In un eterno presente

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1]

La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck [2] individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare un’aspettativa incontenibile, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire.

La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’auto-commemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789 e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia. È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente?

[1] François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007

[3]François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180

Resoconti improbabili dal mondo di poi sulla Grande Peste del 2020

Description: Copper engraving of Doctor Schnabel [i.e Dr. Beak], a plague doctor in seventeenth-century Rome, with a satirical macaronic poem
Domaine public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15677032

Resoconto storico per le scuole dell’infanzia e della prima gioventù imberbe sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Questo tentativo assai maldestro, ma tenete in debito conto che la sperimentazione genetica era, a quei tempi, cosa assai rozza e non priva di altissimi rischi, aveva lo scopo di creare una carne adatta ad usi diversi e nondimeno alla possibilità non remota di una sua possibile friggitura. Ebbene in quel mercato ittico, come era d’abitudine, compratori e venditori si radunavano per assaporare i pesci nella loro superba crudità così da stabilire un prezzo di equilibrio nella compravendita. Il notevole incrocio genetico veniva poi accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. Non è dato sapere se quel terrificante virus si annidiasse nelle chele del granchio oppure nella noce di cocco del polpo, ma tant’è che si diffuse dapprima negli inconsapevoli assaggiatori e dopo di ciò in larga parte del genere umano. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto sul complotto della Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Secondo fonti affidabili coeve agli avvenimenti in questione, sappiamo per certo che una brigata dell’intelligence americana, coadiuvata da alcuni scienziati dissidenti provenienti da Hong Kong, aprì un piccolo chiosco all’interno del mercato del pesce votato ad offrire, ad un pubblico assai esigente, le ultime novità in campo della genetica combinatoria sui pesci e sui molluschi introvabili. L’incrocio tra il polpo della noce e il granchio freccia venne offerto in assaggio, naturalmente crudo, ad un abituale frequentatore del mercato stesso, un noto medico virologo dipendente dell’Ospedale “della Grande Guarigione” di Wuhan. La notevole intersezione genetica veniva poi accompagnata da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. I calcoli degli statunitensi, però, furono completamente erronei: essi presupponevano, infatti, non solo che non si sarebbe mai diffuso nella loro terra, ma che il famoso centro di ricerche sperimentali dell’Oklahoma sarebbe riuscito a trovare l’antidoto necessario alla proliferazione del virus, permettendo così sia di ripianare i debiti statunitensi, sia di ristabilire il loro dominio su larga parte del mondo. Come vi è ora noto gli USA sono una piccola colonia del più potente Impero Lunare stabilmente organizzato e diretto da un gruppo di esuli ecuadoriani che lì si stabilirono nel 2028 (credo nella tarda primavera). La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto scientifico sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. La tecnica usata per ricostruire la storia evolutiva del virus SARS-CoV-2 da quel famoso mercato ittico è quella degli alberi filogenetici: come in qualsiasi specie animale o vegetale le generazioni di assaggiatori di pesce crudo hanno accumulato sul genoma una serie di mutazioni, molte delle quali su regioni non codificanti del DNA. Il corona-virus, mutando assai velocemente, aveva acquisito diversi ceppi virali con molti nucleotidi di differenza, da cui la sua forza, la sua resistenza e l’implacabile diffusione. Anche se il pesce crudo fu accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio, il terpene più importante, il parament-1- ene-7,8 diolo e la presenza del metil salicilato non furono in grado di annientare il corona-virus. Bisognò aspettare il famoso vaccino centrato sulla proteina virale in grado di attivare una forte risposta immune contro il Covid-19, per arrivare a sconfiggere il temuto virus. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Minimizzazioni e drammatizzazioni al tempo del pensiero trasbordante

New morality; — or — The promis’d installment of the high priest of the Theophilanthropes, with the homage of Leviathan and his suite

Ci sono epoche che fanno pensare più di altre e ci sono epoche che fanno pensare meno di altre. Non che in queste ultime non succeda niente o che non succeda qualcosa di molto più importante in quelle parti del mondo di cui non si ha alcuna consapevolezza e neppure si vuole averla. Diciamo che tutto succede sull’onda di qualcosa che prosegue lungamente, lentamente e in modo più o meno prevedibile: un governo balneare che si alterna ad un governo lunare, carovita e tassi inflattivi assolutamente esagerati, ma ampiamente recuperati da una “scala mobile” bonaria e includente, prime repubbliche che stagnano, campionati che sorprendono in dispute in cui prevale il gioco all’italiana, pranzi domenicali con i nonni, gite scolastiche di almeno una settimana, stagioni che si alternano secondo uno schema riconosciuto e rassicurante, top ten musicali che durano parecchi mesi, maglioni e dolcevita a coprire antichi pudori.

Poi ci sono epoche che fanno pensare di più, o molto di più, come la nostra. A volte credo che facciano pensare troppo: pensare troppo non significa necessariamente ragionare ma, al contrario, avere troppi pensieri, la testa ingombra, zeppa, esausta e trasbordante quindi portata a non riflettere più del tutto. La socialità condivisa, in più, oltre che ad obbligare a tante cose, costringe ad essere parte di un dibattito continuo, ininterrotto, fino sfiancante: essa riempie costantemente e incessantemente di contenuti e di pseudo-contenuti i residui interstizi cerebrali ancora liberi. In un contesto di saturazione e di scarsa selezione delle informazioni rilevanti/importanti, il sistema ha esaltato, tra i molti, due produttori di categorie interpretative: i “drammatizzatori” e i “minimizzatori”. Entrambi veicolano le informazioni ricevute all’interno dell’involucro che vogliono servire caldo alla mercé dei propri interlocutori: se partiamo dal presupposto, o almeno io lo faccio, che ogni decodificazione dell’esistente passi al vaglio di un sistema ideologico sottostante e che dunque nessuna di queste venga esclusa da una lettura politica, le categorie dei “drammatizzatori” e dei “minimizzatori” sono, a loro modo, iper-ideologiche: ogni informazione viene selezionata a prova del principio postulato in modo tale che non esistano dubbi cognitivi di sorta, incongruenze palpabili, aporie inconfessabili e scenari non condivisi. Si faccia bene attenzione: non necessariamente i “drammatizzatori” e i “minimizzatori” appartengono a categorie politiche che abitualmente potrebbero definirsi come “estreme”: possono esserlo, ma anche no. La cosa fondamentale è quanto sopra: i fatti, selezionati a proprio comodo, così come dichiarazioni prese a piacimento, servono a rafforzare l’impianto iper-ideologico sottostante. Estremismi e moderatismi di varia natura possono, al contrario, convergere sull’analisi, ma divergere fondamentalmente sugli esiti possibili o su quanto si auspica possa accadere. Altro dato rilevante è dato dal fatto che né i “drammatizzatori” né i “minimizzatori” rilevano o sollevano le questioni da qualche gravità proprio perché il loro compito non è quello di valutare l’impianto sottostante, ma soltanto di farlo coincidere con quanto i postulati anticipati affermano. Per cui è molto facile notare come un “minimizzatore” di un certo argomento passi ad essere un “drammatizzatore” in tutt’altra esibizione. Ma, ed è questo il dato eclatante, ci troviamo in un momento in cui non solo le due figure coincidono con la stessa persona, ma che la persona in questione, sia esso un essere umano singolo o un apparato collettivo molteplice e variegato, esprime allo stesso istante e nelle medesime circostanze schizofreniche espressioni di rassicurazione e di esagerazione. E non è un caso che in questa nostra epoca ci sia una massima coincidenza tra “drammatizzatori” e “minimizzatori” governati e governanti.

Qualcosa che potrebbe stare per qualcos’altro: due parole sul “mi piace/dito all’insù” di facebook.

Ferdinand de Saussure

Mi piace e pollice all’insù” (o forse no)

Qualche giorno fa un’amica mi chiede di rendere conto di un “mi piace/pollice all’insù” dato su facebook ad una pagina istituzionale di una associazione di sommellerie. La domanda, quanto mai inattesa, coinvolge il senso e le ragioni di quel “mi piace” con tutte le condizioni esplicite ed implicite del gesto: nella sostanza mi si reclamano le ragioni di tale apprezzamento in ragione del fatto che le modalità comunicative di quell’associazione utilizzano delle immagini alquanto stereotipate, scorrete (impugnatura del bicchiere) e con richiami espliciti di tipo sessista/maschilista (una ragazza molto bella dallo sguardo ammiccante). Se, immediatamente, ho ritenuto la domanda spiazzante perché interessava un piano non necessariamente motivabile in termini di condivisione valoriale attraverso il processo dell’apposizione “mi piace/ pollice all’insù” (e spiegherò il perché), successivamente ho ritenuto che l’accaduto potesse darmi, al contrario, la ragione per approfondire la questione. Perché la domanda penetra in un punto scoperto del sistema. O, forse, sarebbe meglio dire che la domanda interessa più relazioni semantiche legate al linguaggio verbale/segni.

Segno, simbolo, denotazione e connotazione.

Umberto Eco, in “Semiotica e filosofia del linguaggio” (Einaudi, 1984:12) scrive a proposito dei segni: «Un tale ha all’occhiello un distintivo con una falce e un martello. Si è di fronte a un caso di “significato inteso” (quel tale vuole dire che è comunista), di rappresentazione pittorica (quel distintivo rappresenta “simbolicamente” la fusione tra operai e contadini) o di prova inferenziale (se porta quel distintivo, allora è comunista)?» Qualcosa diventa un segno solo se qualcuno lo interpreta come qualcosa che sta per qualcos’altro. I segni, nella loro varietà, assolvono tutti alla stessa funzione: quella di rendere significante (e sensata) la nostra vita associata.

E ancora: «Ma se si può fare una metafora (cfr. l’articolo «Metafora» in Enciclopedia Einaudi, IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, aggiungendo quindi a «leone» una figura di «umanità», e riverberando sulla classe dei re una proprietà di «animalità», questo accade proprio perché sia /re/ sia /leone/ preesistevano come funtivi di due funzioni segniche in qualche modo codificate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una cosa è una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) è al tempo stesso un’altra. Quello che c’è di fecondo nelle tematiche della testualità è tuttavia l’idea che, perché la manifestazione testuale possa svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesistenti, bisogna che qualcosa nella funzione segnica (e cioè il reticolo delle figure del contenuto) appaia già come gruppo di istruzioni orientato alla costruibilità di testi diversi. Dunque, almeno nell’apparenza un significante rimanda pur sempre ad una serie di significati espliciti, dichiarati e ad una serie di significati impliciti, relazionali, di senso inteso o sottaciuto». (Umberto Eco, Segno e inferenza, Einaudi, Torino 1997: 21)

Apparentemente questa relazione biunivoca dovrebbe facilitare la nostra comprensione quantomeno sui significati intesi. In realtà le cose si complicano per diversi ordini di ragioni:

  1. Un’immagine, ma potrebbe dirsi lo stesso per un simbolo, è polisemica, rimanda cioè a differenti significati. La parola legata all’immagine o al simbolo ha la funzione di condurre il lettore attraverso alcuni significati e non altri: ha una funzione direttiva, repressiva e di ancoraggio ideologico. Ad esempio la didascalia di una foto.
  2. Di fronte ad un messaggio di prima intenzione (denotativo), “casa”, ovvero “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione”, ci sono sistemi di secondo senso (connotativi): “protezione”, “famiglia”, “patria”, “confini” fisici e relazionali…: «Questa elaborazione, talora palese, talora dissimulata, razionalizzata, è molto vicina a un’autentica antropologia storica. […] Dal canto suo il significato di connotazione ha un carattere ad un tempo generale, globale e diffuso: è, se si vuole, un frammento di ideologia […]. Questi significati comunicano strettamente con la cultura, il sapere, la storia, ed è attraverso di essi, se così si può dire, che il mondo penetra il sistema. L’ideologia sarebbe insomma la forma dei significati di connotazione, mentre la retorica sarebbe la forma dei connotatori». (Roland Barthes, Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 2002)
  3. Il rapporto tra denotazione e connotazione è nella sua sostanza ambivalente e, nello stesso tempo, politico: la denotazione non è il primo significato, ma finge di esserlo. La connotazione, in breve, produce l’illusione della denotazione, l’illusione del linguaggio come trasparente e del significante e del significato come identici. Quando assimiliamo le denotazioni per la prima volta, ci posizioniamo anche all’interno dell’ideologia, imparando allo stesso tempo le connotazioni dominanti. In altre parole il significato esplicito e quelli impliciti fanno parte della stessa natura: il primo serve a naturalizzare i secondi e renderli a noi familiari.

Veniamo ora a quelle che sono le intenzionalità base o convenzionali che il sistema facebook riconosce al tasto “mi piace/pollice all’insù”.

1) Esplicito, convenzionale e denotativo: verbo intransitivo, riuscire gradito, bene accetto, rispondere pienamente ai gusti, alle esigenze, alle aspirazioni personali. Come il suo contrario (dispiacere), si costruisce spesso con prop. soggettiva o è usato impersonalmente (dizionario Treccani) Questa situazione si verifica sia nel caso in cui l’apposizione sia data ad una pagina istituzionale sia nel caso in cui venga dato ad una esposizione estemporanea legata o meno a fatti contingenti (una frase, un pensiero, una foto, una vignetta, una notizia…)

2) Esplicito, convenzionale e denotativo: condizione informatica per cui l’apposizione di tale simbolo consente un legame permanente, almeno fino a recessione dell’intenzionalità esplicita o al termine della nostra iscrizione, con la pagina istituzionale dedicata. In questo caso non si tratta più di un evento estemporaneo, ma di un legame “duraturo” con un progetto con cui si vuole in qualche modo strutturare un legame.

Connotazioni: legami impliciti e disaccordi non evidenti.

Nel secondo caso il gradimento non è necessariamente scontato: una persona può dare il suo assenso (mi piace) al collegamento con tale o tal altra pagina esclusivamente perché ne vuole rimanere in contatto. Si dà il caso dei siti istituzionali, politicamente affini o avversi, soltanto per il fatto che questo sistema relazionale (mi piace/mano con pollice all’insù) permette un costante aggiornamento informativo di ciò che l’altro fa e dice di fare o che semplicemente pensa.

Sia nel primo che nel secondo caso, rientrano tutte quelle modalità di relazione personale supportate da amicizia vera, presunta, finta, da interessi personali, da relazioni estemporanee, da reali condivisioni, da convenienze o da semplici atti di gentilezza disinteressata in cui il “mi piace/mano con pollice all’insù” corrisponde ad una o più di queste relazioni esplicite e implicite. In ognuno di questi casi il simbolo/verbo non è in grado di spiegare nessuna di queste volontarietà, ma solo di presupporle.

Pensiamo, poi, a quei casi in cui il “mi piace/pollice all’insù” designa intenzionalità opposte: uno degli esempi più palesi riguarda la morte di qualcuno. Nella maggior parte delle situazioni il “mi piace/pollice all’insù” non indica in alcun modo il piacere della notizia ricevuta quanto la condivisione sentita (cordoglio) dell’evento luttuoso che si è verificato. In altri casi, minori ma non insignificanti, il “mi piace/pollice all’insù” è quello che la volontà palese vuole significare: giubilo gaudente. Successe in grande numero per la notizia della morte di Bin Laden tanto per fare un esempio comprensibile e, come dicevo poc’anzi, per tanti altri piccoli o grandi eventi similari. Ma l’esempio potrebbe trasporsi in contenuti assolutamente differenti.

Connotazioni e peccati di omissione. Il “mi piace/mano con pollice all’insù” come fosse una nota a piè di pagina.

In un bellissimo libro dall’oggetto alquanto insolito, “La nota a piè di pagina* Una storia curiosa” (Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000, pag. 20), Anthony Grafton scrive: “In Italia, per esempio, la nota spesso opera tanto per omissione quanto per ammissione. Il mancato riferimento a un particolare studioso o a un dato testo assume la portata di una dichiarazione polemica, di una damnatio memoriae, che la cerchia degli interessati immediatamente riconosce e decodifica. Ma la cerchia ha naturalmente una circonferenza ridotta. L’autore così strizza un occhio alla piccola comunità degli specialisti che conoscono quel linguaggio, e l’altro a quella assai più ampia degli storici e dei lettori che capitano, per caso, su una copia di una particolare rivista. Soltanto coloro che hanno memorizzato i puntini e i trattini del codice di citazione – un codice che muta, naturalmente, di ora in ora – leggeranno nelle omissioni le accuse e le polemiche. Ai non addetti le stesse note appariranno pacate e informative”.

Il “Mi piace/pollice all’insù” funziona, ovviamente secondo volontà del fruitore/commentatore/sodale e non dell’autore, in maniera similare: segna l’appartenenza ad una comunità; indica nell’autore un punto di riferimento imprescindibile, indipendentemente o meno dal contenuto espresso, rimarca i distinguo sia nei confronti di altri autori sia nei riguardi di comunità o individui che dal primo hanno preso e prendono le distanze. Un semplice “like” indica talora molto di più di quanto nel suo significato esplicito di piacevolezza voglia segnalare. In un sistema algebrico in cui “amicizia” sta per…, ma anche al posto di …, ogni funzione ad essa complementare o surrogata si dota delle stesse intenzionalità interpretabili in cui la ragione del gesto, al di fuori di una sua palese dichiarazione dell’interessato, resta priva di spiegazione. Non esiste tra simbolo/verbo (mi piace/ pollice all’insù), come abbiamo potuto vedere, un rapporto sostitutivo con l’intenzionalità dell’autore, ma solo un rapporto mediato col senso esplicito ed implicito che “facebook” assegna.

Il legame debole.

Altre volte, invece, il legame strutturato, ma bisognerebbe valutare caso per caso, è assai meno evidente e definito: il richiamo alla condivisione può essere dettato dal mero interesse; oppure ancora in riferimento e in luogo di una amicizia per cui si accorda un piacere non sulla base di quanto proposto; o semplicemente sugli effetti della relazione amicale in sé e così via. Diversi “mi piace/pollice all’insù” non presuppongo in itinere necessarie rivalutazioni da parte degli interessati: allo stesso modo con cui vengono accordati così possono rimanere per lungo tempo invariati, pur cambiando il contenuto della pagina “piaciuta” (nel mio caso non mi ero più occupato in alcun modo delle modalità comunicative di quella pagina allo stesso modo con cui non me ne occupo di molte altre a cui ho apposto per diverse ragioni sopra-elencate il “mi piace/pollice all’insù”). La mia, ovviamente, non può essere una giustificazione, né intende esserlo: diciamo che nel momento in cui si entra in un sistema comunicativo sovrastante si possono correre dei rischi più o meno prevedibili. Ma, ancora una volta, è il sistema di connotazione implicito nel mondo “facebook” che tiene dentro e naturalizza le sue denotazioni nella forma più ovvia: il “mi piace”. Da cui la domanda rivoltami dall’amica non virgolettata (è l’amica non virgolettata, la domanda sì).

Una breve digressione sul punteggio dei vini, numeri, chiocciole, faccine, bicchieri, soli o grappoli che siano.

Passare da un linguaggio verbale o segnico costruito intorno alla “langue” (Istituzione sociale e sistema di valori come parte sociale del linguaggio)e alla “parole”(combinazioni in base alle quali il soggetto parlante può utilizzare il codice della lingua per esprimere il suo pensiero personale) secondo il concetto dicotomico esplicitato da Saussure in “Cours de linguistique générale”(Losanna-Parigi, Payot, 1916), ad un simbolo grafico o ad un’immagine non è un tragitto di poco conto: non lo è per molte delle ragioni espresse qui sopra nonostante, come sapientemente riportato da Umberto Eco, questi siano delle convenzioni e dunque degli accordi segnici con cui delle comunità umane stringono delle relazioni operative. Pensiamo, anche solo per un momento ai voti scolastici: li comprendiamo nella loro essenza, sapendo che un quattro oltre che ad essere un rimando decisamente negativo potrebbe portare ad una sonora bocciatura, ma siamo in grado solo fino ad un certo punto di intendere il valore di senso che il soggetto erogante gli attribuisce, a meno che non espliciti a fianco una sequenza di “parole” socialmente comprensibili in un contesto valoriale (langue). E, neppure in questo caso, forse li capiremmo compiutamente. Quello che dobbiamo comunque cercare di comprendere, sia che si tratti di un “6–” o di un “83/100”, è il contesto di attribuzione sociale degli stessi, delle loro relazioni sociali e quindi politiche, e dunque economiche, e culturali all’interno di processi storici in cui i parametri di giudizio possono significativamente cambiare allo stesso modo con cui cambiano le relazioni di potere.

Cina, America e altri Occidenti. Ancora sui dazi sul vino e su altri generi più o meno voluttuari

La Grande Guerra di Mario Monicelli – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349255

Pensare che gli Stati Uniti d’America e che il loro caro leader Donald Trump abbiano intrapreso la strada della ritorsione economica a seguito dei finanziamenti pubblici di alcuni stati europei al progetto Airbus per ben 7,5 miliardi dollari viaggia di pari passo con l’idea che la prima guerra mondiale sia scoppiata in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Non che un pretesto non serva, ma di pretesto si tratta.

Proverò ad elencare una serie di questioni non sufficientemente trattate in modo tale che la forma dello scontro in atto assuma una fisionomia maggiormente definita e comprensibile.

Le elezioni americane, il formaggio e il latte.

Come molti di voi sapranno il prossimo martedì tre novembre 2020 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come si dice da quelle parti: “sink or swim” (o la va o la spacca) e per Trump “farla andare” significa prendersi, tra gli altri, il necessario stato “contadino” del Wisconsin. Proprio in quello stato abbarbicato a nord tra il Lago Superiore e il Lago Michigan chiudono due aziende casearie al giorno. Nello stesso tempo sono falliti due dei più grandi produttori di latte d’America: la Dean Foods e la concorrente Borden Diary presente sul mercato da oltre 164 anni (fonte: Federico Fubini, La caduta dell’export. E manca ancora una cabina di regia, “Corriere della Sera” 15 gennaio 2020)

D’altra parte Larry Summers, professore di Harvard, segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama, ricorda a tutti noi che, in anno di campagna elettorale, per Donald Trump conta di più fare il duro che avere ragione (fonte: Federico Fubini, “Ma Trump non mollerà, ora vuole colpire l’Europa”, “Corriere della Sera” 16 gennaio 2020). Non so com’è, ma mi ricorda qualcuno.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti sono indebitati sino al collo, ed anche in questo mi ricordano qualcun altro (molti altri a dire il vero). Il deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, cresciuto a dismisura dal 2001 in avanti, alla data 31/12/2019, ammontava a ben -320 miliardi dollari. Sì, avete letto bene e se non ci credete controllate qui:

2019: U.S. trade in goods with China

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html#2019

NOTE: All figures are in millions of U.S. dollars on a nominal basis, not seasonally adjusted unless otherwise specified. Details may not equal totals due to rounding. Table reflects only those months for which there was trade.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’Europa.

Eufemisticamente parlando anche qui il piatto piange. Al termine del 2019 il deficit commerciale degli USA nei confronti dell’Europa era pari a -162,570.5 miliardi di dollari. Continuate a leggere bene: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

Gli accordi con la Cina

Ipotizziamola così: non era possibile che gli Stati Uniti continuassero, visto il disavanzo totale della bilancia commerciale, una guerra aperta e totale contro mezzo pianeta, puntando esclusivamente ad un rafforzamento dei propri prodotti sul mercato locale: un conto è il latte, altro lo sono automobili, petrolio, prodotti agricoli di varia natura, prodotti dell’industria manifatturiera e via dicendo. Così hanno stipulato a spron battuto l’accordo di ieri in cui la Cina si è impegnata ad acquistare, nel corso di due anni, beni aggiuntivi per almeno 200 miliardi dollari nei settori dell’energia, dei servizi, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Disgregando i 200 miliardi per settore troviamo nel comparto energetico l’acquisto di gas liquefatto, di gas naturale e materie prime petrolchimiche pari a 52,4 miliardi di dollari; prodotti agricoli per 32 miliardi di dollari; auto, componentistica, aerei, microchip per 77,7 miliardi di dollari e 37,6 miliardi di dollari in servizi. In cambio gli Stati Uniti abbasseranno l’aliquota, imposta il primo settembre scorso, su 120 miliardi di dollari di merci cinesi, al 7,5%. Al contrario i dazi imposti sul oltre 250 miliardi di dollari in beni al 25% rimarranno intatti. In una seconda fase l’intento americano è quello di abolire tutti i dazi sui prodotti cinesi. Anche nel comparto informatico i dazi su 160 miliardi di dollari in prodotti cinesi sono stati sospesi a tempo indeterminato. La Cina, dal suo canto, non applicherà il 25% di contro-tariffe sulle auto americane. E, infine, c’è l’impegno della Cina di non utilizzare la svalutazione del cambio dello yuan per avvantaggiarsi negli scambi commerciali (Fonte: Riccardo Barlaam, Cina e Usa firmano il patto di distensione commerciale, “Ilsole24ore” del 16 gennaio 2020)

Il vino, l’Europa e chissà.

Secondo il Wine Insitute (https://wineinstitute.org) californiano i dazi applicati dalla Cina al vino americano importato, californiano in testa, sono arrivati  sino al 106% del prodotto totale (dicembre 2019). Insomma una bella botta. Questo ha ingenerato una contrazione delle esportazioni del vino statunitense in Cina che, se ne 2018 si attestavano all’incirca al 25%, nell’anno successivo hanno superato abbondantemente il 30%. Così anche l’Europa ha diminuito per almeno del 15% le importazioni del vino americano. L’ipotesi dei dazi americani al vino europeo, molto probabilmente, tengono in debito conto del primo dei fattori, ovvero del rapporto con la Cina e dei nuovi accordi nel settore commerciale che dovrebbero portare ad una diminuzione sostanziale delle tariffe doganali anche sui vini. Rimanendo aperta, invece, l’ipotesi bellico-commerciale anti-europea, gli Stati Uniti, al contrario, vorrebbero innalzare le tariffe su tutti i vini di marca Ue. Per l’Italia si parla di un rischio pari a 3 miliardi di export. C’è però un ma. Sebbene l’Europa, nel suo complesso, abbia diminuito l’acquisto di vino statunitense, rimane sempre il maggiore mercato dei vini d’oltre Oceano. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno esportato vino in Europa per una quantità di 204,660,479 litri pari ad un fatturato di 469,365,824 dollari.

Nello stesso anno gli USA hanno esportato vino in Cina per 12,332,002 litri pari ad un fatturato di 59,264,488 dollari.

L’Europa, insomma, compera per otto la quantità di vino statunitense che acquista la Cina.

Nessuno stupore, dunque, per il comunicato congiunto tra CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) e l’americano Wine Institute per l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino.

D’altra parte non tutto il protezionismo esce col buco e se qualche spiraglio c’è lo dobbiamo proprio a quel buco.

Sono uno juventino di merda e per di più un anarchico voluttuoso. Ma posso spiegare (almeno la prima)

La Juventus del 1905 per la prima volta campione d’Italia, dopo la vittoria nella Prima Categoria, con indosso la nuova maglia bianconera adottata stabilmente un paio d’anni prima

Prologo.

Quando si giunge ad una certa età è quanto mai opportuno rivelarsi compiutamente attraverso una comunicazione pubblica sui propri (presunti) difetti. Lo faccio e lo debbo fare per almeno due ordini di ragioni: la prima è che così non sono più obbligato a giustificare in sede privata la mia passione calcistica. In secondo luogo per non trovare, sull’annuncio di morte, una scritta del tipo: “Era un brav’uomo, peccato però che tenesse per la Juventus”.

Questo mio gesto pubblico non sarà privo di conseguenze umanamente provanti. Le amicizie in confidenza mi saluteranno, probabilmente, in questo modo: “ciao juventino di merda!” Le altre lo faranno in forma interrogativa: “Ciao, ah! ma sei tu lo juventino di merda?”

L’imbarazzo.

Di frequente mi trovo a rispondere a non-domande e pseudo-affermazioni di questo tenore: “Conoscendoti…:”- due punti con sospensione prolungata – “ma come fai a tifare per la Juventus?”; “Ti facevo dell’altra squadra…, che delusione!”; “Tieni per la squadra dei padroni!”….

Ecco allora che abbasso lo sguardo, farfuglio cose incomprensibili sulle contraddizioni in seno alla classe, con vaghi riferimenti alla teoria dell’alienazione e alla concentrazione del capitale; poi punto il piede a cui chiedo di compiere brevi e succinte rotazioni orarie – antiorarie – orarie e, infine, penso: “Ma che cosa vuole questo da me?”

La squadra del cuore.

Non so per quanto vi riguarda, ma sono sicuro almeno per me: ogni giustificazione ex-post che tenti di spiegare razionalmente i motivi per cui si tifa per una o per un’altra squadra è destinata, rapidamente, a sciogliersi nel seno delle proprie velleitarie incongruenze. Non mi è ancora capitato di conoscere qualcuno che, supportando la Fiorentina, mi abbia detto: “Ho scelto questa squadra dopo lunghi e attenti studi sulla “Nascita di Venere” del Botticelli”; neppure mi è mai capitato di incontrare un tifoso della Salernitana che abbia motivato la sua passione calcistica in ragione del campanile del Duomo in stile arabo-normanno. La squadra, al pari di una fede religiosa, viene consegnata nella primissima infanzia da un tramite umano, famigliare o amicale e da un contesto sociale, di scuola o di quartiere. Niente più e niente di meno. Poi, sempre al pari di una fede, la si può ripudiare, la si può rendere consuetudine (sono del Genoa, perché lo era mio nonno, ma non la seguo più di tanto, che somiglia al “vado a messa tutte le festività comandate e raccomandate”), oppure la si può abbracciare nelle sue profonde e laceranti antinomie. La squadra non è in alcun modo sostituibile.

“In verità” – come direbbe mio figlio, ci ho provato solo una volta, ma poi sono tornato rapidamente sui i miei passi: il tutto capitò nel 1976 quando il Torino vinse il suo ultimo scudetto. Avevo da poco compiuto sette anni ed ero talmente juventino che, pur di tifare una squadra vincente, sarei passato armi e bagagli al Toro. Ma alcuni compagni di classe mi spiegarono che questo non era possibile, che non mi avrebbero più fatto amico, che mi avrebbero rubato tutte le figurine dell’album “Panini”, che avrebbero dato fuoco alla mia casa e cose di questo tipo.

Per quanto mi riguarda.

Come molti nati a Torino, sono figlio di genitori italo-ibridi: mia madre sabauda di lungo lignaggio, cuneese e torinese, mio padre immigrato nei primi anni ‘50 dalla Marche del sud (dalla città di Fermo per la precisione). Mia madre del Toro non appassionata, mio padre della Juventus e appassionato di calcio: si recava abitualmente in piazza d’Armi con i compagni di scuola delle superiori, tutti rigorosamente vestiti con magliette a righe bianco-nere, a giuocare (con la u come gli antenati) al pallone. Io, dunque, juventino per trasposizione diretta, appassionato di calcio e giocatore di calcio: mi piaceva guardare e mi piaceva ancor di più giocare. Mezz’ala sinistra in una squadra dal nome glorioso: “Valentino Mazzola”. Dalle memorie infantili non mi pare che mia madre mi abbia mai assestato un manrovescio per la mia adesione calcistica. Quindi la militanza politica, questa volta per scelta, che mi allontanò progressivamente, per diversi anni, e dal gioco e dal tifo. Nel 2000 mi trasferii a Genova e mi resi conto, da quasi subito, che in quella città il calcio è la religione pagana cittadina, poco laica, e molto più intensa che a Torino: bandiere genoane e sampdoriane si alternano in numerosi caseggiati solo a rimarcare l’appartenenza. A Torino si mettono quando si vince e si tolgono il giorno dopo. Così, per non sentirmi troppo emarginato, tra torte di riso e acciughe impanate e fritte, tornai a discutere e a occuparmi di calcio. E a tifare.

La squadra dei padroni.

Dal quel poco che mi è dato ancora di intendere e di volere tutte le squadre di calcio, nessuna esclusa, sono di proprietà padronale. Coloro che sostengono una qualche affinità tra una squadra e una propensione politica dicono enormi fesserie. Anzi no: immani cazzate.

Il tifo è di destra o di sinistra? Il tifo è medioevo

La domanda, come sempre, è mal posta: il tifo, in sé, ricorda più la disfida di Barletta che altro. Altra cosa è parlare di gruppi che all’interno dello stadio, delle curve in particolare, introducono elementi, simboli e richiami alla politica. Ancora una volta il legame che si instaura tra tifoserie e società sportive è sostanzialmente collegato al surplus monetario che tale unione, in via diretta o indiretta, è in grado di creare. La simbologia è il pretesto e il paratesto di tale unione. Il resto incurante manovalanza.

Contro il calcio moderno? Società diversa

Ma sì! decresciamo felicemente al calcio degli anni ’50, togliamoci pure qualche annetto di troppo che poi magari mi ricrescono pure i capelli. Le società di calcio, la comunicazione del calcio, il gioco stesso (ma potrebbe valere per tutti gli altri sport in misura e maniera diversa) non sono estranee, né esterne al sistema capitalistico e di mercato nel quale viviamo (ruberie comprese). Forse sarebbe ora di dire in quale tipo di società vorremmo vivere e poi, probabilmente, anche quale senso dovrebbe avere lo sport in una società nuova. E in una “Umanità Nova!1

Ora vado. Insultatemi tranquillamente ma, per favore, non chiedetemi più perché tifo per la Juventus

1 Umanità Nova – settimanale anarchico fondato nel 1919

PS: Ricordo a tutti gli amanti di storia che gli arbitri, agli inizi del ‘900, venivano pagati con la FIAT 3 ½ HP, un’autovettura nata priva di retromarcia (non a caso penso io)

Frammenti di un discorso amoroso e governativo: le fasi della crisi.

Sansone e Dalila, dipinto di José Echenagusia (1887), Museo di Belle Arti di Bilbao

Prima fase: “Voglio capire”

Primo Ministro: «Cosa penso dell’amore? – In fondo non penso niente. Certo vorrei sapere che cos’è, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza».

Viceministro 1: «Uscendo dal cinema, solo, rimuginando sul mio problema amoroso che il film non ha potuto farmi dimenticare, curiosamente non esclamo: tutto questo deve finire! Ma: voglio capire (cosa mi sta capitando)!»

Viceministro 2: «Voglio cambiare sistema: non più smascherare, non più interpretare, ma della coscienza stessa fare una droga e, attraverso essa, accedere alla visione netta del reale, al grande sogno nitido, all’amore profetico».

Seconda fase: “Colpe”

Primo Ministro: «Ogni incrinatura nella Devozione è una colpa: questa è la regola della Cortezia. Questa colpa prende corpo quando io abbozzo un semplice gesto d’indipendenza nei confronti dell’oggetto amato; ogni volta che, per spezzare l’asservimento, cerco di ‘sganciarmi’ (è consiglio unanime del mondo), io mi sento colpevole».

Viceministro 1: «Ogni dolore, ogni infelicità, nota Nietzsche, sono stati falsati da un’idea di torto, di colpa: “Il dolore è stato privato della sua innocenza”. L’amore-passione (il discorso amoroso) soccombe senza posa di fronte a questa falsificazione».

Viceministro 2: «Ciò che mi fa paura è di essere forte e ciò che mi rende colpevole è la padronanza (o il suo semplice gesto). Io ho paura dell’altro “più che di mio padre”». (Citazione colta di Fedro nel Simposio di Platone)

Terza fase: “Che fare?”

Primo Ministro: «L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere».

Viceministro 1: «Talvolta, a furia di deliberare su “niente” (questo è quanto direbbero gli altri), finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza, delizia): telefonagli, visto che ne hai voglia! Ma invano: il tempo amoroso non consente di metter sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting out (letteralmente “passaggio all’atto”, indica l’insieme di azioni aggressive e impulsive utilizzate per esprimere vissuti inesprimibili): la mia follia è misurata non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è spontaneo è la mia paura – la mia indecisione».

Viceministro 2: «Il Karma è il concatenamento (disastroso) delle azioni (delle loro cause e dei loro effetti). Il buddista vuole allontanarsi dal karma; vuole sospendere il gioco della causalità; vuole assentare i segni, ignorare la domanda pratica: che fare? Questa domanda, io non smetto di farmela e desidero ardentemente quella sospensione del karma che è il nirvana. Io soffro, ma almeno non devo decidere niente; la macchina amoroso (immaginaria) va avanti da sola, non ha bisogno di me; come un operaio dell’età elettronica, o come l’ultimo della classe, io devo soltanto essere presente: il karma (la macchina, la classe) ronza lì davanti a me, ma senza di me».

Quarta fase: “La catastrofe”

Primo Ministro: «Vi sono due tipi di disperazione: la disperazione pacata, la rassegnazione attiva (“Io vi amo come bisogna amare: nella disperazione”), e la disperazione violenta: un bel giorno, in seguito a un incidente qualsiasi, mi chiudo nella mia stanza e scoppio in lacrime: sono in balia di una forza che mi soverchia, asfissiato dal dolore; il mio corpo s’irrigidisce e si contrae: come in un lampo, freddo e tagliente, io vedo la distruzione a cui sono condannato. Tutto ciò non ha niente di paragonabile alla prostrazione insidiosa, ma in fondo civile, degli amori difficili; non c’è alcun rapporto con l’annichilimento in cui si viene a trovare il soggetto abbandonato: qui, sono come folgorato, ma lucido. La sensazione che provo è quella di una vera e propria catastrofe: “Ecco, sono veramente fottuto!”».

Viceministro 1: «La causa? Non è mai solenne – per esempio, una dichiarazione di rottura; la cosa avviene senza preavviso, o per effetto di un’immagine che riesce insopportabile, o per un’improvvisa ripugnanza fisica: dalla sfera infantile – il vedersi abbandonato dalla Madre – si passa brutalmente alla fase genitale».

Viceministro 2: «La catastrofe amorosa s’avvicina forse a ciò che, nel campo psicotico, è stata definita una situazione estrema, la quale è “una situazione che il soggetto vive conscio del fatto che essa finirà col distruggerlo irrimediabilmente” ».

Tutte le frasi sono una riproduzione del testo di Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, Giulio Einaudi Editore, Torino 1979; edizione originale Éditions du Seuil, Paris 1977