Enoturismo. La vita, l’amore e le vigne.

Sigmund Freud

Quanto la politica debba alla psicanalisi e quanto questa debba alla politica fa parte di uno dei misteri poco gloriosi e suscettibili di ravvedimento della nostra ultraterrena vita campestre. Quando viene colmato un vuoto legislativo ci si sente tutti un po’ meglio: la fase riempitiva chiude la perdita dell’oggetto investito narcisisticamente allo stesso modo con cui il Ferrero Rocher badava egregiamente a quel leggero languorino della contessa con il cappello a falda larga e di giallo vestita. L’Ambrogio di turno, il colmatore del vuoto, prospera nelle vesti del legislatore proponente: questa volta è toccato all’Enoturismo (disegno di legge 2616). “Le cantine potranno fatturare degustazioni, visite in cantina, pacchetti enoturistici e vendemmie esperienziali”: così esplicita Winenews. Basta aggiungere all’agro un tocco di villeggiatura: “Art.1 comma 2 Con il termine «enoturismo» o «turismo del vino» si intendono tutte le attività di conoscenza del prodotto vino espletate nel luogo di produzione, quali visite nei luoghi di coltura, di produzione o di esposizione degli strumenti utili alla coltivazione della vite, degustazione e commercializzazione delle produzioni vinicole locali, iniziative a carattere didattico e ricreativo nell’ambito delle cantine.
3. Le attività di ricezione e di ospitalità, compresa la degustazione dei prodotti aziendali e l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche, svolte da aziende vinicole, possono essere ricondotte alle attività agrituristiche di cui all’articolo 2 della legge 20 febbraio 2006, n. 96, secondo i princìpi in essa contenuti e secondo le disposizioni emanate dalle regioni”.

Quello che non si comprende appieno è se il vuoto da riempire sia quello legislativo, o se la legislazione diventi un espediente formale, di tipo fiscale (di cui all’articolo 5 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), per rendere evidente tutto ciò che, nel mondo del vino, manteneva la sua più esplicita informalità. I contorni del vuoto assomigliano ai confini della galassia di Orione. Dare la possibilità di fare una cosa rientra nel novero nelle strade lastricate di buone intenzioni ma, dal punto di vista concettuale, stravolge la nozione di senso della pratica stessa: far passare i costi di promozione diretta dal produttore al cliente, almeno nelle intenzioni implicite del legislatore, comporterà una serie di ricadute parzialmente prevedibili e forse non sempre auspicabili. Si dice che si vuol fare come in Francia: ma da quelle parti “il vino è sentito dalla come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle sue trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. E’ una bevanda totem, pari al latte della mucca olandese o al tè cerimonialmente sorbito dalla famiglia reale inglese. (…) Ma particolare della Francia è il fatto che il potere di conversione del vino non è mai dato apertamente come fine: altri paesi bevono per ubriacarsi, e tutti lo dicono; in Francia, l’ubriachezza è una conseguenza, mai un fine; la bevanda è sentita come un dispiegamento di un piacere, non come la causa necessaria di un effetto voluto: il vino non è soltanto un filtro, è anche atto durevole del bere: il gesto assume un valore decorativo, e il potere del vino non è mai separato dai suoi modi di esistenza (…)” (Rolad Barthes, Il vino e il latte in Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994; ed. orig. 1957)” Per dirla in altri termini: in Francia il vino è un progetto nazionale. Di spesa soprattutto. La Francia è un paese deduttivo, senza alcun dubbio: universalizza, ipotizza, ipostatizza, organizza e struttura. Qui in Italia prevale, invece, un approccio induttivo: viene stimolato il particolare affinché il generale, casomai e caso-voglia, si ponga da raccordo tra le parti emerse con azioni combinate e contemporanee: le collaborazioni e la cooperazione di più elementi in una stessa attività, o per il raggiungimento di uno stesso scopo o risultato, dovrebbero comportare un rendimento maggiore di quello ottenuto dai varî elementi separati. Ma il generale è già così intriso di particolarità separate, di micro e macro poteri strutturati e strutturanti che è più facile uscire che starci dentro; o starci dentro e fare finta di niente; oppure stare fuori e continuare con le variopinte informalità che è poi la ragione per cui si scappa dalla città.

Ecco che allora, in fuga dalle metropoli, orde di enoturisti feroci e ostinati si butteranno in vasche di cemento ricolme di fecce fini, godranno di vendemmie ascetiche, di cavalcate selvagge su trattori imbizzarriti e di sovrumani calli che potranno mostrare, al ritorno da sagaci vacanze contadine in cui ogni esperienza avrà un costo e ogni costo il suo prezzo, ai colleghi cittadini assai sbiaditi e un po’ trascurati.

 

 

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