A tua insaputa

La Luna, ricorrente simbolo astrologico dell’inconscio di Thomas Sørenes from Tacoma, Washington, USA – Full Moon, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26114013

Mettiamo il primo caso: una cosa succede a tua insaputa. In altri termini ci sono delle persone che dicono, fanno, baciano, scrivono e testimoniano qualcosa senza fartelo sapere: insomma te la tengono nascosta. “Se la avessi saputa in tempo allora bla bla bla”, oppure: “non essendo riuscito a saperla in tempo allora bla bla bla”. In questa situazione hai soltanto una colpa, assai grave, che è quella di non essere riuscito ad intercettare una volontà altrui, un intendimento altrui, un desiderio altrui o, ancora peggio, di non averlo voluto fare pur avendo intuito che sarebbe potuto capitare nonostante la tua ferrea e contraria intenzionalità (espressa, ma tutta da dimostrare). E qui si apre un interstizio, una piccola fenditura che potrebbe diventare un’enorme breccia nella credibilità di una giustificazione a posteriori che si fa scusa a priori: ti conoscono talmente bene che hanno fatto qualcosa sì a tua insaputa, ma non contro certamente la tua natura. Ovvero essi sapevano che non te ne saresti curato più di tanto o non la avresti osteggiata. L’insaputa così si trasforma, quatta quatta, in saputa, ovvero in compresa, in conosciuta, in condivisa, in ovvia. L’inconsapevolezza dichiarata è dunque una coscienza mal esibita: il dolo è profondo perché cala negli interstizi della psiche a apre al secondo caso.

Mettiamo il secondo caso: una cosa succede a tua insaputa. Qui è l’inconscio che gioca a palla con il cosciente: vuoi per coazioni a ripetere, per rimozioni, per emozioni, per mozioni, per influenze esterne o interne, per aver mangiato male e digerito ancora peggio o tute le cose assieme, fai capitare questo e quello, ma a tua insaputa, ovvero non te ne accorgi quasi. E’ come se l’inconscio, una volta scoperto il caso, ti dicesse: “Cazzo, te lo avevo detto che l’avrei fatto!” E tu, o l’Io come vi pare, fossi costretto a difenderti pubblicamente dall’inconscio, da te stesso, dalla società e dalla musica trap: “L’ho fatto, è vero, ma ci stavo lavorando sopra!”

In ogni caso e per tutti i due casi le giustificazioni a seguire assecondano strade parallele e concomitanti:

Nel primo la giustificazione tende a concentrare la colpa in esseri o eventi esterni alla propria persona e somiglia molto a “la sveglia non ha suonato”; “l’invasione delle cavallette”; “l’ha fatto il mio commercialista”; “lo spritz di ieri sera era davvero orrendo!”

Nel secondo si tenta di rispondere ai palleggi dell’inconscio con delle vere e proprie rovesciate dell’io: “l’occasione fa l’uomo ladro”; “tanto va la gatta al lardo….” e, da ultimo, “l’avrei dato in beneficenza. Potete crederci o no”.

Ci credo, eccome se ci credo. Ma la prossima volta tieni a bada quel tuo fottuto inconscio, perdindirindina!