Le icone del vino.

lenin-santoSi fa un gran baccano sulle icone del vino: su chi rappresentino, da quale aura particolare vengano circondate e quale sia il credito di cui godono.

Occorre, quindi, per non rimanere in un generico indefinito, provare ad identificare alcune peculiarità che si attagliano a misura sulle immagini circondate da una sacralità imponente, che vorrei ora andare ad analizzare.

  1. L’icona, non essendo una rappresentazione della natura, ma un segno della «divinità» vinicola, si muove dentro un sistema bidimensionale. Abituati scioccamente all’altezza, alla larghezza e alla lunghezza più tutto il resto, siamo qui costretti a rinunciare al volume dei corpi e alla profondità, per concentrare la nostra attenzione sull’essenza e non sulla carne. Il corpo dell’icona viticola assume così un carattere spiritualizzato e trasfigurato.
  1. L’icona viticola si muove dentro una prospettiva “ribaltata”: le figure emergono in un solo piano frontale anziché in profondità e di scorcio; l’assunzione di proporzioni “gerarchiche”, invece che realistiche, permette all’icona di emergere in qualsiasi luogo ove essa si presenti: ciò che la contorna risulta normalmente più piccolo e ininfluente rispetto alle reali dimensioni che avrebbe in ambienti sobri e parzialmente tridimensionali (anche sfuocati).
  1. L’icona viticola gode di atemporalità e di infinitezza: essa supera il tempo e i luoghi. La materialità dei suoi prodotti esula completamente dalla loro collocazione terrestre e dal criterio di prova. La cecità del degustatore alla cieca si configura, spesso, come mancato abbaglio di fede.
  1. Soltanto allora il cieco degustatore alla cieca potrà tornare alla vera fede vinicola, oppure creare una setta eretica a suo piacimento e rifondare le proprie icone del vino. Egli espellerà, in un secondo tempo, coloro che non si adegueranno alla nuova fede rivelata. Così all’infinito.
  1. Per rimanere sul tema dell’abbaglio, l’icona del vino gode di luce propria non riflessa: i corpi che la circondano emanano solo fulgori e mai ombre. Lo sfondo che la sorregge è dorato e perfettamente consono all’immagine sacra che se ne vuole ricavare.

Si tratta ora di scovare i pittori di icone dell’immagine sacralizzata del vignaiolo

L’immagine è tratta dal sito cristianitàortodossa

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Briciole dei tanti pensieri del “dopo Fornovo”. Di Viviana Malafarina

barile-vigne-di-mezzoTrovo ancora molto difficile raccapezzarmi nelle tante sfaccettature delle categorie applicate ai produttori di vino. Mi ritrovo in pieno nelle parole di Jonathan Nossiter sulla necessità di tutelare l’atto e il contenuto culturale e su come, in strana e apparentemente assurda maniera, ciò sia di fatto diventato in misura notevole, lavoro di “agricoltori” e di “artigiani”.

Mi affascinano molte delle lucide considerazioni di Corrado Dottori, e traggo linfa vitale dal confronto con i tanti produttori incontrati ieri su temi sia pratici che ideologici.

Sento però disagio e conflitto verso i pregiudizi, sia positivi che negativi: li considero limiti che alzano muri anziché abbatterli.

Oltre a escludere o includere senza guardare e toccare ciò che per presunzione si pensa di conoscere, si perde molta della forza necessaria ad una idea potente e importante: quella di travolgere e sovvertire gli aspetti più deleteri di un sistema uniformante e avvilente facendo rete a diversi livelli in maniera trasversale…tra settori, ruoli, mondi culturali diversi.

Più forte di tutto resta però la salvifica sensazione di come ogni volta che incontro belle persone e confrontiamo i nostri pensieri, mi innamoro sempre più di questo nostro mondo del vino che ha la forza di fare alimento di un atto culturale e artigianale portando l’arte e la vita a fondersi nel gesto primordiale e istintivo del mettere in bocca e del nutrirsi.

barile-vigneto-storicoLe foto sono di Viviana: Barile (il Basilisco) Vigne di mezzo e vigneto storico