Enoturismo. La vita, l’amore e le vigne.

Sigmund Freud

Quanto la politica debba alla psicanalisi e quanto questa debba alla politica fa parte di uno dei misteri poco gloriosi e suscettibili di ravvedimento della nostra ultraterrena vita campestre. Quando viene colmato un vuoto legislativo ci si sente tutti un po’ meglio: la fase riempitiva chiude la perdita dell’oggetto investito narcisisticamente allo stesso modo con cui il Ferrero Rocher badava egregiamente a quel leggero languorino della contessa con il cappello a falda larga e di giallo vestita. L’Ambrogio di turno, il colmatore del vuoto, prospera nelle vesti del legislatore proponente: questa volta è toccato all’Enoturismo (disegno di legge 2616). “Le cantine potranno fatturare degustazioni, visite in cantina, pacchetti enoturistici e vendemmie esperienziali”: così esplicita Winenews. Basta aggiungere all’agro un tocco di villeggiatura: “Art.1 comma 2 Con il termine «enoturismo» o «turismo del vino» si intendono tutte le attività di conoscenza del prodotto vino espletate nel luogo di produzione, quali visite nei luoghi di coltura, di produzione o di esposizione degli strumenti utili alla coltivazione della vite, degustazione e commercializzazione delle produzioni vinicole locali, iniziative a carattere didattico e ricreativo nell’ambito delle cantine.
3. Le attività di ricezione e di ospitalità, compresa la degustazione dei prodotti aziendali e l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche, svolte da aziende vinicole, possono essere ricondotte alle attività agrituristiche di cui all’articolo 2 della legge 20 febbraio 2006, n. 96, secondo i princìpi in essa contenuti e secondo le disposizioni emanate dalle regioni”.

Quello che non si comprende appieno è se il vuoto da riempire sia quello legislativo, o se la legislazione diventi un espediente formale, di tipo fiscale (di cui all’articolo 5 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), per rendere evidente tutto ciò che, nel mondo del vino, manteneva la sua più esplicita informalità. I contorni del vuoto assomigliano ai confini della galassia di Orione. Dare la possibilità di fare una cosa rientra nel novero nelle strade lastricate di buone intenzioni ma, dal punto di vista concettuale, stravolge la nozione di senso della pratica stessa: far passare i costi di promozione diretta dal produttore al cliente, almeno nelle intenzioni implicite del legislatore, comporterà una serie di ricadute parzialmente prevedibili e forse non sempre auspicabili. Si dice che si vuol fare come in Francia: ma da quelle parti “il vino è sentito dalla come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle sue trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. E’ una bevanda totem, pari al latte della mucca olandese o al tè cerimonialmente sorbito dalla famiglia reale inglese. (…) Ma particolare della Francia è il fatto che il potere di conversione del vino non è mai dato apertamente come fine: altri paesi bevono per ubriacarsi, e tutti lo dicono; in Francia, l’ubriachezza è una conseguenza, mai un fine; la bevanda è sentita come un dispiegamento di un piacere, non come la causa necessaria di un effetto voluto: il vino non è soltanto un filtro, è anche atto durevole del bere: il gesto assume un valore decorativo, e il potere del vino non è mai separato dai suoi modi di esistenza (…)” (Rolad Barthes, Il vino e il latte in Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994; ed. orig. 1957)” Per dirla in altri termini: in Francia il vino è un progetto nazionale. Di spesa soprattutto. La Francia è un paese deduttivo, senza alcun dubbio: universalizza, ipotizza, ipostatizza, organizza e struttura. Qui in Italia prevale, invece, un approccio induttivo: viene stimolato il particolare affinché il generale, casomai e caso-voglia, si ponga da raccordo tra le parti emerse con azioni combinate e contemporanee: le collaborazioni e la cooperazione di più elementi in una stessa attività, o per il raggiungimento di uno stesso scopo o risultato, dovrebbero comportare un rendimento maggiore di quello ottenuto dai varî elementi separati. Ma il generale è già così intriso di particolarità separate, di micro e macro poteri strutturati e strutturanti che è più facile uscire che starci dentro; o starci dentro e fare finta di niente; oppure stare fuori e continuare con le variopinte informalità che è poi la ragione per cui si scappa dalla città.

Ecco che allora, in fuga dalle metropoli, orde di enoturisti feroci e ostinati si butteranno in vasche di cemento ricolme di fecce fini, godranno di vendemmie ascetiche, di cavalcate selvagge su trattori imbizzarriti e di sovrumani calli che potranno mostrare, al ritorno da sagaci vacanze contadine in cui ogni esperienza avrà un costo e ogni costo il suo prezzo, ai colleghi cittadini assai sbiaditi e un po’ trascurati.

 

 

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Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra

Ugo Tognazzi ne Il magnifico cornuto (1964), di Antonio Pietrangeli

Fine dell’anno, giorno più e ora meno. E’ tempo di oroscopi, di divinazioni e di predizioni per l’anno a venire. Di rassicurazioni che non rassicurano, un po’ come della vita oltre la morte o dello scudetto al Benevento nei prossimi dieci anni. Riporre speranze è tremendamente umano, psicologicamente ragionevole e scientificamente assai dubitabile. Ma qui non importa nulla: quanti agnostici certificati, quanti sbattezzati, quanti imprecatori seriali buttano l’occhio agli astri che costruiscono le impalcature del Cielo e, di ribattuta, congegnano le armature della Terra?  E nulla di più urticante di coloro che, professando il loro miscredenza informatissima, strizzano l’occhio alla quadratura che Giove intrattiene con Plutone in Capricorno o che, ammiccando ad Urano sostenuto per tutto l’anno dal lungo Trigono con Saturno, poi ti dicono, con serena empietà: “L’avevo immaginato che sei dell’Ariete!” Non vi è risposta possibile davanti ad un attacco così virulento: nel segno viene compreso un atto e un destino, una predestinazione  e un Caso da cui non ci si può sbrogliare né liberare. Pare di essere sotto le grinfie teoriche del benedettino Gotescalco (IX secolo) , il quale non solo misconosceva il valore della libertà, ma affermava una predestinazione alla vita eterna e una predestinazione alla dannazione. Ma poi, mi chiedo, è possibile che questo qui conosca tutti e quanti i 500 milioni di arieti presenti sul pianeta terra? Di sicuro è molto fortunato ad avere una così alta cognizione del dolore. Come quelli che amano od odiano i popoli. In blocco. Non ho mai capito come facciano ad entrare così nel dettaglio.

Capita che, talvolta, il conoscitore dei segni abbia  la capacità di edulcorare la perentorietà del giudizio con una chiosa finale: “E qual è il tuo ascendente?” Io dovrei rispondere: “Gemelli”. Perché, ed è questa la mia tremenda verità, sono un  Ariete ascendente Gemelli, e non dell’Ariete ascendente Gemelli come se questi fosse un mio attributo qualsiasi. E qui cala il Sipario.

Tra le circonlocuzioni  e gli arzigogoli dei segni, ho scoperto che il grande attore Ugo Tognazzi fu dell’Ariete ascendente Gemelli. Senza trascendere in impropri paragoni, colgo l’occasione per farvi riascoltare dalla voce dei sui scritti questo pezzo, quando lui, Abbuffone senza pari, parlò così di Ingrid , nel 1962, una “Svedese al fiasco” ( Ugo Tognazzi, L’abbuffone, Rizzoli Editore, Milano 1974):

“«Com’è bello avere un pied-à-terre. Ti senti diverso. Più importante. Sai,» dici agli, amici «nel mio pied-à-terre di Milano…» Parlare di un pied-à-terre di Milano potrebbe anche sottintendere d’averne altri, sparsi un po’ per tutta Italia. Quello di Milano, invece, per me era l’unico. Il primo pied-à-terre della mia vita. E non mi sembrò vero di portarci subito a vivere qualcuno. E cioè Ingrid. La incontrai non mi ricordo dove, non mi ricordo quando; né mi ricordo se indossasse o meno il vestito di chiffon che, in genere, è l’unica cosa che resta in mente agli smemorati, almeno quelli delle canzoni. Che fosse di chiffon o meno, in ogni caso, ha poca importanza, poiché Ingrid amava vestirsi esclusivamente di se stessa. E infatti io così la ricordo: nuda, che girava per casa, con queste sue tettone nordiche puntate in avanti, come due meravigliose frecce indicatrici, Ingrid. Una svedese dalla testa ai piedi.

«Tu attore,» mi diceva «tradimento facile! Io devo te controllare ventiquattr’ore su ventiquattro» Devo dire che il controllo che esercitava su di me era un po’ particolare. Mi teneva a letto. Al guinzaglio, diciamo. Ogni tanto si faceva una camminatina dal letto alla doccia, tragitto che indica ancor più chiaramente a quale particolare tipo di controllo ella mi sottoponesse… Sotto il lenzuolo di quel letto milanese c’era più traffico che non in piazza san Babila. Ingrid. Un pivot inesorabile. Sempre in canestro. Sempre su di giri. Anzi, sempre più su di giri. Chi mi conosce sa che non sono certamente spaventato da queste cose. Tutt’altro, Ma Ingrid, con l’andar dei giorni, mi stupì, se non altro per la regolarità, per la continuità delle prestazioni. Sulle prime pensai al mitico «calore nordico». Poi cominciai a sospettare che ricorresse a qualche pastiglia proibita. Anche perché, nonostante il mio primato nazionale in materia, pensavo che prima o poi, se così fossero continuate le cose, avrei dovuto ricorrervi molto probabilmente anch’io, se non altro per essere certo di tenerle testa, per tener alto il buon nome del maschio italiano. Un giorno decisi quindi di seguirla quando, dopo, si alzò dal letto dicendo il suo ormai consueto: «Scusami, vado un istante in cucina a bere qualcosa…». Ingrid. L’ho sorpresa mentre beveva a canna da un fiasco di Chianti di terz’ordine. Era quello il suo afrodisiaco. Il vino. Dopo il drogaggio s’infilava di nuovo nel letto, e si scatenava. Vino. Non era fine. Ma che m’importava. Dopotutto, non era la finezza che caratterizzava i nostri show sotto le lenzuola. Così, la sera dopo, sistemai il fiasco di vino rosso sul comodino. Quando Ingrid lo vide, mi guardò con gli occhi colmi di vizio, m’afferrò peri capelli e, avvicinando le sue labbra alle mie, mi sussurrò: «Porco!».

Fu la mia fine. Mettetevi nel mio pigiama. Una svedese impazzita che scambia un Chianti malandato in beveraggio da bordello. Beveva lei, e pretendeva che bevessi anch’io. Uno, due fiaschi per notte. All’alba, la camera da letto sapeva di osteria. E più aumentavano i fiaschi consumati, più diminuivano i freni inibitori di Ingrid.

Dopo la terza « prestazione », ormai completamente ubriaca, veniva colta da crisi depressive miste ad attacchi di gelosia: mi schiaffeggiava, mi graffiava, mi mordeva le orecchie, Il che, oltretutto, era anche, cos poco nordico. L’epilogo dell’avventura arrivò improvviso una’ otte d’agosto. Ingrid, al massimo dell’orgasmo, mi colpì con una fiascata in mezzo alla fronte. Sanguinante, mentre lei mi mordeva le chiappe, telefonai alla volante. La portarono al commissariato, lei e il suo fiasco di droga. Sul pianerottolo la vidi avvinghiarsi al sergente dei carabinieri. «Porco!» gridava. «Anche tu sei un porco!» Di lei m’è rimasto un ricordo. Un piccolo segno rosso, in alto, a destra, sulla natica sinistra.

A guardarlo bene, sembra proprio una voglia di vino”.

Lo stallo catalano o della “partita patta”

 

Secondo il regolamento della F.I.D.E (Federazione Internazionale degli Scacchi) una partita è patta quando si verificano le seguenti situazioni:

  1. a. La partita è patta quando il giocatore che ha il tratto non ha mosse legale e il suo Re non è sotto scacco. Si dice che la partita finisce per ‘stallo’. Ciò termina immediatamente la partita verificato che la mossa che ha prodotto lo stallo sia una mossa legale. Secondo la Corte Costituzionale Madrilena la mossa indipendentista catalana non è legale, per cui il primo incontro viene vinto dagli unionisti con lo scioglimento del campo avversario e l’indizione delle nuove elezioni. La vittoria è stata decisa da un tribunale nazionale, benché la controparte avesse affermato che la piena legalità di un mezzo riconosciuto dal proprio ordine statuale. La monarchia madrilena non riconosce alcun altra forma regale al di fuori di se stessa. Seguono gli arresti degli Alfieri, dei Cavalli e delle Torri catalani. Il “re” designato fugge in Belgio
  2. b. La partita è patta quando si raggiunge una posizione in cui nessuno dei due giocatori può dare scaccomatto all’avversario con una qualsiasi serie di mosse legali. Si dice allora che la partita finisce in ‘posizione morta’. Ciò termina immediatamente la partita, verificato che la mossa che ha prodotto la ‘posizione morta’ sia una mossa legale. Questo, a quanto pare, è il risultato delle elezioni catalane: vincono tutti. Il paese è spaccato in due, anche se con un apparente vantaggio di una parte sull’altra: il favore numerico dei pedoni catalani non consente, per via legale, di dare scaccomatto al re Madrileno
  3. c. La partita è patta per accordo tra i due giocatori durante la partita. Ciò termina immediatamente la partita. Di solito sono accordi che passano nelle retrovie della partita, quando i due giocatori, dopo essersi insultati davanti all’arbitro, trovano un accordo di massima nei bagni della società scacchistica che li ospita. Alla luce del sole non vi è alcun accordo possibile.
  4. d. La partita può essere dichiarata patta se un’identica posizione sta per apparire o è apparsa sulla scacchiera almeno tre volte. E’ un’ipotesi futuribile, ma non da escludere completamente. Governicchi che governano senza grandi intese né pretese possono portare, alla lunga, ad una situazione prolungata di apparente immobilismo.
  5. e. La partita può essere dichiarata patta se almeno le ultime 50 mosse consecutive di ciascun giocatore sono state fatte senza alcuna spinta di pedone e senza alcuna cattura. E’ un caso tipicamente italiano, ma da cui gli abitanti in terra ispanica potrebbero trarre giovamento e beneficio in una prospettiva a lungo termine. Significa anche girarci intorno. Nel gioco degli scacchi c’è la variante dello scacco perpetuo che ha un sapore mistico.

Ricordo, per concludere, che nell’antico gioco degli scacchi non era previsto lo stallo: chi ci finiva per colpa perdeva la partita per essersi messo in una posizione di sfavore. Nel nuovo medioevo contemporaneo questa è una soluzione che non si può escludere.

L’immagine del vino al tempo delle stronzate

By Nijs, Jac de / Anefo – [1] Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANeFo), 1945-1989, Nummer toegang 2.24.01.03 Bestanddeelnummer 913-7320, CC BY-SA 3.0 nl, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31527984

«Mai dire una bugia

quando puoi cavartela a forza di stronzate»

Eric Ambler, Una sporca storia (1967)

 

Agostino d’Ippona (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) era solito distinguere tra due espressioni del falso: “quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino esse tendit et non est[1]” (ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere ciò che non è). Questo è il falso (falsum) che riporta a due figure della menzogna: quella intenzionale del mendace (mendax) o del fallace (fallax), ovvero ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e quella di una  res che ‘tende’ al vero e che al vero somiglia, ma che è vera solo del suo essere immagine, e non dell’essere ciò che rappresenta. Quest’ultima figure è propria della finzione: «“Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur”: “il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare”. Chi ‘finge’, in definitiva, dice cose non vere ma non (deliberatamente) false solo perché ingannevoli. L’inganno è piuttosto l’incolpevole attestazione dell’impossibilità di essere autentico creatore di realtà[2].»

La stronzata, invece, si configura, secondo il filosofo americano Harry G. Frankfurt, in questo modo: «Uno che mente e uno che dice la verità giocano in campi opposti, per così dire, allo stesso gioco. Chi racconta stronzate ignora completamente tali esigenze[3]»

Una parte dell’immagine veicolata del vino pubblicizzato apparirebbe più come finzione che come menzogna vera e propria, anche se di quest’ultima mantiene l’afflato. Di qualsiasi cosa si tratti: vigneti, campagne, vignaioli in festa, vini gocciolanti, sorsi, sorrisi e ammiccamenti. La fotografia restituisce ordinarietà all’artificio semantico: l’assenza di codice sembra fondere in natura i segni della cultura. «E’ questo, senza dubbio, un paradosso storico importante: più la tecnica sviluppa la diffusione di informazioni (e soprattutto delle immagini), e più essa fornisce i mezzi per mascherare il senso costruito sotto l’apparenza del senso dato[4]». E’ il gioco sottile del mito: attivare un processo ideologico di naturalizzazione delle dominanti culturali facendole sembrare senza tempo, di senso comune, auto-evidenti e, per ciò stesse, ovvie. Il secondo passaggio della funzione mitologica coinvolge le distinzioni sociali: si cerca di nascondere la loro formazione storica e politica.

La divisione perfetta. «Senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.» Ludwig Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo in Guy Debord, La società dello spettacolo (1973).

 

[1] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[2] Introduzione al Petrarca in didattica.uniroma2.it/files/scarica/…/3740-Nel-mio-stil-frale-Parte-prima‎

[3] Harry G. Frankfurt , Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, Milano 2005, pag. 57; On Bullshit, 1986 trad. it. M. Birattari.

[4]  Roland Barthes, L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III, Einaudi, Torino 2001, pag. 35; edizione originale 1982

Logogrifo di Barbera: BRERA (Gianni).

 

8 Settembre 1919 – 19 dicembre 1992

In memoria.

«Il vino va odorato con un lieve moto circolare del bicchiere, che lo arrubini e appanni prima di ricomporsi. Poi lo si accosta lentamente alle labbra e si alza in modo che la lingua ne sia ragionevolmente bagnata: papille gustative, terminazioni nervose delle gengive e delle guance, palato, retrobocca danno la misura del gusto, dell’acidità, del vigore e di tutte le doti o difetti che ho enumerato più sopra. Ma quando si sia definita la classe del vino, allora non bisogna indugiare troppo. Le ingenue ragazzole che centellinano sorso a sorso lo champagne, trattenendolo in bocca al punto da annegare le papille, quelle sono le più facili a perdere la tramontana. Il bere deve essere lento e continuo, quasi a formare sulla minor porzione di lingua un ruscelletto fluido e costante: meno si spande per la bocca e meno i vino ubriaca. Per contro, i bevitori ingordi si sborniano grossolanamente; ubriacarsi è quasi sempre disdicevole; inebbriarsi può essere bello ma è ben presto vietato agli abitudinari; bere, senza affogare il cervello è piacere sottile e raro, da veri specialisti».

Tratto da Gianni Brera, Il vino che sorride, http://www.brera.net/gianni/articoli/vino.html

KAIROS (Kαιρός): per ogni cosa l’ottimo

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Esiodo chiude, all’esametro 694 del poema didascalico Le Opere e i Giorni, in questo modo: μέτρα φυλάσσεσθαι: καιρὸς δ᾽ἐπὶ  πᾶσιν ἄριστος ; tieni misura: il meglio fra tutto è il momento opportuno (traduzione di Ettore Romagnoli, 1929). Ma Kairos (καιρός)[1], il momento opportuno o l’occasione come spesso è stato a noi tradotto, non è soltanto il tempo che si svela nell’attimo utile e favorevole, quanto la qualità di quel tempo di cui ‘per ogni cosa è l’ottimo’.

“Di dov’era lo scultore? Di Sicione./ Ed il suo nome? Lisippo./ E chi sei tu? Il tempo che sottomette ogni cosa./ Perché stai in punta di piedi? Sto sempre correndo./ E perché hai un paio di ali ai piedi? Io volo nel vento./ E perché tieni un rasoio nella mano destra? Come segnale agli uomini/ del fatto che io sono più affilato che qualsiasi altro bordo./ E perché i capelli ti scendono sulla faccia? Perché chi m’incontra mi acciuffi./ E perché, in nome del cielo, il retro della tua testa è rasato? Perché/nessuno che un tempo mi ha lasciato correre sui miei piedi alati -/ anche se, scontento, lo desidera – mi prenderà ora da dietro./ Perché l’artista ti ha modellato? A tuo vantaggio, straniero, e mi ha/ messo nel portico a mo’ di lezione”. (Epigramma di Posidippo al famoso bronzo, ora perduto, di Leusippo 372-368 a.C)

Secondo una notizia di Tzetzes, filologo bizantino (1110 circa – 1180 circa), Leusippo avrebbe realizzato la figura di Kairos come monito ed esortazione per Alessandro Magno e, secondo Imerio, sarebbe stato proprio l’artista a includere Kairos tra gli dei. Alla fine del IV secolo uno dei bronzi di Leusippo di Kairos arricchiva il Lauseion, la lussuosa dimora di Lauso a Costantinopoli, funzionario di Arcadio, che fu distrutta da un incendio nel 476.

Francesco Salviati, Kairòs (1553)
Francesco Salviati, Kairòs (1553)

Tzetzes, “che conserva la rara notizia dell’appoggio dei piedi alati su una sfera, ribadisce la presenza del ciuffo sulla fronte e della calvizie dietro la testa, ma aggiunge anche altri particolari: il personaggio è nudo e sordo, perché in tal modo non può essere afferrato o richiamato una volta che è passato avanti, come mostra un uomo raffigurato dietro di lui che invano lo insegue e lo chiama, mentre quello tende dietro di sé una spada (μάχαιρα, ulteriore variazione del rasoio) accennando colpi mortali a chi è in ritardo”.[2]

Colpi mortali: così è Kairos prima di essere tempo. E’ fenditura attraverso cui penetra l’arma per colpire mortalmente. La freccia che manca l’apertura (parà kairóv) e che colpisce l’armatura è inefficace. La fessura diviene metafora di giusta occasione, di via giusta. In Pindaro. Parole inopportune e opportune, che dardeggiano in Eschilo e in Sofocle. Aristotele ne farà sede di eloquenza e di retorica. Per persuadere opportunamente, a tempo debito. L’opportunitas latina, d’altra parte, non è che un varco così come la fenestra diventa, all’occorrenza, occasione o Fortuna.[3]

 

[1] Cfr. Annapaola Zaccaria Ruggiu, Le forme del tempo. Aion Chronos Kairos, Il Poligrafo, Padova 2006

[2]  Silvia Mattiacci, Da Kairos a Occasio: un percorso tra letteratura e iconografia. Il calamo della memoria IV, 28-30 aprile 2010, in htp://www2.units.it/musacamena/calamo/calamo10.php, pp. 127 – 154

[3] Cfr. R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi, Milano 1998, pp. 419 – 425 e

 

L’enofighetto

L’enofighetto è un mostro terrestre col corpo di rinoceronte e la testa a forma di decanter. Parla solitamente di se stesso in terza persona: “Gran bel intenditore di vini quel sommelier!” Possiede quarantasette palati e ventitré nasi che gli consentono, nel caso in cui qualcuno di questi prenda il raffreddore o il mal di gola, di poter liberamente valutare, con i rimanenti sani, un vino bianco di 3000 anni a. C. macerato in una cripta minoica.

La leggenda vuole che l’enofighetto, al compimento del suo centoquattresimo anno, trasformi il corpo in una  barrique usata di terzo passaggio, mentre la testa prende le sembianze di un Presidente del Consiglio della Prima Repubblica.

L’enofighetto, infine, interviene ripetutamente commentando articoli sui blog vinosi, con proposizioni di uno certo spessore, proprio nel momento in cui gli autori considerano già superato quello che hanno pubblicato pochi minuti prima. Per ovviare questo penoso e perenne ritardo, l’enofighetto utilizza frasari sempre più generici, del tipo: “Non urli, caro master of wine. Non vorrà mica che l’assassino ci scopra!”