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Nel nostro incedere degustativo incappiamo, talvolta, in vini molto buoni; in altri casi, in vini illustri; talora, in vini encomiabili; più spesso, in vini irreprensibili. Eccezionalmente, nel vino sublime.

Il vino sublime[1] trascina i bevitori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo all’assaggio un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque bevitore.

Il vino sublime possiede cinque proprietà, di cui le prime due sono innate. Le altre tre possono essere acquisite con la tecnica.

  1. La capacità di grandi concezioni.
  2. Una passione violenta ed ispirata.
  3. Una particolare costruzione della struttura in movimento, che deve essere dotata di άρμονία e di συμμετρìα (accordo e proporzionalità).
  4. Uno stile nobile.
  5. Una disposizione solenne ed elevata delle sue componenti.

Il vino sublime non rimane mai soltanto al momento dell’assaggio, ma impone una lunga e duratura meditazione.

La costruzione della trama e la scaltrezza dell’intreccio traspaiono, alla fine, non da una o da due parti, ma dall’insieme dell’opera: il sublime, che appare al momento giusto, sconvolge tutta la materia, come un fulmine, e dispiega nella sua pienezza tutta la potenza del suolo, dell’aria, della luce, della linfa, della vite e del vignaiolo.

Il  vino sublime è un vino della nostra memoria.


[1] Ispirato al Trattato del Sublime, di un ignoto autore, comparso presumibilmente nel I secolo d.C. Edizione consultata: Giulio Guidorizzi (a cura di), Anonimo, Il Sublime, in Trattatisti Greci, Classici Mondadori, Milano 2008, pp. 234 – 397