FIVI. Un carrellata di impressioni

Sboccatore ripieno di grappa per lo Zero Infinito. La foto è mia. Lo sboccatore loro

Quando mi affaccio, imbardato delle migliori intenzioni, all’ingresso che introduce al Mercato dei Vignaioli targato Fivi, la domanda che sono costretto a pormi è nuovamente la stessa: e ora che faccio? Il tempo che ho a disposizione è limitato, le scelte vincolate e loro sono tanti, sempre di più. Perché, e questo mi è abbastanza chiaro, se passo a salutare quelli che conosco ciò che mi rimane per l’inesplorato è ancor più stretto. Se non passo, poi mi dispiace. Se passo da quelli che conosco e non assaggio non ha molto senso ed è pure scortese. Poi l’annata nuova non è come quella di prima e l’annata di prima, che è un po’ più vecchia, non è sicuramente uguale a quella dell’anno prima e di quello prima ancora- sempre che ne sia rimasto un goccio che non è manco detto. E, ancora, ci sono le sorprese: il rifermentato di Langa nato come sfida dopo una partita notturna a Risiko; la spumantizzazione di un vitigno che pareva scomparso almeno da un secolo e la cui memoria è sepolta negli scritti di un tal Paride Balestrazzi, morto in circostanze mai chiarite durante una partita di biliardo; il bâtonnage eseguito sui pattini a rotelle e varie altre novità di insolita rilevanza. Infine, non si va da quelli conosciuti per caso, perché se è il caso che ci ha fatto conoscere, la perseveranza è figlia di apprezzamento: del vino, delle battute, di due risate, dello scambio di parole come se ci fosse visti due giorni prima. 

A volte si vorrebbe raggiungere il banchetto agognato, ma una barriera umana e materiale costituita da corpi e da carrelli del supermercato, carichi di bottiglie manco ci trovassimo in guerra, ne impedisce l’accesso: allora uno sguardo rapido e l’indice che rotea velocemente accompagnato da un urlacchiato “passo dopo” dicono che non capiterà mai. Ed è in quel momento che penso che andrò a trovarli magari in cantina, oppure l’anno prossimo, oppure in quell’altra fiera dove sicuramente saranno presenti per poi accorgermi, al momento dovuto, che faccio fatica pure a ricordare il mio nome, figuriamoci le cantine che non ho visitato qualche tempo addietro! Ma il banchetto stipato non è solo impedimento: è ugualmente grandiosa opportunità per il vicinato: più di una volta mi è capitato, in attesa di andare da coloro che erano stati designati dai miei appetiti degustatori, di provare i vicini di banco in quel momento privi di molestanti (solo perché non mi facevano passare) attese. E più di una volta sono stato assai contento di scoprire che quel o talaltro vignaiolo non era affatto male o che rappresentavano la cantina da isignire, nella mia mente bacata, del premio dell’anno al pari di un ritrovamento archeologico del regno Ittita. Spesso per scoprire, qualche giorno dopo, che ero soltanto io a non conoscerla. 

Concludo questa carrellata di considerazioni, e il termine ‘carrellata’ mi sembra più che opportuno, con due notazioni: la prima riguarda le cantine. Quando torno a casa leggo, sparsi qua e là, dei commenti sugli assaggi alla Mercato dei vignaioli. Soltanto in quel momento mi rendo conto pienamente di quello che non ho fatto: sono andato alla Fivi e non ho fatto cose. Rimando alle buone intenzioni lastricate di ardesia bagnata e scivolosa. E mi sale l’invidia. La seconda è politica: la Fivi non è un’accolita di rabdomanti della rappresentanza sindacale: undici anni dalla fondazione l’hanno resa un soggetto di tutto rispetto e di forza adeguata. Chi rappresenta non può più fare finta che non rappresentino. E loro, i Fivi, non possono pensare di non rappresentare abbastanza. 

Vini emersi.

Potrei dirvene altri, ma vi dico questi. Ma non ve dirò molti di più perché, come dicevo poco sopra, non li ho proprio assaggiati. Roero Arneis Bricco delle Passere della Cantina Tibaldi, vibrante del Messiniano del Bacino Terziario Piemontese (tra 5,9 e 5,3 milioni di anni fa), prende un po’ di qua e un po’ di là del Tanaro: sali e minerali di indubbio prestigio storico, frutta in quantità, che vira verso gli  agrumi e termina con esotici e nostrani pomi a polpa gialla; fiori di un’estate prolungata. Suadente, caldo, pieno, non si siede manco un attimo.

Cantina Canneddu di Mamoiada con i suoi cannonau e granatza. Zibbo e Delissia. “A fahere e a callare”, “fare e tacere”, come si dice nella lingua di là. Un carezza in un pugno –  avrebbe canticchiato Celentano. E poco più in là VikeVike, compaesani di kannu (alberello di vino e di frutta) na’ȗm (nostro) (1) in potenza, letizia, soavità e grazia. Bello come la montagna a la calar del sole il Cav. Enrico di Togni Rebaioli. E che dirvi del Moscato d’Asti docg di Emilio Vada? Abbinabile con tutte le dolcezze del mondo. Per chiudere  alcuni vini della felicità, come li definirebbe Nicola Barbato: Indigeno sui lieviti di Ancarani; Zero Infinito di Pojer e Sandri; Infernot di Cascina Boccacio.
Sono sicuro, e non ditemi di no, che anche voi ve ne siete saltati un bel po’. Beh, alcuni di questi, Vigneti Massa, Cascina Melognis, Istine, Cataldo Calabretta, Armin Kobler, Turnhof, Bele Casel e qualcun altro li ritroverete, con buonissima certezza, al prossimo Genova Wine Festival.

(1)  Salvatore Dedola in http://www.mamoiada.org/_pdf/_lingua/DedolaLingua.pdf

Lo strano caso del Tavernello e della scomparsa della giuria

Premessa

Possiamo pensare che ogni forma di comunicazione, poco importa se in forma visiva, testuale o locutiva, sia portatrice di significati espliciti, diretti o denotativi e di significati impliciti, indiretti o connotativi. L’analisi della pubblicità del Tavernello mi porta però a dire che questa suddivisione oltre che arbitraria, potrebbe essere anche fuorviante: cercherò di spiegarne i motivi. L’elemento da cui partire e che non bisogna in alcun modo dimenticare è che l’oggetto su cui ruota l’evento pubblicitario è solo ed esclusivamente il vino Tavernello: più esso è in grado di costruire un discorso (politico, sociale, economico, culturale…) su di sé, facendo parlare di sé non solo gli enunciati che lo riguardano direttamente, ma tutti i riferimenti sottintesi, più sarà sostenuta l’efficacia della pubblicità stessa.

Lo spot

Tutti gli oggetti sono almeno un significante di un significato: la sovrascrittura nella sequenza delle immagini lo dice da subito: “loro non lo sanno, ma i vini sono tutti TAVERNELLO”. Metafora di un mondo in cui tutti i vini italiani sono Tavernello e il Tavernello li ricomprende un po’ tutti, forte di un velato riferimento evangelico, la metonimia, ma ancor meglio sineddoche (il meno per il più), viene costruita all’insegna di un enunciato evidente: a voi, nostro amato pubblico, da subito, consegniamo la risposta, sveliamo l’arcano e vi rendiamo partecipi del simbolo. Voi tutti ne siete a conoscenza, ma sono soltanto “LORO CHE NON LO SANNO”, “QUELLI A CUI ABBIAMO FATTO CREDERE (DEGLI ASPIRANTI SOMMELLIER) DI DEGUSTARE DEI VINI COSTOSI E UN TAVERNELLO”.

Dei vini costosi, non necessariamente buoni dunque e un Tavernello, sicuramente non costoso, che potrebbe essere addirittura buono (ma lo vedrete tra poco miei cari spettatori!). Come in ogni spettacolo che si rispetti il pubblico è già giuria, sentenza e verosimile condanna: si attende solo che l’alter ego collettivo faccia la sua comparsa come nelle più rinomate trasmissioni televisive di cucina e dintorni. Gli aspiranti sommelier saranno giudicati, infatti, da tre giudici compresi in un accattivante sguardo di profilo alla James Bond: il primo mentre completa la vestizione e il terzo all’atto di impugnare la Walther PPK piena di vino prima di volgere lo sguardo verso il suo pubblico; il tutto è sorretto da un jingle impertinente che rinvia alle atmosfere sonore degli anni sessanta. Nel mezzo compare un giudice severamente impiegato in un travaso decantatorio tra contenitori di portata diversa. La giuria è composta niente meno che da: Luca Gardini, sommelier campione del mondo nel 2010, Alessandro Pipero, proprietario del ristorante omonimo di Roma, una stella Michelin e da Andrea Gori, sommelier, oste, critico e giornalista del vino. La sequenza delle degustazioni divinatorie in cui gli aspiranti sommelier dovrebbero individuare il Tavernello dagli altri vini, in tutto quattro, si compone di improbabili associazioni in cui il gusto, del tutto personale, troverebbe un riscontro certo nella valutazione del vino assaggiato tanto da attribuirgli una legittimità di appartenenza o di esclusione. Non manca, nuovamente e ovviamente, il riferimento ai vini costosi. Le fasi della degustazione, la cui improbabilità esecutoria nega ogni potenziale corso non solo di sommellerie, ma persino quelli di avvicinamento al barilotto di vino nei circoli amatoriali, è preceduta dalla formulazione di un giudizio anticipatore, quindi di un pregiudizio, in cui alcuni degli “aspiranti” esprimono la loro totale lontananza sensoriale, percettiva ed affettiva dal vino Tavernello. Sino al sarcasmo di qualche risata sbeffeggiante.

Due sono dunque gli elementi inseriti nel contesto: il giudizio di valore personale come fonte di merito generale, che incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze, mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi facendoli apparire come personali, e l’enunciato pregiudiziale come causa di condizionamento fuorviante dell’individuo. Nel caso in oggetto sarà soltanto l’oggettivazione dell’assaggio, alla cieca, e la rimozione dei condizionamenti, a porre le basi di una valutazione veritiera del vino degustato. Peccato, però, che l’esito della degustazione stia già nell’oggetto comunicato al principio dello spot: il vino Tavernello. La pubblicità, invece di rompere con l’assedio del pregiudizio, lo conferma per interposta persona: la finzione scenica in cui gli “aspiranti” sono parte integrante non tanto dell’esito, piuttosto scontato, quanto delle premesse.

Ci sono dei momenti in cui la regia opta per una soluzione di verosimiglianza filmica ed è quando, dopo una ventina di secondi, una telecamera posta in alto riprende la scena come se si trattasse di un occhio esterno, quello del pubblico naturalmente, che scruta, apparentemente lontano, la scena girata da altri. La prima volta: Pipero chiede “sai cosa faremo oggi?, a cui la aspirante sommelier risponde: “Sì, una degustazione”; e la seconda quando domanda, poco dopo, ad un altro malcapitato: “Sei pronto?”

Il cortocircuito

Dopo una “ola calcistica”, lo svelamento dell’arcano – il “sono tutti e quattro Tavernello!” di cui il pubblico era già partecipe alla pari degli attori coinvolti, segue la sua tangibile e autentica interpretazione: “Tanta gente beve con l’etichetta, questo è un po’ il mood italiano”- dice Gardini. Andrea Gori chiosa, rafforzandone l’interpretazione: “La gente non assaggia veramente il vino, la gente assaggia i pregiudizi. Beve quello che pensa, e invece bisogna bere quello che c’è nel bicchiere”. Fuori scena, un aspirante sommelier: “mai detto che era un Tavernello, sinceramente”. Gardini: “invece lo è”. Il punto centrale della discussione in corso è che il riferimento ai pregiudizi e all’etichetta, in questo caso, non ha un richiamo astratto al giudizio sintetico a priori di tipo kantiano e quindi valevole in termini assoluti, ma ha come unico ed evidente scopo quello di valorizzare, in termini gustativi, il vino Tavernello. E’ evidente che la stessa frase, pronunciata in un altro contesto, potrebbe avere un senso discorsivo più ampio, ma in questo caso la cornice, il frame e i confini sono ben delineati e servono a avallare l’ipotesi, non esplicitata ma comunemente intesa, di partenza. E non voglio fermarmi qui: in che misura pensiamo di poter oggettivare una degustazione senza tenere in debito conto delle influenze di cui siamo parte integrante e non solo soggettività passive? Degustiamo evidentemente, sia etichette che pregiudizi, e potremmo dire, allo stesso modo, che degustiamo relazioni, affetti, poteri, ambienti, classi, stati d’animo, passioni, climi, stanze, distanze, letture, amicizie… pareri, critiche e conoscenze… I giurati dello spot sul Tavernello stanno però dicendo un’altra cosa ancora, ben più importante e ben più gravida di conseguenze: la giuria non ha bisogno di giurati anche perché la critica non ha bisogno critici. Se, ed è questo il passaggio logico sottinteso, l’eliminazione delle fonti pregiudiziali e di condizionamento porta ad affermare che il Tavernello è buono, allora qualsiasi forma di giudizio è di per sé equivalente alla altre e per merito e per condizione e per discernimento. Ogni forma di critica, di valutazione e di discussione perde, al medesimo tempo, la capacità di esprimere un giudizio di valore condiviso. In altri termini, perde di autorevolezza: il giudizio non è più necessario. E se il giudizio non è più necessario, ancora meno lo sarà una qualsiasi giuria.

E da lontano…

…si ode il brick del Tavernello che se la ride di gran gusto.

Fiesta!

giostra-radio-birikina-7Se il tempo è inafferrabile fluttuazione cosciente, è soltanto nell’istante, nel punctum temporis, come scrive Seneca, nella sua insondabile e inavvertibile presenza che si determinano i momenti del vivere e le vite di ognuno di noi. Soltanto in apparenza esso è staticità sospesa: l’istante è un tempo in fuga.

“Orsù, dimmi, conosci tu qualcuno che non disprezzi del tutto il tempo, che riconosca il valore di una giornata, che si renda ben conto che non passa giorno senza che egli muoia un poco? Infatti ci sbagliamo scorgendo la morte dinanzi a noi: essa, in gran parte, ci è già dietro alle spalle. Tutti gli anni passati sono nel dominio della morte. Dunque, o mio Lucilio, così come tu dici, non lasciarti sfuggire un’ora sola. Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. Si rimanda al domani quello che si dovrebbe fare oggi, ed intanto la vita se ne va. Niente, o Lucilio, all’infuori del tempo ci appartiene: la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene, fuggevole e malsicuro, di cui chiunque può, se vuole, privarci. Ed ora considera quanto siano stolti gli uomini: essi lasciano che siano loro messe in conto cose di nessuna importanza e di nessun valore, facilmente recuperabili, che hanno ottenuto; ma non c’è nessuno che si ritenga in qualche modo debitore, pur avendo ricevuto il dono del tempo, l’unica cosa che neppure chi è esposto alla riconoscenza può restituire”.(1)

“E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.”

(Rainer Maria Rilke, Quinta elegia, in Elegie duinesi, 1922)

Solo in apparenza vi è una similitudine tra il punctum di Seneca e il diem di Orazio, in cui l’istante (occasionem de die) prende le sembianze di un intenso e prolungato piacere espunto dalla linearità del fluire.

Quel tempo che assume la radicalità dell’istante, immedesimandosi totalmente con esso, quando Bachelard, alla metà degli anni trenta del secolo scorso, lo descrive come lo ‘zampillare’ della nostra coscienza, in profonda e animata rottura con il proprio passato e di fronte ad un futuro che non è: “Il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla.”(2) Debitore di Jung, Bachelard rompe con l’idea bergsoniana del tempo interiore, sostituendo ad essa l’istante come forma di verticalizzazione dello psichismo dove i sogni, fantasie, pensieri si modellano come un’opera in cui durata, continuità e progresso non sono altro che raggruppamenti di momenti già dati. Questa attività immaginale fluttua, sprofonda e risale costruendo degli ‘istanti stabilizzati’ percepiti soltanto dal poeta “in equilibrio sulla mezzanotte senza nulla attendere dal soffio delle ore, il poeta prova l’ambivalenza astratta dell’essere e del non essere. Nelle tenebre vede meglio la propria luce”.(3)
In Bachelard si ritrova anche Nietzsche, poeta verticale, poeta delle vette, poeta ascensionale: le immagini dilanianti sono quelle che ci pongono in alto e in basso. Per Friedrich Nietzsche il passaggio sulla soglia dell’attimo presuppone l’oblio, dove il fluire del passato si interrompe drasticamente verso l’avvenire. Ed è in questo punto sospeso di fronte ad un precipizio che si dispone la felicità: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire: un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire: infine, come vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare un dito. Ad ogni azione occorre l’oblio: come alla vita di tutto ciò che è organico occorre non solo la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare”.(4)

Jacques Prévert – Fiesta

E i bicchieri erano vuoti

e la bottiglia in pezzi

E il letto spalancato

e la porta sprangata

E tutte le stelle di vetro

della bellezza e della gioia

risplendevano nella polvere

della camera spazzata male

Ed io ubriaco morto

ero un fuoco di gioia

e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia

Et le verres étaient vides

et la bouteille brisée

Et le lit était grand ouvert

et la porte fermée

Et toutes les étoiles de verre

du bonheur et de la beauté

resplendissaient dand la poussière

de la chambre mal balayée

Et j’étais ivre mort

et j’étais feu de joie

et toi ivre vivante

toute nue dans mes bras

[1]  Seneca, Lettere a Lucillo, I, UTET, Torino 1998, pag. 35

[2] Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, Dedalo edizioni, Bari  1998, pag. 39.  (Edizione originale 1932)

[3] Ivi, pag 118

[4] Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II, Adelphi, Milano 1974

la foto è tratta da birikina.it

Il legato (lascito testamentario) del vino nell’antica Roma: si ereditava solo il vino o anche le anfore in cui era contenuto?

Iniziazione bacchica in un affresco nella Villa dei misteri a Pompei antica. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=156518

Il legato, nell’antica Roma, era un lascito testamentario: oggetto del legato potevano essere un diritto reale, un diritto di credito, la remissione di un debito (legatum liberatiònis), una quota di eredità (legatum partitiònis), una rendita alimentare ed altro. “Il processo di avvicinamento tra i gènera legatòrum raggiunse il culmine nel diritto giustinianeo, allorché, si stabilì che i legati avevano tutti unam naturam, cioè una sola natura, e i vari tipi di legato si fusero insieme. In caso di pluralità di legatari, si distinguevano due ipotesi:

  1. vi era coniùnctio re et verbis, se il legato spettava a più chiamati ed in caso di morte o rifiuto di uno di essi, la sua parte restava nel patrimonio ereditario;
  2. vi era coniunctio re, se l’erede aveva a suo carico tante obbligazioni con oggetto uguale, quanti erano i legatari”. (Cfr. https://www.simone.it/newdiz/newdiz.php?action=view&id=1597&dizionario=3)

Proprio nel Digesto giustinianeo (Giustiniano I) suddiviso in 50 libri che contenevano i frammenti delle opere di giuristi romani e promulgato il 16 dicembre del 533 d.C., troviamo il frammento di Domizio Ulpiano[1], contenuto nel Liber XX ad Sabinum, a proposito del legato del vino: «Si vinum legatum sit, videamus an cum vasis debeatur. Et Celsus inquit, vino legato, etiamsi non sit legatum cum vasis vasa quoque legata videri; non quia pars sunt vini vasa, quemadmodum emblemata argenti, scyphorum forte vel speculi, sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes. In doliis non puto verum, ut, vino legato, et doliis debeantur, maxime si depressa in cella vinaria fuerint, aut ea sunt quae per magnitudinem difficile moventur. In cuppis autem sive cuppulis puto admittendum et ea deberi,nisi pars modo immobiles in agro veluti instrumentum agri erant. Vino legato utres non debuntur nec culeos quidem deberi dico (D. 33, 6, 3 § 1)».

Così la traduzione di Iole Fargnoli[2]: «Se è legato del vino; vediamo se sia dovuto assieme ai suoi contenitori. Celso dice che quando il vino è legato, anche se non è legato con i contenitori, essi appaiono ugualmente essere legati, non perché i contenitori sono parti del vino, come per esempio gli ornamenti all’argento (così come deve essere per le coppe o lo specchio), ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino. Dove le botti sono interessate, io non penso che sia vero che quando ii vino sia legato, anche le botti siano dovute, specialmente se esse sono fissate nella cella vinaria o sono difficili da spostare a causa della loro dimensione. Tuttavia, nel caso di tini o tinozze, penso che debba ammettersi che esse sono pure dovute, a meno che esse siano allo stesso modo inamovibilmente fissate al suolo così da essere un instrumentum della terra. Quando il vino è legato, gli otri non saranno dovuti; io dico che non sono dovute neanche le sacche di pelle».

Tale regola giustinianea venne poi avvalorata nella Magna Glossa da un “commento” di Bartolo da Sassoferrato (Sassoferrato, 1314 – Perugia, 13 luglio 1357). Quello che a noi interessa è notare come la metonimia contenuta nella espressione del “testatore”, «…sed quia credibile est mentem testantis eam esse ut voluerit accessioni esse vino amphoras, et sic (inquit) loquimur habere nos amphoras mille ad mensuram vini referentes», ovvero «…ma perché è verosimile che l’intenzione del testatore fosse quella di considerare le anfore come fossero un’accessione al vino; è cosi, disse, noi parliamo di avere un migliaio di anfore, riferendoci alla quantità di vino» entri, di fatto, nella prassi consolidata dell’esecuzione dell’intenzionalità testamentaria. Al contrario, con ciò che non può essere spostato, come i tini e le tinozze, perché fissato nel terreno oppure che rappresenta un mezzo di trasporto estemporaneo, di transito veloce, come gli otri o i sacchi in pelle (recipienti fatto di pelle di capra conciata e cucita), allora il vino viene s-legato dal rapporto di complementarietà necessaria e indissolubile e la metonimia perde la forza del diritto.

[1] Ulpiano, Domizio. – Giurista romano (m. 228). Praefectus praetorio assieme a Paolo, è uno dei cinque giuristi indicati dalla cosiddetta legge delle citazioni (426) di Teodosio II e Valentiniano III, come coloro alle cui dottrine dovevano attenersi i giudici nella decisione delle controversie. Le sue opere maggiori sono i due commentari ad edictum in 81 libri e ad Sabinum in 51 libri. (da Treccani,.it)

[2] Iole Fargnoli, Cibo e diritto in età romana, Giappichelli Editore, Torino 2015, pag. 64

Pietro Ligari e la Valtellina del 1700.

Di Franco Folini – Sondrio Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=895142

Pittore ed architetto, figlio di una facoltosa famiglia di Triangia, piccola località sopra Sondrio, Pietro Ligari1 scrive, nel 1752, il suo ultimo anno di vita, i “Raggionamenti dell’agricoltura2”, stesura che segue un altro libretto poi abbandonato: ‘Semplici notizie per la prattica che si ricerca nell’agricoltura. Descritte da me Pietro Ligari pittore di Sondrio, a benefizzio dei miei successori, col comunicargli quelle cognizioni necessarie a sapersi, e da me sperimentate nel corso di vent’anni per ridurre in bon stato le poche tenute mie alla più copiosa cavata possibile. 1752.” Sembra che le ultime pagine del manoscritto siano state redatte dal figlio Cesare, o sotto dettatura, o di suo stesso pugno. Il manoscritto di Ligari si compone di 33 ‘raggionamenti’ quasi interamente dedicati alla viticoltura. Quelli che vanno dal numero 21 al 32 sono occupati dalle ‘facende del provido agricoltore da farsi ogni mese’ ed iniziano con il mese di novembre per finire all’ottobre dell’anno successivo e mettono in evidenza le buone pratiche non solo in agricoltura, ma anche nella manutenzione dei terrazzamenti e dei vigneti da farsi regolarmente, in particolar modo nei mesi in cui, per il freddo intenso, non ci si può dedicare ad altro: «Per il mese di novembre. Prendo a raggionarvi delle faccende che si devono fare in questo mese suddetto, come il primo nel quale il diligente vignaiolo dà principio al lavoro della vigna per goderne poi il premio nella prossima entrante annata. Per ciò si farà trasportare alla cima delle costiere sotto li rispettivi muri di ciascun letto la terra ridotta al fondo nelli antescorsi tre anni nel tempo delle cavate, per cui la caggione discende al basso con patimento delle viti sopra (….) per il mese di dicembre. Se vi trovate proveduto letame , questo è il tempo di lettamare le provane3 fatte nel antecedente mese e da potersi fare ancora nel presente mese ed in questa occasione giettate nelle fosse letamate avanti di coprirle di terra qualche semi di asparagi, dindi ricoperti con terra, avrete nel quarto anno bellissimi e grossi asparagi quanto quelli di Genova, e perché in tal modo seminati resteranno profondi (…) Si prossiegue in questo mese il provanare, il roncare, il far muraglie asciutte e trasportare terreni da un luogo all’altro, ma si avverta bene di non lasciare scoperte le radici delle viti, perché molto patiscono nell’invernata e per lo più muoiono e perciò se la necessità obligherà a sradicarne alcuna, si dovrà subito coricare tutta la vite nella fatta provana o zocca e coprirla di terra, lasciandone sortire li capi novi de anche bona parte del vecchio4».

All’inizio della memoria, Pietro Ligari, dopo aver ricordato l’importanza di distinguere i ruoli professionali e sociali, secondo un principio gerarchico e di classe in cui natura e società si rispecchiano, nel suo terzo ragionamento egli menziona le differenti qualità dei terreni adatti alla coltivazione della vite: il rosso, il cretoso, il sassoso, il nero cioè l’ortense, il palustre o sia aquastrino, il salvatico, il produttivo de’ castanelli, il friggido ed il grave (Ligari aggiunge anche il ‘grandoso’: sinonimo del già citato sassoso; nota 6, pag. 35). I terreni migliori per le viti sono il salvatico gineprino, che migliorerà con vangatura e zappatura e l’introduzione di letame nonché la purgatura dei vermi e il cretoso ‘mischiato con altretanto di terreno leggero e morbido e con buona quantità di letame ben macerato’. Seguono poi i terreni difficili, ma di ottima resa e qualità nel caso in cui la vite vi alligni: il rossiccio, il terreno grave e crepaticcio che ‘parimenti si oppone alla prima radicazione della vite, ama poi allignatavi si conserva longo tempo con fertilità e resterà coretto il suo difetto di creppare nel gran caldo allorché sarà cavato frequentemente con ponervi bon letame d’anno in anno e farvi cavar sotto la sua erbaggine che anderà mettendo ogni anno sino a tanto che si vedrà alegerito e men duro; il sassoso ed il cretoso adatto per la vite in costiera. Poi i terreni non adatti alla coltivazione della vite, però, se ben corretti possono comunque servire alla coltivazione come il frigido o il terreno che produce castanelli ‘farmmischiati da vinazza cotte in lambicco’, oppure l’ortense, produttore di gran quantità di vermi ed insetti vari ed infine il terreno palustre, il peggiore fra tutti5.

1 Per la vita e le opere Cfr. Da Archimagazine, http://www.archimagazine.com/bligaripietro.htm

2 Pietro Ligari, Ragionamenti d’agricoltura ; introduzioni di Laura Meli Bassi, Alberto Baiocchi, Battista Leoni. – Sondrio : Banca Popolare di Sondrio, Sondrio 1988, (Comprende copia di manoscritto cartaceo dal titolo : Raggionamenti d’agricoltura di Pietro Ligario, scritti l’anno 1752 in Sondrio.)

Cfr. Ermanno Olmi, Le rupi del vino, con DVD, Cineteca di Bologna, Bologna 2010: Il percorso delle immagini è contrappuntato da due ‘voci’ singolari: il Mario Soldati autore dello splendido memoir di viaggio ‘L’avventura in Valtellina’, e Pietro Ligari, settecentesco pittore e architetto, che considerava tuttavia l’agricoltura come ‘superiore ad ogni altr’arte, niuna riservata’… Un documentario di limpido umanismo, un racconto e un atto d’amore: con ‘Rupi del vino’ Olmi rende omaggio a una ‘viticoltura eroica’, esempio vivo di rapporto positivo con l’ambiente, di sapienza agricola, di capacità produttiva, di una vera cultura del vino e di valorizzazione di un patrimonio naturale. Un esempio così vivo che i vigneti terrazzati del valtellinese sono oggi tra i candidati al riconoscimento Unesco quali Patrimoni Mondiali dell’Umanità.

3 Propaggine, Ramo della pianta piegato, e coricato sotterra, acciocché aneli egli per sé stesso divenga pianta. Lat. propago, propages. Gr. irapafuaj. Cr. 4. 19. a. 11 letame nella fossa sop’ra terra intorno alla propaggine si ponga. Annot. Pang. Ogni tralcio e propaggine che in me non farà frutto, si taglierà. Dav. Cult. 155. La propaggine è mirabile per rinnovare e mantenere la vile e la pancata. Accademia della Crusca, Dizionario della lingua italiana, Volume V, Nella tipografia della Minerva, Padova 1829

4 Pietro Ligari, cit., pp. 73 – 75

5 Pietro Ligari, cit., pp. 36, 37