“Cappuccetto rosso”, quindi delle parole e del loro orrido utilizzo

Di Carl Larsson – Bukowskis, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26016098

Massimo Gramellini, nel suo ultimo editoriale dal titolo quantomai evocativo, “Cappuccetto Rosso” https://www.corriere.it/caffe-gramellini/18_novembre_22/cappuccetto-rosso-cd85367c-edd1-11e8-be2f-fc429bf04a05.shtml?fbclid=IwAR2DgiEez7APWQEZnhmFVNzOLYbQx6fhcoHr_hx95e_OBKM47fzXBshmxWE così pensa, così inizia e così scrive: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Gramellini utilizza un espediente retorico che, ancor prima di essere tale, è uno strumento etico e politico allo stesso tempo: lui dice, in altre parole, “te la sei cercata!”: tutto ciò che segue nel suo discorso non fa altro che rafforzare questo, tanto banale quanto orrido, concetto. Il pensiero che sovrasta l’immagine evocata ha la funzione di distribuire le colpe e, contemporaneamente, di attenuarne la portata: “fossi rimasta a casa!”; “non avessi portato quella gonna!”; “non avessi bevuto troppo!”…  il fatto di essere una giovane cooperante bianca in Africa. A fronte di una “provocazione”, conscia o inconscia che sia poco importa, semmai suffragata da una pura, cioè supportata da inconsapevole ignoranza, energia giovanilistica, non possono che tornare in mente le parole di ‘Un americano a Roma’: “Maccarone … m’hai provocato e io te distruggo adesso, maccarone! Io me te magno!”. La “provocazione”, dunque, determina un merito che essa ha contribuito a causare e che, con esso, sortisce una “equa” suddivisione della colpa. Perché di colpa si tratta a proposito di quella “smania d’altruismo” e di colpa si tratta allorché “la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Non è una ramanzina simpaticamente bonaria quella del professionista adulto Gramellini, ma una sentenza definitiva. E, davvero, nessuna intenzione di riportarla ad una più ragionevole mensa Caritas toglierà una virgola dalla violenza di quelle parole.

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Il provinciale

da wikipedia pubblico dominio

La sparizione
Delle sagome dei camerieri
Fuori dai ristoranti
Non è avvenuta in una data precisa.
Sono cose che misteriosamente accadono
Come la comparsa dei biscotti Togo
Al cioccolato.

Cinnamon – Offlaga Disco Pax

in Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione) Santeria/Audioglobe

La scomparsa dei mondi di prima.

Lo sviluppo dei fenomeni politici non è mai lineare: solitamente si accompagna o trae linfa e spazio vitale dalla progressiva scomparsa dei mondi di prima. La progressione, in termini puramente temporali, è assai labile e ancor più difficile da misurare: gli eventi corrosivi appaiono spesso, in nuce, molto tempo prima. A volte sono talmente piccoli da risultare pressoché risibili. Altre volte assumono volti e forme la cui comprensione è di là, a molto, da venire: come fiumi sotterranei ricompaiono dai flutti carsici e prorompono in maniera più o meno inaspettata quando il corpo sociale non solo è ben disposto ad accoglierli, ma quando esso, in qualche modo, li ha già ancorati al passato di un futuro desiderabile. Così la nascita e la crescita dei fenomeni populistici precorre e percorre un terreno che si fissa, già a partire dalla fine degli anni ‘70, dalla rottura dei paradigmi post-bellici: la democrazia repubblicana resistenziale si pensa almeno in due assunti tra loro complementari: come luogo della rappresentatività politica e civile (il sistema elettorale proporzionale puro e svariati articoli della Costituzione) e come luogo in cui i corpi sociali di grandezza, di importanza e di peso diverso (partiti, associazioni, confederazioni, sindacati …), trovano una possibile mediazione e ricomposizione sociale. Il conflitto è parte integrante della partita e il campo della rappresentanza contempla anche condizioni che possono portarla, nel paradosso più estremo, all’uscita da se stessa: il comunismo, ideologicamente inteso, è la condizione operativa di tale superamento. Questo sul piano puramente teorico ma, come ben sappiamo, il piano formale agisce costantemente sul piano sostanziale, lo informa, ne prende parte per poi essere a sua volta ri-modellato. Il cittadino e il ‘cittadinismo’ sono ancora da venire e il popolo, lungi dall’incarnarsi in un’entità astratta e coesa o dal declinarsi nell’individualismo radicale, è piena parte di quel modello rappresentativo e si volge al plurale almeno in tanti quanti sono i luoghi della rappresentanza e della mediazione politica: il popolo comunista, il popolo democristiano e via cantando. Non vi è, insomma, riconoscibilità sociale se non nella forma dell’appartenenza. Le direttrici su cui si struttura, agli albori, la rottura epistemologica del tardo novecento prendono piede da due fenomeni politici tra loro molto distanti, ma che preconizzano una rottura di senso e di metodo esistenziale: la rottura generazionale,  con il suo rifiuto delle forme storiche della rappresentanza, operaia (partito – sindacato) e non solo, da una parte, e il ruolo politico del nascente socialismo modernizzatore e gaudente sotto bandiera craxiana, dall’altra. Accelerazioni tecnologiche e sociali rompono il fermo immagine del Novecento: ho parlato di elementi primigeni, di luci fioche in un campo ancora apertamente strutturato con i vecchi criteri ma che, di lì a poco (dieci anni), sarebbero implose con un deflagrazione imponente: vuoi per la fine del blocco del socialismo reale, vuoi per altre milioni di ragioni, quello che si vede in controluce alla fine degli anni ‘70 appare ora in tutta la sua potenza esplicativa. E non solo a destra: l’insistenza sulla governabilità come processo di espulsione dalle pastoie consociative e post-ideologiche, ma sarebbe meglio chiamarle para-ideologiche, di ogni forma di mediazione ingombrante, si risolve nel suo opposto, ovvero nella risoluzione di ogni forma di partecipazione mediata. E molto di questo viene dal ex-PCI che si deve alleggerire non solo e soltanto del suo passato, ma anche della sua struttura organizzativa: la governabilità, parola catartica utilizzata a più riprese nei congressi del Pds, è l’avviluppamento tecnocratico attraverso cui la politica si autonomizza professionalizzandosi. Così la comparsa dei tecnici- politici si affianca stabilmente ai politici anti-politica: Berlusconi non è che l’esito, in salsa italica, di un percorso che lo precede di cui il Cavaliere si fa interprete, estensore, innovatore ed esecutore. Ovviamente non da solo: corollario di questo processo è il succedaneo Bossi e il leghismo prima maniera. Le luci della ribalta populistica sono tutte vive e ben presenti già allora: l’appello viene diretto ad una comunità-popolo omogenea, interclassista, che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità e della verità. Il leader carismatico non dovrà fare altro che porsi, contraddittoriamente con se stesso e con il suo establishment, come interlocutore ed interprete diretto di tale volontà. Il paradosso è evidente, ma proprio in quanto auto-evidente, è nello stesso tempo la forza propulsiva dei nuovi reggenti politici: legittima laddove il sistema non può che essere luogo della mediazione corrotta e corruttibile. I corpi intermedi assumono, dunque, connotazioni e modalità esemplificative assai diverse da quelle precedenti: sono agili, aggirabili, nascono e scompaiono in forma sociale perlopiù economica, almeno tante quante sono le forme consentite dal codice civile e, soprattutto, non devo rendere conto ad alcuno se non a quelli a cui debbono il proprio sostentamento. Questi corpi, nella misura in cui si replicano a dismisura, anche per via legislativa (la nota proliferazione dei gruppi parlamentari e dei partiti che si costituiscono in fase post-elettorale, ad esempio), svuotano le forme tradizionali della rappresentanza assumendo a sé un improbabile ruolo tecnico a-politico. In questa situazione la sinistra è al costante (e perdente) inseguimento: dopo diversi tentativi falliti di mediazione tra la prima e la seconda repubblica, di cui Prodi è l’emblema più evidente, la rincorsa ad un neo-liberismo di dottrina, fatto più che altro da privatizzazioni e deregolamentazioni in cui il mercato è soltanto un sottofondo preso a prestito da un’ideologia mai compresa, né elaborata né tantomeno assimilata, ma del cui esito scaturiranno alcune delle peggiori contro-riforme sociali e istituzionali di tutto il dopoguerra, si lancia in processo di trasformazione la cui rapidità è pari solo alla perdita di senso. Renzi, figlio mai prodigo di questa trasformazione costante sfugge persino ai suoi padrini politici e, non da meno e nondimeno di alcuni colleghi di altre forze inaugura una stagione populistica di tutto rilievo: non si rivolge più, se non ai suoi fedelissimi, nemmeno alla controfigure scialbe del partito. Parla ad altri: la Leopolda, da un punto di vista emblematico, è la consacrazione di questo scambio diretto con il popolo: è il leader che parla direttamente al suo mondo da cui riceve, in cambio, l’investitura politica. Renzi, ancor prima di essere un erede politico di Berlusconi, ne è erede dal punto di vista culturale e le sue somiglianze con il populismo spinto, di marca giallo-verde, sono di gran lunga maggiori rispetto alle distanze presunte e presupposte. Ognuna delle forze che siedono attualmente in parlamento, nessuna esclusa, deve qualcosa alla canea ideologica populistica. La storia di Renzi finisce là proprio dove voleva cominciare: nelle riforme istituzionali.

La scomparsa delle province. Prove tecniche di trasmissione

Con un meraviglioso salto carpiato legislativo, sonoramente apprezzato, o comunque non inviso agli oppositori, nel 2014 prende il via la famosa riforma Delrio, quella che, se da una parte “metropolitizza” i territori circostanti ai grandi insediamenti urbani, dall’altra “amministrativizza” quelli che circondano inurbamenti di minor rilievo e che godono di meste sintesi targate: BL, BN, AL…. Ancora una volta l’impianto ideologico di riferimento è quello dello svuotamento: troppi enti intermedi, troppo di tutto e tanto di niente e chissà cosa avevano in mente i padri e le madri costituenti. Impianti obsoleti per una democrazia nazional-popolare che si deve completare con la riforma costituzionale. Il processo di trasformazione delle province in enti di secondo livello è assai singolare: si procede con uno stravolgimento delle fonti normative. Anziché procedere prima ad una  riforma del dettato costituzionale e solo successivamente all’adeguamento della legislazione ordinaria, si opera in maniera inversa: si presume di lasciare alla  posteriore riforma costituzionale un ruolo di mero “suggellamento” di quanto già deciso in via ordinaria. Com’è noto, però, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, che espelle dalla Costituzione ogni riferimento alle province, viene bocciata in sede di referendum confermativo. L’unico vero risultato conseguito è il dissesto amministrativo di gran parte delle stesse: in altre parole ad essere pesantemente decapitati sono i servizi (scuole, strade…).

Dice  allora il ministro competente che, in attesa di scomparire, le province si trasformano in enti di secondo livello: non più elette, ma governate dai nominati che fanno fatica a reggere i comuni. E più sono grandi i comuni più le province diventano piccole, anzi piccolissime, quasi a scomparire. “Si risparmia” – dicono tutti. E’ falso, si vedrà poi. L’arco costituzionale trans-populista ha fretta di cancellare, abrogare, sorvolare. La nuova democrazia si deve liberare degli orpelli secolari che l’hanno trattenuta sulla via della conservazione. L’autorità fa presto a diventare autoritarismo e il popolo populismo. Non che prima si danzassero arie di libertà, tutt’altro. Ma i poteri sapevano che le loro imposizioni venivano contrattualizzate, ovvero avevano un prezzo più o meno caro da pagare alla controparte. Esistendo, appunto, la controparte. Ora è rimasta solo la parte.

L’attentato linguistico.

La porzione più arrogante di quel potere abrogante è che vuole liquidare un pezzo di storia patria senza ghigliottinare neppure una testa, ma solo per succinta via telematica e parlamentare. Sanno benissimo che quei luoghi sonnacchiosi non sono che l’esempio spossante di antiche predazioni, ma dimenticano, con altrettanta sfrontatezza, che le province “sono faticosa convivenza di risentimento e fattiva vitalità, cieco egoismo e spassionata dedizione. Proprio di questo ci parlano i luoghi visitati: di uno stanco mimetismo e di una imprevedibile genialità; di negligenza o, all’opposto, di attenzione amorevole verso le piccole cose; di un ottuso ripiegamento e di una generosa apertura al nuovo, al diverso; di una ignoranza esibita, che convive accanto a una sapienza dissimulata” (Franco Marcovaldi, Viaggio al centro della provincia).

Ma l’affronto più grave non è certo istituzionale, politico, storico, sociale, ma, evidentemente, linguistico. L’Italia, come ben si sa, è affetta, quasi malata cronica, di provincialismo, di cui ci spiega qualcosa il dizionario Treccani: “Mentalità, modo di fare, atteggiamento considerati tipici di chi vive o è vissuto in provincia, quindi caratterizzati da limitatezza culturale, meschinità di gusto e di giudizio e sim.: dare prova di un gretto p.; il p. consiste quasi sempre nel timore del p. e in una spasmodica cura di evitarlo (Soldati)”. In certi casi è pure una fortuna perché almeno limita i danni. I provinciali che si vogliono metropolizzare, sia in città che in provincia, solitamente provocano grandi danni ambientali, edili ed estetici. Non vi è quasi comune in terra italica che, in preda ad una forsennata modernizzazione verticale, a incrementare dagli anni ‘50, non abbia costruito i suoi palazzi cubici, sbiaditi e dotati di serrande verdi a tenuta stagna. E sotto i garage. Non si può, dunque, vivere in provincia e non essere “provinciali”, ma soltanto di “secondo livello” in una nazione sofferente da “secondo livellismo” e per di più manco eletto. “D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili. Tuttavia, mentre percorrevo, sullo stanco treno pendolare, il pomeriggio sempre più notturno, mentre transitavo per luoghi ignoti, probabilmente pseudonimi, come Alessandria e Broni, non potevo non avvertire un senso di ignoto, di esotico, di straniero” (Giorgio Manganelli, La favola pitagorica).

E’ certo che quelle province e i paesi che le abitano sono cambiati di molto: dal centro di tutto ad essere la periferia di un bel niente. Ma qualcosa di quegli antichi e improvvidi umori è rimasto, in quei paesi dove “la vita è sotto la cenere” (Piero Chiara, Il piatto piange): “Se i luinesi avessero saputo cosa bolliva dietro il muro delle sorelle Tettamanzi, sarebbero saliti sui tetti a guardare nel giardino e dentro le finestre di quella casa, pur di non perdere un particolare di quella capitolazione. Ma tutto avveniva ancora nel segreto, e ne doveva passare del tempo prima che le cose di casa Tettamanzi corressero sulla bocca di tutti, nelle famiglie, nei caffé, per le strade e, con un’eco incredibile, anche fuori del paese” (Piero Chiara, La spartizione).

Vino al vino.

Lo sappiamo assai bene anche noi che non si può parlare di vini provinciali, proprio perché non vuol dire un bel niente. Di quelli comunali si potrebbe dire un po’ di più, ma non è questa la sede. Comunque sia, vado a riprendere quel piccolo capolavoro letterario che è stato raccolto sotto il nome di “Vino al vino”. Mario Soldati non ha alcun dubbio sul fatto che “il vino (di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) possa paragonarsi  soltanto a un essere umano e essere vivente,  immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso”(pag. 6 edizione Mondadori 2006). Lui su questo non ha dubbi e noi con lui. Ma Soldati parla ad un pubblico assai vasto: pubblica, a puntate, per il settimanale femminile “Grazia” e il successo dell’iniziativa editoriale lo porta a raccogliere in un unico volume i viaggi compiuti tra il novembre del 1968 e il gennaio del 1969: “Vino al vino” esce, per i tipi della Mondadori, nel settembre del 1969. L’apparato paratestuale si modifica: cambiano i titoli delle sei sezioni, che diventano “In provincia di…”, poi “Nelle province di…”, seguiti dai relativi toponimi. Così per i futuri viaggi del 1970 e del 1975: per quest’ultimo viaggio il settimanale ospitante sarà “Epoca”. Insomma, che si tratti di cru o di una bottiglia, di un piccolo comune o di un monte, Soldati, per i suoi lettori e per farsi capire, li butta all’interno delle province.

Postilla veritiera.

Voglio essere onesto fino in fondo e ammettere, senza alcuna remora, che non solo la seconda e la terza, ma pure la prima Repubblica l’avrei girata come un calzino. Pur avendo partecipato, giovincello, agli strascichi finali di quello che prese il nome di “consociativismo”, mi pareva comunque di essere parte, estrema, di un mondo che parlava un linguaggio decifrabile e che, intorno ad esso, si trovava e si scontrava. Ora quel mondo è definitivamente scomparso e probabilmente, con esso, anche un’idea di democrazia. Per le variabili imprevedibili di un anarchismo compiaciuto e voluttuoso, così come non sono attaccato alla nazione, tanto meno lo sono alle province. Riconosco, però, che intorno a quel modello sociale post-resistenziale c’era un’idea non effimera, né fatiscente delle relazioni umane e che le formazioni intermedie della rappresentanza erano state concepite come tali per dare uno spazio politico alle voci minori. Insomma, i partiti non potevano chiamarsi con il nome di qualcuno e non erano pensabili enti non eletti di secondo livello. L’autoritarismo populistico e trasversale passa anche da questioni minime. Apparentemente irrilevanti.

 

 

La scomparsa dei gavettoni e l’aumento esponenziale dei dispositivi elettronici

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Di Nevit Dilmen (talk) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10907729

Non so se Annibale e i suoi elefanti, o al massimo il fratello e i suoi rinforzi, si siano mai gettati nel Trebbia, poco prima di Ottone, in una di quelle anse di acque fresche e cristalline e in costante scorrimento fluviale, ma io sì e questa estate pure spesso tanto è il caldo.

Così, l’altro ieri, festanti e festosi genitori portiamo ciurme adolescenziali ad immergere i loro bollenti spiriti nel fiume. Soltanto due, tra loro, decidono di rimanere in costume e maglietta e di non bagnarsi null’altro se non le timide punte dei piedi. Occasione mai fu più ghiotta per un giocherellone del mio calibro. Li adocchio per un po’ e poi, coadiuvato da un altro volenteroso e prestante ragazzo, mi getto come una preda su di uno dei due timidi fanciulli. Lo prendiamo per le spalle e per i piedi, come è d’uso in queste occasioni, lo scrolliamo un po’ mentre lui se la ride di gusto senza opporre grande resistenza. Poi, sempre secondo usanza, ma senza alcuna violenza ondulatoria, lo appoggiamo dolcemente nelle fresche acque fiumane. Se non che, dopo tutto questo trambusto, il giovane malcapitato si accorge di avere nella tasca del costume il suo electronic device!, uno smartphone di ultima generazione il quale, dopo alcuni timidi singhiozzi, si spegne sputando quel po’ di acqua che ancora gli circola fra la batteria al litio e il System on a Chip. Alle risate, il panico. Cerco di riscaldare lo smartphone come fosse un piccolo cucciolo di lontra abbandonato, ma lui niente. Allora lo porto a casa e lo immergo in almeno un chilo e mezzo di ottimo riso arborio, dotato di ampie facoltà deumidificanti e assorbenti, ma sempre nulla. Questa mattina scendo a Genova e mi reco in un noto centro di riparazione di electronic device. Il commesso mi guarda e fa: “E’ la peggiore cosa che potrebbe accadere ad uno smartphone. Le dirò qualcosa domani”. Esco dal negozio e penso mestamente, quasi disperato, che è viva in me una parte antica in cui l’elettronica presenziava a malapena nei flipper e nel giochino di Pac-Man. Tento di aggiornarmi, ma vivo in una costante scissione, e l’età non è d’aiuto. Glielo ricompro e la faccio finita lì. Questa sera il giovane delle acque è venuto anche a cena da noi e mi ha pure chiesto come andava: sa benissimo che la vera vittima sono io. Insomma devo piantarla di fare giochi cialtroneschi e forse dovrei dedicarmi con maggiore diligenza alle battute sui social.

Il linguaggio delle “idee senza parole”. Dietro la “Lega” e oltre

Tradizione, Terra, Origine, Storia, Buonsenso, Comunità, naturalmente maiuscolizzate, sono parole-simbolo che, forti di un substrato mitico, presumono un retaggio di verità esoteriche. Le idee sottostanti hanno uno scheletro morfologico e sintattico che ha un rapporto con queste parole fatto di relazioni precarie, temporanee e approssimative. Dicono e nello stesso tempo celano nella sfera segreta del simbolo: le proposizioni caratterizzate da stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti impiegano sintagmi e pochi vocaboli: “il linguaggio delle idee senza parole presume di poter dire veramente, dunque dire e insieme celare nella sfera segreta del simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine” (Furio Jesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole”, Garzanti, Milano 1993). Il “tanti nemici, tanto onore!” di lontana memoria. Sono i miti e i riti che il parlante ha in comune con l’ascoltatore: “Voglio fare prima con voi un giuramento – dice Salvini in chiusura del comizio a Milano – mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, ai sessanta milioni di italiani, di servirvi con onestà e con coraggio. Giuro di applicare davvero quanto previsto dalla Costituzione italiana da alcuni ignorata e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro. Lo giurate assieme a me? Andiamo a governare, riprendiamoci questo Paese” (Fonte “il Giorno” del 24 febbraio 2018).

La radicalità del discorso leghista passa sia dalle enunciazioni mitopoietiche sia dai necessari e conseguenti riti liturgici volti a creare una comunità solidale di appartenenza. La separazione dall’altro procede attraverso la riformulazione continua del primato etnico recuperando, di fatto, il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate” (Attilio Fontana candidato della Lega Nord alle regionali lombarde. Fonte “Il Giornale” del 16/01/2018). Ogni società nasce ai propri occhi nel momento in cui si dà la narrazione della sua violenza –  afferma J. P. Faye (“Violenza”, in Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1981): la narrazione agisce e cambia l’azione stessa mentre la racconta. Per tale motivo, cambiando ciò che essa racconta, essa cambia se stessa raccontando. La narrazione come oggetto che cambia e che cambia il suo oggetto. Ecco il primo assioma, o la serie assiomatica da cui si dovrà partire: “Bisogna salvare chiunque in mezzo al mare, ma poi riportarlo indietro. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. (Salvini, fonte Il Giornale del 12/01/2017)

Invasione, sostituzione e animalizzazione. Ci si chiede perché possa rivelarsi al pubblico e in pubblico, senza alcun ignominia personale, gente che esulta per la morte di persone, bambini compresi, annegati nel Mediterraneo o che alcuni si compiacciano, mostrando l’orrida lingua e il raccapricciante volto in pubblico, per il ferimento mortale di una neonata rom in braccio a sua madre. La ragione è presto detta: l’animalizzazione dell’altro, ovvero la sottrazione del nemico immaginato al proprio genere, quello umano, e la sua conseguente bestializzazione fisica, psichica e morale. (Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850 – 1920), Einaudi, Torino 2011) La storia è piena di metafore zoomorfe: l’alterità irriducibile a sé permettere di derubricare ogni comportamento criminale rivolto ad un essere umano paradigmatico, indistinto e appartenente ad una genia disumanizzata e perciò stessa animalizzata. Prima tocca ai meridionali, poi ai migranti, dunque agli zingari e infine a tutti coloro che non rientrano nei codici stereotipati dei valori integrati ed integrali dell’uomo occidentale bianco, apparentemente monogamo, sicuramente eterosessuale, tanto riproduttivo quanto produttivo, possibilmente benestante: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata e finanziata, la stessa che stanno subendo gli italiani, oppressi dai clandestini” (Salvini, agosto 2016, al comizio di Ferragosto a Ponte di Legno. Fonte panorama.it). In questo senso anche un cristianesimo astratto, la cui necessità ed esistenza serve solo a garantire la costruzione del modello fondativo italico-padano e dei i suoi naturali disposti valoriali funziona come “il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serva a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna, e che poi talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri lo stesso stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi anche il sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella innanzitutto di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un ‘eterno presente’”. (F. Jesi, Scienza del mito e critica letteraria in ID., Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke, D’Anna, Messina-Firenze 1976)

La posizione e il campo di appartenenza valgono in sé e per sé come qualificazione di presunta veridicità: ciò che si afferma sfugge, infine, ad ogni ipotesi di verificabilità proprio nella misura in cui ogni assioma contiene in sé verità non solo non dimostrabili, ma a cui non avrebbe alcun senso domandare una qualsivoglia attendibilità. Ponendosi come verità illimitate, piene ed inequivocabili, le  ricadute di quei paradigmi assoluti possono tenere a sé il falso. Un  falso che non può in alcun modo prestarsi ad essere confutato. Il proliferare di notizie mendaci credute come veritiere fa parte di questo processo di posizionamento e di incorporazione. In questo senso a nulla valgono le smentite di forma e di sostanza: non tanto perché in assoluto non valevoli, ma perché non aderenti al campo “giusto”.

Il mito è dunque un valore che non ha per sanzione la verità: “niente gli impedisce di essere un alibi perpetuo: gli è sufficiente che il significante abbia due facce per avere sempre a disposizione un altrove: il senso è sempre pronto a presentare la forma; la forma è sempre pronta a distanziare il senso. E non c’è mai contraddizione, conflitto, deflagrazione tra il senso e la forma: essi non si trovano mai nel medesimo punto. Allo stesso modo, se sono in automobile e guardo il paesaggio attraverso il vetro, posso puntare a piacere sul paesaggio o sul vetro: ora percepirò la presenza del vetro e la distanza dal paesaggio; ora al contrario la trasparenza del vetro e la profondità del paesaggio. Ma il risultato di questa alternanza sarà costante, il vetro mi sarà contemporaneamente presente e vuoto, il paesaggio mi sarà contemporaneamente irreale e pieno. Lo stesso nel significante mitico: la forma è vuota ma presente, il senso è assente e tuttavia pieno. (R. Barthes, Mythologie, Éditions du Seuil, Paris 1957 in ID. Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994).

La stessa distanza si crea tra simboli esibiti, siano essi crocifissi, rosari, marchi di abbigliamento come stilemi d’appartenenza ad una vasta area della destra radicale, bracciali di stretta osservanza e di reciproco riconoscimento ultras… e l’enigma che, nascondendo in sé la sua regola costitutiva, non offre la possibilità che il suo significato sia compreso: “Oggetto del simbolismo è l’aumento dell’importanza di ciò che è simbolizzato” (Whitehead, Simbolismo, in Gennaro Sasso, Allegoria e simbolo, Aragno, Torino 2014)

Serrare tra le dita della mano un Cristo penzolante abbarbicato all’altalena di un rosario non conduce verso la comprensione di una attendibilità storica di amor caritatevole, a fondamento della società  preconizzata, ma allarga lo iato tra immagine esibita e il contenuto di verità presunta. E questo iato non è altro che una religio mortis.

Foto tratta da wikipedia common

Lo zingaro come paradigma


Giudei

Nel 1879 Wilhelm Marr ideò il termine “antisemitismo” in Der Weg zum Siegedes Germanenthums über das Judenthum (The Way to Victory of Germanicism over Judaism) e, contemporaneamente, fondò la Antisemiten Liga definendo la questione ebraica un problema “sociopolitico”. La costruzione differenziata della figura dell’ebreo contribuì alla creazione di diversi stereotipi che vennero successivamente utilizzati in una duplice direzione. La prima fu quella di disumanizzare tutto ciò che non rientrava nella concezione razziale, gerarchicamente intesa, del genere umano: «Espulso dal genere umano, l’ebreo è animalizzato e costruito proprio sull’opposizione irrimediabile fra la Natura (l’ebraicità ridotta a ferinità) e la Cultura (la restante umanità) […] Insomma, l’ebreo era un’eccezione della Natura, se non una rivolta contro la chiarezza delle determinazioni di questa». L’ebreo divenne così, a partire dalla metà dell’Ottocento, l’incarnazione carattere astratto e impersonale del mondo moderno: Simmel ne faceva i rappresentanti di una società dominata dall’astrazione del denaro: “nella misura in cui l’ebreo si frappone tra le cose e l’uomo, permette a quest’ultimo un’esistenza quasi astratta, svincolata da ogni legame diretto con le cose”. Se per il nazionalista antisemita Maurice Barrès l’ebreo ragionava in maniera netta e impersonale, come un conto in banca, il cattolico dreyfusardo Anatole Leroy-Beaulieu lo considerava “una figura cogitabonda”, un individuo “caratterizzato dalla preponderanza del sistema nervoso su quello muscolare”, spesso nevrotico, se non completamente isterico, soggetto ordinariamente alla difformità fisica.

La seconda direzione, conseguente della prima, si risolse nell’attacco alla società liberale come incarnazione della società ebraica per antonomasia: tutti erano diventati ebrei. Per estensione, l’internazionalismo anarchico e social-comunista venne letto come il prolungamento apolide di una società irrimediabilmente giudaizzata. Questa fu la fase che alcuni storici definiscono come quella dell’“antisemitismo maturo”, che si mosse a partire dalla ferma convinzione che “ciò che caratterizza la società moderna è l’ebreizzazione più o meno palese, interiore (spirituale e mentale) o esteriore (i tratti somatici attribuiti all’ebreo, ma ormai presenti anche negli ariani) di tutti gli individui. La società moderna è insomma la società della totale ghettizzazione del mondo”. I punti di contiguità tra l’antisemitismo, inteso come modello ideologico-concettuale, e i totalitarismi politici furono più di uno: “a) la tensione millenaristica ed escatologica che esso conferisce alla propria prospettiva politica; b) l’elaborazione del concetto di “capo carismatico”[…] c) l’elaborazione di un concetto di rivoluzione che non dovrà essere solo politica e sociale, ma anche antropologica, connessa cioè alla necessità di de-ebreizzare tutta l’umanità; d) la necessità di rovesciare la società borghese in tutta la sua totalità, perché società ebreizzata in tutte le sue pieghe”.

Lo zingaro, l’immigrato, al pari di quello che fu l’ebreo, indipendentemente da ciò che egli/ella esprime nella sua individualità e nel suo contesto sociale, è divenuto un paradigma politico esemplare.

 

Il censimento (rom-sinti)

Il censimento si configura come un’operazione statistica di rilevazione diretta e totale intesa ad accertare lo stato di un fatto collettivo in un dato momento e caratterizzata dall’istantaneità, dalla generalità e dalla periodicità. La popolazione intera che risiede in un determinato territorio nazionale è un fatto collettivo. Non sarebbe possibile, in altro modo, censire una popolazione estrapolando dei caratteri identitari specifici come se questi rappresentassero un nuovo insieme generale e totale. In altri termini si possono condurre delle analisi particolari di sottoinsiemi, non privi di difficoltà definitorie e classificatorie (ad esempio i parlatori di una determinata lingua), rispetto alla macro-insieme della popolazione generale abitante in un territorio definito. Al contrario, il processo di specificazione, circoscrizione, astrazione e di determinazione sulla base dell’ appartenenza “etnica”, religiosa, linguistica… si configura, a titolo proprio, come una vera e propria scelta di stigmatizzazione culturale a fini politici. Il processo, non dissimile da tutti i processi su basi razziali storicamente realizzati, procede per individuazione, separazione, espulsione dal contesto socialmente maggioritario, assimilazione in maniera coercitiva oppure attraverso la repressione sino all’annullamento, alla tacitazione e all’annientamento di ogni differenziale sociale e culturale estraneo al modello ideologico dominate. L’etnicizzazione di una questione sociale è la forma primaria della sua depoliticizzazione: è il trasferimento sul piano culturale di elementi riferiti alle predisposizioni congenite. In altre parole l’etnicizzazione recupera il concetto di “razza” sotto mentite spoglie culturali: le disposizioni sociali di una popolazione non sono, per questi ideologi, dei costrutti sociali, ma genetici. Per cui, così come è ordinario pensare che un rom abbia l’attitudine (non possa farne a meno) di rubare, allo stesso modo si può pensare che l’italiano abbia la stessa propensione, ma solo un pochino più in grande e meglio strutturata, ovvero sia un mafioso per determinazione. Le conseguenze disastrose e tragiche di tale modello di pensiero sono tanto evidenti quanto misconosciute ai più (almeno sino a quando non ne vengono direttamente interessati): “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. (La frase è attribuita a Brecht ma l’origine del testo viene da un sermone del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller. Una versione è inscritta nel Monumento all’Olocausto a Boston, in Massachusetts, e cita comunisti, ebrei, sindacalisti e cattolici; quella più comune in inglese parla di socialisti, sindacalisti, ebrei. Fonte: ilpost.it)

Il paradigma e le false notizie

Una parte della popolazione social anti-salviniana disgustata, al pari del sottoscritto, del censimento dei nomadi, si è proposta in rete postando articoli e recensioni che avrebbero la funzione di dimostrare la tesi opposta, ovvero che vi sono rom e sinti che lavorano, che studiano, che non rubano e via dicendo. Si tratta, a mio parere, di una tesi solo apparentemente opposta perché condivide, nei suoi presupposti fondamentali, lo stesso terreno di gioco. Accetta, in altro modo, che si debba dimostrare, sulla base della propria appartenenza, dei distinguo sociali che ad altri, sempre in base alle rispettive appartenenze, non avrebbero mai chiesto di avvalorare: per capirci, ancora una volta, è come se in Svezia, in Olanda, in Giamaica o in Burkina Faso venisse pubblicato un articolo che sveli, in positivo, che esistono degli italiani non mafiosi, non corrotti, che pagano le tasse… E’ piuttosto evidente che il terreno di scontro è la dimostrazione (e la sua possibile confutazione), di assiomi non verificabili in assoluto e, quindi, tanto veri quanto falsi nei loro presupposti. Gran parte delle cosiddette bufale o fake news hanno un dirompente successo per il processo di valorizzazione di ciò che è già pensato: questo comunemente viene chiamato pre-giudizio o giudizio che precede i fatti e la loro valutazione. I fatti, falsi in questo caso, vengono prodotti per avvalorare e dare sostanza a ciò che viene creduto ed introiettato in processi divulgativi e persuasivi di lungo corso. Uno dei primi ad occuparsi delle false notizie fu lo storico francese Marc Bloch fondatore, con Lucien Febvre, delle Annales d’histoire économique et sociale  e redattore di un libello, uscito dopo la Grande Guerra, dal titolo assai emblematico: Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra. Leggiamo insieme una piccola parte di quello che scrisse: “All’origine, c’imbattiamo in uno stato d’animo collettivo. Il soldato tedesco che entra in Belgio appena cominciata la guerra, è stato di colpo strappato ai suoi campi, alla sua fabbrica, alla sua famiglia, o per lo meno alla vita regolata della caserma; da questo spaesamento improvviso, da questa brusca lacerazione dei legami sociali essenziali nasce un grande turbamento morale. Le marce, i cattivi alloggiamenti, le notti senza sonno affaticano all’estremo i corpi, che non hanno ancora avuto il tempo di assuefarsi a queste dure prove. Combattenti novelli, gli invasori sono ossessionati da terrori tanto più forti in quanto rimangono necessariamente abbastanza vaghi; «i nervi sono tesi, le fantasie sovreccitate, il senso della realtà scosso» . Ora, questi uomini sono stati nutriti di dicerie relative alla guerra del 1870; fin dall’infanzia si sono loro ripetute senza tregua le atroci prodezze attribuite ai franchi tiratori francesi; queste voci sono state diffuse dai romanzi e dalle immagini; opere militari hanno loro conferito una specie di garanzia ufficiale; più d’un manuale che i graduati hanno nello zaino insegna come ci si deve comportare nei confronti dei civili ribelli; dunque ve ne saranno. La resistenza delle truppe belghe, l’ostilità della popolazione belga stupiscono nel profondo il Tedesco medio; credeva di fare la guerra solo ai Francesi; nella maggior parte dei casi non è a conoscenza della risposta del governo di Bruxelles all’ultimatum del 2 agosto; se la conosce non la capisce; la sua sorpresa si muta facilmente in indignazione; crede volentieri capace di tutto il popolo che osa drizzarsi contro la nazione eletta. Aggiungete infine che negli spiriti si prolungano, allo stato di ricordi inconsapevoli, una folla di vecchi motivi letterari – tutti questi motivi che l’umana fantasia, in fondo assai povera, rimugina incessantemente dall’aurora dei tempi: storie di tradimenti, d’avvelenamenti, di mutilazioni, di donne che strappano gli occhi ai guerrieri feriti, che un tempo aedi e trovatori cantavano, che oggi il romanzo d’appendice e il cinema popolarizzano. Tali sono le disposizioni emotive e le rappresentazioni intellettuali che preparano la formazione leggendaria; tale è la materia tradizionale che fornirà i suoi elementi alla leggenda.

Perché la leggenda nasca, sarà ormai sufficiente un avvenimento fortuito: una percezione inesatta, o meglio ancora una percezione inesattamente interpretata. Ecco, fra molti, un esempio caratteristico. “Strette aperture, chiuse mediante placche mobili in metallo, sono praticate nella maggior parte delle facciate delle case in Belgio”. Si tratta “di fori della muratura, destinati a fissare le impalcature per gli stuccatori o per i decoratori delle facciate”, corrispondenti al dispositivo di ganci che, in altre regioni, svolge la stessa funzione. Questa consuetudine edilizia è, pare, tipica del Belgio; o per lo meno è estranea alla Germania. Il soldato tedesco nota le aperture; non ne comprende la ragion d’essere; cerca una spiegazione. «Ora, egli vive fra i fantasmi dei franchi tiratori. Quale spiegazione immaginerebbe, che non gli sia suggerita da questa idea fissa?” Gli occhi misteriosi che forano la facciata di tante case sono delle feritoie. I Belgi, attrezzandosi da lunga data per una guerra di guerriglia e d’imboscate, le hanno fatte praticare, come dice una brochure messa in vendita, ahimè!, a sostegno della Croce Rossa, da “tecnici specialisti»: questo popolo non è solo omicida, ma ha premeditato gli assassini. Così un’innocente particolarità architettonica passa per la prova d’un crimine sapientemente maturato. Supponiamo adesso che in un villaggio costruito in tal modo partano, non si sa da dove, alcune pallottole vaganti. Come non pensare che siano state tirate attraverso le “feritoie”? Senza dubbio lo si pensò in molti casi; e le truppe fecero prontamente giustizia delle case traditrici e dei loro abitanti”.

La formazione delle rappresentazioni sociali si struttura attraverso il loro ancoraggio ad un modello preesistente (parziale e incompleto) e la loro successiva oggettivazione: da qui la disposizione di un senso comune che non fatica a diventare luogo comune. Provare a sottrarsi alla  costruzione di stereotipi significa, innanzitutto, rifiutarsi di partecipare al gioco, con regole e metodologie imposte, voluto dall’avversario.

Carmagnola, la casa abusiva e la ruspa.

A qualcuno potrebbe interessare che la decisione di abbattere la casa abusiva all’interno del campo sinti sia stata presa ben prima che la sindaca leghista e il suo mentore Salvini la sbandierassero ai quattro venti: per la precisione nel 2008 dal Tribunale di Alba. La sentenza è stata resa esecutiva il 15 giugno, dieci anni dopo la decisione, dalla Procura della Repubblica di Asti. A qualcuno, ma a me no e non certo perché sono favorevole all’abusivismo storpiante che ha ampiamente e insistentemente devastato il Bel Paese. Perché quella casa, indipendentemente da tutto e da tutti (sentenza compresa), è stata usata come metafora politica e, badate bene, non contro l’abusivismo, ma contro i nomadi. La ruspa è, nel medesimo tempo, l’emblema e l’allegoria.  Sempre secondo i dati Istat, riferimento dicembre 2017, viviamo in una nazione che ha, ogni 100 edifici realizzati con le necessarie autorizzazioni, circa 20 abusivi. In alcune regioni la media sale al 50%. Non aggiungo parole.

Le valutazioni per eccesso e l’equa distribuzione della stupidità umana

Uno dei paradossi difensivisti, che si contribuiscono a creare forme standardizzate di stereotipi razziali, è quello di conferire meriti fisici e intellettivi a qualche raggruppamento umano attraverso l’attribuzione di capacità innate, ovverossia non acquisite tramite l’esperienza: solo quelli sanno ballare; solamente quegli altri sanno giocare a basket; questi ultimi sono i migliori a suonare la batteria…. Insomma, ce l’hanno nel sangue, nei geni, nel DNA e perciò stesso è la loro “razza” che li predilige in quelle funzioni e in quei ruoli standard. Quindi dovranno ballare tutta la vita, giocare a basket per quelle successive e sia mai che vogliano intraprendere la carriera da medico, da insegnante e men che meno da pescivendolo. Ancora una volta le pseudo teorie razziali entrano proprio là dove avrebbero dovuto essere espulse per sempre. Curiosamente la storia è ricca di questi paradossi e uno di questi capitò, appunto, intorno al mito dell’intelligenza ebraica: una notevole inchiesta storica compiuta da Sander L. Gilam analizza innumerevoli testi, documenti, opere letterarie che nella storia dello scorso secolo, sia all’interno che all’esterno di alcune comunità ebraiche, in particolare modo di quelle Ashkenazite, erano volti a provare tale superiorità intellettuale. Uno dei testi da cui parte il resoconto storico di Gilam è “The Bell Curve” (La Curva a campana) di Charles Murray e Richard Herrnstein, un testo che ribadisce sotto un’apparente forma scientifica, la stretta connessione tra razza, intelligenza e successo. In questo testo gli ebrei ashkenaziti di origine europea sono analizzati come vera e propria categoria razziale superiore. Da qui e a ritroso l’autore analizza come questa teorema anti-scientifico abbia contribuito, insieme a molto altri preconcetti, a discreditare, isolare e marginalizzare gli ebrei: “Avvocato: non se la prenda con me, per me non è vacanza. Sono ebreo. Sully (interpretato da Paul Newman): “E’ ebreo! Non sapevo fosse ebreo” (gli dà un colpetto sulla spalla). “E perché mai non ha l’aria sveglia?” (La vita a modo mio, Robert Benton 1995)

In brevissima sintesi occorre ricordare a chiunque che c’è un solo genere umano. La scienza mette in evidenza queste somiglianze nel nostro sviluppo embrionale, fisiologico (i nostri sistemi a base organica), biochimico (i nostri metaboliti e reazioni) e, più recentemente, genomico (il nostro patrimonio genetico):i dati mostrano che il DNA di due esseri umani è identico al 99,9 per cento, e tutti noi condividiamo lo stesso insieme di geni, convalidando l’esistenza di una singola razza biologica umana e una sola origine per tutti gli esseri umani.

Condividiamo i geni e condividiamo la stupidità, piaccia o meno anche ai più furbi: la Seconda Legge Fondamentale sulla stupidità, nell’indimenticabile pamphlet dello storico Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo (Le leggi della stupidità umana), ci dice che “la probabilità che una persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona”. E per finire: “Il fatto straordinario circa la frequenza della stupidità è che la Natura riesca a fare in modo che tale frequenza sia sempre e dovunque uguale alla probabilità σ indipendentemente dalla dimensione del gruppo, tanto che si ritrova la stessa percentuale di persone stupide sia che si prendano in considerazione gruppi molto ampi o gruppi molto ristretti”.

Alcuni riferimenti bibliografici.

Enzo Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002;

Francesco Germinario, Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850-1920), Einaudi, Torino 2011;

Francesco Germinario, Antisemitismo. Un’ideologia del Novecento, Jaca Book, Milano 2013;

Sander L. Gilman, Il mito dell’intelligenza ebraica, Utet, Torino 2007

Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, Roma 2004;

Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo con Le leggi fondamentali della stupidità umana, Il Mulino, Bologna 1988

 

 

 

 

Mediterraneo. Diritto all’approdo

Atlas Cosmographicae (Mercator)

E’ stato il mare di tutti: molti lo hanno varcato e i più se lo sono anche intitolato. Gerardo Mercatore, nel suo mitico Atlante del 1596, scrisse che “Medater (il Mediterraneo) riceve più nomi in rapporto alle terre sino alle quali arriva”. Sumeri ed Egizi lo chiamarono “Mare Superiore”; nell’antica Bibbia “Mare Grande”, “Mare Ultimo” e persino “Mare dei Filistei”. Talvolta solo “Mare”, con la m maiuscola. “Mare Grande” anche per Erodoto, mentre per Tucidide, nelle sue “Guerre del Peloponneso”, “Mare Ellenico”. Per gli Ellenici, dunque, il Mare divenne il “nostro mare” così come di lì, e per molto tempo, per i Romani: mare nostrum. Il Platone del Fedone, stranamente più pudico che in altri frangenti, ne parlò solo come “il mare che si trova accanto a noi”. L’origine del nome, di derivazione latina ,“Mediterraneo” (mediterrameus), a cui il grammatico Festus propose, senza grande successo, di mutarlo nel più elegante mediterreus, ovvero quello che sta in mezzo ad altre terre[1], pare che provenga da un antico scritto greco attribuito ad Aristotele, De mundo, in cui si discuteva del he eso thalassa, ovvero del mare interno in contrapposizione a quello esterno o degli Oceani. Gli Arabi e dopo di loro i Turchi lo chiamarono “mare di Rumelia” (romano-bizantino): al-bahar al-rum. Gli storici Ibn Aldun e Al-Idrisi lo denominarono “mare di Siria”. Al-bahr sta per grande quantità d’acqua e fu uno dei nomi del Nilo; lo stesso significato ha l’arcaico termine semitico iami, comune anche agli ebrei. Mediterraneo denominato anche “mare del Nord” per chi stava a sud e “mare del Sud” per chi stava a nord, come nel poema geografico rinascimentale “La Sfera” di G. Dati. Persino, ma senza alcun valore rafforzativo, “d’Africa il mare” nell’Ariosto al principio dell’Orlando Furioso. Forse le narrazioni migliori sulla precarietà delle definizioni e del senso dei luoghi: “il mare è assoluto, le sue denominazioni sono relative, direbbe il glossatore  H. Jal”.  E poi i mari ebbero un colore, alcuni ancora appiccicato addosso (Mar Rosso, Mar Nero), mentre altri se lo son levato da un pezzo: e il Mediterraneo divenne così il Mare Bianco (boreia thalassa) sia per coloro che lo osservavano da Sud, come Erodoto in Egitto, sia per gli arabi levantini (al-bahr al-abyad) o per i Turchi (Ak-deniz); o, ancora, per i popoli slavi del sud e per i Bulgari che narrano, nelle loro canzoni popolari, del Mare Bianco. Ma, d’altra parte, come stupirsene visto che anche una Costa si colorò di Azzurro; un fiume, il Nilo, di bianco e azzurro e ugualmente delle intere nazioni, come l’Albania, di bianco (alba: bianco); o altre ancora di Bianco e Rosso (la Croazia)  e molte altre, in seguito, presero tinte e sembianze diverse. (Matvejevic:1991)

Biamonti rivelò che il Mediterraneo è antico e tragico: ha la cupa gioia della tragedia, una gioia che viene dalla luce e una tragedia che viene dalla lucidità. (Biamonti: 2008) “Che cos’ha questo mare che gli altri mari non hanno?” E Corbières così rispose in punto di morte: “una luce che se ne stacca sempre con dolcezza. Può essere calmo o in tempesta, la luce è sempre la stessa. Non la incontrerò mai più”. (Biamonti:1998) Un mare di diamanti estremi: un varco, ma anche il deserto. Per Jean Giono “c’è un’passato venerando” nei gesti che legano gli uomini del Mediterraneo attraverso il tempo e lo spazio: “gli spagnoli delle sierre cavalcheranno il loro asino come i libanesi; il bacchiatore di olive del Var colpirà il suo albero come il battitore di Delfi; vediamo vicino ad Aigues-Mortes gli stessi miraggi di calore d’Alessandria d’Egitto; i pescatori di tonno di Carro trascinano la loro madraga cantando le canzoni dei pescatori di Tiro o di Pelusio; sembra che sia stato lo stesso piede ad animare i torni che hanno realizzato i vasi di Creta e quelli delle Baleari e di Tangeri; in agosto Marsiglia dorme come dormiva Cartagine; Cartagena fa essiccare le sue uve come Rodi”…(Giono: 1993) Senza dubbio Giono lesse “il Mediterraneo” delle mille cose insieme e degli innumerevoli paesaggi di Fernand Braudel: “Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondali marini o le enormi petroliere. Significa immergersi negli arcaismi dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante. Le credete mediterranee. Ebbene, a eccezione dell’ulivo, della vite e del grano – autoctoni di precocissimo insediamento – sono nate quasi tutte lontano dal mare arance, limoni, mandarini…dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi…agavi, aloe, fichi d’India…dall’America…gli eucalipti, che pure portano un nome greco, dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani…e quante sorprese al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso, dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco…” (Braudel: 2002).

Ma andare per questi mille mari e per queste civiltà accatastate “non significa disancorarsi dalla terra ferma, dai luoghi che si amano, ma significa proiettare se stessi su un muro lontano. […] È confrontarsi con qualcosa che annichilisce e, nello stesso tempo, esalta la condizione umana. Ma c’è anche una parte di annichilimento. E la vita, la terra, rappresenta questo senso della concretezza, dell’attaccamento alle piccole cose, alla quotidianità, che nella sua ripetizione è conforto, diventa quasi un punto sacro… Un punto sacro a cui l’uomo si àncora contro il delirio del cosmo, contro questa dispersione del cosmo”. (Cipriani: 2008)

E questo punto sacro è il diritto di tutti all’approdo.

 

Bibliografia.

Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, Einaudi, Torino 1983

Francesco Biamonti, Vento largo, Einaudi, Torino 1991.

Francesco Biamonti, Attesa sul mare, Einaudi, Torino 1994

Francesco Biamonti, Le parole la notte, Einaudi, Torino 1998

Francesco Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi, Torino 2008

Fernad Braudel, Mediterraneo, Bompiani, Milano 2002

Fernad Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 2010

Elio  Cipriani, “Destino umano è abitare un mondo. A colloquio con Francesco Biamonti”, in Lettere dall’acqua. Colloqui di fine millennio su acque e dintorni,  Edizioni del Girasole, Ravenna 2008

Jean Giono, “Méditerranée”, in Provence, Paris, Gallimard, 1993

Giorgio Mangani, Cartografia morale. Geografia, persuasione, identità, Franco Cosimo Panini, Modena 2006

Predrag Matvejevic, Mediterraneo. Un nuovo breviario. Garzanti, Milano 1991

Francesco Pronetra (a cura di), Geografia e geografi del mondo antico. Guida storica e critica, Laterza, Bari-Roma 1990

Massino Quaini, L’ombra del paesaggio. L’orizzonte di un’utopia conviviale, Diabasis, Reggio Emilia 2006

 

[1] Nell’antichità con mediterraneus si indicavano oltre che il mare anche tutte le terre di mezzo, come mediterranea Galliae, ovvero le parti continentali della Gallia)

Lo stallo catalano o della “partita patta”

 

Secondo il regolamento della F.I.D.E (Federazione Internazionale degli Scacchi) una partita è patta quando si verificano le seguenti situazioni:

  1. a. La partita è patta quando il giocatore che ha il tratto non ha mosse legale e il suo Re non è sotto scacco. Si dice che la partita finisce per ‘stallo’. Ciò termina immediatamente la partita verificato che la mossa che ha prodotto lo stallo sia una mossa legale. Secondo la Corte Costituzionale Madrilena la mossa indipendentista catalana non è legale, per cui il primo incontro viene vinto dagli unionisti con lo scioglimento del campo avversario e l’indizione delle nuove elezioni. La vittoria è stata decisa da un tribunale nazionale, benché la controparte avesse affermato che la piena legalità di un mezzo riconosciuto dal proprio ordine statuale. La monarchia madrilena non riconosce alcun altra forma regale al di fuori di se stessa. Seguono gli arresti degli Alfieri, dei Cavalli e delle Torri catalani. Il “re” designato fugge in Belgio
  2. b. La partita è patta quando si raggiunge una posizione in cui nessuno dei due giocatori può dare scaccomatto all’avversario con una qualsiasi serie di mosse legali. Si dice allora che la partita finisce in ‘posizione morta’. Ciò termina immediatamente la partita, verificato che la mossa che ha prodotto la ‘posizione morta’ sia una mossa legale. Questo, a quanto pare, è il risultato delle elezioni catalane: vincono tutti. Il paese è spaccato in due, anche se con un apparente vantaggio di una parte sull’altra: il favore numerico dei pedoni catalani non consente, per via legale, di dare scaccomatto al re Madrileno
  3. c. La partita è patta per accordo tra i due giocatori durante la partita. Ciò termina immediatamente la partita. Di solito sono accordi che passano nelle retrovie della partita, quando i due giocatori, dopo essersi insultati davanti all’arbitro, trovano un accordo di massima nei bagni della società scacchistica che li ospita. Alla luce del sole non vi è alcun accordo possibile.
  4. d. La partita può essere dichiarata patta se un’identica posizione sta per apparire o è apparsa sulla scacchiera almeno tre volte. E’ un’ipotesi futuribile, ma non da escludere completamente. Governicchi che governano senza grandi intese né pretese possono portare, alla lunga, ad una situazione prolungata di apparente immobilismo.
  5. e. La partita può essere dichiarata patta se almeno le ultime 50 mosse consecutive di ciascun giocatore sono state fatte senza alcuna spinta di pedone e senza alcuna cattura. E’ un caso tipicamente italiano, ma da cui gli abitanti in terra ispanica potrebbero trarre giovamento e beneficio in una prospettiva a lungo termine. Significa anche girarci intorno. Nel gioco degli scacchi c’è la variante dello scacco perpetuo che ha un sapore mistico.

Ricordo, per concludere, che nell’antico gioco degli scacchi non era previsto lo stallo: chi ci finiva per colpa perdeva la partita per essersi messo in una posizione di sfavore. Nel nuovo medioevo contemporaneo questa è una soluzione che non si può escludere.