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totò Nel suo “De Mundi Costitutione” (cosmologia anteriore al 1135), il filosofo Anon riprende la teoria della medicina ippocratica sugli umori: “Esistono infatti quattro umori nell’uomo, che imitano i diversi elementi; aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano ognuno in una diversa età. Il sangue imita l’aria, aumenta in primavera, domina nell’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate, domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la melanconia imita la terra, aumenta in autunno, domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua, aumenta in inverno, domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera[1]”.

Senza volersi spingere oltre sulla conoscenza dell’antica medicina greca, per ogni amante di vino che si rispetti, e per ogni atrabile di arcaica fede, mi è sembrato opportuno riportare un breve passo di Aristotele, o forse di un suo pseudo, a proposito dell’affinità caratteriali tra un bevitore di vino nero e un melanconico. Il vino, come la natura, regola con il caldo ogni funzione dell’organismo. Ma, a differenza della seconda, soltanto momentaneamente. Il vino contiene aria, così come la natura del temperamento bilioso è dettata dal medesimo elemento. La dimostrazione ci viene fornita dalla schiuma che il vino nero, più del bianco, produce: “il vino, a seconda della sua temperatura e della quantità bevuta, produceva i più svariati effetti emotivi, rendendo gli uomini allegri o tristi, chiacchieroni o taciturni, deliranti o apatici, così anche la bile nera provocava le più svariate condizioni mentali. La differenza fondamentale, rispetto agli effetti del vino, era che gli effetti della bile nera non sempre erano temporanei, anzi diventavano caratteristiche permanenti allorché essa aveva una naturale prevalenza e non era raffreddate o infiammata per semplice azione morbosa. (…) era chiaro che coloro nel cui corpo la bile nera aveva un ruolo predominante necessariamente dovevano essere anche mentalmente “anormali” in un modo o nell’altro.

Una volta acquisito, questo veniva a costituire una premessa per dimostrare la tesi che tutti gli uomini eccezionali erano dei melanconici. Certamente solo una premessa, dato che per sviluppare fino in fondo l’argomentazione era necessario dimostrare che (e anche in quali circostanze) l’“anormalità” dei melanconici poteva consistere in un talento anormale[2].”

Il vino nero si associa, poi, all’erotismo e alla lussuria, poiché l’eiaculazione, così come l’impulso erotico, sono spinti anch’essi dall’aria.

Ma veniamo allo Stagirita.

Perché tutti gli uomini eccezionali, nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria, hanno un temperamento «melanconico» – ovvero atrabiliare – alcuni a tal punto da essere persino affetti dagli stati patologici che ne derivano? (…) È soprattutto il vino – non certo il miele o il latte o l’acqua né alcun altro elemento simile – che, bevuto in grande quantità, sembra rendere le persone tali quali diciamo essere i melanconici, e produrre svariati caratteri: gli iracondi, i filantropi, i compassionevoli, i violenti. Si può constatare che determina ogni sorta di comportamento, qualora si osservi come gradualmente muta i bevitori: se li coglie freddi e silenziosi, bevuto in quantità modesta li rende più ciarlieri, ma parlatori abili e arditi se la dose aumenta; conferisce baldanza nelle opere a chi continua a bere, ma se la quantità è eccessiva rende sfrenati ed esaltati, e quando è decisamente troppa toglie ogni inibizione e fa impazzire, come se si fosse epilettici dall’infanzia o assai affini agli melanconici.

    L’indole di individui diversi corrisponde così a quei mutamenti di carattere provocati nel singolo dal bere e dall’ingerire una data quantità di vino. Si può essere dunque ciarlieri, agitati, facili al pianto, per natura o per un passeggero stato di ebbrezza: tali infatti, alcuni vengono resi dal vino, come secondo la rappresentazione omerica:    

    «e dice che, appesantito dal vino, versò lacrime copiose».  

    C’è chi diviene compassionevole o selvaggio o taciturno: quest’ultima, in particolare, è la caratteristica precipua dei «melanconici» che finiscono con l’uscire di senno. Il vino rende anche espansivi: ne è indizio che chi ha bevuto è indotto anche a baciare chi, per l’aspetto e per l’età, nessuno bacerebbe da sobrio.

    Il vino, tuttavia, non rende eccezionali per molto, ma per poco tempo: la natura, sempre, finché si viva – arditi, taciturni, compassionevoli, vili- lo si è, infatti, per sempre; è allora evidente che il vino e la natura determinano il carattere di ognuno con lo stesso procedimento, che consiste nel regolare con il caldo ogni funzione dell’organismo.

    Bisogna tener presente che l’aria costituisce l’elemento fondamentale dell’umore e della composizione atrabiliari: per questo i medici affermano che flatulenze, asma e dolori addominali sono disturbi tipici dei «melanconici». Anche il vino ha la proprietà di contenere aria, e quindi è affine per natura al tipo di complessione descritto. Tale sua proprietà è dimostrata dalla schiuma: l’olio infatti, pur essendo caldo, non fa schiuma, mentre il vino sì, e il nero più del bianco, perché più caldo e più denso. Per questo dunque il vino eccita all’impulso erotico, e non a caso si dice che Dioniso e Afrodite abbiano stretti rapporti. I temperamenti «melanconici» sono, per la maggior parte, lussuriosi, proprio perché l’impulso erotico è caratterizzato da un’emissione d’aria. Ne è prova il membro virile, che da piccolo rapidamente, enfiato, si ingrossa; e ancora prima che l’eiaculazione sia possibile, a chi, cioè, è ancora ragazzo ma ormai prossimo alla pubertà, deriva un certo intemperante piacere dalla manipolazione dei genitali, evidentemente perché l’aria fuoriesce dai pori, destinati poi a far passare il liquido spermatico. L’emissione di quest’ultimo durante i rapporti sessuali, e l’eiaculazione, avvengono evidentemente ad opera dell’aria che spinge fuori, sì che a buon diritto sono ritenuti afrodisiaci i cibi e le bevande che accumulano aria nella zona erogena. Il vino nero ha quest’efficacia più di ogni altra sostanza, e analogamente anche i temperamenti atrabiliari sono impregnati d’aria. (…)

Se la complessione è più fredda di quanto sia opportuno causa avvilimenti senza ragione, così forti che i giovani, e talora anche i vecchi, giungono per essi ad impiccarsi; molti, poi, si uccidono dopo essersi dati ai bagordi, mentre altri «melanconici», dopo aver bevuto, si ritrovano in uno stato di sconforto, in quanto il calore del vino spegne il calore naturale. Il calore localizzato intorno all’organo con cui ragioniamo e speriamo rende euforici. Per questo tutti si danno volentieri a bere fino all’ubriachezza, poiché il vino bevuto senza parsimonia rende pieni di speranza, ha lo stesso effetto che sui ragazzi la gioventù: la vecchiaia, infatti, rifiuta la speranza, mentre la giovinezza trabocca di essa. Ci sono infine, alcuni pochi che vengono colti da sconforto mentre bevono, per la stessa ragione che rende tali altri dopo aver bevuto. Se lo sconforto si determina per l’estinguersi del calore organico, è ancora maggiore la tentazione di impiccarsi: il che accade ai giovani o ai vecchi; a questi la vecchiaia estingue il caldo, a quelli la predisposizione fisiologica (fisiologico è pure il calore che viene estinto). (…)

 Ricapitolando, dunque: essendo diversa l’azione dell’atrabile (melanconico), che può essere assai fredda e assai calda, diversi sono anche gli atrabiliari; poiché fra gli elementi che ci costituiscono il caldo e il freddo hanno la maggiore influenza sul carattere, l’atrabile possiede una notevole capacità di formare la psiche determinando l’appartenenza categoriale di ognuno di noi, come il vino quando in quantità maggiore o minore si mescola nel corpo; entrambi, il vino e l’atrabile, contengono aria; poiché è possibile che questa diversità sia ben dosata, raggiungendo uno stato ottimale, cioè una composizione calda e poi di nuovo fredda secondo le esigenze, o viceversa, proprio in virtù del suo eccesso, tutti gli atrabiliari – i «melanconici» – sono persone eccezionali non per malattia ma per natura”. [3]

[1] R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, Saturno e la Malinconia, Einaudi, Torino 1983, pag. 7.

[2]  Ibidem, pp. 27 – 35

[3] Aristotele, La melanconia dell’uomo di genio, a cura di C. Angelino e E. Salvaneschi, Il Melangolo, Genova 1981, pp. 11-27

La foto è tratta da http://lilithallospecchio.wordpress.com/2014/02/10/la-filosofia-del-cornuto-principe-antonio-de-curtis/