Fiesta!

giostra-radio-birikina-7Se il tempo è inafferrabile fluttuazione cosciente, è soltanto nell’istante, nel punctum temporis, come scrive Seneca, nella sua insondabile e inavvertibile presenza, che si determinano i momenti del vivere e le vite di ognuno di noi. Soltanto in apparenza esso è staticità sospesa: l’istante è, nella sua piena essenza, un tempo in fuga. Ma si tratta di una libertà condizionata dal momento che tutto è soggetto al determinismo del fato, voce delle sempiterna et indeclinabilis series causarum.

“Orsù, dimmi, conosci tu qualcuno che non disprezzi del tutto il tempo, che riconosca il valore di una giornata, che si renda ben conto che non passa giorno senza che egli muoia un poco? Infatti ci sbagliamo scorgendo la morte dinanzi a noi: essa, in gran parte, ci è già dietro alle spalle. Tutti gli anni passati sono nel dominio della morte. Dunque, o mio Lucilio, così come tu dici, non lasciarti sfuggire un’ora sola. Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. Si rimanda al domani quello che si dovrebbe fare oggi, ed intanto la vita se ne va. Niente, o Lucilio, all’infuori del tempo ci appartiene: la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene, fuggevole e malsicuro, di cui chiunque può, se vuole, privarci. Ed ora considera quanto siano stolti gli uomini: essi lasciano che siano loro messe in conto cose di nessuna importanza e di nessun valore, facilmente recuperabili, che hanno ottenuto; ma non c’è nessuno che si ritenga in qualche modo debitore, pur avendo ricevuto il dono del tempo, l’unica cosa che neppure chi è esposto alla riconoscenza può restituire”.(1)

“E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.”

(Rainer Maria Rilke, Quinta elegia, in Elegie duinesi, 1922)

Solo in apparenza vi è una similitudine tra il punctum di Seneca e il diem di Orazio, in cui l’istante (occasionem de die) prende le sembianze di un intenso e prolungato piacere espunto dalla linearità del fluire.

Quel tempo che assume la radicalità dell’istante, immedesimandosi totalmente con esso, quando Bachelard, alla metà degli anni trenta del secolo scorso, lo descrive come lo ‘zampillare’ della nostra coscienza, in profonda e animata rottura con il proprio passato e di fronte ad un futuro che non è: “Il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla.”(2) Debitore di Jung, Bachelard rompe con l’idea bergsoniana del tempo interiore, sostituendo ad essa l’istante come forma di verticalizzazione dello psichismo dove i sogni, fantasie, pensieri si modellano come un’opera in cui durata, continuità e progresso non sono altro che raggruppamenti di momenti già dati. Questa attività immaginale fluttua, sprofonda e risale costruendo degli ‘istanti stabilizzati’ percepiti soltanto dal poeta “in equilibrio sulla mezzanotte senza nulla attendere dal soffio delle ore, il poeta prova l’ambivalenza astratta dell’essere e del non essere. Nelle tenebre vede meglio la propria luce”.(3)
In Bachelard si ritrova anche Nietzsche, poeta verticale, poeta delle vette, poeta ascensionale: le immagini dilanianti sono quelle che ci pongono in alto e in basso. Per Friedrich Nietzsche il passaggio sulla soglia dell’attimo presuppone l’oblio, dove il fluire del passato si interrompe drasticamente verso l’avvenire. Ed è in questo punto sospeso di fronte ad un precipizio che si dispone la felicità: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire: un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire: infine, come vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare un dito. Ad ogni azione occorre l’oblio: come alla vita di tutto ciò che è organico occorre non solo la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare”.(4)

Jacques Prévert – Fiesta

E i bicchieri erano vuoti

e la bottiglia in pezzi

E il letto spalancato

e la porta sprangata

E tutte le stelle di vetro

della bellezza e della gioia

risplendevano nella polvere

della camera spazzata male

Ed io ubriaco morto

ero un fuoco di gioia

e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia

Et le verres étaient vides

et la bouteille brisée

Et le lit était grand ouvert

et la porte fermée

Et toutes les étoiles de verre

du bonheur et de la beauté

resplendissaient dand la poussière

de la chambre mal balayée

Et j’étais ivre mort

et j’étais feu de joie

et toi ivre vivante

toute nue dans mes bras

 

[1]  Seneca, Lettere a Lucillo, I, UTET, Torino 1998, pag. 35

[2] Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, Dedalo edizioni, Bari  1998, pag. 39.  (Edizione originale 1932)

[3] Ivi, pag 118

[4] Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II, Adelphi, Milano 1974

la foto è tratta da birikina.it

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I francesi, il vino e le trecentosessanta specie di formaggi

quattrocento colpiLES TAM-TAM DU PARADIS
Paolo Conte – © 1982

Mes demoiselles du temps jadis
dans les jardins qui frémissent…
faites-lui écouter, je vous en prie;
les tam-tam du paradis…
Il a fait des voyages
foudroyé, foudroyé par un mirage…
toujours une voix qui l’a seduit:
les tam-tam du paradis…

… Ah, donne-moi, maestro Christobal,
les tam-tam du carnaval…

Il a fait des voyages
foudroyé, foudroyé par un mirage…
Il est seduit, il a choici:
les tam-tam du paradis…

I simboli e le forme sono principi intelligibili che guidano ed orientano il comportamento umano. La cultura, intesa come totalità che organizza i modelli significanti è condizione essenziale dell’esistenza umana[1]: essa si caratterizza per l’autonomia dell’ordine simbolico, nonostante le influenze psicologiche o dei fattori sociali. Si presuppone, poi, che la sfera simbolica costituisca un sistema, ovvero che i simboli siano organizzati tra di loro in una rete di relazioni. Questi simboli possono costituire un sistema integrato, ma anche un agglomerato eterogeneo ed instabile: «i simboli sono sempre, senza eccezione, multivocali, e la fissazione del loro significato è il risultato sia delle regole della logica interna al campo culturale che delle pratiche contestuali dei membri[2].» La distinzione quindi non è tra azioni e pratiche culturali, ma tra dimensione simbolica e non simbolica di qualsiasi pratica.

Pubblicato nel febbraio del 1957, Miti d’oggi (il titolo originale, Mythologies, ignora ogni riferimento all’attualità contingente) è destinato così a diventare uno dei più fortunati livres de chevet[3] del ‘900. Inaspettato successo editoriale, questa raccolta di brevi articoli che Barthes pubblica nella sua rubrica mensile sul France Observateur è uno di quei rari testi che non cessano di stupire[4].

Roland Barthes

barthes2Ripropongo qui una parte dello scritto sul vino e sul latte.

«Il vino è sentito dalla nazione francese come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle sue trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. E’ una bevanda-totem, pari al latte della mucca olandese o al tè cerimonialmente sorbito dalla famiglia reale inglese. Bachelard[5] ha già dato la psicanalisi sostanziale di questo liquido alla fine del suo saggio sulle fantasticherie della volontà, dimostrando che il vino è il succo di sole e di terra, che il suo stato base è non l’umido bensì l’asciutto, e che per questa ragione la sostanza mitica che gli è più contraria è l’acqua. A dire il vero, come ogni totem vitale, il vino sorregge una mitologia svariata che non si preoccupa delle contraddizioni. Questa sostanza galvanica è sempre considerata, per esempio, come il dissetante più efficace, o, almeno la sete funge da primo alibi alla sua consumazione (‘che sete’). Nella sua forma rossa, come vecchissima ipostasi ha il sangue, il liquido denso e vitale. E’ che in effetti poco importa la sua forma umorale; prima di tutto è una sostanza di conversione, capace di rovesciare situazioni e condizioni, di estrarre dagli oggetti il loro contrario; di fare, per esempio, di un debole un forte, di un silenzioso un chiacchierone; donde la sua vecchia eredità alchemica, il suo potere filosofale di trasmutazione o di creazione ex nihilo. Dato che per essenza è una funzione i cui termini possono cambiare, il vino detiene poteri in apparenza plastici: può servire da alibi tanto al sogno quanto alla realtà, dipende dagli utenti del mito. Per il lavoratore, il vino sarà qualificazione, facilità demiurgica dell’opera (‘animo all’opera’). Per l’intellettuale, avrà la funzione inversa: il ‘bicchiere di bianco’ o il beaujolais dello scrittore serviranno a tagliarlo dal mondo troppo naturale dei cocktail e delle bevande costose (le sole che lo snobismo spinga ad offrirgli; il vino lo libererà dai miti, gli toglierà parte della sua intellettualità, lo uguaglierà al proletario; tramite il vino l’intellettuale si avvicina a una virilità naturale, e in tal modo crede di sottrarsi alla maledizione che un secolo e mezzo di romanticismo continua a far pesare sulla pura cerebralità (si sa che uno dei miti propri dell’intellettuale moderno è l’ossessione di ‘essere in gamba’). Ma particolare della Francia è il fatto che il potere di conversione del vino non è mai dato apertamente come fine: altri paesi bevono per ubriacarsi, e tutti lo dicono; in Francia, l’ubriachezza è una conseguenza, mai un fine; la bevanda è sentita come un dispiegamento di un piacere, non come la causa necessaria di un effetto voluto: il vino non è soltanto un filtro, è anche atto durevole del bere: il gesto assume un valore decorativo, e il potere del vino non è mai separato dai suoi modi di esistenza (…)[6]


[1]     Clifford Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna 1988 (ed. orig. 1973), pp. 45-46

[2]     Pier Paolo Giglioli e Paola Ravaioli, Bisogna davvero dimenticare il concetto di cultura? Uno sguardo sociologico, in Vincenzo Matera (a cura di), Il concetto di cultura nelle scienze sociali contemporanee, Utet, Torino 2008, pag. 72

[3]     Francese: libro da capezzale.  Nell’uso colto: libro prediletto, che si rilegge spesso.

[4]     Gianfranco Marrone: Barthes, il mito sta nei dettagli

in http://www.parodos.it/books/pensiero%20filosofico/barthes__miti_doggi.htm

[5]     Gaston Bachelard, nasce il 27 giugno 1884 a Bar-sur-Aube, nella regione francese della Champagne-Ardenne.

Filosofo e critico delle scienze, Bachelard ne studia i metodi e i fondamenti, rimanendo allo stesso tempo attento al mondo della poesia e dell’immaginario. La sua opera più importante è “Il nuovo spirito scientifico” (1934), in cui compie un superamento del dibattito tra empirismo e razionalismo, cosa che ha fatto anche Karl Popper, autore a cui il francese viene spesso contrapposto, in http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1793&biografia=Gaston+Bachelard

[6]     Roland Barthes, Il vino e il latte in Miti d’oggi., Einaudi, Torino 1994 (ed. orig. 1957), pp. 67, 68.

Foto: Dal film di François Truffaut, I quattrocento colpi (Les Quatre Cents Coups) 1959