Svariati attori per svariati drammi: il Produttore, il Critico, il Vino

Pessoa in 1929, drinking a glass of wine in a tavern of Lisbon’s downtown.
By Unknown author – Círculo de Leitores, Fernando Pessoa – Obra Poética, Vol. I, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9478815

L’essere umano è abituato a distruggere grammatiche per edificarne delle altre: nel campo della degustazione del vino si contrappongono, nella sostanza, due pratiche filosofiche che rilevano consuetudini sensoriali.

La prima e più diffusa, di ordine “fisicalista”, suppone che la realtà sia costituita essenzialmente da elementi fisici esterni e indipendenti dalla mente. La separazione tra mente e realtà fisica produce uno spazio oggettuale e indipendente in cui si realizza il processo di valutazione: questo spazio relazionale biunivoco può essere riempito e condizionato da influenze personali o impersonali, sociali, economiche, culturali, politiche e via dicendo. Benché e nonostante le influenze esterne, lo spazio di oggettivazione ha comunque uno suo statuto disciplinare coerentemente inteso e modificabile soltanto quando la comunità di appartenenza (sommelier, enologi o altro) stabilisce che uno o più parametri valutativi in quel preciso campo sono da rinnovare, da aggiornare o da cambiare completamente. Il vino “fisicalista” è oggetto di comprensione e valutazione: sebbene la relazione sia biunivoca, il peso del giudizio risiede unicamente nel soggetto dotato di coscienza attiva e verbale. Il vino, come è facile intuire, non ha diritto di parola e neppure di replica.

La seconda, di ordine puramente relazionale, annulla il campo oggettuale e valutativo per concedere sollo allo spazio relazionale, mente-mente, lo statuto disciplinare atto a produrre la forma e la conoscenza del vino. Questi, ma potrebbe essere qualsiasi altra realtà oggettuale, si costituisce, si dà fisionomia e significato solo nel rapporto tra persone. Il frame, ovvero la cornice spazio-temporale, significa ed esaurisce il senso del vino: non esiste un prima e non potrà esserci un dopo. Al di fuori del contesto di condivisione non si dà alcuna forma di giudizio: l’assenza della relazione è l’assenza dello spazio concettuale.

Potrebbero bastarci le grammatiche dell’oggetto (che cosa bevo) o le grammatiche del mezzo (con chi bevo) se la trattazione del soggetto significasse solo la messa in discussione delle categorie di “oggettivo” e di “soggettivo” e la loro inverosimile alterità reciproca. Il problema del chi beve, del chi giudica e del chi fa che cosa coinvolge il tema del soggetto in almeno due direzioni: quella della molteplicità e quella di una sua plausibile sparizione.

Parafrasando Roland Barthes si dovrebbe affermare che il Produttore regna ancora nei manuali di sommellerie, nelle biografie degli assaggiatori, nelle interviste della coscienza stessa degli uomini e delle donne di piacere, tese ad unire, con i loro diari intimi, la persona e l’opera. Allo stesso modo si cerca sempre la spiegazione della produzione di un vino sul versante di chi l’ha realizzato, come se, attraverso l’allegoria più o meno trasparente della pratica, fosse sempre, in ultima analisi, la voce di una sola e medesima persona, il Produttore, a consegnarci le sue «confidenze». Attribuire un Produttore ad un vino significa imporgli un punto fisso d’arresto, dargli un significato ultimo, chiudere l’assaggio. E’ una concezione molto comoda per la critica, che si arroga così l’importante compito di scoprire il Produttore (o le sue ipostasi: la società, la storia, la psiche, la libertà) al di sotto dell’opera: trovato il Produttore, il vino è «spiegato», il Critico ha vinto; non deve sorprendere, perciò, il fatto che storicamente il regno del Produttore sia stato anche quello del Critico, e che la critica sia oggi, insieme al Produttore, minata alla base.

“Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: “Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?” Ma altre come queste: “Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?” E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: “Cosa importa chi parla?1

Questo ancora per dire che la questione dell’asservimento della Critica alla Produzione in un’ottica eminentemente clientelare è solo una piccola parte di una controversia molto più ampia: se non si riesce a comprendere in che modo funzionano i dispositivi di potere nella formazione dei discorsi, non si riesce neppure a capire come il soggetto, sia esso Produttore o Critico, possa ricoprire una molteplicità di ruoli, ovvero di funzioni, necessari alla replica o al capovolgimento dei meccanismi di potere. Il non-detto ha, in tutto questo, un peso enorme. Così come l’autocensura. Prima del chi parla, occorre chiedersi da quale pulpito strepita chi, per ordinamento sociale, ha diritto di parola.

E, infine, il confronto con noi stessi, quel difficile passaggio di indulgenza, mai di auto-assoluzione, per il fatto che non tanto di incoerenza si tratta perché coerenza dovrebbe essersi data, ma di inequivocabile e instabile molteplicità: se altri parlano per noi, noi non possiamo che parlare per altri: “Ho creato in me diverse personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto: mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi” (Fernando Pessoa).

Allora, forse, le domande da fare e da porsi è: quali attori vogliamo interpretare e per quali drammi? Quali produttori e per quali vini? Quali critici e per quali vini?

1 Michel Foucault, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et écrits, Gallimard, Paris, 1994, tr.it. Che cos’è un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984.

Davvero, non è così necessario che raccontiate quanta solforosa c’è nel vostro vino. Per la critica della ragione tecnica

Claude Monet – Impression, soleil levant, 1872

Non possiamo immaginare il racconto di un piatto, di un dipinto, di un pezzo musicale, di un film, di una foto, di un romanzo attraverso la frammentazione dei passaggi tecnici che lo hanno visto realizzarsi. Possiamo, al contrario, immaginarci che la parte tecnica abbia un ruolo, non secondario sicuramente, dentro il processo di comprensione e in accordo con un più ampio spirito che accompagna l’opera e che aiuti ad abbracciare un’epoca, le conformità e le difformità estetiche, le pretese e i costi di realizzazione, i passaggi e le incursioni simboliche e sociali. La tecnica, assoggettata alla volontà dell’uomo, spezza storicamente, in maniera graduale o con notevole dirompenza a seconda dei casi, tutti i limiti spaziali e temporali inizialmente limitati al solo movimento corporeo: l’estendersi dell’azione (tecnica), mentre modifica il suo significato, costruisce la possibilità di una nuova foggia del mondo. Il fine, che poi è il postulato della tecnica, non solo permane come finalità in sé, ma è la condizione per cui tutto si tramuta in oggetto. La suddetta finalità richiede che la volontà si inscriva in un ordine estraneo ad essa: la “scoperta” della natura  significa, dunque, riconoscimento e rivelazione. Nel passaggio umano al primo strumento tecnico è insito il germe del dominio, del dominio sul mondo: “lo strumento compie nella sfera oggettuale la stessa funzione che è rappresentata nella sfera del logico (terminus medius)” (Ernst Cassirer, Critica della ragion tecnica). Ciò che cambia è lo sguardo: l’intenzione fonda la previsione (visione in anticipo) e con essa la possibilità di realizzare un fine lontano spazialmente e temporalmente.

Alcuni filosofi dello scorso secolo si domandano se e in che modo la creatività tecnica per la costituzione, l’assicurazione e il consolidamento della visione “oggettiva” e “oggettuale” del mondo, si tramuti nel suo opposto, ovvero nello straniamento dell’uomo da se stesso. Non sto qui facendo riferimento in modo esclusivo al processo di alienazione, nel suo duplice significato di reificazione e di feticismo, ma in modo particolare a quella autocoscienza umana, apparentemente inscritta nella luce della superiorità sul mondo che Ludvig Klages include, al contrario, nella “luce di una schiavitù della vita sotto il giogo del concetto”. Se vogliamo è come provare a condurre l’alienazione marxiana, ovvero “l’arcano della forma di merce consiste (…) che, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro..” (Karl Marx, Il Capitale), nella sua più radicale proposizione di libertà, il gioco: “un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico” (Herbert Marcuse, Cultura e società).

D’altronde, per dirla alla Gramsci, “è anche vero che «l’uomo è quello che mangia», in quanto l’alimentazione è una delle espressioni dei rapporti sociali nel loro complesso, e ogni raggruppamento sociale ha una sua fondamentale alimentazione, ma allo stesso modo si può dire che «l’uomo è il suo appartamento», «l’uomo è il suo particolare modo di riprodursi cioè la sua famiglia», poiché l’alimentazione, l’abbigliamento, la casa, la riproduzione sono elementi della vita sociale in cui appunto in modo più evidente e più diffuso (cioè con estensione di massa) si manifesta il complesso dei rapporti sociali”. Ed è per questo che Gramsci ritiene che la natura umana non possa ritrovarsi in nessun uomo particolare ma in tutta la storia del genere umano (e il fatto che si adoperi la parola «genere», di carattere naturalistico, ha il suo significato) mentre in ogni singolo si trovano caratteri messi in rilievo dalla contraddizione con quelli di altri: “Tutto è politica, anche la filosofia o le filosofie (confronta note sul carattere delle ideologie) e la sola «filosofia» è la storia in atto, cioè è la vita stessa” (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 7).

Se qualcosa è cambiato, in modo radicale, negli ultimi anni è proprio la concezione stessa di politica, che non solo ha perso gradualmente la sua visione integrativa dell’individuo nella società, ma che ha assunto, sotto la pressione tecnica e tecnologica, il piano dell’astrazione analitica e dell’oggettività avalutativa, come se queste avessero una loro capacità esplicativa al di fuori delle storie in atto e delle relazioni sociali che le hanno costruite. La razionalità tecnica separa l’azione dal suo contenuto etico e in questo modo si realizza come iper-ideologia (il governo dei tecnici).

Per concludere, occorre ritrovare un nuovo umanesimo che sappia ricongiungere spirito, azione e visione del mondo. Ed è per questo che, forse, e solo forse, potremmo percepire alcune piccole verità dei vignaioli sull’uso della solforosa prima dell’imbottigliamento del vino, ma anche sull’uso dei lieviti indigeni o selezionati, e pure sul lungo affinamento in botti di rovere…, solo a partire dall’ultimo romanzo letto, dalla visione di un film, da un vinile usurato, da un quadro alla parete, dalle esposizioni bancarie, dai mutui e fidejussioni, dai caratteri associativi o dissociativi presenti in determinato territorio, dalle parlate e dai dialetti, da un sogno notturno, dalle paure, dalle gioie… Dalla vita insomma.