Il vino e il problema della “troppità”

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≪Scrivo perché non so fare altro;

o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare≫

Giorgio Manganelli

 

Non vi è alcun dubbio che svariati vini, modernamente o anticamente intesi, abbiano un problema di “troppità”. Troppità fu un neologismo coniato da Giorgio Manganelli che, né il fu Battaglia né l’Accademia della Crusca, vollero registrare come tale e che, come tale appunto, rimase orfano e incompiuto: “Roma” – scrisse Manganelli – “è un esempio di troppità. Troppe macchine, troppi corazzieri, troppi ambasciatori, troppi ‘Boh’, troppe cacche di cane, troppi ruderi, troppe case, troppe strade, e infine troppi maschi e troppe femmine, troppi bambini, troppi di mezza età, troppi anziani, troppi vecchietti, troppi morti, troppi nati”(Improvvisi per macchina da scrivere). Ma non voglio essere iniquo: anche la mia città, Torino, ne è zeppa. Troppi gianduiotti, troppe strade parallele, troppe strade perpendicolari, troppe periferie, troppi ‘neh!’, troppi piciu, troppi cicles.

E dunque ci sono dei vini che vivono lo stesso problema: hanno troppo di tutto e, manco a dirlo, quelle troppità non stanno neppure bene insieme. Noi sappiamo che il troppo stroppia: per metàtesi, fenomeno fonetico per cui uno o più suoni possono gigionare, girovagando, all’interno di una parola, storpia. Storpia, cioè deturpa, da quella parola turpis che, senza andare troppo in fondo, arriva al dunque: se una cosa è affetta da troppità è pure brutta. Perché, poi, al contrario, ci sono dei vini che hanno fin tanto di tutto, ma che altrimenti non potrebbe essere. Ma quel tanto non è mai troppo, cioè non va mai a discapito dell’altro che pure non è poco. Invece, ci sono quelli che hanno più tannini che occhi per piangere; alcoli monovalenti e polivalenti a piacere; lattoni, chetoni, acetali come se non ci fosse un domani; vasche di monosaccaridi; acidi acetici e propionici a sufficienza per raggiungere l’orbita di Saturno e solfuri e mercaptani che vagabondano impudenti tra neuro-recettori increduli. “Che la forza, oppure che lo sforzo, sia con lui” è una questione di stile produttivo e di comprensione della natura.

La foto è tratta da wikipedia under the terms of the GNU Free Documentation License 

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Niente meglio del vetro, già a partire dal 1667.

Dopo aver studiato a Roma e a Pisa, Lorenzo Magalotti viene ammesso alla corte medicea nel 1660, anno in cui il cardinale Leopoldo de’ Medici lo nomina segretario dell’Accademia del Cimento, carica che manterrà sino  al suo scioglimento avvenuto nel 1667. Nel medesimo anno Magalotti, senza riportare il nome di alcuno degli accademici, pubblica i “Saggi di naturali esperienze[1]”, bilancio ufficiale dell’attività dell’Accademia. Gli esperimenti hanno per oggetto la pressione dell’aria, gli effetti del vuoto, il congelamento dei liquidi, le proprietà del calore, la propagazione del suono e della luce, i fenomeni magnetici e le attrazioni elettriche. Seguono poi le ricerche di matematica, acustica, termodinamica, idrostatica, meccanica celeste, fisiologia umana e vegetale, ottica. Autore di vivaci e brillanti relazioni le sue opere filosofiche costituiscono una difesa del metodo galileiano e rivelano un’adesione all’atomismo gassendista[2].

Quello che qui  riporto sono “Le esperienze per venir in cognizione se il vetro e ’l cristallo siano penetrabili dagli odori e dall’umido”.

Prima esperienza intorno agli odori.

Olio di cera, quintessenza di zolfo ed estratto d’orina di cavallo, che si tengono per gli odori più acuti e potenti che sieno non traspirano sensibilmente da un ampolletta sigillata a vetro per molto che quelli vi si diguazzino[3] e che questa si riscaldi. Quell’alito ancora di finissimo spirito che sfuma nel tagliar la buccia d’un cedràto acerbo o che dalla stessa buccia premuta sprìzzar minutamente si vede non penetra a dar odore all’acqua che in un vasetto di sfoglia sottilissima di cristallo ermeticamente sia chiusa. Similmente sigillata una Starna in un sottil vaso di vetro e rimpiattata in un angolo d’una stanza da un Bracco fatto rigirare un pezzo in quella vicinanza non vien dato segno di sentirne il sito.  

Seconda esperienza intorno all’umido.

 Una palla di vetro sigillata alla fiamma piena di sale macinato e perfettamente rasciutto dopo essere stata per dieci giorni nel fondo d’una cisterna e per altrettanti in una conserva di ghiaccio, non cresce di peso, e rotta se ne cava il sale asciuttissimo a segno che nel votarsi spolvera. E’ ben accaduto alcuna volta di trovar nell’ampolletta del sale qualche minima parte di esso leggiermente inumidita, ma da ciò non s’arguisce penetrazione; perché quand’ella veramente vi fosse non pare che dovess’esser più in una parte che in un’altra; ma il trovarsi sempre questo poco di bagnamento in un luogo solo è assai apparente cagione di credere, ciò non esser altro che quel poco d’umido che forza del freddo poté spremere dall’aria rimasta nel vaso per via del solito appannamento.


[1] Il testo consultato è Lorenzo Magalotti, Saggi di naturali esperienze, Sellerio Editore, Palermo 2001

[2] L’atomismo, o, più in generale la filosofia corpuscolare, rappresenta il fondamento di gran parte dei trattati di fisica e chimica della seconda metà del XVII secolo. Gli studi intorno alla natura della luce, del magnetismo, quelli relativi all’aria e alle sue proprietà, nonché le reazioni acidi-basi (per non citare che alcune dei temi principali della nuova scienza) saranno tutti basati sulla concezione corpuscolare della materia. Vorrei qui sottolineare che tra atomisti, e più in generale tra i corpuscolaristi, non vi fu uniformità di vedute su questioni fondamentali. Si può descrivere la situazione dicendo che, se tutti gli atomisti furono corpuscolaristi, non però tutti i corpuscolaristi furono atomisti.

L’infinita divisibilità della materia e il vuoto – due temi centrali nella teoria della materia – determineranno la principale demarcazione tra i corpuscolaristi come Descartes e i suoi seguaci da una parte e gli atomisti come Gassendi e Newton dall’altra. Nei capitoli del Syntagma Philosophicum dedicati a questioni di carattere cosmologico Gassendi elimina quegli aspetti della filosofia di Epicuro non conciliabili con la religione cristiana, operando così il pieno inserimento della teoria atomistica della materia in un contesto filosofico di tipo creazionista. In questo modo Gassendi contribuisce a rimuovere uno dei maggiori ostacoli che si frapponevano alla diffusione della teoria atomistica. (…)Le proprietà ultime degli atomi sono dunque di carattere geometrico-meccanico. La fisica e la chimica possono, almeno in teoria, poggiare su fondamenti di tipo quantitativo. Antonio Clericuzio , Gassendi e l’atomismo del XVII secolo, Universitá di Cassino

[3] Agitare, sbattere

La foto è tratta da leoriginidivenezia.it