Parole senza punteggiatura a ritroso dal Green Pass

Questa foto la scattai nell’assolato aprile del 2020, in pieno lockdown, sul tetto del palazzo in cui abitavo dove scambiavo alcuni timidi passaggi con mio figlio Marco. Il titolo che diedi a questa foto fu: “Palla Prigioniera”

Già non mi piacciono le carte di identità i passaporti che obbligano a dire sempre chi sei a qualcun altro per poter passare confini interni o esterni poco importa figuriamoci poi il green pass per entrare in un ristorante in un cinema in un teatro in un museo in una mostra in una fiera in una scuola o chissà dove

Quando girano le prime notizie sul virus in quel gennaio del 2020 io penso che beh se i cinesi che controllano tutti o quasi i bulbi oculari dei loro concittadini bloccano un’area territoriale di una ventina di milioni di abitanti questo Covid deve essere una cosa proprio grossa altrimenti non avrebbero mai fatto una cosa del genere

Lo penso e lo dico ai colleghi agli amici ai parenti guardate che se arriva da queste parti farà un bel macello e loro mi guardano un po’ come si fa con i vecchi coglioni alcolizzati del paese proprio mentre in Italia il dibattito in salsa locale procede sonnolento e rassicurante perché noi abbiamo tutte le difese del caso non preoccupatevi anche perché è solo poco più di un’influenza e poco meno di qualcos’altro

Ma io che diffido e mi fido quando c’è da fidarsi e quando no no e penso sempre ai cinesi che chiudono e non lasciavano uscire ma non lo dico più al lavoro agli amici ai parenti perché essere preso per troppo tempo da coglione non fa piacere proprio a nessuno figuriamoci a me

Me lo tengo come pensiero stretto e un po’ paranoide ma comunque non mi faccio mancare nulla e infatti vado in montagna e poi la settimana successiva porto mio figlio piccolo all’ospedale pediatrico Gaslini per fare un controllo cardiaco ché li deve fare regolarmente e quando scendo giù dal reparto per prenotare il ticket e fare tutte le cose burocratiche che ci sono da fare noto che i dipendenti agli sportelli sono già muniti di mascherina e stanno dietro un plexiglass

Ma come dico io se non è nulla come è possibile che questi che lavorano in un ospedale grande importante riconosciuto in tutto il mondo portino delle mascherine ma allora vuol dire che sanno già qualcosa che non ci è stato detto o ne sanno di più d questo merdosissimo virus è bello che arrivato e farà un bel troiaio

Vado a Torino saluto i miei mio fratello e mia sorella dai che ci vediamo presto ma quando mai lockdown totale come in Cina

Detto fatto chiudono le scuole e poco dopo mi mandano in smartworking che non so cosa vuol dire e allora mi attrezzo per capire quello che non so e fare quello che devo e sento tutte le persone al telefono che poi sono quelle che perdono il lavoro in naspi in cassa integrazione o disoccupati senza appello che prima vedevo di persona e ci guardavamo negli occhi e talvolta quegli occhi piangevano o erano cupi e arrabbiati

Adesso tutto al telefono dove sento ma non vedo e non vedere significa non guardare ma mi adatto e cerco di far adattare pure loro anche se alcuni non riescono a capire e non riescono neppure a fare lo spelling del nome e o del codice fiscale e non solo perché non sanno che cosa è lo spelling ma perché alcuni non sanno leggere o sanno leggere ma una lingua diversa un alfabeto diverso delle pronunce diverse ma io ci provo

Anche mia moglie si adatta e da psicoanalista meno peggio e meno meglio di noi altri ma non sto qui a spiegarvi il perché o il percome altrimenti vi svelerei alcuni segreti del mestiere che non conosco neppure io

Pure i figli si  arrangiano e il più piccolo fa quarta elementare e dopo un breve periodo di entusiasmo anti-scolastico ben presto si rende conto che non ha più contatti con i compagni con gli amici di giardino di basket e le ore passano lente le maestre non sono attrezzate per lo smartworking le ore di lezione si contano settimanalmente sulla punta delle dita  e allora decido con lui che quando ho finto di lavorare andiamo sul tetto piatto del caseggiato a fare due tiri al pallone sperando che la palla non cada giù perché non la recupera più nessuno

Il grande si adatta meglio alla Dad che non gli piace molto ma scopre anche gli anfratti reconditi del poter stare al video e contemporaneamente parlare con altri che stanno davanti ad altri video anche se non della stessa classe ma anche lui perde il campionato di basket e tutto quello che ne segue ma poi per fortuna un caro amico si prodiga per fare lezioni online di ginnastica da casa e almeno non perde un po’ di tonicità anche se io gli dico vatti a fare un giro nell’isolato e lui mi risponde che non è un cane e che per pisciare basta il cesso di casa e poi lui non sono vecchio come me che devo fare il giro del circondario

Capisco ma mi si stringe il cuore quando li vedo rannicchiati sul letto in posizione fetale per diverse ore che poi è una posizione che conservano tutt’ora come fosse naturale starsene lì sdraiati e accovacciati con un telefono in mano, un libro o niente insomma niente

Si può correre anzi no camminare molto vicino a casa ballare sotto la doccia sì purché da soli ci scherzo sopra ma mica tanto

Ospedali zeppi contabilità di morte meno giovane e giovane dannatamente giovane valanghe di intubati prove tecniche di guarigione e non si può fare diversamente o forse sì ma ce lo spiegheranno nel 2200

Poi vado a fare la spesa e cerco le mascherine e l’alcol che porca qui e porco là non si trovano guardo un la televisione ma non i dibattiti che mi fano vomitare piuttosto serie tv e film e non riesco quasi più a leggere telefono o video telefono ad amici e parenti e facciamo cene virtuali dove chiacchieriamo sbirciandoci dal video e domenica sera pizza che bello pizza e birra ma niente balconi per prima cosa perché casa mia non li ha e seconda cosa perché non l’avrei fatto comunque e terza cosa perché anche solo mi fosse mai passata la malaugurata idea sono stonato così come niente bandiere nostra patria è il mondo interno nostra fede la libertà cantavo un tempo e pure ora anche se un po’ di meno

Intanto impreco e spero in una cura ma soprattutto impreco e ho paura e vedo i miei su WhatsApp che mi dico che per fortuna anche se hanno ottanta anni sì e no almeno sono in grado di usare quell’apparecchietto che controlla come tutti gli apparecchietti e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte perché indubbiamente la questione del controllo è molto più ampia della questione del Covid e già in passato ho avuto lunghe discussioni imbevute di alcol e sigarette in cui cercavo di discutere e di capire quanto e come il  genere umano sia disposto a cedere in termini di libertà sulla sicurezza ma l’argomento è spinoso perché bisognerebbe prima di tutto definire che cosa sono le libertà e cosa sono le sicurezze e la questione non è semplice come appare e quelli che mi pare che molti di quelli che sbraitano nelle piazze antivacciniste e antigreenpassiste sono poi anche quelli che per una e per l’altra intendono quello che interessa solo a loro che non è proprio la stessa idea di libertà che ho io

Poi si avvicina l’estate ed ecco che si può uscire dal comune forse per raggiungere un altro comune all’interno della stessa regione purché sia seconda casa oppure appartenete a un familiare vivente ivi residente o sembiante residente e ed ecco allora che andiamo in Val Trebbia per starci tutta l’estate con nuovo collegamento Wi-Fi tutto da remoto ma c’è il bosco, il verde, l’orto che mi viene quasi tutto mangiato dai daini, ma viva i daini e i cinghiali e chissenefotte almeno esco respiro, cammino mi immergo nel fiume e vedo degli esseri umani degli amici e gli do delle belle gomitate dopo essermi igienizzato le mani pensando che per fortuna non sono solo ologrammi e poi spero che l’estate vada così e infatti va abbastanza così e riusciamo persino ad andare sul Monviso per tre giorni e poi si torna al lavoro

Facciamo finta che sia tutto uguale a quando si stava prima e si stava un po’ meglio ma sappiamo che così non è perché così non sarà e comunque andiamo avanti speranzosi

E poi noi azzardiamo perché abbiamo venduto casa chiuso un mutuo aperti altri due comprato una nuova casa da ristrutturare e speriamo che vada tutto bene che non ci siano intoppi perché entro marzo dobbiamo andarcene dalla vecchia e così tutti gli appuntamenti sono con il fiato sospeso nella speranza che nessuno di ammali neppure il notaio e poi tornano a suon battente morti ricoverati Rt che schizzano discussioni che impazzano litigi paure che ci fanno dire ma che cazzo abbiamo fatto in questo momento non potevamo aspettare l’anno prossimo ma poi pensiamo anche che è il miglior momento per occuparci di altro perché tanto non ci occupiamo che di solo questo e i muratori vengono da Ovada senza intoppi l’unica cosa è comprare il  materiale a costo accessibile in pronta consegna e mi  raccomando non ordinate niente che non si sa quanto arriva ci dicono quelli di Leroy Merlin e noi facciamo come ci dicono anche perché dobbiamo andarcene entro marzo e non si può scherzare con i tempi

E poi chiude di nuovo tutto e la dad rannicchiata e il basket che non c’è le spese sofferte al mercato con il fiato trattenuto e poi a lavarsi le mani che non si sa se il Covid si attacca pure alle cose e poi ci rimane per un sacco di tempo quel tempo che permette a mia suocera di prendersi una bella multa per aver telefonato da sola con la mascherina abbassata perché diceva che non riusciva a farsi sentire bene dall’amica ma i poliziotti municipali che passano di là non la pensano allo stesso modo e noi a dirle ma tienilo dento il naso e tutto mentre le strade si chiudevano di rosso o quando andava benissimo di arancione e allora camminiamo per la città a piedi in alto e in basso ma quanto è bella Genova senza niente e nessuno anche si ci piacerebbe e non poco fare un salto fuori ma non si può se non per lavoro o per parenti malatissimi e per fortuna i miei non sono malatissimi anzi stanno pure bene e allora magari ci si vede per le vacanze di Natale magari venite giù da Torino un po’ prima della chiusura fra regioni vi affittiamo un piccolo alloggio così ci si vede che è da settembre che non ci incontriamo ma niente da fare salta tutto ognuno a casa sua ci salutiamo a distanza con le nostre facce stropicciate dietro quei microscopici schermi

A Rovegno (Val Trebbia) durante una puntata natalizia foto che feci durante le vacanze di Natale del 2020

Dovremo aspettare fino ad aprile subito dopo il trasloco per poterci incontrare perché alla fine dei conti sono passati solo sette mesi giorno più o giorno meno e allora durante le vacanze natalizie andiamo a trovare la mamma di mia moglie che è nonostante tutto è anche mia suocera che è residente in val Trebbia dove i daini dormono i cinghiali pure è pieno di neve che riduciamo in palle che ci tiriamo addosso senza averle disinfettate anche perché un po’ di ghiaccio basta e avanza e respiriamo aria fresca freddo passeggiate nei boschi finalmente un po’ di libertà dal giogo cittadino che ci riprende appena torniamo anche se per fortuna l’allenamento di basket riprende al chiuso per il grande e all’aperto per il piccolo e io lo accompagno su in cima a Genova verso l’ostello e mi seggo su di una panca aperta e fresca come le vedute della città e attendo che finisca per poi tornare a casa  e non è mai stato così bello aspettare fuori senza fare niente pensando che forse tutto il buono e il giusto sia soltanto quello e null’altro

E intanto si aprono fessure e si parla di vaccini e di altre medicine pronte a breve e mi dico che fortunatamente c’è uno spiraglio e che questo ineguale ingiusto iniquo sistema capitalistico  in tempi super rapidi sta cercando di tirare fuori se stesso e quindi una parte della sua popolazione fuori dalla difficoltà di produrre secondo i canoni consentiti e raccomandati perché l’altra quella ai margini non viene proprio calcolata se non per le stesse ragioni ma al ribasso o al ribassissimo e allora mi dico e mi ridico quanto debba essere  importante togliere il profitto da ciò che è necessario  e penso che poi quasi tutto sia necessario pure la focaccia e il pesto che è quello che ho sempre chiamato socialismo libertario e non è come ci ricordava Errico Malatesta fare finta che esiste una medicina anarchica o antisistema ma tutt’al più solo medici che possono essere al massimo anarchici e sarebbe come dire che quelli che hanno operato a una settimana di vita mio figlio a cuore aperto sono gli stessi che con i vaccini vorrebbero farlo fuori o inoculargli chissà che cosa

E mi fanno ridere i nuovi dottori in nulla che si prodigano a spiegare come dietro i vaccini ci sia del profitto come se dietro l’aspirina no o che fanno intendere un’opera auto-stragistica delle élite mondiali che tutto di un tratto di vaccinerebbero per farsi fuori e allora le grandi resistenze al vuoto a perdere senza mai avere una sola e dico sola alternativa plausibile se non altri lockdown generalizzati per poi evocare delle cure casalinghe e caserecce o spettri del passato che se tornassero veramente li impiccherebbero al primo lampione disponibile

Ma allora tu ti fidi mi chiedono ma che domanda mi fate rispondo io è chiaro che se mi affido significa che un po’ o molto mi fido ma non è la stessa cosa chiedo nuovamente io che faccio o facciamo su tutto ciò che circonda e mi lascio andare un breve pausa che tira su il fiato

Quando ho un problema elettrico idraulico informatico meccanico a meno che non me ne intenda di elettricità idraulica o meccanica mi affido a più persone che ne sanno e conseguentemente mi fido di loro fino a prova contraria ed ecco che ho detto praticamente tutto quello che mi serve dire e cioè che la conoscenza che prevede una buona fetta di scienza di esperienza di competenza si costruisce nel tempo con lo studio l’apprendimento la fatica il rischio l’errore e scusatemi tanto anzi scusatemi proprio per nulla è cosa assai e ben differente dall’opinione nulla di colui colei coloro che ignorano la materia e non l’hanno sperimentata e non si sono formati su di essa ma si sentono comunque in dovere di esprimere un parere non richiesto su ciò che ignorano perché di ignoranti belli e buoni si tratta facendo finta che la competenza e la non competenza pari siano che la conoscenza e la non conoscenza pari siano  che lo studio e il non studio pari siano che l’esperienza con prove errori e ripensamenti e rifacimenti e la non esperienza suffragata dal fancazzismo parolaio pari siano mitigando il dibattito in una sorta di apparentamento democratico tra il eccetera e il non eccetera come a svelare un improbabile fraintendimento di parità tra cose che invece mantengono una gerarchia ben diversa perché come dicevo ad un amico per me per noi che abbiamo una formazione storica e umanistica dovrebbe essere ben chiaro che le fonti non sono eguali né per tipologia né per provenienza né per peso né per formazione né per prova e che questo dovrebbe valere in tutto il resto

Allora non sei critico e le multinazionali e le ricerche vincolate al profitto e via di questo passo ma certo che sono critico o criticissimo ma cerco di distinguere tra i piani e non penso e non ho mai pensato che coloro che dicono pensano fanno baciano lettera e testamento diversi dai miei desiderata siano eticamente riprovevoli o facciano solo il male dell’altrui individuo o ingannino e basta e se devo dirvela tutta questo modo di pensare non è nemmeno così tanto infantile ma è solo leggermente minorato e decisamente riduttivo e anche un po’ idiota che ne dite voi che immagino facciate le stesse identiche cose anche se un po’ diverse e che quindi anche voi vi affidiate in caso di necessità a quelli che ne sanno di più

E tutto questo ribadisco non perché non ci sia necessità di discutere delle forme di dominio e di come queste si realizzano a partire dallo sfruttamento per arrivare alla devastazione ambientale di cui questo maledettismo virus non è in un caso o nell’altro che non sapremo mai un mero epifenomeno ma causa e condizione ma perché non se può discutere con mezzi e opinioni da ripentente in terza elementare anche perché quelli che governano sono tozzi e duri senza grandi pietà sociali e quando si rendono conto di avere di fronte il niente che arretra si divertono semplicemente a schiacciarlo

E allora si vaccina prima mia moglie e poi io che mi incazzo che arrivo dopo e me lo spostano in avanti mentre volevo farlo prima e infine mio figlio di diciassette anni e intanto facciamo il trasloco e si respira un po’ di più e poi l’estate che avanza e che ora volge al termine

Certamente avrei preferito non farlo il vaccino e preferirei avere ancora i miei capelli un fisico asciutto su cui ci lavorerò in futuro non portare gli occhiali ed essere più alto di almeno 10 centimetri per riuscire a guardare negli occhi mio figlio più grande e il più piccolo quando crescerà ma detto questo non ricordo di essere stato a Whuan in questa vita né in quelle precedenti di non aver causato la pandemia ma di averla subita e pesantemente come moltissimi di voi anche se so che molti di più e qualcuno di meno e che come dicevano gli antichi ho fatto di necessità virtù o se non proprio virtù mi sono affidato alla competenza di quanti questa virtù l’hanno coltivata con sapienza ben prima di me e certo con tutte le critiche possibili al sistema eccetera ma di questo ve ne ho già parlato ma vorrei aggiungere un’ultima cosa e cioè che parlare tanto di questo greenpass in realtà celi ben altro e non potendo e non volendo prendere il toro per le corna lo si  accarezzi dolcemente sulle chiappe per non irretirlo troppo e quelle corna si chiamano Covid- 19

Dunque forse quasi sicuramente non è il Green Pass la questione e forse lo è solo in modo mal posto e nulla ha a che fare con legittimità costituzionali ma molto di più con scelte e appelli improbabili

Giorgio Agamben e il mancato senso delle proporzioni

Balconies at Alfama neighborhood. Lisbon, Portugal
Di LBM1948 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76589546

Il noto filosofo Giorgio Agamben è uscito alla ribalta delle cronache mondane per l’appello firmato insieme a Cacciari a proposito del Green Pass. In realtà, per coloro che seguono gli anfratti del dibattito filosofico, Giorgio Agamben si era già espresso innumerevoli volte a partire dallo scoppio della pandemia. Le sue posizioni sono reperibili essenzialmente qui: https://www.quodlibet.it/una-voce-giorgio-agamben

Numerosi sono, poi, gli articoli, gli opuscoli e persino alcuni libri che si sono prodigati nel confutare le posizioni espresse da Agamben: dal punto di vista filosofico, scientifico, politico e quant’altro.

Ciò che mi preme fare, in questo breve articolo, è analizzare il carattere discorsivo e i riferimenti storici utilizzati dal filosofo in un editoriale comparso sul quotidiano “La Stampa” del 4 agosto 2021, che così si intitolava: “Scienza e politica, attenti a quelle due. La storia ci mette in guardia dal mescolarle. Etica e ricerca non sempre vanno d’accordo”.

Giorgio Agamben esordisce affermando che i decreti, e non solo quelli sul Green Pass, utilizzati per governare la pandemia trovano una propria legittimità nelle ragioni scientifiche su cui si reggono. Il passaggio successivo del nostro è quello di richiamare l’attenzione sul nesso (incauto) tra politica e scienza senza che avvenga una previa valutazione delle conseguenze (se accettabili o meno).

Quindi Agamben procede con degli esempi storici che servirebbero a farci valutare la rischiosità di prendere decisioni politiche (le loro conseguenze) su basi scientifiche e sulla relazione divergente, eventualmente, tra etica e scienza:

  1. Quando Mussolini introdusse le leggi razziali si preoccupò di dare ad esse una legittimazione e un fondamento scientifico. In ragione di ciò, un mese antecedente la pubblicazione del famigerato decreto legge del 5 settembre 1938, apparve sul Giornale d’Italia una dichiarazione firmata da dieci illustri accademici e scienziati in cui si affermava che gli ebrei non appartengono alla “pura razza italiana”.
  2. “E non sarà fuori luogo ricordare che la prima volta che uno Stato si assunse programmaticamente la cura della salute dei cittadini è nel luglio del 1933, quando Hitler (…) fece promulgare un decreto per proteggere il popolo tedesco dalle malattie ereditarie, che portò alla creazione di speciali commissioni mediche che decisero la sterilizzazione di circa 400.000 persone”;
  3. “Meno noto è che, ben prima del nazismo, una politica eugenetica, potentemente finanziata dal Carnegie Insitute e dalla Rockfeller Foundation, era stata programmata negli Stati Uniti, in particolare in California, e che Hitler si era esplicitamente richiamato a quel modello”.

Poi la virata: “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi, ma di far riflettere gli scienziati, che sembrano poco sensibili alla storia delle loro stesse discipline, sulle possibili implicazioni di un nesso criticamente assunto fra scienza e politica”.

Segni.

Dal punto di vista della costruzione del testo Giorgio Agamben procede in due fasi successive tra loro complementari: nella prima tiene il lettore per mano e lo accompagna attraverso gli esempi storici appena evidenziati. Nella seconda, grazie allo stacco creato dalla congiunzione avversativa “ma” assicura, a coloro che non avessero capito a sufficienza, che i suddetti esempi sono comunque utili non tanto per paragonare fenomeni storici diversi, ma per far riflettere. Il “ma” mette in relazione due costrutti del pensiero: Il primo riguarda “la non possibilità di paragonare fenomeni storici diversi”, mentre il secondo agisce sul primo riaffermano ciò che si vuole apparentemente negare: “proprio quei fenomeni storici così lontani e così imparagonabili al presente servono comunque a far riflettere”. La riflessione diviene conseguenza sia dell’ignoranza della scienza sulla propria storia, postulato presunto e mai dimostrato dal filosofo, sia dall’ignoranza del terzo implicito, il vero convitato di pietra, a cui quel “ma” inevitabilmente rimanda: i lettori dell’articolo. Essi, dunque, proprio perché ignorano la storia al pari della scienza, non potranno che utilizzare gli esempi storici, a questo punto comparabili, che l’autore dello scritto ha fornito. Così la legislazione emergenziale Covid ritorna prepotentemente laddove Giorgio Agamben non ha mai voluto espellerla: dalla storia delle discriminazioni razziali e dalla dittatura.

L’analogo.

Il raffronto storico e la ricerca dell’analogia tra eventi più o meno lontani è un discorso assai noto ad Agamben. Tanto che fu suo il saggio introduttivo al capolavoro di Enzo Melandri, “La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia[1]”.

Sappiamo per certo che almeno da Tucidide[2] in avanti il metodo storico si avvale della comparazione con esempi ammirevoli di ricostruzione indiziaria di tipo analogico: come ha avuto modo di specificare Luciano Canfora[3], l’analogia funziona come metafora esplicativa attraverso l’uso di elementi differenziali. Enzo Melandri anticipa la questione, a suo dire insoluta, affermando che non è possibile distinguere fra uso esplicativo e uso esornativo dell’analogia: solo nella manualistica storica esiste una suddivisione tra il ‘capire’ e lo ‘spiegare’ dove ‘capire’ “significa saper descrivere una situazione a noi ignota per mezzo di riferimenti a cose note[4]”.

Parrebbe, almeno ad una prima impressione, che Agamben sia nel giusto ad utilizzare uno o più parallelismi storici per aiutarci a decifrare il presente e l’uso autoritario del Green Pass.

Vi è, al conrario, qualcosa che stride apertamente in questo tentativo di parallelismo storico: nello sforzo di costruire leggi “storiche” valevoli per processi monumentali e di lungo periodo Giorgio Agamben cade nella piena tautologia: affermando che in altre epoche, a condizioni dissimili, si sono verificate condizioni di tipo autoritario o dittatoriali in ambito sanitario (sineddoche), questo non serve ad altro se non a definire delle categorie ideal-tipiche valevoli in ogni epoca e ad ogni grado di latitudine che non spiegano il metodo di comparazione prescelto, né la sua validità euristica: “Ora è un fatto che una storia monumentale risulta sempre tendenziosa: non solo perché finisce con l’istituire   una comprensione del  fatto  storico  in base alle sue ripetizioni o, meglio, omologie con altri eventi, passati o futuri; ma soprattutto perché porta a considerare  come un dato di  fatto ciò che invece effetto del metodo di comparazione prescelto, e a trovare in quello la conferma della propria ideologia[5]”.

Perché altrimenti ritrattare con “(…) Non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi…”?

E a quale costrutto ideologico faccio riferimento? A questo: “L’invenzione di un’epidemia” di Giorgio Agamben, 26 febbraio 2020 in https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia

Se, dunque, analogia (ἀναλογία) significa, nella sua accezione originaria, proporzione o uguaglianza di rapporti (λόγος), allora essa esprime un tipo di somiglianza fra situazioni che si fonda su un’uguaglianza di relazioni e non sulla semplice condivisione di attributi da parte di due oggetti, di due condizioni, di due periodi storici.

Sembrava, nemmeno a volerlo sperare, che i fatti si adeguassero alla teoria. Ma così non era e così non è.


[1] Cfr. Giorgio Agamben, Archeologia di un’archeologia, Saggio introduttivo a Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. XI – XXXV; la prima edizione è de “Il Mulino”, Bologna 1968.

[2] Tucidide in 1.5.3-6, 2 descrive l’origine della società e degli aspetti culturali degli abitanti delle regioni greche più povere, dal nomadismo alla fase del sedentarismo. Un periodo caratterizzato da processi di accumulazione e di stratificazione sociale.

ἐλῄζοντο δὲ καὶ κατ᾽ ἤπειρον ἀλλήλους. καὶ μέχρι τοῦδε πολλὰ τῆς Ἑλλάδος τῷ παλαιῷ τρόπῳ νέμεται περί τε Λοκροὺς τοὺς Ὀζόλας καὶ Αἰτωλοὺς καὶ Ἀκαρνᾶνας καὶ τὴν ταύτῃ ἤπειρον. τό τε σιδηροφορεῖσθαι τούτοις τοῖς ἠπειρώταις ἀπὸ τῆς παλαιᾶς λῃστείας ἐμμεμένηκεν. πᾶσα γὰρ ἡ Ἑλλὰς ἐσιδηροφόρει διὰ τὰς ἀφάρκτους τε οἰκήσεις καὶ οὐκἀσφαλεῖς παρ᾽ ἀλλήλους ἐφόδους, καὶ ξυνήθη τὴν δίαιταν μεθ᾽ ὅπλωνἐποιήσαντο ὥσπερ οἱ βάρβαροι. σημεῖον δ᾽ ἐστὶ ταῦτα τῆς Ἑλλάδος ἔτι οὕτω νεμόμενα τῶν ποτὲ καὶ ἐς πάντας ὁμοίων διαιτημάτων.

L’analogia consiste nel parallelo tra le condizioni delle regioni più arretrate e povere della Grecia e come la Grecia stessa sarebbe potuta apparire in un lontano passato remoto. Si tratta di un tipico esempio di ricostruzione congetturale del passato: le condizioni socio-culturali delle regioni greche sottosviluppate sono lo specchio dell’intero periodo arcaico. La metodologia adoperata da Tucidide nell’Archeologia ha garantito una tradizione nel genere storico. Fenomeni distanti nel tempo e nello spazio possono essere analizzati in modi diversi. Tucidide esamina un passato ormai scomparso, invisibile, attraverso i segni e la tecnica analogica. Compara gli eventi della storia greca arcaica con quelli a lui contemporanei in Nicoletta Bruno, Dalla preistoria alla storia. L’analogia in Tucidide e Lucrezio in eClassica III 2017 https://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/447/DALLA_PREISTORIA_ALLA_STORIA._LANALOGIA.pdf

[3] Cfr. Luciano Canfora, Analogia e storia. L’uso politico deli paradigmi storici, Milano, Il Saggiatore 1982

[4] Enzo Melandri, cit. pag. 39

[5] Enzo Melandri, cit. pag. 38

Gli scogli di San Benedetto del Tronto

La spiaggia libera a fianco dello chalet “Il Pirata”. Gli scogli e l’alba all’orizzonte.
La foto è di mia zia Daniela che si sveglia presto, molto presto.

Da ragazzo, avrò avuto dodici anni sì e no, mi capitava abitualmente di scendere in spiaggia a tarda ora. Rare le volte in cui accadeva il contrario. Alle sette e mezza, otto del mattino.

In quelle occasioni andavo a cercare un amico che si sistemava sulla battigia fronte mare, dalle prime luci dell’alba, nella spiaggia libera a fianco dello Chalet “Il Pirata”. Rimanga tra noi, ma non ho capito mai il motivo per cui gli stabilimenti balneari a San Benedetto del Tronto si chiamassero “chalet” come in Val d’Aosta località in cui, da quanto mi risultava allora come oggi, non è arrivato il mare. Meglio sarebbe dire che a San Benedetto del Tronto non si può sciare. Al momento s’intende.

Il mio amico, più grande di qualche anno, solitamente sedeva su di una stuoia rabberciata con le ginocchia raccolte al petto e il suo sguardo volgeva all’orizzonte marino interrotto solamente da quelle siepi poetiche impersonate dagli scogli che viaggiano in parallelo al lungomare. Messi per non far erodere la spiaggia sono serviti, al contrario, a consumare il mare e a riconsegnarlo a più miti raccomandazioni.

Zio Pierì, arzillo ottuagenario, dalla battuta facile e dall’aplomb anglosassone (forse il più anglosassone dei piceni mai apparsi sulla terra), mi rammentava, ogni volta che ci incontravamo, che quei benedetti scogli avrebbero dovuto metterli in diagonale per favorire la circolazione dell’acqua e impedire la sua relativa stagnazione. In quelle occasioni mi sentivo un ingegnere idraulico di tutto rispetto e in grado di stupire i miei pari con delle considerazioni tecniche di cui se ne fottevano assai: “Vatte a reponne! Penza a le ragazze e no roppe li cojoni!”- mi rimbrottavano simpaticamente in dialetto.

Anche il mio amico dallo sguardo perso e sorridente non voleva che lo disturbassi più di tanto con chiacchiericci e considerazioni inappropriate al sole appena levato. Senza volgere lo sguardo dagli scogli che inframezzavano l’infinito, mi salutava brevemente e poi calava in un tiepido silenzio. E io con lui.

Sono passate molte lune da quelle discese mattutine. Ci ripenso soprattutto d’estate e mi piacerebbe sedermi ancora accanto a lui e chiedergli: “Ciao, come è andata la vita?” Ma non mi aspetterei alcuna risposta.

Pensieri sparsi sulla psicoanalisi, sul vino e su Raffaella Carrà

Carrà al telefono in Pronto, Raffaella? (1983).
Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1471224

L’uscita dallo studio di psicoanalisi

Non vi è dubbio alcuno che la psicoanalisi vada a ravanare sul fondo. Allora pensavo a questo: c’è una forte distonia tra l’ingresso nel profondo della seduta, in cui l’indicibile tenta di venire a galla, e l’uscita dallo studio (vale anche per l’ingresso) regolato da fredda formalizzazione. Allora ho ripensato a questo: lo studio non è quel luogo dove viene elargita una prestazione professionale la cui titolarità compete allo psicoterapeuta. Lo studio è una scatola cranica vuota in cui si accomodano il paziente e lo psicoterapeuta. E dove si parla. Una volta usciti dalla scatola cranica il secondo dice al primo: “Ci vediamo lunedì alla stessa ora. Si ricordi che mi deve saldare il mese precedente. Buonasera”. E il primo risponde: “Va bene. Buonasera!” E pensa: “Ma non eravamo amici?”

Vino e psicoterapia

Mi sono sempre chiesto se il vino o l’alcol in generale possano dare un valido supporto alla psicoterapia. E sono giunto a questa conclusione: sì, ma non perché nel vino riposi qualche verità come credevano quei burloni degli antichi. Non è l’aspetto ciarliero del vino ad emergere, ma il suo supporto al transfert e al contro-transfert. In ogni caso è comunque il paziente a pagare l’analista e non viceversa. Sul vino ci si può mettere d’accordo.

Psicoanalisi e abbigliamento

Il vestito fa il paziente? Andare in terapia con i calzoni corti e poi stravaccarsi sul lettino può essere un indice di rilassatezza del super-Io?

Raffaella Carrà

Nonna Lina mi raccontava che da piccolissimo andavo letteralmente in sollucchero per la canzone di Raffaella Carrà “Chissà se va” (1971), che reinterpretavo fanciullescamente in “sassivacchi!” Ogni volta che nonna Lina me lo raccontava rideva di piacere. Per un periodo delle nostre vite io e mia nonna Lina avemmo gli stessi gusti musicali. Poi, in fase pre-adolescenziale, svoltai per Heather Parisi. Nonostante ciò, nonna Lina continuò a volermi bene.

Imparare ad insegnare

Di Albert Anker – "Von Anker bis Zünd, Die Kunst im jungen Bundesstaat 1848 – 1900", Kunsthaus Zürich, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5329430

Quante e quante volte abbiamo sentito dire che colei o quell’altro sono molto competenti nella materia ma, ahimè, non sono in grado di comunicarla, di insegnarla. Perché bisognerebbe imparare ad insegnare, a parlare, a dire le cose che si sanno ancora più di quelle che non si sanno, quelle che si cercano anche insegnando.

Sembra, ai più, che gran parte del problema si risolva con un buon corso di dizione a cui si aggiungano, sapientemente, frase retoriche adeguate al contesto e, insieme ad esse, una buona dose di marketing calibrato sull’utente, discente o altro che sia.

Altri affermano, diversamente, che si impara ad insegnare solamente insegnando, che poi è la riduzione argomentativa dell’imparare facendo. Non avrei obiezioni alle questioni, se non fosse che il tema centrale rimane oltre che il ‘che come’ e il ‘che cosa’, soprattutto il ‘per quanto tempo’. L’insegnamento, orribilmente declinato nella propagazione del sapere, può essere valutato, preferibilmente, negli strascichi delle età. La valutazione non ha solo, sempre che la abbia, la capacità di stabilire un punto dal quale partire, ma ha la precipua funzione di dismettere una conoscenza indotta: da questo momento in avanti il discente si può dimenticare agevolmente tutto ciò che ha letto, visto, sperimentato e immagazzinato, perché su questi argomenti non sarà più soppesato.

Nei casi più lieti ci sono dei vecchi discepoli che declamano brevi tratti di poesie apprese in gioventù, spesso a ricordare quanto fosse duro e severo il loro apprendistato formativo. Se condito da bacchettate, ancora meglio.

Non avrei grandi suggerimenti in linea generale, e lo dico a ragion veduta da insoddisfacente educatore e lo dico soprattutto a me stesso: il momento dell’apprendimento e della esposizione si devono necessariamente confondere. Quando si comunica qualcosa è necessario che la si dica, innanzitutto, a se stessi e che la si insegni, prima di tutto, a se stessi. Solo in questa forma di addestramento interamente autoreferenziale è possibile riuscire a trasferire qualche briciola, nel tempo, ai nostri interlocutori. E soltanto il tempo ci dirà se queste briciole verranno ancora recuperate e riseminate per altri raccolti.

Vuoti a perdere e differenziazioni sul nulla

Quadro rappresentante gli esperimenti di Boyle del 1660 sul vuoto.
Di Joseph Wright of Derby – National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3751913

Nell’emersione contemporanea dell’individuo esclusivo ed eccentrico, sembra che chiunque, in virtù del fatto che debba distinguere, per apparire e per durare, la propria opinione da quella degli altri, sia portato ad esprimere pareri differenziali che rilevano un tasso di scostamento relativo assai basso supportato da grande enfasi declamatoria. Più il pensiero si assomiglia, coincide, condivide gli stessi valori, più la retorica assume toni falsamente dirimenti. Queste forme di locuzione innovativa sono udibili dovunque, anche se emergono prepotentemente tanto nelle disamine delle partite di calcio, che nei dibattiti politici sull’attualità o nelle contese enogastronomiche. Chiunque intervenga deve marcare o rimarcare qualcosa che gli altri non avevano notato, evidenziato o semplicemente immaginato: “l’avevo detto in tempi non sospetti” è la chiave di volta della distinzione del millimetrico a cui segue, solitamente, il “volevo farvi notare una cosa che nessuno fino ad ora ha menzionato”. L’ascoltatore, a quel punto, proteso con i muscoli asserragliati dentro un corpo in procinto di esplodere, rimane in attesa di qualcosa che squarci il velo dell’incomprensione, che riveli la radicalità dell’alternativa non compresa e del verbo che si fa carne. I discorsi del locutore si aggrovigliano sul particolare, sulla notazione di quanti non avevano chiaramente o quantomeno sufficientemente inteso che la faccenda che genera il problema, la vera questione insomma, così come si è evidenziata storicamente e sociologicamente, è quella e solo quella che il vociante, chiamato a rispondere, mette in luce di fronte ai suoi interlocutori. La presenta dello scostante di misura, del ricercatore degli aghi nei pagliai, del premonitore di avvertenze, ingenera una sorta di prevalenza del millimetrico, di involuzione della retorica del nulla, dello straboccare di sciabole e di iperboli votate alla riconferma mediatica del sé. L’originalità del millimetrico non afferma nulla di particolare se non il fatto di trovare costantemente la necessità di provocare una reazione fortemente contraria e sapientemente infinitesimale di stampo opposto. L’informazione pasteggia voracemente con le sovraesposizioni, costruendo i dibattiti ampiamente avviluppati in cui si chiede di produrre pareri a persone che pareri potrebbero non averne e dove l’unica, vera, sensazione percepita è quella del “si parli di qualunque cosa, purché si parli di me”.

In ogni occorre sapere che se il diavolo sta nei dettagli, il nulla dimora nei dettaglianti del millimetrico.

La narrazione del “giovane Draghi”

I ragazzi della via Pál
Di Sconosciuto – hu:Fájl:Molnar – Pál street boys 1907.jpg Takkk scan of the original book – A könyv eredetijéből szkennelte Takkk, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16140938

In questi giorni, i quotidiani, i siti, le riviste e via cantando, che sostengono la candidatura di Draghi alla guida del Governo, utilizzano a piene mani una narrazione parallela: il “giovane Draghi”. Veniamo a scoprire, in vario modo e per varie testimonianze, che gran parte di quelli che studiarono insieme al Liceo “Massimo” di Roma, zona Eur, ebbero poi una importante riuscita professionale: chi professore universitario di materie umanistiche, chi avvocato, chi architetto o fisico di fama internazionale. Questo a sottolineare, semmai ve ne fosse bisogno, della serietà del gruppo di provenienza: una classe dirigente in fieri, come capitava a molti degli istituti liceali del dopoguerra in una scuola il cui accesso era fortemente segnato da una rigida appartenenza sociale. Potremmo scoprire, facendo un giro qua e là per lo Stivale, che furono numerose quelle classi, negli stessi anni, a fornire ceto reggente alla nazione. Ma, in questo caso, quello che conta della narrazione è la certificazione dell’origine controllata e garantita del gruppo di provenienza: grande etica, composta serietà, riservatezza caratteriale d’obbligo a cui si accostano doti giovanili di “leggero casino”, stando alla definizione data dal compagno di classe e ordinario di Fisica Spaziale in pensione, il professor Ezio Bussoletti, ad esempio quando venivano utilizzati i cannoli riempiti di panna come cannoni o quando  il professore di filosofia veniva assaltato “con le ‘famigerate’ pistole a riso[1]”. I compiti, poi, se li passavano tutti e Draghi non era sicuramente un’eccezione, si fa intendere. Lo stesso Giancarlo Magalli, all’Adnkronos, riferisce così dell’ex compagno di classe Mario Draghi: “Draghi era intelligente, simpatico e una persona molto corretta: non era uno di quelli che faceva la spia al professore – dice Magalli scoppiando in una risata – Insomma, era una persona estremamente piacevole. Da ragazzino era come adesso, con la sua riga, pettinato come adesso e sempre con quel sorriso che era il suo biglietto da visita[2]”. In questo caso l’ordine del discorso si premura di sottolineare, a fianco degli elementi dirimenti e risolventi attribuibili a Draghi, ovvero etica, serietà e competenza, altri capaci di corroborare aspetti di apparente minor conto, ma che sono portatori di una notevole valenza politico-relazionale: la fedeltà al gruppo di appartenenza.

Potrebbe apparire, come in molti casi avviene, che queste curiosità siano derubricabili al pianeta gossip, alle indiscrezioni indomabili e a consorterie similari. Ritengo, al contrario, che ogni discorso che abbia sede in un centro di potere comunicativo (e dunque politico), anche quello apparentemente più banale, serva a profetizzare il futuro, non solo perché annuncia quel che sta per accadere, ma perché contribuisce alla sua realizzazione: esso spinge, in altre parole, all’adesione collettiva ad un progetto. Ecco allora, che la narrazione del “giovane Draghi” serve, inevitabilmente, alla narrazione del “Draghi presidente della Bce” e, ora, a “Draghi nuovo presidente del Consiglio”.

In questo, come in altri casi, ciò che occorre sono narrazioni altre in cui le verità si costituiscano a partire da contenuti verificabili e attendibili sullo sfondo di progetti politici radicalmente alternativi.


[1] Cfr. Pierluigi Bussi, “Draghi alunno brillante, ma non rinunciava alle battaglie con i cannoli e agli assalti ai prof con le pistole a riso”, in https://www.repubblica.it/politica/2021/02/03/news/mario_draghi_liceo_massimo_compagno_classe-285863745/

[2] Cfr. HuffPost, “Magalli, compagno di Liceo di Draghi: “A scuola era corretto: non faceva mai la spia al prof”, in https://www.huffingtonpost.it/entry/magalli-compagno-di-liceo-di-draghi-a-scuola-era-corretto-non-faceva-mai-la-spia-al-prof_it_601a9bd3c5b6c2d891a4d622

Didattica a distanza e studenti. Annotazioni di un genitore spaesato

Di FOTO:FORTEPAN / Lencse Zoltán, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50626568

Ho assistito in questi mesi alla retorica della presenza e mi è mancata un po’ la retorica dell’assenza. Cercherò di riequilibrare le parti a patto di considerare come essenziali queste quattro premesse.

La prima: non si tratta in alcun modo di un’indagine statistica/sociologica/antropologica, ma di un semplice chiacchiericcio con amici e amiche di mio figlio sedicenne e di qualche incursione al di là della porta.

La seconda: è prettamente di classe, non in senso scolastico, ma di appartenenza sociale. È assolutamente evidente, almeno per me, che in mancanza di strumenti abilitanti (computer o tablet decenti, connessioni stabili…) la questione sia mal posta. Le condizioni di accesso ai saperi discriminano, e non da oggi, bambine/i, giovani e adulti sulla base delle condizioni di appartenenza. La D.a.d. le acuisce semplicemente: c’erano prima, ci sono durante e, purtroppo, ci saranno dopo.

La terza: l’età è un fattore discriminante. Anche qui, senza voler togliere nulla a ipotesi contro-fattuali, la stessa domanda non la potrei porre a mio figlio di dieci anni (quinta elementare): lui ha vissuto la D.a.d. quasi esclusivamente come “privazione”.

La quarta: insegnanti, personale ATA, direttrici e direttori scolastici. Bisognerebbe chiedere loro, ma qui non ne parlo.

Ogni tanto, non tanto spesso, sento che mio figlio parla in maniera compita e seriosa, a volte ride, a volte commenta con voce altisonante, a volte tace per lungo tempo. Talvolta vedo tutti i suoi compagni e l’insegnate in primo piano, qualche volte nessuno di loro e altri schermi, altre volte uno o una sola di loro. In alcuni momenti parla a tutti, altre volte solo ad alcuni e più spesso ad uno solo.

Per quanto ne so e per quanto mi ha detto, e io mi fido, segue al meglio le sue sei ore consecutive. Già sei ore: dice che sono troppe davanti allo schermo e si fa spesso una fatica bestia. Però sostiene che riesce pure a commentare in diretta con i suoi compagni quello che sta succedendo, cosa che in classe non è concesso fare; in certi momenti riesce anche a cazzeggiare senza dissimulare con lo sguardo vitreo diretto verso una parete che ne sa più dei muri; altre volte stacca. Perché staccare è umano.

Poi le verifiche e le interrogazioni da lontano, al PC (al video): ho capito che il “lontano” aiuta tutti, sia belli che brutti. Quelli più bravi così e così; quelli meno bravi molto di più. La scuola gira e si rigira sui voti, sulle verifiche, sulle prove tecniche di trasmissione. Loro, gli studenti e le studentesse, lo hanno capito da subito: se la D.a.d.  per questo verso aiuta, allora “viva la DAD” – dicono loro.

Così chiedo ai suoi amici: “Saresti contento di tornare in presenza?”

“E quando mai!” – mi rispondono tutti.

“Ma non vi manca il confronto con gli altri, di vedervi…?”

E quando mai!” – mi rispondono tutti.

Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare. Sì certo, così dovrebbe essere, ma così molto spesso non è. La rigidità delle postazioni, l’impossibilità di uscire da alcuni schemi, la brevità singole lezioni, il declino dell’impegno sociale e politico e via cantando impediscono in maniera continuativa e permanente la costruzione di un modello di apprendimento che non sia interamente basato sull’acquisizione frontale di nozioni e di tecniche che, badate bene, servono e servono eccome. Non si tratta qui di rivendicare una scuola piagnucolosa, priva di elementi di valutazione, ma di una scuola in cui questa, la valutazione appunto, trovi un senso nel percorso di apprendimento: non, dunque, una clava punitiva, ma un mezzo per capire dove si sbaglia, dove si può e ci si deve migliorare, sia dal punto di vista dell’apprendimento che didattico.

E allora la D.a.d. diventa quello che in qualche modo alcuni di questi studenti chiedono o potrebbero chiedere anche in presenza: un maggiore coinvolgimento e confronto, la possibilità di utilizzare strumenti didattici adatti ai tempi, relazioni che si costruiscono sul dire, sul fare, sulla lettera e nulla sul testamento. Socializzare, confrontarsi, scontrarsi, dibattere, imparare: perché, se non lo si era ancora capito a sufficienza, anche la strumentazione informatica serve per le stesse finalità (e pure a qualcuna altra molto meno nobile). Con modalità e metodologie spesso significativamente differenti. Ma non possiamo in alcun modo continuare a pensare che l’una, la socialità diretta, sia in contrapposizione a quella veicolata dai social o da strumenti similari.

Il vero paradosso, se così vogliamo chiamarlo, non è la distanza informatizzata e la presenza umanizzata: quante volte si vedono gruppi di adolescenti in presenza, seduti sulle panchine, penzolanti sui muretti, accrocchiati nelle piazze a maneggiare lo smartphone ognuno per conto proprio, senza quasi rivolgersi la parola. E quante volte, al contrario, utilizzano gli stessi, in beata solitudine, per lunghe chiacchierate.

Assenze in presenza e presenze in assenza. Paradossi che leggiamo solo da lontano.

Si devono, quindi, equiparare le forme? Niente affatto: la fisicità, gli odori, gli sguardi, le parole di prossimità non sono sostituibili con niente al mondo.

Si tratta, da una parte, di non proiettare le nostre visioni su quelle degli altri. Dall’altra di capire che la presenza a scuola (la didattica, l’intervallo, le assemblee, gli ingressi, lo sport, le ore alternative…) ha l’occasione per ripensare le modalità del suo agire, perché ogni partecipazione sia effettivamente tale.  

Dialoghetto tra due virologi

Virologo delle libertà: “Certo è che voi virologi del controllo popolare e democratico l’avete messa giù dura. Non vi siete stancati di sparare slogan insulsi e di lanciare molotov che eccovi qui a proclamare un piano quinquennale di chiusura dei locali a voi invisi. Solo perché io in discoteca ci andavo mentre tu ti sollazzavi leggendo “La rivoluzione permanente” di Trotzki!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ohe, cicciuzzo!, semmai il contrario. Io mi divertivo come un matto: sesso libero, sballo a go-go, virus che circolavano liberi e freschi come ad una festa danzante, mentre tu, bello compìto, te ne stavi quatto quatto a sorbirti quelle lezioni improponibili su le “rickettsie e le clamidie” e poi cercavi rifarti in un una di quelle discoteche per tamarri di periferia pensando che le pulzelle ti si filassero solo perché eri altolocato, con una bella macchina e vestito a puntino” – “E guarda, poi, che io ero stalinista fino al midollo e non dico dove ti puoi ficcare Trotzki!”

Virologo delle libertà: “Stalin, bravo che me lo hai ricordato! Ci mancano solo i gulag per la quarantena e poi sì che ti sentirai bello che soddisfatto. Ti eleggeranno capo del Politburo dei virologi addetti alla repressione e così tornerai alla tua gioventù di autoerotismo e katanga!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ma senti un po’, invece tu ti occupi solo delle tua libertà, di fare il cazzo che ti pare, con chi ti pare e dove ti pare: se poi gli altri crepano questo è un affare loro. Bel liberista dei miei coglioni! La libertà per sé e i costi per lo Stato! Perché lavori in un ospedale pubblico?”

Virologo delle libertà: “Ascolta ciccio, io lavoro dove mi pare e vedo che non hai capito una bella mazza! Dico solo che bisogna lasciare il più aperto possibile per non comprimere l’economia, la socialità, la vita, l’amore, le vacche – scappo dalla città”

Virologo del controllo popolare e democratico: “ Bravo scappa e non tornare!”

Virologo delle libertà: “Minchione!, non hai capito neppure il riferimento cinematografico!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Cinematografico!?! ma guardatele tu ‘ste sozzerie. Non hai neppure una vaga idea di che cosa sia il cinema!”

Virologo delle libertà: “Ce l’hai tu, invece! Pizze soporifere della durata di 64 ore in polacco sottotitolate in aramaico che parlano di una partita a scacchi giocata con la morte! Ma va’ a prendertelo….”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Bravo, pure sessista e così chiudiamo il cerchio! E ti danno pure la parola in televisione! A proposito quando ci vai?”

Virologo delle libertà: “Domani sono su rete 4 e dopodomani sulla 7. Sabato una capatina su RAI 2”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Io RAI 3 stasera e dopodomani su canale 5”

Virologo delle libertà: “Si è fatto tardi, ci si vede da queste parti per bicchierino (spero di incontrarti neppure per sbaglio)!”

Virologo del controllo popolare e democratico: “Ok, saluti collega (si fa per dire)!”

A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” E tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!