I molti nomi dei vini di Vernazza.

Riproposta.

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Per Gallesio, nella ‘Pomona Italiana[1]’, la Vernaccia corrisponderebbe al vitigno Vermentino, con riferimenti al Boccaccio ed alla sua famosa Vernaccia di Corniglia: «L’abate che, come savio, aveva l’altierezza giù posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si partì e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina, e allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di quella dello abate medesimo; e sì disse all’abate: ‘Messer, quando Ghino era più giovane, egli studiò in medicina, e dice che apparò niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento; e per ciò prendetele e confortatevi.’ (DECIMA GIORNATA – Novella 2)».

Gallesio, per esclusione nominale, sottolinea la differenza tra VermentinoRossese (Razzese che non ha alcuna parentela con il Rossese di Dolceacqua), uve a bacca bianca e propone  un’ulteriore comparazione, arrivando a sostenere che dal momento che nelle Cinque Terre il nome Vernaccia è sostanzialmente sconosciuto, mentre l’attribuzione nominale del genovesato a quel tipo di uva è il Vermentino e siccome nelle Cinque Terre il Piccabon è un vitigno che viene usato per il  per il vino  prezioso (passito), arriva a concludere che il Piccabon moderno sarebbe la Vernaccia degli antichi. Gallesio insomma stabilisce la sostanziale identità tra Vermentino, Vernaccia e Piccabon.

Girolamo Guidoni[2], al contrario, stabilisce l’identità sostanziale tra Rossese o Razzese e la Vernaccia, mentre pur concordando sull’uso del Piccabon nelle produzione del Vino amabile, sostiene che esso corrisponda al Sauvignon dei francesi o all’uva detta sapajola. Alcuni anni prima, nel 1806, viene ristampato un classico delle viticoltura seicentesca, ad opera di Giovanvettorio Soderini, il quale afferma, così come farà più tardi Guidoni, l’equivalenza tra il vitigno Rossese (chiamato Razzese) e la Vernaccia, nome quest’ultimo di derivazione toponimica legata al paese di Vernazza: «Quelli che nella Riviera della Spezie fanno il razzese e l’amabile, fanno 1’uno e l’altro d’un vitigno medesimo, perciocché volendo far 1′amabile, quando l’uva matura storcono il picciuolo a dove egli sta attaccato alle Viti, a tutti i grappoli, avendogli spampanati bene, che il Sole vi batta sopra fasciandogli cosi per quindici giorni, dipoi gli colgono a far l’amabile. E volendo fare il razzese, quando è pur matura, la spiccano dalle Viti senz’altro, e così si può fare a chiunque tu vogli vitigno per are il vin dolce senz’altra manifattura. Ma per fare il vino ballabile e buono, così di poggio come di piano, ella si dee condurre poco più che mediocremente matura, gettando via con avvertenza i grani marci e guasti , la tempestata, la secca, l’agrestina, le foglie che talora s’intricano fra gli acini, e ogni altra bruttura o schifezza si dee levar via, che sebbene il vino bollendo ha forza di purgare e levare in capo ogni cosa, è tanto atto a imprimere in se stesso e incorporare le male qualità, che ogni tristo seto e corrotto gli nuoce. Accanto a questo si deonotrascerre e metter disperse i vitigni che fanno diverse sorti d’uve, e di questa maniera s’aranno i vini differenziati, e si conoscerà distintamente la diversa qualità loro. E ancora segno della loro compiuta maturità, quando il granello di dentro ha mutato colore; alla bianca giallo, alla rossa rosso, alla nera nero, e similmente quando l’uva bianca pende in giallo, la negra negrissimo, e la rossa rossissimo, e la verderognola verde, e che tutte sien dolcigne al sapore, danno segnale appresso di stagionata maturità[3].»

Anche in un testo di Giovanni Sforza, introduzione al libro «Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia», in ‘Atti della Società Ligure di Storia Patria’ del 1923[4], l’autore fa riferimento allo Statuto della Gabella[5] di Sarzana, alle rubriche 12 e 13, in cui si menzionai preziosissimi vini di Vernazza che gli abitanti chiamano Vernaccie e altrimenti Rocesi. Nello Statuto della Gabella delle Vicarie lucchesi dell’anno 1372, quando la città di massa appartiene al territorio di Lucca, invece si parla del ‘vini vernaccie’ e del dazio di entrata e di uscita pari a dieci lire, mentre lo stesso statuto, a margine e d’altra mano viene scritto ‘excepto vino razese, de quo solvatur ut de vino corso.

Da ciò si può desumere che il vino razese fosse uno dei vini vernaccie, ovvero provenienti da Vernazza e che quindi indicasse un vino piuttosto che un vitigno e che solamente più tardi  sia stata  creata una sostanziale interscambiabilità dei nomi per indicare lo stesso vitigno e lo stesso vino.

 

[1] La Pomona Italiana, di Giorgio Gallesio (Finalborgo, 1772 – Firenze, 1839) è la prima e più importante raccolta di immagini e descrizioni di frutta e alberi fruttiferi realizzata in Italia.

L’opera, pubblicata in fascicoli tra il 1817 e il 1839, oggi è conservata in pochi esemplari completi, ed è qui riproposta in formato elettronico e ipertestuale liberamente consultabile: http://www.pomonaitaliana.it/

[2] Girolamo Guidoni, Memoria sulla vite ed i vini della Cinque Terre, in ‘Nuovo Giornale de’ Letterati’, Sebastiano Nistri, Pisa 1823, pp. 278 – 303

[3] Giovanvettorio Soderini, Gentiluomo Fiorentino, Trattato della coltivazione delle viti e del frutto che se può cavare, Dalla Società Tipografica De’ Classici Italiani, contrada di s. Margherita N.° 1118,  Milano 1806, pp. 141 – 143.  Il testo originale viene stampato a Firenze nel 1600 da Filippo Giunti Nasce in una famiglia che aveva dato un “gonfaloniere a vita” alla repubblica, Pier Soderini, e un cardinale alla Chiesa. Viene mandato a studiare all’Università di Bologna, dove studia filosofia e diritto. Al ritorno in Toscana si schiera senza riserve contro i Medici e viene coinvolto in un complotto che ha come scopo di togliere loro il potere. Condannato dal Consiglio degli Otto alla morte per decapitazione, viene salvato grazie alla generosità di Ferdinando I de’ Medici, che lo fa esiliare a vita a Cedri, presso Volterra. Soderini attenua  la noia dell’esilio studiando l’agricoltura e scrivendo su questa scienza opere notevoli.

[4] In A.A.V.V., Vini e vigneti della Cinque Terre, a cura di Faggioni P.E., Stringa ed., Genova 1983. pp. 161 – 173

[5]  Databile intorno al 1331 Fonte: http://www.comune.sarzana.sp.it/Citta/Cultura/Storia/Archivio_Storico/Default.htm

La foto è tratta da http://www.crsoresina.it/parchi/parco_nazionale_cinque_terre.html

Campagna astensionistica ai sensi della legge… del vino rosso.

Dedicata a tutte e a tutti quelli che si battono per un mondo libero e giusto.

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Red Wine di Woody Guthrie

Oh, pour me a drink of Italian red wine,
Let me taste it and call back to mind
Once more in my thoughts, once more to my soul
This story as great, if not greater, than all.

The AP news on June 24 th
Told about a Patrolman named Earl J. Vaugh,
He stepped on a Main Street Trolley Car
To arrest Sacco and Vanzetti there.

The article tell how Earl J. Vaugh
Is now retiring as officer of law;
This cop goes down in my history
For arresting Sacco and Vanzetti that day.

It was nineteen and twenty, the fifth of May,
The cop and some buddies took these two men away
Off of the car and out and down,
Down to the jail Brockton town.

There’s been a killing and robbery
At Slater Morrill’s shoe factory;
You two gents are carrying guns,
And you dodged the draft when the war did come.

Yes, oh yes, ‘tis so, ‘tis so,
We made for the borders of Mexico;
The rich man’s war we could not fight,
So we crossed the border to keep out of sight.

You men are known as radical sons,
You must be killers, you both carry guns.
I am a night watchman, my friend peddles fish,
He carries his gun when he’s go lots of cash.

Oh, pour me a glass of Germany’s beer,
Russia’s hot vodka, strong and clear,
Oh, pour me a glass of Palestine’s Hock,
Or just a moonshiner’s bucket of Chock.
Now, let me think, and let me see,
How these two men were found guilty,
How a hundred and sixty witnesses did pass by,
And the ones that spoke for them was a hundred and five.

Out of the rest, about fifty just guessed,
And out of the five that were put to the test,
Only the story of one held true,
After a hundred and fifty-nine got through.

And one this one, uncertain and afraid,
She saw the carload of robbers, she said,
And one year later, she remembered his face,
After seeing this car for a second and a half.

She told of his hand, his gun, his ears,
She told of his shirt, and the cut of his hair,
She remembered his eyes, his lips, his cheeks,
And Eva Splaine’s tale sent these men to the chair.

I was right here in Boston the night they died.
I never seen such a sight in my life;
I thought those crowds would pull down the town,
I was hoping they’d do it and change things around.

I hoped they’d pull Judge Thayer on down
From off of his bench and chase him around;
I hoped they’d run him around the stump
And stick him with devils tails ‘bout every jump

Wash this tequila down with gin
An’ a double straight shot of your black Virgin rum.
My ale bubbled out an’ my champagne is flat,
I hear the man comin’, I’m grabbin’ my hat.

Vino rosso.

Oh, versatemi un sorso di vino rosso italiano,
lasciatemelo assaggiare e fatemi richiamare alla mente
ancora una volta nei miei pensieri, ancora una volta nella mia anima,
questa storia, grande, se non la più grande di tutte le altre.

Il 24 giugno un comunicato dell’Associated Press
parlava di un poliziotto, di un certo Earl J. Vaugh,
salito su un tram in Main Street
per arrestare lì Sacco e Vanzetti.

L’articolo dice che Earl J. Vaugh
ora sta andando in pensione;
questo poliziotto entra nel mio racconto
perché quel giorno arrestò Sacco e Vanzetti.

Erano le diciannove e venti del 5 maggio,
l’agente insieme ad altri due compari portò via i due uomini,
via dal tram e su e giù,
giù fino al carcere di Brockton.

C’è stato un morto ed una rapina
nella fabbrica di scarpe di Slater Morrill;
voi due avete addosso delle pistole,
e ve la siete squagliata allo scoppio della guerra.

Sì, oh sì, è così, è così,
abbiamo raggiunto il confine del Messico,
non potevamo fare la guerra per i ricchi,
così abbiamo traversato il confine e siamo spariti.

Voi due siete noti come anarchici,
dovete essere degli assassini, entrambi avete la pistola.
Io sono guardiano notturno, il mio amico è pescivendolo,
lui porta la pistola quando fa un buon incasso.

Oh, versatemi un bicchiere di birra tedesca,
di vodka russa, calda, forte e chiara,
oh, versatemi un bicchiere di “hock” palestinese,
o anche solo un bel sorso di liquore distillato di frodo.
Ora, lasciatemi pensare, lasciatemi vedere,
come questi due furono dichiarati colpevoli,
come sfilarono centosessanta testimoni
e quelli che parlarono a loro favore furono centocinque.

Degli altri, una cinquantina fecero supposizioni
e sui cinque che furono messi alla prova
solo il racconto di una fu tenuto buono,
dopo che centocinquantanove furono sfilati.
E solo questa donna, incerta e spaurita,
vide l’auto carica di banditi, disse,
e un anno dopo ricordava il volto di un uomo,
avendo visto l’auto per un secondo e mezzo.
Ne descrisse la mano, la pistola, le orecchie,
ne descrisse la camicia e il taglio dei capelli,
ne ricordava gli occhi, le labbra, le guance,
e il racconto di Eva Splaine mandò i due sulla sedia elettrica.

Ero proprio qui, a Boston, la notte che morirono.
Mai visto niente di simile in vita mia;
credevo che la folla avrebbe mandato all’aria la città,
speravo lo facesse, per cambiare le cose.

Ho sperato che tirassero giù il giudice Thayer
dal suo banco e che gli corressero dietro
Ho sperato che lo facessero correre intorno ad un ceppo
e lo legassero con la coda del diavolo ad ogni balzo

Annaffia questa tequila con il gin
e fatti un doppio colpo secco del tuo rum nero Virgin
La mia birra fa le bolle e il mio champagne è sgasato
Sento che l’uomo sta arrivando, prenderò il mio cappello.

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Sacco e Vanzetti

La foto di Woody Guthrie proviene da Wikipedia.

Il testo della canzone da http://www.ildeposito.org/archivio/canti/red-wine

 

 

La Teoria del Tutto del Vignaiolo

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Incisione del XVI secolo attribuita ad Hans Holbein. Da Astronomie Populaire di C. Flammarion, Paris, 1880

La  “Teoria del Tutto” (Theory of Everything)  si vorrebbe in grado di spiegare razionalmente, mediante un unico insieme di leggi, tutto l’universo osservabile: unificherebbe tutte le interazioni fondamentali della natura, che sono solitamente considerate essere quattro in numero: gravità, forza nucleare forte, forza nucleare debole e forza elettromagnetica. La Teoria delle Superstringhe, che parte dall’ideadi una riformulazione del concetto di particella elementare, considerata come una vibrazione di una minuscola corda o stringa, è, fra tutte le Teorie del Tutto, la più importante. Il sogno è però antico: Stephen Hawkin[1] afferma che“se riuscissimo a scoprire una teoria completa potremmo chiederci perché l’universo esiste. E, se trovassimo la risposta a quest’ultima domanda, decreteremmo il definitivo trionfo della ragione umana, giungendo a conoscere il pensiero stesso di Dio.”

Anche l’enologia sperimentale, a fondamento quantistico e con necessarie derivazioni escatologiche, ha messo a punto un sistema a procedimento reversibile che, partendo dal vino, sarebbe in grado di riprodurre gli acini delle uve di provenienza. Dal pensiero di Dio al pensiero del Vignaiolo.

L’operazione enologica non è semplice giacché dovrebbe superare uno dei teoremi di Kurt Gödel relativi all’indecidibilità: in qualsiasi sistema assiomatico coerente, ossia costruito sulla base di un numero finito di assiomi e che non contiene contraddizioni, esisterà sempre una proposizione la cui verità (o falsità) non potrà essere dimostrata all’interno di questo sistema.

Il tentativo messo in atto, tramite una modifica strutturale della macchinetta ottocentesca di Madamigella Gervais, parte dalla ricomposizione di due molecole di acido piruvico: si riformano gli zuccheri complessi e l’enzima invertasi torna a essere lievito. A questo punto l’energia viene incanalata per brevissimo tempo in una sorta di buco nero temporaneo. Poi l’informazione iniziale viene restituita dapprima come vinacciolo e infine come acino completo.

Molto utile nel caso di scorte eccessive di vino in cantina.

 

[1] http://www.hawking.org.uk/

Le persone eccezionali sono melanconiche, lussuriose e bevono vino nero.

totò Nel suo “De Mundi Costitutione” (cosmologia anteriore al 1135), il filosofo Anon riprende la teoria della medicina ippocratica sugli umori: “Esistono infatti quattro umori nell’uomo, che imitano i diversi elementi; aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano ognuno in una diversa età. Il sangue imita l’aria, aumenta in primavera, domina nell’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate, domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la melanconia imita la terra, aumenta in autunno, domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua, aumenta in inverno, domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera[1]”.

Senza volersi spingere oltre sulla conoscenza dell’antica medicina greca, per ogni amante di vino che si rispetti, e per ogni atrabile di arcaica fede, mi è sembrato opportuno riportare un breve passo di Aristotele, o forse di un suo pseudo, a proposito dell’affinità caratteriali tra un bevitore di vino nero e un melanconico. Il vino, come la natura, regola con il caldo ogni funzione dell’organismo. Ma, a differenza della seconda, soltanto momentaneamente. Il vino contiene aria, così come la natura del temperamento bilioso è dettata dal medesimo elemento. La dimostrazione ci viene fornita dalla schiuma che il vino nero, più del bianco, produce: “il vino, a seconda della sua temperatura e della quantità bevuta, produceva i più svariati effetti emotivi, rendendo gli uomini allegri o tristi, chiacchieroni o taciturni, deliranti o apatici, così anche la bile nera provocava le più svariate condizioni mentali. La differenza fondamentale, rispetto agli effetti del vino, era che gli effetti della bile nera non sempre erano temporanei, anzi diventavano caratteristiche permanenti allorché essa aveva una naturale prevalenza e non era raffreddate o infiammata per semplice azione morbosa. (…) era chiaro che coloro nel cui corpo la bile nera aveva un ruolo predominante necessariamente dovevano essere anche mentalmente “anormali” in un modo o nell’altro.

Una volta acquisito, questo veniva a costituire una premessa per dimostrare la tesi che tutti gli uomini eccezionali erano dei melanconici. Certamente solo una premessa, dato che per sviluppare fino in fondo l’argomentazione era necessario dimostrare che (e anche in quali circostanze) l’“anormalità” dei melanconici poteva consistere in un talento anormale[2].”

Il vino nero si associa, poi, all’erotismo e alla lussuria, poiché l’eiaculazione, così come l’impulso erotico, sono spinti anch’essi dall’aria.

Ma veniamo allo Stagirita.

Perché tutti gli uomini eccezionali, nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria, hanno un temperamento «melanconico» – ovvero atrabiliare – alcuni a tal punto da essere persino affetti dagli stati patologici che ne derivano? (…) È soprattutto il vino – non certo il miele o il latte o l’acqua né alcun altro elemento simile – che, bevuto in grande quantità, sembra rendere le persone tali quali diciamo essere i melanconici, e produrre svariati caratteri: gli iracondi, i filantropi, i compassionevoli, i violenti. Si può constatare che determina ogni sorta di comportamento, qualora si osservi come gradualmente muta i bevitori: se li coglie freddi e silenziosi, bevuto in quantità modesta li rende più ciarlieri, ma parlatori abili e arditi se la dose aumenta; conferisce baldanza nelle opere a chi continua a bere, ma se la quantità è eccessiva rende sfrenati ed esaltati, e quando è decisamente troppa toglie ogni inibizione e fa impazzire, come se si fosse epilettici dall’infanzia o assai affini agli melanconici.

    L’indole di individui diversi corrisponde così a quei mutamenti di carattere provocati nel singolo dal bere e dall’ingerire una data quantità di vino. Si può essere dunque ciarlieri, agitati, facili al pianto, per natura o per un passeggero stato di ebbrezza: tali infatti, alcuni vengono resi dal vino, come secondo la rappresentazione omerica:    

    «e dice che, appesantito dal vino, versò lacrime copiose».  

    C’è chi diviene compassionevole o selvaggio o taciturno: quest’ultima, in particolare, è la caratteristica precipua dei «melanconici» che finiscono con l’uscire di senno. Il vino rende anche espansivi: ne è indizio che chi ha bevuto è indotto anche a baciare chi, per l’aspetto e per l’età, nessuno bacerebbe da sobrio.

    Il vino, tuttavia, non rende eccezionali per molto, ma per poco tempo: la natura, sempre, finché si viva – arditi, taciturni, compassionevoli, vili- lo si è, infatti, per sempre; è allora evidente che il vino e la natura determinano il carattere di ognuno con lo stesso procedimento, che consiste nel regolare con il caldo ogni funzione dell’organismo.

    Bisogna tener presente che l’aria costituisce l’elemento fondamentale dell’umore e della composizione atrabiliari: per questo i medici affermano che flatulenze, asma e dolori addominali sono disturbi tipici dei «melanconici». Anche il vino ha la proprietà di contenere aria, e quindi è affine per natura al tipo di complessione descritto. Tale sua proprietà è dimostrata dalla schiuma: l’olio infatti, pur essendo caldo, non fa schiuma, mentre il vino sì, e il nero più del bianco, perché più caldo e più denso. Per questo dunque il vino eccita all’impulso erotico, e non a caso si dice che Dioniso e Afrodite abbiano stretti rapporti. I temperamenti «melanconici» sono, per la maggior parte, lussuriosi, proprio perché l’impulso erotico è caratterizzato da un’emissione d’aria. Ne è prova il membro virile, che da piccolo rapidamente, enfiato, si ingrossa; e ancora prima che l’eiaculazione sia possibile, a chi, cioè, è ancora ragazzo ma ormai prossimo alla pubertà, deriva un certo intemperante piacere dalla manipolazione dei genitali, evidentemente perché l’aria fuoriesce dai pori, destinati poi a far passare il liquido spermatico. L’emissione di quest’ultimo durante i rapporti sessuali, e l’eiaculazione, avvengono evidentemente ad opera dell’aria che spinge fuori, sì che a buon diritto sono ritenuti afrodisiaci i cibi e le bevande che accumulano aria nella zona erogena. Il vino nero ha quest’efficacia più di ogni altra sostanza, e analogamente anche i temperamenti atrabiliari sono impregnati d’aria. (…)

Se la complessione è più fredda di quanto sia opportuno causa avvilimenti senza ragione, così forti che i giovani, e talora anche i vecchi, giungono per essi ad impiccarsi; molti, poi, si uccidono dopo essersi dati ai bagordi, mentre altri «melanconici», dopo aver bevuto, si ritrovano in uno stato di sconforto, in quanto il calore del vino spegne il calore naturale. Il calore localizzato intorno all’organo con cui ragioniamo e speriamo rende euforici. Per questo tutti si danno volentieri a bere fino all’ubriachezza, poiché il vino bevuto senza parsimonia rende pieni di speranza, ha lo stesso effetto che sui ragazzi la gioventù: la vecchiaia, infatti, rifiuta la speranza, mentre la giovinezza trabocca di essa. Ci sono infine, alcuni pochi che vengono colti da sconforto mentre bevono, per la stessa ragione che rende tali altri dopo aver bevuto. Se lo sconforto si determina per l’estinguersi del calore organico, è ancora maggiore la tentazione di impiccarsi: il che accade ai giovani o ai vecchi; a questi la vecchiaia estingue il caldo, a quelli la predisposizione fisiologica (fisiologico è pure il calore che viene estinto). (…)

 Ricapitolando, dunque: essendo diversa l’azione dell’atrabile (melanconico), che può essere assai fredda e assai calda, diversi sono anche gli atrabiliari; poiché fra gli elementi che ci costituiscono il caldo e il freddo hanno la maggiore influenza sul carattere, l’atrabile possiede una notevole capacità di formare la psiche determinando l’appartenenza categoriale di ognuno di noi, come il vino quando in quantità maggiore o minore si mescola nel corpo; entrambi, il vino e l’atrabile, contengono aria; poiché è possibile che questa diversità sia ben dosata, raggiungendo uno stato ottimale, cioè una composizione calda e poi di nuovo fredda secondo le esigenze, o viceversa, proprio in virtù del suo eccesso, tutti gli atrabiliari – i «melanconici» – sono persone eccezionali non per malattia ma per natura”. [3]

[1] R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, Saturno e la Malinconia, Einaudi, Torino 1983, pag. 7.

[2]  Ibidem, pp. 27 – 35

[3] Aristotele, La melanconia dell’uomo di genio, a cura di C. Angelino e E. Salvaneschi, Il Melangolo, Genova 1981, pp. 11-27

La foto è tratta da http://lilithallospecchio.wordpress.com/2014/02/10/la-filosofia-del-cornuto-principe-antonio-de-curtis/

Se si potesse in un tino spremer con agili dita la poesia dalla vita.

Ariane-Dioniso

Nel 1880 esce un libro a più voci, fortemente voluto dall’editore torinese Ermanno Loescher, che raccoglie alcune conferenze tenute, nello stesso anno, dal gotha del positivismo ottocentesco. Il tema delle conferenze è unico: il Vino. I punti di osservazione diversi. Tra i conferenzieri compaiono i nomi di Alfonso Cossa (La chimica del vino), Corrado Corradino (Il vino nei costumi dei popoli), Michele Lessona (I nemici del vino), S. Cognetti de Martiis (Il commercio del vino), Giovanni Arcangeli (La botanica del vino), Angelo Mosso (Gli effetti fisiologici del vino), Giuseppe Giacosa (I poeti del vino), Giulio Bizzozero (Il vino e la salute), Cesare Lombroso (Il vino nel delitto, nel suicidio, nella pazzia), Edmondo de Amicis (Gli effetti psicologici del vino).

Per gli argomenti trattati sembra di assistere ad un dibattito contemporaneo presso l’ Auditorium del Centro Congressi Palexpo di Vinitaly o ad un Vinix Unplugged Unconference[1] di Genova retrodatati di 134 anni, solamente.

Tra gli autori ho volutamente tralasciato colui che inizia il ciclo delle conferenze, la sera del 12 gennaio 1880, affrontando, in maniera divertita, una soggetto che  travalica il tempo e lo spazio: la leggenda del vino. Il vino e la sua mitologia, in altri termini. Il relatore è il neo-torinese, professore di  Storia comparata delle letterature neolatine, Arturo Graf, a cui, da poco tempo, la stessa casa editrice pubblica una raccolta di 60 poesie “Medusa” (se ne aggiungeranno altre 109 nel 1881). Come la Terra, ai suoi albori, è coperta da foreste impenetrabili, così «i primi stadii della storia dell’umanità appajono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni giovanili delle mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di colore e di luce[2].» E il vino, non da meno di altri miti, «ebbe origini soprannaturali e divine.» Dopo aver passato in rassegna una serie di narrazioni fantastiche intorno al vino, Arturo Graf conclude così la sua relazione: «Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se molti seguaci ed amici ch’egli ha per il mondo verranno a salvarlo. Egli ha contro di sé congiurati terribili avversari. Da una parte l’oidio e la tremenda fillossera assaltan la vite; dall’altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l’abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell’arte altri vi parlerà con tutta l’autorità della scienza: io debbo contentarmi di esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l’autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.» Altri cento trentaquattro anni di estrema attualità: cento trentaquattro anni dopo parliamo di vini veri e di vini che nascondono l’abominio della desolazione.

Diversi anni più tardi, nel 1906, Arturo Graf pubblica, per i Fratelli Treves Editori di Milano, un’altra raccolta di poesie che va sotto il nome di “Le rime della selva. Canzoniere minimo, semitragico e quasi postumo.” Fra di esse compare ancora il vino, la poesia della vita, la dolce follia:

SE SI POTESSE….

Se si potesse in un tino

Spremer con agili dita

La poesia dalla vita

Come dai grappoli il vino!…

E innebrïarsi di quella

Come d’un vino giocondo,

Ricreando il vecchio mondo

In una ebrezza novella!…

Spremer la dolce follia

Da tutti i grappoli!… Bere

In un pulito bicchiere!…

E i graspi buttarli via!…

Bere, guardando allo insù!…

Poi, dopo avere bevuto,

Dire: Bicchier, ti saluto!

Non voglio bevere più.

Arturo Graf

 

[1] http://www.terroirvino.it/vinix-unplugged-open-unconference.htm

[2] Arturo Graf, La leggenda del vino. Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880 in A.A.V.V., Il Vino, Undici conferenze fatte nell’inverno dell’anno 1880, Ermanno Loescher, Torino e Roma 1880, pag.  3

La foto è tratta da http://campaniachevai.blogspot.it/2010/11/monicotterate-il-museo-nazionale-di.html