Il vuoto esiste. Meglio riempirlo con un vino buono

Molti dipinti di Adolf Wölfli riempiono completamente lo spazio, con scritte o note musicali General view of the island Neveranger, 1911

“Il vuoto non esiste” disse Aristotele.

Per duemila anni circa il genere umano ha creduto, grazie ad Aristotele, all’horror vacui e ad un senso di malcelata digestione che il vuoto non esistesse. Secondo la definizione dello Stagirita, il luogo è «il limite del corpo contenente (in quanto contiguo al corpo contenuto)». Egli aggiunse che per «contenuto» si doveva intendere «un corpo che possa essere mosso mediante spostamento». Il luogo è dunque «il primo immobile limite del contenente» (Physica, IV.4, 212a 5-6, 20-21). Se aveste un bicchiere di vino in mano e foste aristotelici almeno quanto lo fu Aristotele stesso, affermereste che il luogo del vino non è lo spazio tridimensionale che si estende tra le pareti interne del bicchiere, ma che esso coincide con la superficie interna del bicchiere medesimo. Questa teoria resistette un bel po’ di tempo per almeno due ragioni concomitanti: la prima era che se vi fosse stato il vuoto, i corpi, di conseguenza, non si sarebbero potuti muovere. Avreste avuto un bel da dire che vi sarebbe piaciuto degustare un bel bianco macerato di Chio del 2347 a.C. prodotto nientepopodimeno che da Tasos e suoi 15 figli, perché quel vino non sarebbe sceso nel vostro gargarozzo nemmeno di un millimetro. La seconda era prevalentemente di tipo psicologico: il bicchiere, nel loro caso la coppa, era sempre non solo mezzo pieno, ma interamente pieno (non solo di vino, ma se lo fosse stato di certo non guastava). Una volta Aristotele incontrò il noto intenditore di vini macerati e mischiati con acqua di mare, tale Agathangelos e gli chiese come mai sorseggiasse da una coppa senza vino ed egli, seraficamente e con adeguata preparazione filosofica, così replicò: “Oggi mi tengo leggero, bevo solo aria iodata!” Dopo questa riposta così sicura, edotta e ben argomentata, Aristotele decise di prendere Agathangelos tra i suoi discepoli, lo nominò coppiere, fortilizio indomabile contro gli atomisti e gli chiese di portare alcune anfore piene di vino perché di aria iodata ne avevano bevuta sin troppa con Platone.

Il vuoto esiste. Esperimento col vino.

Poi arrivarono i guastafeste: Galileo, Torricelli e, soprattutto, Pascal. “Nel corso dell’inverno 1647 Pascal ideò e realizzò una serie di esperimenti con tubi di forme e lunghezze diverse, con l’obiettivo anzitutto di stabilire se effettivamente vi fosse quell’aria rarefatta di cui parlavano di aristotelici, che grazie a un grande potere di espansione, spingeva il mercurio verso il basso Constatò, come aveva fatto Torricelli, che il livello rimaneva invariato anche in presenza di un vuoto maggiore. Non appena seppe dell’esperimento realizzato a Rouen, Jacques Pierius, professore di filosofia del locale Collège de l’Archevêché, pubblicò un opuscolo intitolato An detur vacuum in rerum natura (1646), nel quale sosteneva che il vuoto era in realtà pieno di vapori o esalazioni di mercurio. Pascal organizzò un esperimento spettacolare nella piazza antistante la vetreria di Rouen, al quale assistettero, oltre a Pierius, più di cinquecento persone. Si procurò due tubi lunghi più di dodici metri, fissandoli all’albero di una nave trasportato nella piazza per l’occasione. Domandò ai presenti cosa sarebbe accaduto riempiendo un tubo con acqua e l’altro con vino. I pienisti risposero che essendo più leggero, il vino avrebbe liberato più vapori rispetto all’acqua, attestandosi così a un livello inferiore. Il risultato dimostrò l’esatto contrario, cosicché anche Pierius e i sostenitori della teoria dei vapori dovettero arrendersi all’evidenza” (tratto da http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/25268/88407-Dispensa%20storia%20della%20scienza%202B.pdf).

Le scoperte scientifiche che di lì ai giorni nostri si protrassero incessantemente e con risultati sempre più definiti, portarono ad affermare in diversi campi, con motivazioni naturalmente diverse, che il “vuoto esiste e non ci si può fare niente”.

Vuoto a rendere.

Capirete lo stravolgimento psichico e metafisico di tale scoperta: molti videro i bicchieri di vino mezzi pieni; altri ancora, mezzi vuoti. Venne, inoltre, inaugurata una lunghissima stagione, non ancora terminata, di vuoti a rendere e di vuoti a perdere.

Credo però che quell’antico slancio aristotelico a riempire i vuoti che ci fanno paura sia ancora del tutto intatto. Non sempre è un bene riempire i vuoti che non si possono rendere. Ma ancora peggio è riempirli a casaccio. Il vino deve essere comunque buono.

“Il vino è un composto d’umore e di luce.”

sole«Ma tralasciando quello, io vo’ dirle cola in maggior commendazione della vendemmia e del vino pure in ordine alle filosofiche contemplazioni. Mi disse una volta il buon Don Raflaello Magiotti che il Galileo era usato di dire che il vino è un composto d’umore e di luce; sicché ella vede quant’anche a detta di sì grand’uomo, crescerebbe di condizione il suo gentilissimo trattenimento del fare i vini. E vo dirle il vero ch’io ho più volte fantasticato sopra quella cosa per arrivare a intendere quello che si volesse inferire il Galileo; e poi che noi siamo su quello ragionamento intendo di comunicarle quanto mi è passato per la mente in tal proposito potersi dire non avendolo conferito per anche ad altri che al nostro Signor Vincenzo Viviani il quale per esser una cosa istessa con esso meco fa che io non possa fidarmi ne anche del suo giudizio, per altro finissimo e purgatissimo[1].»
Così parlò Lorenzo Magalotti, l’ultimo ‘discepolo’ di Galilei, segretario a partire dal 1660 dell’Accademia del Cimento, di cui è estensore dei resoconti delle riunioni scientifiche, nelle sue “Lettere erudite”, a proposito della rivoluzione ‘corpuscolare’galileiana, fatta di piccole particelle, di rifrazioni di luce, di velocità definite e misurabili: «… si figuri V. S. Illustrissima[2] d’esser lungo la marina in tempo ch’ella sia tranquillissima, ed il Sole già declinante verso l’occaso[3]: vederà nella superficie del mare ch’è intorno al verticale[4] che passa per lo disco solare, il reflesso del Sole lucidissimo[5], ma non allargato[6] per molto spazio; anzi, se, come ho detto, l’acqua sarà quietissima, vederà la pura immagine del disco solare, terminata come in uno specchio. Cominci poi un leggier venticello a increspare la superficie dell’acqua: comincerà nell’istesso tempo a veder V. S. Illustrissima il simulacro[7] del Sole rompersi in molte parti, ma allargarsi e diffondersi[8] in maggiore spazio; e benché, mentre ella fosse vicina, potrebbe distinguer l’un dall’altro de i pezzi del simulacro rotto, tuttavia da maggior lontananza non vederebbe tal separazione, sì per l’angustia degl’intervalli tra pezzo e pezzo, sì pel gran fulgor delle parti splendenti, che insieme s’anderebbono mescolando e facendo l’istesso che molti fuochi tra sé vicini, che di lontano appariscono un solo[9].»luna
Ma è anche la luce del Sole che soppianta quella Lunare, con le sue fasi e le sue influenze; ma forse sarebbe meglio dire che a morire è la ‘quintessenza di sillogismi sottilissimamente distillati’, il venerabile maestro di Stagira, Aristotele. «‘Curioso’ della natura, distogliendo gli occhi dalle meraviglie dei cieli, Galileo avrà pensato ai congegni idraulici delle radici, alla meccanica dei fluidi vegetali, al metabolismo delle linfe, alla potenza dei piccoli semi e all’inesausto vigore dei bulbi dalla cui umbratile vita sotterranea nasceva affamato di sole e innamorato della luce, il fiore; alla foglia della vite la cui superficie esterna è un sensibile ricettacolo abilissimo nel captare la luce solare; al tralcio o all’arbusto che, ben diversamente dalla madre paurosa dell’aria, del vento e della luce e fedele amica dell’umore nascosto, trovano proprio nella luce e nel sole l’alimento primario e l’energia cosmica per puntare allo zenit, verso il ‘punto verticale della nostra sfera, non mai ‘perpendicolari al piano della campagna’, ma sempre verso le ‘parti calorifiche del mezzogiorno’, anche se da esso ‘ricevon forse minore influenza di consolazione, che da qualunque punto della zona infiammata[10].’»
E’ il corpo solare e lo spirito fecondante della sua luce diffusa e penetrante che estingue poco alla volta la luna-madre, relegandola, ma solo temporaneamente, negli angusti meandri dei più arcaici mondi agrari[11].
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[1] Lorenzo Magalotti , Lettera V in Lettere scientifiche ed erudite del conte Magalotti Gentiluomo Trattenuto e del Consiglio di Stato dell’Altezza Reale Del Serenissimo Gran Duca di Toscana, Dalla Società Tipografica De’ Classici Italiani, Contrada di s Margherita N 118, Milano 1896 (Edizione originale Firenze1727)
[2] Virginio Cesarini, il dedicatario del Saggiatore.
[3]Declinante verso l’occaso: ‘che volga al tramonto’.
[4]Ch’è intorno al verticale: ‘che è in corrispondenza del meridiano celeste’. Il ‘verticale’ è il cerchio massimo celeste che passa per i poli, nord e sud, intersecando l’osservatore.
[5]Lucidissimo: ‘brillantissimo’.
[6] L’immagine del sole vista attraverso il riflesso marino apparirà di poco più grande di quella osservata direttamente.
[7]Simulacro: ‘immagine’, secondo un termine che fa riferimento a un termine usato da Lucrezio nel De Rerum Natura. Il poeta latinochiamava ‘simulacra’ (traducendo il greco ‘eidola’) gli elementi che, secondo la teoria corpuscolare della visione alla quale aderiva, venivano emessi dagli oggetti visivi e, penetrando nell’occhio, rendevano possibile il processo visivo.
[8] Con l’incresparsi della superficie dell’acqua l’immagine si allarga e allo stesso tempo diventa meno precisa nei contorni(e dunque si vedrebbe ‘diffondersi’).
[9] Da Il Saggiatore, nel quale con bilancia squisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra è un trattato scritto da Galileo Galilei, pubblicato a Roma nel 1623 a cura dell’Accademia dei Lincei e dedicato a papa Urbano VIII.
[10] E. Torricelli, Lezioni accademiche, citato in Piero Camporesi, La terra e la luna, Alimentazione folclore società, Garzanti, Milano 2011, pag. 128
[11]Ivi, pag. 158

Le foto sono tratte da wikipedia