Nell’antica Roma si ereditava solo il vino o anche le anfore in cui era contenuto? La metonimia nel diritto

Iniziazione bacchica in un affresco nella Villa dei misteri a Pompei antica. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=156518

Il legato, nell’antica Roma, era un lascito testamentario: oggetto del legato potevano essere un diritto reale, un diritto di credito, la remissione di un debito (legatum liberatiònis), una quota di eredità (legatum partitiònis), una rendita alimentare ed altro. “Il processo di avvicinamento tra i gènera legatòrum raggiunse il culmine nel diritto giustinianeo, allorché, si stabilì che i legati avevano tutti unam naturam, cioè una sola natura, e i vari tipi di legato si fusero insieme. In caso di pluralità di legatari, si distinguevano due ipotesi:

  1. vi era coniùnctio re et verbis, se il legato spettava a più chiamati ed in caso di morte o rifiuto di uno di essi, la sua parte restava nel patrimonio ereditario;
  2. vi era coniunctio re, se l’erede aveva a suo carico tante obbligazioni con oggetto uguale, quanti erano i legatari”. (Cfr. https://www.simone.it/newdiz/newdiz.php?action=view&id=1597&dizionario=3)

Proprio nel Digesto giustinianeo (Giustiniano I), suddiviso in 50 libri che contenevano i frammenti delle opere di giuristi romani e promulgato il 16 dicembre del 533 d.C., troviamo il frammento di Domizio Ulpiano[1], contenuto nel Liber XX ad Sabinum, a proposito del legato del vino: «Si vinum legatum sit, videamus an cum vasis debeatur. Et Celsus inquit, vino legato, etiamsi non sit legatum cum vasis vasa quoque legata videri; non quia pars sunt vini vasa, quemadmodum emblemata argenti, scyphorum forte vel speculi, sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes. In doliis non puto verum, ut, vino legato, et doliis debeantur, maxime si depressa in cella vinaria fuerint, aut ea sunt quae per magnitudinem difficile moventur. In cuppis autem sive cuppulis puto admittendum et ea deberi,nisi pars modo immobiles in agro veluti instrumentum agri erant. Vino legato utres non debuntur nec culeos quidem deberi dico (D. 33, 6, 3 § 1)».

Così la traduzione di Iole Fargnoli[2]: «Se è legato del vino; vediamo se sia dovuto assieme ai suoi contenitori. Celso dice che quando il vino è legato, anche se non è legato con i contenitori, essi appaiono ugualmente essere legati, non perché i contenitori sono parti del vino, come per esempio gli ornamenti all’argento (così come deve essere per le coppe o lo specchio), ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino. Dove le botti sono interessate, io non penso che sia vero che quando ii vino sia legato, anche le botti siano dovute, specialmente se esse sono fissate nella cella vinaria o sono difficili da spostare a causa della loro dimensione. Tuttavia, nel caso di tini o tinozze, penso che debba ammettersi che esse sono pure dovute, a meno che esse siano allo stesso modo inamovibilmente fissate al suolo così da essere un instrumentum della terra. Quando il vino è legato, gli otri non saranno dovuti; io dico che non sono dovute neanche le sacche di pelle».

Tale regola giustinianea venne poi avvalorata nella Magna Glossa da un “commento” di Bartolo da Sassoferrato (Sassoferrato, 1314 – Perugia, 13 luglio 1357). Quello che a noi interessa è notare come la metonimia contenuta nella espressione del “testatore”, «…sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes», ovvero «…ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino» entri, di fatto, nella prassi consolidata dell’esecuzione dell’intenzionalità testamentaria. Al contrario, con ciò che non può essere spostato, come i tini e le tinozze, perché fissato nel terreno oppure che rappresenta un mezzo di trasporto estemporaneo, di transito veloce, come gli otri o i sacchi in pelle (recipienti fatto di pelle di capra conciata e cucita), allora il vino viene s-legato dal rapporto di complementarietà necessaria e indissolubile e la metonimia perde la forza del diritto.

[1] Ulpiano, Domizio. – Giurista romano (m. 228). Praefectus praetorio assieme a Paolo, è uno dei cinque giuristi indicati dalla cosiddetta legge delle citazioni (426) di Teodosio II e Valentiniano III, come coloro alle cui dottrine dovevano attenersi i giudici nella decisione delle controversie. Le sue opere maggiori sono i due commentari ad edictum in 81 libri e ad Sabinum in 51 libri. (da Treccani,.it)

[2] Iole Fargnoli, Cibo e diritto in età romana, Giappichelli Editore, Torino 2015, pag. 64

Breve storia di Idelmo

Un Rublo Sestroretsk di Caterina II (1771) era realizzato in rame e misurava 77 mm di diametro per uno spessore di 26 mm ed un peso di 1022 grammi. Esso è ancora oggi la moneta più grande e pesante mai coniata da uno stato. Russia (coin), National Numismatic Collection (image) – National Museum of American History, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42684883

Idelmo Madruzzo di Tor Vajana ereditò una cospicua somma di denaro, di beni mobili e immobili nonché di tre pernici imbalsamate alla morte del suo unico e amato parente, il nonno Vladimiro. Idelmo, fedele al suo rango nobiliare e soprattutto alla casata il cui motto era “Post coitum omne animal triste est”, non era uso lavorare se non per brevissimi periodi in cui si dilettava come assaggiatore di cibo di lusso per animali da salotto (cagnolini mignon, gatti, criceti, pesci rossi, lucertole e via di questo passo) per una rinomata casa di produzione internazionale con sede fiscale sul versante del Frêney del Monte Bianco.
Idelmo Madruzzo di Tor Vajana amava terribilmente il vino di cui possedeva sì e no un migliaio di bottiglie dal valore inestimabile e di grandissima straordinarietà.
Quel giorno, come tutti i giorni ad eccezione della domenica, Idelmo si recò presso l’enoteca dei “Tartrati precipitati” gestita con immancabile signorilità e raffinatezza dalla contessa ultranovantenne Augusta Casati vedova Cavatelli, dai suoi figli Mario e Aleandro e da almeno 34 tra commessi e commesse.
Si fermò a far due chiacchiere con la padrona che stava sorseggiando, alle 9.30 di mattina, un Cognac Remy Martin Louis XIII accompagnato da brevi e intensi morsi ai danni di una torta di nocciole della pronipote Adelina pasticcera in quel di Dogliani. Parlarono di temperature climatiche, oramai troppo clementi, di tostatura delle nocciole e della giusta quantità di burro necessaria ad una buona riuscita della torta in questione. Dopo gli ossequiosi convenevoli, Idelmo si diresse dapprima dalla sua consigliera enologica, Marta e successivamente da quello gastronomico, Olmo.
Ordinò, senza strafare, due bottiglie di barolo di Bartolo Mascarello del 2007, un barolo riserva “Monfortino” del 2000 di Giacomo Conterno, un paio di bottiglie di brunello di Montalcino “Cerretalto” del 1997 di Casanova di Neri, una bottiglia di Margaux Gran Cru classé “Château Razeau – Ségla” e, giusto per gradire, uno champagne Brut del 2006 di Krug. Per quanto riguarda le cibarie chiese due kg di tartufo bianco di Alba e del caffè Kpi Luwak prodotto con le bacche parzialmente digerite e defecate dallo zibetto.
Marta e Olmo, diligentemente, prepararono i pacchi e le scatole, mentre Idelmo si intratteneva piacevolmente con Giovanna, la più bella tra le commesse che avesse mai visto in un arco spazio-temporale di oltre 45 anni di frequentazione delle più rinomate enoteche del globo. Quando i pacchi e pacchetti furono bell’e pronti Idelmo non c’era più. Nessuno lo trovava e nessuno sapeva che fine avesse fatto. Lo cercarono per telefono, via mail, sui social, ma nulla.
Idelmo ricomparve tutto trafelato un mese dopo: chiese scusa per il malinteso, chiacchierò amabilmente con la padrona Augusta, che stava assaporando una Antartic Nail Ale la cui componente acquosa proviene dal ghiaccio dell’Antartico ed ordinò assieme a ciò che aveva già prenotato la volta precedente anche due ostriche giganti della Coffin Bay. Preparato il tutto Marta e Olmo posarono i pacchi presso l’uscita dell’enoteca. Ma, nuovamente, di Idelmo nessuna traccia.
Lo stesso accadimento, per un ordine che andava sempre più ad ingigantirsi, capitò per altre 15 volte.
Una notte, Augusta Casati vedova Cavatelli, dopo essersi scolata un barilotto di whisky Macallan Rare Cask del 2020, fece diversi sogni contorti e confusi. In uno di questi riconobbe un Idelmo Madruzzo di Tor Vajana trasfigurato nelle sembianze del grandissimo cuoco francese Antoine Beauvilliers, che era solito ricevere gli ospiti con la spada al fianco in uniforme di Ufficier de bouche de riserve.
La mattina seguente la contessa spirò non senza aver più volte pronunciato il nome di Idelmo, il quale, con volto scuro e rattristato si presentò tre giorni dopo, cappello in mano, alle esequie.
I figli Mario e Aleandro, Marta, Olmo e un drappello di commesse si avvicinarono a Idelmo e, dopo avergli raccontato delle ultime parole profferte da Augusta Casati vedova Cavatelli, gli chiesero come voleva procedere riguardo i cospicui e danarosi ordini che aveva comandato in quasi sei mesi. Idelmo, con gli occhi bassi e addolorati, le mani giunte che stringevano il cappello a bombetta, domandò esitante: “Posso pagare in rubli?”

Svariati attori per svariati drammi: il Produttore, il Critico, il Vino

Pessoa in 1929, drinking a glass of wine in a tavern of Lisbon’s downtown.
By Unknown author – Círculo de Leitores, Fernando Pessoa – Obra Poética, Vol. I, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9478815

L’essere umano è abituato a distruggere grammatiche per edificarne delle altre: nel campo della degustazione del vino si contrappongono, nella sostanza, due pratiche filosofiche che rilevano consuetudini sensoriali.

La prima e più diffusa, di ordine “fisicalista”, suppone che la realtà sia costituita essenzialmente da elementi fisici esterni e indipendenti dalla mente. La separazione tra mente e realtà fisica produce uno spazio oggettuale e indipendente in cui si realizza il processo di valutazione: questo spazio relazionale biunivoco può essere riempito e condizionato da influenze personali o impersonali, sociali, economiche, culturali, politiche e via dicendo. Benché e nonostante le influenze esterne, lo spazio di oggettivazione ha comunque uno suo statuto disciplinare coerentemente inteso e modificabile soltanto quando la comunità di appartenenza (sommelier, enologi o altro) stabilisce che uno o più parametri valutativi in quel preciso campo sono da rinnovare, da aggiornare o da cambiare completamente. Il vino “fisicalista” è oggetto di comprensione e valutazione: sebbene la relazione sia biunivoca, il peso del giudizio risiede unicamente nel soggetto dotato di coscienza attiva e verbale. Il vino, come è facile intuire, non ha diritto di parola e neppure di replica.

La seconda, di ordine puramente relazionale, annulla il campo oggettuale e valutativo per concedere sollo allo spazio relazionale, mente-mente, lo statuto disciplinare atto a produrre la forma e la conoscenza del vino. Questi, ma potrebbe essere qualsiasi altra realtà oggettuale, si costituisce, si dà fisionomia e significato solo nel rapporto tra persone. Il frame, ovvero la cornice spazio-temporale, significa ed esaurisce il senso del vino: non esiste un prima e non potrà esserci un dopo. Al di fuori del contesto di condivisione non si dà alcuna forma di giudizio: l’assenza della relazione è l’assenza dello spazio concettuale.

Potrebbero bastarci le grammatiche dell’oggetto (che cosa bevo) o le grammatiche del mezzo (con chi bevo) se la trattazione del soggetto significasse solo la messa in discussione delle categorie di “oggettivo” e di “soggettivo” e la loro inverosimile alterità reciproca. Il problema del chi beve, del chi giudica e del chi fa che cosa coinvolge il tema del soggetto in almeno due direzioni: quella della molteplicità e quella di una sua plausibile sparizione.

Parafrasando Roland Barthes si dovrebbe affermare che il Produttore regna ancora nei manuali di sommellerie, nelle biografie degli assaggiatori, nelle interviste della coscienza stessa degli uomini e delle donne di piacere, tese ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera. Allo stesso modo si cerca sempre la spiegazione della produzione di un vino sul versante di chi l’ha realizzato, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della pratica, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, il Produttore, a consegnarci le sue «confidenze». Attribuire un Produttore ad un vino significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere l’assaggio. E’ una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire il Produttore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato il Produttore, il vino è «spiegato», il Critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno del Produttore sia stato anche quello del Critico, e che la critica sia oggi, insieme al Produttore, minata alla base.

“Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?1

Questo ancora per dire che la questione dell’asservimento della Critica alla Produzione in un’ottica eminentemente clientelare è solo una piccola parte di una controversia molto più ampia: se non si riesce a comprendere in che modo funzionano i dispositivi di potere nella formazione dei discorsi, non si riesce neppure a capire come il soggetto, sia esso Produttore o Critico, possa ricoprire una molteplicità di ruoli, ovvero di funzioni, necessari alla replica o al capovolgimento dei meccanismi di potere. Il non-detto ha, in tutto questo, un peso enorme. Così come l’autocensura. Prima del chi parla, occorre chiedersi da quale pulpito strepita chi, per ordinamento sociale, ha diritto di parola.

E, infine, il confronto con noi stessi, quel difficile passaggio di indulgenza, mai di auto-assoluzione, per il fatto che non tanto di incoerenza si tratta perché coerenza dovrebbe essersi data, ma di inequivocabile e instabile molteplicità: se altri parlano per noi, noi non possiamo che parlare per altri: “Ho creato in me diverse personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto: mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi” (Fernando Pessoa).

Allora, forse, le domande da fare e da porsi è: quali attori vogliamo interpretare e per quali drammi? Quali produttori e per quali vini? Quali critici e per quali vini?

1 Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

La scomparsa progressiva del congiuntivo e l’apparizione del vino perentorio

Dipinto di Pieter Isaacsz che raffigura un insegnante mentre legge in un’Accademia di cavalieri. – Rosenborg Castle, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11647154

«Le parole non sono antropocentriche, nessuno le “scrive”, non “vogliono dire” nulla, non hanno nulla da dire. Come l’universo, sono inutili (…) Infine, le parole non conoscono errore. Se una parola “sbaglia” l’universo si adegua immediatamente. Ho scritto per la seconda volta “universo”, è ora che smetta». Giorgio Manganelli, Pinocchio, un libro parallelo.
Sono uno dei primi a rammaricarmi della scomparsa del congiuntivo e delle frasi che stridono alla risonanza di mancati accordi, ma poi ci penso e ci ripenso su: non sono certo uno che vorrebbe conservare tanto per conservare e neppure colui che vorrebbe rivoluzionare tanto per rivoluzionare. Aspetto sulla sponda del fiume, tristemente, il passaggio del cadavere del congiuntivo e so, per certo, che non è un mio nemico. L’aveva già detto Roland Barthes che «il verbo essere trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale; […] Ecco cosa c’è nel verbo essere della retorica oltranzista: una furibonda collusione tra l’indicativo e l’ottativo, la trasformazione impossibile del desiderio in fatto, del futuro in passato, al di sopra di un presente che resiste». E’ chiaro, dunque, che quando si sa una cosa per certo è doveroso, d’obbligo e conveniente che segua il verbo essere al suo indicativo presente. Ma quando si pensa, si dubita, si spera, si concede, si esprime un timore, un augurio o una speranza, si prega o si chiede permesso sarebbe opportuno che il verbo a seguire sia altrettanto incerto, ipotizzabile, auspicato, dubbio e persino soggettivo. Non si può proprio pensare che quel vino “è” ricco di sfumature sensoriali, di corbezzoli, di fiori di campo e di palandrane sdrucite. Si può solo pensare che lo “sia”. Il mondo si adegua alla morte prematura del congiuntivo e si conforma alla sostanza categorica del verbo essere al suo tempo indicativo in un eterno presente. Quando tutto è, non è possibile che sia altrimenti. 

Evoluzioni della sovranità

La società per ceti.

Il passaggio tumultuoso e non lineare che porta dalla società per ceti alla costituzione dello Stato moderno, XII — XVI secolo, richiede di puntualizzare le peculiarità della prima e le forme sociali, culturali e giuridiche all’interno delle quali si produssero diverse rotture e cambiamenti epocali. La società per ceti si evolve rispetto alla precedente società feudale per almeno tre elementi caratterizzanti:

1. Superamento della base personale (giuridica) del potere: formazione del “ceto” (stato, status in latino, estat in francese, estate in inglese, stand in tedesco) nel senso di condizione politico-sociale-economica, come insieme di persone che godono dei medesimi diritti e doveri politici. Nella signoria come nella corporazione il rapporto con il “Signore” non è più di tipo personale, ma collettivo.

2. Duplice trasformazione in campo agricolo e commerciale. Per il primo vi è un passaggio dal feudo alla “Signoria”, mentre per il secondo c’è la costituzione in ambito commerciale e produttivo di corporazioni di mestieri. Entrambi, ovvero sia il settore agricolo che quello commerciale si caratterizzano per gestire da sé i propri interessi. Il passaggio avviene dunque tra la “signoria terriera” e la “sovranità territoriale”: è la borghesia nascente che offre al nuovo principe gli strumenti di governo e di centralizzazione, garanzia di sviluppo e solidità dei traffici, condizioni che la signoria terriera non vuole più dare se non a costo di perdere parte della propria sovranità o, meglio, dei propri privilegium.

3. Passaggio del rapporto politico da un’impronta militare ad una più sociale.

Ciò che caratterizza la Società per ceti e che la distingue in maniera fondamentale dallo Stato moderno è la totale mancanza di distinzione tra Stato, inteso come ordinamento giuridico e la società intesa come corpo distinto e separato dal primo. La mancata distinzione dei due ambiti significa, in prevalenza, che nella Società per ceti comportamenti “privati” rimandano immediatamente a diritti e doveri “pubblici”. L’esempio più importante è quello del signore di casa o del capo-famiglia, il quale non solo ha un ruolo formale e sostanziale all’interno della propria famiglia, ma possiede anche un potere di tipo giurisdizionale, amministrativo e di rappresentanza nei confronti dei membri della famiglia. La società per ceti si configura quindi come società policentrica caratterizzata da poteri in ambito autonomo, dove le diverse fonti corrispondono alle diverse funzioni sociali o status, mentre sedi diverse corrispondono a diversi ambiti organizzativi (casa, assemblee ecc.). Ogni sede ed ogni fonte è detentrice di potere legittimo e non esiste un ordinamento sovrano che mantenga il monopolio legittimo della forza su poteri diversi, cosa che connoterà, a suo modo, lo Stato moderno.

La Società per ceti, policentrica per antonomasia, svilupperà in seguito una serie di contraddizioni interne tali da non essere più in grado di rappresentare le dinamiche sociali e produttive presenti al proprio interno: una fra tutte è tratteggiata dall’altissimo livello di conflittualità tra le diverse Signorie che diviene un impedimento all’ espansione e allo sviluppo dei commerci e delle produzioni. La faida, ovvero la guerra privata esercitata da chi subisce un torto e da coloro che appartengono al suo gruppo sociale o alla sua famiglia, che si protrae fino al conseguimento della vendetta, anche sanguinosa, o all’ottenimento di un’adeguata riparazione pecuniaria (secondo il diritto germanico barbarico) è un normale strumento di dialettica politica.

Anche la Chiesa cattolica contribuisce, suo malgrado, a costruire gli elementi di separazione tra politica e religione che porteranno, grazie alle guerre di religione e alla Riforma, a sancire la rottura definitiva tra il potere del primo e quello del secondo. Le lotte per le investiture, tra il X e XI secolo e la concezione universalistica della republica christiana pongono le basi per la separazione dell’unità politico religiosa che regge l’Occidente Medievale.

L’investitura è la cerimonia con cui, nel sistema feudale, si trasmette ad altri un diritto. Viene utilizzata soprattutto per dare in beneficio un bene, in cambio del giuramento di fedeltà vassallatica, e per assegnare un incarico funzionale. Questo tipo di cerimonia, diversamente articolata, ha un grande rilievo ideologico, con un complesso simbolismo tendente a far conoscere con forza alla comunità la trasmissione di diritti in oggetto. Lo stretto sodalizio politico tra regni e gerarchie episcopali permette il consolidamento nel corso dei secoli di un’investitura da parte del re a favore dei vescovi al momento della loro elezione. La volontà di riforma e di autonomia della chiesa nell’XI secolo dà vita al tentativo di abolire l’investitura laica di vescovi e abati, e di escludere l’intervento imperiale nell’elezione papale: conseguenza di questo è la cosiddetta “lotta delle investiture”, che coinvolge impero e papato per quarant’anni, a cavallo tra l’XI e il XII secolo. Il contrasto si accende soprattutto sotto il pontificato di Gregorio VII, che costringe Enrico IV all’umiliazione di Canossa (1077), e prosegue sotto i pontefici e gli imperatori successivi, con vicende alterne, fino al compromesso sancito dal concordato di Worms nel 1122 tra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II che conclude almeno temporaneamente la lotta per le investiture. Sul modello di compromesso elaborato negli ultimi anni dell’XI secolo e già applicato, in forme diverse, in Francia e in Inghilterra, Enrico V rinuncia all’investitura con l’anello e il pastorale, ma ottiene il diritto di presenziare all’elezione dei vescovi tedeschi da parte del clero locale e, una volta eletti, di investirli dei regali, cioè dei beni e delle funzioni pubbliche legati alla carica episcopale.

L’investitura sarebbe avvenuta con lo scettro, simbolo dell’autorità pubblica, in Germania prima della consacrazione episcopale, e in Italia entro sei mesi dopo la consacrazione. Nella funzione episcopale si distingue cioè l’ufficio spirituale, che solo la chiesa aveva diritto di conferire con l’anello e il pastorale, dai suoi attributi temporali simboleggiati dallo scettro, l’investitura dei quali spettava al re. Con questo concordato Roma si svincola completamente dalla tutela imperiale, ma non rinuncia agli strumenti di centralizzazione forgiati nei decenni precedenti.

Quando la Chiesa Cattolica e il suo universalismo crollano sia dal punto di vista dogmatico che, parzialmente, dal punto di vista temporale, sarà solo l’Imperatore a garantire l’unità territoriale statale grazie all’uso legittimo della forza.

La sovranità.

Un altro elemento di forte caratterizzazione che segna in maniera energica il passaggio dalla società feudale alla società per ceti (embrionale rispetto alla conformazione della Stato) ed infine allo Stato moderno è la variazione della concezione del diritto e precedentemente ad esso la nozione, in senso storico e materiale, di sovranità. Solitamente il concetto di sovranità è legato alla formazione della Stato moderno in quattro elementi definenti:

1. l’autonomia del politico;

2. l’egemonia del politico sulle altre sfere della vita associata;

3. il dominio del destino di un popolo;

4. la legittimità democratica (sovranità popolare).

Si tratta di un uso limitato, metapolitico di tipizzazione politologia e sociologica che non rende pienamente conto dell’evoluzione di un concetto all’interno dei processi storici che lo hanno prodotto.

Nel Medioevo il sovrano, Pontefice o Imperatore, non è l’artefice del diritto, ma semplicemente l’estensore verbale dello stesso (magari integrandolo o modificandolo): nella tradizione Canonica medievale l’ordine naturale e quello divino sono coincidenti ed essi creano quell’ordo iuris immutabile ed immodificabile nel tempo da essi prodotto. Per il Medioevo si può parlare quindi di Stato di giustizia (divina naturalmente) più che di Stato di diritto, laddove per diritto si rimanda ad una concezione contrattata e positiva degli accordi di convivenza umana.

L’assolutismo medievale centra nella duplice formula “nullus est maior imperatore” (nessuno è superiore all’imperatore) e “imperator solutus legibus” (l’imperatore è svincolato dalle leggi da lui create) i fondamenti della sua sovranità, che rimanda sia ad una concezione negativa del potere, sia ad un’obbedienza ‘superiore’, quella dovuta all’ordine naturale. Perché se è vero che nessun principe può obbligare se stesso (nullus cogitur a se ipso, Tommaso D’Aquinio, 1225 — 1274, Summa Theologiae), allo stesso tempo nessun principe può fare una legge che contenga cose disoneste o ingiuste, perché questo sarebbe in contraddizione con la legge divina di cui egli è incarnazione e rappresentante, ma non estensore (Bartolo da Sassoferrato, 1314 — 1357, Digesto).

La sovranità con il tardo medioevo inizia ad essere estensiva dal congiungimento di due elementi da cui etimologicamente discende e che diventeranno costitutivi dello Stato moderno, ovvero il superior, supremus (che non ha altri al di sopra di sé, se non appunto la legge divina) e il più antico senior, da cui il francese suzerain e souverain di diritto pubblico.

La novità introdotta da Bartolo da Sassoferrato riguarda invece i primi elementi volontaristici e quindi positivi della costituzione della formazione del comando: il precetto e la proibizione. La legge imperiale parla incondizionatamente, “loquitur sempliciter”.

Se il superior è legibus solutus, si pone dunque il problema della tirannide: essa è, per il pensiero politico medievale, forma di potere totalmente antigiuridica, ovvero rappresenta colui che usa il potere contro il diritto: la tirannide può essere prodotta o per mancanza di titolo acquisito (ex defectu tituli) o per abuso di un titolo legittimamente acquisito (ex parte exercitii).

Il ripensamento delle categorie di diritto pubblico e le prime cesure nell’elaborazione giuridica che aprono la strada ad una concezione moderna di sovranità vengono elaborate da Macchiavelli (1469 -1527). La diade machiavelliana ‘Gustitia et armi’ si lega alla ricerca costante del vivere politico: ancora lontano dall’umanesimo giuridico e dalla sistematizzazione dei corpi dottrinari, Macchiavelli pone la questione degli ordini, insomma dei diritti positivi, e del comando, portando il tema del valore normativo dell’esempio storico da cui il comando deve trarre esempio e disciplina di governo. Questo significa che per Macchiavelli il compito dei governanti esorbita (da cui extravager in Francese, da extravagare in Latino) dalle leggi comuni ed ordinarie per estendersi alle morali in ragione delle esigenze di una porestas absoluta.

Lo Stato moderno.

“Ai fini della nostra trattazione io formulo soltanto questa definizione puramente concettuale: lo Stato moderno è una forma di dominio in forma di istituzione, la quale, nell’ambito di un determinato territorio, ha conseguito il monopolio della forza fisica legittima come mezzo per l’esercizio della sovranità, e a tale scopo ne ha concentrato i mezzi materiali nelle mani del suo capo, espropriando quei funzionari dei “ceti” che prima ne disponevano per un loro proprio diritto, e sostituendovisi con la prorpia suprema autorità” (Max Weber, La politica come professione, 1919)

Trai secoli XVI e XVIII la violenza (justum bellum) diventa legittima solo tra soggetti dotati di piena sovranità, ovvero tra gli Stati. Il monopolio della violenza da parte dello Stato si dimostra non solo nella regolamentazione delle querelles internazionali, ma anche e soprattutto in tempo di pace e nei confronti della popolazione interna, dei propri sudditi. L’esercito permanente, dotato di una propria struttura e finanziato attraverso la fiscalità generale nasce quindi con una duplice funzione:

1. Di equilibrio di potere tra diversi soggetti sovrani

2. Di controllo e di repressione interna.

Lo Stato quindi esercita un potere coercitivo nei confronti della popolazione, che vedrà nascere, a fianco dell’esercito permanete, altre istituzioni totali: i manicomi, le moderne prigioni, i ricoveri coatti per mendicanti e vagabondi etc.

La storiografia contemporanea, in un dibattito mai ultimato, punta l’accento, nella definizione delle caratterizzazioni dello Stato moderno su alcuni elementi fondativi: l’esercito permanente, lo abbiamo appena visto, ma anche la nascita di un imponente apparato burocratico e amministrativo centralizzato, la cui origine si accompagna alla costituzione di un sistema fiscale nazionale atto a reggere una condizione di guerra permanente sia interna che esterna. Il sistema fiscale, che nel Medioevo è estemporaneo, dove la raccolta di fondi è perlopiù legata ad esigenze temporanee, con lo Stato moderno diventa permanente. Anche la diplomazia nasce con lo Stato moderno: mentre nel Medioevo i rapporti tra regnanti e tra centri di potere è solitamente personale e la delega alla rappresentanza è temporanea (venalità degli uffici), con la modernità nasce una nuova casta di “ufficiali”, stipendiati, deputati al mantenimento di relazioni continuative tra gli stati e con essi sorgono delle strutture stabili, le ambasciate, adeguate a facilitare tali rapporti, presso le rispettive nazioni.

Lo Stato unitario e centralizzato nasce dalla considerazione generalizzata della necessità di un potere “tecnico” utile a garantire la tranquillità e l’ordine dei sudditi, un progetto “ragionevole” intorno al proprio destino terreno e contro ogni pretesa di fondazione dello stesso (il potere) su una fede: le guerre di religione che lacerano i secoli XVI e XVII (cuius regio, eius religio – la Pace di Augusta, 25 settembre 1555, che pone temporaneamente fine alle lotte tra luterani e cattolici in Germania, sancisce l’obbligo per ogni suddito di professare la confessione del proprio principe) fanno da contrappunto a tale ipotesi.

Se parliamo di centralizzazione e di legittimo uso della forza in un ambito territoriale parliamo anche di confini: di solito si associa allo Stato moderno la nascita dei confini territoriali così come oggi li conosciamo. All’origine della parola rex (re) e del verbo regere (governare, comandare, sostenere) non vi è soltanto il dato materiale del potere, ma anche quello simbolico del regere fines, ovvero del tracciare la linea, della via da seguire e, in ultimo di ciò che è retto.

Lo Stato moderno inizia a prendere in prestito e a configurarsi territorialmente sulla base dell’organizzazione della Chiesa universale, la quale contiene, attraverso una strutturazione in arcidiocesi, diocesi e parrocchie, già a partire da i secoli XI e XII, le spinte centrifughe rappresentate dalle chiese private o dalle esenzioni monastiche.

La formazione di un territorio dai confini delimitati passa attraverso un processo di appropriazione di uno spazio: il territorio diviene quindi la forma di territorializzazione di uno spazio, ovvero di impossessamento di quest’ultimo. La territorialità medievale è segnata tipicamente da una trama assai complessa di confini che ruotano intorno alle molteplici forme di privilegium (privilegio), che a sua volta rimanda alla pluralità degli ordinamenti giuridici. Per rutto il Medioevo, ma anche in buona parte dell’età Moderna la dottrina dei confini ha la duplice connotazione di sovranità territoriale e di iurisdictio medievale, dove i comportamenti consolidati, le abitudini, le occupazioni quotidiane hanno la stessa “fortuna” nel tracciare e modificare i limiti territoriali degli atti d’imperio del princeps. Per i giuristi medievali vi è un’ossessione continua alle dinamiche di assestamento territoriale che si sono sedimentate nel tempo ed è per questo che i confini pubblici (fines publici) sono imprescrittibili, al contrario di quelli privati: il trasferimento del dominium avviene solo quando tra le comunità confinanti non vi è più memoria del momento in cui lo spostamento dei confini è stato effettuato. Lungi dal negare l’esistenza di un sistema mobile ed alquanto complesso di confini territoriali nel periodo medievale, lo Stato moderno, poco alla volta, e come abbiamo visto non senza conservare antiche diatribe sul privilegium, consegna all’Imperatore la suprema potestas territoriale.

Per quanto riguarda la sfera economica gli elementi diversificanti e peculiari dell’epoca moderna interessano la separazione tra proprietà privata e potere politico (eliminazione di situazioni miste di sovranità e proprietà come i diritti feudali, le terre delle città e le comunità rurali), la nascita dei mercati nazionali, la nascita della grande ricchezza mobiliare (il capitalismo nascente).

La ricchezza mobiliare (moneta, commercio, credito), ma in parte anche quella immobiliare (possesso della terra) diviene in età moderna autonoma rispetto al potere politico e per la prima volta, sa inconcepibile per il Medioevo, si possono distinguere due sfere: il politico e l’economico.

La centralizzazione politico — amministrativa, che sancisce un rapporto diretto di obblighi-doveri e di fedeltà assoluta tra principe e sudditi e la formazione del nuovo mercante-imprenditore sono alla base della nascita dell’individuo moderno e del liberalismo politico ed economico.

Naturalmente le nuove scoperte scientifiche (medico, biologico, astronomico…), la razionalizzazione del lavoro agricolo, la creazione di grandi manifatture statali (quasi sempre legate al settore militare come l’Arsenale di Venezia per la flotta), lo sviluppo di grandi vie di comunicazione, la nascita di grandi banche d’affari, che contro i dictat della Chiesa svolgono prestito (usura) di denaro, lo sviluppo delle grandi compagnie di navigazione nonché l’inurbamento impetuoso con creazione di vere e proprie realtà metropolitane composte da alcune centinaia di migliaia di abitanti (Parigi, Londra, Amsterdam) accompagnano lo sviluppo e la costituzione dello Stato moderno. Lo Stato moderno, inoltre, non si occupa soltanto di prelevare denari per finanziare i propri apparati burocratico – amministrativi e gli eserciti, in tempo di pace e di guerra, ma anche il  “benessere” sociale: nascono infatti i primi orfanotrofi, gli ospedali, i ricoveri, le scuole pubbliche etc.

Ed infine contrassegnano l’età moderna le grandi espansioni imperiali, che si possono dividere in almeno quattro categorie:

1. La conquista di punti d’appoggio e di difesa (porti e nodi di comunicazione in genere, Portogallo innanzitutto);

2. La conquista di veri e propri imperi (legato allo sfruttamento di risorse naturali ed umane, (Spagna in Centro e Sud America);

3. La conquista di spazi commerciali gestiti dalle grandi compagnie (ad esempio le colonie olandesi);

4. Le colonie di insediamento e di popolamento (colonie inglesi nel Nord America).

In un’ottica ‘dialettica si potrebbe affermare che lo Stato moderno, centralizzato, burocratico sostiene e favorisce, accompagnandolo, lo sviluppo economico, sociale e culturale, mentre questo richiede ed “impone” una struttura organizzativa in grado di sostenerlo.

Stato assoluto e Stato di polizia: la sovranità in epoca moderna.

“Poiché tale è il nostro piacere”: così in epoca (solitamente fatta coincidere con il ‘600) di Stati assoluti terminano editti ed ordinanze. La ragione di tale postulato è che il sovrano esercita il potere senza controlli da parte di istanze superiori od inferiori. Questo non significa, come erroneamente è stato inteso, che il potere del regnante sia, in regime di assolutismo, totalmente arbitrario: “Potere assoluto non è altro che la deroga alle leggi civili, che non può certo estendersi fino ad attentare alle leggi di Dio” (Jean Bodin, Six livres de la République, 1576). L’Assolutismo si differenzia dalla tirannide per i limiti intrinseci nell’esercizio del potere delle leggi di natura e divine (retaggio della giuridica medievale), che hanno un valore puramente negativo, e si tratta di un potere costituzionale, sottoposto a limite e regole prestabilite, non illimitato, di matrice profana e secolare, non religiosa: il diritto, in quanto creato e non solo enunciato, è per sua stessa ragione mutabile ed adattabile. Dare legge, quindi, senza il consenso dei sudditi, ma non senza limiti: la sovranità, nella sua funzione esemplificativa, è il ricorrere ad un espediente ultimativo, o decidere dello stato di eccezione (Carl Schmitt, Il Nomos della terra, 1933). …

L’Assolutismo, lungi dall’eliminare i corpi intermedi (ceti, classi, corporazioni…) li considera comunità legittime sottostanti al potere sovrano. Bodin ricorda, ad esempio, come il sovrano di Francia, Enrico Il (1519 — 1559) dopo aver fatto imprigionare un italiano e avendolo ritenuto colpevole di pena di morte, essendo lui l’unico testimone dell’avvenimento, venga chiamato dai giudici ad esprimere, contro la sua volontà, le ragioni che giustificassero la condanna. La confusione tra teste e giudice è giudicata, in tempi di assolutismo, inammissibile.

È Thomas Hobbes (1588 — 1679) a portare a compimento la parabola dell’Assolutismo: l’artificialità dello Stato (“gli accordi umani derivano da patti, cioè sono artificiali”, T. Hobbes, De cive, 1642) sostituisce in maniera completa la sua naturalità. L’obbligazione politica da cui la sottomissione della volontà dei singoli al potere sovrano rimanda al recesso del diritto di resistenza del suddito al potere costituito: “Il maggiore potere che dagli uomini si possa trasferire in un uomo solo si chiama assoluto. Chiunque infatti ha sottoposto la sua volontà a quella dello Stato, in modo che questa possa agire impunemente, stabilire leggi, giudicare liti, comminare pene, usare a suo arbitrio delle forze e degli averi di ognuno, e tutto ciò legittimamente, le ha concesso il massimo di potere che si possa attribuire” (T. Hobbes, De cive, cit.)

L’Assolutismo apre, a favore della potestà autoritativa, la moderna dialettica tra sovrano ed individuo, dialettica dalla quale i modelli statali successivi, sia assolutistico—-illuminati che costituzionali, non potranno più uscire.

Lo Stato di polizia, nella sua accezione politica, è stato per lo più utilizzato da storici liberali dell’Ottocento, in particolare tedeschi, per connotare gli Stati assoluti, paternalistici e totalizzanti di matrice cinque — seicentesca, in opposizione allo Stato di diritto liberale. Mentre in Francia, già a partire dal 1500 il senso di police acquista il significato di intervento amministrativo atto a prevenire e reprimere tendenze centrifughe votate a riconquistare antichi privilegi perduti e a controllare e favorire la “sicurezza” dei sudditi, la polizia (policey) in Germania diviene il momento centrale della formazione dello Stato territoriale tedesco. Le attività di polizia sono tutta quella serie di interventi volti a regolare la vita associata e a costruire quell’accentramento politico altrimenti impossibile sotto il Sacro Romano Impero: dal controllo sui pesi e sulle misure, sulle bevande e sui generi alimentari, sui mercati e sulle attività commerciali, sulla sicurezza e sulla tranquillità nelle città e nelle campagne sino alla creazione di un esercito stabile, alla creazione di un sistema fiscale efficiente, alla formazione di un apparato amministrativo stabile, all’impulso dell’attività economica. L’attività di polizia riassume, nello stato Prussiano, il nuovo ordine dello Stato: ordine e polizia divengono quindi sinonimi. L’accezione a noi rimasta è quella tramandata ormai due secoli orsono.

Lo Stato: forma di sovranità in via di estinzione?

“Nulla è più ‘internazionale’ della formazione delle identità nazionali. È un paradosso enorme; dal momento che l’’irriducibile specificità di ogni identità nazionale è stata pretesto di scontri sanguinosi, eppure identico è il modello, messo a punto nel quadro di intensi scambi internazionali (…) Il ricorso alla lista identitaria è il mezzo più banale, perché immediatamente più comprensibile, di rappresentare una nazione, che si tratti di apertura dei giochi olimpici, delle accoglienze riservate a un capo di stato straniero, dell’ iconografia postale e monetaria o della pubblicità turistica. La nazione nasce da un postulato o da un’invenzione, ma essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione.” (Anne-Marie Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, 1999) Una ulteriore fase dello Stato moderno, viene rappresentata dal passaggio da una condizione di legittimità ad una di legalità: lo Stato di diritto. Esso si fonda sulla libertà politica e non solo più quella privata e sull’uguaglianza dei cittadini, non più sudditi, di fronte al potere. La borghesia è la classe dominante e la coincidenza tra lo Stato e l’ordinamento giuridico fondano la concezione liberale dei diritti inalienabili dell’individuo, tra cui la libertà economica o d’impresa. Da qui la concezione dello Stato come strumento di dominio della classe al potere e la conseguente idea che l’abolizione del dominio dell’una (la classe) configuri l’eliminazione dell’altro (lo Stato).

Evoluzione ulteriore dello Stato di diritto è quello che rimanda a molti europei la seconda metà del Novecento, ovvero lo Stato costituzionale, quello Stato, insomma, che riprende ad interessarsi del ‘benessere’ dei propri cittadini.

Abbiamo visto, anche se brevemente, come lo Stato moderno sia una delle forme mutevoli con cui ha preso corpo il concetto di sovranità e come le trasformazioni storiche abbiano indotto ed inducano ad una continua rivisitazione materiale delle forme di dominio e di potere che attraversano le relazioni umane. La stessa coincidenza contemporanea, ad esempio, tra produzione di diritti, inviolabili o meno, e soggetto produttore degli stessi (lo Stato) ci riporta ad una visione totalizzante del rapporto tra governanti e governati.

Ebbene se è di queste categorie storiche che stiamo parlando, della loro mutevolezza materiale ed ideale è ancora su di esse che occorre tornare a ragionare. Nell’Ottocento si produce un larghissimo movimento di massa, organizzato e di classe, che interesserà gran parte del secolo successivo, che si pone l’obiettivo dell’abbattimento dello Stato e delle forme di organizzazione di produzione del capitale, siano esse culturali, materiali o altro. Questo movimento rivoluzionario, diviso al suo interno, pone come questione centrale la costruzione di un’altra forma di organizzazione delle relazioni umane e sociali: per alcuni (socialisti e comunisti) la transizione passa ancora attraverso l’amministrazione statuale del processo rivoluzionario, per altri (anarchici per lo più) attraverso il congiungimento diretto tra risultato atteso (società comunistica) e forme organizzative conseguenti (immediata abolizione dello Stato). Ma per sostituirlo con che cosa?

Questa è la vera domanda fondativa: se noi ci poniamo il compito, volontaristico per lo più, o storicamente determinato poco importa, di costruire una società priva di un certo tipo di dominio, occorre anche ipotizzare o definire come questo dominio cambi e come questo dominio si debba andare strutturare. Per dirla meglio supporre come la sovranità debba prendere corpo in società non mercantile e a-statuale. Perché, ed è bene ricordarlo, le parole d’ordine ed i programmi adottati dal movimento rivoluzionario, prevedono la “ridistribuzione” della nozione di sovranità: che venga consegnata tutta al popolo, o tutta ai soviet (consigli operai e contadini), tutta al partito o tutta al sindacato, tutta alle comuni o altro, in qualche modo essa si trova e si ristruttura all’interno di un processo in cui il potere (occorrerebbe definire in che modo si attua concretamente), ben lungi dallo scomparire, si suddivide in mille rivoli. Non si può insomma pensare che l’abolizione di una determinata forma di comando preveda da sé, solo per il fatto di affermarlo, gli anticorpi di un nascituro “stato” (inteso anche come condizione) ben peggiore di quello che si è abbattuto: autoritario, arbitrario, ingiusto etc.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Paolo Prodi, Introduzione allo studio della storia moderna, Bologna, 1999

Diego Quaglioni, La sovranità, Roma — Bari, 2004

Pierangelo Schiera, Lo Staro moderno. Origini e degenerazioni, Bologna, 2004

Anne-Marie Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Bologna, 2001

J. Bodin, I sei libri dello Stato, Torino; 1988

L. Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno. Nascita e crisi dello Stato nazionale, Milano, 1995

Paolo Marchetti, De iure finium. Diritto e confini tra tardo medioevo ed età moderna, Milano, 2001

Stato e nazione: termini coincidenti? Un excursus storico

Di Henri Meyer – Bibliothèque nationale de France, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=62229

Le nationes medievali

Stato e nazione sono due termini che vengono spesso utilizzati come intercambiabili: è necessario, per evitare confusioni filologiche, comprendere l’origine dell’idea nazionale e del nazionalismo e, cosa ancora più importante, ragionare sulla connessione tra la nazione, intesa nelle sue varie forme e peculiarità e lo stato.

All’origine dell’idea nazionale e della nazione intesa come riconoscimento di reciprocità linguistica e dei costumi, in un dibattito assai controverso, alcuni studiosi hanno indicato le nationes studentesche e le nationes mercantili di origine medievale. Con la diffusione delle università, a partire dal XIII secolo, si propagarono in tutta l’Europa congregazioni di scholares, anch’essi giunti da ogni parte del continente, a tutela, in senso corporativo, dell’origine di provenienza degli stessi: il legame si fondava quasi esclusivamente sulla comunanza linguistica e parzialmente sull’uniformità dei costumi, delle culture di provenienza e della prossimità geografica. A Bologna, ad esempio, di nationes universitarie, sorte nel XII secolo, prima della stessa Università, se ne contavano nel 1432 ben quattordici: Tedeschi, Francesi, Spagnoli, Inglesi, Provenzali, Piccardi, Borgognoni, Pittaviensi (regione di Poitou), Turonensi (regione di Tours), Cenomacensi (regione del Maine), Normanni, Catalani, Ungheresi, Polacchi e Guasconi. Gli statuti delle nationes universitarie facevano riferimento sia ai vincoli di obbligazione che di solidarietà tra appartenenti a diverse “nazioni” linguistiche. Sarebbe sicuramente una forzatura attribuire alle nationes universitarie l’origine del nazionalismo in senso moderno, per due fondamentali ragioni:

1) la mancanza di condizioni materiali (lo stato modernamente inteso e il nascente capitalismo) volte a supportare la configurazione identitaria successiva.

2) L’estrema eterogeneità e fluidità della costituzione delle nationes universitarie: ad esempio la natio lombarda dell’università cisalpina conteneva studenti provenienti dalla Grecia e dalla Macedonia.

Ciò che invece non va sottovalutato di quella esperienza era che l’uso comune di una lingua costituiva il legame prevalente, a cui si adeguavano anche coloro che provenivano da altre regioni, così come lo era l’appartenenza territoriale di origine o di residenza (per acquisizione).

Altro fenomeno medievale di indubbia importanza furono, al pari delle nationes studentesche, le nationes mercantili: anch’esse nate in parte spontaneamente, si costituirono sulla base della tutela comune degli interessi professionali di persone e gruppi appartenenti alla stessa origine linguistica o territoriale. Le norme di condotta, molto rigide, delle nationes mercantili erano vincolanti sia per il paese di origine sia per il paese ospitante (così come avveniva per quelle universitarie): rette solitamente da un console, costui veniva spesso designato dalla madrepatria. Le nationes mercantili, a differenza di quelle universitarie, avevano in maggior misura una funzione politico -rappresentativa, laddove cercavano non solamente di mantenere i privilegi concessi in terra straniera, ma di costruire veri e propri rapporti diplomatici e mercantili, volti all’acquisizione di nuove concessioni. Una delle nationes mercantili più importanti, di cui rimane ancora traccia nel nome attuale della via, rue des Lombards, venne costituita nel 1322 a Parigi ed aggregava mercanti provenienti da tutto il nord Italia ed in piccola parte dal centro: essa diede poi vita ad una ben organizzata universitas mercatorum lombardorum et toscanorum, sottoposta ad una legislazione speciale e privilegiata, dotata di statuto autonomo, e vincolata al pagamento di tasse ed imposte.

La “Nazione moderna”

Per tutto il Quattro – Cinquecento il termine nazione non ebbe ancora, se non in brevi momenti, una connotazione di tipo politico — istituzionale: si riferiva per lo più a provenienze territoriali, senza che però configurassero una qualsivoglia natura di tipo giuridico.  Concetti pregnanti per il Rinascimento erano invece la civitas, la res publica, il regnum e la patria. I primi due vocaboli facevano riferimento all’unica cornice entro la quale fosse possibile perseguire la virtù politica, la giustizia e la libertà comune: la città. La res publica rappresentava quel complesso di leggi, di costumi, di ordinamenti politici e strutture civili proprie di ogni città. Il regnum, più vasto, indicava, agli albori dello Stato moderno, l’unità territoriale, magari di più città, sopra cui veniva esercitato il dominio del sovrano. Infine la patria, da pathos, segnava un’unione di sentimenti e di “caratteri” propri di una popolazione o di un territorio. Il termine patria indicava, tra gli altri, anche il luogo dove si sceglieva di vivere, dove massima era la corrispondenza tra il benessere individuale e quello collettivo, ivi compresa la libertà, da cui il motto “ubi bene, ivi patria”. Mentre Macchiavelli fece uso del termine di patria nel senso medievale di provenienza geografica, fu invece Guicciardini (1483 — 1540), ne la “Considerazione intorno ai Discorsi del Macchiavelli” e ne “I Discorsi Politici”, ad introdurre il concetto di nazione in senso etnico — culturale: “è svizzeri, nazione fiera, bellicosa, esercitata nelle arme e di animo grande” (Cfr Alessandro Campi, Nazione, 2004, p. 81). Ma fu con la rottura tra la Chiesa Cattolica e Lutero che il termine nazione assunse allo stesso sia un’accezione naturalistica che morale – spirituale. Nel 1520, con la pubblicazione di An den christlichen Adel deuctscher Nazion, Martin Lutero, rompendo con la contiguità (translazio imperii) tra Impero Romano e quello Tedesco, affermò l’eredità storica dei popoli germanici legati all’indipendenza ed alla libertà. Mentre il termine nazione acquista nuovi contenuti e significati esso, però, è ancora lontano da una connotazione prettamente politica, che si avrà, ed è bene ricordarlo, in stretta connessione con la nascita dello Stato, e quindi con una richiesta esplicita di conformazione giuridica della nazione atta a governare e dominare.

Nel Sei -Settecento, grazie a diversi autori, il Montequieu de l’Esprit de lois, del 1748, il Voltaire de I’Essai sur les moeurs (1756), il Vico de La Scienza Nuova (1743), per citarne solo alcuni di fama, la nazione cominciava a comprendere anche alcune peculiarità storico-naturalistiche: il clima ed il territorio ne costituivano l’ossatura, mentre i costumi, le consuetudini, la religione etc, fissavano l’indole degli abitanti. Le leggi, secondo quanto teorizzato da Montesquieu, “devono essere realmente adatte ai popoli per i quali sono state istituite, che è incertissimo se quelle di una nazione possano convenire ad un’altra.” (Lo spirito delle leggi, 1, 3) Per il filosofo Francese, come del resto anche in Vico, la nazione è un fattore di evoluzione civile della società umana che dal particolare si è sempre più sviluppata sino a raggiungere la complessità a loro contemporanea: questa visione anticiperà una parte dello storicismo e del positivismo ottocenteschi. Alle nazioni però, ed è chiaro a entrambi, va consegnata una potestà legislativa, senza la quale esse vengono private delle basi per organizzare politicamente la propria sopravvivenza. La connessione tra la nazione e il corpo politico dello stato iniziò ad essere evidente ed esplicita.

Le nazioni contemporanee.

Fu grazie soprattutto alla Rivoluzione Francese ed al tumultuoso industrialismo che toccò alcune zone dell’Europa che la nazione acquisì nuovi e pregnanti significati che in mille rivoli ancora oggi vengono utilizzati. Al vocabolo ‘nazione’ vanno poi associate parole che nacquero insieme ad essa: sovranità, sovranità popolare, libertà, cittadinanza, popolo, sono quelle più significative e poi una serie di termini che declinano e sostantivano quello di nazione, come nazionalità, coscienza nazionale, sovranità nazionale, nazionalitarismo e nazionalismo.

Quest’ultimo vocabolo, nazionalismo, ebbe per tutto l’Ottocento una connotazione prettamente negativa, di egoismo nazionale, ovvero di forma degenerata del sentimento di patria: “pregiudizio cieco ed esclusivo per rutto quanto è peculiare alla nazione di appartenenza”. (Gran Dictionnaire Universel di Pierre Larousse – 1874).

Si potrebbe affermare che la nazione nell’Ottocento, ma questo varrà in termini diversi per il Novecento, ha avuto la funzione di costruzione mitico — simbolica della costituzione di un processo storico-materiale: lo Stato. Sia che si parlasse della Stato senza nazione, ovvero del modello giuridico istituzionale privo di forza legittimante o di nazione senza Stato, il concetto di nazione ebbe una funzione mitico-poetica e simbolica: prodotto di invenzione culturale, si sposta progressivamente su cognizioni di tipo biologico, sentimentale, linguistica o razziale, come condizione di affermazione e di ratifica degli stati esistenti, degli stati nascenti o semplicemente a favore delle richieste di costituzione nazionale.

Alla nazione che diviene stato si contrapposero, con diverse fortune, due tendenze: quella imperiale o grande statale, laddove le nazioni venivano comprese all’interno di un grande apparato organizzativo pluri-statuale, come in Russia, nell’Impero Britannico etc e quella classista dell’internazionalismo proletario.

L’eredità illuministica fa, quindi, della nazione il luogo di costruzione sia del progresso storico, che di quello universale. Nella nazione si sarebbero dovute realizzare la cittadinanza universale che avrebbe permesso a tutti i popoli di vivere fianco a fianco in pace ed in armonia. Questa idea si infranse ben presto nelle guerre di espansione francesi, in particolar modo quelle a danno dei vicini territori tedeschi. Guerre cominciate nel 1792 con l’occupazione della Renania finite nel 1806 con le capitolazioni di Jena e Auerstedt e la successiva invasione di Berlino.

Coloro che, tra gli intellettuali tedeschi, dapprima si fecero sostenitori dell’universalismo rivoluzionario francese, andarono ben presto ad elaborare nuove concezioni legate alla nazione: il popolo-nazione venne pensato come “destino inscindibile”. Lontano dalle matrici linguistiche neolatine, Volk e Volkstum (l’anima, lo spirito e la specificità della nazione) sostituirono ben presto Nation e Nationalitat di ibridazione latina. La nazione “romantica” ebbe come figure di rilievo tre personaggi storici: Fichte che, ne “I Discorsi alla nazione tedesca” tenuti nella Berlino occupata dai Francesi tra il 1807 ed il 1808, sostenne l’idea di un popolo originario (Urvolk) contraddistinto da una lingua comune natia (Ursprache). Il mantenimento di ina lingua originaria era sinonimo, per Fichte, di un popolo unitario ed organico in grado di resistere, nei secoli, alle pressioni politiche esterne: un popolo in senso assoluto è quello che riesce ad assolvere alla propria missione nel quadro della storia universale. Il popolo tedesco per Fichte era unico tra i popoli europei e questa unicità coesisteva con una superiorità etica, spirituale, morale e conseguentemente politica. Anche se lontani dal suprematismo razziale e biologico, vengono introdotti quegli elementi di differenziazione anti egualitaria che avranno una triste fortuna tutto il periodo a venire. C’è da dire infine che per Fichte la realtà nazionale tedesca non necessariamente doveva concretizzarsi in una realtà statuale conseguente e definita. Realtà invece che sarà determinante per Friedrich Ludwig Jahn, secondo cui il popolo (Volk) per sopravvivere doveva incarnarsi in una realtà politico istituzionale di tipo statuale.

Il popolo, secondo Jahn era tenuto a mantenere la sua “purezza” endogena, sinonimo di forza e grandezza. Infine per Heinrich von Treritschke la necessità della saldatura tra stato e nazione non era più rinviabile: egli sostenne, nelle sue lezioni all’Uniniversità di Berlino (Politik, due volumi, 1897), che la nazione era la comunità di sangue”, ovvero un patto sacro tra generazioni. Se il sangue (blut) costituiva l’elemento naturale delle componenti biologico-razziali, la successione delle generazioni fondavano la continuità mistico-religiosa.

In Italia, soprattutto grazie al più importante dei suoi rappresentanti, Giuseppe Mazzini, il nazionalismo ottocentesco si configurò come un’unione tra il popolo, il soggetto storico di quegli uomini “parlanti la stessa favela, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze” (Giovane Italia, 1833, quarto fascicolo), l’umanità, il fine supremo e l’associazione quale criterio di azione politica. L’individuo riconosciuto negli “uomini parlanti la stessa favella” scompare però in Mazzini come soggetto esclusivamente depositario di diritti: è il popolo, nella sua unitarietà a racchiudere la sintesi tra la nazione etnico-linguistica e la nazione storico-culturale. La trasformazione della nazione in Stato è per Mazzini una scelta prevalentemente volontaristica, ma non per questo astratta: essa si fonda sul connubio ricordato poc’anzi.

Una componente di matrice tipicamente liberale della nazione che si fa stato è quella contrattualistica (volontaria) rappresentata dal francese Renan e dall’Inglese John Stuart Mill, oltre alle riflessioni di Tocqueville a proposito della democrazia in America. Se per Renan la nazione è un plebiscito quotidiano, questo è dovuto anche al fatto che la storia delle nazioni è una storia spesso composta da errori o da oblii: nulla vale il ricorso alla razza o ad altre componenti di matrice storico cultural. Tutte queste ricostruzioni presentavano, secondo Renan, la fallacia di una fabbricazione ad arte, fatta spesso d’invenzione: la nazione non poteva che essere la costruzione di complicati intrecci sociali, con un carattere prevalentemente elettivo, dove la volontà dell’unione era figlia di collaborazioni e condivisioni (economiche, politiche e culturali) cementatesi nel tempo. (E. Renan, Che cos’è una nazione? 1882) Fu la stessa logica della cooperazione volontaria tra cittadini in cui si diressero le valutazioni di J. Stuart Mill (J. S. Mill, La nazionalità in rapporto con il governo rappresentativo, 1861).

Nazione, spazio vitale, colonialismo

Raccontare le avventure della nazione, della loro fortuna in termini ideologici, vuol anche dire menzionare come, a fianco dello sviluppo europeo dello Stato nazionale, si siano di pari passo sviluppate e concretizzati concetti di superiorità politica, sociale, razziale e biologica, tali da giustificare altrove ciò che nella patria europea veniva considerata una disputa tra primati di “destino”.  

Ricordare questo non è pura questione accademica, me serve a capire come nel Novecento la “nazione totalitaria”, abbia esteso, nelle nostre lande, ciò che era considerato plausibile in tutto il resto del mondo. Karl Korsch, filosofo marxista, scriveva a proposito del nazismo (1942): “La novità della politica totalitaria risiede nel fatto che i nazisti hanno esteso ai popoli ‘civilizzati’ dell’Europa i metodi riservati sino a quel momento agli ‘indigeni’ e ai ‘selvaggi’ che vivevano al di fuori della cosiddetta civiltà” (K. Korsch, Note sulla storia. Le ambiguità delle ideologie totalitarie, 1942). Così lo stesso liberale di J. S. Mill ricordato un po’ sopra affermava senza alcuna remora che “il dispotismo è una forma di governo legittima quando si ha a che fare con dei barbari” (J. S. Mill, Sulla libertà ed altri saggi,1859) Allo stesso modo Tocqueville sosteneva, ne “La democrazia in America” (1832 — 1840) che i nativi americani non aspettavano altro che essere sostituiti dagli Europei, ovvero dai proprietari legittimi, poiché i primi occupavano, senza possederlo, il continente nel quale vivevano.

La traduzione materiale delle teorie biologico — razziali, sostenute dalle nuove scienze come l’antropologia, l’eugenetica, la demografia, il determinismo positivista, il darwinismo scientifico applicato alle dinamiche sociali (la superiorità predominante e distruggente del più forte) etc., contano numeri di stragi a dir poco impressionanti: le stime più attendibili parlano di cifre che si aggirano tra i 50 ed i 60 milioni di vittime a seguito delle colonizzazioni della seconda metà dell’Ottocendo, includendovi anche i decessi provocati dalle carestie usate come strumenti di dominio. (M. Davis, I tardi olocausti vittoriani, 2004).

Vi è una ragione ed uno stretto collegamento tra lo sviluppo del nazionalismo modernamente inteso e il colonialismo ad esso conseguente: “naturalmente” sono le ragioni economiche e commerciali a darne, come in passato, un’impronta di tipo imperiale, ma ad esse si affianca l’idea che la nazione, ben più estesa ed animata del freddo meccanicismo statuale, possa coincidere con quella parte del mondo conquistata a carissimo prezzo e in totale spregio per coloro che vi abitano. Il famoso Lebensraum, lo spazio vitale, non venne coniato dai nazisti (che ovviamente riutilizzarono e concretizzarono a modo loro), ma fu l’elaborazione di un geografo, Ratzel, all’inizio del secolo XX (1901) per indicare la necessità tedesca di conseguire un riequilibrio agricolo nelle colonie di fronte allo sviluppo impetuoso dell’industrialismo in patria. E nessuna differenza vi fu tra le concezioni liberali, quelle monarchiche e quelle nazionaliste e, in diversi casi, anche quelle di marca socialista o rivoluzionaria. Nel 1904, il generale Von Trotha, condusse uno dei più efferati stermini su una delle tante popolazioni del sud-ovest africano: gli Herero. Si trattava di una guerra razziale (rassenkampf), condotta contro popoli declinanti (untergehende Volker), se non già morenti (sterbenden). Su 80.000 Herero, appena un anno dopo ne rimasero 20.000 e quelli non ammazzati in battaglia vennero trasportati e lasciati morire nel deserto. Se i nazionalisti, nel dibattito al Reichstag, inneggiarono allo sterminio delle vittime, i socialisti, preoccupati per la possibilità di matrimoni misti, affermarono che lo sterminio abbassava i carnefici allo stesso livello delle proprie vittime, cioè a dei selvaggi.

In fondo era il sogno di Alessandro Lessona, ministro italiano delle Colonie, che sognava un “Etiopia senza Etiopi”: il generale Rodolfo Graziani l’esercito italico ne sterminarono più di 250.000, anche con armi chimiche, tra il 1935 e il 1939.

Fu difficile, e lo è anche oggi, distinguere le legittime aspirazioni di un popolo a farsi nazione e quindi Stato e le altrettanto ovvie e conseguenti pretese dello stesso popolo di definire gli ambiti territoriali di questa legittimità: di circoscrivere, insomma, i confini sulla “propria” o “altrui” terra.

Alle porte del Novecento e oltre

La nazione e i suoi derivati, costrutti ideologici piegati alle esigenze della formazione dei nuovi stati, o alla creazione, ex novo, di altri, funzionale al colonialismo di matrice ottocentesca e poi all’imperialismo del secolo successivo, si affaccia nel Novecento come nazionalismo aggressivo, organicistico e tendenzialmente razziale. Alfredo Rocco scrisse: “L’individuo è un elemento transeunte ed infinitesimale della nazione. Anzi, l’individuo deve ritenersi organo della nazione.

Non si deve considerare, perciò, la nazione come mezzo per il benessere individuale, ma l’individuo come strumento e organo dei fini nazionali” (A. Rocco, Che cosa è la nazione italiana, 1914).

L’individuo subordinato ideologicamente alla nazione, serve lo Stato, forma coercitiva ed amministrativa dell’interesse nazionale: se la subordinazione organica dell’individuo al tutto elimina la lotta di classe come cancro interno ad un corpo sano che non può prevedere l’autoalienazione, né la propria soppressione, all’esterno la competizione fra nazioni è essenziale al predominio del più forte: “Il numero è la vera forza delle razze. Le razze numerose e feconde sono ardite ed espansive: esse avanzano e conquistano. Le nazioni forti e progressive non conquistano territori liberi, ma territori occupati da nazioni in decadenza.” (A. Rocco, Che cosa è il nazionalismo e cosa vogliono i nazionalisti, 1914). Le stesse ragioni che fecero affermare al sindacalista rivoluzionario, Arturo Labriola, che l’intervento in Libia (1911) oltre ad avere un importante valore pedagogico perché avrebbe insegnato agli italiani la misura del loro “potere nazionale”, era infatti un’opportunità da non perdere per sviluppare l’apparato produttivo e commerciale italiano e, di conseguenza, per migliorare le condizioni del proletariato italiano. (A. Labriola, La prima impresa collettiva della Nuova Italia, 1912). L’economicismo marxistico di bassa specie e traduzione servirà in seguito a giustificare ogni sorta di intervento militare atto ad industrializzare forzosamente (alcuni milioni di morti) l’Unione Sovietica e tutti i suoi paesi satelliti. Se dalla parte del nazionalismo storico la nazione era l’organismo che doveva combattere le degenerazioni interne, quindi la lotta di classe, per una parte del sindacalismo rivoluzionario, del socialismo intransigente e dell’anarchismo che approdarono prima all’interventismo e poi, anche se non in modo consequenziale, ai movimenti fascisti in tutta l’Europa, il connubio tra nazione e proletariato si fece sempre più stretta: la guerra nazionale ed il colonialismo erano, per costoro, gli strumenti adatti a distruggere la borghesia liberale al potere, il socialismo riformista e a superare il capitalismo, conciliando le necessità della nazione con quelle della classe operaia: in due parole, il socialismo nazionale. Dei propositi iniziali rimase solo la nazione e, manco a dirlo, un capitalismo di rapina ancora più forte.

Quando poi, alcuni decenni più tardi il proletariato mondiale dovette riconoscersi, a forza, nella nazione della rivoluzione (URSS), il compimento di quella parabola era pressoché concluso e il cappio di quella nefasta unione lo portiamo al collo ancora oggi.

Il nazional – socialismo rimase l’unico tragico tentativo della prima metà del Novecento di  superare” la comunità nazionale e di sostituirvi ad essa una comunità razziale: Hitler paragonò l’occupazione delle terre slave alla conquista dell’America o alla colonizzazione dell’India. Gli slavi, trattati come sotto-uomini (non solo loro), in quel contesto non potevano che essere o schiavizzati o sterminati. Nel novembre del 1941 Göring comunicava a Galeazzo Ciano, ministro italiano degli Affari Esteri, che per l’anno successivo avrebbero previsto il decesso tra i 20 ed i 30 milioni di russi a causa delle carestie. Eliminare, dunque, per ripopolare su basi razziali in comunità distinte e padrone delle altre superstiti: “gli indigeni saranno sottomessi. Abbiamo un solo dovere: germanizzare questo paese attraverso l’immigrazione tedesca, considerarvi gli indigeni come pellerossa.” (A. Hieler, Liberi propositi sulla guerra e sulla pace raccolti i in ordine da Martin Bormann, 1941).

La nazione nazista coincideva con la nazione Euro-Asiatica, dove le razze superiori la facevano da padrona, mentre le altre, quelle non interamente soppresse (ebrei, zingari…), da utili schiavi.

Nazione senza stato?

Faccio mie alcune considerazioni di John Breuilly, (Il nazionalismo e lo stato, 1995): “…Il balzo dalla cultura alla politica è compiuto definendo la nazione in un certo momento come una comunità culturale e in vin altro come una comunità politica, mentre si continua a sottolineare che in une stato ideale la comunità nazionale non sarà affatto “scissa” in sfere culturali, economiche e politiche. Inutile dire che il nazionalista può sfruttare questa perpetua ambiguità. L’indipendenza nazionale può essere descritta come la libertà dei cittadini che compongono la nazione (politica) oppure come la libertà della collettività che compone la nazione (culturale). L’ideologia nazionalista è una pseudo-soluzione del rapporto tra stato e società, ma la sua plausibilità deriva dal fatto che essa si radica in genuine risposte intellettuali a tale problema. Il fascino di questa pseudo-soluzione deriva dal fatto che essa consente al nazionalista di costruire, a partire da una grande varierà di pratiche e sentimenti propri della popolazione di un particolare territorio, l’idea di una comunità nazionale e di trasformarla in una rivendicazione politica. Sembrando abolire le distinzioni tra cultura e politica, società e stato, privato e pubblico, il nazionalista arriva a toccare tutta una gamma di sentimenti, idiomi e pratiche che prima erano considerati irrilevanti per la politica, ma che ora sono trasformati in valori che sottendono l’azione politica. Si sbaglierebbe a vedere nel nazionalismo l’espressione in veste politica di pratiche e valori preesistenti. Sarebbe come accettare la valutazione che i nazionalisti danno di se stessi”.

Non è possibile, a mio parere, ragionare sulla genesi del nazionalismo senza fare i conti rapporto tra questo e la sovranità politica che si incarna nello Stato. Ogni movimento nazionalista ha, ad un certo punto della sua storia politica, richiesto di trasformarsi in Stato, cioè in dominio territoriale della forza atto anche a gestire parte delle risorse economiche dei propri cittadini. I movimenti nazionalisti non lo hanno fatto nella stessa maniera, né metodologicamente, né per contenuto. Si può affermare che alcuni movimenti nazionalisti hanno lottato e lottano per separarsi da stati plurinazionali (ad esempio i magiari contro l’Impero Asburgico, o i Baschi contro lo Stato Spagnolo) e per costituirne uno in proprio, altri dei territori sudati ed austriaci, erc.). Altri movimenti nazionalisti hanno invece cercato di riunificate sotto una stessa compagine Statale una nazione dispersa in mille piccole patrie: l’Italia ad esempio.

L’ultimo è quel nazionalismo creato dallo Stato, il quale privo di coscienza collettiva che infondesse un’identità comune al popolo, ha creato, attraverso l’uso o l’invenzione di diversi “espedienti” e pratiche collettive una pretesa uniformità delle passioni: la nazione.

Capire come il nazionalismo sia stato e venga usato per ragioni altre da quelle per cui viene propagandato è la prima condizione per combatterlo e provare a superarlo. 

BIBLIOGRAFIA INDICATIVA

Enzo Traverso, La violenza nazista, Bologna 2002.

Alessandro Campi, Nazione, Bologna 2004.

Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria, Guerra, modernità, violenza politica (1914 — 1918), Roma 2003.

John Breuilly, Il naziohialismo e lo stato, Bologna 1995.

Federico Chabod, L’idea di Nazione, Bari 1961

Pietro Grilli di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Bologna 2003.

M. Davis, I tardi olocausti vittoriani, Milano 2004.

E. Hobsbawn, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Torino 1980.

Z. Sternhell, La Destra rivoluzionaria, Milano 1997.

S. Landes, Ricchezza e povertà delle nazioni, Milano 2000.

Gianfranco Poggi, Lo Stato, Bologna 1992.

Stéphane Audoin- Rouzeau e Annette Becker, La violenza, la crociata, il lutto. La grande Guerra e la stovia del Novecento, Torino 2002.