Aut/Aut

Di William Allen Rogers – New York Herald (Credit: The Granger Collection, NY), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4858184

Aut-aut o vel-vel. Gli antichi romani distinguevano: nel primo caso si trattava di una disgiunzione esclusiva, che implicava una scelta netta: o questo o quello, tertium non datur. E non si trattava solo delle opzioni di preferenza, ma anche dell’attribuzione inequivocabile dello statuto di verità: se questo allora non quello.

Nel secondo caso, a proposito di vel-vel, invece, si faceva riferimento ad una disgiunzione inclusiva, dove “o – o” implicava la possibilità di coesistenza di entrambe le porzioni dell’enunciato, ovvero che entrambe fossero vere anche se alternative di fatto.

La matematica, dal suo canto, ha assunto entrambe le espressioni: la disgiunzione esclusiva prevede che un enunciato sia vero soltanto se le due proposizioni che lo compongono abbiano valore di verità opposto (aut/aut); al contrario, l’espressione «p o q» è vera quando almeno uno dei due enunciati, p e q, è vero, ma non si esclude che lo siano entrambi (vel-vel).

Quando veniamo messi, o poniamo qualcuno, di fronte ad un’alternativa secca, dirimente e impossibile da conciliare in alcun modo, il disagio, talvolta l’incredulità e la sensazione intollerabile di “spalle al muro” sovrastano e compongono abbondantemente lo stato d’animo del sentenziato.

La mente corre veloce alle possibili alternative, senza mai trovarle, e insegue incessantemente il percorso storico e personale che ha portato al dirimente aut/aut: gli errori, le manchevolezze, le complici distrazioni, la noncuranza, la sufficienza mentale e le sufficienze dimostrate. Il più delle volte ci si accorge che altre strade potevano essere percorse in modo più fecondo, più utile e meno disastroso. Altre volte no, ma nella stragrande minoranza dei casi.

L’unica vera sensazione è che quell’aut-aut non corrisponda in alcun modo ad una scelta, ma ad un vincolo a cui ci hanno o ci siamo condotti.

Quando trasferiamo dal piano individuale a quello collettivo gli stessi postulati logici, dovremmo essere consapevoli che il meccanismo è pressoché identico.

Allora solo in questo senso possiamo pensare che, come sosteneva Sören Kierkegaard, «il mio aut-aut non significa la scelta tra bene e male, ma la scelta per la quale ci si vuole porre o non porre di fronte all’antitesi bene e male».

E quando abbiamo deciso di metterci di fronte a quell’antitesi, le nostre opzioni potrebbero divergere radicalmente, perché ancora prima discordiamo sul senso, sui metodi e sui contenuti dell’antitesi stessa.

Aut/aut e né/né condividono lo stesso impianto logico, anche se appaiono in opposizione. Una precoce, chiara e onesta presa di posizione eviterebbe, a molti voltagabbana, tardivi e soprattutto opportunistici posizionamenti. Affermare che qualcuno andava bene fino ad un determinato momento (ad esempio la retorica fascista secondo cui Mussolini avrebbe fatto bene sino al momento in cui schierò l’Italia in guerra) significa non aver in alcun modo capito chi era quel qualcuno o, peggio, esserne stati complici. Non meglio si conforma l’opportunistica e sorniona indifferenza. E sarebbe meglio che ciò capitasse prima di trovarsi con le spalle al muro e di sentirsi dire, con protervia e arroganza che, data la situazione, ora non ci sono alternative possibili.