Qualcosa che potrebbe stare per qualcos'altro: due parole sul "mi piace/dito all'insù" di facebook.

Ferdinand de Saussure

Mi piace e pollice all’insù” (o forse no)

Qualche giorno fa un’amica mi chiede di rendere conto di un “mi piace/pollice all’insù” dato su facebook ad una pagina istituzionale di una associazione di sommellerie. La domanda, quanto mai inattesa, coinvolge il senso e le ragioni di quel “mi piace” con tutte le condizioni esplicite ed implicite del gesto: nella sostanza mi si reclamano le ragioni di tale apprezzamento in ragione del fatto che le modalità comunicative di quell’associazione utilizzano delle immagini alquanto stereotipate, scorrete (impugnatura del bicchiere) e con richiami espliciti di tipo sessista/maschilista (una ragazza molto bella dallo sguardo ammiccante). Se, immediatamente, ho ritenuto la domanda spiazzante perché interessava un piano non necessariamente motivabile in termini di condivisione valoriale attraverso il processo dell’apposizione “mi piace/ pollice all’insù” (e spiegherò il perché), successivamente ho ritenuto che l’accaduto potesse darmi, al contrario, la ragione per approfondire la questione. Perché la domanda penetra in un punto scoperto del sistema. O, forse, sarebbe meglio dire che la domanda interessa più relazioni semantiche legate al linguaggio verbale/segni.

Segno, simbolo, denotazione e connotazione.

Umberto Eco, in “Semiotica e filosofia del linguaggio” (Einaudi, 1984:12) scrisse a proposito dei segni: «Un tale ha all’occhiello un distintivo con una falce e un martello. Si è di fronte a un caso di “significato inteso” (quel tale vuole dire che è comunista), di rappresentazione pittorica (quel distintivo rappresenta “simbolicamente” la fusione tra operai e contadini) o di prova inferenziale (se porta quel distintivo, allora è comunista)?» Qualcosa diventa un segno solo se qualcuno lo interpreta come qualcosa che sta per qualcos’altro. I segni, nella loro varietà, assolvono tutti alla stessa funzione: quella di rendere significante (e sensata) la nostra vita associata.

E ancora: «Ma se si può fare una metafora (cfr. l’articolo «Metafora» in Enciclopedia Einaudi, IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, aggiungendo quindi a «leone» una figura di «umanità», e riverberando sulla classe dei re una proprietà di «animalità», questo accade proprio perché sia /re/ sia /leone/ preesistevano come funtivi di due funzioni segniche in qualche modo codificate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una cosa è una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) è al tempo stesso un’altra. Quello che c’è di fecondo nelle tematiche della testualità è tuttavia l’idea che, perché la manifestazione testuale possa svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesistenti, bisogna che qualcosa nella funzione segnica (e cioè il reticolo delle figure del contenuto) appaia già come gruppo di istruzioni orientato alla costruibilità di testi diversi. Dunque, almeno nell’apparenza un significante rimanda pur sempre ad una serie di significati espliciti, dichiarati e ad una serie di significati impliciti, relazionali, di senso inteso o sottaciuto». (Umberto Eco, Segno e inferenza, Einaudi, Torino 1997: 21)

Apparentemente questa relazione biunivoca dovrebbe facilitare la nostra comprensione quantomeno sui significati intesi. In realtà le cose si complicano per diversi ordini di ragioni:

  1. Un’immagine, ma potrebbe dirsi lo stesso per un simbolo, è polisemica, rimanda cioè a differenti significati. La parola legata all’immagine o al simbolo ha la funzione di condurre il lettore attraverso alcuni significati e non altri: ha una funzione direttiva, repressiva e di ancoraggio ideologico. Ad esempio la didascalia di una foto.
  2. Di fronte ad un messaggio di prima intenzione (denotativo), “casa”, ovvero “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione”, ci sono sistemi di secondo senso (connotativi): “protezione”, “famiglia”, “patria”, “confini” fisici e relazionali…: «Questa elaborazione, talora palese, talora dissimulata, razionalizzata, è molto vicina a un’autentica antropologia storica. […] Dal canto suo il significato di connotazione ha un carattere ad un tempo generale, globale e diffuso: è, se si vuole, un frammento di ideologia […]. Questi significati comunicano strettamente con la cultura, il sapere, la storia, ed è attraverso di essi, se così si può dire, che il mondo penetra il sistema. L’ideologia sarebbe insomma la forma dei significati di connotazione, mentre la retorica sarebbe la forma dei connotatori». (Roland Barthes, Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 2002)
  3. Il rapporto tra denotazione e connotazione è nella sua sostanza ambivalente e, nello stesso tempo, politico: la denotazione non è il primo significato, ma finge di esserlo. La connotazione, in breve, produce l’illusione della denotazione, l’illusione del linguaggio come trasparente e del significante e del significato come identici. Quando assimiliamo le denotazioni per la prima volta, ci posizioniamo anche all’interno dell’ideologia, imparando allo stesso tempo le connotazioni dominanti. In altre parole il significato esplicito e quelli impliciti fanno parte della stessa natura: il primo serve a naturalizzare i secondi e renderli a noi familiari.

Veniamo ora a quelle che sono le intenzionalità base o convenzionali che il sistema facebook riconosce al tasto “mi piace/pollice all’insù”.

1) Esplicito, convenzionale e denotativo: verbo intransitivo, riuscire gradito, bene accetto, rispondere pienamente ai gusti, alle esigenze, alle aspirazioni personali. Come il suo contrario (dispiacere), si costruisce spesso con prop. soggettiva o è usato impersonalmente (dizionario Treccani) Questa situazione si verifica sia nel caso in cui l’apposizione sia data ad una pagina istituzionale sia nel caso in cui venga dato ad una esposizione estemporanea legata o meno a fatti contingenti (una frase, un pensiero, una foto, una vignetta, una notizia…)

2) Esplicito, convenzionale e denotativo: condizione informatica per cui l’apposizione di tale simbolo consente un legame permanente, almeno fino a recessione dell’intenzionalità esplicita o al termine della nostra iscrizione, con la pagina istituzionale dedicata. In questo caso non si tratta più di un evento estemporaneo, ma di un legame “duraturo” con un progetto con cui si vuole in qualche modo strutturare un legame.

Connotazioni: legami impliciti e disaccordi non evidenti.

Nel secondo caso il gradimento non è necessariamente scontato: una persona può dare il suo assenso (mi piace) al collegamento con tale o tal altra pagina esclusivamente perché ne vuole rimanere in contatto. Si dà il caso dei siti istituzionali, politicamente affini o avversi, soltanto per il fatto che questo sistema relazionale (mi piace/mano con pollice all’insù) permette un costante aggiornamento informativo di ciò che l’altro fa e dice di fare o che semplicemente pensa.

Sia nel primo che nel secondo caso, rientrano tutte quelle modalità di relazione personale supportate da amicizia vera, presunta, finta, da interessi personali, da relazioni estemporanee, da reali condivisioni, da convenienze o da semplici atti di gentilezza disinteressata in cui il “mi piace/mano con pollice all’insù” corrisponde ad una o più di queste relazioni esplicite e implicite. In ognuno di questi casi il simbolo/verbo non è in grado di spiegare nessuna di queste volontarietà, ma solo di presupporle.

Pensiamo, poi, a quei casi in cui il “mi piace/pollice all’insù” designa intenzionalità opposte: uno degli esempi più palesi riguarda la morte di qualcuno. Nella maggior parte delle situazioni il “mi piace/pollice all’insù” non indica in alcun modo il piacere della notizia ricevuta quanto la condivisione sentita (cordoglio) dell’evento luttuoso che si è verificato. In altri casi, minori ma non insignificanti, il “mi piace/pollice all’insù” è quello che la volontà palese vuole significare: giubilo gaudente. Successe in grande numero per la notizia della morte di Bin Laden tanto per fare un esempio comprensibile e, come dicevo poc’anzi, per tanti altri piccoli o grandi eventi similari. Ma l’esempio potrebbe trasporsi in contenuti assolutamente differenti.

Connotazioni e peccati di omissione. Il “mi piace/mano con pollice all’insù” come fosse una nota a piè di pagina.

In un bellissimo libro dall’oggetto alquanto insolito, “La nota a piè di pagina* Una storia curiosa” (Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000, pag. 20), Anthony Grafton scrive: “In Italia, per esempio, la nota spesso opera tanto per omissione quanto per ammissione. Il mancato riferimento a un particolare studioso o a un dato testo assume la portata di una dichiarazione polemica, di una damnatio memoriae, che la cerchia degli interessati immediatamente riconosce e decodifica. Ma la cerchia ha naturalmente una circonferenza ridotta. L’autore così strizza un occhio alla piccola comunità degli specialisti che conoscono quel linguaggio, e l’altro a quella assai più ampia degli storici e dei lettori che capitano, per caso, su una copia di una particolare rivista. Soltanto coloro che hanno memorizzato i puntini e i trattini del codice di citazione – un codice che muta, naturalmente, di ora in ora – leggeranno nelle omissioni le accuse e le polemiche. Ai non addetti le stesse note appariranno pacate e informative”.

Il “Mi piace/pollice all’insù” funziona, ovviamente secondo volontà del fruitore/commentatore/sodale e non dell’autore, in maniera similare: segna l’appartenenza ad una comunità; indica nell’autore un punto di riferimento imprescindibile, indipendentemente o meno dal contenuto espresso, rimarca i distinguo sia nei confronti di altri autori sia nei riguardi di comunità o individui che dal primo hanno preso e prendono le distanze. Un semplice “like” indica talora molto di più di quanto nel suo significato esplicito di piacevolezza voglia segnalare. In un sistema algebrico in cui “amicizia” sta per…, ma anche al posto di …, ogni funzione ad essa complementare o surrogata si dota delle stesse intenzionalità interpretabili in cui la ragione del gesto, al di fuori di una sua palese dichiarazione dell’interessato, resta priva di spiegazione. Non esiste tra simbolo/verbo (mi piace/ pollice all’insù), come abbiamo potuto vedere, un rapporto sostitutivo con l’intenzionalità dell’autore, ma solo un rapporto mediato col senso esplicito ed implicito che “facebook” assegna.

Il legame debole.

Altre volte, invece, il legame strutturato, ma bisognerebbe valutare caso per caso, è assai meno evidente e definito: il richiamo alla condivisione può essere dettato dal mero interesse; oppure ancora in riferimento e in luogo di una amicizia per cui si accorda un piacere non sulla base di quanto proposto; o semplicemente sugli effetti della relazione amicale in sé e così via. Diversi “mi piace/pollice all’insù” non presuppongo in itinere necessarie rivalutazioni da parte degli interessati: allo stesso modo con cui vengono accordati così possono rimanere per lungo tempo invariati, pur cambiando il contenuto della pagina “piaciuta” (nel mio caso non mi ero più occupato in alcun modo delle modalità comunicative di quella pagina allo stesso modo con cui non me ne occupo di molte altre a cui ho apposto per diverse ragioni sopra-elencate il “mi piace/pollice all’insù”). La mia, ovviamente, non può essere una giustificazione, né intende esserlo: diciamo che nel momento in cui si entra in un sistema comunicativo sovrastante si possono correre dei rischi più o meno prevedibili. Ma, ancora una volta, è il sistema di connotazione implicito nel mondo “facebook” che tiene dentro e naturalizza le sue denotazioni nella forma più ovvia: il “mi piace”. Da cui la domanda rivoltami dall’amica non virgolettata (è l’amica non virgolettata, la domanda sì).

Una breve digressione sul punteggio dei vini, numeri, chiocciole, faccine, bicchieri, soli o grappoli che siano.

Passare da un linguaggio verbale o segnico costruito intorno alla “langue” (Istituzione sociale e sistema di valori come parte sociale del linguaggio)e alla “parole”(combinazioni in base alle quali il soggetto parlante può utilizzare il codice della lingua per esprimere il suo pensiero personale) secondo il concetto dicotomico esplicitato da Saussure in “Cours de linguistique générale”(Losanna-Parigi, Payot, 1916), ad un simbolo grafico o ad un’immagine non è un tragitto di poco conto: non lo è per molte delle ragioni espresse qui sopra nonostante, come sapientemente riportato da Umberto Eco, questi siano delle convenzioni e dunque degli accordi segnici con cui delle comunità umane stringono delle relazioni operative. Pensiamo, anche solo per un momento ai voti scolastici: li comprendiamo nella loro essenza, sapendo che un quattro oltre che ad essere un rimando decisamente negativo potrebbe portare ad una sonora bocciatura, ma siamo in grado solo fino ad un certo punto di intendere il valore di senso che il soggetto erogante gli attribuisce, a meno che non espliciti a fianco una sequenza di “parole” socialmente comprensibili in un contesto valoriale (langue). E, neppure in questo caso, forse li capiremmo compiutamente. Quello che dobbiamo comunque cercare di comprendere, sia che si tratti di un “6–” o di un “83/100”, è il contesto di attribuzione sociale degli stessi, delle loro relazioni sociali e quindi politiche, e dunque economiche, e culturali all’interno di processi storici in cui i parametri di giudizio possono significativamente cambiare allo stesso modo con cui cambiano le relazioni di potere.

Cina, America e altri Occidenti. Ancora sui dazi sul vino e su altri generi più o meno voluttuari

La Grande Guerra di Mario Monicelli – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349255

Pensare che gli Stati Uniti d’America e che il loro caro leader Donald Trump abbiano intrapreso la strada della ritorsione economica a seguito dei finanziamenti pubblici di alcuni stati europei al progetto Airbus per ben 7,5 miliardi dollari viaggia di pari passo con l’idea che la prima guerra mondiale sia scoppiata in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Non che un pretesto non serva, ma di pretesto si tratta.

Proverò ad elencare una serie di questioni non sufficientemente trattate in modo tale che la forma dello scontro in atto assuma una fisionomia maggiormente definita e comprensibile.

Le elezioni americane, il formaggio e il latte.

Come molti di voi sapranno il prossimo martedì tre novembre 2020 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come si dice da quelle parti: “sink or swim” (o la va o la spacca) e per Trump “farla andare” significa prendersi, tra gli altri, il necessario stato “contadino” del Wisconsin. Proprio in quello stato abbarbicato a nord tra il Lago Superiore e il Lago Michigan chiudono due aziende casearie al giorno. Nello stesso tempo sono falliti due dei più grandi produttori di latte d’America: la Dean Foods e la concorrente Borden Diary presente sul mercato da oltre 164 anni (fonte: Federico Fubini, La caduta dell’export. E manca ancora una cabina di regia, “Corriere della Sera” 15 gennaio 2020)

D’altra parte Larry Summers, professore di Harvard, segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama, ricorda a tutti noi che, in anno di campagna elettorale, per Donald Trump conta di più fare il duro che avere ragione (fonte: Federico Fubini, “Ma Trump non mollerà, ora vuole colpire l’Europa”, “Corriere della Sera” 16 gennaio 2020). Non so com’è, ma mi ricorda qualcuno.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti sono indebitati sino al collo, ed anche in questo mi ricordano qualcun altro (molti altri a dire il vero). Il deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, cresciuto a dismisura dal 2001 in avanti, alla data 31/12/2019, ammontava a ben -320 miliardi dollari. Sì, avete letto bene e se non ci credete controllate qui:

2019: U.S. trade in goods with China

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html#2019

NOTE: All figures are in millions of U.S. dollars on a nominal basis, not seasonally adjusted unless otherwise specified. Details may not equal totals due to rounding. Table reflects only those months for which there was trade.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’Europa.

Eufemisticamente parlando anche qui il piatto piange. Al termine del 2019 il deficit commerciale degli USA nei confronti dell’Europa era pari a -162,570.5 miliardi di dollari. Continuate a leggere bene: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

Gli accordi con la Cina

Ipotizziamola così: non era possibile che gli Stati Uniti continuassero, visto il disavanzo totale della bilancia commerciale, una guerra aperta e totale contro mezzo pianeta, puntando esclusivamente ad un rafforzamento dei propri prodotti sul mercato locale: un conto è il latte, altro lo sono automobili, petrolio, prodotti agricoli di varia natura, prodotti dell’industria manifatturiera e via dicendo. Così hanno stipulato a spron battuto l’accordo di ieri in cui la Cina si è impegnata ad acquistare, nel corso di due anni, beni aggiuntivi per almeno 200 miliardi dollari nei settori dell’energia, dei servizi, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Disgregando i 200 miliardi per settore troviamo nel comparto energetico l’acquisto di gas liquefatto, di gas naturale e materie prime petrolchimiche pari a 52,4 miliardi di dollari; prodotti agricoli per 32 miliardi di dollari; auto, componentistica, aerei, microchip per 77,7 miliardi di dollari e 37,6 miliardi di dollari in servizi. In cambio gli Stati Uniti abbasseranno l’aliquota, imposta il primo settembre scorso, su 120 miliardi di dollari di merci cinesi, al 7,5%. Al contrario i dazi imposti sul oltre 250 miliardi di dollari in beni al 25% rimarranno intatti. In una seconda fase l’intento americano è quello di abolire tutti i dazi sui prodotti cinesi. Anche nel comparto informatico i dazi su 160 miliardi di dollari in prodotti cinesi sono stati sospesi a tempo indeterminato. La Cina, dal suo canto, non applicherà il 25% di contro-tariffe sulle auto americane. E, infine, c’è l’impegno della Cina di non utilizzare la svalutazione del cambio dello yuan per avvantaggiarsi negli scambi commerciali (Fonte: Riccardo Barlaam, Cina e Usa firmano il patto di distensione commerciale, “Ilsole24ore” del 16 gennaio 2020)

Il vino, l’Europa e chissà.

Secondo il Wine Insitute (https://wineinstitute.org) californiano i dazi applicati dalla Cina al vino americano importato, californiano in testa, sono arrivati  sino al 106% del prodotto totale (dicembre 2019). Insomma una bella botta. Questo ha ingenerato una contrazione delle esportazioni del vino statunitense in Cina che, se ne 2018 si attestavano all’incirca al 25%, nell’anno successivo hanno superato abbondantemente il 30%. Così anche l’Europa ha diminuito per almeno del 15% le importazioni del vino americano. L’ipotesi dei dazi americani al vino europeo, molto probabilmente, tengono in debito conto del primo dei fattori, ovvero del rapporto con la Cina e dei nuovi accordi nel settore commerciale che dovrebbero portare ad una diminuzione sostanziale delle tariffe doganali anche sui vini. Rimanendo aperta, invece, l’ipotesi bellico-commerciale anti-europea, gli Stati Uniti, al contrario, vorrebbero innalzare le tariffe su tutti i vini di marca Ue. Per l’Italia si parla di un rischio pari a 3 miliardi di export. C’è però un ma. Sebbene l’Europa, nel suo complesso, abbia diminuito l’acquisto di vino statunitense, rimane sempre il maggiore mercato dei vini d’oltre Oceano. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno esportato vino in Europa per una quantità di 204,660,479 litri pari ad un fatturato di 469,365,824 dollari.

Nello stesso anno gli USA hanno esportato vino in Cina per 12,332,002 litri pari ad un fatturato di 59,264,488 dollari.

L’Europa, insomma, compera per otto la quantità di vino statunitense che acquista la Cina.

Nessuno stupore, dunque, per il comunicato congiunto tra CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) e l’americano Wine Institute per l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino.

D’altra parte non tutto il protezionismo esce col buco e se qualche spiraglio c’è lo dobbiamo proprio a quel buco.

Sono uno juventino di merda e per di più un anarchico voluttuoso. Ma posso spiegare (almeno la prima)

La Juventus del 1905 per la prima volta campione d’Italia, dopo la vittoria nella Prima Categoria, con indosso la nuova maglia bianconera adottata stabilmente un paio d’anni prima

Prologo.

Quando si giunge ad una certa età è quanto mai opportuno rivelarsi compiutamente attraverso una comunicazione pubblica sui propri (presunti) difetti. Lo faccio e lo debbo fare per almeno due ordini di ragioni: la prima è che così non sono più obbligato a giustificare in sede privata la mia passione calcistica. In secondo luogo per non trovare, sull’annuncio di morte, una scritta del tipo: “Era un brav’uomo, peccato però che tenesse per la Juventus”.

Questo mio gesto pubblico non sarà privo di conseguenze umanamente provanti. Le amicizie in confidenza mi saluteranno, probabilmente, in questo modo: “ciao juventino di merda!” Le altre lo faranno in forma interrogativa: “Ciao, ah! ma sei tu lo juventino di merda?”

L’imbarazzo.

Di frequente mi trovo a rispondere a non-domande e pseudo-affermazioni di questo tenore: “Conoscendoti…:”- due punti con sospensione prolungata – “ma come fai a tifare per la Juventus?”; “Ti facevo dell’altra squadra…, che delusione!”; “Tieni per la squadra dei padroni!”….

Ecco allora che abbasso lo sguardo, farfuglio cose incomprensibili sulle contraddizioni in seno alla classe, con vaghi riferimenti alla teoria dell’alienazione e alla concentrazione del capitale; poi punto il piede a cui chiedo di compiere brevi e succinte rotazioni orarie – antiorarie – orarie e, infine, penso: “Ma che cosa vuole questo da me?”

La squadra del cuore.

Non so per quanto vi riguarda, ma sono sicuro almeno per me: ogni giustificazione ex-post che tenti di spiegare razionalmente i motivi per cui si tifa per una o per un’altra squadra è destinata, rapidamente, a sciogliersi nel seno delle proprie velleitarie incongruenze. Non mi è ancora capitato di conoscere qualcuno che, supportando la Fiorentina, mi abbia detto: “Ho scelto questa squadra dopo lunghi e attenti studi sulla “Nascita di Venere” del Botticelli”; neppure mi è mai capitato di incontrare un tifoso della Salernitana che abbia motivato la sua passione calcistica in ragione del campanile del Duomo in stile arabo-normanno. La squadra, al pari di una fede religiosa, viene consegnata nella primissima infanzia da un tramite umano, famigliare o amicale e da un contesto sociale, di scuola o di quartiere. Niente più e niente di meno. Poi, sempre al pari di una fede, la si può ripudiare, la si può rendere consuetudine (sono del Genoa, perché lo era mio nonno, ma non la seguo più di tanto, che somiglia al “vado a messa tutte le festività comandate e raccomandate”), oppure la si può abbracciare nelle sue profonde e laceranti antinomie. La squadra non è in alcun modo sostituibile.

“In verità” – come direbbe mio figlio, ci ho provato solo una volta, ma poi sono tornato rapidamente sui i miei passi: il tutto capitò nel 1976 quando il Torino vinse il suo ultimo scudetto. Avevo da poco compiuto sette anni ed ero talmente juventino che, pur di tifare una squadra vincente, sarei passato armi e bagagli al Toro. Ma alcuni compagni di classe mi spiegarono che questo non era possibile, che non mi avrebbero più fatto amico, che mi avrebbero rubato tutte le figurine dell’album “Panini”, che avrebbero dato fuoco alla mia casa e cose di questo tipo.

Per quanto mi riguarda.

Come molti nati a Torino, sono figlio di genitori italo-ibridi: mia madre sabauda di lungo lignaggio, cuneese e torinese, mio padre immigrato nei primi anni ‘50 dalla Marche del sud (dalla città di Fermo per la precisione). Mia madre del Toro non appassionata, mio padre della Juventus e appassionato di calcio: si recava abitualmente in piazza d’Armi con i compagni di scuola delle superiori, tutti rigorosamente vestiti con magliette a righe bianco-nere, a giuocare (con la u come gli antenati) al pallone. Io, dunque, juventino per trasposizione diretta, appassionato di calcio e giocatore di calcio: mi piaceva guardare e mi piaceva ancor di più giocare. Mezz’ala sinistra in una squadra dal nome glorioso: “Valentino Mazzola”. Dalle memorie infantili non mi pare che mia madre mi abbia mai assestato un manrovescio per la mia adesione calcistica. Quindi la militanza politica, questa volta per scelta, che mi allontanò progressivamente, per diversi anni, e dal gioco e dal tifo. Nel 2000 mi trasferii a Genova e mi resi conto, da quasi subito, che in quella città il calcio è la religione pagana cittadina, poco laica, e molto più intensa che a Torino: bandiere genoane e sampdoriane si alternano in numerosi caseggiati solo a rimarcare l’appartenenza. A Torino si mettono quando si vince e si tolgono il giorno dopo. Così, per non sentirmi troppo emarginato, tra torte di riso e acciughe impanate e fritte, tornai a discutere e a occuparmi di calcio. E a tifare.

La squadra dei padroni.

Dal quel poco che mi è dato ancora di intendere e di volere tutte le squadre di calcio, nessuna esclusa, sono di proprietà padronale. Coloro che sostengono una qualche affinità tra una squadra e una propensione politica dicono enormi fesserie. Anzi no: immani cazzate.

Il tifo è di destra o di sinistra? Il tifo è medioevo

La domanda, come sempre, è mal posta: il tifo, in sé, ricorda più la disfida di Barletta che altro. Altra cosa è parlare di gruppi che all’interno dello stadio, delle curve in particolare, introducono elementi, simboli e richiami alla politica. Ancora una volta il legame che si instaura tra tifoserie e società sportive è sostanzialmente collegato al surplus monetario che tale unione, in via diretta o indiretta, è in grado di creare. La simbologia è il pretesto e il paratesto di tale unione. Il resto incurante manovalanza.

Contro il calcio moderno? Società diversa

Ma sì! decresciamo felicemente al calcio degli anni ’50, togliamoci pure qualche annetto di troppo che poi magari mi ricrescono pure i capelli. Le società di calcio, la comunicazione del calcio, il gioco stesso (ma potrebbe valere per tutti gli altri sport in misura e maniera diversa) non sono estranee, né esterne al sistema capitalistico e di mercato nel quale viviamo (ruberie comprese). Forse sarebbe ora di dire in quale tipo di società vorremmo vivere e poi, probabilmente, anche quale senso dovrebbe avere lo sport in una società nuova. E in una “Umanità Nova!1

Ora vado. Insultatemi tranquillamente ma, per favore, non chiedetemi più perché tifo per la Juventus

1 Umanità Nova – settimanale anarchico fondato nel 1919

PS: Ricordo a tutti gli amanti di storia che gli arbitri, agli inizi del ‘900, venivano pagati con la FIAT 3 ½ HP, un’autovettura nata priva di retromarcia (non a caso penso io)

Frammenti di un discorso amoroso e governativo: le fasi della crisi.

Sansone e Dalila, dipinto di José Echenagusia (1887), Museo di Belle Arti di Bilbao

Prima fase: “Voglio capire”

Primo Ministro: «Cosa penso dell’amore? – In fondo non penso niente. Certo vorrei sapere che cos’è, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza».

Viceministro 1: «Uscendo dal cinema, solo, rimuginando sul mio problema amoroso che il film non ha potuto farmi dimenticare, curiosamente non esclamo: tutto questo deve finire! Ma: voglio capire (cosa mi sta capitando)!»

Viceministro 2: «Voglio cambiare sistema: non più smascherare, non più interpretare, ma della coscienza stessa fare una droga e, attraverso essa, accedere alla visione netta del reale, al grande sogno nitido, all’amore profetico».

Seconda fase: “Colpe”

Primo Ministro: «Ogni incrinatura nella Devozione è una colpa: questa è la regola della Cortezia. Questa colpa prende corpo quando io abbozzo un semplice gesto d’indipendenza nei confronti dell’oggetto amato; ogni volta che, per spezzare l’asservimento, cerco di ‘sganciarmi’ (è consiglio unanime del mondo), io mi sento colpevole».

Viceministro 1: «Ogni dolore, ogni infelicità, nota Nietzsche, sono stati falsati da un’idea di torto, di colpa: “Il dolore è stato privato della sua innocenza”. L’amore-passione (il discorso amoroso) soccombe senza posa di fronte a questa falsificazione».

Viceministro 2: «Ciò che mi fa paura è di essere forte e ciò che mi rende colpevole è la padronanza (o il suo semplice gesto). Io ho paura dell’altro “più che di mio padre”». (Citazione colta di Fedro nel Simposio di Platone)

Terza fase: “Che fare?”

Primo Ministro: «L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere».

Viceministro 1: «Talvolta, a furia di deliberare su “niente” (questo è quanto direbbero gli altri), finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza, delizia): telefonagli, visto che ne hai voglia! Ma invano: il tempo amoroso non consente di metter sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting out (letteralmente “passaggio all’atto”, indica l’insieme di azioni aggressive e impulsive utilizzate per esprimere vissuti inesprimibili): la mia follia è misurata non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è spontaneo è la mia paura – la mia indecisione».

Viceministro 2: «Il Karma è il concatenamento (disastroso) delle azioni (delle loro cause e dei loro effetti). Il buddista vuole allontanarsi dal karma; vuole sospendere il gioco della causalità; vuole assentare i segni, ignorare la domanda pratica: che fare? Questa domanda, io non smetto di farmela e desidero ardentemente quella sospensione del karma che è il nirvana. Io soffro, ma almeno non devo decidere niente; la macchina amoroso (immaginaria) va avanti da sola, non ha bisogno di me; come un operaio dell’età elettronica, o come l’ultimo della classe, io devo soltanto essere presente: il karma (la macchina, la classe) ronza lì davanti a me, ma senza di me».

Quarta fase: “La catastrofe”

Primo Ministro: «Vi sono due tipi di disperazione: la disperazione pacata, la rassegnazione attiva (“Io vi amo come bisogna amare: nella disperazione”), e la disperazione violenta: un bel giorno, in seguito a un incidente qualsiasi, mi chiudo nella mia stanza e scoppio in lacrime: sono in balia di una forza che mi soverchia, asfissiato dal dolore; il mio corpo s’irrigidisce e si contrae: come in un lampo, freddo e tagliente, io vedo la distruzione a cui sono condannato. Tutto ciò non ha niente di paragonabile alla prostrazione insidiosa, ma in fondo civile, degli amori difficili; non c’è alcun rapporto con l’annichilimento in cui si viene a trovare il soggetto abbandonato: qui, sono come folgorato, ma lucido. La sensazione che provo è quella di una vera e propria catastrofe: “Ecco, sono veramente fottuto!”».

Viceministro 1: «La causa? Non è mai solenne – per esempio, una dichiarazione di rottura; la cosa avviene senza preavviso, o per effetto di un’immagine che riesce insopportabile, o per un’improvvisa ripugnanza fisica: dalla sfera infantile – il vedersi abbandonato dalla Madre – si passa brutalmente alla fase genitale».

Viceministro 2: «La catastrofe amorosa s’avvicina forse a ciò che, nel campo psicotico, è stata definita una situazione estrema, la quale è “una situazione che il soggetto vive conscio del fatto che essa finirà col distruggerlo irrimediabilmente” ».

Tutte le frasi sono una riproduzione del testo di Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, Giulio Einaudi Editore, Torino 1979; edizione originale Éditions du Seuil, Paris 1977

Il Salone del Libro allo specchio dei tempi

Sono torinese di nascita e non di adozione, ho frequentato numerosissimi “Salone del Libro” di Torino perché mi piacciono i libri e perché mi è sempre venuto comodo andarci, mantengo ancor una buona memoria e detesto i fascismi e in genere tutte le forme dittatoriali o autoritarie e tante altre cose che sarebbe troppo lungo dilungarmi qui. Ricordo bene, dunque, da lontano frequentatore di quel salone con la S maiuscola, di aver sempre impattato, ahimè!, in case editrici di estrema destra, fasciste o, persino, amichevolmente naziste: piccole case editrici, di piccole città, animate e sostenute da piccoli (e miserrimi) accoliti. Questa case editrici facevano parte di quel variegato mondo inclassificabile che andava sotto il nome di editoria indipendente e che, al pari della musica non omologata, si annoverava in quel novero di produzioni sottratte alla grande produzione e distribuzione del capitale librario. C’erano, dunque, già da prima e nessuno se ne curava. Molti semplicemente non le riconoscevano, taluni ci giravano al largo e i più non le scorgevano neppure. Non credo che gli organizzatori le invitassero o le accogliessero in nome di chissà quale religione liberale o di un fantasmagorico pluralismo dottrinale o di gradimento della parola fastidiosa: a mio parere, e tale rimane, era semplicemente una prassi consolidata che tendeva più ad includere che ad escludere e non per ragioni estetiche o di condivisione: per una pura e semplice noncuranza del merito e per il fatto che ogni stand fosse (come è oggi) a pagamento. Può sembrare cinico, ma mi hanno spiegato, sin da piccolo, che anche nel magico mondo dell’etereo, del futile e del dilettevole (ma noi sappiamo tutti che così non è), che sguazza in una società di mercato quello che conta è il denaro. Conta anche altro, ma il denaro vale e pure parecchio. Pochi giorni fa è scoppiato il caso dell’editrice “Altaforte” la cui espressione libraria, nonché politica è, almeno per me, inequivocabile. Ma, attenzione bene, il fatto che abbia una connotazione e dei riferimenti politici ben precisi non significa in alcun modo che abbia costruito il suo catalogo in maniera univoca: le pubblicazioni raccolgono, tanto per capirci, una galassia di sensibilità politiche che, partendo dalla storia fascista, passano attraverso sovranismi monetari e nazionali e approdano a quelle “resistenze” antimperialiste tanto care sia ad una certa sinistra di impronta prettamente staliniana che ad una certa destra identitaria e nazionalista (quelli dello stato proletario e del socialismo in una sola nazione). Come scrivevo più sopra sono lontanissimo da tutto questo e penso che il vero punto a contendere non sia il fascismo, ma la Lega, il governo di questo paese, il governo di molti paesi, la materialità delle cose e, infine, molti dei nostri e degli altrui connazionali. La correlazione, perché di questo si tratta, è tra la casa editrice Altaforte e il libro intervista a Salvini: molti si sono accorti di Altaforte editrice non per Altaforte editrice. E non se ne sarebbero accorti in alcun modo senza Salvini. Il cortocircuito vero di quell’intervista è che parla, ancora prima che nei contenuti, del rapporto stabile, di complicità ancora meglio, tra fascismi e forze politiche, governative e non, di questo paese. E dei silenzi compromissori di molte altre. La forma supera e sostiene il contenuto: essa stessa divenne la fonte di quella legittimità che permise a Casa Pound di partecipare ai cortei della Lega; oppure che diede la foto di un pranzo (cena?) tra selfie, sorrisi e mazzieri; che consentì lo sfoggio dei giubbotti di qualche marca ben precisa e compiaciutamente esibita; che protese il corpo dai balconi e dai balconcini; che proferì le parole di un gergo tipicamente fascista (“le zecche”, ad esempio); che consentì le liste e le cariche elettive condivise tra camice nere e camice verdi. Quel libro parla dell’Italia (dell’Europa e del Mondo) molto di più di quanto non facciano altre parole o immagini. Non si può stare in silenzio senza prendere le dovute distanze o le chiarificatrici assenze. A patto, però, di sapere che le contraddizioni sono ben più vaste, articolate e profonde di qualche intromissione o estromissione o delle denunce per per apologia.

Ancora una volta il fascismo è parte dell’autobiografia di questa nazione.

“Cappuccetto rosso”, quindi delle parole e del loro orrido utilizzo

Di Carl Larsson – Bukowskis, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26016098

Massimo Gramellini, nel suo ultimo editoriale dal titolo quantomai evocativo, “Cappuccetto Rosso” https://www.corriere.it/caffe-gramellini/18_novembre_22/cappuccetto-rosso-cd85367c-edd1-11e8-be2f-fc429bf04a05.shtml?fbclid=IwAR2DgiEez7APWQEZnhmFVNzOLYbQx6fhcoHr_hx95e_OBKM47fzXBshmxWE così pensa, così inizia e così scrive: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Gramellini utilizza un espediente retorico che, ancor prima di essere tale, è uno strumento etico e politico allo stesso tempo: lui dice, in altre parole, “te la sei cercata!”: tutto ciò che segue nel suo discorso non fa altro che rafforzare questo, tanto banale quanto orrido, concetto. Il pensiero che sovrasta l’immagine evocata ha la funzione di distribuire le colpe e, contemporaneamente, di attenuarne la portata: “fossi rimasta a casa!”; “non avessi portato quella gonna!”; “non avessi bevuto troppo!”…  il fatto di essere una giovane cooperante bianca in Africa. A fronte di una “provocazione”, conscia o inconscia che sia poco importa, semmai suffragata da una pura, cioè supportata da inconsapevole ignoranza, energia giovanilistica, non possono che tornare in mente le parole di ‘Un americano a Roma’: “Maccarone … m’hai provocato e io te distruggo adesso, maccarone! Io me te magno!”. La “provocazione”, dunque, determina un merito che essa ha contribuito a causare e che, con esso, sortisce una “equa” suddivisione della colpa. Perché di colpa si tratta a proposito di quella “smania d’altruismo” e di colpa si tratta allorché “la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Non è una ramanzina simpaticamente bonaria quella del professionista adulto Gramellini, ma una sentenza definitiva. E, davvero, nessuna intenzione di riportarla ad una più ragionevole mensa Caritas toglierà una virgola dalla violenza di quelle parole.

Il provinciale

da wikipedia pubblico dominio

La sparizione
Delle sagome dei camerieri
Fuori dai ristoranti
Non è avvenuta in una data precisa.
Sono cose che misteriosamente accadono
Come la comparsa dei biscotti Togo
Al cioccolato.

Cinnamon – Offlaga Disco Pax

in Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione) Santeria/Audioglobe

La scomparsa dei mondi di prima.

Lo sviluppo dei fenomeni politici non è mai lineare: solitamente si accompagna o trae linfa e spazio vitale dalla progressiva scomparsa dei mondi di prima. La progressione, in termini puramente temporali, è assai labile e ancor più difficile da misurare: gli eventi corrosivi appaiono spesso, in nuce, molto tempo prima. A volte sono talmente piccoli da risultare pressoché risibili. Altre volte assumono volti e forme la cui comprensione è di là, a molto, da venire: come fiumi sotterranei ricompaiono dai flutti carsici e prorompono in maniera più o meno inaspettata quando il corpo sociale non solo è ben disposto ad accoglierli, ma quando esso, in qualche modo, li ha già ancorati al passato di un futuro desiderabile. Così la nascita e la crescita dei fenomeni populistici precorre e percorre un terreno che si fissa, già a partire dalla fine degli anni ‘70, dalla rottura dei paradigmi post-bellici: la democrazia repubblicana resistenziale si pensa almeno in due assunti tra loro complementari: come luogo della rappresentatività politica e civile (il sistema elettorale proporzionale puro e svariati articoli della Costituzione) e come luogo in cui i corpi sociali di grandezza, di importanza e di peso diverso (partiti, associazioni, confederazioni, sindacati …), trovano una possibile mediazione e ricomposizione sociale. Il conflitto è parte integrante della partita e il campo della rappresentanza contempla anche condizioni che possono portarla, nel paradosso più estremo, all’uscita da se stessa: il comunismo, ideologicamente inteso, è la condizione operativa di tale superamento. Questo sul piano puramente teorico ma, come ben sappiamo, il piano formale agisce costantemente sul piano sostanziale, lo informa, ne prende parte per poi essere a sua volta ri-modellato. Il cittadino e il ‘cittadinismo’ sono ancora da venire e il popolo, lungi dall’incarnarsi in un’entità astratta e coesa o dal declinarsi nell’individualismo radicale, è piena parte di quel modello rappresentativo e si volge al plurale almeno in tanti quanti sono i luoghi della rappresentanza e della mediazione politica: il popolo comunista, il popolo democristiano e via cantando. Non vi è, insomma, riconoscibilità sociale se non nella forma dell’appartenenza. Le direttrici su cui si struttura, agli albori, la rottura epistemologica del tardo novecento prendono piede da due fenomeni politici tra loro molto distanti, ma che preconizzano una rottura di senso e di metodo esistenziale: la rottura generazionale,  con il suo rifiuto delle forme storiche della rappresentanza, operaia (partito – sindacato) e non solo, da una parte, e il ruolo politico del nascente socialismo modernizzatore e gaudente sotto bandiera craxiana, dall’altra. Accelerazioni tecnologiche e sociali rompono il fermo immagine del Novecento: ho parlato di elementi primigeni, di luci fioche in un campo ancora apertamente strutturato con i vecchi criteri ma che, di lì a poco (dieci anni), sarebbero implose con un deflagrazione imponente: vuoi per la fine del blocco del socialismo reale, vuoi per altre milioni di ragioni, quello che si vede in controluce alla fine degli anni ‘70 appare ora in tutta la sua potenza esplicativa. E non solo a destra: l’insistenza sulla governabilità come processo di espulsione dalle pastoie consociative e post-ideologiche, ma sarebbe meglio chiamarle para-ideologiche, di ogni forma di mediazione ingombrante, si risolve nel suo opposto, ovvero nella risoluzione di ogni forma di partecipazione mediata. E molto di questo viene dal ex-PCI che si deve alleggerire non solo e soltanto del suo passato, ma anche della sua struttura organizzativa: la governabilità, parola catartica utilizzata a più riprese nei congressi del Pds, è l’avviluppamento tecnocratico attraverso cui la politica si autonomizza professionalizzandosi. Così la comparsa dei tecnici- politici si affianca stabilmente ai politici anti-politica: Berlusconi non è che l’esito, in salsa italica, di un percorso che lo precede di cui il Cavaliere si fa interprete, estensore, innovatore ed esecutore. Ovviamente non da solo: corollario di questo processo è il succedaneo Bossi e il leghismo prima maniera. Le luci della ribalta populistica sono tutte vive e ben presenti già allora: l’appello viene diretto ad una comunità-popolo omogenea, interclassista, che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità e della verità. Il leader carismatico non dovrà fare altro che porsi, contraddittoriamente con se stesso e con il suo establishment, come interlocutore ed interprete diretto di tale volontà. Il paradosso è evidente, ma proprio in quanto auto-evidente, è nello stesso tempo la forza propulsiva dei nuovi reggenti politici: legittima laddove il sistema non può che essere luogo della mediazione corrotta e corruttibile. I corpi intermedi assumono, dunque, connotazioni e modalità esemplificative assai diverse da quelle precedenti: sono agili, aggirabili, nascono e scompaiono in forma sociale perlopiù economica, almeno tante quante sono le forme consentite dal codice civile e, soprattutto, non devo rendere conto ad alcuno se non a quelli a cui debbono il proprio sostentamento. Questi corpi, nella misura in cui si replicano a dismisura, anche per via legislativa (la nota proliferazione dei gruppi parlamentari e dei partiti che si costituiscono in fase post-elettorale, ad esempio), svuotano le forme tradizionali della rappresentanza assumendo a sé un improbabile ruolo tecnico a-politico. In questa situazione la sinistra è al costante (e perdente) inseguimento: dopo diversi tentativi falliti di mediazione tra la prima e la seconda repubblica, di cui Prodi è l’emblema più evidente, la rincorsa ad un neo-liberismo di dottrina, fatto più che altro da privatizzazioni e deregolamentazioni in cui il mercato è soltanto un sottofondo preso a prestito da un’ideologia mai compresa, né elaborata né tantomeno assimilata, ma del cui esito scaturiranno alcune delle peggiori contro-riforme sociali e istituzionali di tutto il dopoguerra, si lancia in processo di trasformazione la cui rapidità è pari solo alla perdita di senso. Renzi, figlio mai prodigo di questa trasformazione costante sfugge persino ai suoi padrini politici e, non da meno e nondimeno di alcuni colleghi di altre forze inaugura una stagione populistica di tutto rilievo: non si rivolge più, se non ai suoi fedelissimi, nemmeno alla controfigure scialbe del partito. Parla ad altri: la Leopolda, da un punto di vista emblematico, è la consacrazione di questo scambio diretto con il popolo: è il leader che parla direttamente al suo mondo da cui riceve, in cambio, l’investitura politica. Renzi, ancor prima di essere un erede politico di Berlusconi, ne è erede dal punto di vista culturale e le sue somiglianze con il populismo spinto, di marca giallo-verde, sono di gran lunga maggiori rispetto alle distanze presunte e presupposte. Ognuna delle forze che siedono attualmente in parlamento, nessuna esclusa, deve qualcosa alla canea ideologica populistica. La storia di Renzi finisce là proprio dove voleva cominciare: nelle riforme istituzionali.

La scomparsa delle province. Prove tecniche di trasmissione

Con un meraviglioso salto carpiato legislativo, sonoramente apprezzato, o comunque non inviso agli oppositori, nel 2014 prende il via la famosa riforma Delrio, quella che, se da una parte “metropolitizza” i territori circostanti ai grandi insediamenti urbani, dall’altra “amministrativizza” quelli che circondano inurbamenti di minor rilievo e che godono di meste sintesi targate: BL, BN, AL…. Ancora una volta l’impianto ideologico di riferimento è quello dello svuotamento: troppi enti intermedi, troppo di tutto e tanto di niente e chissà cosa avevano in mente i padri e le madri costituenti. Impianti obsoleti per una democrazia nazional-popolare che si deve completare con la riforma costituzionale. Il processo di trasformazione delle province in enti di secondo livello è assai singolare: si procede con uno stravolgimento delle fonti normative. Anziché procedere prima ad una  riforma del dettato costituzionale e solo successivamente all’adeguamento della legislazione ordinaria, si opera in maniera inversa: si presume di lasciare alla  posteriore riforma costituzionale un ruolo di mero “suggellamento” di quanto già deciso in via ordinaria. Com’è noto, però, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, che espelle dalla Costituzione ogni riferimento alle province, viene bocciata in sede di referendum confermativo. L’unico vero risultato conseguito è il dissesto amministrativo di gran parte delle stesse: in altre parole ad essere pesantemente decapitati sono i servizi (scuole, strade…).

Dice  allora il ministro competente che, in attesa di scomparire, le province si trasformano in enti di secondo livello: non più elette, ma governate dai nominati che fanno fatica a reggere i comuni. E più sono grandi i comuni più le province diventano piccole, anzi piccolissime, quasi a scomparire. “Si risparmia” – dicono tutti. E’ falso, si vedrà poi. L’arco costituzionale trans-populista ha fretta di cancellare, abrogare, sorvolare. La nuova democrazia si deve liberare degli orpelli secolari che l’hanno trattenuta sulla via della conservazione. L’autorità fa presto a diventare autoritarismo e il popolo populismo. Non che prima si danzassero arie di libertà, tutt’altro. Ma i poteri sapevano che le loro imposizioni venivano contrattualizzate, ovvero avevano un prezzo più o meno caro da pagare alla controparte. Esistendo, appunto, la controparte. Ora è rimasta solo la parte.

L’attentato linguistico.

La porzione più arrogante di quel potere abrogante è che vuole liquidare un pezzo di storia patria senza ghigliottinare neppure una testa, ma solo per succinta via telematica e parlamentare. Sanno benissimo che quei luoghi sonnacchiosi non sono che l’esempio spossante di antiche predazioni, ma dimenticano, con altrettanta sfrontatezza, che le province “sono faticosa convivenza di risentimento e fattiva vitalità, cieco egoismo e spassionata dedizione. Proprio di questo ci parlano i luoghi visitati: di uno stanco mimetismo e di una imprevedibile genialità; di negligenza o, all’opposto, di attenzione amorevole verso le piccole cose; di un ottuso ripiegamento e di una generosa apertura al nuovo, al diverso; di una ignoranza esibita, che convive accanto a una sapienza dissimulata” (Franco Marcovaldi, Viaggio al centro della provincia).

Ma l’affronto più grave non è certo istituzionale, politico, storico, sociale, ma, evidentemente, linguistico. L’Italia, come ben si sa, è affetta, quasi malata cronica, di provincialismo, di cui ci spiega qualcosa il dizionario Treccani: “Mentalità, modo di fare, atteggiamento considerati tipici di chi vive o è vissuto in provincia, quindi caratterizzati da limitatezza culturale, meschinità di gusto e di giudizio e sim.: dare prova di un gretto p.; il p. consiste quasi sempre nel timore del p. e in una spasmodica cura di evitarlo (Soldati)”. In certi casi è pure una fortuna perché almeno limita i danni. I provinciali che si vogliono metropolizzare, sia in città che in provincia, solitamente provocano grandi danni ambientali, edili ed estetici. Non vi è quasi comune in terra italica che, in preda ad una forsennata modernizzazione verticale, a incrementare dagli anni ‘50, non abbia costruito i suoi palazzi cubici, sbiaditi e dotati di serrande verdi a tenuta stagna. E sotto i garage. Non si può, dunque, vivere in provincia e non essere “provinciali”, ma soltanto di “secondo livello” in una nazione sofferente da “secondo livellismo” e per di più manco eletto. “D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili. Tuttavia, mentre percorrevo, sullo stanco treno pendolare, il pomeriggio sempre più notturno, mentre transitavo per luoghi ignoti, probabilmente pseudonimi, come Alessandria e Broni, non potevo non avvertire un senso di ignoto, di esotico, di straniero” (Giorgio Manganelli, La favola pitagorica).

E’ certo che quelle province e i paesi che le abitano sono cambiati di molto: dal centro di tutto ad essere la periferia di un bel niente. Ma qualcosa di quegli antichi e improvvidi umori è rimasto, in quei paesi dove “la vita è sotto la cenere” (Piero Chiara, Il piatto piange): “Se i luinesi avessero saputo cosa bolliva dietro il muro delle sorelle Tettamanzi, sarebbero saliti sui tetti a guardare nel giardino e dentro le finestre di quella casa, pur di non perdere un particolare di quella capitolazione. Ma tutto avveniva ancora nel segreto, e ne doveva passare del tempo prima che le cose di casa Tettamanzi corressero sulla bocca di tutti, nelle famiglie, nei caffé, per le strade e, con un’eco incredibile, anche fuori del paese” (Piero Chiara, La spartizione).

Vino al vino.

Lo sappiamo assai bene anche noi che non si può parlare di vini provinciali, proprio perché non vuol dire un bel niente. Di quelli comunali si potrebbe dire un po’ di più, ma non è questa la sede. Comunque sia, vado a riprendere quel piccolo capolavoro letterario che è stato raccolto sotto il nome di “Vino al vino”. Mario Soldati non ha alcun dubbio sul fatto che “il vino (di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) possa paragonarsi  soltanto a un essere umano e essere vivente,  immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso”(pag. 6 edizione Mondadori 2006). Lui su questo non ha dubbi e noi con lui. Ma Soldati parla ad un pubblico assai vasto: pubblica, a puntate, per il settimanale femminile “Grazia” e il successo dell’iniziativa editoriale lo porta a raccogliere in un unico volume i viaggi compiuti tra il novembre del 1968 e il gennaio del 1969: “Vino al vino” esce, per i tipi della Mondadori, nel settembre del 1969. L’apparato paratestuale si modifica: cambiano i titoli delle sei sezioni, che diventano “In provincia di…”, poi “Nelle province di…”, seguiti dai relativi toponimi. Così per i futuri viaggi del 1970 e del 1975: per quest’ultimo viaggio il settimanale ospitante sarà “Epoca”. Insomma, che si tratti di cru o di una bottiglia, di un piccolo comune o di un monte, Soldati, per i suoi lettori e per farsi capire, li butta all’interno delle province.

Postilla veritiera.

Voglio essere onesto fino in fondo e ammettere, senza alcuna remora, che non solo la seconda e la terza, ma pure la prima Repubblica l’avrei girata come un calzino. Pur avendo partecipato, giovincello, agli strascichi finali di quello che prese il nome di “consociativismo”, mi pareva comunque di essere parte, estrema, di un mondo che parlava un linguaggio decifrabile e che, intorno ad esso, si trovava e si scontrava. Ora quel mondo è definitivamente scomparso e probabilmente, con esso, anche un’idea di democrazia. Per le variabili imprevedibili di un anarchismo compiaciuto e voluttuoso, così come non sono attaccato alla nazione, tanto meno lo sono alle province. Riconosco, però, che intorno a quel modello sociale post-resistenziale c’era un’idea non effimera, né fatiscente delle relazioni umane e che le formazioni intermedie della rappresentanza erano state concepite come tali per dare uno spazio politico alle voci minori. Insomma, i partiti non potevano chiamarsi con il nome di qualcuno e non erano pensabili enti non eletti di secondo livello. L’autoritarismo populistico e trasversale passa anche da questioni minime. Apparentemente irrilevanti.