El Comisario Inùtil. Racconto breve di Luca Dresda

L’autore medita sull’utilità del commissario inùtil

Arrivato sulla scena del delitto, la vittima emanava ancora vapore acqueo. Doveva aver corso molto prima di venire raggiunta e afferrata con la forza di un gorilla. Era su un fianco, rannicchiata, le braccia che stringevano le gambe. Il corpo era di una ragazzina famosa per le imprese atletiche, soprattutto extra-sportive.

Elco guardava di continuo l’orologio. Ogni volta che col vice, Gualdo Tombolini, delineava la successione degli eventi di un crimine, lo assaliva una forma d’ansia. Eppure in paese era adorato. Il suo Commissariato era famoso per risolvere tutti i casi a tempo di record. Nessuno, tranne i suoi colleghi, aveva capito il suo segreto, e che in realtà non esisteva alcun segreto.

Tombolini descrisse la situazione. La vittima aveva segni di mani possenti sul collo. Doveva essere stata afferrata, sollevata e sbattuta a terra, nel punto in cui si vedeva una sagoma umana. La ragazza aveva perso i sensi, poi aveva gattonato semi-stordita, per essere nuovamente afferrata. Ma la morte era arrivata dopo, per spavento. Il cuore doveva aver ceduto, forse dopo avere capito come sarebbe morta. Prolungando la traiettoria visiva, Tombolini notò una bava che colava lungo il tronco di una quercia secolare. Legato a un ramo, un cappio, e a terra la classica maschera nera sadomaso con la zip sulla bocca. Tutt’attorno, una peluria castana. Questo è un artista dell’horror. Non è da tutti fare morire di crepacuore un’atleta.

Elco scartabellò nella memoria da archivista.

Lo Yedi di Brunico! disse all’improvviso. Te lo ricordi quel caso del ’94?

Tombolini, al contrario, aveva la memoria di un pesce rosso. Aggrottò le sopracciglia.

Nei primi di agosto, nei boschi attorno a Brunico, furono ritrovate tre ragazze scomparse a pochi giorni di distanza. Stessi segni sul collo. Stessa morte per spavento. Disse Elco.

Ora ricordo. L’assassino era un boscaiolo…

Ti confondi con l’Orso della Val Gardena. Quello di Brunico era un giocatore di Football Americano trevigiano, sposato con una pasticcera di Brunico. Un uomo colossale, col volto sfigurato da un incidente e una forza disumana. Gli stessi indizi. Se non fossi sicuro che si trova nel carcere di Bolzano… Stava per chiedere a Tombolini di verificare se non fosse evaso per iniziare le indagini, quando il cellulare squillò. Elco trasalì. Aspettò fino al settimo squillo, ma quel maledetto non ne voleva sapere di azzittirsi. Squadrò il display, che mostrava il numero della centrale.

Non risponde, ‘Shpettò? Chiese Tombolini.

Sì, sì, certo! Cos’hai, fretta?” Sbraitò Elco. Una vocina dall’altra parte squittiva eccitata. E più parlava più Elco roteava gli occhi per lo scorno, il fastidio per la notizia.

Siete sicuri? Domandò senza convinzione. La risposta fu la stessa di sempre. Elco riattaccò e squadrò Tombolini, che gli domandò:

Si è consegnato? Lo Yedi?

Il commissario annuì senza fiatare. Era rassegnato più che incredulo.

Elco entrò in centrale a testa bassa. Si sarebbe detto imbarazzo. Ma era rabbia. Gli succedeva ogni volta che un criminale si consegnava. La cosa era diventata incontrollabile da quando una legge retroattiva aveva deciso che anche gli anni di tirocinio non riscattati venissero conteggiati nei contributi previdenziali; e così, si era ritrovato a un passo dalla pensione, col rischio di non essersi mai misurato con uno dei tanti assassini che infestano il mondo. Nel suo ufficio trovò Federici ad attenderlo. Elco lo stimava perché non si permetteva ironie. Non aveva mai parlato del culo che aveva a non trovarsi un solo caso di omicidio irrisolto; non metteva il dito nella sua piaga di detective della omicidi super-addestrato che non aveva neanche solo iniziato un’indagine in tutta la sua carriera. I killer che avevano ucciso nella sua giurisdizione, colpiti da una forma sconosciuta di demenza, si erano consegnati tutti.

Federici non perse tempo in spiegazioni.

Tenga, commissa’. Il suo racconto coincide in tutto e per tutto con i riscontri.

Elco prese il dossier, entrò nella sala interrogatori e si avvicinò allo Yedi livido in volto, dopo aver spento registratori e telecamere.

Che cazzo ci fai qui?

Lo Yedi fu preso in contropiede.

Come puoi consegnarti così, a un’ora del tuo primo omicidio dopo tanti anni? Non hai un po’ di amor proprio? Un po’ di orgoglio professionale?

Professionale gli era sfuggito, ma era la sua fissazione. La professione. Il lavoro che sognava fin da bambino, che ormai le confessioni dei criminali avevano trasformato in un tormento.

Perché non ti fai cercare, invece di consegnarti così, come un bamboccio? Cosa sei, un chierichetto? Hai i sensi di colpa? In carcere hai conosciuto un prete che ti ha convertito? Ti ha consigliato anche di uccidere quella ragazzina? L’hai uccisa di paura. Ti rendi conto? Sei un genio del male e non mi dai la possibilità di trovarti? Ansimava.

Lo Yedi, un omone dalle sembianze disumane per l’esito nefasto degli interventi di chirurgia ricostruttiva, i polsi incatenati a due ganci che avrebbero retto anche agli strattoni di King Kong, lo guardava incredulo. Quando parlò, gli uscì una voce delicata e tremolante, con un linguaggio che non gli si addiceva.

Commissario, in cella ho capito che quelli come me non devono tornare in libertà. Ho provato a dire al giudice che facevano un grave errore, ma il mio avvocato mi ha chiuso la bocca e ha ottenuto gli arresti domiciliari. E così ne ho approfittato. Dovevo uccidere di nuovo e condannarmi al carcere a vita. Avevo saputo del suo commissariato. Della incredibile percentuale del 100% di casi risolti… e così, sono venuto qui, sicuro che lei mi avrebbe preso e non avrebbe commesso errori. E infatti…

Ma infatti cosa, brutto imbecille? Eh? Infatti cosa? Elco si alzò e girò per la saletta con le mani tra i capelli, quasi volesse strapparseli. Ti sei consegnato da solo! Io non ho fatto niente! Non mi hai dato il tempo neanche di prendere appunti, brutto imbecille!

Lo Yedi non capiva la sua reazione, ma era sollevato. Perché era sicuro di finire in galera. Il suo piano era riuscito.

Ascoltami bene. Ora ti slegherò e farò finta di non averti mai visto. E tu mi sfuggirai e farai come tutti gli altri serial killer che si rispettino, come Ted Bunty, o Earle Nelson, o Gary Ridgway, o come Enriqueta Martì e Leonarda Cianciulli! Oppure fa’ come hai fatto quando uccidevi a Brunico, cazzo, ma datti un contegno! Mi hai sentito?

Lo Yedi non rispose. Guardava Elco cercando di capire cosa avesse in mente. L’idea di uscire lo terrorizzava.

Figlio d’un cane, hai capito quello che ti ho detto? Tu devi andartene e darmi la possibilità di prenderti! Ne ho le tasche piene di voi che vi consegnate come mammolette! Voglio il mio caso! E ho deciso che sarai tu!

Elco fece per liberarlo, ma lo Yedi esplose. Con una forza che non sapeva neanche di avere, fece saltare i ganci. Si alzò e andò urlando al falso specchio sbattendo con la testa e i pugni per richiamare l’attenzione di chi se ne stava là dietro a osservarli senza sentire una parola.

Aiuto! Aiuto! Basta! Va bene, confesso! Confesso tutto! Basta che me lo levate di torno! Aiuto! Aiuto!

Elco, col fiatone e la bava alla bocca, lo fissava strabuzzando gli occhi. Il Capitano ordinò ai suoi di bloccare lo Yedi, che si fece riammanettare mansueto e si liberò la coscienza. La sua confessione fece scalpore. Ne parlarono tutte le televisioni, con approfondimenti, inchieste a tempo scaduto, analisi criminologiche e, su tutto, celebrazioni del talento di Elco, il genio degli interrogatori obliqui. Qualcuno chiese che il suo pensionamento fosse annullato d’ufficio. Lo Yedi fece chiudere tre casi analoghi di anni prima, quando era ventenne. Tre prostitute nigeriane, omicidi un tempo archiviati in fretta come regolamenti di conti nell’ambito della tratta delle donne africane. Elco ricevette l’ennesimo encomio. Fu convocato dal Ministro degli Interni, che gli appuntò una medaglia al valore e per premio gli regalò il suo meritato pensionamento con due anni di anticipo. Venne ricordato da tutti come un eroe. Ma per i colleghi di pari rango restò per sempre El Comisario Inùtil.

Finale di coppa Italia: vuoto per vuoto

Una delle prime rappresentazioni artistiche al mondo dedicate al gioco del calcio, il dipinto Sunderland v. Aston Villa di Thomas M. M. Hemy (anche noto come A Corner Kick), 1895

Nulla da eccepire: ha vinto ai rigori la squadra che ha avuto più occasioni sul campo da gioco, ovvero il Napoli. Tutto da eccepire: non si vince per solo merito né sul campo né fuori. A volte capita.

Rimbombi: covid e circenses. Mondo piccolo.

Nella teoria del “mondo piccolo” e dei “sei gradi di separazioni” sono sufficienti non più di 5 intermediazioni per collegarsi con tutti gli altri. Lo stadio esemplifica in maniera evidente questo dilemma socio-linguistico-matematico sia nel suo svolgimento interno che esterno: mentre il primo piano è facilmente comprensibile, il secondo lo è diventato guardando la finale di coppa Italia a porte chiuse. La mancanza di collegamento neuronale tra tifoso comodamente adagiato sul divano e tifoso da stadio tronca ogni legame empatico: le bandiere finte, costruire per riempire il vuoto fisico, non hanno fatto che soffocare il pieno acustico del tifo ed ampliare il fragore del vuoto.

Vuoto per pieno o meglio vuoto per vuoto.

Il vuoto per pieno è un modo per calcolare il volume lordo di un immobile: Il volume vuoto per pieno è il volume totale di un appartamento, di un fabbricato o di qualsiasi altro immobile, calcolato in base allo spazio compreso tra le pareti esterne del fabbricato, il pavimento del piano più basso e il tetto. Molto spesso però quando si parla di vuoto per pieno si intende non la volumetria di un appartamento, ma la superficie lorda di parenti e pavimenti. La superficie lorda di una parete è calcolata tenendo conto anche dello spazio occupato da porte e finestre.

Gli spalti di ieri hanno ricordato la canzone, “La casa”, di Sergio Endrigo:

Era uno stadio molto carino

Senza spalti senza tifo

Non si poteva entrarci dentro

Perché non c’era il cemento

…….

Ma era bello, bello davvero In via dei matti numero zero

Ma era bello, bello davvero

In via dei matti numero zero

Piazze piene: covid e circenses

Lo stadio si è trasferito fuori, nelle piazze, nelle strade, lungomare, per i consueti festeggiamenti. Inaspettato? Ma quando mai! Moralismi? Non è il caso. (A Torino sarebbe stato identico, però senza lungomare).

L’antica Roma sapeva bene che i giochi hanno bisogno di pubblico, molto pubblico, organizzato, inglobato, interessato, affaccendato, straordinariamente motivato.

Anche il covid ha bisogno di pubblico.

Mondi molto piccoli.

Divagazioni su “Del Giudicar Veloce e Vacuo. Metacritica della Critica Gastronomica” di Nicola Perullo

Premessa.

Sappiamo per certo che in ogni libro c’è, in varia forma, il suo autore: nella prosa, nelle armi retoriche, nella sintassi, nei contenuti e così via. Ma difficilmente potremmo ammettere che un libro equivalga in tutto e per tutto al proprio artefice come se questi fosse escluso da ogni connessione, complicità, presenza e condivisione. Non solo: con altrettanta fatica potremmo considerare che un libro sia la mera somma di una personalità e non solo perché ogni dissertazione esula da se stessa, ma perché ogni argomentazione è necessariamente parziale sia nei confronti dell’autore stesso che riguardo al tutto. Penso, al contrario, che il testo in oggetto sia capace di una scrittura propria di un diario filosofico. Nonostante e contrariamente al fatto che Perullo proceda nell’eliminazione dell’Autore sia come soggetto realizzatore dell’opera quanto come esegeta della propria creazione. Per un’altra parte il discorso di Perullo riafferma, in maniera possente, il ruolo della critica e dell’Autore in un processo di validazione in cui egli soggiace ed emerge in qualità di criteri universali e unanimi. L’Autore disancorato dal proprio lavoro trova nuove vestigia nell’Autore altro, ovvero il Critico, che si fa interprete, non censore, dell’opera stessa. “Del giudicar veloce e vacuo”, a differenza degli ultimi due “Epistenologia” che ho avuto modo di leggere, assume toni dichiaratamente più confliggenti e indisponibili ad ogni forma di apparentamento e armonizzazione. Chi ha cercato di darne una qualsivoglia parvenza conciliante, con tutti gli ammennicoli che le accompagnano, si è, a mio parere, profondamente sbagliato: è una delle prolusioni più radicali alla facoltà di giudizio (di valore, estetico…).

Metacritica.

«(…) Si tratta solo di non confondere l’agire con l’attore, decostruendo tutta questa mitologia dell’autore, sottraendola al suo frastuono mediatico amplificante e, infine, rimanendo lucidi e sobri» (pag.13) Qui si sottolinea un elemento centrale: un cuoco, ma potrebbe essere un vignaiolo o un artista in senso ampio e lato potrebbe non avere alcunché da dire rispetto alla propria opera. Essa parla per sé nella misura in cui parla per e del proprio autore, ma dal quale inesorabilmente fugge e si autonomizza. Il manufatto si rende, per Perullo, inevitabilmente indipendente da colui che lo ha realizzato e solo in questa veste è in grado di dire qualcosa di sé e per sé. Ribaltando Gadamer si potrebbe affermare che l’autore come soggetto in sé non esiste affatto. Solo e soltanto in questo senso il diritto di parola che viene gli concesso dal circo mediatico si configura come autoreferenziale, puro intrattenimento e, sicuramente, non cultura né tanto meno esercizio di critica. La critica gastronomica può essere tale soltanto se non si ripiega in se stessa: la conoscenza gastronomica non è condizione sufficiente per poter parlare di gastronomia, così come non lo è per l’autore e per la propria opera. Le riflessioni di Nicola Perullo mi hanno immediatamente portato a quelle che furono alcune delle più radicali e intese critiche al concetto di autore, o meglio di Autore. Voglio qui riportarvi parte dei brani a cui faccio riferimento e che, sicuramente, fanno parte anche del bagaglio culturale di Perullo. Ne riporto ampi stralci.

Il primo viene scritto da Roland Barthes e pubblicato nel 1968, La mort de l’auteur in Id. Le bruissement de la langue, Seuil, Paris, 1984, tr.it. La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi Critici, vol.IV, Einaudi, Torino, 1988.

«Nella sua novella Sarrasine Balzac, parlando di un castrato travestito da donna, scrive questa frase: “Era la donna, con le sue paure improvvise, i suoi capricci irragionevoli, i suoi turbamenti istintivi, le sue audacie immotivate, le sue bravate e la sua deliziosa finezza di sentimenti”. Chi parla in questo modo? È forse l’eroe della novella, interessato a ignorare il castrato che si nasconde sotto la donna? È l’individuo Balzac, che l’esperienza personale ha munito di una sua filosofia della donna? È l’autore Balzac, che professa idee «letterarie» sulla femminilità? È la saggezza universale? La psicologia romantica? Non lo sapremo mai, per la semplice ragione che la scrittura è distruzione di ogni voce, di ogni origine. La scrittura è quel dato neutro, composito, obliquo in cui si rifugia il nostro soggetto, il nero-su-bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive. È stato senza dubbio sempre così: non appena un fatto è raccontato, per fini intransitivi, e non più per agire direttamente sul reale – cioè, in ultima istanza, al di fuori di ogni funzione che non sia l’esercizio stesso del simbolo -, avviene questo distacco, la voce perde la sua origine, l’autore entra nella propria morte, la scrittura comincia. Il modo di sentire tale fenomeno è stato tuttavia variabile; nelle società etnografiche del racconto non si fa mai carico una persona, ma un mediatore, sciamano recitante, di cui si può al massimo ammirare la “performance” (cioè la padronanza del codice narrativo) ma mai il “genio”. L’autore è un personaggio moderno, prodotto dalla nostra società quando, alla fine del Medioevo, scopre grazie all’empirismo inglese, al razionalismo francese e alla fede individuale della Riforma il prestigio del singolo o, per dirla più nobilmente, della “persona umana”. È dunque logico che in Letteratura fosse il positivismo, summa e punto d’arrivo dell’ideologia capitalistica, ad attribuire la massima importanza alla “persona” dell’autore. L’autore regna ancora nei manuali di storia letteraria, nelle biografie di scrittori, nelle interviste dei settimanali e nella coscienza stessa degli uomini di lettere, tesi ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera; l’immagine della letteratura diffusa nella cultura corrente è tirannicamente incentrata sull’autore, sulla sua persona, storia, gusti, passioni; nella maggior parte dei casi la critica consiste ancora nel dire che l’opera di Baudelaire è il fallimento dell’uomo Baudelaire, quella di Van Gogh la sua follia, quella di Cajkovskij il suo vizio: si cerca sempre la spiegazione dell’opera sul versante di chi l’ha prodotta, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della finzione, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, l’autore, a consegnarci le sue «confidenze». (…) Attribuire un Autore a un testo significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere la scrittura. E una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire l’Autore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato l’Autore, il testo è «spiegato», il critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno dell’Autore sia stato anche quello del Critico, e che la critica (per quanto nouvelle) sia oggi, insieme all’Autore, minata alla base. Nella scrittura molteplice, in effetti, tutto è da districare, ma nulla è da decifrare; la struttura può essere seguita, «sfilata» (come si sfila la maglia di una calza) in tutti i suoi «prestiti» e piani, ma non esiste un fondo; lo spazio della scrittura dev’essere percorso, non trapassato; la scrittura esprime costantemente un certo senso, ma sempre in vista della sua evaporazione: essa procede sistematicamente a una sorta di «esonero» del senso. Proprio per questo, la letteratura (ormai sarebbe meglio dire la scrittura), rifiutandosi di assegnare al testo (e al mondo come testo) un «segreto», cioè un senso ultimo, libera un’attività che potremmo chiamare contro-teologica, o meglio rivoluzionaria, poiché rifiutarsi di bloccare il senso equivale sostanzialmente a rifiutare Dio e le sue ipostasi, la ragione, la scienza, la legge.(..)»

Il secondo brano è di Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

«(…) Ora un problema si pone immediatamente: “Che cos’è un’opera?”, che cos’è questa strana unità alla quale diamo il nome di opera? Quali elementi la compongono? Non è forse un’opera ciò che è stato scritto da colui che ne è l’autore? Vediamo subito sorgere le difficoltà. Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dei suoi commenti potrebbe essere chiamata un’”opera”? Finché Sade non è stato un autore che cosa erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi. Supponiamo invece che si abbia a che fare con un autore: tutto ciò che egli ha scritto o detto, tutto ciò che egli ha lasciato, fa parte della sua opera? Il problema è insieme teorico e tecnico. Quando si intraprende la pubblicazione, diciamo, delle opere di Nietzsche, dove bisogna fermarsi? Ovviamente bisogna pubblicare tutto, ma cosa significa questo “tutto”? Tutto ciò che è stato pubblicato da Nietzsche stesso, certamente. Gli abbozzi delle sue opere? Senz’altro. I progetti di aforismi? Sì. Anche i ripensamenti, gli appunti in fondo ai taccuini? Sì. Ma quando, dentro un taccuino pieno di aforismi, troviamo un riferimento, l’indicazione di un appuntamento o di un indirizzo, oppure il conto della lavandaia: è un’opera o non è un’opera? E perché no? E avanti così all’infinito. Fra i milioni di tracce lasciate da una persona dopo la sua morte, come definire un’opera? La teoria dell’opera non esiste, e coloro che ingenuamente intraprendono la pubblicazione delle opere non posseggono una simile teoria, il che paralizza ben presto il loro lavoro empirico.(…) La parola “opera” e l’unità che essa designa sono probabilmente tanto problematiche quanto l’individualità dell’autore. (…) Per cominciare, vorrei accennare in poche parole ai problemi posti dall’uso del nome d’autore. Che cosa è un nome d’autore? Come funziona? Lungi dal darvi una soluzione, indicherò soltanto alcune delle difficoltà che si presentano. Il nome d’autore è un nome proprio, che pone gli stessi problemi di quest’ultimo. (Qui mi riferisco fra tante analisi diverse, a quelle di Searle.) Non è possibile, ovviamente, fare di un nome proprio un riferimento puro e semplice. Le funzioni del nome proprio (e così anche del nome d’autore) non sono soltanto indicatrici. Esso, più che un’indicazione, è un gesto, un dito puntato verso qualcuno; fino a un certo punto esso equivale a una descrizione. Quando si dice “Aristotele,” si adopera una parola che è l’equivalente di una descrizione o di una serie di descrizioni specifiche di questo tipo: “l’autore degli Analitici” o “il fondatore dell’ontologia” ecc. Ma non possiamo fermarci lì; un nome non ha un significato puro e semplice; quando si scopre che Rimbaud non ha scritto la Chasse spirituelle, non si può pretendere che questo nome proprio o questo nome d’autore abbia cambiato significato. Il nome proprio e il nome d’autore si situano fra i due poli della descrizione e della designazione; hanno senz’altro un certo rapporto con ciò che essi nominano, ma non hanno completamente, nel modo di designare né nel modo di descrivere, un legame specifico. Tuttavia — ed è qui che appaiono le difficoltà specifiche del nome d’autore — il legame del nome proprio con l’individuo nominato e il legame del nome d’autore con ciò che esso nomina non sono isomorfi e non funzionano allo stesso modo. Terzo carattere di questa funzione-autore. Essa non si forma spontaneamente come l’attribuzione di un discorso ad un individuo. È il risultato di un’operazione complessa che costruisce un certo essere ragionevole che chiamiamo autore. Senza dubbio a questo essere ragionevole si cerca di dare uno statuto realista: ci sarebbe nell’individuo, una istanza “profonda,” un potere “creatore,” un “progetto,” che costituirebbe il luogo originario della scrittura. Ma in realtà, ciò che nell’individuo è designato come autore (o ciò che fa di un individuo un autore) non è che la proiezione, in termini sempre più o meno psicologizzanti, del trattamento che si fa subire ai testi, dei paragoni che si operano, dei tratti che si stabiliscono come pertinenti, delle continuità che si ammettono o delle esclusioni che si praticano. Tutte queste operazioni variano secondo le epoche, e i tipi di discorso. Non si costruisce un “autore filosofico” come un “poeta”; e non si costruiva l’autore di un’opera romanzesca nel XVIII secolo allo stesso modo di come si fa oggi. Tuttavia, si può ritrovare attraverso il tempo una certa invariante nelle regole di costruzione dell’autore.(…) L’autore — o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore — è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?”»

Alcune considerazioni.

Rilevo, nel modello epistemologico proposto da Perullo, un duplice tentativo esplicativo: da una parte esso cerca di depotenziare, sino a far scomparire, la figura dell’Autore (poco importa, come detto in precedenza, se scrittore, musicista, cuoco…) a favore di un ampliamento del discorso che tenga in dovuta considerazione il contesto in cui il prodotto si realizza: tipicamente nella critica strutturalista è la società, nelle sue innumerevoli reti politiche, economiche, relazionali e culturali che genera le pratiche da cui si strutturano i contesti. Perullo, ad esempio, fa riferimento alla Guida Michelin e alla sua autorevolezza come «baluardo di un modello ristorativo moderno, occidentale, eurocentrico, francese, borghese…» (pag. 29) Ed è proprio in un contesto sociale pre-determinato che i criteri di autorità sono stabiliti prima e altrove. Dall’altra parte questo depotenziamento, fino alla sparizione, dell’Autore sarebbe in grado di costruire quell’autorevolezza, anarchica per statuto, propria della critica non eterodiretta e, quindi, secondo un paradosso interno, anche ad edificare la figura del Critico. In questo senso Perullo sorpassa la falsa dicotomia tra oggettivo e soggettivo, rilevando come il giudizio di gusto sia nella sua essenza “relazione”: «Quindi, il giudizio di gusto non è universale e vero per tutti (= oggettivo) né individuale e privato, vero solo singolarmente (= soggettivo)» (pag. 47) Ritengo questo proposito, a cui il sentire anarchico partecipa costantemente, estremamente salutare nella misura in cui l’azione, il fare in senso più lato, non diviene solo prassi o elaborazione esperienziale di idee, ma condizione e luogo in cui un nuovo pensiero trae linfa e sviluppo: così come la porla è prassi e pragmatica, l’azione come tale si rende costantemente riflessione e parola. Questo non significa, come precedentemente sostenuto, che l’azione, resasi parola nell’opera, nella tecnica, nelle prassi o in altro, si esprima necessariamente attraverso la voce di chi l’ha realizzata. Ma ciò palesa che potrebbe non parlare neppure per coloro che, esterni ad essa, volessero farne critica. In ciò risiede, a mio parere uno dei punti controversi dell’assunto di Perulllo: la scomparsa dell’Autore porta con sé anche la sparizione del Critico.

Recensire e criticare.

Uno dei perni intorno a cui ruota la metacritica alla critica gastronomica di Perullo trova il suo fulcro nella rottura di contiguità tra la forma del recensire e quella della critica: «Criticare non è recensire né valutare. La critica è riflessione e ricerca. Dunque il critico non è il recensore». (Pag. 15) E ancora più avanti: «In che cosa si manifesta principalmente questa differenza? Nella circostanza che il recensore applica norme che ha appreso direttamente o, più spesso, ha trovato nell’ufficio del comun(al)e pensiero dominante. Il recensore fa l’impiegato per qualcosa o qualcuno, talvolta senza sapere per chi; ci sono recensori professionisti, ma anche una quantità immane di dilettanti, recensire è diventata un’attività ricreativa, un passatempo edificante. Il recensore officia e ratifica, in inglese to rate: classificare è ratificare uno stato di fatto esistente, prendendolo così come appare». La critica, al suo contrario, significa comprendere le ragioni, le condizioni di possibilità o i principi in base ai quali un fenomeno, sia esso cognitivo, morale o estetico appare in un certo modo. La critica, pertanto, non è interessata a pesare, ovvero a valutare in termini numerici il proprio oggetto, proprio perché è impegnata a comprendere ed eventualmente a proporre nuovi modelli di cucina e di gusto: «Se identificare il critico con il recensore è un errore, dunque, identificare la critica con il giornalismo e la guida (turistico-gastronomica) è un errore al quadrato. Dove il critico esprime una riflessione e proprie visioni, elaborando la sua soggettività in modo compiuto, il recensore ha invece l’incarico, il lavoro di redigere liste e classifiche, giustificando la truffa dell’obiettività dei valori con il ricorso ai fatti» (pag.18). Se comprendo l’intento di separare una professione, quella del Recensore, assoggettata prevalentemente al vil denaro (quale mestiere non lo è?) e alle condizioni di promozione obbligata che esso detta attraverso un percorso forzoso di pretesa oggettivazione, dall’altro canto non credo che possa esistere una critica che non sia essa stessa nella condizione per cui, in maniera diretta e indiretta, è soggetta a dei fenomeni strutturali (siano essi economici, sociali, politici e via dicendo) pervasivi e condizionanti. Avrei semmai capito maggiormente la suddivisione tra metodi e quindi tra finalità implicite ed esplicite proprie di professioni che mantengono molti più punti in contatto di quanti se ne vogliano far apparire: chiarendo, innanzitutto, che la cosiddetta sponsorizzazione, anche se non sempre pienamente visibile nei suoi intenti promozionali, è ben altra cosa sia da un meritevole critica che da un’onesta recensione e concordando, pienamente, che le finalità possono corrodere o meno il metodo, la prassi, lo sguardo e le migliori volontà di un qualsiasi Autore. Voglio qui rifarmi, in chiosa a quanto detto, riportando alcune annotazioni che Giorgio Manganelli fece a proposito dell’attività del recensire che, a suo dire, convergono con quelle del criticare (letteratura sulla letteratura): «(…) E’ mia personale convinzione che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura. A critica non spiega, non giudica, soprattutto non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole.(…) Ritornando alla critica, un genere letterario affine al sonetto o piuttosto alla cicalata in terza rima, è del tutto ovvio che, come accade all’interno di tutti i generi letterari, essa si ispiri contemporaneamente all’arbitrario e al rigoroso. Il rigore sta nel percorso che collega una serie di passaggi scelti con perfetta arbitrarietà. Dunque, un testo di critica è fatto in misura uguale di presenze e assenze, di citazioni e di omissioni, di frammenti di giorno e di frammenti notturni. L’idea che possa esistere una critica esauriente è tanto saggia come pretendere che esista u sonetto esauriente. Credo che il critico abiti l’Arcadia – o è il Parnaso – e che gli spetti quel grado di irresponsabilità apollinea – o è dionisiaca? – senza cui non si dà letteratura. Vorrei insistere sulla precisazione che la critica non ha un compito vicario rispetto alla letteratura (e a nessuna arte aggiungo io) così detta creativa, ma che, malgrado i suoi vincoli – analoghi alle rime della sestina – è essa stessa creativa, e dunque impura, giacche usa parole, e le parole sono impure; le parole racchiudono una presenza notturna, ed è questa nerità verbale che è il contrassegno, il sibilo rettilineo della letteratura. Da ciò deriva che la critica non spiega, non chiarifica. Oserei dire che, usando le parole altrui dentro un bozzolo delle proprie, la critica introduce oscurità dove è illusoria chiarezza, porta notte dove è la menzogna del giorno, cattura e tesaurizza l’errore dove apparentemente si dà pertinenza» (Giorgio Manganelli, Ma Kafka non esiste, in Il Rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano 1994, pp. 118 – 121).

Solamente in questo senso, nella parola sulla parola, nella sua intima incapacità di spiegare e nella sua straordinaria forza di aggiungere arbitrariamente oscurità dove regna la menzogna del giorno che cade la dicotomia tra le due forme del discorso, il recensire e il criticare. Così come cade nella scomparsa dell’Autore (e del Critico o del Recensore), anch’essi tanto fittizi quanto presenti nell’opera che si pensa di spogliare da improvvide contaminazioni. E così l’intenzionalità non diviene più condizione del giudizio, ma premessa ed esito dell’opera, della recensione, della critica. E lo stesso per i numeri, per i simboli, per il nulla o per il molto da dire.

I nuovi Guardiani della voce

Allegoria del Silenzio nel chiostro del monastero di Santa Chiara a Napoli
Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2865662

La formulazione di prove, a cui seguono doverosi ammonimenti pubblici e privati, sull’incessante produzione di notizie false che trovano adeguato spazio e idoneo ricovero nelle più svariate teorie del complotto, coglie in questo momento il suo apice discorsivo. Non mancano di certo i numi tutelari delle verità prime e ultime e di ogni fugatore di dubbi ancorché minimi. Il loro modo di procedere segue la retta via dell’entimema aristotelico (il sillogismo non irrefutabile) e si accompagna con un corpulento bastone dell’irrisione volto a provare che tutte le altre ipotesi, e non solo qualsiasi annotazione provatamente falsa su cui non vi sarebbe alcunché di male, rientrerebbero nelle teorie del complotto. La notizia, ogni notizia, viene letta all’interno di un codice assiomatico prestabilito entro cui deve forzatamente rimanere. Nel caso in cui vi fossero degli scostamenti semantici, questi verrebbero sapientemente evitati e, qualora si presentassero ritrattazioni o nuove prove a confutare le prime deduzioni, l’atteggiamento potrebbe biforcarsi o nel diniego della notizia stessa o in una replica minimale e stanca. 

La smentita, come sappiamo bene, non ha (non può avere) lo stesso spazio espositivo della notizia infondata o parzialmente vera o inopinatamente non verificata a cui muove in replica. Ne andrebbe comunque dello stato di solennità, di protervia acquisita e incessantemente dimostrata di cui sono pervasi. Perché la verità assoluta funzioni deve contenere un ordine interno definito, prestabilito, non modificabile, assolutamente autosufficiente e corredato di una adeguata proprietà transitiva: se A = B e B = C, allora A = C. In ogni ragionamento di questo tipo, meccanico nella sua essenza, ogni interferenza che vada a porre in discussione, il che significa non necessariamente negare, l’uguaglianza di partenza (il postulato), può non solo non trovare alcuno spazio argomentativo, ma addirittura la semplice assunzione discorsiva (è soggetta ad rifiuto a priori). 

Altre volte la tecnica persuasiva, che produce il suo assoluto, utilizza l’omissione della premessa: viene dato per scontato ciò che in essa si asserisce (si strizza l’occhiolino ai riferimenti condivisi senza citarli), negando così ogni possibilità al dubbio e col risultato di influire in maniera diretta sulle opinioni dei destinatari. In molti casi i detentori delle verità assolutizzate procedono per formulazioni interrogative implicitamente retoriche in cui dati di differente spessore e valore vengono sostanzialmente appianati ed equiparati. Per costoro lo scambio tra fatti, realtà e verità è, in tal modo, presto che detto: essi sono un’unica e inequivocabile entità. Non procedendo nella separazione tra ciò che accade, ciò che potrebbe accadere e ciò che non si sa che sia accaduto (le ragioni della censura e delle omissioni possono essere molto ampie e variegate) e l’interpretazione dei fatti stessi, essi concorrono nella formulazione di un unico principio totale autogenerantesi: la verità, sovrapponibile alla realtà in tutto e per tutto è, per i nuovi apostoli delle verità incondizionate, una, univoca e mai opaca tanto nelle sue premesse quanto nelle sue realizzazioni o nei suoi sviluppi. 

I nuovi guardiani della voce, alla pari dei silentiares romani e bizantini, del quaestor di Giustiniano, «rendono evidente la pressione del potere sulla vocalità; e se con i silentiares si realizza il contenimento delle voci declassate e infime – quelle dei subalterni, dei funzionari, dei servi e del popolo – con il logoteta il processo assume la forma dell’autocostrizione: qui è la voce dell’auctoritas che sceglie un interprete che parli in sua vece, mantenendo così, al tempo stesso la possibilità del comando e la caratteristica dell’”assenza”, prerogativa del numen» (Roberto Mancini, I guardiani della voce. Lo statuto della parola e del silenzio nell’Occidente medievale e moderno, Carocci, Roma 2002, pag. 40)

Non si tratta di prendere ogni proposizione per buona, né di sostenere la parità di valore, sia nel suo significato tecnico, etico e politico, di ogni argomentazione. Le fonti hanno un proprio statuto di autorevolezza differente sia per contenuto che per consistenza che per provenienza: occorre verificare con accuratezza i criteri di prova o la mancanza degli stessi in misura sufficiente da costituire criterio esplicativo esaustivo; occorre mettere in risalto  eventuali contraddizioni tra elementi discordanti; occorre specificare il sistema di relazioni politiche, economiche, sociali… entro cui la notizia prende forma; occorre determinare le relazioni di potere in cui le pratiche discorsive trovano spazio allo stesso modo in cui altre vengono tacitate o espulse; occorre attendere o non procedere quando non si può fare diversamente. Lontani da ogni informazione sentenziante. Questa è concessa solo alle opinioni.

Di questi tempi non leggo. Mi aggrappo


La verità (1870) di Jules Joseph Lefebvre – Art Renewal Center – description, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=238187

Di questi tempi non leggo, ma mi aggrappo. E più leggo meno mi aggrappo (meno leggo in altre parole): se non lo aveste già capito uso il verbo transitivo “leggere” e il transitivo coniugato nella forma riflessiva “aggrapparsi” uno al posto dell’altro. Perché si ha un bel da dire sulle notizie palesemente vere e su quelle palesemente false. Dove non c’è dubbio regna la quiete e ci si può tranquillamente aggrappare al vero indubbio o al falso evidente. Questione di indole, di capacità, di interessi, questi sì molto meno palesi di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. Ci si aggrappa e ci si dondola felicemente. Ma di quelle notizie parzialmente vere, o presuntivamente vere, ma con un margine di incertezza tale che non permette loro di essere pienamente vere, cosa si fa? Ci si aggrappa comunque, ma ci si dondola meno felicemente, con più paura e con una sensazione di mesta angoscia e di incompletezza e di quello stesso vuoto spaesante che, sull’altalena, ci fa rimbalzare il cuore quando si supera l’altezza raccomandata. E di quelle false, ma proprio non completamente false, che poggiano i loro piedi d’argilla su di un vano appiglio di verità nascosto tra mille menzogne? Non ci si aggrappa, naturalmente, ma rimane comunque un senso di impreciso stordimento, di rabbia malcelata, di paura inespressa. Ed è qui che si insinua, pernicioso come pochi, il dubbio. Proprio quel dubbio a cui alcuni velatamente rimandano, mentre altri ancora vi si stringono ferocemente come fosse l’ultimo appiglio di verità ai più nascoste.

Poi ci sono quelle verità reticenti, che dicono e non dicono, che lasciano trasparire, come il velo di Iside, sprazzi di conoscenza e germogli di verità: non vogliono fare altro che accennare e lasciare che il tempo faccia il suo corso, perché il corso delle loro verità non può essere espresso al tempo in cui la verità servirebbe. Perché questa verità reticente serve troppi padroni e serve a troppi padroni. E quindi le immancabili falsità reticenti, che svelano parti frammentarie di un discorso più ampio in cui la falsità non ha solo un compito descrittivo, ma volutamente predittivo e quindi prescrittivo: esse costruiscono le basi perché ciò che è falso sia ritenuto vero e quando questo vero emergerà come dato indubitabile, come nuova verità, non ci sarà più alcun bisogno di spingerlo. In molti ci si saranno già aggrappati per proprio conto. La storia è prodiga di ognuno di questi esempi e non occorre certo l’oggi e i suoi improbabili trasudamenti per metterci davanti al fatto che ogni argomento sia immancabilmente ricolmo di più disquisizioni.

Ma come non ricordare ancora quelle verità che giocano a nascondino con la menzogna, che cambiano casacca velocemente quando prendono oppure quando si celano. Tanto sicure sin tanto che l’incertezza non ne impone un uso più parco; addirittura fino a cambiare statuto senza doverne rendere conto ad alcuno. Tanto impossibili da tenere a sé quanto difficili da lasciare.

E, infine, ci sono quelle verità dubbiose, poco rassicuranti, che fondano le proprie asserzioni su assiomi certi, inequivocabili e splendidamente verificati e verificabili. Ma poi, proprio perché di forza sicura è fatta la loro base, queste verità non possono, al contrario di quelle che non vogliono, spingersi oltre: occorre loro fermarsi e lasciare presagire, in conto di una vastità di variabili tra loro interconnesse e di ipotesi non ridondanti che, solo nel caso in cui tutte le condizioni si verifichino nei tempi e nei modi previsti, allora la parte restante del loro edificio troverà compimento. E quello sarà la nuova verità magnificamente verificata e verificabile.

Leggo, dunque, o meglio mi aggrappo, cercando di tenere lontani i demoni che lusingano le mie paure, le miei ansie, le mie rabbie, i miei costrutti mentali e ideologici, i miei spazi fisici e familiari, le mie risorse e limitazioni, le mie speranze.

In un eterno presente

Viviamo in un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche antiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1]

La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck [2] individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare un’aspettativa incontenibile, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire.

La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’auto-commemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789 e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia. È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente?

[1] François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Clueb, Bologna 2007

[3]François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180

Resoconti improbabili dal mondo di poi sulla Grande Peste del 2020

Description: Copper engraving of Doctor Schnabel [i.e Dr. Beak], a plague doctor in seventeenth-century Rome, with a satirical macaronic poem
Domaine public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15677032

Resoconto storico per le scuole dell’infanzia e della prima gioventù imberbe sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Questo tentativo assai maldestro, ma tenete in debito conto che la sperimentazione genetica era, a quei tempi, cosa assai rozza e non priva di altissimi rischi, aveva lo scopo di creare una carne adatta ad usi diversi e nondimeno alla possibilità non remota di una sua possibile friggitura. Ebbene in quel mercato ittico, come era d’abitudine, compratori e venditori si radunavano per assaporare i pesci nella loro superba crudità così da stabilire un prezzo di equilibrio nella compravendita. Il notevole incrocio genetico veniva poi accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. Non è dato sapere se quel terrificante virus si annidiasse nelle chele del granchio oppure nella noce di cocco del polpo, ma tant’è che si diffuse dapprima negli inconsapevoli assaggiatori e dopo di ciò in larga parte del genere umano. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto sul complotto della Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel pregiatissimo polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. Secondo fonti affidabili coeve agli avvenimenti in questione, sappiamo per certo che una brigata dell’intelligence americana, coadiuvata da alcuni scienziati dissidenti provenienti da Hong Kong, aprì un piccolo chiosco all’interno del mercato del pesce votato ad offrire, ad un pubblico assai esigente, le ultime novità in campo della genetica combinatoria sui pesci e sui molluschi introvabili. L’incrocio tra il polpo della noce e il granchio freccia venne offerto in assaggio, naturalmente crudo, ad un abituale frequentatore del mercato stesso, un noto medico virologo dipendente dell’Ospedale “della Grande Guarigione” di Wuhan. La notevole intersezione genetica veniva poi accompagnata da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio. I calcoli degli statunitensi, però, furono completamente erronei: essi presupponevano, infatti, non solo che non si sarebbe mai diffuso nella loro terra, ma che il famoso centro di ricerche sperimentali dell’Oklahoma sarebbe riuscito a trovare l’antidoto necessario alla proliferazione del virus, permettendo così sia di ripianare i debiti statunitensi, sia di ristabilire il loro dominio su larga parte del mondo. Come vi è ora noto gli USA sono una piccola colonia del più potente Impero Lunare stabilmente organizzato e diretto da un gruppo di esuli ecuadoriani che lì si stabilirono nel 2028 (credo nella tarda primavera). La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Resoconto scientifico sulla Grande Peste del 2020

Genova, 2274 d.C.

Nulla di paragonabile a quanto avvenne quattro secoli prima e neppure a ciò che capitò ancora addietro, in quell’epoca che andava sotto il nome di Medioevo. Ora sappiamo con buona sicurezza che il corona-virus nacque e proliferò all’interno del mercato ittico e di specie selvatiche nella città di Wuhan agli inizi del mese di novembre del 2019. Il caso volle che la proliferazione del virus fosse avvenuta grazie all’incubazione nel polpo delle noci di cocco (Octopus marginatus) che era stato incrociato, naturalmente a sua insaputa, con il granchio freccia (Stenorhynchus seticornis) delle Antille Olandesi. La tecnica usata per ricostruire la storia evolutiva del virus SARS-CoV-2 da quel famoso mercato ittico è quella degli alberi filogenetici: come in qualsiasi specie animale o vegetale le generazioni di assaggiatori di pesce crudo hanno accumulato sul genoma una serie di mutazioni, molte delle quali su regioni non codificanti del DNA. Il corona-virus, mutando assai velocemente, aveva acquisito diversi ceppi virali con molti nucleotidi di differenza, da cui la sua forza, la sua resistenza e l’implacabile diffusione. Anche se il pesce crudo fu accompagnato da un saporoso verdicchio classico di Jesi, “le oche” 2017, della Fattoria di san Lorenzo che, con quelle note amarognole finali, era in grado di contrastare efficacemente la dolce grazia del granchio, il terpene più importante, il parament-1- ene-7,8 diolo e la presenza del metil salicilato non furono in grado di annientare il corona-virus. Bisognò aspettare il famoso vaccino centrato sulla proteina virale in grado di attivare una forte risposta immune contro il Covid-19, per arrivare a sconfiggere il temuto virus. La storia seguente è nota, ma ci torniamo brevemente: al disastro collettivo seguì un brevissimo periodo, durato circa cinquanta anni, che passò sotto il nome di “Grande Ammenda” (2020 – 2070). A questo seguitò, per un tempo decisamente più corto, un decennio che ci è stato tramandato sotto l’appellativo di “Grande Programmazione” (2070 – 2080). Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Minimizzazioni e drammatizzazioni al tempo del pensiero trasbordante

New morality; — or — The promis’d installment of the high priest of the Theophilanthropes, with the homage of Leviathan and his suite

Ci sono epoche che fanno pensare più di altre e ci sono epoche che fanno pensare meno di altre. Non che in queste ultime non succeda niente o che non succeda qualcosa di molto più importante in quelle parti del mondo di cui non si ha alcuna consapevolezza e neppure si vuole averla. Diciamo che tutto succede sull’onda di qualcosa che prosegue lungamente, lentamente e in modo più o meno prevedibile: un governo balneare che si alterna ad un governo lunare, carovita e tassi inflattivi assolutamente esagerati, ma ampiamente recuperati da una “scala mobile” bonaria e includente, prime repubbliche che stagnano, campionati che sorprendono in dispute in cui prevale il gioco all’italiana, pranzi domenicali con i nonni, gite scolastiche di almeno una settimana, stagioni che si alternano secondo uno schema riconosciuto e rassicurante, top ten musicali che durano parecchi mesi, maglioni e dolcevita a coprire antichi pudori.

Poi ci sono epoche che fanno pensare di più, o molto di più, come la nostra. A volte credo che facciano pensare troppo: pensare troppo non significa necessariamente ragionare ma, al contrario, avere troppi pensieri, la testa ingombra, zeppa, esausta e trasbordante quindi portata a non riflettere più del tutto. La socialità condivisa, in più, oltre che ad obbligare a tante cose, costringe ad essere parte di un dibattito continuo, ininterrotto, fino sfiancante: essa riempie costantemente e incessantemente di contenuti e di pseudo-contenuti i residui interstizi cerebrali ancora liberi. In un contesto di saturazione e di scarsa selezione delle informazioni rilevanti/importanti, il sistema ha esaltato, tra i molti, due produttori di categorie interpretative: i “drammatizzatori” e i “minimizzatori”. Entrambi veicolano le informazioni ricevute all’interno dell’involucro che vogliono servire caldo alla mercé dei propri interlocutori: se partiamo dal presupposto, o almeno io lo faccio, che ogni decodificazione dell’esistente passi al vaglio di un sistema ideologico sottostante e che dunque nessuna di queste venga esclusa da una lettura politica, le categorie dei “drammatizzatori” e dei “minimizzatori” sono, a loro modo, iper-ideologiche: ogni informazione viene selezionata a prova del principio postulato in modo tale che non esistano dubbi cognitivi di sorta, incongruenze palpabili, aporie inconfessabili e scenari non condivisi. Si faccia bene attenzione: non necessariamente i “drammatizzatori” e i “minimizzatori” appartengono a categorie politiche che abitualmente potrebbero definirsi come “estreme”: possono esserlo, ma anche no. La cosa fondamentale è quanto sopra: i fatti, selezionati a proprio comodo, così come dichiarazioni prese a piacimento, servono a rafforzare l’impianto iper-ideologico sottostante. Estremismi e moderatismi di varia natura possono, al contrario, convergere sull’analisi, ma divergere fondamentalmente sugli esiti possibili o su quanto si auspica possa accadere. Altro dato rilevante è dato dal fatto che né i “drammatizzatori” né i “minimizzatori” rilevano o sollevano le questioni da qualche gravità proprio perché il loro compito non è quello di valutare l’impianto sottostante, ma soltanto di farlo coincidere con quanto i postulati anticipati affermano. Per cui è molto facile notare come un “minimizzatore” di un certo argomento passi ad essere un “drammatizzatore” in tutt’altra esibizione. Ma, ed è questo il dato eclatante, ci troviamo in un momento in cui non solo le due figure coincidono con la stessa persona, ma che la persona in questione, sia esso un essere umano singolo o un apparato collettivo molteplice e variegato, esprime allo stesso istante e nelle medesime circostanze schizofreniche espressioni di rassicurazione e di esagerazione. E non è un caso che in questa nostra epoca ci sia una massima coincidenza tra “drammatizzatori” e “minimizzatori” governati e governanti.

Qualcosa che potrebbe stare per qualcos’altro: due parole sul “mi piace/dito all’insù” di facebook.

Ferdinand de Saussure

Mi piace e pollice all’insù” (o forse no)

Qualche giorno fa un’amica mi chiede di rendere conto di un “mi piace/pollice all’insù” dato su facebook ad una pagina istituzionale di una associazione di sommellerie. La domanda, quanto mai inattesa, coinvolge il senso e le ragioni di quel “mi piace” con tutte le condizioni esplicite ed implicite del gesto: nella sostanza mi si reclamano le ragioni di tale apprezzamento in ragione del fatto che le modalità comunicative di quell’associazione utilizzano delle immagini alquanto stereotipate, scorrete (impugnatura del bicchiere) e con richiami espliciti di tipo sessista/maschilista (una ragazza molto bella dallo sguardo ammiccante). Se, immediatamente, ho ritenuto la domanda spiazzante perché interessava un piano non necessariamente motivabile in termini di condivisione valoriale attraverso il processo dell’apposizione “mi piace/ pollice all’insù” (e spiegherò il perché), successivamente ho ritenuto che l’accaduto potesse darmi, al contrario, la ragione per approfondire la questione. Perché la domanda penetra in un punto scoperto del sistema. O, forse, sarebbe meglio dire che la domanda interessa più relazioni semantiche legate al linguaggio verbale/segni.

Segno, simbolo, denotazione e connotazione.

Umberto Eco, in “Semiotica e filosofia del linguaggio” (Einaudi, 1984:12) scrive a proposito dei segni: «Un tale ha all’occhiello un distintivo con una falce e un martello. Si è di fronte a un caso di “significato inteso” (quel tale vuole dire che è comunista), di rappresentazione pittorica (quel distintivo rappresenta “simbolicamente” la fusione tra operai e contadini) o di prova inferenziale (se porta quel distintivo, allora è comunista)?» Qualcosa diventa un segno solo se qualcuno lo interpreta come qualcosa che sta per qualcos’altro. I segni, nella loro varietà, assolvono tutti alla stessa funzione: quella di rendere significante (e sensata) la nostra vita associata.

E ancora: «Ma se si può fare una metafora (cfr. l’articolo «Metafora» in Enciclopedia Einaudi, IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, aggiungendo quindi a «leone» una figura di «umanità», e riverberando sulla classe dei re una proprietà di «animalità», questo accade proprio perché sia /re/ sia /leone/ preesistevano come funtivi di due funzioni segniche in qualche modo codificate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una cosa è una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) è al tempo stesso un’altra. Quello che c’è di fecondo nelle tematiche della testualità è tuttavia l’idea che, perché la manifestazione testuale possa svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesistenti, bisogna che qualcosa nella funzione segnica (e cioè il reticolo delle figure del contenuto) appaia già come gruppo di istruzioni orientato alla costruibilità di testi diversi. Dunque, almeno nell’apparenza un significante rimanda pur sempre ad una serie di significati espliciti, dichiarati e ad una serie di significati impliciti, relazionali, di senso inteso o sottaciuto». (Umberto Eco, Segno e inferenza, Einaudi, Torino 1997: 21)

Apparentemente questa relazione biunivoca dovrebbe facilitare la nostra comprensione quantomeno sui significati intesi. In realtà le cose si complicano per diversi ordini di ragioni:

  1. Un’immagine, ma potrebbe dirsi lo stesso per un simbolo, è polisemica, rimanda cioè a differenti significati. La parola legata all’immagine o al simbolo ha la funzione di condurre il lettore attraverso alcuni significati e non altri: ha una funzione direttiva, repressiva e di ancoraggio ideologico. Ad esempio la didascalia di una foto.
  2. Di fronte ad un messaggio di prima intenzione (denotativo), “casa”, ovvero “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione”, ci sono sistemi di secondo senso (connotativi): “protezione”, “famiglia”, “patria”, “confini” fisici e relazionali…: «Questa elaborazione, talora palese, talora dissimulata, razionalizzata, è molto vicina a un’autentica antropologia storica. […] Dal canto suo il significato di connotazione ha un carattere ad un tempo generale, globale e diffuso: è, se si vuole, un frammento di ideologia […]. Questi significati comunicano strettamente con la cultura, il sapere, la storia, ed è attraverso di essi, se così si può dire, che il mondo penetra il sistema. L’ideologia sarebbe insomma la forma dei significati di connotazione, mentre la retorica sarebbe la forma dei connotatori». (Roland Barthes, Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 2002)
  3. Il rapporto tra denotazione e connotazione è nella sua sostanza ambivalente e, nello stesso tempo, politico: la denotazione non è il primo significato, ma finge di esserlo. La connotazione, in breve, produce l’illusione della denotazione, l’illusione del linguaggio come trasparente e del significante e del significato come identici. Quando assimiliamo le denotazioni per la prima volta, ci posizioniamo anche all’interno dell’ideologia, imparando allo stesso tempo le connotazioni dominanti. In altre parole il significato esplicito e quelli impliciti fanno parte della stessa natura: il primo serve a naturalizzare i secondi e renderli a noi familiari.

Veniamo ora a quelle che sono le intenzionalità base o convenzionali che il sistema facebook riconosce al tasto “mi piace/pollice all’insù”.

1) Esplicito, convenzionale e denotativo: verbo intransitivo, riuscire gradito, bene accetto, rispondere pienamente ai gusti, alle esigenze, alle aspirazioni personali. Come il suo contrario (dispiacere), si costruisce spesso con prop. soggettiva o è usato impersonalmente (dizionario Treccani) Questa situazione si verifica sia nel caso in cui l’apposizione sia data ad una pagina istituzionale sia nel caso in cui venga dato ad una esposizione estemporanea legata o meno a fatti contingenti (una frase, un pensiero, una foto, una vignetta, una notizia…)

2) Esplicito, convenzionale e denotativo: condizione informatica per cui l’apposizione di tale simbolo consente un legame permanente, almeno fino a recessione dell’intenzionalità esplicita o al termine della nostra iscrizione, con la pagina istituzionale dedicata. In questo caso non si tratta più di un evento estemporaneo, ma di un legame “duraturo” con un progetto con cui si vuole in qualche modo strutturare un legame.

Connotazioni: legami impliciti e disaccordi non evidenti.

Nel secondo caso il gradimento non è necessariamente scontato: una persona può dare il suo assenso (mi piace) al collegamento con tale o tal altra pagina esclusivamente perché ne vuole rimanere in contatto. Si dà il caso dei siti istituzionali, politicamente affini o avversi, soltanto per il fatto che questo sistema relazionale (mi piace/mano con pollice all’insù) permette un costante aggiornamento informativo di ciò che l’altro fa e dice di fare o che semplicemente pensa.

Sia nel primo che nel secondo caso, rientrano tutte quelle modalità di relazione personale supportate da amicizia vera, presunta, finta, da interessi personali, da relazioni estemporanee, da reali condivisioni, da convenienze o da semplici atti di gentilezza disinteressata in cui il “mi piace/mano con pollice all’insù” corrisponde ad una o più di queste relazioni esplicite e implicite. In ognuno di questi casi il simbolo/verbo non è in grado di spiegare nessuna di queste volontarietà, ma solo di presupporle.

Pensiamo, poi, a quei casi in cui il “mi piace/pollice all’insù” designa intenzionalità opposte: uno degli esempi più palesi riguarda la morte di qualcuno. Nella maggior parte delle situazioni il “mi piace/pollice all’insù” non indica in alcun modo il piacere della notizia ricevuta quanto la condivisione sentita (cordoglio) dell’evento luttuoso che si è verificato. In altri casi, minori ma non insignificanti, il “mi piace/pollice all’insù” è quello che la volontà palese vuole significare: giubilo gaudente. Successe in grande numero per la notizia della morte di Bin Laden tanto per fare un esempio comprensibile e, come dicevo poc’anzi, per tanti altri piccoli o grandi eventi similari. Ma l’esempio potrebbe trasporsi in contenuti assolutamente differenti.

Connotazioni e peccati di omissione. Il “mi piace/mano con pollice all’insù” come fosse una nota a piè di pagina.

In un bellissimo libro dall’oggetto alquanto insolito, “La nota a piè di pagina* Una storia curiosa” (Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000, pag. 20), Anthony Grafton scrive: “In Italia, per esempio, la nota spesso opera tanto per omissione quanto per ammissione. Il mancato riferimento a un particolare studioso o a un dato testo assume la portata di una dichiarazione polemica, di una damnatio memoriae, che la cerchia degli interessati immediatamente riconosce e decodifica. Ma la cerchia ha naturalmente una circonferenza ridotta. L’autore così strizza un occhio alla piccola comunità degli specialisti che conoscono quel linguaggio, e l’altro a quella assai più ampia degli storici e dei lettori che capitano, per caso, su una copia di una particolare rivista. Soltanto coloro che hanno memorizzato i puntini e i trattini del codice di citazione – un codice che muta, naturalmente, di ora in ora – leggeranno nelle omissioni le accuse e le polemiche. Ai non addetti le stesse note appariranno pacate e informative”.

Il “Mi piace/pollice all’insù” funziona, ovviamente secondo volontà del fruitore/commentatore/sodale e non dell’autore, in maniera similare: segna l’appartenenza ad una comunità; indica nell’autore un punto di riferimento imprescindibile, indipendentemente o meno dal contenuto espresso, rimarca i distinguo sia nei confronti di altri autori sia nei riguardi di comunità o individui che dal primo hanno preso e prendono le distanze. Un semplice “like” indica talora molto di più di quanto nel suo significato esplicito di piacevolezza voglia segnalare. In un sistema algebrico in cui “amicizia” sta per…, ma anche al posto di …, ogni funzione ad essa complementare o surrogata si dota delle stesse intenzionalità interpretabili in cui la ragione del gesto, al di fuori di una sua palese dichiarazione dell’interessato, resta priva di spiegazione. Non esiste tra simbolo/verbo (mi piace/ pollice all’insù), come abbiamo potuto vedere, un rapporto sostitutivo con l’intenzionalità dell’autore, ma solo un rapporto mediato col senso esplicito ed implicito che “facebook” assegna.

Il legame debole.

Altre volte, invece, il legame strutturato, ma bisognerebbe valutare caso per caso, è assai meno evidente e definito: il richiamo alla condivisione può essere dettato dal mero interesse; oppure ancora in riferimento e in luogo di una amicizia per cui si accorda un piacere non sulla base di quanto proposto; o semplicemente sugli effetti della relazione amicale in sé e così via. Diversi “mi piace/pollice all’insù” non presuppongo in itinere necessarie rivalutazioni da parte degli interessati: allo stesso modo con cui vengono accordati così possono rimanere per lungo tempo invariati, pur cambiando il contenuto della pagina “piaciuta” (nel mio caso non mi ero più occupato in alcun modo delle modalità comunicative di quella pagina allo stesso modo con cui non me ne occupo di molte altre a cui ho apposto per diverse ragioni sopra-elencate il “mi piace/pollice all’insù”). La mia, ovviamente, non può essere una giustificazione, né intende esserlo: diciamo che nel momento in cui si entra in un sistema comunicativo sovrastante si possono correre dei rischi più o meno prevedibili. Ma, ancora una volta, è il sistema di connotazione implicito nel mondo “facebook” che tiene dentro e naturalizza le sue denotazioni nella forma più ovvia: il “mi piace”. Da cui la domanda rivoltami dall’amica non virgolettata (è l’amica non virgolettata, la domanda sì).

Una breve digressione sul punteggio dei vini, numeri, chiocciole, faccine, bicchieri, soli o grappoli che siano.

Passare da un linguaggio verbale o segnico costruito intorno alla “langue” (Istituzione sociale e sistema di valori come parte sociale del linguaggio)e alla “parole”(combinazioni in base alle quali il soggetto parlante può utilizzare il codice della lingua per esprimere il suo pensiero personale) secondo il concetto dicotomico esplicitato da Saussure in “Cours de linguistique générale”(Losanna-Parigi, Payot, 1916), ad un simbolo grafico o ad un’immagine non è un tragitto di poco conto: non lo è per molte delle ragioni espresse qui sopra nonostante, come sapientemente riportato da Umberto Eco, questi siano delle convenzioni e dunque degli accordi segnici con cui delle comunità umane stringono delle relazioni operative. Pensiamo, anche solo per un momento ai voti scolastici: li comprendiamo nella loro essenza, sapendo che un quattro oltre che ad essere un rimando decisamente negativo potrebbe portare ad una sonora bocciatura, ma siamo in grado solo fino ad un certo punto di intendere il valore di senso che il soggetto erogante gli attribuisce, a meno che non espliciti a fianco una sequenza di “parole” socialmente comprensibili in un contesto valoriale (langue). E, neppure in questo caso, forse li capiremmo compiutamente. Quello che dobbiamo comunque cercare di comprendere, sia che si tratti di un “6–” o di un “83/100”, è il contesto di attribuzione sociale degli stessi, delle loro relazioni sociali e quindi politiche, e dunque economiche, e culturali all’interno di processi storici in cui i parametri di giudizio possono significativamente cambiare allo stesso modo con cui cambiano le relazioni di potere.

Cina, America e altri Occidenti. Ancora sui dazi sul vino e su altri generi più o meno voluttuari

La Grande Guerra di Mario Monicelli – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349255

Pensare che gli Stati Uniti d’America e che il loro caro leader Donald Trump abbiano intrapreso la strada della ritorsione economica a seguito dei finanziamenti pubblici di alcuni stati europei al progetto Airbus per ben 7,5 miliardi dollari viaggia di pari passo con l’idea che la prima guerra mondiale sia scoppiata in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Non che un pretesto non serva, ma di pretesto si tratta.

Proverò ad elencare una serie di questioni non sufficientemente trattate in modo tale che la forma dello scontro in atto assuma una fisionomia maggiormente definita e comprensibile.

Le elezioni americane, il formaggio e il latte.

Come molti di voi sapranno il prossimo martedì tre novembre 2020 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come si dice da quelle parti: “sink or swim” (o la va o la spacca) e per Trump “farla andare” significa prendersi, tra gli altri, il necessario stato “contadino” del Wisconsin. Proprio in quello stato abbarbicato a nord tra il Lago Superiore e il Lago Michigan chiudono due aziende casearie al giorno. Nello stesso tempo sono falliti due dei più grandi produttori di latte d’America: la Dean Foods e la concorrente Borden Diary presente sul mercato da oltre 164 anni (fonte: Federico Fubini, La caduta dell’export. E manca ancora una cabina di regia, “Corriere della Sera” 15 gennaio 2020)

D’altra parte Larry Summers, professore di Harvard, segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama, ricorda a tutti noi che, in anno di campagna elettorale, per Donald Trump conta di più fare il duro che avere ragione (fonte: Federico Fubini, “Ma Trump non mollerà, ora vuole colpire l’Europa”, “Corriere della Sera” 16 gennaio 2020). Non so com’è, ma mi ricorda qualcuno.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti sono indebitati sino al collo, ed anche in questo mi ricordano qualcun altro (molti altri a dire il vero). Il deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, cresciuto a dismisura dal 2001 in avanti, alla data 31/12/2019, ammontava a ben -320 miliardi dollari. Sì, avete letto bene e se non ci credete controllate qui:

2019: U.S. trade in goods with China

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html#2019

NOTE: All figures are in millions of U.S. dollars on a nominal basis, not seasonally adjusted unless otherwise specified. Details may not equal totals due to rounding. Table reflects only those months for which there was trade.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’Europa.

Eufemisticamente parlando anche qui il piatto piange. Al termine del 2019 il deficit commerciale degli USA nei confronti dell’Europa era pari a -162,570.5 miliardi di dollari. Continuate a leggere bene: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

Gli accordi con la Cina

Ipotizziamola così: non era possibile che gli Stati Uniti continuassero, visto il disavanzo totale della bilancia commerciale, una guerra aperta e totale contro mezzo pianeta, puntando esclusivamente ad un rafforzamento dei propri prodotti sul mercato locale: un conto è il latte, altro lo sono automobili, petrolio, prodotti agricoli di varia natura, prodotti dell’industria manifatturiera e via dicendo. Così hanno stipulato a spron battuto l’accordo di ieri in cui la Cina si è impegnata ad acquistare, nel corso di due anni, beni aggiuntivi per almeno 200 miliardi dollari nei settori dell’energia, dei servizi, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Disgregando i 200 miliardi per settore troviamo nel comparto energetico l’acquisto di gas liquefatto, di gas naturale e materie prime petrolchimiche pari a 52,4 miliardi di dollari; prodotti agricoli per 32 miliardi di dollari; auto, componentistica, aerei, microchip per 77,7 miliardi di dollari e 37,6 miliardi di dollari in servizi. In cambio gli Stati Uniti abbasseranno l’aliquota, imposta il primo settembre scorso, su 120 miliardi di dollari di merci cinesi, al 7,5%. Al contrario i dazi imposti sul oltre 250 miliardi di dollari in beni al 25% rimarranno intatti. In una seconda fase l’intento americano è quello di abolire tutti i dazi sui prodotti cinesi. Anche nel comparto informatico i dazi su 160 miliardi di dollari in prodotti cinesi sono stati sospesi a tempo indeterminato. La Cina, dal suo canto, non applicherà il 25% di contro-tariffe sulle auto americane. E, infine, c’è l’impegno della Cina di non utilizzare la svalutazione del cambio dello yuan per avvantaggiarsi negli scambi commerciali (Fonte: Riccardo Barlaam, Cina e Usa firmano il patto di distensione commerciale, “Ilsole24ore” del 16 gennaio 2020)

Il vino, l’Europa e chissà.

Secondo il Wine Insitute (https://wineinstitute.org) californiano i dazi applicati dalla Cina al vino americano importato, californiano in testa, sono arrivati  sino al 106% del prodotto totale (dicembre 2019). Insomma una bella botta. Questo ha ingenerato una contrazione delle esportazioni del vino statunitense in Cina che, se ne 2018 si attestavano all’incirca al 25%, nell’anno successivo hanno superato abbondantemente il 30%. Così anche l’Europa ha diminuito per almeno del 15% le importazioni del vino americano. L’ipotesi dei dazi americani al vino europeo, molto probabilmente, tengono in debito conto del primo dei fattori, ovvero del rapporto con la Cina e dei nuovi accordi nel settore commerciale che dovrebbero portare ad una diminuzione sostanziale delle tariffe doganali anche sui vini. Rimanendo aperta, invece, l’ipotesi bellico-commerciale anti-europea, gli Stati Uniti, al contrario, vorrebbero innalzare le tariffe su tutti i vini di marca Ue. Per l’Italia si parla di un rischio pari a 3 miliardi di export. C’è però un ma. Sebbene l’Europa, nel suo complesso, abbia diminuito l’acquisto di vino statunitense, rimane sempre il maggiore mercato dei vini d’oltre Oceano. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno esportato vino in Europa per una quantità di 204,660,479 litri pari ad un fatturato di 469,365,824 dollari.

Nello stesso anno gli USA hanno esportato vino in Cina per 12,332,002 litri pari ad un fatturato di 59,264,488 dollari.

L’Europa, insomma, compera per otto la quantità di vino statunitense che acquista la Cina.

Nessuno stupore, dunque, per il comunicato congiunto tra CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) e l’americano Wine Institute per l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino.

D’altra parte non tutto il protezionismo esce col buco e se qualche spiraglio c’è lo dobbiamo proprio a quel buco.