Viticoltura Valdostana tra Ottocento e tempo presente

aostaOggi. Il territorio valdostano coltivato a vite giace quasi interamente nella vallata centrale, percorsa dalla Dora Baltea, e si estende sulle pendici pedemontane che corrono da Pont-Saint-Martin a Morgex, interessando maggiormente le coste soleggiate della sinistra orografica: «Si tratta di un ‘solco’ che taglia in due la regione, caratterizzato da scarse precipitazioni, ventilazione costante ed escursioni termiche significative tra il giorno e la notte, con tutto ciò che questo significa in termini di maturazione rapida delle uve e sviluppo degli aromatici varietali. I terreni coltivati a vite sono morenici (l’intera regione era un gigantesco ghiacciaio), sabbiosi e sciolti e sorgono tutti sul versante della valle esposto a sud. L’attività vitivinicola della regione si sviluppa lungo il fondovalle che da Donnas si arrampica in meno di 90 chilometri fino ai milleduecento metri di Morgex, borgo posto alle pendici del Monte Bianco. Le ridotte dimensioni delle proprietà hanno l’effetto di determinare alte rese per ettaro; la fittezza media degli impianti si aggira in genere tra i 6.500 e gli 8 mila ceppi/ha. Qui i vigneti – che ricoprono tra l’altro un’importante funzione di tutela dal pericolo di frane e smottamenti del terreno – sono impiantati su terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, tanto diffusi da caratterizzare il paesaggio in maniera inconfondibile [1].» La Valle D’Aosta è una regione che produce lo 0,1% del vino italiano (47mila quintali di uva, un milione di bottiglie circa) e gli ettari coltivati a vite sono appena 463, di cui 301 DOC e 162 di altri vini (dati Istat 2010).  Nel 2014 gli ettolitri prodotti sono crollati del 27% a 14,500, con un andamento piuttosto difforme tra i vini bianchi, -41% a 5mila ettolitri e i vini rossi -17% a poco meno di 10mila ettolitri. Dei 463 ettari vitati, circa 74 sono coltivati a Petit Rouge, 44 a Nebbiolo, secondo vitigno, mentre il Prié blanc con 29 ettari è il più importante vitigno bianco. Precede altri due vitigni rossi, il Pinot Nero e il Fumin. Chardonnay, Petit Arvine e Moscato vengono subito dopo [2].

Nel 1800. Le maggiori informazioni sulla viticoltura valdostana dell’Ottocento ci giungono dal medico Lorenzo Francesco Gatta [3], socio libero della Reale Società Agraria di Torino, il quale menziona che «in molti vigneti di Ciambava, Nusso, Aosta, Sarre e San Pietro la vite non è quasi alta più di un palmo, e disponesi a filari ossiano spalliere assai soleggiate, ed anche su pergolette, che sono pur comuni.» A pergola o a spalliera sono dunque i sistemi di allevamento utilizzati dai vignerons di allora, con ceppi molto bassi, qualche decimetro appena dal terreno; abbastanza diffusa, soprattutto nel centro Valle, pare sia anche la coltivazione ad alberello – o a piquet – con viti isolate. Le produzioni di uva sono di conseguenza molto variabili: convertendo i dati statistico-economici offerti da Gatta per quanto riguarda la Valle superiore, le rese per ettaro differiscono enormemente, variando da 13 ettolitri a 210 ettolitri circa, con una media di 66 ettolitri per ettaro. Le misure agrarie utilizzate dai contadini di queste zone sono la tesa e la quartanata; 100 tese corrispondono ad una quartanata ed una quartanata corrisponde a circa 350 metri quadrati. Il vino invece si misura a terzeruole (pari a litri 1,850), a barili (litri 46,23) e in salme (litri 92,5). «La coltivazione della vite deve essere davvero molto importante agli inizi del 1800 [4]». Leggiamo ancora alcune importanti informazioni sull’opera di Gattasaggio tratte da un’approfondita recensione dell’epoca: «(…) La descrizione delle specie e varietà delle viti coltivate nella valle d’Aosta formano quella parte del suo soggetto che il dote Catta trattò con maggior amore e con pia fina diligenza; inteso a porgere un esempio che se fosse imitato in ciascuna provincia vitifera italiana, porgerebbe i materiali della tanto desiderata sinonimia e classificazione delle viti italiane, bellissima impresa già dal cav. Acerbi lodevolmente cominciata [5]. Due delle specie descritte sono meritevoli di particolare riguardo. E in primo luogo la specie oriou [6] per essere indigena alla vallata e straniera, per quanto consta all’autore, agli altri paesi. (…) L’altro vitigno degno di special menzione è il priè. È bianco, amico delle regioni elevate ed alpestri, il cui freddo tollera mirabilmente ; è di molta gettata e assai primaticcia. I suoi tralci sono sottili, lunghi, con nodi piuttosto frequenti e cirri molli, sottili: le foglie piccole, dure, con incisioni poco distinte, che si conservano verdi assai oltre lo sfruttamento ecc. Ogni casa, ogni abituro della vai d’Aosta, dice l’autore, ha dappresso la sua cara pianta di priè, al cui lezzo siede lo stanco contadino, e del più dolcissimo frutto si disseta (…) [7]

Diversi anni più tardi (1870-1880) il presidente del Comice Agricole di Aosta, Louis Napoléon Bich si lamenta dell’insufficienza e dell’inadeguatezza delle tecniche vinicole, dovute spesso a gravi carenze di istruzione teorica e pratica, nonché al perdurare di colture promiscue, spesso cereali, volte al sostentamento famigliare. A questo si aggiunge l’invasione dell’oidio: le cose cambiano a partire dal 1863, anno in cui in Valle d’Aosta inizia ad utilizzare lo zolfo: «solo sul finire del secolo scorso vengono combattuti efficacemente gli insistenti e continui attacchi fungini; il Bich, per porre rimedio alla ancora scarsa produzione di vino, auspica l’impianto di nuovi vigneti….

Come si suol dire, erano altri tempi, e una quindicina d’anni più tardi, nel 1896, nei 38 comuni interessati dalla viticoltura, la superficie vitata sale da 3000 a circa 4000 ettari! Stranamente, stando agli scritti da me consultati, a questo aumento di superficie non corrispose un aumento della produzione vinicola, ma anzi una sua diminuzione, vale a dire una media di circa 28500 ettolitri, quindi di 7,1 ettolitri per ettaro! Sull’attendibilità di questi dati e sulla possibilità che a fine ‘800 l’area vitata corrispondesse realmente a 4000 ettari, è lecito nutrire qualche dubbio: è probabile invece che il Bich, pur sottolineando l’esiguità dei raccolti, sia incorso in qualche errore, confondendosi o lasciandosi sfuggire qualche cifra.» [8]

Il rinnovamento valdostano dei vigneti è più lento che altrove, probabilmente per la diffusione tardiva della fillossera, che distrusse oltre i tre quarti dei vigneti presenti: «Ancora nel 1922 però si consigliavano gli ibridi, scartando tuttavia quelli introdotti sino ad allora (Isabella) e orientandosi invece verso nuovi ibridi, peraltro molto numerosi, per cui era di una certa difficoltà individuare i più confacenti all’ambiente valdostano.» [9] Soltanto diversi anni più tardi, nel 1938, si parla nuovamente [10] di portainnesti americani che vengono tuttora usati dai viticoltori valdostani e forniti da vivaisti regionali o extra regionali.

Per quanto riguarda i vini prodotti nella Valle d’Aosta vi sono dei primi resoconti che partono dai ritrovamenti degli inventari del castello di Châtillon dei Conti Challant nei primi decenni del secolo XVI e poi del 1766 del castello di Issogne, di proprietà sempre dei Challant, dove risiedono ben 142 ettolitri di vino immagazzinati in trenta botti. I vini presenti si distinguono in due categorie, ovvero i vini di lusso o vini-liquore, ottenuti da uve bianche e rosse di prima scelta fatte appassire o sovra maturate su cannicci, e vini comuni di prima qualità o vini comuni di pregio. Alla prima categoria appartiene il Valle d’Aosta Muscat de Chambave flétri e il Valle d’Aosta Nus Malvoise flétri, mentre per i vini a bacca bianca ci sono i vini delle colline de l’Envers (Pollein, Gressan, Jovençan, Aymavilles), il vino di Champalliez (Champailler sulla collina di Aosta), il vino di Montarveren (Montaverain e Arvier), il vino di Sancti Martini (Pont Saint Martin), il vino Donatii (Donnas), il vino Arnadi (Arnad) ed il vino Verredi (Verres), questi ultimi probabilmente prodotti con vitigni Nebbiolo, il primo, e con Picotendro e Neiret tutti gli altri, compreso il primo [11]: a partire da una costante produttiva nel corso dei secoli sulla base di altri resoconti come quello di Gatta del 1838, già citato, del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio del 1896 e quello di Berget del 1904 e poi del 1906, «si ha la conferma che, indipendentemente dalla tipologia, i vini rossi superiori generalmente erano elaborati a partire da assemblaggi di uve rosse, mentre i vini bianchi provenivano da vinificazioni in purezza di uve bianche. Si desume inoltre che alcuni vini fini e comuni di pregio, tra i quali Torrette, Enfer d’Arvier, Malvoisie de Nus, Muscat de Chambave, Donnas, Arnad, Montjovet, Prié (o Blanc) de Morgex, sono stati prodotti con continuità per molti secoli fino ad oggi. All’opposto, altri vins fins e crus réputés, di non minore valore né meno antichi dei precedenti, tra i quali il Clairet de Chambave, il Clairet d’Aoste, l’Impagliato di Aosta, la Malvoisie di Aosta, il Montouvert di Villeneuve, il Terrasses de Saint–Vincent, il Pré de Gignod, il Prié d’Allein, il Prié de Valpelline, sono scomparsi e sono caduti nel dimenticatoio.» [12]

NOTE

[1]    Marco Arturi, Leroica viticoltura della Valle dAosta, in http://www.sorgentedelvino.it/articoli/i-vini-e-la-viticoltura-della-valle-daosta.htm

[2]    Bacca, Valle dAosta principali vitigni aggiornamento ISTAT 2010, 11 aprile 2014 in http://www.inumeridelvino.it/ Per chiunque voglia avvicinarsi alla viticoltura contemporanea della Valle D’Aosta è imprescindibile il libro di Fabrizio Gallino, in arte Enofaber, Vino in Valle, un viaggio fra i vignerons della Valle d’Aosta, Edizioni Giramondo Gourmand 2013

[3]    Il Saggio intorno alle viti e sui vini della Valle d’Aosta, scritto dal medico Lorenzo Francesco Gatta, socio libero della Reale Società Agraria di Torino, fu pubblicato nel 1838 nell’XI volume delle Memorie della Reale Società Agraria dalla Tipografia Chirio e Mina in via di Po a Torino.

[4]    Cfr. Giulio Moriondo, Probabili origini e storia dei vitigni valdostani, in http://www.mediavallee.it/ilvinaio/origini.html, Tutto il materiale presentato è tratto dal libro: Giulio Moriondo , Vini e vitigni autoctoni della Valle d’Aosta, edizione IAR, Tipografia Duc, Aosta, e dall’opuscolo Giulio Moriondo, Ricerca a memoria d’uomo, della tecnica e del linguaggio viticolo-enologico in centri rappresentativi del Piemonte e della Valle d’Aosta, Nus, Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte, Tipografia Duc, Aosta 1997.

[5]    Vedi Tentativo di una classificazione geoponica delle viti ecc. Bibl. Ital, tom. 3o.° pag. 344 (giugno 1823), e Trattato sulle viti italiane, ossia materiali per servire alla classificazione monografia e sinonimia ecc. Milano l825, tip. Silvestri. Nota dell’autore del testo

[6]    Sull’origine del temine ‘oriou’ rimando al capitolo ‘Suggestioni sugli Orious’, in Giulio Moriondo, Vina Excellentia, Vini-liquore, vins fins, crus réputé<s, de la Vallee D’Aoste, Tipografia DUC, Aosta 2008.

[7]    Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, del don. Lorenzo Francesco Gatta (Memoria estratta da quelle della R. Società agraria di Torino, t. XI). — Torino, 1836, in 8.°, di pag. 126, in ‘o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da varj letterati’, Tomo 84, Anno Ventesimoprimo, Imperiale Regia Stamperia, Milano Ottobre, Novembre, Dicembre 1836

[8]    Giulio Moriondo, in www.mediavallee.it/ilvinaio/origini.html

[9]    Anonimo, La vigne pp. 55-57, in ‘Le Messager Valdotain’, Imprimerie Catholique, Aoste 1922, citato in Giorgio Vola, Storia regionale della vite e del vino in Italia, Valle d’Aosta, Accademia Italiana della Vite e del Vino, Conegliano (Tv) 2010

[10]   Ivi, pp. 334 – 336

[11]   Cfr. Giulio Moriondo, cit.

[12]   Ivi, pag. 101

In precedenza pubblicato su http://www.seminarioveronelli.com/viticoltura-valdostana-tra-ottocento-e-tempo-presente/

Intravino stories

Foto di una parte del gruppo
Foto di una parte del gruppo

Solitamente gli inviti ad eventi, sagre e battute di caccia al cinghiale pezzato vengono ampiamente diffusi nel gruppo segretissimo di Intravino. Ma questa volta no, non succede. Morichetti lancia una sibillina richiesta di incontro facendo un oscuro riferimento alla compravendita di una bottiglia all’asta da effettuarsi nei mesi estivi. Non aggiunge altro. E chiude: “se siete interessati, ci troviamo questa domenica al ristorante Lo Sbaranzo di Clavesana, così non diamo nell’occhio”. “Io verrò in bici e, per sembrare ancora più verace, mi fermerò a comprare due tome di capra alla cascina del Finocchio Verde vicino a Murazzano”- Sette mi piace e duecento battute su bici, sudore e formaggi di capra. “Ah, dimenticavo” – scrive Morichetti –“il menù è fisso, quindi non fatevi idee strane”. Ci presentiamo all’appuntamento delle 12.15 io, Fiorenzo, Tomacelli, che arriva grazie ad un passaggio di bla bla car ad opera di un gruppo di frikkettoni baresi diretti sul Monviso per affrontare un’esperienza mistica d’altura (vedere l’effetto del peyote sopra i 2000); Giovanni e Sara, diretti in Alsazia a loro insaputa; Emanuele e Samantha che, dopo aver perso il volo per Mikonos, hanno deciso di ripiegare su Laigueglia; Cristiana Lauro perché in frazione di Clavesana non c’è mai stata; Andrea Gori che, per l’occasione, indossa un gilet in pelle di camoscio con le frange e degli stivali camperos dalla punta mozzata: il cappello lo ha lasciato in prestito a Romanelli per alcune serate disco in Versilia; Jacopo Cossater, detto anche “il podista”: dopo aver percorso la tratta Perugia – La Spezia senza mai fermarsi, si sta ora dirigendo di buon passo in Borgogna. Deviazione più, deviazione meno; e, infine, Thomas Pennazzi carico di bottigliette mignon di liquori vari sapientemente disposte nell’interno giacca.

il podista
il podista

Si fanno le 12 e 32 tra frizzi e lazzi ma di Morichetti neanche l’ombra. Alle 12,45 ci chiama imprecando da un fossato in cui era caduto per fuggire l’assalto di due cani e un cinghiale ubriaco non avvezzi all’odore dei caprini. Lo andiamo a recuperare per chiudere il cerchio magico di Intravino.

uno dei cani che ha tentato di azzannare Morichetti
uno dei cani che ha tentato di azzannare Morichetti

A parte Andrea, il look è assai informale e su tutti primeggiano i pantaloncini corti in stile hawaiano di Corazzol, le infradito color pesca di Fiorenzo, la gonna rosa con i pizzi di Sara, i sandali stringati con zeppa della Lauro, i miei sabot valdostani in puro legno di noce e la tuta da ciclista bella aderente, appena fatta a brandelli, di Alessandro. Per il resto sembriamo un gruppo confidenziale di Intravino primavera / estate Piemonte anni 1957/58. Entriamo che già svolazzano vassoi di insalata russa e peperoni con la bagna caoda. “Vino?”- “Primitivo di Manduria”- fa Antonio “ sa, siamo turisti”. “Il vino più a sud che abbiamo è il dolcetto di Clavesana, mentre quello più a nord è il dolcetto di Clavesana” – e la chiude lì l’agile cameriera. Il pranzo va che è una meraviglia: tra una portata e l’altra intoniamo canti folklorici in falsetto. Grappino e alcolici in chiusura e Morichetti si fa scuro in viso: “La cosa è questa: se portiamo a termine questo affare potremmo tutti lavorare per Intravino con lauti stipendi. Quelli di Mastechef verranno in ginocchio a chiederci di poter partecipare ai programmi della nuovo canale televisivo Intravino channel” – chiosa sempre più esaltato. “Spiegaci per benino”- stona un Corazzol impastato al suo settimo Jägermeister.

festa che precede la partenza
festa che precede la partenza

Dunque, partiamo dall’inizio. Siamo stati incaricati da un facoltoso miliardario svizzero di partecipare ad un asta di Sotheby’s in cui verrà venduta l’unica bottiglia di Château Margaux del 1787!” “Non diciamo cazzate” – interrompo mentre tento disperatamente di togliermi una lisca di acciuga che mi si è conficcata tra i premolari. “Quella bottiglia faceva parte della collezione di Thomas Jefferson e apparteneva al mercante di vini William Sokolin, che nel 1989 la portò con sé a una cena organizzata da Château Margaux presso il Four Season Hotel di New York. Qui un cameriere la urtò, facendola cadere e mandandola in pezzi. Sokolin chiese all’assicurazione un risarcimento di 500mila dollari, ottenendone 225mila”.

In realtà di quelle bottiglie ne sono rimaste due: la seconda è stata rinvenuta in un bar-enoteca di Bra, a fianco delle conserve di prugne della nonna e due scatole di cetrioli della Germania dell’Est.” – rimanda Alessandro. “E’ stata comprata per tre euro e 57 centesimi da un commerciante di tessuti di Dogliani e siccome la padrona non aveva monete per il resto, alla bottiglia venne aggiunta una confezione di caramelle Charms scadute da almeno 35 anni.” “Poi”- interviene Antonio – “si sono perse le tracce della bottiglia sin tanto che non venne riesumata per uno scambio di capre contro alcol nella guerra russo-cecena. Finita nelle mani della mafia di Mosca, dopo una serie di passaggi e di bevute, ora si trova ora a Londra, alla famosa casa d’aste Sotheby’s, e verrà messa all’asta a partire da un prezzo base di 8 milioni di euro. Abbiamo facoltà di spesa sino a 20 milioni di euro. Se la portiamo a casa a chi di dovere avremmo una ricompensa di 12 milioni di franchi svizzeri che verranno trasportati in Italia all’interno di 150.000 barrette di cioccolato biodinamico.” “Immagino”- la butta lì, con fare sornione, Fiorenzo “ che dovremmo organizzare un convegno sui benefici della cioccolata.” “A questo ci abbiamo già pensato!”- afferma con sempre maggiore convinzione Alessandro: “siamo già d’accordo con Michele Antonio Fino per organizzare la conferenza a Pollenzo. In cambio otterrà un accordo commerciale privilegiato per la vendita del Pelaverga al Principato di Seborga. 

Michele subito prima di partire per Seborga
Michele a Seborga

Emanuele, che sino a quel momento stava leggiucchiando sotto al tavolo, mentre fischiettava alcune arie barocche, Om Begrebet Ironi med stadigt Hensym til Socrates (Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate) di S. A. Kierkegaard, chiede in maniera perentoria: “E quale sarebbe il nostro ruolo in tutto questo?” “E poi” – aggiunge Samantha con un accento marcato del colle Aventino – “perché non può andarci di persona questo magnate svizzero?”

Non può, perché deve rimanere anonimo” interrompe Antonio: “è ricercato dai servizi segreti Cinesi per aver venduto 4 milioni di tonnellate di wonton fritti in olio di olive taggiasche D.O.P. Erano talmente gustosi da aver mandato a puttane tutto il resto della produzione cinese: quasi 60 miliardi di pezzi!”

Torniamo al piano” – insiste Alessandro: “Cristiana, sotto falso nome, parteciperà all’asta come contessa e discendente capitolina della nobile famiglia dei Frangiapane…” “Ma ringrazia l’anima de li mortacci tua, che stai a dì?”- interrompe ridacchiando Cristiana al suo settimo bonèt. “Fammi finire! Quanno parlà li quatrì, la veretà la fa zittì!” “Fiorenzo ti farà da chauffeur e da guardia del corpo, mentre Stara sarà il tuo filosofo di compagnia.” Cado inaspettatamente dalla sedia ruzzolando ai piedi di Giovanni che si stava bevendo, con la cannuccia e gli occhiali da sole, il suo quattordicesimo amaro della casa alla erbe. “Non preoccuparti Pietro, questa è l’ultima moda delle famiglie nobili europee. Solitamente sono affiancate da filosofi neo-hegeliani, pigramente dialettici, ma sicuramente ben vestiti. Estimatori senza condizione di Paul Lafargue del tuo calibro sono mal tollerati. Ma se avessi voglia di virare su un neo-epicureismo di classe, allora la musica cambierebbe. Ma so che te la caverai. Emanuele e Samantha avranno invece un compito molto più delicato: sembra infatti che una rete di sommelier finlandesi, il cui responsabile è un noto discendente di Pietro di Holstein-Gottorp, non vedano l’ora di accaparrarsi la bottiglia per scolarsela con un buon piatto di kalakukk, un pasticcio di pesce e carne di maiale racchiuso in un involucro di impasto azzimo. Emanuele e Samantha dovranno entrare in contatto con il gruppo finlandese, seguire le loro mosse e comunicarle tempestivamente a me e ad Antonio che saremo il vostro board of directors informatizzato ad Ascoli Satriano. Quando Cristiana si sarà aggiudicata la bottiglia dovrà

Sara tenta di afferrare la famosa bottiglia
Sara tenta di afferrare la famosa bottiglia

passarla velocemente a Sara, che verrà assunta come guardarobiera con contratto intermittente alla casa d’aste: al dunque Sarà si vestirà da commessa di drogheria e porterà la bottiglia in un involucro di giornale a Giovanni e Jacopo che saranno fuori ad aspettarla con un furgoncino a noleggio in cui campeggerà la scritta “Tartufo nero di Norcia & Sons”. Andrea Gori, coadiuvato da Romanelli, che è tornato in gran forma, e Thomas Pennazzi dovranno scrivere articoli per Intravino siglandoli con i nomi di tutti noi. Ad eccezione di quelli di Giannone. Ci rivediamo qui allo Sbaranzo due settimane dopo l’asta, che ci facciamo una scorpacciata di tartufo bianco. Domande?”

Epilogo.

Cristiana dopo gli accordi
Cristiana dopo gli accordi con i finlandesi

Cari sommelier, blogger, associazioni vinose tutte. La cosa non è andata come avremmo voluto: Cristiana si era accordata, di nascosto, con la famosa casata deiHolstein-Gottorp: non solo si è tenuta la bottiglia, ma la ha rivenduta per una cifra simbolica di 10 milioni di euro. Verrà nominata granduchessa di Jyväskylä  e sembra che non voglia più scrivere per Intravino. Il vino che ha passato a Sara, Giovanni e Jacopo era un banalissimo Corton-Charlemagne Coche-Dury: se lo sono bevuto durante il viaggio accompagnato da fish and chips. Emanuele e Samantha sono stati rapiti dalla rete dei sommelier finlandesi dissidenti e sembra che ora facciano i camerieri in una località segreta della Lapponia dove bevono soltanto il liquore alla mora di palude (lakka) o all’olivello spinoso (tyrni). 

Giovanni capisce di essere stato preso in giro
Giovanni capisce di essere stato fregato

Andrea Gori e Leonardo Romanelli, dopo una breve convalescenza per sindrome del tunnel carpale, sono stati assunti come redattori- capi della nuova rivista di Sommellerie Internazionale “L’Acino tondo”. Thomas Pennazzi ha fondato una sua rivista: The Cognac Advocate. Tomacelli e Morichetti, dopo aver cablato Ascoli Satriano come manco Singapore, sono stati eletti rispettivamente sindaco e vice-sindaco. Ora puntano ad un dignitoso vitalizio. Io e Fiorenzo ci troviamo qui a San Paolo del Brasile, da dove vi stiamo scrivendo, perché avremmo in mente di aprire un blog in lingua portoghese, chiamato ‘Intravinho’. 

il nuovo sindaco
il nuovo sindaco

Certi di aver allontanato antichi rancori e screzi di ogni sorta, confidiamo nella vostra generosità e vi lasciamo il nostro iban presso il Banco Central do Brasil. Il conto è intestato, per ragioni di sicurezza, al reverendo João Corrazza.”

Pietro e Fiorenzo

 

 

Il rito sacrificale della bevuta condivisa.

immagine tratta da beniculturali.it
immagine tratta da beniculturali.it

Festa, rito, socializzazione. E sicuramente commercio. Nella fiera vinicola si consuma la contrapposizione di due modelli gnoseologici: l’“azione festiva” che, rimandando a Veblen [1], rappresenta un determinato comportamento riconducibile all’ ‘ostentazione ingenua’ e allo ‘spreco vistoso e il “tempo festivo”, ovvero il tempo del calendario e della memoria storica contro il tempo borghese dell’orologio. [2] Punto di incontro tra queste teorie è, per Jesi, l’antropologia simbolica di Elias Canetti: «In uno spazio limitato c’è moltissimo, e i molti che si muovono entro quell’area possono tutti parteciparvi. (…) C’è più di quanto tutti insieme potrebbero consumare e allo scopo di consumarlo affluiscono sempre più persone. (…) Nulla e nessuno li minaccia, nulla li mette in fuga; vita e piacere sono assicurati durante la festa. Molti divieti e molte separazioni sono state aboliti, accostamenti del tutto inconsueti vengono consentiti e favoriti. L’atmosfera per il singolo è di rilassamento e non di scarica. Non c’è una meta comune a tutti, che tutti insieme dovrebbero raggiungere. La festa è la meta, ed essa è stata raggiunta.» [3]

Certo, c’è il vino, collante e medium del piacere collettivo; ci sono le transazioni orizzontali tra consumatori e tra produttori. E l’incontro desiderato, ricercato, voluto: l’appuntamento dato e quello mancato.

E poi il rito dell’assaggio, della bevuta insieme nel nuovo simposio della contemporaneità. Ma vi è di più: vi è qualcosa che rimanda ad un rito ancestrale del sacrificio collettivo come mezzo di divisione di un bene che non è dato per tutti. E’ la collettività dei produttori, i simposiarchi designati a presiedere al convito e alla mescita, che, attraverso la suddivisione dei costi, a cui le individualità convenute partecipano in maniera simbolica (cioè non rapportata alle quantità e le qualità ingerirete o sputate), permette al demos degli assaggiatori di sorbire varietà di vino in misura non immaginabile per la condizione delle tasche di molti. Questa ritualità, che ha come oggetto sacrificale il vino versato e rovesciato in dosi ragguardevoli, ci impone di volgere lo sguardo all’antica Atene e alla sua costituzione democratica. E’ proprio grazie alle critiche di pseudo-Senofonte [4], arcigno oligarca antidemocratico, che è giunta a noi la conoscenza della condivisione tra i cittadini ateniesi delle enormi quantità di bestiame sacrificato durante le festività pubbliche, che si succedono senza soluzione di continuità [5]. Godiamo, dunque, del vino largamente profuso nelle fiere a lui, e a noi, dedicate.

NOTE

[1] Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 2007 (1899)

[2] Cfr. Furio Jesi, Il tempo della festa, nottetempo, Roma 2013, pag. 93

[3] Ivi, pag. 97

[4] Pseudo Senofonte, Costituzione degli Ateniesi (440 – 410 a. C.) in Furio Ferraresi, Il tutto e le parti. Categorie e soggetti della conflittualità politica nell’antichità in scienzaepolitica.unibo.it/article/download/3843/3249

[5] Cristiano Grottanelli, Il sacrificio, Editori Laterza Roma – Bari 1999, pp. 52 -54

Articolo precedentemente pubblicato in http://www.seminarioveronelli.com/il-rito-sacrificale-della-bevuta-condivisa-che-si-compie-durante-le-fiere-vinicole/