Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

La narrazione del “giovane Draghi”

I ragazzi della via Pál
Di Sconosciuto – hu:Fájl:Molnar – Pál street boys 1907.jpg Takkk scan of the original book – A könyv eredetijéből szkennelte Takkk, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16140938

In questi giorni, i quotidiani, i siti, le riviste e via cantando, che sostengono la candidatura di Draghi alla guida del Governo, utilizzano a piene mani una narrazione parallela: il “giovane Draghi”. Veniamo a scoprire, in vario modo e per varie testimonianze, che gran parte di quelli che studiarono insieme al Liceo “Massimo” di Roma, zona Eur, ebbero poi una importante riuscita professionale: chi professore universitario di materie umanistiche, chi avvocato, chi architetto o fisico di fama internazionale. Questo a sottolineare, semmai ve ne fosse bisogno, della serietà del gruppo di provenienza: una classe dirigente in fieri, come capitava a molti degli istituti liceali del dopoguerra in una scuola il cui accesso era fortemente segnato da una rigida appartenenza sociale. Potremmo scoprire, facendo un giro qua e là per lo Stivale, che furono numerose quelle classi, negli stessi anni, a fornire ceto reggente alla nazione. Ma, in questo caso, quello che conta della narrazione è la certificazione dell’origine controllata e garantita del gruppo di provenienza: grande etica, composta serietà, riservatezza caratteriale d’obbligo a cui si accostano doti giovanili di “leggero casino”, stando alla definizione data dal compagno di classe e ordinario di Fisica Spaziale in pensione, il professor Ezio Bussoletti, ad esempio quando venivano utilizzati i cannoli riempiti di panna come cannoni o quando  il professore di filosofia veniva assaltato “con le ‘famigerate’ pistole a riso[1]”. I compiti, poi, se li passavano tutti e Draghi non era sicuramente un’eccezione, si fa intendere. Lo stesso Giancarlo Magalli, all’Adnkronos, riferisce così dell’ex compagno di classe Mario Draghi: “Draghi era intelligente, simpatico e una persona molto corretta: non era uno di quelli che faceva la spia al professore – dice Magalli scoppiando in una risata – Insomma, era una persona estremamente piacevole. Da ragazzino era come adesso, con la sua riga, pettinato come adesso e sempre con quel sorriso che era il suo biglietto da visita[2]”. In questo caso l’ordine del discorso si premura di sottolineare, a fianco degli elementi dirimenti e risolventi attribuibili a Draghi, ovvero etica, serietà e competenza, altri capaci di corroborare aspetti di apparente minor conto, ma che sono portatori di una notevole valenza politico-relazionale: la fedeltà al gruppo di appartenenza.

Potrebbe apparire, come in molti casi avviene, che queste curiosità siano derubricabili al pianeta gossip, alle indiscrezioni indomabili e a consorterie similari. Ritengo, al contrario, che ogni discorso che abbia sede in un centro di potere comunicativo (e dunque politico), anche quello apparentemente più banale, serva a profetizzare il futuro, non solo perché annuncia quel che sta per accadere, ma perché contribuisce alla sua realizzazione: esso spinge, in altre parole, all’adesione collettiva ad un progetto. Ecco allora, che la narrazione del “giovane Draghi” serve, inevitabilmente, alla narrazione del “Draghi presidente della Bce” e, ora, a “Draghi nuovo presidente del Consiglio”.

In questo, come in altri casi, ciò che occorre sono narrazioni altre in cui le verità si costituiscano a partire da contenuti verificabili e attendibili sullo sfondo di progetti politici radicalmente alternativi.


[1] Cfr. Pierluigi Bussi, “Draghi alunno brillante, ma non rinunciava alle battaglie con i cannoli e agli assalti ai prof con le pistole a riso”, in https://www.repubblica.it/politica/2021/02/03/news/mario_draghi_liceo_massimo_compagno_classe-285863745/

[2] Cfr. HuffPost, “Magalli, compagno di Liceo di Draghi: “A scuola era corretto: non faceva mai la spia al prof”, in https://www.huffingtonpost.it/entry/magalli-compagno-di-liceo-di-draghi-a-scuola-era-corretto-non-faceva-mai-la-spia-al-prof_it_601a9bd3c5b6c2d891a4d622

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.  

Dialoghetto tra due virologi

Virologo delle libertà: “Certo è che voi virologi del controllo popolare e democratico l’avete messa giù dura. Non vi siete stancati di sparare slogan insulsi e di lanciare molotov che eccovi qui a proclamare un piano quinquennale di chiusura dei locali a voi invisi. Solo perché io in discoteca ci andavo mentre tu ti sollazzavi leggendo “La rivoluzione permanente” di Trotzki!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ohe, cicciuzzo!, semmai il contrario. Io mi divertivo come un matto: sesso libero, sballo a go-go, virus che circolavano liberi e freschi come ad una festa danzante, mentre tu, bello compìto, te ne stavi quatto quatto a sorbirti quelle lezioni improponibili su le “rickettsie e le clamidie” e poi cercavi rifarti in un una di quelle discoteche per tamarri di periferia pensando che le pulzelle ti si filassero solo perché eri altolocato, con una bella macchina e vestito a puntino” – “E guarda, poi, che io ero stalinista fino al midollo e non dico dove ti puoi ficcare Trotzki!”

Virologo delle libertà: “Stalin, bravo che me lo hai ricordato! Ci mancano solo i gulag per la quarantena e poi sì che ti sentirai bello che soddisfatto. Ti eleggeranno capo del Politburo dei virologi addetti alla repressione e così tornerai alla tua gioventù di autoerotismo e katanga!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ma senti un po’, invece tu ti occupi solo delle tua libertà, di fare il cazzo che ti pare, con chi ti pare e dove ti pare: se poi gli altri crepano questo è un affare loro. Bel liberista dei miei coglioni! La libertà per sé e i costi per lo Stato! Perché lavori in un ospedale pubblico?”

Virologo delle libertà: “Ascolta ciccio, io lavoro dove mi pare e vedo che non hai capito una bella mazza! Dico solo che bisogna lasciare il più aperto possibile per non comprimere l’economia, la socialità, la vita, l’amore, le vacche – scappo dalla città”

Virologo del controllo popolare e democratico: “ Bravo scappa e non tornare!”

Virologo delle libertà: “Minchione!, non hai capito neppure il riferimento cinematografico!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Cinematografico!?! ma guardatele tu ‘ste sozzerie. Non hai neppure una vaga idea di che cosa sia il cinema!”

Virologo delle libertà: “Ce l’hai tu, invece! Pizze soporifere della durata di 64 ore in polacco sottotitolate in aramaico che parlano di una partita a scacchi giocata con la morte! Ma va’ a prendertelo….”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Bravo, pure sessista e così chiudiamo il cerchio! E ti danno pure la parola in televisione! A proposito quando ci vai?”

Virologo delle libertà: “Domani sono su rete 4 e dopodomani sulla 7. Sabato una capatina su RAI 2”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Io RAI 3 stasera e dopodomani su canale 5”

Virologo delle libertà: “Si è fatto tardi, ci si vede da queste parti per bicchierino (spero di incontrarti neppure per sbaglio)!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ok, saluti collega (si fa per dire)!”

A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” Ed tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!

Calderoli, l’accoppiamento e i paradossi di Zenone di Elea

Zenone di Elea

La sentenza.

“Qualcuno dice che questo è fatto per favorire la parità di accesso. Ve lo dice un umile e modesto conoscitore della materia elettorale: chi la conosce sa che in collegi che hanno a disposizione un numero di candidature che va da due a sette, quindi piuttosto piccolo, la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile, perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina, per cui accanto a una candidatura maschile…”. “Il maschio solitamente si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa – dice ancora – Il risultato è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette”.

Questi sono i ragionamenti di grande qualità portati all’attenzione dal senatore Calderoli contro la doppia preferenza di genere. Come un novello Zenone di Elea, Calderoli ha costruito il suo paradosso filosofico-matematico sbalordendo sia i primi, i filosofi, che i secondi, i matematici. I rappresentati delle due categorie professionali sono usciti con un comunicato congiunto in cui si afferma testualmente: “È da 2500 anni (dalla morte di Zenone) che aspettavamo un ragionamento poliedrico e intrigante come quello di Calderoli. Ora ci divertiamo per davvero”. Pare, da alcune indiscrezioni trapelate dalla nota agenzia di stampa “Mogli e buoi”, che nel prossimo “Campionato internazionale di giochi matematici” verrà inserito il “paradosso Calderoli” come prova finale.

Vorrei, nel mio piccolo, contribuire alla sua soluzione parziale.

Il Primo Argomento confutato di Zenone/Calderoli (in Simplicio, Physica, 140,27):

Accogliendo le opinioni degli avversari di Parmenide, secondo cui le cose sarebbero molteplici, si arriverebbe alla conclusione assurda che il loro numero sarebbe, al tempo stesso, finito e infinito: sarebbe finito perché le cose non possono essere né più né meno di quelle che sono realmente (il loro numero cioè è un numero dato) e sarebbe infinito perché tra due cose ce ne sarà sempre una terza, e tra questa e le altre due ce ne sarà sempre un’altra ancora, e così via all’infinito. Se l’uomo si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, il loro numero sarebbe sia finito perché nel lettone (anche quelli Ikea) non ce ne starebbe una sesta, sia infinito perché nell’anticamera, nelle scale del palazzo, per strada e nelle piazze potrebbero starcene molte di più. Ma siccome il finito e l’infinito non sono possibili simultaneamente, a meno che non si abbia bevuto del grignolino in sovrabbondanza, è possibile che l’uomo le quattro o cinque donne se le sia semplicemente sognate. Anche nei collegi elettorali le preferenze non possono andare da due a sette per il medesimo principio di contraddizione. Il fatto che “le donne non lo facciano” diviene un assioma non dimostrabile da cui le deduzioni conseguenti potrebbero ritenersi false. Ma su questo rimanderei al paradosso di Banach-Tarski, o paradosso di Hausdorff-Banach-Tarski, noto anche come “raddoppiamento della sfera” (“doubling the ball”) con cui si stabilisce che, adoperando l’assioma della scelta, è possibile prendere una sfera nello spazio a 3 dimensioni, suddividerla in un insieme finito di pezzi non misurabili e, utilizzando solo rotazioni e traslazioni, riassemblare i pezzi in modo da ottenere due sfere dello stesso raggio dell’originale e segnare tre goal in fuorigioco.   

Il Secondo Argomento confutato contro la molteplicità fondato sulla grandezza delle cose (Zenone in Simplicio, Physica, 139,5).

Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere al tempo stesso infinitamente piccoli e infinitamente grandi: “Se c’è il molteplice, questo molteplice è grande e piccolo: grande fino ad essere infinito n grandezza, piccolo fino a non avere grandezza di sorta”. Infatti se le cose sono composte da molte unità o queste non hanno grandezza, e quindi ha grandezza nulla anche le cose di cui sono parte, o hanno una grandezza e, allora, le cose formate da infinite unità hanno una grandezza infinita.

In altre parole se l’uomo ce l’ha piccolo, o infinitamente piccolo, è probabile che i voti delle quattro o cinque signore vadano a sostegno di altre donne che, per effetto moltiplicatore, all’infinito, lo racconteranno ad altre donne. Alcune, tra una risata e l’altra, sceglieranno meritevolmente l’astensione.

Perché scrivo di vino e di cibo e non di biciclette (tanto per dire)?


Vélocipédomanie, disegno umoristico francese anonimo apparso tra 1865 e 1870

Molte grandi autrici e molti grandi autori si sono cimentati con questa pretestuosa e autoriferita domanda: “perché scrivo?” Siccome non mi annovero tra questi (e non certo per mia volontà), ho dovuto inevitabilmente aggiungere dei complementi di specificazione così da restringere l’opportunistica questione ad un genere letterario minore. I grandi autori e le grandi autrici, molto spesso, hanno risposto in ragione di elementi esterni alla loro specifica volontà: il fato, il caso, il padre o la madre, le coincidenze astrali, le dita acciaccate dal martello annoverate come pretesa incapacità o voglia di esercitare qualsiasi altro mestiere. Oppure, ancora, l’altrove degli autori, l’alibi in sostanza, ha accarezzato sia le spoglie di pratiche essoteriche, rivolte a lettori non iniziati, sia quelle più propriamente esoteriche indirizzate, queste sì, ai soli adepti. In poche parole essi avrebbero voluto, illusoriamente, comunicare qualcosa al genere umano. Potrei dire, a questo punto, che le mie ragioni non sono affatto dissimili: la scrittura è arrivata sicuramente a seguito di una serie di fallimenti sportivi, amorosi, scolastici, professionali e dalla calvizia precoce. In quest’ordine. E inevitabilmente dalle relazioni irrisolte con la famiglia e dal fatto che mio fratello più piccolo di due anni me le desse di santa ragione. Dai preti e meno dalle suore (solo perché non non ho mai avuto a che fare con loro). Dal fatto che la mia mente si aspettava, a ragion veduta, di essere ospitata da un corpo maggiormente attraente. Altre sarebbero, poi, le motivazioni del fraintendimento del sé: avere un ripiego sufficientemente nobile per poter continuare a mangiare e bere. Condizione, questa, che si è inerpicata su sottintesi inappagamenti, vocianti disillusioni e mancanze a cui ho dovuto diligentemente apportare precarie replezioni e voraci stordimenti. Ma ho scritto anche di altro, per cui questa giustificazione non vale più di tanto. E per fare i conti con l’eternità (questa è forse la vera e unica ragione) grazie alla beffarda sopravvivenza di inutili brandelli del proprio corpo in forma cartacea e digitale.

Allora, perché scrivo di cibo e di vino? Perché, alla fine, i manubri e i pedali al forno sono assolutamente immangiabili. E scriverci sopra è ancor più impossibile.

El Comisario Inùtil. Racconto breve di Luca Dresda

L’autore medita sull’utilità del commissario inùtil

Arrivato sulla scena del delitto, la vittima emanava ancora vapore acqueo. Doveva aver corso molto prima di venire raggiunta e afferrata con la forza di un gorilla. Era su un fianco, rannicchiata, le braccia che stringevano le gambe. Il corpo era di una ragazzina famosa per le imprese atletiche, soprattutto extra-sportive.

Elco guardava di continuo l’orologio. Ogni volta che col vice, Gualdo Tombolini, delineava la successione degli eventi di un crimine, lo assaliva una forma d’ansia. Eppure in paese era adorato. Il suo Commissariato era famoso per risolvere tutti i casi a tempo di record. Nessuno, tranne i suoi colleghi, aveva capito il suo segreto, e che in realtà non esisteva alcun segreto.

Tombolini descrisse la situazione. La vittima aveva segni di mani possenti sul collo. Doveva essere stata afferrata, sollevata e sbattuta a terra, nel punto in cui si vedeva una sagoma umana. La ragazza aveva perso i sensi, poi aveva gattonato semi-stordita, per essere nuovamente afferrata. Ma la morte era arrivata dopo, per spavento. Il cuore doveva aver ceduto, forse dopo avere capito come sarebbe morta. Prolungando la traiettoria visiva, Tombolini notò una bava che colava lungo il tronco di una quercia secolare. Legato a un ramo, un cappio, e a terra la classica maschera nera sadomaso con la zip sulla bocca. Tutt’attorno, una peluria castana. Questo è un artista dell’horror. Non è da tutti fare morire di crepacuore un’atleta.

Elco scartabellò nella memoria da archivista.

Lo Yedi di Brunico! disse all’improvviso. Te lo ricordi quel caso del ’94?

Tombolini, al contrario, aveva la memoria di un pesce rosso. Aggrottò le sopracciglia.

Nei primi di agosto, nei boschi attorno a Brunico, furono ritrovate tre ragazze scomparse a pochi giorni di distanza. Stessi segni sul collo. Stessa morte per spavento. Disse Elco.

Ora ricordo. L’assassino era un boscaiolo…

Ti confondi con l’Orso della Val Gardena. Quello di Brunico era un giocatore di Football Americano trevigiano, sposato con una pasticcera di Brunico. Un uomo colossale, col volto sfigurato da un incidente e una forza disumana. Gli stessi indizi. Se non fossi sicuro che si trova nel carcere di Bolzano… Stava per chiedere a Tombolini di verificare se non fosse evaso per iniziare le indagini, quando il cellulare squillò. Elco trasalì. Aspettò fino al settimo squillo, ma quel maledetto non ne voleva sapere di azzittirsi. Squadrò il display, che mostrava il numero della centrale.

Non risponde, ‘Shpettò? Chiese Tombolini.

Sì, sì, certo! Cos’hai, fretta?” Sbraitò Elco. Una vocina dall’altra parte squittiva eccitata. E più parlava più Elco roteava gli occhi per lo scorno, il fastidio per la notizia.

Siete sicuri? Domandò senza convinzione. La risposta fu la stessa di sempre. Elco riattaccò e squadrò Tombolini, che gli domandò:

Si è consegnato? Lo Yedi?

Il commissario annuì senza fiatare. Era rassegnato più che incredulo.

Elco entrò in centrale a testa bassa. Si sarebbe detto imbarazzo. Ma era rabbia. Gli succedeva ogni volta che un criminale si consegnava. La cosa era diventata incontrollabile da quando una legge retroattiva aveva deciso che anche gli anni di tirocinio non riscattati venissero conteggiati nei contributi previdenziali; e così, si era ritrovato a un passo dalla pensione, col rischio di non essersi mai misurato con uno dei tanti assassini che infestano il mondo. Nel suo ufficio trovò Federici ad attenderlo. Elco lo stimava perché non si permetteva ironie. Non aveva mai parlato del culo che aveva a non trovarsi un solo caso di omicidio irrisolto; non metteva il dito nella sua piaga di detective della omicidi super-addestrato che non aveva neanche solo iniziato un’indagine in tutta la sua carriera. I killer che avevano ucciso nella sua giurisdizione, colpiti da una forma sconosciuta di demenza, si erano consegnati tutti.

Federici non perse tempo in spiegazioni.

Tenga, commissa’. Il suo racconto coincide in tutto e per tutto con i riscontri.

Elco prese il dossier, entrò nella sala interrogatori e si avvicinò allo Yedi livido in volto, dopo aver spento registratori e telecamere.

Che cazzo ci fai qui?

Lo Yedi fu preso in contropiede.

Come puoi consegnarti così, a un’ora del tuo primo omicidio dopo tanti anni? Non hai un po’ di amor proprio? Un po’ di orgoglio professionale?

Professionale gli era sfuggito, ma era la sua fissazione. La professione. Il lavoro che sognava fin da bambino, che ormai le confessioni dei criminali avevano trasformato in un tormento.

Perché non ti fai cercare, invece di consegnarti così, come un bamboccio? Cosa sei, un chierichetto? Hai i sensi di colpa? In carcere hai conosciuto un prete che ti ha convertito? Ti ha consigliato anche di uccidere quella ragazzina? L’hai uccisa di paura. Ti rendi conto? Sei un genio del male e non mi dai la possibilità di trovarti? Ansimava.

Lo Yedi, un omone dalle sembianze disumane per l’esito nefasto degli interventi di chirurgia ricostruttiva, i polsi incatenati a due ganci che avrebbero retto anche agli strattoni di King Kong, lo guardava incredulo. Quando parlò, gli uscì una voce delicata e tremolante, con un linguaggio che non gli si addiceva.

Commissario, in cella ho capito che quelli come me non devono tornare in libertà. Ho provato a dire al giudice che facevano un grave errore, ma il mio avvocato mi ha chiuso la bocca e ha ottenuto gli arresti domiciliari. E così ne ho approfittato. Dovevo uccidere di nuovo e condannarmi al carcere a vita. Avevo saputo del suo commissariato. Della incredibile percentuale del 100% di casi risolti… e così, sono venuto qui, sicuro che lei mi avrebbe preso e non avrebbe commesso errori. E infatti…

Ma infatti cosa, brutto imbecille? Eh? Infatti cosa? Elco si alzò e girò per la saletta con le mani tra i capelli, quasi volesse strapparseli. Ti sei consegnato da solo! Io non ho fatto niente! Non mi hai dato il tempo neanche di prendere appunti, brutto imbecille!

Lo Yedi non capiva la sua reazione, ma era sollevato. Perché era sicuro di finire in galera. Il suo piano era riuscito.

Ascoltami bene. Ora ti slegherò e farò finta di non averti mai visto. E tu mi sfuggirai e farai come tutti gli altri serial killer che si rispettino, come Ted Bunty, o Earle Nelson, o Gary Ridgway, o come Enriqueta Martì e Leonarda Cianciulli! Oppure fa’ come hai fatto quando uccidevi a Brunico, cazzo, ma datti un contegno! Mi hai sentito?

Lo Yedi non rispose. Guardava Elco cercando di capire cosa avesse in mente. L’idea di uscire lo terrorizzava.

Figlio d’un cane, hai capito quello che ti ho detto? Tu devi andartene e darmi la possibilità di prenderti! Ne ho le tasche piene di voi che vi consegnate come mammolette! Voglio il mio caso! E ho deciso che sarai tu!

Elco fece per liberarlo, ma lo Yedi esplose. Con una forza che non sapeva neanche di avere, fece saltare i ganci. Si alzò e andò urlando al falso specchio sbattendo con la testa e i pugni per richiamare l’attenzione di chi se ne stava là dietro a osservarli senza sentire una parola.

Aiuto! Aiuto! Basta! Va bene, confesso! Confesso tutto! Basta che me lo levate di torno! Aiuto! Aiuto!

Elco, col fiatone e la bava alla bocca, lo fissava strabuzzando gli occhi. Il Capitano ordinò ai suoi di bloccare lo Yedi, che si fece riammanettare mansueto e si liberò la coscienza. La sua confessione fece scalpore. Ne parlarono tutte le televisioni, con approfondimenti, inchieste a tempo scaduto, analisi criminologiche e, su tutto, celebrazioni del talento di Elco, il genio degli interrogatori obliqui. Qualcuno chiese che il suo pensionamento fosse annullato d’ufficio. Lo Yedi fece chiudere tre casi analoghi di anni prima, quando era ventenne. Tre prostitute nigeriane, omicidi un tempo archiviati in fretta come regolamenti di conti nell’ambito della tratta delle donne africane. Elco ricevette l’ennesimo encomio. Fu convocato dal Ministro degli Interni, che gli appuntò una medaglia al valore e per premio gli regalò il suo meritato pensionamento con due anni di anticipo. Venne ricordato da tutti come un eroe. Ma per i colleghi di pari rango restò per sempre El Comisario Inùtil.

Finale di coppa Italia: vuoto per vuoto

Una delle prime rappresentazioni artistiche al mondo dedicate al gioco del calcio, il dipinto Sunderland v. Aston Villa di Thomas M. M. Hemy (anche noto come A Corner Kick), 1895

Nulla da eccepire: ha vinto ai rigori la squadra che ha avuto più occasioni sul campo da gioco, ovvero il Napoli. Tutto da eccepire: non si vince per solo merito né sul campo né fuori. A volte capita.

Rimbombi: covid e circenses. Mondo piccolo.

Nella teoria del “mondo piccolo” e dei “sei gradi di separazioni” sono sufficienti non più di 5 intermediazioni per collegarsi con tutti gli altri. Lo stadio esemplifica in maniera evidente questo dilemma socio-linguistico-matematico sia nel suo svolgimento interno che esterno: mentre il primo piano è facilmente comprensibile, il secondo lo è diventato guardando la finale di coppa Italia a porte chiuse. La mancanza di collegamento neuronale tra tifoso comodamente adagiato sul divano e tifoso da stadio tronca ogni legame empatico: le bandiere finte, costruire per riempire il vuoto fisico, non hanno fatto che soffocare il pieno acustico del tifo ed ampliare il fragore del vuoto.

Vuoto per pieno o meglio vuoto per vuoto.

Il vuoto per pieno è un modo per calcolare il volume lordo di un immobile: Il volume vuoto per pieno è il volume totale di un appartamento, di un fabbricato o di qualsiasi altro immobile, calcolato in base allo spazio compreso tra le pareti esterne del fabbricato, il pavimento del piano più basso e il tetto. Molto spesso però quando si parla di vuoto per pieno si intende non la volumetria di un appartamento, ma la superficie lorda di parenti e pavimenti. La superficie lorda di una parete è calcolata tenendo conto anche dello spazio occupato da porte e finestre.

Gli spalti di ieri hanno ricordato la canzone, “La casa”, di Sergio Endrigo:

Era uno stadio molto carino

Senza spalti senza tifo

Non si poteva entrarci dentro

Perché non c’era il cemento

…….

Ma era bello, bello davvero In via dei matti numero zero

Ma era bello, bello davvero

In via dei matti numero zero

Piazze piene: covid e circenses

Lo stadio si è trasferito fuori, nelle piazze, nelle strade, lungomare, per i consueti festeggiamenti. Inaspettato? Ma quando mai! Moralismi? Non è il caso. (A Torino sarebbe stato identico, però senza lungomare).

L’antica Roma sapeva bene che i giochi hanno bisogno di pubblico, molto pubblico, organizzato, inglobato, interessato, affaccendato, straordinariamente motivato.

Anche il covid ha bisogno di pubblico.

Mondi molto piccoli.

Divagazioni su “Del Giudicar Veloce e Vacuo. Metacritica della Critica Gastronomica” di Nicola Perullo

Premessa.

Sappiamo per certo che in ogni libro c’è, in varia forma, il suo autore: nella prosa, nelle armi retoriche, nella sintassi, nei contenuti e così via. Ma difficilmente potremmo ammettere che un libro equivalga in tutto e per tutto al proprio artefice come se questi fosse escluso da ogni connessione, complicità, presenza e condivisione. Non solo: con altrettanta fatica potremmo considerare che un libro sia la mera somma di una personalità e non solo perché ogni dissertazione esula da se stessa, ma perché ogni argomentazione è necessariamente parziale sia nei confronti dell’autore stesso che riguardo al tutto. Penso, al contrario, che il testo in oggetto sia capace di una scrittura propria di un diario filosofico. Nonostante e contrariamente al fatto che Perullo proceda nell’eliminazione dell’Autore sia come soggetto realizzatore dell’opera quanto come esegeta della propria creazione. Per un’altra parte il discorso di Perullo riafferma, in maniera possente, il ruolo della critica e dell’Autore in un processo di validazione in cui egli soggiace ed emerge in qualità di criteri universali e unanimi. L’Autore disancorato dal proprio lavoro trova nuove vestigia nell’Autore altro, ovvero il Critico, che si fa interprete, non censore, dell’opera stessa. “Del giudicar veloce e vacuo”, a differenza degli ultimi due “Epistenologia” che ho avuto modo di leggere, assume toni dichiaratamente più confliggenti e indisponibili ad ogni forma di apparentamento e armonizzazione. Chi ha cercato di darne una qualsivoglia parvenza conciliante, con tutti gli ammennicoli che le accompagnano, si è, a mio parere, profondamente sbagliato: è una delle prolusioni più radicali alla facoltà di giudizio (di valore, estetico…).

Metacritica.

«(…) Si tratta solo di non confondere l’agire con l’attore, decostruendo tutta questa mitologia dell’autore, sottraendola al suo frastuono mediatico amplificante e, infine, rimanendo lucidi e sobri» (pag.13) Qui si sottolinea un elemento centrale: un cuoco, ma potrebbe essere un vignaiolo o un artista in senso ampio e lato potrebbe non avere alcunché da dire rispetto alla propria opera. Essa parla per sé nella misura in cui parla per e del proprio autore, ma dal quale inesorabilmente fugge e si autonomizza. Il manufatto si rende, per Perullo, inevitabilmente indipendente da colui che lo ha realizzato e solo in questa veste è in grado di dire qualcosa di sé e per sé. Ribaltando Gadamer si potrebbe affermare che l’autore come soggetto in sé non esiste affatto. Solo e soltanto in questo senso il diritto di parola che viene gli concesso dal circo mediatico si configura come autoreferenziale, puro intrattenimento e, sicuramente, non cultura né tanto meno esercizio di critica. La critica gastronomica può essere tale soltanto se non si ripiega in se stessa: la conoscenza gastronomica non è condizione sufficiente per poter parlare di gastronomia, così come non lo è per l’autore e per la propria opera. Le riflessioni di Nicola Perullo mi hanno immediatamente portato a quelle che furono alcune delle più radicali e intese critiche al concetto di autore, o meglio di Autore. Voglio qui riportarvi parte dei brani a cui faccio riferimento e che, sicuramente, fanno parte anche del bagaglio culturale di Perullo. Ne riporto ampi stralci.

Il primo viene scritto da Roland Barthes e pubblicato nel 1968, La mort de l’auteur in Id. Le bruissement de la langue, Seuil, Paris, 1984, tr.it. La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi Critici, vol.IV, Einaudi, Torino, 1988.

«Nella sua novella Sarrasine Balzac, parlando di un castrato travestito da donna, scrive questa frase: “Era la donna, con le sue paure improvvise, i suoi capricci irragionevoli, i suoi turbamenti istintivi, le sue audacie immotivate, le sue bravate e la sua deliziosa finezza di sentimenti”. Chi parla in questo modo? È forse l’eroe della novella, interessato a ignorare il castrato che si nasconde sotto la donna? È l’individuo Balzac, che l’esperienza personale ha munito di una sua filosofia della donna? È l’autore Balzac, che professa idee «letterarie» sulla femminilità? È la saggezza universale? La psicologia romantica? Non lo sapremo mai, per la semplice ragione che la scrittura è distruzione di ogni voce, di ogni origine. La scrittura è quel dato neutro, composito, obliquo in cui si rifugia il nostro soggetto, il nero-su-bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive. È stato senza dubbio sempre così: non appena un fatto è raccontato, per fini intransitivi, e non più per agire direttamente sul reale – cioè, in ultima istanza, al di fuori di ogni funzione che non sia l’esercizio stesso del simbolo -, avviene questo distacco, la voce perde la sua origine, l’autore entra nella propria morte, la scrittura comincia. Il modo di sentire tale fenomeno è stato tuttavia variabile; nelle società etnografiche del racconto non si fa mai carico una persona, ma un mediatore, sciamano recitante, di cui si può al massimo ammirare la “performance” (cioè la padronanza del codice narrativo) ma mai il “genio”. L’autore è un personaggio moderno, prodotto dalla nostra società quando, alla fine del Medioevo, scopre grazie all’empirismo inglese, al razionalismo francese e alla fede individuale della Riforma il prestigio del singolo o, per dirla più nobilmente, della “persona umana”. È dunque logico che in Letteratura fosse il positivismo, summa e punto d’arrivo dell’ideologia capitalistica, ad attribuire la massima importanza alla “persona” dell’autore. L’autore regna ancora nei manuali di storia letteraria, nelle biografie di scrittori, nelle interviste dei settimanali e nella coscienza stessa degli uomini di lettere, tesi ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera; l’immagine della letteratura diffusa nella cultura corrente è tirannicamente incentrata sull’autore, sulla sua persona, storia, gusti, passioni; nella maggior parte dei casi la critica consiste ancora nel dire che l’opera di Baudelaire è il fallimento dell’uomo Baudelaire, quella di Van Gogh la sua follia, quella di Cajkovskij il suo vizio: si cerca sempre la spiegazione dell’opera sul versante di chi l’ha prodotta, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della finzione, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, l’autore, a consegnarci le sue «confidenze». (…) Attribuire un Autore a un testo significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere la scrittura. E una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire l’Autore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato l’Autore, il testo è «spiegato», il critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno dell’Autore sia stato anche quello del Critico, e che la critica (per quanto nouvelle) sia oggi, insieme all’Autore, minata alla base. Nella scrittura molteplice, in effetti, tutto è da districare, ma nulla è da decifrare; la struttura può essere seguita, «sfilata» (come si sfila la maglia di una calza) in tutti i suoi «prestiti» e piani, ma non esiste un fondo; lo spazio della scrittura dev’essere percorso, non trapassato; la scrittura esprime costantemente un certo senso, ma sempre in vista della sua evaporazione: essa procede sistematicamente a una sorta di «esonero» del senso. Proprio per questo, la letteratura (ormai sarebbe meglio dire la scrittura), rifiutandosi di assegnare al testo (e al mondo come testo) un «segreto», cioè un senso ultimo, libera un’attività che potremmo chiamare contro-teologica, o meglio rivoluzionaria, poiché rifiutarsi di bloccare il senso equivale sostanzialmente a rifiutare Dio e le sue ipostasi, la ragione, la scienza, la legge.(..)»

Il secondo brano è di Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

«(…) Ora un problema si pone immediatamente: “Che cos’è un’opera?”, che cos’è questa strana unità alla quale diamo il nome di opera? Quali elementi la compongono? Non è forse un’opera ciò che è stato scritto da colui che ne è l’autore? Vediamo subito sorgere le difficoltà. Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dei suoi commenti potrebbe essere chiamata un’”opera”? Finché Sade non è stato un autore che cosa erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi. Supponiamo invece che si abbia a che fare con un autore: tutto ciò che egli ha scritto o detto, tutto ciò che egli ha lasciato, fa parte della sua opera? Il problema è insieme teorico e tecnico. Quando si intraprende la pubblicazione, diciamo, delle opere di Nietzsche, dove bisogna fermarsi? Ovviamente bisogna pubblicare tutto, ma cosa significa questo “tutto”? Tutto ciò che è stato pubblicato da Nietzsche stesso, certamente. Gli abbozzi delle sue opere? Senz’altro. I progetti di aforismi? Sì. Anche i ripensamenti, gli appunti in fondo ai taccuini? Sì. Ma quando, dentro un taccuino pieno di aforismi, troviamo un riferimento, l’indicazione di un appuntamento o di un indirizzo, oppure il conto della lavandaia: è un’opera o non è un’opera? E perché no? E avanti così all’infinito. Fra i milioni di tracce lasciate da una persona dopo la sua morte, come definire un’opera? La teoria dell’opera non esiste, e coloro che ingenuamente intraprendono la pubblicazione delle opere non posseggono una simile teoria, il che paralizza ben presto il loro lavoro empirico.(…) La parola “opera” e l’unità che essa designa sono probabilmente tanto problematiche quanto l’individualità dell’autore. (…) Per cominciare, vorrei accennare in poche parole ai problemi posti dall’uso del nome d’autore. Che cosa è un nome d’autore? Come funziona? Lungi dal darvi una soluzione, indicherò soltanto alcune delle difficoltà che si presentano. Il nome d’autore è un nome proprio, che pone gli stessi problemi di quest’ultimo. (Qui mi riferisco fra tante analisi diverse, a quelle di Searle.) Non è possibile, ovviamente, fare di un nome proprio un riferimento puro e semplice. Le funzioni del nome proprio (e così anche del nome d’autore) non sono soltanto indicatrici. Esso, più che un’indicazione, è un gesto, un dito puntato verso qualcuno; fino a un certo punto esso equivale a una descrizione. Quando si dice “Aristotele,” si adopera una parola che è l’equivalente di una descrizione o di una serie di descrizioni specifiche di questo tipo: “l’autore degli Analitici” o “il fondatore dell’ontologia” ecc. Ma non possiamo fermarci lì; un nome non ha un significato puro e semplice; quando si scopre che Rimbaud non ha scritto la Chasse spirituelle, non si può pretendere che questo nome proprio o questo nome d’autore abbia cambiato significato. Il nome proprio e il nome d’autore si situano fra i due poli della descrizione e della designazione; hanno senz’altro un certo rapporto con ciò che essi nominano, ma non hanno completamente, nel modo di designare né nel modo di descrivere, un legame specifico. Tuttavia — ed è qui che appaiono le difficoltà specifiche del nome d’autore — il legame del nome proprio con l’individuo nominato e il legame del nome d’autore con ciò che esso nomina non sono isomorfi e non funzionano allo stesso modo. Terzo carattere di questa funzione-autore. Essa non si forma spontaneamente come l’attribuzione di un discorso ad un individuo. È il risultato di un’operazione complessa che costruisce un certo essere ragionevole che chiamiamo autore. Senza dubbio a questo essere ragionevole si cerca di dare uno statuto realista: ci sarebbe nell’individuo, una istanza “profonda,” un potere “creatore,” un “progetto,” che costituirebbe il luogo originario della scrittura. Ma in realtà, ciò che nell’individuo è designato come autore (o ciò che fa di un individuo un autore) non è che la proiezione, in termini sempre più o meno psicologizzanti, del trattamento che si fa subire ai testi, dei paragoni che si operano, dei tratti che si stabiliscono come pertinenti, delle continuità che si ammettono o delle esclusioni che si praticano. Tutte queste operazioni variano secondo le epoche, e i tipi di discorso. Non si costruisce un “autore filosofico” come un “poeta”; e non si costruiva l’autore di un’opera romanzesca nel XVIII secolo allo stesso modo di come si fa oggi. Tuttavia, si può ritrovare attraverso il tempo una certa invariante nelle regole di costruzione dell’autore.(…) L’autore — o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore — è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?”»

Alcune considerazioni.

Rilevo, nel modello epistemologico proposto da Perullo, un duplice tentativo esplicativo: da una parte esso cerca di depotenziare, sino a far scomparire, la figura dell’Autore (poco importa, come detto in precedenza, se scrittore, musicista, cuoco…) a favore di un ampliamento del discorso che tenga in dovuta considerazione il contesto in cui il prodotto si realizza: tipicamente nella critica strutturalista è la società, nelle sue innumerevoli reti politiche, economiche, relazionali e culturali che genera le pratiche da cui si strutturano i contesti. Perullo, ad esempio, fa riferimento alla Guida Michelin e alla sua autorevolezza come «baluardo di un modello ristorativo moderno, occidentale, eurocentrico, francese, borghese…» (pag. 29) Ed è proprio in un contesto sociale pre-determinato che i criteri di autorità sono stabiliti prima e altrove. Dall’altra parte questo depotenziamento, fino alla sparizione, dell’Autore sarebbe in grado di costruire quell’autorevolezza, anarchica per statuto, propria della critica non eterodiretta e, quindi, secondo un paradosso interno, anche ad edificare la figura del Critico. In questo senso Perullo sorpassa la falsa dicotomia tra oggettivo e soggettivo, rilevando come il giudizio di gusto sia nella sua essenza “relazione”: «Quindi, il giudizio di gusto non è universale e vero per tutti (= oggettivo) né individuale e privato, vero solo singolarmente (= soggettivo)» (pag. 47) Ritengo questo proposito, a cui il sentire anarchico partecipa costantemente, estremamente salutare nella misura in cui l’azione, il fare in senso più lato, non diviene solo prassi o elaborazione esperienziale di idee, ma condizione e luogo in cui un nuovo pensiero trae linfa e sviluppo: così come la porla è prassi e pragmatica, l’azione come tale si rende costantemente riflessione e parola. Questo non significa, come precedentemente sostenuto, che l’azione, resasi parola nell’opera, nella tecnica, nelle prassi o in altro, si esprima necessariamente attraverso la voce di chi l’ha realizzata. Ma ciò palesa che potrebbe non parlare neppure per coloro che, esterni ad essa, volessero farne critica. In ciò risiede, a mio parere uno dei punti controversi dell’assunto di Perulllo: la scomparsa dell’Autore porta con sé anche la sparizione del Critico.

Recensire e criticare.

Uno dei perni intorno a cui ruota la metacritica alla critica gastronomica di Perullo trova il suo fulcro nella rottura di contiguità tra la forma del recensire e quella della critica: «Criticare non è recensire né valutare. La critica è riflessione e ricerca. Dunque il critico non è il recensore». (Pag. 15) E ancora più avanti: «In che cosa si manifesta principalmente questa differenza? Nella circostanza che il recensore applica norme che ha appreso direttamente o, più spesso, ha trovato nell’ufficio del comun(al)e pensiero dominante. Il recensore fa l’impiegato per qualcosa o qualcuno, talvolta senza sapere per chi; ci sono recensori professionisti, ma anche una quantità immane di dilettanti, recensire è diventata un’attività ricreativa, un passatempo edificante. Il recensore officia e ratifica, in inglese to rate: classificare è ratificare uno stato di fatto esistente, prendendolo così come appare». La critica, al suo contrario, significa comprendere le ragioni, le condizioni di possibilità o i principi in base ai quali un fenomeno, sia esso cognitivo, morale o estetico appare in un certo modo. La critica, pertanto, non è interessata a pesare, ovvero a valutare in termini numerici il proprio oggetto, proprio perché è impegnata a comprendere ed eventualmente a proporre nuovi modelli di cucina e di gusto: «Se identificare il critico con il recensore è un errore, dunque, identificare la critica con il giornalismo e la guida (turistico-gastronomica) è un errore al quadrato. Dove il critico esprime una riflessione e proprie visioni, elaborando la sua soggettività in modo compiuto, il recensore ha invece l’incarico, il lavoro di redigere liste e classifiche, giustificando la truffa dell’obiettività dei valori con il ricorso ai fatti» (pag.18). Se comprendo l’intento di separare una professione, quella del Recensore, assoggettata prevalentemente al vil denaro (quale mestiere non lo è?) e alle condizioni di promozione obbligata che esso detta attraverso un percorso forzoso di pretesa oggettivazione, dall’altro canto non credo che possa esistere una critica che non sia essa stessa nella condizione per cui, in maniera diretta e indiretta, è soggetta a dei fenomeni strutturali (siano essi economici, sociali, politici e via dicendo) pervasivi e condizionanti. Avrei semmai capito maggiormente la suddivisione tra metodi e quindi tra finalità implicite ed esplicite proprie di professioni che mantengono molti più punti in contatto di quanti se ne vogliano far apparire: chiarendo, innanzitutto, che la cosiddetta sponsorizzazione, anche se non sempre pienamente visibile nei suoi intenti promozionali, è ben altra cosa sia da un meritevole critica che da un’onesta recensione e concordando, pienamente, che le finalità possono corrodere o meno il metodo, la prassi, lo sguardo e le migliori volontà di un qualsiasi Autore. Voglio qui rifarmi, in chiosa a quanto detto, riportando alcune annotazioni che Giorgio Manganelli fece a proposito dell’attività del recensire che, a suo dire, convergono con quelle del criticare (letteratura sulla letteratura): «(…) E’ mia personale convinzione che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura. A critica non spiega, non giudica, soprattutto non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole.(…) Ritornando alla critica, un genere letterario affine al sonetto o piuttosto alla cicalata in terza rima, è del tutto ovvio che, come accade all’interno di tutti i generi letterari, essa si ispiri contemporaneamente all’arbitrario e al rigoroso. Il rigore sta nel percorso che collega una serie di passaggi scelti con perfetta arbitrarietà. Dunque, un testo di critica è fatto in misura uguale di presenze e assenze, di citazioni e di omissioni, di frammenti di giorno e di frammenti notturni. L’idea che possa esistere una critica esauriente è tanto saggia come pretendere che esista u sonetto esauriente. Credo che il critico abiti l’Arcadia – o è il Parnaso – e che gli spetti quel grado di irresponsabilità apollinea – o è dionisiaca? – senza cui non si dà letteratura. Vorrei insistere sulla precisazione che la critica non ha un compito vicario rispetto alla letteratura (e a nessuna arte aggiungo io) così detta creativa, ma che, malgrado i suoi vincoli – analoghi alle rime della sestina – è essa stessa creativa, e dunque impura, giacche usa parole, e le parole sono impure; le parole racchiudono una presenza notturna, ed è questa nerità verbale che è il contrassegno, il sibilo rettilineo della letteratura. Da ciò deriva che la critica non spiega, non chiarifica. Oserei dire che, usando le parole altrui dentro un bozzolo delle proprie, la critica introduce oscurità dove è illusoria chiarezza, porta notte dove è la menzogna del giorno, cattura e tesaurizza l’errore dove apparentemente si dà pertinenza» (Giorgio Manganelli, Ma Kafka non esiste, in Il Rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano 1994, pp. 118 – 121).

Solamente in questo senso, nella parola sulla parola, nella sua intima incapacità di spiegare e nella sua straordinaria forza di aggiungere arbitrariamente oscurità dove regna la menzogna del giorno che cade la dicotomia tra le due forme del discorso, il recensire e il criticare. Così come cade nella scomparsa dell’Autore (e del Critico o del Recensore), anch’essi tanto fittizi quanto presenti nell’opera che si pensa di spogliare da improvvide contaminazioni. E così l’intenzionalità non diviene più condizione del giudizio, ma premessa ed esito dell’opera, della recensione, della critica. E lo stesso per i numeri, per i simboli, per il nulla o per il molto da dire.