Sei labbra e occhi bui. Sei la vigna.

fugazzala foto è di Arianna Fugazza

Anche tu sei collina 

Anche tu sei collina

e sentiero di sassi

e gioco nei canneti,

e conosci la vigna

che di notte tace.

Tu non dici parole.

 

C’è una terra che tace

e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura

sulle piante e sui colli.

Ci son acque e campagne.

Sei un chiuso silenzio

che non cede, sei labbra

e occhi bui. Sei la vigna.

 

E’ una terra che attende

e non dice parola.

Sono passati giorni

sotto cieli ardenti.

Tu hai giocato alle nubi.

E’ una terra cattiva –

la tua fronte lo sa.

Anche questo è la vigna.

 

Ritroverai le nubi

e il canneto, e le voci

come un’ombra di luna.

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l’infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

Cesare Pavese  30, 31 ottobre 1945[1]

Per Pavese il luogo mitico è il nome comune[2], universale, il prato, la terra, la vigna, la collina…: è l’archetipo primordiale di cui ognuno possiede il riflesso. I ricordi, con cui si battezzano le cose, sono la memoria del simbolo e del mito. Il mito, per sua natura, è sempre simbolico: «non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture[3].» Il mito, come atto estatico  che corrisponde al simbolo diviene puro atto di libertà: esso può apparire alle soglie dell’esperienza infantile ed è specifico di quei paesaggi dell’infanzia. «In Pavese quella necessità di ricondurre ogni nuova esperienza ai prototipi mitici infantili sembra(…) un atto sempre rinnovato  di devozione verso la morte, che sta appunto sul liminare delle esperienze infantili (…) e che attraverso i simboli primordiali le permea tutte[4].» Assieme alla dottrina del simbolo e all’estasi come sacramento giunge a Pavese l’idea che l’infanzia sia uno stadio di conoscenza prima, tempo di esperienze fondamentali e uniche, fonte del sapere primario che si rivela disponibile solo parzialmente come ritorno della memoria. Il fanciullo partecipa a quei modelli primordiali perché è più vicino all’Aldilà.

Nell’impossibilità di quel ritorno, di  riafferrare il tempo sacro della festa, la sazietà delle parole non può che essere vana, quando la rabbia scopre la possibilità di “non essere più io”, di non poter più partecipare all’archetipo primordiale, al farsi campo, cielo, bosco: «Talvolta se mi accosto a questa terra, ne ho un urto impetuoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuol sommergermi. Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chi sa dove. Son fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole, ma queste non sono più nulla e mi dibatto come un albero o una belva già stata uomo e ora incapace di esprimermi. Cedo, riluttando perché so che la mia natura è un’altra, e ogni volta trovo in fondo a questo impeto una vana sazietà. […] Io parlo qui di tentazione attuale. Fermo davanti a una campagna, smemorato, a un cielo chiaro, a un corso d’acqua, a un bosco, mi sorprende la rabbia improvvisa di non esser più io, di farmi quel campo, quel cielo, quel bosco, di cercar la parola che lo traduca tutto quanto, fino ai fili dell’erba, fino al sentore, fino al vuoto. Io non esisto; esiste il campo, esiste il cielo. Esistono i miei sensi, spalancati come bocche a divorare l’oggetto[5].»

[1] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951

[2] Cfr. i tre saggi dedicati a Cesare Pavese in Furio Jesi, Letteratura e mito, Einaudi , Torino 2002

[3] Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, pag. 301

[4]  Furio Jesi, Pavese, il mito e la scienza del mito, in Furio Jesi, Letteratura e mito, cit.  pag. 144

[5] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino, 1946, p. 235

Il vuoto esiste. Meglio riempirlo con un vino buono

Molti dipinti di Adolf Wölfli riempiono completamente lo spazio, con scritte o note musicali General view of the island Neveranger, 1911

“Il vuoto non esiste” disse Aristotele.

Per duemila anni circa il genere umano ha creduto, grazie ad Aristotele, all’horror vacui e ad un senso di malcelata digestione che il vuoto non esistesse. Secondo la definizione dello Stagirita, il luogo è «il limite del corpo contenente (in quanto contiguo al corpo contenuto)». Egli aggiunse che per «contenuto» si doveva intendere «un corpo che possa essere mosso mediante spostamento». Il luogo è dunque «il primo immobile limite del contenente» (Physica, IV.4, 212a 5-6, 20-21). Se aveste un bicchiere di vino in mano e foste aristotelici almeno quanto lo fu Aristotele stesso, affermereste che il luogo del vino non è lo spazio tridimensionale che si estende tra le pareti interne del bicchiere, ma che esso coincide con la superficie interna del bicchiere medesimo. Questa teoria resistette un bel po’ di tempo per almeno due ragioni concomitanti: la prima era che se vi fosse stato il vuoto, i corpi, di conseguenza, non si sarebbero potuti muovere. Avreste avuto un bel da dire che vi sarebbe piaciuto degustare un bel bianco macerato di Chio del 2347 a.C. prodotto nientepopodimeno che da Tasos e suoi 15 figli, perché quel vino non sarebbe sceso nel vostro gargarozzo nemmeno di un millimetro. La seconda era prevalentemente di tipo psicologico: il bicchiere, nel loro caso la coppa, era sempre non solo mezzo pieno, ma interamente pieno (non solo di vino, ma se lo fosse stato di certo non guastava). Una volta Aristotele incontrò il noto intenditore di vini macerati e mischiati con acqua di mare, tale Agathangelos e gli chiese come mai sorseggiasse da una coppa senza vino ed egli, seraficamente e con adeguata preparazione filosofica, così replicò: “Oggi mi tengo leggero, bevo solo aria iodata!” Dopo questa riposta così sicura, edotta e ben argomentata, Aristotele decise di prendere Agathangelos tra i suoi discepoli, lo nominò coppiere, fortilizio indomabile contro gli atomisti e gli chiese di portare alcune anfore piene di vino perché di aria iodata ne avevano bevuta sin troppa con Platone.

Il vuoto esiste. Esperimento col vino.

Poi arrivarono i guastafeste: Galileo, Torricelli e, soprattutto, Pascal. “Nel corso dell’inverno 1647 Pascal ideò e realizzò una serie di esperimenti con tubi di forme e lunghezze diverse, con l’obiettivo anzitutto di stabilire se effettivamente vi fosse quell’aria rarefatta di cui parlavano di aristotelici, che grazie a un grande potere di espansione, spingeva il mercurio verso il basso Constatò, come aveva fatto Torricelli, che il livello rimaneva invariato anche in presenza di un vuoto maggiore. Non appena seppe dell’esperimento realizzato a Rouen, Jacques Pierius, professore di filosofia del locale Collège de l’Archevêché, pubblicò un opuscolo intitolato An detur vacuum in rerum natura (1646), nel quale sosteneva che il vuoto era in realtà pieno di vapori o esalazioni di mercurio. Pascal organizzò un esperimento spettacolare nella piazza antistante la vetreria di Rouen, al quale assistettero, oltre a Pierius, più di cinquecento persone. Si procurò due tubi lunghi più di dodici metri, fissandoli all’albero di una nave trasportato nella piazza per l’occasione. Domandò ai presenti cosa sarebbe accaduto riempiendo un tubo con acqua e l’altro con vino. I pienisti risposero che essendo più leggero, il vino avrebbe liberato più vapori rispetto all’acqua, attestandosi così a un livello inferiore. Il risultato dimostrò l’esatto contrario, cosicché anche Pierius e i sostenitori della teoria dei vapori dovettero arrendersi all’evidenza” (tratto da http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/25268/88407-Dispensa%20storia%20della%20scienza%202B.pdf).

Le scoperte scientifiche che di lì ai giorni nostri si protrassero incessantemente e con risultati sempre più definiti, portarono ad affermare in diversi campi, con motivazioni naturalmente diverse, che il “vuoto esiste e non ci si può fare niente”.

Vuoto a rendere.

Capirete lo stravolgimento psichico e metafisico di tale scoperta: molti videro i bicchieri di vino mezzi pieni; altri ancora, mezzi vuoti. Venne, inoltre, inaugurata una lunghissima stagione, non ancora terminata, di vuoti a rendere e di vuoti a perdere.

Credo però che quell’antico slancio aristotelico a riempire i vuoti che ci fanno paura sia ancora del tutto intatto. Non sempre è un bene riempire i vuoti che non si possono rendere. Ma ancora peggio è riempirli a casaccio. Il vino deve essere comunque buono.

Cesare Pavese, Feria d’agosto e la vigna

 

 

Torino, Einaudi 1946

“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.”

A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” E tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!

Calderoli, l’accoppiamento e i paradossi di Zenone di Elea

Zenone di Elea

La sentenza.

“Qualcuno dice che questo è fatto per favorire la parità di accesso. Ve lo dice un umile e modesto conoscitore della materia elettorale: chi la conosce sa che in collegi che hanno a disposizione un numero di candidature che va da due a sette, quindi piuttosto piccolo, la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile, perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina, per cui accanto a una candidatura maschile…”. “Il maschio solitamente si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa – dice ancora – Il risultato è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette”.

Questi sono i ragionamenti di grande qualità portati all’attenzione dal senatore Calderoli contro la doppia preferenza di genere. Come un novello Zenone di Elea, Calderoli ha costruito il suo paradosso filosofico-matematico sbalordendo sia i primi, i filosofi, che i secondi, i matematici. I rappresentati delle due categorie professionali sono usciti con un comunicato congiunto in cui si afferma testualmente: “È da 2500 anni (dalla morte di Zenone) che aspettavamo un ragionamento poliedrico e intrigante come quello di Calderoli. Ora ci divertiamo per davvero”. Pare, da alcune indiscrezioni trapelate dalla nota agenzia di stampa “Mogli e buoi”, che nel prossimo “Campionato internazionale di giochi matematici” verrà inserito il “paradosso Calderoli” come prova finale.

Vorrei, nel mio piccolo, contribuire alla sua soluzione parziale.

Il Primo Argomento confutato di Zenone/Calderoli (in Simplicio, Physica, 140,27):

Accogliendo le opinioni degli avversari di Parmenide, secondo cui le cose sarebbero molteplici, si arriverebbe alla conclusione assurda che il loro numero sarebbe, al tempo stesso, finito e infinito: sarebbe finito perché le cose non possono essere né più né meno di quelle che sono realmente (il loro numero cioè è un numero dato) e sarebbe infinito perché tra due cose ce ne sarà sempre una terza, e tra questa e le altre due ce ne sarà sempre un’altra ancora, e così via all’infinito. Se l’uomo si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, il loro numero sarebbe sia finito perché nel lettone (anche quelli Ikea) non ce ne starebbe una sesta, sia infinito perché nell’anticamera, nelle scale del palazzo, per strada e nelle piazze potrebbero starcene molte di più. Ma siccome il finito e l’infinito non sono possibili simultaneamente, a meno che non si abbia bevuto del grignolino in sovrabbondanza, è possibile che l’uomo le quattro o cinque donne se le sia semplicemente sognate. Anche nei collegi elettorali le preferenze non possono andare da due a sette per il medesimo principio di contraddizione. Il fatto che “le donne non lo facciano” diviene un assioma non dimostrabile da cui le deduzioni conseguenti potrebbero ritenersi false. Ma su questo rimanderei al paradosso di Banach-Tarski, o paradosso di Hausdorff-Banach-Tarski, noto anche come “raddoppiamento della sfera” (“doubling the ball”) con cui si stabilisce che, adoperando l’assioma della scelta, è possibile prendere una sfera nello spazio a 3 dimensioni, suddividerla in un insieme finito di pezzi non misurabili e, utilizzando solo rotazioni e traslazioni, riassemblare i pezzi in modo da ottenere due sfere dello stesso raggio dell’originale e segnare tre goal in fuorigioco.   

Il Secondo Argomento confutato contro la molteplicità fondato sulla grandezza delle cose (Zenone in Simplicio, Physica, 139,5).

Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere al tempo stesso infinitamente piccoli e infinitamente grandi: “Se c’è il molteplice, questo molteplice è grande e piccolo: grande fino ad essere infinito n grandezza, piccolo fino a non avere grandezza di sorta”. Infatti se le cose sono composte da molte unità o queste non hanno grandezza, e quindi ha grandezza nulla anche le cose di cui sono parte, o hanno una grandezza e, allora, le cose formate da infinite unità hanno una grandezza infinita.

In altre parole se l’uomo ce l’ha piccolo, o infinitamente piccolo, è probabile che i voti delle quattro o cinque signore vadano a sostegno di altre donne che, per effetto moltiplicatore, all’infinito, lo racconteranno ad altre donne. Alcune, tra una risata e l’altra, sceglieranno meritevolmente l’astensione.

Il vignaiolo imbarazzato

Di Michael – Flickr: IMG_4240.jpg, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30474612

Appena un vino esce sul mercato, ma a volte ancora prima quando viene risucchiato inconsciamente dalle sublimi prove di vasca, i critici, i blogger, i giornalisti, gli instagrammer, gli influencer, i miei cugini di campagna, lo investigano, lo sviscerano e lo dettagliano in maniera così minuziosa da lasciar esterrefatto lo stesso produttore. Egli o ella, sollecitato da innumerevoli e puntute domande poste in altrettanti dibattiti a cielo aperto o a porte chiuse, in trasmissioni radio, in collegamenti sociali, si ritrova come un reo ancora non confesso a cui viene e chiesto il motivo per cui lo ha fatto, il modo in cui lo ha fatto, i tempi in cui lo ha fatto, se si è ispirato a qualcuno per farlo, la filosofia che lo ha indirizzato e, immancabilmente, se ha ancora intenzione di farlo.

La colpevolezza da presunta muta nella sua piena effettività: il produttore, allora, brancola incomprensibili parole nel buio, balbetta improponibili convergenze di metodo e d’intenti, si trincera dietro inverosimili attenuanti generiche quasi che il vino non fosse suo, frutto della sua dedizione e della sua passione, ma una cosa che i critici hanno trovato per caso nella sua cantina e di cui non riesce a giustificare il possesso.