Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo. E allora io bevo

 

Eduardo_De_Filippo

Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo (Eraclito).

Il feroce dio delle messi, Kronos, partecipe delle divinità sotterranee e signore dei Titani, divoratore cruento dei propri figli, perdonato da Zeus e liberato dalle proprie catene nel Tartaro, rinasce per via della mistica orfica. Diviene, così, basileus immortale delle isole Beate al di là dell’Oceano, terre in cui si rifugia la felicità di un’antichissima stirpe aurea. L’uomo partecipa, per la prima volta, al divino. Ma l’orfico Kronos è solo assonante, occlusivo e aspirato, di Chronos.

saturnoSaturno che divora i suoi figli (F.Goya, pitt., Mus. del Prado, Madrid, 1819 -1823)

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le Olimpie dimore.
Erano ai tempi di Kronos, quand’egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né triste
vecchiaia arrivava, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco ed abbondante, e loro, contenti,
in pace, si spartivano i frutti del loro lavoro in mezzo a beni infiniti,
ricchi d’armenti, cari agli dèi beati[1]

Il Tempo non è stato ancora raggiunto: è ancora sospeso nel lungo abbraccio festoso tra Kronos e Saturno, quando la semina si congiunge, ciclicamente, alla fertilità, all’abbondanza e all’eguaglianza. Ma perché Kronos diventi lo scorrere ineluttabile di giorni, perché muti in Chronos-Tempo, bisognerà aspettare che la fama postuma cinga, dei suoi futili allori, i Trionfi del Petrarca:

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Fama, et è morir secondo;
né più che contra ’l primo è alcun riparo.
Così ’l Tempo triunfa i nomi e ’l mondo.

E, di seguito, che li rappresenti in modo figurato: al falcetto di Kronos-Saturno, il Tempo rimpiazza la lunga falce da fieno, allegoria della Morte livellatrice; al posto del veloce carro del Sole-Apollo, un carro di trionfo condotto dalle quattro stagioni e uno sfondo di rovine, sostituisce l’antica età dell’oro.

Ma ben si sa, in tutto il mondo antico, della fugacità del tempo[2].

Infinito fu il tempo, uomo, prima

che tu venissi alla luce, e infinito

sarà quello dell’Ade. E quale parte

di vita qui ti spetta, se non quanto

un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola

di un punto? Così breve la tua vita

e chiusa, e poi non solo non è lieta,

ma è assai più triste dell’odiosa morte.

Con una simile struttura d’ossa

tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!

Tu vedi, uomo, come tutto è vano:

all’estremo del filo c’è un verme

sulla trama non tessuta dalla spola.

Il tuo scheletro è più tetro

di quello di un ragno. Ma tu

che, giorno dopo giorno, cerchi

in te stesso, vivi con lievi pensieri,

e ricorda solo di che paglia sei fatto.

A.P. Liber VII, 472. (Leonida di Taranto, Taranto, 320 o 330 a.C. – Alessandria d’Egitto, 260 a.C.)

“Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né due volte toccare una sostanza mortale nello stesso stato; ma per l’impeto e la velocità della mutazione (si) disperde e di nuovo si ricompone, e viene e se ne va (fr. 91). A chi discenda negli stessi fiumi, sopraggiungono sempre altre e altre acque (fr. 12). Noi scendiamo e non scendiamo in uno stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (fr. 49)”, dice Eraclito. Un tempo (αἰών) unico e non-rinnovabile: è il tempo divino, indivisibile, in cui convivono passato, presente e futuro. Lo scorrere del tempo è un susseguirsi in cui ogni cosa lascia il posto al suo contrario; questo processo di alternanza non è né libero né casuale, ma viene regolato da una legge necessaria e da una trama nascosta, il logos: “Nel logos come legge nascosta che governa permanentemente tutti gli eventi manifesti torna il concetto di tempo come chronos: sotto quello che sembrava l’imponderabile, quasi capriccioso, avvicendarsi di istanti compiuti in se stessi, ‘perfetti’ ed ‘eterni’ (aíon), si scopre un ordine (chronos), ancorché profondo e non accessibile a tutte le menti, che in realtà vincola e unisce quegli istanti. Ma la ragione, il logos, è essa stessa eterna e permanente: ecco che a sua volta il chronos si rivela come aíon. In altre parole: l’essenza permanente della realtà è il mutamento e la transitorietà. Il mutamento e la transitorietà però ricevono dal logos un senso: gli eventi, anche se in continuo divenire, non sono casuali, ma obbediscono a una legge”. [3]  Prima ancora che aion assuma le fattezze e la stabilità dell’eternità in opposizione al tempo misurabile, vi è una narrazione epica (Omero) in cui esso indica la forza vitale, e, in senso traslato, la vita e la durata stessa della vita. Lo Zodiaco, “invocato come ‘dominatore della volta celeste eterna’ (αἰωνοπολοκράτωρ: Pap. Gr. Mag., I, 202), viene anche definito ‘signore dei diademi ardenti’ (δεσπότης των πυρίνων διαδημάτων: Pap. Gr. Mag., IV, 520 s.), cioè della traiettoria celeste: evidente assunzione di una mansione specifica di Helios. Secondo una notizia di Epifanio (adv. Haer., LI, 22), ogni anno nel Korèion di Alessandria, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, veniva inscenato il rito della nascita di Αion, non senza connessione con la divinità egizia della vegetazione, Osiride: palese è il riferimento all’inizio del nuovo anno quando, secondo il vecchio calendario tebano, il sole, raggiunto il punto del solstizio d’inverno, riprendeva la sua corsa ascendente verso l’orizzonte”.[4]

cubicoloVilla di Silin (Leptis Magna – Libia), cubicolo diurno, stagioni

Da sinistra avanzano in direzione della personificazione del Tempo che sorregge lo Zodiaco con entrambe le mani. Le Quattro stagioni vengono accompagnate dai propri frutti già in atto di varcare la ruota Autunno, seguita dall’Estate, quindi la Primavera con il putto su una spalla; la teoria stagionale, avvolta nel mantello, è la personificazione dell’Inverno.

“Nel medesimo calice non è possibile bere due volte lo stesso vino”, con timore, sostengo io.

Tempo umano e tempo divino; tempo assoluto e tempo rifratto. Il tempo misurabile, concesso all’umanità, somiglia al mito della luce riflessa nella caverna platonica, un’immagine mobile dell’eternità, che procede secondo il numero. La creazione del tempo coincide con quella delle orbite planetarie intorno alla terra: «il tempo dunque fu fatto insieme col cielo» (Timeo 38b). “Ora, – dice il protagonista del dialogo – la natura dell’anima era eterna, e questa proprietà non era possibile conferirla pienamente a chi fosse stato generato: e però [il Demiurgo] pensa di creare una immagine mobile dell’eternità, e ordinando il cielo crea dell’eternità che rimane nell’unità un’immagine eterna che procede secondo il numero, quella che abbiamo chiamato tempo”.[5]

O, diversamente dal maestro Platone, il tempo numerato di Aristotele, quello dell’anima: se è possibile un quantum di numerabile questo avviene perché vi è un numerante, una coscienza (l’anima o la mente a dir si voglia) in grado di misurarlo. O perlomeno di ordinarlo. Il tempo, che di per sé non esiste (Una parte di esso è stata e non è più, una parte sta per essere e non è ancora. E di tali parti si compone sia il tempo nella sua infinità, sia quello che di volta in volta viene da noi assunto. E sembrerebbe impossibile che esso, componendosi di non enti, possegga una essenza, Aristotele Fisica, IV, A 7, 213 b 21), non è concepibile se non come accidente del cambiamento, che presuppone un prima e un dopo (il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi, Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b) e una mente che sia in grado di percepirlo: “quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” Il tempo si avverte come aspetto del movimento e, come tale, possiede la proprietà della continuità. Quest’ultima appartiene al tempo come una grandezza che presenta dei limiti in rapporto a ciò che è anteriore e ciò che è posteriore. Movimento, che ha un numero ed è determinabile quantitativamente, e tempo hanno luogo inseparabilmente: l’istante viene definito tra i due estremi che limitano il tempo, la cui grandezza è in simultanea corrispondenza con quella del movimento.

Lontano dagli echi di Agostino, si ascoltano le parole di un tempo soggettivo in cui la memoria produce il senso del flusso e la sua innata coscienza: “E, tuttavia, non v’è stato d’animo, per quanto semplice, che non muti ad ogni istante: perché non v’è coscienza senza memoria, non continuazione di uno stato senza che si aggiunga al sentimento presente il ricordo dei momenti passati. In questo consiste la durata. La durata interiore è la vita continua d’una memoria che prolunga il passato nel presente: o che il presente racchiuda esplicitamente l’immagine, senza posa crescente, del passato, o che attesti, piuttosto, con il suo continuo mutare di qualità il carico sempre più pesante che trascina con sé, via via che invecchia. Senza questo sopravvivere del passato nel presente non vi sarebbe durata, ma solo istantaneità”.[6] L’empireo corrisponde al primo motore immobile di Aristotele.

 

empireo

 

Petrus Apianus, Cosmographicus liber, Landshut 1524

Quando Lucrezio, nel primo secolo a.C., chiede e si domanda della caducità del mondo, “non vedi tu come le pietre stesse siano sottoposte a corrosione dal tempo? Non vedi come le eccelse torri si sgretolino e si riducano in polvere? Non vedi come i sacri templi e le statue degli dei cedano anch’essi sopraffatti dagli anni?…” (De rerum natura), il cristianesimo è ancora a venire. Quando, al termine del 1500, Shakespeare fa parlare l’arpista egiziano, il cristianesimo ha già detronizzato il tempo eterno, consegnando ai mortali la ritualità ciclica della natura, che coincide con quella dei campi. Ogni cosa ha il suo tempo, perché ogni cosa è sottoposta al suo tempo, sotto un sole che non lascia nulla di nuovo (nihil novi sub sole). Ma ciò che non muta è la sua passaggio divoratore, che fa sottostare splendori e amori alla rabbia della morte:

Quando dalla mano spietata del Tempo ho visto sfigurato

il ricco superbo sfarzo di età consumate e sepolte,

quando talvolta torri sublimi vedo rase al suolo,

e il bronzo eterno schiavo del mortale furore;

quando ho visto l’oceano affamato conquistare

vantaggio sul regno delle spiagge,

e la ferma terra vincere sulla distesa delle acque,

accrescendo possesso con perdita e perdita con possesso;

quando ho visto un simile avvicendamento di stato,

o lo stesso stato sconvolto a decadere,

la rovina mi ha insegnato così a rimuginare,

che il Tempo verrà e porterà via il mio amore.

Questo pensiero è come una morte, che altro non può

che piangere di avere ciò che teme di perdere”.[7]

 

E allora bevo di Eduardo De Filippo

           Dint’ a butteglia                  

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embe’

che fa

m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo mente

e dico:

“Me l’astipo”

e dimane m’ ‘o bevo?”

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno primma,

siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste sulamente

stu mumento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che ffaccio,

m’ ‘o perdo?

Che ne parlammo a ffà!

Si m’ ‘o perdesse

manc’ ‘a butteglia me perdunarria.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

vence ‘a partita cu l’eternita’!

Nella bottiglia

è rimasto un altro goccio di vino…
allora

che faccio, me lo rimiro?

Lo tengo a mente

e dico:

lo conservo

e me lo bevo domani?

Il domani non esiste.

E il giorno prima,

siccome è già passato,

neanche esiste.

Esiste solamente

questo momento

e questo goccio di vino nella bottiglia.

E che faccio,

me lo perdo?

Neanche a parlarne!

Se me lo perdessi,

neanche la bottiglia mi perdonerebbe.

E allora… bevo…

e questo sorso di vino

vince la partita con l’eternità!

[1]  Esiodo, Le opere e i giorni, 109-120 (VIII secolo a. C.) Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo, Opere, Einaudi-Gallimard, Torino 1998

[2]  Cfr. Erwin Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del Rinascimento. In particolare cap. III Il Padre Tempo, pp. 89 – 134 Einaudi, Torino 1975

[3] Silvio Vitellaro, Testo 1- Dai Frammenti di Eraclito, in vitellaro.it

[4] L. Musso, Aion, in Enciclopedia dell’ Arte Antica, Treccani, Roma 1994

[5] Platone, Timeo 37c,d in Opere complete, Laterza, Bari 1971

[6] Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, Laterza, Bari – Roma 1983, pag. 17

[7] Sonetto numero 64. in W. Shakespeare, Sonetti, trad. di Alessandro Serpieri, Bur, Rizzoli, Milano 1995

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Le viti maritate dell’agro campano.

vite maritata 2A Soufflot, architetto del Panthéon parigino che accompagna nel 1750 insieme a Cochin e all’Abbé Le Blanc il giovane de la Vandière, fratello di Madame Pompadour e futuro Marquis de Marigny, nel viaggio di formazione in Italia[1], la vite appare così: «governata a tralcio lungo è tradizionalmente maritata al pioppo, in festoni tesi tra una pianta e l’altra. I festoni, in cui i tralci sono sistemati a rete – ‘a rezz’ ‘e pecore’, possono raggiungere gli otto/dieci metri di altezza; nel rigoglio estivo costituiscono un vero e proprio sistema di quinte verdi dal comportamento tessile, al di sopra delle quali sono rade le cacciate dei pioppi, potati senza scrupolo nei mesi invernali per rifornire di combustibile la grande città[2]

Il paesaggio che appare al viaggiatore del Settecento è molto simile a ciò che descrive Plinio nella sua Storia Naturale, quando racconta che «nell’agro campano le viti si maritano al pioppo; avvinghiate alle piante coniugi e salendo su di esse di ramo in ramo… ne raggiungono la sommità ad un’altezza tale, che il contratto di chi viene ingaggiato per la vendemmia prevede (in caso di caduta mortale) il risarcimento delle spese per il funerale e la sepoltura[3]

La vigoria della vite, che è una pianta rampicante, fa suggerire a Plinio l’ancoraggio al pioppo anziché all’olmo o all’acero, consuetudine questa maggiormente diffusa nel nord Italia e di cui parla Virgilio nelle Georgiche, il cui scopo, tra gli altri, è quello di insegnare agli agricoltori «sotto quale stella occorre rivoltare il suolo e legare agli olmi le viti[4].» Se per Plinio la vite si àncora meglio al pioppo, soprattutto ai fini della potatura e della vendemmia, la vera affinità elettiva, per il poeta Ovidio[5], è quella tra l’olmo e la vite: «Nell’ultima ode del primo libro Orazio rappresenta se stesso, incoronato di mirto, mentre beve sotto una vite, con uno schiavetto che gli mesce il vino:‘Persicos odi, puer, apparatus, displicent nexae philyra coronae, mitte sectari rosa quo locorum sera moretur. Simplici myrto nihil adlabores sedulus curo: neque te ministrum dedecet myrtus neque me sub arta vite bibentem.’ È noto che alle popolazioni italiche la vite era gradita per l’ombra che offriva non meno che per i suoi frutti, sicché in latino comunemente il sostantivo vitis sta a significare pergula vitis umbriferae. Ne è la prova l’ode di Orazio sopra citata, nella quale il poeta presenta la vite come arta. Questo aggettivo è stato diversamente interpretato dagli antichi commentatori: infatti Acrone gli attribuì il significato di humilis, mentre Porfirione parafrasava ‘artam vitem spissam ac per hoc umbrosam’. Non diversamente i moderni commentatori intendono gli uni arta come parva o angusta, gli altri come spissa ovvero densa. Essi tutti non tengono conto del fatto prima ricordato, ossia che comunemente in latino il sostantivo vitis non indica soltanto la pianta in sé e per sé, ma anche l’ombra proiettata dalla vite maritata a un albero oppure sorretta da una pergola. Per questo motivo l’interpretazione vulgata dell’aggettivo arta nel senso di humilis o parva o angusta non è sostenibile, dato che nell’ode si tratta evidentemente di un pergolato di vite, o, per meglio dire, della sua ombra. La vite non si può correttamente definire ‘bassa’, ‘piccola’ o ‘stretta’, poiché il poeta non si riferisce alle dimensioni della pianta, a alla qualità della sua ombra. Né d’altra parte sembra verosimile che la vite sia spissa o densa (‘folta’) in quella stagione dell’anno nella quale, come dice Orazio, rosa sera moretur, dunque sul finire dell’estate o all’inizio dell’autunno, quando le fronde della vite sono rade per essere state potate dal vignaiolo, come insegna Virgilio, ovvero perché cominciano a cadere a causa della stagione. Ritengo perciò che l’arta vitis sia l’ombra del pergolato diradata, ossia artata, ‘ridotta’, ‘ristretta’ defecto palmite, come dice Petronio in un frammento poetico, verosimilmente estratto dal Satyricon nel quale sono descritte diffusamente le umbrae, ossia le chiome della vite o del platano in autunno, sfrondate: ‘Iam nunc †argentes† autumnus fregerat umbras atque hiemem tepidis spectabat Phoebus habenis, iam platanus iactare comas, iam coeperat uvas adnumerare suas defecto palmite vitis: ante oculos stabat quidquid promiserat annus.’ L’immagine descritta da Petronio ingenti volubilitate verborum, per usare le sue parole, viene espressa da Orazio, con mirabile concisione ed eleganza, per mezzo di un unico aggettivo: il poeta descrive l’aspetto della vite poco prima o poco dopo il tempo della vendemmia, quando i tralci, sebbene diradati, sono in grado di offrirgli ancora abbastanza ombra mentre beve[6].» Così, a seconda delle zone, sia dell’agro campano che del resto del centro-sud Italia ritroviamo una viticoltura simile sia alla piantata del centro nord che all’alberata toscana centrale: «Le più celebri sono quelle aversane (dalla cittadina di Aversa, nel Casertano), che, in questo comprensorio, vengono impropriamente definite alberate. Sono prevalentemente costituite dal vitigno Asprinio, discendente dalla Vitis vinifera subsp. sylvestris, domesticata dagli Etruschi, sostenute da filari di pioppo. L’altezza media si aggira intorno ai 10 – 15 m; raramente lungo il filare, al posto di alberi vivi si utilizzano pali di castagno. Questo tipo di coltivazione è attualmente diffuso nell’area corrispondente alle tre province di Napoli, Benevento e Caserta. In queste zone, durante la formazione delle alte spalliere e durante i lavori di potatura secca, i tralci delle viti vengono sistemati in senso verticale in modo da formare un ventaglio aperto. Nelle piantate del nord Italia, invece, i tralci vengono posizionati in cordoni paralleli in senso orizzontale lungo i tiranti presenti ad altezze diverse del filare.(…) Questo paesaggio aversano ha sempre colpito i viaggiatori del Gran Tour del Settecento. Scrive W. Goethe nel suo Viaggio in Italia: Finalmente raggiungemmo la pianura di Capua…. Nel pomeriggio ci si aprì innanzi una bella campagna tutta in piano…. I pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti…. Le viti sono d’un vigore e d’un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo. Aubert de Linsolos scrive invece nei suoi Souvenirs d’Italie: … i rami della vite intrecciati ai grandi alberi all’orlo della carreggiata, danno l’idea di tanti archi trionfali di verzura, preparati per il passaggio di un potente monarca. (…) Molto particolare è la situazione dell’isola d’Ischia. Nelle zone pianeggianti del versante meridionale fino a una decina di anni fa esistevano bellissime viti maritate a pioppi secolari, oggi purtroppo quasi del tutto scomparse[7].» Sono presenti ancora oggi rari esempi di questo tipo di coltivazione nel comune di Barano (in località Chianole del Testaccio), ove le viti vengono ancora coltivate alte con spalliere e contro-spalliere e vengono sostenute da tutori morti costituiti da pali di castagno o da canne. Le zone meridionali della Campania subiscono l’influsso greco, mentre nelle zone settentrionali è evidente l’influsso etrusco: «in alcune zone del Cilento la coltivazione della vite maritata viene ancora oggi praticata ai margini dei campi, lungo i confini o in prossimità di fossati e canali di scolo delle acque, utilizzando come sostegni vivi per le viti specie arboree sia spontanee sia coltivate e quasi mai disposte con sesto di impianto. In queste aree sono molto utilizzati come tutori olmi, peri e meli selvatici, particolarmente diffusi nei campi; ma si utilizzano anche alberi da frutta appartenenti ad antiche varietà locali. Le viti, generalmente una o due per ogni albero, vengono posizionate a circa 35-40 cm di distanza dall’albero tutore e vengono fatte arrampicare lungo il tronco in modo che i tralci vengano sostenuti dalla chioma dell’albero; frequentemente i tralci più lunghi superano la superficie della chioma e ricadono verso il basso formando una specie di grosso ombrello naturale con i grappoli d’uva sospesi. La potatura di queste viti non avviene in modo regolare, cioè ogni anno, ma solo occasionalmente. Nelle zone montane del Cilento è presente anche una variante di questo tipico antichissimo sistema di coltivazione, la piantata a pergolato. Per un corretto impianto di questa consociazione vite-albero si fa crescere la vite maritata all’albero fino all’altezza delle prime branche; qui viene allestito un pergolato con pali di legno e filo di ferro e si sistemano i tralci in modo da ottenere il pergolato al lato del filare di alberi. In questo caso gli alberi tutori sono quasi sempre piante da frutto e hanno la chioma libera. In tale tipo di coltivazione la potatura delle viti viene effettuata ogni anno. La varietà di vite più diffusa in queste coltivazioni è l’Aglianico utilizzato prettamente per la vinificazione. Tale vitigno, molto probabilmente di origine greca, solo in questi casi viene coltivato con tecniche di origine etrusca. Il vitigno presenta grappoli con bacche nere, dà origine a vini di buona qualità, molto conosciuti e apprezzati fin dal XVI secolo. Secondo alcuni autori il nome Aglianico deriverebbe da Gaurano, antico e famoso ovino romano; secondo altri deriverebbe dalle viti introdotte dagli Antichi Greci: coltivato dai Romani, fu chiamato Ellenico o Ellanico in alcune zone del Cilento e della Lucania[8]

 

[1]     Frutto della visita a Pestum è la Suitte Des Plans, Coupes, Profils, Elévations géometrales et perspectives de trois Temples antiques, tels qu’ils existoient en mil sept cent cinquante, dans la Bourgade de Pesto… Ils ont été mésurés et dessinés par J. G. Soufflot, Architecte du Roy. &c. en 1750. Et mis au jour par les soins de G. M. Dumont, en 1764, Chez Dumont, Paris, 1764.

[2]     Ilaria Agostini, Il territorio come un presepio: il paesaggio agrario nei Voyages de Naples tra Sette e Ottocento, in http://www.unifi.it/ri-vista/04ri/04r_agostini.html

[3]     Plinio, Naturalis historia, XIV, 10..

[4]     Virgilio, Georgiche, cit. versi 2 e 220 citato in Franco Cercone, Storia della vite e del vino in Abruzzo, Casa editrice Rocco Carabba, Lanciano 2008, pag. 33

[5]     Publio Ovidio Nasone, più semplicemente Ovidio (Sulmona, 20 marzo 43 a.C. – Tomi, Mar Nero, 17 – 18 d. C.), Amores, Libro II, 41. Il testo è suddiviso  in tre libri: 49 carmi che narrano la storia d’amore per una donna chiamata Corinna (personaggio letterario), secondo lo stile e le convenzioni dell’elegia amorosa: il poeta è asservito alla domina, soffre per le sue infedeltà, è geloso degli altri ammiratori e contrappone la vita militare alla vita amorosa.

[6]     Grazia Sommariva, Sub arta vite (Nota esegetica a Horat. Carm. I 38, 7-8), in http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/675/1/Sub%20arta%20vite-traduz.pdf

[7]     Raffaele Buono, Gioacchino Vallariello, La vite maritata in Campania, in ‘Delpinoa’, n.s. 44: 53-63, 2002 Pubblicazione a cura dell’Orto Botanico di Napoli

[8]  Ibidem