Il terreno vocato.

Riproposta. Dal mio libro.

Se le dovessimo rappresentare graficamente, attraverso degli assi cartesiani, potremmo dire che la mineralità descrive la verticalità, mentre la zonazione, l’orizzontalità: naturalmente sono separazioni di comodo, dal momento che entrambe partecipano alla definizione dell’altra, come fossero parte del tutto. L’11 ottobre del 2005, l’Associazione Italiana Pedologi dedica un intero convegno al rapporto tra il suolo, la vite e il vino, attraverso sia dei contributi teorici e sia degli esempi particolari di zonazione viticola condotti in alcune regioni italiane. Gli esiti del convegno trovano eco nella pubblicazione dell’Associazione medesima, ‘Il suolo’, n 1- 3 del 2006. Prima di arrivare ad una definizione condivisa della ‘zonazione’, il cappello introduttivo spetta ad Edoardo Costantini[1] dell’Istituto sperimentale per lo Studio e la Difesa del Suolo di Firenze, il quale pone immediatamente l’accento sui fattori di successo del sistema vitivinicolo (fisici, professionali, politici, amministrativi, infrastrutturali, contestuali e per finire immateriali) tanto da poter, in un futuro non molto distante, arrivare ad una certificazione ambientale dell’azienda ‘vendibile’ sull’etichetta del vino.  Il dato economico (umano ed immateriale) del conflitto in atto emerge così in tutta la sua forza. Dal punto di vista tecnico la zonazione può essere definita invece come «la suddivisione di un territorio in base alla caratteristiche ecopedologiche e geografiche con verifica della risposta adattiva di differenti vitigni. La zonazione è un processo molto complesso e consiste in uno studio integrato e interdisciplinare che mira, mediante analisi diverse, a suddividere il territorio in funzione della vocazionalità della coltivazione della vite[2]

Se la zonazione diviene lo studio della vocazionalità di un territorio è evidente che ancora una volta è il terroir inteso come insieme di attitudini geo-pedologiche e climatiche, di opere umane e di storicità produttiva ed amministrativa a definire i possibili ‘confini’ cartografici di questa operazione. E qui nasce il primo problema della rappresentazione cartografica di un suolo vocato: «Il cumulo delle procedure storiche di delimitazione ha lasciato in eredità dei territori delimitati secondo le procedure diversamente esplicitate. Le delimitazioni risultano spesso un insieme di criteri storici, amministrativi e geologici, relativi quest’ultimi alle rocce sottostanti e/ o al loro stadio stratigrafico[3].» Se per zonazione infatti si intende soltanto il riferimento alla vocazione produttiva di un territorio vinicolo, cioè alla sua interazione con piante destinate garantire la loro massima espressione in quel tipo di terreno a quelle determinate e cangianti situazioni climatiche, espositive, minerali, allora la storia della vitivinicoltura è in parte anche una storia della vocazione viticola, come ricorda V. Sotés nel suo contributo dedicato alla ‘zonazione storica[4]’ nel mondo. Ma se andiamo a vedere da vicino i percorsi storici che hanno determinato la scelta viticola produttiva di determinate zone ci rendiamo conto di quanto una serie di fattori a volte tra loro non collegati abbiano determinato la scelta produttiva. In alcuni casi è la natura che ha provveduto, tramite le migrazioni dei suoi pollini, a favorire la crescita di determinate specie in determinati luoghi. Altre volte sono gli esseri umani che hanno dapprima selezionato tra specie differenti, per poi specializzarne altre più produttive o semplicemente più resistenti. Altre volte ancora sono le migrazioni umane che si sono portate con sé strumenti, saperi, pratiche e piante che hanno dapprima spostato e poi radicato nuove colture in zone che non ne avevano mai ricevuto il beneficio. E per l’uva vale lo stesso principio, per cui ancora oggi, tanto per fare un esempio, in alcune zone dello spezzino ai confini con la Toscana sono reperibili vitigni legati a migrazioni umane e provenienti dalle zone montane dell’Alto Adige e del Trentino. Le storie consolidano, rendendo tradizione ciò che fino a poco tempo prima non lo era: in Langa ora si pianta lo ‘sconosciuto’ (era usato da taglio) Syrah. Forse tra duecento anni, permanendo la viticoltura in Langa il Syrah verrà considerato vitigno autoctono. In realtà la zonazione, se fosse applicata come pura ‘regola’ scientifica, dovrebbe condurre a sperimentare contro la storia: ovvero la vocazionalità dovrebbe portare a dire che il vitigno migliore per quel tipo di terreno è… Ma questo, naturalmente, non viene fatto perché avvalorerebbe l’ipotesi dell’uguaglianza delle potenzialità dei terroir, annullandone oltre che la portata storica anche quella commerciale.

La Francia, paradigmatica da questo punto di vista, segue, nello scorso secolo, diverse procedure di delimitazione territoriale in modo tale da definire vaste aree viticole in funzione di una riconoscibilità territoriale d’origine del vino (A.O.C.): dapprima per via amministrativa (1905- 1919) tramite il Consiglio di Stato, con la legge del 5 agosto 1908, che richiede l’evidenziazione di usi locali, costanti e leali del territorio vinicolo sulla base dell’esempio delle delimitazioni avvenute nella zona Bordolese nel 1907 attuata da una commissione composta da una cinquantina di membri, tra cui il prefetto della Gironda, politici, viticoltori e commercianti. Poi segue la via giudiziaria grazie alle proposte del ministro Jules Palm, redatte nel 1911 e pubblicate nel 1919, che incarica i tribunali civili di definire le denominazioni di origine, che diventano luogo di incontro e scontro tra posizioni assai differenti che spesso ignorano o sottovalutano espressamente sia pratiche vinicole che  vitigni storici. Si arriva poi alla vera e propria legge sulle A.O.C. del 30 luglio 1935 che chiede ad un organo interprofessionale la definizioni delle denominazioni di origine, organo che diviene istituzionale nel 1947 (Inao). Le delimitazioni territoriali da cui dipendono le denominazioni di origine oltre ad assumere criteri tra loro molto diversificati, si complicano ulteriormente quando il campo d’indagine va ad indagare le porzioni particellari: ‘Alcune delimitazioni A.O.C. sono fondate in modo predominante su dei criteri geologici. Così l’Aoc Faugères è definita su dei scisti, l’Aoc Saint-Jean-Minervois sui calcari di Ventenac ed i calcari alveolari, come l’Aoc Sancerre è circoscritta dalla presenza di stadi dell’Oxfordiano (ex Sequaniano) e del Kimmèridgien, e quella di Chablis per la presenza del Kimmèridgien. Altre delimitazioni hanno fatto appello a dei criteri relativi alla vegetazione o all’occupazione del suolo. Così per la delimitazione del cru Aoc Châteauneuf du Pape, alcuni criteri fitosociologici (piante di lavanda e timo, i portinnnesti, le pratiche colturali e quelle enologiche) sono stati invocati come gli elementi maggiormente suscettibili a costituire un cru, in associazione a determinate rocce ed una data situazione topografica[5].’ Se è già complesso entrare in criteri unici e condivisibili di aree territoriale piuttosto vaste, il problema si complica ulteriormente quando si vanno ad affrontare unità parcellari, che servono per delimitare in forma ulteriore composizioni territoriali di entità molto limitate. Ecco allora che zonazione si appoggia alla cartografia per derogare da essa attraverso funzioni multicriteriali: unità pedologiche che si riferiscono ad uno o più suoli che si possono interpretare come unità tipologiche di suolo, oppure ancora delle unità cartografiche del suolo, delle unità di terroir di base, delle unità agronomiche pratensi, delle zone climatiche, dei bioclimi, delle zone attitudinali, delle zone del tenore zuccherino delle uve, delle zone viticole, delle unità di paesaggio, delle unità di pedopaesaggio e per finire delle unità dette di ‘terroir’.  A seconda delle unità parcellari prese in considerazione variano anche i criteri di analisi e spaziali del terroir: studi campo; metodi geostatistici; metodi per tematizzazioni o modellizzazioni delle proprietà agronomiche, metodi di combinazione di modelli tematici e/o spaziali sotto Gis…[6]  In diversi studi sulle zonazioni viticole emergono due elementi, tra molti, come fattori determinanti nella caratterizzazione dell’uva prima e del vino, poi: sono il clima ed in particolare le variazioni medie giornaliere della risorsa termica (gradi/giorno) come fattori che producono un aumento proporzionale dei polifenoli totali dell’uva e la capacità di ritenzione idrica del terreno, associata alle variabili meteorologiche e micro-meteorologiche su base annua. A queste variazioni climatiche annue si associano pratiche viticole che possono, a loro volta, influenzare direttamente il clima attraverso l’interazione con altri fattori, come la gestione della chioma fogliare: carica di gemme, sfogliatura precoce, diradamento del grappolo[7]… Anche coloro che puntano direttamente sull’analisi della composizione del suolo nella formazione della qualità e delle proprietà dell’uva, mettono al centro il rapporto tra clima, composizione del suolo e sua capacità di ritenzione idrica[8]. Sembra, infine, che più si introducono indicatori di analisi, più si aggiungono strumenti di rilevamento dei dati, maggiore è la difficoltà della delimitazione di un territorio vocato a produrre tipologie similari di vino.


[1] Edoardo Costantini, Suolo, vite ed altre colture di qualità: una nuova frontiera per la pedologia, in ‘Il Suolo’ 1-3 2006, pag. 7

[2] Ivi, pp. 7,8

[3] Emmanuelle Vaudour, I terroir. Definizioni, caratterizzazione e protezione, Edagricole, Bologna 2005, cit. pag. 114

[4] V. Sotés, Historical zoning in the world, in VIII International Terroir Congress, cit. pp. 1-9

[5] Emmanuelle Vaudour, cit, pp. 114, 115

[6] Cfr. Emmanuelle Vaudour, cit. pp. 120, 121

[7] Cfr. A.A.V.V., Influenza delle componenti climatiche e pedologiche sulla variabilità dei contenuti polifenolici in alcuni ambienti vitati della Docg Sagrantino di Montefalco, pp. 81 – 86; A.A.V.V ‘Terroir’and climate change in Franconia /Germany, pp. 58 -61; A.A.V.V., Importanza del monitoraggio micro-meteorologico nella caratterizzazione del terroir, pp. 84 – 89; A.A.V.V, Il monitoraggio meteorologico come strumento per la gestione della variabilità climatica in Franciacorta, pp. 121 – 126  in VIII International Terroir Congress, cit.

[8] Cfr. A.A.V.V. Influence of soil type on juice quality a Vineyard from do ca Rioja, cit.

Il vino ama nascondersi.

Una breve scritta bianca emerge dall’etichetta multicolore della bottiglia. Caratteri greci, antichi, provenienti da Efeso, la più grande città ionica dell’Anatolia: φύσις κρύπτεσθαι φιλει. Sotto, una possibile traduzione: “La natura ama nascondersi.” Eraclito l’Oscuro (Efeso, 535 a.C. – Efeso, 475 a.C.) Il vino: la barbera dell’Azienda Agricola Maria Bortolotti[1].

L’antico frammento. Fr.116

Non vi è, ancora oggi, concordanza sulla traduzione del testo e soprattutto sulla sostanza del primo termine, φύσις, che a noi è stato reso, a partire dal Rinascimento, con il termine “natura”. Κρύπτεσθαι, poi, indicherebbe più una propensione, un “tendere a”, piuttosto che una volontà ben precisa. Le differenti letture dell’aforisma eracliteo rimandano a esegesi discordanti della filosofia di Eraclito: vi è una tradizione, che giunge a noi da Giorgio Colli e che trova compimento nell’ultima traduzione di Angelo Tonelli, secondo cui il termine φύσις viene reso come ‘nascimento’ per il primo autore, e come ‘origine’ per il secondo. Da cui “il nascimento (o l’origine) ama nascondersi[2]”. In questa versione ciò che origina “si cela, come mistero, dietro l’apparenza delle cose che origina, pur manifestandosi anche attraverso di esse. Ogni manifestazione del Principio è anche un suo nascondimento: tale l’ambiguità del cosmo in cui viviamo, e di tale ambiguità il sapiente reca consapevolezza.” La physis avrebbe il compito di far risplendere l’apparenza, che, per sua natura, è ambigua: da una parte come unica realtà possibile e visibile, dall’altra come un sussulto di una realtà abissale[3]. Soltanto ai sapienti è dato conoscere questo sapere iniziatico. La natura è, in questa versione, natura trascendente.

Un’altra variante del termine φύσις è quella che ci giunge da G. S. Kirk[4], che lo traduce come “la reale costituzione di ogni cosa”, la natura in quanto essenza, che “ha l’abitudine di nascondersi”. Estensione ultima di questa interpretazione è quella[5]  che parla di natura come forza produttrice, un natura artista che, mentre  genera gli enti attraverso il gioco delle opposizioni, nasconde la dinamica della creazione.

In Hannah Arendt[6]  vi è poi una concezione che, se da una parte accomuna la logica della natura ad atto creativo al pari dalla forza generativa supposta da Colli e Tonelli, supporta, dall’altra, l’idea che la sua funzione generatrice parta ed arrivi a sé medesima: “ la totalità delle cose non fatte dall’uomo né create da un fattore divino, ma venute all’essere da sé medesimo: ed Eraclito affermava di questa physis che ‘essa ama nascondersi’, celarsi cioè dietro le apparenze[7].” Il logos arendtiano, lungi dall’essere un sistema di connessione tra realtà nascoste, diviene quindi lo stupore che si fa parola, il dono dell’argomentazione razionale che permette a i Greci di distinguersi dai barbari.

Pierre Hadot[8], infine, prova a sintetizzare cinque possibili traduzioni del frammento eracliteo:

  1. La costituzione di ogni cosa tende a nascondersi (è difficile da conoscere).
  2. La costituzione di ogni cosa vuole essere nascosta (non vuole essere rivelata).
  3. L’origine tende a nascondersi (l’origine delle cose è difficile da conoscere).
  4. Ciò che fa apparire tende a fare scomparire (ciò che fa nascere tende a fare morire).
  5. La forma (apparenza)tende a scomparire (ciò che è nato vuole morire).

Ciò che fa Pierre Hadot, nelle due ultime proposizioni, è quello di rimandarci ad una ulteriore quanto assai probabile traduzione del frammento di Eraclito: ogni processo di creazione è indissolubilmente legato ad un processo di distruzione, così come ogni movimento vitale è nello stesso tempo un movimento di morte, per cui ogni apparizione ha già inscritta la sua scomparsa. Così nella logica contemporanea del vivente: “Nulla obbligava un batterio all’esercizio della sessualità per moltiplicarsi. Non appena la sessualità diventa obbligatoria, ogni programma genetico è formato non più per copia esatta di un solo programma, ma per nuovo assortimento di programmi differenti. L’altra condizione necessaria alla possibilità stessa di un’evoluzione è la morte. Non la morte che viene dal di fuori come conseguenza di qualche accidente, bensì la morte che viene dal di dentro come una necessità prescritta, già nell’uovo, dal programma genetico[9].”

Il vino, dunque, ama nascondersi: vuole giocare con noi. A volte si rivela, piano piano, ma mai tutto e mai nello stesso tempo. Il vino fa apparire ciò che tende a far scomparire e ciò che svela è pure ciò che vela: “Sì, il Tempo vasto, impossibile da misurare fa apparire (phyei) le cose che non erano apparenti e fa sparire (kryptetai) le cose che sono apparse[10]”.

Nello stesso fiume. Fr. 30

“Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte[11]”, dice Eraclito.

“Nel medesimo calice non è possibile bere lo stesso vino due volte”, diciamo noi. Lo stesso vino è sempre diverso.

[2] Eraclito, Dell’Origine. Traduzione a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, Milano 2009, pag. 78

[3] Giorgio Colli, La sapienza greca, III, Eraclito, Adelphi, Milano 1993

[4] G. S. KIRK , Heraclitus. The Cosmic fragments, Cambridge 1962

[5] Valeria Andò, «La physis ama nascondersi»: la lettura arendtiana di Eraclito in http://www.liceomanara.it/sites/default/files/allegati2/Lezione%201.5.pdf Riferimento a M. Conche, Héraclite. Fragments, Paris 1986

[6] Ne parla ampiamente in Vita della mente, Mulino, Bologna 1987

[7] Ibidem.

[8] Pierre Hadot, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura. Einaudi, Torino 2006

[9] Ivi pp. 10,11

[10] Sofocle, Aiace, vv 646 sgg.

[11] Eraclito, Dell’Origine cit. pag. 78

Internet, il capro che scompare.

I dibattiti italici, che trattino di staminali, di cucina cinese o del ruolo dell’informatizzazione di massa, prendono, a volte, pieghe paesane a cui fanno da contraltare almeno tre elementi intimamente connessi tra loro: il provincialismo, il grottesco, il corporativo.

Il primo termine afferisce ad una mentalità che procede a scarti ridotti e che ha la presunzione di scambiare l’orticello di casa propria per le praterie della Savana. Il provincialismo, come affezione mentale, non ha nulla a che fare con la difesa di peculiarità locali. Ne è l’antitesi cognitiva: il provincialismo ha la precipua funzione di globalizzare il senso comune del banale, dell’ovvio, dell’atteso e del ripetuto.

Il grottesco, invece, è l’estensione metafisica del provincialismo: rende  goffo, innaturale, comico, ma senza rallegrare, ciò che di per sé è misero. Il grottesco è sguaiato, eccessivo, talmente improbabile da sembrare vero.

Il corporativo: la difesa del ruolo di sé, della categoria, dell’appartenenza, che ha pretesa dell’assoluto. Il corporativo serve per rimarcare, e per ricordarci, che c’è un solo titolare del Verbo, secondo rituale richiesto e secondo potere stabilito.

Alla fine del dibattito, compare in scena, prestante più che mai, il capretto che porta via il male, il biblico  aza ‘zèl ( il capro scompare), il latino caper emissarius, cioè il capro espiatorio.

Il sipario si chiude e noi siamo tutti più tranquilli.

Eno-pentitismo.

Riproposta.

“Se pensi che possa cambiare il mondo ti sbagli alla grande,

è già tanto se mi cambio le mutande[1]

Caparezza, Abiura di me.

 

 

Parimenti alle prese di posizione pubbliche, definitive e incontrovertibili, ad opera di soggetti rilevanti nella comunicazione eno-gastronomica contro i vini biologici, biodinamici, naturali, veristi… che, tempo addietro, ebbi a qualificare come forme di riposizionamento politico e di riaffermazione d’autorità veritativa nel vasto campo del giornalismo accreditato, oggi si affacciano qua e là nel web delle forme di abiura e di disconoscimento del proprio passato vinicolo.

I passaggi sono mediamente i seguenti:

1) Si ammette di aver abbracciato, sotto spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, l’ideologia del vino naturista, puzzone e volatile come un condor peruviano.

2) A seguito di ciò, si ammette di aver peccato e tremendamente peccato in pensieri, avendo rilevato, in contraddizione con la propria vista, odorato e palato la bontà di tali vini; in parole, avendo sostenuto in pubbliche discussioni la finezza di tali vini; in opere, avendo comprato e indotto a comprare tali vini; in omissioni, avendo mancato di denunciare le brutture dei suddetti vini.

3) Ci si dissocia dal proprio passato rendendo piena confessione di tutti i reati commessi e ci si adopera per attenuare le conseguenze dannose o pericolose di questi reati.

4) Si abbraccia il nuovo umanesimo vinicolo, trasversale, equilibrato e soprattutto laico.

Alcuni tipologie di vini ci indicano una strada: sta a noi decidere come bercela.

 

Nella Valtellina del 1700.

Riproposta.

Pittore ed architetto, figlio di una facoltosa famiglia di Triangia, piccola località sopra Sondrio, Pietro Ligari1 scrive, nel 1752, il suo ultimo anno di vita, i “Raggionamenti dell’agricoltura2”, stesura successiva ad un altro libretto, poi abbandonato, che intitola ‘Semplici notizie per la prattica che si ricerca nell’agricoltura. Descritte da me Pietro Ligari pittore di Sondrio, a benefizzio dei miei successori, col comunicargli quelle cognizioni necessarie a sapersi, e da me sperimentate nel corso di vent’anni per ridurre in bon stato le poche tenute mie alla più copiosa cavata possibile. 1752.” Sembra che le ultime pagine del manoscritto siano state redatte dal figlio Cesare, o sotto dettatura, o di suo stesso pugno. Il manoscritto di Ligari si compone di 33 ‘raggionamenti’ quasi interamente dedicati alla viticoltura. Quelli che vanno dal numero 21 al 32 sono occupati dalle ‘facende del provido agricoltore da farsi ogni mese’ ed iniziano con il mese di novembre per finire all’ottobre dell’anno successivo e mettono in evidenza le buone pratiche non solo in agricoltura, ma anche nella manutenzione dei terrazzamenti e dei vigneti da farsi regolarmente, in particolar modo nei mesi in cui, per il freddo intenso, non ci si può dedicare ad altro: «per il mese di novembre. Prendo a raggionarvi delle faccende che si devono fare in questo mese suddetto, come il primo nel quale il diligente vignaiolo dà principio al lavoro della vigna per goderne poi il premio nella prossima entrante annata. Per ciò si farà trasportare alla cima delle costiere sotto li rispettivi muri di ciascun letto la terra ridotta al fondo nelli antescorsi tre anni nel tempo delle cavate, per cui la caggione discende al basso con patimento delle viti sopra (….) per il mese di dicembre. Se vi trovate proveduto letame , questo è il tempo di lettamare le provane3 fatte nel antecedente mese e da potersi fare ancora nel presente mese ed in questa occasione giettate nelle fosse letamate avanti di coprirle di terra qualche semi di asparagi, dindi ricoperti con terra, avrete nel quarto anno bellissimi e grossi asparagi quanto quelli di Genova, e perché in tal modo seminati resteranno profondi (…) Si prossiegue in questo mese il provanare, il roncare, il far muraglie asciutte e trasportare terreni da un luogo all’altro, ma si avverta bene di non lasciare scoperte le radici delle viti, perché molto patiscono nell’invernata e per lo più muoiono e perciò se la necessità obligherà a sradicarne alcuna, si dovrà subito coricare tutta la vite nella fatta provana o zocca e coprirla di terra, lasciandone sortire li capi novi de anche bona parte del vecchio4

All’inizio della memoria, Pietro Ligari, dopo aver ricordato l’importanza di distinguere i ruoli professionali e sociali, secondo un principio gerarchico e di classe in cui natura e società si rispecchiano, per cui un contadino non potrà mai essere un agricoltore, così come un muratore non potrà mai essere architetto, nel suo terzo ragionamento egli menziona le differenti qualità dei terreni adatti alla coltivazione della vite: il rosso, il cretoso, il sassoso, il nero cioè l’ortense, il palustre o sia aquastrino, il salvatico, il produttivo de’ castanelli, il friggido ed il grave (Ligari aggiunge anche il grandoso, ma che si tratta in realtà del sinonimo del già citato sassoso; nota 6, pag. 35). I terreni migliori per le viti sono il salvatico gineprino, che migliorerà con vangatura e zappatura e l’introduzione di letame nonché la purgatura dei vermi e il cretoso ‘mischiato con altretanto di terreno leggero e morbido e con buona quantità di letame ben macerato’. Seguono poi i terreni difficili, ma di ottima resa e qualità nel caso in cui la vite vi alligni: il rossiccio, il terreno grave e crepaticcio che ‘parimenti si oppone alla prima radicazione della vite, ama poi allignatavi si conserva longo tempo con fertilità e resterà coretto il suo difetto di creppare nel gran caldo allorché sarà cavato frequentemente con ponervi bon letame d’anno in anno e farvi cavar sotto la sua erbaggine che anderà mettendo ogni anno sino a tanto che si vedrà alegerito e men duro; il sassoso ed il cretoso adatto per la vite in costiera. Poi i terreni non adatti alla coltivazione della vite, però, se ben corretti possono comunque servire alla coltivazione come il frigido o il terreno che produce castanelli ‘farmmischiati da vinazza cotte in lambicco’, oppure l’ortense, produttore di gran quantità di vermi ed insetti vari ed infine il terreno palustre, il peggiore fra tutti5.

1 Per la vita e le opere Cfr. Da Archimagazine, http://www.archimagazine.com/bligaripietro.htm

2 Pietro Ligari, Ragionamenti d’agricoltura ; introduzioni di Laura Meli Bassi, Alberto Baiocchi, Battista Leoni. – Sondrio : Banca Popolare di Sondrio, Sondrio 1988, (Comprende copia di manoscritto cartaceo dal titolo : Raggionamenti d’agricoltura di Pietro Ligario, scritti l’anno 1752 in Sondrio.)

Cfr. Ermanno Olmi, Le rupi del vino, con DVD, Cineteca di Bologna, Bologna 2010: Il percorso delle immagini è contrappuntato da due ‘voci’ singolari: il Mario Soldati autore dello splendido memoir di viaggio ‘L’avventura in Valtellina’, e Pietro Ligari, settecentesco pittore e architetto, che considerava tuttavia l’agricoltura come ‘superiore ad ogni altr’arte, niuna riservata’… Un documentario di limpido umanismo, un racconto e un atto d’amore: con ‘Rupi del vino’ Olmi rende omaggio a una ‘viticoltura eroica’, esempio vivo di rapporto positivo con l’ambiente, di sapienza agricola, di capacità produttiva, di una vera cultura del vino e di valorizzazione di un patrimonio naturale. Un esempio così vivo che i vigneti terrazzati del valtellinese sono oggi tra i candidati al riconoscimento Unesco quali Patrimoni Mondiali dell’Umanità.

3 Propaggine, Ramo della pianta piegato, e coricato sotterra, acciocché aneli egli per sé stesso divenga pianta. Lat. propago, propages. Gr. irapafuaj. Cr. 4. 19. a. 11 letame nella fossa sop’ra terra intorno alla propaggine si ponga. Annot. Pang. Ogni tralcio e propaggine che in me non farà frutto, si taglierà. Dav. Cult. 155. La propaggine è mirabile per rinnovare e mantenere la vile e la pancata. Accademia della Crusca, Dizionario della lingua italiana, Volume V, Nella tipografia della Minerva, Padova 1829

4 Pietro Ligari, cit., pp. 73 – 75

5 Pietro Ligari, cit., pp. 36, 37

Il vino sublime.

Nel nostro incedere degustativo incappiamo, talvolta, in vini molto buoni; in altri casi, in vini illustri; talora, in vini encomiabili; più spesso, in vini irreprensibili. Eccezionalmente, nel vino sublime.

Il vino sublime[1] trascina i bevitori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo all’assaggio un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque bevitore.

Il vino sublime possiede cinque proprietà, di cui le prime due sono innate. Le altre tre possono essere acquisite con la tecnica.

  1. La capacità di grandi concezioni.
  2. Una passione violenta ed ispirata.
  3. Una particolare costruzione della struttura in movimento, che deve essere dotata di άρμονία e di συμμετρìα (accordo e proporzionalità).
  4. Uno stile nobile.
  5. Una disposizione solenne ed elevata delle sue componenti.

Il vino sublime non rimane mai soltanto al momento dell’assaggio, ma impone una lunga e duratura meditazione.

La costruzione della trama e la scaltrezza dell’intreccio traspaiono, alla fine, non da una o da due parti, ma dall’insieme dell’opera: il sublime, che appare al momento giusto, sconvolge tutta la materia, come un fulmine, e dispiega nella sua pienezza tutta la potenza del suolo, dell’aria, della luce, della linfa, della vite e del vignaiolo.

Il  vino sublime è un vino della nostra memoria.


[1] Ispirato al Trattato del Sublime, di un ignoto autore, comparso presumibilmente nel I secolo d.C. Edizione consultata: Giulio Guidorizzi (a cura di), Anonimo, Il Sublime, in Trattatisti Greci, Classici Mondadori, Milano 2008, pp. 234 – 397