Memorie di un ciarlatano

Una rappresentazione del XVIII secolo di un giullare russo
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Ho avuto il piacere di incontrare Pietro Stara in un piccolo eremo a strapiombo sull’orrido (ma non posso rilevare il nome), dove alcuni frati scismatici e anticlericali gli passano una minestra calda e una dentiera per masticare un po’ di pane raffermo. Ho passato con lui alcune ore, per la maggior parte delle quali ha dormito imprecando nel sonno. Tra poco compirà novant’anni, in questo caldissimo marzo del  2059, e mi ha lasciato questo breve scritto di memorie, che vi lascio così come me le ha date: perlopiù unte e stropicciate.

“Oggi non è il mio primo giorno di Intravino. Non indosso grembiuli che mal si accorderebbero con la mia mole, la mia dignità generica, i miei occhiali pensosi, che sono la mia parte più squisitamente intellettuale. Sono esentato dalla marmellata, dai quaderni, dalle campanelle, e nessun bidello, nell’intera penisola, ha alcun potere su di me. Dal punto di vista di Intravino, e di questo, fatale, iniziatico primo giorno, io sono un uomo libero. Non è un risultato da poco, e qualcuno vorrà sapere come mai io, che sono, tutto considerato, un inetto, sia riuscito a tanto. Il metodo è semplice: invecchiando”. (Parafrasando Giorgio Manganelli)

Sapete, non è facile scrivere di queste cose, soprattutto giunti ad una veneranda età (tra meno di un mese compirò 90 anni), dopo aver ricoperto incarichi pressoché inutili, incostanti nel tempo e con alterna soddisfazione personale. E poi tutto questo ha inevitabilmente a che fare con il proprio ego narcisistico, con l’incapacità sistematica di raggiungere un qualsivoglia obiettivo e, ancor di più, con l’inadeguatezza all’interno del proprio mondo (non che negli altri sia andata meglio) di riferimento: quello degli scribacchini di vino. Ho scelto il vino e non la componentistica delle bici soltanto perché la seconda è semplicemente imbevibile. E del primo scelsi la storia perché tutti gli altri spazi erano stati già occupati. Devo dire che in quella nicchia era assai difficile emergere: ed è bene sapere che ai nostri connazionali interessa davvero poco la storia, oggi come allora, ma piace molto utilizzare il termine “tradizione”: non si capisce bene connesso a che cosa se non ad una ipostatizzazione ideologica del nulla che li circonda. “Tradizione” è uno dei tanti slogan privo di alcun senso pratico, ma che rimanda ad improbabili archetipi primordiali in cui il vino pare che si sia formato per ontogenesi diretta dalle chiappe di qualche divinità. Ma questa non è tutta la verità: mi sono dovuto formare, oramai in età adulta, in un mondo che non solo era pieno di connessioni sociali, ma che obbligava, in quel mondo, ad accaparrarsi più seguaci (follower) possibili: in una rincorsa spasmodica ai like, alle amicizie fittizie, ai contatti insperati, ogni scrittura era devota non tanto ad un potenziale misero di lettori quanto alla costante ricerca della propria imperitura riaffermazione quotidiana. Le discariche di like, di cuori, di manine…  a fondo pagina segnavano ancor prima che una benevolenza informatizzata, anche se non si possono escludere casi del genere, l’appartenenza ad una comunità di sodali. Spesso la riverenza mostrata nei confronti di un vate della comunicazione, di un esempio per la comunità dei coscritti ad una tematica comune, rivelava più l’appartenenza ad un conclave che un solluchero spontaneo verso una qualsiasi estemporanea affermazione di puntuta ilarità o vereconda saggezza. Si trattava di uno stillicidio umano e di una grandissima perdita di tempo, del proprio tempo: per la fama, caduca come tutto, non ne valeva certo la pena. Per amore men che meno. Per i soldi, e solo per quelli, sì. Gli influencer, così chiamati all’epoca, lo avevano capito giusto in tempo: avevano le fotografie appropriate, i commenti dovuti, i video accattivanti, i look aggiornati, le frasi ad effetto e sapevano che non aveva alcun senso proporre inadeguate discussioni sul vino medievale. Erano belli, giovani e investivano cospicue somme per apparire tali: quando non compravano abiti e lacche per capelli o decanter di velluto per vini d’antan, spendevano qualche spicciolo per introiettare consensi. Almeno agli inizi. Poi defluivano e rifluivano sulla base dei consensi che da sé incrementavano o decrementavano il bottino acquisito: tanti ne entravano e molti di più ne uscivano con una certa celerità. Più che influencer divenivano in brevissimo tempo defluencer.

Sembra così che voglia crearmi un alibi, un espediente di qualche tipo che faccia apparire costoro come dei dementi improntati al successo effimero, e far passare il sottoscritto, studioso degli inutili dettagli del passato, come il trito intellettuale incompreso, snobbato dai media e votato tanto all’insuccesso durante la vita quanto all’oblio dopo la morte. Non è così: è che non ci riuscivo proprio. Da una parte perché avevo in odio profondo la loro (quella di tutti i predatori) incapacità di comprendere l’opacità dei tempi e dall’altra, però, mostravo la mia sostanziale inadeguatezza a raggiungere tali livelli. E non solo perché mi mancava il fisico. Controbatterete voi che all’epoca scrivevo sul più gettonato dei blog di quel tempo: Intravino. E’ vero, ma lo è altrettanto che eravamo in tanti e che, in ogni caso e comunque, se tutto ciò mi aveva permesso di raggiungere una discreta notorietà nel un gruppo relativamente basso dell’emisfero mondiale della socializzazione di informazioni, di appassionati di letture liquide, dall’altra parte quella condizione gratuita mi rammentava che, all’interno di un sistema di mercato, il mancato introito di una qualsivoglia remunerazione era un indice di scarsa considerazione sociale e di pressoché nulla valutazione professionale. Sulla fine gloriosa di quello che fu un gruppo di individualità solidali, cioè di Intravino, se ne è scritto parecchio, ma c’è un solo testo sino ad ora pubblicato che si avvicina parzialmente alla verità: “Intravino. Più che una somma una moltiplicazione”, Edizioni del Guappo, Settimo Torinese, 2039. Anche io sto buttando giù alcune noterelle su quella storia, ma ho dato incarico ai frati di clausura che mi passano una minestra calda di non rivelarle se non a dieci anni dalla mia morte. Non voglio però demonizzare tutto di quell’epoca: vi è da dire che la competizione social, benché si basasse su mezzucci che tutt’ora non verrebbero considerati neppure dai bambini di un asilo nido, aveva una parvenza di lotta, di sudore informatico, di scontro tra opzioni diverse, di tratti non precostituiti e non troppo calcolati o, nei casi migliori, per nulla. Ora è tutto affidato ad algoritmi previsionali/impositivi per cui si sa, già dopo due parole, la media dei lettori possibili nell’arco dei prossimi tre anni, a chi si piacerà e a chi non si potrà mai interessare. Prima lo si sapeva pure, ma il tutto era coperto da un velo di speranza.

Ecco, raggiunti i novant’anni, posso proprio dirlo: Intravino è stato un velo di speranza

 

 

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Genova Wine Festival, come nasce una fiera

Ci trovammo una sera umida e appiccicosa del brumaio di due anni fa intorno ad una tavola di legnaccio compresso su cui poggiavano una serie di boccali traboccanti, per il tempo necessario (una lager, due stout, due weizen, sei Imperial Ipa e un succo al tamarindo): il sottoscritto, Fiorenzo (gli Intravinici di stanza locale) e una compagine cospicua dell’Associazione Culturale Papille Clandestine di Genova. “Perché non collaboriamo?” – “Perché no!!?!!”.
Ruminammo a lungo sulle possibili iniziative da portare a compimento in maniera congiunta; ci vennero in mente proposte di tutto riguardo e, soprattutto, di ampio respiro: la festa nazionale a premi dei picnic; il primo festival italiano della stele fallica (su imitazione di quello giapponese); il ritrovo mondiale delle persone con i capelli brizzolati; un convegno sulla fine delle quattro stagioni… Il brainstorming stava funzionando alla grande quando uno dei papilli ci interrogò mentre stava ingurgitando la sua quattordicesima Gose ai lattobacilli: “noi organizziamo il più bel festival della birra artigianale che ci sia nel territorio ligustico e non solo: perché non ne facciamo uno sul vino?” – “Ma dai! Che razza di sciocchini! Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!?”
E così nacque l’idea del Genova Wine Festival: ci chiederete la ragione del nome in inglese. Potremmo rispondervi che Genova ha dei lunghi e consolidati rapporti con la perfida Albione; potremmo aggiungere che lo abbiamo fatto per internazionalizzare un evento locale. La verità, quella vera, è però un’altra: un componente anziano del gruppo di Papille Clandestine aveva la lingua impastata e arrotolata da una eccellente Cascadian Dark Ale frammista a degli untuosi popcorn, quando proferì uno strano verso che per molti noi suonò più o meno così: GWF! Insomma, per farla breve, proruppe dapprima l’acronimo. Ora si trattava di riempire di contenuti (ed in particolare di bottiglie) il Genova Wine Festival. Le idee non mancarono neppure in questo caso: ci fu chi volle portare all’attenzione dei genovesi “i vini poetici”; alcuni preferirono a questi “i vini solipsistici”; altri ancora sostennero che Genova si meritava “i vini melanconici”. Quando, tutto ad un tratto, una cameriera dagli occhi da lupa che masticava caramelle alascane, urlò in mezzo alla sala: “Chi ha ordinato il pigato?” Fu allora che, guardandoci intensamente negli occhi, per quanto la birra lo permettesse, ci intendemmo al volo: i vini che bevono i genovesi, all’incirca. Però buoni. Perché molti genovesi bevono vini cattivi che qui prendono il nome di cancaroni (Il dottor Trelawney era inglese: era arrivato sulle nostre coste dopo un naufragio‚ a cavallo d’una botte di bordò. Naufragato da noi‚ aveva fatto subito la bocca al vino chiamato «cancarone»‚ il più aspro e grumoso delle nostre parti. Italo Calvino, Il visconte dimezzato): soprattutto Liguria e basso Piemonte, poi alcune rassicurazioni dall’Oltrepò Pavese, suggestioni piacentine, dirimpettai sardi, propaggini toscane e qua e là suggestioni del territorio italico.
“Ma dove lo facciamo?” Escluse le case dei presenti, avevamo ben chiaro che il posto dovesse essere di assoluto e riconosciuto prestigio: lo stadio di calcio “Luigi Ferraris”! In men che non si dica partirono gli insulti, e poi i cori, mentre occhi torvi si incrociavano lungo sguardi di puro e semplice odio: “ma no, dai, facciamolo a Palazzo Ducale!” – Silenzio – Ci sedemmo e, al posto di lanciare i boccali, li usammo per un brindisi rasserenante.
“Ma quando?” – “Quando è libero!” “E cioè?” “Il 2 e il 3 di marzo”. “Ah! D’accordo!” “Ma di che anno?” “2019” “2019????” “Sì, esatto!” “Va bene, faccio in tempo a comprarmi un vestito buono”. Chiuso il sipario.

“Se il vino è al vino e il pane è al pane, di companatico cosa mettiamo?”. Approfondimenti, laboratori, degustazioni e risse in piena regola e senza esclusione di colpi. Per l’occasione abbiamo ingaggiato anche le giovani e speranzose novizie del Master in Wine Culture, Communication & Management dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Noi, al massimo, reggiamo una partita di briscola.
“E il costo d’ingresso? Belin, vivi a Genova e non dici una parola sulle palanche?” “12 euro con u gottu (il calice) ed è tutto grasso che cola”. Ci sarà anche il food, come dicono quelli bravi, ma i lavori sono in corso, ce n’est qu’un début, e presto saprete cose.