FIVI. Un carrellata di impressioni

Sboccatore ripieno di grappa per lo Zero Infinito. La foto è mia. Lo sboccatore loro

Quando mi affaccio, imbardato delle migliori intenzioni, all’ingresso che introduce al Mercato dei Vignaioli targato Fivi, la domanda che sono costretto a pormi è nuovamente la stessa: e ora che faccio? Il tempo che ho a disposizione è limitato, le scelte vincolate e loro sono tanti, sempre di più. Perché, e questo mi è abbastanza chiaro, se passo a salutare quelli che conosco ciò che mi rimane per l’inesplorato è ancor più stretto. Se non passo, poi mi dispiace. Se passo da quelli che conosco e non assaggio non ha molto senso ed è pure scortese. Poi l’annata nuova non è come quella di prima e l’annata di prima, che è un po’ più vecchia, non è sicuramente uguale a quella dell’anno prima e di quello prima ancora- sempre che ne sia rimasto un goccio che non è manco detto. E, ancora, ci sono le sorprese: il rifermentato di Langa nato come sfida dopo una partita notturna a Risiko; la spumantizzazione di un vitigno che pareva scomparso almeno da un secolo e la cui memoria è sepolta negli scritti di un tal Paride Balestrazzi, morto in circostanze mai chiarite durante una partita di biliardo; il bâtonnage eseguito sui pattini a rotelle e varie altre novità di insolita rilevanza. Infine, non si va da quelli conosciuti per caso, perché se è il caso che ci ha fatto conoscere, la perseveranza è figlia di apprezzamento: del vino, delle battute, di due risate, dello scambio di parole come se ci fosse visti due giorni prima. 

A volte si vorrebbe raggiungere il banchetto agognato, ma una barriera umana e materiale costituita da corpi e da carrelli del supermercato, carichi di bottiglie manco ci trovassimo in guerra, ne impedisce l’accesso: allora uno sguardo rapido e l’indice che rotea velocemente accompagnato da un urlacchiato “passo dopo” dicono che non capiterà mai. Ed è in quel momento che penso che andrò a trovarli magari in cantina, oppure l’anno prossimo, oppure in quell’altra fiera dove sicuramente saranno presenti per poi accorgermi, al momento dovuto, che faccio fatica pure a ricordare il mio nome, figuriamoci le cantine che non ho visitato qualche tempo addietro! Ma il banchetto stipato non è solo impedimento: è ugualmente grandiosa opportunità per il vicinato: più di una volta mi è capitato, in attesa di andare da coloro che erano stati designati dai miei appetiti degustatori, di provare i vicini di banco in quel momento privi di molestanti (solo perché non mi facevano passare) attese. E più di una volta sono stato assai contento di scoprire che quel o talaltro vignaiolo non era affatto male o che rappresentavano la cantina da isignire, nella mia mente bacata, del premio dell’anno al pari di un ritrovamento archeologico del regno Ittita. Spesso per scoprire, qualche giorno dopo, che ero soltanto io a non conoscerla. 

Concludo questa carrellata di considerazioni, e il termine ‘carrellata’ mi sembra più che opportuno, con due notazioni: la prima riguarda le cantine. Quando torno a casa leggo, sparsi qua e là, dei commenti sugli assaggi alla Mercato dei vignaioli. Soltanto in quel momento mi rendo conto pienamente di quello che non ho fatto: sono andato alla Fivi e non ho fatto cose. Rimando alle buone intenzioni lastricate di ardesia bagnata e scivolosa. E mi sale l’invidia. La seconda è politica: la Fivi non è un’accolita di rabdomanti della rappresentanza sindacale: undici anni dalla fondazione l’hanno resa un soggetto di tutto rispetto e di forza adeguata. Chi rappresenta non può più fare finta che non rappresentino. E loro, i Fivi, non possono pensare di non rappresentare abbastanza. 

Vini emersi.

Potrei dirvene altri, ma vi dico questi. Ma non ve dirò molti di più perché, come dicevo poco sopra, non li ho proprio assaggiati. Roero Arneis Bricco delle Passere della Cantina Tibaldi, vibrante del Messiniano del Bacino Terziario Piemontese (tra 5,9 e 5,3 milioni di anni fa), prende un po’ di qua e un po’ di là del Tanaro: sali e minerali di indubbio prestigio storico, frutta in quantità, che vira verso gli  agrumi e termina con esotici e nostrani pomi a polpa gialla; fiori di un’estate prolungata. Suadente, caldo, pieno, non si siede manco un attimo.

Cantina Canneddu di Mamoiada con i suoi cannonau e granatza. Zibbo e Delissia. “A fahere e a callare”, “fare e tacere”, come si dice nella lingua di là. Un carezza in un pugno –  avrebbe canticchiato Celentano. E poco più in là VikeVike, compaesani di kannu (alberello di vino e di frutta) na’ȗm (nostro) (1) in potenza, letizia, soavità e grazia. Bello come la montagna a la calar del sole il Cav. Enrico di Togni Rebaioli. E che dirvi del Moscato d’Asti docg di Emilio Vada? Abbinabile con tutte le dolcezze del mondo. Per chiudere  alcuni vini della felicità, come li definirebbe Nicola Barbato: Indigeno sui lieviti di Ancarani; Zero Infinito di Pojer e Sandri; Infernot di Cascina Boccacio.
Sono sicuro, e non ditemi di no, che anche voi ve ne siete saltati un bel po’. Beh, alcuni di questi, Vigneti Massa, Cascina Melognis, Istine, Cataldo Calabretta, Armin Kobler, Turnhof, Bele Casel e qualcun altro li ritroverete, con buonissima certezza, al prossimo Genova Wine Festival.

(1)  Salvatore Dedola in http://www.mamoiada.org/_pdf/_lingua/DedolaLingua.pdf

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