astratta definizione chimica estranea a ogni rapporto di magico allacciamento tra gli elementi”[5].

NOTE
[1] “Marzo, cuocimi il culo e non cuocermi altro”. Il rapporto tra carne e cosmo viene offerta dai contadini romagnoli che usavano salire sul tetto il primo giorno di marzo (capodanno agrario) ed esporre le parti posteriori al sole al fine di preservare il corpo dalle malattie per tutto il resto dell’anno.

[2] Piero Camporesi, La formazione e la trasmissione del sapere nelle società pastorali e contadine, in “Estudis d’historia agraria”, n° 5, 1985, ora in Piero Camporesi, Riga 26, Marcos y Marcos, Milano 2008

[3] Ivi, pag. 87

[4] Giacomo Agostinetti, Cento, e dieci ricordi, che formano il buon fattor di villa, Per l’editore Francesco
Tramontini, Venezia 1692, pp. 236, 237 (edizione originale del 1679)

[5] Piero Camporesi, cit., pag. 78

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gianni Rodari, il libro degli errori e il vino. Secondo me

Non sono certo il primo a dire che le fiabe e le filastrocche parlino ai bambini e agli adulti in modo diverso: stessa la narrazione, diverso il modo di intenderla e di percepire i differenti livelli della comunicazione. Quando non sono addirittura scritte, soprattutto, per i grandi che si renderebbero, poi, intermediari ed interpreti sia delle buone che delle cattive morali rivolte ai più piccini. Del libro di Gianni Rodari, che prendo a prestito, l’autore comincia con una confidenza: “Tra noi padri”: “E per una volta permettete che un libro per ragazzi sia dedicato ai padri di famiglia, e anche alle madri, s’intende, e anche ai maestri di scuola: a quelli insomma che hanno la terribile responsabilità di correggere – senza sbagliare – i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta”. Parole, cose ed errori, appunto. Che rapporto c’è tra loro? Parto da lì ed arrivo al vino, che non è che un esempio. Ma intanto leggetevi un frammento del racconto.

“Essere e avere”

Di Gianni Rodari, Il Libro degli errori, Einuadi Ragazzi, Torino 1997

«Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.

  • Io ho andato in Germania nel 1858, – diceva uno di loro.
  • Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.

(…) Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:

  • Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: “sono andato”?

(…) Il verbo andare , – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.

(…) – ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercare lavoro in casa d’altri…Lasciare la famiglia, i bambini.

Il professor  Grammaticus cominciò a balbettare.

  • Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo “essere”: io sono, tu sei, egli è…
  • – Eh, – disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza, io sono, noi siamo!… Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.

E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!»

Della corrispondenza e degli errori. Secondo me

Un piccolo manifesto per la vita, per la ragion di tutti, di sé e per il vino. Che ne dite? Che rapporto c’è tra forma e sostanza? Non è che perfino la forma sia, con le sue peculiarità espressive, sostanza? E in che modo si relazionano, si condizionano, si modellano e si informano? Sarebbe possibile che gli errori (e i non errori), allegorie del mondo in cui viviamo, non sagomassero la manifestazione verbale delle cose stesse? Tante volte chiediamo alle parole di dare soluzione all’esito finale delle contraddizioni, che stanno anch’esse dentro gli arnesi della vita. Pensiamo, ad esempio, ai tentativi di fissare con una scheda lo status quo di un vino. Forse non potrebbe essere diverso: oltre che di acqua e companatico, siamo fatti anche di un po’ dello scorrere del tempo. Ma andiamo avanti: si cercano voci che risolvano grammaticalmente la sostanza di un vino. Se vi è corrispondenza, allora il vino è giusto. Se manca, allora il vino o è sbagliato del tutto o in parte: la corrispondenza è una scelta, imposta, mediata, condivisa, inconscia o conscia che si voglia, così come lo è l’uso di alcuni vocaboli al posto di altri. Se è vero che la forma può svelare la sostanza e le sue manchevolezze, è altrettanto plausibile che possa celarla, fuorviarla, reinterpretarla alla luce dei nessi e delle sintassi che essa compone. Insomma, se un vino non è limpido o trasparente, se non è abbastanza morbido… l’errore sta nel vino o nelle parole? Oppure in nessuno dei due, perché quelle parole nate in un tempo in cui il senso spiegava delle cose di un vino che in quelle cose ci stava, ora non bastano più, o bastano meno, a spiegare ciò che è già altro. Spesso la facciamo facile e pensiamo di capirci solo perché parliamo la stessa lingua. Ci capiamo, ma non ci intendiamo, proprio perché non condividiamo il senso delle cose: non sappiamo, cioè, neppure se alcuni errori siano tali. Allora tentiamo di rispiegare più e più volte per farci capire. Ma è più facile che ripieghiamo nelle parole, e poi in noi stessi, per avere quelle certezze che pare esse ci diano, ma che le cose non ci danno più. E ci sentiamo un po’ perduti. E inadeguati.

Il provinciale

da wikipedia pubblico dominio

La sparizione
Delle sagome dei camerieri
Fuori dai ristoranti
Non è avvenuta in una data precisa.
Sono cose che misteriosamente accadono
Come la comparsa dei biscotti Togo
Al cioccolato.

Cinnamon – Offlaga Disco Pax

in Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione) Santeria/Audioglobe

La scomparsa dei mondi di prima.

Lo sviluppo dei fenomeni politici non è mai lineare: solitamente si accompagna o trae linfa e spazio vitale dalla progressiva scomparsa dei mondi di prima. La progressione, in termini puramente temporali, è assai labile e ancor più difficile da misurare: gli eventi corrosivi appaiono spesso, in nuce, molto tempo prima. A volte sono talmente piccoli da risultare pressoché risibili. Altre volte assumono volti e forme la cui comprensione è di là, a molto, da venire: come fiumi sotterranei ricompaiono dai flutti carsici e prorompono in maniera più o meno inaspettata quando il corpo sociale non solo è ben disposto ad accoglierli, ma quando esso, in qualche modo, li ha già ancorati al passato di un futuro desiderabile. Così la nascita e la crescita dei fenomeni populistici precorre e percorre un terreno che si fissa, già a partire dalla fine degli anni ‘70, dalla rottura dei paradigmi post-bellici: la democrazia repubblicana resistenziale si pensa almeno in due assunti tra loro complementari: come luogo della rappresentatività politica e civile (il sistema elettorale proporzionale puro e svariati articoli della Costituzione) e come luogo in cui i corpi sociali di grandezza, di importanza e di peso diverso (partiti, associazioni, confederazioni, sindacati …), trovano una possibile mediazione e ricomposizione sociale. Il conflitto è parte integrante della partita e il campo della rappresentanza contempla anche condizioni che possono portarla, nel paradosso più estremo, all’uscita da se stessa: il comunismo, ideologicamente inteso, è la condizione operativa di tale superamento. Questo sul piano puramente teorico ma, come ben sappiamo, il piano formale agisce costantemente sul piano sostanziale, lo informa, ne prende parte per poi essere a sua volta ri-modellato. Il cittadino e il ‘cittadinismo’ sono ancora da venire e il popolo, lungi dall’incarnarsi in un’entità astratta e coesa o dal declinarsi nell’individualismo radicale, è piena parte di quel modello rappresentativo e si volge al plurale almeno in tanti quanti sono i luoghi della rappresentanza e della mediazione politica: il popolo comunista, il popolo democristiano e via cantando. Non vi è, insomma, riconoscibilità sociale se non nella forma dell’appartenenza. Le direttrici su cui si struttura, agli albori, la rottura epistemologica del tardo novecento prendono piede da due fenomeni politici tra loro molto distanti, ma che preconizzano una rottura di senso e di metodo esistenziale: la rottura generazionale,  con il suo rifiuto delle forme storiche della rappresentanza, operaia (partito – sindacato) e non solo, da una parte, e il ruolo politico del nascente socialismo modernizzatore e gaudente sotto bandiera craxiana, dall’altra. Accelerazioni tecnologiche e sociali rompono il fermo immagine del Novecento: ho parlato di elementi primigeni, di luci fioche in un campo ancora apertamente strutturato con i vecchi criteri ma che, di lì a poco (dieci anni), sarebbero implose con un deflagrazione imponente: vuoi per la fine del blocco del socialismo reale, vuoi per altre milioni di ragioni, quello che si vede in controluce alla fine degli anni ‘70 appare ora in tutta la sua potenza esplicativa. E non solo a destra: l’insistenza sulla governabilità come processo di espulsione dalle pastoie consociative e post-ideologiche, ma sarebbe meglio chiamarle para-ideologiche, di ogni forma di mediazione ingombrante, si risolve nel suo opposto, ovvero nella risoluzione di ogni forma di partecipazione mediata. E molto di questo viene dal ex-PCI che si deve alleggerire non solo e soltanto del suo passato, ma anche della sua struttura organizzativa: la governabilità, parola catartica utilizzata a più riprese nei congressi del Pds, è l’avviluppamento tecnocratico attraverso cui la politica si autonomizza professionalizzandosi. Così la comparsa dei tecnici- politici si affianca stabilmente ai politici anti-politica: Berlusconi non è che l’esito, in salsa italica, di un percorso che lo precede di cui il Cavaliere si fa interprete, estensore, innovatore ed esecutore. Ovviamente non da solo: corollario di questo processo è il succedaneo Bossi e il leghismo prima maniera. Le luci della ribalta populistica sono tutte vive e ben presenti già allora: l’appello viene diretto ad una comunità-popolo omogenea, interclassista, che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità e della verità. Il leader carismatico non dovrà fare altro che porsi, contraddittoriamente con se stesso e con il suo establishment, come interlocutore ed interprete diretto di tale volontà. Il paradosso è evidente, ma proprio in quanto auto-evidente, è nello stesso tempo la forza propulsiva dei nuovi reggenti politici: legittima laddove il sistema non può che essere luogo della mediazione corrotta e corruttibile. I corpi intermedi assumono, dunque, connotazioni e modalità esemplificative assai diverse da quelle precedenti: sono agili, aggirabili, nascono e scompaiono in forma sociale perlopiù economica, almeno tante quante sono le forme consentite dal codice civile e, soprattutto, non devo rendere conto ad alcuno se non a quelli a cui debbono il proprio sostentamento. Questi corpi, nella misura in cui si replicano a dismisura, anche per via legislativa (la nota proliferazione dei gruppi parlamentari e dei partiti che si costituiscono in fase post-elettorale, ad esempio), svuotano le forme tradizionali della rappresentanza assumendo a sé un improbabile ruolo tecnico a-politico. In questa situazione la sinistra è al costante (e perdente) inseguimento: dopo diversi tentativi falliti di mediazione tra la prima e la seconda repubblica, di cui Prodi è l’emblema più evidente, la rincorsa ad un neo-liberismo di dottrina, fatto più che altro da privatizzazioni e deregolamentazioni in cui il mercato è soltanto un sottofondo preso a prestito da un’ideologia mai compresa, né elaborata né tantomeno assimilata, ma del cui esito scaturiranno alcune delle peggiori contro-riforme sociali e istituzionali di tutto il dopoguerra, si lancia in processo di trasformazione la cui rapidità è pari solo alla perdita di senso. Renzi, figlio mai prodigo di questa trasformazione costante sfugge persino ai suoi padrini politici e, non da meno e nondimeno di alcuni colleghi di altre forze inaugura una stagione populistica di tutto rilievo: non si rivolge più, se non ai suoi fedelissimi, nemmeno alla controfigure scialbe del partito. Parla ad altri: la Leopolda, da un punto di vista emblematico, è la consacrazione di questo scambio diretto con il popolo: è il leader che parla direttamente al suo mondo da cui riceve, in cambio, l’investitura politica. Renzi, ancor prima di essere un erede politico di Berlusconi, ne è erede dal punto di vista culturale e le sue somiglianze con il populismo spinto, di marca giallo-verde, sono di gran lunga maggiori rispetto alle distanze presunte e presupposte. Ognuna delle forze che siedono attualmente in parlamento, nessuna esclusa, deve qualcosa alla canea ideologica populistica. La storia di Renzi finisce là proprio dove voleva cominciare: nelle riforme istituzionali.

La scomparsa delle province. Prove tecniche di trasmissione

Con un meraviglioso salto carpiato legislativo, sonoramente apprezzato, o comunque non inviso agli oppositori, nel 2014 prende il via la famosa riforma Delrio, quella che, se da una parte “metropolitizza” i territori circostanti ai grandi insediamenti urbani, dall’altra “amministrativizza” quelli che circondano inurbamenti di minor rilievo e che godono di meste sintesi targate: BL, BN, AL…. Ancora una volta l’impianto ideologico di riferimento è quello dello svuotamento: troppi enti intermedi, troppo di tutto e tanto di niente e chissà cosa avevano in mente i padri e le madri costituenti. Impianti obsoleti per una democrazia nazional-popolare che si deve completare con la riforma costituzionale. Il processo di trasformazione delle province in enti di secondo livello è assai singolare: si procede con uno stravolgimento delle fonti normative. Anziché procedere prima ad una  riforma del dettato costituzionale e solo successivamente all’adeguamento della legislazione ordinaria, si opera in maniera inversa: si presume di lasciare alla  posteriore riforma costituzionale un ruolo di mero “suggellamento” di quanto già deciso in via ordinaria. Com’è noto, però, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, che espelle dalla Costituzione ogni riferimento alle province, viene bocciata in sede di referendum confermativo. L’unico vero risultato conseguito è il dissesto amministrativo di gran parte delle stesse: in altre parole ad essere pesantemente decapitati sono i servizi (scuole, strade…).

Dice  allora il ministro competente che, in attesa di scomparire, le province si trasformano in enti di secondo livello: non più elette, ma governate dai nominati che fanno fatica a reggere i comuni. E più sono grandi i comuni più le province diventano piccole, anzi piccolissime, quasi a scomparire. “Si risparmia” – dicono tutti. E’ falso, si vedrà poi. L’arco costituzionale trans-populista ha fretta di cancellare, abrogare, sorvolare. La nuova democrazia si deve liberare degli orpelli secolari che l’hanno trattenuta sulla via della conservazione. L’autorità fa presto a diventare autoritarismo e il popolo populismo. Non che prima si danzassero arie di libertà, tutt’altro. Ma i poteri sapevano che le loro imposizioni venivano contrattualizzate, ovvero avevano un prezzo più o meno caro da pagare alla controparte. Esistendo, appunto, la controparte. Ora è rimasta solo la parte.

L’attentato linguistico.

La porzione più arrogante di quel potere abrogante è che vuole liquidare un pezzo di storia patria senza ghigliottinare neppure una testa, ma solo per succinta via telematica e parlamentare. Sanno benissimo che quei luoghi sonnacchiosi non sono che l’esempio spossante di antiche predazioni, ma dimenticano, con altrettanta sfrontatezza, che le province “sono faticosa convivenza di risentimento e fattiva vitalità, cieco egoismo e spassionata dedizione. Proprio di questo ci parlano i luoghi visitati: di uno stanco mimetismo e di una imprevedibile genialità; di negligenza o, all’opposto, di attenzione amorevole verso le piccole cose; di un ottuso ripiegamento e di una generosa apertura al nuovo, al diverso; di una ignoranza esibita, che convive accanto a una sapienza dissimulata” (Franco Marcovaldi, Viaggio al centro della provincia).

Ma l’affronto più grave non è certo istituzionale, politico, storico, sociale, ma, evidentemente, linguistico. L’Italia, come ben si sa, è affetta, quasi malata cronica, di provincialismo, di cui ci spiega qualcosa il dizionario Treccani: “Mentalità, modo di fare, atteggiamento considerati tipici di chi vive o è vissuto in provincia, quindi caratterizzati da limitatezza culturale, meschinità di gusto e di giudizio e sim.: dare prova di un gretto p.; il p. consiste quasi sempre nel timore del p. e in una spasmodica cura di evitarlo (Soldati)”. In certi casi è pure una fortuna perché almeno limita i danni. I provinciali che si vogliono metropolizzare, sia in città che in provincia, solitamente provocano grandi danni ambientali, edili ed estetici. Non vi è quasi comune in terra italica che, in preda ad una forsennata modernizzazione verticale, a incrementare dagli anni ‘50, non abbia costruito i suoi palazzi cubici, sbiaditi e dotati di serrande verdi a tenuta stagna. E sotto i garage. Non si può, dunque, vivere in provincia e non essere “provinciali”, ma soltanto di “secondo livello” in una nazione sofferente da “secondo livellismo” e per di più manco eletto. “D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili. Tuttavia, mentre percorrevo, sullo stanco treno pendolare, il pomeriggio sempre più notturno, mentre transitavo per luoghi ignoti, probabilmente pseudonimi, come Alessandria e Broni, non potevo non avvertire un senso di ignoto, di esotico, di straniero” (Giorgio Manganelli, La favola pitagorica).

E’ certo che quelle province e i paesi che le abitano sono cambiati di molto: dal centro di tutto ad essere la periferia di un bel niente. Ma qualcosa di quegli antichi e improvvidi umori è rimasto, in quei paesi dove “la vita è sotto la cenere” (Piero Chiara, Il piatto piange): “Se i luinesi avessero saputo cosa bolliva dietro il muro delle sorelle Tettamanzi, sarebbero saliti sui tetti a guardare nel giardino e dentro le finestre di quella casa, pur di non perdere un particolare di quella capitolazione. Ma tutto avveniva ancora nel segreto, e ne doveva passare del tempo prima che le cose di casa Tettamanzi corressero sulla bocca di tutti, nelle famiglie, nei caffé, per le strade e, con un’eco incredibile, anche fuori del paese” (Piero Chiara, La spartizione).

Vino al vino.

Lo sappiamo assai bene anche noi che non si può parlare di vini provinciali, proprio perché non vuol dire un bel niente. Di quelli comunali si potrebbe dire un po’ di più, ma non è questa la sede. Comunque sia, vado a riprendere quel piccolo capolavoro letterario che è stato raccolto sotto il nome di “Vino al vino”. Mario Soldati non ha alcun dubbio sul fatto che “il vino (di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) possa paragonarsi  soltanto a un essere umano e essere vivente,  immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso”(pag. 6 edizione Mondadori 2006). Lui su questo non ha dubbi e noi con lui. Ma Soldati parla ad un pubblico assai vasto: pubblica, a puntate, per il settimanale femminile “Grazia” e il successo dell’iniziativa editoriale lo porta a raccogliere in un unico volume i viaggi compiuti tra il novembre del 1968 e il gennaio del 1969: “Vino al vino” esce, per i tipi della Mondadori, nel settembre del 1969. L’apparato paratestuale si modifica: cambiano i titoli delle sei sezioni, che diventano “In provincia di…”, poi “Nelle province di…”, seguiti dai relativi toponimi. Così per i futuri viaggi del 1970 e del 1975: per quest’ultimo viaggio il settimanale ospitante sarà “Epoca”. Insomma, che si tratti di cru o di una bottiglia, di un piccolo comune o di un monte, Soldati, per i suoi lettori e per farsi capire, li butta all’interno delle province.

Postilla veritiera.

Voglio essere onesto fino in fondo e ammettere, senza alcuna remora, che non solo la seconda e la terza, ma pure la prima Repubblica l’avrei girata come un calzino. Pur avendo partecipato, giovincello, agli strascichi finali di quello che prese il nome di “consociativismo”, mi pareva comunque di essere parte, estrema, di un mondo che parlava un linguaggio decifrabile e che, intorno ad esso, si trovava e si scontrava. Ora quel mondo è definitivamente scomparso e probabilmente, con esso, anche un’idea di democrazia. Per le variabili imprevedibili di un anarchismo compiaciuto e voluttuoso, così come non sono attaccato alla nazione, tanto meno lo sono alle province. Riconosco, però, che intorno a quel modello sociale post-resistenziale c’era un’idea non effimera, né fatiscente delle relazioni umane e che le formazioni intermedie della rappresentanza erano state concepite come tali per dare uno spazio politico alle voci minori. Insomma, i partiti non potevano chiamarsi con il nome di qualcuno e non erano pensabili enti non eletti di secondo livello. L’autoritarismo populistico e trasversale passa anche da questioni minime. Apparentemente irrilevanti.

 

 

Letteratura enologica Veneta tra Sette e Ottocento

Cartina dello Stato Veneto del 1782

La letteratura in ambito vitivinicolo delle varie province venete, in tutto il corso del Settecento e dell’Ottocento, è molto abbondante, anche se ad essa corrisponde, ma è un dato caratteristico di gran parte d’Italia, una produzione vinicola insoddisfacente espressione di usi consuetudinari privi di una necessaria circolazione di formazione e soggetta ad un’arretratezza tecnologica di lungo influsso e durata. La provincia veronese annovera, tra i maggiori letterati dell’epoca, Scipione Maffei [1] che, nella sua monumentale opera ‘Verona Illustrata’, riporta, per primo, la famosa lettera di Cassiodoro sul vino ‘acinatico’: si paragona al il vin santo l’attuale Recioto. A lui si deve anche l’introduzione del termine amaro per i vini secchi, volto all’uso di invertire l’abitudine di servire a tavola vini dolci, pratica invalsa nella Verona dell’epoca. Nel 1770 è la volta del poemetto di Maurizio Gherardini, ‘La vendemmia dell’uva in Valpolicella’, in cui si rammenta la produzione del vino tramite la tecnica dell’appassimento delle uve. Nel 1778 l’abate Bartolomeo Lorenzi scrive la ‘Coltivazione dei monti’, un trattato in prosa e poesia sulla coltivazione della vite su esposizioni di declivio e sulle pratiche di cantina per ottenere vini superiori. A fine Settecento emergono gli scritti di Benedetto Del Bene, traduttore di testi latini, che propone, dal punto di vista enologico, un appassimento delle uve (di una settimana) a cui deve seguire una fermentazione molto lunga (di oltre sei mesi) e l’utilizzo di frequenti travasi vinari. Ma è agli inizi dell’Ottocento che compaiono due tra i testi più significativi in campo viticolo: la “Memoria” (1810) di Pietro Moro il quale, su sollecito di Filippo Re allora direttore degli Annali dell’Agricoltura del Regno d’Italia, scrive sull’agricoltura veronese e sulle cattive pratiche legate alla viticoltura ed alla produzione del vino. Dunque lo scritto di Ciro Pollini: le ‘Osservazioni agrarie’, iniziato nel 1818 e concluso nel 1832. Nelle sue “Osservazioni” il Pollini, oltre a trattare delle fermentazioni del mosto in vasi vinari chiusi, fa anche un elenco, corredato da breve descrizione,  delle varietà di uve rosse e bianche presenti nel veronese. Ecco alcuni esempi:

«Uve nere.

Vernazza Nero. Forse la Vernaccia nera dei Toscani, e Romagnoli. Tralci corti, mezzanamente grossi; foglie appena lobate; grappoli mediocri, a graspo rossetto; acini tondi, non affatto neri ma rossetti, né rari né folti, poco dolci. Coltivasi in Valle Pulicella, e altrove. È poco grata al palato, ma mista ad altre forma buon vino.
Vesentina o Vesentinon. Tralci grossi, corti foglie intagliate fino a metà coi lobi acuminati ossia aguzzi; racimoli grandi, coi graspi rossigni; acini ovati, piuttosto rari, a buccia dura, e di sapore aspro cattivo. È coltivata in Valle d’Illasi, e nelle prossime. Rende buona raccolta e vino eletto. L’uva si conserva bene nel verno, e diventa migliore.

Uve bianche.

Biancara o Pignola Vern. Sarmenti grossi, lunghi, a occhi distanti; foglie rotonde, appena lobate, e leggermente dentate; grappolo ovato, irregolare; acini tondi, fitti, di color d’oro, teneri di buccia. È coltivata nella Valle Pulicella; è fertile. Mista ad altre uve fa buon vino, ma è poco buona a mangiarsi.
Bigolona Vern. Sarmenti mediocri, foglie rotonde, appena lobate, coi lobi acuti, appena dentati, per di sotto biancastre; grappoli bislunghi; acini fitti, né grossi, né piccoli, tondi, di color oro, di buccia duretta, dolci. Coltivasi in Valle Pulicella, e può farsi con essa vino santo, mista ad altre uve. E’ fertile ma non tutti gli anni.» [2]

Il Roccolo Ditirambo di Aureliano Acanti (1754)

«Niun’altra provincia tante specie e si varie di vino produce quante ne produce la nostra.» Esordisce così l’abate Valerio Canati quando nel 1754 [3], sotto lo pseudonimo di Aureliano Acanti, quando pubblica “Il roccolo ditirambo”, la fonte forse più interessante e completa della storia dell’enologia vicentina. Il ditirambo elenca una serie di vini, accompagnati da aggettivi entusiastici, che si trovano nella provincia di Vicenza. Due vini, tra i molti, sono più diffusi: il Marzemino ed il Corbino. Il Torcolato di Breganze [4] ed il Durello (Occhio di pernice di Montorso) lo diventeranno in un futuro assai prossimo. Altre opere vicentine sono annoverate nell’ambito tecnico: il conte Antonio Pajello, nel 1774, scrive una memoria [5] sul metodo di coltivare le viti e produrre i vini, classificando i vini vicentini in asciutti, liquorosi e appassiti su arelle. Per questi ultimi, simili all’acinatico veronese, consiglia l’uso di 1/3 di uva Corvina e 1/3 di uva Marzemina. Alcuni ritengono che il vino appassito sulle arelle faccia riferimento al Recioto di Gambellara, anche se questo deve essere ottenuto dalle uve provenienti dal vitigno Garganega per almeno l’ 80% e per il rimanente da uve dei vitigni Pinot Bianco, Chardonnay e Trebbiano di Soave (nostrano) fino ad un massimo del 20%. Ma è un altro autore, Giovan Battista da San Martino, padre cappuccino dell’Ospedale Grande di Vicenza, che riporta in auge l’enologia vicentina, occupandosi, nel suo scritto diviso in tre parti, della fermentazione e degli aspetti ad essa connessi. Ancora legato all’idea di ‘flogisto’ [6], è però innovativo per almeno due aspetti: la macerazione a freddo che, bloccando la fermentazione, porta il mosto ad una  maggiore concentrazione e fornisce quella che lui chiama energia al vino; lo studio sul peso del mosto e sulle componenti zuccherine da dedurre per poterne prevedere una successiva correzione. Per Giovanni Battista da San Martino [7] è solo lo zucchero, a contatto con l’aria, l’elemento atto alla fermentazione del vino, ed è per questo che è proprio su di esso e sulle tempistiche legate al processo fermentativo che il vignaiolo può intervenire sulla realizzazione finale del vino.

Di minor spessore enologico, ma sicuramente in linea con la lunga storia dei sonetti dedicati a Dioniso, Ludovico Pastò, poeta dialettale e medico, dedica il suo ditirambo, “El vin friularo de Bagnoli’ al vino friularo, zona padovana” [8], che fa coincidere il vitigno Raboso del Piave con un biotipo autoctono: «Il Raboso era coltivato anche nel Padovano, col nome di Friularo. Con questo nome venne cantato nel ditirambo El vin friularo de Bagnoli dal poeta veneziano Ludovico Pastò, che alla fine del ‘700 esercitava la professione medica nel paese padovano: ‘Fra i vini el più stimabile / el più bon, el più perfeto / xe sto caro vin amabile / sto friularo benedeto’. Nel fervore poetico, ma forse anche seguendo una tradizione, Pastò attribuì l’introduzione di questo vino nell’Italia nordorientale nientemeno che a Giulio Cesare che lo portò a Udine, da dove venne poi diffuso a Bagnoli, dove trovò l’ambiente ideale. In realtà, l’introduzione sarebbe dovuta ai nobili Widmann e databile alla metà del XVII secolo. Anche il Friularo, allora considerato distinto dal Raboso, era considerato dai Veneziani ‘vin da viajo’, ‘vino da viaggio’, per la sua resistenza al trasporto che lo rendeva adatto all’esportazione.»

Spostandoci verso la marca Trevigiana, il ruolo più importante viene assunto dall’Accademia di Conegliano: viene istituita nel 1769 come evoluzione dell’Accademia degli Aspiranti (1603). Queste accademie sono in sostanza dei circoli culturali formati da proprietari viticoli, tecnici, studiosi ed intellettuali che si riuniscono per dibattere i comuni problemi con i massimi esperti del settore, catalogare in modo sistematico i vigneti, la loro estensione, qualità e quantità di uva prodotta. In una di queste assemblee, nel 1772, viene citato, per la prima volta dall’accademico Francesco Maria Malvolti, il Prosecco.

La Scuola Enologica Cerletti di Conegliano

Il Prosecco [9] «nasce da un’uva non autoctona perché tornando agli interventi di Del Giudice e Caronelli all’Accademia Agraria di Conegliano non si trova nominato il Prosecco tra i vecchi vitigni delle colline di Conegliano Valdobbiadene. Non ci sono per ora arrivati documenti del passaggio del Prosecco dal Carso al Conegliano Valdobbiadene, ma nel 1772 il Malvolti la considera come uno dei vini prodotti nella zona e questo fa pensare che fosse qui coltivato da diversi anni. A ricordarlo è anche il reverendo Del Giudice che lo considera uno dei migliori vitigni insieme alla Bianchetta e alla Marzemina. Fatto di importanza storica se si considera che ancora oggi la Bianchetta è coltivata tra le colline di Conegliano Valdobbiadene e rappresenta la continuazione storica che fin dal medioevo ha fatto del bianco di Conegliano Valdobbiadene uno dei più richiesti ed apprezzati. Mentre il Prosecco è diventato lo spumante Italiano più famoso, oltre che ad essere principe assoluto delle nostre colline.» [10]

Per concludere la carrellata di scrittori veneti sul vino, non si può non menzionare l’opera del veneziano Vincenzo Dandolo, chimico, farmacista, agricoltore ed enologo. Traduttore, con aggiunta di note personali, di alcuni dei testi fondamentali della chimica contemporanea, da Lavoiser, a Morveau, a Foucroy e più avanti di Berthollet, scrive testi sulla bachicoltura, sulle patate, sull’allevamento delle pecore merine, sulla necessità di creare nuove industrie nel Regno e sull’enologia. Il testo più famoso che inizialmente viene dato alle stampe come “Enologia, ovvero l’arte di fare, di conservare e far viaggiare i vini nel Regno” è del 1812 e prenderà poi il titolo definitivo, con estrapolazioni divulgative, di “Istruzioni pratiche sul modo di ben fare il vino tratte dall’Enologia del Conte Senator Dandolo e dal medesimo indirizzate ai Parochi e agli agricoltori del Regno” per la Stamperia Reale a Milano. Il testo vedrà numerose ristampe nel 1814, nel 1819, nel 1820, nel 1821 e nel 1837. Grande importanza, ed è sicuramente una delle prime opere a farlo, viene attribuita alle funzioni dei lieviti.

NOTE

[1]     Il testo di riferimento è: Giampiero Rorato, Lamberto Paronetto, Antonio Calò, Veneto. Storia regionale della vite e del vino, Accademia Italiana della Vite e del Vino e Unione Italiana Vini Editrice, Milano, 1996.

[2]     Ciro Pollini, Memorie dell’Accademia d’agricoltura, commercio ed arti di Verona Di Accademia d’agricoltura, commercio ed arti di Verona, Volume X,  Dalla società tipografica Paolo Libanti, Verona 1824, pp 143,146

[3]     Il Roccolo ditirambo di Aureliano Accanti, Acc. Olimpico Vicentino, In Venezia, 1754 Nella Stamperia Pezzana

[4]     Torcolato

« Riposata l’uva per due o tre mesi, vien pigiata ed il vino dopo 24 ore di fermentazione è posto nei fusti. Soltanto dopo 5 o 6 anni  il vero torcolato vien posto nelle bottiglie, tenute allora nel massimo onore. Con le graspe del vino torchiato si rende più amabile il vino comune, facendolo attraverso ad esse passare, l’onore, l’orgoglio di Breganze è il suo vino ‘Torcolato, quasi blasone del paese ridente’. Il modo di preparazione – così, succintamente, enunciato dal Da Schio è rimasto pressoché lo stesso nel tempo. Quando i grappoli d‘uva, prevalentemente vespaiola, ma di norma anche, in parte minore, Tocai, Garganega e, talora, Pedevenda o Durella  (e fino agli inizi del secolo anche Picolit di locale produzione) sono maturi, essi vengono oculatamente scelti e quindi appesi con degli spaghi, attorcigliati (e cioè ‘torcolati’, appunto: di qui forse il nome del vino) alle travi di soffitte asciutte e aerate (ove gli acini guasti gradualmente si staccano) o su graticci o cassettine di legno in esse collocati. Dopo qualche mese, in cui le uve sono state lasciate appassire, hanno perso buona parte del peso ed il loro succo è diventato sempre più dolce, si procede non più alla pigiatura degli ormai asciugatisi acini – col rischio di rompere il graspo e provocare un gusto amarognolo -, bensì alla loro torchiatura.
Le uve vengono cioè ‘torcolate’: ed anche questo può giustificare il nome del vino che, lasciato fermentare lentamente, invecchia – oggi – in botticelle di rovere prima di essere messo in bottiglia, dove può rimanere – cangiando nel frattempo l’intensità del suo dorato giallo colore – per qualche mese (per essere bevuto giovane e ricco del suo gusto variamente fruttato) o svariati anni (anche una decina), per essere apprezzato ancor profumato ma più maturo e pieno nel gusto (…)» Note scritte dall’Avv. Marino Breganze

[5]     Antonio Pajiello, Memoria che ha riportato il premio dalla pubblica Società d’agricoltura di Vicenza rispondendo al problema proposto l’anno 1773. Quale possa essere il miglior metodo di coltivare le viti si delle pianure, come delle colline della provincia vicentina, di vendemmiare e di fare i vini tanto alla maniera oltramontana, come de’ Greci, e d’altri esteri paesi … Del nobile signor conte Antonio Pajello socio ordinario della medesima, onorario di quella d’Udine & c, Stamperia Vendramini Mosca, Vicenza 1774.

[6]      “Denominazione data dai chimici del 18° sec. a un’ipotetica sostanza imponderabile che si sarebbe dovuta liberare nella combustione o nella calcinazione dei metalli, riconosciute come fenomeni della stessa natura. Si riteneva infatti (J.J. Becher, G.E. Stahl ecc.) che i corpi combustibili e quei metalli che per riscaldamento dell’aria si trasformano in calci (cioè si ossidano) fossero costituiti da almeno due componenti, uno dei quali, il f., eliminabile per combustione o calcinazione.” Da Treccani

[7]     Giovan Battista da San Martino, Ricerche fisiche sopra la fermentazione vinosa, Giuseppe Tofani, Firenze 1787, Antonio Giusto, Vicenza 1789.

[8]     Attualmente, con il Decreto Ministeriale del 16 agosto 1995 (G.U. n. 234 del 6/10/95) è stata riconosciuta la zona a denominazione di origine controllata ‘Bagnoli’ che comprende l’intero territorio dei comuni di: Agna, Arre, Bagnoli di Sopra, Battaglia Terme, Bovolenta, Candiana, Cartura, Conselve, Due Carrare, Monselice, Pernumia, S. Pietro Viminario, Terrassa Padovana e Tribano, tutti in provincia di Padova. Con lo stesso Decreto è stata anche riconosciuta la zona di produzione delle uve atte a produrre i vini a D.O.C. ‘Bagnoli’, designabili con la menzione ‘Classico’, che è limitata al solo territorio del comune di Bagnoli di Sopra

[9]  Questo vitigno è considerato originario delle colline triestine dove esiste una località chiamata Prosecco e un vitigno molto simile denominato Glera. Da un antico vitigno Romano detto Pucinum, coltivato in queste terre, secondo le tesi più attendibili deriverebbero il Prosecco Trevigiano e il Serprino Padovano. Esistono vari tipi di Prosecco: il Prosecco tondo, il Prosecco Balbi, e il Prosecco Lungo. Il Prosecco è un vitigno vigoroso con tralci marroni e grappoli piuttosto grandi, lunghi e alati. Il colore degli acini a maturazione è giallo dorato.

[10]  Marco Merotto, Il Prosecco, in www.tigulliovino.it

 

La scomparsa dei gavettoni e l’aumento esponenziale dei dispositivi elettronici

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Di Nevit Dilmen (talk) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10907729

Non so se Annibale e i suoi elefanti, o al massimo il fratello e i suoi rinforzi, si siano mai gettati nel Trebbia, poco prima di Ottone, in una di quelle anse di acque fresche e cristalline e in costante scorrimento fluviale, ma io sì e questa estate pure spesso tanto è il caldo.

Così, l’altro ieri, festanti e festosi genitori portiamo ciurme adolescenziali ad immergere i loro bollenti spiriti nel fiume. Soltanto due, tra loro, decidono di rimanere in costume e maglietta e di non bagnarsi null’altro se non le timide punte dei piedi. Occasione mai fu più ghiotta per un giocherellone del mio calibro. Li adocchio per un po’ e poi, coadiuvato da un altro volenteroso e prestante ragazzo, mi getto come una preda su di uno dei due timidi fanciulli. Lo prendiamo per le spalle e per i piedi, come è d’uso in queste occasioni, lo scrolliamo un po’ mentre lui se la ride di gusto senza opporre grande resistenza. Poi, sempre secondo usanza, ma senza alcuna violenza ondulatoria, lo appoggiamo dolcemente nelle fresche acque fiumane. Se non che, dopo tutto questo trambusto, il giovane malcapitato si accorge di avere nella tasca del costume il suo electronic device!, uno smartphone di ultima generazione il quale, dopo alcuni timidi singhiozzi, si spegne sputando quel po’ di acqua che ancora gli circola fra la batteria al litio e il System on a Chip. Alle risate, il panico. Cerco di riscaldare lo smartphone come fosse un piccolo cucciolo di lontra abbandonato, ma lui niente. Allora lo porto a casa e lo immergo in almeno un chilo e mezzo di ottimo riso arborio, dotato di ampie facoltà deumidificanti e assorbenti, ma sempre nulla. Questa mattina scendo a Genova e mi reco in un noto centro di riparazione di electronic device. Il commesso mi guarda e fa: “E’ la peggiore cosa che potrebbe accadere ad uno smartphone. Le dirò qualcosa domani”. Esco dal negozio e penso mestamente, quasi disperato, che è viva in me una parte antica in cui l’elettronica presenziava a malapena nei flipper e nel giochino di Pac-Man. Tento di aggiornarmi, ma vivo in una costante scissione, e l’età non è d’aiuto. Glielo ricompro e la faccio finita lì. Questa sera il giovane delle acque è venuto anche a cena da noi e mi ha pure chiesto come andava: sa benissimo che la vera vittima sono io. Insomma devo piantarla di fare giochi cialtroneschi e forse dovrei dedicarmi con maggiore diligenza alle battute sui social.

Il linguaggio delle “idee senza parole”. Dietro la “Lega” e oltre

Tradizione, Terra, Origine, Storia, Buonsenso, Comunità, naturalmente maiuscolizzate, sono parole-simbolo che, forti di un substrato mitico, presumono un retaggio di verità esoteriche. Le idee sottostanti hanno uno scheletro morfologico e sintattico che ha un rapporto con queste parole fatto di relazioni precarie, temporanee e approssimative. Dicono e nello stesso tempo celano nella sfera segreta del simbolo: le proposizioni caratterizzate da stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti impiegano sintagmi e pochi vocaboli: “il linguaggio delle idee senza parole presume di poter dire veramente, dunque dire e insieme celare nella sfera segreta del simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine” (Furio Jesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole”, Garzanti, Milano 1993). Il “tanti nemici, tanto onore!” di lontana memoria. Sono i miti e i riti che il parlante ha in comune con l’ascoltatore: “Voglio fare prima con voi un giuramento – dice Salvini in chiusura del comizio a Milano – mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, ai sessanta milioni di italiani, di servirvi con onestà e con coraggio. Giuro di applicare davvero quanto previsto dalla Costituzione italiana da alcuni ignorata e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro. Lo giurate assieme a me? Andiamo a governare, riprendiamoci questo Paese” (Fonte “il Giorno” del 24 febbraio 2018).

La radicalità del discorso leghista passa sia dalle enunciazioni mitopoietiche sia dai necessari e conseguenti riti liturgici volti a creare una comunità solidale di appartenenza. La separazione dall’altro procede attraverso la riformulazione continua del primato etnico recuperando, di fatto, il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate” (Attilio Fontana candidato della Lega Nord alle regionali lombarde. Fonte “Il Giornale” del 16/01/2018). Ogni società nasce ai propri occhi nel momento in cui si dà la narrazione della sua violenza –  afferma J. P. Faye (“Violenza”, in Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1981): la narrazione agisce e cambia l’azione stessa mentre la racconta. Per tale motivo, cambiando ciò che essa racconta, essa cambia se stessa raccontando. La narrazione come oggetto che cambia e che cambia il suo oggetto. Ecco il primo assioma, o la serie assiomatica da cui si dovrà partire: “Bisogna salvare chiunque in mezzo al mare, ma poi riportarlo indietro. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. (Salvini, fonte Il Giornale del 12/01/2017)

Invasione, sostituzione e animalizzazione. Ci si chiede perché possa rivelarsi al pubblico e in pubblico, senza alcun ignominia personale, gente che esulta per la morte di persone, bambini compresi, annegati nel Mediterraneo o che alcuni si compiacciano, mostrando l’orrida lingua e il raccapricciante volto in pubblico, per il ferimento mortale di una neonata rom in braccio a sua madre. La ragione è presto detta: l’animalizzazione dell’altro, ovvero la sottrazione del nemico immaginato al proprio genere, quello umano, e la sua conseguente bestializzazione fisica, psichica e morale. (Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850 – 1920), Einaudi, Torino 2011) La storia è piena di metafore zoomorfe: l’alterità irriducibile a sé permettere di derubricare ogni comportamento criminale rivolto ad un essere umano paradigmatico, indistinto e appartenente ad una genia disumanizzata e perciò stessa animalizzata. Prima tocca ai meridionali, poi ai migranti, dunque agli zingari e infine a tutti coloro che non rientrano nei codici stereotipati dei valori integrati ed integrali dell’uomo occidentale bianco, apparentemente monogamo, sicuramente eterosessuale, tanto riproduttivo quanto produttivo, possibilmente benestante: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata e finanziata, la stessa che stanno subendo gli italiani, oppressi dai clandestini” (Salvini, agosto 2016, al comizio di Ferragosto a Ponte di Legno. Fonte panorama.it). In questo senso anche un cristianesimo astratto, la cui necessità ed esistenza serve solo a garantire la costruzione del modello fondativo italico-padano e dei i suoi naturali disposti valoriali funziona come “il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serva a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna, e che poi talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri lo stesso stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi anche il sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella innanzitutto di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un ‘eterno presente’”. (F. Jesi, Scienza del mito e critica letteraria in ID., Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke, D’Anna, Messina-Firenze 1976)

La posizione e il campo di appartenenza valgono in sé e per sé come qualificazione di presunta veridicità: ciò che si afferma sfugge, infine, ad ogni ipotesi di verificabilità proprio nella misura in cui ogni assioma contiene in sé verità non solo non dimostrabili, ma a cui non avrebbe alcun senso domandare una qualsivoglia attendibilità. Ponendosi come verità illimitate, piene ed inequivocabili, le  ricadute di quei paradigmi assoluti possono tenere a sé il falso. Un  falso che non può in alcun modo prestarsi ad essere confutato. Il proliferare di notizie mendaci credute come veritiere fa parte di questo processo di posizionamento e di incorporazione. In questo senso a nulla valgono le smentite di forma e di sostanza: non tanto perché in assoluto non valevoli, ma perché non aderenti al campo “giusto”.

Il mito è dunque un valore che non ha per sanzione la verità: “niente gli impedisce di essere un alibi perpetuo: gli è sufficiente che il significante abbia due facce per avere sempre a disposizione un altrove: il senso è sempre pronto a presentare la forma; la forma è sempre pronta a distanziare il senso. E non c’è mai contraddizione, conflitto, deflagrazione tra il senso e la forma: essi non si trovano mai nel medesimo punto. Allo stesso modo, se sono in automobile e guardo il paesaggio attraverso il vetro, posso puntare a piacere sul paesaggio o sul vetro: ora percepirò la presenza del vetro e la distanza dal paesaggio; ora al contrario la trasparenza del vetro e la profondità del paesaggio. Ma il risultato di questa alternanza sarà costante, il vetro mi sarà contemporaneamente presente e vuoto, il paesaggio mi sarà contemporaneamente irreale e pieno. Lo stesso nel significante mitico: la forma è vuota ma presente, il senso è assente e tuttavia pieno. (R. Barthes, Mythologie, Éditions du Seuil, Paris 1957 in ID. Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994).

La stessa distanza si crea tra simboli esibiti, siano essi crocifissi, rosari, marchi di abbigliamento come stilemi d’appartenenza ad una vasta area della destra radicale, bracciali di stretta osservanza e di reciproco riconoscimento ultras… e l’enigma che, nascondendo in sé la sua regola costitutiva, non offre la possibilità che il suo significato sia compreso: “Oggetto del simbolismo è l’aumento dell’importanza di ciò che è simbolizzato” (Whitehead, Simbolismo, in Gennaro Sasso, Allegoria e simbolo, Aragno, Torino 2014)

Serrare tra le dita della mano un Cristo penzolante abbarbicato all’altalena di un rosario non conduce verso la comprensione di una attendibilità storica di amor caritatevole, a fondamento della società  preconizzata, ma allarga lo iato tra immagine esibita e il contenuto di verità presunta. E questo iato non è altro che una religio mortis.

Foto tratta da wikipedia common

Il vino e il problema della “troppità”

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≪Scrivo perché non so fare altro;

o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare≫

Giorgio Manganelli

 

Non vi è alcun dubbio che svariati vini, modernamente o anticamente intesi, abbiano un problema di “troppità”. Troppità fu un neologismo coniato da Giorgio Manganelli che, né il fu Battaglia né l’Accademia della Crusca, vollero registrare come tale e che, come tale appunto, rimase orfano e incompiuto: “Roma” – scrisse Manganelli – “è un esempio di troppità. Troppe macchine, troppi corazzieri, troppi ambasciatori, troppi ‘Boh’, troppe cacche di cane, troppi ruderi, troppe case, troppe strade, e infine troppi maschi e troppe femmine, troppi bambini, troppi di mezza età, troppi anziani, troppi vecchietti, troppi morti, troppi nati”(Improvvisi per macchina da scrivere). Ma non voglio essere iniquo: anche la mia città, Torino, ne è zeppa. Troppi gianduiotti, troppe strade parallele, troppe strade perpendicolari, troppe periferie, troppi ‘neh!’, troppi piciu, troppi cicles.

E dunque ci sono dei vini che vivono lo stesso problema: hanno troppo di tutto e, manco a dirlo, quelle troppità non stanno neppure bene insieme. Noi sappiamo che il troppo stroppia: per metàtesi, fenomeno fonetico per cui uno o più suoni possono gigionare, girovagando, all’interno di una parola, storpia. Storpia, cioè deturpa, da quella parola turpis che, senza andare troppo in fondo, arriva al dunque: se una cosa è affetta da troppità è pure brutta. Perché, poi, al contrario, ci sono dei vini che hanno fin tanto di tutto, ma che altrimenti non potrebbe essere. Ma quel tanto non è mai troppo, cioè non va mai a discapito dell’altro che pure non è poco. Invece, ci sono quelli che hanno più tannini che occhi per piangere; alcoli monovalenti e polivalenti a piacere; lattoni, chetoni, acetali come se non ci fosse un domani; vasche di monosaccaridi; acidi acetici e propionici a sufficienza per raggiungere l’orbita di Saturno e solfuri e mercaptani che vagabondano impudenti tra neuro-recettori increduli. “Che la forza, oppure che lo sforzo, sia con lui” è una questione di stile produttivo e di comprensione della natura.

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