Il vino e il suo prezzo. Franco Fortini a Mosca

Franco_FortiniPubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4507824

Parte prima.

La merce per essere tale deve rimanere merce: non può dotarsi di suppellettili ideologiche, di forme di valore che la rendano esente dal suo statuto d’uso e commerciale. Non si scappa da Marx: «Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi» (Karl Marx, Il capitale, Libro I). Il vino ha sempre cercato di sottrarsi a questa immancabile predestinazione, come altri beni (i libri ad esempio), ammantandosi, di volta in volta, di storia, di relazione, di fede, di ancestralità, di profondità, di  silenzio. Ma poi vi è qualcuno, da qualche parte, che ci ricorda che il vino è immancabilmente merce, valore e sicuramente denaro, ovvero prezzo. La censura, e il potere politico da cui si sorregge e trae linfa vitale per posizionare corpi e menti nei nuovi apparati della riproduzione del parassitismo sociale, non fa altro che spingere la merce-vino nei suoi anfratti più desolanti, quelli della causa-effetto: il vino è bottiglia, etichetta, liquido rosso, bianco o rosato, scontrino, esiti collaterali. Poiché il potere-censore è anche pusillanime, non è interessato, nella sua infinita bassezza, a che l’oggetto –merce – vino riacquisisca il suo feticismo simbolico. Per far questo dovrebbe proibirlo del tutto. Ma non vuole, più che non può: perché la merce è comunque denaro, tassazione (Iva inclusa) e posizionamento politico. Perciò il potere censore redarguisce: bere fa male; fumare fa male; giocare fa male. Ma non li vieta: avverte soltanto, nella sua infinita bontà e nel suo infinito bisogno di denaro.

Parte seconda.

Mi è venuto in mente, a tal proposito, un bellissimo scritto del 1973 di Franco Fortini, ora raccolto nei Meridiani Mondadori, che s’intitola, appunto, “Il prezzo”. Fortini racconta di quando si recò alla biblioteca ‘Lenin’ di Mosca e chiese con garbo alla giovane bibliotecaria quale modulo si dovesse riempire per avere in lettura un volume di Trockij. Lei arrossì fino alle tempie: «Quegli scritti tuttora interdetti testimoniano però che in URSS il rapporto tra parola e azione continua ad essere più rischioso e autentico che da noi. Come per due secoli quella russa, nessuna nazione moderna ha avuto un conflitto così mortale fra pensiero e potere; nessuna, tanti scrittori ammazzati, condannati, esiliati…(…) Tanto fra chi ha il potere quanto fra chi lo combatte, sembra che in URSS ci sia ancora la persuasione che la verità muova i corpi, possa agire. Quando gli scritti di Trockij saranno in edizione economica nelle edicole sovietiche, vorrà dire che avranno subìto la stessa riduzione a “cultura” che, nelle nostre, hanno subìto Nietzsche, Lenin, i documenti di Auschwitz e il diario di Guevara. Per agire, la verità si cercherà allora altre vie[1]

I rapporti tra le cose e i rapporti con le cose sono rapporti sociali tra le persone: il prezzo, non di meno di altre varianti, racconta parte di questa relazione e per agire, la verità si cercherà allora altre vie.


[1] Franco Fortini, Il prezzo (1973) in Saggi ed Epigrammi, Meridiani Mondadori,  Milano 2003, pag. 2008

Cielo grigio su Bollino nero giù

Americani festeggiano la fine del proibizionismo, 1933 Di Unknown /w New York Times – https://www.nytimes.com/2014/12/05/us/well-drink-to-this-day-in-history.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99770401

L’alcol fa male, poche balle. Il fumo fa male, poche balle. I grassi saturi fanno male, poche balle. Tante cose fanno male, poche balle. Più balli e poche balle.

La scienza contro la cultura, o le culture, la storia, o le storie, gli usi e i costumi? Forse sì o forse no.

La politica contro la cultura, o le culture, la storia, o le storie, gli usi e i costumi? Forse sì o forse no.

Ma, poi, chi glielo ha fatto fare ai francesi, ai tedeschi, agli spagnoli che producono vino in quantità e pure buono, di adottare il sistema dei bollini?

Gli stati democratici, liberali, capitalistici, pigri di testa e ben vestiti, da buoni genitori preoccupati ma di ampie vedute, non vietano, ma avvertono, suggeriscono, mettono le pulci nelle orecchie (tantissime pulci), stimolano, incoraggiano e consigliano.

Ma non vietano. Forse perché sono liberali, ma credo di più perché sono capitalisti e il profitto è profitto, quindi profittevole. Poi il denaro non puzza e se anche dovesse puzzare si lava.

A tutto ciò si aggiunge un’altra questione: il problema della dipendenza. È cosa nota nelle migliori famiglie psichiatriche e psicoanalitiche di tutto il mondo terraqueo che chiunque soffra di una qualsiasi forma di dipendenza compulsiva, ossessiva e autodistruttiva abitualmente non legge le etichette e, soprattutto, disdegna dei consigli, di qualsiasi consiglio.

Ma loro parlano a tutti noi, ai grandi e ai piccini, ai consumatori moderati, abbastanza moderati o moderatamente moderati, senza distinzione di sorta come è giusto che sia. Non potrebbero mai scrivere “fa moderatamente male”. O apporre un bollino multicolore. Potrebbero scrivere al contrario: non abusarne!, inserendo le tacche dell’abuso (faccina). Un po’ come come hanno fatto con il gioco d’azzardo: “gioca con moderazione!” Però gioca!

Ha senso, quindi, contrapporre storia, cultura, usi e costumi ad una evidenza scientifica? Credo di no, anche perché storia, cultura, usi e costumi sono cambiati e cambiati di molto.

Ha senso, quindi, contrapporre la moderazione come approccio salvifico ad una evidenza scientifica? Credo di no, anche perché è molto arduo definire ciò che è moderazione, ma anche l’eccesso.

Quindi? Vorrei essere chiaro, radicalmente chiaro: l’essere umano oltre che fallace è anche fortemente autolesionista (potremmo avere opinioni differenti sul come e sul che cosa, ma non sul concetto generale). È suo diritto anche quello di farsi del male. Non quello di farlo. In quella sottile linea di demarcazione può stare quello che comunemente va sotto il nome de “la riduzione del danno”, che consiste nell’aiutare chi vuole essere aiutato e nel tutelare chi non vuole essere danneggiato.

In tutto ciò deve e può stare l’intervento della cosa pubblica. Non oltre: il “te lo avevo detto!” non si può né sentire né scrivere.

Per maggiori informazioni sul bollino: https://www.corriere.it/cook/news/22_febbraio_14/nutriscore-cancer-plan-bollino-nero-il-vino-tutto-quello-che-c-sapere-382f337a-8ca7-11ec-ab58-6edac401c3bd.shtml

Dalle ultime nuove pare che sia passata la linea “moderata” dell’Italia per cui l’alert sanitario sulle bottiglie riguarderà l’abuso e non il semplice consumo. Il quotidiano “La repubblica” riferisce anche della gioia di Federvini: “Ha avuto la meglio il concetto di dieta mediterranea che celebra la moderazione”.

https://www.repubblica.it/il-gusto/2022/02/16/news/cancer_plan_vino_cancro_e_voto_in_parlamento_europeo_la_polemica-337891631/

Le mie considerazioni precedenti rimangono inalterate, se non per aggiungerne un’altra: a proposito della dieta mediterranea già Piero Camporesi, nel suo illuminante saggio “Le vie del latte. Dalla Padania alla steppa” (Garzanti 1993), scrisse che “nessuna delle genti che vivono ai bordi di questo glorioso mare l’ha mai conosciuta e tanto meno praticata. Se è vero che esistono molteplici sistemi alimentari e diversissime cucine mediterranee […], le differenze tra costa e costa; fra paese e paese rimangono fortissime; […] le disparità rimangono enormi”.

Sulla celebrazione della moderazione poi…

ci provò Teognide, (Elegie, vv. 475 – 478): “Ma io, che so godere con misura del vino dolce come il miele, voglio tornare a casa e cedere al sonno che fa scordare gli affanni. Ci arriverò nello stato in cui il vino è più grato a bersi, fra gli uomini: non sobrio ma neanche troppo ubriaco”. Ci provò, insomma.

Domande sul biologico e sul biodinamico a risposta multipla

Diagramma di Eulero di alcuni insiemi numerici notevoli Di Daniele Pugliesi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11657594

A) Il biodinamico è un biologico più freak?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

B) Il biologico è un biodinamico incompleto?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

C) Se il biodinamico è anche biologico, il biologico può essere un po’ biodinamico senza saperlo?

1)Sì         2) No   3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

D) È nato prima l’uovo biodinamico o la gallina biologica?

1)L’uovo 2) la gallina     3) Non so        4) Aspetta che non ho capito la domanda

E) Per la teoria degli insiemi, definisca il candidato, considerando che l’insieme A sia il Biodinamico e l’insieme B il Biologico, la relazione corretta tra i due insiemi:

  • Cerchi il candidato di spiegare, sulla base delle leggi di De Morgan, utilizzando i diagrammi di Eulero-Venn, la legge italiana sul Biologico
  • Il candidato individui tra i seguenti insiemi quelli che sono uguali:

A. Vocali della parola “BIODINAMICO”.

B. Consonanti della parola “BIODINAMICO”.

C. Vocali della parola “CONVENZIONALE”.

D. Vocali delle parole “IL MIO AMICO”.

Le immagini degli esercizi sono tratte da https://it.wikiversity.org/wiki/Gli_Insiemi_(superiori)

La derubricazione di una notizia. A proposito della “crisi Ucraina”

Equipo de ametralladora finlandesa durante la guerra de Invierno en 1939–1940, durante la Segunda Guerra Mundial.De Desconocido – https://finna.fi/Record/sa-kuva.sa-kuva-106977, Dominio público, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=549346

Gli anglosassoni la chiamano newsworthiness, esprimibile con“degno di attenzione” o “degno di nota” o “che merita di essere pubblicato” o “che merita di essere diffuso”. E noi italiani lo abbiamo tradotto con notiziabilità, dove con il suffisso “-bilità” s’intende una potenzialità espressa o in atto (pensiamo al coevo occupabilità che si spreca in abbondanza nelle politiche attive del lavoro): in questo caso si fa riferimento alla capacità di un accadimento di trasformarsi in notizia.

I criteri per i quali un avvenimento può o meno trasformarsi in notizia dipende vari fattori a valenza singola e complessiva, indipendenti o correlati gli uni agli altri: l’impianto ideologico, i target di riferimento (lettori, inserzionisti, proprietà), i competitor, la vicinanza o la lontananza fisica dal lettore (le notizie internazionali sono assai rare in un paese affetto da provincialismo endemico), la subordinazione gerarchica a livelli differenziati di potere politico, economico…., la selezione a monte delle informazioni, la loro permeabilità sociale, la ricettività e via di questo passo.

Negli ultimi due anni il tema del Covid-19, ad esempio, ha soppiantato qualsiasi altro tipo di notizia non solo perché avesse una rilevanza indubbia superiore a molte altre, ma perché doveva averla.

La sensazione personale e collettiva è che di fronte ad una notizia di scarso impatto mediatico è il fatto stesso a perdere di rilevanza semantica e cognitiva e, quindi, a ad assumere un peso molto diverso fino a scomparire.

Oggi, 11 febbraio 2022, mi sono fatto un giro sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani a proposito della “crisi Ucraina”. Bene, a parte due articoli laterali, anche in senso contenutistico, de “la Repubblica” e de “Il Messaggero”, la guerra alle porte di casa nostra non ha il rilevo che meriterebbe (tra l’evacuazione dell’ambasciata russa a Kiev e l’invito del presidente americano Biden ai suoi concittadini di lasciare immediatamente l’Ucraina). Sono certo che, nei prossimi giorni, avrà la considerazione che avrebbe già dovuto avere. In ogni caso ci obbliga a riflettere, e molto, sui processi comunicativi ai quali, volenti o nolenti, siamo assoggettati.

Il Sole24ore

Inflazione Usa mai così da 40 anni

Superbonus

Pnrr effetti sul lavoro

Corriere della sera

Virus, così l’Italia riapre

La Repubblica

I fondi del recovery dividono Nord e Sud

A lato con foto: Tra i caccia italiani ai confini delle crisi ucraina

Il Messaggero

Gas, più aiuti alle famiglie

(Foto) Io cecchina per l’Ucraina rinvia articolo a pag. 10

Il Secolo XIX

Basta mascherine all’aperto Vaccini no alla quarta dose

La Stampa

Fauci: così stiamo battendo il virus

Foto: Angelina Jolie “Le mie lacrime per le donne”

Il Giornale

Foibe Il genoicidio di serie B

Il Green pass ha i giorni contati

Foto di Montagnier: Da genio a guru dei complottismi. Montagnier, la morte è un mistero

Il Mattino

Corsa dei prezzi, c’è chi specula”

Il Fatto quotidiano

Foto: Porta girevole Garofoli sal va se stesso e Lamorgese. Riforma dimezzata per il cocco di Draghi

Il Manifesto

Foto ministero istruzione: Zero in memoria

Libero

Nuove accuse a Report. La pista dei fondi neri

Nella crisi Ucraina non c’è solo la Nato. Ma la de-dollarizzazione del mondo

Nestor Ivanovich Makhno (1888-1934)
Di Sconosciuto – http://varjag-2007.livejournal.com/2110190.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9908979

È una notizia che parrebbe di secondo piano e in relazione, secondaria o a caduta, della prima: l’Ucraina, per ragioni diametralmente opposte, interessa sia alla Russia che al fronte occidentale, o ad una parte di esso. Non è il caso di tornarci sopra tale e tanta è la letteratura a proposito. Peccato però che ogni relazione vada ad interessarsi, in maniera quasi esclusiva, dei contenziosi geo-strategici, dei posizionamenti militari, delle influenze d’area, dei transiti delle materie prime e via discorrendo.

Oggi, mercoledì 9 febbraio, è venuta fuori la notizia (Il Sole24ore pag. 5) che l’accordo fra Cina e Russia sul rifornimento di gas sarebbe previsto con pagamento in euro. La portata di questo annuncio è quantomeno dirompente e si aggiunge ad una storia di breve corso ma di grandissima importanza strategica: se la Cina non ha mai smesso di comprare oro a discapito dei dollari o di vendere titoli di stato Americani, la tendenza Russa si fa ancora più accentuata: a partire da Rosneft (https://www.ilsole24ore.com/art/rosneft-passa-all-euro-non-e-piu-dollaro-valuta-riferimento-ACOJy1o) , una delle principali compagnie petrolifere al mondo e primo esportatore russo, che sceglie l’euro come valuta di riferimento nel 2019 (tagliando così la divisa Usa da transazione di oltre 50 miliardi dollari l’anno) per arrivare alla riduzione, da parte della banca centrale russa, delle riserve in dollari da circa la metà del totale al 22% (solo nel 2018), per poi convertirle  in yuan, euro o yen (oltre che in oro): “Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, nel giro di soli quattro mesi – tra marzo e luglio di quest’anno – Mosca ha liquidato Treasuries per quasi 90 miliardi di dollari, riducendone il possesso di oltre il 90% ad appena 8,5 miliardi di dollari. Le riserve auree russe hanno invece raggiunto 2.230,4 tonnellate, per un valore di 109,5 miliardi di dollari a settembre (oltre un quinto del valore totale delle riserve della banca centrale) e sono oggi le quarte al mondo”. (Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/cina-e-russia-comprano-oro-e-vendono-dollari-ACtMrhp?refresh_ce=1)

Il quadro, ancora non definitivo, si chiude con l’adozione di un sistema per le transizioni interbancarie tra Mosca e Teheran alternativo a Swift, cosa che peraltro avviene già tra diversi istituti moscoviti e cinesi.

Se a tutto questo aggiungiamo la crisi delle forniture delle materie prime, il loro esorbitante rincaro, l’impossibilità di avvalersi, nel breve periodo, di fonti alternative, pare di trovarsi all’interno di una pericolosissima tenaglia.

La domanda paradossale, ma neppure più di tanto, è questa (e non solo da oggi): l’Europa nella Nato in un Nato contro l’Europa?

In attesa di una nuova Machnovščina (http://www.socialismolibertario.it/machnovicina.htm)

Le etichette del vino sono sostanzialmente due

Etichetta di disco a 78 giri 1911
Di Sconosciuto – archivio personale,
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57358842

Le tipologie delle etichette del vino sono sostanzialmente due. Con le dovute eccezioni che confermano la regola la quale, per ovvie ragioni, è incerta anche se non del tutto improbabile.

Insigni legislatori si sono dovuti occupare, ben prima del sottoscritto, di cosa dovesse essere scritto su di un’etichetta del vino, del perché, del quanto grande, del dove e del come. Ma il loro sforzo più grande, che ha creato parapiglia a non finire, dibattiti estenuanti e qualche contuso in modo non grave, è stato quello di specificare il che cosa non andasse annotato. Noi sappiamo, perché così ci hanno riferito, che si può peccare in pensieri, in parole, in opere e in omissioni. E le omissioni pesano come macigni, soprattutto se sottendono o pare che sottendano. E molti sopportano di essere tesi, ma pochissimi di essere sottesi, soprattutto se a loro pare. Figuriamoci, poi, se si parla di vino. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Insigni disegnatori, grafici, amanuensi, scriba, copisti e da ultimo bambini e bambine si sono occupati di dare una raffigurazione all’etichetta. Talvolta anche un titolo di pura e giocosa invenzione. Ma non era di questo che vorrei dire, perché ne so poco, molto poco.

Quello che mi pare evidente, come vi dissi all’inizio, è che ci sono due tipologie di etichette: un’etichetta che si apre al vino, che lo anticipa, per poi fornire alcune chiavi di lettura in modo gerarchico e mai casuale.

Dall’altra parte c’è un vino che prelude alla sua etichetta e ne fa quasi da supporto.

Nel primo caso l’etichetta è un po’ prima e quarta di copertina: quando si tratta di vini illustri la compostezza esibita rimanda ad una certa notorietà, ai legami solidi e imperituri di lignaggio, di casata, di continuità storica con o senza avvicendamenti di proprietà, di ancoraggio fisico ad un luogo nella dimensione spazio/temporale che precorre la sua nomea. Che l’etichetta sia illustrata o meno; che contenga stemmi araldici o meno. Il vino che verrà assaggiato avrà, dunque, già le chiavi austere, corpose, sufficientemente legnose e meravigliosamente lunghe, al pari dei secoli che lo confortano, di una lettura che sia consona ad un classico. In alcuni casi ad un grande classico. Per i vini di altro rango un’etichetta del primo tipo, sfrondata dagli eccessi gentilizi, rimarcherà radicati paesaggi contadini, colline che adombrano cascine della memoria, uccelli e fiori, istantanee di felicità perdute. Il vino bevuto sarà, dunque, meravigliosamente sincero, superbamente essenziale e vibrante come un colpo bene assestato al gioco della pallapugno (per chi volesse saperne qualcosa di più rimando qui: https://www.losferisterio.it/) in una festa paesana.

Le etichette del secondo tipo hanno bisogno di essere bevute. Il vino assaggiato può permettere di intuire qualcosa sulla natura del frontespizio: l’etichetta è indiziaria e rivela propositi, timidezze, allegorie e talvolta fragilità del produttore. Soltanto dopo averlo bevuto, chiacchierato e domandato sarà consentita una interpellanza, non irrituale, sull’etichetta, sul nome impresso, sui disegni e sui colori. E sarà soltanto in quel momento che si potrà pensare, a torto o a ragione: “Già, è proprio lui!”

A questo punto mi si dirà che ci sono etichette che non stanno né nella prima né nella seconda categoria: non credo. Pesateci bene: propendono o per l’una o per l’altra allo stesso modo con cui noi propendiamo.

In ogni caso e comunque, senza etichetta i vini li leggeremmo diversamente. E anche tutto il resto.

Il vino postumo

Allegoria dell’immortalità, dipinto di Giulio Romano, 1540 ca
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3659348

Il vino postumo mostra molte più variabili sensoriali di quando era in vita e affronta con inusitata spregiudicatezza i bevitori che non aveva mai osato avvicinare.

Anche nel corpo appare mutato. Se prima era calibrato tanto nelle componenti tanniche quanto negli zuccheri, così come nell’alcol e negli acidi, ora svela una impressionante avventatezza nell’esibizione della voltatile e una censurabile rassegna di residui secchi che mal si addicono ai lenti ritmi dell’aldilà.

Pare, dunque, che l’immortalità di un vino aggravi, secondo una particolare legge dell’involuzione perenne, quei lievi difetti mostrati un gioventù.

Il vino giovane si affaccia lieve, riservato e introverso al flebile palato dei suoi sciupati avventori; in piena maturità straborda arroganti piacevolezze; da morto non si trattiene più: scatena irriverenti memorie, fino a quando non compaiono appunti di assaggiatori previdenti che svelano le menzogne di una vita.

Pochi sono i vini che sanno invecchiare e ancora meno quelli che sanno essere morti.

Quei vini di meraviglioso insuccesso

Screenshot del film “I vitelloni” (1953)
Di Errix – DVD del film, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4490030

Arnold Schwarzenegger, noto filosofo nonché culturista, attore e sindaco è uso riconoscere nel successo, così raccontano gli aforismari più in voga, alcune peculiarità tra loro concomitanti e coincidenti: “Lavorare duro, rimanere concentrati e sposare una Kennedy”.

Potremmo sostenere che valga lo stesso, in termini traslati, per la costruzione di un vino di successo: non parlo, però, di quei vini che hanno strutturato le loro fortune nel corso di decenni o, addirittura, di secoli. Ma solo di quelli che oggi, o da brevissimo tempo, vengono impostati, coltivati e sapientemente arredati per avere successo. Da subito: terreno giusto, vigna ancora di più, uve meravigliosamente internazionali o di fama mondiale, ma saldamente ancorate ad una rinomata tradizione peninsulare. Mezzi all’avanguardia, maestranze e tecnici di rara impronta fisica e culturale, enologi ancora di più. Un confezionamento che parli ai tempi che corrono o che correvano, ma senza smancerie verso un passato non comprensibile. A breve giro una stimata e multi sensoriale comunicazione pluri-livello, ad uso simpatica, strafottente e irriguardosa; oppure improntata ad una storia mitica, aristocratica, sapientemente condita da rilevamenti geo-territoriali e da citazioni di riguardo. Aplomb e modestia a parte: “ho gettato due semi in questo terreno poco più che infestato da erbacce aiutato da mio zio di 115 anni e guarda lì che vino è venuto fuori!” Il vino di successo deve essere, per forza di cose, attraente, ben disposto e pigro di testa: deve smussare gli angoli senza arrotondarli troppo, inciccionire la struttura, ma con soave lievità, allargarsi senza alcuno sciabordio, verticalizzarsi senza pungere. E deve irradiare sensibilità diverse in tumultuoso avvicendamento visivo, nasale e palatale: condurrà a quell’ovvio tanto atteso, ma soltanto dopo aver ammiccato ad alcuni scrigni nascosti che soltanto i più temerari sapranno scorgere negli anfratti evolutivi del tempo.

Il successo, dunque, appaga meravigliosamente gli appetiti della vita vissuta ed evita di accollare ai malcapitati una valutazione post-morte tanto vana quanto irragionevolmente fuori tempo. Con la rabbia, nemmeno malcelata, di far godere i frutti del proprio lavoro ad un qualsiasi pronipote invaso dai brufoli e dalla sciatteria adolescenziale.

Ma perseguire stabilmente l’insuccesso è cosa assai più ardua e non meno gratificante: in linea di massima, sarà bene non parlare d’armonia e, ancora meno, di tannini avvolgenti. La morbidezza dovrà essere stipata negli angoli più bui della sensorialità a buon mercato. Le durezze rimanderanno alla vita agra dei prestiti, delle ipoteche, del duro lavoro nelle vigne, del tempo inclemente e dei governi che, ahimè, si succedono senza soluzione di continuità. Ma così come il successo può contenere germi di un prossimo e precipitoso fallimento, allo stesso modo un proficuo e intenso insuccesso può covare imprevedibili spiragli di gloria. Dopotutto, come ricordava Giorgio Manganelli, neppure Shakespeare sapeva di essere Shakespeare.