Pensieri sparsi sulla psicoanalisi, sul vino e su Raffaella Carrà

Carrà al telefono in Pronto, Raffaella? (1983).
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1471224

L’uscita dallo studio di psicoanalisi

Non vi è dubbio alcuno che la psicoanalisi vada a ravanare sul fondo. Allora pensavo a questo: c’è una forte distonia tra l’ingresso nel profondo della seduta, in cui l’indicibile tenta di venire a galla, e l’uscita dallo studio (vale anche per l’ingresso) regolato da fredda formalizzazione. Allora ho ripensato a questo: lo studio non è quel luogo dove viene elargita una prestazione professionale la cui titolarità compete allo psicoterapeuta. Lo studio è una scatola cranica vuota in cui si accomodano il paziente e lo psicoterapeuta. E dove si parla. Una volta usciti dalla scatola cranica il secondo dice al primo: “Ci vediamo lunedì alla stessa ora. Si ricordi che mi deve saldare il mese precedente. Buonasera”. E il primo risponde: “Va bene. Buonasera!” E pensa: “Ma non eravamo amici?”

Vino e psicoterapia

Mi sono sempre chiesto se il vino o l’alcol in generale possano dare un valido supporto alla psicoterapia. E sono giunto a questa conclusione: sì, ma non perché nel vino riposi qualche verità come credevano quei burloni degli antichi. Non è l’aspetto ciarliero del vino ad emergere, ma il suo supporto al transfert e al contro-transfert. In ogni caso è comunque il paziente a pagare l’analista e non viceversa. Sul vino ci si può mettere d’accordo.

Psicoanalisi e abbigliamento

Il vestito fa il paziente? Andare in terapia con i calzoni corti e poi stravaccarsi sul lettino può essere un indice di rilassatezza del super-Io?

Raffaella Carrà

Nonna Lina mi raccontava che da piccolissimo andavo letteralmente in sollucchero per la canzone di Raffaella Carrà “Chissà se va” (1971), che reinterpretavo fanciullescamente in “sassivacchi!” Ogni volta che nonna Lina me lo raccontava rideva di piacere. Per un periodo delle nostre vite io e mia nonna Lina avemmo gli stessi gusti musicali. Poi, in fase pre-adolescenziale, svoltai per Heather Parisi. Nonostante ciò, nonna Lina continuò a volermi bene.

Imparare ad insegnare

Di Albert Anker – "Von Anker bis Zünd, Die Kunst im jungen Bundesstaat 1848 – 1900", Kunsthaus Zürich, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5329430

Quante e quante volte abbiamo sentito dire che colei o quell’altro sono molto competenti nella materia ma, ahimè, non sono in grado di comunicarla, di insegnarla. Perché bisognerebbe imparare ad insegnare, a parlare, a dire le cose che si sanno ancora più di quelle che non si sanno, quelle che si cercano anche insegnando.

Sembra, ai più, che gran parte del problema si risolva con un buon corso di dizione a cui si aggiungano, sapientemente, frase retoriche adeguate al contesto e, insieme ad esse, una buona dose di marketing calibrato sull’utente, discente o altro che sia.

Altri affermano, diversamente, che si impara ad insegnare solamente insegnando, che poi è la riduzione argomentativa dell’imparare facendo. Non avrei obiezioni alle questioni, se non fosse che il tema centrale rimane oltre che il ‘che come’ e il ‘che cosa’, soprattutto il ‘per quanto tempo’. L’insegnamento, orribilmente declinato nella propagazione del sapere, può essere valutato, preferibilmente, negli strascichi delle età. La valutazione non ha solo, sempre che la abbia, la capacità di stabilire un punto dal quale partire, ma ha la precipua funzione di dismettere una conoscenza indotta: da questo momento in avanti il discente si può dimenticare agevolmente tutto ciò che ha letto, visto, sperimentato e immagazzinato, perché su questi argomenti non sarà più soppesato.

Nei casi più lieti ci sono dei vecchi discepoli che declamano brevi tratti di poesie apprese in gioventù, spesso a ricordare quanto fosse duro e severo il loro apprendistato formativo. Se condito da bacchettate, ancora meglio.

Non avrei grandi suggerimenti in linea generale, e lo dico a ragion veduta da insoddisfacente educatore e lo dico soprattutto a me stesso: il momento dell’apprendimento e della esposizione si devono necessariamente confondere. Quando si comunica qualcosa è necessario che la si dica, innanzitutto, a se stessi e che la si insegni, prima di tutto, a se stessi. Solo in questa forma di addestramento interamente autoreferenziale è possibile riuscire a trasferire qualche briciola, nel tempo, ai nostri interlocutori. E soltanto il tempo ci dirà se queste briciole verranno ancora recuperate e riseminate per altri raccolti.

Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

La narrazione del “giovane Draghi”

I ragazzi della via Pál
Di Sconosciuto – hu:Fájl:Molnar – Pál street boys 1907.jpg Takkk scan of the original book – A könyv eredetijéből szkennelte Takkk, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16140938

In questi giorni, i quotidiani, i siti, le riviste e via cantando, che sostengono la candidatura di Draghi alla guida del Governo, utilizzano a piene mani una narrazione parallela: il “giovane Draghi”. Veniamo a scoprire, in vario modo e per varie testimonianze, che gran parte di quelli che studiarono insieme al Liceo “Massimo” di Roma, zona Eur, ebbero poi una importante riuscita professionale: chi professore universitario di materie umanistiche, chi avvocato, chi architetto o fisico di fama internazionale. Questo a sottolineare, semmai ve ne fosse bisogno, della serietà del gruppo di provenienza: una classe dirigente in fieri, come capitava a molti degli istituti liceali del dopoguerra in una scuola il cui accesso era fortemente segnato da una rigida appartenenza sociale. Potremmo scoprire, facendo un giro qua e là per lo Stivale, che furono numerose quelle classi, negli stessi anni, a fornire ceto reggente alla nazione. Ma, in questo caso, quello che conta della narrazione è la certificazione dell’origine controllata e garantita del gruppo di provenienza: grande etica, composta serietà, riservatezza caratteriale d’obbligo a cui si accostano doti giovanili di “leggero casino”, stando alla definizione data dal compagno di classe e ordinario di Fisica Spaziale in pensione, il professor Ezio Bussoletti, ad esempio quando venivano utilizzati i cannoli riempiti di panna come cannoni o quando  il professore di filosofia veniva assaltato “con le ‘famigerate’ pistole a riso[1]”. I compiti, poi, se li passavano tutti e Draghi non era sicuramente un’eccezione, si fa intendere. Lo stesso Giancarlo Magalli, all’Adnkronos, riferisce così dell’ex compagno di classe Mario Draghi: “Draghi era intelligente, simpatico e una persona molto corretta: non era uno di quelli che faceva la spia al professore – dice Magalli scoppiando in una risata – Insomma, era una persona estremamente piacevole. Da ragazzino era come adesso, con la sua riga, pettinato come adesso e sempre con quel sorriso che era il suo biglietto da visita[2]”. In questo caso l’ordine del discorso si premura di sottolineare, a fianco degli elementi dirimenti e risolventi attribuibili a Draghi, ovvero etica, serietà e competenza, altri capaci di corroborare aspetti di apparente minor conto, ma che sono portatori di una notevole valenza politico-relazionale: la fedeltà al gruppo di appartenenza.

Potrebbe apparire, come in molti casi avviene, che queste curiosità siano derubricabili al pianeta gossip, alle indiscrezioni indomabili e a consorterie similari. Ritengo, al contrario, che ogni discorso che abbia sede in un centro di potere comunicativo (e dunque politico), anche quello apparentemente più banale, serva a profetizzare il futuro, non solo perché annuncia quel che sta per accadere, ma perché contribuisce alla sua realizzazione: esso spinge, in altre parole, all’adesione collettiva ad un progetto. Ecco allora, che la narrazione del “giovane Draghi” serve, inevitabilmente, alla narrazione del “Draghi presidente della Bce” e, ora, a “Draghi nuovo presidente del Consiglio”.

In questo, come in altri casi, ciò che occorre sono narrazioni altre in cui le verità si costituiscano a partire da contenuti verificabili e attendibili sullo sfondo di progetti politici radicalmente alternativi.


[1] Cfr. Pierluigi Bussi, “Draghi alunno brillante, ma non rinunciava alle battaglie con i cannoli e agli assalti ai prof con le pistole a riso”, in https://www.repubblica.it/politica/2021/02/03/news/mario_draghi_liceo_massimo_compagno_classe-285863745/

[2] Cfr. HuffPost, “Magalli, compagno di Liceo di Draghi: “A scuola era corretto: non faceva mai la spia al prof”, in https://www.huffingtonpost.it/entry/magalli-compagno-di-liceo-di-draghi-a-scuola-era-corretto-non-faceva-mai-la-spia-al-prof_it_601a9bd3c5b6c2d891a4d622

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.  

Dialoghetto tra due virologi

Virologo delle libertà: “Certo è che voi virologi del controllo popolare e democratico l’avete messa giù dura. Non vi siete stancati di sparare slogan insulsi e di lanciare molotov che eccovi qui a proclamare un piano quinquennale di chiusura dei locali a voi invisi. Solo perché io in discoteca ci andavo mentre tu ti sollazzavi leggendo “La rivoluzione permanente” di Trotzki!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ohe, cicciuzzo!, semmai il contrario. Io mi divertivo come un matto: sesso libero, sballo a go-go, virus che circolavano liberi e freschi come ad una festa danzante, mentre tu, bello compìto, te ne stavi quatto quatto a sorbirti quelle lezioni improponibili su le “rickettsie e le clamidie” e poi cercavi rifarti in un una di quelle discoteche per tamarri di periferia pensando che le pulzelle ti si filassero solo perché eri altolocato, con una bella macchina e vestito a puntino” – “E guarda, poi, che io ero stalinista fino al midollo e non dico dove ti puoi ficcare Trotzki!”

Virologo delle libertà: “Stalin, bravo che me lo hai ricordato! Ci mancano solo i gulag per la quarantena e poi sì che ti sentirai bello che soddisfatto. Ti eleggeranno capo del Politburo dei virologi addetti alla repressione e così tornerai alla tua gioventù di autoerotismo e katanga!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ma senti un po’, invece tu ti occupi solo delle tua libertà, di fare il cazzo che ti pare, con chi ti pare e dove ti pare: se poi gli altri crepano questo è un affare loro. Bel liberista dei miei coglioni! La libertà per sé e i costi per lo Stato! Perché lavori in un ospedale pubblico?”

Virologo delle libertà: “Ascolta ciccio, io lavoro dove mi pare e vedo che non hai capito una bella mazza! Dico solo che bisogna lasciare il più aperto possibile per non comprimere l’economia, la socialità, la vita, l’amore, le vacche – scappo dalla città”

Virologo del controllo popolare e democratico: “ Bravo scappa e non tornare!”

Virologo delle libertà: “Minchione!, non hai capito neppure il riferimento cinematografico!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Cinematografico!?! ma guardatele tu ‘ste sozzerie. Non hai neppure una vaga idea di che cosa sia il cinema!”

Virologo delle libertà: “Ce l’hai tu, invece! Pizze soporifere della durata di 64 ore in polacco sottotitolate in aramaico che parlano di una partita a scacchi giocata con la morte! Ma va’ a prendertelo….”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Bravo, pure sessista e così chiudiamo il cerchio! E ti danno pure la parola in televisione! A proposito quando ci vai?”

Virologo delle libertà: “Domani sono su rete 4 e dopodomani sulla 7. Sabato una capatina su RAI 2”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Io RAI 3 stasera e dopodomani su canale 5”

Virologo delle libertà: “Si è fatto tardi, ci si vede da queste parti per bicchierino (spero di incontrarti neppure per sbaglio)!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ok, saluti collega (si fa per dire)!”

A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” E tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!

Calderoli, l’accoppiamento e i paradossi di Zenone di Elea

Zenone di Elea

La sentenza.

“Qualcuno dice che questo è fatto per favorire la parità di accesso. Ve lo dice un umile e modesto conoscitore della materia elettorale: chi la conosce sa che in collegi che hanno a disposizione un numero di candidature che va da due a sette, quindi piuttosto piccolo, la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile, perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina, per cui accanto a una candidatura maschile…”. “Il maschio solitamente si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa – dice ancora – Il risultato è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette”.

Questi sono i ragionamenti di grande qualità portati all’attenzione dal senatore Calderoli contro la doppia preferenza di genere. Come un novello Zenone di Elea, Calderoli ha costruito il suo paradosso filosofico-matematico sbalordendo sia i primi, i filosofi, che i secondi, i matematici. I rappresentati delle due categorie professionali sono usciti con un comunicato congiunto in cui si afferma testualmente: “È da 2500 anni (dalla morte di Zenone) che aspettavamo un ragionamento poliedrico e intrigante come quello di Calderoli. Ora ci divertiamo per davvero”. Pare, da alcune indiscrezioni trapelate dalla nota agenzia di stampa “Mogli e buoi”, che nel prossimo “Campionato internazionale di giochi matematici” verrà inserito il “paradosso Calderoli” come prova finale.

Vorrei, nel mio piccolo, contribuire alla sua soluzione parziale.

Il Primo Argomento confutato di Zenone/Calderoli (in Simplicio, Physica, 140,27):

Accogliendo le opinioni degli avversari di Parmenide, secondo cui le cose sarebbero molteplici, si arriverebbe alla conclusione assurda che il loro numero sarebbe, al tempo stesso, finito e infinito: sarebbe finito perché le cose non possono essere né più né meno di quelle che sono realmente (il loro numero cioè è un numero dato) e sarebbe infinito perché tra due cose ce ne sarà sempre una terza, e tra questa e le altre due ce ne sarà sempre un’altra ancora, e così via all’infinito. Se l’uomo si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, il loro numero sarebbe sia finito perché nel lettone (anche quelli Ikea) non ce ne starebbe una sesta, sia infinito perché nell’anticamera, nelle scale del palazzo, per strada e nelle piazze potrebbero starcene molte di più. Ma siccome il finito e l’infinito non sono possibili simultaneamente, a meno che non si abbia bevuto del grignolino in sovrabbondanza, è possibile che l’uomo le quattro o cinque donne se le sia semplicemente sognate. Anche nei collegi elettorali le preferenze non possono andare da due a sette per il medesimo principio di contraddizione. Il fatto che “le donne non lo facciano” diviene un assioma non dimostrabile da cui le deduzioni conseguenti potrebbero ritenersi false. Ma su questo rimanderei al paradosso di Banach-Tarski, o paradosso di Hausdorff-Banach-Tarski, noto anche come “raddoppiamento della sfera” (“doubling the ball”) con cui si stabilisce che, adoperando l’assioma della scelta, è possibile prendere una sfera nello spazio a 3 dimensioni, suddividerla in un insieme finito di pezzi non misurabili e, utilizzando solo rotazioni e traslazioni, riassemblare i pezzi in modo da ottenere due sfere dello stesso raggio dell’originale e segnare tre goal in fuorigioco.   

Il Secondo Argomento confutato contro la molteplicità fondato sulla grandezza delle cose (Zenone in Simplicio, Physica, 139,5).

Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere al tempo stesso infinitamente piccoli e infinitamente grandi: “Se c’è il molteplice, questo molteplice è grande e piccolo: grande fino ad essere infinito n grandezza, piccolo fino a non avere grandezza di sorta”. Infatti se le cose sono composte da molte unità o queste non hanno grandezza, e quindi ha grandezza nulla anche le cose di cui sono parte, o hanno una grandezza e, allora, le cose formate da infinite unità hanno una grandezza infinita.

In altre parole se l’uomo ce l’ha piccolo, o infinitamente piccolo, è probabile che i voti delle quattro o cinque signore vadano a sostegno di altre donne che, per effetto moltiplicatore, all’infinito, lo racconteranno ad altre donne. Alcune, tra una risata e l’altra, sceglieranno meritevolmente l’astensione.

Perché scrivo di vino e di cibo e non di biciclette (tanto per dire)?


Vélocipédomanie, disegno umoristico francese anonimo apparso tra 1865 e 1870

Molte grandi autrici e molti grandi autori si sono cimentati con questa pretestuosa e autoriferita domanda: “perché scrivo?” Siccome non mi annovero tra questi (e non certo per mia volontà), ho dovuto inevitabilmente aggiungere dei complementi di specificazione così da restringere l’opportunistica questione ad un genere letterario minore. I grandi autori e le grandi autrici, molto spesso, hanno risposto in ragione di elementi esterni alla loro specifica volontà: il fato, il caso, il padre o la madre, le coincidenze astrali, le dita acciaccate dal martello annoverate come pretesa incapacità o voglia di esercitare qualsiasi altro mestiere. Oppure, ancora, l’altrove degli autori, l’alibi in sostanza, ha accarezzato sia le spoglie di pratiche essoteriche, rivolte a lettori non iniziati, sia quelle più propriamente esoteriche indirizzate, queste sì, ai soli adepti. In poche parole essi avrebbero voluto, illusoriamente, comunicare qualcosa al genere umano. Potrei dire, a questo punto, che le mie ragioni non sono affatto dissimili: la scrittura è arrivata sicuramente a seguito di una serie di fallimenti sportivi, amorosi, scolastici, professionali e dalla calvizia precoce. In quest’ordine. E inevitabilmente dalle relazioni irrisolte con la famiglia e dal fatto che mio fratello più piccolo di due anni me le desse di santa ragione. Dai preti e meno dalle suore (solo perché non non ho mai avuto a che fare con loro). Dal fatto che la mia mente si aspettava, a ragion veduta, di essere ospitata da un corpo maggiormente attraente. Altre sarebbero, poi, le motivazioni del fraintendimento del sé: avere un ripiego sufficientemente nobile per poter continuare a mangiare e bere. Condizione, questa, che si è inerpicata su sottintesi inappagamenti, vocianti disillusioni e mancanze a cui ho dovuto diligentemente apportare precarie replezioni e voraci stordimenti. Ma ho scritto anche di altro, per cui questa giustificazione non vale più di tanto. E per fare i conti con l’eternità (questa è forse la vera e unica ragione) grazie alla beffarda sopravvivenza di inutili brandelli del proprio corpo in forma cartacea e digitale.

Allora, perché scrivo di cibo e di vino? Perché, alla fine, i manubri e i pedali al forno sono assolutamente immangiabili. E scriverci sopra è ancor più impossibile.

El Comisario Inùtil. Racconto breve di Luca Dresda

L’autore medita sull’utilità del commissario inùtil

Arrivato sulla scena del delitto, la vittima emanava ancora vapore acqueo. Doveva aver corso molto prima di venire raggiunta e afferrata con la forza di un gorilla. Era su un fianco, rannicchiata, le braccia che stringevano le gambe. Il corpo era di una ragazzina famosa per le imprese atletiche, soprattutto extra-sportive.

Elco guardava di continuo l’orologio. Ogni volta che col vice, Gualdo Tombolini, delineava la successione degli eventi di un crimine, lo assaliva una forma d’ansia. Eppure in paese era adorato. Il suo Commissariato era famoso per risolvere tutti i casi a tempo di record. Nessuno, tranne i suoi colleghi, aveva capito il suo segreto, e che in realtà non esisteva alcun segreto.

Tombolini descrisse la situazione. La vittima aveva segni di mani possenti sul collo. Doveva essere stata afferrata, sollevata e sbattuta a terra, nel punto in cui si vedeva una sagoma umana. La ragazza aveva perso i sensi, poi aveva gattonato semi-stordita, per essere nuovamente afferrata. Ma la morte era arrivata dopo, per spavento. Il cuore doveva aver ceduto, forse dopo avere capito come sarebbe morta. Prolungando la traiettoria visiva, Tombolini notò una bava che colava lungo il tronco di una quercia secolare. Legato a un ramo, un cappio, e a terra la classica maschera nera sadomaso con la zip sulla bocca. Tutt’attorno, una peluria castana. Questo è un artista dell’horror. Non è da tutti fare morire di crepacuore un’atleta.

Elco scartabellò nella memoria da archivista.

Lo Yedi di Brunico! disse all’improvviso. Te lo ricordi quel caso del ’94?

Tombolini, al contrario, aveva la memoria di un pesce rosso. Aggrottò le sopracciglia.

Nei primi di agosto, nei boschi attorno a Brunico, furono ritrovate tre ragazze scomparse a pochi giorni di distanza. Stessi segni sul collo. Stessa morte per spavento. Disse Elco.

Ora ricordo. L’assassino era un boscaiolo…

Ti confondi con l’Orso della Val Gardena. Quello di Brunico era un giocatore di Football Americano trevigiano, sposato con una pasticcera di Brunico. Un uomo colossale, col volto sfigurato da un incidente e una forza disumana. Gli stessi indizi. Se non fossi sicuro che si trova nel carcere di Bolzano… Stava per chiedere a Tombolini di verificare se non fosse evaso per iniziare le indagini, quando il cellulare squillò. Elco trasalì. Aspettò fino al settimo squillo, ma quel maledetto non ne voleva sapere di azzittirsi. Squadrò il display, che mostrava il numero della centrale.

Non risponde, ‘Shpettò? Chiese Tombolini.

Sì, sì, certo! Cos’hai, fretta?” Sbraitò Elco. Una vocina dall’altra parte squittiva eccitata. E più parlava più Elco roteava gli occhi per lo scorno, il fastidio per la notizia.

Siete sicuri? Domandò senza convinzione. La risposta fu la stessa di sempre. Elco riattaccò e squadrò Tombolini, che gli domandò:

Si è consegnato? Lo Yedi?

Il commissario annuì senza fiatare. Era rassegnato più che incredulo.

Elco entrò in centrale a testa bassa. Si sarebbe detto imbarazzo. Ma era rabbia. Gli succedeva ogni volta che un criminale si consegnava. La cosa era diventata incontrollabile da quando una legge retroattiva aveva deciso che anche gli anni di tirocinio non riscattati venissero conteggiati nei contributi previdenziali; e così, si era ritrovato a un passo dalla pensione, col rischio di non essersi mai misurato con uno dei tanti assassini che infestano il mondo. Nel suo ufficio trovò Federici ad attenderlo. Elco lo stimava perché non si permetteva ironie. Non aveva mai parlato del culo che aveva a non trovarsi un solo caso di omicidio irrisolto; non metteva il dito nella sua piaga di detective della omicidi super-addestrato che non aveva neanche solo iniziato un’indagine in tutta la sua carriera. I killer che avevano ucciso nella sua giurisdizione, colpiti da una forma sconosciuta di demenza, si erano consegnati tutti.

Federici non perse tempo in spiegazioni.

Tenga, commissa’. Il suo racconto coincide in tutto e per tutto con i riscontri.

Elco prese il dossier, entrò nella sala interrogatori e si avvicinò allo Yedi livido in volto, dopo aver spento registratori e telecamere.

Che cazzo ci fai qui?

Lo Yedi fu preso in contropiede.

Come puoi consegnarti così, a un’ora del tuo primo omicidio dopo tanti anni? Non hai un po’ di amor proprio? Un po’ di orgoglio professionale?

Professionale gli era sfuggito, ma era la sua fissazione. La professione. Il lavoro che sognava fin da bambino, che ormai le confessioni dei criminali avevano trasformato in un tormento.

Perché non ti fai cercare, invece di consegnarti così, come un bamboccio? Cosa sei, un chierichetto? Hai i sensi di colpa? In carcere hai conosciuto un prete che ti ha convertito? Ti ha consigliato anche di uccidere quella ragazzina? L’hai uccisa di paura. Ti rendi conto? Sei un genio del male e non mi dai la possibilità di trovarti? Ansimava.

Lo Yedi, un omone dalle sembianze disumane per l’esito nefasto degli interventi di chirurgia ricostruttiva, i polsi incatenati a due ganci che avrebbero retto anche agli strattoni di King Kong, lo guardava incredulo. Quando parlò, gli uscì una voce delicata e tremolante, con un linguaggio che non gli si addiceva.

Commissario, in cella ho capito che quelli come me non devono tornare in libertà. Ho provato a dire al giudice che facevano un grave errore, ma il mio avvocato mi ha chiuso la bocca e ha ottenuto gli arresti domiciliari. E così ne ho approfittato. Dovevo uccidere di nuovo e condannarmi al carcere a vita. Avevo saputo del suo commissariato. Della incredibile percentuale del 100% di casi risolti… e così, sono venuto qui, sicuro che lei mi avrebbe preso e non avrebbe commesso errori. E infatti…

Ma infatti cosa, brutto imbecille? Eh? Infatti cosa? Elco si alzò e girò per la saletta con le mani tra i capelli, quasi volesse strapparseli. Ti sei consegnato da solo! Io non ho fatto niente! Non mi hai dato il tempo neanche di prendere appunti, brutto imbecille!

Lo Yedi non capiva la sua reazione, ma era sollevato. Perché era sicuro di finire in galera. Il suo piano era riuscito.

Ascoltami bene. Ora ti slegherò e farò finta di non averti mai visto. E tu mi sfuggirai e farai come tutti gli altri serial killer che si rispettino, come Ted Bunty, o Earle Nelson, o Gary Ridgway, o come Enriqueta Martì e Leonarda Cianciulli! Oppure fa’ come hai fatto quando uccidevi a Brunico, cazzo, ma datti un contegno! Mi hai sentito?

Lo Yedi non rispose. Guardava Elco cercando di capire cosa avesse in mente. L’idea di uscire lo terrorizzava.

Figlio d’un cane, hai capito quello che ti ho detto? Tu devi andartene e darmi la possibilità di prenderti! Ne ho le tasche piene di voi che vi consegnate come mammolette! Voglio il mio caso! E ho deciso che sarai tu!

Elco fece per liberarlo, ma lo Yedi esplose. Con una forza che non sapeva neanche di avere, fece saltare i ganci. Si alzò e andò urlando al falso specchio sbattendo con la testa e i pugni per richiamare l’attenzione di chi se ne stava là dietro a osservarli senza sentire una parola.

Aiuto! Aiuto! Basta! Va bene, confesso! Confesso tutto! Basta che me lo levate di torno! Aiuto! Aiuto!

Elco, col fiatone e la bava alla bocca, lo fissava strabuzzando gli occhi. Il Capitano ordinò ai suoi di bloccare lo Yedi, che si fece riammanettare mansueto e si liberò la coscienza. La sua confessione fece scalpore. Ne parlarono tutte le televisioni, con approfondimenti, inchieste a tempo scaduto, analisi criminologiche e, su tutto, celebrazioni del talento di Elco, il genio degli interrogatori obliqui. Qualcuno chiese che il suo pensionamento fosse annullato d’ufficio. Lo Yedi fece chiudere tre casi analoghi di anni prima, quando era ventenne. Tre prostitute nigeriane, omicidi un tempo archiviati in fretta come regolamenti di conti nell’ambito della tratta delle donne africane. Elco ricevette l’ennesimo encomio. Fu convocato dal Ministro degli Interni, che gli appuntò una medaglia al valore e per premio gli regalò il suo meritato pensionamento con due anni di anticipo. Venne ricordato da tutti come un eroe. Ma per i colleghi di pari rango restò per sempre El Comisario Inùtil.