Cina, America e altri Occidenti. Ancora sui dazi sul vino e su altri generi più o meno voluttuari

La Grande Guerra di Mario Monicelli – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349255

Pensare che gli Stati Uniti d’America e che il loro caro leader Donald Trump abbiano intrapreso la strada della ritorsione economica a seguito dei finanziamenti pubblici di alcuni stati europei al progetto Airbus per ben 7,5 miliardi dollari viaggia di pari passo con l’idea che la prima guerra mondiale sia scoppiata in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Non che un pretesto non serva, ma di pretesto si tratta.

Proverò ad elencare una serie di questioni non sufficientemente trattate in modo tale che la forma dello scontro in atto assuma una fisionomia maggiormente definita e comprensibile.

Le elezioni americane, il formaggio e il latte.

Come molti di voi sapranno il prossimo martedì tre novembre 2020 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come si dice da quelle parti: “sink or swim” (o la va o la spacca) e per Trump “farla andare” significa prendersi, tra gli altri, il necessario stato “contadino” del Wisconsin. Proprio in quello stato abbarbicato a nord tra il Lago Superiore e il Lago Michigan chiudono due aziende casearie al giorno. Nello stesso tempo sono falliti due dei più grandi produttori di latte d’America: la Dean Foods e la concorrente Borden Diary presente sul mercato da oltre 164 anni (fonte: Federico Fubini, La caduta dell’export. E manca ancora una cabina di regia, “Corriere della Sera” 15 gennaio 2020)

D’altra parte Larry Summers, professore di Harvard, segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama, ricorda a tutti noi che, in anno di campagna elettorale, per Donald Trump conta di più fare il duro che avere ragione (fonte: Federico Fubini, “Ma Trump non mollerà, ora vuole colpire l’Europa”, “Corriere della Sera” 16 gennaio 2020). Non so com’è, ma mi ricorda qualcuno.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti sono indebitati sino al collo, ed anche in questo mi ricordano qualcun altro (molti altri a dire il vero). Il deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, cresciuto a dismisura dal 2001 in avanti, alla data 31/12/2019, ammontava a ben -320 miliardi dollari. Sì, avete letto bene e se non ci credete controllate qui:

2019: U.S. trade in goods with China

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html#2019

NOTE: All figures are in millions of U.S. dollars on a nominal basis, not seasonally adjusted unless otherwise specified. Details may not equal totals due to rounding. Table reflects only those months for which there was trade.

Deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’Europa.

Eufemisticamente parlando anche qui il piatto piange. Al termine del 2019 il deficit commerciale degli USA nei confronti dell’Europa era pari a -162,570.5 miliardi di dollari. Continuate a leggere bene: https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

Gli accordi con la Cina

Ipotizziamola così: non era possibile che gli Stati Uniti continuassero, visto il disavanzo totale della bilancia commerciale, una guerra aperta e totale contro mezzo pianeta, puntando esclusivamente ad un rafforzamento dei propri prodotti sul mercato locale: un conto è il latte, altro lo sono automobili, petrolio, prodotti agricoli di varia natura, prodotti dell’industria manifatturiera e via dicendo. Così hanno stipulato a spron battuto l’accordo di ieri in cui la Cina si è impegnata ad acquistare, nel corso di due anni, beni aggiuntivi per almeno 200 miliardi dollari nei settori dell’energia, dei servizi, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Disgregando i 200 miliardi per settore troviamo nel comparto energetico l’acquisto di gas liquefatto, di gas naturale e materie prime petrolchimiche pari a 52,4 miliardi di dollari; prodotti agricoli per 32 miliardi di dollari; auto, componentistica, aerei, microchip per 77,7 miliardi di dollari e 37,6 miliardi di dollari in servizi. In cambio gli Stati Uniti abbasseranno l’aliquota, imposta il primo settembre scorso, su 120 miliardi di dollari di merci cinesi, al 7,5%. Al contrario i dazi imposti sul oltre 250 miliardi di dollari in beni al 25% rimarranno intatti. In una seconda fase l’intento americano è quello di abolire tutti i dazi sui prodotti cinesi. Anche nel comparto informatico i dazi su 160 miliardi di dollari in prodotti cinesi sono stati sospesi a tempo indeterminato. La Cina, dal suo canto, non applicherà il 25% di contro-tariffe sulle auto americane. E, infine, c’è l’impegno della Cina di non utilizzare la svalutazione del cambio dello yuan per avvantaggiarsi negli scambi commerciali (Fonte: Riccardo Barlaam, Cina e Usa firmano il patto di distensione commerciale, “Ilsole24ore” del 16 gennaio 2020)

Il vino, l’Europa e chissà.

Secondo il Wine Insitute (https://wineinstitute.org) californiano i dazi applicati dalla Cina al vino americano importato, californiano in testa, sono arrivati  sino al 106% del prodotto totale (dicembre 2019). Insomma una bella botta. Questo ha ingenerato una contrazione delle esportazioni del vino statunitense in Cina che, se ne 2018 si attestavano all’incirca al 25%, nell’anno successivo hanno superato abbondantemente il 30%. Così anche l’Europa ha diminuito per almeno del 15% le importazioni del vino americano. L’ipotesi dei dazi americani al vino europeo, molto probabilmente, tengono in debito conto del primo dei fattori, ovvero del rapporto con la Cina e dei nuovi accordi nel settore commerciale che dovrebbero portare ad una diminuzione sostanziale delle tariffe doganali anche sui vini. Rimanendo aperta, invece, l’ipotesi bellico-commerciale anti-europea, gli Stati Uniti, al contrario, vorrebbero innalzare le tariffe su tutti i vini di marca Ue. Per l’Italia si parla di un rischio pari a 3 miliardi di export. C’è però un ma. Sebbene l’Europa, nel suo complesso, abbia diminuito l’acquisto di vino statunitense, rimane sempre il maggiore mercato dei vini d’oltre Oceano. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno esportato vino in Europa per una quantità di 204,660,479 litri pari ad un fatturato di 469,365,824 dollari.

Nello stesso anno gli USA hanno esportato vino in Cina per 12,332,002 litri pari ad un fatturato di 59,264,488 dollari.

L’Europa, insomma, compera per otto la quantità di vino statunitense che acquista la Cina.

Nessuno stupore, dunque, per il comunicato congiunto tra CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) e l’americano Wine Institute per l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino.

D’altra parte non tutto il protezionismo esce col buco e se qualche spiraglio c’è lo dobbiamo proprio a quel buco.

TRUMPING. I dazi sul vino e sulle altre cose visti da Sun Tzu, Karl Marx, Friedrich Engels e, più modestamente, dal sottoscritto

Di 663highland – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4876792

Iniziamo con il grande filosofo, generale e stratega della guerra, Sun Tzu, nato Sūn Wǔ (孫武), zì: Chángqīng (長卿); (544 a.C. – 496 a.C.) e il suo manuale militare “L’arte della guerra”. I riferimenti alla contemporaneità sono miei, ma le intuizioni tutte sue. Ricordo inoltre che, nella mia visione complessiva delle cose, per guerra s’intende non solo la parte combattuta con armi, eserciti, droni, missili terra-aria e balestre ma, di buon grado, tutte le forme di scontro economico, commerciale, sociale, culturale e politico che si verifichino in presenza di strumenti esplicitamente atti ad offendere, opprimere e sfruttare. Le guerre guerreggiate, le guerre di sterminio, le guerre di deprivazione, in questa graduatoria della crudeltà, la fanno da padrone. Le altre possono fare male ed essere condizione perché le prime trovino un terreno fertile di accrescimento e di attuazione.

Rimaniamo nell’ambito europeo.

Situazione generale: “Quando uno Stato (Europa) è racchiuso fra tre altri Stati (USA, Cina e Russia) che se lo contendono, il suo territorio è focale. Chi ne assume per primo il controllo riuscirà anche a conquistare Tutto sotto il Cielo”

USA, Russia e Cina: “In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore”.

USA, Russia e Cina: “Il loro scopo primario deve essere quello di riuscire a prendere Tutto-Sotto-Il-Cielo: così, non dovranno mantenere le truppe di occupazione e i loro profitti saranno assoluti. Questa è la regola per la strategia dell’assedio.”

USA, Russia e Cina: “Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vogliono conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fondano sulla situazione che vogliono determinare”.

Europa: “Tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta”.

La guerra commerciale e il protezionismo.

Ricordo qui, brevemente, che il protezionismo non è un’invenzione di Trump. È stato usato in passato in numerose occasioni da tutti gli Stati senza alcuna eccezione, vuoi per cercare di proteggere e sviluppare la propria economia mercantilistica, vuoi per tentare di affossare le risorse altrui. Neanche il libero scambio è un’invenzione di Macron o della Merkel: solitamente è l’altra faccia della medaglia ed è stato adoperato per intenti similari, ma al contrario: sono lo lo yin e lo yang dell’economia capitalistica.

Secondo Karl Marx, ne “Il Capitale”, “il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno”.

Per Friedrich Engels, nella “Prefazione all’edizione inglese del discorso di Marx sulla questione del libero scambio” del 1888, “il protezionismo è, nella migliore delle ipotesi, un circolo vizioso senza fine e non si sa mai quando finisce. Proteggendo un settore, si danneggiano direttamente o indirettamente tutti gli altri, e quindi si devono proteggere anche loro. Ma in questo modo si danneggia di nuovo il settore che era stato protetto all’inizio che richiederà degli indennizzi, e questi indennizzi avranno effetti, come nel primo caso, su tutti gli altri settori, giustificando le loro richieste di indennizzo e così via all’infinito.”

Così concluse la sua arringa Karl Marx sul libero scambio: “In generale attualmente il protezionismo è misura conservatrice, mentre il libero scambio agisce come forza distruttiva. Esso distrugge le vecchie nazionalità e spinge agli estremi l’antagonismo fra proletariato e borghesia. Il libero scambio affretta la rivoluzione sociale. È solo in questo senso rivoluzionario, o signori, ch’io voto pel libero scambio”.

Per finire, posso dire che sono assai meno fiducioso di Carletto sulle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione sociale. Anzi, sarà che sono passate le feste, ma il mio vuoto/pieno – pieno/vuoto è totalmente in disequilibrio. Vedo solo accelerazioni, ma dove queste ci portino non lo so affatto. Mi sembra di intuire soltanto una cosa: la guerra dei dazi fa parte di una guerra molto più grande.